Come si misura davvero la percentuale di plastica riciclata nei prodotti: norme ISO, standard europei, audit di filiera, mass balance e digital watermarks nel nuovo scenario UE del packagingAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura: 16 minutiIntroduzione Dire che un imballaggio “contiene plastica riciclata” è facile. Dimostrarlo in modo serio, ripetibile e difendibile davanti a clienti, autorità, auditor e mercato è molto più difficile. E oggi questa differenza conta più di ieri, perché la plastica è al centro delle nuove politiche europee sulla circolarità: il packaging rappresenta circa il 40% della plastica utilizzata nell’Unione e, nel 2022, ogni cittadino europeo ha generato 186,5 kg di rifiuti di imballaggio. Il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio, il PPWR, è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e la sua data generale di applicazione è fissata al 12 agosto 2026; tra i suoi obiettivi ci sono l’aumento dell’uso sicuro di plastica riciclata e la riciclabilità di tutti gli imballaggi entro il 2030. La vera domanda, quindi, non è soltanto quanta plastica riciclata c’è in un prodotto, ma come lo si dimostra davvero. La risposta corretta è meno intuitiva di quanto sembri: nella maggior parte dei casi la percentuale di riciclato non si legge “a occhio” né si certifica con un singolo test di laboratorio sul manufatto finito. Si costruisce invece attraverso una combinazione di definizioni normative, bilanci di massa, tracciabilità di filiera, riconciliazione dei volumi, audit di terza parte e, sempre più spesso, strumenti digitali che migliorano la separazione e la qualificazione del rifiuto in ingresso. Cosa significa davvero “contenuto riciclato” La base tecnica parte dalla definizione. In area ISO, il contenuto riciclato è definito come la proporzione, in massa, di materiale riciclato presente in un prodotto. ISO 14021 resta oggi uno dei riferimenti chiave per le autodichiarazioni ambientali e include anche i termini collegati a “pre-consumer material” e “post-consumer material”, cioè la distinzione tra materiale recuperato prima dell’uso da parte del consumatore finale e materiale proveniente dal post-consumo. Questo punto è decisivo, perché molte ambiguità di mercato nascono qui. Un produttore può dichiarare un 30% di contenuto riciclato, ma bisogna capire se quel 30% deriva da scarti industriali interni o esterni, da post-consumo urbano, da rifiuti commerciali selezionati, oppure da una combinazione dei due. Dal punto di vista della comunicazione ambientale, la differenza non è secondaria: la qualità tecnica del materiale, il valore circolare del claim e la sua percezione sul mercato cambiano sensibilmente a seconda dell’origine del riciclato. ISO 14021 fornisce proprio questo quadro terminologico e metodologico per evitare dichiarazioni vaghe o fuorvianti. Come si calcola la percentuale di plastica riciclata Il principio di base è semplice: si tratta di un rapporto di massa. Nel caso più lineare, la percentuale di contenuto riciclato corrisponde alla massa di plastica riciclata incorporata nel prodotto divisa per la massa totale di plastica considerata nel perimetro del claim, moltiplicata per 100. Per le bottiglie in plastica monouso, la Commissione europea ha già fissato regole specifiche: l’Implementing Decision 2023/2683 stabilisce che la proporzione di plastica riciclata si calcola dividendo il peso della plastica riciclata nelle bottiglie immesse sul mercato per il peso totale delle bottiglie immesse sul mercato. Ma la formula, da sola, non basta. Occorre definire con precisione il perimetro di calcolo: lotto, linea, stabilimento, periodo annuale, categoria di prodotto, specifica famiglia di packaging. Inoltre bisogna sapere quali perdite di processo sono state considerate, quali additivi o masterbatch entrano nella formulazione e come vengono riconciliate le quantità in ingresso e in uscita. Gli schemi di audit basati su EN 15343 e le certificazioni di tracciabilità più diffuse chiedono proprio questo: evidenza documentale, identificazione dei flussi e plausibility check tra input, rese, perdite e output dichiarato. Perché il laboratorio non basta quasi mai Qui si entra nel cuore del problema. In teoria il laboratorio è fondamentale per identificare il polimero, misurare impurità, valutare contaminanti, verificare MFI, ceneri, densità, migrazione, odori o stabilità. In pratica, però, il laboratorio non è quasi mai sufficiente, da solo, a certificare la percentuale esatta di plastica riciclata contenuta in un manufatto finito. La stessa Commissione europea, nella sezione dedicata al riciclo delle plastiche destinate al contatto alimentare, spiega che la composizione della plastica riciclata non può essere facilmente sottoposta a controlli ufficiali come avviene per la plastica vergine e che, proprio per questo, i controlli si concentrano sulla produzione del materiale riciclato e sugli audit delle installazioni. Lo stesso orientamento emerge anche dalla letteratura tecnica del JRC europeo su altri settori ad alta regolazione: la verifica del contenuto di materiali riciclati viene descritta come basata esclusivamente sulla documentazione, con regole di calcolo, blending e punti di misura definiti a monte. In altre parole, il laboratorio serve a qualificare il materiale; la percentuale dichiarata, invece, si dimostra soprattutto con la catena di custodia. È una distinzione essenziale per capire perché tante dichiarazioni commerciali risultano fragili quando manca una struttura di tracciabilità robusta. La tracciabilità europea: EN 15343 come architrave Nel contesto europeo, la norma EN 15343 è la pietra angolare per la plastica riciclata. Lo standard specifica le procedure necessarie per la tracciabilità delle plastiche riciclate e fornisce la base per il calcolo del contenuto riciclato di un prodotto. Questo significa che la percentuale dichiarata non nasce da una percezione qualitativa del materiale, ma da una filiera documentata: origine del rifiuto, trasformazione, identificazione dei lotti, controlli interni, riconciliazione dei volumi e coerenza tra input e output. Gli schemi di certificazione applicati dal mercato si muovono esattamente su questa impostazione. RecyClass, per esempio, dichiara esplicitamente che la sua certificazione di tracciabilità verifica la percentuale esatta di contenuto riciclato attraverso un approccio di controlled blending, allineato a EN 15343 e ISO 22095; inoltre prevede audit di terza parte in sito e rinnovo annuale del certificato. Questo è importante perché distingue una semplice autodichiarazione commerciale da una dichiarazione auditata e difendibile. Riciclo meccanico: il caso più chiaro, ma non banale Nel riciclo meccanico la misurazione del contenuto riciclato è, in genere, più lineare rispetto ad altri scenari. Il materiale riciclato entra come macinato, flakes o granulo; viene miscelato con eventuale vergine, additivi o coloranti; poi si trasforma nel prodotto finale. In questo caso la percentuale può essere dimostrata con una combinazione di documenti d’acquisto, certificati del fornitore, schede di produzione, ricette di compound, bilanci di massa e verifiche sui quantitativi effettivamente trasformati, tenendo conto delle perdite. Gli audit di processo richiedono proprio una riconciliazione dei volumi per verificare che l’output corrisponda all’input riciclato impiegato, considerate rese, perdite e additivazioni. Tuttavia anche qui esistono rischi. Se il riciclato in ingresso non è a sua volta tracciato o se deriva da flussi eterogenei mal qualificati, la percentuale numerica può risultare corretta sulla carta ma debole sul piano sostanziale. In altri termini, un “50% recycled content” non vale sempre allo stesso modo: conta se si tratta di PCR post-consumo realmente tracciato, di scarto industriale pre-consumer, di materiale food-grade, oppure di un flusso misto con elevata incertezza qualitativa. Per questo le aziende più solide non si limitano a pesare il materiale, ma documentano l’origine e la qualità del riciclato utilizzato. Food contact: quando la prova si sposta ancora di più sul processo Nel packaging alimentare il tema si fa più rigoroso. La Commissione europea ricorda che, quando la plastica è riciclata per uso a contatto con gli alimenti, il problema non è solo quantificare il riciclato ma garantire che eventuali contaminanti chimici siano stati rimossi a livelli sicuri. Proprio perché tali contaminanti possono essere sconosciuti o variabili, il controllo ufficiale non si concentra tanto sull’analisi del prodotto finito quanto sul processo di decontaminazione, sulle buone pratiche di fabbricazione e sull’audit degli impianti. Questo è un passaggio cruciale anche per la comunicazione di marketing. Se un contenitore alimentare dichiara un certo contenuto riciclato, la credibilità della dichiarazione non dipende solo dalla percentuale numerica, ma dalla capacità di dimostrare che quel riciclato è stato ottenuto entro un processo autorizzato, monitorato e idoneo all’uso previsto. Nel food packaging, quindi, il “quanto” e il “come” non possono essere separati. Riciclo chimico e mass balance: la partita più delicata Quando si entra nel riciclo chimico, la questione diventa più complessa perché il rifiuto plastico viene trasformato in feedstock che si mescola con materie prime convenzionali in sistemi industriali complessi. In questi casi la segregazione fisica dell’atomo “riciclato” non è realisticamente praticabile lungo tutta la catena. Per questo si utilizzano modelli di mass balance, cioè modelli di catena di custodia che attribuiscono una quota di contenuto riciclato agli output sulla base di regole contabili, temporali e di allocazione, senza superare la quantità di input riciclato effettivamente entrata nel sistema. ISCC PLUS descrive questo approccio come una delle opzioni di chain of custody, accanto alla segregazione fisica e al controlled blending. Il tema è talmente centrale che ISO ha pubblicato anche ISO 22095-2:2026, dedicata proprio ai requisiti e alle linee guida per l’applicazione del modello mass balance nei sistemi di catena di custodia. È un segnale importante: il mass balance sta diventando sempre meno una prassi “di mercato” e sempre più un terreno di normalizzazione tecnica. Sul piano regolatorio europeo, il cantiere è apertissimo. Nel luglio 2025 la Commissione ha lanciato una consultazione sulle nuove regole per calcolare, verificare e rendicontare il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie in plastica monouso per bevande. La metodologia proposta si basa sulla regola di allocazione fuel-use excluded, cioè esclude dal contenuto riciclato ogni quota di rifiuto destinata a combustibili o recupero energetico; inoltre prevede verifica annuale di terza parte per le fasi più complesse della filiera chimica e requisiti alleggeriti per le PMI. A febbraio 2026 la Commissione indicava ancora di essere nella fase finale di definizione di queste regole, non ancora consolidate come quadro definitivo già pienamente operativo. La nuova tecnologia che può cambiare davvero il packaging europeo Quando si parla di plastica riciclata, molti immaginano che esista una macchina capace di prendere una confezione finita, analizzarla e dire con precisione: “qui dentro c’è il 37% di plastica riciclata”. Nella realtà industriale, oggi non funziona così. La tecnologia che può davvero cambiare il packaging europeo non è un test di laboratorio capace di leggere magicamente il contenuto riciclato di ogni confezione, ma un sistema che aiuta a separare meglio i rifiuti di imballaggio prima che vengano riciclati. Questo sistema si basa sui digital watermarks, cioè piccoli codici invisibili o quasi invisibili stampati sulla confezione. Per capire bene di cosa si tratta, immaginiamo una vaschetta in plastica per alimenti, una bottiglia di detergente e un contenitore cosmetico. Oggi, quando questi imballaggi arrivano in un impianto di selezione, i sistemi automatici riescono a riconoscere abbastanza bene il tipo di plastica, per esempio PET, HDPE o PP, ma spesso fanno più fatica a distinguere l’uso originario dell’imballaggio, cioè se quella plastica proveniva da un’applicazione alimentare, cosmetica o domestica. E questa differenza è molto importante, perché plastiche apparentemente simili possono richiedere percorsi di riciclo diversi. Qui entrano in gioco i digital watermarks. In pratica, ogni confezione può portare con sé una sorta di “carta d’identità digitale” leggibile dai sistemi di selezione. Questa identità può dire all’impianto: “sono una vaschetta alimentare”, “sono una bottiglia per detersivi”, “sono un imballaggio in PP”, “appartengo a una certa categoria”. Grazie a queste informazioni, i rifiuti possono essere smistati in modo molto più preciso rispetto ai sistemi tradizionali. Questo è il vero cambiamento: non si migliora il riciclo alla fine del processo, ma all’inizio, quando il rifiuto viene separato. Se infatti si parte da un flusso più pulito, più omogeneo e meglio classificato, anche il materiale riciclato ottenuto alla fine sarà migliore. Per renderlo ancora più concreto, si può pensare alla differenza tra raccogliere tutta la frutta insieme in un grande cassone oppure dividerla subito per tipo e qualità. Se si mescola tutto, alla fine si ottiene un prodotto meno controllabile. Se invece si separa bene all’origine, il risultato finale è più pulito, più costante e più adatto a usi di qualità. Nella plastica succede la stessa cosa. Ecco perché questa tecnologia interessa così tanto il packaging europeo. Il problema principale dell’Europa, infatti, non è soltanto riciclare di più, ma riciclare meglio. Molta plastica riciclata oggi ha qualità variabile perché nasce da rifiuti troppo misti, difficili da distinguere con precisione. Se invece si riesce a migliorare la selezione, si ottiene un PCR, cioè plastica riciclata post-consumo, più puro, più stabile e più affidabile. Questo ha una conseguenza molto importante anche sul piano normativo e commerciale. Quando un’azienda dichiara che un imballaggio contiene una certa quota di plastica riciclata, deve poterlo dimostrare in modo credibile. Se il materiale riciclato proviene da una filiera più pulita, tracciata e ben separata, quella dichiarazione diventa più solida. In altre parole, i digital watermarks non servono a “misurare” direttamente il contenuto riciclato della confezione finita, ma servono a costruire una filiera del riciclo più affidabile, e quindi a rendere più credibili anche le percentuali dichiarate. Dal punto di vista pratico, il loro vantaggio è triplo. Primo: aiutano gli impianti a distinguere meglio gli imballaggi. Secondo: permettono di produrre materiale riciclato di qualità superiore. Terzo: rendono più facile collegare quel materiale riciclato a una documentazione di filiera seria, utile per audit, certificazioni e conformità alle nuove regole europee. Quindi il punto centrale è questo: la tecnologia non cambia il packaging europeo perché legge il riciclato già presente nel prodotto, ma perché rende possibile un riciclo più intelligente, più pulito e più dimostrabile. Ed è proprio questo che oggi serve all’Europa: non solo più riciclo, ma un riciclo che regga alle verifiche tecniche, alle richieste dei clienti e alle future norme del PPWR. Cosa chiede oggi davvero l’Europa Sul fronte normativo, l’Europa si sta muovendo su due livelli. Il primo è quello già attivo per le bottiglie in plastica monouso: la direttiva SUP richiede il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 e il 30% in tutte le bottiglie per bevande in plastica dal 2030. La Commissione europea ricorda inoltre che nel 2023 ha adottato l’Implementing Decision 2023/2683 sulle regole di calcolo, verifica e reporting del contenuto riciclato nelle bottiglie monouso. Il secondo livello è il quadro più ampio del PPWR. Le pagine ufficiali della Commissione chiariscono che il regolamento è entrato in vigore l’11 febbraio 2025, si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026, punta a rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030 e richiede che gli imballaggi in plastica incorporino quote crescenti di contenuto riciclato con obiettivi per il 2030 e il 2040. In altre parole, il tema della verifica del contenuto riciclato non è più una nicchia per brand sensibili alla sostenibilità: sta diventando infrastruttura di conformità per il mercato europeo. Come un’azienda dovrebbe verificare davvero il contenuto riciclato Se un produttore vuole evitare greenwashing e prepararsi al nuovo contesto europeo, non deve chiedersi soltanto “quanta plastica riciclata sto usando?”, ma “come potrò dimostrarlo davanti a un audit?”. La risposta corretta, oggi, è costruire un sistema composto da quattro elementi: definizione chiara del claim secondo standard riconosciuti; tracciabilità del materiale in ingresso; bilancio di massa con riconciliazione dei volumi; verifica indipendente di terza parte quando il mercato o il cliente lo richiedono. Questa impostazione è coerente con ISO 14021, con EN 15343, con gli schemi RecyClass e con la logica delle verifiche europee sulle bottiglie e sul food contact. In termini pratici, un claim robusto dovrebbe specificare almeno tre cose: se il riciclato è pre-consumer o post-consumer; quale modello di chain of custody è stato applicato, cioè segregazione, controlled blending o mass balance; quale soggetto indipendente ha verificato il sistema, se presente. Quando queste informazioni mancano, la percentuale dichiarata può anche essere numericamente corretta, ma resta debole sul piano probatorio. Conclusione La percentuale di plastica riciclata nei prodotti non si misura davvero con una sola macchina e non si dimostra con una formula isolata. Si verifica attraverso una architettura di prova: definizioni ISO, standard europei di tracciabilità, bilanci di massa, audit degli impianti, documenti di filiera e, nei casi più evoluti, sistemi digitali che migliorano la separazione e la qualità del riciclato già a monte. È questo il punto che molte comunicazioni commerciali tendono a semplificare troppo. La nuova tecnologia che può cambiare il packaging europeo, oggi, non è quindi un “test magico” per leggere il riciclato nel manufatto finito, ma un ecosistema tecnologico capace di rendere la filiera più intelligente. I digital watermarks sono probabilmente la frontiera più concreta in questa direzione, perché possono aumentare la qualità della selezione, creare flussi PCR più puri e rendere molto più credibili le dichiarazioni future sul contenuto riciclato. In un mercato europeo che si sta spostando dalla sostenibilità raccontata alla sostenibilità verificata, questa distinzione farà la differenza tra chi comunica e chi dimostra. FAQ Come si misura il contenuto riciclato nella plastica? Di norma si misura come proporzione in massa di materiale riciclato nel prodotto, ma la dimostrazione concreta avviene soprattutto tramite tracciabilità, bilanci di massa e audit di filiera, non con un solo test sul prodotto finito. Esiste un test di laboratorio che dice con certezza quanta plastica riciclata c’è in un imballaggio? In termini generali, no: le fonti europee mostrano che la verifica del contenuto riciclato si basa soprattutto su documentazione e controllo del processo, mentre l’analisi finale da sola non è sufficiente a stabilire sempre la quota esatta dichiarata. Qual è la differenza tra pre-consumer e post-consumer? Il pre-consumer deriva da scarti recuperati prima dell’uso da parte del consumatore finale; il post-consumer deriva invece da rifiuti generati dopo l’uso da parte di famiglie o attività commerciali. ISO 14021 distingue esplicitamente queste categorie. Cos’è il mass balance nella plastica riciclata? È un modello di chain of custody usato soprattutto quando i feedstock riciclati e convenzionali vengono miscelati in sistemi complessi, come nel riciclo chimico. In quel caso la quota riciclata viene attribuita agli output con regole contabili e verificabili. I digital watermarks misurano il contenuto riciclato? Non direttamente. Migliorano però la separazione dei rifiuti di imballaggio e la creazione di flussi più puri e meglio tracciati, condizione essenziale per produrre riciclato di qualità e rendere più solida la verifica del contenuto riciclato nei prodotti futuri. Fonti reali e verificate Commissione europea, Packaging waste e Packaging & Packaging Waste Regulation (PPWR), con dati su entrata in vigore, data di applicazione e obiettivi del regolamento. Commissione europea, Single-use plastics, con target su contenuto riciclato nelle bottiglie e cronologia degli atti attuativi. Commissione europea, Plastic Recycling / Food Safety, con chiarimenti su controlli, contaminanti e centralità degli audit di processo nel food contact. ISO, ISO 14021 e riferimenti ISO sulla chain of custody e sul mass balance. Standard europeo EN 15343, sulla tracciabilità delle plastiche riciclate e il calcolo del contenuto riciclato. Commissione europea, consultazione 2025 sulle regole per il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie, con metodo fuel-use excluded e verifiche di terza parte. AIM / HolyGrail 2.0 e HolyGrail 2030, sulla tecnologia dei digital watermarks e i risultati di sorting intelligente. ISCC PLUS e RecyClass, per i modelli di chain of custody, controlled blending, mass balance e audit di tracciabilità.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Tecnologie idrocinetiche per sfruttare l’energia delle correnti oceaniche: le turbine sottomarine rivoluzionano la produzione rinnovabiledi Marco ArezioNel cuore degli oceani si sta compiendo una trasformazione tecnologica cruciale per il futuro dell’energia rinnovabile. Una rivoluzione, però, silenziosa. Non produce rumore né impatta il paesaggio, ma è potente e costante. Le turbine sottomarine stanno emergendo come una delle soluzioni più promettenti per produrre energia pulita, stabile e a basso impatto ambientale. Sfruttano la forza costante delle correnti oceaniche e fluviali per generare elettricità, rendendole particolarmente adatte a quelle aree geografiche dove le condizioni marine sono favorevoli e dove il fabbisogno energetico richiede soluzioni non intermittenti. Come funzionano le turbine sottomarine: tecnologia e principi Le turbine idrocinetiche (a volte chiamate anche marine current turbines o turbine mareomotrici) sono dispositivi installati sul fondo marino o fluviale, dove le correnti d’acqua scorrono con velocità sufficiente a generare energia meccanica. Questa energia viene poi trasformata in elettricità tramite generatori integrati. Il principio di funzionamento è simile a quello delle turbine eoliche: il movimento di un fluido mette in rotazione delle pale, che a loro volta azionano un rotore collegato a un generatore. La grande differenza sta nella densità del fluido: l’acqua è circa 800 volte più densa dell’aria, il che consente alle turbine sottomarine di produrre energia con pale molto più piccole e a velocità inferiori. Questa caratteristica permette di ottenere un'elevata produzione energetica anche in spazi limitati, con infrastrutture meno invasive e meglio integrate con l’ambiente circostante. Una fonte costante e prevedibile: vantaggi dell'energia marina Le correnti marine e fluviali sono fenomeni prevedibili e continui, a differenza del vento e del sole che subiscono variazioni giornaliere e stagionali. Questo rende le turbine sottomarine ideali per garantire stabilità e continuità energetica, contribuendo a una rete più sicura e resiliente. Ad esempio, una turbina idrocinetica ben posizionata può funzionare fino al 90% del tempo durante l’anno, contro il 30-35% delle turbine eoliche e il 15-20% degli impianti fotovoltaici. Questo fattore rende l’investimento tecnologico estremamente vantaggioso nel lungo periodo. Inoltre, una turbina sottomarina da soli 3 metri di diametro può produrre fino a 5 MW in condizioni ideali, equivalente a una turbina eolica con un diametro di oltre 180 metri. E tutto ciò, senza modificare il paesaggio. Storia delle turbine sottomarine: dalle prime sperimentazioni al presente L’idea di sfruttare la forza dell’acqua per generare energia ha radici molto antiche. I primi mulini ad acqua, che utilizzavano il flusso dei fiumi per macinare cereali, risalgono all'antichità greco-romana. Ma è solo nel XX secolo che la visione moderna di turbine marine per produrre energia elettrica ha cominciato a prendere forma. Le prime vere sperimentazioni risalgono agli anni ’50 e ’60, soprattutto in Europa, dove si iniziarono a studiare le potenzialità delle maree e delle correnti oceaniche. Il primo progetto operativo su larga scala è stato la centrale mareomotrice di La Rance in Francia, inaugurata nel 1966 e ancora attiva, che sfrutta il dislivello tra alta e bassa marea in una diga appositamente costruita. Tuttavia, le turbine idrocinetiche sottomarine, ovvero quelle immerse completamente e non legate al movimento verticale delle maree, sono una tecnologia più recente. A partire dagli anni 2000, con l’evoluzione dei materiali e delle tecniche di ingegneria sottomarina, sono nati i primi prototipi installati in ambiente reale. Progetti pionieristici sono stati avviati in Regno Unito, Norvegia, Canada e Francia, dove le condizioni di marea e corrente sono particolarmente favorevoli. In tempi più recenti, anche paesi come il Brasile, il Sudafrica e la Corea del Sud hanno iniziato a sviluppare progetti pilota per testare l'efficienza di queste tecnologie in condizioni climatiche e oceanografiche diverse. Oggi, si sta passando da una fase sperimentale a una fase di implementazione commerciale, con dispositivi sempre più efficienti, sicuri ed economicamente competitivi. Impatto ambientale ridotto e integrazione naturale Uno dei vantaggi principali delle turbine sottomarine è il ridottissimo impatto ambientale rispetto ad altre infrastrutture energetiche. Non emettono rumori rilevanti, non rilasciano sostanze inquinanti e non ostacolano la navigazione. Inoltre, a differenza delle dighe o delle centrali nucleari, non alterano l’ecosistema in modo irreversibile. Alcuni studi indicano che le turbine, una volta installate, possono addirittura fungere da rifugio per la fauna marina, trasformandosi in barriere artificiali che favoriscono la biodiversità. Grazie alla bassa velocità delle pale, il rischio di danneggiare pesci o tartarughe è contenuto. Inoltre, la struttura compatta e stabile le rende resistenti a tempeste, tsunami e attività geologica, a condizione che vengano effettuate valutazioni accurate del sito. Progetti in corso nel mondo: una rete globale in espansione Nel mondo, diverse realtà stanno investendo in impianti pilota e progetti commerciali di turbine sottomarine: - In Scozia, l’arcipelago delle Orcadi ospita un importante centro di test per le energie marine, con oltre 30 dispositivi sperimentali installati negli ultimi 10 anni. - In Francia, nella Bretagna, una piattaforma offshore ospita turbine idrocinetiche che sfruttano le forti correnti della Manica. - In Canada, nella Baia di Fundy, si stanno testando dispositivi tra i più potenti al mondo, grazie alle correnti tra le più forti mai registrate. - In Brasile, è stato recentemente installato un impianto commerciale con turbine compatte per fornire energia a comunità costiere isolate. Questi progetti stanno contribuendo alla creazione di una nuova filiera industriale dedicata alle energie marine, con competenze tecniche, ricerca e sviluppo, manutenzione subacquea e digitalizzazione dei sistemi. Un’opportunità per la transizione ecologica Nel contesto globale della decarbonizzazione dell’energia, le turbine sottomarine offrono una risposta concreta al bisogno di energia rinnovabile continua e affidabile. Possono essere combinate con altre fonti, come il solare o l’eolico, per creare mix energetici equilibrati e resilienti, soprattutto per le aree costiere o insulari. La possibilità di installare turbine in prossimità delle coste consente anche un risparmio logistico e una gestione semplificata, favorendo l’indipendenza energetica e riducendo la dipendenza da combustibili fossili. Inoltre, queste tecnologie potrebbero rivoluzionare l’approvvigionamento energetico nei Paesi in via di sviluppo, dove infrastrutture terrestri complesse sono spesso troppo costose da realizzare. Conclusione: sotto la superficie, l’energia del futuro Le turbine sottomarine rappresentano un’evoluzione naturale e necessaria dell’approccio alle energie rinnovabili. Nascono dalla combinazione tra antichi principi (sfruttare la forza dell’acqua) e tecnologie all’avanguardia (materiali compositi, idrodinamica, intelligenza artificiale per la gestione da remoto). Il loro impatto potenziale è enorme: sicurezza energetica, riduzione delle emissioni, valorizzazione delle risorse locali e rispetto per l’ambiente. L’oceano, finora visto solo come riserva alimentare o via di trasporto, diventa oggi un attore centrale nel nuovo paradigma energetico mondiale. E se è vero che il futuro dell’energia sarà sostenibile, allora sarà anche sottomarino.© Riproduzione Vietata
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Scopri Corenno Plinio, il gioiello medievale senza strade, perfetto per il turismo lentodi Marco ArezioSe esiste un luogo capace di trasportarti in un’altra epoca, quel luogo è Corenno Plinio. Adagiato sulle sponde orientali del Lago di Como, questo piccolo borgo medievale sembra sospeso nel tempo, custodendo un fascino che conquista il cuore di chi lo visita. Qui non ci sono strade asfaltate né traffico, ma solo silenziose scale in pietra che si intrecciano come vene di storia, portandoti a scoprire angoli nascosti, panorami mozzafiato e un’atmosfera unica. Corenno Plinio è il luogo perfetto per chi cerca una fuga dalla frenesia moderna, per chi desidera camminare lentamente, sentire il rumore dei propri passi sulle pietre antiche e lasciarsi abbracciare dal silenzio. Ma non è solo un’esperienza visiva: questo borgo è anche un viaggio nella cultura e nella letteratura. Le sue viuzze e il suo castello sembrano fatti apposta per raccontare storie, e non a caso hanno ispirato romanzi che mescolano il fascino della storia con i drammi dell’animo umano. Visitare Corenno Plinio non significa semplicemente scattare una foto o trascorrere qualche ora in un borgo pittoresco. Significa immergersi in un mondo diverso, dove ogni dettaglio parla di un passato vivo e pulsante, e dove il lago e le montagne raccontano di leggende, di viandanti e di scrittori che hanno trovato in questo luogo una fonte inesauribile di ispirazione. Che tu sia un appassionato di trekking, un lettore curioso, o semplicemente un viaggiatore in cerca di autenticità, Corenno Plinio saprà conquistarti con la sua bellezza discreta e la sua anima senza tempo. Preparati a partire per un viaggio che non si limita allo spazio, ma ti porterà anche dentro di te. Un Borgo di Scale e Silenzi Corenno Plinio non è un paese come gli altri. Qui non troverai strade rumorose o traffico, ma una trama di scale in pietra che si arrampicano come un’antica poesia scolpita nel paesaggio. Ogni gradino ti avvicina all’essenza del borgo: un piccolo porto lambito dal Lago di Como, il Castello medievale che domina dall’alto, e la Chiesa di San Martino, custode di silenzi e misteri. Passeggiando per i suoi vicoli, sembra di ascoltare le storie di chi vi ha vissuto secoli fa. Ogni pietra racconta di un tempo lontano, quando i pescatori tornavano con le reti piene e il castello vegliava sulla vita del borgo. L’aria profuma di antico, e i panorami mozzafiato sul lago sembrano dipinti su una tela vivente.La Storia di Corenno Plinio: Un Viaggio attraverso i Secoli Corenno Plinio è un borgo medievale le cui origini risalgono all’alto medioevo, un’epoca in cui il Lago di Como rappresentava una via di comunicazione strategica e un luogo di insediamento sicuro. Situato sulla sponda orientale del lago, il paese deve il suo nome alla famiglia Curinno, che qui ebbe grande influenza nel Medioevo. Il secondo appellativo, "Plinio", fu aggiunto in omaggio al celebre Plinio il Giovane, scrittore e filosofo romano, anche se non vi sono prove dirette di un suo legame con il borgo.Grazie alla sua posizione strategica, Corenno Plinio divenne un importante punto di controllo e difesa, nonché un luogo di passaggio per mercanti e pellegrini. Il borgo conserva ancora oggi il suo assetto originario, dominato dal Castello di Corenno Plinio e dalla Chiesa di San Martino, che testimoniano il passato glorioso e le tradizioni di questa piccola comunità lacustre.Il Castello di Corenno Plinio: Sentinella sul Lago Il Castello di Corenno Plinio, costruito nel XIV secolo dai conti Andreani, è il simbolo del borgo e della sua storia. Situato sulla sommità del paese, il castello domina il lago e offre una vista spettacolare sul paesaggio circostante. Originariamente costruito per scopi difensivi, il castello aveva mura spesse e torri di avvistamento che proteggevano gli abitanti dagli attacchi provenienti sia dalla terraferma che dal lago.Oggi, il castello conserva parte delle sue mura e torri, ma ciò che lo rende unico è la sua posizione panoramica. Dalla sommità, si può ammirare il Lago di Como in tutta la sua bellezza, mentre le scale che lo collegano al borgo sembrano un prolungamento naturale del paesaggio. Questo luogo, ricco di suggestioni, non è solo una testimonianza storica, ma anche una meta che invita alla riflessione e alla contemplazione.La Chiesa di San Martino: Fede e Storia Accanto al castello si trova la Chiesa di San Martino, costruita nel XIII secolo. Questo edificio sacro, dedicato al santo patrono dei soldati e dei viandanti, è un esempio di architettura romanica che riflette la semplicità e la spiritualità del borgo. La chiesa, con la sua facciata in pietra e il campanile che si staglia verso il cielo, è un luogo di pace e meditazione.All’interno, si possono ammirare affreschi antichi e un’atmosfera che sembra racchiudere i secoli di devozione dei suoi abitanti. La chiesa custodisce anche lapidi e monumenti funebri delle famiglie nobili locali, tra cui quella dei conti Andreani, che furono i signori del castello e del borgo.Le Scale della Morte e il Cimitero Monumentale Un altro elemento distintivo di Corenno Plinio è il suo cimitero monumentale, situato accanto alla chiesa. Per accedervi, bisogna percorrere le cosiddette Scale della Morte, un insieme di gradini in pietra che conducono a un’area sacra ricca di fascino e mistero. Il cimitero, con le sue tombe antiche e le sculture in pietra, è una testimonianza dell’intenso legame del borgo con la spiritualità e la tradizione.Le lapidi intagliate e le croci in ferro battuto raccontano le storie delle famiglie che hanno vissuto e prosperato in questo luogo. La posizione del cimitero, affacciato sul lago, aggiunge un tocco poetico al luogo, rendendolo non solo un sito di memoria, ma anche un angolo di bellezza unica.Il Porto e la Vita sul Lago Nonostante le sue dimensioni ridotte, Corenno Plinio vanta anche un piccolo porto che un tempo rappresentava un punto nevralgico per il commercio e la pesca. Il porto, oggi utilizzato principalmente per piccole imbarcazioni private, è un luogo che conserva l’atmosfera del passato. Qui, i pescatori del borgo tornavano con il loro bottino, e i mercanti caricavano e scaricavano le merci che viaggiavano lungo il lago.Passeggiare lungo il porto significa immergersi in un tempo in cui il lago non era solo una bellezza da contemplare, ma una risorsa fondamentale per la vita quotidiana. Le acque calme e i panorami circostanti rendono questo luogo ideale per rilassarsi e ammirare la natura. Corenno Plinio nei Romanzi – Le Ombre della Letteratura Non è un caso che Corenno Plinio sia diventato un luogo prediletto per la narrativa. La sua atmosfera unica, quasi irreale, ha ispirato scrittori come Marco Arezio, autore di “Ombre di Ambizione”, un romanzo che puoi leggere sul blog rMIX. La storia intreccia la bellezza del borgo con le vite di personaggi tormentati da ambizioni e conflitti, mentre il lago diventa una metafora delle loro profondità interiori. Leggere “Ombre di Ambizione” e poi passeggiare per le stesse scale e piazze è un’esperienza indimenticabile. Ti sembrerà di vedere i personaggi prendere vita davanti a te, le loro voci mescolarsi con il vento e i loro passi echeggiare sulle pietre antiche. Ma non è tutto. Il borgo ha influenzato anche altre penne illustri. Alessandro Manzoni, nei suoi “Promessi Sposi”, racconta un paesaggio che richiama queste rive del lago, o come I promessi sposi di Corenno di Roberto Pozzi. Corenno Plinio è, per molti versi, un libro aperto che attende solo di essere letto.Il Sentiero del Viandante – Dove la Natura Sposa la Storia Se Corenno Plinio è un gioiello di pietra, il Sentiero del Viandante è la cornice di smeraldo che lo abbraccia. Questo antico percorso, che corre lungo la costa orientale del Lago di Como, è un invito a camminare lentamente, assaporando ogni passo e ogni vista mozzafiato. Partendo da Corenno, il sentiero si snoda tra boschi profumati, antichi ponti in pietra e borghi incantati come Dervio e Varenna. Ogni curva del percorso offre nuovi panorami sul lago, che sembra scintillare sotto il sole come un diamante liquido. È un cammino che ti connette non solo alla natura, ma anche alla storia di questi luoghi, percorsi per secoli da viandanti, mercanti e pellegrini. Come Raggiungere Corenno Plinio, Dove Dormire e Cosa Assaggiare Raggiungere il borgoCorenno Plinio è facilmente accessibile, ma solo fino a un certo punto: qui l’avventura inizia con i tuoi passi. Da Lecco, sul lago di Como, prendi l’autobus o il treno fino a Dervio, poi prosegui a piedi seguendo le indicazioni per il borgo. Se arrivi in auto, puoi parcheggiare a Dervio e salire lungo un breve sentiero panoramico. Ogni passo ti avvicina alla magia. Se non desideri camminare puoi raggiungere comunque il paese in auto. Dove dormirePer vivere appieno l’atmosfera del lago, scegli i numerosi B&B nella zona di Dervio con accoglienti strutture a pochi passi da Corenno. Oppure ti consigliamo la "Casa del Poeta" a Dervio, che si trova nel centro storico, a 300 metri dalla stazione ferroviaria e sul famoso Sentiero del Viandante, a pochi minuti da Varenna e Bellano, sul lago di Como.Cosa assaggiareDopo una giornata di slow trekking, lasciati conquistare dai sapori locali della Taverna al Castello di Corenno Plinio (tel. +39 341 804249), dove potrai gustare le specialità del pesce di lago, accompagnate da un bicchiere di vino valtellinese. Corenno Plinio – Un Viaggio che Non Finisce Mai Ci sono luoghi che visiti una volta e rimangono un semplice ricordo. E poi ci sono luoghi che entrano nel cuore, come Corenno Plinio. Questo borgo medievale, incastonato tra le acque scintillanti del Lago di Como e i pendii verdi delle montagne, non è solo una destinazione turistica: è un’esperienza, una sensazione, una memoria che si rinnova ogni volta che ci pensi. L’atmosfera che ti avvolge A Corenno Plinio, tutto parla di lentezza e contemplazione. Il fruscio del vento tra le scale in pietra, che salgono e scendono come fili che tessono il borgo; il suono delle onde che lambiscono il piccolo porto, un tempo punto di arrivo per mercanti e viandanti; il profumo della pietra bagnata e della natura circostante. Ogni passo qui è un invito a rallentare, a lasciarti trasportare da un ritmo diverso, più vicino a quello della natura e del passato. Quando il sole si abbassa all’orizzonte, il lago si trasforma in uno specchio dorato che riflette il cielo e le sagome delle montagne. È un momento magico, che sembra dipinto per essere ricordato, e che ti fa sentire parte di qualcosa di più grande, di una storia che si snoda attraverso i secoli. Un luogo che si vive, non solo si visita Corenno Plinio è un’esperienza immersiva. Camminare lungo le sue strette scale è come leggere le pagine di un libro che racconta di un mondo antico, fatto di fatica e bellezza, di vita semplice ma intensa. Non ci sono distrazioni moderne qui, solo l’essenziale: il legame tra uomo e natura, tra passato e presente. E questo legame diventa ancora più forte se scegli di vivere il borgo attraverso i suoi racconti. Leggere un romanzo come “Ombre di Ambizione” di Marco Arezio, che trasporta tra le sue atmosfere e ne narra le storie, è come aggiungere una nuova dimensione alla tua visita. Ti ritrovi a vedere il borgo con occhi nuovi, cercando i dettagli che riconosci dalle pagine, immaginando i personaggi che vivono tra quelle scale e quelle pietre. Un viaggio che continua oltre il ritorno Il fascino di Corenno Plinio non finisce quando lasci il borgo. È un luogo che si radica dentro di te, che torna nei tuoi pensieri quando meno te lo aspetti. È il ricordo di un panorama che ti toglie il fiato, di un silenzio che parla più di mille parole, di una sensazione di pace che sembra introvabile altrove. Ogni volta che chiudi gli occhi, puoi risentire il suono dei tuoi passi sulle scale in pietra, rivivere la brezza del lago sul viso, rivedere quel tramonto che tingeva tutto di oro. E quando pensi a Corenno, ti rendi conto che non hai solo visitato un luogo: hai vissuto un momento unico, che rimane con te e che ti chiama a tornare, un giorno, per scoprire ancora di più.© Riproduzione Vietatafoto wikimedia
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Scopriamolo verificando l’acqua contenuta in una bottiglia di PET utilizzando il naso elettronicodi Marco Arezio Il packaging delle bibite e dell’acqua minerale è passata, nel giro di pochi anni, dalle bottiglie di vetro a quelle di plastica per una serie di importanti di fattori che hanno fatto di questo sistema di imbottigliamento il più usato in assoluto al mondo. Intorno alle bottiglie di plastica, in particolar modo al suo materiale primario, il PET, si sono sviluppate campagne di sostegno e campagne di denigrazione tra le più aspre, giocate tra i produttori di bibite, i produttori di materie prime, la distribuzione e il cittadino. I temi fortemente discussi sono ambientali, da una parte, rivendicando una sorta di patente di inquinatori da parte dell’opinione pubblica verso i produttori di bottiglie in PET, a causa della massiccia presenza nei mari dei prodotti usa e getta. E’ ovvio a tutti che i produttori di bottiglie in plastica non hanno nessuna parte a questo disastro ambientale che è da attribuire al consumatore finale, che non si preoccupa di conferire la bottiglia vuota a centri di riciclo o a provvedere al suo riutilizzo. Dall’altra parte i produttori di bibite hanno identificato nella bottiglia in plastica, tra l’altro, oggi, costituita da una parte di materiale riciclato, un grande vantaggio in termini di costi di produzione, di risparmio sulla logistica e di un impatto ambientale, in fase di produzione, minore rispetto ad altri materiali per il packaging. Ma c’è un’altra questione da considerare, e cioè il rapporto tra la bottiglia in plastica e il suo contenuto, l’acqua per esempio, rapporto che è un matrimonio solidale finché l’acqua non viene utilizzata dal consumatore. Durante la permanenza dell’acqua nelle bottiglie di plastica, tra il momento dell’imbottigliamento e il momento del suo consumo, la bottiglia può ricevere gli effetti della luce, dell’irraggiamento solare e dell’aumento delle temperature della plastica sotto l’effetto del sole. Ogni modifica delle condizioni standard della plastica, caldo, freddo, luce, tempo di vita della bottiglia, che possono modificare la struttura della plastica, potrebbero essere condivisibile con l’acqua contenuta che il consumatore di beve. Come facciamo a sapere se elementi volatili che nascono a seguito delle possibili mutazioni della plastica si trasmettano o meno nell’acqua? Non assaggiandola, in quanto alcune sostanze che potrebbero essere cedute possono essere insapori, non guardandola controluce, perché alcune sostanze potrebbero essere non visibili ad occhio nudo. Oggi abbiamo a disposizione uno strumento di laboratorio di piccole dimensioni ma efficacissimo, chiamato naso elettronico, che analizza in modo scientifico gli elementi volatili dei materiali. Attraverso la campionatura di porzioni di acqua contenute in varie bottiglie in plastica si inseriscono le provette nel naso elettronico e, in modo automatico, si riscaldano i campioni creando delle parti volatili che vengono intercettate da un gascromatografo (GC), che dialoga con uno spettrometro a mobilità ionica (IMS), i quali ci restituiscono un esame tridimensionale delle parti volatili contenute nell’acqua andando ad indentificare esattamente la quantità e la tipologia chimica dei composti contenuti. Cosa beviamo dunque? Acqua o altro? Ce lo dirà il naso elettronico.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PET - packaging - bottiglie
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I pannelli solari a doppia faccia aumentano la qualità del pannello ma richiedono più vetrodi Marco ArezioChe le energie rinnovabili siano entrate nella nostra vita e nelle nostre aspettative future è una certezza ormai assodata e, che per questo, le aziende e la comunità scientifica si stanno impegnando a trovare dei prodotti sempre più performanti che migliorino, non solo l’efficienza tecnica, ma riducano anche il costo dell’energia prodotta, è un auspicio importante. In quest’ottica il fotovoltaico ha fatto, in pochi anni, passi enormi, creando pannelli solari a doppia facciata che permettono una migliore resa, non soltanto attraverso la luce diretta, ma riuscendo a intercettare anche la luce riflessa dalle superfici circostanti il pannello. Questo miglioramento tecnologico richiede però più vetro, creando un incremento della domanda di materia prima che ha fatto schizzare verso l’alto il prezzo. Il problema non è solo di carattere economico, ma riguarda anche la futura disponibilità di vetro da lavorare nei prossimi anni, risorsa che, se non si dovesse trovare in relazione alla domanda del marcato, metterebbe in difficoltà il settore. Se analizziamo il problema dal punto di vista economico, quindi un aumento dei costi delle materia prime che compongono un pannello solare a doppia facciata, dobbiamo considerare che la quota di mercato attuale di questo tipo di pannello è di circa il 14% di quelli venduti, prevedendo un aumento fino al 50% entro il 2022. Quindi un incremento del prezzo della materia prima che investirà, probabilmente il 50% del mercato, potrebbe portare un aumento di costo del pannello che, nell’economia generale dell’impianto, rischia di assottigliare in modo eccessivo i margini di profitto della filiera senza gli interventi di sostegno statale. Di conseguenza, se i progetti del solare dovessero essere considerati non più remunerativi, probabilmente gli investitori rinuncerebbero a finanziarli con la conseguenza di ridurre la crescita del settore. Per quanto riguarda l’incremento della domanda di vetro vi sono aree del pianeta in cui la raccolta differenziata non funziona o non si applica, la cui conseguenza è che il vetro non viene avviato al riciclo e quindi si perde una risorsa importante. In altre aree della terra la raccolta differenziata non riesce a coprire la domanda crescente di vetro da riciclare da parte delle industrie produttive, con la conseguenza di far aumentare i prezzi e di ridurre la produttività industriale. La Cina è il più grande produttore mondiale di pannelli solari e sta vivendo la difficoltà del reperimento della materia prima e del contenimento dei costi di produzione, problema così importante che i più grandi produttori di pannelli solari, come la LONGi Solar, hanno chiesto al governo Cinese di interessarsi del problema. Considerando che la Cina, avendo dichiarato di voler raggiungere nel 2060 la parità carbonica, è impegnata nell’aumento della produzione di energie da fonti rinnovabili, di cui il solare è un pilastro insostituibile, aumentando questo tipo di produzione dai 210 GW attuali a circa 2200 GW entro il 2060, progetto che può proseguire anche attraverso la risoluzione del problema della mancanza di vetro sul mercato.Categoria: notizie - vetro - economia circolare - rifiuti - fotovoltaico Vedi maggiori informazioni
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