Scopri come l’eolico flottante sta rivoluzionando la produzione di energia rinnovabile in mare aperto grazie a tecnologie innovative, ancoraggi avanzati e grandi potenzialità nelle acque profondedi Orizio LucaNegli ultimi anni il settore delle energie rinnovabili ha visto una rapida crescita delle installazioni eoliche, sia onshore che offshore. Tuttavia, mentre i tradizionali impianti eolici offshore sono stati installati principalmente su fondali bassi, spesso inferiori ai 60 metri di profondità, la domanda di nuovi siti e la scarsità di superfici disponibili vicino alle coste hanno spinto l’industria a esplorare soluzioni innovative per le acque più profonde. In questo scenario si inserisce l’eolico flottante, una tecnologia in rapida evoluzione capace di aprire nuovi orizzonti per la produzione energetica in mare aperto, dove il vento è più forte, costante e lo spazio virtualmente illimitato. Ma cos’è realmente l’eolico flottante? Come funzionano le piattaforme galleggianti e quali sono le sfide tecniche legate agli ancoraggi? Quali prospettive si aprono per questa tecnologia in termini di potenzialità energetiche e impatto ambientale? Questo articolo si propone di fornire una panoramica tecnica approfondita sullo stato dell’arte dell’eolico flottante, analizzando le principali tecnologie oggi disponibili, i sistemi di ancoraggio e le enormi potenzialità offerte dalle acque profonde offshore. Eolico flottante: principi, differenze e motivazioni L’eolico flottante rappresenta una soluzione ingegneristica concepita per installare turbine eoliche su piattaforme galleggianti ancorate al fondale marino, in opposizione ai più diffusi impianti “fixed-bottom”, dove le torri sono fissate a strutture poggiate direttamente sul fondo. Questa differenza progettuale consente agli impianti flottanti di essere collocati in acque molto più profonde, generalmente tra i 60 e i 1000 metri, superando i limiti tecnici ed economici delle fondazioni tradizionali. Il ricorso all’eolico flottante nasce dall’esigenza di sfruttare aree marine più lontane dalla costa, dove la potenza e la costanza del vento sono maggiori, ma i fondali diventano rapidamente troppo profondi per i sistemi convenzionali. Ad esempio, nei mari del Nord Europa, in Giappone, nella costa occidentale degli Stati Uniti e, più recentemente, nel Mediterraneo e in alcune zone dell’Atlantico, la disponibilità di fondali profondi e l’esigenza di decarbonizzazione hanno accelerato l’interesse verso il floating wind. Questa tecnologia promette di ridurre sensibilmente il costo livellato dell’energia (LCOE), aumentare la competitività dell’eolico rispetto alle fonti fossili e abilitare la produzione industriale di idrogeno verde offshore, grazie all’integrazione diretta con sistemi di elettrolisi. Le principali tecnologie delle piattaforme galleggianti Il cuore dell’eolico flottante è rappresentato dalle piattaforme galleggianti che sostengono le turbine. Negli ultimi anni si sono affermate principalmente tre tipologie di piattaforme, ognuna con specifiche caratteristiche tecniche e applicative. Spar-Buoy (o piattaforme a palo galleggiante) La tecnologia spar si basa su un lungo cilindro cavo, zavorrato nella parte inferiore, che conferisce stabilità alla struttura sfruttando il principio del baricentro basso. La piattaforma viene parzialmente immersa (anche per decine di metri), consentendo un’ottima resistenza ai moti ondosi e una limitata escursione verticale della turbina. Tuttavia, il grande pescaggio rende queste piattaforme adatte solo a siti con fondali molto profondi e con la possibilità di assemblaggio in bacini portuali adeguati. L’esempio più noto di questa tecnologia è la Hywind di Equinor, installata in Scozia. Semi-submersible (semisommergibile) Le piattaforme semisommergibili sono costituite da più elementi galleggianti, disposti a geometria triangolare o quadrata, collegati tra loro tramite strutture reticolari e zavorrati in modo distribuito. Questa soluzione offre una buona stabilità anche in presenza di onde e permette l’assemblaggio e la messa in opera in porti con profondità contenute. Sono attualmente la tipologia più diffusa nei progetti pilota e commerciali, come dimostra il progetto WindFloat in Portogallo. Tension Leg Platform (TLP) Le TLP utilizzano cavi tesi verticalmente (tension leg) ancorati sul fondale, che mantengono la piattaforma in posizione e riducono al minimo i movimenti verticali dovuti al moto ondoso. Grazie alla tensione permanente dei cavi, queste piattaforme risultano molto stabili e possono ospitare turbine di grande potenza. Tuttavia, la complessità ingegneristica degli ancoraggi ne limita, al momento, la diffusione commerciale, sebbene siano promettenti per siti molto ventosi e con profondità elevate. Oltre a queste soluzioni, la ricerca sta sviluppando varianti ibride e modelli sperimentali, spesso adattando tecnologie già utilizzate nell’industria oil & gas offshore, con l’obiettivo di ridurre costi, semplificare l’assemblaggio e migliorare la resistenza alle condizioni estreme del mare aperto. Sistemi di ancoraggio e cavi: una sfida ingegneristica Uno degli aspetti tecnici più critici dell’eolico flottante è rappresentato dai sistemi di ancoraggio. Le piattaforme galleggianti devono essere saldamente fissate al fondale per resistere a venti, onde, correnti e mareggiate, ma anche abbastanza “flessibili” da assorbire i movimenti indotti dalla dinamica marina, evitando sollecitazioni eccessive sulla turbina e sulla struttura stessa. I principali sistemi di ancoraggio utilizzati sono: - Catene e cavi catenari: il sistema più semplice, che sfrutta il peso della catena/cavo e la sua forma curva (catenaria) per assorbire le forze orizzontali. È adatto per fondali morbidi e profondi, ma richiede ampie aree di rispetto attorno alla piattaforma. - Cavi tesi (Taut leg): i cavi sono tesi tra la piattaforma e il fondale con l’ausilio di ancore o pali infissi. Permettono una maggiore precisione nel posizionamento e riducono l’impronta sul fondale, ma richiedono materiali ad alta resistenza e complessi sistemi di tensionamento. - Ancore a suzione o a elica: utilizzate per fissare i cavi o le catene al fondale, sono scelte in base alla natura geotecnica del sito (sabbia, argilla, roccia, ecc.) e alle caratteristiche meteo-marine. Particolare attenzione va riservata anche ai cavi elettrici sottomarini, chiamati a trasportare l’energia prodotta dalla turbina alla terraferma o a una stazione di raccolta offshore. Questi devono essere flessibili e resistenti, capaci di seguire i movimenti della piattaforma senza subire danneggiamenti, e spesso sono dotati di protezioni speciali contro abrasioni, correnti e corrosione. Potenzialità e vantaggi dell’eolico flottante in acque profonde L’eolico flottante consente di superare numerosi limiti delle installazioni offshore tradizionali, offrendo benefici tecnici, economici e ambientali: - Accesso a siti più ventosi e meno sfruttati: le piattaforme galleggianti possono essere collocate in aree lontane dalla costa, dove i venti sono più forti e costanti, aumentando significativamente il rendimento medio annuo delle turbine. - Riduzione dell’impatto visivo e paesaggistico: la distanza dalla costa permette di minimizzare l’effetto sul paesaggio e le interferenze con le attività turistiche, ittiche e marittime. - Espansione del potenziale installabile: le acque profonde rappresentano una superficie potenzialmente sterminata. Secondo alcune stime, il solo Mediterraneo potrebbe ospitare impianti flottanti capaci di generare oltre 500 GW di potenza, una cifra superiore al fabbisogno elettrico di diversi Paesi europei. - Innovazione e creazione di filiere industriali: la nascita di una nuova industria attorno alle piattaforme flottanti può generare sviluppo economico, innovazione e posti di lavoro, soprattutto in ambito navale, ingegneristico e manifatturiero. I vantaggi non si limitano alla produzione energetica. L’eolico flottante può facilitare la decarbonizzazione di settori industriali offshore (petrolio, gas, estrazione mineraria), abilitare la produzione di idrogeno verde direttamente in mare e, in prospettiva, integrarsi con sistemi di accumulo e reti intelligenti. Criticità e sfide tecnologiche Nonostante le grandi potenzialità, l’eolico flottante deve ancora affrontare sfide significative prima di diventare una tecnologia mainstream: - Costi di investimento ancora elevati: anche se in rapido calo, i costi delle piattaforme, degli ancoraggi e dei cavi restano superiori rispetto agli impianti fissi. - Affidabilità e durata dei materiali: l’ambiente marino, specie in acque profonde, è estremamente corrosivo e soggetto a eventi climatici estremi. Serve una costante innovazione nei materiali e nei sistemi di manutenzione. - Gestione della manutenzione e dell’accessibilità: operare su piattaforme galleggianti lontane dalla costa comporta nuove sfide logistiche, dalla sorveglianza remota alle tecniche di riparazione con droni e robot subacquei. - Impatto ambientale da valutare con attenzione: occorre monitorare le interazioni tra i sistemi di ancoraggio e gli ecosistemi bentonici, così come gli effetti sui mammiferi marini e sulle rotte migratorie degli uccelli. Un ulteriore nodo cruciale riguarda la standardizzazione normativa e le autorizzazioni, oggi molto differenziate da Paese a Paese e spesso poco adeguate a questa nuova tecnologia. Stato dell’arte e casi di studio internazionali Oggi sono operativi diversi parchi eolici flottanti pilota e pre-commerciali, soprattutto in Europa e Asia. Tra i principali casi di studio si possono citare: Hywind Scotland (Regno Unito): il primo parco eolico flottante commerciale al mondo, con 30 MW di potenza installata, basato su tecnologia spar-buoy. WindFloat Atlantic (Portogallo): piattaforme semisommergibili con turbine da 8,4 MW ciascuna, che hanno dimostrato l’affidabilità della tecnologia anche in condizioni meteo-marine avverse. Kincardine (Scozia): uno dei più grandi parchi flottanti, con una capacità di 50 MW e piattaforme semisommergibili. Progetti in Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti: dove l’elevata profondità dei fondali vicino alla costa rende il flottante spesso l’unica opzione praticabile. Anche il Mediterraneo si sta affacciando su questa tecnologia, con progetti pilota in Italia, Spagna e Francia. L’Italia, in particolare, sta promuovendo diverse iniziative tra Adriatico, Tirreno e Canale di Sicilia, coinvolgendo grandi player dell’energia e realtà industriali locali. Prospettive future: verso una rivoluzione energetica in mare aperto Gli scenari a medio e lungo termine per l’eolico flottante sono estremamente promettenti. Secondo l’IEA (International Energy Agency), il potenziale tecnico globale dell’eolico flottante supera i 10.000 GW, abbastanza da coprire più volte il fabbisogno elettrico mondiale attuale. La crescita esponenziale delle installazioni, favorita dalla riduzione dei costi e dall’innovazione continua, potrebbe portare questa tecnologia a rappresentare una quota significativa del mix energetico di molti Paesi costieri. La competitività rispetto alle fonti fossili e all’eolico tradizionale dipenderà dalla capacità dell’industria di standardizzare le piattaforme, automatizzare l’assemblaggio e migliorare l’efficienza dei sistemi di ancoraggio e trasmissione. Altrettanto importante sarà lo sviluppo di porti industriali adatti, di filiere di produzione locali e di partnership tra aziende energetiche, navali e startup innovative. Un’altra frontiera è rappresentata dalla sinergia tra eolico flottante e altre tecnologie marine, come il solare galleggiante, la produzione offshore di idrogeno e i sistemi di accumulo energetico sottomarino, per creare vere e proprie “isole energetiche” autosufficienti e resilienti. Conclusione: il ruolo dell’eolico flottante nella transizione ecologica L’eolico flottante rappresenta una delle più affascinanti sfide tecnologiche della transizione energetica, capace di rivoluzionare la produzione di energia rinnovabile nelle acque profonde di tutto il mondo. Le sue potenzialità sono immense, così come le opportunità di sviluppo industriale, innovazione e creazione di nuovi posti di lavoro. Affinché questa tecnologia possa diventare protagonista nel panorama energetico globale, sarà fondamentale investire in ricerca, sperimentazione e formazione di competenze, oltre a favorire un quadro normativo stabile e trasparente. L’Italia, con la sua posizione geografica strategica e una lunga tradizione industriale marittima, può giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’eolico flottante nel Mediterraneo. La strada è ancora lunga, ma il vento dell’innovazione soffia sempre più forte verso il futuro dell’energia pulita in mare aperto. © Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Riciclo Tessile: come ridurre gli sprechi e creare valore con metodi meccanici e chimici per un futuro più sostenibiledi Marco ArezioIl settore tessile è da sempre uno dei pilastri dell’economia globale, alimentato dall’evoluzione di mode, tendenze e dall’aumento della popolazione mondiale. La produzione annua di fibre tessili, che supera ormai i 100 milioni di tonnellate, è accompagnata da una preoccupante crescita dei rifiuti tessili, destinati in grande parte a discariche o inceneritori. Questa dinamica non solo comporta uno spreco di risorse, ma anche una notevole pressione sugli ecosistemi, generando emissioni di gas serra e un consumo elevato di acqua ed energia. In risposta a queste criticità, il concetto di economia circolare ha guadagnato terreno, spingendo imprese, governi e organizzazioni internazionali a promuovere strategie di riduzione, riuso e riciclo dei prodotti tessili. Tra le pratiche più rilevanti, il riciclo dei tessuti riveste un ruolo determinante, consentendo di recuperare materia prima seconda e di limitare l’estrazione di risorse vergini. All’interno di questo processo, si distinguono due principali metodi di riciclo: il riciclo meccanico e il riciclo chimico. Sebbene entrambi rappresentino soluzioni valide per ridurre la quantità di rifiuti tessili, essi presentano sostanziali differenze in termini di costi, impatto ambientale, qualità delle fibre ottenute e versatilità nell’affrontare miscele di materiali. Negli ultimi anni, inoltre, la ricerca sta sviluppando approcci ibridi e innovazioni tecnologiche che mirano a combinare i pregi dei due metodi, superando i rispettivi limiti. Il presente articolo approfondisce i due metodi di riciclo dei tessuti, illustrandone le fasi, discutendone vantaggi e sfide, e delineando possibili prospettive future in ottica di massima sostenibilità. Metodi di Riciclo Meccanico dei Tessuti: Caratteristiche e Applicazioni Il riciclo meccanico consiste in un insieme di processi fisici che puntano a ridurre i tessuti in fibre più corte, da reimpiegare poi per la produzione di nuovi filati o materiali tessili. In questa tipologia di riciclo, la scomposizione del manufatto tessile avviene grazie a macchinari specifici, che sfibrano i tessuti, riducendoli a fiocchi o fibre riciclate. A seguire, le fibre vengono riorganizzate e sottoposte a ulteriori lavorazioni (ad esempio, cardatura) prima di essere filate nuovamente. I passaggi principali sono dunque: Cernita iniziale e selezione: i tessuti vengono suddivisi in base alla tipologia di fibra (cotone, poliestere, lana, ecc.) e al grado di contaminazione (ad esempio, cerniere, bottoni, ecc.). Sfilacciatura: i materiali sono introdotti in macchinari dotati di lame e rulli, che distruggono la struttura tessile originaria per recuperare fibre di lunghezza più breve. Cardatura e pulizia: questa fase serve a eliminare eventuali impurità residue, come filacce e nodi, e a rendere le fibre omogenee. Filatura: se necessario, le fibre vengono filate nuovamente per creare filati, che saranno poi utilizzati in nuovi processi produttivi. Vantaggi del riciclo meccanico Uno dei vantaggi più immediati del riciclo meccanico è la relativa semplicità del processo. Poiché si basa su principi fisici e non richiede reattori chimici o solventi specifici, risulta generalmente meno costoso da implementare rispetto ad altre tecnologie. Questa semplicità intrinseca contribuisce alla diffusione su vasta scala di impianti di riciclo meccanico, specialmente in regioni in cui l’industria tessile è storicamente radicata. Inoltre, il consumo idrico risulta ridotto rispetto ad altre tecniche, data l’assenza di reazioni chimiche complesse. Anche dal punto di vista energetico, il riciclo meccanico può dimostrarsi piuttosto efficiente, benché la resa finale dipenda da vari fattori, tra cui la tipologia di tessuto in ingresso e la purezza delle fibre. Svantaggi del riciclo meccanico Tuttavia, il processo meccanico comporta una riduzione della lunghezza delle fibre, incidendo così sulla qualità del filato finale. Le fibre risultanti tendono a essere meno resistenti e meno morbide rispetto a quelle vergini, limitando le possibili applicazioni dei prodotti ottenuti. Ne deriva che gran parte del materiale derivante dal riciclo meccanico può trovare impiego in applicazioni di fascia medio-bassa, come imbottiture, panni per la pulizia e rivestimenti industriali. Un’altra criticità riguarda la trattabilità dei tessuti misti (ad esempio, cotone-poliestere), i quali richiedono talvolta una fase di separazione molto complicata, se non impossibile. Ciò riduce l’efficienza del processo e può generare ulteriori scarti, rendendo questa soluzione meno vantaggiosa in termini di economia circolare. Nonostante tali limiti, il riciclo meccanico rimane una tecnica consolidata e un componente essenziale di molte strategie di recupero tessile. Metodi di Riciclo Chimico dei Tessuti: Tecnologie e Possibili Innovazioni A differenza del riciclo meccanico, che agisce principalmente su base fisica, il riciclo chimico opera a livello molecolare. L’obiettivo primario è rompere le catene polimeriche delle fibre per poi ricostruirle, ottenendo materiali nuovi con proprietà chimiche e fisiche comparabili a quelle delle fibre vergini. Esistono diversi approcci nel riciclo chimico, in base alla fibra da trattare. Per i tessuti sintetici, come il poliestere (PET), si utilizza spesso la depolimerizzazione, che scompone il polimero nei suoi monomeri originali (acido tereftalico e glicole etilenico). Questi monomeri, una volta purificati, possono essere usati per produrre nuovo PET con prestazioni di alta qualità. Nel caso di fibre cellulosiche naturali, come il cotone, uno dei metodi più studiati è la dissoluzione in solventi specializzati (ad esempio, ossidi amminici) e la successiva rigenerazione della cellulosa. Gli sviluppi più recenti includono l’uso di enzimi specifici, capaci di degradare parzialmente i tessuti in maniera selettiva. Questi processi enzimatici potrebbero permettere un recupero su misura di componenti chimiche, riducendo l’impatto ambientale legato all’utilizzo di reattivi chimici aggressivi. Vantaggi del riciclo chimico Uno dei principali punti di forza del riciclo chimico è la qualità elevata del materiale riciclato. In molti casi, le fibre ottenute possono competere con quelle vergini, sia in termini di resistenza che di altre proprietà meccaniche (es. elasticità). Questo permette di reinserire la materia seconda in un circuito di produzione di alto livello, consentendo persino un “upcycling”, ovvero la creazione di prodotti di maggior valore rispetto a quelli originari. Inoltre, la versatilità del riciclo chimico rende possibili trattamenti specifici per differenti tipologie di fibre, incluse miscele complesse. Nel migliore dei casi, i componenti indesiderati (come coloranti o finissaggi) possono essere eliminati durante il processo, garantendo un output finale più puro. Svantaggi del riciclo chimico Di contro, il riciclo chimico richiede generalmente investimenti notevoli in termini di impianti e conoscenze tecniche. La gestione dei reagenti chimici, la loro rigenerazione e lo smaltimento di eventuali rifiuti di processo possono incidere significativamente sui costi operativi. In aggiunta, se i cicli non sono adeguatamente controllati, c’è il rischio di creare impatti ambientali correlati a emissioni e residui chimici. Dal punto di vista logistico, la realizzazione di impianti di riciclo chimico è più complessa rispetto a quella di impianti meccanici. Ciò implica che tali strutture siano ancora piuttosto limitate a livello geografico, risultando poco accessibili per molti operatori del settore tessile. Tuttavia, la crescente domanda di materiali sostenibili e l’interesse delle aziende più avanzate in fatto di ricerca e sviluppo stanno gradualmente riducendo queste barriere. Vantaggi e Sfide: Confronto tra Riciclo Meccanico e Chimico Il confronto tra i due sistemi di riciclo mette in luce aspetti fondamentali per chiunque operi nella filiera tessile e voglia valutare un approccio di economia circolare. Efficienza e resa Il riciclo meccanico può raggiungere buoni tassi di recupero quando i tessuti in ingresso sono omogenei e puliti, con rese che si attestano attorno al 60-80%. Per il riciclo chimico, si può potenzialmente arrivare a rese superiori al 90%, soprattutto in presenza di singole tipologie di fibre sintetiche come il PET. Tuttavia, la complessità dei materiali da trattare (ad esempio, tessuti fortemente colorati, finissaggi particolari, miscele di fibre) può ridurre la resa effettiva anche nel riciclo chimico. Impatto ambientale Il riciclo meccanico è spesso citato come più semplice e con un impatto ambientale relativamente contenuto, poiché richiede meno energia e risorse chimiche. Al contrario, il riciclo chimico necessita di impianti complessi e di un uso più intensivo di energia, nonché di reagenti talvolta inquinanti o difficili da smaltire. D’altra parte, nelle versioni più avanzate del riciclo chimico, si adottano processi “a ciclo chiuso” in cui i solventi vengono recuperati e riutilizzati, minimizzando il rilascio di sostanze dannose e riducendo notevolmente il consumo di risorse. Qualità del prodotto finale Laddove il riciclo meccanico tenda a produrre fibre di qualità inferiore, utili principalmente per prodotti di fascia medio-bassa, il riciclo chimico può offrire un materiale paragonabile a quello vergine. Ciò si traduce in opportunità commerciali più ampie, e in una maggiore accettazione da parte di marchi e consumatori attenti a standard qualitativi elevati. Barriere e prospettive In entrambi i casi, la disponibilità di rifiuti tessili ben separati e differenziati costituisce un fattore determinante per il successo dell’operazione. Tecnologie di riconoscimento della composizione fibrosa (come scanner NIR, marcatori RFID) e sistemi di raccolta efficaci sono cruciali per fornire ai riciclatori una materia prima adeguata. Le innovazioni tecnologiche stanno già delineando nuove frontiere: il riciclo meccanico potrebbe avvalersi di processi di sfilacciatura meno aggressivi, per mantenere le fibre più lunghe, mentre il riciclo chimico sta sperimentando nuovi solventi “verdi” e reazioni a bassa temperatura per ridurre ulteriormente l’impatto ambientale. Le politiche governative e gli incentivi finanziari, infine, possono contribuire a creare un quadro favorevole per l’adozione su larga scala di entrambi i metodi, promuovendo la nascita di filiere circolari integrate. Prospettive Future e Conclusioni: Verso una Strategia Integrata La transizione verso un’economia circolare nel settore tessile richiede sforzi coordinati tra istituzioni, imprese e centri di ricerca. Sebbene il riciclo meccanico e quello chimico siano spesso presentati come alternative, in realtà possono coesistere e integrarsi efficacemente in un modello ibrido. Le fasi iniziali di smistamento e pretrattamento potrebbero, per esempio, avvalersi di tecniche meccaniche per separare rapidamente le fibre più adatte a essere sfilacciate, mentre altre frazioni più complesse e contaminate potrebbero essere destinate al riciclo chimico, massimizzando in tal modo i volumi di recupero e la qualità complessiva dei materiali rigenerati. In un futuro prossimo, la sfida maggiore sarà ridurre i costi e l’impatto ambientale dei processi chimici, rendendoli competitivi anche per materiali più difficili da trattare. Nel contempo, l’evoluzione dell’automazione e dell’Intelligenza Artificiale sta aprendo strade interessanti per una cernita più precisa e rapida, con conseguente miglioramento delle rese sia nei processi meccanici sia in quelli chimici. Sul fronte normativo, l’Unione Europea ha introdotto obiettivi specifici per la raccolta e la gestione dei rifiuti tessili, con la prospettiva di favorire l’utilizzo di materie prime seconde. Tali azioni mirano a ridurre l’impiego di risorse vergini, promuovendo al contempo l’innovazione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro nel riciclo avanzato. In definitiva, il riciclo dei tessuti costituisce una componente essenziale per abbattere l’impatto ambientale del settore tessile, promuovendo al contempo opportunità economiche e sociali. Il confronto tra riciclo meccanico e chimico mostra come entrambi i metodi abbiano un ruolo chiave e complementare, offrendo soluzioni diversificate per una varietà di materiali e applicazioni. Se accompagnati da politiche lungimiranti, investimenti in ricerca e sviluppo, e una crescente consapevolezza dei consumatori, questi approcci possono davvero traghettare il settore tessile verso un futuro più sostenibile e circolare. © Riproduzione VietataRiferimenti Bibliografici Ellen MacArthur Foundation (2017). A New Textiles Economy: Redesigning Fashion’s Future. Textile Exchange (2021). Preferred Fiber & Materials Market Report. Bartl, A. (2011). Barriers towards achieving a circular economy in textile recycling: A state-of-the-art review. Journal of Cleaner Production, 19(1), 127–134. Chen, J., & Patel, M. K. (2012). Chemical recycling of polyester: A review of life cycle assessments. Resources, Conservation and Recycling, 74, 123–135. Sandin, G., & Peters, G. (2018). Environmental impact of textile reuse and recycling – A review. Journal of Cleaner Production, 184, 353–365. Directive (EU) 2018/851 of the European Parliament and of the Council of 30 May 2018, amending Directive 2008/98/EC on waste.
SCOPRI DI PIU'
La storia ci ha insegnato come le comunità nere sono state usate per riparare alcuni disastri ambientali di Marco ArezioLe guerre, come si sa, fanno sempre molti morti, ma gli strumenti per combatterle non sempre contemplano le armi. La finanza e l’industria usano strumenti meno eclatanti e rumorosi per ottenere, a volte, le stesse perdite di vite umane. Tutto iniziò nel 1982, quando un produttore di trasformatori elettrici decise di disfarsi dei propri rifiuti composti da PCB, che causarono varie forme di cancro nella popolazione in un’area di 300 km. intorno all’azienda. Quando lo scandalo emerse, lo stato della Carolina del Nord dovette ripulire l’area e scegliere un luogo dove collocare i rifiuti pericolosi. L’area scelta fu Warren, una piccola comunità Afro-americana, proprio per il colore della pelle dei suoi abitanti e per il basso tenore di vita, contadini probabilmente dalla bassa scolarizzazione, che faceva presumere l’accettazione incondizionata delle scorie pericolose. Ma cos’è il PCB? I PCB sono una miscela di diversi isomeri, insolubili in acqua, che vengono utilizzati negli oli e impiegati nei grandi condensatori e trasformatori elettrici, in virtù della loro elevata resistenza alle alte temperature e come isolanti elettrici. La loro tossicità venne studiata, a causa dell’aumento dei casi di eruzioni cutanee, malattie del sangue e di cancro al fegato, in alcune aree industriali dove veniva fatto uso del PBC. Nonostante dagli anni 70 dello scorso secolo, questo tipo di fluido chimico sia andato progressivamente fuori produzione a causa dell’alta tossicità, l’episodio accaduto a Warren, al di là dei problemi sanitari riscontrati, fece emergere un movimento di protesta che sottolineava l’uso del razzismo ambientale per la risoluzione dei problemi legati all’ecologia. Nonostante le proteste da parte dei cittadini e la causa intentata, il sito fu decontaminato solamente nel 2000 e l’azione legale finì in un nulla di fatto. Nella contea di Warren, vicino alla discarica, abitavano fino al 78% di afro-americani e la violazione del diritto alla loro salute fece nascere in quegli anni il movimento per la giustizia ambientale, che si proponeva non solo di combattere le fonti di inquinamento industriale e le discariche, ma si poneva anche l’obbiettivo di difendere la popolazione afro-americana dalle pressioni per delocalizzare le produzioni inquinanti e i rifiuti pericolosi nelle aree in cui abitavano, senza coinvolgerli nelle scelte. Il movimento assunse un valore politico e cercò di analizzare I motivi e le implicazioni che le decisioni di installare delle discariche e delle produzioni pericolose, arrecassero alla popolazione nera. Nel 1987, lo studio ToxicWaste and Race in the United States, realizzato dalla Chiesa progressista nera United Church of Christ, aveva evidenziato che la razza era il principale fattore di scelta per la localizzazione di una discarica pericolosa, come successe per Warren, parlando così di razzismo ecologico. La questione razziale non era probabilmente sentita all’interno dei movimenti ambientalisti tradizionali, come il Sierra Club, la Audubon Society, la Wilderness Society, il WWF e l’Environmental Defense Fund che, in quegli anni, poco tolleravano la vicinanza ai movimenti ambientalisti neri, tanto che, spesso, disertavano le loro marce di protesta. Non dobbiamo però pensare che il problema del razzismo ambientale sia da confinare solo negli Stati Uniti, ma viene espresso anche in Gran Bretagna e in Francia, in cui non solo il colore della pelle costituiva il fatto denigratorio, ma le classi sociali e le condizioni economiche dei residenti. Vedi maggiori informazioniFoto: Greg Gibson / AP
SCOPRI DI PIU'
Il problema dei rifiuti, dell’inquinamento dei mari e le problematiche ambientali sono su tutte le TV del mondo e si leggono quotidianamente in retedi Marco ArezioNon è sempre facile far capire ai bambini che si può e si deve fare tutto il possibile per preservare il nostro pianeta, senza spaventarli e senza scadere in una sterile lezione di educazione ambientale che rischia di non creare quell’empatia tanto cara ai giovani. Ci sono riusciti Luca della Grotta e Francesco Dafano, attraverso una fiaba che tocca il cuore, raccontando in modo animato e divertente le problematiche dei rifiuti che la società produce, ma anche di sostenibilità e di riciclo. In questo cartoon i protagonisti sono proprio i rifiuti, in un mondo difficile in cui vivere, raccontando loro stessi, con un misto di frustrazione per la loro condizione e, nello stesso tempo, di speranza per un mondo migliore dove ogni rifiuto buttato potrebbe avere una seconda possibilità. Slim è una scatola di cartone usata e Bubbles una bottiglia di bibita gassata, vivono in un mercato con altri amici emarginati, nascondendosi dai Risucchiatori, le macchine aspiranti degli addetti alle pulizie. Nonostante la condizioni in cui vivono, sperano di poter raggiungere la Piramide Magica, un luogo dove ogni rifiuto può tornare a vivere e ad essere utile alla comunità. Sembra che gli eventi della vita impedisca loro di coronare questo sogno, quando, un imprevisto cambierà il loro destino.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi i libri per bambini
SCOPRI DI PIU'
Il commercio online sta avanzando in modo prepotente nelle abitudini dei consumatori, forte di alcune peculiarità che aiutano il fenomenodi Marco ArezioVelocità di consegne, semplicità nell’acquisto, cataloghi molto ampi, economicità dei prezzi e comodità rispetto all’acquisto in un negozio fisico, specialmente in periodi come questi dove vi sono restrizioni nella mobilità. Una corsa alle vendite on line è fatta anche da produttori di articoli che fino a poco tempo fa non utilizzavano questo canale e, quindi, il bacino dell’offerta è diventato veramente enorme. Tra migliaia di offerte per articoli simili, il marketing ha affinato tecniche persuasive verso i clienti sapendo cosa i consumatori si aspettano di trovare in un prodotto. La Commissione Europea e le autorità nazionali di tutela dei consumatori hanno indagato sulle offerte di alcuni prodotti nel mercato on line e hanno notato una massiccia presenta di messaggi fuorvianti, esagerati e, a volte, falsi, in merito al greenwashing. Poiché i consumatori che utilizzano il servizio degli acquisti on line sono anche clienti che richiedono generalmente prodotti più sostenibili, le informazioni sui prodotti in vendita da parte dei produttori o la pubblicità sull’articolo, sono spesso intrise di affermazioni che richiamano la sostenibilità e la riciclabilità dello stesso. Termini come riciclato, verde, green economy, ecologico, biologico, impatto zero, e molti altri spesso si trovano sulle confezioni ma, in realtà, non rispecchiano sempre la filiera produttiva dell’articolo, dando al cliente informazioni non corrette e senza supportare le affermazioni con prove. Uno studio della Comunità Europea ha valutato 344 dichiarazioni di sostenibilità "apparentemente dubbie" fatte online dalle aziende, la maggior parte delle quali nei settori dell'abbigliamento e dei tessuti, dei cosmetici, della cura della persona e delle apparecchiature domestiche. Nel 42% dei casi le autorità di controllo nazionali hanno appurato che le affermazioni stampate sugli imballi fossero false, ingannevoli o potenzialmente ingannevoli per i consumatori, quindi da considerare come una pratica sleale secondo il diritto dell’Unione Europea. Queste informazioni che il consumatore trova sugli imballi non sono sufficienti per permettere una corretta scelta del prodotto e, nel 37% dei casi, vengono utilizzati termini volutamente vaghi senza dati a supporto chiari e certificati. Il commissario europeo per la giustizia Didier Reynders, ha affermato che mentre alcune aziende si sforzano di produrre prodotti realmente eco-compatibili, altre prendono una strada più breve e senza costi, attraverso l’uso di affermazioni vaghe, false o esagerate. Per parlare di un settore in cui il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, possiamo citare il comparto della produzione e raffinazione dei carburanti fossili, le cui società stanno spendendo enormi risorse economiche per crearsi una reputazione più verde. Ma interessante è anche notare, per esempio, le informazioni che i consumatori possono trovare su un flacone di detersivo, in cui si legge spesso la frase: Prodotto Riciclabile. Non vi è dubbio che sia una affermazione corretta, un flacone in HDPE fatto con polimero vergine è riciclabile, ma è fuorviante, se anche abbinato a sigle o disegni che fanno immaginare la natura e la cura dell’ecosistema, inducendo il consumatore ad acquistare un flacone che non segue i principi dell’economia circolare. Infatti, il flacone per rispettare i canoni della circolarità delle materie prime deve essere fatto in plastica riciclata e, sull’etichetta, ci dovrà essere riportata una frase simile a: flacone fatto con materiale riciclato che può essere riciclato nuovamente. La Commissione Europea ha inviato agli stati membri un avviso di attenzione verso queste pratiche scorrette con l’esortazione di vigilare e punire chi trasgredisce le regole. Da parte del consumatore è sempre importante informarsi prima di effettuare un acquisto, cercando di farsi un quadro chiaro di cosa è riciclato, riciclabile o falsamente tale, mettendo a confronto più prodotti e le informazioni che i produttori distribuiscono al mercato.
SCOPRI DI PIU'