Evidenze epidemiologiche sugli effetti del particolato domestico su basso peso alla nascita, asma e infezioni respiratorie di Marco ArezioL’inquinamento atmosferico rappresenta una delle più gravi emergenze sanitarie del XXI secolo, ma in alcuni contesti urbani le sue origini affondano non tanto nelle grandi emissioni industriali, quanto nelle abitudini quotidiane delle famiglie. Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, costituisce uno degli esempi più emblematici di questo fenomeno: una città situata in un altopiano a oltre 1300 metri di altitudine, dove gli inverni lunghi e rigidissimi costringono le famiglie a utilizzare stufe alimentate a carbone per riscaldare le abitazioni. Questa pratica, apparentemente necessaria per la sopravvivenza, ha conseguenze profonde e drammatiche sulla salute, in particolare dei bambini. La letteratura scientifica degli ultimi vent’anni ha infatti evidenziato un nesso significativo tra l’esposizione al particolato derivante dalla combustione domestica di carbone e una serie di gravi problemi sanitari infantili, tra cui basso peso alla nascita, incremento dell’incidenza di asma e un’elevata frequenza di infezioni respiratorie acute. Analizzare questi dati non significa soltanto documentare una crisi locale, ma riflettere su come le scelte energetiche di base possano incidere in maniera determinante sulla salute delle popolazioni vulnerabili. Stufe a carbone e particolato domestico Le stufe tradizionali utilizzate nei quartieri periferici di Ulaanbaatar, le cosiddette “ger districts”, sono progettate in modo rudimentale, prive di sistemi di filtrazione efficaci e scarsamente ventilate. Il carbone bruciato, spesso di bassa qualità e ricco di impurità, produce elevate concentrazioni di particolato fine (PM₂.₅ e PM₁₀) che si diffonde non solo all’interno delle abitazioni ma anche nell’atmosfera cittadina, già caratterizzata da inversioni termiche che intrappolano gli inquinanti al suolo. La concentrazione media di PM₂.₅ durante i mesi invernali a Ulaanbaatar può superare di 20-30 volte i limiti raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. A ciò si aggiunge il problema degli ossidi di zolfo, del monossido di carbonio e dei composti organici volatili, tutti prodotti della combustione incompleta. I bambini, trascorrendo gran parte del tempo in ambienti chiusi e avendo un metabolismo respiratorio più rapido rispetto agli adulti, risultano particolarmente vulnerabili. Basso peso alla nascita e rischi per lo sviluppo Uno dei dati epidemiologici più consistenti riguarda la correlazione tra esposizione prenatale al particolato domestico e basso peso alla nascita. Le gestanti che vivono in ambienti saturi di fumi da combustione domestica mostrano un rischio aumentato di partorire neonati con peso inferiore ai 2500 grammi. Il particolato fine, penetrando attraverso la barriera placentare, può interferire con lo sviluppo fetale, riducendo l’apporto di ossigeno e nutrienti. La letteratura scientifica ha dimostrato che un basso peso alla nascita non rappresenta soltanto un problema immediato di sopravvivenza neonatale, ma costituisce un fattore predittivo di complicazioni a lungo termine, tra cui ritardi nella crescita, maggiori probabilità di sviluppare malattie respiratorie croniche e un aumento del rischio cardiovascolare in età adulta. Asma infantile e esposizione cronica L’asma è una delle patologie respiratorie più diffuse tra i bambini di Ulaanbaatar e la sua incidenza è direttamente correlata all’esposizione cronica a particolato fine e biossido di zolfo. L’infiammazione persistente delle vie respiratorie, favorita dall’inalazione di particelle ultrafini, determina iperreattività bronchiale, tosse cronica e ridotta capacità polmonare. Studi condotti su popolazioni pediatriche mongole hanno mostrato che i bambini cresciuti in famiglie che utilizzano stufe a carbone presentano un rischio significativamente più elevato di sviluppare sintomi asmatici rispetto a coetanei che vivono in abitazioni dotate di sistemi di riscaldamento centralizzato o che utilizzano fonti energetiche meno inquinanti. Il problema assume dimensioni ancora più rilevanti considerando la stagionalità: i picchi di asma si verificano nei mesi più freddi, quando la concentrazione di particolato negli ambienti domestici raggiunge i valori massimi. Infezioni respiratorie acute nei primi anni di vita L’esposizione precoce a fumi tossici costituisce anche un fattore determinante per la diffusione delle infezioni respiratorie acute nei bambini al di sotto dei cinque anni. Bronchiti, bronchioliti e polmoniti si presentano con una frequenza superiore alla media mondiale e rappresentano una delle principali cause di ospedalizzazione infantile a Ulaanbaatar. Il particolato carbonioso, depositandosi sulle mucose respiratorie, riduce l’efficacia delle difese immunitarie locali e favorisce la colonizzazione da parte di agenti patogeni come virus respiratori e batteri opportunisti. Le condizioni di sovraffollamento tipiche delle “ger districts” accentuano ulteriormente il rischio di trasmissione. Numerosi studi hanno dimostrato che le infezioni respiratorie nei bambini mongoli sono più gravi e tendono a recidivare più frequentemente rispetto a contesti in cui la qualità dell’aria domestica è migliore. Politiche di mitigazione e prospettive Negli ultimi anni le autorità mongole hanno avviato programmi di sostituzione delle stufe tradizionali con modelli più efficienti, dotati di sistemi di combustione più puliti e con ridotte emissioni di particolato. Sono stati inoltre introdotti incentivi per favorire il passaggio dal carbone a combustibili meno inquinanti, come pellet o gas, e sono state promosse iniziative di sensibilizzazione per migliorare la ventilazione domestica. Tuttavia, il cambiamento si scontra con ostacoli socioeconomici significativi: il carbone rimane il combustibile più economico e facilmente accessibile, e molte famiglie non dispongono delle risorse necessarie per adottare alternative più costose. Ciò evidenzia la necessità di politiche integrate che combinino interventi tecnologici, sostegno economico e formazione comunitaria, per interrompere un circolo vizioso che minaccia le generazioni più giovani. Conclusioni L’esperienza di Ulaanbaatar rappresenta un caso di studio fondamentale per comprendere l’impatto diretto che l’inquinamento domestico può avere sulla salute infantile. Le prove epidemiologiche sono ormai solide: il particolato derivante dalla combustione del carbone nelle abitazioni è associato a basso peso alla nascita, aumento dell’incidenza di asma e frequenza elevata di infezioni respiratorie acute. Questi dati dimostrano che il problema dell’inquinamento atmosferico non riguarda soltanto il traffico o le emissioni industriali, ma anche le pratiche domestiche, soprattutto nelle aree urbane caratterizzate da condizioni climatiche estreme e povertà energetica. Intervenire su tali aspetti non significa soltanto ridurre l’inquinamento urbano, ma garantire a migliaia di bambini la possibilità di crescere in un ambiente sano e sicuro.© Riproduzione VietataFonti- Enkhjargal, B., et al. (2020). Household coal combustion and birth outcomes in Ulaanbaatar, Mongolia. Environmental Health Perspectives.- World Health Organization (2019). Air pollution and child health: prescribing clean air. Geneva: WHO.- Ganbat, G., et al. (2017). Severe winter air pollution in Ulaanbaatar: Determinants and health impacts. Atmospheric Environment.- Barn, P., et al. (2018). Household air pollution and respiratory outcomes in children: Evidence from Ulaanbaatar, Mongolia. International Journal of Environmental Research and Public Health.- Allen, R. W., et al. (2013). The impact of coal stove interventions on indoor air quality and child health in Ulaanbaatar. Science of the Total Environment.
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Dai materiali high-tech alle iniziative di riciclo, ecco come l’industria degli scarponi da sci sta cambiandodi Marco Arezio La tecnologia degli scarponi da sci ha compiuto un balzo evolutivo negli ultimi anni. Un tempo dominati da polimeri plastici “tradizionali” come il poliuretano e il polipropilene, oggi i materiali utilizzati per produrre gli scarponi si stanno trasformando, spinti dalla doppia esigenza di aumentare le prestazioni e ridurre l’impatto ambientale. Una delle innovazioni più interessanti è rappresentata dall’uso di Grilamid, un tipo di poliammide che si è imposto soprattutto nel mondo dello scialpinismo per via della sua incredibile leggerezza unita a una sorprendente resistenza meccanica. È un materiale che regge bene alle basse temperature e che consente ai produttori di scarponi di creare prodotti performanti ma meno pesanti, riducendo la fatica dello sciatore. Accanto al Grilamid troviamo anche il Pebax, un elastomero termoplastico usato nei modelli più tecnici, apprezzato per la sua capacità di mantenere flessibilità anche in condizioni di freddo estremo. Queste nuove plastiche high-tech rappresentano un passo in avanti per chi cerca precisione, comfort e controllo, soprattutto in ambito agonistico o freeride. Ma la vera novità, quella che segna un cambio di paradigma, è che questi materiali non vengono più scelti solo per le loro caratteristiche tecniche: oggi la sostenibilità ambientale è entrata ufficialmente nella lista delle priorità. Riciclare gli scarponi: da sogno a realtà concreta Fino a pochi anni fa, pensare al riciclo degli scarponi da sci sembrava un’utopia. Troppi materiali diversi, incollati e fusi tra loro, e poca attenzione alla loro dismissione. Ma qualcosa è cambiato. Alcuni produttori si stanno muovendo in modo concreto per offrire soluzioni più responsabili. Uno degli esempi più emblematici è quello del gruppo Tecnica con il progetto “Recycle Your Boots”, che punta al recupero degli scarponi dismessi attraverso un sistema di raccolta, smontaggio e riutilizzo delle componenti. L’obiettivo non è solo recuperare plastica e metallo, ma anche creare una filiera circolare, in cui ciò che viene dismesso possa rientrare nella produzione di nuovi scarponi o altri articoli sportivi. Un'altra realtà che ha fatto parlare di sé è Phaenom, un brand emergente che ha presentato scarponi realizzati con una significativa percentuale di materiali riciclati. La loro filosofia si basa sulla modularità: ogni parte dello scarpone può essere smontata, riparata, sostituita o riciclata. Non si tratta solo di un esercizio di stile, ma di una vera e propria visione del prodotto come oggetto durevole e rigenerabile. Anche altri grandi nomi del settore stanno esplorando l’uso di plastiche riciclate post-industriali e materiali bio-based, come plastiche derivate da oli vegetali o da amido di mais. Queste alternative sono ancora in fase sperimentale, ma il loro potenziale è notevole. Le sfide della sostenibilità Certo, la strada verso una produzione completamente sostenibile è ancora lunga e disseminata di ostacoli. La complessità costruttiva degli scarponi – composti da scafo esterno, scarpetta interna, ganci metallici, suole e parti in gomma – rende difficile separarli a fine vita per un riciclo efficiente. Inoltre, le bio-plastiche, pur essendo una promettente alternativa ai polimeri fossili, non sono ancora in grado di offrire le stesse prestazioni meccaniche richieste da chi scia in condizioni estreme. La durabilità resta quindi un fattore chiave, anche dal punto di vista ambientale: uno scarpone che dura più a lungo, magari con componenti sostituibili, è anche più sostenibile. Infine, manca ancora una rete diffusa di raccolta e riciclo a livello europeo. Senza un’infrastruttura logistica che accompagni il prodotto dalla vita all’obsolescenza, anche i progetti più virtuosi rischiano di rimanere confinati a esperienze pilota. Un nuovo modo di pensare l’attrezzatura da sci Nonostante le difficoltà, il settore degli scarponi da sci sembra aver imboccato una nuova direzione. Sempre più brand propongono modelli che coniugano alta tecnologia e responsabilità ambientale, mettendo sul mercato scarponi che non solo performano meglio, ma sono anche pensati per essere rigenerati, riciclati o prodotti con meno risorse. Il futuro è nelle mani di una nuova generazione di sciatori e di aziende che credono che l’innovazione non sia solo velocità e controllo, ma anche rispetto per le montagne su cui si scia. E, a ben vedere, è proprio questa la vera sfida: costruire attrezzature che ci portino lontano, senza lasciare impronte pesanti dietro di noi.© Riproduzione Vietata
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Criteri tecnici, comfort ambientale, design for disassembly, logistica di dispiegamento e sostenibilità dei materiali nei disastri naturaliAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, materiali riciclati e filiere industriali sostenibili, con attività editoriale su processi produttivi, gestione ambientale e innovazione applicata ai materiali. Data: 21 marzo 2026 Le strutture temporanee per emergenze ambientali non possono più essere considerate un tema periferico dell’architettura o un capitolo minore della protezione civile. Nell’ultimo decennio, e con ancora maggiore evidenza negli anni più recenti, l’aumento della frequenza e della severità di eventi distruttivi ha imposto un cambio di paradigma: il rifugio d’emergenza non è soltanto una copertura provvisoria, ma una infrastruttura minima di continuità sociale, sanitaria e logistica. Il quadro globale descritto dall’UNDRR mostra che i costi dei disastri hanno raggiunto una scala tale da rendere economicamente e politicamente indispensabile investire nella preparedness e nella resilient recovery, non solo nella risposta immediata. Strutture temporanee per emergenze ambientali: perché sono diventate un’infrastruttura della resilienza Quando una comunità è colpita da un’alluvione, da un terremoto, da un incendio esteso o da un evento meteorologico estremo, il problema non è semplicemente “dare un tetto” ai sopravvissuti. Bisogna invece ripristinare in tempi brevissimi un sistema minimo di protezione, privacy, riposo, igiene, cura e orientamento spaziale. Non a caso, anche la risposta europea ha ormai istituzionalizzato riserve di shelter emergenziali che includono unità per dormire, docce, servizi igienici, kit essenziali e spazi collettivi, riconoscendo che l’accoglienza d’emergenza è un sistema e non un singolo prodotto edilizio. Da questo punto di vista, le strutture temporanee sono diventate una vera interfaccia tra ingegneria edilizia, logistica umanitaria, pianificazione del sito e gestione ambientale. La loro qualità si misura non solo nella capacità di essere montate rapidamente, ma nella possibilità di limitare vulnerabilità secondarie: sovraffollamento, stress termico, condensa, insicurezza, scarsa accessibilità, impossibilità di manutenzione, spreco di materiali e generazione di rifiuti a fine uso. La letteratura più aggiornata sulla recovery post-disastro insiste proprio su questo punto: la qualità dell’alloggio temporaneo influenza il recupero sociale della comunità e non può essere separata dal disegno complessivo della risposta. Emergency shelter e temporary housing: una distinzione tecnica fondamentale Una delle confusioni più frequenti riguarda l’uso indistinto di termini diversi. In realtà, emergency shelter, temporary shelter e temporary housing indicano livelli differenti di prestazione, durata e complessità. Le guide UNHCR aggiornate nel 2026 mantengono questa distinzione e ricordano che il fabbisogno iniziale va valutato con una rapid shelter and settlement assessment entro i primi tre giorni dell’emergenza, proprio perché la scelta del sistema dipende dal profilo reale del danno, dalle risorse locali, dal clima e dal probabile tempo di permanenza. Anche gli standard spaziali minimi confermano che non si tratta di una questione nominale. UNHCR indica per l’emergency shelter circa 3,5 m² coperti per persona nei climi caldi e 4,5–5,5 m² nei climi freddi, mentre sul piano dell’insediamento la settlement planning guidance richiama una dotazione più ampia, nell’ordine di 45 m² per persona includendo spazi di servizio, percorsi e infrastrutture. Questi numeri non esauriscono il progetto, ma dimostrano che il rifugio è parte di un ambiente costruito più ampio, che comprende sicurezza, ventilazione, drenaggio, distanze, accessi e servizi. La differenza tecnica è decisiva anche sul piano prestazionale. Un emergency shelter può tollerare soluzioni leggere e fortemente compresse sul piano logistico se la permanenza è di pochi giorni o settimane. Una temporary housing destinata a durare mesi, o addirittura anni, deve invece garantire un equilibrio molto più maturo tra comfort, manutenzione, adattabilità climatica e sostenibilità del ciclo di vita. È proprio qui che molti sistemi tradizionali mostrano il loro limite: nati per la rapidità, finiscono per restare in uso molto più a lungo del previsto. Progettazione rapida non significa progettazione semplificata Nel lessico tecnico, “progettazione rapida” non dovrebbe mai significare progetto povero o sommario. Al contrario, l’urgenza obbliga a concentrare a monte decisioni che nell’edilizia convenzionale possono essere diluite tra cantiere, variante e messa a punto successiva. In ambito emergenziale occorre definire subito il rapporto tra peso e volume trasportato, le modalità di imballaggio, il numero di operatori necessari al montaggio, la possibilità di installazione senza mezzi di sollevamento, la tolleranza all’errore di assemblaggio, la disponibilità di energia in sito e la reversibilità dell’intervento. Per questa ragione il buon progetto nasce sempre da una matrice di rischio e non da un semplice catalogo di moduli prefabbricati. Un rifugio adeguato in area sismica mediterranea può risultare inadeguato in un contesto alluvionale, mentre una soluzione corretta in clima temperato può fallire completamente in un sito con forte umidità, elevate escursioni termiche o irraggiamento intenso. Le nuove linee UNHCR sui flood-resilient humanitarian shelters ribadiscono che l’alluvione è uno dei rischi climatici più ricorrenti per campi e insediamenti di sfollati, e impone scelte specifiche di quota, drenaggio, protezione dei componenti sensibili all’acqua e configurazione del basamento. Modularità smontabile e prefabbricazione: il cuore della risposta post-disastro Se si osservano le esperienze più convincenti di temporary architecture post-disastro, emerge con chiarezza che il vero vantaggio della modularità non è solo la velocità di posa. La modularità consente di standardizzare i componenti, ridurre gli errori, facilitare la manutenzione, sostituire parti danneggiate e, soprattutto, pianificare il riuso. La review del 2025 pubblicata su Journal of Engineering and Applied Science sottolinea che l’architettura temporanea sostenibile dopo il disastro dovrebbe minimizzare l’uso di risorse e rifiuti, ridurre l’impatto ambientale e sostenere il recupero di lungo periodo proprio attraverso strategie di riuso e reimpiego. In questa chiave, prefabbricazione e smontabilità diventano due facce della stessa scelta progettuale. Il modulo non deve essere soltanto facile da trasportare e montare, ma anche semplice da ispezionare, aggiornare, riparare e rimuovere senza distruzione. Dove il sistema è concepito come somma di componenti identificabili e assemblati a secco, il rifugio può essere spostato, ampliato, riconfigurato o rimesso a stock con perdite contenute. Dove invece prevalgono accoppiamenti irreversibili, sigillature distruttive e pezzi non standardizzati, la temporaneità si trasforma rapidamente in spreco materiale. Materiali riciclabili e sistemi costruttivi reversibili nelle strutture d’emergenza Quando si parla di materiali per strutture temporanee destinate alle emergenze ambientali, è necessario evitare una semplificazione molto diffusa: considerare equivalenti i concetti di riciclabile, riciclato, riutilizzabile e circolare. In realtà, dal punto di vista tecnico, industriale e ambientale, si tratta di condizioni differenti, che producono effetti diversi sul ciclo di vita del prodotto e sulla qualità complessiva del sistema costruttivo. Un materiale può essere formalmente riciclabile ma non contenere alcuna quota di materia seconda; allo stesso modo, un prodotto può incorporare una percentuale significativa di materiale riciclato e risultare comunque difficile da recuperare a fine vita, perché concepito come un composito inseparabile o come un elemento assemblato con tecniche distruttive. È per questo che, nelle strutture d’emergenza, la qualità ambientale non può essere attribuita al singolo materiale in astratto, ma deve essere valutata nella relazione fra composizione, prestazioni, tecniche di unione, manutenzione, durata d’uso e possibilità di disassemblaggio. Il quadro normativo europeo più recente conferma chiaramente questa impostazione: il Regolamento UE 2024/3110 sui prodotti da costruzione lega la disciplina del settore anche alla prestazione ambientale lungo il ciclo di vita, mentre la direttiva quadro rifiuti rafforza la gerarchia fra prevenzione, riuso, preparazione per il riutilizzo e riciclo di qualità. La prima distinzione da chiarire riguarda dunque il rapporto tra materiale riciclabile e prodotto riciclabile. Un materiale può possedere, sul piano teorico, ottime caratteristiche di recuperabilità industriale, ma perdere quasi tutto il suo valore quando viene inglobato in un manufatto multistrato, co-laminato, schiumato o incollato con sistemi irreversibili. Questo è particolarmente evidente nei pannelli sandwich, nelle membrane tecniche, nei rivestimenti compositi, nei moduli leggeri di tamponamento e in molte soluzioni prefabbricate pensate per ridurre peso e tempi di montaggio. In tutti questi casi, la riciclabilità nominale della materia prima non coincide affatto con la riciclabilità effettiva del prodotto finito. Ciò che conta, dal punto di vista industriale, è la possibilità di separare le diverse componenti con costi, tempi e perdite qualitative compatibili con una filiera reale di recupero. Se un prodotto non può essere smontato senza distruggere i materiali che lo compongono, la sua riciclabilità resta prevalentemente teorica. Anche la disciplina europea sulla gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione insiste sulla demolizione selettiva e sulla separazione dei flussi, proprio perché il recupero di qualità dipende dalla possibilità di mantenere riconoscibili e separabili le singole frazioni. In questa prospettiva, per le strutture temporanee d’emergenza diventa più corretto parlare non soltanto di materiali, ma di sistemi costruttivi reversibili. La reversibilità non coincide con la sola prefabbricazione, né con la semplice smontabilità apparente. Un sistema è realmente reversibile quando i suoi elementi principali – telai, pannelli, membrane, accessori, sistemi di fissaggio, chiusure e componenti impiantistiche elementari – possono essere montati, ispezionati, riparati, sostituiti e infine smontati senza compromettere in modo irreversibile il valore tecnico e materiale delle singole parti. Questo approccio è molto più avanzato di una generica etichetta “green”, perché introduce una logica di manutenzione, riuso e rilocazione che si adatta perfettamente alla natura intermittente e mobile delle emergenze. Un rifugio post-disastro non è infatti un edificio statico nel senso tradizionale del termine: può essere trasportato, installato, utilizzato per mesi, smontato, stoccato, trasferito altrove e impiegato di nuovo. In un simile scenario, la vera prestazione ambientale non dipende solo dal materiale iniziale, ma dalla capacità del sistema di conservare valore materiale e funzionale attraverso più cicli d’uso. La letteratura scientifica recente sugli shelter d’emergenza, in particolare in ambito sanitario, mostra proprio che la circolarità deve essere analizzata lungo tutto il processo: design, approvvigionamento, trasporto, uso, manutenzione e fine vita. A questo punto è essenziale approfondire il significato di materiale riciclato. Un prodotto con contenuto riciclato rappresenta, in linea generale, una riduzione della dipendenza da materie prime vergini e può contribuire ad abbassare l’impronta ambientale della produzione, soprattutto nei casi in cui la materia seconda sostituisce processi estrattivi o trasformazioni primarie ad alta intensità energetica. Tuttavia, anche qui, la valutazione non può fermarsi all’enunciato quantitativo. Dire che un componente contiene materiale riciclato è insufficiente se non si precisa la natura del riciclato, la sua origine, il suo livello di selezione, la sua costanza qualitativa e il suo effetto sulle prestazioni finali del prodotto. In un rifugio d’emergenza, dove i componenti devono sopportare trasporto, montaggio rapido, possibile riutilizzo, sollecitazioni ambientali e manutenzione ridotta, l’uso della materia seconda richiede una qualificazione rigorosa. Nei componenti strutturali o semi-strutturali, ad esempio, l’introduzione di riciclato deve essere compatibile con tolleranze dimensionali, comportamento meccanico, resistenza all’umidità, durabilità, stabilità UV, reazione al fuoco e prevedibilità nel tempo. In altri termini, il contenuto riciclato è un elemento positivo solo quando si integra in modo coerente con il profilo prestazionale richiesto. Lo stesso Regolamento UE 2024/3110 apre a specifiche armonizzate che possono considerare anche aspetti come contenuto riciclato minimo, riusabilità ed efficienza delle risorse. È utile, inoltre, distinguere tra riciclato pre-consumo e riciclato post-consumo, perché i due casi non hanno lo stesso significato ambientale e industriale. Il pre-consumo deriva normalmente da sfridi, ritagli o scarti di lavorazione reintrodotti nel processo; il post-consumo proviene invece da prodotti che hanno già completato una fase d’uso e che devono essere raccolti, selezionati, puliti, rigenerati e riportati a una condizione compatibile con una nuova trasformazione. Dal punto di vista della circolarità, il post-consumo presenta in genere una maggiore complessità ma anche un maggiore interesse, perché consente di recuperare valore da materiali già immessi nel mercato e potenzialmente dispersi. Tuttavia, nelle strutture d’emergenza il valore del riciclato post-consumo dipende ancora una volta dal sistema: un pannello con anima in riciclato ma accoppiato in modo irreversibile a pelli o membrane eterogenee può risultare meno circolare, nel lungo periodo, di un componente più semplice ma facilmente sostituibile e reimpiegabile. Per questo motivo la valutazione corretta non riguarda mai una sola fotografia iniziale del prodotto, ma la sua traiettoria complessiva lungo il ciclo di vita. Nelle strutture temporanee, questa traiettoria assume un peso ancora maggiore che nell’edilizia convenzionale. Un modulo destinato all’emergenza non viene necessariamente utilizzato una sola volta. Può essere acquistato per una crisi specifica, poi restare in servizio più a lungo del previsto, essere dismesso solo parzialmente, essere rilocalizzato e successivamente reimpiegato in un altro contesto geografico o climatico. In questa logica, il riuso può avere un valore ambientale superiore al semplice riciclo. Un telaio metallico, un sistema di giunzioni standardizzate o un pannello sostituibile che consentono più cicli di utilizzo mantengono infatti una quota di valore molto più elevata rispetto a un prodotto monouso, anche quando quest’ultimo sia formalmente riciclabile. La gerarchia dei rifiuti europea privilegia chiaramente questa lettura, attribuendo priorità alla prevenzione e al riutilizzo prima del riciclo. Per i rifugi post-disastro, ciò significa che la scelta più sostenibile non coincide sempre con il materiale “più riciclabile”, ma con il componente o il sistema che può essere rimesso in uso più volte senza perdita sostanziale di prestazione. Questo ragionamento diventa particolarmente interessante quando si passa ai materiali naturali o bio-based. Il fatto che un prodotto sia realizzato in legno, in derivati cellulosici o in matrici di origine vegetale non implica automaticamente una superiorità ambientale in ogni scenario applicativo. Le ricerche più recenti sugli shelter post-emergenza in legno e materiali naturali mostrano che tali soluzioni possono offrire buoni risultati in termini di comfort indoor, soprattutto quando sono progettate con attenzione a ventilazione, involucro e risposta climatica. Tuttavia, questi risultati non autorizzano a concludere che il materiale naturale sia sempre la scelta migliore. In contesti con elevata umidità, necessità di rapida sanificazione, lunghi periodi di stoccaggio o forte usura da movimentazione, altre soluzioni possono garantire una maggiore continuità prestazionale. Il giudizio corretto, ancora una volta, si sposta dal prestigio ambientale del materiale alla qualità integrata del sistema: dettaglio costruttivo, durabilità, manutenibilità, disassemblabilità, compatibilità con il clima e fine vita. Per valutare seriamente il ruolo del riciclabile e del riciclato nei prodotti per l’emergenza, un capitolato tecnico dovrebbe allora interrogarsi su alcuni aspetti che troppo spesso restano fuori dalla comunicazione commerciale. Occorre conoscere la composizione reale del prodotto, distinguendo fra monomateriale, multimateriale, composito separabile e composito inseparabile. Bisogna sapere con quali tecniche sono realizzate le giunzioni: viti, bulloni, incastri, rivetti, saldature, colle strutturali o schiumature. È necessario disporre di un sistema di identificazione del materiale e dei componenti, perché senza tracciabilità non esiste né riuso efficiente né riciclo ordinato. Va inoltre considerata la durata d’uso probabile, non solo quella dichiarata, dato che molti rifugi nati come temporanei rimangono in opera per tempi molto più lunghi del previsto. Infine, è indispensabile domandarsi quale sia il fine vita credibile del prodotto: chi lo ritira, chi lo smonta, chi ne recupera i componenti e attraverso quale filiera. La ricerca sugli shelter ospedalieri ha evidenziato proprio la debolezza di questi passaggi, segnalando la scarsità di dati condivisi sul fine vita come uno dei principali limiti della circolarità attuale nel settore. Un elemento destinato ad assumere crescente importanza è, in questo senso, il digital product passport previsto dal nuovo quadro europeo. L’idea di associare ai prodotti da costruzione un insieme strutturato di dati tecnici, ambientali e identificativi può rivelarsi particolarmente utile nei sistemi modulari d’emergenza, dove la memoria tecnica del componente è essenziale per il riuso. Un pannello, un telaio, una chiusura o un elemento di servizio che mantengano nel tempo informazioni su composizione, istruzioni, prestazioni, manutenzione e provenienza risultano più facili da reimpiegare, controllare e valorizzare. In prospettiva, la gestione dei rifugi temporanei potrebbe evolvere da semplice logistica di stock a vera gestione di asset tecnici tracciabili, con vantaggi sia economici sia ambientali. In conclusione, nelle strutture temporanee per emergenze ambientali il materiale più sostenibile non è automaticamente quello riciclato, né quello dichiarato riciclabile, né quello bio-based per definizione. Il prodotto più coerente con un approccio circolare è quello che riesce a mantenere nel tempo prestazione, identità e recuperabilità. Questo implica usare contenuto riciclato dove sia tecnicamente sensato, evitare accoppiamenti irreversibili quando non strettamente necessari, privilegiare giunti meccanici e componenti sostituibili, documentare i materiali e pianificare fin dall’inizio lo scenario successivo alla missione. Solo così il lessico della sostenibilità smette di essere una formula promozionale e diventa un vero criterio di progetto applicato alle strutture d’emergenza. Design for disassembly e ciclo di vita dei componenti Il concetto di design for disassembly è oggi uno dei passaggi obbligati per chiunque voglia progettare strutture temporanee credibili sul piano ambientale. In termini semplici, significa pensare il manufatto fin dall’inizio per lo smontaggio ordinato, la separazione delle parti, la riparazione, il riuso e solo in ultima istanza il riciclo. Questo approccio non è più una semplice opzione culturale: il nuovo Regolamento UE 2024/3110 sui prodotti da costruzione collega espressamente la disciplina europea alla prestazione ambientale dei prodotti, anche in relazione al life cycle assessment, e include nel proprio campo di applicazione anche i prodotti usati. Parallelamente, la direttiva quadro rifiuti nella versione consolidata al 2025 rafforza la logica del riuso e del riciclo di qualità e, per il flusso delle costruzioni e demolizioni, richiede misure di selective demolition e sistemi di sorting almeno per legno, frazioni minerali, metalli, vetro, plastiche e gesso. Per le strutture temporanee questo si traduce in una conseguenza diretta: il rifugio non dovrebbe essere pensato come un bene a consumo rapido, ma come un asset tecnico reversibile, capace di attraversare più cicli di impiego con perdite di valore contenute. Prestazioni termo-igrometriche, comfort e adattamento climatico Uno degli errori più persistenti nell’architettura d’emergenza è credere che la temporaneità riduca l’importanza del comfort ambientale. In realtà la amplifica. Quando gli occupanti trascorrono settimane o mesi in spazi ridotti, con forte densità d’uso e pochi margini di adattamento, problemi come condensa, surriscaldamento, ventilazione insufficiente, illuminazione scarsa e cattiva qualità dell’aria incidono direttamente sulla salute fisica e psicologica. Lo studio del 2024 sulle strutture temporanee per healthcare in Italia osserva che molte tende e soluzioni provvisorie nascono privilegiando la rapidità, senza considerare come priorità l’impatto ambientale e sociale, ma finiscono poi per durare molto più a lungo del previsto. Per questo la fisica tecnica dell’involucro resta centrale. Un rifugio ben progettato non deve solo resistere alla pioggia o al vento, ma governare il bilancio termo-igrometrico, limitare i picchi interni di temperatura, garantire ricambio d’aria e ridurre i fenomeni di discomfort. Il lavoro pubblicato su Buildings mostra che configurazioni modulari adattive possono migliorare le prestazioni energetiche e ambientali rispetto ai sistemi più convenzionali, soprattutto quando la progettazione considera fin dall’inizio clima, orientamento, ventilazione e uso probabile prolungato. Resilienza multi-rischio: alluvioni, terremoti, vento estremo e permanenza prolungata La qualità di una struttura temporanea si misura sempre rispetto al rischio dominante del sito. In ambito alluvionale, la priorità riguarda sopraelevazione, drenaggio, protezione dei materiali igroscopici, accessibilità in condizioni di fango e continuità funzionale dei servizi. In area sismica, contano invece leggerezza, stabilità del basamento, rapidità di messa in sicurezza e facilità di installazione in contesti di infrastrutture danneggiate. In condizioni di vento estremo, il nodo si sposta sulla tenuta dei fissaggi, delle membrane, dei giunti e dei sistemi di ancoraggio. Le linee UNHCR del 2025 dedicate alla resilienza ai flood events confermano quanto sia pericoloso usare schemi standard senza adattamento al rischio prevalente. Ma esiste un rischio meno appariscente e spesso più insidioso: la permanenza prolungata di strutture nate come temporanee. Quando ciò accade, un modulo leggero e minimizzato dal punto di vista dell’uso iniziale si trasforma in uno spazio di vita che deve reggere stagioni diverse, carichi d’uso ripetuti, manutenzione ridotta e trasformazioni spontanee da parte degli utenti. Questo slittamento temporale è ormai ampiamente riconosciuto dalla ricerca e impone di progettare con una logica di transizione, non di mera emergenza. Qualità sociale del rifugio: sicurezza, accessibilità e dignità abitativa Un rifugio tecnicamente efficiente può fallire sul piano sociale. La review del 2025 sui fattori sociali dell’housing post-disastro individua cinque variabili decisive per gli esiti di recupero: tempo, luogo, risorse locali, sicurezza e qualità. Questa sintesi è preziosa perché mostra che il successo della temporary housing non dipende solo da resistenza meccanica o costo unitario, ma dalla sua capacità di sostenere relazioni sociali, privacy, routine quotidiane, protezione delle persone vulnerabili e adattamento culturale. Lo stesso ragionamento vale per l’accessibilità. ISO 22395 fornisce linee guida per identificare, coinvolgere, comunicare con e supportare le persone più vulnerabili durante le emergenze. Tradotto nel progetto, ciò implica spazi leggibili, percorsi chiari, soglie accessibili, adeguata illuminazione, sicurezza diurna e notturna, possibilità di differenziare l’uso degli ambienti e attenzione specifica a famiglie, anziani, bambini e persone con disabilità. Un modulo universale e rigido, uguale in ogni contesto, è spesso meno inclusivo di un sistema modulare semplice ma adattabile. Normativa, criteri ambientali e prospettive dell’economia circolare nelle strutture temporanee L’evoluzione normativa europea conferma che il futuro delle strutture temporanee sarà sempre meno lineare e sempre più circolare. Il Regolamento UE 2024/3110 lega espressamente il mercato dei prodotti da costruzione alla sicurezza, alla sostenibilità e alla dichiarazione della prestazione ambientale, includendo anche il riferimento alla life cycle assessment. In parallelo, la Commissione europea continua a rafforzare nelle politiche edilizie la rilevanza delle emissioni lungo l’intero ciclo di vita. Sul versante operativo, la guida DG ECHO sui minimum environmental requirements chiarisce che i progetti umanitari devono incorporare misure minime di riduzione dell’impatto ambientale e che tali requisiti sono destinati a entrare nella valutazione delle proposte e nel monitoraggio dei progetti. Questo sposta il baricentro del procurement: non basta più chiedere tempi di consegna e robustezza, ma occorre includere carbonio incorporato, origine dei materiali, possibilità di riuso, scenari di take-back, manutenzione e fine vita. In definitiva, una struttura temporanea post-disastro di nuova generazione non dovrebbe essere definita dalla sua provvisorietà, ma dalla sua capacità di transizione. Deve arrivare in fretta, proteggere subito, adattarsi al sito, durare quanto serve senza degenerare in precarietà e uscire dal contesto lasciando meno rifiuti, meno spreco e meno vulnerabilità. Il modulo migliore non è quello che si monta più rapidamente in astratto, ma quello che sa tenere insieme logistica, comfort, reversibilità, inclusione e ciclo di vita dei materiali. È su questa integrazione, molto più che sulla semplice prefabbricazione, che si giocherà il futuro delle strutture temporanee per emergenze ambientali. FAQ Qual è la differenza tra emergency shelter e temporary housing? L’emergency shelter risponde al bisogno immediato di protezione nelle prime fasi della crisi, mentre la temporary housing è pensata per permanenze più lunghe e richiede standard superiori di comfort, servizi e adattabilità climatica. Quanto spazio minimo serve per persona in un rifugio temporaneo? UNHCR indica in linea generale 3,5 m² coperti per persona nei climi caldi e 4,5–5,5 m² nei climi freddi, ma il valore deve essere integrato con ventilazione, composizione familiare, durata d’uso e qualità del sito. Perché i moduli smontabili sono preferibili nei contesti post-disastro? Perché facilitano trasporto, montaggio, manutenzione, sostituzione delle parti e riuso, riducendo errori di cantiere e spreco di materiali. I materiali riciclati sono sempre la scelta migliore? Non necessariamente. Conta soprattutto il sistema costruttivo nel suo insieme: separabilità, riparabilità, tracciabilità e possibilità di riutilizzo sono spesso più determinanti della sola origine riciclata del materiale. Perché il comfort indoor è così importante anche nei rifugi temporanei? Perché molte strutture temporanee restano in uso più a lungo del previsto e comfort termico, ventilazione e qualità dell’aria incidono direttamente su salute, stress e qualità della permanenza. Quali sono oggi i principali riferimenti normativi europei? Sul piano dei prodotti da costruzione il riferimento chiave è il Regolamento UE 2024/3110; sul versante della circolarità e della gestione del fine vita è centrale la direttiva quadro rifiuti 2008/98/CE nella versione consolidata al 2025. Fonti essenziali UNDRR, Global Assessment Report 2025 e documenti sulla resilient recovery. UNHCR, linee guida 2025-2026 su emergency shelter, rapid assessment, settlement planning e flood resilience. European Commission e EUR-Lex, Regolamento UE 2024/3110 e Waste Framework Directive consolidata al 2025. DG ECHO, guida sui minimum environmental requirements per gli interventi umanitari. Letteratura scientifica 2024-2025 su modularità, comfort, circolarità e fattori sociali negli shelter post-disastro.
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Robustezza, visibilità, durabilità, sicurezza, resistenza alle temperature e riciclate, questo si chiede a una cassa agricoladi Marco ArezioIn campagna quando c’è il periodo della raccolta della frutta e della verdura, che si svolge ancora prevalentemente a mano, i contenitori dei prodotti agricoli raccolti, per essere trasportati ai reparti di lavorazione e confezionamento, devono presentare caratteristiche particolari. Le casse agricole, dette da trasporto in quanto hanno la funzione di ricevere il frutto o la verdura tolta dalla pianta o dal campo, sono elementi generalmente in plastica adatti a contenere il prodotto per essere poi trasportato nei centri di lavorazione e confezionamento. In passato tutte le casse agricole da trasporto erano prodotte utilizzando polimeri vergini, ed realizzate utilizzando colorazioni sgargianti come il giallo, il rosso, il bianco per essere facilmente notabili nel campo. Questo tipo di imballo viene anche impiegato per il contenimento e la spedizione della frutta lavorata di elevato peso, che deve anche ricevere una conservazione alle basse temperature. Oggi la cassa agricola viene generalmente prodotta in materiale riciclato, che sia in PP o in HDPE, utilizzando materiali provenienti dalla raccolta differenziata. Si è cercato di dare una normativa alla filiera del prodotto che imponesse l’uso di materiali riciclati provenienti dalle sole casse agricole, ma in effetti la tracciabilità, nelle fasi di lavorazione della plastica attraverso la raccolta, macinatura, lavaggio ed eventuale granulazione, non permette che venga escluso un possibile contatto con altre tipologie di plastiche o contaminazioni. Questo perché, pur potendo disporre di imballi provenienti dalla sola agricoltura, i processi di trasformazione e riciclo in una nuova materia prima, sottopongono l’input al passaggio in macchine di triturazione e a impianti di lavaggio ed estrusione, nel caso dei granuli, che hanno lavorato anche altre materie prime. Sulla base di queste informazioni bisogna però dire che il prodotto raccolto nel campo ha già di per sé un grado di protezione che può essere la buccia, anch’essa tra l’altro, sottoposta all’irrorazione di insetticidi ed antifungini durante la fase di crescita del prodotto, i quali hanno un impatto decisamente più importante rispetto ad un contatto tra la frutta e con un prodotto inerte come la plastica riciclata. La scelta della plastica da utilizzare dipende dal ciclo di lavoro delle derrate alimentari che verranno contenute e dal tipo di logistica che si deve impiegare. Se la cassa ha una mera funzione di mobilità del raccolto dal campo fino allo stabilimento di lavorazione, non è di grande importanza la scelta se usare una cassa in polipropilene o in polietilene ad alta densità, ma se la frutta o la verdura devono essere conservate nelle celle frigorifere, la scelta cade sull’HDPE che ha un grado di resistenza alle basse temperature più importante rispetto al polipropilene. La produzione della materia prima, di entrambe le categorie plastiche, avviene attraverso l’uso dello scarto degli imballi che il sistema della raccolta differenziata può mettere a disposizione e tramite la riconversione a nuovo di magazzini di aziende delle bibite o della logistica, che periodicamente sostituiscono il loro parco contenitori. Vediamo le differenze di produzione della materia prima: Il Polipropilene viene generalmente prodotto dai rifiuti di imballi del settore alimentare, cassette agricole e industriali che vengono selezionati per provenienza, macinati in dimensioni di circa 10-12 mm., deferrizzati, lavati in impianti a rotazione e a decantazione in vasca, densificati per lacune tipologie di imballi e, se richiesto, avviati agli estrusori per la granulazione. La fluidità del prodotto realizzato, normalmente, si aggira intorno ad un range compreso tra 6 e 12 a 230°-2,16 kg. e può essere generalmente colorato con colori scuri. La materia prima gode di una certa abbondanza nei mercati della plastica e ha generalmente un prezzo contenuto sia per quanto riguarda il macinato che il granulo. Le casse risultano robuste, in quanto normalmente la percentuale di PP all’interno della ricetta è solitamente intorno al 90%, ma sono sconsigliate per un uso nelle celle frigorifere.Il Polietilene ad alta densità non gode della stessa facilità di reperimento sul mercato in quanto l’industria del packaging, soprattutto quella delle acque minerali e delle bibite, ha da tempo puntato su imballi in film plastici, lasciando il mercato del riciclo senza prodotto. Ci sono ancora aree di produzione nel mondo in cui si preferisce la realizzazione delle casse con materiali vergini, specialmente in alcuni settori alimentari in cui esiste un contatto diretto con il cibo non protetto, e questo genera un piccolo mercato del riciclo. Altre produzioni di casse con materia prima vergine vengono eseguite in paesi in cui i sistemi di separazione dei materiali e il successivo riciclo non sono così sviluppati da creare un ciclo di approvvigionamento sufficiente per chi costruisce questi imballi. In ogni caso, la produzione di un HDPE riciclato per la produzione di casse agricole passa dalla separazione per colore delle casse disponibili, così da poter impiegare la materia prima senza aggiungere coloranti in fase di stampaggio, la macinazione e la deferrizzazione del macinato in HDPE e il successivo lavaggio con il doppio passaggio come per il polipropilene. La fluidità varia da 6 a 8 a 190°/2,16 Kg. e il macinato può essere impiegato direttamente in macchina per produrre la cassa oppure passare alla fase di granulazione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PP - HDPE - casse agricole
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Tra successi e ritardi: un'analisi degli impegni di sostenibilità delle aziendeMolte medie e grandi aziende si stanno impegnando per ridurre la loro impronta carbonica nella produzione o distribuzione dei beni o servizi, con un occhio attento all’ecologia e un altro alla soddisfazione dei clienti che premiano, attraverso gli acquisti, le aziende più meritevoli del rispetto ambientale e quindi più sostenibili.Molte di esse si sono dotate di un protocollo con degli obbiettivi da raggiungere e comunicano apertamente il loro risultati, come accade in molte aziende francesi. Secondo l'Associazione francese delle imprese private Afep, gli impegni presi da 38 grandi aziende per ridurre la loro impronta ecologica sono stati rispettati dell'83%. Impegni presi dal 2017 che riguardano in particolare il riciclo e il recupero dei rifiuti, l'eco-design dei prodotti, la riduzione del consumo di risorse, la riduzione degli imballaggi e anche l'allungamento della vita dei prodotti. Secondo questa associazione, che riunisce 111 gruppi globali, il 79% delle azioni avviate tra il 2017 e il 2019 "sono in corso di lavorazione" con il 13% è in anticipo e l'8% in ritardo. Quasi un quarto dei progetti avviati in questo periodo sono stati completati (23%), il 96% dei quali ha raggiunto gli obiettivi fissati. La società chimica Arkema ha "portato a termine" le sue azioni e "raggiunto" i suoi obiettivi di promozione dell'economia e riduzione delle risorse consumate, mentre l'organizzazione di una filiera del riciclo dei polimeri, che fa oggetto di finanziamenti europei, "sta seguendo il ritmo previsto". Il distributore Carrefour è stato ritardato nel suo obiettivo di eliminare i sacchetti di cassa monouso gratuiti nel 2020 a causa del Brasile, dove, nella maggior parte degli stati, questi sacchetti di plastica sono "un diritto per i consumatori". Accor, che si era impegnata a recuperare il 65% dei rifiuti di esercizio alberghiero del gruppo alla fine del 2020, ma dichiara che ne ha recuperato solo il 56% a novembre e riconosce un tasso di progresso "al di sotto della tabella di marcia impostata". Sul fronte dello spreco alimentare, il gruppo alberghiero ha puntato ad una riduzione del 30% e ha ottenuto una riduzione media solo del 21%, per i 485 alberghi su 1.870 del marchio che “seguono con precisione i volumi” sprecati. H. Saporta
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