Come il mercato e la politica stanno cambiando il mercato del riciclo della plasticadi Marco ArezioIl mercato del riciclo della plastica, e le sue imprese, stanno soffrendo sotto il fuoco incrociato di amici, veri o presunti e di nemici dichiarati, con la conseguenza che un intero comparto dell’economia circolare rischia di sparire o ridursi notevolmente con tutte le implicazioni ambientali che possiamo immaginare. I riciclatori sono gente un po' controcorrente, hanno iniziato la loro attività raccogliendo la plastica che veniva gettata come rifiuto dalla società, visti un po' come un comparto sporco, povero e senza importanza. Hanno trasformato questo business da poveri in un mercato maturo economicamente, tecnologicamente ed ecologicamente virtuoso, molto prima che i nomi altisonanti della filiera produttiva se ne attribuisse i meriti. Hanno sopportato gli sterili attacchi dell’opinione pubblica, invaghita dei messaggi sull’abolizione della plastica che cavalcava la crociata contro il mare inquinato, come se fosse colpa della plastica e non di chi la disperde nell’ambiente. Hanno continuato a riciclare, dare lavoro, pagare le tasse e ripulire il pianeta, in silenzio, con ostinata convinzione che fossero sulla strada giusta, nonostante tutto. Ma quando le loro attività hanno assunto una dimensione importante nel mercato della plastica, dopo grandi investimenti, fatica, studi e progressi, si sono trovati difronte a ostacoli difficili da sormontare: • Il prezzo delle materie prime vergini è crollato ad un punto per cui alcune materie prime riciclate costano di più di quelle vergini, con la conseguenza del crollo della domanda. • A causa della riduzione di redditività del comparto del riciclo gli investimenti rimangono limitati e il rifiuto plastico sul mercato non trova sempre la giusta collocazione. • I costi per il ciclo del riciclo rimangono elevati, anche a causa dell’alto costo dell’energia, impedendo un maggiore ampliamento delle vendite della materia prima. • La competizione di prezzo con le materie prime vergini non imprime una spinta all’economia circolare nei paesi in via di sviluppo con conseguenze ambientali negative. • Una carenza politica diffusa a supporto del riciclo delle materie plastiche che impongano l’uso della plastica riciclata sempre più ampia nei prodotti in cui è possibile usarla. • Una mancanza di sostegni economici al comparto del riciclo che gli permetta di sostenersi e di compiere quell’opera sociale e ambientale di cui i cittadini hanno diritto. Ma risolvere questi problemi non esaurisce i compiti per arrivare all’applicazione della circolarità dei rifiuti plastici, se non si spinge ulteriormente sul riciclo chimico, per quella percentuale di plastica non riciclabile, sulla creazione di imballi al 100% riciclabili e sull’energia rinnovabile che deve essere a disposizione dell’industria a costi contenuti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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Scopri come nasce il neoprene, quali sono le sue proprietà, come si produce e si ricicla, e perché viene spesso confuso con l’EPDMdi Marco ArezioIl neoprene è uno dei materiali sintetici più noti ed emblematici del XX secolo, frutto della ricerca chimica finalizzata alla scoperta di gomma artificiale con caratteristiche tecniche superiori a quelle naturali. Le radici della sua storia risalgono agli anni ’30 del Novecento, quando la crescente domanda di gomma, unita alle difficoltà di approvvigionamento e ai costi elevati della gomma naturale, spinse le industrie chimiche a individuare alternative sintetiche. Nel 1930, i ricercatori della DuPont, guidati dallo scienziato Julius Arthur Nieuwland e dal chimico Wallace Hume Carothers, svilupparono e brevettarono per la prima volta un composto noto come policloroprene, commercializzato poi con il nome di “DuPrene”. Solo pochi anni più tardi il nome venne modificato in “Neoprene”, destinato a diventare sinonimo di qualità e durabilità. Grazie al migliorato processo di polimerizzazione e a una crescente conoscenza delle sue potenzialità, il neoprene iniziò a essere impiegato in numerosi settori industriali, tra cui quello automobilistico, aeronautico, delle costruzioni e dell’abbigliamento tecnico. L’importanza storica del neoprene risiede anche nel suo ruolo come primo elastomero sintetico di successo industriale dopo la scoperta della gomma di butadiene. Questa scoperta trasformò radicalmente molti processi di produzione e contribuì a ridisegnare la filiera industriale di diversi settori. Oggi, il neoprene rimane un materiale indispensabile, sebbene la sua popolarità sia stata affiancata da altre gomme sintetiche, come l’EPDM o il silicone. Definizione chimica e caratteristiche principali Struttura molecolare Dal punto di vista chimico, il neoprene è un polimero sintetico di cloroprene, ovvero il 2-cloro-1,3-butadiene. Viene ottenuto attraverso un processo di polimerizzazione in emulsione, durante il quale le molecole di monomero di cloroprene si legano in lunghe catene. Questo legame molecolare conferisce alla gomma finale un’elevata resistenza chimica e meccanica. La presenza dell’atomo di cloro nella struttura molecolare del polimero contribuisce a migliorare la stabilità termica e la resistenza all’ossidazione, rendendo il neoprene più duraturo rispetto a molte altre gomme sintetiche. Inoltre, l’introduzione di reticoli all’interno della struttura polimerica (il cosiddetto cross-linking) ne aumenta ulteriormente la resistenza all’abrasione e ai fenomeni di degradazione. Proprietà fisiche e chimiche Le proprietà principali che rendono il neoprene un materiale altamente versatile sono: - Resistenza chimica: il neoprene è resistente a molti agenti chimici, tra cui oli, grassi, idrocarburi e solventi moderati. - Stabilità termica: l’intervallo di temperatura di utilizzo va in genere da -40 °C a +120 °C (a volte fino a 135 °C, a seconda della formulazione). - Buona elasticità: sebbene non al livello di altri elastomeri come il silicone, il neoprene mantiene comunque un’ottima elasticità anche a temperature relativamente basse. - Infiammabilità ridotta: rispetto ad altre gomme sintetiche, il neoprene ha una minore tendenza a bruciare rapidamente. - Proprietà meccaniche: presenta una buona resistenza alla trazione e allo strappo e un’ottima capacità di smorzare le vibrazioni. Queste caratteristiche chimico-fisiche, unite a una buona lavorabilità, hanno favorito il successo del neoprene in numerosi campi, diventando un punto di riferimento per l’industria. Processi di produzione del neoprene Il processo industriale di produzione del neoprene può essere riassunto in diverse fasi fondamentali. Pur esistendo varianti a seconda del produttore, la procedura di base resta la stessa e prevede: - Sintesi del cloroprene: il monomero base, il cloroprene (2-cloro-1,3-butadiene), viene sintetizzato partendo da butadiene e cloro. Questa reazione chimica avviene generalmente in un ambiente controllato, in presenza di catalizzatori e temperature moderate. - Polimerizzazione in emulsione: il monomero di cloroprene viene emulsionato in acqua con l’aggiunta di un tensioattivo. In presenza di un iniziatore di reazione, il cloroprene si polimerizza formando lunghe catene. - Coagulazione e separazione del polimero: una volta completata la polimerizzazione, il polimero (neoprene) viene coagulato, separato dall’acqua e dai residui di reazione, quindi essiccato per rimuovere l’umidità in eccesso. - Formulazione e compounding: nella fase successiva, il polimero grezzo viene spesso miscelato con additivi (antiossidanti, ritardanti di fiamma, agenti di vulcanizzazione, pigmenti) per migliorarne o personalizzarne le proprietà a seconda dell’applicazione finale. - Vulcanizzazione: il composto risultante viene infine sottoposto a processi di vulcanizzazione (in genere a base di zolfo o di altri agenti), che creano legami trasversali fra le catene polimeriche aumentando la stabilità e la resistenza. L’intero processo richiede rigidi controlli di qualità e conformità ambientale, soprattutto nelle fasi in cui si maneggiano agenti chimici potenzialmente pericolosi come il cloro o il butadiene. Impieghi industriali e commerciali Settore automobilistico e trasporti Il neoprene è ampiamente impiegato nel settore automobilistico, dove viene sfruttato per la realizzazione di guarnizioni, tubi flessibili, soffietti e componenti di tenuta in genere. La resistenza all’olio e al carburante, unitamente alla stabilità alle escursioni termiche, lo rende un materiale ideale per componenti soggetti a stress meccanico e agenti chimici aggressivi. Analogamente, nel settore ferroviario e aerospaziale, il neoprene trova applicazione in guarnizioni di porte, finestrini, sistemi di sospensione e altri dettagli che richiedono elevate performance e durata nel tempo. Industria delle costruzioni Nel settore edile, il neoprene viene impiegato soprattutto come materiale di giunzione e isolamento: dai giunti di dilatazione alle guarnizioni per serramenti e facciate continue. Essendo un ottimo isolante termico e acustico, è spesso utilizzato per smorzare vibrazioni e rumori, migliorando il comfort degli ambienti interni. Inoltre, la sua resistenza alle condizioni atmosferiche, come pioggia e irraggiamento solare, ne garantisce la durevolezza nel tempo. Abbigliamento tecnico e sport Uno degli usi più conosciuti del neoprene è nella realizzazione di mute da sub, tute da surf e abbigliamento per sport acquatici in generale. In questo ambito, il neoprene offre: - Isolamento termico: grazie alla presenza di microbolle d’aria incorporate nel materiale, riducendo la dispersione di calore. - Impermeabilità: la struttura a cellule chiuse impedisce l’ingresso di acqua. - Elasticità: facilita i movimenti, garantendo comfort durante le attività sportive. Oltre alle mute subacquee, il neoprene è impiegato nella produzione di ginocchiere, gomitiere e protezioni sportive per la capacità di assorbire gli urti e fornire sostegno alle articolazioni. Altri settori Il neoprene trova vasto impiego anche nella produzione di nastri trasportatori, teli protettivi, rivestimenti di cavi, componenti meccanici per macchinari industriali, calzature e accessori vari (custodie per dispositivi elettronici, cover per laptop, etc.). La versatilità di questo materiale lo rende particolarmente apprezzato in applicazioni che richiedono un mix di resistenza, stabilità, impermeabilità e flessibilità. Riciclo e sostenibilità del neoprene Come molti altri elastomeri sintetici, il neoprene presenta sfide significative in materia di riciclo e sostenibilità ambientale. La presenza del cloro rende più complesso il processo di riciclo chimico, mentre la vulcanizzazione introduce legami trasversali difficili da “rompere” e riutilizzare. Tuttavia, negli ultimi anni sono state sviluppate alcune strategie e tecnologie per contenere l’impatto ambientale: - Riciclo meccanico: uno dei metodi più comuni consiste nella macinazione o granulazione degli scarti di neoprene (ad esempio gli avanzi di produzione). Questo materiale granulato può essere parzialmente riutilizzato come carica all’interno di nuovi compound di gomma. - Riciclo chimico (devulcanizzazione): esistono processi chimici o termici volti a rompere i legami reticolari creati durante la vulcanizzazione, in modo da rigenerare parte del polimero. Tuttavia, tali processi possono risultare costosi e necessitano di elevati consumi energetici. - Riutilizzo creativo (upcycling): negli ultimi anni si è diffusa la pratica di recuperare lastre o ritagli di neoprene per realizzare nuovi prodotti, come borse, accessori moda, cuscini e rivestimenti. Questo approccio valorizza il materiale e ne prolunga il ciclo di vita, pur non trattandosi di un vero e proprio riciclo industriale. Poiché la crescente sensibilità ambientale spinge verso materiali più sostenibili, diversi produttori hanno iniziato a esplorare alternative a base biologica o processi di polimerizzazione meno impattanti. Tuttavia, al momento, il neoprene tradizionale resta largamente impiegato grazie alle sue prestazioni tecniche. Confronto tra neoprene ed EPDM: perché si possono confondere e quali sono le differenze EPDM: definizione e caratteristiche EPDM (Etilene Propilene Diene Monomero) è un elastomero sintetico composto principalmente da tre monomeri: etilene, propilene e una piccola percentuale di diene, che permette la vulcanizzazione. Le proprietà dell’EPDM includono: - Eccellente resistenza agli agenti atmosferici (ozono, UV, ossigeno). - Ottima elasticità e flessibilità a basse temperature. - Buona resistenza all’acqua e ai detergenti. - Scarsa resistenza a oli e idrocarburi (aspetto in cui il neoprene eccelle). L’EPDM è molto diffuso nell’edilizia, nei sistemi di copertura impermeabile, in componenti automotive non a contatto con carburanti (ad esempio guarnizioni per porte e finestrini). Motivi di confusione tra neoprene ed EPDM La confusione tra neoprene ed EPDM può sorgere per diversi motivi: - Somiglianza visiva e tattile: entrambi possono presentarsi come gomme nere, con aspetto opaco e una certa elasticità. - Ampio utilizzo in settori simili: neoprene ed EPDM vengono impiegati in applicazioni di guarnizionistica e isolamento, soprattutto negli ambiti dell’automotive e dell’edilizia. - Denominazioni generiche: spesso, in contesti non specializzati, ci si riferisce a entrambi come “gomma sintetica”, senza entrare nel dettaglio del tipo specifico. Differenze fondamentali Nonostante le apparenti similitudini, esistono differenze sostanziali: - Resistenza chimica: il neoprene è più resistente a oli, grassi e idrocarburi, mentre l’EPDM non tollera bene il contatto con sostanze oleose. - Struttura molecolare: il neoprene è un policloroprene, mentre l’EPDM è un copolimero di etilene, propilene e diene. La presenza del cloro nel neoprene lo rende più stabile al fuoco, ma anche più difficile da riciclare rispetto all’EPDM. - Impiegabilità in diverse temperature: entrambi hanno buone proprietà di resistenza termica, ma l’EPDM eccelle nelle temperature molto basse e ha un’ottima resistenza all’ozono e ai raggi UV, mentre il neoprene si difende meglio dal contatto con fiamme e sostanze chimiche. - Ambito di utilizzo: l’EPDM è più frequentemente usato per applicazioni di guarnizionistica in ambienti esposti agli agenti atmosferici (ad esempio, coperture di tetti, canalizzazioni per l’acqua, etc.), mentre il neoprene è preferito in ambienti che richiedono resistenza a oli, prodotti chimici o calore moderato. Conclusioni Il neoprene, scoperto negli anni ’30 come una soluzione sintetica alla gomma naturale, ha saputo conquistare un ruolo di primaria importanza in numerosi settori industriali, grazie alle sue peculiari proprietà di resistenza chimica, termica e meccanica. Questo elastomero sintetico si distingue per la versatilità d’impiego: dall’automotive all’edilizia, dall’abbigliamento sportivo alle applicazioni industriali più specifiche. La sfida ecologica legata al suo riciclo, pur rappresentando un punto critico, sta trovando nuove strade di soluzione grazie a processi meccanici, chimici e al riutilizzo creativo. Nel panorama delle gomme sintetiche, spesso si crea confusione con altri materiali come l’EPDM, ma la differenza principale risiede nella diversa composizione molecolare e, di conseguenza, nelle differenti proprietà chimiche e fisiche. In un contesto in cui l’economia circolare, la sostenibilità ambientale e la ricerca di soluzioni a minor impatto guadagnano sempre più terreno, è probabile che i processi produttivi del neoprene subiscano ulteriori miglioramenti, così come l’innovazione nelle tecnologie di riciclo. Nonostante la comparsa di nuovi polimeri e alternative a base biologica, il neoprene rimane oggi un materiale di riferimento nei settori che richiedono prestazioni elevate e affidabilità a lungo termine, confermandosi come uno dei pilastri dell’ingegneria dei materiali polimerici.© Riproduzione Vietata Bibliografia essenziale - DuPont: Sviluppi storici e brevetti originari (1930-1950). - Carothers, W.H., & Nieuwland, J.A.: Lavori pionieristici sulla sintesi del cloroprene. - Normative e standard ASTM (American Society for Testing and Materials) relative a prove e specifiche per gomme sintetiche.
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Come la stampa 3D con fibre di rinforzo sta trasformando l’industria dei materiali plastici avanzatidi Marco ArezioQuando si parla di stampa 3D, la mente corre subito al mondo dei prototipi, dei modelli rapidi, delle plastiche leggere pensate per test di forma o funzione. Ma questa immagine è ormai superata. Oggi, l’additive manufacturing è diventato uno strumento solido di produzione industriale, in grado di realizzare oggetti finiti, resistenti e altamente performanti. Una delle evoluzioni più promettenti di questa tecnologia riguarda l’impiego di polimeri rinforzati con fibre, materiali compositi capaci di coniugare leggerezza e robustezza, personalizzazione e durata. Si tratta di una trasformazione significativa, non solo dal punto di vista ingegneristico, ma anche in chiave ambientale. In un mondo che cerca con sempre più urgenza alternative sostenibili ai metodi produttivi tradizionali, la possibilità di stampare in 3D materiali rinforzati, in modo preciso, efficiente e su misura, apre scenari del tutto nuovi. Polimeri e fibre: un’alleanza per il futuro della produzione Alla base di questa rivoluzione c’è l’incontro tra due mondi: quello dei polimeri termoplastici, duttili, versatili e leggeri, e quello delle fibre ad alte prestazioni, come quelle di vetro, carbonio o aramide, che offrono proprietà meccaniche superiori. L’unione di questi materiali crea dei compositi strutturati che, rispetto alle plastiche tradizionali, vantano una maggiore resistenza alla trazione, alla flessione, all’usura e agli agenti chimici. Se in passato questi compositi erano disponibili solo in forma laminata o da stampare a compressione, oggi le cose sono cambiate. Le nuove tecnologie additive permettono di stampare in 3D direttamente questi materiali, in modalità sempre più avanzate, permettendo un controllo fino ad ora impensabile della forma, della struttura interna e della distribuzione delle fibre all’interno del pezzo. Due approcci, una stessa ambizione: migliorare le prestazioni senza rinunciare alla flessibilità Le strade per stampare materiali compositi sono principalmente due. Una prevede l’utilizzo di filamenti già caricati con fibre corte: si tratta di bobine in cui il materiale plastico è mescolato a micro-frammenti di fibra, che migliorano le proprietà meccaniche del pezzo finale senza alterarne la lavorabilità. Questo metodo, relativamente semplice e compatibile con molte stampanti FFF, rappresenta l’ingresso accessibile nel mondo dei compositi. L’altra strada, più sofisticata, è quella delle fibre continue. In questo caso, la stampante è progettata per co-estrudere, insieme al polimero, delle fibre lunghe che vengono letteralmente "tessute" all’interno del pezzo.È una tecnica più complessa, che richiede macchinari specializzati e software di slicing evoluti, ma consente di realizzare componenti realmente strutturali, con prestazioni comparabili a quelle di certi laminati industriali. In pratica, si può produrre un supporto in plastica rinforzata con fibra continua di carbonio, con un peso molto inferiore e una resistenza superiore rispetto a un equivalente in metallo.Oltre la tecnica: i vantaggi ambientali e industriali Il valore di questi materiali non si esaurisce però nei numeri delle prove di laboratorio. La possibilità di stampare solo ciò che serve, senza sprechi, riduce drasticamente l’impatto ambientale. La produzione on-demand permette di evitare lunghi trasporti, stoccaggi ingombranti e processi energivori. Si abbattono anche i costi di attrezzaggio e si riduce il time-to-market, un fattore critico in tutti i settori competitivi. Inoltre, molti produttori stanno già sperimentando filamenti bio-based o contenenti plastica riciclata, e le fibre di carbonio recuperate da scarti industriali iniziano a diventare una risorsa concreta. Tutto ciò rende l’additive manufacturing rinforzato una tecnologia pienamente compatibile con i principi dell’economia circolare, capace di unire prestazioni elevate e responsabilità ambientale. Applicazioni in crescita: dall’aerospazio all’edilizia I campi di applicazione si stanno moltiplicando. Nel settore aerospaziale, ad esempio, la stampa 3D con fibre rinforzate consente di produrre staffe leggere, condotti personalizzati e componenti resistenti alle vibrazioni, con un risparmio di peso che si traduce direttamente in risparmio energetico. In ambito automobilistico, viene utilizzata per prototipi funzionali ma anche per piccole serie di produzione, soprattutto nei veicoli elettrici o sportivi. Nel mondo della robotica e della meccatronica, i compositi stampati trovano impiego in bracci meccanici, leve e componenti strutturali leggeri ma resistenti. Anche in edilizia emergono applicazioni interessanti, come giunti modulari, staffe di connessione, o elementi architettonici che uniscono funzione e forma in un unico processo produttivo. Una sfida di competenze, qualità e materiali Naturalmente, la stampa 3D con materiali rinforzati non è esente da criticità. L’adesione tra la fibra e la matrice plastica è un aspetto delicato, che richiede ricerca sui materiali e attenzione nella scelta dei parametri di stampa. Anche il controllo dell’orientamento delle fibre è fondamentale: posizionarle nella direzione sbagliata può compromettere l’intera funzionalità del pezzo. Un altro punto cruciale è la ripetibilità del processo: se si vogliono certificare i pezzi per impieghi critici, serve garantire coerenza tra i lotti, cosa non sempre facile con le tecnologie attuali. Infine, i costi dei materiali, soprattutto quelli con fibre continue, sono ancora elevati, anche se in diminuzione man mano che la tecnologia si diffonde. Il futuro è su misura, sostenibile e digitale Guardando avanti, è facile intuire che questa tecnologia non solo crescerà, ma cambierà profondamente il modo in cui pensiamo la produzione. Le nuove frontiere riguardano l’integrazione con algoritmi di progettazione generativa, che suggeriscono forme e percorsi di rinforzo ottimali in base alle sollecitazioni attese. I materiali diventeranno sempre più ecologici, e la stampa distribuita – magari direttamente presso officine locali o centri di manutenzione – diventerà realtà. In questo contesto, l’additive manufacturing con polimeri rinforzati non è soltanto una promessa tecnologica. È uno strumento reale per realizzare prodotti più leggeri, più efficienti, più sostenibili. Una leva concreta per l’industria circolare, che punta a fare meglio con meno: meno materiale, meno energia, meno sprechi. Ma anche più innovazione, più precisione, più libertà progettuale.© Riproduzione Vietata
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Il SAF (Sustainable Aviation Fuel) miscelato con il normale carburante JetA1 testato su un volo intercontinentaleSi è parlato molte volte dell'impatto ambientale che il traffico aereo mondiale produce, sia per il numero di voli giornalieri nelle tratte bervi, medio lunghe ed intercontinentali, sia per il consumo di carburante per viaggiatore che un aereo esprime. Nell'ottica di trovare delle soluzioni compatibili, tra l'esigenza di movimento della popolazione mondiale e la necessità di contenere l'inquinamento, si è testato un carburante 100% di derivazione vegetale, prodotto in Italia, che potesse, attraverso la miscelazione con il normale carburante jetA1, esprimere livelli di emissioni inquinanti più basse.Una collaborazione che è nata tra un'azienda Italiana e una compagnia aerea Africana che stanno portando avanti un progetto che non solo porti a completare la fase dei test su voli a lungo raggio, ma permetta una più proficua collaborazione anche per le fonti di approvvigionamento della materia prima vegetale utilizzata. A questo test si è sottoposta la compagnia aerea Kenya Airways, che ha compiuto il primo volo in partenza dall'aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi, con arrivo ad Amsterdam Schiphol con un Boeing 787-800 (B787-8) Dreamliner. Per questo volo, il JetA1 è stato miscelato con Eni Biojet prodotto nella raffineria di Livorno distillando le bio-componenti prodotte nella bioraffineria di Gela in Siciclia. “La collaborazione con Eni Sustainable Mobility per questo primo volo con il SAF (Sustainable Aviation Fuel) ci mette sulla rotta per testare l'uso del carburante per l'aviazione sostenibile in Africa. I dati e le informazioni generati dal volo pilota saranno preziosi per le decisioni politiche, i quadri normativi e le best practice del settore relative al SAF. Si tratta di un’importante pietra miliare per Kenya Airways e per il più ampio settore dell'aviazione africana” dichiara Allan Kilavuka, amministratore delegato di Kenya Airways. “La fornitura di Eni Biojet all’aeroporto di Nairobi è un passo importante per Eni Sustainable Mobility perché conferma come l’azienda possa sostenere, anche in ambito internazionale, compagnie aeree come Kenya Airways nel proprio percorso di decarbonizzazione” dichiara Stefano Ballista, Amministratore delegato di Eni Sustainable Mobility. Eni Biojet contiene il 100% di componente biogenica ed è idoneo ad essere utilizzato in miscela con il jet convenzionale (JetA1) fino al 50%. Dal 2025, per tutti i voli in partenza dagli aeroporti europei, una quota di SAF sarà obbligatoria. Per questo KQ sta lavorando per trarre vantaggio dall’attuale diffusione dei carburanti sostenibili per l'aviazione, in conformità con la direzione indicata dall'Unione Europea con il regolamento ReFuelEU Aviation, che stabilisce obiettivi di miscelazione dei carburanti tradizionali con carburanti più sostenibili in quantità crescenti. Eni commercializza anche un carburante per il settore avio contenente il 20% di componente biogenica, il JetA1+Eni Biojet, per la cui fornitura ha sottoscritto accordi con compagnie aeree nazionali e internazionali, oltre che con aeroporti e operatori del settore della logistica. Dal 2024 le bioraffinerie di Venezia e Gela inizieranno la produzione di Eni Biojet a partire da materie prime rinnovabili che arriverà a oltre 200 mila tonnellate/anno. Questo obiettivo richiede un’importante fornitura di materie prime, per la quale Eni sta sviluppando sia una filiera in Kenya per la raccolta degli UCO (oli di cucina esausti), lavorando con aziende e operatori del settore food e contribuendo a gestire un rifiuto alimentare in un’ottica di economia circolare, sia una rete di agri-hub in Kenya e altri Paesi africani, per produrre oli vegetali da terreni marginali che non sono in competizione con la produzione alimentare.Info by ENI
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L’azienda è specializzata nel riciclo meccanico delle plastiche da post consumo e post industriali e nella produzione di granuli e macinatiContinuano le operazioni di acquisizioni sul mercato Europeo da parte dei grandi gruppi industriali attivi nel settore della plastica, che spingono per rilevare riciclatori e produttori di resine circolari al fine di aumentare la loro offerta di prodotti green sul mercato. Iber Resinas è un’azienda con sede a Valencia (Spagna) che si occupa del riciclo del polipropilene, del polietilene e del polistirolo, derivanti dalla raccolta differenziata o dai rifiuti di produzione industriale. trasformandoli in macinati o granuli per la produzione di nuovi prodotti plastici.L’azienda ha un mercato consolidato nella vendita di polimeri riciclati che interessano il settore dell’automotive, quello edilizio e del settore degli imballaggi. L’acquirente che ha chiuso l’operazione è la multinazionale TotalEnergies, che continua la sua diversificazione del business, oltre che nel settore dell’energia rinnovabile, anche in quello delle plastiche riciclate. Lo scopo di questa acquisizione per TotalEnergies è quello di aumentare la sua produzione di polimeri circolari in Europa, l’ampliamento della sua gamma di prodotti riciclati e il miglioramento del suo accesso alle materie prime, attraverso la rete di fornitori di Iber Resinas. Dal lato opposto, Iber Resinas sfrutterà le sinergie con TotalEnergies per sviluppare prodotti di qualità e beneficerà della capacità della società di accelerare la propria crescita. "Questa acquisizione è un ulteriore passo verso il raggiungimento della nostra ambizione di aumentare la quota di polimeri circolari nella nostra produzione di plastica al 30% entro il 2030", ha dichiarato Nathalie Brunelle, Senior Vice President Polymers, Refining & Chemicals, presso TotalEnergies. "Siamo lieti di dare il benvenuto ai team di Iber Resinas e unire il loro know-how di riciclaggio con l'esperienza dei polimeri di TotalEnergies". “Entrare a far parte di TotalEnergies è una grande soddisfazione, ma anche un'opportunità per rafforzare e sviluppare Iber Resinas. Ci consentirà di costruire insieme il nostro lavoro, le nostre conoscenze e lo sviluppo in Spagna e nell'UE, nel settore del riciclaggio dei polimeri, e di affrontare le nuove sfide e le richieste dei nostri clienti ", hanno affermato Santiago Sanz e Borja Sanz, proprietari e amministratori delegati di Iber Resinas .Info: TotalEnergy
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