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https://www.rmix.it/ - Odyssea Borealis: un’avventura estrema tra esplorazione e sostenibilità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Odyssea Borealis: un’avventura estrema tra esplorazione e sostenibilità
Slow Life

35 giorni nella Groenlandia orientale tra kayak, scalate e rispetto per l’ignoto naturaledi Marco ArezioOdyssea Borealis non è solo una spedizione, ma un inno all’esplorazione autentica e alla scoperta dell’ignoto. Questo progetto straordinario ha visto protagonisti quattro alpinisti ed esploratori — Matteo Della Bordella (Italia), Silvan Schüpbach (Svizzera), Symon Welfringer (Francia) e Alex Gammeter (Svizzera) — che hanno trascorso 35 giorni nella natura incontaminata della Groenlandia orientale, affrontando una delle avventure più sfidanti e ispiratrici degli ultimi anni. Un’Impresa Senza Precedenti Il viaggio ha avuto inizio con un obiettivo chiaro: percorrere 300 chilometri in kayak lungo la costa orientale della Groenlandia, raggiungere la remota parete nord-ovest del Drøneren, una montagna alta 1.980 metri ancora inviolata, scalarla per la prima volta, e ritornare al punto di partenza, completando un totale di 600 chilometri in kayak. Una missione tanto ambiziosa quanto complessa, che ha richiesto una pianificazione meticolosa e un profondo spirito di adattamento. Sfide Estreme nella Natura Selvaggia La spedizione è stata caratterizzata da condizioni estreme che hanno messo alla prova sia le capacità tecniche che la resistenza psicologica del team. Durante la traversata in kayak, il gruppo ha affrontato tempeste furiose con venti che raggiungevano i 100 km/h e onde alte fino a tre metri, che rendevano ogni metro di navigazione una sfida di equilibrio e forza. Gli esploratori si sono trovati anche a fronteggiare incontri ravvicinati con orsi polari, una presenza maestosa ma potenzialmente pericolosa, che ha richiesto massima cautela e rispetto per la fauna locale. Nonostante queste avversità, grazie alla loro determinazione e spirito di squadra, sono riusciti a raggiungere il remoto fiordo di Skoldungen. Qui si erge imponente la parete del Drøneren, un colosso di roccia che rappresentava il vero cuore della loro avventura e il simbolo della loro sfida più grande. La Scalata del Drøneren La scalata della parete nord-ovest del Drøneren è stata una prova di resistenza fisica e mentale. Alta 1.200 metri, la parete è stata conquistata attraverso l’apertura di una nuova via chiamata "Odyssea Borealis", composta da 35 tiri con difficoltà fino al 7b. La scalata è stata realizzata in puro stile tradizionale, senza lasciare tracce permanenti sulla roccia, a eccezione delle soste di calata e di alcuni ancoraggi indispensabili per la sicurezza. Questo approccio rispettoso dimostra l’impegno del gruppo verso la sostenibilità e la preservazione dell’ambiente. Un’Esperienza Mistica e Autentica Odyssea Borealis è più di una semplice impresa alpinistica. Rappresenta un ritorno alle radici dell’esplorazione, un invito a riscoprire l’essenza dell’ignoto con gli occhi della meraviglia e della curiosità, piuttosto che della conquista. In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, dove ogni angolo del pianeta sembra già esplorato e cartografato, questa avventura ricorda che ci sono ancora spazi incontaminati che sfuggono al controllo umano. L’ignoto diventa così un ponte tra l’uomo e la natura, un territorio da rispettare e custodire, dove l’esperienza personale si intreccia con un profondo senso di connessione e appartenenza al pianeta. Odyssea Borealis insegna che l’esplorazione non riguarda solo il raggiungimento di mete fisiche, ma anche la scoperta interiore e il dialogo con l’ambiente circostante. Il Ritorno e la Documentazione Dopo aver completato la scalata, il gruppo ha intrapreso il viaggio di ritorno, percorrendo altri 300 chilometri in kayak per tornare al punto di partenza. Questa impresa è stata documentata nel film "Odyssea Borealis", diretto da Alessandro Beltrame e prodotto da Vibram in collaborazione con Ferrino. Il film celebra l’esplorazione autentica e il legame primordiale con la natura, mettendo in luce l’importanza di affrontare l’ignoto con curiosità e rispetto. L’Importanza di un’Esplorazione Sostenibile Odyssea Borealis è un esempio luminoso di come l’esplorazione moderna possa essere condotta in modo sostenibile e rispettoso dell’ambiente. La scelta di intraprendere questa avventura in completa autonomia, senza supporto esterno, riflette un profondo desiderio di vivere un’esperienza autentica, non mediata. Questo approccio non solo ha permesso agli alpinisti di immergersi completamente nella natura selvaggia, ma ha anche dimostrato che il rispetto per l’ambiente è compatibile con la realizzazione di grandi imprese. Attraverso l’uso di risorse limitate, la riduzione dell’impatto ambientale e la scelta di uno stile tradizionale durante la scalata, il team ha messo in pratica un modello di esplorazione etica che può ispirare future generazioni di avventurieri. Riflessioni Finali Questa avventura straordinaria non è solo un traguardo sportivo, ma anche un messaggio universale. Odyssea Borealis ci invita a riscoprire il nostro rapporto con la natura, a rispettare i suoi ritmi e i suoi silenzi, e a guardare al futuro con una rinnovata consapevolezza dell’importanza di preservare l’ignoto per le generazioni a venire. In un mondo sempre più connesso e dominato dalla tecnologia, esperienze come questa ci ricordano che la vera ricchezza risiede nella scoperta, nella meraviglia e nel rispetto per il nostro pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Quando e Come Usare la Cera di Polietilene nei Polimeri Riciclati
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quando e Come Usare la Cera di Polietilene nei Polimeri Riciclati
Informazioni Tecniche

Un additivo di grande efficacia per migliorare alcune prestazioni dei prodotti plasticidi Marco ArezioNella realizzazione di ricette polimeriche con alte prestazioni fisico-meccaniche ed estetiche, la cera di polietilene si è ricavata uno spazio di tutto rispetto. Se diventa più istintivo e facile da abbinare ad un polimero vergine, l’impiego della cera di polietilene nei polimeri riciclati ha bisogno di alcune nozioni suppletive.Cosa è la cera di polietilene La cera di polietilene è un tipo di elemento prodotto dalla polimerizzazione dell'etilene, un idrocarburo, infatti essa è spesso utilizzata in una serie di applicazioni industriali in virtù della sua resistenza, flessibilità e impermeabilità all'acqua. E’ comunemente usata in prodotti come vernici, rivestimenti, cosmetici, polimeri e prodotti per la cura dell'auto. Nei cosmetici, per esempio, può essere utilizzata come agente condizionante della pelle o per dare struttura e consistenza al prodotto. Va ricordato che, essendo un prodotto sintetico, non è biodegradabile e può avere un impatto ambientale se non gestita in maniera responsabile. Come viene usata la cera di polietilene nei polimeri riciclati La cera di polietilene viene utilizzata nei polimeri riciclati principalmente come agente di processo. Questo significa che viene aggiunta durante la fase di produzione per migliorare le proprietà del materiale finale. Uno dei principali problemi con il riciclo dei polimeri è che il processo può degradare le proprietà del materiale, rendendolo meno utile per le applicazioni future. Tuttavia, l'aggiunta di cera di polietilene può aiutare a contrastare questo problema. La cera di polietilene può migliorare quindi la lavorabilità dei polimeri riciclati, rendendoli più facili da modellare. Può anche migliorare le proprietà superficiali del prodotto in plastica riciclato, come la lucentezza e la resistenza all'abrasione. Inoltre, può agire come un lubrificante, riducendo l'attrito tra le particelle del polimero durante la lavorazione. Questo può aiutare a prevenire problemi come l'adesione eccessiva o l'agglomerazione delle masse polimeriche. In definitiva, l'uso della cera di polietilene nei polimeri riciclati può contribuire a produrre un materiale di migliore qualità che può essere utilizzato in una gamma più ampia di applicazioni. Con quali polimeri si può usare la cera di polietilene e quali vantaggi si ricavano La cera di polietilene è versatile e può essere utilizzata con una varietà di polimeri, sia sintetici che naturali. Polietilene (PE) La cera di polietilene può essere utilizzata con il polietilene stesso per migliorare la lavorabilità, la lucentezza e la resistenza all'abrasione dei prodotti. Polipropilene (PP) Quando utilizzata con il polipropilene, la cera può migliorare le proprietà di flusso del materiale, facilitandone la lavorazione. Policloruro di vinile (PVC) E’ spesso utilizzata come lubrificante interno ed esterno nella lavorazione del PVC. Come lubrificante interno, migliora il processo di fusione e miscelazione del PVC, mentre come lubrificante esterno, aiuta a prevenire l'adesione del PVC caldo agli attrezzi e alle apparecchiature di lavorazione. Polistirene (PS) e altri polimeri stirenici In questi materiali, la cera di polietilene può aiutare a migliorare le proprietà di flusso e la resistenza al calore. Poliacrilonitrile butadiene stirene (ABS) Può migliorare le proprietà di flusso del ABS durante la lavorazione, rendendo il materiale più facile da modellare e lavorare. Nell'industria dei colori e delle vernici, la cera di polietilene viene spesso utilizzata per migliorare la resistenza all'abrasione, la resistenza all'acqua, la durezza e la brillantezza dei rivestimenti. Inoltre, può essere utilizzata per modulare la viscosità di vernici e inchiostri. Come la cera di polietilene può migliorare la lucentezza della plastica Quando la plastica si raffredda e si solidifica, la cera di polietilene aiuta a produrre una superficie più liscia e lucida. Questo accade perché riempie le microscopiche irregolarità della superficie del polimero, creando una superficie più riflettente e quindi più lucente. Inoltre, la cera di polietilene può anche agire come un agente rilasciante durante l'estrusione, prevenendo l'adesione del polimero fuso all'attrezzatura di lavorazione. Questo può aiutare a produrre prodotti finiti con una superficie più liscia e uniforme, che contribuisce ad aumentare la lucentezza. Come la cera di polietilene può migliorare la resistenza all'abrasione? La resistenza all'abrasione di un materiale si riferisce alla sua capacità di resistere all'usura quando viene sfregato o graffiato. Nei polimeri, l'aggiunta di cera di polietilene può migliorare la resistenza all'abrasione in vari modi: Riduzione del coefficiente di attrito La cera di polietilene agisce come un lubrificante, riduce il coefficiente di attrito sulla superficie del polimero. Questo significa che quando un oggetto viene sfregato contro la superficie, scivola più facilmente e causa meno danni. Riempimento delle microcavità In questo caso può riempire le microscopiche irregolarità sulla superficie del polimero, creando una superficie più liscia e uniforme che è meno suscettibile all'abrasione. Aumento della durezza della superficie Quando la cera si solidifica nella matrice del polimero contribuisce ad aumentare la durezza della superficie, rendendola più resistente all'usura. Miglioramento della compatibilità dei materiali di riempimento In alcuni polimeri, il prodotto può migliorare la compatibilità tra il polimero e i materiali di riempimento utilizzati, che possono favorire la resistenza all'abrasione. Tuttavia, è importante notare che l'effetto della cera di polietilene sulla resistenza all'abrasione può variare a seconda del tipo di polimero e delle specifiche del processo di produzione. Inoltre, l'aggiunta di troppa cera di polietilene può avere l'effetto opposto e ridurre la resistenza all'abrasione, quindi è importante trovare il giusto equilibrio. Perchè unendo la cera di polietilene ai polimeri ne aumentiamo la lavorabilità? L'aggiunta di cera di polietilene ai polimeri può migliorare la loro lavorabilità attraverso vari meccanismi: La cera di polietilene funge da lubrificante durante il processo di lavorazione dei polimeri, riducendo l'attrito tra le particelle stesse. Questo può facilitare la lavorazione, riducendo l'energia necessaria per modellare o deformare il materiale. La cera di polietilene può anche migliorare le proprietà di flusso del polimero durante la fusione. Questo significa che il materiale fuso fluisce più facilmente, il che può favorire la lavorazione e ridurre il rischio di difetti nel prodotto finale. Può inoltre aiutare a ridurre l'adesione del polimero fuso all'attrezzatura di lavorazione. Questo aiuta a prevenire problemi come l'agglomerazione e facilitare la rimozione del prodotto finale dall'attrezzatura. In alcuni polimeri, la cera di polietilene può migliorare anche la compatibilità tra il polimero e i materiali di riempimento utilizzati. Questo può facilitare la lavorazione e aiutare a ottenere un prodotto finale di migliore qualità. Come dosare la cera di polietilene con i polimeri durante l'estrusione? Il dosaggio della cera di polietilene in un polimero durante il processo di estrusione può variare a seconda di vari fattori, tra cui il tipo di polimero, le specifiche del processo di estrusione, e le proprietà desiderate del prodotto finale. Tuttavia, ci sono alcuni principi generali che possono essere utilizzati come punto di partenza. In generale, la cera di polietilene è solitamente utilizzata in concentrazioni che variano dall'1% al 5% in peso rispetto al polimero. Questo significa che per ogni 100 grammi di polimero, si potrebbe utilizzare da 1 a 5 grammi di cera di polietilene. Durante il processo di estrusione, la cera di polietilene viene generalmente aggiunta al polimero mentre è in fase di fusione. Dopo l'aggiunta di questo additivo, il mix di polimero e cera viene raffreddato e solidificato per formare il prodotto finale. Durante questo processo, la cera di polietilene può aiutare a migliorare, come abbiamo detto, le proprietà del prodotto, come la lucentezza, la resistenza all'abrasione, e la lavorabilità. Come si presenta la cera di polietilene per essere additivata ai polimeri? La cera di polietilene, quando pronta per essere additivata ai polimeri, di solito si presenta in forma solida a temperatura ambiente. Può essere disponibile in diverse forme fisiche, tra cui granuli, fiocchi, polvere, o perle. La forma esatta può variare a seconda delle esigenze di produzione e delle preferenze del produttore. Le cere in forma di granuli o perle sono spesso preferite per la loro facilità di manipolazione e dosaggio. Possono essere facilmente misurate e aggiunte al polimero durante il processo di produzione.

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https://www.rmix.it/ - Gestione dei team multigenerazionali: strategie efficaci per il successo aziendale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Gestione dei team multigenerazionali: strategie efficaci per il successo aziendale
Management

Scopri come trasformare le differenze generazionali in un vantaggio competitivo per il tuo team aziendaledi Marco ArezioGestire team composti da membri di diverse generazioni è una sfida complessa per le organizzazioni moderne, ma anche un'opportunità per trarre vantaggio dalla diversità intergenerazionale. Con l'integrazione di Baby Boomers, Generazione X, Millennials e Generazione Z nello stesso contesto lavorativo, è essenziale adottare strategie che valorizzino le competenze e le prospettive uniche di ciascun gruppo. La sfida della diversità generazionale La composizione multigenerazionale di un team non implica solo differenze di età, ma anche di valori, esperienze e stili di lavoro. I Baby Boomers, ad esempio, tendono a preferire approcci tradizionali e strutturati, mentre i Millennials e la Generazione Z cercano maggiore flessibilità, soluzioni digitali e un approccio più collaborativo. La Generazione X, spesso posizionata nel mezzo, agisce come ponte tra queste visioni contrastanti. Queste differenze possono causare malintesi, conflitti o difficoltà nel creare una coesione interna. Tuttavia, con un management consapevole e strategie adeguate, è possibile trasformare queste potenziali criticità in opportunità di crescita e innovazione. Gestire team multigenerazionali richiede attenzione e sensibilità verso le diversità non solo anagrafiche, ma anche culturali e tecnologiche. Ogni generazione porta infatti con sé un approccio differente al lavoro, alla comunicazione e alla tecnologia. Ad esempio, i Baby Boomers spesso prediligono una comunicazione diretta e faccia a faccia, mentre Millennials e Gen Z si sentono a proprio agio con strumenti digitali e modalità di lavoro flessibili. La sfida per i leader sta nel bilanciare queste differenze e creare un ambiente inclusivo. Se ben gestita, però, questa diversità può rappresentare un valore inestimabile. Le differenze generazionali possono favorire l'innovazione, offrendo punti di vista diversi e soluzioni creative. Inoltre, una gestione strategica delle generazioni permette di massimizzare la produttività e migliorare il clima aziendale. Strategie per la gestione efficace Prima di addentrarci nei punti chiave, è fondamentale comprendere che ogni strategia dovrebbe essere personalizzata in base alle caratteristiche uniche del team e agli obiettivi aziendali. Le seguenti strategie rappresentano approcci collaudati per migliorare la collaborazione, ridurre i conflitti e massimizzare i punti di forza di ogni generazione presente all'interno di un gruppo di lavoro. Promuovere la comunicazione intergenerazionale: La comunicazione aperta è fondamentale per superare le barriere generazionali. I leader dovrebbero incoraggiare un dialogo trasparente, utilizzando linguaggi e strumenti che siano accessibili a tutti i membri del team. Adattare gli stili di leadership: Ogni generazione risponde meglio a specifici approcci di leadership. I leader dovrebbero essere flessibili e personalizzare il proprio stile in base alle esigenze del gruppo, bilanciando direttività e autonomia. Valorizzare le competenze uniche: Ogni generazione porta con sé un patrimonio di conoscenze e competenze. I leader devono riconoscerle e integrarle, ad esempio assegnando ai membri più esperti il ruolo di mentori e coinvolgendo i più giovani in progetti innovativi. Offrire formazione continua: La formazione è uno strumento chiave per ridurre il divario tra le generazioni. Programmi che promuovono lo sviluppo delle competenze digitali per i più anziani e soft skills per i più giovani possono favorire l'integrazione. Incentivare la collaborazione e il lavoro di squadra: Attività di team building e progetti trasversali aiutano a creare un senso di appartenenza e a rafforzare i legami tra generazioni. Creare un ambiente inclusivo: Un ambiente di lavoro che rispetta le esigenze di ogni generazione promuove una maggiore coesione e motivazione, migliorando il benessere complessivo. Vantaggi della gestione multigenerazionale Un team ben gestito, composto da diverse generazioni, può rappresentare un vantaggio competitivo significativo. Le aziende che riescono a sfruttare la diversità intergenerazionale beneficiano di una gamma più ampia di prospettive, maggiore creatività e una migliore capacità di adattamento ai cambiamenti di mercato. Inoltre, la collaborazione tra generazioni favorisce lo scambio di conoscenze, migliorando la resilienza organizzativa. Un altro vantaggio è rappresentato dalla capacità di rispondere meglio alle esigenze di una clientela diversificata. Le generazioni più giovani possono offrire intuizioni preziose per il mercato digitale, mentre quelle più esperte contribuiscono con una profonda conoscenza del settore e relazioni consolidate. Conclusione La gestione di team multigenerazionali richiede un approccio proattivo e flessibile. Investire nel dialogo, nella formazione e nella valorizzazione delle differenze permette non solo di superare le sfide, ma anche di trasformare la diversità in una risorsa strategica per l'organizzazione. Un team multigenerazionale gestito in modo efficace non solo migliora la produttività, ma rafforza anche il senso di appartenenza e fiducia tra i dipendenti, contribuendo al successo aziendale a lungo termine.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
Informazioni Tecniche

La valorizzazione dei polimeri riciclati passa anche attraverso la soluzione del problema degli odoridi Marco ArezioIn un’ottica di economia circolare i polimeri riciclati che provengono dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata domestica, devono essere valorizzati riuscendo a risolvere anche il problema degli odori. La necessità di utilizzare maggiormente i polimeri riciclati che provengono dal post consumo è ormai diventata una questione primaria per il riciclo delle materie plastiche. Come riportato nell’articolo apparso sul portale della plastica e dell’economia circolare rMIX è necessario che si verifichino due condizioni fondamentali: Rimodulazione delle aspettative estetiche dei prodotti finiti fatti in plastica riciclata Riduzione o cancellazione degli odori che i prodotti fatti con l’input da post consumo portano con se dopo la produzione.Nel primo caso è importante poter produrre più prodotti con plastiche riciclate, specialmente quelli oggi realizzati con plastiche vergini solo per questioni estetiche che si potrebbero definire trascurabili, aumentando così il consumo di rifiuti plastici. Nel secondo caso, il problema dell’odore, condiziona ancora fortemente gli acquisti di granuli riciclati, specialmente in quei paesi dove è meno sentita la problematica della difesa ambientale. Se vogliamo fare un esempio, un flacone del detersivo prodotto con un HDPE riciclato, mantiene dopo la produzione una quota di odore (profumo?) di detersivo che proviene dalla lavorazione dei flaconi della raccolta differenziata, in cui le fragranze dei liquidi contenuti precedentemente rimangono anche dopo il lavaggio. Come vedete non è un problema invalidante per chi dovrà riempire nuovamente il flacone riciclato con liquidi profumati, ma è, ed è stato sempre un tema discusso dagli acquirenti di polimero. Sebbene le cose da questo punto di vista stiano lentamente cambiando, dove si trovano maggiori complicazioni sono quei prodotti fatti con PP o PP/PE o LDPE la cui materia prima ha contenuto residui alimentari, detergenti, cosmetici o dove il processo di rigenerazione presenza delle criticità. I fattori che contribuiscono maggiormente alla creazione degli odori sono rappresentati da: Residui alimentari, che creano processi microbiologici Residui di cosmetici che presentano difficoltà di pulizia durante il lavaggio Tensioattivi che vengono inglobati nelle plastiche Contaminazioni nelle acque di lavaggio del rifiuto plastico Contaminazioni causate dalla degradazione dei polimeri in fase di produzione dei granuli. Ad oggi una soluzione piena e definitiva del problema, da applicare nella produzione su larga scala dei polimeri riciclati, sembra non esserci ancora, infatti, si stanno percorrendo varie strade per cercare di mitigare e, in un futuro risolvere la presenza di questi odori. Copertura degli odori Esistono sul mercato numerosi prodotti, sotto forma di masterbach, che si utilizzano in fase di estrusione o iniezione dei prodotti, contenenti varie fragranze che aiutano a mitigare un odore pungente come può essere quello di alcune produzioni di polimeri. Le fragranze sono numerose: vaniglia, pino, fragola, arancia, limone, lavanda e tante altre. Processi Meccanici Esistono impianti di produzione dei granuli riciclati che, durante la lavorazione degli scarti plastici e della produzione del granulo stesso, riducono in modo sostanziale le fonti che generano gli odori sgradevoli. Questi impianti si basano su una tripla combinazione tra filtrazione, degasaggio e aspirazione delle parti volatili in modo da migliorare il problema. Ricerca scientifica Nello stesso tempo la ricerca sta facendo passi avanti per cercare di individuare, in modo scientifico ed inequivocabile la fonte degli odori dei composti provenienti dalla raccolta differenziata. L’istituto tedesco Fraunhofer Institute for Process and Engineering and Packaging (IVV) sta studiando come migliorare i processi di riciclo dei rifiuti da post consumo. Il lavoro si concentra, con un approccio olfattometrico e analitico, allo studio e la catalogazione degli odori presenti nelle plastiche post consumo, valutandone l’intensità e la provenienza, identificando i materiali che li producono attraverso un’analisi chimica. I dati raccolti da queste catalogazioni scientifiche aiuteranno i ricercatori a trovare processi adatti alla soluzione dei problemi causati dal decadimento microbiologico, dall’invecchiamento della plastica, dai risultati chimici dei processi termici e dai residui delle lavorazioni meccaniche della plastica che causano odori sgradevoli.Controllo analitico degli odori in laboratorioOggi abbiamo comunque la possibilità, attraverso una strumentazione di laboratorio, che unisce l'attività di un gascromatografo (GC) e uno spettrometro a mobilità ionica (IMS) di avere un quadro preciso sull'intensità e sulla natura degli odori che provengono dal rifiuto da riciclare o dalla scaglia o granulo prodotti dalle plastiche post consumo. Questo strumento ci aiuta ad individuare i componenti molesti dal punto di vista odoroso nei rifiuti in ingresso, ma anche sulla materia prima prodotta o sui prodotti finali realizzati con la plastica riciclata, così da stabilire azioni correttive o, con il cliente, un range analitico e non opinabile, del livello odori nei prodotti ed accettato dalle parti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - post consumo

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https://www.rmix.it/ - Il Lavoro di TOTAL sulla Biodiversità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Lavoro di TOTAL sulla Biodiversità
Notizie Generali

TOTAL sull'impegno ad un business attento alle esigenze della naturaIl nuovo comunicato stampa da parte del gruppo Francese Total racchiude lo sforzo che la società dichiara di fare per creare un business con il minor impatto ambientale possibile e rispettoso delle leggi ambientali.Sullo sfondo dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Total, che è stata appena riconosciuta come Global Compact Lead dalle Nazioni Unite, si impegna a favore della biodiversità estendendo la sua ambizione in quattro aree principali: 1. Zone di esclusione volontaria: Total si impegna, in riconoscimento del valore universale dei siti del patrimonio naturale mondiale dell'UNESCO, a non condurre operazioni di esplorazione o estrazione di petrolio o gas in queste aree. Total si impegna inoltre a non condurre alcuna esplorazione petrolifera nel ghiaccio marino artico. 2. Nuovi progetti: saranno sviluppati piani d'azione per la biodiversità per qualsiasi nuovo sito situato in un'area di interesse per la biodiversità, ovvero le aree protette IUCN (International Union for the Conservation of Nature) da I a IV e le aree di Ramsar. Inoltre, il Gruppo si impegna ad attuare misure per produrre un impatto positivo netto sulla biodiversità per ogni nuovo progetto situato in un'area IUCN I o II o area Ramsar. 3. Siti esistenti: su ogni sito esistente significativo dal punto di vista ambientale (siti di produzione di esplorazione e produzione, raffinerie, siti petrolchimici, centrali elettriche a gas) che è certificato ISO 14001, verrà implementato un piano d'azione sulla biodiversità. Total riferirà la sua distribuzione alle varie parti interessate. Quando un sito interrompe il suo funzionamento, Total si impegna anche a considerare lo sviluppo di un'area dedicata ricca di biodiversità (ad esempio habitat di specie rare, santuari della biodiversità, ecc.) Come una delle opzioni per la sua riabilitazione. 4. Promozione della biodiversità: come parte del programma Climate, Coastal and Oceans della Total Foundation, Total sosterrà i programmi di sensibilizzazione relativi alla biodiversità, l'educazione dei giovani e le azioni di ricerca. Total si impegna inoltre a condividere i dati sulla biodiversità raccolti nell'ambito dei nostri studi ambientali per i progetti del Gruppo con la comunità scientifica e il pubblico in generale. "La ricca biodiversità del pianeta è minacciata. L'inclusione della biodiversità da parte di Total risale a qualche tempo fa, ma l'attuale degrado dell'ambiente è una realtà che richiede a tutti noi di fare un cambiamento importante, collettivamente e individualmente. Per questo motivo, Total sta facendo un passo indietro per aumentare le sue ambizioni e gli impegni in materia di biodiversità, e questo contribuirà all'ambizione del Gruppo di diventare il maggiore responsabile dell'energia ", ha annunciato Patrick Pouyanné, Presidente e CEO di Total. Total aveva adottato una politica sulla biodiversità entro il 2005, per concretizzare il riconoscimento globale di questi temi da parte del Gruppo. Nel 2016 il Gruppo si è impegnato a contribuire alla realizzazione degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) adottati dalle Nazioni Unite, compresi quelli legati alla biodiversità. Nel 2018 Total ha firmato l'iniziativa act4nature guidata dall'associazione imprenditoriale francese Association Française des Entreprises pour l'Environnement (EpE). Immagine: by TOTAL

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https://www.rmix.it/ - Economia Circolare, Bioeconomia e SDGs: Una Prospettiva di Connessione
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Economia Circolare, Bioeconomia e SDGs: Una Prospettiva di Connessione
Ambiente

Come l'economia circolare e la bioeconomia contribuiscono agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibiledi Marco ArezioL'economia mondiale si trova di fronte a sfide senza precedenti, come il cambiamento climatico, l'esaurimento delle risorse naturali e la crescita demografica. La necessità di soluzioni sostenibili è più urgente che mai, e in questo contesto emergono due approcci fondamentali: l'economia circolare (EC) e la bioeconomia. Questi modelli si integrano strettamente e offrono un contributo cruciale al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). Questo articolo esplorerà come la bioeconomia e l'economia circolare possano lavorare in sinergia per facilitare la transizione verso un futuro più sostenibile, ponendo l'accento su politiche e strategie per integrare questi due approcci. Economia Circolare e Bioeconomia: Definizioni e Sinergie L'economia circolare è un paradigma economico che mira a minimizzare lo spreco e a mantenere i materiali e i prodotti in uso il più a lungo possibile. Si basa su principi come la progettazione per la durabilità, la riparabilità e il riciclo. In questo modello, i rifiuti diventano risorse, contribuendo a ridurre la dipendenza da materie prime vergini e a limitare l'impatto ambientale. La bioeconomia, invece, riguarda l'utilizzo di risorse biologiche rinnovabili per produrre cibo, energia e materiali, con l'obiettivo di sostituire le materie prime fossili con alternative basate sulla biomassa. Questo approccio promuove l'uso sostenibile delle risorse naturali e il rispetto degli ecosistemi. L'economia circolare e la bioeconomia sono strettamente interconnesse. L'economia circolare può essere vista come una cornice all'interno della quale la bioeconomia opera, ottimizzando l'uso delle risorse biologiche. Un esempio pratico di questa sinergia è la valorizzazione degli scarti agricoli per la produzione di bioplastiche o bioenergia, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e chiudendo il ciclo dei materiali. Contributo agli SDGs Il contributo dell'economia circolare e della bioeconomia agli SDGs è significativo e diversificato. Gli SDGs, adottati dalle Nazioni Unite nel 2015, rappresentano un quadro di riferimento globale per affrontare le sfide dello sviluppo sostenibile entro il 2030. Ecco come l'integrazione tra economia circolare e bioeconomia può contribuire a diversi SDGs: SDG 2: Fame Zero. La bioeconomia promuove pratiche agricole sostenibili, riducendo la dipendenza dai fertilizzanti chimici e migliorando la qualità del suolo tramite l'uso di ammendanti organici derivati dagli scarti agroindustriali. SDG 7: Energia Pulita e Accessibile. La produzione di bioenergia da biomassa è un elemento fondamentale della bioeconomia, garantendo l'accesso a forme di energia rinnovabile. L'economia circolare contribuisce a questo obiettivo promuovendo il recupero di energia dai rifiuti e migliorando l'efficienza delle risorse. SDG 9: Industria, Innovazione e Infrastrutture. L'integrazione tra economia circolare e bioeconomia stimola l'innovazione tecnologica, specialmente nelle industrie basate su biomassa, creando nuovi mercati per materiali sostenibili e supportando la transizione verso infrastrutture a basso impatto ambientale. SDG 12: Consumo e Produzione Responsabili. L'economia circolare mira a ridurre i rifiuti attraverso la progettazione di prodotti che possano essere riparati, riutilizzati e riciclati. La bioeconomia completa questo obiettivo promuovendo l'uso di risorse rinnovabili in modo efficiente e sostenibile. SDG 13: Lotta contro il Cambiamento Climatico. Entrambi gli approcci contribuiscono a ridurre le emissioni di gas serra. La bioeconomia lo fa sostituendo materiali fossili con biomassa, mentre l'economia circolare riduce la necessità di nuove materie prime, limitando così l'impatto ambientale dell'estrazione e della produzione. Politiche e Strategie per l'Integrazione Per massimizzare il potenziale dell'economia circolare e della bioeconomia nel contribuire agli SDGs, è fondamentale una solida integrazione a livello politico e strategico. Alcune delle politiche chiave includono: Quadri normativi integrati. I governi dovrebbero sviluppare politiche che supportino sia la transizione verso l'economia circolare sia la promozione della bioeconomia. Ad esempio, incentivando la produzione di bioprodotti da scarti industriali e agricoli. Incentivi finanziari. Misure fiscali come sussidi e agevolazioni fiscali possono incoraggiare le aziende a investire in tecnologie innovative che abbracciano entrambi i modelli. Un esempio è rappresentato dai fondi per la ricerca nel settore bio-based e per le tecnologie avanzate di riciclo. Collaborazione pubblico-privato. La creazione di partenariati tra settore pubblico, privato e istituti di ricerca è essenziale per sviluppare soluzioni innovative. Questi partenariati possono facilitare la creazione di filiere produttive sostenibili, valorizzando al meglio gli scarti. Educazione e sensibilizzazione. Promuovere la conoscenza dell'economia circolare e della bioeconomia tra i cittadini è cruciale per favorire l'adozione di pratiche sostenibili. Campagne di sensibilizzazione e programmi educativi possono contribuire a creare una cultura del consumo responsabile. Innovazione tecnologica. Investire in ricerca e sviluppo è fondamentale per sviluppare nuove soluzioni che migliorino l'efficienza delle risorse biologiche e minimizzino gli sprechi. Tecnologie come la bioraffineria integrata, che trasforma la biomassa in una vasta gamma di prodotti, sono esempi di innovazione che uniscono economia circolare e bioeconomia. Conclusioni L'integrazione tra economia circolare e bioeconomia rappresenta una potente leva per affrontare le sfide ambientali e socioeconomiche attuali, contribuendo al raggiungimento degli SDGs. La sinergia tra questi due modelli permette di massimizzare l'efficienza delle risorse, ridurre gli sprechi e creare un sistema economico più resiliente e sostenibile. Tuttavia, è necessario un forte supporto politico, innovazione tecnologica e una stretta collaborazione tra tutti gli attori della società per realizzare pienamente questo potenziale. Solo attraverso un approccio integrato e coordinato sarà possibile creare una società che non solo vive in armonia con le risorse naturali, ma che le valorizza in modo equo e sostenibile. © Riproduzione VietataFonti Informative - Ellen MacArthur Foundation (2021). "What is Circular Economy?". - European Commission (2020). "A new Circular Economy Action Plan for a cleaner and more competitive Europe". - FAO (2018). "The State of the World’s Forests". - United Nations (2015). "Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development". - OECD (2019). "The Bioeconomy to 2030: Designing a Policy Agenda". - World Economic Forum (2022). "The Bioeconomy and Circular Economy Connection: Opportunities for a Sustainable Future".

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: Total Rafforza il Business del Gas Naturale con Fonroche Biogaz
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: Total Rafforza il Business del Gas Naturale con Fonroche Biogaz
Notizie Generali

Total Rafforza il Business del Gas Naturale con Fonroche BiogazLa diversificazione energetica di Total continua, non solo nel campo dell'energia solare, ma anche attraverso acquisizioni di produttori di energie rinnovabili come quella del Biogas.Total annuncia l'acquisizione di Fonroche Biogaz, una società che progetta, costruisce e gestisce unità di digestione anaerobica in Francia. Con quasi 500 gigawattora (GWh) di capacità installata, raddoppiata tra il 2019 e il 2020, Fonroche Biogaz è oggi il leader del mercato francese nella produzione di gas rinnovabile con una quota di mercato superiore al 10% grazie a un portafoglio di sette unità in operazione e una pipeline di quattro progetti imminenti. Attingendo alle competenze dei suoi 85 dipendenti, Fonroche Biogaz ha sviluppato competenze industriali e tecnologiche lungo l'intera catena del valore dei gas rinnovabili. La sua integrazione segna un passo significativo nello sviluppo di Total sul mercato del gas rinnovabile, con prospettive di rapida crescita sul mercato francese e di diffusione internazionale. "Questa acquisizione è coerente con la nostra strategia e i nostri progetti sull’impronta climatica di arrivare a Net Zero entro il 2050. Riteniamo che il gas rinnovabile abbia un ruolo chiave da svolgere nella transizione energetica in quanto contribuisce a ridurre l'intensità di carbonio del gas naturale - e sosteniamo l'imposizione della miscelazione del gas rinnovabile nelle reti del gas naturale ", spiega Philippe Sauquet, Presidente Gas, Renewables & Power di Total. "Nel 2020 abbiamo dichiarato la nostra intenzione di contribuire allo sviluppo di questo settore, che ci aspettiamo diventi più competitivo nei prossimi anni. Intendiamo produrre 1,5 terawatt-ora (TWh) di biometano all'anno entro il 2025 e Fonroche Biogas è quindi la pietra angolare del nostro sviluppo in questo mercato ". "Siamo orgogliosi di entrare a far parte del Gruppo Total, che ha mostrato una forte visione e ambizione, lanciando un massiccio e sostenibile programma di investimenti nelle energie rinnovabili. Il nostro modello di business integrato combinato con la forza e la portata globale di Total ci offre una prospettiva positiva e sostenibile per il futuro. Il loro eccellente track record nel settore solare, sia in termini di durata dei loro investimenti che di forte crescita, ha confermato la nostra decisione di unire le competenze dei team di Fonroche Biogaz con questo major dell'energia francese ", ha dichiarato Yann MAUS, Presidente e Fondatore di Fonroche Group. Con questa acquisizione, Total diventa uno dei principali attori nel gas rinnovabile in Francia e in Europa, e rafforza in modo significativo la sua presenza nel settore, già efficace attraverso le sue affiliate Méthanergy (produzione combinata di calore ed energia da biogas), PitPoint e Clean Energy (produzione di biometano e distribuzione tramite una rete di stazioni Bio-CNG / Bio-LNG) rispettivamente in Benelux e negli Stati Uniti. Nel dicembre 2020, Total ha firmato un Memorandum of Understanding (MoU) con Clean Energy per stabilire una joint venture 50/50 da $ 100 milioni per sviluppare progetti di produzione di gas rinnovabile negli Stati Uniti. Entro il 2030, Total prevede di produrre da 4 a 6 TWh di biometano all'anno. Redazione di Total

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https://www.rmix.it/ - Sindrome dell’Impostore: Cos’è, Perché Colpisce i Migliori e Come Gestirla sul Lavoro
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Sindrome dell’Impostore: Cos’è, Perché Colpisce i Migliori e Come Gestirla sul Lavoro
Management

Cos’è la sindrome dell’impostore, perché colpisce i professionisti più competenti e quali strategie adottare per trasformarla in un punto di forza senza compromettere il benessere lavorativodi Marco ArezioIl mondo del lavoro è spesso dominato da un paradigma che vede la sicurezza in sé stessi come un fattore chiave per il successo. Dirigenti e recruiter tendono a favorire candidati che mostrano fiducia nelle proprie capacità, mentre la leadership è spesso associata a un atteggiamento assertivo e deciso. Tuttavia, una serie di ricerche accademiche sta mettendo in discussione questa visione, dimostrando che alcuni tra i professionisti più performanti convivono con un profondo senso di inadeguatezza: si tratta di persone che soffrono della sindrome dell’impostore. Questo fenomeno psicologico porta individui altamente qualificati a dubitare delle proprie capacità, a credere che i loro successi siano dovuti al caso o a fattori esterni e a temere costantemente di essere “smascherati” come incompetenti. Paradossalmente, queste persone si rivelano spesso tra i migliori lavoratori di un’organizzazione. Il loro stato d’ansia le spinge infatti a impegnarsi di più, a lavorare con maggiore precisione e a sviluppare una forte etica professionale. Tuttavia, se non gestita adeguatamente, questa condizione può portare a esaurimento emotivo, insoddisfazione e burnout. Diventa quindi cruciale per manager e responsabili delle risorse umane comprendere le dinamiche della sindrome dell’impostore e adottare strategie efficaci per supportare chi ne soffre, massimizzando il contributo di questi talenti senza compromettere il loro benessere. Cos’è la sindrome dell’impostore e perché colpisce i più competenti La sindrome dell’impostore è stata identificata per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. Inizialmente, si pensava che fosse un fenomeno tipico delle donne di successo, ma studi successivi hanno dimostrato che riguarda indistintamente uomini e donne in qualsiasi settore professionale. Chi ne soffre tende a vivere con il costante timore di non essere realmente all’altezza del proprio ruolo e di essere scoperto come un “impostore”. Questa condizione è diffusa soprattutto in ambienti altamente competitivi, dove il livello di competenza richiesto è elevato e la pressione sulle performance è costante. Ma perché la sindrome colpisce proprio chi è più competente? Le cause sono diverse: - Bias di attribuzione: chi soffre della sindrome dell’impostore tende a credere che i propri successi siano dovuti a fattori esterni come la fortuna, il caso o l’aiuto di altri, piuttosto che alle proprie capacità e al proprio talento. - Perfezionismo: molte persone con questa sindrome fissano standard irraggiungibili per sé stesse. Anche un piccolo errore viene percepito come una conferma della propria inadeguatezza. - Confronto sociale: chi soffre di questa sindrome osserva gli altri colleghi e ne vede solo i successi, senza percepire le loro difficoltà, finendo per considerarsi inferiore. - Fattori culturali e educativi: un’educazione basata su aspettative molto alte o su critiche costanti può portare una persona a non sentirsi mai veramente all’altezza, anche da adulta. Anche se questi aspetti possono sembrare negativi, diverse ricerche hanno dimostrato che le persone che sperimentano la sindrome dell’impostore spesso ottengono risultati migliori rispetto ai colleghi più sicuri di sé. Ma perché? Perché chi si sente inadeguato lavora meglio: il paradosso della performance Uno degli aspetti più sorprendenti della sindrome dell’impostore è il suo legame con l’alta performance lavorativa. Diversi studi accademici, tra cui quello della Sloan School of Management del MIT di Cambridge, hanno dimostrato che le persone affette da questa sindrome spesso eccellono nel proprio lavoro per una serie di motivi: Maggiore impegno e dedizione La paura di non essere abbastanza competenti porta queste persone a impegnarsi molto più della media. Passano più tempo a studiare, a prepararsi e a perfezionare il proprio lavoro, riducendo il rischio di errori. Attenzione ai dettagli Il perfezionismo caratteristico della sindrome dell’impostore si traduce spesso in un lavoro meticoloso, con un’attenzione superiore alla media per i dettagli e la qualità del prodotto finale. Elevata intelligenza emotiva e collaborazione Le persone che si sentono insicure sulle proprie capacità tendono a sviluppare una forte empatia verso gli altri e a cercare di essere più disponibili e collaborative con i colleghi. Questo le rende ottimi membri di un team. Tuttavia, questo successo ha un costo: l’ansia costante e lo stress possono portare al burnout. Per questo motivo, è essenziale che i manager riconoscano questa condizione e trovino strategie per gestirla in modo efficace. Come gestire la sindrome dell’impostore in azienda Per le aziende, imparare a gestire la sindrome dell’impostore è fondamentale per valorizzare il talento senza rischiare di esaurirlo. Ecco alcune strategie utili: 1. Riconoscere il problema e normalizzarlo Molti professionisti credono di essere gli unici a provare questa insicurezza, quando in realtà è un fenomeno molto diffuso. Parlare apertamente di questa sindrome aiuta a ridurre lo stigma e a creare un ambiente lavorativo più sereno. 2. Fornire feedback oggettivi e costruttivi Chi soffre di sindrome dell’impostore tende a svalutare i propri successi. I manager possono aiutarli fornendo feedback basati su dati concreti, sottolineando i risultati positivi e non solo le aree di miglioramento. 3. Promuovere la mentalità di crescita Secondo la psicologa Carol Dweck, una mentalità orientata alla crescita aiuta a sviluppare fiducia nelle proprie capacità. Le aziende possono incentivare questa visione offrendo percorsi di formazione e sviluppo professionale. 4. Creare un ambiente lavorativo che non premi solo la perfezione Gli ambienti che enfatizzano solo il successo individuale e la competizione esacerbano la sindrome dell’impostore. Un’organizzazione che valorizza la collaborazione e l’apprendimento dagli errori aiuta i dipendenti a lavorare con maggiore serenità. 5. Offrire supporto psicologico e mentoring Programmi di mentoring, coaching e supporto psicologico possono essere strumenti fondamentali per chi soffre di insicurezza cronica. Avere un mentore con cui confrontarsi aiuta a mettere in prospettiva le proprie paure e a sviluppare strategie per affrontarle. Conclusioni: trasformare l’insicurezza in un punto di forza La sindrome dell’impostore è una condizione complessa e diffusa, che può rappresentare sia un ostacolo che una risorsa nel mondo del lavoro. Se da un lato spinge le persone a dare il massimo, dall’altro può condurre a livelli di stress insostenibili. Le aziende hanno quindi la responsabilità di riconoscere questo fenomeno e di adottare strategie che permettano ai lavoratori di eccellere senza compromettere il proprio benessere. Un ambiente di lavoro che favorisce il riconoscimento del valore individuale, che premia il miglioramento continuo e che supporta emotivamente i dipendenti può trasformare l’insicurezza in un potente motore di crescita, sia per le persone che per l’organizzazione.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Quando la Terra Presenta il Conto. Capitolo 7: Il disastro di Times Beach
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quando la Terra Presenta il Conto. Capitolo 7: Il disastro di Times Beach
Ambiente

Dalla polvere delle strade sterrate alla scoperta della diossina, dall’evacuazione forzata alla bonifica impossibile: il caso Times Beach in Missouri Saggio Ambientale. Quando la Terra Presenta il Conto. Capitolo 7: Il disastro di Times BeachAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, gestione dei materiali, impatti ambientali delle filiere industriali e processi di responsabilità estesa lungo il ciclo di vita dei prodotti.Data: Marzo 2026 Times Beach: quando una città povera diventa il terminale invisibile dei rifiuti tossici Il disastro di Times Beach occupa un posto centrale nella storia dell’inquinamento industriale contemporaneo perché mostra con una chiarezza brutale un fatto spesso rimosso dal dibattito pubblico: i grandi eventi di contaminazione non nascono soltanto dentro i recinti delle fabbriche, ma si compiono soprattutto nei luoghi periferici, vulnerabili, poco ascoltati. Times Beach, in Missouri, non era una metropoli industriale né un distretto produttivo strategico. Era una piccola comunità sorta come località di villeggiatura sul Meramec River e divenuta, con il tempo, una cittadina povera, con strade sterrate, case leggere, bilanci comunali fragili e scarsa capacità di controllo tecnico. Proprio questa fragilità ne fece il luogo ideale in cui spostare un rischio che altrove sarebbe stato più visibile e più contestato. La località, nata nel 1926 come insediamento collegato a una promozione del St. Louis Times, si trasformò progressivamente in un centro residenziale modesto, lontano dai circuiti del potere economico e politico. Negli anni Sessanta e Settanta il problema più concreto, quotidiano, quasi banale, era la polvere. Le strade non asfaltate, percorse da auto e camion, sollevavano nubi persistenti durante la stagione secca. Per gli abitanti significava finestre chiuse, panni da rilavare, aria pesante, disagio continuo. Per l’amministrazione locale significava una questione economica: asfaltare costava troppo, mentre esistevano soluzioni apparentemente più economiche e immediate. In quel contesto venne utilizzato un olio spruzzato sulle strade per fissare la polvere al suolo. La pratica, presa isolatamente, poteva sembrare ordinaria in molte aree rurali statunitensi dell’epoca. Ciò che non era ordinario, e che nessuno nella popolazione poteva realisticamente verificare, era la natura di quel materiale: rifiuti contaminati da diossina, una famiglia di composti altamente tossici, persistenti e bioaccumulabili. Le diossine sono infatti riconosciute come persistent organic pollutants, capaci di degradarsi molto lentamente nell’ambiente, di accumularsi lungo la catena alimentare e di concentrarsi nei tessuti grassi animali e umani. La forza devastante di questo caso non sta soltanto nella tossicità della sostanza, ma nel modo in cui essa entrò nella vita quotidiana. A Times Beach l’olio non venne percepito come minaccia: venne percepito come soluzione. Fu spruzzato sulle strade, in aree frequentate, in luoghi di transito e vita comunitaria. Bambini, animali domestici, automobili, biciclette, scarpe, vento e pioggia divennero vettori inconsapevoli di dispersione. La contaminazione non arrivò con l’immagine classica della catastrofe industriale fatta di fumo, sirene o esplosioni. Arrivò sotto forma di normalità amministrativa, di routine tecnica, di piccola economia locale. Ed è proprio qui che Times Beach si rivela come caso paradigmatico di ingiustizia ambientale: il rischio non venne scelto dalla popolazione, ma trasferito su di essa approfittando della sua debolezza sociale e istituzionale. La diossina invisibile: perché il pericolo fu sottovalutato per anni La diossina, dal punto di vista chimico e tossicologico, rappresenta il contaminante perfetto per passare inosservato nelle prime fasi dell’esposizione. Non ha l’immediatezza sensoriale di altri inquinanti; non offre alla popolazione segnali evidenti di pericolo; non produce necessariamente effetti acuti uniformi e riconoscibili nel breve periodo. La sua pericolosità sta nella persistenza, nella capacità di legarsi alle particelle del suolo, di entrare nei sistemi biologici e di accumularsi nel tempo. L’EPA e l’ATSDR sottolineano proprio questi aspetti: lunga permanenza nell’ambiente, tendenza alla bioaccumulazione e possibilità di effetti gravi su salute, sviluppo, sistema immunitario, assetto endocrino e rischio oncologico. In una comunità povera e marginale come Times Beach, priva di accesso a strumenti di analisi indipendente e abituata a fidarsi delle decisioni locali, i primi segnali non poterono essere letti come tasselli di un quadro tossicologico coerente. Malesseri, morti di animali, anomalie diffuse vennero interpretati come coincidenze. Anche quando emersero episodi inquietanti in altri luoghi del Missouri, in particolare in aree equestri dove terreni trattati con lo stesso materiale furono associati alla morte di cavalli, ci volle tempo prima che il nesso fra smaltimento illecito e contaminazione diffusa fosse ricostruito. È un passaggio cruciale, perché mostra che la conoscenza del danno non manca solo quando non ci sono dati: manca anche quando i dati esistono ma sono frammentati, dispersi tra territori diversi, enti diversi, competenze diverse....ACQUISTA IL LIBRO FontiU.S. Environmental Protection Agency (EPA), A Town, a Flood, and Superfund: Looking Back at the Times Beach Disaster Nearly 40 Years Later. È la fonte principale per la ricostruzione storica del caso, inclusi contaminazione, alluvione del 1982, evacuazione, buyout federale e significato del caso Times Beach nella storia ambientale statunitense. U.S. Environmental Protection Agency (EPA), Times Beach | Superfund Site Profile. Utile per i dati tecnici e amministrativi: inserimento nel National Priorities List nel 1983, ricollocazione completa dei residenti entro il 1986, bonifica completata nel 1997, apertura del Route 66 State Park nel 1999 e cancellazione dal NPL nel 2001. U.S. Environmental Protection Agency (EPA), Learn about Dioxin. Fonte di riferimento per spiegare cos’è la diossina, come si presenta nell’ambiente, perché è invisibile a occhio nudo e perché rappresenta un contaminante persistente e pericoloso. Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR), Chlorinated Dibenzo-p-Dioxins (CDDs) – ToxFAQs™. Molto utile per la parte tossicologica sintetica: famiglia dei composti, formazione come sottoprodotti industriali, effetti sanitari e classificazione del rischio. Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR), Public Health Statement for Chlorinated Dibenzo-p-Dioxins (CDDs). Fonte più estesa per approfondire esposizione, effetti sulla salute, vie di contatto e quadro generale di rischio associato alle diossine. Missouri State Parks, General Information – Route 66 State Park. Utile per il contesto storico locale: nascita di Times Beach nel 1926, evoluzione dell’area e trasformazione finale del sito bonificato in parco pubblico.

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https://www.rmix.it/ - Soluzioni sostenibili per la gestione delle risorse idriche nelle cartiere
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Soluzioni sostenibili per la gestione delle risorse idriche nelle cartiere
Ambiente

Come un impianto di riciclo a ciclo chiuso può ridurre il consumo di acqua, migliorare l’efficienza produttiva e contribuire alla sostenibilità ambientale nel settore della produzione di cartadi Marco Arezio Le cartiere sono impianti industriali che utilizzano grandi quantità di acqua per la produzione di carta. Dalla preparazione della pasta di cellulosa al lavaggio e trattamento delle fibre, l’acqua è un elemento essenziale in tutto il processo. Tuttavia, questo uso intensivo ha anche un grande impatto ambientale, soprattutto se si considera che, tradizionalmente, molte cartiere scaricano l’acqua utilizzata, anche se trattata, nell’ambiente circostante. Negli ultimi anni, sempre più aziende del settore si stanno muovendo verso sistemi di gestione idrica più sostenibili, e tra le soluzioni più efficaci spicca l’implementazione di impianti di riciclo delle acque a ciclo chiuso. Questo tipo di impianto consente di riutilizzare l’acqua all’interno del ciclo produttivo, riducendo drasticamente il consumo complessivo e minimizzando l’impatto ambientale. Vediamo come funziona un impianto di questo tipo, perché viene implementato e quali vantaggi offre. Perché adottare un sistema a ciclo chiuso L’acqua è una risorsa sempre più preziosa, e il suo utilizzo deve essere ottimizzato per ridurre la pressione sugli ecosistemi. In questo contesto, adottare un impianto di riciclo a ciclo chiuso permette di ridurre il prelievo di nuove risorse idriche dall’ambiente, contribuendo alla sostenibilità del processo produttivo. Ma i vantaggi non si limitano all’aspetto ambientale. Utilizzando meno acqua fresca e riducendo il volume delle acque reflue da trattare e smaltire, le cartiere possono anche abbattere i costi operativi. Infatti, diminuendo la quantità di acqua prelevata e quella scaricata, si riducono anche le spese legate ai sistemi di approvvigionamento e depurazione. Inoltre, adottare un sistema a ciclo chiuso aiuta le aziende a conformarsi a normative ambientali sempre più restrittive, che impongono limiti severi sugli scarichi inquinanti e sull’utilizzo di risorse naturali. La riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti e il risparmio idrico sono oggi aspetti chiave per migliorare la reputazione aziendale e allinearsi agli obiettivi di sostenibilità a lungo termine. Come funziona un impianto di riciclo a ciclo chiuso La realizzazione di un impianto di riciclo delle acque all’interno di una cartiera richiede uno studio attento del processo produttivo e delle caratteristiche delle acque reflue generate. Queste acque, infatti, possono contenere residui di fibre di cellulosa, sostanze chimiche, materiali organici e inorganici. Per garantire che l’acqua possa essere riutilizzata in sicurezza, è necessario adottare tecnologie avanzate che consentano di purificarla adeguatamente. Il processo di riciclo si articola in più fasi: 1. Trattamento delle acque reflue La prima fase consiste nel rimuovere i solidi sospesi e le impurità più grossolane. Questo avviene attraverso filtri o centrifughe che separano le fibre di cellulosa e altri residui dall’acqua. Il trattamento delle acque può avvenire anche tramite l’aggiunta di agenti chimici, come i flocculanti, che aggregano le particelle più fini, facilitandone la rimozione. Una volta rimosse le impurità solide, si passa a un trattamento più approfondito delle sostanze disciolte. In molti casi, si ricorre a trattamenti biologici, dove batteri e microrganismi decompongono le sostanze organiche, o a trattamenti chimici per abbattere i composti inorganici. 2. Filtrazione avanzata e disinfezione Dopo il trattamento iniziale, l’acqua viene sottoposta a ulteriori processi di filtrazione per eliminare anche i contaminanti più piccoli. Tecnologie come l’ultrafiltrazione o la nanofiltrazione permettono di rimuovere particelle microscopiche, virus e batteri. Infine, si procede alla disinfezione dell’acqua. In genere, vengono impiegati sistemi di irradiazione con raggi ultravioletti (UV) che sterilizzano l’acqua senza l’uso di sostanze chimiche, o, in alcuni casi, vengono utilizzati sistemi a base di cloro, sebbene l’irradiazione UV sia preferita per la sua maggiore sicurezza e sostenibilità. 3. Reimmissione nel processo produttivo Dopo essere stata trattata e disinfettata, l’acqua viene reimmessa nel ciclo produttivo. È fondamentale monitorare costantemente la qualità dell’acqua riciclata per assicurarsi che sia adatta all’uso nei processi produttivi e che non contenga impurità che potrebbero influire sulla qualità della carta o sui macchinari utilizzati. Materiali e tecnologie utilizzate Per garantire l’efficienza del sistema e mantenere elevata la qualità dell’acqua riciclata, è essenziale adottare materiali e tecnologie avanzate: Membrane filtranti: Le membrane utilizzate per l’ultrafiltrazione e la nanofiltrazione sono progettate per bloccare le particelle più piccole, garantendo che l’acqua riciclata sia priva di contaminanti. Sistemi di ossidazione avanzata: In alcuni casi, è necessario ricorrere a tecnologie di ossidazione avanzata come l’ozonizzazione o l’uso di perossido di idrogeno per abbattere le sostanze organiche refrattarie e garantire una disinfezione efficace. Agenti chimici: Per facilitare il trattamento dell’acqua, vengono spesso utilizzati coagulanti e flocculanti, che aggregano le particelle fini e ne agevolano la rimozione durante i processi di filtrazione. Sistemi di automazione: Il controllo della qualità dell’acqua e il monitoraggio del funzionamento dell’impianto sono gestiti attraverso sistemi di automazione avanzati. Sensori e software di monitoraggio consentono di intervenire tempestivamente in caso di malfunzionamenti e di mantenere costantemente elevati gli standard di efficienza. La gestione e la manutenzione dell’impianto Un impianto di riciclo delle acque a ciclo chiuso, per mantenere un’elevata efficienza, richiede una gestione costante e una manutenzione regolare. Uno degli aspetti più critici è il monitoraggio continuo della qualità dell’acqua, per evitare che l’accumulo di impurità comprometta il processo produttivo o danneggi i macchinari. Le membrane utilizzate per la filtrazione, ad esempio, devono essere periodicamente pulite o sostituite, poiché nel tempo possono intasarsi o perdere la loro capacità filtrante. Anche i sistemi di disinfezione, come quelli UV, richiedono una manutenzione regolare per garantire che continuino a operare correttamente e a mantenere l’acqua priva di contaminanti patogeni. I vantaggi del riciclo a ciclo chiuso Oltre ai benefici ambientali, l’adozione di un impianto di riciclo delle acque a ciclo chiuso rappresenta un vantaggio competitivo per le cartiere. Riducendo il consumo di acqua e le emissioni di sostanze inquinanti, le aziende possono abbattere i costi operativi, limitare le spese legate ai trattamenti esterni e migliorare la propria immagine sotto il profilo della sostenibilità. A livello normativo, inoltre, le cartiere che adottano questo tipo di impianto si preparano al futuro, rispondendo alle crescenti esigenze di conformità ambientale e riducendo il rischio di sanzioni o restrizioni imposte dalle autorità competenti. Conclusioni In un contesto in cui l’attenzione alla sostenibilità ambientale è sempre più centrale, l’adozione di un impianto di riciclo delle acque a ciclo chiuso in una cartiera rappresenta una soluzione innovativa e vantaggiosa. Riducendo il consumo di acqua e minimizzando gli scarichi, questo sistema consente alle cartiere di contribuire alla protezione dell’ambiente e di ridurre i propri costi operativi, garantendo al contempo un elevato livello di qualità nel processo produttivo. La corretta progettazione e gestione di questi impianti richiede una profonda conoscenza delle tecnologie di trattamento delle acque e dei processi industriali, ma i benefici che ne derivano sono chiari: meno risorse consumate, meno rifiuti generati e un miglioramento complessivo delle performance aziendali.© Riproduzione Vietata

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Scopri la directory rMIX dedicata ai consulenti ambientali, tecnici, vendite e strategici per progetti di riciclo, sostenibilità e gestione dei rifiuti. Contatta subito studi e professionisti qualificatiNel contesto sempre più complesso e competitivo dell’economia circolare, poter contare su consulenze professionali e specializzate è un fattore decisivo per aziende, enti pubblici e operatori ambientali. La sezione “Cerca Aziende – Consulenza” del portale rMIX è stata pensata proprio per soddisfare questa esigenza crescente, mettendo in contatto diretto chi offre competenze tecniche, strategiche e normative con chi le cerca per migliorare i propri processi di sostenibilità. rMIX è oggi il principale hub digitale italiano dedicato al riciclo, ai materiali rigenerati e alla transizione ecologica. La pagina dedicata alla consulenza rappresenta un punto di accesso immediato e altamente profilato per scoprire professionisti, società e studi di consulenza attivi nel campo ambientale, dell’innovazione green e dell’economia circolare. Una directory verticale sulla consulenza per il riciclo All’interno della sottocategoria “Consulenza” della sezione “Cerca Aziende”, trovi un elenco in continuo aggiornamento di soggetti qualificati, selezionati per esperienza, ambiti di intervento e referenze documentabili. Il servizio copre una vasta gamma di settori e competenze, tra cui: - Consulenza ambientale normativa (rifiuti, emissioni, autorizzazioni AUA/AIA, End of Waste) - Consulenza sulla vendita di polimeri riciclati, macchine e impianti per il riciclo - Progettazione e gestione impianti di riciclo e trattamento rifiuti - Supporto alla transizione verso modelli di economia circolare - Studi di fattibilità e analisi LCA (Life Cycle Assessment) - Eco-design e progettazione sostenibile di prodotti - Sistemi di gestione ambientale (ISO 14001, EMAS, ecc.) - Consulenza su incentivi, bandi pubblici e finanziamenti green Ogni scheda aziendale presente nella directory è completa di informazioni utili per un primo contatto diretto: recapiti telefonici, e-mail, eventuali link al sito web, descrizione dei servizi offerti e, quando disponibili, ambiti territoriali di operatività.Perché cercare consulenti con rMIX? Se operi nel settore industriale, nella gestione ambientale o nella pianificazione di progetti legati alla sostenibilità, sai quanto sia importante affidarsi a professionisti competenti e aggiornati. Con rMIX puoi trovare in pochi click: - Studi e società con competenze certificate - Professionisti attivi in tutta Italia e all'estero - Consulenti esperti in filiere specifiche: plastica, metalli, carta, RAEE, vetro, legno, RAEE, tessuti, edilizia sostenibile, ecc. - Partner per audit ambientali, conformità normativa e formazione tecnica La piattaforma è costruita per facilitare una ricerca rapida e mirata, grazie a un motore interno con filtri tematici, che ti permette di identificare il profilo più adatto al tuo progetto o alla tua impresa, senza perdite di tempo né passaggi intermedi. Un’opportunità per i professionisti del settore Se sei un consulente ambientale o rappresenti uno studio tecnico con specializzazione nel riciclo o nella sostenibilità o sei un'azienda la presenza nella directory rMIX può aumentare notevolmente la tua visibilità online e il tuo potenziale di networking professionale. Iscrivendoti al portale, puoi: - Pubblicare gratuitamente la tua scheda professionale - Presentare i tuoi servizi in una vetrina settoriale dedicata - Essere trovato da aziende, enti e professionisti del settore ambientale - Ricevere contatti diretti da parte di clienti potenzialmente interessati - Rientrare in una rete nazionale di operatori impegnati nella transizione ecologica Essere presenti nella sezione “Cerca Aziende – Consulenza” significa posizionarsi all’interno di un contesto coerente, tematico, e fortemente orientato all’azione. Una risorsa unica per costruire progetti circolari rMIX è molto più di un portale: è una piattaforma attiva che promuove concretamente l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del riciclo e della sostenibilità. Attraverso la directory dedicata alla consulenza, contribuisce alla costruzione di una filiera virtuosa, in cui le competenze si incontrano, si scambiano e generano valore. Scopri ora la sezione Consulenza nella pagina “Cerca Aziende” di rMIX: 👉 Vai alla directory Consulenza su rMIX

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https://www.rmix.it/ - La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfetta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfetta
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La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfettadi Marco ArezioUn periodo così se lo ricorderanno a lungo, non solo il sistema industriale Turco che utilizza il polipropilene ma, a cascata, anche gli acquirenti dei prodotti finiti che le fabbriche Turche riforniscono e il sistema finanziario che è sotto pressione.Gli aumenti spropositati del polipropilene in Turchia è la conseguenza di una serie di situazioni eccezionali che si sono verificate sui mercati mondiali delle materie prime vergini, manifestandosi come una tempesta perfetta. E come tutte le tempeste improvvise, la situazione ha colto di sorpresa anche i buyers Turchi, creando una serie di difficoltà sull’approvvigionamento della materia prima, sui livelli di prezzi insostenibili e sui bilanci delle aziende. La concatenazione degli eventi si è abbattuta su analisi previsionali di disponibilità di PP regolare, pur con una previsione di un rialzo dei prezzi che sembrava sostenibile e ciclico. Le aspettative di un rialzo graduale ruotavano intorno alla considerazione di un periodo estremamente lungo di prezzi sotto la media, di una ipotesi di ripresa internazionale e dell’avvicinarsi del capodanno Cinese che avrebbe liberato maggiori disponibilità sul mercato. In realtà queste tesi si sono rilevate sbagliate in merito all’eccezionalità degli eventi che sono capitati: • I problemi metereologici negli USA con un crollo delle produzioni di PP • Lo spostamento di parti delle scorte mondiali dei produttori verso mercati più profittevoli come gli USA e l’Europa • La scarsità di circolazione dei containers che ha impennato le quotazioni • Il concatenamento di fermi produttivi agli impianti, in parte già programmati come Total, Ineos, LyondellBasell, ExxonMobil, Borealis e Unipetrol. Scorte ridotte anche nel Medio Oriente, area di normale approvvigionamento per la Turchia • La riduzione delle festività del capodanno cinese a causa del Covid con una ripresa dei consumi di di polimeri prima del previsto • Il rallentamento delle operazioni doganali causa Covid. Questi eventi concatenati hanno portato in Turchia un livello dei prezzi elevatissimi, con una scarsità di disponibilità che ha messo in crisi i produttori locali. Gli operatori dichiarano aumenti per il PPH di 350-500 $ a tonnellata, da una settimana all’altra e i buyers non sanno come trasmettere in modo costruttivo al settore commerciale gli aumenti dei costi dei prodotti. La crescita dei prezzi in percentuale ha raggiunto il 49% per il PP Raffia e il 32% il PPBC per iniezione, rispetto a Febbraio 2021, creando il caos soprattutto nelle aziende che lavorano con contratti di forniture per clienti che assemblano i semilavorati prodotti in Turchia. Non sono solo i margini di contribuzione sulle commesse a non quadrare più, ma anche l’impossibilità di produrre per la mancanza, anche a qualsiasi prezzo, della materia prima. Nemmeno l’aumento della lira turca rispetto al dollaro è stata di aiuto in questa situazione paradossale, che sta mettendo in ginocchio il comparto delle materie plastiche avendo un peso nel paese di cruciale importanza. Ci si interroga su quando questa situazione possa risolversi, ma gli analisti sono prudenti nello stabilire delle date, in quanto il fenomeno è complesso e la risoluzione delle problematiche passa dall’evolversi in modo positivo di tutti i fattori sopra descritti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PP - Turchia Maggiori informazioni sulle regole di navigazione internazionali

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Dalla raccolta differenziata alla crisi dei riciclatori europei, fino alle nuove regole UE su contenuto riciclato e tracciabilità: un’analisi aggiornata al 2026 sul limite del modello pubblico-privato nella filiera dei rifiutiApprofondimento aggiornato al 2026 sul rapporto tra capitalismo, raccolta differenziata ed economia circolare: perché il riciclo non può reggersi solo sulle logiche di mercato e quali correttivi servono. Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data di prima pubblicazione: giugno 2020 Articolo aggiornato al: 8 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minuti Quando questo articolo fu scritto, nel giugno 2020, il tema sembrava quasi provocatorio: sostenere che capitalismo e imprenditoria privata non fossero sempre la risposta migliore per la collettività appariva, a molti, una posizione ideologica. Sei anni dopo, il contesto europeo ha reso quella riflessione molto più concreta. In Europa il riciclo è cresciuto, arrivando al 44% dei rifiuti generati nel 2022, ma l’Agenzia europea dell’ambiente segnala che i progressi hanno rallentato e in alcuni casi si sono persino invertiti. Nello stesso tempo, l’economia circolare europea resta ancora parziale: nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’UE è poco sopra il 12%, mentre l’Italia si distingue con il 21,6%, uno dei valori più alti dell’Unione. Questi numeri dicono una cosa semplice: la raccolta differenziata, la selezione e il riciclo hanno costruito un’ossatura industriale importante, ma non ancora sufficiente a rendere davvero stabile il sistema. Il fatto che l’Italia abbia raggiunto nel 2023 una raccolta differenziata pari al 66,6% dei rifiuti urbani e che nel 2024 la produzione nazionale dei rifiuti urbani sia tornata sopra i 29,9 milioni di tonnellate mostra bene il problema: la macchina della raccolta funziona, ma la pressione sui volumi, sui costi e sugli sbocchi di mercato non si è affatto dissolta. La raccolta differenziata non è solo un mercato ma un’infrastruttura civile L’errore più frequente, ancora oggi, è considerare la raccolta differenziata come se fosse soltanto un passaggio a monte di una filiera industriale. Non è così. La gestione dei rifiuti è prima di tutto un presidio di igiene urbana, di tutela sanitaria, di ordine territoriale e di continuità amministrativa. Il riciclo viene dopo. Prima c’è l’obbligo di garantire che ogni giorno milioni di famiglie, uffici, negozi e imprese possano conferire correttamente i materiali senza che la città collassi sotto il peso dei propri scarti. Per questo motivo la logica puramente imprenditoriale mostra un limite strutturale. Un’impresa privata può legittimamente ridurre capacità, rinviare investimenti o uscire da un mercato quando i margini non sono più adeguati. Un servizio essenziale, invece, non può fermarsi. È qui che nasce la frizione tra interesse collettivo e razionalità d’impresa: il riciclo industriale può essere organizzato con criteri di efficienza privata, ma la continuità del sistema non può dipendere solo da quelle stesse convenienze. Questa distinzione è diventata ancora più chiara osservando il quadro globale delle plastiche. L’OCSE ricorda che il ciclo della plastica resta largamente non circolare: la produzione mondiale è passata da 234 a 460 milioni di tonnellate tra 2000 e 2019, i rifiuti plastici sono più che raddoppiati e, una volta considerate le perdite di processo, solo il 9% dei rifiuti plastici è stato effettivamente riciclato. Cosa è cambiato davvero nella filiera europea del riciclo Dal 2020 in poi non si è verificato un semplice rallentamento congiunturale. Si è manifestata una fragilità più profonda: l’anello industriale del riciclo, soprattutto per le plastiche, è risultato esposto in modo eccessivo ai prezzi dell’energia, alla volatilità delle materie prime vergini, alla debolezza della domanda di riciclato e alla concorrenza di materiali importati a prezzi più bassi. La Corte dei conti europea lo ha scritto in modo netto nel 2025: alcuni impianti, in particolare quelli che trattano plastica, sono a rischio chiusura per l’aumento dei costi, la carenza di domanda nell’UE e le importazioni di plastica riciclata e vergine più economica da fuori Unione. Questa osservazione è fondamentale perché ribalta una narrazione diffusa. Non basta dire ai cittadini di separare bene i rifiuti, né basta aumentare i quantitativi raccolti. Se il materiale selezionato non trova un mercato stabile, se il riciclatore non ha margini, se l’utilizzatore finale preferisce la materia vergine o l’import a basso costo, la circolarità si spezza proprio nel punto decisivo: quello in cui il rifiuto dovrebbe tornare ad essere materia. La stessa Corte dei conti europea segnala infatti una crisi della domanda di materiali secondari e indica la necessità di rendere economicamente più praticabile il caso industriale del riciclo. Il paradosso del riciclo: tutti lo vogliono, pochi lo pagano Il punto politico ed economico è questo: quasi tutti dichiarano di volere più riciclo, ma molti operatori non sono disposti a pagare il sovrapprezzo, le complessità tecniche o i rischi qualitativi che spesso il materiale riciclato comporta. Un briefing del Parlamento europeo del 2026 lo sintetizza con chiarezza: uno dei maggiori ostacoli alla circolarità è che i materiali riciclati spesso costano più dei vergini, o sono percepiti come qualitativamente inferiori; questo scarto di prezzo e di percezione mina la domanda di riciclati e quindi la sostenibilità economica del riciclo. In altre parole, il mercato da solo non premia automaticamente il comportamento ambientalmente corretto. Premia ciò che è più disponibile, meno rischioso, più standardizzato e spesso più economico nel breve periodo. È il motivo per cui affidare il cuore dell’economia circolare alla sola competizione tra operatori è una scommessa fragile. Quando la materia vergine torna aggressiva sul prezzo, o quando l’importazione estera abbassa i riferimenti di mercato, il riciclatore europeo perde competitività anche se svolge una funzione ambientale essenziale. Perché la plastica resta il punto più fragile dell’economia circolare Tra tutte le filiere, quella della plastica è la più esposta a questa contraddizione. La plastica è tecnicamente riciclabile in molte applicazioni, ma non tutta la plastica raccolta torna in usi ad alto valore; inoltre, qualità del flusso, contaminazione, additivi, odori, colore e requisiti normativi limitano fortemente gli sbocchi. L’Agenzia europea dell’ambiente ricorda che l’uso di plastica riciclata, come quota del totale di plastica impiegata nell’UE, era ancora solo dell’8,1% nel 2020, pur in crescita rispetto al 2018. Questo dato, letto insieme alla crisi degli impianti segnalata nel 2025, mostra che la plastica è il banco di prova dell’intero modello. Se proprio la filiera più simbolica dell’economia circolare continua a dipendere da sostegni normativi, da obblighi di contenuto riciclato e da misure per riequilibrare il prezzo relativo rispetto al vergine, allora significa che il mercato spontaneo non basta. Significa che la circolarità, per funzionare, ha bisogno di essere progettata e non solo auspicata. Il limite del modello misto tra servizio pubblico e profitto privato Il modello che si è diffuso in gran parte d’Europa è noto: il pubblico organizza o regola la raccolta, il privato raccoglie, seleziona, tratta, trasforma e vende, mentre il valore del materiale recuperato dovrebbe contribuire all’equilibrio economico dell’intero sistema. È un modello che ha prodotto risultati, ma ha anche lasciato aperto un nodo: quando il valore di mercato del rifiuto cala, o quando la domanda industriale di riciclato si indebolisce, il sistema perde coesione. La Corte dei conti europea ha segnalato che in molti contesti i vincoli finanziari e le debolezze di pianificazione continuano a rallentare la transizione, e ha inoltre rilevato che le tariffe pagate dai cittadini non coprono tutti i costi della gestione dei rifiuti. In alcuni casi, persino i contributi dei produttori nell’ambito della responsabilità estesa non coprono interamente i costi del sistema. Questo significa che il mercato non solo non remunera sempre abbastanza il riciclo, ma spesso non finanzia nemmeno completamente il servizio collettivo da cui quel riciclo dipende. Qui emerge il cuore dell’argomento: non è la presenza dei privati il problema in sé. Il problema nasce quando un servizio essenziale viene progettato come se potesse reggersi stabilmente su logiche di commodity market. La continuità della raccolta e della valorizzazione dei rifiuti non può dipendere in modo esclusivo da spread di prezzo, aste, opportunità speculative o cicli favorevoli delle materie prime. Le nuove regole europee stanno correggendo un errore di impostazione La parte più interessante dell’aggiornamento 2026 è che la stessa Unione europea sembra aver interiorizzato questo limite. La nuova disciplina sugli imballaggi, il PPWR, è entrata in vigore l’11 febbraio 2025 e si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026. Non si limita a parlare di raccolta e riciclabilità: introduce una logica nuova, quella della domanda obbligatoria di materiale riciclato e della progettazione degli imballaggi per rendere economicamente praticabile il riciclo entro il 2030. La direzione è chiarissima. La normativa europea non si affida più soltanto all’idea che, una volta raccolto il rifiuto, il mercato farà il resto. Al contrario, costruisce sbocchi regolati. La Corte dei conti europea riassume i futuri requisiti di contenuto riciclato per gli imballaggi plastici applicabili dal 2030: 30% per alcuni imballaggi sensibili in PET, 10% per quelli sensibili non PET, 30% per le bottiglie monouso per bevande e 35% per altri imballaggi plastici. Già prima di questa regolazione più ampia, l’UE aveva fissato per le bottiglie in plastica il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e il 30% entro il 2030. Anche il futuro Circular Economy Act, atteso nel 2026, nasce con lo stesso obiettivo: creare un mercato unico delle materie prime secondarie, aumentare l’offerta di riciclati di qualità e stimolare la domanda interna nell’UE. Non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento politico del fatto che, senza una domanda costruita anche per via normativa, il riciclo resta esposto alle fragilità del mercato. Il ruolo decisivo degli acquisti pubblici e della domanda garantita Se la raccolta dei rifiuti è un servizio pubblico, allora anche la domanda di materiali riciclati non può essere lasciata integralmente alla spontaneità del mercato. Gli acquisti pubblici sono una leva potente proprio perché stabilizzano la domanda. L’EEA osserva che il ricorso a criteri circolari negli appalti pubblici sta crescendo: oggi il 63% delle città e regioni europee analizzate dichiara di includerli nei processi di procurement, contro il 53% del 2020. Questo è il passaggio che nel 2020 mancava ancora nella consapevolezza generale. Per rendere funzionante l’economia circolare non basta raccogliere e non basta riciclare: bisogna comprare riciclato. Devono farlo la pubblica amministrazione, l’industria degli imballaggi, l’edilizia, l’automotive, il tessile tecnico, gli arredi urbani. Dove non arriva una convenienza spontanea, devono arrivare criteri minimi ambientali, quote obbligatorie, contratti di lungo periodo, standard di qualità e strumenti di tracciabilità. Che cosa dovrebbe cambiare in Italia e in Europa L’aggiornamento del 2026 porta dunque a una conclusione più precisa rispetto al testo del 2020. Non serve “meno impresa” in astratto. Serve un’impresa privata collocata dentro un’architettura pubblica più robusta, più programmata e meno dipendente dalla speculazione sui flussi. Serve una filiera nella quale il prezzo del rifiuto selezionato non distrugga l’equilibrio industriale a valle, nella quale la responsabilità estesa del produttore copra davvero i costi, nella quale gli enti locali non siano costretti a rincorrere emergenze finanziarie e nella quale esistano sbocchi certi per la materia seconda. Servono anche regole commerciali più intelligenti. La nuova regolazione europea sulle spedizioni di rifiuti, entrata in vigore nel maggio 2024, punta proprio a evitare che l’UE esporti i propri problemi ambientali verso Paesi terzi, a rafforzare i controlli e ad aumentare la tracciabilità dei flussi. È un altro segnale della stessa presa di coscienza: la circolarità non si difende solo con buone intenzioni, ma con governance, controllo e capacità di trattenere valore industriale in un perimetro regolato. Il vero nodo non è il capitalismo, ma la dipendenza da esso per un servizio essenziale Rileggendo oggi l’articolo del 2020, la tesi centrale può essere riformulata in modo più rigoroso. Il capitalismo e l’imprenditoria privata non sono inutili alla collettività: al contrario, sono spesso indispensabili per innovazione, efficienza, organizzazione e sviluppo tecnologico. Ma diventano una risposta insufficiente quando la collettività affida a logiche di profitto volatile un’infrastruttura che deve restare operativa sempre, anche quando il mercato non remunera abbastanza. La gestione dei rifiuti appartiene a questa categoria. È un servizio che produce igiene, salute, ordine urbano, minore dipendenza dalle risorse vergini, sicurezza ambientale e resilienza industriale. Per questo non può essere lasciato alla sola selezione darwiniana del mercato. Può includere il mercato, può valorizzare l’impresa, può usare la concorrenza come stimolo. Ma deve essere sorretto da una regia pubblica forte, da strumenti economici anticiclici e da una domanda di riciclato costruita anche con la politica industriale. È esattamente la direzione in cui l’Europa, pur lentamente, si sta muovendo. In definitiva, la domanda non è se il privato debba partecipare o no. La domanda giusta è un’altra: possiamo davvero permetterci che la continuità della circolarità dipenda solo da ciò che conviene, trimestre per trimestre, ai mercati delle materie? La risposta, nel 2026, appare molto meno ideologica e molto più pratica di quanto sembrasse nel 2020: no. FAQ Perché il mercato da solo non basta per far funzionare il riciclo? Perché la raccolta e il trattamento dei rifiuti sono servizi essenziali, mentre la domanda di materiale riciclato resta esposta a volatilità di prezzo, qualità e concorrenza con il vergine. Quando questa domanda cala, l’intera filiera si indebolisce. L’articolo sostiene che il privato debba uscire dal settore dei rifiuti? No. La tesi è che il privato debba operare dentro una cornice pubblica più stabile, con regole che garantiscano continuità del servizio e sbocchi economici per il riciclato. Qual è il segnale più forte del cambiamento europeo? L’introduzione di obblighi di contenuto riciclato, la revisione delle regole sugli imballaggi e la preparazione del Circular Economy Act mostrano che Bruxelles non punta più solo sulla raccolta, ma anche sulla costruzione della domanda di materia seconda. L’Italia è avanti o indietro? L’Italia è tra i Paesi più circolari d’Europa per tasso di utilizzo circolare dei materiali e ha una raccolta differenziata elevata, ma resta esposta come gli altri al problema industriale della domanda di riciclato e della sostenibilità economica della filiera. Quali strumenti servono per rendere il sistema più stabile? Responsabilità estesa del produttore che copra i costi reali, acquisti pubblici verdi, criteri minimi di contenuto riciclato, contratti di lungo periodo, tracciabilità dei flussi e capacità industriale interna al mercato europeo. Fonti European Environment Agency, Waste recycling in Europe, 2025. European Environment Agency, Europe’s environment 2025 – Waste recycling, 2025. European Environment Agency, The role of plastics in Europe’s circular economy, 2024. European Commission, Packaging waste / PPWR, aggiornamento 2026. European Commission, Waste shipments, aggiornamento 2026. European Commission, Circular Economy Act, aggiornamento 2026. European Court of Auditors, Special report 23/2025: Municipal waste management, 2025. Eurostat, Circular economy – material flows, 2025. ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani 2024 – dati di sintesi, 2024. ISPRA, presentazione Rapporto Rifiuti Urbani 2025, 2025. OECD, Global Plastics Outlook, 2022. European Parliament, Plastic waste and recycling in the EU: facts and figures, aggiornato 2024. European Parliament Research Service, Circular Economy Act, 2026. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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Nel cuore della Venezia del 1572, tra silenzi monastici e poteri ecclesiastici, suor Agnese Morandi affronta una convocazione misteriosa del cardinale Grimani Ottobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 13: Ombre di Redenzione nel Monastero di San ZaccariaNel cuore della Venezia del 1572, tra silenzi monastici e poteri ecclesiastici, suor Agnese Morandi affronta una convocazione misteriosa del cardinale Grimani Il monastero di San Zaccaria si ergeva, maestoso e silenzioso, a pochi passi dalla riva degli Schiavoni, quasi nascosto tra le calli che odoravano di salsedine e incenso. Nel 1572, era già uno dei complessi religiosi più prestigiosi di Venezia: un intreccio di pietra, fede e potere, dove la devozione si mescolava con la politica e la nobiltà trovava un rifugio per le proprie figlie “eccedenti” — quelle destinate più a Dio che al matrimonio. Le sue mura di mattone rosso e pietra d’Istria, illuminate dal riflesso dell’acqua dei canali, custodivano chiostri ordinati e cortili dove il tempo sembrava muoversi con passo misurato. Gli archi del portico interno, ornati da capitelli semplici ma eleganti, incorniciavano aiuole di erbe aromatiche e piccoli orti coltivati dalle monache, che vivevano secondo la regola benedettina. Dal campanile, la campana maggiore scandiva le ore come un battito del cuore della città, richiamando le suore alla preghiera o al silenzio, mentre nei corridoi lunghi e freschi si diffondeva l’odore costante della cera e del lino pulito. La badessa, suor Agnese Morandi, era una donna di mezza età, risoluta, dal volto severo ma non privo di dolcezza. Aveva occhi grigi e penetranti, che parevano saper leggere i pensieri prima ancora che venissero detti. La voce era ferma, il passo deciso, e l’abito nero, sempre perfettamente in ordine, la faceva sembrare una figura scolpita nella penombra dei corridoi. Sotto il velo, i capelli bianchi le cadevano corti, segno di una lunga disciplina.....Acquista il libro

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Da molti anni gli alimenti possono essere porzionati attraverso un imballo costituito da una pellicola in PVCdi Marco ArezioE’ ormai nostra abitudine acquistare porzioni di cibo che il negoziante o la grande distribuzione confeziona attraverso una pellicola in PVC. Anche nelle nostre case, lotti parziali di cibo, vengono comunemente avvolti in queste pellicole per aumentare la durata della conservazione e salvaguardarne la qualità.Sebbene oggi esistano anche diverse pellicole per alimenti in PE, il mercato del PVC è ancora quello più importante per via di numerosi fattori tecno-economici. L’uso del polimero di PVC permette di realizzare una pellicola molto resistente, con una bassa permeabilità all’acqua e all’ossigeno, con una buona resistenza agli acidi e agli alcali diluiti. Inoltre, per un fatto del tutto pratico, le pellicole alimentari in PVC hanno una ottima capacità di confezionamento, saldandosi facilmente ad un piatto o ad una ciotola o su se stesso. Dal punto di vista economico, la presenza del cloro nel composto in PVC, fondamentale per la sua struttura chimica, riduce in modo sensibile il costo del prodotto finito, questo perché si configura un risparmio di etilene pari a circa il 50% rispetto all’uso del PE a parità di prodotto. Utilizzando il PVC è possibile inserire una serie di additivi che ne possono modificare le caratteristiche prestazionali, avendo la possibilità di creare, con un unico polimero, prodotti differenti. Vediamo gli additivi principali che vengono usati nell’industria del packaging: Agenti anti blocking: riducono la tendenza all’adesività • Agenti anti appannamento: promuovono la formazione di un velo di liquido omogeneo e continuo • Antimicrobici: prevengono la crescita di microrganismi • Antiossidanti: Prevengono la degradazione del film dovuta all’atmosfera • Antistatici: Riducono l’accumulo di cariche elettriche che attraggono la polvere • Agenti rigonfianti: vengono impiegati per produrre schiume da materie plastiche • Catalizzatori: fanno iniziare la polimerizzazione nella produzione di resine plastiche • Coloranti: permettono la colorazione delle pellicole • Agenti accoppianti: favoriscono l’accoppiamento tra i pigmenti e i polimeri • Ritardanti di fiamma: riducono l’infiammabilità dei materiali che sono combustibili • Stabilizzatori di calore: riducono la degradazione del PVC in acido cloridrico • Lubrificanti: Riducono adesività tra il PVC e le parti metalliche • Plastificanti: migliorano la flessibilità, la lavorabilità e la dilatabilità Tutti questi additivi, ma specialmente i plastificanti, sono soggetti ad una strettissima normativa per permetterne l’uso in ambito alimentare. C’è da considerare che in commercio esistono circa 300 tipologie di plastificanti e quelli approvati per l’uso alimentare, sono soggetti alla normativa di disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d’uso personale. Le sostanze che potrebbero trasferirsi dall’imballo all’alimento possiamo dividerle in tre categorie: Sostanze aggiunte: sono principalmente rappresentate dagli additivi del PVC sopra elencati • Residui: rappresentano parti di materiale polimerico con incomplete reazioni (monomeri, catalizzatori, solventi, adesivi ecc.) • Prodotti di neo formazione: sono sostanze che si originano dalla decomposizione spontanea dei materiali o durante le operazioni di trasformazione in manufatto Queste sostanze definite di neoformazione, sono molto variabili tra loro, in funzione di molti fattori chimico-fisici che si possono presentare e che possono influire sull’eventuale trasferimento di sostanze all’alimento di difficile gestione e risoluzione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole alimenti - PVC - packaging

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Colorazione e Verniciatura dei Prodotti in Plastica di Marco ArezioI prodotti realizzati in plastica, oltre alle innumerevoli doti economiche-strutturali e di circolarità ambientale, hanno anche il pregio di poter accogliere, non solo colori nella massa fusa durante la produzione dell’elemento, ma possono anche essere verniciati superficialmente per attribuire all’oggetto effetti estetici elevati.La colorazione della massa fusa plastica durante la produzione dell’oggetto, attraverso l’utilizzo dei coloranti, avviene miscelando il granulo o le polveri colorate al polimero del prodotto, usufruendo dell’azione di fusione e di miscelazione che imprime l’estrusore dentro il quale passano i componenti. Al termine della produzione da parte della macchina il pezzo sarà uniformemente colorato in massa, risultato per cui il prodotto potrebbe essere idoneo all’impiego finale oppure potrebbe essere avviato all’impianto di verniciatura per finiture particolari. E’ possibile inoltre che i pezzi che devono essere avviati alla verniciatura vengano prodotti senza alcuna colorazione nella massa. Detto questo, gli strati di verniciatura sulle materie plastiche, devono tenere in considerazione la struttura su cui aderiscono e la caratteristica del polimero con cui l’oggetto viene fatto. Infatti, la durezza, il comportamento all’allungamento e la temperatura degli strati di vernice da stendere sul prodotto, devono tenere in considerazione una possibile reazione fisico-chimica della plastica di cui è composto. Un comportamento dinamico troppo rigido di uno strato di vernice applicato ad un oggetto di plastica potrebbe influenzare negativamente la durabilità dell’elemento, come il contatto con temperature e solventi che necessitano per il lavoro di stesura del colore. Alcune tonalità applicate alle materie plastiche hanno un effetto positivo sul rischio di decomposizione fotochimica, come per esempio il colore nero, che influisce positivamente sulla protezione dai raggi UV agendo come un filtro. Le vernici possono inglobare dei composti chimici che operano in modo mirato nella produzione di alcuni elementi, come per esempio le vernici conduttive resistenti all’abrasione, impiegate nei serbatoi della benzina, oppure caricate con Ag, Ni o Cu per realizzare la schermatura ad alta frequenza di apparecchiature elettroniche. Esistono inoltre vernici trasparenti che aumentano la resistenza alla graffiatura per il Policarbonato e per il PMMA, come le acriliche, silossaniche o poliuretaniche, applicate a spruzzo o ad immersione. Nelle colorazioni delle materie plastiche si possono impiegare anche le polveri, specialmente per i polimeri PA6 e PA66, che ricevono la colorazione attraverso un processo che permette di rendere il polimero conduttore, attraverso il metallo o delle microsfere di ceramica, specialmente nel settore sanitario.Categoria: notizie - tecnica - plastica - verniciatura - colorazione - produzione

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Tecnologia Sostenibile ed Efficienza Energetica per un Comfort a Impatto Zero con il Tappetino Elettrico Riscaldante da Pavimento di Marco ArezioIn un’epoca in cui la sostenibilità e l’efficienza energetica stanno diventando priorità sempre più rilevanti, scegliere un sistema di riscaldamento che sia ecologico e performante è fondamentale per chi desidera ridurre la propria impronta ecologica. Questo articolo presenta una panoramica dettagliata del tappetino per riscaldamento elettrico, una soluzione innovativa e green che sfrutta la tecnologia TWIN per garantire una distribuzione del calore uniforme e consumi energetici ridotti. Esploreremo nel dettaglio le caratteristiche tecniche di questo tappetino, a cosa serve, come si installa e i vantaggi che offre in termini di sostenibilità. Infine, viene confrontato in modo obiettivo con altri tre prodotti concorrenti, evidenziando le differenze in termini di efficienza energetica, tecnologia e impatto ambientale. Se stai cercando un sistema di riscaldamento a basso impatto ambientale e altamente efficiente, questo tappetino potrebbe essere la scelta perfetta per la tua abitazione o il tuo progetto di ristrutturazione green. Cosa è il tappetino per riscaldamento elettrico CALORIQUE Il tappetino per riscaldamento elettrico CALORIQUE è una soluzione sostenibile progettata per offrire un comfort termico ecologico negli ambienti domestici e lavorativi. Questo sistema di riscaldamento a pavimento utilizza una rete elettrica a basso consumo energetico, con una potenza di 150 W/m², che garantisce un riscaldamento efficace e uniforme. Grazie alla sua tecnologia TWIN, il tappetino CALORIQUE distribuisce il calore in modo omogeneo su tutta la superficie del pavimento, evitando sprechi di energia e mantenendo costante la temperatura. La sua compatibilità con fonti di energia rinnovabile, come l'energia solare e quella eolica, lo rende una scelta ideale per chi cerca un'opzione ecologica e responsabile. La classificazione energetica A+++ conferma la sua efficienza, che si traduce in un risparmio energetico considerevole e in un impatto ambientale ridotto. Il tappetino CALORIQUE non solo contribuisce al benessere interno, ma rispetta gli standard di sostenibilità richiesti dalle moderne abitazioni eco-friendly, rappresentando un elemento chiave per una casa a impatto zero. A cosa serve il tappetino per riscaldamento elettrico CALORIQUEIl tappetino per riscaldamento elettrico CALORIQUE è progettato per riscaldare in modo efficiente e sostenibile qualsiasi ambiente domestico o commerciale, eliminando la necessità di radiatori o altri sistemi di riscaldamento voluminosi e visibili. Viene installato sotto la pavimentazione e fornisce un calore omogeneo, contribuendo a ridurre la sensazione di freddo nei piedi e a migliorare il comfort globale della stanza. Le applicazioni ideali includono: Bagni: Dove il calore a pavimento è particolarmente apprezzato per evitare il freddo da piastrelle e altre superfici dure. Soggiorni e camere da letto: Per un comfort quotidiano senza ingombri di termosifoni o altre apparecchiature. Cucine: Per mantenere una temperatura costante e piacevole mentre si svolgono le attività quotidiane. Oltre al comfort, l’uso del tappetino CALORIQUE offre significativi vantaggi in termini di sostenibilità: Risparmio energetico: L’efficienza del sistema permette di ridurre i consumi e le emissioni di CO₂, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico. Riduzione dell’impatto ambientale: Il sistema può essere alimentato con energia rinnovabile, diminuendo la dipendenza dai combustibili fossili. Zero emissioni dirette: Non essendo basato sulla combustione di gas o carburanti, il sistema non produce emissioni nocive all'interno o all'esterno degli ambienti riscaldati. In sintesi, il tappetino CALORIQUE offre una soluzione sostenibile per chi desidera coniugare comfort domestico ed efficienza energetica, riducendo allo stesso tempo l’impatto ambientale del proprio riscaldamento. Come si installa il tappetino per riscaldamento elettrico CALORIQUEL’installazione del tappetino CALORIQUE è progettata per essere semplice e flessibile, rendendolo una soluzione ideale sia per progetti di ristrutturazione che per nuove costruzioni. Uno dei principali vantaggi è la possibilità di installarlo senza necessità di opere invasive, minimizzando così l'uso di materiali aggiuntivi e riducendo i tempi e i costi di installazione. I passaggi principali per l’installazione sono: Preparazione del pavimento: La superficie esistente deve essere pulita, asciutta e livellata per garantire un’installazione corretta. Questo passaggio riduce la necessità di materiali aggiuntivi e minimizza lo spreco. Posizionamento del tappetino: Il tappetino viene srotolato sulla superficie da riscaldare, adattandosi facilmente a diverse configurazioni. È compatibile con una vasta gamma di pavimentazioni, tra cui piastrelle, laminato, legno e moquette, rendendo l’installazione flessibile e non invasiva. Connessione elettrica: Il tappetino viene collegato al sistema elettrico dell’edificio. È importante affidare questa fase a un tecnico qualificato per garantire sicurezza e conformità alle normative. Utilizzando energia rinnovabile, è possibile massimizzare l'efficienza del sistema riducendo ulteriormente i consumi. Installazione del pavimento: Una volta installato il tappetino, è possibile posare il pavimento senza che l’altezza complessiva venga significativamente alterata, un vantaggio per chi desidera mantenere l’aspetto estetico degli spazi senza compromettere la funzionalità. Test e regolazione: Dopo l’installazione, il tappetino viene testato per garantire un funzionamento corretto. Grazie al termostato, è possibile regolare la temperatura in modo preciso, ottimizzando i consumi energetici e mantenendo un ambiente confortevole e sostenibile. Confronto con 3 prodotti concorrenti in chiave green 1. Tappetino elettrico per riscaldamento pavimento WARMUP DWS 150 Potenza: 150 W/m² (come Calorique) Efficienza energetica: [A++] Tecnologia: Monofilamento singolo, meno efficiente della tecnologia TWIN di Calorique in termini di distribuzione del calore e risparmio energetico. Compatibilità green: Compatibile con fonti di energia rinnovabile, ma senza ottimizzazione specifica per fonti pulite come il sistema Calorique. Sostenibilità dell’installazione: Richiede un’installazione più complessa, con un impatto ambientale maggiore in termini di utilizzo di materiali aggiuntivi e tempo di posa. Vantaggi di CALORIQUE: La tecnologia TWIN garantisce un risparmio energetico maggiore e un'impronta ambientale ridotta, sia durante l’uso che in fase di installazione. 2. Tappetino elettrico RAYCHEM QuickNet 160Potenza: 160 W/m², che comporta un maggiore consumo energetico rispetto a Calorique. Efficienza energetica: [A++], inferiore a Calorique. Tecnologia: Monofilamento, meno efficiente nella distribuzione del calore rispetto alla tecnologia TWIN di Calorique. Compatibilità green: Supporta l’uso di energie rinnovabili, ma non è ottimizzato per il risparmio energetico come il sistema Calorique. Sostenibilità dell’installazione: Richiede un'installazione più complessa e potenzialmente più impattante dal punto di vista ambientale. Vantaggi di CALORIQUE: Consumo energetico più contenuto, maggiore efficienza e una distribuzione del calore più ecologica, riducendo le emissioni legate al riscaldamento. 3. Tappetino per riscaldamento elettrico DEVImat DTIR-150 Potenza: 150 W/m² Efficienza energetica: [A++], inferiore rispetto al sistema Calorique. Tecnologia: Cavo a doppia conduttura, meno efficiente in termini di distribuzione del calore rispetto alla tecnologia TWIN. Compatibilità green: Compatibile con fonti di energia rinnovabile, ma senza ottimizzazioni significative per il risparmio energetico. Sostenibilità dell’installazione: L’installazione è più complessa, richiedendo maggiore utilizzo di materiali, con un impatto ambientale superiore rispetto a Calorique. Vantaggi di CALORIQUE: Maggiore efficienza nella distribuzione del calore e semplicità di installazione, che riduce l’impatto ambientale complessivo. Perché CALORIQUE è la scelta green Il tappetino elettrico CALORIQUE rappresenta una soluzione perfetta per chi cerca un sistema di riscaldamento a pavimento sostenibile ed efficiente. Le sue principali caratteristiche green includono: Efficienza energetica [A+++]: Un minor consumo energetico garantisce risparmi in bolletta e una significativa riduzione delle emissioni di CO₂. Tecnologia TWIN: Assicura una distribuzione uniforme del calore, riducendo gli sprechi e ottimizzando l'uso dell'energia. Compatibilità con energie rinnovabili: Progettato per funzionare in sinergia con fonti di energia pulita, massimizzando i benefici ecologici. Facilità d’installazione: L’installazione semplice e a basso impatto ambientale riduce l’uso di materiali e minimizza l'impatto sull'ambiente. In sintesi, CALORIQUE è la scelta ideale per chi desidera riscaldare la propria casa in modo ecologico ed efficiente, contribuendo a ridurre l’impatto ambientale senza compromettere il comfort.INCLUSO NELLA CONSEGNA: Con ogni acquisto riceverai il tappetino elettrico autoadesivo CALORIQUE nella dimensione da te scelta e un tubo corrugato, perfetto per l'installazione del sensore di temperatura esterno del termostato. Per il controllo della temperatura del pavimento e dell’ambiente, offriamo una gamma di termostati che spaziano dai modelli più semplici ai termostati intelligenti programmabili con WiFi e gestione tramite app.

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