1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 6: Colazione col potereNella dimora dei Morosini, tra trattative con mercanti d’Oriente e una tavola impeccabile, affiora l’enigma di un vetraio travestito da doge e di un quaderno contabile capace di far crollare casateSettembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 6: Colazione col potereIl Canal Grande era una lama d’acqua su cui il sole stava appena passando il filo. I palazzi, immobili e severi, sembravano osservare i battelli mattutini con l’aria stanca di chi ha visto troppe notti e troppe albe. La gondola che trasportava Lorenzo fendé la superficie lenta, lasciando scie che si richiudevano in fretta, come se la città non volesse conservare traccia dei suoi passaggi. Quando l’imbarcazione virò davanti alla facciata dei Morosini, Lorenzo sentì un brivido che non veniva dal vento. Quel palazzo non era soltanto dimora di un patrizio: era la rappresentazione fisica di un potere che non chiedeva scusa. Le bifore gotiche si aprivano come occhi di marmo, i balconi esibivano arazzi orientali che il salmastro non riusciva a scolorire, e la pietra bianca, scolpita in archi, raccontava secoli di denaro e di strategie. Ogni blocco sembrava dire: qui nessuno è al sicuro, se non appartiene a noi. Il servo in livrea cremisi e oro tese la mano, aiutandolo a scendere. Non un sorriso, non una parola. Solo un gesto rapido, imparato e ripetuto mille volte, che significava più di un discorso: siete atteso, siete gradito, siete utile.L’androne interno era un luogo di contrasti: fresco e solenne, con colonne che salivano come alberi di una foresta pietrificata. Su cassoni intagliati erano disposti cofanetti e stoffe provenienti da porti lontani: damaschi di Bursa, sete di Smirne, spezie racchiuse in vasi di maiolica. L’odore era una miscela di incenso e di legno umido, con una nota sottile di cera d’api bruciata.....Acquista il libro
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Manuale sulla Manutenzione. Capitolo 7. Macchine Ausiliarie nelle Materie PlasticheAnalisi tecnica delle macchine ausiliarie per l’industria plastica: Essiccatori, Chiller, Dosatori, Granulatori e Sistemi di Aspirazione IndustrialeAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data di Pubblicazione: 21 Maggio 2026Le macchine ausiliarie rappresentano l’infrastruttura nascosta ma decisiva di uno stabilimento plastico. Sono meno appariscenti delle presse a iniezione, degli estrusori o delle linee di soffiaggio, ma da esse dipende in larga misura la stabilità del processo, la qualità del manufatto e la continuità produttiva. Quando un’essiccazione è insufficiente, il difetto non compare sull’essiccatore, ma sul pezzo finito sotto forma di bolle, opacità, fragilità o degrado molecolare. Quando un chiller perde efficienza, il problema si manifesta nella macchina principale con un allungamento del ciclo o con una finitura superficiale scadente. Quando il granulatore lavora male, l’anomalia non si vede nella camera di taglio, ma nella diversa risposta del rimacinato in pressa. Quando il trasporto pneumatico perde portata, l’arresto sembra della macchina di processo, ma la causa si trova in un filtro intasato o in una linea in depressione inefficiente. La manutenzione delle macchine ausiliarie viene spesso trattata come secondaria rispetto a quella delle macchine principali. È un errore frequente, perché il deterioramento delle ausiliarie raramente si presenta come guasto diretto e immediato: più spesso produce deviazioni qualitative, instabilità di produttività o microfermate che vengono attribuite ad altre cause. Per questo è necessario ricondurre le ausiliarie al centro del piano manutentivo, considerandole non come accessori, ma come parte integrante della macchina di processo. Essiccatori: a tramoggia, a deumidificazione e sottovuoto L’essiccazione del materiale plastico prima della lavorazione è una condizione necessaria per la corretta trasformazione dei polimeri igroscopici. Poliammidi, PET, policarbonato, PBT, POM e ABS assorbono umidità dall’aria e, quando vengono lavorati senza una preventiva riduzione del contenuto d’acqua entro valori compatibili con il processo, subiscono fenomeni di idrolisi durante la plastificazione. L’acqua, a temperatura elevata, spezza le catene polimeriche, riducendo il peso molecolare e compromettendo le proprietà meccaniche, ottiche e dimensionali del prodotto finale. Essiccatori a tramoggia con aria calda: limiti e applicazioni Gli essiccatori a tramoggia con aria calda costituiscono la soluzione più semplice ed economica. Il loro principio di funzionamento consiste nel riscaldare l’aria tramite una resistenza elettrica e nel soffiarla verso l’alto attraverso il materiale contenuto nella tramoggia. Questo sistema può essere sufficiente per materiali poco igroscopici o per situazioni in cui l’essiccazione serve soprattutto a rimuovere umidità superficiale o condensa, come accade con alcune poliolefine. Il limite strutturale di questa tecnologia è però evidente: l’aria utilizzata non è deumidificata. Quando l’umidità relativa ambientale è elevata, soprattutto nei mesi estivi, l’aria calda non riesce a portare il materiale a livelli di umidità sufficientemente bassi. Il polimero tende infatti a stabilizzarsi rispetto all’umidità dell’aria di processo, e ciò rende il sistema inadeguato per materiali come PA, PET, PC e PBT. In questi casi l’aria calda semplice non è una vera essiccazione tecnica, ma solo un preriscaldamento. La sua applicazione deve quindi essere limitata a casi ben definiti, evitando di utilizzarla là dove il processo richiede un controllo rigoroso del contenuto residuo di umidità. Essiccatori a deumidificazione: principio e manutenzione Gli essiccatori a deumidificazione rappresentano la soluzione standard per i polimeri igroscopici. Il loro funzionamento si basa su setacci molecolari, generalmente costituiti da zeoliti sintetiche, che assorbono l’acqua presente nell’aria di processo e consentono di ottenere aria con punto di rugiada molto basso. Questa aria secca, successivamente riscaldata, attraversa il materiale nella tramoggia e ne estrae l’umidità fino ai livelli compatibili con la trasformazione.Il sistema opera normalmente con due torri: una in fase di adsorbimento e una in fase di rigenerazione. Mentre una torre lavora sull’aria di processo, l’altra viene riscaldata per espellere l’umidità accumulata. È proprio la rigenerazione il punto più delicato dell’intero impianto. Se la temperatura non è sufficiente, se la resistenza di rigenerazione è guasta o se il ciclo è parziale, i setacci molecolari rimangono progressivamente saturi e perdono efficienza. L’essiccatore continua a funzionare in apparenza, ma il punto di rugiada peggiora e il materiale non raggiunge più il livello di secchezza richiesto.Le condizioni operative richieste dipendono dal polimero. Il PET, soprattutto in applicazioni per bottiglie e fibre, necessita generalmente di temperature di essiccazione elevate, tipicamente comprese tra 160 e 175 °C, e di un punto di rugiada almeno pari a −40 °C, con umidità residua molto bassa, spesso nell’ordine di poche decine di ppm. Le poliammidi PA 6 e PA 6.6 lavorano normalmente a temperature attorno a 80–90 °C, ma richiedono comunque un punto di rugiada inferiore a −30 °C, con umidità residua che deve restare entro circa 200 ppm per applicazioni standard e valori ancora più bassi per lavorazioni di precisione....ACQUISTA IL MANUALE
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Microplastiche nel Cervello Umano: Scoperte sul BioaccumuloAnalisi avanzata del bioaccumulo di microplastiche nel cervello tramite tecniche scientifiche innovative come la Pirolisi-Gas Cromatografiadi Marco ArezioNegli ultimi anni, il crescente problema della contaminazione da microplastiche ha attirato l'attenzione della comunità scientifica per il suo impatto ambientale e sulla salute umana. Le microplastiche, minuscole particelle plastiche inferiori a 5 millimetri, si trovano ovunque: negli oceani, nel suolo, negli alimenti, nell'acqua potabile e persino nell'aria che respiriamo. Tuttavia, l'idea che queste particelle possano accumularsi nel nostro corpo, in particolare nel cervello, rappresenta un allarme che la scienza sta appena iniziando a comprendere. Recenti ricerche hanno dimostrato che le microplastiche non solo possono entrare nel corpo umano, ma potrebbero persino superare una delle sue difese più sofisticate: la barriera emato-encefalica (BBB), una struttura che protegge il cervello da sostanze nocive presenti nel sangue. Questa scoperta, ottenuta grazie a tecniche analitiche avanzate come la pirolisi-gas cromatografia-spettrometria di massa (Py-GC-MS), apre un nuovo capitolo nello studio dell’impatto delle microplastiche sulla salute umana. Le Microplastiche e il Cervello: Come si Studiano La rilevazione di microplastiche nel cervello umano richiede tecniche sofisticate e un approccio metodologico rigoroso. I tessuti cerebrali analizzati in questi studi sono stati prelevati da individui deceduti, con procedure che garantiscono la massima sterilità per evitare contaminazioni ambientali. Una volta ottenuti i campioni, i ricercatori hanno utilizzato la Py-GC-MS, una tecnica in grado di scomporre il materiale organico e isolare i frammenti plastici. La pirolisi riscalda i campioni a temperature estremamente elevate in assenza di ossigeno, consentendo di ottenere molecole più piccole che possono essere separate e identificate. Questo metodo permette di riconoscere i polimeri specifici, fornendo una "firma chimica" per ogni tipo di plastica. Tra i polimeri rilevati, i più comuni sono risultati essere il polietilene (PE), il polipropilene (PP) e il polietilene tereftalato (PET), materiali utilizzati in imballaggi, contenitori alimentari e tessuti sintetici. Le particelle trovate avevano dimensioni inferiori a 100 micrometri, un fattore che le rende particolarmente pericolose, poiché consentono loro di penetrare in profondità nei tessuti. Come le Microplastiche Raggiungono il Cervello La presenza di microplastiche nel cervello umano solleva interrogativi fondamentali sui meccanismi attraverso cui queste particelle possono attraversare la barriera emato-encefalica. Diverse ipotesi sono state formulate: Trasporto tramite il flusso sanguigno: Una volta ingerite o inalate, le microplastiche possono entrare nel circolo sanguigno e, grazie alle loro dimensioni ridotte, superare la barriera protettiva del cervello. Via olfattiva: Le particelle inalate attraverso il naso potrebbero raggiungere il cervello passando attraverso il nervo olfattivo, bypassando del tutto la barriera emato-encefalica. Fagocitosi mediata da cellule: Alcuni tipi di cellule immunitarie, come i macrofagi, possono inglobare le microplastiche e trasportarle verso il sistema nervoso centrale. Le Conseguenze per la Salute Umana L’accumulo di microplastiche nel cervello umano non è solo una scoperta preoccupante, ma solleva interrogativi sul loro potenziale impatto sulla salute neurologica. Gli studi suggeriscono che le microplastiche possano indurre: Infiammazione cronica: Le particelle plastiche possono attivare la microglia, le cellule immunitarie del cervello, provocando un’infiammazione persistente che danneggia i tessuti neuronali. Stress ossidativo: Le microplastiche possono generare specie reattive dell’ossigeno (ROS), molecole altamente reattive che danneggiano le membrane cellulari, le proteine e il DNA. Neurotossicità chimica: Molti polimeri plastici contengono additivi chimici come ftalati e bisfenolo A (BPA), noti per interferire con i sistemi endocrini e neuronali. Questi effetti potrebbero contribuire allo sviluppo di patologie neurodegenerative come il Parkinson o l'Alzheimer. Sebbene le prove attuali siano limitate, le similitudini con studi su modelli animali rafforzano la necessità di ulteriori ricerche. Una Nuova Frontiera di Ricerca La scoperta di microplastiche nel cervello umano rappresenta una frontiera di ricerca ancora poco esplorata. Comprendere come queste particelle interagiscano con il sistema nervoso è cruciale per valutare i rischi a lungo termine e adottare misure preventive. Le future ricerche dovrebbero concentrarsi su: Epidemiologia: Correlare l'esposizione alle microplastiche con l'incidenza di disturbi neurologici nella popolazione generale. Meccanismi biologici: Studiare il comportamento delle microplastiche nel cervello per comprendere i processi di accumulo e degradazione. Prevenzione: Sviluppare strategie per limitare l’esposizione alle microplastiche attraverso politiche ambientali più severe e tecnologie innovative. Conclusione L’accumulo di microplastiche nel cervello umano, documentato grazie a tecniche analitiche avanzate come la Py-GC-MS, rappresenta una scoperta rivoluzionaria che pone nuove sfide alla ricerca scientifica e alla sanità pubblica. Sebbene molte domande rimangano ancora senza risposta, questa nuova conoscenza evidenzia la necessità di agire per ridurre la presenza di microplastiche nell’ambiente. Solo così potremo limitare i rischi per la salute umana in un mondo sempre più segnato dalla plastica.© Riproduzione Vietata
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Slow Trekking: I Panorami del Lago di Como in un Ambiente IncantatoPasseggiare lentamente sulle rive del lago tra ambienti storici, uliveti, montagne, isole e scorci bucolicidi Marco ArezioPensare al lago di Como viene subito in mente la bellezza degli ambienti, il turismo internazionale, le ville storiche che in primavera si riempiono di fiori, ricordi di una storia elegante, splendidi scorci tra chiese antiche e castelli medioevali, la cucina a base di pesce e le tradizioni delle sagre di paese. Ma il lago di Como ha anche un fascino fatto dalle montagne che aggettano su di esso, dando la possibilità agli amanti dello slow trekking di fare innumerevoli passeggiate, godendo la tranquillità dell’ambiente e la bellezza dei luoghi storici. Ce ne sono tante, che si possono fare con tappe di più giorni, o altre che si possono fare in giornata, tutte panoramiche, più o meno impegnative per quanto riguarda il dislivello, ma ognuna con un fascino particolare, unico, che vi ricorderete per molto tempo. Ogni camminatore può scegliere la passeggiata che soddisfarà le proprie aspettative, ma ognuna vi darà la sensazione di vivere all’interno di un film perché, passo dopo passo, i panorami splendidi vi accompagneranno costantemente. Tra le tante passeggiate che vi possiamo consigliare citerei la Greenway del Lago di Como, che parte sulla sponda occidentale del lago, nel paese di Colonno e finisce a Menaggio, con un susseguirsi di emozionanti paesi affacciati sul lago. La lunghezza della Greenway è di circa 10 Km., frazionandola in varie tappe se si desidera, snodandosi su sentieri battuti, strade interne dei paesi, vecchie mulattiere. Si passeranno abitati come Sala Comacina, Ossuccio, Lenno, Mezzegra, Tremezzo, Griante e Menaggio. Per chi conosce un po' questa sponda del lago, possiamo dire che ci troviamo al cospetto delle ville storiche come la villa Balbianello, La Quiete, Carlotta, Palazzo Rosati e molte altre che punteggiano, con la loro eleganza architettonica e la bellezza dei loro giardini fioriti, questo ramo del lago. Il percorso a piedi è caratterizzato da un saliscendi non impegnativo, considerato che su tutto il percorso possiamo registrate di circa 220 metri di dislivello, il terreno dove si cammina è sempre ben curato e non necessita di particolari attrezzature, se non un paio di scarpe comode da trekking, uno zainetto con l’acqua da bere e la macchina fotografica sempre a portata di mano. Si incontreranno in ogni caso, lungo la Greenway, alcuni punti di ristoro e, in caso di stanchezza, facilmente si può scende verso il lago, in cui è possibile trovare una fermata della corriera o un battello per tornare al punto di partenza. Molti i punti storici da ammirare e visitare, alcuni dei quali risalgono al periodo medioevale, come il borgo di Sala Comacina, la torre di Villa e molte chiese antiche che caratterizzano i paesi che si incontrano camminando. Più che il racconto, sono le fotografie che possono far capire all’appassionato della camminata lenta quanto sia splendido il percorso, che può essere percorso 3-4 ore, ed è per questo che le riportiamo in fondo all’articolo, con l’auspicio di avervi dato lo spunto per una giornata rilassante sul lago di Como.
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Materia Nuova. Capitolo 5: Viaggio nell’Anima Ambigua della PlasticaPlastica tra arte, identità e responsabilità: l’ambivalenza di un materiale che racconta il nostro tempoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 5: Viaggio nell’Anima Ambigua della PlasticaLa plastica è il materiale che più di ogni altro divide, affascina, inquieta, incanta e respinge. È presente in ogni gesto quotidiano, in ogni stanza, in ogni tasca, in ogni luogo dove l’uomo moderno si muove, consuma, vive. È leggera, resistente, modellabile all’infinito, capace di imitare qualsiasi forma, di assumere colori e trasparenze impensabili nei materiali tradizionali. Ma è anche il simbolo della crisi ambientale, il segno più evidente della nostra incapacità di gestire ciò che produciamo. La plastica è un paradosso, un ponte fragile tra creatività industriale e disastro ecologico, tra progresso e scarto, tra desiderio e colpa. È proprio questa ambivalenza che la rende materia narrativamente potente, una sostanza che porta con sé non solo proprietà tecniche e potenzialità estetiche, ma anche un carico emotivo enorme, stratificato, difficile da ignorare. Parlare della plastica significa parlare di un secolo intero, delle sue illusioni di eternità, della sua fiducia nella tecnologia, di un’idea di comodità che ha trasformato radicalmente il modo in cui consumiamo e viviamo. Significa parlare di un materiale che si è insinuato in ogni angolo dell’esistenza, fino a diventare quasi invisibile nella sua onnipresenza. Significa anche riconoscere che, nonostante tutto, la plastica è oggi uno dei materiali più disponibili, più trasformabili e più riciclabili se affrontata con serietà tecnica e responsabilità. Nelle mani dell’artista, la plastica diventa un universo di possibilità: colore che esplode, luce che attraversa le superfici traslucide, volumi che sembrano muoversi, testimoniando non solo la sua leggerezza ma anche l’ansia che suscita. Ogni bottiglia, ogni sacchetto, ogni frammento raccolto da una spiaggia rappresenta una storia di consumo e abbandono, una piccola cicatrice della modernità. L’arte che utilizza plastica post-consumo non è solo arte: è un atto politico, un gesto di responsabilità, un tentativo di ridare dignità a ciò che la società considera rifiuto....ACQUISTA IL LIBRO
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Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?La valorizzazione dei polimeri riciclati passa anche attraverso la soluzione del problema degli odoridi Marco ArezioIn un’ottica di economia circolare i polimeri riciclati che provengono dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata domestica, devono essere valorizzati riuscendo a risolvere anche il problema degli odori. La necessità di utilizzare maggiormente i polimeri riciclati che provengono dal post consumo è ormai diventata una questione primaria per il riciclo delle materie plastiche. Come riportato nell’articolo apparso sul portale della plastica e dell’economia circolare rMIX è necessario che si verifichino due condizioni fondamentali: Rimodulazione delle aspettative estetiche dei prodotti finiti fatti in plastica riciclata Riduzione o cancellazione degli odori che i prodotti fatti con l’input da post consumo portano con se dopo la produzione.Nel primo caso è importante poter produrre più prodotti con plastiche riciclate, specialmente quelli oggi realizzati con plastiche vergini solo per questioni estetiche che si potrebbero definire trascurabili, aumentando così il consumo di rifiuti plastici. Nel secondo caso, il problema dell’odore, condiziona ancora fortemente gli acquisti di granuli riciclati, specialmente in quei paesi dove è meno sentita la problematica della difesa ambientale. Se vogliamo fare un esempio, un flacone del detersivo prodotto con un HDPE riciclato, mantiene dopo la produzione una quota di odore (profumo?) di detersivo che proviene dalla lavorazione dei flaconi della raccolta differenziata, in cui le fragranze dei liquidi contenuti precedentemente rimangono anche dopo il lavaggio. Come vedete non è un problema invalidante per chi dovrà riempire nuovamente il flacone riciclato con liquidi profumati, ma è, ed è stato sempre un tema discusso dagli acquirenti di polimero. Sebbene le cose da questo punto di vista stiano lentamente cambiando, dove si trovano maggiori complicazioni sono quei prodotti fatti con PP o PP/PE o LDPE la cui materia prima ha contenuto residui alimentari, detergenti, cosmetici o dove il processo di rigenerazione presenza delle criticità. I fattori che contribuiscono maggiormente alla creazione degli odori sono rappresentati da: Residui alimentari, che creano processi microbiologici Residui di cosmetici che presentano difficoltà di pulizia durante il lavaggio Tensioattivi che vengono inglobati nelle plastiche Contaminazioni nelle acque di lavaggio del rifiuto plastico Contaminazioni causate dalla degradazione dei polimeri in fase di produzione dei granuli. Ad oggi una soluzione piena e definitiva del problema, da applicare nella produzione su larga scala dei polimeri riciclati, sembra non esserci ancora, infatti, si stanno percorrendo varie strade per cercare di mitigare e, in un futuro risolvere la presenza di questi odori. Copertura degli odori Esistono sul mercato numerosi prodotti, sotto forma di masterbach, che si utilizzano in fase di estrusione o iniezione dei prodotti, contenenti varie fragranze che aiutano a mitigare un odore pungente come può essere quello di alcune produzioni di polimeri. Le fragranze sono numerose: vaniglia, pino, fragola, arancia, limone, lavanda e tante altre. Processi Meccanici Esistono impianti di produzione dei granuli riciclati che, durante la lavorazione degli scarti plastici e della produzione del granulo stesso, riducono in modo sostanziale le fonti che generano gli odori sgradevoli. Questi impianti si basano su una tripla combinazione tra filtrazione, degasaggio e aspirazione delle parti volatili in modo da migliorare il problema. Ricerca scientifica Nello stesso tempo la ricerca sta facendo passi avanti per cercare di individuare, in modo scientifico ed inequivocabile la fonte degli odori dei composti provenienti dalla raccolta differenziata. L’istituto tedesco Fraunhofer Institute for Process and Engineering and Packaging (IVV) sta studiando come migliorare i processi di riciclo dei rifiuti da post consumo. Il lavoro si concentra, con un approccio olfattometrico e analitico, allo studio e la catalogazione degli odori presenti nelle plastiche post consumo, valutandone l’intensità e la provenienza, identificando i materiali che li producono attraverso un’analisi chimica. I dati raccolti da queste catalogazioni scientifiche aiuteranno i ricercatori a trovare processi adatti alla soluzione dei problemi causati dal decadimento microbiologico, dall’invecchiamento della plastica, dai risultati chimici dei processi termici e dai residui delle lavorazioni meccaniche della plastica che causano odori sgradevoli.Controllo analitico degli odori in laboratorioOggi abbiamo comunque la possibilità, attraverso una strumentazione di laboratorio, che unisce l'attività di un gascromatografo (GC) e uno spettrometro a mobilità ionica (IMS) di avere un quadro preciso sull'intensità e sulla natura degli odori che provengono dal rifiuto da riciclare o dalla scaglia o granulo prodotti dalle plastiche post consumo. Questo strumento ci aiuta ad individuare i componenti molesti dal punto di vista odoroso nei rifiuti in ingresso, ma anche sulla materia prima prodotta o sui prodotti finali realizzati con la plastica riciclata, così da stabilire azioni correttive o, con il cliente, un range analitico e non opinabile, del livello odori nei prodotti ed accettato dalle parti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - post consumo
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Sistemi di Sicurezza EMAS: Letti di Arresto per Aerei a Base di Materiali RiciclatiInnovazione e Sostenibilità nella Prevenzione degli Incidenti Fuori Pista negli Aeroporti di Tutto il MondoI letti di arresto per aerei, conosciuti come EMAS (Engineered Materials Arrestor Systems), rappresentano una soluzione tecnologica avanzata per garantire la sicurezza degli aeromobili che potrebbero superare la fine della pista durante l'atterraggio o il decollo. Questi sistemi, sempre più diffusi negli aeroporti di tutto il mondo, sono cruciali per prevenire incidenti potenzialmente catastrofici, salvaguardando sia i passeggeri che gli equipaggi. Composizione e Materiali Gli EMAS sono progettati per assorbire e dissipare l'energia di un aereo in movimento, rallentandolo fino a fermarlo completamente. La loro struttura è composta principalmente da materiali ad alta capacità di assorbimento di energia, tra cui schiuma di cemento e polistirolo espanso. Negli ultimi anni, l’uso di materiali riciclati ha guadagnato attenzione, aggiungendo un valore ambientale significativo al sistema. Ad esempio, plastica riciclata e gomma proveniente da pneumatici dismessi possono essere incorporati nella composizione dei materiali per migliorare la sostenibilità. La schiuma di cemento è una miscela che incorpora aria, creando una struttura porosa ma resistente, mentre il polistirolo espanso è noto per la sua leggerezza e capacità di deformarsi, assorbendo l'energia dell'impatto. I materiali riciclati, oltre a contribuire alla sostenibilità, offrono le stesse proprietà di assorbimento di energia necessarie per la funzionalità del sistema. Realizzazione dei Letti di Arresto per AereiLa costruzione di un letto di arresto EMAS inizia con un'attenta progettazione, volta a determinare la posizione ottimale e le dimensioni del sistema in base al tipo di aeromobili che operano nell'aeroporto e allo spazio disponibile. Successivamente, si prepara il sito destinato all'installazione, che include la livellazione del terreno e la rimozione di eventuali ostacoli. Una volta preparato il sito, i materiali vengono installati con precisione. I pannelli o i blocchi di materiale, compresi quelli riciclati, vengono posizionati e fissati saldamente. L'installazione richiede una grande accuratezza per garantire che il sistema funzioni correttamente in caso di emergenza. Infine, il sistema viene sottoposto a rigorosi test per verificare che rispetti gli standard di sicurezza previsti, inclusi test di resistenza e simulazioni di arresto. Funzionamento dei Letti di Arresto per AereiIl funzionamento degli EMAS si basa su un principio di decelerazione controllata. Quando un aereo esce dalla pista e entra in un letto di arresto, i pneumatici iniziano a sbriciolare il materiale del sistema, creando una resistenza che aumenta progressivamente. Questo processo rallenta l'aereo fino a fermarlo completamente, evitando così potenziali incidenti. Al primo contatto, il materiale si frantuma sotto i pneumatici dell’aereo, incrementando la resistenza man mano che il velivolo avanza. Questo meccanismo di decelerazione è stato progettato per funzionare con una vasta gamma di aeromobili, dai più piccoli ai più grandi, e ha dimostrato la sua efficacia in molte situazioni reali. Applicazioni Note Gli EMAS sono stati implementati con successo in diversi aeroporti a livello globale, dimostrando la loro efficacia in contesti reali. Un esempio notevole è l'Aeroporto Internazionale John F. Kennedy (JFK) di New York, dove gli EMAS hanno fermato in sicurezza numerosi aeromobili che avevano superato la fine della pista. Anche l'Aeroporto Internazionale di Chicago O'Hare utilizza questi sistemi per migliorare la sicurezza delle operazioni aeroportuali. A Miami, gli EMAS sono stati installati per gestire emergenze simili, garantendo la sicurezza di passeggeri e personale. Un altro esempio significativo è l'Aeroporto di Yeager, in West Virginia, dove gli EMAS hanno fermato con successo un jet privato che aveva superato la pista, dimostrando la loro efficacia anche in aeroporti di dimensioni più ridotte. Vantaggi e Limiti Gli EMAS offrono numerosi vantaggi. Innanzitutto, aumentano significativamente la sicurezza aeroportuale, riducendo il rischio di incidenti fuori pista e proteggendo così le vite dei passeggeri e dell'equipaggio. La loro efficacia è comprovata da numerosi incidenti evitati o mitigati grazie a questi sistemi. Inoltre, gli EMAS possono essere installati in aeroporti con spazi limitati, dove l'estensione della pista non è praticabile. L'integrazione di materiali riciclati nei sistemi EMAS contribuisce inoltre a promuovere la sostenibilità ambientale. Tuttavia, esistono anche alcuni limiti. L'installazione e la manutenzione degli EMAS possono essere costose, richiedendo un investimento significativo. Inoltre, richiedono un'area dedicata alla fine della pista, che potrebbe non essere disponibile in tutti gli aeroporti. Infine, i materiali utilizzati nei sistemi EMAS possono degradarsi nel tempo, richiedendo manutenzione regolare per garantire l'efficacia del sistema. Conclusione Gli EMAS rappresentano una soluzione innovativa e efficace per migliorare la sicurezza negli aeroporti, specialmente in contesti con spazi limitati. La loro capacità di fermare in modo controllato e sicuro gli aeromobili in situazioni di emergenza è un elemento chiave nella gestione della sicurezza aeroportuale moderna. Nonostante i costi e la necessità di manutenzione, i benefici in termini di vite umane salvate e incidenti evitati giustificano ampiamente l'investimento in questi sistemi. L'integrazione di materiali riciclati non solo migliora la sostenibilità, ma rappresenta un passo avanti verso un'aviazione più responsabile dal punto di vista ambientale.© Riproduzione Vietata
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Alberto Giacometti – L’uomo sottile dell’esistenzialismoSculture come spiriti: Giacometti e l’angoscia dell’essere nel Dopoguerra di Marco ArezioNel silenzio spezzato delle città europee, dopo la guerra che aveva devastato corpi, anime e architetture, si aggirava l’arte di Alberto Giacometti. Non un’arte gridata, né celebrativa della rinascita industriale o del nuovo trionfo della società dei consumi. Piuttosto, un’arte fatta di figure filiformi, esili come fiammiferi, fragili come ombre evanescenti. Le sculture di Giacometti sono spiriti che attraversano il vuoto del dopoguerra: non personaggi, non eroi, ma esseri umani ridotti all’essenziale, segni verticali che si oppongono alla dispersione, al nulla che li circonda. In esse, la condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo trova la sua forma più sincera, spogliata di retorica e ridotta alla sua nudità metafisica. Un percorso tormentato Nato nel 1901 a Borgonovo, nei Grigioni svizzeri, Giacometti respirò sin da giovane l’aria della pittura grazie al padre Giovanni, artista di rilievo nel panorama elvetico. Dopo la formazione iniziale, si trasferì a Parigi negli anni Venti, frequentando l’Académie de la Grande Chaumière. Qui entrò in contatto con le avanguardie, in particolare il Surrealismo, che ne influenzò la ricerca nelle prime sculture, dense di simboli onirici e di visioni psichiche. Giacometti dialogò con André Breton, Paul Éluard e i circoli intellettuali che ruotavano intorno a questa corrente, ma ben presto avvertì i limiti di un linguaggio troppo chiuso nei meccanismi dell’inconscio collettivo. La sua ossessione, in realtà, era un’altra: la figura umana. Lo sguardo, il volto, il rapporto tra chi osserva e chi è osservato. Nel suo studio angusto di Montparnasse, Giacometti consumava ore intere a tentare di cogliere la presenza di un modello, la vibrazione invisibile che rendeva vivo un corpo. Le sue sculture non nascevano da una spinta decorativa, ma da una battaglia interiore: ridurre la forma fino a raggiungere l’essenza, fino a che la materia non diventasse spirito. Le figure filiformi: anatomia dell’esistenza Dopo l’esperienza bellica, le opere di Giacometti assunsero un volto nuovo e radicale. Le figure si allungarono, si assottigliarono, sembravano smaterializzarsi. Non più carne, ma linee verticali, come se il corpo fosse stato attraversato da un fuoco che ne aveva consumato ogni eccesso. “L’Homme qui marche”, “La Femme debout”, “La Place”: titoli semplici, essenziali, quasi anonimi, che lasciavano spazio all’universalità della condizione umana. Quelle sagome sottili sembravano vivere nell’interstizio tra presenza e assenza. Fragili, isolate, eppure testarde nel rimanere in piedi. Era la rappresentazione più diretta dell’angoscia esistenzialista che attraversava l’Europa del dopoguerra: la percezione di una solitudine incolmabile, di un mondo frammentato, ma anche di una dignità ostinata nel resistere. Le sculture di Giacometti sembrano apparizioni. Non sono individui riconoscibili, ma figure archetipiche, spiriti che ci interrogano con il loro silenzio. Nel loro passo incerto, nella loro immobilità sospesa, risuona la domanda fondamentale: che cosa significa essere uomini, dopo l’orrore della guerra, dopo il crollo delle certezze? Giacometti e l’esistenzialismo Non è un caso che Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, i grandi interpreti della filosofia esistenzialista, abbiano visto in Giacometti un interlocutore privilegiato. Le sue opere, diceva Sartre, erano “sempre in bilico tra essere e nulla”. La condizione dell’uomo, ridotto al suo nucleo fragile, trovava in quelle sculture una trasposizione plastica. Non la grandiosità della forma classica, non la potenza dei corpi michelangioleschi, ma la fragilità di una linea che tenta disperatamente di permanere. Giacometti stesso, nel suo processo creativo, cercava la verità dell’occhio, dello sguardo che non si lascia mai catturare del tutto. La sua ossessione era catturare la distanza tra il sé e l’altro, l’incolmabile vuoto che separa due esistenze. Questo lo avvicina al cuore dell’esistenzialismo: la coscienza dell’isolamento, dell’impossibilità di un possesso totale dell’altro, ma anche la consapevolezza che proprio in questa frattura risiede la nostra condizione umana. Il Dopoguerra e la ricostruzione Le sculture sottili di Giacometti emersero in un periodo in cui l’Europa cercava di rialzarsi, tra macerie fisiche e morali. Accanto al boom economico e alle nuove speranze di progresso, aleggiava un senso di perdita e di smarrimento. L’arte, in quel contesto, poteva assumere due strade: la celebrazione del moderno, con le geometrie dell’astrazione e le promesse della tecnica, oppure la testimonianza del vuoto e del dolore. Giacometti scelse quest’ultima via, consapevole che il compito dell’artista non è consolare, ma rendere visibile ciò che brucia sotto la pelle della società. Il suo lavoro, pur dialogando con le correnti del tempo, rimase solitario, difficile da incasellare. Non era più Surrealismo, non era astrattismo, non era figurazione tradizionale. Era un linguaggio unico, dove il corpo umano diventava simbolo dell’essere, metafora di un’umanità ridotta all’essenziale ma ancora viva. Il messaggio delle sculture Guardare un’opera di Giacometti significa specchiarsi in un fantasma che ci somiglia. Quelle figure sottili ci costringono a fare i conti con la nostra stessa fragilità, con il nostro bisogno di resistere, con la solitudine che ci abita. Sono testimonianze, ma anche ammonimenti: ci ricordano che l’uomo non può mai ridursi a una macchina, a un oggetto tra gli oggetti. Il messaggio non è disperazione, ma consapevolezza. Nella loro sottigliezza, quelle sculture contengono una forza interiore che supera la carne e la materia. Sono anime scolpite nel bronzo, ombre che camminano accanto a noi. La loro fragilità diventa resistenza, la loro solitudine diventa presenza. Conclusione Alberto Giacometti è stato l’artista che più di ogni altro ha saputo tradurre in forma plastica l’essenza del dopoguerra europeo. I suoi uomini sottili sono le nostre paure e le nostre speranze, la nostra solitudine e la nostra forza. In un mondo che ricostruiva fabbriche e città, lui ricostruiva l’uomo, riportandolo alla sua nudità esistenziale. Le sue sculture sono spiriti che ci accompagnano ancora oggi, nella memoria di un secolo ferito ma capace di generare arte immortale.© Riproduzione Vietata
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Guida all’Acquisto di Cuffie per la Musica e le Conversazioni con la Cancellazione del RumoreScopri come scegliere le migliori cuffie per la musica e il per comfort, suono e sostenibilitàdi Marco ArezioAcquistare un paio di cuffie con cancellazione attiva del rumore (ANC) può trasformare il caos in serenità. Ideali per isolarti dal rumore di un treno affollato o immergerti completamente nella tua musica preferita, queste cuffie non sono solo un accessorio tecnologico: rappresentano un investimento per il tuo benessere e per una qualità sonora superiore. Comprendere a fondo come funziona questa tecnologia e conoscere i modelli disponibili sul mercato ti permetterà di fare una scelta informata. Vediamo insieme quali sono gli aspetti principali da considerare e i prodotti che meritano la tua attenzione. Come Funziona la Tecnologia ANC? La tecnologia ANC è un equilibrio tra hardware e software avanzato. Le cuffie raccolgono i suoni dell'ambiente tramite microfoni posizionati strategicamente sia all'interno che all'esterno dei padiglioni. Questi segnali vengono analizzati e neutralizzati generando onde sonore opposte che eliminano il rumore indesiderato. Questo avviene in tempo reale, adattandosi dinamicamente al contesto: che tu sia in un ufficio tranquillo o in una strada affollata, le cuffie garantiscono un'esperienza sonora di alta qualità. Fattori da Considerare Prima dell’Acquisto Comfort e Design: Preferisci modelli over-ear che coprono completamente le orecchie per un comfort maggiore? Oppure cerchi soluzioni più compatte? Valuta materiali come memory foam e fasce imbottite per utilizzi prolungati senza affaticamento. Durata della Batteria: Le cuffie ANC consumano energia. Modelli premium offrono 20-30 ore di autonomia con ANC attivo e funzionalità di ricarica rapida. Connettività: Bluetooth 5.0 o superiore garantisce connessioni stabili. Alcuni modelli supportano accoppiamenti multipoint, permettendoti di connettere più dispositivi contemporaneamente. Qualità Audio: Oltre alla cancellazione del rumore, è importante un suono bilanciato, con bassi profondi e alti nitidi. Se possibile, verifica se il modello supporta codec avanzati come LDAC o aptX. Sostenibilità e Impatto Ambientale: Cerca aziende che adottano pratiche sostenibili, utilizzano materiali riciclati o offrono programmi di riciclo per vecchie cuffie. La Sostenibilità Conta Scegliere cuffie sostenibili significa supportare un ciclo di consumo più responsabile. Sony, ad esempio, utilizza plastica riciclata per le sue cuffie WH-1000XM5 e adotta imballaggi ecologici. Anche Bose contribuisce alla sostenibilità con programmi di riciclo, sebbene non utilizzi materiali riciclati nei suoi prodotti. Anker, dal canto suo, riduce l'uso della plastica negli imballaggi, anche se il focus sui materiali riciclati è meno marcato. Un aspetto cruciale è anche la durabilità: prodotti progettati per durare anni riducono la necessità di sostituzioni frequenti, diminuendo l'impatto ambientale. Alcuni produttori includono componenti modulari e pezzi di ricambio, facilitando le riparazioni e allungando la vita del dispositivo. Confronto tra Tre Modelli Bose QuietComfort 35 II Un classico senza tempo, queste cuffie sono note per la loro cancellazione del rumore impeccabile e per il comfort superiore offerto dai cuscinetti morbidi. Nonostante non siano realizzate con materiali riciclati, Bose offre programmi di riciclo per vecchi dispositivi. L’autonomia arriva fino a 20 ore e la compatibilità con Alexa e Google Assistant è un plus. Sony WH-1000XM5 Le WH-1000XM5 combinano una cancellazione del rumore di alto livello con materiali parzialmente riciclati e imballaggi sostenibili. L’autonomia di 30 ore, unita alla qualità sonora eccellente, le rende ideali per chi cerca il massimo. Funzionalità avanzate come l’ascolto ambientale adattivo migliorano ulteriormente l’esperienza. Anker Soundcore Life Q35 Per chi cerca una soluzione economica ma efficace, le Anker Soundcore Life Q35 offrono una cancellazione del rumore decente, un’autonomia di 40 ore e un suono equilibrato. Sebbene non utilizzino materiali riciclati, l’azienda si impegna a ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi. Conclusione Che tu scelga le Bose QuietComfort 35 II, le Sony WH-1000XM5 o le Anker Soundcore Life Q35, ogni modello offre un’esperienza unica. Valuta le tue priorità: qualità del suono, durata della batteria, comfort e sostenibilità. Investire in un buon paio di cuffie non è solo una scelta personale, ma anche un passo verso un consumo più consapevole e responsabile. Scegliere il prodotto giusto significa non solo ascoltare meglio, ma anche contribuire a un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Eolico Off Shore: Nuovo Progetto nel Regno Unito da 1,5 GWEolico Off Shore: Nuovo Progetto nel Regno Unito da 1,5 GWIl settore della produzione di energia elettrica attraverso l'utilizzo di impianti eolici sta tenendo sempre più in considerazione l'impatto ambientale che questi parchi eolici possono dare al territorio. Si stanno considerando sempre più le istanze delle comunità che preferiscono spostare questi necessari impianti di produzione di energia verde in luoghi che abbiano meno impatto paesaggistico. per questo stanno crescendo i parchi eolici Off Shore, quindi in mare aperto come quello che cerrà costruito da Total e Cig nel Regno Unito.Una joint venture 50/50 tra Green Investment Group (GIG) di Macquarie e Total è riuscita ad assicurarsi i diritti per un contratto di affitto dei fondali marini nella zona delle regioni orientali del paese. Il progetto, che sarà situato al largo della costa orientale del Regno Unito, potrebbe fornire fino a 1,5 gigawatt (GW) di elettricità rinnovabile e rappresenta un significativo investimento iniziale nel settore eolico offshore del Regno Unito per entrambe le società. Quali sono gli obbiettivi? Supportare significative opportunità di lavoro e svolgere un ruolo fondamentale nell'aiutare il Regno Unito a raggiungere il suo ambizioso obiettivo zero emissioni. Consentire ai due partner di espandersi nel Regno Unito, che è il mercato europeo più maturo per l'eolico offshore e offrire prospettive di crescita costanti e una chiara direzione verso il mercato. Sia GIG che Total sono sviluppatori e investitori globali di energia rinnovabile e apportano al progetto competenze significative, capacità tecniche e una comprovata esperienza nello sviluppo energetico di successo. GIG sta fornendo quasi il 50% della capacità eolica offshore del Regno Unito in uso attualmente, mentre Total continua a costruire una forte posizione nell'eolico offshore dopo il suo coinvolgimento nel progetto Seagreen da 1,1 GW al largo della costa orientale della Scozia e in Erebus, un progetto eolico offshore galleggiante da 96 MW nel Mar Celtico, sfruttando la sua lunga attività industriale nel UK. GIG e Total stanno attualmente collaborando in Corea del Sud per co-sviluppare un importante portafoglio di progetti eolici offshore galleggianti. “ Total è lieta di aver ricevuto 1,5 GW come parte del quarto round di leasing eolici offshore da The Crown Estate con il nostro partner GIG. Continuiamo a sostenere gli obiettivi di transizione energetica del Regno Unito. Questo progetto è il nostro più grande sviluppo di energie rinnovabili in Europa, fino ad oggi, e un passo importante verso la nostra ambizione per le emissioni zero per il 2050 ", ha affermato Julien Pouget, Vicepresidente senior Renewables di Total . " Questo successo si basa sulla nostra esperienza storica nell'offshore del Regno Unito e sta aprendo la strada all'espansione della nostra offerta di energia rinnovabile nel paese in linea con la nostra strategia di diventare una società ad ampio raggio ". Mark Dooley, responsabile globale del Green Investment Group, ha dichiarato : “ Con questo investimento, continuiamo il nostro ruolo pionieristico nella transizione energetica del Regno Unito e contribuiamo a stabilire l'eolico offshore come la spina dorsale del suo nuovo sistema energetico a basse emissioni di carbonio. Basandoci sul nostro track record come uno dei maggiori finanziatori del paese di eolico offshore, questo contratto rappresenta un aumento significativo del nostro impegno nel settore nel Regno Unito. Ciò si aggiunge al nostro crescente portafoglio di progetti sull'energia rinnovabile in Europa e fa crescere il nostro posizionamento globale nel settore eolico offshore a oltre 13 GW. " Total e GIG hanno ottenuto questo contratto di affitto con un canone di opzione annuale di £ 83k per MW / anno, durante la fase di sviluppo. Ora ci sarà una valutazione delle normative (HRA) del possibile impatto del progetto sui siti naturali rilevanti nell'area assegnata. Dopo la conclusione positiva di tale processo, gli accordi finali di locazione verranno firmati nel 2022.Vedi maggiori informazioniby Total
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TOTAL acquisisce i punti di Ricarica Elettrici di Blue Point LondonLa società Inglese Blue Point London, che gestisce una parte dei punti di ricarica dei veicoli elettrici a Londra è stata acquisita da TOTALBlue Point London è stata ceduta alla società francese TOTAL secondo quanto dichiarato la stessa Total nell'ultima informativa del gruppo. Continua così la diversificazione dell'azienda di estrazione e trasformazione di idrocarburi nel campo delle energie rinnovabili e della sostenibilità.Total ha firmato l'acquisizione di "Blue Point London" dal Gruppo Bolloré. Con questa transazione, Total acquisisce la gestione e il funzionamento di Source London, la più grande rete di ricarica per veicoli elettrici in tutta la città, che comprende più di 1.600 punti di ricarica su strada. Lanciata nel 2010, l'attuale rete Source London è stata sviluppata in collaborazione con i London Boroughs e attualmente rappresenta più della metà dei punti di ricarica in funzione nella capitale. Le prospettive di crescita di Source London sono supportate dall'ambizione della City di Londra di essere una città a zero emissioni di carbonio entro il 2050, in particolare con l'obiettivo di aumentare di dieci volte il numero di punti di ricarica entro cinque anni. Total si impegna inoltre ad alimentare questa rete di ricarica con energia elettrica garantita al 100% da fonti rinnovabili, che sarà fornita dalla sua controllata Total Gas & Power Limited. Già attiva nell'installazione e gestione di reti di punti di ricarica nella regione metropolitana di Amsterdam (Paesi Bassi) e nella regione di Bruxelles-Capitale (Belgio), questa acquisizione nel Regno Unito rafforza la posizione di Total come attore chiave nella mobilità elettrica in Europa. Il Gruppo prosegue così il suo sviluppo nelle principali città europee, in linea con la sua ambizione di operare più di 150.000 punti di ricarica per veicoli elettrici entro il 2025. "Combinando oggi queste infrastrutture esistenti con il know-how di Total in termini di installazione, funzionamento e gestione delle reti pubbliche di ricarica dei veicoli elettrici, stiamo iniziando una nuova fase, supportando l'espansione della mobilità elettrica a Londra". ha affermato Alexis Vovk, President, Marketing & Services di Total. "In collaborazione con i nostri partner e le autorità locali, saremo in grado di soddisfare sia la forte crescita della domanda di punti di ricarica su strada sia le esigenze di nuove soluzioni di mobilità degli utenti londinesi". Questo trasferimento di attività non avrà alcun impatto per gli attuali utenti del servizio Source London. Questa transazione dovrebbe essere chiusa entro la fine dell'anno. Informazioni su Total nel Regno Unito Total è presente in tutta la catena del valore dell'energia nel Regno Unito. È presente nel Paese da oltre 50 anni e impiega oltre 2.000 persone. A monte, Total è uno dei principali operatori di petrolio e gas del paese, con una produzione azionaria di 189.000 boe / giorno nel 2019. Proviene principalmente da giacimenti offshore operati in tre zone principali: l'area di Alwyn / Dunbar nel Mare del Nord settentrionale, l'Elgin / Aree di Franklin e Culzean nel Mare del Nord centrale e hub Laggan-Tormore nella zona ovest delle Shetland. Total è anche entrata nel mercato delle energie rinnovabili eoliche offshore del Regno Unito, con Erebus al largo della costa del Galles e Seagreen al largo della costa scozzese. A valle, Total è uno dei maggiori fornitori di gas ed elettricità del Regno Unito alle imprese e al settore pubblico. Il Gruppo è inoltre presente nella commercializzazione di prodotti petroliferi tra cui lubrificanti, carburante per aviazione, bitume e fluidi speciali. Info by TOTAL
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PVC Riciclato – Manuale Tecnico - IntroduzioneGuida al riciclo meccanico del PVC: qualità del materiale, formulazioni, trasformazione, difetti, prodotti, mercato e stabilità produttivaManuale tecnico. PVC Riciclato – Manuale Tecnico - Introduzionedi Marco ArezioIl PVC riciclato come materia industriale complessa e governabile Il cloruro di polivinile rappresenta un caso unico nel panorama dei materiali polimerici industriali. Non solo per la sua diffusione capillare nei settori più diversi – edilizia, infrastrutture, elettrotecnica, packaging, medicale, automotive – ma soprattutto per la sua natura intrinsecamente formulativa. A differenza di polimeri come polietilene o polipropilene, nei quali la resina costituisce il fulcro quasi esclusivo delle prestazioni, il PVC esiste industrialmente come sistema complesso, nel quale la catena polimerica è solo il punto di partenza di un equilibrio più articolato. Stabilizzanti, plastificanti, lubrificanti, cariche, modificanti d’impatto e pigmenti non sono accessori, ma elementi strutturali che determinano comportamento, trasformabilità e durabilità del materiale. Questa caratteristica, spesso considerata una complicazione, è in realtà la ragione per cui il PVC si presta in modo particolarmente efficace al riciclo meccanico. Il PVC riciclato non è una semplice “resina rigenerata”, ma una materia industriale stratificata, che incorpora nella propria struttura chimica e fisica la storia delle applicazioni precedenti, dei cicli termici subiti, delle formulazioni adottate nel corso della sua vita utile. Ogni flusso di PVC riciclato porta con sé una memoria tecnica che, se correttamente interpretata, può essere governata e valorizzata. Nel contesto industriale contemporaneo, il PVC riciclato non può più essere trattato come un materiale secondario destinato a impieghi residuali. L’evoluzione delle tecnologie di selezione, lavaggio, compounding ed estrusione ha reso possibile ottenere granuli con livelli di stabilità e ripetibilità compatibili con applicazioni tecniche evolute. Tuttavia, questa possibilità non è automatica. Richiede un approccio progettuale consapevole, che riconosca la complessità del materiale e la trasformi in un sistema controllabile. Dove questa consapevolezza manca, il PVC riciclato diventa imprevedibile; dove è presente, diventa una risorsa industriale competitiva. Uno degli equivoci più diffusi nel settore è l’idea che il PVC riciclato debba “comportarsi come il vergine”. Questo presupposto, oltre a essere tecnicamente infondato, è spesso la causa principale di insuccessi produttivi. Il PVC riciclato non è un sostituto diretto del vergine, ma un materiale con una propria identità tecnica, che richiede criteri di valutazione differenti. Pretendere che risponda agli stessi parametri senza adattare formulazione e processo significa ignorare la natura stessa del materiale. La qualità del PVC riciclato non è un attributo assoluto, ma il risultato di una catena di decisioni coerenti. Origine dello scarto, grado di contaminazione, tipologia di additivi legacy, modalità di rigenerazione, stabilizzazione termica, finestra di processo: ogni elemento contribuisce in modo determinante al risultato finale. In questo senso, il PVC riciclato non può essere giudicato con parametri semplificati o riduttivi. Richiede un’analisi multidimensionale, che tenga conto della funzione d’uso, delle condizioni di trasformazione e delle prestazioni richieste nel tempo. Questo manuale parte da un presupposto chiaro: il PVC riciclato è una materia industriale governabile, non una variabile incontrollabile. Ma la governabilità non è un dato di partenza, è un obiettivo da costruire. Si costruisce attraverso conoscenza tecnica, esperienza di processo e capacità di interpretazione dei segnali che il materiale restituisce durante la trasformazione. Il PVC, più di altri polimeri, comunica in modo evidente le proprie condizioni: variazioni cromatiche, instabilità termiche, difetti superficiali, anomalie dimensionali non sono eventi casuali, ma manifestazioni di equilibri alterati.ACQUISTA IL MANUALEPROMUOVI LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI
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Urban Mining e RAEE: il Giappone scommette sul recupero di oro, rame e metalli critici dai rifiuti elettroniciDalla sicurezza delle forniture industriali alla nuova politica circolare del 2025-2026, ecco perché il Giappone accelera sull’urban mining dei RAEE Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura stimato: 10 minutiUrban mining dei RAEE in Giappone: una strategia industriale, non solo ambientale Quando si parla di urban mining si pensa spesso a una formula suggestiva, quasi giornalistica: scavare nelle città invece che nelle miniere. Nel caso del Giappone, però, questa espressione ha ormai perso il carattere metaforico e descrive una scelta industriale precisa. Il Paese è oggi uno dei maggiori generatori mondiali di rifiuti elettronici: secondo il Global E-waste Monitor 2024, nel 2022 il Giappone ha prodotto circa 2,6 milioni di tonnellate di e-waste, pari a circa 21 kg pro capite, collocandosi tra i primi Paesi al mondo per intensità di produzione di RAEE. Nello stesso anno il pianeta ha generato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, ma solo il 22,3% è stato documentato come raccolto e riciclato correttamente; ancora più significativo è il fatto che appena l’1% della domanda di terre rare sia oggi soddisfatta dal riciclo dei RAEE. Questi numeri spiegano perché il Giappone abbia smesso di trattare i RAEE come un semplice problema di smaltimento. Per Tokyo, l’urban mining è diventato una componente della sicurezza economica nazionale. I documenti energetici e industriali più recenti del governo lo dicono in modo molto chiaro: il Paese dipende quasi totalmente dalle importazioni per le risorse minerarie, e nel caso di litio, cobalto e nichel la dipendenza è indicata come del 100%. Allo stesso tempo, il Strategic Energy Plan del 2025 sottolinea che rame, metalli minori e minerali critici sono essenziali per batterie, motori, semiconduttori e in generale per la transizione digitale ed energetica. Il punto, quindi, non è soltanto recuperare qualche grammo d’oro dagli smartphone dismessi. Il punto è ridurre la vulnerabilità di un’economia avanzata che vive di manifattura, elettronica, auto, batterie, componentistica e materiali funzionali. Il governo giapponese riconosce apertamente che l’incertezza sulle catene di approvvigionamento è cresciuta anche a causa dei controlli all’export introdotti nel 2023 su prodotti legati a gallio, germanio e grafite e nel 2024 su prodotti legati all’antimonio. In altre parole, il recupero dei metalli contenuti nei RAEE non è più una politica ancillare della gestione dei rifiuti, ma un pezzo della strategia di resilienza industriale. Dal simbolo delle Olimpiadi alla realtà dei flussi industriali Il Giappone aveva già mostrato al mondo il potenziale narrativo dell’urban mining con il progetto delle medaglie di Tokyo 2020. Le circa 5.000 medaglie dei Giochi furono prodotte con metalli estratti da telefoni cellulari, piccoli elettrodomestici e altri dispositivi raccolti in tutto il Paese, con un recupero complessivo di 32 kg d’oro, 3.500 kg d’argento e 2.200 kg di rame. Fu un’operazione altamente simbolica, ma non solo simbolica: rese visibile all’opinione pubblica che i rifiuti elettronici sono una riserva materiale già presente sul territorio nazionale. Da allora, però, il discorso giapponese si è spostato dal piano educativo a quello strutturale. Nel rapporto ambientale del 2025, il governo collega la circular economy non soltanto alla riduzione dei rifiuti, ma alla necessità di costruire sistemi che garantiscano materiali riciclati con qualità e quantità compatibili con i fabbisogni dell’industria. Lo stesso documento ricorda che alla fine del 2024 il Consiglio interministeriale sull’economia circolare ha elaborato un “Package for Accelerating the Transition to a Circular Economy”, mentre il Quinto Piano Fondamentale per una Sound Material-Cycle Society, formulato nell’agosto 2024, è stato assunto come strategia nazionale di coordinamento dell’azione pubblica. Non è un dettaglio. Finché il riciclo resta separato dalla manifattura, l’urban mining produce materiali ma non sempre genera filiere stabili. Quando invece il governo spinge sull’integrazione tra chi produce beni e chi tratta rifiuti, il RAEE cambia natura economica: smette di essere un costo da gestire e diventa feedstock industriale. È questo il salto che il Giappone sta cercando di compiere. I dati ufficiali più recenti: raccolta ancora insufficiente, valore dei metalli molto alto Qui emerge il paradosso più interessante. I dati ufficiali più aggiornati disponibili al 26 marzo 2026 per il flusso della piccola elettronica giapponese sono quelli dell’anno fiscale 2023, pubblicati e discussi nei tavoli ministeriali del 2025. Secondo il Ministero dell’Ambiente, nel FY2023 la quantità di piccoli elettrodomestici e dispositivi raccolti e conferiti ai riciclatori è stata di 86.410 tonnellate, in calo di circa il 3% rispetto all’anno precedente e ben lontana dall’obiettivo storico di 140.000 tonnellate annue. Il massimo recente era stato superato nel FY2020 con oltre 102.000 tonnellate; da allora la curva si è indebolita. Le cause individuate dallo stesso governo sono istruttive: stagnazione della raccolta comunale, proliferazione di canali alternativi fuori dal perimetro della legge sulla piccola elettronica, insufficiente consapevolezza dei consumatori e progressiva miniaturizzazione dei dispositivi, che riduce il peso dei flussi raccolti anche quando il numero di pezzi non crolla. È una diagnosi molto concreta: il limite dell’urban mining giapponese oggi non è solo metallurgico, ma logistico, organizzativo e comportamentale. Eppure, dentro queste 86.410 tonnellate c’è una densità di valore che spiega perfettamente perché Tokyo non abbia intenzione di rallentare. Sempre per il FY2023, i riciclatori accreditati hanno ottenuto, dopo selezione e raffinazione, 36.119 tonnellate di ferro, 3.827 tonnellate di alluminio, 2.211 tonnellate di rame, 322 kg d’oro, 3.088 kg d’argento e 38 kg di palladio. Valutando questi metalli ai prezzi di riferimento usati dal ministero al 1° giugno 2024, il solo oro valeva circa 3,76 miliardi di yen, pari a quasi il 40% del valore totale dei metalli considerati; il rame valeva circa 2,43 miliardi di yen, cioè oltre un quarto del totale. Complessivamente, i sette gruppi metallici riportati in tabella arrivavano a circa 9,49 miliardi di yen. Questo è il cuore del tema. L’oro cattura l’attenzione mediatica, ma il vero significato economico dell’urban mining giapponese sta nella combinazione tra metalli preziosi ad alta densità di valore e metalli di base o critici indispensabili alla manifattura avanzata. Se si guarda solo all’oro, si vede una storia brillante; se si guarda al rame, al palladio, al nichel, al cobalto e ai metalli minori, si vede la struttura profonda della politica industriale giapponese. Perché il rame conta quasi quanto l’oro In un Paese manifatturiero come il Giappone, il rame non è un metallo “povero” rispetto all’oro: è un metallo strategico. Il Strategic Energy Plan del 2025 colloca esplicitamente il rame tra i materiali essenziali per batterie di accumulo, motori, semiconduttori e altri prodotti chiave della transizione energetica e digitale. Un altro documento METI del 2025 ribadisce che, con l’avanzata di GX e DX, il governo sta valutando misure per assicurare in modo strategico basi metalliche e minerali critici, “such as copper resources”, necessari all’elettrificazione e agli investimenti industriali interni. Questo spiega perché l’urban mining giapponese non punti solo sui metalli nobili recuperabili dalle schede ad alto contenuto tecnologico. La logica è più ampia: costruire una base domestica di approvvigionamento secondario, capace di integrare miniere estere, stock strategici, raffinazione nazionale e riciclo interno. In questa architettura il rame è il ponte tra il mondo dei RAEE e il mondo della grande industria elettrica ed elettronica. L’oro porta marginalità; il rame porta massa, continuità e compatibilità con le grandi filiere. Come funziona l’urban mining giapponese sul piano industriale Dal punto di vista tecnico-industriale, il Giappone sta cercando di rafforzare quello che nei documenti ambientali viene definito coordinamento tra industrie “arteriali” e “venose”: da un lato manifattura e distribuzione, dall’altro gestione del rifiuto, selezione, smontaggio, trattamento e raffinazione. L’obiettivo è creare un sistema che fornisca materiali riciclati nella qualità e nella quantità richieste dai produttori. È una formulazione importante, perché supera la vecchia idea del riciclo come attività residuale e lo riconosce come infrastruttura industriale. Anche sul territorio questo approccio prende forma concreta. Nel rapporto ambientale 2025 il governo cita il caso di Kitakyushu come il più grande Eco-Town giapponese, con 25 imprese del riciclo attive a marzo 2025 e circa 1.000 posti di lavoro creati. Lo stesso distretto viene presentato come un luogo in cui si stanno sviluppando sistemi di riciclo per pannelli fotovoltaici, batterie ricaricabili per auto, risorse alimentari e altri flussi complessi. In altre parole, l’urban mining non viene concepito come un settore isolato, ma come parte di una geografia industriale della circular economy. Su questa base territoriale si appoggia una metallurgia avanzata già molto sviluppata. DOWA dichiara di poter riciclare fino a 22 elementi metallici differenti e, nel sito di Kosaka, produce quasi 20 diversi metalli di valore, tra cui oro, argento, rame, indio, gallio, antimonio, platino, rodio e palladio. JX Advanced Metals afferma di utilizzare materie prime minerarie e flussi riciclati provenienti da elettrodomestici e apparecchiature elettroniche a fine vita per produrre rame raffinato con purezza superiore al 99,99%, oltre a metalli preziosi e minori come sottoprodotti del processo fusorio. Mitsubishi Materials, infine, definisce “world-class” la propria capacità di trattamento dell’e-scrap e indica un target di 240.000 tonnellate annue di capacità entro il 2030. La vera accelerazione del 2025-2026 La novità più rilevante, oggi, è che il Giappone non si limita a valorizzare impianti e competenze esistenti, ma sta cercando di scalarli con nuovi strumenti legislativi e nuovi investimenti. L’Act Concerning Sophistication of Recycling Business, etc. to Promote Resource Circulation mira esplicitamente a promuovere decarbonizzazione, sicurezza dell’approvvigionamento e disponibilità di risorse riciclate in qualità e quantità adeguate, istituendo un sistema di autorizzazione e certificazione nazionale per l’innalzamento qualitativo del riciclo. Nel grande piano d’azione economico del 2024, il governo scrive inoltre che, sulla base di questo nuovo atto, intende certificare più di 100 progetti avanzati di resource circulation in tre anni. Ancora più indicativo è l’obiettivo quantitativo fissato per l’e-scrap: portare il volume di trattamento del riciclo di rottami elettronici a circa 500.000 tonnellate entro il 2030, cioè un aumento del 50% rispetto al 2020, sostenendo investimenti in impianti e hub. Questo passaggio è forse il segnale più netto del fatto che l’urban mining dei RAEE sia ormai considerato una leva industriale nazionale. Anche il 2026 mostra segnali di accelerazione internazionale. Nel Joint Fact Sheet Giappone-USA del 20 marzo 2026, METI segnala l’interesse di Mitsubishi Materials a sviluppare una futura attività di riciclo delle terre rare in Giappone con ReElement Technologies e ricorda il progetto Exurban negli Stati Uniti, incentrato su una fonderia secondaria che usa solo rottami, come schede elettroniche esauste, per produrre rame, nichel, stagno, oro, argento e metalli del gruppo del platino. Pochi giorni dopo, il 24 marzo 2026, ITOCHU ha annunciato con la controllata Belong la nascita di ERI Japan, joint venture con il grande operatore statunitense ERI per sviluppare il riciclo di apparecchiature IT in Giappone; la stessa nota collega l’operazione al nuovo quadro legislativo del novembre 2025 e alla crescita prevista del mercato IT asset disposition. I limiti reali dell’urban mining dei RAEE Sarebbe però un errore presentare l’urban mining come la soluzione totale alla questione dei minerali critici. Gli stessi dati globali dicono che, nonostante l’enorme valore potenziale dei RAEE, oggi solo l’1% della domanda di terre rare è soddisfatta dal riciclo dell’e-waste. Ciò significa che l’urban mining può diventare un pilastro importante delle filiere, ma non sostituisce integralmente l’estrazione primaria. La sua forza sta soprattutto nel ridurre dipendenze, recuperare valore già disperso nei consumi, abbattere parte degli impatti ambientali dell’estrazione e offrire una fonte domestica complementare di metalli. Il governo giapponese mostra di essere consapevole anche di un altro limite: non basta raccogliere rifiuti elettronici, bisogna farlo in modo selettivo, tracciabile e compatibile con le esigenze industriali. Per questo insiste su raccolta differenziata più ampia, tecnologie di smontaggio, frantumazione e selezione, sistemi digitali, AI e cooperazione tra produttori e operatori del riciclo. La sfida non è soltanto “riciclare di più”, ma “riciclare meglio”, in modo che il materiale secondario possa davvero sostituire una quota crescente di materia prima vergine nelle catene del valore giapponesi. Perché il Giappone può fare scuola Il caso giapponese è particolarmente interessante perché unisce tre dimensioni che altrove sono spesso separate. La prima è la cultura del recupero, resa visibile anche in chiave pubblica con il progetto olimpico. La seconda è la presenza di un’industria metallurgica sofisticata, capace di recuperare molti elementi con processi integrati di selezione, fusione e raffinazione. La terza è la scelta politica di trattare la circular economy come una questione di competitività, non solo di sostenibilità. Non a caso, METI stima per la “resource autonomous circular economy” un mercato da 80 trilioni di yen nel 2030 e da 120 trilioni di yen nel 2050. Per chi osserva l’evoluzione del riciclo in Europa o in Italia, il Giappone offre dunque una lezione importante. L’urban mining funziona davvero quando esistono insieme normativa, raccolta, impianti, tecnologia metallurgica, domanda industriale e una regia pubblica che considera il metallo riciclato come materia strategica. Se manca uno di questi anelli, il sistema rallenta. Se invece questi anelli vengono coordinati, il RAEE smette di essere un rifiuto per diventare un deposito urbano di risorse ad alto valore. Conclusioni Il Giappone accelera sull’urban mining dei RAEE perché ha capito prima di altri che la battaglia per i metalli del XXI secolo non si giocherà solo nelle miniere tradizionali, ma anche dentro le città, gli impianti di selezione, le fonderie secondarie e le catene di ritiro dell’elettronica a fine vita. Oro, rame, palladio e metalli critici contenuti nei rifiuti elettronici non rappresentano solo un’opportunità ambientale: rappresentano un’assicurazione industriale contro la volatilità geopolitica, un fattore di decarbonizzazione e una base concreta per la competitività manifatturiera. Per questo, più che un capitolo della gestione rifiuti, l’urban mining giapponese va letto come una politica di sovranità materiale. E i dati più recenti mostrano che, pur con limiti ancora evidenti nella raccolta, il Paese sta già costruendo le condizioni per trasformare i RAEE da problema urbano a riserva strategica nazionale. FAQ Che cosa significa urban mining dei RAEE? Significa recuperare metalli e altre materie prime da rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, trattando smartphone, computer, piccoli elettrodomestici e schede elettroniche come una fonte secondaria di risorse. Nel caso giapponese questa attività è ormai inserita in una strategia nazionale di economia circolare e sicurezza delle forniture. Perché il Giappone punta soprattutto sui RAEE? Perché il Giappone genera grandi quantità di rifiuti elettronici, dipende quasi totalmente dalle importazioni minerarie e considera rame, metalli minori e minerali critici essenziali per batterie, motori e semiconduttori. L’urban mining riduce quindi sia la pressione ambientale sia la vulnerabilità strategica delle filiere industriali. Quali sono i dati ufficiali più recenti sulla piccola elettronica in Giappone? Gli ultimi dati ufficiali consolidati disponibili al 26 marzo 2026 sono quelli del FY2023: 86.410 tonnellate raccolte, con recuperi di 2.211 tonnellate di rame, 322 kg d’oro, 3.088 kg d’argento e 38 kg di palladio, oltre a grandi quantità di ferro e alluminio. L’urban mining può sostituire del tutto le miniere tradizionali? No. Può integrare in modo rilevante le forniture e aumentare la sicurezza materiale, ma non sostituisce completamente l’estrazione primaria. A livello globale, il Global E-waste Monitor 2024 ricorda che solo l’1% della domanda di terre rare è oggi coperta dal riciclo dei RAEE. Quali aziende giapponesi sono protagoniste dell’urban mining? Tra gli attori più importanti ci sono DOWA, che dichiara il recupero di 22 elementi metallici, JX Advanced Metals, che produce rame raffinato oltre il 99,99% anche da flussi riciclati, e Mitsubishi Materials, che punta a 240.000 tonnellate annue di capacità di trattamento e-scrap entro il 2030. Qual è l’obiettivo del Giappone per l’e-scrap al 2030? Il piano d’azione economico del governo indica l’obiettivo di portare il volume di trattamento dell’e-scrap a circa 500.000 tonnellate entro il 2030, pari a un aumento del 50% rispetto al 2020, sostenendo investimenti in impianti e hub di riciclo avanzato. Fonti Ministero dell’Ambiente del Giappone, Annual Report on the Environment in Japan 2025 e capitolo su economia circolare. Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria del Giappone, Strategic Energy Plan 2025. METI, documenti su politica industriale 2024-2025 e mercato della circular economy. Ministero dell’Ambiente del Giappone, documenti 2025 sulla piccola elettronica e sul recupero di metalli da RAEE. METI e Ministero dell’Ambiente del Giappone, risultati FY2023 della legge sul riciclo dei grandi elettrodomestici. E-Waste Monitor / UNITAR / ITU, Global E-waste Monitor 2024. Governo del Giappone, progetto medaglie Tokyo 2020 da “urban mine”. Testi ufficiali e outline della legge giapponese sulla sofisticazione del riciclo e della resource circulation. Fonti aziendali ufficiali: DOWA, JX Advanced Metals, Mitsubishi Materials, ITOCHUImmagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Riduzione degli HCFC: Successi e Prospettive nella Protezione dello Strato di OzonoIl Calo Anticipato degli HCFC e l'Impatto del Protocollo di Montreal sulla Rigenerazione dell'Ozonodi Marco ArezioNegli ultimi decenni, la comunità internazionale ha compiuto notevoli progressi nella protezione dello strato di ozono, fondamentale per schermare la Terra dalle dannose radiazioni ultraviolette (UV). Un elemento chiave di questo successo è stata la riduzione delle concentrazioni atmosferiche di idroclorofluorocarburi (HCFC), sostanze chimiche utilizzate principalmente come refrigeranti. Il Ruolo degli HCFC nella Distruzione dell'Ozono Gli HCFC sono stati introdotti come sostituti temporanei dei clorofluorocarburi (CFC), noti per il loro significativo impatto negativo sullo strato di ozono. Sebbene gli HCFC siano meno dannosi rispetto ai CFC, contengono comunque atomi di cloro che, una volta rilasciati nell'atmosfera, possono degradare le molecole di ozono. Questo processo avviene quando gli HCFC raggiungono la stratosfera e vengono scomposti dai raggi UV, liberando atomi di cloro che catalizzano la decomposizione dell'ozono in ossigeno molecolare. Il Protocollo di Montreal: Un Modello di Cooperazione Globale L'adozione del Protocollo di Montreal nel 1987 ha segnato una svolta nella lotta contro la distruzione dello strato di ozono. Questo trattato internazionale ha imposto una graduale eliminazione della produzione e dell'uso di sostanze ozono-lesive, inclusi CFC e HCFC. Grazie a questo accordo, quasi 100 sostanze chimiche dannose sono state regolamentate, portando a una significativa riduzione delle emissioni globali. Riduzione Anticipata degli HCFC: Un Successo Inaspettato Studi recenti hanno evidenziato che i livelli atmosferici di HCFC hanno raggiunto il picco nel 2021, cinque anni prima di quanto previsto, e sono ora in diminuzione. Questo risultato è attribuito all'efficacia del Protocollo di Montreal e all'impegno globale nell'adottare alternative più sicure. La diminuzione anticipata degli HCFC non solo contribuisce alla rigenerazione dello strato di ozono, ma riduce anche l'impatto sul cambiamento climatico, poiché molti di questi composti sono potenti gas serra. L'Emendamento di Kigali: Affrontare le Nuove Sfide Nonostante i progressi, la comunità internazionale ha riconosciuto la necessità di affrontare le sfide emergenti legate agli idrofluorocarburi (HFC), introdotti come sostituti degli HCFC. Sebbene gli HFC non danneggino lo strato di ozono, possiedono un elevato potenziale di riscaldamento globale. Per questo motivo, nel 2016 è stato adottato l'Emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal, che prevede una riduzione graduale della produzione e del consumo di HFC. L'obiettivo è diminuire l'uso di questi gas di oltre l'80% nei prossimi 30 anni, prevenendo un aumento della temperatura globale fino a 0,5°C entro il 2100. Prospettive Future e Importanza della Vigilanza Continua La riduzione degli HCFC rappresenta un esempio tangibile di come la cooperazione internazionale possa affrontare efficacemente le sfide ambientali globali. Tuttavia, è essenziale mantenere una vigilanza costante per monitorare l'emergere di nuove sostanze potenzialmente dannose e garantire l'adozione tempestiva di misure preventive. La ricerca e lo sviluppo di alternative ecocompatibili devono rimanere una priorità per assicurare la protezione a lungo termine dello strato di ozono e del clima globale. Conclusioni Il calo anticipato degli HCFC evidenzia l'efficacia delle politiche ambientali globali e sottolinea l'importanza di un impegno continuo nella protezione del nostro pianeta. La storia del Protocollo di Montreal dimostra che, attraverso la collaborazione internazionale e l'adozione di misure basate su evidenze scientifiche, è possibile affrontare con successo le crisi ambientali e promuovere un futuro sostenibile per le generazioni a venire.© Riproduzione Vietata
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Il Silenzio del Tempo Perduto. Capitolo 2: Il Futuro nelle loro maniIl Silenzio del Tempo Perdutodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Silenzio del Tempo Perduto. Capitolo 2: Il Futuro nelle loro mani Quando arrivò a casa, Giulia trovò una lettera sulla porta. Era da parte di Sara e Marco, scritta a quattro mani. "Mamma, grazie per essere venuta a trovarci. Ci hai reso felici e ci hai fatto sentire quanto siamo amati. Non vediamo l'ora di rivederti presto. Con tutto il nostro amore, Sara e Marco." Giulia si sedette sulla poltrona, con la lettera stretta al petto. Sentì una pace profonda avvolgerla. La casa era ancora silenziosa, ma non era più un silenzio vuoto. Era un silenzio pieno di amore, di ricordi, di speranza per il futuro. E così, Giulia continuò a vivere ogni giorno con gratitudine, sapendo che, nonostante tutto, l'essenza della famiglia e dell'amore che aveva costruito con i suoi figli sarebbe sempre stata con lei, rendendo ogni momento prezioso e indimenticabile. Giulia ripose la lettera con cura, sentendo una profonda gratitudine per i suoi figli. Ogni parola scritta da Sara e Marco le aveva toccato il cuore, facendole capire che il legame che avevano costruito era indistruttibile. Decise di trovare nuove attività per riempire le sue giornate, così da rendere il silenzio della casa meno opprimente. Iniziò con il giardinaggio, un hobby che aveva sempre trovato rilassante. Passava ore nel suo giardino, piantando nuovi fiori, potando le piante e sistemando i sentieri. Il lavoro manuale la faceva sentire connessa con la natura e le dava un senso di realizzazione. Le fioriture che esplodevano di colori e profumi erano un simbolo di rinascita e speranza. Oltre al giardinaggio, Giulia si iscrisse a un corso di pittura. Ogni settimana, andava in uno studio locale dove incontrava altre persone che condividevano la sua passione per l'arte. Iniziò a dipingere paesaggi, ritratti e scene quotidiane, trovando una nuova forma di espressione che le permetteva di canalizzare le sue emozioni. La pittura divenne una sorta di terapia, un modo per esplorare il suo mondo interiore e trasformare la nostalgia in creatività. Durante una delle sue lezioni, Giulia fece amicizia con una donna di nome Laura, che aveva una storia simile alla sua. I loro figli erano cresciuti e avevano lasciato il nido, e anche Laura stava cercando modi per riempire il vuoto. Le due donne iniziarono a vedersi regolarmente, scambiandosi consigli e supporto, diventando una fonte di forza l'una per l'altra. Una sera, mentre Giulia e Laura chiacchieravano davanti a una tazza di tè, Laura propose un'idea che cambiò la vita di Giulia. "Perché non organizziamo un gruppo di supporto per altre madri come noi?" disse Laura, con gli occhi brillanti di entusiasmo. "Potremmo incontrarci una volta alla settimana, condividere le nostre esperienze, e magari fare qualcosa di utile per la comunità." Giulia ci pensò su e sentì una scintilla di entusiasmo accendersi dentro di lei. "Mi sembra un'ottima idea. Penso che potrebbe fare davvero la differenza per molte persone." E così, nacque il gruppo "Nuovi Inizi". Ogni settimana, Giulia e Laura accoglievano madri e padri che si trovavano nella stessa situazione, creando uno spazio sicuro dove poter parlare apertamente delle loro emozioni e delle loro sfide. Organizzavano attività di volontariato, come visitare case di riposo o organizzare eventi per i bambini del quartiere, trovando nuovi modi per restituire alla comunità e sentirsi utili. Col passare del tempo, Giulia si rese conto che non solo aveva trovato un modo per affrontare la solitudine, ma aveva anche costruito una rete di supporto che arricchiva la sua vita in modi che non avrebbe mai immaginato. Le settimane passavano veloci, piene di attività e di nuovi legami, e Giulia sentiva una rinascita dentro di sé. Un giorno, mentre era nel giardino, ricevette una chiamata da Marco. "Mamma, ho delle grandi novità!" esclamò Marco con entusiasmo. "Dimmi tutto, tesoro," rispose Giulia, sorridendo. "Ho ottenuto uno stage presso una grande azienda ingegneristica. È una grande opportunità e sono davvero eccitato!" "Oh, Marco, sono così fiera di te!" esclamò Giulia, sentendo una gioia immensa. "Sapevo che ce l'avresti fatta." Qualche giorno dopo, ricevette una chiamata anche da Sara. "Mamma, sono stata selezionata per un programma di scambio in Europa. Partirò il prossimo mese per sei mesi!" disse Sara con entusiasmo. "Che meraviglia, Sara! È un'opportunità incredibile. Non vedo l'ora di sentire tutte le tue avventure." Giulia si sentiva immensamente orgogliosa dei suoi figli. Ogni traguardo che raggiungevano era una testimonianza del loro impegno e della loro determinazione. E anche se la distanza tra loro sarebbe aumentata temporaneamente, sapeva che il loro legame restava forte. Con il tempo, Giulia imparò a trovare un equilibrio tra i momenti di nostalgia e quelli di gratitudine. La sua casa era ancora piena di ricordi, ma ora era anche un luogo di nuove esperienze, di amicizie e di crescita personale. Un pomeriggio, seduta in giardino con un libro, Giulia alzò lo sguardo verso il cielo azzurro e si sentì in pace. Aveva trovato un modo per trasformare il silenzio in un'opportunità di rinascita, per sé e per gli altri. E mentre il sole tramontava, colorando il cielo di sfumature dorate, Giulia sapeva che, qualunque cosa il futuro le riservasse, era pronta ad affrontarla con il cuore aperto e la mente serena. Perché la vita è un continuo viaggio di scoperta, di amore e di crescita, e Giulia aveva imparato a vivere ogni momento con gratitudine e speranza. Con il passare dei mesi, il gruppo "Nuovi Inizi" divenne una comunità vibrante e solidale. Le attività di volontariato crebbero, e Giulia trovò grande soddisfazione nel vedere l'impatto positivo che il gruppo aveva sulla vita di tante persone. Organizzavano eventi, raccolte di fondi e momenti di condivisione che rafforzavano i legami tra i membri e portavano gioia a chi ne aveva più bisogno. Un giorno, durante una delle riunioni settimanali, Laura propose di organizzare un grande evento per il quartiere: una festa della comunità, dove grandi e piccoli potessero riunirsi per celebrare la solidarietà e il senso di appartenenza. Giulia accettò con entusiasmo l'idea e, insieme, iniziarono a pianificare ogni dettaglio. La festa della comunità si tenne in un soleggiato pomeriggio di primavera. Il parco del quartiere si riempì di tavoli decorati, stand di cibo e giochi per bambini. Il gruppo "Nuovi Inizi" aveva coinvolto tutti: famiglie, anziani, giovani e persino le scuole locali. Il parco risuonava di risate e musica, e l'atmosfera era carica di energia positiva. Giulia camminava tra la folla, osservando le persone divertirsi, e sentiva il cuore colmo di gratitudine. Aveva trasformato la sua solitudine in una forza motrice che aveva unito la comunità e creato nuovi legami. Si fermò a uno stand dove un gruppo di bambini stava giocando a un gioco da tavolo. Tra loro, riconobbe alcuni volti familiari: erano i figli di alcune madri del gruppo, che giocavano insieme con la stessa gioia che ricordava nei suoi figli. Mentre osservava la scena, sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Si girò e vide Laura, con un sorriso radioso sul volto. "Ce l'abbiamo fatta, Giulia. Guarda che bellezza abbiamo creato insieme," disse Laura con orgoglio. "Sì, è meraviglioso. Non avrei mai immaginato tutto questo," rispose Giulia, commossa. Giulia sentì una gioia immensa e la condivisione di queste emozioni con Laura rese il momento ancora più speciale. La festa continuò fino al tramonto, e quando finalmente tutto si concluse, Giulia si sedette su una panchina, osservando le luci della città che iniziavano ad accendersi. Sentiva una profonda soddisfazione per tutto ciò che avevano realizzato e per il futuro che si stava delineando. La vita continuava a sorprenderla con nuove opportunità e connessioni. Aveva imparato che, anche nei momenti di solitudine, poteva trovare forza e scopo nel servire gli altri e nel costruire legami significativi. Il giorno dopo, Giulia ricevette una chiamata da Sara e Marco in videochiamata. Volevano condividere le loro emozioni e le loro esperienze recenti. Guardando i volti dei suoi figli attraverso lo schermo, Giulia sentì una connessione ancora più profonda. Parlò loro della festa della comunità, del gruppo "Nuovi Inizi" e di come aveva trovato una nuova famiglia tra le persone che aveva incontrato. "Mamma, sei incredibile. Sei un'ispirazione per tutti noi," disse Sara con ammirazione. "Sì, mamma. Siamo così fieri di te," aggiunse Marco. Giulia sorrise, con le lacrime agli occhi. "Grazie, ragazzi. Anche voi siete la mia ispirazione. Continuate a seguire i vostri sogni e a vivere con passione. Io sarò sempre qui per voi, ovunque mi trovi." Chiusa la chiamata, Giulia si sentì più forte e più serena. Aveva trovato un modo per vivere appieno, trasformando le sfide in opportunità e la solitudine in una fonte di connessione e amore. La casa era ancora silenziosa, ma ora quel silenzio era riempito di ricordi, di speranza e di un nuovo senso di scopo. E così, Giulia continuò il suo viaggio, sapendo che la vita è un susseguirsi di capitoli, ognuno con la sua bellezza unica. E lei, con il cuore aperto e la mente serena, era pronta a vivere ogni momento con gratitudine e amore. Aveva sempre cercato di essere forte per i suoi figli. Anche quando il medico le aveva dato la notizia devastante, aveva deciso di non dire nulla a Sara e Marco. Voleva proteggerli, permettere loro di continuare a vivere le loro vite senza il peso della sua malattia. Sapeva che la distanza avrebbe reso tutto ancora più difficile e, in fondo, sperava che il trattamento avrebbe funzionato e che non ci sarebbe stato bisogno di preoccuparli. I mesi successivi furono un turbine di visite mediche, trattamenti e momenti di solitudine. Giulia si aggrappava alla speranza e alla forza che aveva trovato nel gruppo "Nuovi Inizi" e nelle sue nuove attività. Laura era stata un supporto inestimabile, sempre presente per offrirle un orecchio attento e un abbraccio quando ne aveva bisogno. Ogni volta che parlava con Sara e Marco, nascondeva il dolore dietro un sorriso. Raccontava loro delle attività del gruppo, delle sue nuove amicizie e dei progetti per il futuro. Ma ogni notte, quando si trovava sola nella sua stanza, il peso della malattia e della solitudine si faceva sentire. Una sera, durante una delle riunioni del gruppo, Giulia non riuscì più a trattenere le lacrime. Mentre tutti condividevano le loro storie e le loro sfide, Giulia sentì che era il momento di rivelare la sua verità. Con la voce tremante, iniziò a parlare. "Voglio condividere qualcosa con voi. Da mesi sto combattendo contro una malattia... e ho nascosto tutto ai miei figli. Ho cercato di essere forte, di proteggerli, ma non posso più farlo da sola." Laura le prese la mano, stringendola con forza. "Siamo qui per te, Giulia. Non sei sola in questo." Il supporto del gruppo le diede la forza di affrontare la verità. Quella stessa notte, decise di chiamare Sara e Marco. Si sedette sul letto, il cuore che batteva forte, e prese il telefono. Iniziò con Sara, che rispose subito, con il solito entusiasmo. "Ciao, mamma! Come stai?" Giulia prese un respiro profondo. "Ciao, tesoro. Devo parlarti di qualcosa di importante. Non è facile, ma devi saperlo." Il tono di Sara cambiò immediatamente. "Mamma, cosa c'è che non va? Mi stai spaventando." "Da qualche mese sto combattendo contro una malattia. Ho deciso di non dirvelo subito perché volevo proteggervi, ma ora ho bisogno di voi." Sara rimase in silenzio per un attimo, poi la sua voce si spezzò. "Mamma, perché non ce l'hai detto? Siamo qui per te, ti avremmo aiutato. Cosa possiamo fare adesso?" "Ho solo bisogno che mi siate vicini, anche se a distanza. E sapere che mi amate è il miglior supporto che posso avere." Dopo aver parlato con Sara, Giulia chiamò Marco. Anche lui rispose subito, con la sua solita dolcezza. "Ciao, mamma! Come stai?" Giulia ripeté la stessa conversazione, e sentì lo stesso silenzio carico di emozione dall'altra parte della linea. "Mamma, ti raggiungo subito. Devo essere lì con te," disse Marco, con determinazione. "Non c'è bisogno, amore. Continua con i tuoi impegni. Sapere che mi pensate e mi sostenete è già abbastanza." Nei giorni successivi, Giulia sentì un'ondata di amore e supporto da parte dei suoi figli. Sara e Marco la chiamavano regolarmente, mandavano messaggi di incoraggiamento e promesse di visita. Anche Laura e il gruppo "Nuovi Inizi" le erano sempre vicini, offrendo il loro sostegno in ogni momento. Il trattamento continuava e le giornate erano difficili, ma Giulia si sentiva più forte sapendo di non essere sola. Aveva finalmente condiviso il suo fardello e, sebbene la strada fosse ancora lunga, sapeva di avere un esercito di amore e supporto al suo fianco. Una mattina, mentre il sole filtrava attraverso le tende della sua camera, Giulia ricevette un messaggio da Marco: "Mamma, ho preso un volo. Sarò lì domani. Ti voglio bene." Il giorno seguente, Sara e Marco arrivarono insieme. Giulia li accolse con lacrime di gioia, sentendo una nuova speranza crescere dentro di lei. Passarono giorni a parlare, a ridere e a sostenersi a vicenda. La presenza dei suoi figli le dava una forza nuova, una ragione per continuare a lottare. E così, con il supporto di Sara, Marco, Laura e il gruppo "Nuovi Inizi", Giulia affrontò la sua battaglia con coraggio. Ogni giorno era una nuova sfida, ma anche un nuovo inizio, un'opportunità di vivere con amore e gratitudine. Perché, alla fine, la forza dell'amore e della famiglia era ciò che rendeva ogni momento prezioso e degno di essere vissuto. E Giulia sapeva che, qualunque cosa accadesse, avrebbe continuato a lottare, circondata dall'affetto delle persone che amava. Con il passare dei mesi, la malattia di Giulia progredì nonostante i trattamenti e il supporto incondizionato dei suoi figli e amici. Ogni giorno era una nuova battaglia, e anche se la sua forza di volontà era incrollabile, il suo corpo iniziava a cedere. Sara e Marco rimasero costantemente al suo fianco, alternandosi per essere presenti quanto più possibile. Una sera, mentre la famiglia era riunita nel salotto di casa, Giulia sentì il bisogno di parlare con i suoi figli di qualcosa di importante. Con un sorriso affettuoso, chiese loro di sedersi vicino a lei. Sara e Marco, intuendo la gravità del momento, le presero le mani e si prepararono ad ascoltare. "Sapete quanto vi amo," iniziò Giulia, con la voce tremante ma risoluta. "E quanto sono orgogliosa di voi. Siete la mia luce e la mia forza. Vorrei darvi qualcosa che va oltre le parole, un testamento morale che vi guidi nella vostra vita." Sara e Marco si scambiarono uno sguardo, i loro occhi lucidi di lacrime trattenute. "Prima di tutto, voglio che ricordiate sempre di vivere con integrità. Siate onesti con voi stessi e con gli altri. La verità è il fondamento di ogni rapporto significativo, e senza di essa, tutto crolla." "Ricordate di essere gentili," continuò Giulia. "La gentilezza non è un segno di debolezza, ma di grande forza. In ogni situazione, cercate di capire gli altri, di offrire un sorriso, un gesto di conforto. Il mondo ha bisogno di più gentilezza, e voi potete fare la differenza." Si fermò per un attimo, prendendo un respiro profondo. "Siate coraggiosi. La vita vi presenterà sfide e momenti difficili, ma affrontateli con coraggio. Non abbiate paura di seguire i vostri sogni, anche quando sembrano impossibili. Il coraggio vi porterà lontano." Giulia strinse le mani dei suoi figli con più forza. "Non dimenticate mai l'importanza della famiglia. Tenetevi stretti, sostenetevi a vicenda. La famiglia è il vostro porto sicuro, il luogo dove troverete sempre amore e comprensione. Anche quando sarete lontani, il legame che avete vi terrà uniti." Sara e Marco non riuscirono più a trattenere le lacrime. "Mamma, non possiamo immaginare la nostra vita senza di te," disse Marco, la voce rotta dall'emozione. "Non sarò mai davvero lontana," rispose Giulia con dolcezza. "Sarò sempre con voi, nei vostri cuori, nelle vostre azioni. Continuate a vivere con amore, con passione, con dedizione. Questo è il mio desiderio per voi." Fece una pausa, guardando i suoi figli con un amore infinito. "Infine, ricordate di essere grati. La gratitudine trasforma ciò che avete in abbastanza e più di abbastanza. Apprezzate le piccole cose, i momenti di gioia, le persone che incontrate lungo il cammino. La gratitudine vi darà la forza di affrontare ogni giorno con un cuore pieno." Giulia sentì un’ondata di stanchezza travolgerla, ma anche una profonda pace. Aveva detto tutto ciò che era importante, tutto ciò che voleva lasciare in eredità ai suoi figli. Sara e Marco la abbracciarono stretta, promettendole che avrebbero sempre tenuto a mente le sue parole. Nelle settimane successive, Giulia si indebolì ulteriormente, ma sentiva il calore dell’amore dei suoi figli e degli amici che la circondavano. Laura e i membri del gruppo "Nuovi Inizi" continuavano a farle visita, portandole conforto e gioia. Una notte, mentre il vento soffiava leggero fuori dalla finestra e la luna illuminava debolmente la stanza, Giulia si addormentò serenamente, circondata da Sara e Marco. Il suo ultimo respiro fu un sospiro di sollievo e di pace, sapendo che aveva lasciato ai suoi figli non solo l’amore, ma anche la saggezza e i valori che li avrebbero guidati per il resto della loro vita. Il giorno del funerale, la chiesa era gremita di persone che avevano conosciuto e amato Giulia. Ognuno di loro aveva un ricordo speciale da condividere, un gesto di gentilezza, una parola di conforto che Giulia aveva donato loro. Sara e Marco, sebbene addolorati, sentivano il peso della responsabilità di onorare la memoria della loro madre vivendo secondo i principi che lei aveva instillato in loro. Mentre la bara veniva calata nella terra, Sara prese la mano di Marco e, con una voce tremante ma decisa, disse: "Mamma, continueremo a vivere secondo i tuoi insegnamenti. Sarai sempre con noi." Marco annuì, stringendo la mano della sorella. "Sì, mamma. Ti renderemo orgogliosa." E così, la vita di Giulia continuò a brillare attraverso le azioni e le scelte di Sara e Marco. Ogni giorno, trovavano modi per essere onesti, gentili, coraggiosi, grati e per valorizzare la famiglia. Ogni giorno, sentivano la presenza di Giulia nei loro cuori, guidandoli e proteggendoli. La casa, una volta silenziosa e piena di ricordi, era ora un santuario di amore e speranza, un luogo dove la memoria di Giulia viveva e prosperava. E in ogni momento di difficoltà, in ogni scelta importante, Sara e Marco trovavano forza e conforto nelle parole della loro madre, sapendo che lei sarebbe sempre stata la loro guida, il loro faro nella notte. Perché l'amore di una madre non muore mai. Vive nei cuori dei suoi figli, nei loro gesti, nelle loro vite. E Giulia, con il suo testamento morale, aveva assicurato che il suo amore e la sua saggezza avrebbero continuato a vivere per sempre.© Riproduzione Vietata
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Lo strato Interno del Tubo CorrugatoCome ottenere una corretta parete interna di un tubo corrugato con un granulo rigenerato in LDPE di Marco ArezioProducendo tubi corrugati in HDPE rigenerato flessibili in rotoli o rigidi di piccolo diametro a doppia parete, la problematica di realizzare lo strato interno di buona qualità ha spinto i produttori ad utilizzare, frequentemente, polimeri vergini a causa della difficoltà di generare una parete corretta e duratura con il materiale rigenerato. In realtà lo strato interno del tubo, per le sue caratteristiche, ha bisogno di un’attenzione particolare a causa dell’esiguo spessore della parete, delle tensioni che si creano in fase di co-estrusione e dei movimenti termici differenti con la parete esterna. La scelta della materia prima normalmente ricade sull’LDPE la cui caratteristica principale richiesta è l’elasticità e la buona adesione allo strato esterno in HDPE. Se si vuole utilizzare un granulo LDPE rigenerato bisogna tenere presente e analizzare alcuni fattori produttivi importanti per poter scegliere un granulo di LDPE di qualità adatta allo scopo. Quando si parla di granulo rigenerato non è sufficiente verificare se il prodotto che ci viene proposto ha un grado “da tubo” come erroneamente a volte viene venduto in quanto la parete interna di un tubo corrugato necessità un granulo dalle caratteristiche ben definite. Come prima cosa dobbiamo accertarci della provenienza dell’input del materiale che costituisce il granulo, iniziando a capire se proviene da una filiera post industriale e dal post consumo. Queste due famiglie, vedremo più avanti, hanno caratteristiche molto diverse tra loro che andranno ad influenzare in modo differente la produzione del tubo. Come seconda cosa dobbiamo verificare da che prodotto è costituito l’input per capire la storia del materiale che viene riciclato e i possibili problemi che ha incontrato nella sua vita di riciclo. Come terza cosa è verificarne i valori tecnici, quindi il melt index, il DSC e la densità del materiale che ci farà capire esattamente come è fatto il granulo che useremo per la parete interna del tubo corrugato. Come quarta cosa è sapere il processo produttivo del granulo proposto in particolare come viene fatta la selezione del rifiuto, il lavaggio e l’estrusione per avere dati in più che ci aiutino a scegliere il prodotto più adatto. L’ultima cosa, molto importante per il granulo che proviene dal post consumo è capire il grado di umidità presente nel prodotto al momento dell’acquisto in quanto un valore alto andrà ad inficiare la qualità della parete se non si prendono opportuni provvedimenti. È ovvio che i punti sopra elencati non siano totalmente esaustivi in fase di analisi tecnica di un granulo, ma posso dire che per l’applicazione di cui parliamo oggi, sono una buona base di partenza considerando che sono dei dati di non difficile reperibilità. Se vogliamo approfondire i punti sopra esposti inizieremo a parlare delle famiglie di input che si possono usare per la produzione della parete interna del tubo corrugato. Abbiamo visto che si può produrre un granulo con materiale proveniente dalla raccolta differenziata o dagli scarti industriali. La filiera del post consumo permette di avere una fonte quantitativa di gran lunga maggiore rispetto a quella proveniente dagli scarti industriali e quindi sembrerebbe la via maestra per soddisfare le esigenze produttive, ma le caratteristiche tecniche che richiede la produzione della parete interna in LDPE di un tubo corrugato mette dei paletti al suo utilizzo. Per sua natura l’LDPE che proviene dalla raccolta differenziata, nonostante una buona selezione e lavaggio, presenta una percentuale di materiali estranei (pvc, poli-accoppiati, pp, ecc..) che hanno comportamenti in contrasto rispetto a quanto ci aspettiamo dal punto di vista qualitativo. Gli scarti che provengono invece dalla produzione di articoli in LDPE sono, normalmente, materiali vergini o Off grade, che per loro natura sono composti da mono-plastiche e quindi non contengono impurità. Di solito non c’è bisogno di lavarli e hanno caratteristiche tecniche ben precise. Esistono in commercio anche Compounds in LDPE realizzati utilizzando porzioni di post consumo e di post industriale, combinando tra loro una selezione di materiali adatti alla produzione della parete interna. Se la verifica della provenienza dell’input post industriale non comporta grande impegno, per le altre due categorie bisogna prestare più attenzione. Per il post consumo si consiglia di privilegiare materiale come il film ma che non sia venuto a contatto con la raccolta differenziata domestica, per esempio i sacchi della pattumiera o gli imballi alimentari, che si portano con se inquinanti difficili da eliminare completamente. Un’altra fonte consigliabile sono i tubi da irrigazione che però hanno bisogno di cicli di lavaggio molto accurati in quanto contengono una frazione di sabbia che ne pregiudica le qualità se non tolta integralmente. Per la realizzazione di compound misti post consumo/post industriali si utilizzano normalmente film provenienti da imballi industriali che hanno una filiera di raccolta separata dai rifiuti domestici, mantenendo caratteristiche qualitative più alte. Per quanto riguarda il controllo qualitativo del granulo prodotto ci sono alcuni tests direi irrinunciabili. Il calcolo dell’MFI ci dice se il materiale è adatto all’operazione di estrusione della nostra parete, questo valore dovrebbe stare tra lo 0,5 e l’1 a 190’/ 2,16 Kg. Il secondo test è il DSC che ci da’ la radiografia del nostro granulo, test indispensabile soprattutto se si vuole utilizzare una fonte da post consumo. Questa prova ci dice quanto LDPE in % è contenuto nella ricetta e quanti e quali altri componenti sono presenti. Il DSC, in particolar modo ci dice se un granulo può essere idoneo a creare pareti sottili, omogenee e lisce. Fatto il test del DSC è più facile intuire il risultato del valore della densità che è influenzata, rispetto al valore standard dell’LDPE, da materiali inclusi diversi da quello primario. Una buona regola per la valutazione della qualità del granulo da scegliere sarebbe conoscere la storia del riciclo che ha portato alla nascita dello stesso. Dopo avere parlato della scelta dell’input è buona regola conoscere il metodo di riciclo che il fornitore adotta. In particolare il tipo di lavaggio influenza in maniera importante la presenza di inquinanti con densità alta nello scarto, quindi, se l’operazione viene svolta in vasche corte o/e con una velocità di transito dello stesso alta, o con una concentrazione elevata di inquinanti nell’acqua di lavaggio a causa del suo basso ricambio, la probabilità di avere un elevato accumulo di gas o parti rigide all’interno del granulo è molto probabile. La seconda cosa da verificare è la qualità di filtrazione che è molto influenzata dalla qualità del lavaggio. Potremmo dire che ad un incremento dell’attenzione durante il lavaggio può corrispondere una minor esigenza di performance degli impianti di filtraggio. In realtà un corretto lavaggio in termini di dimensioni di vasche, velocità di transito dell’input e qualità dell’acqua non sono argomenti che destano una grande popolarità tra i riciclatori in quanto tutto si traduce in maggiori costi produttivi e a volte i prezzi dei granuli da post consumo sono decisamente compressi a causa anche della presenza sul mercato di un’offerta qualitativamente bassa a prezzi bassi. In ogni caso se si vuole realizzare un buon granulo per la parete interna del tubo corrugato flessibile queste attenzioni bisognerebbe rispettarle compresa l’operazione di filtraggio corretta che prevederebbe l’impiego di impianti in continuo o raschianti con filtri progressivi fino a 50 micron. Come ultima segnalazione in termini di materia prima suggerisco un’attenzione al grado di umidità presente nel big bag di LDPE che si acquista in quanto la presenza di questa comporta una micro deformazione della pellicola superficiale che compone la parete del nostro tubo e una difficoltà maggiore in termini di velocità dell’estrusore. L’umidità eccessiva crea quell’effetto buccia d’arancio sulle pareti che è una sorta di rugosità antiestetica e non funzionale. Tuttavia le conseguenze dell’umidità, per altro normalmente risolvibili durante l’estrusione del tubo, non è da confondere con il risultato negativo prodotto da un accumulo di gas all’interno del granulo, per il quale si hanno poche armi a disposizione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - tubi corrugati - LDPE - HDPE - strato internoVedi prodotto finito
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La Tutela dell’Ambiente Secondo il BuddismoIl concetto di consapevolezza e di saggezza compassionevole applicati al creatodi Marco ArezioAbbiamo affrontato, negli articoli scorsi, la visione della tutela della natura secondo le principali religioni monoteiste. Oggi vediamo il punto di vista dei buddisti in merito all’ambiente e alle indicazioni che vengono da questa religione. La tutela dell'ambiente è un tema importante per i buddisti, i quali sottolineano il concetto di interconnessione e interdipendenza di tutti gli esseri viventi. Secondo la prospettiva buddista, tutti gli esseri sono considerati degni di compassione e rispetto, inclusa la natura e l'ambiente in cui viviamo. I buddisti cercano di coltivare una consapevolezza profonda dell'impatto delle loro azioni sull'ambiente. Questo può includere pratiche come l'adozione di uno stile di vita sostenibile, riducendo gli sprechi e l'inquinamento, nonché il consumo responsabile delle risorse naturali. Incoraggiano anche ad evitare attività che possano causare danni diretti agli esseri viventi, come la caccia indiscriminata o la distruzione dell'habitat naturale degli animali. Inoltre, promuovono una prospettiva di lungo termine, considerando le conseguenze delle azioni sull'ambiente per le future generazioni. Questo si basa sull'idea di coltivare una saggezza compassionevole e di agire in armonia con la natura, riconoscendo che siamo tutti parte di un ecosistema interconnesso. Cosa è la saggezza compassionevole verso la natura per il buddismo La saggezza compassionevole, nota anche come prajna-paramita nel buddismo, è un concetto centrale che descrive una forma di comprensione profonda e altruistica. È la combinazione di due qualità fondamentali nel buddismo: la saggezza (prajna) e la compassione (karuna). La saggezza compassionevole implica una comprensione profonda della natura, della realtà e la consapevolezza della sofferenza e del desiderio che affliggono gli esseri viventi. Questa comprensione va oltre la mera conoscenza intellettuale, e si sviluppa attraverso la pratica meditativa e l'esperienza diretta. Non si limita a comprendere la sofferenza, ma spinge all'azione compassionevole per alleviare tale sofferenza. Essa motiva a mettere in pratica la compassione, l'amore benevolo e la gentilezza verso gli altri esseri viventi. La saggezza compassionevole verso la natura, nel buddismo implica un profondo rispetto e amore per tutti gli esseri viventi e per l'intero ambiente naturale. Si basa sulla consapevolezza che ogni forma di vita è preziosa e che tutte le cose sono interconnesse. Questo stato implica la comprensione che le azioni umane hanno un impatto sull'equilibrio ecologico e sul benessere di tutti gli esseri viventi, inclusi gli animali, le piante e l'ambiente naturale. Quindi spinge i buddisti a prendere responsabilità delle loro azioni e a fare scelte consapevoli che non causino danni alla natura. La saggezza compassionevole comprende anche la consapevolezza che la sofferenza umana e animale è profondamente interconnessa con la distruzione dell'ambiente. I buddisti riconoscono che il rispetto e la cura per la natura sono essenziali per garantire il benessere di tutti gli esseri viventi, inclusi gli esseri umani stessi. In sintesi, la saggezza compassionevole verso la natura nel buddismo implica una profonda connessione emotiva con l'ambiente naturale e un impegno attivo per la sua protezione e conservazione.
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