Marketing di prodotto: ripensare i canoni estetici per i prodotti fatti in plastica riciclata da post consumoMarketing di prodotto. Aspettative elevate sui prodotti fatti in plastica riciclata minano l’economia circolaredi Marco ArezioNon ci siamo mai chiesti come mai molti prodotti, specialmente nel campo dell’imballaggio, continuano a essere prodotti con materia prima vergine? Esistono delle esigenze estetiche, apparentemente non derogabili, stabilite dai protocolli di marketing che vogliono un prodotto dall’aspetto perfetto, nei colori, nella trama e nella finitura, figli di una produzione fatta con materie prime vergini, che hanno lo scopo di soddisfare l’occhio del cliente. Ma è proprio questo che il cliente chiede ad un prodotto per il packaging o altri prodotti addirittura che hanno una funzione tecnica e non estetica, come per esempio i tubi da interro o dei bancali in plastica, o altri prodotti simili? Non credo. Vediamo alcuni esempi in cui sui potrebbe usare il granulo riciclato da post consumo al 100% e invece si continua con la materia prima vergine o in alcuni casi più virtuosi si usa un compound misto. – Tubi per irrigazione in HDPE e LDPE: spesso accade che un prodotto destinato al campo, che verrà, nel corso del tempo, aggredito dal sole con conseguente peggioramento della struttura esterna, riduzione di colore e ricopertura di ampie porzioni da parte della terra o del fango, possa diventare oggetto di una contestazione perché il granulo da post consumo, che potrebbe avere all’interno un po’ di gas o umidità residua, porta a creare piccole bollicine sulla superficie del tubo. Questo non comporta difetti qualitativi del manufatto, ma solo estetici, ma sufficienti a spingere il produttore a fare compounds con il vergine o con granuli post indutriali. – Cassette industriali in HDPE e PP: le casette vengono usate per la logistica di movimento o all’interno di magazzini di attività produttive, quindi non hanno lo scopo di essere messe sul mercato della vendita, ma rimangono un mezzo di lavoro all’interno delle aziende. Sono fatte normalmente in HDPE o PP in vari colori. I più diffusi sono il rosso, il blu e il grigio. L’uso del granulo da post consumo, colorato, potrebbe portare con sé, piccole imperfezioni estetiche che si manifestano in leggere sfiammature sul colore, possibili saltuari puntini neri sulla superficie o piccole zone opacizzate. Facile incorrere nel rifiuto da parte del produttore di cassette, del granulo post consumo come se l’estetica perfetta sia importante per la funzione della cassetta che rimane in un magazzino. Normalmente si preferisce usare una materia prima proveniente da scarti post industriali o un compound misto con materie prime vergini. – Flaconi per il detersivo o liquidi industriali e agricoli: la materia prima normalmente utilizzata è l’HDPE, il PP o il PET. Sul mercato del soffiaggio possiamo dire che una timida apertura al riciclato da post consumo sta avvenendo negli ultimi anni, sulla spinta dei movimenti per l’ambiente, che vedono tutti i giorni i flaconi del detersivo in negozio. L’impressione è che questa attenzione per il riciclato da parte dei produttori di flaconi sia dettata da precise scelte compiacere i propri clienti piuttosto che un’attenzione all’ambiente. Sono comunque scelte un po’ zoppe, in quanto l’industria della produzione del granulo da post consumo ha raggiunto una qualità tale da poter offrire una materia prima che consente di produrre flaconi da 0,5 a 5 litri al 100%, ma ancora oggi si punta a compounds contenenti solo il 30% -50% di materiale riciclato. Questo vale solo su alcuni flaconi e con alcuni colori, perché la maggior parte vengono ancora fatti con il materiale vergine. La produzione dei flaconi con il granulo riciclato da post consumo, specialmente in HDPE, potrebbe a volte lasciare, sul flacone, piccole zone di opacità nel colore, l’assenza di brillantezza tipica dell’uso della materia prima vergine e una presenza di profumo di detersivo tipica del granulo da post consumo proveniente dalla raccolta differenziata. I produttori di flaconi, considerando i numeri generali di consumo delle materie prime, continuano a preferire il granulo vergine, specialmente in questo periodo in cui il costo di questo è inferiore al costo del granulo rigenerato, ma sono spinti dal mercato ad impegnarne una percentuale per questioni di immagine aziendale “green”. Potremmo andare avanti con molti altri esempi sulle opportunità perse di utilizzo della materia prima proveniente dai rifiuti domestici al posto del granulo vergine, ma i canoni estetici che gli esperti di marketing esigono per i loro prodotti a volte sono incompatibili con l’esigenza di utilizzo dei rifiuti plastici e di protezione dell’ambiente.
SCOPRI DI PIU'
Come i Clienti Vedono la tua Azienda: Corazzata o Barchino?Spesso può capitare che quello che pensi della tua azienda non sia quello che il mercato pensa di lei e, non sapendolo, è facile non poter interveniredi Marco ArezioNelle piccole e medie aziende, dove il ruolo del proprietario o del manager preposto alla direzione sono il fulcro dell’attività, può essere facile avere una visione non del tutto precisa di come l’azienda viene vista dal mercato. Osservare la propria azienda dall’interno, tutti i giorni, nella sua globalità o attraverso le attività dei vari rami aziendali, si possono creare impressioni sul lavoro, sulla potenzialità, sul servizio, sulle relazioni con i clienti e fornitori, sul grado di apprezzamento delle attività e sulla fidelizzazione nel tempo, che potrebbero essere di parte e non del tutto obbiettive. Quando si presentano problemi importanti in uno di questi settori, la direzione mette in moto tutta una serie di azioni, collaudate, che hanno lo scopo di risolvere la controversia o l’insoddisfazione palese che si è manifestata. Ma le azioni che potrebbero migliorare, ogni giorno, l’importanza del marchio, incrementare le vendite, posizionare l’azienda su nuovi mercati, aumentare la soddisfazione della clientela, far crescere la fiducia da parte dei fornitori, quando non si palesano criticità, sono più difficili da intercettare e capire dall’interno. E’ difficile rendersi conto del livello di gradimento che il mercato ha dei vari settori aziendali, in quanto raramente si mettono in pratica procedure di quantificazione della soddisfazione della clientela e dei fornitori, forse per la paura di ricevere critiche. Risulta quindi di fondamentale importanza la collaborazione con un consulente, specializzato nel mercato di riferimento dell’azienda, il quale ha lo scopo di studiare il flusso di lavoro da una posizione esterna, che gli permette, conoscendo le dinamiche del mercato dalle due parti (fornitori e clienti), di capire in modo indipendente cosa si potrebbe migliorare all’interno dell’azienda. Un’analisi dei vari settori aziendali permette di capire il grado di comunicazione interna, la qualità dei servizi offerti rispetto alle aspettative dei clienti verso l’azienda, l’esistenza e l’efficacia o meno della comunicazione esterna e la capacità di risolvere i problemi, che si generano lavorando, in modo costruttivo. La consulenza su questi aspetti permette all’imprenditore di acquisire nozioni e proposte di miglioramento, da un punto di vista non influenzato dal ritmo quotidiano di lavoro e dall’abitudine dell’esecuzioni di procedure aziendali standard, ma cerca di portare una valutazione critica della valenza della società sul mercato. La cosa peggiore è pensare di essere una corazzata e venire etichettati come un piccolo natante, senza saperlo.
SCOPRI DI PIU'
Il Lato Oscuro delle Relazioni Lavorative e Sociali: Sadismo, Narcisismo e MachiavellismoCome i tratti psicologici tossici influenzano il benessere e la produttività in azienda e nelle relazioni personali, e le strategie per affrontarlidi Marco ArezioNel mondo del lavoro e nelle dinamiche sociali, incontriamo spesso persone con tratti psicologici complessi che possono influenzare negativamente chi le circonda. Tra questi, il sadismo, il narcisismo e il machiavellismo sono particolarmente rilevanti, poiché portano con sé una serie di comportamenti dannosi che possono compromettere il benessere altrui. Comprendere queste personalità, il loro impatto sugli altri e le possibili soluzioni per affrontare tali comportamenti può aiutarci a migliorare non solo gli ambienti professionali, ma anche le nostre relazioni personali. Sadismo: Il Piacere Derivato dalla Sofferenza Altrui Il sadismo è un tratto caratterizzato dal piacere derivato dal causare sofferenza agli altri, che si manifesta sotto forma di abusi fisici, ma soprattutto psicologici. In un contesto lavorativo, un capo o un collega con tendenze sadiche potrebbe attuare comportamenti che minano la sicurezza e la serenità degli altri, utilizzando la crudeltà come mezzo per affermare il proprio potere. Questo atteggiamento, a lungo andare, crea un ambiente di lavoro tossico, dove le vittime possono sentirsi demotivate e sperimentare stress o addirittura forme di depressione. Narcisismo: L'Ego al Centro del Mondo Il narcisismo è un tratto più diffuso e meno direttamente aggressivo, ma non per questo meno dannoso. I narcisisti tendono a essere egocentrici, alla ricerca continua di attenzione e ammirazione, spesso sopravvalutando le proprie capacità e mostrando poca empatia nei confronti degli altri. Nel contesto lavorativo, ciò si traduce in atteggiamenti che possono esasperare i colleghi: il narcisista monopolizza le discussioni, non tollera critiche, e si attribuisce meriti che non gli spettano, creando tensioni e dissapori. Chi lavora con queste persone può sentirsi sminuito, messo da parte o costretto a fare sforzi eccessivi per mantenere un equilibrio tra le proprie responsabilità e la gestione delle relazioni. Machiavellismo: L'Arte della Manipolazione Il machiavellismo si basa su un atteggiamento manipolativo e opportunistico. Chi possiede questo tratto psicologico tende a manipolare gli altri per ottenere ciò che desidera, senza alcun rimorso o considerazione per l’impatto che può avere sugli altri. Nelle relazioni lavorative, un individuo machiavellico potrebbe utilizzare astuzia e strategie subdole per creare alleanze temporanee o sfruttare le debolezze altrui, con lo scopo di avanzare nella gerarchia aziendale o ottenere benefici personali. Questo comportamento mina la fiducia tra colleghi e favorisce una cultura aziendale basata sul sospetto e sulla competizione sleale. Le Conseguenze di un Ambiente Tossico L'impatto di questi tratti sulla vita professionale è spesso devastante. Le persone che lavorano in ambienti dove sono presenti individui sadici, narcisisti o machiavellici soffrono di stress e ansia, con effetti negativi sulla loro produttività e, soprattutto, sul loro benessere psicologico. In questi contesti, la collaborazione diventa difficile, la motivazione cala, e si assiste a una maggiore rotazione del personale, poiché i dipendenti tendono a cercare altrove condizioni di lavoro più sane e rispettose. Anche l’azienda ne risente: un ambiente tossico influisce sulla reputazione dell’organizzazione e può portare a un calo della qualità del lavoro, oltre che a costi elevati legati alla sostituzione del personale. Gestire Comportamenti Tossici: Strategie e Soluzioni Affrontare e gestire questi comportamenti non è semplice, ma è possibile. La prima strategia utile è la formazione e sensibilizzazione all’interno delle organizzazioni. Educare sia i dipendenti che i manager sui tratti del sadismo, narcisismo e machiavellismo permette di riconoscere questi comportamenti e intervenire tempestivamente per limitarne i danni. Inoltre, è fondamentale che le aziende adottino politiche chiare contro il bullismo e le forme di abuso psicologico, fornendo a chi ne è vittima dei canali sicuri e riservati per segnalare tali situazioni. Un altro aspetto essenziale è il supporto psicologico. Creare uno spazio in cui i dipendenti possano ricevere consulenza e sostegno può fare la differenza nella gestione dello stress e nella prevenzione di problemi di salute mentale più gravi. Infine, i leader aziendali devono essere formati a promuovere un ambiente di lavoro positivo, dove il rispetto e la collaborazione prevalgono su dinamiche tossiche e distruttive. Una leadership efficace può fare molto per scoraggiare comportamenti negativi, risolvere conflitti in modo rapido e offrire sostegno ai dipendenti che si trovano in difficoltà. L'Impatto Sociale: Relazioni Interpersonali e Conseguenze Psicologiche Anche al di fuori del contesto lavorativo, i tratti di sadismo, narcisismo e machiavellismo hanno effetti negativi nelle relazioni personali e nella società in generale. Nelle relazioni intime, ad esempio, una persona con tendenze narcisistiche o manipolative può creare dinamiche di controllo, portando a situazioni di abuso emotivo. Queste relazioni, se non affrontate con consapevolezza e il giusto sostegno, possono lasciare cicatrici profonde, portando le vittime a sviluppare disturbi psicologici come ansia, depressione e persino PTSD. Conclusione In conclusione, è importante non solo riconoscere questi tratti psicologici, ma anche agire concretamente per limitarne gli effetti negativi. In ambito lavorativo, politiche aziendali adeguate, una leadership forte e un ambiente che promuova il benessere dei dipendenti possono ridurre l’impatto di individui con tratti sadici, narcisistici o machiavellici. Nelle relazioni personali e sociali, la consapevolezza e l'educazione sono strumenti essenziali per evitare che questi comportamenti distruggano la fiducia e l’empatia reciproca. Solo così possiamo sperare di costruire comunità e contesti lavorativi più equilibrati e rispettosi, dove tutti possano sentirsi sicuri e apprezzati.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Come l’intelligenza artificiale rivoluziona gli acquisti aziendaliScopri come l’IA sta trasformando il settore procurement con automazione, analisi predittiva e gestione dei fornitori più efficientedi Marco ArezioNel contesto dell’evoluzione digitale che ha interessato ogni ambito della gestione aziendale, il procurement si configura oggi come uno dei settori maggiormente influenzati dall’introduzione dell’intelligenza artificiale (IA). Le pratiche tradizionali di approvvigionamento stanno subendo una trasformazione radicale grazie alla crescente adozione di soluzioni basate sull’analisi predittiva, sul machine learning e sull’elaborazione automatica dei dati. Questi strumenti non solo aumentano l’efficienza operativa, ma incidono in modo determinante sulla qualità strategica delle decisioni d’acquisto. L'automazione intelligente dei processi Uno dei principali contributi dell’IA nel procurement moderno consiste nella capacità di automatizzare processi ripetitivi e intensivi in termini di tempo, come la gestione delle richieste d’acquisto, la selezione preliminare dei fornitori e l’analisi delle offerte. Attraverso algoritmi intelligenti, i sistemi di procurement sono oggi in grado di identificare pattern ricorrenti, anticipare le necessità di riordino e ottimizzare i cicli di approvvigionamento riducendo i costi operativi. L’automazione va oltre la semplice esecuzione di attività standardizzate: i sistemi più avanzati apprendono continuamente dai dati storici e in tempo reale, migliorando le prestazioni decisionali nel tempo. Ciò si traduce in un procurement più proattivo, dove l’identificazione delle opportunità e dei rischi non è più affidata esclusivamente all’intuito umano. Analisi predittiva e ottimizzazione della supply chain L'intelligenza artificiale consente di elaborare enormi quantità di dati provenienti da fonti eterogenee, tra cui sistemi ERP, CRM, portali fornitori e mercati digitali. Questa capacità di analisi si traduce in una maggiore accuratezza nelle previsioni di domanda, nella gestione dei livelli di scorte e nella pianificazione delle forniture. Tramite tecniche avanzate di machine learning, i sistemi possono individuare correlazioni nascoste tra variabili logistiche e finanziarie, supportando decisioni tempestive ed efficienti. In questo modo, l’IA favorisce una maggiore resilienza della supply chain, permettendo alle imprese di reagire prontamente a cambiamenti nella domanda, a ritardi di produzione o a interruzioni dei canali distributivi. Selezione strategica dei fornitori e gestione del rischio Un altro ambito critico in cui l’IA sta apportando innovazioni significative riguarda la selezione e la valutazione dei fornitori. I modelli predittivi sono in grado di stimare l’affidabilità, la performance e il rischio associato a ciascun partner commerciale. L’analisi automatica di documenti, certificazioni, feedback e performance passate consente una gestione più accurata e oggettiva del portafoglio fornitori. Inoltre, le tecnologie basate su IA possono identificare precocemente segnali di rischio, come variazioni anomale nei tempi di consegna o cambiamenti finanziari, suggerendo azioni correttive prima che si verifichino interruzioni gravi. Impatto sull’organizzazione e sulle competenze L’adozione dell’intelligenza artificiale nel procurement implica anche una revisione profonda dell’organizzazione del lavoro e delle competenze richieste ai professionisti del settore. I buyer non sono più semplici esecutori di ordini, ma diventano analisti strategici capaci di interpretare le informazioni fornite dai sistemi intelligenti e prendere decisioni di più alto livello. Questo cambio di paradigma richiede investimenti nella formazione continua, nello sviluppo di competenze digitali e nell’integrazione tra funzioni IT e funzioni operative. Le aziende che riescono a colmare il divario tra tecnologia e capitale umano sono quelle che possono sfruttare pienamente il potenziale trasformativo dell’IA. Conclusioni L’intelligenza artificiale rappresenta oggi una leva strategica per l’evoluzione del procurement, non solo come strumento di automazione, ma come catalizzatore di efficienza, trasparenza e valore aggiunto lungo l’intera catena di approvvigionamento. Il passaggio da un procurement reattivo a uno predittivo e intelligente consente alle organizzazioni di affrontare in modo più efficace le sfide globali, ridurre i costi e migliorare la sostenibilità delle proprie pratiche. Il futuro del procurement sarà sempre più caratterizzato da una simbiosi tra intelligenza umana e artificiale. Le aziende che sapranno integrare questi due elementi in modo armonico, con una governance adeguata e una visione strategica, potranno costruire un vantaggio competitivo durevole in uno scenario economico sempre più dinamico e complesso. © Vietata la Riproduzione
SCOPRI DI PIU'
Riciclo della plastica in Europa: tra crisi industriale e concorrenza slealeImpianti che chiudono, investimenti congelati e plastica vergine a basso costo che invade il mercato: la filiera europea del riciclo rischia il collasso. Indagini, numeri e responsabilità politichedi Marco ArezioL’Europa rischia di perdere uno dei pilastri della sua transizione verde: il riciclo della plastica. A confermarlo sono i numeri, freddi e impietosi. Nei primi sette mesi del 2025 il settore ha già perso tanta capacità produttiva quanta nell’intero 2024. Se il trend non si arresta, entro dicembre si arriverà a un taglio vicino a un milione di tonnellate. Dietro queste cifre c’è un intreccio di dinamiche economiche, scelte politiche e squilibri di mercato che mettono in discussione la stessa credibilità del Green Deal europeo. Il comparto non è marginale: vale oltre nove miliardi di euro, conta 850 aziende e impiega più di 30.000 persone. Eppure, nel cuore dell’Unione, decine di impianti hanno già spento i macchinari, soprattutto in Germania, Regno Unito e Paesi Bassi. Il paradosso è evidente: mentre Bruxelles proclama obiettivi sempre più ambiziosi sulla riduzione dei rifiuti e sull’uso di materiali riciclati, la filiera reale arretra, stritolata da pressioni esterne e mancanza di tutele efficaci. Il primo indiziato è la plastica vergine di importazione. Arriva da mercati extra-UE a prezzi stracciati, spesso prodotta in contesti normativi molto meno severi rispetto a quelli europei. Le imprese del riciclo si trovano così a competere con materiali che costano meno e che non rispettano gli stessi standard ambientali. Il risultato è una concorrenza sleale che penalizza chi investe in innovazione e sostenibilità. Ma non è solo una questione di mercato globale. C’è anche il nodo dei costi energetici: per alimentare gli impianti di riciclo servono energia e infrastrutture, che in Europa hanno prezzi tra i più alti al mondo. Per molti operatori il bilancio è insostenibile, e la serrata diventa l’unica opzione. A ciò si aggiunge un problema cronico: la raccolta differenziata. In troppi paesi resta disomogenea, quantitativamente scarsa e qualitativamente insufficiente. Un riciclo di qualità nasce dalla selezione alla fonte, e senza una raccolta efficiente l’intera catena crolla. Le conseguenze non sono solo industriali. Ogni tonnellata di capacità persa significa più plastica vergine immessa sul mercato, più emissioni e meno posti di lavoro. Ma soprattutto significa mettere a rischio gli obiettivi europei di riduzione della CO₂ e di contenuto minimo di riciclato nei prodotti. Una strategia che si sgretola sotto il peso delle proprie contraddizioni. Le associazioni del settore – da Plastics Recyclers Europe ad Assorimap – hanno alzato la voce: servono misure urgenti e coraggiose. Tra le richieste: fermare l’ingresso di materiali non conformi, rendere obbligatorio l’uso di una quota minima di plastica riciclata, abbassare i costi energetici per gli impianti, uniformare le normative tra gli Stati membri. Altrimenti, avvertono, l’Europa rischia di trasformarsi in un mercato aperto per la plastica a basso costo e in un cimitero di aziende di riciclo. Il sospetto, sempre più diffuso, è che dietro l’immobilismo politico ci siano pressioni delle lobby dei produttori di plastica vergine, che traggono vantaggio dal calo del riciclato. Una dinamica che, se confermata, getterebbe un’ombra pesante sulla capacità dell’Unione Europea di difendere la propria agenda ambientale. Perché senza una filiera del riciclo solida, l’economia circolare resta uno slogan vuoto. Oggi l’Europa è a un bivio: proteggere il proprio tessuto industriale e accelerare sulla circolarità, oppure lasciare che il mercato globale e le sue distorsioni decidano il futuro della plastica. La risposta determinerà non solo il destino di un settore, ma anche la credibilità delle politiche verdi del continente.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Imballaggi Biodegradabili e Compostabili: Certificazioni Obbligatorie e Normativa per Evitare SanzioniGuida tecnica e legale alle certificazioni indispensabili per gli imballaggi biodegradabili e compostabili, con focus su obblighi normativi, rischi sanzionatori e corretta comunicazione ambientaledi Marco ArezioNegli ultimi anni, la transizione verso un sistema produttivo più sostenibile ha portato il settore degli imballaggi a confrontarsi con nuove sfide normative e di mercato. In questo scenario, gli imballaggi biodegradabili e compostabili si sono imposti come protagonisti di una rivoluzione verde che coinvolge imprese, consumatori e istituzioni. Tuttavia, dietro questa apparente semplicità, si cela un complesso universo di obblighi legali, certificazioni tecniche e rischi sanzionatori che ogni operatore della filiera deve conoscere per evitare errori costosi e tutelare la propria reputazione.Definizioni: Cosa significa “biodegradabile” e “compostabile” secondo la legge L’approccio giuridico alle definizioni di “biodegradabile” e “compostabile” parte dalla necessità di garantire chiarezza e tutela sia per il mercato che per l’ambiente. Non si tratta di semplici slogan pubblicitari: le definizioni sono strettamente vincolate alle norme tecniche di riferimento, che fungono da “bussola” normativa per chi produce, importa o commercializza imballaggi. Secondo la disciplina europea, il termine “biodegradabile” viene attribuito solo a quei materiali che si decompongono grazie all’azione di specifici microrganismi in condizioni determinate, fino a trasformarsi in elementi base come acqua, anidride carbonica e biomassa, in un tempo considerato tecnicamente accettabile. Diversamente, “compostabile” identifica materiali che, oltre a biodegradarsi, sono in grado di essere trasformati in compost attraverso processi industriali, senza lasciare residui nocivi o inquinanti nel prodotto finale. Tali requisiti sono regolati principalmente dalla norma UNI EN 13432:2002, che, nel panorama normativo italiano ed europeo, costituisce il fondamento giuridico per qualsiasi valutazione di conformità in materia di biodegradabilità e compostabilità degli imballaggi. Chiunque utilizzi impropriamente questi termini senza il supporto di tale norma rischia di incorrere in sanzioni amministrative e pratiche di greenwashing perseguibili dall’Autorità. Quadro normativo: le leggi applicabili Gli operatori del settore degli imballaggi, e più in generale chiunque immetta sul mercato prodotti dichiarati biodegradabili o compostabili, si muovono in un quadro normativo articolato su diversi livelli, dove la gerarchia delle fonti – dal diritto europeo a quello nazionale, fino alle norme tecniche armonizzate – impone una conoscenza puntuale delle regole vigenti. La Direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio costituisce la cornice legislativa europea, introducendo obblighi stringenti sia sulla riduzione degli impatti ambientali sia sulla promozione della riciclabilità e del recupero. Il Regolamento UE 2019/904 si inserisce in questa scia, limitando l’uso della plastica monouso e incentivando, in alcuni settori, l’adozione di materiali compostabili certificati. In Italia, queste direttive vengono recepite e rafforzate dal D.Lgs. 152/2006, noto come “Codice dell’Ambiente”, e dalla normativa più recente (come la Legge 221/2015 e il D.Lgs. 116/2020), che dettagliano requisiti, limiti e sanzioni, a seconda dei casi di utilizzo e dei materiali. È in questa stratificazione di norme che si inserisce la necessità di possedere precise certificazioni e di adottare prassi comunicative trasparenti e veritiere. Le regole non si limitano a un controllo sulla produzione, ma estendono le proprie maglie fino alla fase di commercializzazione, etichettatura e informazione al consumatore finale. Certificazioni obbligatorie: cosa serve davvero Sul piano giuridico, la commercializzazione di un imballaggio come “biodegradabile” o “compostabile” è subordinata al possesso di una certificazione tecnica rilasciata da un ente accreditato. La norma UNI EN 13432 funge da spartiacque: soltanto i materiali e i prodotti che superano i rigorosi test in essa previsti possono essere legalmente definiti tali. Questo processo di certificazione non è una mera formalità. Al contrario, implica una serie di prove scientifiche – dalla valutazione della percentuale di biodegradazione, alla disintegrazione fisica, fino all’assenza di effetti ecotossicologici e di sostanze pericolose – che devono essere condotte secondo protocolli condivisi e documentati. In Italia, i marchi rilasciati dal Consorzio Italiano Compostatori (CIC), da TÜV Austria o da DIN CERTCO sono riconosciuti come garanzia di conformità agli standard europei. L’assenza di tale certificazione non solo impedisce di utilizzare i claim di biodegradabilità o compostabilità, ma comporta anche il rischio concreto di sanzioni amministrative, ritiro dal mercato e azioni di responsabilità, tanto da parte delle autorità di controllo quanto da parte dei concorrenti o dei consumatori. Etichettatura e comunicazione ambientale: cosa si può scrivere (e cosa no) In un’epoca in cui la trasparenza è al centro del rapporto tra imprese e consumatori, l’etichettatura ambientale degli imballaggi assume un ruolo giuridicamente delicato e strategico. Non è più sufficiente apporre simboli generici o utilizzare diciture che richiamano vagamente l’ecosostenibilità; la legge impone una comunicazione puntuale, verificabile e coerente con le certificazioni ottenute. Dal 2023, il legislatore italiano ha introdotto l’obbligo generalizzato di etichettatura ambientale, imponendo la presenza di indicazioni precise sulla natura del materiale, le modalità di smaltimento e la destinazione finale (ad esempio “raccolta organico/umido” solo se effettivamente certificato compostabile). Il rispetto di queste prescrizioni non è soltanto una questione formale, ma un presidio contro pratiche ingannevoli e greenwashing. Chi viola le regole rischia sanzioni amministrative, multe da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), oltre alla possibile esclusione dai circuiti di raccolta differenziata. Le imprese hanno quindi il dovere di evitare claim ambientali generici o suggestivi (“eco-friendly”, “100% biodegradabile”, “amico dell’ambiente”) se non supportati dalla certificazione EN 13432 e devono sempre esibire il marchio dell’ente certificatore insieme alle istruzioni di conferimento. In caso di controllo, la mancanza di documentazione probante espone l’operatore a sanzioni anche molto rilevanti. Obblighi e responsabilità lungo la filiera Nel diritto degli imballaggi sostenibili, la catena delle responsabilità è ampia e coinvolge tutti i soggetti che partecipano, a qualsiasi titolo, alla produzione, distribuzione e vendita del prodotto. La conformità normativa, dunque, non si esaurisce in capo al produttore, ma investe anche importatori, distributori, commercianti e persino gli utilizzatori professionali. Chi introduce sul mercato imballaggi dichiarati biodegradabili o compostabili deve essere in grado di dimostrare, in ogni momento, la corrispondenza del prodotto agli standard legali e tecnici. Analogamente, i distributori sono chiamati a una verifica attiva della documentazione, pena la responsabilità solidale in caso di violazioni. La trasparenza e la diligenza nella comunicazione, nella conservazione dei certificati e nella gestione delle informazioni ambientali rappresentano, quindi, non solo un obbligo etico, ma anche un requisito di compliance giuridica indispensabile per ridurre il rischio di contenziosi, sequestri o azioni risarcitorie, sia in ambito amministrativo che civile. Sanzioni per irregolarità: rischi concreti Il mancato rispetto delle prescrizioni in materia di imballaggi biodegradabili e compostabili può comportare conseguenze economiche e reputazionali di grande rilievo. Dal punto di vista sanzionatorio, il Codice dell’Ambiente e il Codice del Consumo prevedono una pluralità di strumenti repressivi, che spaziano dalle sanzioni amministrative pecuniarie – anche di importo rilevante, fino a 25.000 euro e oltre – al ritiro e sequestro dei prodotti non conformi, fino all’ordine di rettifica delle informazioni commerciali ingannevoli da parte dell’AGCM. Il rischio di incorrere in pratiche scorrette di greenwashing è particolarmente sentito, vista la sensibilità crescente del mercato e delle istituzioni sui temi della sostenibilità. Le azioni delle autorità di controllo sono spesso accompagnate da procedimenti civili o da cause intentate da concorrenti e associazioni di consumatori, che possono tradursi in richieste di risarcimento danni e in danni reputazionali difficilmente quantificabili. Aggiornamenti e prospettive future Il settore degli imballaggi biodegradabili e compostabili si trova oggi in una fase di rapida evoluzione normativa, guidata sia dalla crescente attenzione dell’Unione Europea sia dalla pressione degli stakeholder nazionali. L’iter di approvazione del nuovo Regolamento Imballaggi UE (PPWR) lascia presagire una futura ulteriore stretta sulle condizioni di utilizzo, certificazione e etichettatura di questi materiali, con requisiti ancora più rigorosi in termini di trasparenza e verificabilità. È probabile che, nei prossimi anni, assisteremo a un rafforzamento dei controlli e a un allineamento sempre più marcato agli standard internazionali (come l’ISO 17088), favorendo la creazione di un mercato comune dove le pratiche di green marketing dovranno necessariamente poggiare su dati oggettivi, test verificati e certificazioni tracciabili lungo tutta la filiera. Consigli pratici per le imprese Alla luce di questo quadro complesso, le imprese che operano nel settore degli imballaggi sostenibili devono dotarsi di una strategia di conformità che tenga conto sia degli aspetti tecnici sia di quelli legali. Richiedere e mantenere aggiornata la certificazione EN 13432 presso enti accreditati è il primo, imprescindibile passo per accedere al mercato e tutelarsi dal rischio sanzionatorio. A ciò si aggiunge la necessità di applicare con precisione le etichette ambientali previste dalla normativa, evitando qualsiasi claim non giustificato da prove documentali e mantenendo una tracciabilità puntuale dei materiali utilizzati. Non meno importante è la formazione costante del personale, soprattutto nei reparti marketing e commerciale, affinché ogni comunicazione sia conforme alle disposizioni di legge. Infine, l’aggiornamento continuo sulle novità normative – sia italiane che europee – rappresenta una risorsa strategica per anticipare i cambiamenti e consolidare la propria posizione nel mercato della sostenibilità. Conclusione L’adozione di imballaggi biodegradabili e compostabili non rappresenta soltanto una scelta etica o un’opportunità commerciale, ma impone il rispetto di un corpus normativo articolato e in continua evoluzione. La certificazione, la trasparenza e la conformità legale sono gli strumenti con cui le imprese possono affrontare la transizione ecologica in modo credibile e sicuro, evitando rischi sanzionatori e salvaguardando la propria reputazione. In questo scenario, la conoscenza approfondita degli obblighi e la capacità di aggiornarsi restano le chiavi per un futuro sostenibile e competitivo.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Perché le Donne Manager Vengono Pagate Meno degli Uomini?Analisi delle dinamiche di una persistente disuguaglianza salariale e delle sue implicazioni socio-economichedi Marco ArezioNel panorama lavorativo attuale, e in particolare nelle posizioni di leadership, la disparità salariale tra uomini e donne continua a rappresentare un problema significativo. Nonostante i progressi in materia di uguaglianza di genere, i dati dimostrano che le donne in ruoli manageriali percepiscono stipendi inferiori rispetto ai loro colleghi maschi, anche a parità di competenze ed esperienza. Questo divario non solo costituisce un'ingiustizia economica, ma si traduce anche in una forma di limitazione finanziaria che ostacola l'indipendenza economica delle donne e la loro crescita professionale. Pregiudizi e Stereotipi: Il Peso della Cultura Aziendale Uno dei fattori chiave che perpetuano la disparità salariale è la presenza radicata di pregiudizi e stereotipi di genere. Ancora oggi, in molte realtà aziendali, si tende ad associare il ruolo di leader a caratteristiche tipicamente maschili, come assertività e decisionismo, mentre le donne vengono percepite come meno adatte a ricoprire posizioni di comando. Questo porta a una sistematica sottovalutazione delle loro capacità manageriali e, di conseguenza, a una retribuzione inferiore. Inoltre, le donne si trovano spesso relegate in settori che storicamente offrono stipendi più bassi, come le risorse umane, la comunicazione e il marketing, mentre gli uomini dominano ambiti più remunerativi come la finanza, la tecnologia e l'ingegneria. Interruzioni di Carriera e Ruolo della Famiglia Un altro elemento che incide sulla disparità salariale è la maggiore incidenza delle interruzioni di carriera tra le donne, dovute principalmente alla maternità o alla cura dei familiari. Anche quando rientrano nel mondo del lavoro, molte manager incontrano ostacoli nella progressione di carriera e difficoltà nel negoziare aumenti di stipendio equiparabili a quelli dei colleghi uomini. La scarsa diffusione di politiche aziendali efficaci per la conciliazione tra vita privata e lavoro aggrava ulteriormente la situazione, portando molte donne a dover scegliere tra la crescita professionale e le responsabilità familiari, una pressione sociale che raramente grava sugli uomini con la stessa intensità. La Mancanza di Trasparenza Salariale e la Discriminazione Diretta Nonostante l’esistenza di normative sulla parità retributiva, la discriminazione diretta continua a essere diffusa. Molte donne ricevono offerte economiche inferiori già al momento dell’assunzione e dispongono di un margine di negoziazione ridotto rispetto ai colleghi uomini. Inoltre, la mancanza di trasparenza salariale in molte aziende impedisce alle dipendenti di confrontare le proprie retribuzioni con quelle degli uomini, rendendo più difficile l'individuazione di trattamenti ingiusti. Le politiche di promozione, inoltre, non sempre garantiscono pari opportunità: anche le donne con risultati e competenze pari a quelli degli uomini tendono ad avanzare più lentamente nelle gerarchie aziendali e a ricevere aumenti salariali meno significativi. Impatti Economici e Sociali della Disparità Salariale Il divario retributivo tra uomini e donne ha conseguenze che vanno oltre l’ambito individuale, influenzando l'intera economia e la società. Una minore retribuzione significa meno autonomia finanziaria e maggiore vulnerabilità economica, con il rischio di dipendenza in situazioni di abuso o instabilità familiare. Inoltre, la minore capacità di risparmio delle donne si riflette su una maggiore esposizione alla povertà in età avanzata. Dal punto di vista macroeconomico, la mancata valorizzazione del talento femminile nelle posizioni di leadership rappresenta una perdita significativa per le aziende e per il sistema economico. Studi dimostrano che le imprese con una maggiore presenza femminile ai vertici ottengono risultati migliori in termini di innovazione, produttività e redditività. Soluzioni per Ridurre il Divario Salariale Affrontare la disparità salariale richiede un impegno congiunto da parte di aziende, istituzioni e della società nel suo complesso. Alcune delle strategie più efficaci includono: - Trasparenza salariale: rendere pubblici i dati sulle retribuzioni per genere può facilitare l’individuazione delle disparità e incentivare politiche più eque. - Politiche di conciliazione lavoro-famiglia: introdurre congedi parentali equamente distribuiti tra uomini e donne e favorire modalità di lavoro flessibili può contribuire a ridurre l’impatto delle responsabilità familiari sulla carriera delle donne. - Formazione su pregiudizi di genere: sensibilizzare manager e dipendenti su discriminazione e stereotipi aiuta a creare un ambiente lavorativo più equo. - Pari opportunità nelle promozioni: garantire che i criteri di avanzamento siano chiari e basati esclusivamente sul merito è fondamentale per ridurre il gap retributivo. Conclusione La disparità salariale tra donne e uomini manager è una questione complessa, radicata in dinamiche culturali ed economiche di lunga data. Per superarla, è necessario un cambiamento strutturale che promuova l’uguaglianza di genere nelle aziende e nelle istituzioni. Solo attraverso riforme concrete e una maggiore consapevolezza sarà possibile creare un ambiente di lavoro più equo, dove il talento venga riconosciuto e valorizzato indipendentemente dal genere.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
L'Alto Turnover in Azienda: Cause, Effetti e Strategie di MitigazioneComprendere le Radici del Problema per Creare un Ambiente di Lavoro Più Stabile e Gratificante dei Marco ArezioNell'odierno contesto economico, molte aziende affrontano una sfida significativa: l'alto turnover dei dipendenti. Questo fenomeno non solo influisce sui costi operativi, ma mina anche la stabilità e la crescita dell'organizzazione. Per comprendere appieno l'impatto di questo problema, è essenziale capire le cause alla radice, gli effetti sull'ambiente di lavoro e le possibili soluzioni. Le Cause dell'Alto Turnover Una delle principali ragioni dietro l'alto turnover è l'insoddisfazione lavorativa. I dipendenti che non trovano il loro lavoro stimolante o che non vedono prospettive di crescita all'interno dell'azienda sono più inclini a cercare nuove opportunità. Questo può essere aggravato da una mancanza di riconoscimento e supporto da parte dei superiori. Sentirsi apprezzati è fondamentale per il morale dei dipendenti; senza un feedback positivo e costruttivo, la motivazione può scemare rapidamente. Un'altra causa significativa è la compensazione inadeguata. In un mercato del lavoro competitivo, è cruciale che le aziende offrano salari e benefici che siano all'altezza degli standard di settore. I dipendenti che percepiscono di essere sottopagati o che ricevono benefici inferiori rispetto a quelli di altre aziende del settore sono più propensi a cambiare lavoro. L'ambiente di lavoro tossico è un ulteriore fattore determinante. Conflitti interni, cattiva gestione e una cultura aziendale negativa possono creare un ambiente insostenibile per i dipendenti. La mancanza di equilibrio tra vita lavorativa e personale, inoltre, può portare a livelli elevati di stress e, infine, al burnout, spingendo i dipendenti a cercare ruoli con condizioni migliori. Gli Effetti sull'Ambiente di Lavoro L'alto turnover ha un impatto profondo sull'ambiente di lavoro. Innanzitutto, può abbassare significativamente il morale del personale rimanente. Vedere colleghi lasciare frequentemente può generare sentimenti di insicurezza e sfiducia nel futuro dell'azienda. Questo clima di instabilità può diminuire la motivazione e l'impegno dei dipendenti. La produttività ne risente anche notevolmente. Quando i dipendenti esperti lasciano l'azienda, portano via con sé competenze e conoscenze preziose. Il processo di sostituzione e formazione di nuovi dipendenti richiede tempo e risorse, causando interruzioni nel flusso di lavoro e un calo della produttività complessiva. Inoltre, l'alto turnover comporta costi significativi. Le spese per il reclutamento, la selezione e la formazione di nuovi dipendenti possono accumularsi rapidamente. Questi costi aggiuntivi possono incidere sui bilanci aziendali e ridurre le risorse disponibili per altre aree cruciali. La cultura aziendale stessa può deteriorarsi. La mancanza di stabilità e continuità può portare a un ambiente frammentato, dove i valori e gli obiettivi dell'azienda diventano confusi. Questo può creare un circolo vizioso: un ambiente di lavoro negativo alimenta l'alto turnover, che a sua volta peggiora ulteriormente l'ambiente. Soluzioni per Mitigare l'Alto Turnover Affrontare l'alto turnover richiede un approccio strategico e multifaceted. Una delle prime azioni da intraprendere è migliorare la comunicazione interna. Creare canali di comunicazione aperti e trasparenti aiuta a costruire fiducia e a prevenire malintesi. Riunioni regolari e feedback continuo possono fare molto per migliorare l'ambiente di lavoro. Sviluppare piani di carriera chiari è un altro passo fondamentale. Offrire opportunità di crescita e sviluppo professionale può incentivare i dipendenti a rimanere e crescere all'interno dell'azienda. Programmi di formazione e mentoring possono aiutare a rafforzare le competenze dei dipendenti e a prepararli per ruoli di maggiore responsabilità. Revisione delle compensazioni e dei benefici è cruciale. Le aziende devono assicurarsi che i loro pacchetti retributivi siano competitivi. Questo non significa solo offrire stipendi adeguati, ma anche fornire benefici che rispondano alle esigenze dei dipendenti, come assicurazioni sanitarie, piani pensionistici e ferie retribuite. Promuovere un buon equilibrio vita-lavoro può ridurre significativamente lo stress e aumentare la soddisfazione lavorativa. Politiche di lavoro flessibili, come il telelavoro e gli orari flessibili, possono aiutare i dipendenti a gestire meglio le loro responsabilità personali e professionali. Il riconoscimento e gli incentivi giocano un ruolo cruciale nel mantenere alta la motivazione. Creare programmi di riconoscimento per premiare i successi e gli sforzi dei dipendenti può farli sentire valorizzati e apprezzati. Incentivi come bonus di performance e premi annuali possono anche contribuire a mantenere alta la motivazione. Conclusioni L'alto turnover dei dipendenti è una sfida complessa che richiede un approccio strategico per essere affrontata efficacemente. Le cause sono molteplici e interconnesse, ma con interventi mirati è possibile mitigare questo fenomeno. Investire nel benessere dei dipendenti, promuovere una cultura aziendale positiva e offrire opportunità di crescita e sviluppo professionale sono passi fondamentali per creare un ambiente di lavoro stabile e gratificante. In definitiva, affrontare l'alto turnover non solo migliorerà la stabilità dell'azienda, ma contribuirà anche a creare un ambiente di lavoro più sano e produttivo per tutti.
SCOPRI DI PIU'
L'approccio alla Vendita dei Polimeri RigeneratiLa sottovalutazione dell'importanza delle competenze tecniche per i venditori di Marco ArezioIl mercato della vendita di polimeri rigenerati, siano essi granuli o macinati, ha una storia che parte da lontano, iniziato dall'approccio della forza vendita dei polimeri vergini sui prodotti rigenerati, negli stessi mercati e sugli stessi clienti. All'inizio, i polimeri riciclati erano visti solo come un vantaggio economico alla richiesta del mercato per abbattere i costi dei prodotti finiti, creando una sorta di jolly da spendere quando le condizioni lo ritenevano necessario. Come abbiamo visto nel tempo, la vendita di polimeri vergini rispetto a quelli rigenerati richiede approcci completamente diversi, perché la stabilità tecnica, qualitativa, produttiva e cromatica di un polimero vergine è diversa o completamente diversa da un prodotto rigenerato, di cui è necessario conoscere la sua storia. Questo approccio alla vendita ha portato, in molti casi, a problemi tecnici ed economici importanti che, in passato non si verificavano a causa della piccola quantità di polimero rigenerato che veniva prodotto e venduto. Bisogna tenere presente che questo trend di consumo aumenterà sempre di più e i problemi di gestione dei rifiuti, da cui originano i rigenerati, saranno sempre più complessi a causa dell'aumento sul mercato di plastiche difficili da separare e riutilizzare in modo tecnicamente corretto. Date queste premesse, l'approccio alla vendita di un granulo o macinato rigenerato deve partire dalla preparazione del venditore su vari aspetti del processo dei polimeri e del loro utilizzo, in particolare: • Conoscenza della struttura chimica dei polimeri • Conoscenza del ciclo di raccolta e separazione • Conoscenza del ciclo di rigenerazione, che comprende la macinazione, selezione, lavaggio ed estrusione del granulo • Conoscenza dei limiti di questi processi in funzione degli input di rifiuti disponibili Una volta acquisiti questi dati, è necessario disporre delle informazioni tecniche per valutare le differenze di qualità dei prodotti granulati o macinati, base fondamentale per il corretto approccio alla vendita, evitando errori che comporterebbero la perdita della fiducia dei clienti e un notevole costo economico in alcuni casi. Le principali informazioni che la nostra rete di vendita deve acquisire sono: • Conoscenza del funzionamento di un laboratorio e dell'importanza della sistematicità dei test • Conoscenza dei materiali riciclati maggiormente utilizzati, come PP-HD-LD e PVC, e di alcuni test di base come densità, DSC, MFI, contenuto di ceneri e l’ IZOD. • Saper interpretare i risultati dei test per capire la qualità del prodotto che si vuole vendere Raccolte, interpretate e comprese le informazioni provenienti dai test di laboratorio è importante capire quali interazioni possono avere i polimeri tra loro, e quali saranno le reazioni chimiche e fisiche durante la lavorazione e nella vita del prodotto finito. Proporre un polimero al cliente solo attraverso l'identificazione di un parametro generico, ad esempio solo il MFI o la densità, è una cosa non professionale e pericolosa. È comprensibile che nel mondo d’oggi, dove la velocità e la fluidità dei rapporti è un dato preponderante, la conclusione di una compravendita sia anche frutto di pressioni, sia da parte di chi compra sia da parte di chi vende, per finalizzare molto e in poco tempo. Vorrei però dire che l'approccio alla vendita, come agli acquisti, di materiali rigenerati, non ammette valutazioni affrettate se non ci si vuole pentire in seguito. Da qui nasce una competenza fondamentale, che è quella di conoscere le interazioni e i comportamenti che le varie famiglie di polimeri hanno tra loro e tra e altre sostanze inglobate durante il riciclo dei rifiuti, in particolare: • Comportamento fisico-chimico tra HD e PP, ad esempio nel soffiaggio delle bottiglie o nel film • Comportamento chimico-fisico tra HD e PP, ad esempio nell'estrusione di tubi o profilati • Comportamento chimico-fisico tra PP e PE nello stampaggio, soprattutto in relazione alla qualità della superficie • Comportamento chimico-fisico tra LD e PP e LLD per la produzione di film • Comportamento chimico-fisico dei polimeri in presenza di gas o umidità • Comportamento meccanico e limiti tecnici sulla presenza di cariche minerali nei vari polimeri • Comportamento meccanico e limiti tecnici nell'utilizzo di PVC di diversa composizione per tubi, raccordi e profilati Non ultimo, per la rilevanza delle relative implicazioni, è importante che chi si avvicina alla vendita conosca il comportamento dei prodotti rigenerati, soprattutto nella produzione post-consumo, e le conseguenze sulla qualità dei prodotti finiti. Vorrei fare solo alcuni esempi esaustivi: • Prevenzione dei difetti superficiali nella produzione di tubi lisci in HD, MD, PVC e LD • Prevenzione dei difetti superficiali sugli anelli dei tubi corrugati in HD e PP • Prevenzione dei difetti sulla superficie interna dei tubi corrugati a doppia parete • Conoscenza delle tecniche di rinforzo meccanico dei tubi corrugati mediante granuli post consumo • Conoscenza delle tecniche di protezione dagli agenti atmosferici e durata nel tempo dei prodotti • Conoscenza del problema del soffiaggio di bottiglie e vasetti con materiali rigenerati in relazione alla qualità della superficie, alla resistenza alla saldatura, allo schiacciamento, al colore e alla compressione verticale nel tempo. • Conoscenza del comportamento in macchina e sul prodotto finito dell'utilizzo di LD e HD post-consumo o misti, per la produzione del film di diversi spessori, in particolare come evitare i problemi di qualità superficiale, resistenza allo strappo, elasticità e brillantezza del colore • Conoscenza del comportamento durante lo stampaggio e sui prodotti finiti di polimeri misti anche in piccole quantità • Conoscenza dei comportamenti di bilanciamento delle ricette tra polimeri post-consumo, postindustriali e vergini, in virtù di miglioramenti del ciclo produttivo e della qualità estetica e meccanica dei prodotti finiti. La conoscenza dei materiali rigenerati, per un venditore, è sicuramente motivo di fiducia in sé stessi nelle fasi di vendita, ma lo è anche per il cliente che lo acquista perché la competenza minimizza gli errori di produzione.
SCOPRI DI PIU'
Perché l’Economia della Cina si Sta Indebolendo? Vediamo le CauseUn mix di fattori politico finanziari sta condizionando la seconda economia mondiale.di Marco ArezioCi eravamo abituati a vedere la crescita del PIL cinese con valori di tre o quattro volte superiori a quelli dell’Europa e degli USA, tanto da pensare che fosse un paese a se stante, dove le crisi ricorrenti che si vivono in occidente non potessero mai toccare la fabbrica del mondo. Abbiamo, negli anni, aperto le nostre porte ai prodotti cinesi, pensando di fare buoni affari comprando e rivendendo le loro merci invece che produrle in occidente. Le aziende maggiormente strutturate hanno iniziato la delocalizzazione massiccia in Cina, in modo da ridurre i costi di produzione e massimizzare i margini di contribuzione. Sono passati diversi anni per accorgerci che produrre lontano da casa poteva anche avere dei risvolti negativi sul prodotto, sulla logistica, sulla gestione del lavoro esternalizzato, che non sempre venivano compensati dai maggiori margini sulle operazioni di vendita. Oggi, la Cina ha un’immagine un po' meno lucente che nel passato agli occhi del mondo, un mercato che sta rallentando e le grandi multinazionali che si stanno guardando in giro, fuori dei confini Cinesi, per trovare nuove soluzioni produttive. Ma quali sono le cause di questo rallentamento del Dragone? Rossella Savojardo ha fatto un’analisi delle tre maggiori cause dell’indebolimento del mercato cinese, che vengono rappresentate da motivazioni politiche, economiche e sociali. La Cina eviterà la recessione sia quest’anno (+3,5% il pil) che il prossimo (+4,5%), con un’inflazione che rispetto ai paesi occidentali sarà bassa (2,8% nel 2022 e 1,9% nel 2023). Ma la forza dell’economia del Dragone nell’ultimo periodo si è affievolita e le cause sembrano essere almeno tre secondo gli esperti. La pandemia e la politica zero-Covid I casi di Covid-19 in Cina hanno segnato un nuovo aumento a oltre 31 mila contagi, un record da inizio pandemia. Questo ha di nuovo portato a lockdown generalizzati in tutto il Paese con la chiusura anche di alcuni importanti centri produttivi. Jian Shi Cortesi, investiment director Asia e Cina Equities di Gam, spiega che “il governo cinese si trova di fronte a un compromesso tra i decessi causati dal Covid e il rallentamento dell’economia. Grazie al successo delle misure di contenimento adottate in Cina negli ultimi due anni, meno dello 0,1% dei cinesi è stato infettato dal Covid e la Cina ha registrato soltanto poche migliaia di decessi (rispetto a 1 milione registrato negli Usa)”. Ciò, secondo Shi Cortesi, probabilmente rende la popolazione cinese altamente vulnerabile al Covid rispetto ai Paesi che stanno raggiungendo l'immunità di gregge. Il segmento più vulnerabile della popolazione cinese non è propenso a farsi vaccinare. In futuro probabilmente, per l’esperto, non si assisterà a un cambiamento immediato della politica cinese di zero Covid. Tuttavia, “le restrizioni sono sempre più pratiche. I lockdown generalizzati sono ora più rari. Si assiste invece a chiusure più mirate al fine di bilanciare le restrizioni Covid e l’impatto economico”. Evergrande e la crisi immobiliare Non solo Covid. In Cina a vacillare è anche il settore immobiliare anche a causa dei pericoli derivanti dal debito in sofferenza. “Tra il 2010 e il 2020 il mercato immobiliare in Cina era solido, con prezzi in aumento del 60% nelle principali cinque delle 70 città del Paese. Ciò ha portato alcuni acquirenti di case a lamentarsi dell’accessibilità economica degli immobili e il governo si è preoccupato che ciò potesse portare a una bolla immobiliare”, continua a spiegare Shi, evidenziando che per questo nel 2020 e nel 2021, alcune città in Cina hanno inasprito le regole per l’acquisto di un’abitazione nel tentativo di raffreddare il mercato immobiliare. Nel frattempo, il governo ha ordinato alle banche di rafforzare i criteri di erogazione dei prestiti alle società di sviluppo immobiliare fortemente indebitate. L’insieme di tali provvedimenti ha creato qualche problema di liquidità alle società di sviluppo immobiliare ad alto rischio, che, in qualche caso, sono risultate insolventi. "I costruttori in difficoltà hanno interrotto la realizzazione di alcuni progetti. Il sentiment è diventato piuttosto negativo per il settore, con conseguente inasprimento delle condizioni finanziarie”. Per stabilizzare la situazione immobiliare Pechino ha messo in atto politiche di sostegno sempre più incisive, ed è proprio guardando a queste ultime che l’esperto di Gam vede una probabilità molto bassa che il rallentamento del settore immobiliare porti a rischi sistematici nel sistema finanziario cinese. “Tuttavia”, continua, “è probabile che gli anni del boom del settore immobiliare siano ormai alle spalle”. Secondo alcuni esperti infatti, le vendite annuali di nuove case dovrebbero scendere a 1-1,2 miliardi di mq nei prossimi anni, rispetto agli 1,6 miliardi di mq del 2021. Ciò costituirà un freno al tasso di crescita del prodotto interno lordo del Dragone. Il problema della Cina è la disoccupazione giovanile? Ad accendere un faro su questo punto sono gli analisti di Credit Suisse, i quali ricordano che quando la forza lavoro di un paese si sta riducendo, come avviene attualmente in Cina, avere un alto tasso di disoccupazione giovanile aggrava la resistenza alla crescita del pil. “I giovani di età compresa tra 16 e 24 anni hanno una maggiore propensione marginale a consumare”, spiegano in primo luogo, “per ogni dato livello di tasso di disoccupazione globale, un tasso di disoccupazione giovanile più elevato ha quindi proporzionalmente un effetto negativo maggiore sulla crescita dei consumi”. Nel medio termine, da Credit Suisse ritengono dunque che la disoccupazione giovanile strutturalmente elevata si tradurrà in un minore potenziale di crescita, dato che questa riduce l’effettivo input di lavoro nell’economia ed esercita anche una pressione al ribasso sulla crescita dei salari. «Sulla base della nostra valutazione di vari fattori come i tassi di progresso tecnologico e la contrazione della forza lavoro, prevediamo una crescita del reddito disponibile pro capite in media intorno al 4,2% nei prossimi cinque anni, un netto calo rispetto al range dell’8-9% prima della pandemia», sottolineando dalla banca elvetica, “un tale calo della crescita tendenziale dovrebbe pertanto rimanere un vento contrario alla crescita dei consumi delle famiglie”.
SCOPRI DI PIU'
rMIX il Portale del Riciclo: il Dono della Sintesi e della FiduciarMIX il Portale del Riciclo: il Dono della Sintesi e della Fiduciadi Marco ArezioTutti noi, ogni giorno, utilizziamo internet per fare molte cose importanti per la nostra azienda. Comunichiamo, ricerchiamo, promuoviamo, acquistiamo, informiamo, ecc..La rete è una fonte inesauribile di informazioni che ci invita a navigare nella speranza di trovare quello che cerchiamo. Molto spesso utilizziamo i motori di ricerca per scovare potenziali clienti, fornitori, consulenti, imbattendoci in un lavoro ciclopico che impegna due variabili: il tempo e la fiducia. Il problema nasce proprio dal fatto che, per quanto si cerchi di restringere il campo delle ricerche, le informazioni sono sempre maggiori rispetto al tempo a nostra disposizione e che, i contatti trovati, specialmente quelli non conosciuti, possono essere sempre motivo di dubbio sull’affidabilità di chi si propone. Abbiamo quindi visto che il tempo e la fiducia governano i risultati del nostro lavoro nella rete e credo sia importante rendere meglio visibile questi due fattori. Il Tempo Immaginiamo di essere una ditta che utilizza un granulo di polipropilene riciclato per la produzione di alcuni articoli e che vogliamo trovare nuovi fornitori rispetto a quelli che già abbiamo, digitiamo così su Google le parole chiave: • Polipropilene: i risultati che il computer ci restituisce, in una sola lingua scelta, sono circa 4,7 milioni. Decisamente troppi per analizzarli tutti, quindi operiamo una prima scrematura. • Polipropilene riciclato: i risultati che ci appaiono sono scesi a 129.000 circa, sempre troppi rispetto al tempo di analisi che posso investire per una ricerca, quindi scremiamo ancora. • Polipropilene riciclato in granuli: i posts da leggere sono arrivati a circa 20.400, il che significa che, aprendo gli annunci e spendendo un tempo medio per analizzare il contenuto di 2 minuti per contatto, impiegherò circa 4 mesi, lavorando tutto il giorno, per selezionare i fornitori. Decisamente impossibile. La Fiducia Supponendo che siamo riusciti a trovare alcuni fornitori, a noi sconosciuti, che potrebbero soddisfare apparentemente le nostre esigenze, nasce il problema di verificarne l’affidabilità. I sistemi di verifica sono decisamente pochi, in quanto quello che compare in rete può essere frutto di manipolazioni fatte ad arte per migliorare l’aspetto dell’azienda o creare una facciata ex novo, specialmente se non verificabile in sede direttamente. Anche i portali web del settore, con libero accesso agli iscritti, poco possono fare per limitare il fenomeno delle truffe di identità su internet, che causano tanti problemi alle aziende che si avventurano nei contatti commerciali con questi soggetti iscritti. Tempo e Fiducia sono le chiavi con cui lavora il portale del riciclo rMIX.Utilizzando la piattaforma troverai già una scrematura di aziende, nel mondo, che offrono o cercano prodotti o servizi già divisi per famiglia di appartenenza (plastica, metalli, carta, legno, tessuti, gomme, vetro, scarti edili, macchine, prodotti fatti con materiali riciclati, consulenze, lavori conto terzi, distributori, trasporti…). Ovviamente non ci sono 4,7 milioni di contatti, ma se non trovi quello che cerchi puoi postare una richiesta e puoi essere contattato da chi è interessato. Per quanto riguarda la Fiducia, sul portale del riciclo rMIX nessuno si può iscrivere in modo automatico, deve inviarci prima i propri dati e, solo dopo una valutazione interna, la direzione deciderà se ammetterlo nel portale. Questo viene fatto per cercare di ridurre al minimo il rischio di frodi e di scambio di identità. Inoltre, nel portale troverete una serie di aziende che sono state e/o sono conosciute personalmente dalla nostra società, nel corso delle attività commerciali a livello internazionale svolte nel passato e al lavoro di consulenza che svolgiamo attualmente. Fare l’abbonamento al portale ti allevierà di tante incombenze, perdite di tempo e rischi nel tuo lavoro. Iscriviti al portale rMIX
SCOPRI DI PIU'
Gestione dei Pallets in un Magazzino con Bassa Rotazione. Quali Problemi?Come influisce la scelta del pallet in legno o in plastica in un magazzino a bassa o bassissima rotazionedi Marco ArezioIl manager della logistica aziendale ha ben presente i flussi dei materiali che arrivano dalla produzione o dai fornitori, e i tempi di sosta nei propri magazzini prima che vengano venduti.Conoscere il movimento delle merci in un magazzino non è fondamentale solo per l’ufficio acquisti, per programmare l’ingresso delle materie prime o dei semilavorati o dei materiali commercializzati, ma diventa importante anche per l’ufficio commerciale, per sapere quale prodotto è in pronto per la vendita e in quanto tempo il cliente potrà ricevere ciò che ha comprato. Inoltre, l’ufficio amministrativo vede i flussi di magazzino trasformati in liquidità circolante o non circolante, con conseguenza sugli impegni finanziari dell’azienda. Molte cose girano intorno alla logistica di un’azienda e la velocità di rotazione del magazzino implica alcune considerazioni importanti per chi si occupa di questa attività. Oggi vorrei analizzare un aspetto che riguarda la durabilità degli imballi dei prodotti in un magazzino a bassa e bassissima rotazione, specialmente per quelle aziende che devono produrre ampi stocks di merce, secondo campagne stabilite o per determinati impegni sugli impianti o per avere una gamma di prodotti disponibili molto ampia. Non potendo generalizzare, considerando la grandissima quantità di articoli imballati diversi tra loro, prendiamo in considerazione un bene durevole, contenuto in un Big Bag su bancale in legno. Supponiamo, inoltre, che il materiale prodotto o acquistato venga depositato in un’area esterna, non coperta, esposto agli agenti atmosferici. Per motivi economici spesso si prendono in considerazione i bancali in legno, nuovi o usati, per depositare in magazzino i big bags con la merce da vendere, senza preoccuparci troppo dell’origine del legno e della sua situazione fitosanitaria, a meno che non venga espressamente richiesta per spedizioni in determinati paesi. In un magazzino a media od alta rotazione, la qualità del legno che compone il bancale è normalmente controllata principalmente per una questione di resistenza meccanica del bancale. Si controlla la robustezza a discapito della durata, in quanto, in questa condizione di magazzino, è un parametro non totalmente necessario. Se, invece, il magazzino ha una bassa o bassissima rotazione delle merci, la durabilità del bancale in legno diventa un aspetto da controllare attentamente. Infatti, la permanenza dei pallets in magazzino, non solo sono soggetti agli agenti atmosferici, ma può succedere di dover anche considerare la presenza di funghi, batteri o insetti che potrebbero vivere all’interno del bancale, riducendone la qualità. Soprattutto è da tenere presente la dimensione del magazzino, espresso in numero di bancali depositati e la permanenza degli stessi nel tempo. Maggiori saranno questi due numeri e maggiori saranno i rischi sulla durabilità del legno. I bancali in legno sono soggetti all’attacco di numerosi elementi che tendono a nutrirsi del legno stesso, o a colonizzare la struttura con il pericolo di infettare i pallets ancora sani. I più comuni organismi e parassiti che possiamo incontrare sono: Lictidi Bostrichidi Buprestidi Nematodi Curculionidi Anobidi Siricidi Cerambicidi Edemeridi Isoptera Scolitidi L’acquisto di pallets non trattati dal punto di vista fitosanitario, comporta il rischio, con il tempo, di rendere possibile una contaminazione generale del magazzino, con un possibile aumento dei costi di stoccaggio e movimentazione per l’eventuale sostituzione dei bancali ammalorati, senza contare la probabilità di non poter garantire la stabilità del big bags al momento della sostituzione. Il problema si può risolvere acquistando, sempre, bancali a cui è stato effettuato il trattamento fitosanitario termico, o chimico (a spruzzo, ad immersione o a pressione), o la fumigazione o altri interventi previsti dalla certificazione IPPC. Se l’acquisto di bancali trattati dal punto di vista fitosanitario aiuta ad aumentare la loro durabilità rispetto ai parassiti e gli insetti, c’è anche da considerare la variabile della pioggia, della rugiada, del gelo o di tutte quelle condizioni atmosferiche che permettono al bancale in legno di assorbire l’acqua. In questi casi, in un magazzino a bassa o bassissima rotazione, può essere consigliabile prendere in considerazione un bancale di plastica, che non è soggetto alle problematiche meteorologiche, escludendo il gelo e il sole. Per ovviare a questi due inconvenienti è importante informarsi sulla qualità della plastica utilizzata per iniettare il bancale, che dovrà avere una sufficiente elasticità, oltre che una buona resistenza alla compressione e flessione. Inoltre, per questo tipo di magazzino, è consigliabile acquistare bancali in plastica che contengano un master anti U.V. di almeno 12 mesi, che si può ottenere inserendo, durante la produzione, specifici additivi o con aumentando il carbon black nell’impasto polimerico, se il bancale sarà nero.
SCOPRI DI PIU'
Come cambiano gli investimenti on-line nei banner pubblicitari del settore dell'economia circolareDalla Visibilità Generalista alla Visibilità Certificata: La Nuova Frontiera degli Investimenti Pubblicitari nei Bannerdi Marco ArezioNegli ultimi anni, il panorama della pubblicità digitale ha subito una trasformazione significativa. Gli investitori pubblicitari stanno passando da modelli di visibilità generalista a strategie più mirate, basate su una visibilità certificata e misurabile. Questo cambio di paradigma è particolarmente rilevante per settori specifici come l'economia circolare, la sostenibilità, l'ambiente e la slow life, dove le aziende necessitano di un pubblico altamente profilato e realmente interessato ai loro prodotti e servizi. I Limiti della Visibilità Generalista Tradizionalmente, gli investitori pubblicitari acquistavano spazi banner su portali generalisti, con un costo fisso garantito e una visibilità non sempre verificabile. Questo modello presentava diversi svantaggi: Scarsa profilazione del pubblico: Le visualizzazioni non erano necessariamente pertinenti al settore dell'inserzionista. Difficoltà di misurazione: Spesso i dati di traffico non erano trasparenti, rendendo difficile valutare il ritorno sull'investimento. Spreco di risorse: Le aziende finivano per pagare per visualizzazioni che non generavano alcun valore concreto. La Soluzione: Il Banner Certificato rMIX Con l'avvento della visibilità certificata, il concetto di pubblicità digitale ha subito un'evoluzione. Piattaforme specializzate come rMIX offrono la possibilità di investire in banner con un numero di visualizzazioni garantito e verificabile. Come Funziona il Banner Certificato? Definizione del target: L'azienda seleziona il mercato di riferimento a cui appartiene. Scelta della visibilità: Il cliente stabilisce quante volte il suo banner deve essere visto nel corso di un trimestre, in base ai target proposti (500.000 o più di 1.000.000 di visualizzazioni). Garanzia delle visualizzazioni: rMIX assicura che il banner venga mostrato esattamente al pubblico target, evitando sprechi e massimizzando l'efficacia della campagna. Monitoraggio trasparente: Grazie a strumenti di analisi avanzati, il cliente può verificare l'andamento della campagna e il numero di visualizzazioni effettive acquistate. A Chi è Rivolto Questo Investimento di Marketing? Il Banner Certificato rMIX è la soluzione ideale per diverse tipologie di aziende e professionisti che operano nei settori della sostenibilità e dell'economia circolare, tra cui: Aziende che producono o distribuiscono prodotti sostenibili, desiderose di aumentare la loro visibilità presso un pubblico mirato. Aziende che forniscono servizi per l'economia circolare, come consulenza, certificazioni e gestione dei rifiuti. Imprese che producono macchine o offrono servizi per il riciclo, alla ricerca di partner e clienti nel settore ambientale. Divulgatori e media specializzati sulla sostenibilità, che vogliono ampliare la loro audience e rafforzare la loro autorevolezza. Agenzie di marketing e comunicazione green, che necessitano di strumenti efficaci per promuovere le loro campagne. Enti pubblici e organizzazioni no-profit, impegnati nella sensibilizzazione e nell'educazione ambientale. Perché Scegliere il Banner Certificato di rMIX?rMIX offre un'opportunità unica per le aziende che vogliono massimizzare la loro visibilità in un settore specifico. Con oltre 500.000 pagine viste al mese, il portale garantisce una copertura mirata ed efficace. I Vantaggi del Banner Certificato - Targetizzazione precisa: Il banner viene mostrato solo a potenziali clienti e fornitori del settore desiderato (come l'economia circolare, ambiente, sostenibilità e la slow life). - Investimento ottimizzato: Ogni visualizzazione è contabilizzata e verificabile, eliminando dispersioni di budget. - Strategia flessibile: L'azienda può scegliere il numero di visualizzazioni desiderato per ogni trimestre, adattando la campagna alle proprie esigenze. - Brand Awareness potenziata: Essere presenti su una piattaforma leader nel settore dell'economia circolare migliora la reputazione del brand e la sua autorevolezza. Conclusione Il passaggio dalla visibilità generalista alla visibilità certificata segna un cambiamento cruciale nella pubblicità digitale. Per le aziende che operano in settori come la sostenibilità e l'economia circolare, strumenti come il Banner Certificato di rMIX rappresentano un'opportunità strategica per emergere sul mercato in modo efficace e misurabile. Investire in visibilità non è mai stato così trasparente ed efficiente. Scopri di più su rMIX Banner Certificato e porta la tua azienda al prossimo livello. Chiedi un preventivo senza impegno.
SCOPRI DI PIU'
L’algoritmo che non dorme mai: il lavoro umano nell’era dei robotTra efficienza e disoccupazione tecnologica, il futuro del lavoro rischia di ridursi a un ricordo gestito dalle macchinedi Marco ArezioNon ci sarà uno sciopero, né una marcia di protesta a segnare la prossima rivoluzione industriale. Non ci saranno bandiere né slogan, perché la trasformazione che avanza non urla: calcola, misura, sostituisce. È un processo silenzioso, invisibile, codificato in stringhe di software. È la rivoluzione degli algoritmi, la nuova forma di potere che ridefinisce il concetto stesso di lavoro umano. Amazon — colosso fondato da Jeff Bezos, simbolo planetario della logistica e del commercio digitale — ha annunciato una razionalizzazione che coinvolgerà più di 600.000 lavoratori entro il 2027. Non si parla di un licenziamento di massa, ma di una “ottimizzazione tecnologica”: una parola elegante per dire che il lavoro manuale, quello dei magazzinieri, dei picker, degli associates, è destinato a scomparire. Non più mani che imballano pacchi, non più passi tra gli scaffali. Al loro posto, una nuova stirpe di robot collaborativi — i cosiddetti cobots — programmati per muoversi con grazia, efficienza e un’apparente empatia artificiale. Una sostituzione che non avviene solo nelle fabbriche, ma nella cultura stessa del lavoro. La nuova semantica dell’automazione “Automazione” e “intelligenza artificiale” sono parole che, ormai, evocano più paura che progresso. Troppo fredde, troppo minacciose. Per questo, nei documenti interni delle grandi multinazionali, si preferiscono espressioni più rassicuranti: “tecnologia avanzata”, “razionalizzazione dei processi”, “ottimizzazione del flusso operativo”. Ma dietro questa semantica morbida si nasconde un cambio strutturale: la disoccupazione tecnologica. Secondo le proiezioni, Amazon investirà in dieci anni per sostituire oltre mezzo milione di posti di lavoro con sistemi automatizzati, con un risparmio di circa 30 centesimi di dollaro per ogni pacco consegnato. Trenta centesimi: il prezzo dell’umanità cancellata da un algoritmo efficiente. La fatica invisibile del nuovo capitalismo Lavorare nei magazzini di Amazon è già oggi un’esperienza ai limiti della sopportazione fisica. Tempi scanditi da sensori, tragitti ottimizzati al centimetro, pause ridotte al minimo, controllo totale delle prestazioni. Eppure, nel nuovo modello industriale, anche quella fatica controllata e deumanizzata diventa superflua. Il paradosso è che, per molti, il lavoro rappresentava comunque una forma di identità, di dignità sociale. Il lavoro non era solo un mezzo di sostentamento, ma un atto di partecipazione collettiva alla vita produttiva. Quando la macchina lo sostituisce, non elimina solo il gesto, ma il senso stesso di appartenenza alla società. La perdita non è soltanto economica: è simbolica. È la dissoluzione di un patto sociale che per secoli ha legato l’essere umano al proprio fare. Il rischio di una società post-lavoro Si potrebbe pensare che questa evoluzione rappresenti un progresso inevitabile. Che le macchine libereranno l’uomo dalle mansioni ripetitive, aprendo la strada a occupazioni più creative e intellettuali. Ma il problema è più complesso. Non tutti potranno “riciclarsi” nel digitale. Non tutti avranno la formazione, il tempo o le risorse per farlo. Così, mentre una ristretta élite di ingegneri e analisti controllerà i flussi globali di dati, milioni di ex lavoratori manuali rischiano di rimanere ai margini, in una nuova forma di esclusione: la marginalità tecnologica. Siamo di fronte a una società che rischia di dividersi tra chi programma e chi è programmato. Il capitale, ormai, non è più accumulato attraverso la fatica, ma attraverso l’informazione. E i dati, che un tempo servivano per migliorare il lavoro umano, oggi servono per eliminarlo. La ritualità del lavoro che scompare L’articolo citato suggerisce un’immagine potente: forse il futuro del lavoro non sarà il lavoro stesso, ma la gestione del suo ricordo. Un’occupazione simbolica, quasi rituale, di fronte alla “macchina che non dorme mai”. È un’immagine inquietante e poetica al tempo stesso. Ci racconta una società in cui il lavoro diventa memoria, celebrazione di un tempo in cui la manualità era valore, e non inefficienza. Potremmo immaginare musei del lavoro umano, dove i bambini vedranno video di operai che montano, trasportano, catalogano — come oggi osserviamo le fotografie in bianco e nero delle miniere o delle officine ottocentesche. Il gesto umano, un tempo spina dorsale dell’economia, diventa un archivio emotivo. Una reliquia di civiltà. L’illusione della collaborazione uomo-macchina Le grandi aziende cercano di rassicurare: i robot non sostituiranno le persone, le affiancheranno. Saranno collaborativi, “gentili”, addirittura “empatici”. Ma la verità è che la collaborazione presuppone un equilibrio di poteri, e in questo caso l’equilibrio non esiste. L’algoritmo decide tempi, rotte, carichi di lavoro. L’uomo, al massimo, interviene quando la macchina si ferma. Il rischio è quello di trasformare il lavoratore in un guardiano passivo della tecnologia, in una figura accessoria del sistema produttivo, un operatore di emergenza nel ciclo della macchina autonoma. La collaborazione si riduce così a un’illusione retorica, funzionale a rendere più accettabile una transizione che, nei fatti, è una sostituzione. Verso un nuovo contratto sociale digitale Il futuro del lavoro non può essere affidato al solo criterio dell’efficienza. Serve una nuova etica del progresso, un contratto sociale che regoli il rapporto tra tecnologia, dignità e occupazione. Questo implica ridistribuire i benefici della produttività automatizzata, attraverso strumenti come il reddito universale, la riduzione dell’orario lavorativo o la formazione digitale obbligatoria. Le macchine devono lavorare per l’uomo, non contro di lui. Ma per farlo serve una politica capace di capire il linguaggio della tecnologia senza subirlo, e una cultura capace di restituire senso al lavoro anche in un mondo che ne riduce progressivamente la necessità. Conclusione: l’algoritmo e l’anima Quando una macchina prende il posto di un uomo, non si limita a sostituirne la funzione: ne occupa lo spazio simbolico. Il magazzino automatizzato non è solo un luogo di logistica, ma un laboratorio sociale in cui si misura il valore dell’essere umano di fronte all’efficienza perfetta. La sfida, allora, non è fermare la tecnologia — impresa impossibile — ma restituire all’uomo la centralità etica nel suo utilizzo. Perché la macchina non dorme mai, ma neppure sogna. E forse è proprio nel sogno, nell’imperfezione, nella lentezza e nell’empatia che risiede la parte più autentica del lavoro umano.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Nascono le nuove professioni per l’economia sostenibileLe università si stanno attrezzando per offrire i master in linea con il marcato che cerca esperti nelle nuove professioni emergenti nel campo dell’economia sostenibile e circolaredi Marco ArezioIl mondo si sta evolvendo verso un’attenzione sempre più marcata all’ambiente, al riciclo, al riuso, al risparmio delle materie prime, ad una produzione con il minor impatto ambientale possibile e ad una nuova riconsiderazione della natura. Questo genererà nuove professioni. Non sono solo appelli lanciati dalla Comunità Europea, che sta spingendo sull’accelleratore verso il cambiamento del modello produttivo, distributivo, energetico e logistico, prontamente derisa dai negazionisti dell’ambiente come gli Stati Uniti o gli indifferenti (apparentemente) come la Cina o l’India e i vari paesi satelliti. E’ sempre il mercato che coglie per primo le istanze del cambiamento che vengono dalla base, ed è sempre il mercato che si organizza per sostenere i cambiamenti epocali che stiamo vivendo, trascinando con sè anche la classe politica che deve legiferare in materia. Gli industriali hanno capito che devono assecondare la volontà della gente che sente in modo viscerale il problema dei cambiamenti climatici e che cerca di assumere comportamenti virtuosi con azioni che si riflettono sui consumi. Meno plastica, meno auto con motori termici, meno uso di corrente e di acqua, meno uso degli aerei, meno acquisto di prodotti che provengono da lontano e meno prodotti realizzati con materie prime vergini. Questo cambio di esigenze da parte della popolazione mondiale impatterà in modo sostanziale sui consumi e, quindi, anche sui processi produttivi, motivo per cui gli industriali non possono pensare di aspettare l’inerzia della politica. Lo dimostra il fatto che anche negli Stati Uniti, il tessuto industriale non si fa troppo impressionare dalla politica liberista e poco attenta all’ambiente che l’amministrazione Tramp si ostenta a difendere, contro ogni logica scientifica, muovendosi con iniziative che vanno incontro alle esigenze della popolazione in termini di rispetto per l’ambiente. Per questi motivi, nel prossimo decennio, si creeranno nuove figure professionali che dovranno governare, all’interno delle aziende, le produzioni di beni e servizi secondo un’ottica di economia circolare e sostenibilità. Per formare gli esperti dei settori che saranno tra i più richiesti dal mercato, le università stanno organizzando Master, attraverso i quali si possano certificare i nuovi tecnici delle discipline che riguardano il sistemi dei rifiuti, il controllo e gestione delle sostanze pericolose e dei rischi aziendali in funzione delle nuove normative ed infine, l’ambito della formazione tecnica sulle plastiche riciclate. L’esperto del sistema rifiuti avrà competenze specifiche nell’ambito della raccolta, trasporto, stoccaggio e smaltimento in relazione alle normative ambientali e produttive.L’esperto della sicurezza in ambito ambientale avrà competenze specifiche nelle sostanze pericolose, nella salute dei lavoratori in relazione al loro uso e al rispetto delle normative ambientali.L’esperto delle materie plastiche riciclate avrà competenze specifiche nel ciclo di lavorazione e riutilizzo dei rifiuti plastici, sotto forma di nuova materia prima, dando alle reti di vendita specifiche istruzioni sul loro uso nel campo dello stampaggio, estrusione, soffiaggio e termoformatura.Vedi le nuove professioni Il Sole 24 Ore
SCOPRI DI PIU'
Togliere l’aria al mercato delle materie plastiche: perchè?C’è chi spinge l’opinione pubblica e i governi in questa crociatadi Marco ArezioCi sono manovratori, adepti, teorici, finanzieri, governi assetati di tasse, tuttologi, odiatori, cannibali della rete, finti ambientalisti, uomini addetti al greenwashing, maleducati sociali, opportunisti e ignoranti. Tutti insieme pensano che speculare sulla plastica sia una giusta crociata. Nel 1095 Papa Urbano II, durante il concilio di Clermont, tenne un esplicito discorso in cui incoraggiava i fedeli ad unirsi militarmente all’Imperatore Alessio I che si stava battendo contro i Turchi in Anatolia. L’intento ufficiale del Papa era garantire il libero accesso dei fedeli Cristiani alla Terrasanta, ma gli studiosi attribuiscono a Urbano II un più ampio e segreto disegno, quello di poter annettere la chiesa orientale con quella occidentale, dopo lo il grande scisma del 1054, sotto il suo dominio. Mai niente di grande è come lo si vede dall’esterno, chi si nasconde dietro alla crociata contro la plastica? Il mondo della plastica sta subendo da alcuni anni attacchi di una grande durezza, attribuendo all’elemento stesso, sotto forma di materia prima o prodotto finito, la bolla di untore ambientale. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio, dichiarando apertamente che l’invenzione della plastica è da annoverare tra le più grandi scoperte del secolo scorso, con un contributo quotidiano così tangibile, ad un osservatore attento, ma che può anche facilmente sfuggire alla gente comune in quanto fa parte della nostra vita come l’aria che respiriamo. Quale partita stiano giocando i sobillatori della teoria della “plastic free” e a quale scopo, nessuno dotato di ragione riesce a capirlo e nemmeno si può intuire come sia stato facile, attraverso i media, ingigantire un odio verso un prodotto indispensabile per la nostra vita. Non ci sono gli spazi in questo articolo per elencare i vantaggi dell’uso della plastica nella produzione di milioni di prodotti che usiamo ogni giorno, in termini di costo, di funzionalità, di risparmio di CO2 in fase di produzione e di trasporto dei prodotti finiti, in termini igienici, isolanti, protettivi, riciclabili, impermeabili, durevoli e molte altre cose. Ci vorrebbe un intero libro per fare questo, ma mi vorrei soffermare sul motivo, visibile ai nostri occhi, per il quale si è scatenato il mondo intero contro il settore della plastica e vorrei introdurmi nei labirinti dei motivi che non vediamo, che stanno sotto traccia. Ciò che vediamo è la dispersione dei rifiuti in plastica (non solo quelli) nei fiumi, nei mari e negli oceani, che stanno creando uno scempio ambientale e una minaccia per i pesci e per l’uomo tramite la catena alimentare. Un problema vero, del quale, ogni persona che pensa razionalmente alla propria sopravvivenza, dovrebbe, non solo indignarsene, ma farsi carico e agire per modificare questo stato assurdo delle cose, secondo le leggi. Ma su questo argomento non mi soffermerei tanto, nonostante sia l’unico motore delle proteste popolari che vengono strumentalizzate, perché una persona di un’intelligenza normale capisce che nei fiumi, nei mari e negli oceani, la plastica non ci va da sola e, quindi, è ridicolo prendersela con lei come causa del problema, dimenticandosi facilmente della responsabilità umana. La cosa che mi interessa di più è capire quali motivazioni recondite ci possano essere dietro questo odio sviscerato per la filiera della plastica. Vediamo alcuni comportamenti di soggetti attivi in queste campagne su cui ognuno può riflettere per conto proprio: I Media. Fenomenale strumento di diffusione di informazioni (e di fake news), dove spesso non conta analizzare in modo tecnico e scientifico il problema dell’inquinamento, ma fare notizia fine a se stessa, aumentare i likes. Scrivere su un post “plasticfree”, corredandolo con una foto che rappresenta le bottiglie di acqua che galleggiano nel mare o un pesce intrappolato in un pezzo di plastica, si ottiene solo di moltiplicare in modo esponenziale la disinformazione senza proporre nulla per risolverlo, se non attraverso una visione utopica di rinuncia alla plastica. Chi semina questo odio, indiscriminato, dovrebbe avere la coscienza pulita e iniziare una vita rinunciando alla plastica, cominciando da casa sua e dalle sue abitudini. Inoltre ci sono emittenti televisive di primo piano che creano spot di grande impatto, utilizzando immagini forti, raccogliendo fondi, non si sa bene per quali finalità, portando avanti la propria crociata. Tutto questo ha il sapore del greenwashing. Pechè? I Divulgatori. Siamo tutti diventati scienziati, ogni spazio comunicativo è presidiato da sedicenti esperti che saltano da una trasmissione all’altra, da un giornale all’altro, da un libro all’altro, da un social all’altro, parlando, parlando, parlando. Di cosa? Di quello che vedono tutti e quasi mai inserendo il problema in una cornice più ampia, per capire se esistono opinioni diverse, per sentire le loro proposte migliorative o mettendosi a disposizione per un confronto diretto con scienziati e tecnici preparati. Cosa vogliono ottenere? Non ha il sapore di una strumentalizzazione a fini pubblicitari? Stare alla finestra e guadagnare sui dolori degli altri? I Governi. Sono responsabili della nostra salute e dell’ambiente in cui viviamo e troppe volte, quasi sempre, si sono attivati, nei loro compiti istituzionali, dopo che sono stati sollecitati dall’opinione pubblica. Certamente la gente ha ragione a preoccuparsi nel vedere i mari riempirsi di plastica o avere il dubbio che il pesce che finisce sulle loro tavole sia pieno di micro e nano plastiche.Ma sono gli enti governativi che si devono attivare per creare un impianto normativo adeguato per gestire la problematica dei rifiuti, porgendo un orecchio alla gente e l’altro agli scienziati. Troppi ritardi, pochi investimenti e poca competenza governano questo mondo, che dovrebbe normare e soprattutto far rispettare le leggi, per tutti. Perché tassare in modo esagerato i settori vitali della nostra economia invece che premiare, dal punto di vista fiscale, il riciclo e la produzione di materiali che hanno un impatto ambientale minore rispetto ad altri? Quali sono i veri obbiettivi politico-finanziari? Se in molti paesi esiste una sanità pubblica, che cura le nostre malattie, perché non deve esistere una economia circolare pubblica, sulla quale nessun governo dovrebbe fare business, ma investire per tutelare, indirettamente, la nostra salute e la nostra vita? L’Istruzione. Senza conoscenza non si ha la capacità di fare delle corrette analisi autonome dei problemi che ci circondano. Perché le scuole non investono nella formazione degli studenti in campo ambientale, nella conoscenza dell’economia circolare e delle energie alternative, in modo da creare una coscienza che possa salvaguardare del loro futuro? Perchè i giovani partecipano alla vita sociale attraverso le manifestazioni sull’ambiente condividendo slogan senza avere una conoscenza più approfondita dei problemi? Che ruolo vogliono dare i governi all’istruzione? La cultura è solo nozionismo o una spinta per accompagnare i ragazzi nel mondo complicato che li aspetta, dotandogli di una ragione critica? Le Aziende del Packaging. Chi tira le file del mondo del packaging in plastica sono le multinazionali delle bibite, dei detersivi e dei prodotti per la cura della persona. Hanno sempre utilizzato milioni di tonnellate di materia prima vergine, per decenni, per produrre i loro imballi, sapendo che la plastica è durevole, nel bene e nel male. Hanno pensato sempre al loro business senza capire che i loro prodotti venivano smaltiti in modo scorretto e hanno lasciato che l’opinione pubblica si rivoltasse contro i loro imballi. Perché non hanno interpretato il malessere della gente molti anni fa e, oggi, si spendono in campagne green confondendo i consumatori, facendo a gara a chi è più amico dell’ambiente? Non ha, anche qui, un sapore di greenwhasing? I Petrolieri. Come per le multinazionali del packaging, la produzione dei polimeri plastici vergini andava a gonfie vele, mentre il mondo si riempiva di rifiuti plastici. Perché sono stati così miopi da non vedere che stavano rappresentando un prodotto che sarebbe entrato in conflitto con l’utilizzatore finale? Perché hanno trovato la soluzione più sbrigativa di acquisire i produttori e riciclatori di materia plastica riciclata per dare un nuovo aspetto ecologico al loro business? Perché non hanno sostenuto l’industria della plastica, i loro clienti, attraverso iniziative concrete che evitassero, insieme ai governi, il tracollo ecologico dei nostri mari con la concreta possibilità di mettere a rischio il loro business? Il mondo non può rinunciare alla filiera della plastica nonostante si siano fatti molti errori e molte speculazioni, di cui conosciamo solo alcuni risvolti, ma molto si può fare per migliorare le cose. Non possiamo più permetterci, che una risorsa così preziosa per il nostro pianeta sotto forma di rifiuto, sia dispersa nell’ambiente da incoscienti e ignoranti che, con le loro azioni mettono, in pericolo l’ecositema e la vita di tutti.Vedi maggiori informazioni sul riciclo
SCOPRI DI PIU'
Bassa Autostima in Posizioni Manageriali. Quali Pericoli e come Gestire il Problema?Le componenti caratteriali dei managers, a tutti i livelli, sono fondamentali per la buona salute dell’aziendadi Marco ArezioIn una realtà imprenditoriale moderna ed efficiente, di qualsiasi dimensione essa sia, la componente umana fa sempre la differenza. Questa situazione non appare, solitamente, nella breve vita delle aziende, dove la tecnologia e i mezzi di comunicazioni digitali assicurano una parte importante del successo delle attività, ma se consideriamo un arco di tempo più ampio, in cui la concorrenza ha un certo equilibrio in campo, entrano in gioco le risorse umane a fare la differenza. Una volta acquisita una certa posizione nel mercato, ci si deve confrontare con le altre realtà imprenditoriali, cercando di rimanere il più a lungo possibile in una situazione di relativa competitività e sopravvivenza aziendale. Le risorse umane, attraverso le loro catene di comando, portano motivazioni, idee, impegno, dedizione e forza al marchio, imprimendo piccoli ma costanti scostamenti di posizione tra azienda e azienda. Questi piccoli successi o insuccessi sono determinati dalla qualità dei componenti dei team aziendali che, attraverso il loro impegno, la loro capacità e il loro singolo carattere, determineranno miglioramenti o peggioramenti delle posizioni sul mercato. Il carattere dei managers gioca un ruolo fondamentale, a tutti i livelli di comando, non solo quelli apicali, ma molto spesso, quelli intermedi, hanno un ruolo fondamentale. I teams di lavoro hanno leaders che devono saper indirizzare i componenti, spronarli, consigliarli e buttarsi nella mischia con loro, mantenendo la leadership, creando un clima positivo e carismatico che galvanizza il lavoro. Deve saper premiare e punire, con la giusta moderazione ed imparzialità, i componenti del team senza eccedere in favoritismi o perdoni eccessivi, così da dare un’immagine equidistante del suo lavoro e sottolineando l’importanza del gruppo prima che del singolo. Questa azione sottintende un carattere del manager sicuro e risoluto, flessibile ma imparziale, determinato ed indipendente, che ha ben chiaro quali siano gli obbiettivi che gli sono stati affidati dall’azienda. Ma cosa succede se in una posizione di leader troviamo una persona poco sicura di sé?di Marco Arezio Il primo problema da affrontare è la sua necessità di continue conferme della legittimazione sua posizione, sia nei confronti dei superiori che delle persone che dal lui dipendono. Se nel primo caso, a volte è meno impattante, invece, la ricerca di conferme tra i collaboratori che deve dirigere crea una commistione di ruoli e un indebolimento della sua posizione. Il leader insicuro ha bisogno di un gruppo di collaboratori che lo elogino, che lo rassicurino, che lo facciano sentire al centro del progetto e che colmino quella sua mancanza di sicurezza. Questa situazione però, spesso spacca i gruppi di lavoro, in quanto ci sono collaboratori che si aspettano di essere guidati e protetti dal manager e non il contrario, mettendo in cattiva luce chi crea un rapporto di eccessiva confidenza con i leaders. Inoltre, capita spesso che durante le difficoltà a raggiungere gli obbiettivi previsti dall’azienda, questa punti il dito sul leader del gruppo che, per tutelarsi, non proteggerà l’intero team, ma potrebbe scaricare le colpe verso quella parte di persone che non lo sostengono apertamente come lui vorrebbe. Qui scatta il meccanismo contrario per cui il leader cerca di difendersi, assecondando i suoi superiori, al fine di salvaguardare la sua posizione a discapito degli altri. Passata la tempesta il manager insicuro metterà, probabilmente, al margine le persone a lui non favorevoli, puntando solo su chi lo sostiene, in quanto, spesso, rimane una persona rancorosa, che vorrebbe avere un appoggio esteso ed incondizionato che lo rassicurasse. Si creeranno rapporti ambigui, non sinceri, piccole vendette, un certo lassismo, una strisciante rassegnazione a fare il minimo indispensabile da una parte del team, creando inefficienza, perdita di competitività e valore aziendale. Per superare questi rapporti dolorosi e inefficienti per l’azienda è necessario creare gruppi di lavoro o di ascolto, in cui vengano mischiate le risorse umane, seguiti da leaders che abbiano competenza con la gestione delle risorse umane o abbiano una estrazione di carattere psicologica e relazionare, in modo da liberare le persone, attraverso il confronto su altri temi, della paura di venire allo scoperto. Questo serve per indagare i lati positivi e quelli negativi o pericolosi che aleggiano nei gruppi di lavoro dell’azienda, in modo da raccogliere le maggiori informazioni possibili, confrontarle, incrociarle e intervenire.
SCOPRI DI PIU'