Polipropilene e polietilene da post consumo sembra non possano convivere, ma non è sempre cosìdi Marco ArezioA volte anche le copie più diverse, con attitudini e caratteristiche lontane, con temperature caratteriali agli opposti, con tenacità e debolezze differenti, nella loro unione trovano un equilibrio. Anche il PP/PE questo equilibrio sembra averlo trovato. Nel campo dei polimeri che derivano dalla raccolta differenziata esistono delle famiglie che sono composte da due o più polimeri differenti, come per esempio l’unione tra il polietilene e il polipropilene. Apparentemente sembrano due mondi molto lontani tra loro che, per necessità di consumo dei rifiuti plastici, si è arrivati ad attribuire al nuovo compound una posizione nel mercato dei polimeri. La materia prima che costituisce questa unione, derivando dall’input della raccolta differenziata, si presenta normalmente già miscelata, ed è costituita da parti rigide e da parti flessibili dello scarto plastico domestico. Nel corso degli anni questo mix “naturale” si è molto modificato, in quanto è stato necessario estrarre dalle balle dei rifiuti, una quota sempre più lata di plastiche nono componenti, come il polipropilene, il polietilene di alta e bassa densità. Infatti si è puntato molto sull’estrazione della frazione di polipropilene per destinarlo ad un mercato autonomo. Quello che oggi è definito PO o PP/PE è la parte risultante dei processi di selezione degli scarti plastici derivanti dalla raccolta differenziata, ed è costituito da circa il 30-40% di polipropilene e la restante parte è prevalentemente LDPE. Rispetto ad una decina di anni fa, la base odierna del PO, o PP/PE, è sicuramente meno performante, in quanto il comportamento del polipropilene sulla componente di polietilene di bassa densità, è di difficile gestione, sia in fase di stampaggio che nel risultato estetico dei prodotti finali. Se partiamo dalla considerazione che ci suggerisce l’economia circolare, secondo la quale ai rifiuti plastici dobbiamo trovare, in ogni caso, una collocazione di riutilizzo, anche questo mix povero di PP/PE, con un po’ di buona volontà, può essere utilizzato in molti settori. Il polipropilene contenuto nel mix porta con sé essenzialmente le caratteristiche di rigidità e fluidità, mentre l’LDPE porta con sé la flessibilità e la fusione alle basse temperature. L’antagonismo delle loro caratteristiche avranno conseguenze in fase di stampaggio e di qualità del manufatto se non si interviene durante la produzione del granulo. Per creare una corretta famiglia di PP/PE adatta a molte applicazioni, che tenga conto di differenti fluidità richieste dal mercato, di corrette temperature sia in fase di estrusione del granulo che in fase di stampaggio, di buone resistenze in termini di modulo e IZOD, compatibilmente con il prodotto di qualità bassa di cui stiamo parlando, diventa necessario, a volte, modificare le ricette dei granuli: Il primo intervento che si dovrebbe fare è operare sul bilanciamento tra PP e LDPE, attraverso una quota di HDPE che mitiga la problematica della differenza di temperatura di fusione dei due materiali originari. Questo migliora la stampabilità ma anche la riduzione di possibili striature sulle superfici dei prodotti.Se si desidera aumentare la fluidità del compound che si vuole ottenere, la componente di PP può essere incrementata, in quanto il contributo delle frazioni di LDPE e HDPE da post consumo, in termini di MFI, rimarranno limitate. L’incremento della percentuale di PP all’interno della ricetta è comunque da monitorare, in quanto porta ad un aumento della vetrosità del prodotto finale e riduce la sua resistenza al freddo.Se si desidera aumentare la flessibilità a freddo si può giocare sulla componente LDPE/HDPE, considerando le giuste percentuali in funzione delle richieste estetiche, sul grado di flessibilità e sugli spessori dei prodotti da realizzare.Se si vogliono realizzare colorazioni del manufatto, di solito con tonalità scure, è sempre consigliabile aggiungere del masterbach, per i polimeri rigenerati, in fase di estrusione del granulo. Questo perché la dispersione del colorante in un estrusore con una vite lunga porta delle efficienze estetiche migliori. In questo caso dobbiamo considerare che la quota di LDPE, che è quella più a rischio per un’eventuale fenomeno di degradazione sotto l’effetto delle temperature di lavorazione, dovrebbe rimanere la più bassa possibile per evitare danni estetici alle colorazioni del prodotto. Per quanto riguarda l’uso dei masterbach, visto che anche questi prodotti possono essere a rischio di degradazione in fase di estrusione del granulo o durante lo stampaggio, è buona cura assicurarsi a quali temperature massime possono resistere senza alterarsi.Se si vuole aumentare la rigidità dei manufatti si può ricorrere alle cariche minerali, siano esse carbonato di calcio o talco, che possono dare una maggiore robustezza ai prodotti dal punto di vista della resistenza a compressione. Bisogna stare attenti però al comportamento a flessione, in quanto, già di per sé il PP/PE ha un basso valore di resistenza a flessione e l’aggiunta di percentuali eccessive ci cariche minerali ne peggiora la flessibilità. L’utilizzo di questa famiglia di compound in PP/PE ha trovato un largo consenso sul mercato per la produzione di manufatti non estetici e dal costo contenuto. I principali settori di utilizzo sono: Edilizia con la realizzazione di distanziatori per ferri di armatura, canaline non carrabili per l’acqua, protezione copri ferro, secchi, vespai in plastica, grigliati erbosi carrabili, cisterne componibili drenanti da interro e altri prodotti.La logistica con la produzione di bancali, casse da trasporto, armature per bancali, tappi per bidoni e altri prodotti.L’agricoltura con i ganci per l’orticultura, i vasi, le cassette monouso per la frutta e la verdura, pali per le culture e altri prodotti.L’arredo da giardino con la produzione di divani e poltrone in rattan plastico, piccoli mobili, sedie da esterno economiche e altri prodotti.Il settore della pulizia con il supporto per le setole delle scope, i secchielli di piccole dimensioni, le palette e altri prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - post consumo - granuli - PP/PE
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Ruolo strategico degli additivi nella plastica riciclata: differenze strutturali tra polimero vergine e riciclato, stabilizzazione, recupero prestazionale e opportunità industriali nella filiera del ricicloManuale tecnico. Additivi e Coloranti per Polimeri Riciclati. Capitolo 1: Ingegneria della Materia nella Transizione all’Economia Circolaredi Marco ArezioFunzione strategica degli additivi nella valorizzazione del riciclato Nel passaggio da un modello lineare di produzione delle materie plastiche a un sistema realmente circolare, il ruolo degli additivi assume una centralità che non può più essere interpretata come secondaria. Nella plastica riciclata, l’additivo non rappresenta un semplice correttivo di processo né un elemento accessorio finalizzato a migliorare l’aspetto del prodotto finito, ma diventa uno strumento strutturale di governo della materia. È attraverso l’additivazione che il materiale riciclato viene reso industrialmente prevedibile, tecnicamente lavorabile e commercialmente collocabile in mercati che richiedono continuità qualitativa e prestazioni affidabili. Il polimero riciclato, a differenza del polimero vergine, non nasce da una sintesi chimica controllata e ripetibile, ma da una sequenza di eventi materiali che ne hanno progressivamente modificato la struttura. Ogni lotto di riciclato è il risultato di utilizzi precedenti, esposizioni ambientali, stress termici e meccanici, contaminazioni e miscelazioni involontarie. Questa storia lascia tracce profonde nella morfologia e nella chimica del materiale, che si manifestano sotto forma di instabilità reologica, riduzione delle proprietà meccaniche, aumento della sensibilità alla temperatura e variabilità prestazionale. In questo contesto, l’additivo rappresenta il principale strumento industriale per ristabilire un equilibrio funzionale accettabile. La funzione strategica degli additivi si esprime innanzitutto sul piano della trasformabilità. Molti polimeri riciclati, se non opportunamente additivati, presentano finestre di lavorazione ristrette e comportamenti difficilmente prevedibili durante estrusione, stampaggio o soffiaggio. Variazioni improvvise di viscosità, degradazione accelerata, formazione di gel, instabilità del fuso o irregolarità dimensionali compromettono l’efficienza produttiva e aumentano la percentuale di scarto. L’additivazione consente di stabilizzare il comportamento del materiale lungo la filiera di trasformazione, rendendo il processo più robusto e meno dipendente dalle fluttuazioni qualitative del riciclato in ingresso. Accanto alla trasformabilità, l’additivo svolge una funzione strategica nel recupero funzionale delle prestazioni. Il riciclato, soprattutto quando deriva da flussi post-consumo, manifesta frequentemente una perdita parziale delle caratteristiche originarie dovuta a fenomeni di scissione delle catene polimeriche, ossidazione o degradazione cumulativa. L’additivo non ha il compito di riportare il materiale allo stato del polimero vergine, obiettivo tecnicamente irrealistico e industrialmente poco sensato, ma di ristabilire un livello prestazionale coerente con l’applicazione finale prevista. Attraverso una formulazione mirata, è possibile orientare il comportamento del materiale verso specifici requisiti meccanici, termici o superficiali, rendendo il riciclato idoneo a impieghi che richiedono standard più elevati. Dal punto di vista industriale, l’additivo assume quindi una funzione di mediazione tra la variabilità intrinseca del riciclato e la rigidità delle esigenze produttive. Le linee di trasformazione sono progettate per funzionare entro parametri definiti e ripetibili; l’additivo consente di adattare il materiale a tali parametri, evitando interventi strutturali sugli impianti. Questo aspetto è cruciale per l’integrazione del riciclato in contesti produttivi esistenti, dove la possibilità di modificare macchinari, viti o stampi è spesso limitata da vincoli economici o operativi. Esiste inoltre una dimensione economica che rende l’additivazione una leva strategica. Un materiale riciclato non additivato tende a collocarsi nella fascia bassa del mercato, con applicazioni limitate e margini ridotti. L’uso corretto degli additivi permette invece di incrementare il valore del materiale, ampliandone il campo di utilizzo e migliorando la percezione qualitativa del prodotto finito. In questa prospettiva, l’additivo non deve essere considerato un costo da comprimere, ma un investimento tecnico che incide direttamente sulla sostenibilità economica del processo di riciclo....ACQUISTA IL MANUUALEPUBBLICIZZA LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI
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Il movimento #FreeMAGA nasce come opposizione alle politiche protezionistiche, alla disinformazione e alla normalizzazione di regimi autoritari promossi dall'ideologia MAGAdi Marco ArezioNegli ultimi anni, il termine MAGA (Make America Great Again) è diventato sinonimo di un particolare approccio alla politica, all’economia e alla società, fortemente legato alla figura di Donald Trump. Tuttavia, non tutti hanno accolto con favore questa visione. #FreeMAGA è nato come un movimento di opposizione, un rifiuto consapevole delle teorie trumpiane e delle loro implicazioni sulla democrazia, sulla politica economica e sulle relazioni internazionali. Mentre il trumpismo ha promosso il protezionismo commerciale, la riscrittura della storia, il rafforzamento dei rapporti con regimi autoritari e l’uso della minaccia militare come leva diplomatica, #FreeMAGA si è affermato come una voce contraria. Questo movimento denuncia i rischi di un’America isolata, polarizzata e guidata da una narrazione distorta della realtà. Ma cosa significa realmente #FreeMAGA? E perché sempre più persone lo vedono come una risposta necessaria alla deriva politica degli ultimi anni? Un Movimento Contro il Protezionismo Estremo Uno degli elementi chiave dell’ideologia MAGA è stata la convinzione che l’America dovesse proteggersi dalle dinamiche della globalizzazione imponendo dazi e barriere commerciali. L’idea era quella di rilanciare l’industria nazionale e ridurre il deficit commerciale. Tuttavia, questa strategia ha avuto conseguenze controverse. Da un lato, è vero che alcune aziende hanno beneficiato della protezione offerta da tariffe doganali più alte. Dall’altro, il costo di queste politiche si è riversato su consumatori e imprese, che hanno dovuto affrontare prezzi più alti per beni di importazione e materie prime. Inoltre, le guerre commerciali scatenate contro paesi come la Cina e l’Unione Europea hanno avuto effetti destabilizzanti, generando tensioni diplomatiche e danneggiando interi settori dell’economia americana. Il movimento #FreeMAGA si oppone a questa visione chiusa e isolazionista, sostenendo che il progresso economico non può basarsi su barriere e protezionismo esasperato. La crescita passa attraverso la cooperazione internazionale, l’innovazione e il libero scambio regolato, non attraverso il conflitto commerciale. La Distorsione della Realtà e la Riscrittura della Storia Un altro aspetto centrale del trumpismo è stato l’uso della disinformazione come strumento politico. La narrazione MAGA ha spesso ridimensionato o addirittura negato eventi storici scomodi, riformulando il passato per giustificare politiche del presente. Si è parlato di un’America che deve tornare "grande", ma senza affrontare le complessità storiche che hanno segnato il paese. Questo ha portato a una visione selettiva della storia, dove alcuni capitoli vengono enfatizzati e altri minimizzati. I problemi legati al razzismo, alle disuguaglianze sociali e agli errori della politica estera sono stati spesso ignorati o reinterpretati in chiave nazionalista. Il fenomeno non si è fermato alla storia. Anche la gestione delle informazioni quotidiane è stata influenzata da questo approccio, con attacchi costanti ai media tradizionali e la diffusione di teorie del complotto attraverso i social network. #FreeMAGA nasce anche per contrastare questa deriva, difendendo la necessità di un’informazione basata su fatti verificabili e di una narrazione storica onesta. L’Accettazione dei Regimi Autoritari Uno degli aspetti più contraddittori delle politiche MAGA è stato il rapporto con i regimi autoritari. Pur presentandosi come un difensore della libertà e della sovranità nazionale, il trumpismo ha spesso mostrato tolleranza nei confronti di governi che limitano le libertà civili e reprimono l’opposizione politica. L’atteggiamento nei confronti di leader come Vladimir Putin, Kim Jong-un e altri governanti autoritari è stato spesso ambiguo. In alcuni casi si è trattato di mere esigenze diplomatiche, in altri di un vero e proprio riconoscimento della loro leadership come modello alternativo alle democrazie occidentali. Questo tipo di approccio ha sollevato critiche da chi ritiene che gli Stati Uniti abbiano un ruolo fondamentale nella difesa della democrazia a livello globale. #FreeMAGA si oppone fermamente all’idea che la politica estera americana possa sacrificare i valori democratici in nome di accordi economici o strategie di convenienza. La Minaccia Militare Come Strumento di Diplomazia Oltre all’aspetto economico e alla riscrittura della storia, un altro elemento controverso del trumpismo è stato l’uso della minaccia militare come strumento di pressione. La politica estera dell’era MAGA si è caratterizzata per un approccio aggressivo, con annunci di interventi militari, rafforzamento delle spese per la difesa e dichiarazioni bellicose nei confronti di paesi avversari. Questo atteggiamento ha sollevato il timore che l’America potesse avviarsi verso un’escalation di conflitti internazionali, alimentando tensioni già esistenti piuttosto che risolverle attraverso la diplomazia. Il movimento #FreeMAGA rifiuta questa impostazione e sostiene un modello di diplomazia basato sul dialogo e sulla cooperazione internazionale, piuttosto che sulla coercizione e sulla dimostrazione di forza. Un Futuro Oltre MAGA Il movimento #FreeMAGA rappresenta la volontà di andare oltre il trumpismo e le sue conseguenze. È una risposta a un’epoca politica che ha diviso profondamente l’opinione pubblica, creando fratture all’interno della società americana e nei rapporti internazionali. Questo movimento non si limita a essere un semplice atto di opposizione, ma propone un’alternativa basata su alcuni principi fondamentali: - Un’economia aperta e collaborativa, che favorisca l’innovazione e la crescita condivisa. - Un’informazione basata su fatti reali, che non manipoli la storia a fini politici. - Un impegno chiaro per la democrazia e i diritti umani, senza ambiguità nei confronti dei regimi autoritari. - Una politica estera diplomatica e non basata sulla minaccia militare. Il futuro dopo MAGA sarà determinato dalla capacità di costruire un modello politico più inclusivo, basato su trasparenza, dialogo e responsabilità. Il messaggio di #FreeMAGA è chiaro: la grandezza di un paese non si misura dal suo isolamento, ma dalla sua capacità di costruire un futuro equo e sostenibile per tutti.© Riproduzione Vietata
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35 giorni nella Groenlandia orientale tra kayak, scalate e rispetto per l’ignoto naturaledi Marco ArezioOdyssea Borealis non è solo una spedizione, ma un inno all’esplorazione autentica e alla scoperta dell’ignoto. Questo progetto straordinario ha visto protagonisti quattro alpinisti ed esploratori — Matteo Della Bordella (Italia), Silvan Schüpbach (Svizzera), Symon Welfringer (Francia) e Alex Gammeter (Svizzera) — che hanno trascorso 35 giorni nella natura incontaminata della Groenlandia orientale, affrontando una delle avventure più sfidanti e ispiratrici degli ultimi anni. Un’Impresa Senza Precedenti Il viaggio ha avuto inizio con un obiettivo chiaro: percorrere 300 chilometri in kayak lungo la costa orientale della Groenlandia, raggiungere la remota parete nord-ovest del Drøneren, una montagna alta 1.980 metri ancora inviolata, scalarla per la prima volta, e ritornare al punto di partenza, completando un totale di 600 chilometri in kayak. Una missione tanto ambiziosa quanto complessa, che ha richiesto una pianificazione meticolosa e un profondo spirito di adattamento. Sfide Estreme nella Natura Selvaggia La spedizione è stata caratterizzata da condizioni estreme che hanno messo alla prova sia le capacità tecniche che la resistenza psicologica del team. Durante la traversata in kayak, il gruppo ha affrontato tempeste furiose con venti che raggiungevano i 100 km/h e onde alte fino a tre metri, che rendevano ogni metro di navigazione una sfida di equilibrio e forza. Gli esploratori si sono trovati anche a fronteggiare incontri ravvicinati con orsi polari, una presenza maestosa ma potenzialmente pericolosa, che ha richiesto massima cautela e rispetto per la fauna locale. Nonostante queste avversità, grazie alla loro determinazione e spirito di squadra, sono riusciti a raggiungere il remoto fiordo di Skoldungen. Qui si erge imponente la parete del Drøneren, un colosso di roccia che rappresentava il vero cuore della loro avventura e il simbolo della loro sfida più grande. La Scalata del Drøneren La scalata della parete nord-ovest del Drøneren è stata una prova di resistenza fisica e mentale. Alta 1.200 metri, la parete è stata conquistata attraverso l’apertura di una nuova via chiamata "Odyssea Borealis", composta da 35 tiri con difficoltà fino al 7b. La scalata è stata realizzata in puro stile tradizionale, senza lasciare tracce permanenti sulla roccia, a eccezione delle soste di calata e di alcuni ancoraggi indispensabili per la sicurezza. Questo approccio rispettoso dimostra l’impegno del gruppo verso la sostenibilità e la preservazione dell’ambiente. Un’Esperienza Mistica e Autentica Odyssea Borealis è più di una semplice impresa alpinistica. Rappresenta un ritorno alle radici dell’esplorazione, un invito a riscoprire l’essenza dell’ignoto con gli occhi della meraviglia e della curiosità, piuttosto che della conquista. In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, dove ogni angolo del pianeta sembra già esplorato e cartografato, questa avventura ricorda che ci sono ancora spazi incontaminati che sfuggono al controllo umano. L’ignoto diventa così un ponte tra l’uomo e la natura, un territorio da rispettare e custodire, dove l’esperienza personale si intreccia con un profondo senso di connessione e appartenenza al pianeta. Odyssea Borealis insegna che l’esplorazione non riguarda solo il raggiungimento di mete fisiche, ma anche la scoperta interiore e il dialogo con l’ambiente circostante. Il Ritorno e la Documentazione Dopo aver completato la scalata, il gruppo ha intrapreso il viaggio di ritorno, percorrendo altri 300 chilometri in kayak per tornare al punto di partenza. Questa impresa è stata documentata nel film "Odyssea Borealis", diretto da Alessandro Beltrame e prodotto da Vibram in collaborazione con Ferrino. Il film celebra l’esplorazione autentica e il legame primordiale con la natura, mettendo in luce l’importanza di affrontare l’ignoto con curiosità e rispetto. L’Importanza di un’Esplorazione Sostenibile Odyssea Borealis è un esempio luminoso di come l’esplorazione moderna possa essere condotta in modo sostenibile e rispettoso dell’ambiente. La scelta di intraprendere questa avventura in completa autonomia, senza supporto esterno, riflette un profondo desiderio di vivere un’esperienza autentica, non mediata. Questo approccio non solo ha permesso agli alpinisti di immergersi completamente nella natura selvaggia, ma ha anche dimostrato che il rispetto per l’ambiente è compatibile con la realizzazione di grandi imprese. Attraverso l’uso di risorse limitate, la riduzione dell’impatto ambientale e la scelta di uno stile tradizionale durante la scalata, il team ha messo in pratica un modello di esplorazione etica che può ispirare future generazioni di avventurieri. Riflessioni Finali Questa avventura straordinaria non è solo un traguardo sportivo, ma anche un messaggio universale. Odyssea Borealis ci invita a riscoprire il nostro rapporto con la natura, a rispettare i suoi ritmi e i suoi silenzi, e a guardare al futuro con una rinnovata consapevolezza dell’importanza di preservare l’ignoto per le generazioni a venire. In un mondo sempre più connesso e dominato dalla tecnologia, esperienze come questa ci ricordano che la vera ricchezza risiede nella scoperta, nella meraviglia e nel rispetto per il nostro pianeta.© Riproduzione Vietata
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Il gruppo tedesco con sede ad Augsburg ha investito 75 milioni di euro in Biometdi Marco ArezioAlla luce delle crisi energetiche che si sono manifestate attraverso l’innalzamento esponenziale del prezzo del gas e nella riduzione delle forniture da parte della Russia, in Europa si segnalano movimenti industriali finalizzati ad una maggiore autonomia energetica. Per questo, il biogas è al centro dell’interesse delle società Europee, che stanno lavorando per creare le giuste aggregazioni così da incrementare la produzione e l’autonomia dalle forniture dalle aree critiche. Nonostante la materia prima da rifiuto è, ed è stata sempre presente in tutti i paesi Europei, forse per comodità, per abitudine o per questioni economiche, la produzione di biogas è sempre restata abbastanza marginale. Oggi, a seguito delle crisi ambientali conclamate e non solo annunciate, per la mancanza di gas e per i costi proibitivi, si cerca di valorizzare il rifiuto per la produzione di energia. Come ci racconta Elena dal Maso, attraverso l’articolo pubblicato su Milano Finanza, il gruppo tedesco Patrizia, quotato sul Dax, ha rilevato l'80% di Biomet Spa. L'Italia è il secondo mercato di biogas nell'Ue dopo la Germania con 2 miliardi di metri cubi prodotti fino ad oggi. Intanto che il gas ad Amsterdam sta volando anche oggi a 124,5 euro a causa dei blocchi della Russia (+5,7% a 124,5 euro il megawatt ora), Patrizia Infrastructure, società tedesca di investimenti quotata al Dax di Francoforte, ha rilevato la quota di maggioranza di Biomet Spa per creare il primo polo europeo nella produzione di biometano di tipo Gnl. Il gruppo tedesco con sede ad Augsburg ha investito 75 milioni di euro in Biomet acquisendo il controllo dall'imprenditore Walter Lagorio e da Ankorgaz, il veicolo dell'amministratore delegato e fondatore di Biomet, Antonio Barani. Quest'ultimo rimane azionista di minoranza con il 20%. Il titolo intanto sale dell'1,13% a 10,76 euro a Francoforte per oltre 1 miliardo di capitalizzazione. L'acquisizione ha come scopo creare il maggiore impianto d'Europa per la produzione di biometano Gnl. Patrizia gestisce circa 55 miliardi di euro di asset e impiega oltre 1.000 professionisti in 27 sedi in tutto il mondo. L'operazione in Italia è stata pensata per dar vita al maggiore impianto d'Europa per la produzione di biometano Gnl da rifiuti naturali e sarà il primo impianto italiano direttamente collegato alla rete nazionale del gas di trasporto di Snam, con una stazione di rifornimento in loco. Patrizia Infrastructure ha investito in Biomet in una fase avanzata di costruzione, con l'impianto di liquefazione del gas che dovrebbe essere operativo entro l'estate 2022, l'impianto di biogas entro dicembre e i quattro impianti di upgrading del biometano entro il 2024. La produzione di biometano può essere triplicata a 26.400 tonnellate l'anno L'impianto di biometano di Biomet ha attualmente una capacità di 40.000 tonnellate di rifiuti organici ogni anno. L'impianto di liquefazione ha una capacità di 8.800 tonnellate di bio-Gnl all'anno, con il potenziale per aumentare la produzione a 26.400 tonnellate, quasi tre volte tanto. Matteo Andreoletti, Head of Infrastructure Equity, Europe and North America di Patrizia, ha ha spiegato che "Biomet svolgerà un ruolo cruciale nel contribuire alla decarbonizzazione dei trasporti in Italia". Il biogas gioca una partita importante "nella transizione energetica e nel sostenere le comunità agricole locali". Patrizia continua a vedere in Italia "eccellenti opportunità di investimento nei settori associati alla transizione verso un sistema energetico più pulito, all'interno di infrastrutture di fascia media", aggiunge Andreoletti.Il biogas e il bio-Gnl contribuiscono "in modo significativo agli obiettivi politici dell'Ue per ridurre i consumi di energia primaria e le emissioni di anidride carbonica", ricorda il manager.I costi fissi di produzione del biogas rendono il bio-GNnl da rifiuti "un'alternativa competitiva e a emissioni zero rispetto al Gnl convenzionale, soprattutto per il settore dei trasporti", riprende Andreoletti. Il governo italiano ha riconosciuto l'importanza della produzione di bio-Gnl "con un solido schema di incentivi con un impegno a lungo termine per sostenere lo sviluppo duraturo di questa tecnologia", sottolinea il manager.
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