Scopri come trasformare gli scarti di cucina in un piatto sorprendente e sano, con patate biologiche e formaggio di montagnaIn un mondo in cui la sostenibilità non è più solo una scelta, ma una vera e propria necessità, imparare a valorizzare ogni ingrediente diventa un gesto rivoluzionario e creativo. Così nasce la ricetta dei tortini di patate e bucce di verdura, un piatto che affonda le sue radici nella tradizione contadina italiana e che oggi torna protagonista nelle cucine attente all’ambiente. Preparare questi tortini significa dare nuova vita a ciò che normalmente scarteremmo: le bucce delle patate, delle carote, delle zucchine, ma anche il gambo di un broccolo o le foglie esterne di un porro. È una ricetta che sa di casa, di infanzia e di convivialità, ma che parla il linguaggio contemporaneo della lotta allo spreco alimentare e del rispetto per il territorio. Portare in tavola i tortini di patate e bucce di verdura è un piccolo atto d’amore verso il pianeta, un modo concreto per ridurre i rifiuti organici e per riscoprire sapori dimenticati, arricchiti da un formaggio locale come la toma o un pecorino di montagna dal gusto deciso ma gentile. Gli ingredienti per 4 persone - 800 g di patate biologiche (meglio se a pasta gialla) - Le bucce ben lavate di 3 patate, 2 carote, 1 zucchina e, a piacere, altri scarti di verdure di stagione (gambo di broccolo, foglie di porro, bucce di zucca) - 120 g di formaggio sostenibile, a scelta tra toma locale o pecorino di montagna - 2 uova biologiche - 2 cucchiai di farina integrale o di ceci - 1 spicchio d’aglio - Erbe aromatiche fresche (prezzemolo, timo, maggiorana) - Sale e pepe nero macinato al momento - 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva bio - Pangrattato (meglio se di recupero, ad esempio pane raffermo grattugiato) Come preparare i tortini di patate e bucce di verdura La preparazione di questa ricetta è quasi un rito di consapevolezza, in cui ogni passaggio diventa un’occasione per riflettere sull’importanza di non sprecare nulla. Inizia lavando accuratamente tutte le verdure, in modo che le bucce siano pronte per essere utilizzate senza timori. Sbuccia le patate (tenendo da parte le bucce), quindi lessale in abbondante acqua leggermente salata finché non saranno morbide ma non sfatte. Scolale, lasciale intiepidire e schiacciale in una ciotola capiente con una forchetta o uno schiacciapatate. Nel frattempo, trita finemente le bucce di patate, carote, zucchine e gli eventuali altri scarti selezionati, insieme all’aglio e alle erbe aromatiche fresche. Scalda un cucchiaio d’olio extravergine d’oliva in una padella antiaderente e salta il trito di bucce per circa 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirlo e sprigionare tutti i profumi. Unisci le bucce saltate alle patate schiacciate, aggiungi le uova, la farina, il formaggio tagliato a dadini o grattugiato grossolanamente, sale e pepe. Amalgama con cura, regolando la consistenza: l’impasto deve essere morbido ma modellabile. Se dovesse risultare troppo umido, aggiungi un po’ di pangrattato. Ungi leggermente dei pirottini da forno o degli stampini monoporzione e cospargili con pangrattato. Riempi gli stampi con il composto, pressando leggermente. Spolvera la superficie con altro pangrattato e un filo d’olio. Inforna a 180°C (forno statico già caldo) per circa 25-30 minuti, o finché i tortini saranno dorati in superficie e compatti all’interno. Lascia riposare qualche minuto prima di sformare e servire, così i sapori si amalgamano meglio. Con quali bevande accompagnarli I tortini di patate e bucce di verdura si sposano alla perfezione con una bevanda semplice ma di carattere. Per un pranzo rustico ma raffinato, scegli un vino bianco naturale delle Alpi o degli Appennini, come un Timorasso, un Erbaluce di Caluso o un Verdicchio biologico: la loro freschezza e leggera sapidità esalteranno la dolcezza delle patate e la complessità delle bucce di verdura. Per chi preferisce una proposta analcolica, è ideale un infuso freddo di erbe aromatiche (timo, salvia e limone) oppure una birra artigianale chiara non filtrata. In ogni caso, scegli una bevanda prodotta con attenzione al territorio e all’ambiente, in pieno spirito slow life. Sostenibilità, sapore e tradizione si incontrano in questi tortini, perfetti per chi vuole mangiare bene senza rinunciare a un gesto concreto per l’ambiente.Scopri il libro che ha conquistato migliaia di lettori: ricette 100% vegetali, facili da preparare e incredibilmente gustose, per una cucina green che non rinuncia al piacere Ci sono libri che aprono una finestra su un mondo nuovo. “Cucina Botanica” di Carlotta Perego, creatrice del celebre progetto omonimo, è proprio uno di questi. Più che un semplice ricettario, è una porta d’ingresso – accogliente, semplice, colorata – verso uno stile di vita alimentare basato sul vegetale, ma lontano anni luce da rinunce o rigidità. Un invito gentile a ripensare il proprio rapporto con il cibo, con la natura e, soprattutto, con il tempo che dedichiamo a nutrirci. Il successo di questo libro si spiega con la forza di una promessa mantenuta: cucina vegetale sì, ma senza complicazioni. In un panorama editoriale dove spesso la cucina plant-based viene raccontata in modo elitario o complicato, Carlotta fa l’opposto. Propone ricette sane, veloci, accessibili a tutti e, cosa non secondaria, davvero buone. Il suo approccio è pratico, concreto, ma sempre ispirato da una profonda cura per la qualità e la stagionalità degli ingredienti. Cosa si trova all’interno A colpire subito è l’equilibrio perfetto tra semplicità ed estetica. Ogni ricetta è accompagnata da fotografie pulite, istruzioni chiare e ingredienti facili da reperire. Non servono attrezzature professionali né giornate libere: qui si cucina in modo intuitivo e veloce, ma con attenzione al gusto e alla salute. Tra le preparazioni più apprezzate troviamo: - Tofu croccante con salsa di soia e sesamo, per chi cerca alternative proteiche gustose; - Zuppe e vellutate stagionali, ideali per chi ama la cucina comfort ma leggera; - Polpette vegetali di legumi e ortaggi, perfette anche per bambini e pranzi fuori casa; - Dolci naturali e senza zuccheri raffinati, come banana bread o tortine al cioccolato con farina integrale; - Sughi veloci e condimenti homemade, per dare nuova vita anche al piatto di pasta più semplice. Il tutto senza mai cadere nell’ideologia: Carlotta non predica, ma ispira. Racconta la sua esperienza, condivide motivazioni, piccoli trucchi e soprattutto un messaggio chiaro: “Mangiare vegetale è alla portata di tutti.” Perché comprarlo “Cucina Botanica” è il libro giusto se: - Vuoi ridurre il consumo di carne e derivati animali, ma non sai da dove cominciare; - Hai poco tempo per cucinare ma non vuoi rinunciare a un’alimentazione sana; - Cerchi idee nuove per rendere più colorata e varia la tua tavola; - Ami i libri di cucina ben fatti, belli da sfogliare, ma soprattutto utili nel quotidiano; - Ti incuriosiscono le ricette vegetali, ma hai bisogno di una guida rassicurante, amichevole, mai giudicante. Non a caso è diventato in breve tempo un vero e proprio caso editoriale, apprezzato sia da chi segue già una dieta vegana, sia da chi vuole semplicemente sperimentare nuove ricette sostenibili e gustose. In sintesi, “Cucina Botanica” è quel libro che finisce macchiato di farina e curry perché lo userai davvero, che resta aperto sul tavolo mentre prepari la cena, che ti farà dire: “ma quanto è semplice mangiare bene?”. 👉 Scoprilo su Amazon e lasciati guidare, passo dopo passo, verso una cucina vegetale fatta di cose buone, belle e davvero alla portata di tutti.
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Scopri cosa rende unica Interzum rispetto alle altre grandi fiere del settore, perché è fondamentale per chi produce, progetta o innova nell’arredamento e nell’interior designdi Marco ArezioNel mondo del mobile, delle superfici e dei componenti per l’arredamento, poche manifestazioni riescono a racchiudere la complessità, la visione internazionale e la spinta innovativa di Interzum. Entrare nei suoi padiglioni è come percorrere un laboratorio a cielo aperto: qui convergono materiali, soluzioni, tecnologie e idee che determinano la direzione dell’intero settore, anticipando i trend che vedremo nelle case, negli uffici e negli spazi pubblici di domani. Interzum, che si svolge a cadenza biennale nel centro espositivo Koelnmesse di Colonia, in Germania, si rivolge a una platea che spazia dai produttori di materie prime alle grandi aziende del mobile, dai designer agli architetti, passando per i buyer e le startup più dinamiche. La fiera abbraccia tre grandi mondi che spesso si intrecciano: la ricerca sui materiali e sulle superfici, l’evoluzione dei componenti funzionali, le nuove frontiere del tessile e dell’imbottito. Ogni edizione si trasforma così in una mappa delle possibilità: superfici antibatteriche, laminati eco-compatibili, sistemi intelligenti di illuminazione, cerniere invisibili, tessuti tecnici ricavati da riciclo, schiume performanti, finiture bio-based. Non si tratta solo di vedere nuovi prodotti, ma di cogliere il senso di una filiera che cambia pelle, spinta dall’esigenza di coniugare sostenibilità, estetica e performance. Perché esporre: visibilità, business e contaminazione internazionale Esporre a Interzum significa entrare in un contesto dove innovazione e creatività sono le vere monete di scambio. Qui si incontrano i grandi player globali, ma anche le piccole aziende di nicchia che spesso lanciano le idee più sorprendenti. Chi sceglie di partecipare come espositore sa che ogni contatto può tradursi in collaborazioni internazionali, accesso a nuovi mercati e possibilità di confrontarsi con le esigenze reali di una platea trasversale, che va dal mondo contract al residenziale, fino alle soluzioni per la mobilità e l’ospitalità. Interzum è una piattaforma che valorizza l’identità di ogni brand: la possibilità di mostrare nuovi materiali, brevetti, tecnologie e collezioni trova qui un palcoscenico globale, dove l’attenzione di visitatori e media si concentra sulle idee più fresche e disruptive. La contaminazione tra aziende di settori diversi – dal tessile tecnico al legno, dai polimeri ai sistemi elettronici – permette di superare i confini tradizionali e favorisce lo sviluppo di partnership trasversali e innovazioni di prodotto. Perché visitare: formazione, ispirazione e visione sul futuro Per chi visita Interzum, l’esperienza è un’immersione totale nelle tendenze che ridisegnano l’abitare. Non è raro vedere designer che tracciano schizzi davanti a un nuovo materiale, responsabili acquisti che programmano partnership strategiche, architetti che cercano ispirazione tra tecnologie smart e finiture sensoriali. La fiera, più che una semplice esposizione, diventa un luogo di formazione continua: workshop, aree tematiche e installazioni sperimentali stimolano la riflessione e il confronto. Partecipare come visitatori significa poter toccare con mano materiali, soluzioni, prototipi e tecnologie che spesso saranno disponibili sul mercato solo dopo mesi. Interzum è un acceleratore di conoscenza e di tendenze: chi vuole essere aggiornato e mantenere un vantaggio competitivo non può ignorare l’appuntamento. Interzum e le altre grandi fiere del settore: analogie, differenze e unicità Ma cosa rende Interzum davvero diversa rispetto ad altre fiere di riferimento a livello globale, come il Salone del Mobile di Milano, SICAM a Pordenone, Ligna ad Hannover o la spagnola FIMMA-Maderalia a Valencia? La forza di Interzum sta nell’essere il cuore della subfornitura e dell’innovazione di processo. Se il Salone di Milano è la vetrina mondiale del prodotto finito e del design, Interzum ne rappresenta la fucina nascosta: qui nascono le soluzioni che designer e brand mostreranno un anno dopo al grande pubblico. SICAM, molto apprezzata per l’accessibilità e il focus sul business immediato, resta più raccolta e specializzata, mentre Interzum ha un respiro globale e una vocazione alla ricerca trasversale. Ligna invece punta principalmente sulle tecnologie per la lavorazione del legno e le macchine industriali, e FIMMA-Maderalia si concentra soprattutto sul mercato iberico e sulle lavorazioni dei materiali lignei, pur avendo una presenza internazionale. Interzum si distingue per l’ampiezza della visione, la presenza di tendenze trasversali (dal green building ai materiali smart), l’internazionalità degli espositori e dei visitatori, la capacità di fare scouting di novità che spesso anticipano le scelte di mercato. In poche altre fiere si percepisce così chiaramente l’accelerazione verso la sostenibilità e la circolarità, temi che emergono ovunque: dai biopolimeri ai rivestimenti eco-compatibili, dai sistemi per il risparmio energetico ai processi di riciclo avanzato. Conclusione: Interzum come esperienza e laboratorio del futuro In conclusione, Interzum non è solo una fiera, ma un’esperienza che ridisegna i confini di ciò che sarà possibile realizzare nel mondo del mobile, delle superfici, del tessile e dei componenti. È il luogo dove la filiera si confronta, innova, si reinventa e costruisce le basi del futuro abitare, tra design, funzione e responsabilità ambientale. Parteciparvi, da visitatore o da espositore, significa decidere di non essere spettatori, ma protagonisti dell’evoluzione di un settore che oggi più che mai deve saper rispondere alle sfide del mondo reale. © Riproduzione Vietata
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Gli scarti da post consumo costituiscono la base di tre tipologie differenti di pavimentazioni modulari carrabili da esternodi Marco ArezioIl settore dell’edilizia è nel pieno della rivoluzione green, che non riguarda solo il recupero degli scarti durante le demolizioni di tutti quei materiali riciclabili, ma anche dei nuovi prodotti che possono essere fatti, in parte o al 100% con materiali riciclati da post consumo. I produttori di articoli edili hanno trovato alcune brillanti soluzioni che possono raggiungere un doppio obbiettivo: creare dei prodotti circolari e ridurre, attraverso il riutilizzo, i rifiuti sul mercato. Nell’ambito delle pavimentazioni modulari per esterni prendiamo in esame tre tipologie differenti di prodotti, che hanno un approccio all’utilizzo dei rifiuti molto diversi tra loro, ma il cui risultato tecnico e architettonico soddisfa pienamente la clientela. I prodotti presi in esame sono: • Masselli autobloccanti in PVC da scarti di cavi esausti • Piastrelle modulari composte da scarti di vetro, bottiglie, sacchetti in PE e scarti di ceramica • Piastrelle modulari composte da scarti misti in plastica non riciclabili, ceneri degli altiforni e scarti di piastrelle. Gli approcci sono differenti, ma la qualità dei prodotti e la funzione di riciclo dei rifiuti ne fa una proposta interessante, da inserire nei cantieri in cui la voce sostenibilità è tenuta in considerazione. Il massello in PVC riciclato e riciclabile è un prodotto in diretta concorrenza con i masselli in cemento, da cui eredita la carrabilità e l’alta resistenza a compressione, ma aggiunge molte altre caratteristiche migliorative, in quanto è completamente isolante, non assorbe liquidi, non viene macchiato da olio o benzina, si taglia facilmente a mano, è verniciabile e non è soggetto all’azione aggressiva dei sali stradali. Inoltre non attinge a risorse naturali, acqua, sabbia, ghiaia e ha un impatto ambientale in fase di produzione molto più limitato rispetto alla produzione del cemento. Le piastrelle modulari formate dagli scarti di vetro provenienti dalla raccolta differenziata, mischiati con i rifiuti in PE e gli scarti di ceramica, sono una buona soluzione non solo per il riciclo composto da materiali diversi, ma anche per la durabilità dell’elemento che vede nella ceramica e soprattutto nel vetro una robustezza nel tempo importante. Anche queste piastrelle sono carrabili, resistono ai sali stradali e all’abrasione della circolazione veicolare, in virtù del macinato di vetro contenuto. Infine, le piastrelle modulari costituite dai rifiuti non riciclabili della raccolta differenziata, mischiati con le ceneri degli altiforni e con gli scarti delle piastrelle esauste macinate, danno un gradevole aspetto estetico al pavimento e un ottimo passaporto green sul riciclo in quanto, utilizzano due componenti classificati come rifiuti non riciclabili e quindi da smaltire in discarica, quindi ben oltre i materiali riciclati tradizionali. Sono piastrelle modulari che vengono impiegate normalmente i passaggi pedonali, piazze e marciapiedi rendendo sostenibile l’intervento di ripristino edile dell’area.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pavimentazioni - edilizia
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Scopri le mete europee meno conosciute che stanno conquistando i viaggiatori attenti all’ambiente: itinerari autentici, esperienze locali e turismo responsabile per un futuro più sostenibiledi Marco ArezioIn un’epoca in cui il turismo di massa ha raggiunto livelli insostenibili, in termini ambientali, sociali e culturali, una nuova consapevolezza sta ridefinendo il modo in cui viaggiamo. Il concetto di “viaggio” sta lasciando spazio a quello di “esperienza”, e sempre più persone scelgono di allontanarsi dalle rotte battute per esplorare angoli nascosti d’Europa. Al centro di questa trasformazione vi è una parola chiave: sostenibilità. Il declino del turismo di massa e la ricerca di autenticità Negli ultimi decenni, città come Venezia, Barcellona, Dubrovnik o Amsterdam sono diventate simboli del cosiddetto overtourism, con flussi turistici che hanno messo a dura prova non solo l’ambiente urbano ma anche la qualità della vita dei residenti. Di fronte a questo scenario, la reazione è stata duplice: da un lato, le istituzioni hanno iniziato a imporre limiti (come l’ingresso a pagamento nei centri storici), dall’altro i viaggiatori stessi si sono dimostrati più ricettivi a proposte alternative. Cresce così l’interesse verso destinazioni emergenti, borghi remoti, villaggi montani, piccole isole e aree rurali che conservano intatte le proprie tradizioni e un rapporto armonioso con la natura. Non è un ritorno al passato, ma un nuovo modo di vedere il futuro del turismo. Le nuove mete sostenibili: viaggio attraverso un’Europa meno nota 1. Albania del Sud – Riviera autentica e incontaminata Tra le mete che stanno conquistando l’interesse dei viaggiatori più attenti all’ambiente e alle culture locali, spicca la costa meridionale dell’Albania, con luoghi come Ksamil, Himara e il Parco Nazionale di Llogara. Qui, le spiagge hanno ancora un volto selvaggio, le strutture ricettive sono spesso a conduzione familiare e il cibo segue i ritmi della terra. L’impatto del turismo è contenuto e il desiderio di preservare l’identità locale è forte. 2. Slovenia – un laboratorio verde nel cuore dell’Europa La Slovenia è da tempo in prima linea sul fronte della sostenibilità. Lubiana, la sua capitale, è stata proclamata “Green Capital of Europe” già nel 2016, ma anche le aree rurali come la valle del Soča, le Alpi Giulie e il villaggio di Kranjska Gora stanno attirando un pubblico che cerca escursioni, silenzi e accoglienza autentica. I trasporti pubblici ben organizzati, l’uso esteso di energie rinnovabili e la promozione dell’agricoltura biologica fanno della Slovenia un esempio da seguire. 3. Portogallo interno – bellezza discreta tra colline e vigneti Mentre Lisbona e Porto continuano a essere affollate, l’interno del Portogallo, come la regione dell’Alentejo o i villaggi di schisto nella Beira Baixa, rappresenta una risposta più sostenibile e profonda. Si cammina tra oliveti, si visitano cantine di vini naturali, si alloggia in antiche case ristrutturate con materiali locali. Le attività turistiche sono spesso integrate nella vita del territorio, favorendo economia circolare e inclusione. 4. Estonia – foreste digitali e tradizioni artigianali Sconosciuta ai più fino a pochi anni fa, l’Estonia è oggi tra le destinazioni più apprezzate dai digital nomads e dagli amanti del turismo lento. Le sue foreste coprono oltre metà del territorio, le città come Tartu e Pärnu uniscono modernità e cultura baltica, mentre la rete di sentieri, rifugi e piste ciclabili promuove una mobilità dolce. La connessione tra innovazione e natura è il tratto distintivo di questa nazione baltica. 5. Grecia settentrionale – oltre le Cicladi Chi cerca un’autentica esperienza ellenica può risalire verso l’Epiro, la Macedonia centrale o i villaggi di montagna dello Zagori. In queste aree, lontane dalla frenesia turistica delle isole più famose, la Grecia mostra il suo volto più genuino: ospitalità calda, cucina tradizionale e un ritmo di vita lento. Alcuni progetti di ecoturismo stanno rilanciando i vecchi sentieri di pastori e incentivando il restauro di edifici storici con finalità ricettive. Perché il turismo sostenibile sta diventando la norma Non si tratta solo di una moda passeggera, ma di una trasformazione culturale profonda. Le nuove generazioni di viaggiatori, in particolare i Millennials e la Gen Z, si dimostrano sempre più attente all’impatto ambientale e sociale delle proprie scelte. Si preferisce il treno all’aereo, il cibo locale al fast food, l’artigianato al souvenir prodotto in serie. Il concetto di lusso si è trasformato: non è più sinonimo di opulenza, ma di esperienza unica, di silenzio, di immersione nella natura e nelle comunità locali. Anche le piattaforme digitali e le agenzie di viaggio si stanno adattando, proponendo itinerari che valorizzano la biodiversità, le economie locali e le pratiche responsabili.ACQUISTA IL LIBRO Viaggiare meglio, non di più Il futuro del turismo in Europa si gioca sulla qualità, non sulla quantità. Le destinazioni emergenti rappresentano non solo un’opportunità per chi viaggia, ma anche una chance per territori che vogliono crescere nel rispetto del loro patrimonio naturale e culturale. La vera sfida sarà mantenere questo equilibrio, evitando che anche queste nuove mete diventino vittime del successo. La sostenibilità, in fondo, non è solo una questione ambientale, ma un’attitudine mentale. È il desiderio di lasciare i luoghi meglio di come li abbiamo trovati. È il piacere di scoprire l’Europa con occhi nuovi, seguendo sentieri dimenticati e incontrando persone che hanno ancora storie autentiche da raccontare.© Riproduzione Vietata
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Si possono verificare fenomeni di degradazione del PET, durante la lavorazione, che ne influenzano la qualitàdi Marco ArezioIl PET è uno tra i polimeri più usati in produzione, in quanto, anche riciclato, costituisce una tra le materie prime principali nel settore del packaging. Le sue caratteristiche di buona resistenza meccanica, trasparenza, economicità, inerzia termica, durabilità e riciclabilità, ne hanno fatto il polimero per eccellenza, per esempio, nella produzione di bottiglie per l’acqua e per le bibite, nel settore farmaceutico, nei prodotti per il corpo e per la produzione di fibre. Il PET, tuttavia, può facilmente degradare a causa di errati processi nelle lavorazioni termiche o ambientali, i quali possono creare una modificazione chimica della struttura del polimero, creando delle catene a basso peso molecolare che possono alterare, anche in maniera marcata, le proprietà originali. Tra le influenze ambientali negative possiamo annoverare l’umidità, infatti, il PET è un polimero igroscopico e, in presenza di condizioni di riscaldamento del materiale, la commistione tra umidità e calore potrebbe portare ad una depolimerizzazione. Proprio per questo motivo il granulo prima di qualsiasi tipo di processo dovrebbe essere essiccato, utilizzando una corrente di aria riscaldata con basso contenuto di vapore acqueo, al fine di evitare la degradazione idrolitica. Inoltre, l’acqua ha un doppio ruolo, oltre ad innescare la degradazione idrolizzando i legami dell’estere, viene assorbita dal materiale e agisce da plasticizzante. Le possibili cause di degradazioni del PET sono molteplici, ma quella relativa alla presenza di umidità è tra le più comuni nella trasformazione del polimero, che si manifesta velocemente durante il processo, con dirette conseguenze sulla proprietà del materiale. Per questo motivo, prima di essere estruso, il PET dovrebbe essere accuratamente deumidificato, riducendo il valore dell’acqua presente fino a un valore di 30 ppm. Un altro tipo di degradazione del PET, che si può manifestare durante la lavorazione del polimero, riguarda lo stress termico, cioè l’eccessiva esposizione al calore che può accadere durante la sua estrusione, creando un sottoprodotto come l’acetaldeide. Una vite di estrusione mal progettata, condizioni di processo troppo drastiche, come condotti troppo stretti e, infine, un’alta percentuale di residui di catalizzatori, possono portare a eccessivi sforzi meccanici che, legati alle alte temperature, possono causare fenomeni di degradazione. La presenza di acetaldeide, facilmente individuabile dal naso umano come odore sgradevole già in presenza di pochi ppm, può essere considerata come l’indice di degradazione del PET, infatti, è particolarmente temuto quando si producono contenitori alimentari. Non è poi solo una questione di odore fastidioso che potrebbe alterare il sapore dei cibi contenuti nelle vaschette alimentari, ma c’è da considerare che l’acetaldeide è un elemento cancerogeno del gruppo 1. Inoltre il PET può essere interessato da fenomeni di termossidazione che portano ad ingiallimento dei prodotti. Per evitare questo problema si può estrudere, sotto flusso di azoto, utilizzando anche additivi specifici per bloccare le reazioni con perossidi e/o impurità presenti dal processo di polimerizzazione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - degradazione - PET - produzione
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