Il nuovo packaging cambia colore in base alla qualità del cibo che contiene di Marco ArezioLa ricerca universitaria e scientifica nel campo del packaging si sta concentrando sul problema della effettiva scadenza dei cibi, studiando bio pellicole che possano aiutarci a classificare, oltre all’etichetta apposta, la reale qualità del cibo contenuto. Le nuove bio pellicole sono formate da bio plastiche, realizzate dalla trasformazione dello zucchero contenuto nelle barbabietole e nel mais, alle quali vengono aggiunti additivi provenienti dagli scarti del settore agroalimentare. Questi additivi sono, a loro volta, scarti della filiera agroalimentare come la canapa, il lino, gli scarti del caffè, vari scarti di vegetazione, e altri prodotti naturali. Hanno diverse proprietà che possiamo riassumere: Buone proprietà meccaniche Resistenza al fuoco Proprietà antiossidanti Proprietà antifungine Proprietà antimicrobiche Tra gli additivi di cui abbiamo parlato prima, l’aggiunta di ossido di zinco e alluminio, nella produzione delle bio pellicole, sviluppa delle proprietà antimicrobiche che possono allungare la scadenza dei prodotti freschi, riducendo così gli sprechi dato dalla scadenza dei prodotti. Mentre l’aggiunga di un additivo come l’olio di cardarolo e una particolare molecola chiamata porfirina, attribuiscono alla pellicola proprietà antiossidanti e antifungine, che nel campo del packaging alimentare aiutano a segnalare il deterioramento del prodotto. Ma come avviene questo meccanismo? Quando la bio pellicola entra in contatto con alcuni analiti, come l’acqua, l’etanolo, l’ammoniaca o altri prodotti che derivano dalla degradazione alimentare, in combinazione con la luce, questi elementi tossici penetrano nel polimero della pellicola creando reazioni di colore. Le pellicole realizzate in laboratorio sono completamente biodegradabili e bio compostabili, questo significa che alla fine del loro ciclo di vita possono diventare concime e rientrare nel pieno rispetto della circolarità dei prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - etichetta - packaging - imballoVedi maggiori informazioni sul packaging alimentare
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Agli albori del consumismo parlavano già di tutela dell’ambiente, frugalità e sostenibilità di Marco ArezioIl movimento hippy è emerso negli anni '60 del secolo scorso, come una controcultura giovanile che abbracciava valori di pace, amore, libertà individuale e una critica al consumismo e alla guerra.I suoi membri, chiamati hippy, cercavano di creare una società alternativa basata sull'amore, la consapevolezza e l'armonia con la natura.Nascita del movimento Hippy Il movimento hippy non ha avuto un singolo fondatore o leader, ma si è sviluppato come un movimento collettivo e spontaneo. È stato influenzato da diverse correnti culturali, filosofiche e sociali dell'epoca. Alcuni dei principali precursori e influenze del movimento si possono cercare nei seguenti correnti di pensiero: Beat Generation I poeti e scrittori della Beat Generation, come Allen Ginsberg e Jack Kerouac, hanno contribuito a sviluppare un'etica contro-culturale basata sulla libertà personale, l'esplorazione del mondo interiore e la critica della società di consumo. Movimento per i diritti civili Il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, guidato da figure come Martin Luther King Jr., ha ispirato gli hippies nella loro lotta per l'uguaglianza, la giustizia sociale e l'opposizione al razzismo. Movimento pacifista Il movimento pacifista che si è sviluppato durante la guerra del Vietnam e ha avuto un impatto significativo sugli hippies, che si sono uniti alle proteste contro la guerra e hanno adottato il pacifismo come valore centrale. Controcultura bohémien La controcultura bohémien degli anni '50 e '60, caratterizzata da un atteggiamento ribelle nei confronti delle norme sociali e culturali, ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del movimento hippy. Movimento per la libertà sessuale Il movimento per la libertà sessuale e l'emergere della contro-cultura sessuale hanno influenzato gli hippy nella loro concezione di amore libero, sessualità aperta e liberazione dalle restrizioni sociali. Caratteristiche del movimento Hippy Il quartier generale del movimento hippy era concentrato nella zona di Haight-Ashbury a San Francisco, dove migliaia di giovani si riunivano in una comune ricerca di libertà e sperimentazione. Altre comunità hippy emersero in varie parti degli Stati Uniti e in altri paesi del mondo. Gli hippies si vestivano in modo informale, spesso con abiti colorati, gonne lunghe, fiori nei capelli e simboli pacifisti. La musica svolgeva un ruolo centrale nella cultura hippy, con artisti come Bob Dylan, The Beatles, Janis Joplin e Jimi Hendrix che ispiravano e incantavano il movimento. Tuttavia, alla fine degli anni '60, il movimento hippy iniziò a declinare a causa di vari motivi, tra cui la commercializzazione della cultura hippy, la diffusione di droghe più pericolose, il deterioramento delle condizioni di vita nelle comuni e la repressione delle autorità. Nonostante la sua breve durata, il movimento hippy ha lasciato un impatto duraturo sulla società, influenzando la musica, la moda, l'arte e le questioni sociali. I valori di pace, amore e libertà promossi dagli hippies continuano a ispirare e ad affascinare molte persone ancora oggi. Il movimento hippy e l’ecologia Il movimento hippy ha avuto una forte connessione con l'ecologia e l'ambiente. Gli hippies erano spesso profondamente preoccupati per la salute del pianeta e la conservazione della natura. Molte delle loro convinzioni e pratiche si basavano su una visione di armonia con l'ambiente naturale. Gli hippies promuovevano uno stile di vita semplice e sostenibile, cercando di ridurre l'impatto sull'ambiente attraverso scelte consapevoli. Si impegnarono nell'agricoltura biologica, nell'alimentazione vegetariana o vegana, nel riciclo e nel riutilizzo dei materiali. Inoltre, erano spesso coinvolti in operazioni di attivismo ambientale, partecipando a proteste contro la distruzione dell'ambiente, come la deforestazione o la costruzione di dighe. Avevano una forte convinzione che l'equilibrio ecologico dovesse essere preservato per il bene delle future generazioni. Il movimento hippy ha contribuito a diffondere un'attenzione crescente verso le questioni ambientali e ha contribuito alla formazione dell'attuale movimento ecologista. Anche oggi, i valori ecologici e il desiderio di proteggere l'ambiente continuano ad essere parte integrante della cultura e delle preoccupazioni di molte persone, anche al di fuori del movimento hippy. Ideali del movimento hippy sul consumismo Il movimento hippy si opponeva al consumismo e promuoveva uno stile di vita semplice e anti-materialista. Credevano che la società fosse troppo focalizzata sull'acquisizione di beni materiali e che questo portasse a una mancanza di significato, alienazione e distruzione dell'ambiente. Invece di concentrarsi sul possesso di oggetti materiali, gli hippies valorizzavano esperienze, relazioni interpersonali, creatività e spiritualità. Cercavano di trovare la felicità e il significato nella condivisione, nell'amore, nella musica, nella natura e nella ricerca interiore. Inoltre, spesso adottavano uno stile di vita frugale, cercando di ridurre il proprio impatto ambientale e di consumare meno risorse. Erano sostenitori del riutilizzo e del riciclo, incoraggiando l'uso consapevole delle risorse e promuovendo l'auto-sufficienza.
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Cosa si intende per degrado dei polimeri riciclati: biologico, ossidativo, foto-degradazione e termico?di Marco ArezioNegli anni dal dopo guerra in poi, le materie plastiche hanno preso sempre più mercato andando a sostituire prodotti fatti con altre tipologie di materiali in quanto si evidenziarono subito gli innumerevoli vantaggi che questo nuovo materiale portava. Tra i vantaggi delle materie plastiche che si possono sottolineare, troviamo la leggerezza, la facilità di lavorazione, la possibilità di colorazione e il basso costo di produzione. In realtà in quegli anni ci siamo concentrati sui vantaggi indiscussi delle materie plastiche senza approfondire le questioni che ne determinavano il loro degrado. Oggi, con la grande esperienza che gli utilizzatori e i produttori di materie plastiche hanno acquisito, possiamo bilanciare vantaggi e svantaggi di un materiale così innovativo. Possiamo classificare gli svantaggi tra interni ed esterni: Svantaggi Interni modificazione chimiche e fisiche processo di produzione del polimero reattività chimica degli additivi Svantaggi Esterni variazioni termo-igrometriche esposizione ai raggi UV agenti inquinanti calore microrganismi ossigeno cause accidentali Inoltre, la degradazione può essere di tipo fisico che chimico. Nel degrado fisico si può notare un aumento della cristallinità e di conseguenza della densità, con la nascita di tensioni interne, fessurazioni e deformazioni. Quello chimico, che avviene a livello molecolare, in base all’agente degradante, va ad influenzare le catene polimeriche con una perdita di coesione e una diminuzione del peso molecolare. DEGRADO OSSIDATIVO DELLE MATERIE PLASTICHE Nonostante la degradazione dei polimeri organici e inorganici sotto l’effetto dell’ossigeno sia molto lenta, questa provoca il rilascio di sostanze chimiche che portano all’auto-catalizzazione del polimero stesso, cioè, gli agenti chimici frutto della degradazione attaccano a loro volta la catena polimerica, attivando un processo autodistruttivo. Inoltre, se questa fase viene interessata dalla formazione di radicali liberi per azione del calore o della luce, allora la reazione tra il polimero e l’ossigeno aumenta la velocità di scissione delle catene, che porta alla reticolazione e alla formazione di elementi volatili. Questo processo viene chiamato foto-ossidazione o termo-ossidazione, a seconda se il fattore scatenante sia stata la luce o il calore. Le conseguenze dirette sulla qualità del polimero si possono notare attraverso la riduzione delle proprietà meccaniche, specialmente per quanto riguarda l’elasticità e la resistenza alla rottura. DEGRADO BIOLOGICO DELLE MATERIE PLASTICHE Per degrado biologico si intende l’attacco da parte di funghi e batteri sui alcuni polimeri, specialmente quelli di derivazione naturale. Questi sono soggetti al fenomeno della Idrolisi, che può espone il polimero, in presenza di un alto tasso di umidità, alla rottura delle catene. Per bloccare il degrado si può optare per una conservazione in un ambiente privo di ossigeno, ma è necessario conoscere bene l’origine del polimero in quanto non è un trattamento universalmente valido. DEGRADO TERMICO DELLE MATERIE PLASTICHE Il fenomeno della degradazione termica è causato dalla presenza di idrogeni mobili nella catena o dall’attività radicalica che vengono innescati dal calore, causando la rottura della catena con la formazione di rotture e la produzione di elementi volatili. La mancanza di ossigeno porta alla depolimerizzazione della catena che avviene in tre fasi dissociative: iniziazione, trasferimento molecolare e propagazione. Per aumentare la resistenza chimica dei polimeri al degrado termico la soluzione migliore è l’aggiunta di additivi in fase di produzione. FOTO-DEGRADAZIONE DELLE MATERIE PLASTICHE Il fenomeno di foto-degradazione avviene quando il polimero è soggetto all’influenza dei raggi UV nel range di lunghezza d’onda tra 290 e 400 nm. A livello atomico sappiamo che le radiazioni di luce funzionano come flusso di particelle, nello specifico i fotoni, che entrando in contatto con le molecole dei materiali e, in certe condizioni, possono interagire passando da uno stato di bassa energia ad uno ad alta eccitazione energetica. Questi particolari flussi e movimenti si definiscono come Foto-fisici e/o Foto-chimici. Nel primo caso non intervengono modificazioni chimiche tra le molecole dei polimeri, mentre per il processo di Foto-chimica, esistono possibilità che le molecole alterino la loro caratteristica chimica in virtù della presenza di una abbondante energia. In alcune macromolecole sintetiche, l’energia dei fotoni contenute nelle radiazioni UV hanno la facoltà di provocare rotture dei legami covalenti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - polimeri - degrado Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche
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Baia Mare, Gennaio 2000: la notte in cui un bacino di cianuro contaminò tre paesi e cambiò l'Europa ambientaleSaggio Ambientale. Quando la Terra Presenta il Conto. Capitolo 6:Il disastro di Baia Mare. quando il cianuro avvelenò i fiumi d'Europadi Marco ArezioPrima della rottura: miniere, transizione economica e rischio chimico sommerso Alla fine degli anni Novanta, la Romania era un paese che cercava di reinventarsi in fretta. La caduta del sistema socialista aveva lasciato un vuoto economico e amministrativo: industrie intere in dismissione, disoccupazione crescente, città costruite attorno a un’unica fabbrica improvvisamente senza futuro. In quel clima di transizione, la parola “sviluppo” assumeva un valore quasi salvifico. Ogni progetto capace di generare posti di lavoro, investimenti, valuta estera veniva percepito come un’ancora. Ma proprio questa urgenza, spesso, riduceva lo spazio per la prudenza, per i controlli, per la valutazione piena dei rischi. Baia Mare, nel nord del paese, portava con sé una lunga memoria mineraria. L’estrazione di metalli preziosi aveva modellato il paesaggio e l’identità sociale: gallerie, scarti, colline di sterili, bacini di decantazione. Per secoli, le miniere erano state una promessa di reddito e, insieme, una fonte di inquinamento tollerato. Quella tolleranza era in parte culturale: quando un territorio vive di estrazione, la contaminazione diventa un rumore di fondo, un prezzo “normale” di cui si parla poco, perché parlarne troppo significa mettere in discussione l’unica economia disponibile. Negli anni Novanta, l’innovazione tecnologica rese possibile una nuova corsa all’oro, ma con una logica diversa. Non si trattava più soltanto di scavare vene ricche, bensì di recuperare metallo da minerali a bassa concentrazione o da residui di lavorazione. Il metodo più diffuso era la lisciviazione con cianuro: la roccia frantumata viene trattata con soluzioni contenenti cianuro di sodio, che lega l’oro e consente di separarlo. È una tecnica efficace, industrialmente collaudata, ma comporta un rischio intrinseco: richiede di movimentare e stoccare grandi volumi di acqua contaminata da composti estremamente tossici, spesso insieme a metalli pesanti e altre sostanze presenti nel minerale. Il cianuro, qui, non è un dettaglio tecnico: è il cuore etico del problema. È una sostanza che uccide interferendo con la respirazione cellulare; in un ecosistema acquatico può provocare morie rapide e vaste. La sua gestione, per essere compatibile con un territorio abitato, necessita di barriere fisiche affidabili, monitoraggi continui, sistemi di emergenza realmente operativi. E soprattutto richiede un presupposto: che l’errore non sia considerato “probabile”, ma “possibile”, e quindi governato con ridondanza. Quando questa mentalità non esiste, la tossicità non è più un rischio: è una certezza che attende l’occasione. L’impianto di Baia Mare prevedeva un grande bacino di decantazione, una struttura apparentemente semplice e proprio per questo ingannevole. Un bacino di questo tipo è, in sostanza, un lago artificiale contenuto da un argine. Dentro non c’è acqua “normale”, ma una miscela: soluzioni di processo, residui fini, composti chimici. Il bacino serve a far depositare i solidi e a trattenere le acque contaminate, evitando che finiscano nei corsi d’acqua. È il punto in cui la tecnologia promette il controllo totale: basta un argine ben fatto, e tutto resta dentro. Ma la storia dei disastri industriali mostra il contrario: un bacino è una struttura viva, che risponde a pioggia, gelo, assestamenti, manutenzione, errori umani, pressioni economiche. Non è un contenitore passivo. È un sistema che può fallire. Nel contesto rumeno di quegli anni, il problema non era solo tecnico, ma istituzionale. Le autorità locali avevano un interesse evidente nel rilancio economico: posti di lavoro, entrate fiscali, una promessa di “normalità” dopo anni di crisi. Il controllo ambientale, per definizione, è costoso e impopolare quando ostacola un investimento. Richiede personale formato, strumentazione, ispezioni non annunciate, capacità di imporre fermate operative. In un contesto di transizione, spesso, la regolazione non scompare: si indebolisce. Rimane formalmente presente, ma perde incisività. È un tipo di fragilità che non fa rumore, ma prepara terreno fertile per incidenti. Anche la comunicazione con la popolazione era problematica. Molti residenti non avevano strumenti per comprendere cosa significasse vivere a valle di un bacino di cianuro. La distanza tra linguaggio tecnico e percezione quotidiana era enorme. Si sapeva che l’impianto “usava chimica”, ma non si traduceva quella conoscenza in comportamenti di prevenzione, piani di evacuazione, protocolli di allerta. Le comunità, in sostanza, vivevano accanto a una minaccia che non era stata nominata in modo comprensibile. E quando una minaccia non viene nominata, non viene nemmeno preparata. C’è poi un aspetto spesso trascurato: la meteorologia. I bacini di decantazione non falliscono solo per cattiva progettazione; falliscono spesso perché una serie di condizioni “normali” si accumulano fino a diventare straordinarie. Piogge persistenti, nevicate, disgeli rapidi, saturazione progressiva del bacino. Ogni aumento del livello dell’acqua incrementa la pressione sull’argine. Se la manutenzione è insufficiente, se i sistemi di drenaggio non funzionano come dovrebbero, se l’argine non viene rinforzato o monitorato con attenzione, la sicurezza si riduce giorno dopo giorno. E questo processo può essere invisibile fino al momento in cui è troppo tardi....ACQUISTA IL LIBROFontiIstituzionali / internazionali UNEP / OCHA — Cyanide Spill at Baia Mare, Romania (2000): rapporto ufficiale congiunto delle Nazioni Unite sull'incidente, con dati tecnici sulla composizione del flusso tossico e sulla catena di risposta internazionale. URL: https://www.grid.unep.ch/product/publication/download/ew_baiamare.en.pdf Commissione Europea — Report on the Baia Mare Accident (2000), DG Environment: valutazione istituzionale dell'incidente e prime indicazioni normative. Disponibile nell'archivio documentale della DG ENV. Convenzione di Helsinki sulla protezione e l'uso dei corsi d'acqua transfrontalieri (UNECE): quadro normativo di riferimento per la governance ambientale transfrontaliera rilevante per il caso. Scientifici e accademici Wouters, P. & Rieu-Clarke, A. (2001) — The Role of International Water Law in Promoting Sustainable Development, pubblicato su riviste di diritto ambientale internazionale; include riferimenti a Baia Mare come case study. Macklin, M.G. et al. (2003) — The downstream impact of the Baia Mare tailings dam failure, in Earth Science Reviews — analisi geomorfologica e chimica dell'impatto sui sedimenti fluviali. DOI disponibile su ScienceDirect. Kocsis, E. et al. — studi pubblicati su Environmental Pollution e Hydrobiologia riguardanti la risposta biologica degli ecosistemi del Tisza post-incidente. Normativi / policy Direttiva 2006/21/CE del Parlamento Europeo — sulla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive, adottata anche in risposta al caso Baia Mare. Testo ufficiale su EUR-Lex. European Parliament resolution on the Baia Mare cyanide spill (2000): risoluzione parlamentare europea che chiamò in causa le responsabilità dell'operatore e dei controlli nazionali. Giornalistici / archivi BBC News, Romania cyanide spill "affects millions", febbraio 2000 — per il contesto mediatico dell'epoca. The Guardian, archivio 2000 — copertura della contaminazione del Tisza e delle reazioni ungheresi.
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Total acquista il 20% progetto pilota del parco eolico galleggiante Eolmed, situato nel Mediterraneo.L'energia eolica è una tra le tante fonti rinnovabili di cui possiamo dotarci per la decarbonizzazione del pianta, insieme a quella idrica, solare, dei moti ondosi e l'energia atomica a fusione.Ci sono sempre state, anche per la costruzione di questi impianti, varie forme di opposizione, il classico fenomeno NIMBY (Not in My Back Yard), che ha in qualche modo frenato lo sviluppo di questa fonte alternativa. In effetti, la scelta di creare dei parchi eolici in mare aperto non ha solo il vantaggio di poter usufruire di correnti più regolari ed intense, rispetto a quelle che passano sulla terraferma, ma mitiga sicuramente l'impatto estetico di un impianto di grandi dimensioni da inserire in un contesto abitato.Total, come ha annunciato recentemente in un comunicato, sta continuando lo sviluppo di questa tecnologia attraverso acquisizioni di società specializzate nel settore.Infatti diventa azionista del 20% nel progetto pilota del parco eolico galleggiante Eolmed, situato nel Mediterraneo, al largo della costa di Gruissan e vicino a Port-La-Nouvelle (regione occitana). Attribuito a luglio 2016, questo progetto da 30 megawatt (MW) accelererà lo sviluppo di una tecnologia eolica galleggiante. Insieme a Qair, lo storico sviluppatore e azionista di maggioranza del progetto, e ai suoi partner locali, Total porta la sua esperienza nella concezione, implementazione e sfruttamento di installazioni offshore durante tutto il loro ciclo di vita. Total continua così a rafforzare la sua posizione nel settore emergente dell'eolico offshore galleggiante, nel quale vuole essere uno dei leader mondiali. Oggi il Gruppo è presente in Corea del Sud con un portafoglio di 2 gigawatt e nel Regno Unito con il progetto Erebus da 100 MW, a cui sono stati appena assegnati i diritti di sviluppo esclusivo per la sua area. Julien Pouget, Direttore Rinnovabili di Total, ha dichiarato: “Questo annuncio dimostra ancora una volta l'ambizione e la volontà del Gruppo di innovare nel campo delle energie rinnovabili. L'eolico offshore galleggiante è un segmento molto promettente in cui Total apporta in particolare la sua vasta esperienza in progetti offshore. Insieme al nostro partner Qair, disponiamo delle risorse necessarie per affrontare le sfide tecnologiche e finanziarie che determineranno il nostro successo futuro. Sono lieto che Total possa contribuire all'emergere di questo nuovo settore in Francia. " “Il progetto Eolmed è al centro della strategia della regione Occitanie per lo sviluppo delle energie rinnovabili, attivamente supportato dai partner locali. Dimostra anche l'ambizione di Qair di diventare un attore importante nell'energia eolica offshore galleggiante in Europa. Unendo le forze con un rinomato partner industriale francese per questo progetto innovativo sviluppato dai nostri team dal 2016, Qair sta rafforzando la sua competenza tecnica per la realizzazione del progetto Eolmed e per i futuri progetti eolici galleggianti ". aggiunge Louis Blanchard, CEO di Qair. Total, rinnovabili ed elettricità Nell'ambito della sua ambizione di arrivare allo zero netto entro il 2050, Total sta costruendo un portafoglio di attività nel settore dell'elettricità, in particolare rinnovabile, che potrebbe rappresentare fino al 40% delle sue vendite entro il 2050. Entro la fine del 2020, la potenza lorda di Total la capacità di generazione mondiale sarà di circa 12 gigawatt, inclusi circa 7 gigawatt di energia rinnovabile. Con l'obiettivo di raggiungere 35 GW di capacità produttiva da fonti rinnovabili entro il 2025, Total continuerà a espandere la propria attività fino a diventare uno dei leader mondiali nelle energie rinnovabili.Vedi maggiori informazioniFoto: Qair
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