Quali meccanismi umani e psicologici il manager deve tenere monitorati per aumentare la partecipazione corale del team di lavorodi Marco ArezioC’è un detto, molto conosciuto, che recita: su una barca tutti devono remare nella stessa direzione per arrivare alla meta il più in fretta possibile, dividendo gli sforzi in modo equo. L’azienda è forse la migliore espressione di questo sforzo corale delle risorse umane, che lavorano in modo serrato e all’unisono per raggiungere quegli obbiettivi che dovrebbero essere condivisi dal gruppo. Non tutti hanno la stessa forza e le stesse caratteristiche da destinare al lavoro, ma ognuno rappresenta un tassello della squadra su cui fare affidamento, nell’azione complessa che porta l’azienda verso il raggiungimento dei propri obbiettivi. All’interno di un team, le persone sono l’espressione di sé stesse, del proprio vissuto, del proprio carattere e delle proprie capacità, univoche e particolari, che possono differire da quelle di altri ma non per questo migliori o peggiori. All’interno della squadra, la componente caratteriale di ogni singola persona determina giochi di forza tra i colleghi, spingendo i più intraprendenti ed ambiziosi ad imporsi sugli altri, a volte in modo positivo, quindi attraverso l’esempio, le doti di leadership e di carisma, a volte incidendo negativamente sui colleghi, con il tentativo di minimizzare la collaborazione allo scopo di emergere sugli altri. È facile intuire che una squadra, in cui si creino delle frizioni, delle emarginazioni e delle denigrazioni tra le persone con un fine ben preciso, gli elementi più fragili dal punto di vista caratteriale, i più sensibili, i meno sicuri di sé, chi non riesce a sopportare uno scontro strisciante nel tempo con gli elementi più forti, possano in breve tempo soccombere. Un tipo di leadership all’interno della squadra che usa questi metodi è poco proficua per l’azienda, in quanto mancando uno sforzo corale e coordinato al raggiungimento degli obbiettivi, le possibilità di perdere alcuni elementi, di rallentare la spinta propositiva o, peggio, di avere dei lavoratori rassegnati e poco attivi può creare molti problemi. Il manager, da cui dipendono i lavoratori, dovrebbe vigilare sui rapporti di forza all’interno dei team, ma soprattutto, capire le qualità delle persone più fragili emotivamente, che possono portare comunque il loro contributo, magari importante per le doti che hanno, potendo lavorare nelle condizioni di tranquillità emotiva. Può capitare che un introverso non abbia il coraggio di proporre idee o soluzioni, oppure esegua dei lavori in modo meccanico per paura di sbagliare e di venire giudicato, non solo dal superiore, ma soprattutto dai colleghi con cui vive la quotidianità. Può capitare che una persona con bassa autostima possa seguire, facilmente e in modo corretto il flusso del lavoro, intuire migliorie e novità, ma non si sente in grado di proporre iniziative perché può sviluppare, nella sua mente, la convinzione di non essere migliore di altri nel proporre soluzioni utili, e che, quindi, se queste non fossero all’altezza delle aspettative collegiali, lo vivrebbe come un’altra sconfitta personale. Conoscere i pro e i contro dei componenti della propria squadra permette un dialogo costruttivo, empatico e senza preconcetti, che metta i lavoratori a proprio agio nel partecipare in modo creativo all’azione dell’impresa. Il manager deve saper instillare ai soggetti emergenti il rispetto per i colleghi, l’umiltà nel lavoro e la costruttiva collaborazione e, se serve, reprimere gli abusi e le discriminazioni soprattutto versi i più fragili. Il concetto, largamente diffuso, che la forza lavoro non espansiva o non apparentemente competitiva possa essere un peso all’azienda credo sia del tutto fuori luogo, inoltre credere che all’interno dei team di lavoro la soluzione naturale del “vinca il più forte” possa portare una scrematura, utile a formare gerarchie funzionali al lavoro, sia un concetto pericoloso e poco efficace. Ogni persona si può esprimere al meglio se si sente apprezzata, se riceve fiducia e se viene rispettata come individuo, prima ancora di essere un lavoratore, sta poi al manager capire, in funzioni delle caratteristiche intellettive e caratteriali di ognuno, come assegnare il giusto ruolo ai componenti del proprio team.
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Con una capacità di 5 MW, l’impianto di Bouillac contribuirà alla transizione energetica francese, riducendo le emissioni e sostenendo l’economia localedi Marco ArezioNel contesto delle sfide energetiche globali e della transizione verso fonti rinnovabili, l'Italia si distingue per l’impegno delle sue aziende nell'espansione delle energie pulite in Europa. Un esempio rilevante è Plenitude, la divisione energetica del gruppo ENI dedicata alle energie rinnovabili, che ha recentemente avviato la produzione del suo nuovo impianto solare a Bouillac, in Francia, con una capacità installata di 5 megawatt (MW). Questo nuovo progetto rappresenta un passo significativo per Plenitude, che ha come obiettivo il rafforzamento del proprio portafoglio di energia rinnovabile e la riduzione delle emissioni di gas serra. Un Impianto Strategico per la Francia L'impianto solare di Bouillac si inserisce in una strategia di espansione delle fonti rinnovabili in Francia, dove il governo si è impegnato a incrementare la quota di energia pulita per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Con una capacità di 5 MW, l'impianto è in grado di fornire energia pulita a migliaia di famiglie e contribuire alla stabilità energetica del paese, riducendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili. Plenitude e la Transizione Energetica Plenitude è una delle aziende leader in Europa nella produzione di energia rinnovabile e, attraverso iniziative come l'impianto di Bouillac, dimostra un impegno concreto nella transizione energetica. La società punta a raggiungere una capacità installata di energia rinnovabile di 15 GW entro il 2030, combinando impianti solari, eolici e di bioenergia per sostenere una rete energetica più sostenibile e resiliente. La scelta della Francia per questo nuovo progetto non è casuale: il paese è uno dei principali mercati europei per l’energia rinnovabile e offre incentivi significativi per lo sviluppo di impianti solari. Questo favorisce aziende come Plenitude nel contribuire all’espansione dell'energia solare e accelerare il raggiungimento degli obiettivi climatici fissati a livello nazionale ed europeo. Impatti e Benefici per la Comunità Locale L’impianto di Bouillac non solo favorirà la transizione energetica, ma avrà anche un impatto positivo sull'economia locale. La costruzione e la manutenzione di impianti solari richiedono competenze tecniche e manodopera specializzata, creando opportunità di lavoro sia dirette che indirette nella regione. Inoltre, l'energia solare genera una produzione di energia a basso impatto ambientale, migliorando la qualità dell'aria e riducendo l'inquinamento atmosferico locale rispetto alle fonti fossili. La Visione a Lungo Termine di Plenitude Plenitude si impegna non solo nella produzione di energia rinnovabile, ma anche nella promozione di un modello di business sostenibile e responsabile. L’azienda ha implementato diverse iniziative per migliorare l'efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale delle sue attività. Attraverso collaborazioni con altre imprese e istituzioni, Plenitude mira a sviluppare tecnologie innovative e a sostenere la ricerca e lo sviluppo nel settore delle energie rinnovabili. Conclusione L’inaugurazione dell’impianto solare di Bouillac rappresenta un traguardo importante per Plenitude e un contributo significativo alla decarbonizzazione della rete energetica francese. In un contesto di crescente urgenza per affrontare il cambiamento climatico, progetti come questo non solo aiutano a ridurre le emissioni di CO2, ma offrono anche un modello replicabile per altre aziende e nazioni che vogliono investire in un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Analisi dei flussi post-consumo, comportamento in trasformazione e limiti applicativi del polietilene a bassa densità nel packaging flessibileManuale. Film Plastico Riciclato. Capitolo 3: LDPE riciclato. Origine degli scarti, proprietà tecniche e criteri industriali di utilizzodi Marco Arezio. Dicembre 25.Il polietilene a bassa densità (LDPE) rappresenta uno dei materiali più diffusi e strategici nel settore del packaging flessibile, sia in termini di volumi immessi sul mercato sia per varietà di applicazioni. La sua flessibilità, la resistenza alla lacerazione, la saldabilità e la capacità di essere trasformato in film sottili lo hanno reso, nel corso dei decenni, il materiale di riferimento per sacchetti, buste, film da imballaggio e involucri protettivi. Proprio questa diffusione capillare è alla base dell’abbondante disponibilità di scarti post-consumo, che costituiscono oggi una delle principali fonti di LDPE riciclato. Analizzare le origini degli scarti post-consumo di LDPE significa entrare nel merito della relazione tra uso finale del prodotto, modalità di consumo e qualità del materiale recuperabile. A differenza di altri polimeri più rigidi o strutturali, l’LDPE è impiegato prevalentemente in applicazioni a ciclo di vita breve, spesso legate al consumo quotidiano. Questo aspetto determina una grande quantità di rifiuto generato, ma introduce anche una variabilità significativa in termini di composizione, contaminazione e stato di degrado del materiale. Gli scarti post-consumo di LDPE derivano in larga misura da imballaggi flessibili destinati al contatto diretto o indiretto con merci di diversa natura. Sacchetti per la spesa, film per il confezionamento di prodotti alimentari, involucri protettivi per beni industriali e agricoli costituiscono una parte rilevante di questo flusso. Ciascuna di queste applicazioni lascia un’impronta specifica sul materiale, influenzandone le caratteristiche chimico-fisiche al momento della raccolta. Un elemento centrale nella valutazione degli scarti post-consumo è il grado di esposizione del materiale a fattori di degrado. Durante la fase d’uso, il film in LDPE può essere sottoposto a sollecitazioni meccaniche, termiche e ambientali che incidono sulla lunghezza delle catene polimeriche e sulla stabilità del materiale. L’esposizione alla luce solare, in particolare nei contesti agricoli o logistici, può innescare fenomeni di foto-ossidazione che compromettono parzialmente le proprietà meccaniche del polimero. Anche il contatto con sostanze grasse, detergenti o residui organici contribuisce a modificare il profilo del materiale recuperato. Dal punto di vista del riciclo, non tutti gli scarti post-consumo di LDPE presentano lo stesso potenziale di valorizzazione. La qualità del materiale recuperabile dipende in modo significativo dalle modalità di raccolta e dalle condizioni in cui il rifiuto viene conferito. La raccolta differenziata domestica, ad esempio, genera flussi di LDPE caratterizzati da un’elevata eterogeneità, sia in termini di provenienza sia di grado di contaminazione. Al contrario, scarti post-consumo provenienti da circuiti più controllati, come la grande distribuzione o la logistica industriale, tendono a presentare caratteristiche più uniformi. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la presenza di materiali estranei all’interno dei flussi di LDPE post-consumo. Etichette, inchiostri, residui di altri polimeri e contaminanti inorganici rappresentano una sfida rilevante per le fasi successive di selezione e rigenerazione. Anche piccole percentuali di materiali incompatibili possono influenzare negativamente il comportamento del fuso durante l’estrusione, rendendo più complessa la produzione di film riciclati di qualità costante. ACQUISTA IL MANUALEPROMUOVI LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI
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Alcuni imprenditori concentrano su se stessi il business senza far crescere l’azienda. Il problema degli yes-man e dei familiari all’internodi Marco Arezio Non c’è dubbio che il mercato si è fatto complicato e che le aziende per sopravvivere devono dotarsi di una struttura manageriale indipendente, qualificata e spesso slegata dalla famiglia che ne detiene la proprietà, che goda di una visione internazionale e che abbia potere decisionale per valutare le migliori prospettive per l’azienda prima che per l’imprenditore. Molte aziende familiari, che si occupano di riciclo, stanno vivendo una fase di forte trasformazione a causa dei cambiamenti del mercato, i quali sono maggiormente rappresentati dall’ingresso di società strutturate che si occupavano fino a poco tempo prima di business correlati ma differenti. Il mondo del riciclo delle materie plastiche si è sviluppato agli inizi degli anni 80 del secolo scorso, un po’ in sordina, sotto forma di piccole imprese che raccoglievano la plastica di scarto e ne seguivano la lavorazione, a volte anche con metodi un po’ artigianali. Il loro sviluppo, negli anni successivi, a seconda della collocazione geografica Europea, seguiva i sistemi imprenditoriali nazionali che si basavano, al nord, più facilmente sulla creazione di medie e grandi imprese, mentre nel Sud Europa, il più delle volte, basate sulla crescita di piccole e medie imprese che sfruttavano le opportunità che il mercato poteva offrire. Agli inizi degli anni duemila, il trend di crescita del mercato del riciclo delle materie plastiche e del suo indotto, ha avuto una grande accelerazione, con il passaggio delle aziende a dimensioni di fatturato e produttività sempre maggiori. A partire da questo periodo, il mercato del Sud Europa, contrariamente a quello che è successo nel Nord Europa, si è caratterizzato da un importante numero di piccole imprese che si sono trasformate in medie e grandi società produttrici di polimeri plastici, attrezzature per il riciclo o di servizi per il mercato. Inoltre, molte micro imprese artigianali si sono trasformate in piccole e medie aziende di produzione nell’ambito della plastica. Molti fondatori di queste società, specialmente quelle medio-grandi, hanno seguito passo dopo passo in prima persona, lo sviluppo delle proprie creature dalla loro fondazione, con un successo a volte crescente nel tempo e diventando l’unico punto di riferimento all’interno della società. L’incarnazione del successo commerciale e produttivo in un mercato nel corso degli anni in continua crescita, non ha generalmente creato situazioni in cui ci si potesse fermare per capire se il modello di business, varato dal proprietario-imprenditore, fosse corretto con l’evoluzione dei mercati. Nel frattempo, molte cose sono cambiate, in un mondo sempre più globalizzato e competitivo, non solo dal punto di vista commerciale, ma anche sulle materie prime, sulle innovazioni tecniche, sulla necessaria rapidità nel prendere decisioni e sulla qualità del management necessario per la dimensione aziendale. Alcuni imprenditori, vivendo sui successi passati, non hanno affrontato in modo lucido ed imparziale l’evoluzione del mercato, continuando con un modello di gestione che ruotava, o ruota ancora oggi, intorno a loro, creando un soldato solo sul campo di battaglia. Ci sono delle situazioni cruciali che hanno inciso o incideranno sul destino di queste aziende: Una struttura gestionale sotto dimensionata rispetto al fatturato aziendale Una piramide di valori non indirizzata verso l’attenzione al cliente Una non obbiettiva valutazione delle qualità professionali dei familiari inseriti in azienda a cui si attribuiscono responsabilità e poteri decisionali Una propensione nella creazione di collaboratori yes-man in ruoli chiave Difficoltà nel delegare ai collaboratori compiti specialistici e delicati Incapacità di creare un team manageriale che possa acquisire la gestione di aree aziendali Incapacità di mettersi in discussione Incapacità di dare fiducia Limitazione della professionalità e delle opportunità di carriera dei collaboratori Paura dell’effetto ombra, che alcuni dipendenti potrebbero creare sui parenti che lavorano in azienda Internazionalizzazione non prioritaria Mancata presa di coscienza dei raggiunti limiti di età dei fondatori-manager Mancanza di una strategia aziendale per la successione del leader Oggi, molte di queste aziende, sono frenate e in difficoltà per i motivi sopra descritti e, inoltre, per il rallentamento aziendale dovuto all’eccessiva concentrazione decisionale nelle mani dell’imprenditore che non ha più il tempo e, forse, tutte le capacità legate ai molti ambiti aziendali in evoluzione, anche sotto l’aspetto tecnologico, di seguire il vorticoso flusso del mercato attuale. Si aggiunga inoltre che, da quando la domanda di avere all’interno dei prodotti finiti quote sempre maggiori di materiale plastico riciclato, le grandi aziende, strutturate e lungimiranti, stanno acquisendo quote di mercato attraverso l’incorporazione di riciclatori, che possono garantire la filiera della materia prima seconda. Una parte di questi imprenditori ha capito quanto il mercato stia diventando competitivo, anche per la sproporzione delle disponibilità finanziarie che i nuovi concorrenti possono mettere in campo, ma soprattutto per la capacità di fare rete e di cogliere tutte le opportunità che il mercato concede, quindi decide di cedere l’azienda con l’obbiettivo di rilanciarla oppure per ritirarsi. Un’altra parte di imprenditori crede fermamente nella storia della propria società, facendo conto su se stesso e sulla tradizione che ha contraddistinto il loro cammino, in una sorta di immutabilità delle cose, con la speranza un giorno, il più lontano possibile per loro, che i propri figli indossino la loro corona e diventino i re del loro piccolo regno.
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Guida al riciclo meccanico del PVC: qualità del materiale, formulazioni, trasformazione, difetti, prodotti, mercato e stabilità produttivaManuale tecnico. PVC Riciclato – Manuale Tecnico - Introduzionedi Marco ArezioIl PVC riciclato come materia industriale complessa e governabile Il cloruro di polivinile rappresenta un caso unico nel panorama dei materiali polimerici industriali. Non solo per la sua diffusione capillare nei settori più diversi – edilizia, infrastrutture, elettrotecnica, packaging, medicale, automotive – ma soprattutto per la sua natura intrinsecamente formulativa. A differenza di polimeri come polietilene o polipropilene, nei quali la resina costituisce il fulcro quasi esclusivo delle prestazioni, il PVC esiste industrialmente come sistema complesso, nel quale la catena polimerica è solo il punto di partenza di un equilibrio più articolato. Stabilizzanti, plastificanti, lubrificanti, cariche, modificanti d’impatto e pigmenti non sono accessori, ma elementi strutturali che determinano comportamento, trasformabilità e durabilità del materiale. Questa caratteristica, spesso considerata una complicazione, è in realtà la ragione per cui il PVC si presta in modo particolarmente efficace al riciclo meccanico. Il PVC riciclato non è una semplice “resina rigenerata”, ma una materia industriale stratificata, che incorpora nella propria struttura chimica e fisica la storia delle applicazioni precedenti, dei cicli termici subiti, delle formulazioni adottate nel corso della sua vita utile. Ogni flusso di PVC riciclato porta con sé una memoria tecnica che, se correttamente interpretata, può essere governata e valorizzata. Nel contesto industriale contemporaneo, il PVC riciclato non può più essere trattato come un materiale secondario destinato a impieghi residuali. L’evoluzione delle tecnologie di selezione, lavaggio, compounding ed estrusione ha reso possibile ottenere granuli con livelli di stabilità e ripetibilità compatibili con applicazioni tecniche evolute. Tuttavia, questa possibilità non è automatica. Richiede un approccio progettuale consapevole, che riconosca la complessità del materiale e la trasformi in un sistema controllabile. Dove questa consapevolezza manca, il PVC riciclato diventa imprevedibile; dove è presente, diventa una risorsa industriale competitiva. Uno degli equivoci più diffusi nel settore è l’idea che il PVC riciclato debba “comportarsi come il vergine”. Questo presupposto, oltre a essere tecnicamente infondato, è spesso la causa principale di insuccessi produttivi. Il PVC riciclato non è un sostituto diretto del vergine, ma un materiale con una propria identità tecnica, che richiede criteri di valutazione differenti. Pretendere che risponda agli stessi parametri senza adattare formulazione e processo significa ignorare la natura stessa del materiale. La qualità del PVC riciclato non è un attributo assoluto, ma il risultato di una catena di decisioni coerenti. Origine dello scarto, grado di contaminazione, tipologia di additivi legacy, modalità di rigenerazione, stabilizzazione termica, finestra di processo: ogni elemento contribuisce in modo determinante al risultato finale. In questo senso, il PVC riciclato non può essere giudicato con parametri semplificati o riduttivi. Richiede un’analisi multidimensionale, che tenga conto della funzione d’uso, delle condizioni di trasformazione e delle prestazioni richieste nel tempo. Questo manuale parte da un presupposto chiaro: il PVC riciclato è una materia industriale governabile, non una variabile incontrollabile. Ma la governabilità non è un dato di partenza, è un obiettivo da costruire. Si costruisce attraverso conoscenza tecnica, esperienza di processo e capacità di interpretazione dei segnali che il materiale restituisce durante la trasformazione. Il PVC, più di altri polimeri, comunica in modo evidente le proprie condizioni: variazioni cromatiche, instabilità termiche, difetti superficiali, anomalie dimensionali non sono eventi casuali, ma manifestazioni di equilibri alterati.ACQUISTA IL MANUALEPROMUOVI LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI
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