Analisi delle dieci nazioni più obese: cause storiche, alimentari, culturali e sanitarie dietro una crisi globale in continua espansionedi Marco ArezioNel panorama delle grandi sfide contemporanee, l’obesità si è imposta come una delle emergenze sanitarie più trasversali e insidiose. Una condizione un tempo confinata all’immaginario del “ricco Occidente”, oggi è realtà dominante in aree geografiche inaspettate, coinvolgendo società che fino a pochi decenni fa conoscevano solo una lotta quotidiana per l’approvvigionamento alimentare. Oggi, invece, il problema si è ribaltato: non è la fame, ma l’eccesso e la scarsa qualità del cibo, insieme a cambiamenti culturali e stili di vita sedentari, ad alimentare un’epidemia silenziosa che colpisce milioni di persone.I numeri parlano chiaro. Secondo le statistiche più aggiornate, in diversi Stati la percentuale di adulti obesi ha superato la metà della popolazione, spesso raggiungendo soglie impensabili solo mezzo secolo fa. L’obesità non è solo un fenomeno estetico o di costume, ma una vera e propria malattia sociale, che porta con sé una catena di altre patologie: diabete, malattie cardiovascolari, tumori, depressione, isolamento sociale. Dietro questi numeri si nascondono storie complesse, in cui la geografia, la storia coloniale, l’economia globale e le tradizioni locali si intrecciano e si scontrano.Se guardiamo la mappa della diffusione dell’obesità, ci accorgiamo che i paesi più colpiti non sono quelli che immaginiamo istintivamente. Non sono gli Stati Uniti, benché siano comunque ai vertici mondiali, ma piccoli stati insulari del Pacifico e alcune nazioni del Golfo Persico a detenere i tristi record planetari. Ma perché proprio queste società, così diverse e lontane tra loro, sono diventate simbolo di una crisi globale? La risposta si nasconde nella storia, nell’evoluzione delle abitudini alimentari, nelle trasformazioni economiche e nei valori sociali che hanno ridefinito il concetto stesso di “benessere”.Le isole del Pacifico: tra identità culturale e globalizzazioneTonga, Nauru, Tuvalu, Samoa, Kiribati, Micronesia e le Isole Marshall: nomi che evocano immagini di paradisi tropicali, dove la natura domina ancora incontrastata e la vita sembra scorrere lenta, lontana dallo stress e dalle contraddizioni dell’Occidente. Eppure, è proprio in queste terre remote che si consuma la più grave epidemia di obesità a livello mondiale.La storia di Tonga, per esempio, è emblematica. Un tempo, l’alimentazione locale era povera ma equilibrata: taro, manioca, frutti tropicali, pesce fresco. L’arrivo dei colonizzatori prima, e dei grandi flussi commerciali poi, ha introdotto cibi conservati, carne in scatola, grassi idrogenati e zuccheri raffinati. Con il tempo, la cucina tradizionale è stata soppiantata da alimenti ricchi di calorie, poveri di nutrienti ma a basso costo, divenuti lo status symbol delle nuove generazioni. In questo contesto, la robustezza fisica è rimasta per molto tempo associata a prosperità, fertilità e autorevolezza sociale, rafforzando inconsapevolmente la diffusione dell’obesità. Oggi, circa il 70% degli adulti tongani è obeso e la popolazione affronta livelli di diabete e ipertensione tra i più alti al mondo.Nauru è ancora più emblematica. Un microstato che fino agli anni Sessanta era tra i più ricchi al mondo grazie alle esportazioni di fosfati. Il boom economico portò benessere improvviso, ma anche una totale dipendenza dall’importazione di cibi processati. Sparirono le attività agricole e la pesca tradizionale, mentre il modello alimentare occidentale prese piede con velocità impressionante. Oggi, l’isola paga il prezzo di quella ricchezza svanita: circa il 70% della popolazione adulta è obesa, i tassi di diabete superano il 30% e la prospettiva di vita si è drasticamente abbassata rispetto a pochi decenni fa.Anche Tuvalu, Samoa, Kiribati, Micronesia e le Isole Marshall condividono un destino simile: l’apertura ai mercati internazionali, la perdita di autosufficienza alimentare, l’importazione massiccia di farine, zuccheri e cibi confezionati hanno sconvolto le abitudini di intere comunità. L’attività fisica, una volta naturale e connaturata alla vita quotidiana, è stata sostituita dalla sedentarietà, favorita anche dalla tecnologia e dalla trasformazione dei centri urbani. La cultura locale, in cui un corpo prosperoso era simbolo di ricchezza, si è così trasformata in un potente alleato dell’epidemia di obesità, che ora minaccia di travolgere anche le giovani generazioni.Il paradosso dei Caraibi: benessere e fast foodSe ci spostiamo nei Caraibi, troviamo altri paesi con percentuali impressionanti di obesità. Le Bahamas, per esempio, sono una delle nazioni con la più alta incidenza di adulti obesi, ben oltre il 47%. In questo arcipelago, la transizione da una società prevalentemente agricola e marinara a una realtà urbana e turistica ha comportato cambiamenti radicali nello stile di vita. Il benessere economico degli ultimi decenni ha favorito la diffusione di modelli alimentari di tipo statunitense: fast food, bibite zuccherate, snack confezionati hanno sostituito la cucina locale. Il risultato? Un’esplosione di malattie croniche, ma anche una crescente preoccupazione per il futuro dei più giovani, che sempre più raramente praticano sport o attività all’aria aperta.Simile il caso di Saint Kitts and Nevis, un piccolo stato caraibico che negli ultimi decenni ha vissuto una transizione accelerata verso uno stile di vita occidentale, sia nei consumi che nei valori. Qui, l’obesità è legata non solo all’accessibilità di cibi ipercalorici e zuccherati, ma anche alla perdita di quelle reti sociali e comunitarie che, in passato, fungevano da argine alle cattive abitudini alimentari.Kuwait e il Golfo: ricchezza, modernità e nuovi rischiDall’altra parte del mondo, troviamo il caso singolare del Kuwait, una delle nazioni più ricche del pianeta, che vanta però uno dei tassi di obesità più elevati in assoluto. Negli ultimi cinquant’anni, il petrolio ha trasformato profondamente la società kuwaitiana: il benessere economico ha modificato radicalmente la dieta tradizionale, portando a un’esplosione del consumo di carne, zuccheri, grassi e cibi da asporto. L’urbanizzazione spinta, la diffusione delle automobili e la crescente dipendenza da personale domestico hanno drasticamente ridotto l’attività fisica nella vita quotidiana. In un contesto culturale in cui il corpo “opulento” è spesso associato a successo e agiatezza, soprattutto per le donne, il risultato è stato una diffusione dell’obesità che ormai riguarda quasi la metà della popolazione adulta. Le conseguenze si riflettono nei dati sanitari: diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiovascolari sono in costante crescita, mentre le politiche di prevenzione faticano a contrastare una tendenza che sembra ormai radicata nel tessuto sociale.Cause comuni, percorsi differentiAnalizzando questi paesi, ci accorgiamo che le cause dell’epidemia sono molteplici e stratificate: la globalizzazione alimentare, la perdita delle tradizioni agricole, l’impatto dei modelli culturali occidentali, il crollo delle reti sociali di controllo e la diffusione di alimenti ultra-processati a basso costo. Ma c’è anche una componente simbolica, spesso sottovalutata: in molte culture, la prosperità fisica continua a essere percepita come uno status, una garanzia di successo o di fertilità, un retaggio di tempi in cui la scarsità di cibo era la norma e l’abbondanza rappresentava un privilegio.Oggi, però, questa “abbondanza” si è trasformata in una trappola. Le nuove generazioni crescono in un ambiente obesogenico, in cui la sedentarietà è la regola, il cibo di qualità è spesso più caro e meno accessibile, e la pressione sociale spinge verso comportamenti alimentari disfunzionali. I dati sulle malattie correlate all’obesità sono drammatici: in molti di questi paesi, la spesa sanitaria per patologie croniche assorbe risorse che potrebbero essere investite nella prevenzione e nell’educazione alimentare.Un futuro incerto: sfide e prospettiveLe proiezioni per il futuro non sono incoraggianti. Se la tendenza non verrà invertita, entro il 2050 oltre la metà degli adulti del pianeta sarà sovrappeso o obesa, con costi sociali, economici e sanitari che rischiano di mettere in crisi intere nazioni. Intervenire su un problema così complesso richiede un approccio integrato: dalla regolamentazione della pubblicità alimentare all’educazione nutrizionale nelle scuole, dalla promozione di stili di vita attivi alla riscoperta delle tradizioni locali.Serve soprattutto una nuova narrazione collettiva: un modello di successo che non sia più legato all’abbondanza materiale, ma a un equilibrio tra salute, cultura e benessere autentico. È una sfida globale, ma ogni paese – con la sua storia, le sue ferite e le sue specificità – dovrà trovare la propria strada per sfuggire all’epidemia silenziosa dell’obesità.© Riproduzione VietataFonti principali: OMS, CIA World Factbook, OurWorldInData, Science.org, Washington Post, Guardian, The Sun, Wikipedia, pubblicazioni scientifiche internazionali (2022–2025).
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La storica rivalità tra Muhammad Ali e Joe Frazier come riflessione profonda su rispetto, competizione, identità e valore umano in una società sempre più polarizzataAutore: Marco ArezioData: 15.05.26Ci sono incontri che sembrano fatti per dividere, e invece finiscono per insegnare qualcosa a tutti. Questa fotografia ritrae Muhammad Ali e Joe Frazier, due campioni legati da una delle rivalità più intense della storia della boxe. Si sono affrontati con durezza, orgoglio e determinazione, ma proprio quella rivalità li ha resi ancora più grandi. La vita funziona spesso così. Ci mette davanti qualcuno che ci contrasta, ci provoca, ci supera, ci obbliga a reagire. All’inizio lo chiamiamo nemico. Poi, col tempo, capiamo che forse era uno specchio. Qualcuno capace di mostrarci dove siamo fragili, dove dobbiamo crescere, dove possiamo diventare più forti. La vera grandezza non sta nel non avere avversari. Sta nel non perdere umanità quando li affrontiamo. Perché si può combattere con determinazione senza odiare. Si può voler vincere senza umiliare. Si può essere rivali senza smettere di riconoscere il valore dell’altro. Forse è questa la lezione più profonda: alcune persone entrano nella nostra vita non per distruggerci, ma per costringerci a diventare migliori. E quando impariamo a rispettare anche chi ci mette alla prova, allora abbiamo già vinto qualcosa di più importante della sfida.Tutti i miei romanzi: https://amzn.to/439F1Rf #MuhammadAli #JoeFrazier #Boxe #Sport #Rispetto #Rivalità #CrescitaPersonale #Leadership #Motivazione #Determinazione #Valori #Vita
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Una fiaba per bambini tra stelle, foreste e misteri, per imparare a proteggere la natura attraverso il buio e l’ascoltoIl campo “Ali del Bosco” era sospeso tra cielo e alberi. Nessuna città nei paraggi, solo silenzio, abeti, muschi e un cielo tanto scuro da sembrare velluto. Ogni estate, una manciata di bambini tra gli 8 e i 12 anni si ritrovava lì per dieci giorni di avventure, esplorazioni e racconti attorno al fuoco. Quell’anno, Leo, Giulia, Nina, Tommaso, Sara e il piccolo Elia – che era stato ammesso per la prima volta nonostante i suoi sette anni e mezzo – erano inseparabili. Erano il gruppo “Orione”, come la costellazione, perché avevano deciso che ogni sera, prima di dormire, avrebbero cercato le tre stelle della cintura nel cielo. Ma una sera accadde qualcosa di diverso. Mentre il fuoco crepitava e i monitor del campo raccontavano storie di lupi e gufi, una donna mai vista prima si avvicinò silenziosamente. Indossava una tunica blu cosparsa di stelle ricamate, e i suoi capelli argentati le cadevano sulle spalle come fili di luna. «Mi chiamo Liora», disse, con una voce che sembrava cantare anche mentre parlava. «Posso raccontarvi una storia vera?» I bambini annuirono, affascinati. Nessuno degli adulti sembrava notarla. Liora prese una manciata di sabbia nera da una sacca e la lasciò cadere lentamente sul fuoco. Una nuvola blu si alzò, profumata di resina e vento notturno. In quel momento, il cielo sopra di loro si dilatò, come se l’universo avesse respirato più forte. «Ogni stella che vedete nel cielo è legata a un luogo sulla Terra,» disse Liora. «Una foresta, una laguna, una montagna, un prato... Ogni stella invia luce e ascolta i bisogni del suo ecosistema. Ma c’è un problema: l’uomo ha iniziato a spegnere il cielo.» I bambini si guardarono confusi. «Non con le mani, ma con la luce,» continuò Liora. «Troppa luce. Lanterne, lampioni, fari, insegne… Le stelle vengono coperte e smettono di comunicare. E quando smettono di parlare, le cose laggiù iniziano a morire.» Leo, che amava l’astronomia, si sentì sprofondare. Conosceva il termine “inquinamento luminoso”, ma non lo aveva mai immaginato così. «Una stella in particolare, Auralis, si sta spegnendo,» disse Liora, indicando una piccola luce tremolante a nord. «Protegge una laguna piena di pesci, mangrovie e uccelli migratori. Se svanisce… quella vita si spegne.» La voce di Liora tremò per un attimo. Poi si rialzò. «Volete aiutarmi?» Senza esitare, tutti dissero di sì. Quella notte, Liora li guidò in silenzio attraverso il bosco, lungo un sentiero che non avevano mai notato prima. Camminarono per un’ora, in fila indiana, tenendosi per mano. Arrivarono in una radura perfettamente circolare, dove al centro si trovava una grande pietra piatta con strane incisioni: animali, fiumi, alberi e costellazioni, tutti connessi da linee di luce che pulsavano come vene.....ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATOSCHEDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI📚 Scheda Didattica: I Custodi della Notte Stellata 📖 Titolo della Fiaba: I Custodi della Notte Stellata✍️ Autore: Marco Arezio🎯 Obiettivi Didattici - Comprendere il concetto di inquinamento luminoso e le sue conseguenze sugli ecosistemi. - Riflettere sull'importanza del cielo notturno come patrimonio naturale da proteggere. - Promuovere la consapevolezza ambientale e l’attitudine alla cura del territorio. - Stimolare empatia, cooperazione e pensiero critico attraverso una narrazione immersiva. - Avvicinare i bambini alla lettura attraverso il fascino della fiaba e della natura. 🌌 Temi Chiave - Inquinamento luminoso e impatto sugli ecosistemi - Osservazione astronomica e conoscenza del cielo - Educazione alla sostenibilità e tutela della biodiversità - Magia della narrazione e immaginazione attiva - Collaborazione tra pari per il bene comune ⏳ Durata Attività Didattica - 1 ora per la lettura condivisa della fiaba - 2 ore per le attività didattiche e di riflessione Possibilità di estensione per laboratori creativi e osservazioni notturne 👦👧 Fascia d’età consigliata 8 – 12 anni (classi III – IV – V primaria / I media) 🧠 Attività Didattiche Proposte 🗣️ 1. Discussione guidata (post-lettura) Domande da porre ai bambini: - Qual è il messaggio principale della storia? - Perché le stelle sono importanti, secondo Liora? - Come possiamo proteggere il cielo stellato vicino a casa nostra? - Ti è mai capitato di non riuscire a vedere le stelle? Perché? - Se tu fossi un Custode della Notte, cosa faresti? 🖍️ 2. Laboratorio creativo: Crea la tua stella Ogni bambino disegna e colora una stella immaginaria e inventa un ecosistema a cui è legata: una foresta, una palude, una spiaggia… Sul retro può scrivere un breve racconto o una poesia dedicata alla “sua” stella. 🗺️ 3. Geografia celeste: Mappa delle costellazioni Utilizzando una carta stellare o un’app astronomica, si osservano le costellazioni visibili nella propria zona. Gli studenti possono scegliere una costellazione e associarla a un ecosistema, come nella fiaba. 💡 4. Esperimento: Luci e buio In aula si può simulare un “cielo inquinato” con luci artificiali e uno “cielo pulito” spegnendo le luci: si osservano le differenze su piccole torce che rappresentano le stelle. Si riflette sull’effetto reale che la luce ha sugli animali notturni. 📜 5. Scrittura creativa: Lettera a un sindaco Gli studenti scrivono una lettera immaginaria (o reale) al sindaco della propria città, spiegando l’importanza di ridurre l’illuminazione notturna e proteggere il cielo per motivi ambientali, culturali e scientifici. 🏞️ Attività Extra consigliata Uscita serale o notturna in un luogo naturale buio (con l’accompagnamento di esperti o guide) per osservare le stelle e parlare di biodiversità, orientamento, navigazione antica e cicli naturali. 🧰 Materiali Necessari - Copia della fiaba illustrata - Cartoncini, pennarelli, colla, forbici - Accesso a mappe stellari (cartacee o digitali) - Eventuali strumenti di osservazione: binocoli, telescopi, app stellari 📝 Competenze Sviluppate - Educazione ambientale - Comprensione del testo narrativo - Capacità espressive e comunicative - Abilità artistiche e visive - Educazione civica (cura del bene comune) 💬 Frasi da ricordare (da scrivere sul quaderno o appendere in aula) «Le stelle parlano alla Terra, ma dobbiamo spegnere le luci per sentirle.» «Anche il buio può essere un alleato.» «Ogni stella custodisce una parte di mondo: proteggiamola.» ✅ Valutazione suggerita - Partecipazione attiva alla lettura e alle discussioni - Creatività nei laboratori (stella + racconto) - Impegno nel progetto di scrittura e riflessione - Capacità di cooperazione nel lavoro di gruppo
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Una famiglia di servitori si trova di fronte al potere spietato del loro signore. Un capitolo di tensione e paura, dove l’obbedienza diventa sopravvivenza e il silenzio, l’unica forma di difesaOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 15. Il Giudizio di Palazzo MionTre figure erano in ginocchio davanti a una scrivania immensa, intagliata nel noce e lucidata a cera, tanto grande che avrebbe potuto contenere una tavolata di venti persone. Tenevano gli occhi bassi, tremanti, mentre il silenzio della stanza pareva schiacciarli sotto il peso di un lusso che non apparteneva loro. L’aria sapeva di incenso e di cuoio antico, un misto di sacro e di potere. Si sentivano fuori posto, come intrusi in una chiesa consacrata a un dio che non perdona. Le pareti erano coperte di arazzi fiamminghi, fitti di scene di caccia, battaglie, cavalieri che brandivano spade dorate o fiere imbrigliate in catene d’oro. Il rosso e il blu delle stoffe si confondevano nella luce fioca delle candele, mentre sopra la scrivania pendeva una lampada d’ottone cesellato, con vetri color ambra che riflettevano ombre mobili sui loro volti impauriti. A destra, tre carte nautiche dipinte a mano raffiguravano mari e continenti che nessuno di loro aveva mai sentito nominare. Non sapevano leggere, ma gli bastava osservare i disegni per capire che quelle mappe valevano più delle loro vite messe insieme. Il pavimento, coperto da tappeti orientali, era così morbido che le ginocchia affondavano come nella sabbia. Il rosso cremisi si intrecciava con il verde giada, il blu notte con il giallo oro; motivi geometrici che parevano scritture misteriose, un linguaggio di seta e di tempo.....Acquista il libro
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Killer della plastica: La difesa punta sulla prova della riciclabilità della plastica. Sarà assolto? Il giudice del processo all'operaio del settore plastico, in aula, di fronte alla giuria popolare che lo guardava con disprezzo, ipotizzando già la soluzione del caso attraverso un verdetto di condanna esemplare, gli chiese di raccontare come erano andati i fatti. “Signor Giudice”- disse l’operaio – “ho 54 anni e ho iniziato 34 anni fà lavorare in una fabbrica vicino a casa che stampava vaschette alimentari in polipropilene”, alla parola polipropilene si levarono dal banco della giuria popolare voci concitate di disappunto e di orrore. “Continui” lo esortò il giudice. “Dopo la scuola volevo trovare un lavoro, sà, avevo una fidanzata che si chiamava Elisabetta, che già lavorava in questa fabbrica e sapeva che stavano cercano un operaio per la produzione. Mi sono presentato pieno di buone speranze e di voglia di lavorare. Io non sapevo niente della plastica e del polipropilene, delle macchine e della fatica nelle notti di lavoro, ma volevo sposare Elisabetta e prenderci una casetta in affitto, quindi avevo bisogno di lavorare” Il giudice intervenì torvo: “Imputato! venga al dunque”. “Certo Signor Giudice, le stavo dicendo che mi assunsero e iniziai a lavorare in questa fabbrica che produceva le confezioni rigide per i formaggi, i dolci e per altri alimenti per le nostre tavole. Sono stati anni bellissimi, ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia meravigliosa, Paola, e ci siamo comprati anche una piccola macchina, per poter andare a fare qualche gita la domenica, ma quando non ero di turno”. “Mia moglie nel frattempo è stata a casa dal lavoro perché nostra figlia, avendo un problema di salute, doveva essere seguita”. L’avvocato del popolo si alzò dicendo: “Signor Giudice, mi oppongo, non siamo qui a parlare delle mielose situazioni familiari, ma siamo qui per decidere se l’imputato ha operato in questi anni come inquinare seriale”. Il giudice guardando attraverso gli occhiali borbottò: “Obbiezione Accolta”. “Imputato” -disse il giudice- “Si attenga ai fatti”. “Scusi Signor Giudice. Il mio lavoro continuò in questa fabbrica con molti sacrifici perché, sà, con uno stipendio da operaio, negli ultimi anni, non era facile riuscire a fare una vita dignitosa. Ma almeno io, Signor Giudice, avevo un lavoro.” “Due anni fa in fabbrica si cominciò a parlare di crisi, le confezioni in polipropilene degli alimenti erano messe in discussione sul mercato, la plastica è diventata il nemico numero 1 per la gente, i vicini di casa mi vedevano passare, quando finivo il turno di lavoro e bisbigliavano: è lui! E’ lui quello che inquina con la plastica.”“io non ci facevo caso, Signor Giudice, perché il mio posto di lavoro era importante per la mia famiglia e quindi sopportavo di essere additato con uno spacciatore, un assassino o uno stupratore dell’ambiente”. L’avvocato del popolo intervenne solerte: “ma quindi lei, imputato, non ha fatto niente, in tutti questi anni, per correggere il suo comportamento scellerato?” Il povero operaio non capì bene la domanda e si chiedeva come rispondere all'avvocato, che nel frattempo si stava accalorando perché tentennava e prendeva tempo. “Su, imputato, risponda!” sentenziò il Giudice”. “Veda, Signor Giudice, io mi sono preoccupato tutta la vita di fare bene il mio lavoro, così come il proprietario della fabbrica mi chiedeva, di non arrivare in ritardo, e di non uscire dalla fabbrica subito dopo la fine del mio turno, perché, sa, mi fermavo a dare una mano agli altri operai che entravano al lavoro. Ho sempre pensato allo stipendio che guadagnavo, perchè serviva alla nostra famiglia. Solo un giorno, Signor Giudice, ho iniziato a non capire bene cosa stesse succedendo in quanto mia figlia, a tavola, mi chiese: “Papà, a scuola mi dicono che tu sei un inquinatore seriale, un criminale, lavori la plastica. Io ho pianto in classe, non sapevo cosa dire”. “Doveva pensarci prima” gridò un signore di mezza età dal banco della giuria popolare. “Silenzio!” intervenne il Giudice. “Quindi, imputato”- disse il giudice -“lei conferma di aver prodotto milioni, se non miliardi di vaschette in.. ehm.. già eccolo..polipropilene, che sono finite poi nei nostri mari? Conferma che i prodotti che lei ha stampato si sono trasformati con il tempo in microplastiche e che sono stati poi ingerite dai pesci? Conferma che con il suo comportamento irresponsabile e criminale ha compromesso la catena alimentare? Conferma che i casi di malattie e dei decessi, tra la popolazione, avvenute negli ultimi anni a causa dell’ingerimento delle microplastiche presenti nell’acqua e nel cibo, provenienti dalle sue vaschette in polipropilene, sono causa della sua condotta? Conferma che il dolo è proseguito anche negli ultimi anni quando chiare evidenze scientifiche hanno dimostrato il nesso di causa tra la plastica presente nei mari e nei fiumi e il di danno per la salute? Conferma di aver perpetrato un attacco alla salute pubblica? Conferma di aver creato un danno incalcolabile alla fauna ittica?” L’operaio sudava copiosamente e non capiva bene tutto quel lungo discorso del giudice, quindi, si voltò verso il suo avvocato per chiedere cosa dovesse rispondere. L’avvocato si alzò in piedi e con fare insicuro, ma determinato, disse: “Signor Giudice, Signori della Corte, il qui presente imputato, operaio plastico, non può avere le responsabilità che gli attribuite, non può avere commesso delle azioni così delittuose, non può essersi macchiato di reati così gravi, non può essere considerato un inquinatore seriale, un killer dell’umanità, non può aver intrapreso una condotta criminale con la plastica” Dopo una pausa teatrale, in cui controllò che tutta la giuria popolare lo stesse guardando attenta, sentenziò: “tutto questo non costituisce reato in quanto la plastica è riciclabile e quindi non è da considerarsi un pericolo per la popolazione e la fauna”. A quel punto si alzarono grida di protesta dal pubblico e dalla giuria popolare che a stento il Giudice riusciva a controllare. L’avvocato, a quel punto, puntò il dito verso la giuria popolare, gridando sopra le urla della folla e disse: “siete voi gli imputati che dovreste sedere su questa sedia, siete voi che disperdete la plastica dopo verla usata, nell’ambiente, siete voi che non vi preoccupate di raccoglierla e riciclarla, siete voi che disprezzate il riciclo perché è sinonimo di sporco, siete voi che andate al mare e vi lamentare dei rifiuti sulla spiaggia e poi spegnete i mozziconi di sigaretta nella sabbia e li lasciate li, siete voi che comprate le bottiglie in plastica invece di bere l’acqua del rubinetto…siete…” A questo punto il Giudice intervenne e, battendo in modo frenetico il martello sullo scranno, come fosse un fabbro che stesse piegando un ferro rovente e gridò: “polizia, arrestate l’avvocato per oltraggio alla corte e alla giuria popolare”. Il povero operaio plastico guardava senza capire, le manette ai polsi iniziavano a fargli male e dopo aver cercato più volte, tra la folla, uno sguardo amico o solo compassionevole, si rassegnò al suo destino come killer ambientale. Sarà assolto?
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