Analisi avanzata del bioaccumulo di microplastiche nel cervello tramite tecniche scientifiche innovative come la Pirolisi-Gas Cromatografiadi Marco ArezioNegli ultimi anni, il crescente problema della contaminazione da microplastiche ha attirato l'attenzione della comunità scientifica per il suo impatto ambientale e sulla salute umana. Le microplastiche, minuscole particelle plastiche inferiori a 5 millimetri, si trovano ovunque: negli oceani, nel suolo, negli alimenti, nell'acqua potabile e persino nell'aria che respiriamo. Tuttavia, l'idea che queste particelle possano accumularsi nel nostro corpo, in particolare nel cervello, rappresenta un allarme che la scienza sta appena iniziando a comprendere. Recenti ricerche hanno dimostrato che le microplastiche non solo possono entrare nel corpo umano, ma potrebbero persino superare una delle sue difese più sofisticate: la barriera emato-encefalica (BBB), una struttura che protegge il cervello da sostanze nocive presenti nel sangue. Questa scoperta, ottenuta grazie a tecniche analitiche avanzate come la pirolisi-gas cromatografia-spettrometria di massa (Py-GC-MS), apre un nuovo capitolo nello studio dell’impatto delle microplastiche sulla salute umana. Le Microplastiche e il Cervello: Come si Studiano La rilevazione di microplastiche nel cervello umano richiede tecniche sofisticate e un approccio metodologico rigoroso. I tessuti cerebrali analizzati in questi studi sono stati prelevati da individui deceduti, con procedure che garantiscono la massima sterilità per evitare contaminazioni ambientali. Una volta ottenuti i campioni, i ricercatori hanno utilizzato la Py-GC-MS, una tecnica in grado di scomporre il materiale organico e isolare i frammenti plastici. La pirolisi riscalda i campioni a temperature estremamente elevate in assenza di ossigeno, consentendo di ottenere molecole più piccole che possono essere separate e identificate. Questo metodo permette di riconoscere i polimeri specifici, fornendo una "firma chimica" per ogni tipo di plastica. Tra i polimeri rilevati, i più comuni sono risultati essere il polietilene (PE), il polipropilene (PP) e il polietilene tereftalato (PET), materiali utilizzati in imballaggi, contenitori alimentari e tessuti sintetici. Le particelle trovate avevano dimensioni inferiori a 100 micrometri, un fattore che le rende particolarmente pericolose, poiché consentono loro di penetrare in profondità nei tessuti. Come le Microplastiche Raggiungono il Cervello La presenza di microplastiche nel cervello umano solleva interrogativi fondamentali sui meccanismi attraverso cui queste particelle possono attraversare la barriera emato-encefalica. Diverse ipotesi sono state formulate: Trasporto tramite il flusso sanguigno: Una volta ingerite o inalate, le microplastiche possono entrare nel circolo sanguigno e, grazie alle loro dimensioni ridotte, superare la barriera protettiva del cervello. Via olfattiva: Le particelle inalate attraverso il naso potrebbero raggiungere il cervello passando attraverso il nervo olfattivo, bypassando del tutto la barriera emato-encefalica. Fagocitosi mediata da cellule: Alcuni tipi di cellule immunitarie, come i macrofagi, possono inglobare le microplastiche e trasportarle verso il sistema nervoso centrale. Le Conseguenze per la Salute Umana L’accumulo di microplastiche nel cervello umano non è solo una scoperta preoccupante, ma solleva interrogativi sul loro potenziale impatto sulla salute neurologica. Gli studi suggeriscono che le microplastiche possano indurre: Infiammazione cronica: Le particelle plastiche possono attivare la microglia, le cellule immunitarie del cervello, provocando un’infiammazione persistente che danneggia i tessuti neuronali. Stress ossidativo: Le microplastiche possono generare specie reattive dell’ossigeno (ROS), molecole altamente reattive che danneggiano le membrane cellulari, le proteine e il DNA. Neurotossicità chimica: Molti polimeri plastici contengono additivi chimici come ftalati e bisfenolo A (BPA), noti per interferire con i sistemi endocrini e neuronali. Questi effetti potrebbero contribuire allo sviluppo di patologie neurodegenerative come il Parkinson o l'Alzheimer. Sebbene le prove attuali siano limitate, le similitudini con studi su modelli animali rafforzano la necessità di ulteriori ricerche. Una Nuova Frontiera di Ricerca La scoperta di microplastiche nel cervello umano rappresenta una frontiera di ricerca ancora poco esplorata. Comprendere come queste particelle interagiscano con il sistema nervoso è cruciale per valutare i rischi a lungo termine e adottare misure preventive. Le future ricerche dovrebbero concentrarsi su: Epidemiologia: Correlare l'esposizione alle microplastiche con l'incidenza di disturbi neurologici nella popolazione generale. Meccanismi biologici: Studiare il comportamento delle microplastiche nel cervello per comprendere i processi di accumulo e degradazione. Prevenzione: Sviluppare strategie per limitare l’esposizione alle microplastiche attraverso politiche ambientali più severe e tecnologie innovative. Conclusione L’accumulo di microplastiche nel cervello umano, documentato grazie a tecniche analitiche avanzate come la Py-GC-MS, rappresenta una scoperta rivoluzionaria che pone nuove sfide alla ricerca scientifica e alla sanità pubblica. Sebbene molte domande rimangano ancora senza risposta, questa nuova conoscenza evidenzia la necessità di agire per ridurre la presenza di microplastiche nell’ambiente. Solo così potremo limitare i rischi per la salute umana in un mondo sempre più segnato dalla plastica.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Tra il ricordo di Mauro, la scoperta inquietante degli specchi e l’attesa dell’incontro con Valenti, Elena affronta il confine sottile tra salvezza e prigioniaAgosto 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 17: Il volto del passato e l’ombra del Palazzo CottoElena rimase interdetta per lunghi minuti sulla collina, incapace di muoversi. Il respiro si faceva corto, come se la visione del corteo e della violenza improvvisa l’avessero risucchiata in una spirale di paura e impotenza. Aveva visto abbastanza da capire che il “mondo parallelo” non era solo una costruzione mentale o una fuga consolatoria, ma un luogo dove l’ordine sfociava in rituali di controllo e sottomissione. Solo quando il vento iniziò a pizzicarle le braccia e il sole a declinare dietro le montagne, Elena trovò la forza di rimettersi in cammino. Scese dalla collina senza più guardare i campi e i capannoni, temendo che un solo dettaglio in più potesse mandare in pezzi il fragile equilibrio che le restava. Rientrare nel paese fu come riemergere da un incubo: la vita sembrava scorrere di nuovo normale, la folla nelle vie era fitta, le voci risuonavano senza minaccia, il profumo del pane appena sfornato si confondeva con quello dolce delle pasticcerie. Arrivò al negozio del ciclista nel tardo pomeriggio, la bici elettrica sporca di polvere e foglie, i pantaloni macchiati dal terreno umido. L’uomo la attendeva sulla soglia, le mani infangate, intento a riparare una camera d’aria. «Buonasera, si è trovata bene?» chiese, lanciando uno sguardo rapido sulla bici, ma senza il sorriso aperto del mattino. Elena annuì, senza riuscire a mostrare alcun entusiasmo. «Sì… la bici è perfetta. Grazie ancora.» Il ciclista le prese la bici senza aggiungere altro, ma mentre Elena si voltava per andarsene, la sua voce la bloccò. Non era più calorosa e amichevole, piuttosto tagliente e autoritaria, come una raccomandazione che non ammetteva replica......Acquista il libro© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Un riferimento tecnico per responsabili manutenzione, capi reparto e imprenditori industriali che vogliono ridurre l’improvvisazione e gestire meglio affidabilità, costi e continuità produttivaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, processi industriali delle materie plastiche e organizzazione tecnica delle filiere produttive. Fondatore di rMIX. Data: 20 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minuti Nell’industria della trasformazione delle materie plastiche esiste ancora una convinzione diffusa: che la manutenzione si governi soprattutto con l’esperienza del tecnico più bravo, con l’intuito di chi conosce le macchine da anni, con la memoria pratica di chi “sa dove mettere le mani”. Questa esperienza resta preziosa, ma non basta più. Le linee produttive sono diventate più complesse, i materiali più variabili, i margini più compressi, la continuità produttiva più delicata. Per questo, quando mi si chiede se abbia senso investire in un manuale tecnico avanzato sulla manutenzione delle macchine per la lavorazione delle materie plastiche, la mia risposta è che può averne eccome, a condizione che non sia un testo generico o scolastico, ma un vero strumento di lavoro. Il manuale in questione nasce esattamente con questa impostazione: non come introduzione elementare, ma come guida strutturata alla manutenzione ordinaria e straordinaria, alla gestione delle competenze, alla normativa, alle tecnologie 4.0 e all’ottimizzazione dei costi. Il punto non è avere un libro in più. Il punto è ridurre la dipendenza dall’improvvisazione e rendere più leggibile ciò che in molte aziende è ancora disperso tra appunti, abitudini di reparto, interventi d’urgenza e conoscenze tramandate oralmente. Il problema industriale non è il guasto, ma il costo complessivo del disordine tecnico Molti imprenditori ragionano ancora sul costo dell’intervento. In realtà il costo vero, quasi sempre, è il contesto che il guasto genera. Un fermo macchina non vale soltanto il ricambio o le ore del manutentore. Vale la produzione persa, i turni alterati, il materiale compromesso, il ritardo sulla consegna, lo stress sulla pianificazione, la qualità che deraglia, il cliente che attende. Nel manuale questa impostazione è dichiarata con chiarezza: la manutenzione non viene presentata come semplice costo necessario, ma come investimento che protegge il valore degli asset e la capacità produttiva dell’azienda. Lo stesso testo richiama il peso economico dei fermi non pianificati nel settore plastico e li colloca in una fascia percentuale che può incidere in modo serio sul fatturato delle aziende trasformatrici. Questo, a mio avviso, è già un primo elemento di valore. Un buon manuale tecnico non dovrebbe limitarsi a spiegare come si smonta un componente o come si esegue un controllo. Dovrebbe aiutare chi legge a ragionare in modo più ampio, facendo capire che manutenzione, produttività, affidabilità e margine appartengono allo stesso sistema. Da quanto emerge dal testo, questa è una delle sue intenzioni più serie. Quando un manuale tecnico diventa davvero utile in azienda Non tutti i manuali servono. Alcuni sono troppo teorici, altri troppo superficiali, altri ancora troppo legati a una singola macchina o a un unico costruttore. Un manuale è utile quando riesce a stare nel punto giusto tra rigore e applicabilità. Qui il valore sembra stare proprio in questo equilibrio. Il testo afferma in modo esplicito che il volume è stato concepito come strumento di lavoro da tenere sulla scrivania quando serve giustificare un investimento, istruire un neoassunto, negoziare un contratto di service o affrontare verifiche di conformità. Questa è un’indicazione importante, perché chiarisce l’identità del libro. Non è un oggetto da lettura passiva. È pensato per accompagnare decisioni operative. In un ambiente industriale questo fa una differenza enorme. Significa che il valore non è nella sola quantità dei contenuti, ma nella capacità di usarli in momenti specifici: una fermata programmata, una revisione generale, un’anomalia ricorrente, una discussione sul budget manutentivo, un cambio generazionale nel reparto tecnico. Un testo costruito per il settore della lavorazione delle materie plastiche Chi lavora in questo comparto sa bene che la manutenzione non è uguale dappertutto. Le esigenze di una linea di estrusione non coincidono con quelle di una pressa a iniezione, e la manutenzione di una macchina che lavora polipropilene standard non è la stessa di una macchina che processa poliammidi caricate, materiali fluorurati o compound abrasivi. Per questo considero utile che il manuale sia costruito come un’opera specifica per la lavorazione delle materie plastiche e non come un testo manutentivo genericamente manifatturiero. La struttura in nove parti affronta il parco macchine, i processi produttivi, i meccanismi di degrado, la manutenzione ordinaria, la diagnostica avanzata, l’organizzazione della funzione manutentiva, la normativa, i software di gestione, la predittiva, i costi e le tecnologie 4.0. Tra i capitoli compaiono presse a iniezione, estrusori, soffiatrici, termoformatrici, sistemi ausiliari, oltre a sezioni dedicate a vite e cilindro, impianti idraulici, sistemi elettrici, termoregolazione, stampi, ricambi e overhaul. Dal mio punto di vista, questo è uno dei motivi per cui il volume può essere preso seriamente da chi lavora in officina o in direzione tecnica. Non dà l’impressione di voler inseguire la manutenzione come concetto astratto, ma di voler entrare nella specificità concreta delle macchine del settore plastico. Dalla manutenzione ordinaria alla predittiva: una visione completa Spesso nelle aziende si tende a oscillare tra due errori opposti. Da una parte c’è chi resta inchiodato alla manutenzione correttiva, intervenendo solo quando il problema è già esploso. Dall’altra c’è chi si lascia affascinare da parole come IoT, AI o manutenzione predittiva senza avere prima costruito un minimo di disciplina preventiva, documentale e organizzativa. Il manuale, per come è impostato, cerca di evitare entrambe le semplificazioni. La manutenzione preventiva viene trattata come cuore operativo del sistema, con check-list, procedure e criteri di riferimento; allo stesso tempo trovano spazio CMMS, condition monitoring, TPM, OEE, IoT, intelligenza artificiale e digital twin. Ma il testo chiarisce anche che la tecnologia non sostituisce le buone pratiche di base e che la manutenzione 4.0 funziona solo se poggia su documentazione affidabile, competenze adeguate e piani ben strutturati. Questa, francamente, è una posizione che condivido. È più credibile di molti discorsi commerciali che oggi circolano. Un’impresa che non ha ancora ordinato il proprio parco ricambi, non misura in modo coerente i guasti, non controlla bene i parametri di degrado e non dispone di procedure interne chiare non risolve i suoi problemi solo perché installa sensori. In questo senso un manuale così può essere utile anche per mettere ordine mentale prima ancora che tecnologico. Il valore pratico per PMI, reparti tecnici e direzioni di stabilimento Un altro aspetto che giudico importante è l’attenzione alla realtà delle PMI. Il manuale riconosce infatti che, nel settore plastico italiano, la grande maggioranza delle imprese lavora con strutture snelle, dove il responsabile manutenzione coincide talvolta con il titolare, il capo reparto o il meccanico più esperto, e dove il tempo da dedicare alla sistematizzazione delle pratiche è poco. Questo rende il testo potenzialmente utile non solo alle aziende molto organizzate, ma anche a quelle che vogliono fare un salto di maturità. In una PMI ben gestita, un manuale del genere può servire per almeno quattro motivi. Può aiutare a trasferire conoscenza dai singoli all’organizzazione. Può migliorare il dialogo tra manutenzione e produzione. Può dare al management un linguaggio più tecnico con cui leggere costi e priorità. E può diventare una base per formare nuove figure, riducendo il rischio che il sapere operativo resti confinato a poche persone. Non è poco. Anzi, in certe imprese è proprio questo il vero vantaggio: non tanto sapere una cosa in più, ma riuscire a rendere replicabile e discutibile in modo più ordinato ciò che prima era implicito. Perché la qualità della manutenzione incide anche sulla qualità del prodotto Uno degli aspetti che spesso vengono sottovalutati, e che il manuale invece mette bene in relazione, è il legame tra stato manutentivo e qualità del prodotto finito. Una macchina degradata non produce solo fermate. Produce variabilità. E la variabilità, in un processo industriale, si traduce in scarti, rilavorazioni, instabilità di processo, difetti superficiali, derive dimensionali, non conformità. Nel testo questo nesso viene richiamato in modo diretto, soprattutto quando si parla del rapporto tra usura di vite e cilindro, sistemi di termoregolazione, qualità di plastificazione e qualità finale del pezzo. Questa parte mi sembra particolarmente utile per chi, in azienda, tende ancora a separare troppo nettamente produzione e manutenzione. In realtà, su molte linee, la manutenzione è già qualità di processo. E dove il mercato richiede tolleranze strette, continuità di prestazione e tracciabilità, questa consapevolezza diventa ancora più importante. Un manuale utile deve parlare il linguaggio degli operatori Esiste anche un tema di linguaggio. Molti testi tecnici falliscono perché o si appiattiscono su una divulgazione povera, oppure si rifugiano in un gergo tanto specialistico da diventare poco utilizzabile. Qui il manuale usa un linguaggio tecnico preciso, con termini specialistici definiti e con un rapporto tra teoria e pratica costruito per rendere comprensibili le ragioni operative delle procedure. Questo aspetto conta più di quanto sembri. Chi lavora in produzione non ha bisogno di formule decorative. Ha bisogno di capire perché una certa scelta manutentiva è sensata, perché un parametro va controllato, perché una procedura non è burocrazia ma riduzione di rischio. Quando un testo riesce a spiegare il “perché”, non solo il “cosa fare”, allora diventa davvero formativo. A chi consiglierei davvero questo manuale Se dovessi esprimere un parere professionale netto, direi che questo manuale può essere particolarmente utile a cinque categorie di lettori. La prima è il responsabile manutenzione che sente il bisogno di rafforzare metodo, documentazione e capacità di dialogo con la direzione. La seconda è il titolare o direttore di PMI che vuole smettere di dipendere solo dall’emergenza e dall’esperienza individuale. La terza è il capo produzione che vuole comprendere meglio come l’affidabilità impiantistica incida su qualità, tempi e scarti. La quarta è il tecnico specializzato che desidera passare da una competenza prevalentemente pratica a una visione più completa della funzione manutentiva. La quinta è il responsabile del Marketing che può distribuire ai propri clienti, la conoscenza e l'affidabilità dei prodotti o servizi che vende al cliente attraverso l'omaggio del manuale, creando un legame di fedelizzazione competente. Il testo, del resto, dichiara esplicitamente come lettore ideale il responsabile di manutenzione o il tecnico specializzato di uno stabilimento di lavorazione delle materie plastiche, e precisa che i capitoli sono pensati per essere consultabili anche autonomamente. Non lo vedo invece come un testo per chi cerca una panoramica leggera o una lettura introduttiva. Il manuale stesso chiarisce che non è un’opera introduttiva e che presuppone una certa familiarità con processi e macchine. Considerazioni finali da un punto di vista tecnico e organizzativo In sintesi, il valore di un manuale di questo tipo non sta nel fatto che “fa vendere” una certa idea di manutenzione. Sta nel fatto che può aiutare a trattarla in modo più adulto. Oggi la manutenzione industriale non può più essere letta come attività ancillare, né come semplice reazione ai problemi. Deve diventare una disciplina organizzata, capace di parlare sia il linguaggio tecnico del reparto sia quello economico della direzione. Da ciò che emerge dal testo, questo manuale prova a collocarsi proprio lì: tra officina e management, tra guasto e prevenzione, tra procedura tecnica e decisione industriale. Offre una struttura ampia, un focus specifico sul settore plastico, attenzione ai costi, alla predittiva, alle competenze, alla normativa e alla concretezza dell’uso quotidiano. Per questo, più che presentarlo come un oggetto da acquistare, lo considererei un riferimento che può essere utile avere quando un’azienda decide di fare un passo avanti nella propria cultura manutentiva. Non per moda, non per teoria, ma per una ragione molto semplice: nel manifatturiero moderno l’affidabilità non è un dettaglio tecnico. È una condizione della competitività. FAQ Questo manuale è adatto anche a una piccola azienda della trasformazione plastica? Sì, potenzialmente sì. Il testo riconosce esplicitamente la realtà delle PMI italiane, dove spesso la manutenzione è gestita da figure che hanno anche altre responsabilità, e sembra pensato anche per aiutare queste strutture a sistematizzare meglio le pratiche. È un testo solo teorico? No. La sua impostazione dichiarata è quella di uno strumento di lavoro, consultabile per capitoli in base alle necessità operative. Copre solo la manutenzione ordinaria? No. La struttura include manutenzione ordinaria, straordinaria, diagnostica avanzata, guasti, ricambi, organizzazione, normativa, CMMS, TPM, manutenzione predittiva e tecnologie 4.0. È adatto a lettori senza esperienza nel settore? Direi di no, o almeno non principalmente. Il manuale afferma in modo chiaro di non essere introduttivo e di essere pensato per professionisti del settore con una base già presente. Perché potrebbe essere utile averlo in azienda? Perché può aiutare a rendere più ordinata la manutenzione, più leggibile il rapporto tra guasti e costi, più chiaro il dialogo tra reparto tecnico, produzione e direzione. Questa utilità deriva dall’impianto stesso dell’opera. Può diventare un mezzo di fidelizzazione? Si. L'omaggio di una copia del manuale ai propri clienti certifica la competenza del produttore/distributore e l'attenzione verso i prodotti/servizi che si stanno vendendo. Fonti Base documentale: “MANUTENZIONE DELLE MACCHINE PER LA LAVORAZIONE DELLE MATERIE PLASTICHE – Manuale Tecnico Avanzato”, Prima Edizione 2026, struttura, prefazione, introduzione metodologica e sezioni dedicate a target, impostazione, costi, organizzazione e tecnologie di manutenzione. manuale-manutenzione-macchine-materie-plastiche-utilita-industrialeACQUISTA IL MANUALEImmagine su licenza © Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Nonostante si pensi che i polimeri siano una commodity, conoscere un po' di chimica aiuterebbe il tuo lavorodi Marco ArezioIl settore della plastica è composto da molte ramificazioni, dalle macchine ai polimeri, dai prodotti finiti alla ricerca e sviluppo, dagli additivi alla tecnologia di controllo dei processi, solo per citarne alcune.Servizi, prodotti e macchine sono indirizzati tutti all’uso della plastica riciclata o vergine, per realizzare, nel modo migliore, al prezzo più basso e nel minor tempo, un mercato che possa sostenere l’azienda. Le attività di vendita sono solo la parte finale di un processo svolto dall’azienda per portare sul mercato una serie di prodotti, creando profitto e permettendo la continuità produttiva o distributiva. Ma se è vero che le risorse umane destinate a realizzare un prodotto in plastica devono avere competenze anche tecniche, in merito ai processi e ai materiali impiegati, si tende a non considerare la qualità delle conoscenze tecniche di chi è addetto al settore commerciale. Le competenze per la vendita di un prodotto o di un servizio sono spesso associate, ancora, alla qualità caratteriale dei venditori, alla loro intraprendenza, alle loro doti di convincimento, alla loro empatia, cortesia, simpatia e al carisma che il carattere di ognuno riesce a produrre sul cliente finale. In realtà, molto di quanto sopra descritto è vero ed aiuta sicuramente nel proprio lavoro, ma il mondo dei prodotti che ruotano intorno alle materie plastiche, ha l’esigenza di essere gestito da personale che possa avere una conoscenza della chimica di base e della meccanica di produzione. E se, per quanto riguarda la parte di approfondimento sui sistemi di produzione della propria azienda possono, attraverso un’infarinatura, migliorare la professionalità del venditore o dell’addetto post vendita, la conoscenza della chimica di base può rendere più efficace l’azione di vendita e permette di gestire in modo più competente l’insorgere di eventuali problemi. Tuttavia, la conoscenza della chimica di base non è utile solo per le materie prime plastiche, ma anche per migliorare la conoscenza delle reazioni termiche, oleodinamiche ed elettriche degli impianti che l’azienda usa. L’intento non è quello di spiegare, qui, i concetti della chimica di base, ma dare degli spunti di approfondimento su argomenti che potrebbero essere utili per la propria professione nelle vendite o nel post vendita. Parlando di chimica di base possiamo accennare all’importanza degli atomi e delle molecole, infatti un atomo non è che la parte più piccola di una sostanza, che può essere solida, alla temperatura della superficie terrestre, liquida o gassosa. Gli elementi possono avere differenti quantità di particelle e hanno posizioni fisiche differenti, infatti, i protoni e i neutroni sono nel nucleo dell'atomo, mentre gli elettroni girano intorno al nucleo respingendosi a vicenda. Le molecole sono le combinazioni di elementi semplici che troviamo in natura o che possiamo sintetizzare. Possono essere diversi elementi come acqua o anidride carbonica ed, alcuni, non sono così semplici. Inoltre, l'ossigeno e gli altri gas reattivi girano in coppia finché non trovano qualcosa con cui reagire: l'ossigeno nell'aria che respiriamo, ad esempio, reagisce con i nutrienti che mangiamo e digeriamo. Questa introduzione sugli atomi e i loro composti, porta a comprendere come nasce l’elettricità che è costituita dal movimento di elettroni in eccesso su una superficie, infatti, l’energia elettrica si basa sul movimento degli elettroni attraverso i conduttori (solitamente metalli) e richiede energia per spingere quegli elettroni attraverso la resistenza del conduttore. Nel lavoro utilizziamo frequentamene l’acqua che, nello specifico non è un elemento ma un composto, la combinazione magistrale tra due idrogeni e un ossigeno, così come può essere interessante approfondire la conoscenza dei metalli che si usano nelle lavorazioni delle materie plastiche. Infatti, molti metalli sono elementi, come il ferro, il rame, l’oro, il piombo e alluminio, ma alcuni sono leghe (zinco + rame = ottone, stagno + rame = bronzo) e alcuni sono un elemento che è stato lavorato, in particolare il ferro con l'acciaio. Alcuni si trovano in natura come elementi, ma la maggior parte si trova come composti (minerali) e alcuni, come il sodio e il calcio, sono così reattivi che non si trovano mai non combinati, come, per esempio, il cloruro di sodio o sale comune. Gli elementi come il carbonio e il silicio sono estremamente abbondanti, solitamente legati con altri elementi. Le combinazioni di carbonio sono la base della chimica organica e formano le molecole degli esseri viventi così come la maggior parte delle materie plastiche. Per arrivare fino alla fine di questa carrellata, capire come questi elementi di chimica di base, da approfondire a vostro piacimento, possano avere un nesso con le materie plastiche, dobbiamo parlare dell’ultima voce importante che è l’aria, che non è un elemento, ma una miscela di 78% di azoto, 21% di ossigeno, 1% di argon (inerte), e un po' di anidride carbonica e acqua (non inerte e molto importante nonostante le loro basse percentuali). Tornando al mondo delle materie plastiche possiamo dire che i polimeri sono formati da molecole differenti, i cui legami e le cui ramificazioni possono far mutare il polimero stesso sotto diversi punti di vista. Per esempio, le molecole di etilene e cloruro di vinile (PVC), la parti costituenti di due famiglie di plastiche molto comuni, possono avere un doppio legame, possibile perché un atomo di carbonio ha quattro braccia e può trattenere un altro carbonio con due di essi, lasciando che gli altri due contengano idrogeni, ossigeni, cloro o altro. Questi doppi legami sono reattivi, quindi uno può rompersi mentre l'altro rimane stabile, in questo modo, è possibile creare lunghe catene se l'etilene (o il cloruro di vinile) viene mantenuto alla giusta temperatura e pressione per un tempo sufficiente. Le molecole possono diventare molto più complicate, con ramificazioni e/o più di un monomero, e alcune plastiche estrudibili, come PET, PC e nylon, sono diverse, ma seguono comunque la stessa idea. Piccole molecole si uniscono per formarne di grandi e lunghe. L’approfondimento degli spunti sulla chimica di base, qui citati, può essere accoppiato ad una conoscenza dei flussi dinamici nelle macchine per la plastica e al comportamento del fuso plastico nei diversi mezzi di conformazioni negli stampi. Inoltre, un approfondimento a parte riguarda la tecnologia delle materie plastiche riciclate, che vede la necessità di una conoscenza importante inerente ai sistemi di separazione degli scarti, la macinazione, il lavaggio, la densificazione, l’essicazione, la granulazione, l’insaccamento e l’utilizzo della nuova materia prima nelle fasi di stampaggio o estrusione o soffiaggio o termoformatura.
SCOPRI DI PIU'
Le influenze degli industriali del carbone e delle attività collegate che non volevano una legge che minasse i loro interessidi Marco ArezioSappiamo dalla storia che un motivo, tra i tanti, della grandezza dell’Inghilterra a cavallo tra il XIX° e il XX° secolo fu la propria indipendenza energetica, basata sul carbone, che permetteva all’industria di lavorare, alle case di scaldarsi e poter cucinare e ai trasporti navali di funzionare. Il risvolto della medaglia di tutto questo progresso fu l’inquinamento che pervadeva le città, Londra compresa, creando fitte coltre di nebbie composte da inquinanti dannosi derivanti alla combustione del carbone. Non si comprese, in quel periodo storico, la correlazione tra le emissioni in atmosfera causate dal carbone domestico ed industriale, e la letalità della nebbia inquinata che veniva respirata dagli uomini de dagli animali, portando a patologie respiratorie spesso inquadrate come influenza. Nonostante già nel 1880, il meteorologo Rollo Russell iniziò a credere che lo smog che si formava nelle città potesse avere un’influenza sull’aumento delle malattie e delle morti, poco si fece per risolvere il problema. Tuttavia, verso la fine del XIX° secolo iniziò ad emergere la consapevolezza che lo smog potesse essere deleterio per la salute, e che la principale causa della nebbia densa e persistente venisse proprio dalla combustione del carbone. In ogni caso, la politica cercò di non fare emergere il problema di carattere socio-sanitario, anche perché una soluzione avrebbe imposto una drastica cura, che riguardava la sostituzione del carbone sia domestico che industriale, mettendo mano ad una riforma energetica costosa e avversa agli industriali del carbone. Il silenzio proseguì fino al Dicembre 1952 quando per condizioni meteorologiche particolari, Londra fu avvolta da una nebbia fitta e maleodorante che si impossessò della città per qualche giorno. In quel periodo si verificò un repentino aumento dell’inquinamento atmosferico causato dallo stazionamento dell’anticiclo delle Azzorre che creò un’inversione termica sulla città, creando uno strato di aria fredda al suolo e uno di aria calda superiore con l’assenza di vento. L’aria calda a contatto con quella fredda creava una rugiada, facendo nascere una massiccia quantità di umidità che si mescolava agli inquinanti della combustione del carbone presenti nell’ambiente. Inoltre, la permanenza dell’aria fredda spinse ad aumentare l’uso del carbone per il riscaldamento peggiorando la situazione. Un altro fattore concomitante da tenere presente è che il carbone disponibile in Inghilterra era di pessima qualità, in quanto il migliore veniva venduto all’estero, e questo faceva si che bruciando un combustibile con alto contenuto di zolfo si liberasse nell’aria una grande quantità di anidride solforosa. Si creò quindi una coltre spessa dai 100 ai 200 metri che ammorbò l’aria sia all’esterno degli edifici che all’interno, riducendo la visibilità nei trasporti ma anche per la circolazione dei pedoni. Le vittime, nell’immediata vicinanza ai giorni del grande smog, furono 4000 solo a Londra ma, nei periodi successivi ne furono censiti circa 12.000 che potevano essere ricondotte a questo fenomeno, con l’aggiunta di circa 100.000 ammalati. Nei quattro giorni sopra detti furono rilasciate nell'atmosfera enormi quantità delle seguenti sostanze impure: - 1 000 tonnellate di particelle di fumo - 140 tonnellate di acido cloridrico - 14 tonnellate di composti di fluoro - 370 tonnellate di anidride solforosa convertite in 800 tonnellate di acido solforico Nel 1954 il ministero della salute, a fronte dell’aumento statisticamente così consistente dei morti e degli ammalati di malattie respiratorie, avanzò l’ipotesi che potesse trattarsi di un’influenza. Questi ipotesi, non si sa se spinta da interessi economici di parte, fu smentita successivamente attraverso l’osservazione della medicina generale della zona di Londra e della situazione vaccinale della popolazione, portando ad una conferma che il fenomeno era stato causato dallo smog. Il governo di allora, presieduto da Winston Churchill, cercò una via d’uscita difronte alle informazioni scientifiche presentate dal ministero della salute, per evitare una trasformazione sociale ed industriale che non sarebbe stata gradita agli elettori.Questa trasformazione contemplava: - l’abbandono dell’uso del carbone nelle abitazioni e nelle fabbriche per passare al gas, che avrebbe comportato la fine del particolato proveniente dal carbone e presente nell’aria, con una qualità della stessa in deciso miglioramento- la conversione del combustibile nelle macchine industriali - lo spostamento delle fabbriche fuori dalle città. Il 5 Luglio 1956 il parlamento Britannico promulgò la legge denominata Clean Act, che fu firmata dalla Regina Elisabetta, restando in vigore fino al 1964. Questa legge, in quanto la prima di carattere ambientale, resterà una pietra miliare nel campo del controllo della qualità dell’aria e delle emissioni inquinanti, nonostante, nei decenni successivi, fu oggetto più volte di implementazione e aggiornamento.
SCOPRI DI PIU'