Indizi silenziosi, biblioteche proibite e il linguaggio nascosto dell’assassino a Corenno PlinioGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 9: La carta che parlaLa stanza dell’albergo aveva l’odore tiepido del legno vecchio e dei tessuti profumati. A Corenno Plinio, a quell’ora, il lago non rifletteva quasi più nulla: era un’enorme lastra scura, interrotta solo da qualche luce lontana, come un segnale che non prometteva salvezza. Lucia aveva scelto quell’albergo proprio per questo. Non era un posto elegante, non era un posto “sicuro”. Era un posto dove la gente passava e non guardava. E per un’indagine che stava diventando più pericolosa man mano che si faceva precisa, era già molto. Aveva spento la luce principale. Solo la lampada sul comodino restava accesa, con un cono di chiarore giallo che tagliava la stanza come una lama smussata. Sul tavolo, vicino al telefono, aveva disposto tutto con ordine metodico: un taccuino, una matita, una lente pieghevole, due buste trasparenti sigillate con nastro, e sopra le buste — come un gesto quasi involontario di sfida — due frammenti di carta sottili, posati su un panno scuro per farli risaltare. Non erano fogli interi. Erano pezzi. Strappi. Porzioni di una cosa più grande. Stava aspettando che arrivasse Elisa per parlargliene. Lucia li guardò ancora una volta, come se la carta potesse cambiare forma se fissata troppo a lungo. Uno dei frammenti aveva una linea curva, come il bordo strappato da un taccuino o da una mappa piegata. L’altro era più regolare, ma presentava una trama diversa: sottilissima, quasi trasparente, con micro-perforazioni a intervalli. Nessuno dei due conteneva parole complete. Eppure entrambi sembravano voler dire qualcosa. La cartina del primo cadavere era sporca di un alone appena percettibile, una sfumatura, come se avesse assorbito un liquido e poi si fosse asciugata. Lucia non riusciva a non pensare a quel gesto: qualcuno che impregna, chiude, deposita. Un gesto tranquillo. Un gesto da lavoro. Bussò piano. Due colpi. Poi un terzo, più lieve. Lucia afferrò la pistola dal cassetto del comodino senza ostentarla, la tenne bassa lungo la coscia, e solo allora aprì. Lisa era lì, con il cappotto ancora addosso e i capelli raccolti male, come se fosse uscita in fretta. Il volto pallido, ma gli occhi vigili. Non sembrava spaventata: sembrava tesa. E Lucia riconobbe quella tensione. Era la stessa che aveva lei quando sentiva che un dettaglio stava per diventare una prova. «Entra.» disse Lucia. Lisa entrò e si voltò per chiudere la porta, poi rimase ferma un istante, guardando la stanza semibuia. «Hai paura?» chiese....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata
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Si possono verificare fenomeni di degradazione del PET, durante la lavorazione, che ne influenzano la qualitàdi Marco ArezioIl PET è uno tra i polimeri più usati in produzione, in quanto, anche riciclato, costituisce una tra le materie prime principali nel settore del packaging. Le sue caratteristiche di buona resistenza meccanica, trasparenza, economicità, inerzia termica, durabilità e riciclabilità, ne hanno fatto il polimero per eccellenza, per esempio, nella produzione di bottiglie per l’acqua e per le bibite, nel settore farmaceutico, nei prodotti per il corpo e per la produzione di fibre. Il PET, tuttavia, può facilmente degradare a causa di errati processi nelle lavorazioni termiche o ambientali, i quali possono creare una modificazione chimica della struttura del polimero, creando delle catene a basso peso molecolare che possono alterare, anche in maniera marcata, le proprietà originali. Tra le influenze ambientali negative possiamo annoverare l’umidità, infatti, il PET è un polimero igroscopico e, in presenza di condizioni di riscaldamento del materiale, la commistione tra umidità e calore potrebbe portare ad una depolimerizzazione. Proprio per questo motivo il granulo prima di qualsiasi tipo di processo dovrebbe essere essiccato, utilizzando una corrente di aria riscaldata con basso contenuto di vapore acqueo, al fine di evitare la degradazione idrolitica. Inoltre, l’acqua ha un doppio ruolo, oltre ad innescare la degradazione idrolizzando i legami dell’estere, viene assorbita dal materiale e agisce da plasticizzante. Le possibili cause di degradazioni del PET sono molteplici, ma quella relativa alla presenza di umidità è tra le più comuni nella trasformazione del polimero, che si manifesta velocemente durante il processo, con dirette conseguenze sulla proprietà del materiale. Per questo motivo, prima di essere estruso, il PET dovrebbe essere accuratamente deumidificato, riducendo il valore dell’acqua presente fino a un valore di 30 ppm. Un altro tipo di degradazione del PET, che si può manifestare durante la lavorazione del polimero, riguarda lo stress termico, cioè l’eccessiva esposizione al calore che può accadere durante la sua estrusione, creando un sottoprodotto come l’acetaldeide. Una vite di estrusione mal progettata, condizioni di processo troppo drastiche, come condotti troppo stretti e, infine, un’alta percentuale di residui di catalizzatori, possono portare a eccessivi sforzi meccanici che, legati alle alte temperature, possono causare fenomeni di degradazione. La presenza di acetaldeide, facilmente individuabile dal naso umano come odore sgradevole già in presenza di pochi ppm, può essere considerata come l’indice di degradazione del PET, infatti, è particolarmente temuto quando si producono contenitori alimentari. Non è poi solo una questione di odore fastidioso che potrebbe alterare il sapore dei cibi contenuti nelle vaschette alimentari, ma c’è da considerare che l’acetaldeide è un elemento cancerogeno del gruppo 1. Inoltre il PET può essere interessato da fenomeni di termossidazione che portano ad ingiallimento dei prodotti. Per evitare questo problema si può estrudere, sotto flusso di azoto, utilizzando anche additivi specifici per bloccare le reazioni con perossidi e/o impurità presenti dal processo di polimerizzazione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - degradazione - PET - produzione
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Una materia prima fantastica per molte applicazioni ma sottovalutata dal punto di vista ambientaledi Marco ArezioUn brillante Ingegnere chimico Statunitense, Roy J. Plunkett, dipendente dalla ditta Dupont, scoprì, per caso nel 1938, un nuovo composto chimico mentre era impegnato in un lavoro di sperimentazione su alcuni refrigeranti. Durante uno di questi test si verificò un incidente di laboratorio e Plunkett si accorse della formazione di una sostanza cerosa bianca che appariva estremamente scivolosa. Infatti, stava sperimentando la compressione di un clorofluorocarburo e, nel misurare la portata del gas contenuta in una bombola in cui c’era del tetrafluoroetene gassoso, si verificò un problema nella portata del gas. Plunkett decise di aprire la bombola e vi trovò dentro un rivestimento sulle pareti di consistenza ceroso e molto scivoloso che, attraverso successive verifiche, capì che si trattava di un fluorocarburo inerte, il politetrafluoroetilene (PTFE), che aveva ottime qualità antiaderenti, ben superiori ai prodotti fino ad allora utilizzati. Nel 1945 la Dupont depositò il brevetto per il composto chimico, a cui diede il nome di Teflon e iniziò la produzione nello stabilimento di Washington Works a Parkersburg, nel West Virginia, arrivando a produrre nel 1948 quasi 1000 tonnellate di Teflon. Il successo del prodotto fu folgorante, in quanto ogni casalinga preferiva acquistare una pentola con il rivestimento in teflon, in quanto i cibi non si appiccicavano nella padella durante la cottura. Un successo commerciale enorme per la Dupont, anche in virtù dei margini importanti che il prodotto aveva, in quanto coperto da brevetto, ma che ha creato un lato oscuro e minaccioso. Infatti, per anni l’azienda ha sversato gli scarichi della produzione del Teflon nei fiumi vicini alla sede di produzione nel West Virginia, immettendo nell’ambiente milioni di litri di acqua inquinata, attraverso i fiumi, in aree abitate e dedite anche all’allevamento. Circa 110 milioni di americani bevvero l’acqua inquinata da PFAS e la popolazione, dopo alcuni evidenti segnali di malattie collettive, con percentuali oltre la media nazionale, fece una causa alla Dupont in cui si iscrissero circa 70.000 persone. Vennero svolte minuziose analisi sia nelle acque, che sugli animali che sulla popolazione, coinvolgendo circa 69.000 persone in analisi cliniche specifiche, riuscendo a collegare l’inquinamento da PFAS ad una serie di malattie quali ipercolesterolemia, coliti ulcerose, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene. Gli effetti tossici più frequentemente osservati erano: la restrizione della crescita fetalediabeteaumento del colesterolo e sue conseguenze (ictus cerebrale, infarto cardiaco)ipertensione arteriosaaumento dell'acido uricoriduzione degli spermatozoi nel maschioinfertilità maschile e femminile. Ci fu un danno diffuso anche tra il bestiame, allevato nelle adiacenze dei fiumi, in cui venivano scaricati gli scarti di produzione del teflon, infatti, si verificarono morie di animali che andavano ad abbeverarsi nei corsi d’acqua, trovando i loro organi interni di un colore fluorescente. Categoria: notizie - tecnica - plastica - teflon - storia
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Riduzione della CO₂, inerti riciclati e combustibili alternativi: il futuro sostenibile dei cementi e dei calcestruzzidi Marco ArezioIl settore delle costruzioni si trova al centro di una trasformazione epocale. La produzione di cemento e calcestruzzo, responsabile di una considerevole quota delle emissioni globali di CO₂, è oggi sotto la lente di innovatori e aziende impegnate nella transizione verso un’edilizia più sostenibile. Tra queste, EvoBuild si distingue per l’approccio pionieristico nello sviluppo di prodotti in grado di ridurre l’impatto ambientale senza compromettere la qualità e le prestazioni tecniche. Attraverso l’impiego di tecnologie avanzate e risorse alternative, EvoBuild sta ridefinendo il concetto di sostenibilità nel settore dei materiali da costruzione.Rivoluzionare il calcestruzzo: una sfida tra tecnica e sostenibilità Il cemento, componente primario del calcestruzzo, è prodotto tramite un processo altamente energivoro, caratterizzato dalla calcinazione del clinker, un passaggio che da solo genera circa il 60% delle emissioni totali legate al cemento. EvoBuild risponde a questa sfida con soluzioni innovative, che mirano a ridefinire la formulazione tradizionale dei materiali da costruzione attraverso tre pilastri fondamentali: la riduzione del contenuto di clinker, l’integrazione di inerti riciclati e l’uso di combustibili alternativi. I prodotti EvoBuild, frutto di anni di ricerca e sviluppo, includono leganti a basse emissioni, additivi chimici avanzati e formulazioni che sfruttano materiali di scarto provenienti da altre industrie. Queste soluzioni non solo migliorano le prestazioni del calcestruzzo, ma riducono drasticamente l’impronta ambientale della sua produzione. Sostituzione del clinker: una riduzione diretta della CO₂ Uno dei metodi più efficaci per abbattere le emissioni è la sostituzione parziale del clinker con materiali alternativi. Tra le principali opzioni utilizzate da EvoBuild vi sono: Ceneri volanti: un sottoprodotto delle centrali termoelettriche, utilizzato per la sua reattività pozzolanica. Scorie d’altoforno: residui dell’industria siderurgica, che migliorano le proprietà meccaniche del calcestruzzo. Calcare micronizzato: riduce la densità del materiale mantenendo prestazioni accettabili. L’adozione di questi leganti alternativi permette una riduzione delle emissioni fino al 30% rispetto al cemento tradizionale, garantendo al contempo una maggiore durabilità del materiale. Inerti riciclati: il futuro dell’economia circolare nel calcestruzzo Gli aggregati rappresentano circa il 70-80% del volume del calcestruzzo, e la loro estrazione da fonti naturali come ghiaia e sabbia comporta un significativo impatto ambientale. EvoBuild ha introdotto una nuova generazione di miscele che incorporano inerti riciclati, ottenuti da demolizioni edilizie controllate o da residui industriali. Questi materiali vengono sottoposti a rigorosi processi di selezione e trattamento per garantire prestazioni comparabili a quelle degli aggregati naturali. L’utilizzo di inerti riciclati non solo contribuisce a ridurre la pressione sulle risorse naturali, ma consente anche di limitare i rifiuti in discarica. In molti casi, l’integrazione di aggregati riciclati si traduce in una maggiore capacità di assorbire vibrazioni e migliorare l’efficienza termica del calcestruzzo. Combustibili alternativi: un approccio olistico alla sostenibilità La produzione di cemento è una delle attività industriali più energivore. Per alimentare i forni di calcinazione del clinker, EvoBuild sta introducendo l’uso di combustibili alternativi, tra cui: Biomassa residuale: residui agricoli o forestali, utilizzati come fonte di energia rinnovabile. Pneumatici esausti: bruciati in condizioni controllate, consentono di recuperare energia e ridurre i rifiuti. Rifiuti non riciclabili: impiegati come combustibile, minimizzano il ricorso a discariche. L’uso di questi combustibili non solo riduce la dipendenza dai combustibili fossili, ma consente anche di valorizzare materiali di scarto che altrimenti rappresenterebbero un problema ambientale. Un nuovo paradigma per l’industria delle costruzioni Il contributo di EvoBuild si inserisce in un contesto più ampio di transizione dell’industria delle costruzioni verso un modello di economia circolare. La tradizionale linearità del ciclo produttivo — basata sull’estrazione, trasformazione, utilizzo e smaltimento — viene sostituita da un approccio circolare, in cui i materiali vengono progettati per essere recuperati e reintegrati nei processi produttivi. L’economia circolare nel settore delle costruzioni non è solo una scelta etica, ma un’opportunità per migliorare l’efficienza complessiva dei processi, ridurre i costi operativi e rispettare le normative ambientali sempre più stringenti. La sfida del futuro: scalabilità e innovazione Nonostante i progressi tecnologici, la diffusione su larga scala di soluzioni come quelle offerte da EvoBuild presenta ancora sfide significative. La disponibilità di materiali alternativi, la necessità di adattare gli impianti produttivi e l’adeguamento delle normative rappresentano ostacoli che richiedono un’azione coordinata tra aziende, istituzioni e ricerca scientifica. Tuttavia, l’impegno di aziende come EvoBuild dimostra che un’edilizia a basso impatto ambientale è non solo possibile, ma necessaria. Ogni innovazione in questo settore rappresenta un passo avanti verso un futuro in cui le costruzioni saranno non solo sicure e durature, ma anche rispettose dell’ambiente. EvoBuild, con la sua visione orientata alla sostenibilità, si propone come punto di riferimento in questa trasformazione, dimostrando che la tecnologia e l’economia circolare possono andare di pari passo. © Riproduzione Vietata
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Vantaggi, tecniche e prospettive future dell’utilizzo degli enzimi nella rimozione selettiva di macchie e adesivi dai materiali cartacei antichidi Marco ArezioNel settore del restauro dei manufatti cartacei, la pulitura è da sempre un momento delicato e cruciale. L’esigenza di eliminare depositi estranei, macchie, residui di adesivi o sporco organico si scontra spesso con la necessità di preservare l’integrità fisica, chimica ed estetica del supporto. Le metodiche tradizionali basate sull’impiego di solventi, impacchi o trattamenti chimici presentano limiti e rischi noti, dalla possibile alterazione della fibra cartacea fino alla mobilizzazione di inchiostri, pigmenti o filigrane. In questo contesto, la ricerca scientifica e le innovazioni nel campo della biochimica hanno aperto la strada a un nuovo approccio: l’applicazione controllata di specifici enzimi per la pulitura selettiva di macchie e adesivi.Fondamenti biochimici delle tecniche enzimaticheGli enzimi sono catalizzatori biologici dotati di straordinaria specificità, capaci di accelerare reazioni chimiche mirate senza coinvolgere le strutture indesiderate. In ambito conservativo, si selezionano tipicamente enzimi come proteasi, amilasi, lipasi e, in casi particolari, cellulasi, in base alla natura delle sostanze da rimuovere. La logica d’impiego si fonda sulla possibilità di agire in modo selettivo: le proteasi idrolizzano residui proteici (come colle animali o depositi biologici), le amilasi degradano macchie a base di amido (tipiche di incollaggi o residui vegetali), mentre lipasi e cellulasi trovano impiego in casi più specifici su sostanze grasse o croste organiche.Il vantaggio principale delle tecniche enzimatiche sta nella capacità di rispettare la matrice cellulosica della carta, intervenendo unicamente sulle molecole bersaglio. Questo consente un trattamento estremamente mirato, limitando al minimo il rischio di danneggiamenti accidentali, come l’idrolisi delle fibre cartacee o la dissoluzione dei pigmenti sensibili.Metodologie operative e protocolli applicativiIl percorso operativo delle tecniche enzimatiche per la pulitura della carta parte da un’attenta diagnosi del manufatto, utilizzando spesso indagini spettroscopiche, imaging multispettrale o test microchimici non invasivi per identificare la tipologia di contaminante presente. Una volta individuata la natura del deposito (proteico, amilaceo, lipidico), si seleziona la categoria di enzimi più adatta e si definisce la modalità di applicazione.Per garantire sicurezza e controllo, la soluzione enzimatica viene generalmente veicolata tramite supporti gelificati (come gel di agar, carbossimetilcellulosa, idrogel di ultima generazione) oppure con l’ausilio di membrane semi-permeabili che permettono un rilascio graduale e localizzato dell’enzima. Questa strategia consente di limitare la penetrazione della soluzione nelle profondità della carta, evitando eccessiva imbibizione e il rischio di deformazione o migrazione degli inchiostri.Il tempo di esposizione è attentamente monitorato (solitamente variabile dai 15 ai 60 minuti), in relazione alla reattività dell’enzima selezionato e alla sensibilità del manufatto. Al termine, il gel viene rimosso con delicatezza e la superficie viene sottoposta a un risciacquo leggero con acqua deionizzata o tamponi assorbenti, così da eliminare completamente eventuali residui enzimatici e le sostanze idrolizzate. Quest’ultima fase è cruciale per evitare processi di degradazione secondaria o la permanenza di residui che potrebbero influenzare negativamente la stabilità a lungo termine del materiale restaurato.Vantaggi delle tecniche enzimatiche rispetto ai metodi convenzionaliL’utilizzo di enzimi nella pulitura dei manufatti cartacei introduce una serie di benefici significativi per i restauratori:Selettività: Gli enzimi operano su specifici legami chimici, garantendo la rimozione esclusiva delle sostanze indesiderate, senza intaccare la carta né i materiali grafici originali.Delicatezza: L’azione avviene prevalentemente in ambiente acquoso, spesso gelificato, minimizzando rischi di alterazione fisica (come imbrunimento, deformazione, migrazione dell’inchiostro) rispetto ai solventi tradizionali.Sicurezza ambientale e dell’operatore: Gli enzimi sono biodegradabili, utilizzati in basse concentrazioni e non rilasciano composti tossici, rendendo il processo ecologicamente sostenibile e sicuro per il personale.Efficacia sui contaminanti organici complessi: Macchie proteiche, colle animali e amidi spesso risultano refrattari ai trattamenti fisici e chimici convenzionali, ma vengono rapidamente degradati dagli enzimi mirati, restituendo omogeneità visiva e integrità ai documenti storici.Tuttavia, è essenziale una formazione specifica dell’operatore, non solo per scegliere l’enzima appropriato ma anche per evitare effetti collaterali dovuti a diagnosi errate. Un esempio può essere la presenza di pigmenti organici instabili, che potrebbero essere accidentalmente intaccati se non viene scelto correttamente il protocollo. Anche il controllo dei parametri ambientali (temperatura, pH, concentrazione enzimatica) è fondamentale per ottenere risultati ottimali.Applicazioni pratiche e risultati ottenutiL’applicazione di queste tecniche si sta rapidamente affermando nei principali laboratori di restauro, con risultati notevoli su una vasta gamma di manufatti: manoscritti medievali, incunaboli, registri d’archivio, disegni e stampe storiche. Nei casi in cui la carta fosse affetta da adesivi animali induriti o macchie proteiche stratificate, l’impiego di proteasi ha consentito di eliminare i residui senza che la fibra cartacea subisse perdita di coesione o modifica della texture originale. Analogamente, laddove si presentavano incrostazioni amilacee dovute a vecchi incollaggi, le amilasi hanno permesso una rimozione completa e selettiva, restituendo ai supporti trasparenza e morbidezza.Anche le problematiche legate alla presenza di muffe, esiti di attacchi biologici o contaminazioni da alimenti sono state affrontate con successo mediante l’utilizzo combinato di diversi enzimi, spesso in sinergia con impacchi adsorbenti e blandi risciacqui finali. Il risultato è un significativo miglioramento estetico e funzionale del manufatto, con una netta riduzione del rischio di danni permanenti.Prospettive di sviluppo e nuove frontiere della pulitura enzimaticaL’ambito della pulitura enzimatica è oggetto di intensa ricerca e innovazione. Si stanno studiando formulazioni sempre più stabili, con enzimi ingegnerizzati per agire in condizioni ambientali estreme o in presenza di substrati particolarmente difficili. Particolare attenzione viene data ai sistemi di rilascio controllato (nano-gel, microcapsule, idrogel reattivi), che permettono un dosaggio ancora più preciso e localizzato, riducendo il rischio di azione aspecifica.L’interdisciplinarità tra chimica, biotecnologia, scienza dei materiali e conservazione sta portando alla messa a punto di tecniche di monitoraggio in tempo reale, in grado di valutare in maniera non invasiva l’avanzamento della reazione e di rilevare eventuali criticità, anche tramite imaging multispettrale e sensori di superficie.Il futuro del settore vede la progressiva integrazione delle tecniche enzimatiche nei protocolli standard di restauro, affiancate da una crescente offerta formativa per restauratori e conservatori, che potranno così operare in autonomia, personalizzando il trattamento in funzione della tipologia di manufatto e del tipo di contaminante.Conclusioni: un salto di qualità per la conservazione cartaceaL’utilizzo delle tecniche enzimatiche nella pulitura dei manufatti cartacei rappresenta una delle innovazioni più promettenti nel campo della conservazione preventiva e del restauro. L’elevata selettività d’azione, la delicatezza sui supporti antichi e la sostenibilità ambientale ne fanno una soluzione ideale per molte problematiche tradizionalmente considerate irrisolvibili o ad alto rischio. La diffusione delle competenze e la standardizzazione dei protocolli contribuiranno a rendere questa metodologia un punto di riferimento stabile, capace di assicurare la salvaguardia del patrimonio cartaceo per le generazioni future, nel pieno rispetto della sua autenticità materiale e storica.© Riproduzione VietataFonti:Questo articolo si basa su studi specialistici pubblicati da Laura Neri e Paolo Conti e sull’analisi delle più recenti ricerche tecniche in ambito conservativo.
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