La Cina di Fronte a una Nuova Minaccia: L'Inquinamento Ambientaledi Marco ArezioLa Cina della grande muraglia, della rivoluzione industriale, della potenza militare, dello sviluppo iper-tecnologico, dell’espansionismo nei paesi del terzo mondo specialmente in Africa e Sud America, delle guerre commerciali, delle pressioni sull’area indocinese, non aveva fatto i conti con il suo iper liberismo che è partito ai tempi di Deng, catapultando il paese dal socialismo maoista, che assicurava una ciotola di riso per tutti, alla rincorsa frenata a condizioni di vita più agiate rispetto alla dignitosa povertà in cui il popolo cinese aveva vissuto fino agli anni della pre industrializzazione diffusa. Le emergenze nazionali sono rappresentate principalmente dall’inquinamento dell’aria e da quello delle acque che ha fatto risvegliare in modo violento la Cina da un beato sonno in cui si vedevano solo le cose positive create dallo sviluppo, mettendo sotto il tappeto le conseguenze negative. Per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, secondo uno studio pubblicato della Berkeley Earth, in Cina muoiono circa 4000 persone al giorno per fenomeni legati a patologie che dipendono dall’inquinamento dell’aria. Gli scienziati attribuiscono la responsabilità dei decessi soprattutto alle emissioni delle centrali a carbone e in particolare alle minuscole particelle note come PM 2,5 che possono scatenare attacchi di cuore, ictus, cancro ai polmoni e asma e che , sempre secondo lo studio di Berkeley Earth, uccidono silenziosamente 1,5 milioni di persone all’anno, il 17% del livello di mortalità della Cina. Il governo cinese ha preso atto della situazione ambientale catastrofica assumendosi decisioni che stanno andando nella giusta direzione per cercare di risolvere la pericolosità dell’aria che viene respirata. Il prezzo da pagare non è stato basso, anzi i sistemi utilizzati dal governo sono stati piuttosto drastici. Oltre alla chiusura di tutte le fabbriche obsolete a carbone, è stato limitato l’uso di carbone e legna per il riscaldamento domestico nelle città. Inoltre il governo cinese ha puntato ingenti risorse sull’eolico e sul solare, iniziando la produzione di energia verde che contribuirà ad abbassare il livello degli inquinanti nell’aria nei prossimi anni. Per quanto riguarda il settore dei trasporti il governo prevede entro il 2020 la presenza sulle proprie strade di 200.000 veicoli elettrici e la messa al bando di 500 modelli di auto in circolazione considerati inquinanti. L’azione riformatrice del governo cinese non si esaurisce qui infatti sta cercando soluzioni anche contro la desertificazione e la de- ossigenazione dell’aria prevedendo la realizzazione di un piano di piantumazione ambizioso, infatti saranno messi a dimora circa 26 miliardi di piante nei prossimi 10 anni. Per quanto riguarda invece la situazione delle acque, attualmente, un terzo delle risorse idriche nel paese non è potabile e il 15% non è utilizzabile nemmeno per l’irrigazione o la produzione, in quanto è inquinata da pesticidi, scarichi industriali e fertilizzanti. Di conseguenza l’attività ittica è globalmente compromessa visto che il pescato presenta un grado di inquinamento altamente pericoloso per la salute. Alla luce di questo problema il governo ha costituito la figura del responsabile delle acque, che non è in ogni caso del tutto nuova, infatti questa posizione è nata già dal 2007, nell’area di Shanghai, quando accadde un grave incidente ambientale nel lago di Taihu, uno dei più grandi del paese, dove ci fu un’ invasione di alghe velenose. Circa 5 milioni di abitanti della città di Wuxi non avevano la possibilità di usufruire delle risorse idriche per la vita quotidiana e fu per questo che venne costituita la figura del responsabile delle acque che aveva il potere di sovraintendere le molte autorità sciogliendo finalmente l’ingorgo dei poteri e lo stallo decisionale.
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Processi, tecnologie e strategie di stabilizzazione reologica per trasformare la plastica post-consumo in materiali riciclati ad alte prestazioni Saggio. Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 11: Estrusione e Compounding dei Materiali Post-Consumodi Marco Arezio. Dicembre 25L’estrusione rappresenta il momento in cui il materiale post-consumo smette definitivamente di essere percepito come rifiuto e diventa materia plastica trasformabile. Tutte le fasi precedenti — dalla selezione alla macinazione, dal lavaggio ai pre-trattamenti, fino alla definizione dei parametri qualitativi — convergono in questo passaggio critico, in cui le scaglie eterogenee, pulite e dimensionate, vengono portate allo stato fuso attraverso una sequenza di sollecitazioni meccaniche e termiche controllate. L’estrusione non è dunque solo un’operazione di fusione, ma una ricostruzione reologica del materiale, un processo in cui l’energia, la pressione e la temperatura si combinano per definire la qualità del polimero riciclato. A differenza dei materiali vergini, che sono progettati per fondere in modo prevedibile, la plastica da post-consumo presenta una variabilità intrinseca: distribuzioni di pesi molecolari più larghe, tracce di additivi sconosciuti, residui superficiali, gradienti di cristallinità differenti e, in alcuni casi, storia termica ridotta o assente. L’estrusione deve quindi gestire la materia non solo come polimero, ma come memoria di processi precedenti, che possono influenzare la stabilità termica, la viscosità e la capacità del materiale di reagire positivamente alle sollecitazioni.ACQUISTA IL MANUALE Il cuore dell’estrusione è la vite, o più precisamente il profilo della vite, che guida il materiale attraverso zone di alimentazione, compressione, plastificazione, degasazione e pompaggio. In un estrusore monovite, il controllo della fusione dipende dalla geometria elicoidale e dall’interazione tra forza di taglio e temperatura delle camicie. Nel riciclo, tuttavia, l’estrusore monovite mostra limiti evidenti nella gestione delle impurità fini, delle variazioni reologiche e dei flussi non perfettamente omogenei: per questo motivo, molti riciclatori adottano estrusori bivite co-rotanti, più versatili e adatti ai materiali complessi.....© Riproduzione Vietata
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La Sostenibilità dell'Auto Passa Attraverso il Riciclo delle Batteriedi Marco ArezioL'elettrificazione del settore auto sta investendo tutte le case automobilistiche che, nonostante la pandemia e il crollo delle vendite, stanno fortemente spingendo nella produzione di auto più sostenibili. Ma la sostenibilità passa anche attraverso l'uso di materiali costruttivi secondo il principio dell'economia circolare e, quindi, la componentistica deve seguire il riciclo dei materiali. In Italia, Midac, sarà all'avanguardia nelle produzione di batterie per auto attraverso il riciclo di quelle esauste.Con un investimento complessivo di 104 milioni di euro, l’azienda Midac sarà in grado di produrre le proprie batterie al litio con il riutilizzo delle materie prime derivanti dal riciclo delle batterie esauste, conformemente ai principi della circular economy.Nell'Europa attraversata dalla pandemia c'è un'industria che continua a investire e creare posti di lavoro: quella delle batterie agli ioni di litio. Favorendo la transizione dai combustibili fossili verso un'energia più pulita, questa filiera risponde pienamente all’ambizioso obiettivo europeo del Green Deal, che mira alla neutralità climatica nel 2050. Per sostenere questo settore strategico, la Commissione Europea ha dato il via libera alla seconda tranche di finanziamenti per Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo (IPCEI) sulle batterie di nuova generazione (2,9 miliardi di euro), attribuiti dopo attenta selezione a 42 aziende europee del settore. Una di queste è Midac Batteries Spa ha ottenuto il via libera per lo sviluppo di tre progetti innovativi relativi alla produzione, al riutilizzo e alla gestione sostenibile del fine vita delle batterie al litio. Questi progetti permetteranno all’azienda di realizzare il primo impianto di produzione batterie litio integrato in Italia, per un investimento complessivo di 104 milioni di euro. L’azienda così sarà in grado di produrre le proprie batterie al litio con il riutilizzo delle materie prime derivanti dal riciclo delle batterie esauste, conformemente ai principi della circular economy, garantendo così il rispetto della filosofia “verde” di Midac. In particolare, il primo progetto riguarda il processo di selezione e recupero delle batterie a fine vita, che consente di inviare quelle non riutilizzabili ad un impianto di riciclo con una capacità pari a 30.000 ton/anno e di utilizzare quelle ancora funzionanti in applicazioni less demanding. In questo modo le batterie possono vivere una seconda vita, riducendo l’impatto ambientale e aumentando le percentuali dei materiali recuperati dal 60% a oltre il 90%. Le attività di riciclo e riuso saranno sviluppate in collaborazione con aziende partner, tra le quali Enel X. Il secondo progetto riguarda lo sviluppo di un nuovo impianto di produzione delle celle basata sulla tecnologia di terza e quarta generazione, che consentono ricariche più rapide, autonomia e sicurezza maggiori. Queste saranno poi destinate al nuovo reparto di assemblaggio batterie di Soave e a quello di Cremona da utilizzare in applicazioni automotive, Material Handling e di reserve power. Il terzo progetto è relativo allo sviluppo dell’elettronica di gestione delle batterie, che, grazie all’ausilio dell’intelligenza artificiale, permetterà di allungarne la vita. Le batterie saranno dotate anche di sistemi IoT per facilitarne l’uso da parte dei clienti finali. Il piano di realizzazione del nuovo impianto, della durata complessiva di 7 anni, rappresenta un’irripetibile occasione per l’azienda e per l’intero comparto italiano ed europeo per ricavarsi un ruolo da protagonista nel settore della tecnologia di accumulo agli ioni di litio, e per sviluppare, anche in Europa, l’intera filiera tecnologica che ruota attorno a questa tecnologia così strategica.Categoria: notizie - economia circolare - rifiuti - batterie - automotive Fonte: nordesteconomia
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Come i paesi emergenti possono trasformare i rifiuti tessili in risorse per un futuro più sostenibiledi Marco ArezioLa gestione dei rifiuti tessili rappresenta una sfida cruciale nei paesi in via di sviluppo, un tema spesso trascurato nei dibattiti globali sulla sostenibilità. Ogni anno, enormi quantità di abiti usati provenienti dai paesi industrializzati arrivano nei mercati locali o, peggio, si accumulano in discariche improvvisate. Questo fenomeno comporta gravi conseguenze ambientali, economiche e sociali, ma offre anche l'opportunità di promuovere modelli innovativi di economia circolare. Le Implicazioni Ambientali dei Rifiuti Tessili L'accumulo incontrollato di tessuti, in particolare quelli sintetici, rappresenta una minaccia per gli ecosistemi locali. I tessuti non biodegradabili possono rimanere nell'ambiente per decenni, rilasciando microplastiche che si infiltrano nelle falde acquifere e nella catena alimentare. La combustione dei rifiuti, spesso utilizzata per ridurre il volume delle discariche, libera gas serra e sostanze tossiche, aggravando il cambiamento climatico e causando problemi di salute pubblica nelle comunità circostanti. Inoltre, le discariche improvvisate degradano il paesaggio e compromettono la biodiversità, minacciando la sopravvivenza di molte specie. Un Problema Che Non Può Più Essere Ignorato Paesi come il Ghana, il Kenya, il Bangladesh e l'India affrontano sfide specifiche legate ai rifiuti tessili, a seconda delle infrastrutture e delle condizioni socioeconomiche. In Ghana, il "Kantamanto Market" riceve grandi quantitativi di abiti usati, molti dei quali non sono riutilizzabili e finiscono per essere abbandonati in discariche, aggravando il degrado ambientale. In Kenya, la mancanza di politiche adeguate per regolare l'importazione di vestiti di scarsa qualità satura il mercato locale, danneggiando le filiere tessili indigene. In Bangladesh, l'afflusso di scarti tessili esteri si somma a un già elevato volume di rifiuti industriali, creando rischi per l'ambiente e per la salute pubblica. In India, infine, l'assenza di infrastrutture di riciclo e la scarsa consapevolezza portano a un accumulo incontrollato di rifiuti tessili, accentuando le disuguaglianze sociali. Soluzioni per una Gestione Sostenibile Nonostante la complessità del problema, esistono soluzioni promettenti per trasformare i rifiuti tessili in risorse utili. Un approccio integrato, che coinvolga governi, ONG, imprese e comunità locali, può portare a risultati significativi. Promozione dell’Economia Circolare L’economia circolare offre opportunità concrete per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti tessili. In Bangladesh, ad esempio, impianti di riciclo avanzati, finanziati da collaborazioni tra aziende globali del settore tessile e ONG internazionali, trasformano scarti industriali in fibre rigenerate pronte per nuove produzioni. In Kenya, molte cooperative femminili dedicate all’upcycling ricevono sostegno economico e formativo da ONG locali e programmi internazionali, come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Queste iniziative non solo riducono i rifiuti, ma creano anche opportunità di lavoro e rafforzano le economie locali. Regolamentazione e Formazione I governi possono giocare un ruolo cruciale implementando normative che regolino l'importazione di vestiti usati e promuovano la qualità dei materiali. Parallelamente, campagne di sensibilizzazione e programmi di formazione possono incoraggiare consumi più consapevoli e preparare le comunità locali a sviluppare competenze legate al riciclo e all’upcycling. Collaborazione Internazionale: Un Imperativo La cooperazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo è un elemento chiave per affrontare questa crisi globale. I paesi industrializzati, principali esportatori di rifiuti tessili, devono assumersi la responsabilità di supportare le nazioni emergenti attraverso finanziamenti mirati a progetti di infrastrutture sostenibili, come impianti di riciclo e programmi di upcycling. Inoltre, il trasferimento tecnologico può accelerare l'adozione di metodi innovativi per il trattamento dei rifiuti, mentre la formazione è essenziale per sviluppare competenze locali in grado di gestire efficacemente queste risorse. Una maggiore trasparenza nei processi di esportazione, inclusa la tracciabilità dei materiali, è indispensabile per evitare l'invio di rifiuti non idonei, contribuendo a ridurre il carico ambientale sui paesi riceventi e promuovendo relazioni commerciali più etiche e sostenibili. Lezioni da Progetti di Successo Diversi progetti dimostrano che una gestione sostenibile dei rifiuti tessili è possibile. In Ghana, il "Kantamanto Market" è un esempio di resilienza, offrendo opportunità di lavoro grazie al riutilizzo e all’upcycling di abiti usati. In Bangladesh, la collaborazione con aziende globali ha permesso di sviluppare impianti di riciclo innovativi, mentre in Kenya le ONG lavorano con cooperative locali per promuovere pratiche sostenibili. Un Futuro Possibile La gestione dei rifiuti tessili nei paesi in via di sviluppo non è solo una sfida, ma anche un'opportunità. Attraverso investimenti in infrastrutture, politiche mirate e sensibilizzazione, è possibile ridurre l'impatto ambientale, migliorare le condizioni di vita delle comunità e creare economie più resilienti. Un approccio integrato, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, rappresenta la chiave per trasformare i rifiuti tessili in risorse per un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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L’economia circolare che cresce in molti paesi nel mondo, i prezzi del petrolio, la concorrenza dei polimeri verginidi Marco ArezioLa raccolta differenziata ci restituiva, dopo la trasformazione, una materia prima per la produzione di granuli, macinati e densificati (polimeri post consumo) adatti alla produzione di prodotti plastici, consentendoci di chiudere il cerchio dell’economia circolare. Ora il mondo sta cambiando e dobbiamo ripensare ad un modello produttivo e distributivo che non consideri più la Cina come mercato prevalente e che possa trovare una soluzione verso la competizione con i prezzi delle materie prime vergini. Un tempo c’era la Cina, che fagocitava tutto lo scarto di basso valore delle materie prime in balle provenienti dalla raccolta differenziata mondiale, lasciando, a noi occidentali, l’illusione che avessimo fatto tutto il dovuto per creare un circolo virtuoso sui rifiuti. Raccolta, selezione, impiego dei materiali da post consumo più nobili attraverso la produzione di polimeri, vendita in Cina dello scarto non utilizzato e distribuzione dei polimeri “vendibili” nei mercati remunerativi: questo era il lavoro delle economie del riciclo occidentali. Fino al 2017 la nostra economia circolare ruotava intorno a questo paradigma e ci siamo illusi di poter creare un business verde e remunerativo con questo sistema. Ma quando la Cina ha deciso di non acquistare più le balle di rifiuti plastici, i riciclatori si sono divisi in due categorie: Chi raccoglieva dal mercato il rifiuto post consumo e post industriale, vendendolo come materia prima non lavorata, ha subito compreso la pericolosità commerciale e le conseguenze che questo stop poteva creare nel futuro. Infatti in pochi mesi i mercati occidentali si sono riempiti di rifiuti plastici di scarsa qualità che non avevano più una immediata collocazione.Chi si occupava della lavorazione dei rifiuti da post consumo, acquistando prevalentemente alle aste nazionali il rifiuto sotto forma di plastica mista che proveniva dalle nostre città. Approfittando del blocco delle importazioni Cinesi dei rifiuti plastici hanno iniziato a vendere lo stesso prodotto sotto forma di granulo. Tutti, chi più chi meno, hanno approfittato delle opportunità che questo mercato offriva, sotto forma di importanti contratti in termini di tonnellate vendute mensilmente e pagamenti in anticipo, facendo la felicità degli imprenditori. Pochi hanno pensato che la festa potesse finire e, quindi, non si sono posti il problema di investire per qualificare il prodotto, in quanto oggettivamente, sia l’LDPE, che il PP o PP/PE, miscele composte dagli scarti del post consumo, sono molto sensibili e instabili nella qualità. Inoltre, in alcuni casi, il mercato cinese ricercava granuli di valore molto basso, con l’obbiettivo di comprimere il più possibile il prezzo, in modo da poter dare spazio a tutti gli intermediari commerciali. Una parte dello scarto delle lavorazioni del post consumo veniva “aggiunta” nel granulo per ridurre gli scarti da portare in discarica e abbassare il costo del granulo. Un prodotto così squalificato che prospettive può avere oggi? Forse abbiamo perso tempo prezioso perché oggi si intravedono alcuni problemi non facili da risolvere: Il mercato cinese probabilmente non tornerà indietro, accettando di diventare ancora la pattumiera del mondo, né sotto forma di balle di materie plastiche né di polimeri riciclati da post consumo di bassa qualità. Con il passare degli anni, Pechino aumenterà la quota di raccolta differenziata e avrà a disposizione sempre più materia prima per produrre i polimeri da post consumo che ha sempre comprato in Occidente sotto forma di rifiuto, macinato o granulo. Il governo sta andando verso una politica di economia circolare in tutti i settori sociali, che sia nell’ambito dei rifiuti, delle energie rinnovabili e del controllo dell’inquinamento.I produttori occidentali non hanno investito abbastanza e in tempo per aumentare la qualità dei polimeri da post consumo, attraverso ricette, metodi selettivi, accordi tecnici con i produttori di prodotti del packaging, che riducessero i problemi prestazionali che l’input da genera, puntando solo a minimizzare i costi di produzione, per avere un prezzo sempre più competitivo che svuotasse ogni mese il loro magazzino delle materie prime. Si è considerata quasi esclusivamente l’importanza della quantità e ben poco alla qualità del prodotto. L’economia circolare funziona se le materie plastiche riciclate potranno competere sempre più con quelle vergini nell’uso su larga scala, ma se la qualità rimane molto distante, non c’è prezzo o obbligo nell’uso che ne permetta una grande diffusione. Finché il rating, che il mercato dà ai polimeri realizzati con il materiale da post consumo, rimane a livello “spazzatura”, sarà difficile ipotizzare un vero incremento dei consumi.La variabile del prezzo del greggio, con i ribassi mai visti fino ad oggi che sembrerebbe possano mantenersi nel breve periodo, spinge la competizione economica tra le materie prime vergini e le materie riciclate, portando ad una forte discriminante all’uso di quest’ultima. Nemmeno i polimeri da post consumo di più alta qualità, come per esempio l’HDPE da soffiaggio o estrusione, riuscirebbero a reggere un confronto commerciale con i polimeri vergini, se non ci fosse, in alcuni casi per questioni di marketing, l’obbligo all’uso delle materie prime riciclate.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - polimeri post consumoVedi maggiori informazioni sul riciclo
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