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https://www.rmix.it/ - Il Riciclo dell’Acqua per Ridurre lo Stress Idrico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Riciclo dell’Acqua per Ridurre lo Stress Idrico
Economia circolare

Le indicazioni della EU per un’agricoltura più sostenibile di Marco ArezioIl progressivo innalzamento delle temperature terrestri, l’aumento della popolazione, un carente sistema di trasporto, che causa perdite ingenti dalle reti distributive e uno scorretto mix di coltivazioni, molto proteso alla produzione di foraggio per l’industria mondiale della carne, porterà probabilmente entro al 2050 ad una situazione insostenibile per la mancanza di acqua, identificato dagli esperti come stress idrico. Secondo i dati elaborati dal Stockholm International Water Institute (SIWI), che punta il dito sull’enorme fenomeno dello spreco di acqua a tutti i livelli, il consumo dell’oro blu nel mondo vede una distribuzione così espressa: 70% ad uso agricolo 20% ad uso industriale 10% ad uso domestico L’Istituto SIWI entra nel dettaglio dei numeri, indicando alcuni punti estremamente critici sull’uso dell’acqua, sottolineando, tra gli altri, che una scorretta alimentazione mondiale basata sulla carne richiede circa 8-10 volte in più di acqua rispetto alla coltivazione di cereali. Inoltre la continua crescita demografica porta ad un incremento di richiesta di cibo, che si traduce in una maggiore richiesta di acqua da parte dell’agricoltura, a fronte di una riduzione costante di precipitazioni a causa dei cambiamenti climatici. C’è da notare anche che, secondo i dati elaborati dalla ricerca, un quarto dell’acqua che viene impiegata nell’agricoltura mondiale serve per produrre circa 1 miliardo di tonnellate di cibo che verranno poi buttate. SIWI sottolinea anche la sperequazione tra il consumo di acqua di una persona che vive in aree sviluppate del pianeta rispetto a un’altra che vive in aree in via di sviluppo, la quale esprime una differenza che è superiore, per il primo soggetto, di 30-50 volte rispetto al secondo. Tuttavia, proprio a causa della tendenza demografica del pianeta, le aree in via di sviluppo avranno una richiesta di acqua superiore del 50% rispetto ai consumi attuali, creando una situazione per cui il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree con problematiche idriche. Per chiudere il cerchio poco rassicurante possiamo citare un altro importante problema, che riguarda lo spreco di acqua causato dalla vetustà degli acquedotti, su cui si fa poca manutenzione in quanto forse, si ha l’errato concetto, che una perdita di acqua non sia un fatto così grave. Ma quanta acqua abbiamo a disposizione e chi ne usufruisce? Sul pianeta abbiamo circa 1,4 miliardi di Km3 di acqua, ma solo il 2,5% è costituito da acqua dolce, che si può conteggiare in 35 milioni di Km3, ma il 70% di questa quantità è espressa in ghiacci o nevai permanenti sulle montagne, nelle zone antartiche e artiche. Quindi, possiamo disporre facilmente di solo l’1% di tutta l’acqua presente sul pianeta sotto forme di riserve idriche nel sottosuolo e in superficie. Dobbiamo inoltre considerare che sul pianeta circa 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua e che circa 2,5 miliardi non dispongono di adeguati servizi igienico-sanitari. Questa situazione, secondo l’OMS, causa colera, malaria e malattie intestinali che sono la maggior causa della mortalità infantile. Come uscire da questa situazione? In un’ottica di economia circolare anche l’agricoltura, che ricordiamo consuma il 70% circa dell’acqua disponibile sulla terra, deve utilizzare le acque reflue urbane che provengono da impianti di depurazione, in modo da risparmiare l’acqua potabile. Secondo le regole emanate dalla Comunità Europea in materia di irrigazione agricola, si vogliono sensibilizzare gli agricoltori ad un uso sostenibile dell’acqua attraverso l’impiego delle acque non potabili. In base alle indicazioni del commissario per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, esistono dei parametri minimi per l’utilizzo delle acque reflue urbane provenienti dagli impianti di trattamento e depurazione, che riguardano sia valori microbiologici sia i processi di controllo degli impianti. La stessa Commissione Europea indica come sotto sfruttato il sistema di riutilizzo di queste acque per fini agricoli e che l’utilizzo di acqua potabile, oltre ad un impiego enorme di energia per la sua estrazione e il suo trasporto, crea un impatto ambientale importante che si deve tenere in considerazione. Indica poi la presenza, in un terzo del territorio Europeo, di una situazione di stress idrico, che sarà ulteriormente aggravato dalla diminuzione tendenziale delle precipitazioni e dall’aumento delle temperature.Categoria: notizie - acqua - economia circolare - rifiutiVedi maggiori informazioni sul riciclo delle acque

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https://www.rmix.it/ - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 8.2: L’ordinanza che chiude le porte
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 8.2: L’ordinanza che chiude le porte
Slow Life

Come un vecchio documento, un tecnico comunale e un sindaco integerrimo cambiano il destino della casa RavelliNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 8.2: L’ordinanza che chiude le porteLa mattina dopo l’incontro con Rodan, l’aria a Foppolo era tersa, quasi tagliente. Il paese sembrava respirare piano, come se volesse dimenticare ciò che la neve copriva. Visinelli salì i gradini del municipio con passo lento ma deciso, stringendo sotto braccio una cartella di cuoio piena di fogli ingialliti e mappe. Sapeva esattamente cosa doveva fare — e soprattutto perché. All’interno, il sindaco, Giuliano Magri, era già nel suo ufficio. La finestra dava sulla piazza principale, dove un gruppo di bambini scivolava sulla neve compatta. Appena vide Visinelli entrare, sollevò lo sguardo dai documenti. «Carlo, sei di buon’ora. Non è da te,» disse con un sorriso cortese ma distratto. Visinelli si tolse il cappello, lo scosse dalla neve e lo posò sulla sedia accanto. «Buongiorno, Giuliano. Sì, mattina presto… ma c’è una faccenda che non può aspettare.» Il tono era serio, troppo per non destare curiosità. Il sindaco si appoggiò allo schienale, accennando con la mano. «Sediamoci allora. Di che si tratta?» Visinelli aprì la cartella con gesti lenti, precisi. Estrasse alcuni fogli e li posò sul tavolo. «Ieri mattina,» cominciò, «ho visto con i miei occhi un geologo entrare nella casa dei Ravelli. Non era solo. Con lui c’erano la signora Marina Ravelli e un uomo che pare un giornalista. Stanno scavando, Giuliano. Scendono nelle cantine, toccano muri, raccolgono terra.»...ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - Ecomondo: Fiera dell' Ecosistema e della Transizione Ecologica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ecomondo: Fiera dell' Ecosistema e della Transizione Ecologica
Notizie Generali

Ecomondo: Fiera dell' ecosistema e della transizione ecologicaEcomondo è il punto di incontro e di dialogo tra industrie, stakeholder, policy maker, opinion leader, autorità locali e raccoglie e mette a sistema gli elementi chiave che definiscono le strategie di sviluppo della politica ambientale dell’Unione Europea.È l’evento internazionale di riferimento in Europa e nel bacino del Mediterraneo per le tecnologie, i servizi e le soluzioni industriali nei settori della green and circular economy. Hub di ricerca e innovazione, ospita le principali aziende di servizi, soluzioni e tecnologie del settore ambientale: dalla gestione delle acque allo smaltimento dei rifiuti, dal tessile alle bioenergie, dalla gestione e tutela dei suoli fino ai trasporti, l’agricoltura e le città sostenibili. Nel 2023, la manifestazione sarà dal 7 al 10 novembre 2023, a Rimini e si occuperà di organizzare, promuovere incontri digitali e non durante tutto l’anno, occasioni per affrontare i temi legati allo stato di implementazione dei progetti faro PNRR e allo stato di adozione dell’economia circolare nelle principali filiere industriali oltre al ripristino e la rigenerazione ecologica dei suoli e dell’idrosfera, delle coste e delle città.Per maggiori informazioni consulta il sito: https://www.ecomondo.com/

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https://www.rmix.it/ - La Casa che Cammina: Visione, Riciclo e Rinascita della Materia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Casa che Cammina: Visione, Riciclo e Rinascita della Materia
Slow Life

Colori recuperati, carta rigenerata e immaginazione sostenibile in questa opera d'arteQuest’opera nasce come una piccola architettura visionaria, un ibrido tra creatura e macchina, sospesa in un universo nero che la fa vibrare come un organismo luminoso in viaggio nel proprio mondo interiore. Le sue forme geometriche, volutamente instabili e gioiose, evocano un edificio che cammina, una casa nomade dotata di carattere, mentre i dettagli circolari e le figure laterali suggeriscono presenze che osservano, dialogano, si muovono. Tutto appare vivo, in evoluzione, come se la scena appartenesse a un sogno in cui la materia decide di reinventarsi. Il messaggio che arriva allo spettatore è immediato: niente è statico, niente è definitivo. L’opera trasmette un senso di libertà creativa, di gioco, di immaginazione non filtrata. E lo fa con un linguaggio che unisce ironia e profondità, mostrando che anche ciò che nasce da materiali umili—colori riciclati, carta recuperata, pigmenti ridati a nuova vita—può diventare racconto, simbolo, poesia visiva. La superficie è vibrante, imperfetta, volutamente materica: ogni pennellata è memoria di ciò che esisteva prima, trasformato senza cancellarne l’origine. È un’opera che parla di rinascita, di speranza e di possibilità, ma anche di sguardo critico verso ciò che scartiamo. Quel “mondo che cammina”, costruito di geometrie fantastiche e colori riciclati, mostra come la creatività possa superare il concetto stesso di rifiuto, trasformandolo in visione. Guardandola attentamente, si percepisce un equilibrio tra caos e armonia, tra stratificazione e leggerezza: una sorta di macchina emotiva che invita a immaginare mondi in cui tutto può essere ricostruito, reinventato, rimesso in circolo.ACQUISTA IL LIBRO Questa opera non chiede soltanto di essere guardata: chiede di essere ascoltata. Nella sua stravaganza, nella sua architettura quasi infantile e al tempo stesso sofisticata, ci ricorda che la sostenibilità non è solo un gesto tecnico, ma un atto poetico. Un modo per restituire vita alla materia e, forse, anche a noi stessi.L'opera è in vendita in formato 24x36 cm. scrivendo a info@arezio.it © Riproduzione Vietata #marcoarezio #artedelriciclo

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https://www.rmix.it/ - Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 19: Estrusione di film e foglia da polimeri riciclati. Limiti, difetti e strategie di controllo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 19: Estrusione di film e foglia da polimeri riciclati. Limiti, difetti e strategie di controllo
Manuali Tecnici

Come gestire reologia instabile, gel, polverini e qualità ottica nei film in plastica riciclata tra soffiaggio e cast filmSaggio. Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 19: Estrusione di film e foglia da polimeri riciclati. Limiti, difetti e strategie di controllodi Marco Arezio. Dicembre 25L’estrusione di film e foglia rappresenta uno dei processi più sensibili in cui impiegare materiali riciclati. Se nello stampaggio a iniezione la massa del pezzo può attenuare le irregolarità della matrice, nella produzione di film ogni imperfezione, ogni micro inclusione, ogni variazione della viscosità diventa immediatamente visibile. Il film è un materiale sottile, fragile nella sua apparente semplicità, e proprio questa sottigliezza rende la lavorazione dei riciclati una sfida tecnica profonda. Il film non concede zone d’ombra: la qualità del fuso diventa una proiezione esatta della qualità del materiale. L’estrusione di film non è un semplice processo di fusione e pressurizzazione: è un equilibrio dinamico tra reologia, raffreddamento, stabilità del flusso e comportamento molecolare durante la stiratura. Quando il materiale è riciclato, questo equilibrio è messo alla prova da una serie di fattori che derivano direttamente dalla natura del post-consumo: catene polimeriche di lunghezza irregolare, cristallinità disomogenea, residui fini di contaminanti, micro gel, pigmenti sopravvissuti alla rigenerazione, additivi incompatibili, miscele poliolefiniche non perfettamente compatibilizzate. L’estrusore diventa quindi non solo una macchina, ma uno strumento di rivelazione.ACQUISTA IL MANUALE Uno dei primi effetti percepibili nei riciclati è la irregolarità della viscosità in funzione del tempo, un fenomeno che si manifesta con una instabilità di portata e di spessore. Mentre un polimero vergine mantiene una viscosità ripetibile per tutta la durata della produzione, i riciclati possono presentare oscillazioni imprevedibili: la presenza di catene più corte accelera lo scorrimento, mentre regioni più rigide o micro domini cristallini lo frenano. Il risultato è una fluttuazione del gonfiaggio nel caso dei film soffiati e una instabilità dello spessore nella produzione cast. Questi fenomeni, spesso percepiti dall’operatore come “respiri” del film, sono sintomi della natura disomogenea del fuso......© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Le Auto Elettriche Faranno Ripartire l’Automotive?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le Auto Elettriche Faranno Ripartire l’Automotive?
Ambiente

Auto elettriche, quali scegliere: Full Eletric, Plug-in Hybrid, Full Hybrid o Mild HybridMentre l’industria automobilistica ha vissuto, probabilmente, il peggior bimestre della sua storia, c’è molta curiosità tra gli operatori, alla riapertura, per capire se il consumatore continuerà a preferire un mezzo elettrico rispetto ad una motorizzazione tradizionale. La catarsi Aritotelica che stiamo vivendo a seguito del Corona virus e del conseguente lockdown globalizzato, ci ha permesso probabilmente, di fare il punto sui grandi temi che assillano il nostro mondo e poter partecipare, attraverso le nostre azioni quotidiane, alla creazione di una più efficace sostenibilità ambientale. Il mondo della mobilità, secondo i dati diffusi a metà del 2019 dall’organizzazione internazionale indipendente Transport&Environment, prevedeva per il biennio 2020-2021, una definitiva svolta del mercato delle auto elettriche. Le case automobilistiche si erano definitivamente indirizzate nel canale della mobilità elettrica impegnandosi, non solo nella progettazione e riconversione delle fabbriche, ma anche nell’acquisto o nelle joint-venture con società specializzate nella produzione di batterie moderne, ed anche nella filiera mineraria per l’estrazione delle materie prime. Se guardiamo la consistente offerta dei modelli elettrici che sono arrivati sul mercato tra il 2018 e il 2020, possiamo notare quale importanza i costruttori di auto stiano dando al settore. Infatti, se nel 2018 i modelli in produzione in Europa erano circa 60, le previsioni per il 2020 sono di passare a 176, nel 2021 a 214 e nel 2025 a 333. Ma il favore dei consumatori verso la mobilità elettrica sarà confermata dopo il lockdown? Si presume che il settore abbia preso una strada irreversibile, dalla quale non ci sia intenzione e possibilità di fare marcia indietro, anche perché i consumatori sono sempre più attenti alla riduzione dell’inquinamento atmosferico nelle loro città e ad un uso più ecologico dei mezzi di trasporto per i viaggi di medio raggio, quelli compresi tra 200 e 700 km. Il ruolo della macchina, da usare sulle medie percorrenze, non gode più quell’appeal che aveva prima, non solo per la questione del rapporto tra gli inquinanti emessi dalle auto per km. percorso rispetto al treno, ma anche per una nuova vivibilità durante il viaggio, in cui l’utente, sul treno, può riposare o lavorare come fosse in ufficio. L’auto elettrica, nell’ambito della fascia 1-200 km. resterà probabilmente il mezzo di trasporto meno inquinante in rapporto alla libertà di spostamento individuale. Ma come scegliere la nuova auto tra le proposte del mercato: Full Eletric, Full Hybrid, Plug-in Hybrid o Mild Hybrid ? Vediamo le differenze tra le varie motorizzazioni: Full Eletric: è un’auto la cui trazione avviene esclusivamente tramite un motore elettrico alimentato da una batteria ricaricabile tramite una sorgente esterna, domestica, wallbox o tramite una colonnina stradale. Non emettono CO2, hanno bisogno di una manutenzione molto limitata e non usano in nessun caso carburante fossile. Full Hybrid: sono veicoli che hanno un buon compromesso tra impatto ambientale, alta percorrenza kilometrica e consumi. Sono caratterizzate dall’installazione di due motori, uno elettrico e uno termico (a gasolio o a benzina), che convivono durante l’uso della vettura. Quando la macchina è in marcia, la ricarica delle batterie avviene attraverso il motore termico e le decelerazioni del veicolo. Normalmente si usa in modalità elettrica durante le basse percorrenze, come i circuiti cittadini o manualmente in altre circostanze. Plug-in Hybrid: sono auto di concezione simile alle Full Hybrid ma che hanno il vantaggio di poter essere ricaricate utilizzando anche una fonte di energia esterna attraverso un cavo.Mild Hybrid: sono veicoli dotati di un motore elettrico di potenza ridotta rispetto alle altre tre categorie che abbiamo visto, che entra in funzione solo in alcune circostanze, come l’accensione o la marcia a bassa velocità. Pur rientrando nella categoria dei motori ibridi ed essendo una soluzione più economica rispetto alle altre tipologia di trazione, è quella che però ha una minore efficacia in termini di consumi e sostenibilità.

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https://www.rmix.it/ - Cantiere Sostenibile: Il Riciclo dei Teli Impermeabili da Sottotetto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cantiere Sostenibile: Il Riciclo dei Teli Impermeabili da Sottotetto
Economia circolare

Polipropilene, Poliestere e Polietilene sono le principali materie prime che costituiscono i teli sottocoppo e sottotegoladi Marco ArezioNell’ambito della sostenibilità dei materiali che vengono utilizzati nei cantieri edili per l’impermeabilizzazione dei tetti, ci siamo occupati in passato dei sistemi di riciclo delle lastre in cartone bitumato, che servono per la posa di coppi e tegole, rendendo il tetto impermeabile e nello stesso tempo ventilato e delle guaine bituminose, che vengono posizionate sopra la falda del tetto in laterocemento o in legno, per proteggerlo dalle infiltrazioni di acqua. Se nel passato, durante le fasi di demolizione, il materiale di risulta del cantiere veniva inviato senza alcuna selezione preventiva alla discarica, oggi è doveroso e necessario selezionare i prodotti di scarto per il loro recupero. I teli sottotetto e sottotegola sono prodotti relativamente recenti che vengono utilizzati per evitare percolazioni di acqua all’interno dell’abitazione, per riflettere il calore verso l’esterno, per favorire la traspirabilità del pacchetto tetto, per ridurre la formazione di umidità causata da fattori interni ed esterni e per altri scopi. Come sono composti i teli sottotetto?I più diffusi sono realizzati in polipropilene o poliestere o polietilene, attraverso la calandratura delle materie prime in strati sottili e molto resistenti. Sono normalmente realizzati in pacchetti stratificati di due, tre o quatto fogli ognuno con un compito preciso che possiamo riassumere: • Strati di finitura • Strato portante • Strato riflettente • Armature Per renderci conto della costituzione di un metro quadrato di telo impermeabile possiamo dire che le grammature possono variare da 100 a 400 grammi, possono avere alcuni strati accoppiati tra loro o prevedere un’armatura a rete che ne aumenta la resistenza a trazione. Quali funzioni hanno i teli sottotetto?In passato l’impermeabilizzazione del tetto, che fosse costituito da una falda il laterocemento o da un assito in legno, si affidava ai composti bituminosi, guaine liquide o guaine a rotoli, il compito di rendere impermeabile il tetto. Con l’utilizzo su larga scala dei tetti in legno, si è notato che la posa dei composti bituminosi avevano una controindicazione, in quanto l’umidità che migrava dall’abitazione veniva bloccata dallo strato impermeabile, con la conseguenza di far marcire, nel tempo, l’assito in legno. Si iniziò quindi ad adottare, per questa tipologia di costruzione, le lastre in cartone riciclato imbevute di bitume, che permettevano, attraverso la loro conformazione, sia la ventilazione del tetto che la facilità di posa della copertura in laterizio. L’adozione successiva dei teli sottotetto ebbe una più rapida impiego nel nord Europa, in quanto l’uso del legno per i tetti era più diffuso che nel sud, inoltre la copertura finale era spesso rappresentata dalle tegole e, queste, risultavano di facile posa su una doppia listellatura in legno anziché sulle lastre bitumate. Nacque così una vasta gamma di prodotti per le esigenze più disparate: • Impermeabilità • Traspirabilità • Riflettenza • Protezione • Isolamento • anticondensa Come riciclare i teli sottotetto?La grande diffusione di questi sistemi di protezione ha, negli ultimi trent’anni, incrementato in modo esponenziale la produzione creando, dopo un lasso di tempo naturale, i primi ritorni come rifiuti da riciclare. Normalmente, essendo i prodotti costituiti da polimeri primari, come il polipropilene, il poliestere e il polietilene, il loro recupero segue la strada dei rifiuti plastici da post consumo, con il conferimento alle piattaforme di riciclo che provvederanno alla loro selezione, macinazione, lavaggio, densificazione, pronti per essere estrusi in nuova materia prima riciclata. Un percorso più problematico esiste per quei teli che sono composti da plastiche differenti, come l’abbinamento con poliuretani, poliesteri, film di alluminio o spalmature varie. In questi casi il conferimento agli impianti di riciclo meccanico di questi teli composti, crea un percentuale di rifiuti non riciclabili piuttosto elevata, in quanto diventa difficile la separazione per tipologia di polimeri dei vari strati e, quindi, il loro riciclo come nuova matria prima. Sicuramente alcune combinazioni tra i polimeri, come il PE+PET, potrebbero trovare un utilizzo come materie prime riciclate, ma restano comunque di difficile riciclo le altre tipologie. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - edilizia - teli impermeabili e traspiranti

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https://www.rmix.it/ - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 3: I segreti sotto la neve
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 3: I segreti sotto la neve
Slow Life

L’enigma della casa abbandonata di Foppolo - Capitolo 3: I segreti sotto la neveGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. I segreti sotto la neve.  Capitolo n° 3 L’indomani mattina, quando Marco Anselmi aprì gli occhi, la luce del giorno filtrava già attraverso le tende sottili della stanza 204 dell’Albergo Bernardi. Non si sentiva per nulla riposato. Il corpo era stanco, provato dalla tensione della notte precedente, e nella mente si affollavano ancora le immagini di quella porta che si chiudeva da sola, del passo strascicato, del rantolo innaturale udito tra le mura fredde della casa dei Ravelli. Si alzò con fatica, rimase qualche istante a sedere sul letto cercando di riordinare i pensieri. Ricordò le parole di Marina, la sua disperazione mista a determinazione. “Io voglio scoprire la verità, fosse anche l’ultima cosa che faccio.” Anche lui la voleva, quella verità, ma un confuso timore gli suggeriva che in quel mistero si celassero ombre ben più oscure di quanto potesse immaginare. La stufa a parete emetteva un flebile calore, mentre uno strato di brina si era formato sui vetri della finestra. Fuori, Foppolo continuava a vivere il suo inverno silenzioso, quasi indifferente a ciò che era accaduto nella casa abbandonata soltanto qualche ora prima. Eppure, Marco si sentiva come se portasse sulle spalle il peso di una storia dimenticata da troppo tempo e, ora, tornata a bussare con insistenza....ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - Qualità Chimico-Fisiche del Vetro. Confronto con Carta, Plastica e Alluminio
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Qualità Chimico-Fisiche del Vetro. Confronto con Carta, Plastica e Alluminio
Informazioni Tecniche

I materiali per gli imballi alimentari in commercio hanno caratteristiche, qualità, costi di smaltimento e riciclabilità differentidi Marco ArezioNel mondo del packaging alimentare troviamo materie prime estremamente differenti tra loro, alcune di esse, come la carta e il vetro, hanno una storia millenaria, mentre la plastica e l’alluminio hanno una storia più recente. Non vogliamo entrare volutamente in un duello di marketing sulla preferenza tra un materiale o l’altro, ma vorremmo analizzare alcuni aspetti che riguardano la conservazione dei beni contenuti, la durabilità dell’imballo, la riciclabilità. In verità a queste analisi dovremmo aggiungere quella relativa ai costi di produzione comparati e all’impatto ambientale sulla logistica, che verranno affrontati in altra sede. Se diamo uno sguardo al passato possiamo dire che il vetro è stato il materiale principe del packaging con cui si contenevano gli alimenti liquidi, latte, vino, liquori, olio e altri generi alimentari, mentre a partire dal boom economico degli anni 60 del secolo scorso, anche l’acqua minerale e le bibite avevano trovato una loro quota di mercato attraverso la confezione nelle bottiglie. Per quanto riguarda le scatole alimentari in metallo possiamo riferirci al XIX° secolo come inizio in America e in Inghilterra delle prime produzioni industriali, nonostante i costi per realizzarle risultassero molto elevati e il cibo in scatola era quindi un lusso per pochi. A spingere la loro diffusione arrivarono però le guerre mondiali, in quanto gli eserciti trovarono comodo e logisticamente utile affidare il rancio dei soldati a questa tipologia di imballo. Con l’avvento delle lattine di alluminio iniziò una larga diffusione a partire dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso, del cibo e delle bevande confezionate nel metallo morbido. Per quanto concerne l’uso degli imballi in carta, dobbiamo arrivare alla metà degli anni ’50 del secolo scorso per vedere l’avvio, in Svezia, dei primi imballi per liquidi alimentari in confezioni di cartone e film plastici. A partire dal 1973, quando l’azienda Du Pont brevetta il PET possiamo dire che sono nati gli imballi alimentari su larga scala, con l’intento di erodere quote di mercato a quelli di vetro. Se vogliamo fare un paragone delle qualità fisico chimiche dei principali imballi alimentari possiamo elencare alcune comparazioni generali: Cessioni possibili di sostanze costituenti l’imballo • Vetro: sodio e calcio già presenti negli alimenti • Plastica: componenti degli additivi specialmente se presenti grasso o alcool • Carta o Cartone: additivi e coloranti • Metallo: Stagno e piombo entro i limiti di legge. Sostanze tossiche dalle vernici (ad alta temperatura) Impermeabilità ai liquidi, gas ed agenti microbiologici • Vetro: 100% • Plastica: variabile a seconda del polimero • Carta o Cartone: solo se assenti abrasioni superficiali • Matallo: solo se assenti abrasioni superficiali Corrosione dell’imballo • Vetro: Solo acido fluoridrico e soluzioni alcaline a Ph superiore a 8 • Plastica: può rilasciare microplastiche in corrispondenza delle piegature • Carta o Cartone: attaccabile da insetti e topi • Metallo: generata da eventuali imperfezioni della struttura Sterilizzabilità • Vetro: 100% a secco ed a umido • Plastica: con particolari additivi batteriostatici • Carta o Cartone: in fase di confezionamento con acqua ossigenata o UV o agenti chimici • Metallo: 100% anche ad alte temperature Trasparenza • Vetro: perfetta con vetro chiaro • Plastica: dipende dal polimero, difficile con polimeri riciclati in HDPE • Carta e Cartone: no • Metallo: no Protezione alla luce Attinica • Vetro: buona nei verti colorati • Plastica: buona con additivi specifici • Carta o Cartone: opaco • Metallo: opaco Sanificazione • Vetro: ottima • Plastica: monouso da riciclare • Carta o Cartone: monouso da riciclare • Metallo: monouso da riciclare Riciclabilità • Vetro: continua e senza degrado. Economica solo con il vuoto a rendere • Plastica: possibile un certo numero di volte con qualche degrado qualitativo. Difficile il riciclo dei poliaccoppiati • Carta e Cartone: riciclabile con degrado. Difficile il riciclo dei poliaccoppiati carta-plastica • Metallo: buono In conclusione, a questa analisi andrà aggiunta una comparazione economica dell’imballo alimentare in funzione della durabilità del prodotto sugli scaffali e il costo del riciclo o dello smaltimento dell’imballo a fine vita, nonché dell’impatto ambientale sia della produzione, che della logistica che della circolarità o meno del rifiuto.Categoria: notizie - tecnica - vetro - riciclo - qualità - rottame

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: Il Carburante Proveniente dall'Olio di Soia è Sostenibile?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: Il Carburante Proveniente dall'Olio di Soia è Sostenibile?
Ambiente

La sete di carburante a base di olio di soia in Europa continua ad alimentare la deforestazione in America Latina. La denuncia delle OngLa produzione di biocarburanti basati prima sull'olio di palma e, oggi, anche sull'olio di soia, si scontra con la necessità di incrementare le superfici coltivabili per aumentarne la produzione in base alla crescente richiesta del marcato. Per fare questo, i coltivatori spingono sulla disponibilità di nuovi terreni con la conseguenza di incrementare la deforestazione in varie aree del pianeta. Questo, nonostante i divieti già presenti a livello mondiale, contribuisce in maniera importante ad aumentare l'impronta carbonica del pianeta. l'articolo che segue affronta il problema della sostenibilità di carburanti che si definiscono bio.Messo al bando l’olio di palma come biocombustibile entro il 2030, se non si interviene nuovamente sulla direttiva europea sulle energie rinnovabili, l’olio di soia potrebbe prenderne il posto. Con le stesse drammatiche conseguenze per l’ambiente, le foreste e le emissioni di CO2. Secondo la ricerca commissionata a Cerulogy dalla Ong Transport & Environment, la sete di gasolio di soia in Europa potrebbe aumentare da 2 a 4 volte entro il 2030. Causando la deforestazione in America Latina di un’area stimata tra i 2,4 e 4,2 milioni di ettari. Quanto la superficie di uno Stato europeo come la Slovenia o i Paesi Bassi. Con la possibile emissione in atmosfera di altri 38 milioni di tonnellate di CO2. Il consumo di olio di soia raddoppiato in un solo annoSolo nel 2019, l’Ue ha consumato circa 1,8 milioni di tonnellate di olio di soia in biodiesel, su un totale complessivo di 15 milioni di tonnellate di biocarburanti. Quantità che potrebbe raddoppiare quest’anno, secondo le stime della Ong. «Le importazioni di soia causeranno una deforestazione su scala epica se non cambiamo la legge europea sui carburanti verdi», ha dichiarato Cristina Mestre, responsabile per l’area biofuels di Transport & Environment. «La soluzione c’è ed è molto semplice. La Commissione europea ha già deciso che il diesel di palma non sarà più considerato verde, ora dovrebbe fare lo stesso per il diesel derivato dalla soia» La riforma della direttiva «Renewable Energy – Recast to 2030» ridefinisce la regolamentazione dei biocarburanti ad alto e basso rischio ILUC (Indirect land use change), che provocano cioè un cambiamento indiretto dell’uso del suolo ma ha finora escluso l’olio di soia. La Commissione, a oggi, ha deciso di eliminare gradualmente, tra il 2023 e il 2030, solo l’uso del diesel di palma. I dati elaborati da Cerulogy dimostrano che l’espansione della coltivazione di soia nelle aree del globo in grado di trattenere anidride carbonica potrebbe essere superiore a quanto stimato. Ben il 10,5% rispetto all’8% stimato all’inizio del 2019. Percentuale superiore alla soglia minima del 10% stabilita dalla Commissione UE proprio per definire un «biocarburante ad alto rischio ILUC». Se così fosse, ribadiscono da Transport & Environment, «l’Ue dovrebbe considerare già da ora la soia come materia prima ad alto rischio ILUC ed eliminare il suo uso al più tardi entro il 2030». I dati della Commissione europea sulla deforestazione sono sottostimatiLa normativa europea richiede che le materie prime dei biocarburanti siano certificate come coltivate in aree che non sono state disboscate dal 2008. Tuttavia, l’espansione indiretta, quella che cioè che non prende direttamente il posto di aree boschive e foreste, non è stata presa in considerazione. «Se si considerano anche tutte queste concause, la maggior parte dei biocarburanti utilizzati in Europa ha emissioni di gas serra molto elevate. A volte anche superiori a quelle dei combustibili fossili», affermano da Transport & Environment. La deforestazione in America Latina non si è fermataDati alla mano, a dispetto delle dichiarazioni politiche dei vari governi, la deforestazione in America Latina è ripresa a crescere dal 2014, anche nell’Amazzonia brasiliana. Inoltre, l’espansione dei pascoli che si somma alle coltivazioni agricole a soia si è anche diffusa altrove, in aree ugualmente pregiate, ma meno protette. Come nel Chaco, area geografica compresa tra l’Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay e la grande savana tropicale brasiliana del Cerrado. Area che era stata già sottoposta alla valutazione preliminare della Commissione Europea sulle materie prime ad alto rischio ILUC nel 2019. Eppure proprio nel Cerrado si è concentrato il 60% dell’espansione della soia in Brasile, negli ultimi due anni. «La politica europea sui biocarburanti è un disastro completo e ha un disperato bisogno di un reset – ribadisce Cristina Mestre di Transport & Environment – bruciare le colture alimentari per alimentare i nostri veicoli è in realtà peggio che bruciare il diesel». Rosy Battaglia

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https://www.rmix.it/ - Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 9: Macinazione e granulometria nel riciclo delle materie plastiche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 9: Macinazione e granulometria nel riciclo delle materie plastiche
Manuali Tecnici

Come la progettazione di trituratori e mulini, il controllo della granulometria, la gestione del polverino e l’ottimizzazione dei consumi energetici determinano la stabilità di lavaggio, essiccazione, estrusione Saggio. Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 9: Macinazione e granulometria nel riciclo delle materie plastichedi Marco Arezio. Dicembre 25La frammentazione rappresenta uno dei passaggi più determinanti della filiera del riciclo plastico, non solo perché riduce la dimensione del rifiuto, ma perché ne definisce la lavorabilità nelle fasi successive. È un processo che non si limita a “tagliare” il materiale: lo trasforma in un elemento industriale dotato di una geometria controllata, di una superficie adeguata per il lavaggio e di un comportamento prevedibile all’interno dei sistemi di alimentazione, estrusione o compounding. Bottiglie, tappi, vaschette, film compattati, componenti tecnici, paraurti, cassoni, parti di RAEE, solo attraverso la frammentazione che questi oggetti assumono una forma compatibile con i processi industriali del riciclo. Senza questa trasformazione geometrica, i polimeri non potrebbero essere gestiti in modo continuo e meccanizzato. La frammentazione è la fase in cui si decide lo spessore, la forma, l’inerzia meccanica e la distribuzione delle dimensioni del materiale che verrà successivamente lavato (quando il lavaggio avviene a valle), essiccato, dosato ed estruso. In molti impianti, essa rappresenta il primo contatto del materiale con una forza meccanica intenzionale, orientata non a pulire, selezionare o separare, ma a trasformare fisicamente il rifiuto in una materia processabile. Questo passaggio è cruciale perché determina la “personalità industriale” del materiale: un macinato troppo fine comporta polverizzazione e perdita; uno troppo grosso causa instabilità nel dosaggio, difficoltà nel preriscaldamento e inefficienze energetiche; uno eterogeneo compromette la costanza reologica del flusso in estrusione.ACQUISTA IL MANUALE La frammentazione avviene quasi sempre in due fasi principali: - una triturazione primaria, effettuata da trituratori a rotori lenti o medi, che riducono il materiale in pezzi grossolani e gestiscono gli oggetti voluminosi - una macinazione secondaria, effettuata da mulini a lame ad alta velocità, che producono macinati con granulometria più controllata e destinati alla successiva lavorazione termica La distinzione tra triturazione e macinazione non è solo tecnica, ma concettuale: la triturazione è una fase di “demolizione controllata”, in cui il materiale viene portato a una dimensione gestibile; la macinazione è una fase di “raffinazione geometrica”, in cui il materiale viene preparato per l’estrusione. La prima lavora su resistenza, coppia e capacità di digerire materiali difficili; la seconda lavora su precisione, forma e ripetibilità......© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Rivoluzione Verde: Le Carte di Credito Sostenibili alla Ribalta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Rivoluzione Verde: Le Carte di Credito Sostenibili alla Ribalta
Economia circolare

Come il Riciclo dei Polimeri Sta Ridisegnando il Futuro delle Transazioni Finanziariedi Marco ArezioLe carte di credito sono diventate un pilastro fondamentale dell'economia moderna, facilitando transazioni veloci e sicure in tutto il mondo. La loro produzione, tuttavia, implica una serie di processi complessi e l'uso di materiali specifici, con una crescente attenzione verso l'impiego di polimeri riciclati in risposta alle sfide dell'economia circolare. Materiali Utilizzati Tradizionalmente, le carte di credito sono state prodotte utilizzando PVC (Policloruro di Vinile), un materiale plastico noto per la sua durabilità, flessibilità e capacità di essere stampato con precisione. Il PVC consente di incorporare vari livelli di sicurezza, come ologrammi, microchip e bande magnetiche, rendendo le carte di credito difficili da contraffare. Tuttavia, il PVC non è facilmente riciclabile e può rilasciare sostanze nocive se non smaltito correttamente. Negli ultimi anni, c'è stata una spinta verso l'utilizzo di materiali più sostenibili, tra cui polimeri riciclati. Questi materiali provengono da fonti post-consumo o post-industriali e attraversano un processo di pulizia, triturazione e rigenerazione prima di essere trasformati in nuove carte. L'uso di polimeri riciclati riduce la dipendenza dalle risorse vergini e diminuisce l'impatto ambientale della produzione delle carte di credito. Produzione e Riciclo delle Carte di Credito La produzione di carte di credito inizia con la creazione di un foglio di materiale plastico, che viene poi stampato, tagliato e inciso con i dati del titolare della carta. La fabbricazione di un microchip e l'installazione di una banda magnetica sono passaggi successivi cruciali, seguiti da test rigorosi per assicurare la conformità agli standard di sicurezza. Nonostante l'incremento nell'uso di carte virtuali e sistemi di pagamento mobile, la produzione annua di carte di credito fisiche rimane significativa, con stime che superano i miliardi di unità a livello globale. Il tasso di riciclo, tuttavia, è ancora basso, in parte a causa della complessità dei materiali coinvolti e della mancanza di infrastrutture dedicate. Iniziative volte ad aumentare la raccolta e il riciclo delle carte di credito scadute o dismesse stanno guadagnando terreno, con alcune aziende che offrono programmi di ritorno specifici per le carte di credito. Curiosità del Mercato Personalizzazione: l'industria delle carte di credito ha visto una crescente domanda di personalizzazione, con clienti che desiderano design unici o la possibilità di aggiungere immagini personalizzate sulle loro carte. Carte di credito ecologiche: alcune banche e istituti di credito hanno iniziato a offrire carte prodotte esclusivamente con materiali sostenibili o riciclati, rispondendo alla crescente consapevolezza ambientale dei consumatori. Tecnologia contactless: l'adozione di tecnologia contactless ha accelerato l'uso delle carte di credito, rendendo le transazioni più rapide e convenienti. Storia delle Carte di Credito La storia delle carte di credito risale agli anni '20 negli Stati Uniti, quando furono introdotte come metodo di pagamento per i clienti VIP di alberghi e stazioni di servizio. Tuttavia, il concetto di carta di credito come lo conosciamo oggi si è sviluppato negli anni '50, con l'introduzione della Diners Club Card, seguita dalla American Express e dalla Bank of America Card, che in seguito divenne Visa. Queste prime carte erano generalmente fatte di cartone e venivano accettate solo in un limitato numero di stabilimenti. Da allora, l'industria delle carte di credito ha visto innovazioni rivoluzionarie, inclusa l'introduzione di bande magnetiche, microchip e tecnologie di sicurezza avanzate, trasformando il modo in cui consumiamo e gestiamo le nostre finanze. Mentre l'industria delle carte di credito continua ad evolversi, con un occhio di riguardo verso soluzioni più sostenibili e tecnologicamente avanzate, l'adozione di polimeri riciclati rappresenta un passo importante verso la riduzione dell'impatto ambientale di questi strumenti di pagamento indispensabili. Questa transizione non solo rispecchia le crescenti esigenze ambientali ma segnala anche un cambiamento nel comportamento dei consumatori, sempre più orientati verso scelte etiche e sostenibili. Il futuro delle carte di credito sembra orientarsi verso l'innovazione continua, sia in termini di materiali e processi produttivi sia nella funzionalità e sicurezza. Le sfide legate al riciclo e allo smaltimento delle carte di credito richiedono un impegno congiunto da parte delle aziende produttrici, dei consumatori e delle autorità normative per sviluppare soluzioni efficaci che promuovano l'economia circolare. Inoltre, l'emergere di tecnologie digitali e di sistemi di pagamento alternativi potrebbe ridurre la necessità di carte fisiche, spostando l'attenzione verso soluzioni completamente virtuali. Tuttavia, fino a quando la carta di credito fisica rimarrà un elemento fondamentale nel portafoglio dei consumatori, il suo impatto ambientale e le strategie per la sua mitigazione rimarranno argomenti di cruciale importanza. La storia delle carte di credito, dalla loro creazione come semplici strumenti di carta per un'élite ristretta alla loro attuale incarnazione come simboli di accessibilità finanziaria e innovazione tecnologica, riflette l'evoluzione della società moderna e delle sue priorità. Man mano che ci avviciniamo a un futuro più sostenibile, il ruolo delle carte di credito e la loro produzione continueranno ad adattarsi, dimostrando la capacità dell'industria di rispondere alle sfide ambientali senza compromettere la sicurezza e la comodità degli utenti. In conclusione, la produzione di carte di credito, l'uso di materiali riciclati e la storia di questo strumento finanziario offrono uno sguardo affascinante sull'intersezione tra tecnologia, economia e sostenibilità.

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https://www.rmix.it/ - Perché l'Importanza della Religione Diminuirebbe con l'Incremento dell’Istruzione? Analisi di un Fenomeno Globale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perché l'Importanza della Religione Diminuirebbe con l'Incremento dell’Istruzione? Analisi di un Fenomeno Globale
Slow Life

Come il livello di istruzione influirebbe sulla fede religiosa: dati, esempi concreti e dinamiche sociali dietro questa tendenzadi Marco ArezioSe guardiamo la storia dell’umanità, il rapporto tra religione e istruzione ha sempre avuto una dinamica particolare. In molti casi, l’avanzare della conoscenza ha messo in discussione credenze e dogmi consolidati, facendo emergere un apparente contrasto tra il mondo della fede e quello della scienza. Ma perché sembra che, man mano che aumenta il livello di istruzione di una popolazione, la religiosità tenda a diminuire? Questo fenomeno è stato osservato in diversi contesti, dai paesi occidentali a quelli emergenti, e le sue cause sono tanto complesse quanto affascinanti. Il Ruolo della Conoscenza nel Cambiamento delle Credenze L’istruzione non è solo un accumulo di nozioni, ma un processo che allena al pensiero critico, alla riflessione autonoma e alla ricerca di prove prima di accettare un concetto come vero. Per molti, l’accesso a un’educazione superiore rappresenta una porta verso una visione più laica del mondo. Studi e ricerche dimostrano come, nelle società dove il livello di istruzione è elevato, la pratica religiosa tenda a diminuire. Questo non significa necessariamente un rifiuto della spiritualità, ma piuttosto un cambiamento nel modo in cui le persone vivono la loro fede. Prendiamo il caso dei paesi scandinavi: Svezia, Norvegia e Danimarca sono tra le nazioni con il più alto livello di istruzione e, allo stesso tempo, tra le meno religiose del mondo. Qui la maggior parte della popolazione si dichiara atea o agnostica, e la frequenza alle funzioni religiose è minima. Al contrario, in regioni dove l’accesso all’istruzione è più limitato, come alcune zone dell’Africa sub-sahariana o del Sud-Est asiatico, la religione rimane un pilastro fondamentale della vita quotidiana. Le persone si affidano alla fede non solo per rispondere alle grandi domande dell’esistenza, ma anche per trovare supporto sociale, sicurezza e senso di comunità. L’America e il Caso Particolare degli Stati Uniti Gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione interessante. Nonostante siano una delle nazioni più avanzate e istruite al mondo, la religiosità rimane forte, soprattutto in alcuni stati del sud. Qui, la tradizione cristiana è profondamente radicata nella cultura e nell’educazione, tanto che molte scuole private hanno un’impronta religiosa marcata. Tuttavia, anche negli USA si nota un trend chiaro: tra le persone con un alto livello di istruzione, cresce la percentuale di chi si identifica come “senza religione”. La cosiddetta generazione dei “nones” (coloro che non si riconoscono in nessuna confessione) è in aumento, soprattutto tra i giovani laureati. Cosa Succede nei Paesi in Via di Sviluppo? In paesi in via di sviluppo, l’istruzione sta giocando un ruolo cruciale nel ridefinire il panorama religioso. La Corea del Sud, ad esempio, ha vissuto un rapido processo di industrializzazione e modernizzazione. Oggi, il numero di persone non religiose è in crescita, soprattutto tra i giovani. Un altro esempio è quello della Cina, dove l’istruzione e la scienza hanno portato a un forte calo della religiosità, anche se qui intervengono anche fattori politici e culturali che scoraggiano l’espressione della fede in pubblico. Religione e Istruzione Possono Coesistere? Nonostante questi dati, il rapporto tra fede e conoscenza non è sempre di tipo conflittuale. Molte persone istruite riescono a conciliare la religione con il pensiero critico, riformulando la loro visione della fede in un contesto più moderno e personale. Scienziati, filosofi e studiosi hanno spesso sottolineato che religione e scienza non devono necessariamente escludersi a vicenda. Alcuni credono che la fede possa fornire risposte alle domande che la scienza non riesce ancora a spiegare, mentre altri vedono nella religione un importante elemento culturale e identitario. Conclusione L’istruzione ha senza dubbio un impatto sulla religiosità, ma questo rapporto è influenzato da molteplici fattori, tra cui la cultura, la politica e il contesto sociale di ogni paese. Se in alcune nazioni l’istruzione porta a un allontanamento dalla fede tradizionale, in altre la religione si adatta e si trasforma, trovando nuovi modi per convivere con il progresso della conoscenza. Forse, più che un conflitto tra religione e istruzione, dovremmo vedere questa dinamica come un’evoluzione, un costante adattamento della spiritualità alle nuove scoperte e ai nuovi modi di pensare.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Sai quanta plastica bevi?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Sai quanta plastica bevi?
Ambiente

Pensi che l'acqua e le bibite in generale siano immuni alle microplastiche?di Marco ArezioSembra incredibile ma ingeriamo mediamente 50.000 particelle di plastica ogni anno. Dalle bottiglie alle stoviglie, dai contenitori multiuso ai giocattoli per bambini, dalle borse alle scarpe e non solo, viviamo in un mondo di plastica. Abituati come siamo alla cultura dell'usa e getta sembra difficile raccogliere i messaggi che ci arrivano per riuscire a cambiare le nostre abitudini e la cultura dello spreco che si è radicata in questo lasso temporale. La regola delle 3 R riduci, riusa, ricicla a quanto sembra non è abbastanza applicata, ma un po' alla volta qualcosa si muove e iniziano ad arrivare risposte fattive. Sono diversi i comuni, le spiagge, le scuole e le mense che stanno diventando plastic free, convertendosi cosi all'utilizzo di materiali riciclati. Non è mai troppo tardi per iniziare a dare il buon esempio, purché si inizi e si riesca a invertire la rotta. Siamo arrivati a un punto di non ritorno ed è necessario intervenire per dare risposte certe in tempi altrettanto certi. Dal 1950 a oggi infatti la produzione di plastica nel mondo è aumentata di 200 volte e nei prossimi dieci anni ci potrebbe essere un incremento produttivo ancora più significativo, fino a 40 volte più grande. Quanto emerge da uno studio pubblicato dall'Università di Newcastle secondo il quale le politiche adottate finora per il recupero, riuso e riciclo della plastica non sarebbero sufficienti per contenere l'impatto ambientale di questo prodotto e i suoi effetti sulla nostra salute. L'invasione della microplastica La plastica si trova ormai ovunque, perfino nell'acqua potabile che beviamo, dal rubinetto o dalla bottiglia, come anche nella birra e nelle bevande più diffuse. Dall'acqua però, le fibre di microplastiche filtrano fino ai derivati, arrivando così nella birra o in altre le bevande più diffuse (analcoliche, succhi di frutta, probabilmente anche nel vino), nel pesce (soprattutto crostacei) e nel sale. Stando ai dati della ricerca dell'Università del Newcastle fibre di microplastiche sarebbero presenti nel 72,2% dell'acqua potabile che beviamo e con cui cuciniamo di tutta Europa, a differenza degli Stati Uniti dove la presenza di plastica sale fino al 95%. L'università inglese oltre a evidenziare come dal 2000 la produzione di plastica sia in costante aumento con una percentuale par al 4% l'anno, ci comunica come ogni settimana, tramite cibo e bevande, ciascuno di noi ingerisce circa 1.769 micro-particelle di plastica (circa 50.000 particelle di plastica in un anno). Insomma, siamo sommersi dalla plastica! La plastica sarebbe presente nelle acque sotterranee, come in quelle superficiali, e nell'acqua imbottigliata. Per ogni 500 ml di acqua potabile, la ricerca in questione rileva fibre plastiche nel 72,2% in Europa, riscontrando in altri paesi internazionali anche maggiori quantità in termini percentuali (nel Medio Oriente -nello specifico il Libano- risultano una contaminazione pari al 98% dei casi, negli Stati Uniti pari al 95%, in India pari all'82,4%, in Uganda all'81%, in Ecuador al 79%, in Indonesia al 76%). E' imprescindibile come l'acqua sia il principale costituente del corpo umano e rappresenti una percentuale consistente del peso corporeo di ogni essere umano, che deve necessariamente bere acqua per evitare una disidratazione. Alla luce dei dati emersi dallo studio e dei pericoli che ne derivano per la salute di ciascuno è fondamentale attivarsi per creare quel circolo virtuoso del riduci, riusa, ricicla con l'obiettivo e la speranza di riuscire a contribuire a salvare il nostro pianeta. La plastica non è biodegradabile, ma è riciclabile pertanto l'invito è quello di attivarci tutti quanto prima anche in via preventiva sprecando di meno.Approfondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Tecnologie ed applicazioni dei polimeri lignocellulosici per una produzione sostenibile di bioplastiche e combustibili
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Tecnologie ed applicazioni dei polimeri lignocellulosici per una produzione sostenibile di bioplastiche e combustibili
Informazioni Tecniche

Una panoramica sui polimeri sintetizzati da biomassa lignocellulosica, tra opportunità, sfide e sviluppi futuri per l'economia circolaredi Marco ArezioL'attenzione verso i polimeri derivati da biomassa è cresciuta negli ultimi anni in risposta alla necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e diminuire l'impatto ambientale della produzione di plastica e combustibili. La biomassa lignocellulosica, composta principalmente da lignina, cellulosa ed emicellulosa, rappresenta una delle fonti più promettenti per la sintesi di polimeri sostenibili. Questo articolo esplora lo stato dell'arte nella ricerca sui polimeri lignocellulosici e il loro impiego nella produzione di bioplastiche e biocombustibili, esaminando i vantaggi, le sfide e le applicazioni emergenti. La biomassa lignocellulosica come fonte di polimeri La biomassa lignocellulosica, presente in abbondanza in fonti vegetali non alimentari come residui agricoli, scarti forestali e rifiuti urbani, è una risorsa rinnovabile costituita principalmente da tre polimeri naturali: la cellulosa, l'emicellulosa e la lignina. La cellulosa è un polisaccaride lineare di unità di glucosio, mentre l'emicellulosa è un gruppo eterogeneo di polisaccaridi, e la lignina è una macromolecola complessa di polifenoli. La struttura chimica complessa e la diversità molecolare della biomassa lignocellulosica rendono possibile la sintesi di polimeri con proprietà specifiche, utilizzabili in numerose applicazioni industriali. Processi di conversione della biomassa in polimeri Per convertire la biomassa lignocellulosica in polimeri funzionali, sono impiegate diverse tecnologie chimiche, termochimiche e biochimiche. I principali metodi di conversione includono: Idrolisi enzimatica e chimica: Questo processo converte la cellulosa e l'emicellulosa in zuccheri fermentabili, che possono essere successivamente trasformati in biopolimeri come il polilattico (PLA), utilizzato per bioplastiche compostabili. Termochimica: Tecniche come la pirolisi e la gassificazione permettono di convertire la biomassa in composti chimici intermedi come bio-olio, gas di sintesi e biochar, che possono essere utilizzati nella sintesi di biopolimeri e biocombustibili. Trattamenti chimici della lignina: La lignina può essere convertita in monomeri aromatici e altre molecole funzionali, impiegabili come materie prime per la produzione di poliuretani, resine e altri polimeri ad alte prestazioni. Polimeri derivati da biomassa lignocellulosica per bioplastiche Tra i polimeri derivati da biomassa lignocellulosica, i biopolimeri ottenuti da zuccheri derivati dalla cellulosa sono i più promettenti per la produzione di bioplastiche. Ad esempio: Polilattico (PLA): È un polimero biodegradabile prodotto a partire dall'acido lattico, un derivato fermentato degli zuccheri della biomassa. Il PLA è largamente utilizzato nel packaging, nell'industria alimentare e nei settori medicali, grazie alla sua compostabilità e alle buone proprietà meccaniche. Poliidrossialcanoati (PHA): Sono polimeri prodotti da batteri attraverso la fermentazione degli zuccheri e sono completamente biodegradabili. I PHA trovano applicazioni in ambiti medici e come materiali per imballaggi grazie alla loro resistenza e biodegradabilità in ambienti naturali. Poliuretani a base di lignina: La lignina, un sottoprodotto della lavorazione della biomassa, può essere utilizzata come fonte di fenoli per produrre poliuretani, una classe di polimeri versatili impiegati per rivestimenti, schiume e materiali compositi. La lignina offre vantaggi in termini di resistenza chimica e riduzione dei costi di produzione rispetto ai poliuretani convenzionali. Polimeri lignocellulosici per combustibili sostenibili Oltre alla produzione di bioplastiche, la biomassa lignocellulosica è studiata anche per la sintesi di biocombustibili. I principali approcci includono: Bioetanolo: Prodotto attraverso la fermentazione degli zuccheri della biomassa, il bioetanolo è un combustibile rinnovabile che può sostituire la benzina o essere miscelato con essa. La sua produzione riduce le emissioni di gas serra e sfrutta fonti di biomassa ampiamente disponibili. Biodiesel: Sebbene il biodiesel sia comunemente prodotto da oli vegetali, esistono approcci per sintetizzare combustibili simili a partire dalla lignina e da altri composti lignocellulosici. Questi processi coinvolgono spesso la pirolisi e la gassificazione per ottenere oli bio-compatibili con i motori a combustione interna. Biogas: La digestione anaerobica della biomassa lignocellulosica produce biogas, una miscela di metano e anidride carbonica. Questo combustibile può essere utilizzato per generare energia o calore e rappresenta un’alternativa sostenibile ai gas naturali fossili. Vantaggi e sfide nell'uso della biomassa lignocellulosica L'impiego della biomassa lignocellulosica presenta numerosi vantaggi, tra cui la riduzione delle emissioni di carbonio, la diminuzione della dipendenza dai combustibili fossili e l'utilizzo di risorse rinnovabili. Tuttavia, la sua applicazione pratica comporta ancora alcune problematiche significative: Costi di produzione: I processi di conversione della biomassa sono spesso più costosi rispetto ai metodi tradizionali basati su fonti fossili, specialmente per la produzione su larga scala. Efficienza di conversione: La complessità strutturale della lignina e la resistenza naturale della biomassa lignocellulosica alla degradazione rendono difficile l'ottenimento di rendimenti elevati nei processi di conversione. Compatibilità delle infrastrutture: L'adattamento delle infrastrutture esistenti per l’uso di bioplastiche e biocombustibili è una questione critica, soprattutto nel settore energetico e dei trasporti, dove i costi di transizione possono essere elevati. Applicazioni e prospettive future I polimeri derivati da biomassa lignocellulosica sono già in uso in vari settori e le loro applicazioni continuano ad espandersi. Oltre agli usi comuni nel packaging e nei materiali da costruzione, i biopolimeri lignocellulosici stanno emergendo nel settore dell’automotive per la produzione di componenti leggeri e biodegradabili. Le tecnologie di stampa 3D potrebbero inoltre facilitare l'uso di materiali lignocellulosici personalizzabili per la produzione di oggetti su misura e prodotti durevoli. La ricerca in corso si concentra sull'ottimizzazione dei processi di conversione e sulla creazione di nuove formulazioni di biopolimeri per migliorare le proprietà meccaniche, termiche e chimiche dei materiali risultanti. Inoltre, gli sforzi per ridurre i costi di produzione e aumentare la compatibilità con i sistemi industriali esistenti sono cruciali per accelerare l’adozione dei polimeri lignocellulosici su scala globale. Conclusione I polimeri derivati da biomassa lignocellulosica rappresentano una soluzione sostenibile e innovativa per la produzione di bioplastiche e combustibili rinnovabili. Pur affrontando ancora delle problematiche tecniche ed economiche, l'uso di biomassa lignocellulosica ha il potenziale di ridurre significativamente l'impatto ambientale dei materiali plastici e dei combustibili convenzionali. Con l'evoluzione delle tecnologie di conversione e il continuo impegno nella ricerca e sviluppo, i polimeri lignocellulosici potrebbero assumere un ruolo chiave nella transizione verso un'economia più sostenibile e circolare.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si Riutilizza
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si Riutilizza
Economia circolare

I rottami metallici sono una parte fondamentale delle materie prime delle acciaieriedi Marco ArezioProbabilmente abbiamo capito che l’importanza del riciclo non si debba sentire solo nelle parole e nei proclami politici o commerciali, ma nei fatti di tutti i giorni, cercando di scegliere i prodotti che perseguono, veramente, la filosofia dell’economia circolare, intercettando il greenwashing, quell’ingannevole forma si informazione che ti fa credere che un prodotto sia circolare ma che in realtà non lo è, o lo è solo parzialmente. Non parliamo solo della plastica, che oggi è sulla bocca di tutti, ma anche dei metalli che, insieme al vetro e alla carta, formano la famiglia dei rifiuti di maggiore quantità, di cui ci dobbiamo occuparci ogni giorno.Come avviene la separazione dei metalli? I vari metalli ferrosi e non ferrosi che vengono raccolti sono inviati ai centri di selezione e riciclo, che provvedono, come prima operazione, a separarli per tipologie e dimensioni. La prima macro separazione avviene, infatti, eseguita dividendo quelli appartenenti alla famiglia dei metalli ferrosi e quella dei non ferrosi.Per capire meglio queste due famiglie possiamo dire che: I metalli ferrosi sono metalli e leghe metalliche che contengono il ferro, tra cui, le più conosciute sono l’acciaio e la ghisa. La ghisa si ottiene dall’altoforno e può essere successivamente affinata per ottenere acciaio oppure utilizzata in fonderia. La ghisa è molto dura e fragile, ha una resilienza molto bassa, un allungamento % a rottura praticamente nullo, quindi non può essere lavorata plasticamente, né a caldo né a freddo, ma può essere lavorata solo per fusione. L’acciaio viene ricavato dall’affinazione della ghisa, un’operazione che consiste nel diminuire il tenore di carbonio per ridurre gli elementi dannosi, come zolfo, fosforo, ossigeno, ecc., che possono derivare dai materiali di carica del forno o dai prodotti delle fasi precedenti di lavorazione.Infatti all’aumentare della quantità di carbonio aumentano: - resistenza meccanica, - durezza, - temprabilità, - colabilità/fusibilità, - resistenza all’usura Diminuisce invece: - allungamento A% - resistenza meccanica - lavorabilità e plasticità a freddo - saldabilitàInoltre gli acciai si dividono in duri, semiduri e dolci, infatti, gli acciai dolci presentano una resistenza a trazione molto più bassa di quella degli acciai duri, però sono più malleabili, più duttili e più resistenti agli urti. Sono facilmente saldabili e lavorabili dalle macchine utensili, ma sono meno resistenti all’usura e alla corrosione rispetto agli acciai duri. Durante la preparazione, in fase di fusione, è possibile aggiungere dei leganti ferrosi o non ferrosi per aumentarne le prestazioni, chiamando quindi questi acciai legati o non legati. Vediamo quale influenza hanno i leganti nella preparazione dell'acciaio: Cromo (Cr) Si trova spesso negli acciai, migliorando la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza all’usura. In quantità maggiori del 12% rende l’acciaio inossidabile.Nichel (Ni) Si trova spesso insieme al cromo, migliorando tutte le proprietà meccaniche dell’acciaio, come la resistenza alla corrosione, mentre diminuisce la dilatazione termica e la saldabilità. Il nichel si trova anche negli acciai inox in quantità che dipende dal tenore di cromo. Molibdeno (Mo) Migliora la temprabilità e attenua il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Insieme al cromo e al nichel realizza gli acciai con le migliori proprietà meccaniche (Rm fino a 1200 N/mm2).Silicio (Si) È contenuto naturalmente nell’acciaio in piccole quantità (circa 0,3%), se invece è aggiunto intenzionalmente fino al 2% circa, aumenta la resistenza meccanica, all’ossidazione e soprattutto aumenta notevolmente l’elasticità. Infatti gli acciai al silicio vengono usati per realizzare molle. Manganese (Mn) Aumenta la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza a usura, Inoltre migliora notevolmente la temprabilità ma causa il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Tungsteno (W) – Cobalto (Co) – Vanadio (V) – Titanio (Ti) Sono tutti elementi molto duri che, aggiunti nell’acciaio, gli conferiscono elevatissima durezza che si mantiene anche alle alte temperature. Queste caratteristiche meccaniche si trovano negli acciai per utensili. Piombo (Pb) – Zolfo (S) Sono elementi nocivi per l’acciaio perché gli conferiscono elevata fragilità. Si possono, però, trovare in piccole quantità perché la fragilità indotta dalla loro presenza facilita il distacco del truciolo e favorisce la lavorabilità alle macchine utensili. Tali acciai sono detti automatici. Zolfo (S) – Fosforo (P) – Idrogeno (H) – Azoto (N) – Ossigeno (O) Sono tutti elementi nocivi perché si legano chimicamente con il ferro o con il carbonio formando composti che rendono molto fragile l’acciaio. La loro presenza, quindi, deve essere ridotta al minimo.Per quanto riguarda i materiali non ferrosi si possono definire tali tutte quelle leghe che al loro interno non contengano ferro, o ne contengono una frazione trascurabile. Possiamo elencare tra i metalli non ferrosi il magnesio, il rame, lo zinco, il bronzo, piombo, il nichel, l’ottone e l’alluminio. I metalli non ferrosi uniti ad altri metalli possono generare una grande quantità di leghe, con lo scopo di apportare migliorie alle prestazioni meccaniche, alla lavorabilità, alla resistenza alla corrosione e alle alte temperature del metallo di base.Inoltre, vengono divisi anche in categorie di densità: Pesanti con un peso superiore a 5000 Kg. per Mc Leggeri con un peso tra i 2000 e i 5000 Kg. per McL'impiego dei metalli non ferrosi può essere fatto allo stato puro, o in leghe con altri elementi. Le loro maggiori peculiarità sono caratterizzate dalla leggerezza, dall’inossidabilità, dall’alta conduzione elettrica e termica, dalla durezza, da un alto punto di fusione e dalla malleabilità.Come vengono riciclati i metalli? Abbiamo visto che la prima operazione è quella di individuare le famiglie di appartenenza e di separarle tra loro per avviare i metalli al riciclo. Questo comincia con la riduzione volumetrica dei rottami, attraverso impianti meccanici che hanno lo scopo, non solo di ridurne la dimensione, ma anche di separare eventuali elementi inquinanti presenti nel rottame stesso. Questi impianti di primo trattamento hanno incorporati nella linea sistemi gravitazionali, a corrente parassita, vagli e separatori magnetici, che hanno lo scopo di nobilitare il rottame metallico trattato. Questo, una volta selezionato, viene inviato alle acciaierie per il loro utilizzo insieme ad altri materiali, che permette la creazione di nuovi elementi costituiti da rottame di riciclo. Il riciclo delle scorie delle acciaierie Nell’ambito dell’economia circolare il riutilizzo delle scorie degli altoforni è diventato un tema molto sensibile, non solo dal punto di vista economico, a causa dei costi sempre più alti dello smaltimento in discarica, ma anche per una questione di carattere ambientale. Infatti, lo smaltimento in discarica di queste scorie che contengono metalli pesanti, è un fattore di forte preoccupazione ambientale, per cui, attraverso il loro riciclo, è possibile estrarre i metalli preziosi dalle ceneri di scarto. Una volta riciclate, risultano un materiale inerte che viene utilizzato nei forni delle cementerie, oppure per la realizzazione di materiali ceramici, fibre vetrose, inerte di riempimento o nelle pavimentazioni stradali.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottamerNEWS

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Slow Life

Un viaggio nella cultura della bicicletta come stile di vita, non solo come mezzo di trasportodi Marco Arezio C’è un ritmo che la vita moderna ha quasi dimenticato: quello della pedalata. È il respiro lento di chi attraversa la città non per dominarla, ma per abitarla. È la traiettoria calma di chi sceglie la bicicletta non solo per spostarsi, ma per ritrovare il senso del tempo, la misura dello spazio, l’ascolto del corpo. In Italia, però, questo ritmo è ancora un sussurro in mezzo al frastuono dei motori. I numeri raccontano una verità amara: solo il 4% degli italiani utilizza regolarmente la bici per muoversi. Nelle nostre città, l’80% dello spazio urbano è ancora dedicato alle automobili. Le due ruote, simbolo universale di libertà e leggerezza, restano confinate ai margini: piste interrotte, attraversamenti pericolosi, segnaletica incerta. Eppure, qualcosa si muove — anche se in salita. Bolzano, Pesaro, Ferrara: dove la lentezza è già un valore Ci sono luoghi in cui la bicicletta non è una scelta eroica ma quotidiana. A Bolzano, il 28% degli spostamenti avviene sulle due ruote. A Pesaro e Ferrara la percentuale è simile. Qui la mobilità dolce non è solo infrastruttura, è cultura condivisa. Le città che pedalano davvero hanno compreso una lezione fondamentale: non basta tracciare piste ciclabili, serve cambiare mentalità. Occorre pensare lo spazio urbano come un organismo che respira, dove ogni movimento – a piedi, in bici, in bus – diventa parte di un ritmo collettivo. A Pesaro la “Bicipolitana” è un esempio emblematico: linee ciclabili colorate che collegano quartieri, scuole, uffici, parchi e spiagge, come una vera rete metropolitana del pedale. Ferrara, invece, ha trasformato la bicicletta in simbolo identitario: una città che si misura in pedalate più che in chilometri. Il vero cambiamento è culturale, non solo infrastrutturale Quando parliamo di mobilità dolce, la tentazione è quella di contare chilometri di piste, fondi europei, incentivi. Ma il cambiamento profondo non si misura in metri di asfalto, bensì in metri di consapevolezza. È un tema di educazione civica e sensoriale. Di rispetto reciproco. Di scelte quotidiane. La bicicletta non è un lusso né un sacrificio, è una dichiarazione di equilibrio. È un gesto politico nel senso più puro del termine: scegliere un modello di vita che sottrae spazio al rumore e lo restituisce al silenzio. In un Paese dove il traffico ruba ore di vita e l’inquinamento incide sulla salute di milioni di persone, pedalare non è solo ecologia, è una forma di resistenza gentile. È dire: “voglio vivere a un’altra velocità”. Le Città 30: il futuro (lento) che può salvarci L’Europa corre – o meglio, rallenta – verso un modello urbano in cui i 30 km/h diventano la regola. Le “Città 30” non sono utopie: sono il futuro della convivenza civile. Ridurre la velocità significa aumentare la sicurezza, diminuire il rumore, restituire spazio ai bambini e agli anziani, favorire i negozi di prossimità, riattivare la socialità delle strade. L’Italia comincia timidamente a parlarne. Bologna e Cesena hanno avviato i primi progetti; altre città osservano con curiosità, alcune con scetticismo. Ma i dati europei parlano chiaro: dove si abbassa la velocità, cresce la qualità della vita. E non solo per i ciclisti. Pedalare come atto di lentezza consapevole C’è un piacere dimenticato nel muoversi in bicicletta: il vento sul viso, l’odore delle stagioni, la libertà di fermarsi. È un gesto che unisce il corpo alla mente, un piccolo rituale di sostenibilità quotidiana. Nel mondo slow life, la bici non è solo mobilità: è meditazione in movimento. È uno strumento che riconcilia l’individuo con il territorio, che accorcia le distanze tra casa e lavoro, tra città e natura, tra velocità e equilibrio. La vera sfida non è costruire piste ciclabili, ma costruire un nuovo immaginario collettivo in cui pedalare diventa un atto normale, desiderabile, persino elegante. Un Paese da riconciliare con il suo ritmo Forse, il problema non è che l’Italia non pedali: è che ha dimenticato come si fa a farlo con calma. Abbiamo lasciato che la fretta diventasse un valore e la lentezza un difetto. Ma la bicicletta ci ricorda che l’equilibrio si trova solo nel movimento misurato, nel respiro regolare, nella pazienza del tragitto. Ogni volta che scegliamo la bici, scegliamo di appartenere a una comunità silenziosa ma crescente. Quella di chi crede che il futuro non si costruisca accelerando, ma imparando a rallentare insieme.© Riproduzione VietataACQUISTA IL LIBRO

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