Tecnologie d’avanguardia e casi reali per dare una seconda vita ai capi in fibre mistedi Marco ArezioImmaginate un classico paio di jeans stretch o una t-shirt tecnica da running: molto spesso, ciò che indossiamo quotidianamente non è composto da una sola fibra, ma da un mix sapiente di materiali naturali e sintetici. Poliestere, cotone, elastan, viscosa… sono solo alcuni degli ingredienti che rendono un tessuto funzionale, resistente, bello al tatto e versatile. Eppure, proprio questa ricchezza compositiva, tanto ricercata dai designer e apprezzata dai consumatori, si trasforma in un vero e proprio rompicapo quando arriva il momento di dare nuova vita a questi capi. Nel settore tessile, chiunque si sia confrontato con il tema del fine vita dei prodotti sa bene che la complessità del riciclo di un capo multi-fibra è una delle sfide tecniche più affascinanti e frustranti. Non si tratta solo di una questione di volontà o di investimenti, ma di una battaglia contro la chimica stessa dei materiali e contro l’entropia industriale. Riciclo Meccanico: Il Limite della Forza Bruta Il primo approccio, ancora oggi largamente diffuso in Europa e in Italia, è quello meccanico: triturare, sfilacciare, cardare. In pratica, i capi vengono ridotti a una massa di fibre, che vengono poi riutilizzate per creare nuovi filati, imbottiture o materiali isolanti. Semplice a dirsi, molto meno a farsi. Chi lavora in una linea di riciclo tessile lo sa: appena si introducono tessuti con blend complessi (pensiamo a un poliestere-cotone-elastan), il rischio di ottenere una fibra “corta”, debole, ricca di impurità e non idonea a un uso nobile è altissimo. Il risultato? Materiali destinati a prodotti a basso valore aggiunto come feltri industriali, pannelli fonoassorbenti o tessuti non tessuti. Da qualche anno però qualcosa sta cambiando. L’introduzione di sensori ottici, analisi spettroscopiche e algoritmi di intelligenza artificiale permette di riconoscere, quasi “al volo”, la composizione dei tessuti che entrano in impianto. Questo consente di separare più efficacemente i materiali e di decidere, caso per caso, quale percorso di riciclo sia il più adatto. Ad esempio, presso il centro di Prato, cuore pulsante del riciclo tessile italiano, molte aziende stanno già sperimentando impianti pilota basati su queste tecnologie, capaci di classificare i capi con una precisione un tempo impensabile. Riciclo Chimico: Smontare per Ricostruire Se il riciclo meccanico si basa sulla forza, quello chimico punta sull’intelligenza delle reazioni. Qui la parola d’ordine è “separazione selettiva”: riuscire a smontare, molecola per molecola, il tessuto complesso, recuperando i singoli costituenti in purezza e ricostruendoli come nuovi polimeri o filati. Le tecniche più avanzate – che si stanno sviluppando tra laboratori e startup in Svezia, Olanda, Italia e USA – includono: Solvolisi selettiva: L’utilizzo di solventi specifici (spesso green o riciclabili) permette di sciogliere il poliestere lasciando intatto il cotone, o viceversa. Ad esempio, Gr3n, una startup con sede in Svizzera e Italia, ha brevettato un processo di depolimerizzazione del PET che consente di recuperare poliestere da blend con cotone, aprendo la porta al riciclo di milioni di tonnellate di abbigliamento tecnico oggi considerate rifiuto non recuperabile. Idrolisi enzimatica: Una frontiera biotecnologica affascinante. Qui si usano enzimi selezionati per demolire le fibre naturali (come il cotone) presenti nei blend, liberando le fibre sintetiche (come il poliestere) che possono essere recuperate quasi intatte. Il vantaggio? Una separazione “dolce”, a basse temperature e con minori residui chimici. Il limite? Gli enzimi sono costosi e la loro attività, spesso, rallenta con l’aumento della scala industriale. Rigenerazione tramite solventi: Un altro approccio vede l’impiego di solventi ecologici (come l’NMMO) per sciogliere la cellulosa delle fibre naturali, che può poi essere riprecipitata per formare nuove fibre come la lyocell. È un metodo già usato per alcune fibre artificiali, ma che si sta adattando anche al recupero da miste. Tutte queste tecnologie, per funzionare davvero, hanno bisogno di materia prima ben selezionata, input energetici e chimici monitorati, e una gestione attenta degli scarti. La Digitalizzazione come Chiave di Volta Per chiunque gestisca un impianto di selezione o una filiera tessile circolare, la vera rivoluzione è digitale. Il futuro prossimo del riciclo passa, infatti, attraverso la raccolta e la condivisione di dati precisi sulla composizione dei prodotti, lungo tutta la catena. Pensiamo ai cosiddetti “passaporti digitali dei prodotti”, etichette RFID, QR code integrati nel capo che ne raccontano la storia, la composizione e le istruzioni per il corretto riciclo. Quando la materia arriva a fine vita, diventa molto più semplice individuare il percorso migliore – meccanico o chimico – se si conosce la ricetta esatta di ciò che si ha tra le mani. Non solo: diverse startup stanno lanciando marketplace digitali dove scarti di produzione, abbigliamento post-consumo e materiali riciclati trovano nuovi sbocchi tra brand, terzisti e riciclatori specializzati, riducendo sprechi e aumentando il valore aggiunto. Dalla Teoria alla Pratica: Casi Reali e Opportunità Industriali Nel cuore della Toscana, ma anche nei distretti tessili del Nord Europa, non mancano le aziende che hanno già intrapreso la strada dell’innovazione sostenibile. Un esempio significativo è rappresentato dal progetto europeo ECOSIGN, che ha coinvolto produttori, riciclatori e centri di ricerca nella creazione di capi progettati sin dall’inizio per essere facilmente riciclati, utilizzando fibre compatibili o separabili e tracciando ogni fase del ciclo produttivo tramite piattaforme digitali condivise. Nel frattempo, grandi brand internazionali come H&M, Adidas o Patagonia stanno collaborando attivamente con startup tecnologiche per testare i nuovi processi chimici su scala industriale, nella speranza di offrire ai propri clienti capi realizzati interamente da materiali riciclati… davvero, e non solo in minima parte. Criticità e Ostacoli: La Lunga Strada Verso il Cambiamento Eppure, non mancano gli ostacoli. La raccolta differenziata dei capi a fine vita è spesso disomogenea; la mancanza di standard universali sulla tracciabilità e sulla qualità delle fibre riciclate complica il lavoro degli operatori. A livello industriale, non è sempre facile convincere i clienti finali ad accettare prodotti realizzati in fibre miste riciclate, soprattutto quando il prezzo o la performance differiscono dai materiali vergini. Le startup che operano nel campo del riciclo chimico spesso si scontrano con costi di investimento elevati, una regolamentazione ancora poco chiara sui nuovi polimeri “riciclati” e una concorrenza globale agguerrita. Conclusione: Una Trasformazione Che Nasce dal Basso Ma proprio per queste ragioni, chi oggi investe nel riciclo sostenibile dei tessuti multi-fibra si trova a operare in un settore ad alto potenziale di crescita, in cui l’innovazione può davvero cambiare le regole del gioco. Per chi lavora nella moda, nella chimica, nella logistica o nella gestione dei rifiuti, il tema non è più solo un dovere etico, ma un’opportunità concreta per innovare e riposizionare la propria impresa. La differenza, sempre più spesso, la fa la collaborazione tra chi produce, chi raccoglie, chi ricicla e chi progetta le nuove tecnologie. Un approccio che, in un futuro ormai prossimo, farà la differenza tra chi saprà cavalcare la transizione circolare e chi rischierà di rimanere indietro.© Riproduzione Vietata
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Non più riciclo meccanico o chimico: si apre l'era del riciclo fisico di Marco ArezioIl settore del riciclo dell'ABS proveniente dai Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) sta vivendo un momento di intensa innovazione grazie al lavoro congiunto tra l'ente olandese TNO e l'azienda spagnola Elix Polymers. Il loro obiettivo è sviluppare una metodologia alternativa sia al riciclo meccanico che a quello chimico, focalizzandosi su un processo di dissoluzione che permetta di separare i polimeri dai pigmenti, dagli additivi e da altri contaminanti. Questa tecnica, definita di riciclo fisico, utilizza solventi per dissolvere il materiale plastico, consentendo il recupero di polimeri di qualità superiore rispetto a quanto ottenibile con il riciclo meccanico, e si caratterizza per un minore consumo energetico e maggiori rendimenti rispetto al riciclo chimico. Durante questo processo, il polimero non viene scomposto in monomeri, evitando l'uso di alte temperature. Mark Roelands, un ricercatore di spicco presso TNO, ha indicato che l'obiettivo per il 2024 è avanzare nella decontaminazione dell'ABS, puntando non solo a rimuovere pigmenti e ritardanti di fiamma ma anche a separare le particelle di gomma. Ciò permetterebbe di sostituirle con altre nuove, contribuendo a "ringiovanire" l'ABS. Questo approccio si prevede di implementare ulteriormente con la creazione di un impianto pilota a Rijswijk, nei Paesi Bassi, durante l'estate. Dal lato di Elix Polymers, Toni Prunera Casellas, responsabile R&D, ha sottolineato come la collaborazione con TNO abbia permesso il recupero di ABS da RAEE di alta qualità, tanto che Electrolux ha già utilizzato questa resina, mescolata con polimero vergine, per la produzione di componenti di lavatrici. La ricerca e lo sviluppo in questo campo stanno andando avanti con l'intento di espandere le applicazioni del riciclo oltre i rifiuti elettronici, includendo anche le automobili a fine vita, per una rimozione ancora più efficace di pigmenti e additivi. Nonostante la ricerca specifica sul riciclo dell'ABS nei RAEE non abbia trovato aggiornamenti recenti nel contesto delle fiere e conferenze di settore, eventi come Waste Management Europe 2024 a Bergamo e Ecomondo 2024 a Rimini rappresentano piattaforme cruciali dove condividere best practice, innovazioni e sviluppi in ambito di economia circolare, riciclo e gestione dei rifiuti. Questi incontri internazionali offrono un'occasione unica per professionisti del settore di incontrarsi, scambiare idee e collaborare per affrontare le sfide legate alla sostenibilità ambientale. Fonte Polimerica
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L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non si ScioglieNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non ScioglieNel ventre della valle, sotto la crosta dorata di una giornata limpida, si agitava qualcosa di marcio. La neve, così candida e immobile, sembrava nascondere ogni cosa: i sospetti, i timori… e i cadaveri. Eppure, in un piccolo locale dietro le cucine del ristorante La Baita Vecchia a Foppolo, il gelo aveva smesso da tempo di essere un fatto meteorologico: era un clima morale, un’aria densa, fatta di sguardi e sottintesi. Si erano dati appuntamento lì, senza convocazioni ufficiali. Nessun ordine del giorno, nessun verbale. Solo uomini che si conoscevano troppo bene da troppi anni. Luigi Mainetti, il padrone degli impianti di risalita, era il primo ad arrivare. Pantaloni da lavoro, giubbotto tecnico, guance arrossate dal freddo e occhi più duri del ghiaccio. Sedette al capo del tavolo, come sempre, senza chiedere permesso. Era lui a gestire l’infrastruttura che teneva in vita Foppolo, e tutti lo sapevano. Poco dopo entrò Giacomo Lorenzi, albergatore vecchio stile. Non uno, ma due alberghi: il Fiocco di Neve e il Pizzo Vescovo, ereditati e ampliati con una strategia aggressiva che l’aveva reso il re delle prenotazioni. Aveva il passo veloce e l’alito di sigaro. Si tolse i guanti con lentezza, come se ogni dito portasse una tensione da liberare.....ACQUISTA IL LIBRO
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Il Regno Unito Ricicla Meno Rifiuti di Quanti ne Bruciadi Marco ArezioTutta l’Europa è protesa ad alzare i tassi di riciclo delle proprie nazioni, con una gara all’eccellenza espressa in quantità di rifiuti selezionati e immessi nuovamente sul mercato sotto forma di materia prima.L’Italia è il primo paese in Europa in termini di quantità riciclate con il 79,3%, secondo il rapporto GreenItaly della Fondazione Symbola, seguita dalla Francia a 55,8%, con una media europea al 39,2%. In alcuni paesi, come il Regno Unito si avvertono delle incongruenze, secondo gli osservatori locali, sia in termini di sistemi di conteggio delle percentuali riciclate che dei sistemi di smaltimento dei rifiuti. Infatti, un'indagine del programma Dispatches di Channel 4 del Regno Unito rivela che l'11% dei rifiuti domestici britannici, raccolti per il riciclaggio, viene inviato agli impianti di incenerimento invece che essere riutilizzato o riciclato. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno ora superato quelle del carbone. Fino alla metà degli anni '90 il Regno Unito inviava il 90 percento dei suoi rifiuti in discarica, quale modo semplice ed economico per smaltire i rifiuti. Il governo britannico ha poi introdotto una tassa sulle discariche rendendo molto più costoso lo smaltimento attraverso questo canale, quindi il mercato ha trovato un'alternativa. La soluzione era "energia dai rifiuti", dove gli stessi vengono bruciati per produrre elettricità. Nel 2008 il governo britannico ha fissato l'obiettivo di riciclare il 50% dei rifiuti domestici entro il 2020, ma negli ultimi cinque anni il tasso di riciclaggio si è fermato al 45%. Uno dei massimi esperti di riciclaggio del Regno Unito, il professor Karl Williams, direttore della gestione dei rifiuti presso l'Università del Lancashire centrale, ha espresso seri dubbi anche su questa cifra: "Non è una cifra reale, perché quando parliamo di tassi di riciclaggio si parla solo di tassi di raccolta. Quindi il modo in cui conteggiamo i dati sul riciclaggio, al momento, viene espresso tramite la quantità di materiale che raccogliamo dalle famiglie, questo poi viene misurato e pesato, trasformando questo valore come dato sul riciclaggio ". Gli studi dimostrano che più del 50% di ciò che le persone mettono nei rifiuti potrebbe essere riciclato o compostato se fosse fatta una differenziazione corretta. Quello che stanno bruciando sono risorse preziose I sostenitori dell'incenerimento dicono che questa è una soluzione sostenibile al problema dei rifiuti, evitando che milioni di tonnellate vadano nelle discariche. La giustificazione per loro è "che non abbiamo attualmente le sufficienti strutture per riciclare tutta la plastica”. “Abbiamo molti rifiuti, secondo loro, che non possiamo gestire, a parte il conferimento in discarica. Pertanto, ha senso bruciarli per ricavarne energia invece di bruciare altri tipi di combustibili fossili”, afferma il Professor Williams. Ma Georgia Elliott-Smith, un ingegnere ambientale, crede che si potrebbe fare di più per fermare la combustione di materiali riciclabili: “La realtà è che circa il 60 per cento di ciò che va in questi inceneritori di rifiuti nel Regno Unito possa essere riciclabile. E’ quindi essenziale capire che ciò che stanno bruciando sono risorse preziose che dovrebbero rimanere nell'economia, essere riciclate, riutilizzate e non e bruciate. Al momento, gli obiettivi di riciclo assegnati ad ogni autorità locale responsabile dei rifiuti non sono raggiunti, ma, nello stesso tempo, non ci sono sanzioni per il mancato raggiungimento degli obbiettivi assegnati ". La crescita dei termovalorizzatori ha creato un mercato dell’input vorticoso, che deve assicurare carburante da bruciare agli impianti con la necessità di generare rifiuti in modo continuo. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno superato quelle del carbone Le emissioni di carbonio, C02, sono uno dei principali motori del cambiamento climatico, motivo per cui c'è stato un allontanamento dall'energia creata con il carbone, tuttavia più inceneritori che generano energia significano un costante incremento di C02. I dati per il 2019 mostrano che i 48 inceneritori del Regno Unito hanno emesso un totale di circa 12,6 milioni di tonnellate di CO2. In confronto, il settore del carbone, in declino, ha prodotto 11,7 milioni di tonnellate di CO2. Tutti i produttori di energia devono pubblicare le loro emissioni totali di anidride carbonica, ma l'industria dell'incenerimento deve solo tenere conto del C02 dalla combustione di rifiuti fossili come la plastica. Quindi non devono segnalare le emissioni da fonti come il cibo e i rifiuti del giardino, noti come CO2 biogenica. Gli attivisti ambientali affermano che questa è una "contabilità creativa del carbonio". “Al momento gli inceneritori di rifiuti sono completamente esclusi da qualsiasi tipo di tassa sul carbonio. Non pagano alcuna tassa sul carburante che ricevono, che è il rifiuto, e non pagano alcuna tassa sulle emissioni che creano, quindi hanno questo doppio vantaggio economico che li rendono vantaggiosi, economici e redditizi ", afferma ingegnere ambientale Georgia Elliott-Smith.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sull'argomentoFonti wmw
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Pfas nelle materie plastiche e negli imballaggi: sono composti chimici non presenti in natura, non biodegradabili e nocivi alla salute di Marco ArezioCome tutte le medaglie che si rispettano, anche i Pfas, acronimo delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, hanno il loro lato luccicante e il loro lato oscuro. I composti chimici di queste famiglie, che se ne contano circa 4700, sono stati creati in laboratorio e largamente utilizzati dagli anni 50 nell'industria del packaging alimentare, nei pesticidi, nelle padelle antiaderenti, nei contenitori di cartone, nelle schiume antincendio, negli shampoo, nelle vernici, nei prodotti antimacchia e in molte altre applicazioni. Nelle materie plastiche li troviamo sotto forma di elastomeri (Fluoruro di vinilidene, Fluorurati in generale, Tetrafluoroetilene) o nei materiali polimerici (Sale di magnesio-sodio-fluoruro dell'acido silicico). I vantaggi di queste sostanze, applicate ai prodotti finiti, sta nella loro idrorepellenza, oleo-repellenza e termo-resistenza, che ci permettono di rendere, per esempio, una giacca impermeabile, di non far attaccare un uovo alla padella, di non sporcarci si maionese o sostanze oleose quando mangiamo un panino imbottito contenuto in un involucro di carta e di non farci sporcare le mani al cinema quando mangiamo i popcorn. Il loro legame chimico composto dal fluoro e dal carbonio rende, la molecola risultante, un elemento oggi insostituibile nelle applicazioni industriali, ma lo rende anche non biodegradabile ed estremamente pericoloso, in quanto è inodore, insapore e incolore. Queste caratteristiche gli permettono di disperdersi facilmente nelle acque, nel suolo e nell'aria, rimanendo a danneggiare l'ambiente e la salute dell'uomo per molto tempo. Le piante assorbono i Pfas attraverso l'acqua di irrigazione, li cedono ai frutti e agli animali, di cui si cibano e così, magicamente finiscono sulle nostre tavole e nel nostro corpo. Dal punto di vista della salute molti studi hanno dimostrato che l'accumulo di queste sostanze nel corpo umano possono favorire aborti spontanei, alterare la fertilità, provocare cancro al testicolo, alla tiroide e ai reni. Quali sono i mezzi oggi a disposizione per difenderci dall'inquinamento subdolo degli Pfas? Allo stato attuale non sono molti: possiamo contare sui filtri a carboni attivi in cui la porosità del carbone filtrante ha dimostrato una certa efficacia nell'intercettare i Pfas, ma non è un sistema efficace su tutte le molecole. Ma ancora una volta, la biochimica, ci potrebbe dare una risposta al problema in quanto un team di ricercatori Americani ha scoperto un batterio, chiamato Acidimicrobium A6, che avrebbe la caratteristica di spezzare il legame tra il fluoro e il carbonio nei Pfas. Il batterio è stato scoperto in una palude Americana e studiato a lungo a seguito della sua capacità di scindere l'ammonio, sfruttando il ferro presente nel terreno, senza l'impiego di ossigeno. Questa reazione denominata, Feammox, è stata riprodotta in laboratorio, dopo aver coltivato nuovi ceppi di batteri e sottoponendo le nuove famiglie ad altri tests relativi alle sostanze presenti nelle acque reflue. Dopo 100 giorni di coltura in acque contenenti, tra gli altri, anche i Pfas, si è notato che il batterio aveva la capacità di scomporre i due leganti principali, il fluoro e il carbonio, riducendoli per il 60%. La scoperta potrebbe essere interessante, non solo nei liquidi reflui contaminati da Pfas, ma anche nei terreni in quanto il batterio agisce in condizioni ipossiche, cioè di scarso ossigeno. Categoria: notizie - tecnica - pfas - packaging - imballaggi
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