Tohoku 2011: il Maremoto più Costoso della StoriaCon 235 miliardi di dollari di danni, il terremoto e tsunami del Giappone rimane il più grande disastro naturale modernodi Marco ArezioL’11 marzo 2011 il Giappone si fermò. Alle 14:46 locali, la terra della regione del Tohoku cominciò a tremare con una violenza che superò ogni previsione. Le lancette degli orologi si bloccarono nei villaggi costieri, mentre il mare, a pochi chilometri di distanza, si ritirava silenzioso prima di scatenarsi. Quello che seguì fu un urlo d’acqua alto più di dieci metri, un muro liquido che cancellò in pochi minuti strade, fabbriche, case e memorie. Il terremoto e il successivo tsunami del Tohoku avrebbero segnato per sempre la storia del XXI secolo: 235 miliardi di dollari di danni, 20.000 vite spezzate e una ferita ancora aperta nella coscienza collettiva del Giappone e del mondo. Non era solo un disastro naturale. Era la rappresentazione, nitida e spietata, della fragilità del progresso umano. Un paese tra i più tecnologicamente avanzati del pianeta, capace di costruire treni che sfiorano la perfezione e città sospese tra tradizione e futuro, si scoprì improvvisamente vulnerabile. Le dighe costiere si rivelarono impotenti, i sistemi di allarme inefficaci, le centrali nucleari mal collocate. E quando l’acqua raggiunse il complesso di Fukushima Daiichi, la catastrofe ambientale si fece totale. Fukushima: il confine tra natura e tecnologia Il disastro di Fukushima non fu soltanto un incidente tecnico, ma il simbolo di un’epoca. L’arresto dei reattori, la fusione dei noccioli e la fuga radioattiva resero visibile ciò che per decenni era rimasto implicito: la fede cieca nella tecnologia aveva sostituito la prudenza ecologica. Il mare, che per secoli aveva nutrito le comunità costiere giapponesi, divenne veicolo di morte e contaminazione. Centinaia di chilometri quadrati furono evacuati, intere città divennero zone fantasma e il mare, che un tempo portava vita, fu misurato con strumenti di allerta e conteggi di becquerel. Ma tra le macerie e i rottami della costa, il Giappone scoprì anche qualcosa di inatteso: la capacità di ricominciare. Il Tohoku non si limitò a ricostruire ciò che era andato perduto, ma si trasformò in laboratorio di rinascita sostenibile. Oggi Fukushima ospita campi fotovoltaici che si estendono fino all’orizzonte, parchi eolici offshore e sperimentazioni sull’idrogeno verde. Là dove la paura aveva seminato silenzio, si è aperto un cantiere di futuro che unisce memoria e scienza, dolore e resilienza. Una tragedia annunciata dal nostro tempo Gli studiosi di geologia e climatologia concordano su un punto: il pianeta sta reagendo a un secolo di sfruttamento intensivo. Non si tratta di un castigo, ma di una risposta fisica agli squilibri accumulati. I fenomeni naturali estremi — terremoti, inondazioni, uragani — non sono nuovi; è nuova, invece, la nostra esposizione. Abbiamo costruito città sulle coste, scavato nelle montagne, eretto centrali e impianti chimici nei luoghi più instabili del pianeta. Laddove la natura si muove, oggi c’è l’uomo, con i suoi serbatoi di petrolio, i suoi porti, le sue reti elettriche e i suoi sogni di stabilità. Il maremoto del Tohoku non fu soltanto un disastro geologico: fu un evento culturale, la dimostrazione che la modernità non è sinonimo di sicurezza. La Terra non si piega ai nostri calcoli, e ogni volta che proviamo a dominare i suoi cicli, ci ricorda la nostra condizione di ospiti, non di padroni. L’economia della catastrofe Se si osservano i numeri, l’impatto economico del Tohoku è impressionante: 235 miliardi di dollari. Una cifra che supera qualsiasi altra catastrofe naturale registrata dal 1900 a oggi. A grande distanza seguono l’uragano Katrina del 2005 e l’uragano Harvey del 2017, entrambi con circa 125 miliardi di danni. Poi il terremoto del Sichuan, in Cina, con 122 miliardi, e quello di Kobe del 1995 con oltre 100 miliardi. Gli altri eventi che completano la tragica graduatoria — gli uragani Ian, Maria, Sandy e Irma — mostrano un pattern inequivocabile: i disastri più costosi si concentrano nel nuovo millennio, in un mondo sempre più urbanizzato e dipendente da infrastrutture fragili. Ogni miliardo di danni rappresenta non solo case distrutte, ma ecosistemi alterati, risorse perdute, persone costrette a migrare. Dietro le statistiche si nasconde un tessuto umano e ambientale che fatica a ricomporsi. Ed è qui che l’economia incontra l’ecologia: perché ogni disastro naturale diventa una tassa invisibile sul nostro modo di vivere. Dopo la tempesta: la memoria come risorsa Il popolo giapponese, abituato da secoli a convivere con la forza della natura, ha risposto al Tohoku con una dignità che ha commosso il mondo. Nessun saccheggio, nessuna fuga di massa, solo silenzio e disciplina. In quel silenzio è nata una consapevolezza collettiva: la necessità di riconciliare la modernità con i cicli naturali. Le scuole hanno introdotto programmi di educazione ambientale, le università hanno potenziato la ricerca sulle energie pulite, e il governo ha avviato una strategia di resilienza nazionale che oggi è studiata in tutto il mondo. Ciò che nel 2011 appariva come la fine, si è trasformato, lentamente, in un punto di ripartenza. Il Giappone ha compreso che la vera forza non risiede nella tecnologia che resiste al mare, ma nella cultura che impara da esso. Il conto crescente del clima Negli ultimi anni, le cifre confermano una tendenza che non può più essere ignorata. Secondo il rapporto Aon Global Catastrophe Recap 2024 e i dati della NOAA 2025, i danni economici causati da disastri naturali nel mondo hanno superato i 300 miliardi di dollari annui, con un aumento del 35% rispetto al decennio precedente. La Banca Mondiale avverte che, se il ritmo attuale non rallenterà, entro il 2050 il costo globale delle catastrofi potrebbe raggiungere i 600 miliardi di dollari all’anno, pari a quasi il 2% del PIL mondiale. Dietro queste cifre ci sono le ondate di calore in Europa, gli incendi che divorano il Canada e l’Australia, le inondazioni in Pakistan e i tifoni che devastano le Filippine. È un quadro planetario in cui la distinzione tra “disastro naturale” e “disastro umano” diventa sempre più sottile. Le società assicurative, un tempo concentrate solo sui rischi finanziari, oggi includono nei loro report le variabili climatiche e ambientali come fattori strutturali dell’economia globale. L’impatto non è solo materiale: aumenta la disuguaglianza, si spostano intere comunità, e cresce il peso psicologico della precarietà ambientale. Una lezione che riguarda tutti Il maremoto del Tohoku non appartiene solo alla memoria del Giappone, ma a quella dell’intera umanità. È il punto in cui la Terra ha parlato con voce chiara, ricordandoci che non esiste progresso senza equilibrio. Ogni argine che costruiamo, ogni città che estendiamo verso il mare, ogni centrale che innalziamo vicino a una faglia, rappresenta una scommessa con il futuro. Eppure, nonostante la gravità degli eventi, continuiamo a considerare la prevenzione come un costo e non come un investimento. La vera eredità del Tohoku non è la cifra dei danni, ma la consapevolezza che il pianeta non è una macchina, bensì un organismo vivente. E quando lo stressiamo oltre misura, esso risponde. Non con rabbia, ma con una forza che ci ricorda la nostra piccolezza. In quell’onda che cancellò le coste giapponesi c’era un messaggio che ancora oggi risuona: la Terra non dimentica, ma sa ricominciare. Sta a noi decidere se farlo insieme a lei o contro di lei.© Riproduzione Vietata
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La Gomma da Masticare Compie 150 anni: Dai Maya a Greta ThunbergGomma da masticare: Un prodotto storico, nato vegetale e diventato un mix di chimica poco amico dell’ambientedi Marco ArezioLe prime tracce storiche della gomma da masticare risalgono ai Maya, che erano abituati a masticare delle palline di gomma dette Chicle, tratte da una pianta chiamata Manilkara Chicle. Successivamente si sono trovate altre tracce, in epoca più recente, attribuite al generale e presidente del Messico, Antonio Lopez de Santa Maria, chiamato il Napoleone dell’West, ( Xalapa, 21 febbraio 1794 – Città del Messico, 21 giugno 1876) militare e politico di lungo corso, al quale verrebbe attribuita l’invenzione della gomma da masticare moderna. Ma se parliamo di dati certi, circa l’origine del prodotto, dobbiamo allora far riferimento al brevetto depositato da William Semple il 28 Dicembre del 1869 negli Stai Uniti. Una ricetta messa in commercio due anni più tardi che non entusiasmò troppo i clienti in quanto, le palline, erano insapori e molli. Ma sulla scorta di questi insuccessi, Semple modificò più volte la ricetta, inserendo aromi e lavorando sulla consistenza della gomma, riuscendo a far crescere l’interesse per il prodotto verso la fine del decennio del secolo. Nel corso del XX secolo l’industria cambiò radicalmente la ricetta, utilizzando non più una gomma naturale ma una sintetica, il Poliisobutilene, relegando la lavorazione del Chicle ad una nicchia di mercato. Successivamente si era lavorato sulle proprietà elastiche del prodotto inserendo additivi, raggiungendo così la voluta viscosità attraverso l’aggiunta di una gomma di Xanthano. In Europa la conoscenza di questo articolo rimase sconosciuto fino all’avvento della seconda guerra mondiale quando i soldati americani, di stanza nel vecchio continente, lo fecero conoscere alla popolazione. Infatti lo stato maggiore dell’esercito aveva inserito nella cosiddetta “Razione K”, un mix di alimenti che ogni soldato aveva con sé sul campo di battaglia, la gomma da masticare per svariate ragioni. Si riteneva che masticare la gomma, additivata anche di caffeina, aiutasse i soldati a sopportare meglio le tensioni dei combattimenti, inoltre favoriva la pulizia del cavo orale in quelle situazioni in cui i soldati non potevano lavarsi i denti. Ma come viene prodotta, oggi, la gomma da masticare? L’impasto che compone la gomma da masticare contiene il Poliisobutilene, come composto base, poi lo zucchero gli additivi e gli aromi. Il Poliisobutilene o PIB, è una gomma sintetica, ricavato dalla polimerizzazione dell’Isobutilene e una piccola parte (2%) di Isoprene, prodotto dalla Basf per usi alimentari. Il Poliisobutilene, è un polimero vinilico e, dal punto di vista strutturale, assomiglia al comune Polipropilene Homopolimero e al Polietilene, fatta eccezione per il fatto che ogni altro atomo di carbonio è sostituito con due gruppi metilici. Possiede due caratteristiche importanti che sono l’elevata impermeabilità e un’eccellente flessibilità. Come viene impiegata la gomma da masticare? L’uso più comune si può dire sia stato, per moltissimi anni, paragonabile a quello delle caramelle, godendo durante la masticazione della gomma degli aromi che erano all’interno del prodotto. Ma nel corso degli anni, la gomma da masticare ha avuto anche un uso medico e farmaceutico. Infatti esistono sul mercato numerosi farmaci, sotto questa forma, che curano la nausea, le cefalee, la dipendenza da fumo, alcune malattie del cavo orale e sotto forma di integratori alimentari dalle tipologie più disparate. Ma la gomma da masticare si è rilevata un pessimo amico per l’ambiente, in quanto impiega almeno 5 anni per decomporsi, si appiccica alle superfici sulle quali viene posta, specialmente i marciapiedi nelle città. La pulizia delle superfici pedonabili sulle quali si è attaccata comporta l’uso di sostanze chimiche, adatte ad interrompere la solidarizzazione tra gomma e superficie di camminamento, l’acqua con getto ad alto potenziale e, dove questi sistemi non ottengono i risultati sperati, si deve fresare la superficie per togliere le macchie nere composte dalle gomme.Categoria: notizie - tecnica - storia - gommaVedi maggiori informazioni sul rapporto tra alimenti e la chimica
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Da Woody Guthrie a Woodstock: Il Viaggio Epico del RockCome il Folk e il Blues Hanno Forgiato la Rivoluzione Musicale degli Anni '60 e '70di Marco ArezioLa musica rock, con la sua vasta gamma di sottogeneri e influenze culturali, rappresenta uno dei fenomeni più rivoluzionari della musica contemporanea. Questo articolo esplorerà il percorso evolutivo della musica rock, partendo dalle radici folk e blues incarnate da figure come Woody Guthrie, fino al culmine del movimento hippy e il leggendario festival di Woodstock del 1969.Le Radici: Folk e Blues Woody Guthrie e il Folk Woody Guthrie, nato nel 1912 in Oklahoma, è una delle figure più influenti nella storia della musica folk americana. Le sue canzoni, spesso incentrate su temi sociali e politici, hanno gettato le basi per la musica folk moderna. Guthrie ha viaggiato in lungo e in largo per gli Stati Uniti durante gli anni della Grande Depressione, documentando le esperienze delle persone comuni attraverso la sua musica. Canzoni come "This Land Is Your Land" sono diventate inni per i movimenti di giustizia sociale e hanno ispirato generazioni di musicisti. Il Blues: L'Anima della Musica Americana Parallelamente, il blues ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della musica rock. Nato nel profondo sud degli Stati Uniti, il blues esprimeva le sofferenze e le speranze degli afroamericani. Artisti come Robert Johnson, Muddy Waters e B.B. King hanno contribuito a plasmare il suono e l'ethos del blues. La struttura musicale del blues, caratterizzata da progressioni di accordi semplici e liriche emotive, è diventata una componente fondamentale del rock. La Fusione delle Tradizioni: Dalla Folk Revival al Rock'n'Roll Il Folk Revival degli Anni '50 e '60 Negli anni '50 e '60, gli Stati Uniti hanno assistito a un rinascimento della musica folk, guidato da artisti come Pete Seeger e il gruppo The Weavers. Questo movimento ha ripreso le tradizioni folk e le ha presentate a una nuova generazione, spesso infondendole con un senso di protesta sociale e politica. Bob Dylan, influenzato da Woody Guthrie, è emerso come una figura chiave di questo periodo, mescolando il folk con elementi poetici e politici che hanno ampliato l'appeal del genere. L'Esplosione del Rock'n'Roll Alla fine degli anni '50, il rock'n'roll ha fatto irruzione sulla scena musicale. Questo nuovo genere combinava elementi di blues, country e rhythm and blues, creando un suono energetico e ribelle. Pionieri come Elvis Presley, Chuck Berry e Little Richard hanno contribuito a definire il rock'n'roll, attirando un pubblico giovane e inaugurando una nuova era nella musica popolare. Il rock'n'roll ha rappresentato una liberazione culturale e ha sfidato le norme sociali dell'epoca.L'Età dell'Oro del Rock: Gli Anni '60 e '70 La British Invasion Negli anni '60, il rock ha subito un'altra trasformazione significativa con la cosiddetta "British Invasion". Band britanniche come The Beatles e The Rolling Stones hanno portato il rock a nuovi livelli di popolarità internazionale. I Beatles, in particolare, hanno sperimentato con vari stili musicali, dal rock al pop, dal folk alla psichedelia, influenzando innumerevoli artisti e contribuendo a elevare il rock a forma d'arte. La Psichedelia e il Movimento Hippy Con l'avvento della controcultura hippy negli anni '60, il rock ha abbracciato la psichedelia. Band come The Grateful Dead, Jefferson Airplane e The Doors hanno esplorato nuovi territori musicali, sperimentando con suoni, effetti e testi che riflettevano le esperienze psichedeliche e le visioni utopiche del movimento hippy. La musica rock è diventata un mezzo per esprimere libertà, amore e resistenza politica. Woodstock: Il Culmine di un'Epoca Il festival di Woodstock del 1969 rappresenta il culmine della fusione tra musica rock e cultura hippy. Tenutosi a Bethel, New York, Woodstock ha attirato oltre 400.000 persone e ha presentato performance leggendarie di artisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who e Crosby, Stills, Nash & Young. Il festival è stato non solo un evento musicale, ma anche un simbolo di pace, amore e unità tra i giovani di tutto il mondo. Woodstock ha incarnato lo spirito del tempo, segnando una pietra miliare nella storia della musica rock e della cultura popolare. Conclusione Da Woody Guthrie a Woodstock, la musica rock ha percorso un viaggio straordinario, evolvendosi dalle radici folk e blues per diventare la colonna sonora di una generazione.Questo viaggio non solo ha trasformato la musica, ma ha anche influenzato profondamente la società e la cultura, dando voce a istanze di cambiamento sociale e di ribellione giovanile. Oggi, il retaggio di questa evoluzione continua a risuonare, mantenendo viva la forza innovativa e rivoluzionaria della musica rock.© Vietata la Riproduzione
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La Denigrazione del Manager che Cambia Azienda: Strategie e Conseguenze per Dipendenti e OrganizzazioneQuando un Manager di Successo Lascia: Come i Dipendenti Possono Scegliere il Proprio Futuro senza Farsi Influenzare dalla Campagna Aziendaledi Marco ArezioNel contesto lavorativo odierno, caratterizzato da dinamismo e continua trasformazione, è frequente che un manager di successo decida di lasciare un'azienda per esplorare nuove opportunità, anche presso un concorrente diretto. Questo fenomeno crea situazioni complesse sia per il manager, sia per l'azienda e i collaboratori rimasti. Se la reazione aziendale è quella di attuare una campagna di denigrazione contro il manager dimissionario, le conseguenze possono essere gravi, non solo per il manager stesso ma anche per l'ambiente di lavoro, generando incertezza e diffidenza tra i dipendenti.La Denigrazione come Strumento di ControlloQuando un manager lascia l'azienda per andare a lavorare con un concorrente, soprattutto se è una figura di riferimento e rispettata dal team, l'azienda può reagire in maniera difensiva. Alcune organizzazioni optano per una campagna di delegittimazione del manager dimissionario. L'obiettivo di questa strategia è screditare la reputazione del manager, insinuare dubbi sulla sua competenza o integrità e generare timore tra i collaboratori per dissuaderli dal seguirlo nella nuova impresa.Questa tattica serve a esercitare un controllo sui dipendenti rimasti, sfruttando la paura di compiere una scelta che potrebbe compromettere la loro stabilità lavorativa. Tuttavia, questo approccio rischia spesso di ottenere l'effetto opposto: molti dipendenti potrebbero cominciare a perdere fiducia nell'azienda. A lungo termine, queste azioni compromettono la fiducia reciproca tra dipendenti e azienda, riducendo la motivazione e la produttività complessiva. La denigrazione non solo può creare un ambiente di lavoro tossico, ma anche indebolire il senso di appartenenza e la cultura organizzativa che un'azienda cerca di costruire. Quando l'azienda dà la priorità al controllo dei dipendenti attraverso la paura invece di coltivare un clima di fiducia, finisce per erodere il capitale umano, uno degli asset più preziosi per ogni organizzazione.Inoltre, le campagne di denigrazione spesso portano a polarizzare il personale. I dipendenti si dividono tra quelli che si schierano apertamente con l'azienda e quelli che sostengono il manager dimissionario. Questa divisione interna può causare tensioni e conflitti, rendendo difficile la collaborazione e aumentando la competizione malsana tra colleghi. Invece di promuovere un ambiente inclusivo e coeso, l'azienda rischia di creare una frattura che mina l'efficienza operativa e il morale del team.Scelte Difficili per i Dipendenti: Mantenere l'Equilibrio e l'IndipendenzaPer i dipendenti che si trovano in queste circostanze, la situazione può essere estremamente stressante. Da un lato, vi è la lealtà verso l'azienda e il desiderio di mantenere una certa stabilità, dall'altro lato, vi è la stima nei confronti del manager dimissionario e la possibilità di esplorare nuove sfide e opportunità professionali. La campagna di denigrazione può creare un clima di confusione: alcuni dipendenti potrebbero sentirsi insicuri su quale decisione prendere, mentre altri potrebbero sviluppare un senso di risentimento nei confronti dell'azienda, percependo la sua reazione come meschina.In queste situazioni, è fondamentale per i dipendenti mantenere una visione obiettiva e razionale. Non devono lasciarsi influenzare eccessivamente dalle critiche dell'azienda né dal carisma del manager dimissionario. La valutazione delle opportunità deve essere il più possibile indipendente, e un buon approccio potrebbe essere quello di cercare supporto presso un mentor esterno o un consulente di carriera. Solo attraverso un'analisi ponderata e autonoma, i dipendenti possono prendere una decisione che tenga conto del presente, ma anche delle loro ambizioni di lungo termine.L'elemento chiave è comprendere che ogni scelta lavorativa deve essere ponderata non solo in termini di opportunità immediate, ma anche considerando i valori personali e la propria visione di carriera. Il rischio di agire sotto pressione o di farsi coinvolgere emotivamente da una delle parti è quello di fare scelte che potrebbero non essere realmente in linea con i propri obiettivi a lungo termine. La riflessione critica e l'indipendenza di giudizio sono strumenti preziosi per navigare queste situazioni complesse. Essere in grado di guardare oltre il momento presente e capire come ogni decisione potrebbe influenzare il futuro è fondamentale per costruire una carriera che rispecchi davvero le proprie ambizioni e passioni.Effetti Psicologici sui DipendentiLe campagne di denigrazione contro un manager dimissionario possono innescare diversi effetti psicologici tra i dipendenti rimasti. Un effetto comune è quello che potremmo definire "effetto boomerang": invece di scoraggiare i dipendenti dal seguire il manager dimissionario, la campagna può portare molti a perdere fiducia nell'azienda stessa. Se percepiscono che le critiche sono infondate o esagerate, i collaboratori potrebbero ridurre il loro livello di impegno o addirittura iniziare a cercare nuove opportunità altrove.Un altro effetto rilevante è la paura: assistere alla denigrazione di una figura di riferimento può instillare nei dipendenti la paura di non essere al sicuro nel proprio ruolo, soprattutto se l'azienda si mostra disposta a screditare anche le persone di valore. Questo tipo di clima aumenta l'insicurezza e può portare a una riduzione della fiducia tra colleghi, con un conseguente aumento dello stress e del rischio di burnout. Inoltre, può emergere una forma di apatia e cinismo verso l'azienda: i dipendenti, vedendo il trattamento riservato a un ex collega stimato, possono sentirsi meno motivati e iniziare a considerare il loro ruolo come un semplice lavoro, senza alcun coinvolgimento emotivo.A livello psicologico, questa atmosfera crea un ambiente lavorativo caratterizzato da paura e incertezza, che può avere un impatto negativo sul benessere mentale e sulla produttività dei dipendenti. Le persone tendono a essere meno proattive, evitano di assumere rischi o prendere iniziative e preferiscono mantenere un profilo basso per non attirare attenzioni indesiderate. Tutto ciò finisce per soffocare la creatività e l'innovazione, elementi essenziali per il successo a lungo termine di qualsiasi organizzazione.Scegliere Consapevolmente il Proprio FuturoPer i dipendenti, il punto cruciale è prendere decisioni che siano basate sulla consapevolezza delle proprie capacità e ambizioni, piuttosto che sulla paura o sulla pressione. Questo non è semplice in una situazione così emotivamente complessa, ma è fondamentale evitare di farsi trascinare dalle critiche dell'azienda o dal fascino del manager che se ne va.È consigliabile raccogliere informazioni in maniera critica, parlare con persone fidate e valutare attentamente le diverse opportunità. Prendersi il tempo necessario per riflettere senza farsi prendere dalla fretta permette di fare una scelta più ponderata e allineata con i propri obiettivi personali e professionali. Considerare la cultura aziendale e il proprio benessere psicologico è essenziale: un ambiente di lavoro che incoraggia la crescita e il rispetto reciproco è spesso più importante delle sole prospettive di guadagno.Infine, è utile avere una visione chiara delle proprie priorità. Qual è il fattore più importante per il proprio futuro lavorativo? È la stabilità, la crescita, la possibilità di imparare cose nuove o l'equilibrio tra vita privata e lavoro? Ogni persona ha un set di valori diverso, e la chiave è trovare una scelta lavorativa che risuoni con questi valori, anche a costo di prendere decisioni che potrebbero sembrare rischiose nel breve termine.ConclusioniQuando un manager di successo lascia un'azienda per lavorare con un concorrente, le dinamiche che si sviluppano possono essere complesse. L'azienda può cercare di proteggere la propria posizione attraverso pratiche di denigrazione, ma questo spesso danneggia il clima aziendale e la fiducia dei dipendenti. La vera sfida per i collaboratori è fare una scelta consapevole e autonoma, senza lasciarsi condizionare dalle emozioni del momento o dalle strategie manipolative dell'azienda.Solo in questo modo sarà possibile definire un percorso di carriera coerente con le proprie aspirazioni, evitando di subire pressioni esterne o manipolazioni da parte di chi cerca di mantenere il controllo a ogni costo. Un approccio basato sulla riflessione critica e sulla consapevolezza delle proprie capacità permette di sviluppare una carriera che sia realmente significativa e soddisfacente. Conoscere sé stessi, i propri obiettivi e le proprie aspirazioni è la chiave per evitare di diventare vittime di dinamiche aziendali tossiche e costruire un futuro lavorativo che sia davvero in linea con ciò che si desidera.
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Workaholism: La Dipendenza da Lavoro che Minaccia le AziendeWorkaholism: La Dipendenza da Lavoro che Minaccia le Aziendedi Marco ArezioLa sindrome da ubriacatura da lavoro o dipendenza da lavoro è una malattia neuro-psichiatrica scoperta in America agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso. In questo articolo non tratteremo l’aspetto medico, cioè le mutazioni che questa malattia infligge sul soggetto malato, ma illustreremo le ricadute che può avere nell’ambito aziendale. Nel corso degli anni si è spesso confuso, forse per convenienza, la differenza tra uno stacanovista e un lavoratore affetto da dipendenza cronica da lavoro. Quale è la differenza vista dal punto delle attività aziendali? Lo stacanovista, che ha ruoli dirigenziali, lo possiamo vedere come un soggetto responsabile, affidabile, ambizioso e fidato che trascina il proprio team a raggiungere gli obbiettivi aziendali o i budget affidati, attraverso la costruzione di un clima competitivo e appagante i cui ogni partecipante al progetto si sente inserito in una catena motrice, con lo scopo comune di far girare il motore al giusto livello per raggiungere il traguardo comune. Collegialità degli obbiettivi, degli sforzi e delle gratificazioni sono la chiave per ottenere i migliori risultati lasciando, nel leader, ma anche i tutti i soggetti della squadra, la piacevolezza dell’impegno e la riconoscenza delle qualità dei singoli, ognuno nella giusta misura. La valorizzazione degli sforzi dei singoli e del team, a tutti i livelli, dona una sorta di protezione del branco e una carica autorigenerante per le sfide di tutti i giorni. Il leader che guida il gruppo, per stimolare le energie di tutti, deve essere inclusivo, rassicurante, sincero nell’illustrare rischi e obbiettivi, ma soprattutto deve sporcarsi le mani in prima linea, nella stessa trincea e condividere sul campo le strategie. In caso di raggiungimento degli obbiettivi il gruppo sarà compatto e più forte, soddisfatto, gratificato, sicuro del fatto che l’unione fa la forza e che, egoismi o prevaricazioni interne, siano deleteri per ognuno dei partecipanti. Se guardiamo invece il leder di un gruppo affetto da dipendenza da lavoro, ci troviamo di fronte ad un soggetto che vive per raccogliere adrenalina con la quale alimentare la propria giornata. Gli obbiettivi aziendali sono una scusa per applicare questa dipendenza alla propria vita, trascinando tutta la squadra in un ciclone di stress costante. Chi vive questa dipendenza mobilita una competizione sterile, volta ad accrescere il volume di lavoro in modo negativo, mettendo sotto pressione i collaboratori senza capire i limiti e le esigenze delle persone. Non è capace di fare squadra perché vive in modo egocentrico l’attività, quindi si rapporta con i colleghi come se fossero un tassello al proprio progetto finalizzato al risultato. Gli obbiettivi aziendali sono un propellente che alimenta la spirale di impegno, la benzina che accende un motore che deve girare al massimo e la componente umana non è considerata come parte della partita. Chi soffre di dipendenza da lavoro non riesce a staccare, perde il contatto con la vita reale e pretende che i collaboratori lavorino secondo il suo schema e i suoi interessi. Facilmente mette in cattiva luce chi non lo segue, crea zizania per incrementare la competitività reciproca, e non dialoga con la squadra. Non concepisce chi dissente o chi ha un atteggiamento verso il lavoro più equilibrato, dove ogni componente della propria vita deve avere un peso ponderato. Farsi dirigere da un soggetto che soffre di dipendenza da lavoro ha l’effetto negativo di lavorare in un ambiente in costante tensione, dove la paura di sbagliare riduce i risultati, dove il rischio di sfuriate dal leader del team sono all’ordine del giorno, con possibili conseguenze sulla posizione lavorativa. La paura di sbagliare o di essere traditi dai compagni di lavoro crea correnti interne, fazioni più o meno vicine al leader, il cui scopo non è più il raggiungimento del traguardo aziendale ma quello della sopravvivenza del rapporto di lavoro. I componenti del team tendono a ritirarsi in gusci protettivi, fanno quello che gli viene detto di fare, anche se lo reputano improduttivo od addirittura sbagliato. Non si espongono con idee o proposte per non esporsi a reazioni non calcolabili, sapendo quanto un soggetto affetto da questa malattia possa essere irascibile, scostante nell’umore e rischiando di mettersi in cattiva luce. Un ambiente come quello descritto focalizzato su un soggetto che crede di correre una gara da solo, umilia il lavoro di tutti, a volte anche le persone, trasformando la spinta propositiva di un team in passività lavorativa, lasciando al leader ogni decisione e ogni conseguenza. La spirale porta la figura apicale a doversi occupare di tutto, non avendo più una squadra su cui contare, con l’avvitamento del carico di lavoro e la riduzione della lucidità nelle decisioni e la trascuratezza della qualità generale dei risultati. Si crea uno scollamento che alimenta risentimento tra il leader e la squadra, un generale disinteresse all’azienda e al suo futuro, creando la costruzione di prove che possano difendere le singole posizioni in attesa della catastrofe imminente. Infatti, le giornate lavorative passano non finalizzate al miglioramento delle perfomances societarie, ma nell’attesa del giorno del fallimento della loro team, con la speranza che il loro comportamento minimale ed ossequioso possa salvargli il posto di lavoro. Se partiamo da un paradigma molte volte usato, ma reale, che dice che i successi delle aziende sono fatti di persone guidate da leader capaci, dobbiamo quindi monitorare comportamenti eccessivi sia di lassismo che di iper lavoro.
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 1: Un Sogno CondivisoAmore e Coraggio in un Borgo tra Misteri e Cospirazionidi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 1: Un Sogno Condiviso Il cielo notturno avvolgeva Corenno Plinio in un abbraccio silenzioso, con le stelle che scintillavano come piccoli fari di speranza nel vasto firmamento. All'interno della loro casa in pietra, situata sulle sponde del lago, il respiro lento e regolare di Lisa riempiva l'aria di una melodia tranquilla.I suoi capelli neri e lucenti si spargevano disordinatamente sul cuscino, creando l'illusione di stormi di corvi in volo al chiaro del mattino.Andrea, seduto accanto a lei, osservava ogni dettaglio di quel quadro sereno. Certo, non sapeva cosa Lisa potesse sognare in quei momenti di quiete, ma notava ogni piccolo movimento, ogni lieve affanno che attraversava il suo respiro.Le gocce di sudore sulla sua fronte brillavano alla luce fioca della luna che si rifletteva sul lago, e lui sentiva il desiderio irresistibile di asciugarle, di parlarle, di dirle cose vane. Ma il timore di spezzare quel fragile incanto lo tratteneva, lasciandolo in silenzio a contemplare la bellezza del sonno di Lisa.Ogni notte, Andrea trovava una felicità indescrivibile nel vederla addormentata accanto a lui, persa in chissà quali sogni. Il gioco dell'averla così vicina, di poterla osservare mentre esplorava mondi onirici sconosciuti, lo riempiva di una gioia pura e semplice.Lisa, con i suoi sorrisi e le parole mormorate nel sonno, gli offriva uno spettacolo intimo e commovente. Le sue parole, a volte strane e prive di senso, sembravano eco di ricordi felici, attimi rapiti dal flusso del tempo e trasportati in un atomo onirico, veloce e sfuggente.Andrea non poteva fare a meno di sorridere osservando il viso di Lisa, accarezzando dolcemente dalla sua mano. Quel breve lampo di felicità che illuminava il suo volto sembrava un dono inaspettato, sebbene il loro cielo fosse puramente umano.La notte, con il suo ritmo lento e costante, si frantumava pian piano mentre l'alba iniziava a farsi strada sull'orizzonte, sopra le montagne verdi che circondavano il lago di Como. La luna cedeva il passo al sole nascente, e il nuovo giorno iniziava a prendere forma.Quando Lisa si svegliò, i suoi occhi incontrarono quelli di Andrea, che la guardava con una tenerezza infinita. "Cosa stai guardando?" chiese lei, con una voce ancora intrisa di sonno.Andrea sorrise, ancora avvolto nella magia di quella notte ormai svanita. "Sto guardando te," rispose, con una sincerità che riempiva l'aria di una dolcezza palpabile. "Sto pensando a quanto ti ami e a quanto siano vuote le parole per descrivere ciò che provo."Lisa lo osservò, il sorriso che affiorava sulle sue labbra era un riflesso della felicità condivisa. "Che sogni ti hanno accompagnata?" chiese Andrea, desideroso di conoscere i mondi che lei aveva esplorato durante la notte.Lisa chiuse gli occhi per un momento, cercando di afferrare i ricordi fugaci dei suoi sogni. "Ero in un luogo bellissimo," iniziò, "dove tutto era possibile. Vedevo colori e sentivo suoni che non esistono nel mondo reale. E c'eri tu, sempre accanto a me."Mentre parlava, il sole fuori esplodeva in un tripudio di luce e calore, annunciando un nuovo giorno. Andrea la ascoltava, rapito dalle sue parole, consapevole che, nonostante i sogni potessero essere effimeri, la realtà che condividevano era tangibile e preziosa.E in quel momento, con il nuovo sole che brillava alto nel cielo, sapeva di avere tutto ciò che avrebbe mai potuto desiderare: l'amore di Lisa e la promessa di infinite notti e giorni insieme, ad esplorare i misteri dei loro cuori e dei loro sogni.Il loro rifugio a Corenno Plinio, con il lago che si estendeva calmo davanti a loro e le antiche stradine di ciottoli che si snodavano attraverso il borgo, era il luogo perfetto dove coltivare il loro amore. E con ogni nuovo giorno, sapevano di essere pronti ad affrontare il futuro insieme, mano nella mano.Il borgo stesso, con le sue viuzze di ciottoli, i balconi fioriti e le scalinate che scendevano verso il lago, era parte del loro amore. Corenno Plinio era una perla nascosta del Lario: poche decine di case, il castello medievale ancora vigile, la chiesa romanica di San Tommaso di Canterbury, il sagrato affacciato sulle acque. Le auto erano bandite dal centro; qui si camminava soltanto, si ascoltava il suono dei passi sul selciato, il richiamo lontano dei pescatori che al mattino salutavano il sole con le loro barche colorate.Ogni giorno, la breva soffiava puntuale, rinnovando l’aria e portando freschezza anche nelle giornate più calde. I vecchi del paese dicevano che quel vento era la carezza del lago, un segno di fortuna, il respiro stesso della natura. Lisa lasciava spesso aperte le finestre, per permettere alla breva di attraversare la casa, mescolando i profumi del giardino – rosmarino, lavanda, rose rampicanti – con quello dell’acqua e del legno umido. Nei pomeriggi estivi, si sedevano insieme sul balcone che si affacciava sul lago, le dita intrecciate, lo sguardo perso a seguire le increspature delle onde. Andrea raccontava storie della sua infanzia a Bergamo, dei giochi sotto le mura veneziane, delle mattine in cui il padre medico lo portava con sé a visitare i pazienti nei borghi della valle. Lisa, invece, parlava della sua Val di Scalve, delle albe nel bosco con il padre boscaiolo e dei pomeriggi a osservare la madre lavorare il latte appena munto, trasformandolo in formaggi fragranti e profumati.Il borgo era per loro una culla di sogni e di radici, un luogo che, pur non avendoli visti nascere, li aveva accolti come figli. La storia di Corenno Plinio si intrecciava con le loro giornate: il racconto delle invasioni medievali, la resistenza alle guerre, la leggenda di Plinio, la presenza silenziosa dei santi e dei viandanti che nei secoli avevano trovato rifugio tra quelle pietre. Le sere d’estate, scendevano insieme lungo la scalinata antica fino al porticciolo, dove le barche ondeggiavano leggere al ritmo della breva e la luce della luna faceva brillare le acque come argento vivo.Il tempo, a Corenno Plinio, aveva un ritmo diverso. Non c’era traffico, non c’erano rumori, solo il canto degli uccelli, il suono delle campane, la voce roca di Pietro, il pescatore più anziano del paese, che ogni giorno raccontava a Lisa e Andrea storie di pescate memorabili e di tempeste affrontate con coraggio. Le giornate si susseguivano l’una all’altra come pagine di un libro prezioso: al mattino, la luce dorata riempiva la casa di energia nuova; nel pomeriggio, il silenzio del borgo invitava a passeggiare senza meta; la sera, le stelle e il lago si fondevano in un unico, immenso abbraccio.La loro felicità era fatta di dettagli minuscoli: una colazione condivisa sul balcone, una carezza rubata mentre preparavano la cena, la soddisfazione di una giornata di lavoro ben fatta, la certezza di ritrovarsi sempre, la sera, nello stesso abbraccio. Lisa e Andrea sapevano che il segreto della felicità non era nascosto in grandi avventure o imprese, ma in quei piccoli riti quotidiani che, ripetuti giorno dopo giorno, diventavano la trama stessa dell’amore.Quando la notte calava sul borgo, portando con sé il profumo della breva e il silenzio della campagna, si addormentavano sapendo che nulla era scontato, che ogni giorno era un dono da custodire e una promessa da rinnovare. Il cielo di Corenno Plinio, con le sue stelle riflesso sul lago, vegliava su di loro, silenzioso e benevolo, come a ricordare che i sogni condivisi, se coltivati con cura, sanno trasformare anche il più piccolo dei borghi in un mondo perfetto.E così, tra la pace delle pietre antiche, il respiro leggero del vento e la luce dorata dell’alba, Lisa e Andrea continuavano a vivere il loro sogno: un amore che era casa, radice, destino e rifugio. Un amore che ogni notte si faceva promessa, e ogni mattina rinascita, nel cuore segreto e incantato di Corenno Plinio.© Vietata la Riproduzione
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Cosa sono le batterie di flusso organiche?Un sistema ecocompatibile per immagazzinare energia sfruttando la pianta del rabarbarodi Marco ArezioLe energie rinnovabili sono di per sé soggette a periodi in cui non possono generare energia costante e ,per questo motivo, avrebbero bisogno di nuove tecnologie di accumulo che possano compensare i periodi in cui non si produce o si produce poco. Il vento, il sole e la stessa acqua sono soggetti, per questioni meteorologiche, a periodi in cui si verificano cali di prestazioni nella generazione di corrente. Questo a causa dell’assenza di vento, di nuvole persistenti o a causa di picchi di richiesta energetica o di carenza di acqua, cosa che si ripete spesso per la diminuzione delle precipitazioni. Da tempo gli scienziati stanno studiando la possibilità di colmare questo calo di produzione energetica con nuove batterie che possono continuare ad alimentare energia pulita alla comunità. Gli ultimi studi si rivolgono verso le batterie di flusso, che sono ricaricabili e composte da elettroliti contenenti sostanze elettro-attive disciolte che passano da celle elettrochimiche trasformando l’energia chimica in elettrica. Lo scopo di queste ricerche è trovare un’alternativa alle batterie agli ioni di litio che utilizzano metalli costosi, oggetto oggi di guerre commerciali per il dominio delle cave da cui si estraggono le materie prime. Le batterie di flusso organiche sfruttano composti naturali come i chinoni, che possono essere estratti anche dalle piante, come il rabarbaro. L’utilizzo di queste batterie allo studio, potrebbe richiede una struttura importante, come pompe, sensori e vasche di contenimento, quindi adatte ad un uso stanziale. Tuttavia sono indicate per livellare i picchi energetici nelle abitazioni o strutture produttive, accumulare energia durante la notte e reintrodurla nella rete di giorno, quando il costo sarebbe superiore. Inoltre sono indicate per l’accumulo di energia da fonti rinnovabili quando questa produzione decade dal punto di vista prestazionale per motivi meteorologici.Vedi info sulle tue batterie
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Primi Tentativi di Tutela Ambientale nel Medioevo: Un'Analisi delle Forme Embrionali di Regolamentazione delle Risorse NaturaliStatuti medievali, gestione forestale, tutela delle acque, consapevolezza ambientale pre-industrialedi Marco ArezioContrariamente a una visione spesso idealizzata di un Medioevo intatto e privo di problematiche ambientali, le società di quest'epoca si trovarono a fronteggiare sfide ecologiche significative. La crescita demografica, l'espansione agricola, lo sviluppo di attività artigianali e l'incipiente urbanizzazione esercitarono una pressione crescente sulle risorse naturali. In questo contesto dinamico, emergono precoci e, seppur frammentarie, forme di regolamentazione volte alla tutela delle risorse e alla mitigazione degli impatti ambientali negativi.Questo articolo si propone di analizzare tali iniziative, esaminando statuti locali, ordinanze signorili e consuetudini che testimoniano una nascente, seppur embrionale, consapevolezza della necessità di gestire e preservare l'ambiente, con motivazioni e strumenti che differivano notevolmente dalle moderne politiche ambientali. La Gestione Forestale: Un Interesse Cruciale per la Sopravvivenza e l'Economia La foresta rappresentava una risorsa di primaria importanza per la sussistenza e l'economia medievale. Forniva non solo legname essenziale per la costruzione di abitazioni, infrastrutture e imbarcazioni, ma anche combustibile per il riscaldamento domestico e per una vasta gamma di attività artigianali e proto-industriali, come la fusione dei metalli e la produzione di vetro. Le foreste erano inoltre fonte di alimentazione (frutti selvatici, miele), pascolo per il bestiame (soprattutto suini) e habitat per la selvaggina, cruciale per la dieta e per il prestigio della caccia nobiliare. La pressione demografica e l'espansione delle aree coltivate (bonifiche, dissodamenti) misero in serio pericolo l'integrità dei complessi forestali. In questo contesto, si svilupparono diverse strategie per la gestione e la protezione delle foreste. In Inghilterra, l'istituzione delle Foreste Reali (King's Forests) a partire dall'XI secolo sotto i re normanni è un esempio emblematico. Queste vaste aree, spesso comprendenti non solo boschi ma anche villaggi e terreni agricoli, erano sottoposte a una giurisdizione speciale e severissima, le "Forest Laws". Sebbene l'obiettivo primario fosse la protezione della selvaggina (cervo, cinghiale) per il piacere della caccia reale, il loro effetto indiretto fu una conservazione rigorosa di ampie zone boschive, limitando disboscamenti e sfruttamento incontrollato da parte dei contadini. La violazione di queste leggi comportava pene severe, inclusi mutilazioni e persino la morte. Il Forest Charter del 1217, emanato da Enrico III come appendice della Magna Carta, pur attenuando alcune delle restrizioni più dure e definendo meglio i diritti delle popolazioni all'interno delle foreste, mantenne comunque un quadro normativo sulla gestione della risorsa. A livello locale, sia nelle proprietà signorili che nelle terre comuni, si diffusero consuetudini e statuti comunitari che disciplinavano in modo dettagliato lo sfruttamento forestale. Tali regolamenti stabilivano i periodi e le modalità di taglio degli alberi, spesso prevedendo turni di rotazione per consentire la ricrescita (il cosiddetto "ceduo" o "fustaia"). Erano disciplinate la raccolta della legna morta, l'uso dei pascoli boschivi (ghiandatico per i maiali, pascolo per bovini e ovini) e la raccolta di altri prodotti forestali. Gli statuti comunali italiani, in particolare, sono una fonte ricchissima di queste disposizioni. Comuni come Firenze, Siena o Bologna, consci del valore strategico delle proprie foreste (spesso situate nell'Appennino), emanavano norme severe per contrastare il taglio abusivo, l'incendio doloso e il pascolo eccessivo. L'obiettivo era chiaramente quello di garantire la continuità della risorsa per le esigenze della comunità e per la produzione di materie prime vitali. La consapevolezza che un'eccessiva deforestazione potesse portare a erosione del suolo, smottamenti e carenza di legname era, seppur non formulata in termini scientifici moderni, una realtà empiricamente percepita. La Tutela delle Acque: Regolamentazione di una Risorsa Essenziale e Contaminata L'acqua era un elemento vitale e polivalente nel Medioevo: essenziale per l'agricoltura (irrigazione), forza motrice per le industrie (mulini ad acqua per grano, follatoi per tessuti), veicolo di trasporto, fonte di approvvigionamento per la popolazione e mezzo per lo smaltimento di reflui. La crescente densità di popolazione nelle città e lo sviluppo delle attività produttive portarono a una forte competizione per l'uso delle risorse idriche e a primi, evidenti, segni di inquinamento. Nei centri urbani, gli statuti municipali sono documenti fondamentali per comprendere i tentativi di gestione e tutela delle acque. Molte città emanarono disposizioni relative alla manutenzione dei corsi d'acqua (fiumi, torrenti, canali artificiali), alla pulizia dei fossati e al divieto di gettare rifiuti solidi o liquidi che potessero contaminare le fonti di approvvigionamento o ostruire il flusso. Ad esempio, gli statuti di Milano o Genova contenevano norme che prevedevano sanzioni severe per chi inquinava i fiumi o i pozzi pubblici con immondizie, scarti animali o reflui di attività artigianali come le concerie o i macelli. Sebbene la comprensione delle malattie legate all'acqua fosse limitata, l'esperienza empirica dimostrava una correlazione tra acqua sporca e diffusione di epidemie o cattivi odori. La gestione delle acque per l'irrigazione fu un altro campo cruciale di regolamentazione. Nelle regioni ad alta intensità agricola, come la Pianura Padana in Italia o alcune zone della Spagna araba, si svilupparono sistemi di irrigazione complessi e altamente organizzati. Questi sistemi richiedevano una governance sofisticata per garantire la distribuzione equa e sostenibile dell'acqua tra i diversi utenti. Nacquero i consorzi di bonifica e irrigazione (come i "Consorzi delle Acque" o "Degli Irrigati"), che gestivano collettivamente canali, dighe e paratoie. Le loro normative interne, spesso basate su consuetudini secolari codificate in statuti, disciplinavano in modo minuzioso i turni di prelievo, le quantità concesse, le tariffe per l'uso e le sanzioni per l'uso improprio o l'ostruzione dei canali. Questi sistemi sono un chiaro esempio di una gestione collettiva e regolamentata di una risorsa limitata, motivata dalla necessità economica di massimizzare la produzione agricola e prevenire conflitti. Tentativi di Mitigazione dell'Inquinamento: Un Approccio Pragmatico alla Qualità della Vita La consapevolezza delle cause e delle conseguenze dell'inquinamento, intesa in senso moderno e scientifico, era naturalmente assente nel Medioevo. Tuttavia, le società medievali erano ben consapevoli degli effetti negativi di alcune attività umane sull'ambiente circostante, in termini di odori sgradevoli, malattie e degrado urbano. Le normative che ne derivarono possono essere interpretate come tentativi pragmatici di mitigare tali effetti, più che come vere e proprie politiche di tutela ambientale. Un esempio significativo è la regolamentazione della localizzazione delle attività insalubri. Nelle città medievali, attività come le concerie, i macelli (beccai), le tintorie e le fonderie erano noti per produrre odori nauseabondi, rumori molesti e grandi quantità di scarti liquidi e solidi. Numerosi statuti urbani prevedevano che tali attività fossero relegate in specifiche aree periferiche della città, spesso lungo corsi d'acqua secondari o al di fuori delle mura urbane. Queste misure, motivate principalmente da ragioni di igiene pubblica (limitare la diffusione di miasmi creduti veicolo di malattie) e di quiete sociale, avevano l'effetto indiretto di limitare la concentrazione dell'inquinamento nelle aree residenziali densamente popolate. Le normative edilizie urbane, seppur rudimentali, contribuirono anch'esse a un miglioramento delle condizioni igienico-ambientali. Alcuni statuti imponevano la costruzione di latrine, seppur spesso semplici fosse nere o scarichi diretti nelle fognature a cielo aperto, ma che comunque rappresentavano un tentativo di gestione degli escrementi. In città come Londra o Parigi, si documentano tentativi, seppur con scarso successo, di organizzare la rimozione dei rifiuti solidi dalle strade, affidando l'incarico a spazzini o stabilendo punti di raccolta per le immondizie. Questi sforzi, per quanto limitati e spesso inefficienti, rivelano una preoccupazione per il decoro urbano e la salute pubblica. Un aspetto interessante riguarda la regolamentazione dell'inquinamento acustico. Sebbene non esista una legislazione specifica sull'inquinamento acustico moderno, gli statuti comunali e le ordinanze locali spesso contenevano divieti di attività rumorose in determinate ore o luoghi, come lavori artigianali notturni o l'allevamento di animali rumorosi all'interno delle case. Queste norme, volte a garantire la quiete e il riposo dei cittadini, riflettono una sensibilità alla qualità della vita anche dal punto di vista uditivo. L'Influenza della Religione e della Filosofia sulla Percezione Ambientale È importante considerare che, oltre alle motivazioni pragmatiche, anche la religione e la filosofia medievale influenzarono la percezione e l'interazione con l'ambiente. La visione cristiana, se da un lato poneva l'uomo al centro del creato con il mandato di "dominare" la terra (Genesi 1:28), dall'altro enfatizzava anche la nozione di custodia della creazione divina. Questa ambivalenza portò a diverse interpretazioni: alcuni teologi e mistici sottolineavano il rispetto per la natura come opera di Dio, mentre altri giustificavano lo sfruttamento delle risorse per il bene dell'umanità. Figure come Francesco d'Assisi (XII-XIII secolo) con il suo "Cantico delle Creature" esprimono una profonda reverenza per la natura e tutte le sue forme di vita, vedendole come manifestazioni della gloria divina. Sebbene non si trattasse di un movimento ecologista nel senso moderno, questa sensibilità contribuì a diffondere un senso di interconnessione e di rispetto verso il mondo naturale. Parallelamente, la riscoperta di testi classici greci e latini, in particolare le opere di Aristotele, portò a una maggiore attenzione all'osservazione e alla classificazione del mondo naturale, seppur in un contesto filosofico e teologico. Questo approccio, sebbene non direttamente legato alla tutela ambientale, pose le basi per una maggiore comprensione dei sistemi naturali. Limiti e Eredità delle Regolamentazioni Medievali È fondamentale riconoscere i limiti di queste prime forme di regolamentazione. Spesso erano frammentarie, locali e reattive piuttosto che preventive. La comprensione scientifica dei processi ecologici era assente, e le motivazioni sottostanti erano primariamente legate alla salute pubblica, al mantenimento dell'ordine sociale e alla garanzia delle risorse economiche, più che a una consapevolezza ecologica intrinseca. La capacità di far rispettare le leggi era spesso limitata, e le sanzioni non sempre efficaci. Nonostante questi limiti, l'eredità di queste pratiche è significativa. Dimostrano che le società medievali non erano indifferenti ai problemi ambientali che affrontavano. I loro tentativi di gestire le foreste, le acque e di mitigare l'inquinamento rappresentano i precursori di moderne politiche ambientali. L'analisi storica di queste esperienze offre una prospettiva preziosa per comprendere l'evoluzione della consapevolezza ambientale e lo sviluppo delle attuali strategie di tutela. Ci ricorda che la relazione tra l'uomo e l'ambiente è sempre stata complessa e dinamica, caratterizzata da periodi di sfruttamento e, al contempo, da sforzi per una gestione più responsabile delle risorse.© Riproduzione Vietata Fonti Berman, P. J. (2003). Governance and Regulation in the Medieval Town. University of Nebraska Press. Cantor, N. F. (1993). The Civilization of the Middle Ages. HarperCollins. Coleman, E. (2012). The Italian Renaissance in its Historical Context. University of Delaware Press. Squatriti, P. (2002). Water and Society in Early Medieval Italy, AD 400-1000. Cambridge University Press. Statuti Comunali Italiani (Raccolte di statuti medievali di diverse città italiane). The Forest Charter (1217).
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Il Regno Unito Ricicla Meno Rifiuti di Quanti ne BruciaIl Regno Unito Ricicla Meno Rifiuti di Quanti ne Bruciadi Marco ArezioTutta l’Europa è protesa ad alzare i tassi di riciclo delle proprie nazioni, con una gara all’eccellenza espressa in quantità di rifiuti selezionati e immessi nuovamente sul mercato sotto forma di materia prima.L’Italia è il primo paese in Europa in termini di quantità riciclate con il 79,3%, secondo il rapporto GreenItaly della Fondazione Symbola, seguita dalla Francia a 55,8%, con una media europea al 39,2%. In alcuni paesi, come il Regno Unito si avvertono delle incongruenze, secondo gli osservatori locali, sia in termini di sistemi di conteggio delle percentuali riciclate che dei sistemi di smaltimento dei rifiuti. Infatti, un'indagine del programma Dispatches di Channel 4 del Regno Unito rivela che l'11% dei rifiuti domestici britannici, raccolti per il riciclaggio, viene inviato agli impianti di incenerimento invece che essere riutilizzato o riciclato. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno ora superato quelle del carbone. Fino alla metà degli anni '90 il Regno Unito inviava il 90 percento dei suoi rifiuti in discarica, quale modo semplice ed economico per smaltire i rifiuti. Il governo britannico ha poi introdotto una tassa sulle discariche rendendo molto più costoso lo smaltimento attraverso questo canale, quindi il mercato ha trovato un'alternativa. La soluzione era "energia dai rifiuti", dove gli stessi vengono bruciati per produrre elettricità. Nel 2008 il governo britannico ha fissato l'obiettivo di riciclare il 50% dei rifiuti domestici entro il 2020, ma negli ultimi cinque anni il tasso di riciclaggio si è fermato al 45%. Uno dei massimi esperti di riciclaggio del Regno Unito, il professor Karl Williams, direttore della gestione dei rifiuti presso l'Università del Lancashire centrale, ha espresso seri dubbi anche su questa cifra: "Non è una cifra reale, perché quando parliamo di tassi di riciclaggio si parla solo di tassi di raccolta. Quindi il modo in cui conteggiamo i dati sul riciclaggio, al momento, viene espresso tramite la quantità di materiale che raccogliamo dalle famiglie, questo poi viene misurato e pesato, trasformando questo valore come dato sul riciclaggio ". Gli studi dimostrano che più del 50% di ciò che le persone mettono nei rifiuti potrebbe essere riciclato o compostato se fosse fatta una differenziazione corretta. Quello che stanno bruciando sono risorse preziose I sostenitori dell'incenerimento dicono che questa è una soluzione sostenibile al problema dei rifiuti, evitando che milioni di tonnellate vadano nelle discariche. La giustificazione per loro è "che non abbiamo attualmente le sufficienti strutture per riciclare tutta la plastica”. “Abbiamo molti rifiuti, secondo loro, che non possiamo gestire, a parte il conferimento in discarica. Pertanto, ha senso bruciarli per ricavarne energia invece di bruciare altri tipi di combustibili fossili”, afferma il Professor Williams. Ma Georgia Elliott-Smith, un ingegnere ambientale, crede che si potrebbe fare di più per fermare la combustione di materiali riciclabili: “La realtà è che circa il 60 per cento di ciò che va in questi inceneritori di rifiuti nel Regno Unito possa essere riciclabile. E’ quindi essenziale capire che ciò che stanno bruciando sono risorse preziose che dovrebbero rimanere nell'economia, essere riciclate, riutilizzate e non e bruciate. Al momento, gli obiettivi di riciclo assegnati ad ogni autorità locale responsabile dei rifiuti non sono raggiunti, ma, nello stesso tempo, non ci sono sanzioni per il mancato raggiungimento degli obbiettivi assegnati ". La crescita dei termovalorizzatori ha creato un mercato dell’input vorticoso, che deve assicurare carburante da bruciare agli impianti con la necessità di generare rifiuti in modo continuo. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno superato quelle del carbone Le emissioni di carbonio, C02, sono uno dei principali motori del cambiamento climatico, motivo per cui c'è stato un allontanamento dall'energia creata con il carbone, tuttavia più inceneritori che generano energia significano un costante incremento di C02. I dati per il 2019 mostrano che i 48 inceneritori del Regno Unito hanno emesso un totale di circa 12,6 milioni di tonnellate di CO2. In confronto, il settore del carbone, in declino, ha prodotto 11,7 milioni di tonnellate di CO2. Tutti i produttori di energia devono pubblicare le loro emissioni totali di anidride carbonica, ma l'industria dell'incenerimento deve solo tenere conto del C02 dalla combustione di rifiuti fossili come la plastica. Quindi non devono segnalare le emissioni da fonti come il cibo e i rifiuti del giardino, noti come CO2 biogenica. Gli attivisti ambientali affermano che questa è una "contabilità creativa del carbonio". “Al momento gli inceneritori di rifiuti sono completamente esclusi da qualsiasi tipo di tassa sul carbonio. Non pagano alcuna tassa sul carburante che ricevono, che è il rifiuto, e non pagano alcuna tassa sulle emissioni che creano, quindi hanno questo doppio vantaggio economico che li rendono vantaggiosi, economici e redditizi ", afferma ingegnere ambientale Georgia Elliott-Smith.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sull'argomentoFonti wmw
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Globalizzazione del Marcato della Plastica Riciclata: Il Dado è Tratto (Alea iacta est)Globalizzazione del Marcato della Plastica Riciclata: Il Dado è Tratto (Alea iacta est)di Marco ArezioC’era bisogno di scomodare Giulio Cesare per dare l’idea che non c’è un momento più propizio come questo per agire? Forse si.Non è solo la Plastic Tax che spinge l’Europa a riconsiderare i polimeri riciclati, ma una serie di movimenti dal basso in cui i consumatori, preoccupati dalle condizioni ambientali del pianeta, richiedono produzioni più sostenibili anche nel mondo della plastica. Anche molti altri paesi, fuori dal confine Europeo, stanno adottando politiche restrittive per disincentivare l’uso della plastica vergine nelle produzioni massive, con lo scopo di aumentare il riciclo e diminuire i rifiuti plastici. La società S&P Global Platts Analytics prevede che la plastica riciclata, prodotta attraverso il sistema di riciclo meccanico, sostituirà oltre 1,7 milioni di tonnellate di polimeri plastici vergini entro il 2030, rispetto alle 688.000 tonnellate del 2020. Come sostituire la plastica vergine con quella riciclata a livello globale C’è ancora molta diffidenza sui polimeri plastici riciclati, specialmente nei paesi meno industrializzati, dove troppo spesso l’acquisto di questa materia prima è visto come un affare economico, volto a ridurre il costo di produzione. Questa richiesta di realizzare un’importante differenza di prezzo, rispetto a quella vergine, diventa per alcuni acquirenti l’unico metro di valutazione per l’impiego di un polimero riciclato. Ma come abbiamo visto nell’articolo pubblicato nel portale Arezio, anno dopo anno il prezzo dei polimeri riciclati si sposteranno verso il prezzo di quelli vergini e, in molti casi lo supereranno, questo per ragioni di carattere economico, ambientale e industriale. La globalizzazione del marcato dei polimeri riciclati deve passare verso una standardizzazione dei processi produttivi, in cui la filiera di trasformazione offra a tutti i clienti e in tutti i continenti dei processi di trattamento del rifiuto plastico comparabili dal punto di vista qualitativo. Oggi, in molte parti del mondo, la produzione di polimeri riciclati è un’attività localizzata dove non vengono sempre espressi valori di qualità, ma principalmente la necessità più o meno impellente del riuso del rifiuto in entrata. Bisogna acquisire la consapevolezza che l’utilizzo dei polimeri riciclati deve essere prioritario rispetto a quelli vergini, indipendentemente dal loro costo, in quanto il risparmio delle risorse del pianeta e la riduzione dei rifiuti che vengono prodotti giornalmente sono di gran lunga il fattore principale. La pressione dei governi Come abbiamo visto molti stati stanno applicando legislazioni disincentivanti all’uso della plastica vergine, attraverso una serie di tasse o imposizioni di utilizzo nelle miscele di percentuali variabili di plastica riciclata. In Gran Bretagna, per esempio, la produzione di un articolo che non contenga il 30% di plastica riciclata, per i prodotti rientranti in alcune categorie, subisce una tassa di 200 GBP/Ton, rendendo meno vantaggioso il costo finale del prodotto fatto solo con plastica vergine. Queste normative devono, da una parte disincentivare l’acquisto non deferibile della plastica vergine ma, nello stesso tempo, devono tendere, non solo ad aumentare la quota di produzione dei polimeri riciclati a livello mondiale, in modo da compensare la diminuzione dell’uso del vergine, ma devono anche portare a una filiera produttiva più uniforme per creare similitudini nei polimeri riciclati esportabili. Queste attività legislative stanno aumentando la richiesta di plastica riciclata che spesso, come in Europa, non corrisponde all’aumento dei volumi offerti. Principio di standardizzazione dei polimeri riciclati Quando si acquista un Polimero vergine con una specifica caratteristica da un fornitore è possibile, se le condizioni di mercato lo rendessero necessario, acquistarne uno molto simile prodotto da un altro fornitore, senza avere grandi differenze sui valori tecnici o di colore. Nel campo dei polimeri riciclati, non sempre questa alternanza esiste, in quanto ci possono essere delle differenze che potrebbero rendere un elemento diverso da un altro. Vediamo come: • Differenti fonti di approvvigionamento • Differente ciclo di vita del prodotto da riciclare • Differente di sostanze contenute nel prodotto se è un imballo • Differenti tecniche e metodi di riciclo nella filiera • Differenti macchinari utilizzati • Differente qualità della filiera del riciclo • Differenti mix di input per la creazione delle ricette • Differenti tecniche per il controllo di qualità dei polimeri Queste sono solo alcune alternative che possono implicare ad un polimero riciclato di essere differente da un suo simile. La standardizzazione non è sempre facile, in quanto il materiale in entrata può avere caratteristiche, a volte, più vicino al rifiuto che alla materia prima, ma lo sforzo comune di caratterizzare sempre meglio i polimeri finali permetterà una maggiore diffusione degli stessi. Nel mercato Europeo il lavoro di standardizzazione di alcuni polimeri come rPET o il PVC ha portato buoni risultati, conferendo a queste due famiglie regole qualitative, all’interno delle quali il prodotto è normato e di più facile diffusione nel mondo, potendo ripetere, lotto per lotto gli stessi valori. Anche l’rPET riciclato negli Stati Uniti sta diventando più uniforme e mostra riduzioni dei livelli di contaminanti. Questa spinta è guidata dalla California, dove dal 2022 si applicherà un contenuto minimo di plastica riciclata nelle bottiglie in PET, a partire dal 15%. Ma le produzioni di macinati trasparenti rPET della California sono in gran parte dominate da materiali con un livello di contaminanti in PVC fino a 100 ppm, questo significa che il settore dell’rPET statunitense è orientato verso mercati finali di qualità inferiore, come i mercati delle fibre e dei tessuti. I grandi marchi internazionali delle bibite stanno installando produzione di rPET nei paesi dove trovano fonti di approvvigionamento abbondanti e continuative, creando una spinta alla standardizzazione del polimero nel mondo. L’inquinamento globale procurato della plastica abbandonata a causa di comportamenti scellerati dell’uomo può essere risolto, dando valore al prodotto da riciclare in tutto il modo.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - business - internazionalizzazioneVedi maggiori informazioni sull'argomento
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Microplastiche nei Suoli Agricoli: Un'Analisi dell'Inquinamento e dei Suoi Impatti sulla ProduttivitàCome le Microplastiche Minacciano la Salute del Suolo e la Sicurezza Alimentare Globaledi Marco ArezioNegli ultimi decenni, la plastica è diventata un materiale onnipresente in numerosi settori, incluso quello agricolo, a causa della sua versatilità e basso costo. Tuttavia, la plastica è anche una delle principali fonti di inquinamento globale. I suoli agricoli, che costituiscono la base della produzione alimentare e svolgono un ruolo fondamentale nella sicurezza alimentare globale, sono sempre più minacciati dalla contaminazione da microplastiche. Secondo recenti stime, oltre il 30% dei terreni agricoli nel mondo è esposto a qualche forma di contaminazione plastica, compreso l'uso diffuso di plastiche per pacciamatura e serre. Le microplastiche, definite come frammenti di plastica di dimensioni inferiori ai 5 mm, sono considerate una forma insidiosa di contaminazione ambientale. Inizialmente, l'attenzione si è concentrata sull'inquinamento marino, dove si sono osservati effetti negativi su organismi acquatici. Recentemente, è emersa la preoccupazione che anche i suoli agricoli possano essere soggetti a contaminazione da microplastiche, con potenziali impatti negativi sulla produttività delle colture e sulla salute degli ecosistemi terrestri. Fonti delle Microplastiche nei Suoli Agricoli Le microplastiche possono penetrare nei suoli agricoli attraverso diverse vie. Le principali fonti includono: Fanghi di depurazione: I fanghi derivati dai processi di trattamento delle acque reflue, spesso utilizzati come fertilizzanti in agricoltura, possono contenere elevate quantità di microplastiche. Studi recenti hanno dimostrato che i fanghi di depurazione sono una delle principali vie di ingresso delle microplastiche nei suoli agricoli, soprattutto nelle regioni in cui il loro utilizzo è comune. Compost contaminato: L'uso di compost derivato dai rifiuti organici urbani può introdurre microplastiche nel suolo. Questo accade quando i rifiuti plastici non vengono adeguatamente separati durante il processo di compostaggio, portando alla frammentazione delle plastiche in particelle più piccole. Plastiche agricole: L'uso di plastiche in agricoltura è diffuso, in particolare per la pacciamatura, le serre, i tubi di irrigazione e i contenitori. Con il tempo, queste plastiche possono degradarsi sotto l'azione dei raggi UV e delle condizioni climatiche, generando microplastiche che si accumulano nel suolo. Polimeri artificiali nei fertilizzanti e nei pesticidi: Alcuni fertilizzanti e pesticidi contengono polimeri plastici che vengono rilasciati lentamente nel suolo. Questi polimeri possono frammentarsi in microplastiche, contribuendo alla contaminazione del terreno. Impatti delle Microplastiche sul Suolo e sulla Produttività L'introduzione di microplastiche nei suoli agricoli solleva preoccupazioni per i loro potenziali impatti sulla struttura del suolo, sulla salute delle piante e sulla produttività agricola. Gli effetti delle microplastiche sui suoli agricoli possono essere suddivisi in tre categorie principali: fisici, chimici e biologici. Impatti Fisici Le microplastiche possono alterare la struttura del suolo modificando la sua densità, la porosità e la capacità di trattenere l'acqua. Studi preliminari indicano che la presenza di microplastiche nei suoli può ridurre la capacità del suolo di trattenere l'acqua, rendendolo più soggetto all'erosione e meno favorevole per la crescita delle piante. Inoltre, l'alterazione della porosità del suolo può influenzare negativamente lo scambio di gas e il drenaggio, riducendo ulteriormente la qualità del suolo. Impatti Chimici Le microplastiche possono agire come vettori per sostanze chimiche nocive, come pesticidi, metalli pesanti e inquinanti organici persistenti. Questi inquinanti possono aderire alla superficie delle microplastiche e successivamente essere rilasciati nel suolo, aumentando la contaminazione chimica. Inoltre, le microplastiche stesse possono rilasciare additivi chimici utilizzati durante la loro produzione, come plastificanti e stabilizzatori UV, che possono essere tossici per gli organismi del suolo e le piante. Impatti Biologici Gli impatti biologici delle microplastiche sui suoli agricoli sono ancora poco conosciuti, ma esistono prove preliminari che suggeriscono effetti negativi sulla biota del suolo. Organismi come lombrichi, batteri e funghi, che svolgono ruoli cruciali nei processi di decomposizione e riciclo dei nutrienti, possono essere influenzati dalla presenza di microplastiche. Le microplastiche possono interferire con l'attività microbica e alterare l'equilibrio ecologico del suolo, con potenziali conseguenze sulla fertilità del terreno e sulla salute delle piante. Ad esempio, studi hanno dimostrato che i lombrichi, noti per migliorare la struttura del suolo e aumentare la disponibilità di nutrienti, possono essere danneggiati dall'ingestione di microplastiche, riducendo la loro efficienza e compromettendo la salute generale del suolo. Effetti sulla Produttività Agricola La presenza di microplastiche nei suoli agricoli può influenzare negativamente la produttività delle colture. I principali meccanismi attraverso cui ciò avviene includono: Riduzione della qualità del suolo: Come menzionato, le microplastiche possono compromettere le proprietà fisiche del suolo, rendendolo meno adatto alla crescita delle piante. Un suolo meno poroso e con una minore capacità di trattenere acqua e nutrienti può portare a una ridotta resa delle colture. Accumulo di sostanze tossiche: Le microplastiche possono agire come serbatoi di inquinanti chimici, che possono accumularsi nel suolo e nelle piante, riducendo la qualità e la sicurezza degli alimenti prodotti. Alcuni studi hanno anche suggerito che le piante possano assorbire microplastiche attraverso le radici, con potenziali implicazioni per la salute umana lungo la catena alimentare. Stress per le piante: La presenza di microplastiche nel suolo può aumentare lo stress abiotico per le piante, rendendole più vulnerabili a condizioni ambientali sfavorevoli, come siccità o salinità. Inoltre, l'interferenza con i processi biologici del suolo può ridurre la disponibilità di nutrienti essenziali per le piante, compromettendo la loro crescita e produttività. Strategie di Mitigazione Per affrontare l'inquinamento da microplastiche nei suoli agricoli, è necessario adottare un approccio integrato che includa: Riduzione dell'uso di plastiche in agricoltura: Promuovere l'adozione di pratiche agricole più sostenibili, come l'uso di materiali biodegradabili per la pacciamatura o la riduzione dell'uso di fanghi di depurazione contaminati, può contribuire a ridurre l'introduzione di microplastiche nel suolo. Miglioramento dei processi di trattamento dei rifiuti: È fondamentale migliorare i processi di separazione dei rifiuti e di compostaggio per evitare che le plastiche vengano frammentate e introdotte nei suoli agricoli attraverso fertilizzanti organici. Esempi pratici di mitigazione: In alcuni paesi, come la Germania e la Svezia, sono state introdotte normative più rigide per limitare l'uso di fanghi di depurazione contenenti microplastiche. Alcune aziende agricole stanno sperimentando materiali alternativi, come bioplastiche e film di pacciamatura biodegradabili, per ridurre la contaminazione del suolo. Monitoraggio e regolamentazione: Lo sviluppo di normative specifiche per la gestione delle microplastiche in agricoltura, nonché programmi di monitoraggio a lungo termine per valutare i livelli di contaminazione, può aiutare a prevenire il deterioramento del suolo agricolo e garantire una produzione alimentare sostenibile. Conclusioni L'inquinamento da microplastiche nei suoli agricoli rappresenta una sfida emergente che richiede un'attenzione scientifica e politica urgente. Sebbene la ricerca sugli impatti delle microplastiche sui sistemi terrestri sia ancora in fase iniziale, le prove disponibili suggeriscono che esse possono compromettere la qualità del suolo e la produttività agricola. È fondamentale sviluppare strategie di mitigazione e adottare pratiche agricole più sostenibili per proteggere i suoli agricoli e garantire la sicurezza alimentare a lungo termine. Agricoltori, consumatori e legislatori devono collaborare per promuovere l'uso di materiali alternativi, migliorare la gestione dei rifiuti e sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza di ridurre l'inquinamento da microplastiche. Solo attraverso un impegno collettivo sarà possibile preservare la salute dei nostri suoli e garantire un futuro sostenibile per l'agricoltura.© Riproduzione Vietata Bibliografia Bergmann, M., et al. (2019). Microplastics in agricultural soils: A reason to worry?. Environmental Science & Technology, 53(15), 8982-8994. Zhang, G. S., & Liu, Y. F. (2018). The distribution of microplastics in soil aggregate fractions in southwestern China. Science of The Total Environment, 642, 12-20. Rillig, M. C., et al. (2017). Microplastic incorporation into soil in agroecosystems. Frontiers in Plant Science, 8, 1805.
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Come migliorare lo stampaggio di articoli non esteticiConsiderazioni sulla produzione e l’utilizzo del granulo in PO (PP/PE)di Marco ArezioI prodotti finiti non estetici destinati a un mercato usa e getta venivano prodotti normalmente con compound di PP formato da un mix tra PP e PE (PO), proveniente dalla granulazione si scarti della selezione dei rifiuti urbani. Se prendiamo in considerazione i bancali in plastica o i distanziatori per l’edilizia o le cassette per l’ortofrutta, per fare solo alcuni esempi, il mix tra le due famiglie di polimeri permetteva di produrre dei compounds la cui % di PP all’interno della miscela variava dal 30-40% al 60-70% a seconda della ricetta attesa. Il melt index a 230°/ 2,16 kg. variava da 3 a 6 se il prodotto non presentava cariche minerali aggiunte. Le caratteristiche del granulo prodotto, e di conseguenza dell’articolo finale, vedevano una performance buona per quanto riguardava la resistenza a compressione e una meno eccelsa per quanto riguardava la resistenza a flessione. In merito alla facoltà di ricevere i colori nella fase di estrusione del granulo o durante le fasi di stampaggio, posso dire che, per quanto riguarda la scala dei colori scuri, la famiglia di tinte permetteva una discreta scelta e l’aspetto estetico del prodotto finito era accettabile in considerazione del prodotto da cui si partiva. Oggi il cosiddetto PO, che identifica il misto poliolefinico proveniente dalla raccolta differenziata, ha assunto una composizione media diversa rispetto al passato in virtù dell’accresciuta performance degli impianti di selezione dei rifiuti urbani che tendono a massimizzare il prelievo dal mix PP/PE di polipropilene, HD e LD, in quanto l’offerta sul mercato di input separato permette un margine di contribuzione sul rifiuto nettamente superiore rispetto alla vendita del mix originario. Questo, oggi, comporta di dover lavorare un mix PP/PE qualitativamente meno performante rispetto al passato in quanto gli equilibri tra le tre famiglie, PP, HD, e LD che componevano il PO in passato, si sono alterate. Inoltre l’aumento della produzione sia del rifiuto da lavorare che della richiesta di granulo da compound PP/PE ha spinto alcuni impianti di trattamento dei rifiuti plastici a velocizzare la fase di lavaggio per recuperare produttività a decremento della qualità del macinato o densificato necessario a produrre il granulo. Possiamo elencare alcune criticità della produzione di compound PO: • Aumento della % di LD a discapito dell’ HD nel mix poliolefinico • Peggioramento della qualità del lavaggio dell’input a causa dell’aumento dei volumi da trattare e delle diverse % di polimeri nella ricetta • Aumento della presenza di plastiche bio all’interno del frazione selezionata che danno problemi nella qualità del granulo • Aumento dell’utilizzo sul mercato di imballi fatti con plastiche miste che comportano una maggiore % di materiali multistrato, come certe etichette, di difficile coabitazione con il PO tradizionale. In merito a questi cambiamenti nella composizione base del PO e della sua lavorazione, avremo dei risvolti da gestire in fase di produzione del granulo e in fase di stampaggio, al fine di minimizzare gli impatti negativi della qualità di cui è composto il granulo. Per quanto riguarda la produzione si dovrebbe intervenire: • sui tempi di lavaggio • sulla dimensione delle vasche • sulla gestione dell’acqua • sulla ricetta del compound PO per la granulazione • sulla filtrazione Per quanto riguarda la fase di stampaggio si dovrebbe intervenire: • sulle temperature macchina • sulla fase di essiccazione del granulo • sulla verifica dei raffreddamenti degli stampi L’intervento tecnico su queste criticità porta ad avere i seguenti miglioramenti: • Maggiore resistenza alla flessione del prodotto finale • miglioramento delle superfici estetiche con riduzione o scomparsa di sfiammature sul prodotto finito • Miglioramento della omogeneità dei colori • riduzione del cattivo odore del granulo e del manufatto finito • aumento della durata delle viti e cilindri in fase di granulazione e degli stampi in fase di iniezione • luoghi di lavoro più salutari durante le fasi di fusione della plastica.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - stampaggio ad iniezioneVedi maggiori informazioni sullo stampaggio delle materie plastiche
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La guerra dei brevetti: RCA contro Marconi, tra spionaggio industriale e diplomazia segretaCome spionaggio, lobbying e diplomazia hanno plasmato la corsa globale alle tecnologie delle telecomunicazioni tra Europa e Stati Uniti (1890-1930)di Orizio LucaNella prima metà del XX secolo, il mondo era attraversato da una corsa sfrenata all’innovazione nel campo delle telecomunicazioni. I cavi telegrafici avevano già unito i continenti, ma era la radio, con il suo potenziale rivoluzionario, a promettere di cambiare per sempre i destini dell’umanità. Al centro di questa rivoluzione si trovavano due giganti: la britannica Marconi Company e la statunitense RCA (Radio Corporation of America). Ma la competizione non si giocava solo sul terreno della ricerca e dell’industria: dietro le quinte, si consumava una vera e propria guerra di brevetti, spionaggio industriale e manovre diplomatiche ad altissimo livello. Il contesto: la nascita della radio e la corsa ai brevetti Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la radio era ancora un territorio inesplorato, attraversato da pionieri come Guglielmo Marconi, Nikola Tesla, Reginald Fessenden, Lee De Forest e molti altri. Il terreno di scontro era quello dei brevetti: ogni innovazione brevettata poteva aprire le porte a imperi industriali e ricchezze inimmaginabili. Il giovane Marconi, partito da Bologna con le sue prime intuizioni sulla trasmissione senza fili, aveva già conquistato la fiducia della Royal Navy e del governo britannico, stringendo una rete di protezione intorno ai suoi brevetti. Nel frattempo, negli Stati Uniti, grandi aziende come General Electric, Westinghouse e la neonata RCA cercavano di entrare a loro volta nel mercato mondiale delle telecomunicazioni. Ma il vero conflitto si svolgeva nell’ombra: non solo con le cause legali, ma anche attraverso operazioni di spionaggio industriale, acquisizione mirata di brevetti, pressioni sui governi e lobbying internazionale. Spionaggio industriale: le manovre oscure tra laboratori e ambasciate La Marconi Wireless Telegraph Company, fondata nel 1897, divenne rapidamente il simbolo dell’avanguardia tecnologica europea. Tuttavia, i suoi laboratori e archivi erano bersagli costanti di tentativi di intrusione: dipendenti infedeli, agenti reclutati tra i tecnici, intermediari pronti a vendere informazioni sui prototipi. Si racconta di tecnici statunitensi “in missione” a Londra e Southampton, incaricati ufficialmente di studiare “gli avanzamenti europei”, ma spesso impegnati in ben altro. Anche la diplomazia faceva la sua parte: ambasciate e consolati fornivano coperture a scienziati e agenti commerciali, pronti a raccogliere dati su frequenze, valvole, codici trasmissivi, schemi delle antenne. La tecnologia radio, infatti, era diventata in breve tempo una questione strategica non solo per il business, ma anche per la sicurezza nazionale di imperi e nazioni in crescita. La risposta europea non si fece attendere: la Marconi adottò tecniche di separazione delle attività a comparti, assegnando a ciascun team solo una parte dei progetti, e investì in sicurezza interna. La documentazione più sensibile viaggiava solo tra poche persone di fiducia e spesso in modo cifrato. I rapporti di collaborazione tra scienziati, spesso ostacolati da sospetti e paure, erano intermediati da contratti di riservatezza e clausole draconiane. Il lobbying internazionale: RCA, governo USA e la politica dei brevetti Dall’altra parte dell’Atlantico, la neonata RCA, nata nel 1919 come consorzio delle maggiori aziende americane, era il braccio operativo del governo degli Stati Uniti nel nuovo mercato radio. In quel periodo, Washington vedeva la supremazia tecnologica europea come una minaccia strategica. RCA fu supportata con leggi ad hoc, fondi pubblici e – soprattutto – una straordinaria capacità di lobbying. Nei salotti di Washington, New York e Londra, si incontravano avvocati, diplomatici, uomini d’affari e scienziati per discutere di alleanze, fusioni, acquisizioni e battaglie legali sui brevetti. La strategia americana puntava a indebolire il monopolio Marconi in Europa e a bloccare il suo accesso al mercato americano, costringendo spesso la compagnia britannica a cedere licenze a condizioni favorevoli agli americani. Ma la guerra dei brevetti non era solo una questione di tribunali. Gli Stati Uniti spinsero per una diplomazia attiva anche nelle sedi delle organizzazioni internazionali, come la Conferenza Internazionale della Radiotelegrafia. Qui, la pressione politica e le minacce di ritorsioni commerciali servivano a rafforzare le posizioni delle aziende statunitensi. La Marconi, d’altro canto, cercava di resistere coalizzandosi con aziende francesi, tedesche e italiane, in una sorta di “fronte europeo” contro l’espansione americana. Episodi chiave: processi, fusioni, acquisizioni Tra il 1910 e il 1930, le cause legali tra Marconi e RCA si susseguirono senza sosta. Celebre fu la vertenza sull’invenzione della radio stessa: Marconi, Tesla e altri si contesero a lungo la paternità di alcuni brevetti fondamentali, dando vita a un contenzioso che durò decenni e coinvolse anche la Corte Suprema degli Stati Uniti. Le fusioni e le acquisizioni di società minori – spesso possedute solo per pochi brevetti – erano all’ordine del giorno e servivano a rafforzare le posizioni delle grandi multinazionali in vista di nuove battaglie legali. In questo clima, la spinta all’innovazione era costante, ma lo era anche la tentazione di ricorrere a ogni mezzo pur di ottenere un vantaggio competitivo: dalla corruzione di funzionari pubblici alle operazioni di intelligence tecnologica. I giornali dell’epoca parlarono di veri e propri “colpi di mano” nelle ambasciate e negli uffici brevetti, con fughe di documenti e scambi di denaro sotto banco. Diplomazia, intelligence e il ruolo dei governi Il ruolo dei governi fu determinante. Mentre il governo britannico proteggeva gli interessi di Marconi attraverso vincoli sulle esportazioni tecnologiche e protezioni doganali, quello statunitense arrivò a ostacolare attivamente la compagnia europea. Nel 1919, l’acquisizione forzata delle attività Marconi in America da parte di RCA segnò uno spartiacque: per la prima volta, la tecnologia radio diveniva oggetto di scontro geopolitico aperto tra le due potenze. Gli archivi diplomatici oggi rivelano una fitta trama di negoziati riservati, pressioni su giudici e politici, e veri e propri dossier sulle attività sospette delle aziende rivali. In alcune occasioni, la competizione si estese anche alla stampa, con campagne denigratorie e fughe di notizie mirate a danneggiare l’immagine dell’avversario sui mercati internazionali. Un’eredità ancora attuale La “guerra dei brevetti” tra Marconi e RCA non si limitò a una sfida commerciale: fu una partita globale che vide convergere ricerca scientifica, economia, intelligence e diplomazia in una delle prime grandi guerre tecnologiche della storia moderna. Molte delle strategie e delle tensioni di allora si ritrovano ancora oggi nei settori dell’elettronica, dell’informatica e delle telecomunicazioni, a dimostrazione di quanto sia antica e profonda la relazione tra innovazione, segretezza industriale e potere geopolitico.© Riproduzione Vietata
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Perché la Romania è il centro dello smaltimento illegale di rifiuti tessili in EuropaLe ragioni dietro la scelta della Romania come destinazione privilegiata per i vestiti dismessi: tra geografia strategica, costi bassi e debolezze nei controllidi Marco ArezioL'industria della moda, in particolare il segmento del fast fashion, produce annualmente enormi quantità di abiti a basso costo e di breve durata. In Europa, si stima che ogni cittadino butti via circa 11 chilogrammi di vestiti all'anno, contribuendo a milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Una parte significativa di questi viene esportata verso paesi dell'Est Europa, tra cui la Romania, con l'intento dichiarato di riutilizzo o riciclo. Tuttavia, le indagini hanno rivelato che una quantità considerevole di questi abiti finisce in discariche illegali o viene bruciata, causando gravi danni ambientali. Le autorità rumene hanno scoperto numerosi siti non autorizzati dove i rifiuti tessili vengono accumulati senza alcun rispetto per le normative ambientali, contaminando il suolo e le falde acquifere. Perché proprio la Romania è diventata il centro della rotta dei rifiuti tessili in Europa? La Romania è emersa come uno dei principali punti di approdo per i rifiuti tessili illegali provenienti da tutta Europa a causa di una combinazione di fattori geografici, economici e legislativi. Posizione geografica strategica: La Romania si trova in una posizione di transito ideale tra i paesi dell'Europa occidentale, dove viene generata la maggior parte dei rifiuti tessili, e le regioni balcaniche e asiatiche. La rete di trasporti ben sviluppata facilita lo spostamento rapido di grandi quantità di merce, comprese spedizioni illegali. Legislazione e controlli più deboli: I sistemi di tracciabilità delle merci in Romania risultano meno efficaci rispetto ad altri paesi UE. Documenti falsificati eludono facilmente i controlli, permettendo l'importazione di materiali non riciclabili. Costi di gestione dei rifiuti più bassi: La gestione dei rifiuti in Romania è significativamente meno costosa rispetto ad altri paesi europei, attirando aziende alla ricerca di soluzioni economiche. Disponibilità di manodopera a basso costo: La forza lavoro a basso costo in Romania viene spesso sfruttata per smistare rifiuti tessili in condizioni precarie. Economia locale fragile e corruzione: La vulnerabilità economica e casi documentati di corruzione facilitano le attività illegali legate al traffico di rifiuti. Debole cultura del riciclo: Con tassi di raccolta differenziata tra i più bassi dell'UE, la Romania fatica a gestire i rifiuti tessili importati, che si accumulano rapidamente. Zona grigia del riuso: I rifiuti vengono spesso etichettati come destinati alla rivendita o al riuso, ma gran parte non è effettivamente riciclabile e finisce per aggravare il problema ambientale. Le rotte del traffico illegale Il meccanismo alla base di questo traffico illecito spesso coinvolge aziende europee che, per ridurre i costi di smaltimento, esportano abiti usati dichiarandoli come "prodotti di seconda mano" destinati alla rivendita o alla donazione. Una volta giunti in Romania, invece di essere processati correttamente, questi capi finiscono in discariche abusive o vengono bruciati. Le rotte principali attraversano diversi paesi europei, con spedizioni che spesso eludono i controlli doganali grazie a documentazioni falsificate. Questo sistema viola le normative europee sul trasporto dei rifiuti e mette in luce le carenze nei meccanismi di controllo a livello transnazionale. Impatto ambientale e sanitario L'accumulo incontrollato di rifiuti tessili ha conseguenze devastanti sull'ambiente. I materiali sintetici rilasciano microplastiche e sostanze chimiche nocive nel terreno e nelle acque, mentre la combustione illegale libera nell'aria diossine e composti tossici, aumentando il rischio di malattie respiratorie nelle comunità locali. Le discariche abusive non solo contaminano l'ambiente, ma compromettono anche le attività agricole locali e deturpano il paesaggio, riducendo la qualità della vita degli abitanti. Risposte istituzionali e iniziative locali Di fronte a questa crisi, le autorità rumene hanno intensificato gli sforzi per individuare e smantellare le reti di traffico illegale di rifiuti tessili. Sono state avviate operazioni congiunte con agenzie europee per monitorare le rotte di trasporto e rafforzare i controlli alle frontiere. Parallelamente, organizzazioni non governative e comunità locali stanno promuovendo iniziative di sensibilizzazione sull'importanza di una gestione sostenibile dei rifiuti. Progetti di riciclo creativo e campagne educative mirano a coinvolgere i cittadini nella riduzione dell'impatto ambientale. Verso una moda più sostenibile La situazione in Romania evidenzia l'urgenza di ripensare l'intero ciclo di vita dei prodotti tessili. L'Unione Europea sta lavorando per introdurre criteri di eco-design e promuovere l'uso di materiali riciclati. Per i consumatori, adottare abitudini di acquisto più consapevoli, come preferire marchi etici e valorizzare il mercato dell'usato, può fare la differenza. Conclusione La Romania, con le sue discariche illegali, rappresenta un campanello d'allarme sulle conseguenze del consumo tessile incontrollato. Affrontare questa sfida richiede un impegno collettivo tra istituzioni, industrie e cittadini per un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Lo Sviluppo dell’Energia Eolica in Europa: Facciamo il PuntoQuale è la situazione nel campo delle energie rinnovabili in Europa alla luce delle tensioni energetiche con la Russia?di Marco ArezioOramai è sotto gli occhi di tutti quale grave situazione si può creare quando uno stato, o un gruppo di essi come l’Europa per esempio, dipende a doppio filo da altre nazioni per un bene così assoluto come l’energia.La guerra tra Russia e Ucraina ha aperto gli occhi, improvvisamente, a chi dormiva tranquillamente e comodamente sui contratti del gas e del petrolio con la Russia, accorgendosi immediatamente che se un tuo fornitore strategico non vuole più fornirti o aumenta, con un gioco subdolo di domanda e offerta, il prezzo dell’energia, ti ritrovi come un re nudo. L’ Europa, paladina del verde e delle energie rinnovabili, ha perso molto tempo nel settore delle energie verdi, pensando che potesse impiegare molti più anni nella transizione energetica. Adesso è diventata una corsa ad ostacoli, stretti tra esigenze di avere a tutti i costi, è proprio il caso di dirlo, il gas e il petrolio e la necessità di spingere sull’incremento della produzione di energie rinnovabili. In questo articolo riportiamo con interesse l’intervista che Kyra Taylor ha fatto Sven Utermöhlen, presidente di WindEurope e CEO dell'eolico offshore presso RWE, che ci aiuta a capire la situazione europea delle rinnovabili. La Commissione europea punta ad almeno 60 gigawatt (GW) di produzione eolica offshore entro il 2030. Quali sono i piani di RWE per aumentare la capacità offshore in Europa? Quanti investimenti state facendo e quando vi aspettate che questi investimenti inizino a generare elettricità? Entro il 2030 investiremo 50 miliardi di euro lordi nel nostro core business, ovvero 50 miliardi di euro per la protezione del clima. L'eolico offshore è uno dei nostri punti focali nella nostra strategia di crescita: entro il 2030, intendiamo triplicare la nostra capacità eolica offshore pro-quota da 2,4 GW a 8 GW in tutto il mondo. Presto annunceremo il completamento del nostro parco eolico offshore Triton Knoll nel Regno Unito, inoltre abbiamo recentemente avviato i lavori di costruzione offshore per Kaskasi, al largo della costa tedesca. Questi parchi eolici offshore avranno una capacità installata totale di 1.200 MW e stiamo anche procedendo con il parco eolico offshore Sofia da 1,4 GW nel Regno Unito. Stiamo inoltre guidando un progetto di sviluppo eolico offshore di 10 GW con diritti offshore garantiti, ad esempio, il progetto da 1.000 MW Thor in Danimarca o FEW Baltic II in Polonia. Le nostre attività di sviluppo offshore sono concentrate nel Nord America, nella regione dell'Asia Pacifica e in mercati particolarmente interessanti in Europa. L'Unione Europea e gli Stati membri stanno aumentando i propri obiettivi nazionali, fornendo ulteriori opportunità di crescita. Paesi come Germania, Regno Unito e Paesi Bassi hanno aumentato i loro progetti offshore ed incrementeranno anche i volumi delle aste. Tutto ciò fornirà ulteriori opportunità di crescita e questo significa che amplieremo ulteriormente la nostra rete di energie rinnovabili e, in particolare, il nostro business eolico offshore. In totale, l'UE punta a far sì che il 40% del suo mix energetico sia fornito da fonti rinnovabili entro il 2030: il Parlamento europeo vuole addirittura puntare ancora più in alto, al 45%. Quale sostegno è necessario in termini di politica da parte dell'UE e dei governi nazionali per raggiungere questi obiettivi? Ciò che è di vitale importanza è che vengano messi in atto meccanismi che continuino a stimolare gli investimenti. Soprattutto nell'attuale situazione con la guerra in Ucraina, ci sono stress e tensioni sulla catena di approvvigionamento e sui prezzi delle materie prime. In generale è essenziale che, in primo luogo, le aste avvengano rapidamente perché i tempi di consegna sono relativamente lunghi nell'eolico offshore. Con le tempistiche nell'eolico offshore di solito comprese tra cinque e 10 anni, quei volumi aggiuntivi devono essere messi all'asta al più tardi nei prossimi due o tre anni, altrimenti nessuno di questi progetti aggiuntivi sarà operativo entro il 2030. Poi c'è un altro aspetto molto importante: i progetti e i regimi delle aste non dovrebbero essere basati solo su criteri finanziari o di prezzo, ma dovrebbero anche considerare criteri qualitativi, come la sostenibilità, la capacità dei partecipanti, la loro capacità di portare a termine questi progetti e il loro contributo all'economia europea. Questo è fondamentale per garantire che i progetti vengano realizzati. L'unica cosa che vediamo in una luce critica sarebbero le componenti di prezzo negative, soprattutto se non coperte, infatti questo comporterà aumenti di prezzo da parte dei consumatori. Diamo uno sguardo più approfondito agli ultimi sviluppi in Germania. Il cosiddetto “Pacchetto Pasquale” del governo tedesco è un altro passo verso una transizione energetica più rapida. Obiettivi di espansione significativamente più elevati per l'energia eolica onshore e offshore, nonché per il fotovoltaico, una maggiore velocità nell'espansione della rete e una nuova priorità assoluta per le energie rinnovabili. Ma ci devono essere miglioramenti quando si tratta delle condizioni di espansione offshore, in particolare, la componente di offerta negativa pianificata aumenterebbe semplicemente il costo dell'energia verde per i consumatori industriali, l'opposto di ciò di cui abbiamo bisogno. Inoltre, il percorso del “Contratto per differenza” per le aree pre-rilevate senza indicizzazione dell'inflazione e massimali di offerta restrittivi si scontrano con l'andamento dei costi attualmente imprevedibile nel settore delle materie prime. Inoltre, secondo lo stato attuale, l'elettricità verde proveniente da aree pre-rilevate per i parchi eolici offshore, non può essere commercializzata all'industria perché rimane intrappolata nel sistema del "Contratto per differenza". Grandi quantità di elettricità verde non sarebbero quindi affatto disponibili per l'industria. La decarbonizzazione del settore è una delle maggiori sfide sulla nostra strada per raggiungere gli obiettivi climatici europei e realizzare la transizione energetica. L'energia eolica offshore dovrebbe svolgere un ruolo centrale in questo. Durante questa conferenza, abbiamo sentito molte preoccupazioni sulla catena di approvvigionamento. Cosa state chiedendo all'Unione Europea e dai governi nazionali per risolvere questo problema? L'industria eolica è determinata a fornire risultati, anche in tempi difficili. Ma abbiamo più che mai bisogno delle giuste politiche di governo. I prezzi sono significativamente più alti al momento – in particolare i prezzi delle materie prime e il prezzo di alcuni componenti, come le parti in ghisa – e le previsioni sui prezzi sono diventate significativamente più incerte. In questo momento, è molto difficile per le aziende della catena di approvvigionamento prevedere dove andranno i prezzi, il che significa che se viene loro chiesto di fare offerte per la consegna tra quattro o cinque anni, è molto difficile prevederne i costi. Quindi i governi devono guardare a come questa incertezza, sul lato dei costi, può riflettersi nei sistemi di aste e potenzialmente sul lato delle entrate, perché anche semplicemente mettere il rischio sulle aziende che istallano e gestiscono gli impianti non funzionerà. Dobbiamo pensare a meccanismi che ci consentano di prendere decisioni di investimento, anche se queste incertezze sui costi sono ora molto più elevate e dobbiamo, assolutamente, considerare questo come un argomento a medio termine: non deve essere un problema a breve termine. Per quanto riguarda la filiera, questo bisogno di espandersi. Doveva farlo molto prima, anche senza la guerra in Ucraina e, probabilmente, ora ha bisogno di crescere ulteriormente a causa delle interruzioni dovute alla guerra. Ciò di cui la filiera ha bisogno sono investimenti e stimoli per espandere la base industriale in Europa. A parte queste preoccupazioni, quali sono le maggiori sfide che il suo settore deve affrontare in questo momento e quali soluzioni stai cercando? Garantire la sicurezza dell'approvvigionamento e diversificare l'approvvigionamento energetico sono le massime priorità, in particolare attraverso l'espansione delle energie rinnovabili. Per accelerare la produzione di energia eolica, le decisioni chiave devono essere prese ora. Per l'eolico onshore, i problemi di autorizzazione sono molto difficili nella maggior parte dei paesi. Queste tempistiche devono essere notevolmente ridotte e i percorsi attuativi devono anche essere semplificati: il nuovo governo tedesco ha appena pubblicato proposte per semplificare le autorizzazioni per l'eolico onshore. Molte delle loro proposte sembrano promettenti, ma misure simili devono essere adottate in tutta Europa per semplificare i processi di autorizzazione per l'eolico onshore. Naturalmente, questo ha anche a che fare con l'aumento dell'accettazione della popolazione locale. Come settore, dobbiamo lavorare fianco a fianco con le comunità locali e i comuni in cui operiamo. Per l'eolico offshore, l'accettazione da parte delle persone che vivono sulle coste non è il problema. Ma abbiamo delle sfide da risolvere per quanto riguarda le autorizzazioni, così dobbiamo intensificare il dialogo con le parti interessate per le stesse aree offshore, questo include il tema della protezione della natura e della coesistenza tra l'eolico offshore e altri utilizzatori del mare, come la pesca o la navigazione. Dobbiamo inoltre chiarire e semplificare alcune regole e procedure per garantire tempi più brevi per le valutazioni di impatto ambientale e la consultazione con i vari soggetti interessati. Abbiamo anche bisogno di una migliore comunicazione sugli effetti positivi dell'eolico offshore sull'ambiente, ad esempio, alcuni studi dimostrano che, dove sono in funzione parchi eolici offshore, dopo pochissimi anni la popolazione di alcune specie marine aumenta. Qual è stato l'impatto della guerra in Ucraina sull'introduzione delle rinnovabili? C'è preoccupazione su come potrebbe avere un impatto sul settore, ma c'è anche una maggiore spinta per le energie rinnovabili. Qual è la tua opinione? C'è una richiesta ancora più forte per una partenza più rapida e più ampia delle rinnovabili, perché il tema della sicurezza dell'approvvigionamento energetico e dell'indipendenza ha assunto una priorità significativa. Ed è vero, infatti, che le energie rinnovabili e l'eolico possono svolgere un ruolo molto importante nel garantire la sicurezza energetica. Il problema è che, almeno nel breve e medio termine, la guerra ha portato a interruzioni nella catena di approvvigionamento e all'aumento dei prezzi delle materie prime. Tuttavia, l'industria eolica è determinata a fornire risultati e, noi di RWE, stiamo continuando ad espandere il nostro core business verde a pieno ritmo. Quanto è importante l'energia eolica come fonte di energia in Europa, vista la guerra in Ucraina? È di vitale importanza. Le energie rinnovabili, in generale, sono molto importanti per la sicurezza energetica e, l'energia eolica, è uno dei due grandi pilastri oltre al solare. Se si guarda al potenziale delle energie rinnovabili in tutta Europa, probabilmente l'energia eolica ha il ruolo più importante. Ovviamente, questo varia da paese a paese, infatti alcuni stati hanno una risorsa solare molto favorevole, ci sono poi altri paesi del nord e nord-ovest dell'Europa, per esempio, dove l'energia eolica gioca un ruolo ancora più importante. Così il Mare del Nord e il Mar Baltico in Europa sono i posti migliori per costruire l'eolico offshore rispetto ad altre aree del mondo. La combinazione di acque relativamente basse e un'eccezionale velocità del vento è unica. Questo è qualcosa che dobbiamo assolutamente utilizzare come Europa perché è un'opportunità unica. La Commissione Europea ha delineato il suo piano per ridurre la dipendenza dell'Europa dalla Russia, chiamato REPowerEU. Qual è il suo punto di vista? Pensa che sia buono? Pensa che serva di più? E quale può essere il vostro contributo come RWE? Accogliamo decisamente con favore l'iniziativa della Commissione europea e crediamo che sia la giusta direzione in cui andare. Quello che possiamo fare come RWE è realizzare la strategia Growing Green che abbiamo pubblicato l'anno scorso, con il nostro investimento di 50 miliardi di euro fino alla fine di questo decennio. La stragrande maggioranza di ciò andrà nelle energie rinnovabili, in particolare nell'energia eolica, sia in mare che in mare aperto. Un'altra pietra miliare importante per noi è l'avvio dei progetti sull'idrogeno il prima possibile. Portare avanti questa strategia è il nostro obbiettivo. Ovviamente, con l'aumento dei progetti per l'energia eolica e le energie rinnovabili nell'UE, cercheremo sicuramente di partecipare a queste ulteriori opportunità di crescita. Lei menziona il piano di RWE di investire nelle energie rinnovabili. Come saranno i prossimi dieci anni in termini di investimenti? Su quale tecnologia di energia rinnovabile vi state concentrando? L'attenzione alle energie rinnovabili è principalmente suddivisa in eolico offshore e onshore. C'è anche un elemento significativo sul solare fotovoltaico. Insieme, rappresentano il 90% degli investimenti complessivi nella strategia green. Il resto è sulla produzione di energia flessibile, idrogeno e stoccaggio. E qual è il rapporto tra progetti di combustibili fossili e rinnovabili nel portafoglio di RWE nel 2030? In RWE, stiamo guidando la transizione energetica più rapidamente rispetto alla maggior parte delle altre società, puntando allo zero netto entro il 2040. Abbiamo un percorso chiaro verso la neutralità climatica: stiamo gradualmente eliminando nucleare e carbone e continuiamo a investire in una crescita verde, che passerà all'idrogeno verde il prima possibile. Con la nostra vasta strategia di investimento e crescita, espanderemo la nostra capacità di generazione verde a 50 GW a livello internazionale entro il 2030. La nostra crescita è sostenibile: oltre il 90% dei nostri investimenti fino al 2030 confluirà in progetti sostenibili secondo la tassonomia dell'UE. Infine, lei è appena stato eletto presidente di WindEurope. Quali sono i tuoi obiettivi principali per questo? Sono onorato di essere stato eletto a rappresentare l'intera catena del valore dell'energia eolica in Europa, un'industria che contribuisce a costruire un futuro a basse emissioni di carbonio. Voglio aiutare l'industria eolica a superare questi tempi difficili, che sono infatti caratterizzati dall'enigma delle prospettive di crescita, forse i più grandi di sempre e probabilmente più grandi di quanto avessimo mai pensato. Allo stesso tempo, ci sono parti di questo settore e parti della catena di approvvigionamento la cui situazione, vista la guerra in Ucraina, è diventata ancora più complicata. WindEurope, in quanto associazione, ha bisogno di aiutare il settore a superare questa situazione instaurando il giusto dialogo con i responsabili politici, le parti interessate e la società, fornendo le giuste argomentazioni, le giuste informazioni, la giusta educazione nel nostro settore, in modo da raggiungere gli obiettivi che condividiamo con l'UE e i governi nazionali in tutta Europa.
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Slow Life: Quando il Tempo Passa senza che Tu te ne AccorgaLa frenesia della vita ti anestetizza e non ti rendi conto di bruciarla sulle tue pire idealiI tuoi occhi sono tristi nonostante la tua serrata loquacità voglia convincermi del contrario. I tuoi lineamenti esprimono la stanchezza di una barca che dopo giorni di navigazione cerca disperatamente un porto. E’ da troppo tempo che rimandi sistematicamente l’appuntamento con te stesso, sfuggi solo all’idea di guardare la tua esistenza con occhi diversi. E intanto, amico mio, gli anni sono inesorabilmente passati e ciò che da giovane consideravi inesauribile, oggi non lo è più e lui, il tempo, non ti farà sconti. Tu sei caduto molto tempo fa nella trappola dei luoghi comuni, dove ogni azione era stabilita. Ti sei convinto che la base della soddisfazione generale sia conforme al tuo modo di sentire la vita. Hai capito da tempo, amico mio, che c’è una reale discrepanza tra l’etichetta, la tua anima e il tuo cuore. Hai forse paura di fermarti, voltare la testa, aprire il tuo cuore e sintonizzare il tuo cervello su frequenze diverse? Hai forse paura di scoprire che per stare bene bisogna essere sé stessi, infrangendo il comune senso del pensare e, a volte, assumersi i dovuti rischi?ACQUISTA IL LIBRO Ma forse, amico mio, improvvisamente, quando la barca si sarà incagliata in qualche spiaggia sconosciuta e, tu sarai costretto a scendere per cercare cibo e acqua, allora capirai che non prenderai mai più il largo per la solita rotta, ma sarà, forse, altrettanto bello guardarsi intorno e capire che la vita è fatta da infinite strade e che tu avrai, finalmente ancora, il potere di fare delle scelte sentendoti un po' più felice e un po' più sereno. Il coraggio che ti manca, amico mio, è fermati, per un attimo a pensare alla tua storia e al tuo futuro, perché la paura che ti attanaglia è sapere che la vita non ti ha mai aspettato e non ti spetterà nemmeno questa volta. Categoria: Slow life - vita lenta - felicità
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rNEWS: Nuovo Impianto per il Trattamento delle Biomasse a Gela in SiciliaIl nuovo impianto BTU di Eni a Gela utilizza biomasse al 100% per produrre biocarburanti, promuovendo un modello di economia circolareA Gela in Sicilia si è avviato un interessante progetto di trasformazione di una raffineria petrolifera a una bioraffineria che si occuperà del trattamento delle biomasse, creando un'attività industriale sostenibile e perfettamente inserita in una filiera circolare dell'economia.A 18 mesi dall’inaugurazione della bioraffineria è in marcia il nuovo impianto BTU, che consentirà di utilizzare fino al 100% materie prime di scarto per la produzione di biocarburanti È stato avviato e collaudato il nuovo impianto BTU, Biomass Treatment Unit, che consentirà alla bioraffineria Eni di Gela di utilizzare fino al 100% biomasse che non siano in competizione con la filiera alimentare, dagli oli alimentari esausti ai grassi da lavorazioni ittiche e di carni prodotte in Sicilia, con l’obiettivo di realizzare un modello di economia circolare a chilometri zero per la produzione di biodiesel, bionafta, biogpl e bio-jet. La bioraffineria di Gela, inoltre, potrà anche essere alimentata dall’olio di ricino, grazie al progetto sperimentale di coltura di piante di ricino su terreni semidesertici in Tunisia, sostituendo così completamente l’olio di palma che dal 2023 non sarà più impiegato nei processi produttivi di Eni. La costruzione dell’impianto è iniziata nei primi mesi del 2020 e nonostante i rallentamenti causati dalla gestione delle attività durante la pandemia è stato sostanzialmente completato nei tempi previsti. Sono state lavorate 1,3 milioni di ore, traguardando l’obiettivo zero infortuni, sia per le persone Eni, sia per i lavoratori delle imprese in appalto. Con l’avvio del BTU si completa la seconda fase della trasformazione del sito industriale, che si qualifica come sito esclusivamente dedicato a processi produttivi sostenibili e concretizza il processo di decarbonizzazione e transizione energetica che caratterizza la strategia Eni, impegnata a raggiungere la totale decarbonizzazione di prodotti e processi entro il 2050. Tra i punti salienti del piano 2021-2024 è infatti previsto il raddoppio della capacità produttiva delle bioraffinerie Eni a circa 2 milioni di tonnellate entro il 2024, l’aumento a 5/6 milioni di tonnellate entro il 2050. Il BTU si aggiunge ai già realizzati impianti Ecofining™, tecnologia Eni-UOP per la produzione di biocarburanti da materie prime di origine biologica, lo Steam Reforming per la produzione di idrogeno e l’impianto pilota Waste to Fuel, realizzato da Eni Rewind, che consente di trasformare la frazione organica dei rifiuti solidi urbani in bio-olio e bio-metano. La trasformazione dell’ex petrolchimico di Gela è un esempio di economia circolare rigenerativa, che ha permesso la riconversione di cicli produttivi basati su fonti fossili e che va di pari passo con un piano di demolizioni di impianti non più funzionali alla produzione di biocarburanti e per il risanamento ambientale.Info: Eni
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