Come un Flirt in un team aziendale potrebbe influire sui risultati lavoratividi Marco ArezioChe siano aziende grandi, in cui esistano diversi gruppi di lavoro divisi per differenti attività interne, che di piccole aziende, in cui un unico team si occupa delle attività aziendali, la componente umana è il motore di qualsiasi impresa. Le persone lavorano sempre a stretto contatto e dividono, non solo gli obbiettivi di budget che l’azienda ha deciso anno per anno, ma anche gli spazi e il loro tempo, attraverso una socialità che permette loro di portare avanti le attività per cui sono state assunte. Come in ogni ambito sociale all’interno dei teams di lavoro si devono creare degli equilibri tra le persone, linee di confini non visibili, gerarchie a volte non scritte e il confronto con reazioni caratteriali differenti. Come in una squadra di calcio, basket o di un altro sport collettivo, una grande scommessa che fa il coach, nel nostro caso il dirigente o il responsabile della squadra, è lavorare per amalgamare i componenti del team, smussare i caratteri, accrescere la fiducia collettiva, aumentare la competitività, in pratica applicare quello che è chiamato “gioco di squadra”. Sembra semplice scegliere un certo numero di collaboratori, senza conoscerli, metterli a lavorare insieme e pretendere dei risultati dopo un certo periodo, dando per scontato che questi arrivino nelle quantità e nella qualità desiderata. E’ pur vero che qualcuno vince alla lotteria, a fronte di milioni di perdenti, ma in azienda l’azzardo eccessivo ricade sempre sul leader. Questo dovrebbe preoccuparsi di avere un team coeso, collaborativo, fiducioso, con obbiettivi condivisi e con relazioni interpersonali corrette e costruttive. Per realizzare un equilibrio così importante tra le persone è necessario investire tempo tra loro, conoscerne i difetti e i pregi, condividere il senso collaborativo delle loro relazioni professionali, in modo da ridurre gli individualismi innati nell’uomo e il senso di prevalenza, l’uno sull’altro, che distruggerebbe lo spirito di squadra. Per accrescere il senso di appartenenza al team e ridurre la sterile competizione individuale, che porterebbe a lotte intestine, invidie, dispetti ed azioni che si ripercuoterebbero negativamente sui risultati aziendali, è importante anche vivere insieme dei momenti di vita comune fuori dal contesto aziendale. Una gita o un programma di gite, sostenute dall’azienda, in località culturali o di svago hanno la forza di accrescere quello spirito di unione e condivisione, in un ambito in cui le difese personali sono meno rigide, le confidenze e la conoscenza delle persone si mostrano più profonde e con esse il loro legame. Cambia la percezione reciproca, spostando l’asse da un concetto di collega ad uno di persona, con la speranza che il tempo riesca a portare in azienda meno colleghi e più persone. Nei gruppi di lavoro, specialmente quelli giovani, vivono sempre speranze ed aspettative anche non professionali, dove le preferenze di tipo sentimentale sono all’ordine del giorno. Il mondo del lavoro non è differente rispetto a quello che può succedere in momenti di socialità quotidiani, dove le persone si scelgono, o sperano di farlo, perseguendo sempre la ricerca, consapevolmente o meno, di un contatto umano sotto diverse forme. Quando questo approccio dovesse diventare concreto all’interno dello stesso team di lavoro, specialmente se questo è composto da molte persone, è bene rendersi conto della situazione e mettere in conto la possibilità di un mutamento degli equilibri interni. Il flirt tra due componenti del gruppo potrebbe creare invidie e gelosie tra alcune persone che avevano probabilmente speranze reciproche verso una delle due, creando un senso di frustrazione e di rifiuto, non solo verso di loro, ma anche del gruppo stesso. Qui entra in gioco la minaccia all’armonia collettiva, in quanto esisteranno fazioni a cui l’episodio non creerà nessun effetto collaterale e, altre, che genereranno delle conseguenze. Una o più persone frustrate del team non riusciranno più, probabilmente, ad avere rapporti costruttivi e collaborativi, ma potranno, consciamente o inconsciamente, mettere in campo azioni punitive per il rifiuto subito. Questo può creare un attrito crescente tra il gruppo, senza magari capirne le motivazioni e senza poter sapere come recuperare il clima costruttivo di prima. Solo un’attenta osservazione delle singole persone all’interno del team di lavoro e la loro pregressa conoscenza personale, può indurre il responsabile a pensare che esistano motivazioni di carattere extra lavorativo che stanno minacciando il funzionamento del gruppo. Nel rispetto della privacy dei singoli, è importante incrementare l’interlocuzione personale con tutti i componenti, singolarmente, e spingerli ad esternare i loro problemi e a raccontare la loro visione delle difficoltà del gruppo. Incrociando i dati raccolti, amalgamandoli con quelli immagazzinati nel tempo, confrontandoli con un prima e un dopo, si può arrivare ad individuare le aree del problema, ponendo in atto delle azioni che disinneschino le sensazioni negative della o delle persone che stanno vivendo male il momento.
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Come i disarmanti ecologici stanno riducendo l'impatto ambientale e migliorando la sicurezza dei lavoratori di Marco ArezioNegli ultimi anni, l'industria delle costruzioni sta cambiando volto, diventando sempre più attenta all'ambiente. Uno degli aspetti interessanti di questa trasformazione è l'introduzione dei disarmanti biodegradabili. Se non sei del settore, potresti chiederti: cosa sono esattamente e perché sono così importanti? Che cosa sono i disarmanti biodegradabili? In pratica, i disarmanti sono quei prodotti che si applicano sulle casseforme (le strutture temporanee che contengono il calcestruzzo fino a quando non si indurisce) per evitare che si attacchi. Immagina di fare un dolce e usare la carta forno per staccarlo facilmente dalla teglia: il concetto è lo stesso. Tradizionalmente, questi prodotti erano fatti con sostanze chimiche derivate dal petrolio. Tuttavia, questi disarmanti possono essere piuttosto dannosi per l'ambiente e non particolarmente sicuri per chi li maneggia. Ed è qui che entrano in gioco i disarmanti biodegradabili. Sono formulati con ingredienti naturali o sintetici che si decompongono rapidamente e completamente nell'ambiente, riducendo così il rischio di inquinamento. Perché scegliere i disarmanti biodegradabili? Minore impatto ambientale: I disarmanti biodegradabili si decompongono in sostanze innocue, riducendo il rischio di contaminazione del suolo e delle acque. Questo è fondamentale in un'epoca in cui la sostenibilità è sempre più importante. Sicurezza per i lavoratori: Senza solventi e additivi chimici nocivi, questi disarmanti sono molto più sicuri da maneggiare. Questo significa meno rischi per chi lavora nei cantieri. Prestazioni efficaci: Nonostante siano più eco-friendly, i disarmanti biodegradabili funzionano altrettanto bene dei loro omologhi tradizionali, garantendo una facile sformatura del calcestruzzo e preservando la qualità delle superfici. Certificazioni ambientali: Usare disarmanti biodegradabili può aiutare i progetti di costruzione a ottenere certificazioni come LEED o BREEAM, dimostrando un impegno verso pratiche di costruzione sostenibili. Tipi di disarmanti biodegradabili Ci sono diverse categorie di disarmanti biodegradabili: Oli vegetali: Derivati da piante come la soia, il girasole o il mais. Questi oli sono raffinati per migliorare le loro proprietà di sformatura e sono completamente biodegradabili. A base d'acqua: Utilizzano l'acqua come componente principale, eliminando la necessità di solventi chimici. Sono biodegradabili e sicuri per l'ambiente, ma possono richiedere applicazioni più frequenti. Polimeri biodegradabili: Utilizzano polimeri sintetici che si decompongono naturalmente. Offrono una protezione duratura e una buona facilità di sformatura. Cere naturali: Derivate da risorse naturali, creano una barriera efficace tra il calcestruzzo e le casseforme, facilitando la sformatura e migliorando la qualità delle superfici. Come funzionano i disarmanti biodegradabili? Il loro funzionamento è piuttosto semplice: creano una barriera sottile ma efficace tra il calcestruzzo e la cassaforma, impedendo al calcestruzzo di aderire alla superficie della cassaforma stessa. Questa barriera è sufficientemente resistente durante il processo di indurimento del calcestruzzo, ma si decompone rapidamente una volta esposta agli agenti ambientali. Dove si usano i disarmanti biodegradabili? Questi disarmanti possono essere utilizzati in moltissime situazioni diverse: Edilizia residenziale: Perfetti per progetti di case ecologiche. Edilizia commerciale: Utili in edifici commerciali che cercano certificazioni ambientali. Infrastrutture pubbliche: Adatti per ponti, strade e altre infrastrutture. Progetti in aree sensibili: Essenziali per cantieri vicino a corpi idrici o in aree protette. Ricerca e sviluppo La ricerca sui disarmanti biodegradabili è un campo in continua evoluzione. Le università e gli istituti di ricerca collaborano con le aziende del settore per sviluppare formulazioni sempre più efficaci e sicure. Alcuni degli obiettivi principali della ricerca includono il miglioramento delle prestazioni, l'analisi dell'impatto ambientale e la sicurezza per i lavoratori. Conclusioni L'adozione di disarmanti biodegradabili rappresenta un passo avanti significativo verso un'edilizia più sostenibile. Questi prodotti non solo riducono l'impatto ambientale, ma migliorano anche la sicurezza e le condizioni di lavoro. Con il mondo sempre più orientato verso la sostenibilità, l'uso di disarmanti biodegradabili è destinato a diventare sempre più diffuso, promuovendo pratiche di costruzione che rispettano l'ambiente e la salute umana.
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Nobiltà agricola, pigrizia ereditaria e l’arte di perdere tutto senza far rumoreGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 1: Il Conte Gianalberto Marchetti A Sommo Lomellina conoscevano tutti Gianalberto Marchetti, anzi il conte Gianalberto Marchetti. Non perché facesse qualcosa di memorabile, ma perché non faceva quasi nulla, e in un paese della Lomellina anche l’inerzia, se portata con costanza aristocratica, finisce per diventare un tratto distintivo. Il suo nome e il suo cognome venivano pronunciati sempre insieme, senza pause, come un colpo secco di doppietta sparato all’alba nei campi: GianalbertoMarchetti. Il titolo nobiliare, invece, godeva di una vita autonoma. Sul campanello del cancello della cascina la parola Conte era stampata con caratteri più grandi del nome, due misure sopra, come un avvertimento silenzioso rivolto ai curiosi, ai postini e agli occasionali venditori ambulanti: qui abita qualcuno che discende da una storia, anche se la storia, da tempo, non passava più di lì. La cascina Marchetti, all’inizio del Novecento, era stata una delle più solide del paese. Quando Sommo Lomellina era poco più di una manciata di case raccolte attorno alla chiesa, con strade sterrate e filari di pioppi che sembravano messi lì apposta per misurare il vento, i Marchetti già possedevano campi, risaie e stalle. La Lomellina di allora era un mondo lento e rigoroso, scandito dall’acqua che entrava ed usciva dai canali, dalle stagioni del riso, dal rumore delle mondine che cantavano per ingannare la fatica. Le famiglie nobiliari non brillavano per ostentazione, ma per solidità: terra, bestiame, silos, contratti scritti con calligrafie severe. Il padre di Gianalberto, il conte Ulderico Marchetti, come il nonno prima di lui, aveva creduto nel progresso agricolo. Aveva comprato appezzamenti confinanti, ampliato le stalle, costruito nuovi depositi per le vacche e per i cavalli, innalzato silos moderni per conservare le sementi. Era l’epoca in cui anche la campagna si industrializzava senza accorgersene, con una fiducia quasi ingenua nella continuità del lavoro e nel fatto che i figli avrebbero fatto almeno quanto i padri. Ulderico Marchetti aveva costruito la sua azienda agricola come altri edificano una fortezza: senza chiedere permesso a nessuno, senza debiti e senza concessioni. Più di duemila pertiche di terra coltivabile, tutte acquistate in contanti, perché le rate — lo diceva con la stessa inflessione con cui si parla delle malattie vergognose — erano “roba da poveracci e da gente che non sa aspettare”. La terra, secondo lui, doveva essere posseduta come si possiede una certezza: una volta per tutte. A quella distesa di campi si aggiungevano ottantanove cavalli da corsa, scelti con un occhio che non sbagliava quasi mai, e trecentosettantacinque vacche da latte, contate con precisione maniacale solo quando qualcuno osava metterne in dubbio il numero. Poi c’erano pecore, capre, galline, oche, tacchini e una costellazione di altri animali che entravano e uscivano dal loro mondo con una naturalezza tale che Ulderico stesso smetteva di contarli. Attività minori, diceva. Non per disprezzo, ma per gerarchia: nella sua testa tutto aveva un ordine preciso, e ciò che non stava in cima poteva permettersi di essere approssimativo. Nato alla fine dell’Ottocento, Ulderico apparteneva a una razza d’uomini che sembrava già antica mentre nasceva. Era “il conte”, come lo chiamavano con timore in paese: non alto soltanto di statura, ma di presenza. Uno di quelli che parlavano poco, pochissimo, e che proprio per questo facevano rumore. Bastava uno sguardo — fermo, inclinato appena di lato, come se stesse valutando la solidità morale di chi aveva davanti — per mettere a disagio anche il più sicuro di sé. Dopo quello sguardo, la maggior parte delle persone arrivava spontaneamente alla conclusione che sarebbe stato meglio dargli ragione. Non perché minacciasse, ma perché dava l’impressione che il mondo, senza il suo consenso, potesse improvvisamente diventare un posto meno ospitale. Ulderico non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno. Le frasi le lasciava cadere come pietre ben scelte, e quando taceva — che era spesso — il silenzio faceva il resto. In paese c’era chi lo temeva, chi lo rispettava e chi, più onestamente, faceva entrambe le cose senza cercare troppe giustificazioni morali. Eppure, dietro quella scorza compatta, c’era una traiettoria meno lineare di quanto apparisse. Laureato in medicina, Ulderico avrebbe potuto scegliere una vita diversa, più pulita, più cittadina, magari persino elegante. Aveva studiato il corpo umano con metodo e rigore, imparando a riconoscere i segni della malattia come altri imparano a leggere il tempo dalle nuvole. Ma suo padre — uomo pratico, di quelli che vedono il futuro solo se ha le zampe o le ruote — lo costrinse a conseguire una seconda laurea, in veterinaria. Non fu una richiesta. Fu una decisione travestita da consiglio paterno. «La medicina cura gli uomini,» gli disse una sera, «ma gli uomini pagano quando vogliono. Le bestie, invece, se muoiono, sono una perdita vera. E chi sa curarle, non resta mai senza lavoro.» Ulderico non protestò. Non era tipo. Incassò anche quella, come aveva incassato altre scelte prese sopra la sua testa, e tornò sui libri. Studiò gli animali con la stessa serietà con cui aveva studiato gli uomini, forse con più rispetto. Le vacche non mentono sui sintomi, i cavalli non simulano, le pecore non discutono le diagnosi. In fondo, pensava, c’era una certa giustizia in tutto questo. Col tempo, quella seconda laurea divenne davvero un lasciapassare: per una vita agiata, prospera, solidamente piantata nella terra come le querce che delimitavano i suoi campi. Ulderico imparò a conoscere ogni ciclo, ogni stagione, ogni fragilità nascosta sotto la forza apparente. E se qualcuno gli faceva notare l’ironia di un medico che curava più bestie che uomini, lui si limitava a stringere le labbra in una piega quasi impercettibile. Non era un sorriso, ma gli assomigliava abbastanza da far capire che la battuta era arrivata, ed era stata archiviata come irrilevante. In vecchiaia — ammesso che lo si possa definire vecchio, perché Ulderico sembrava semplicemente più scolpito dal tempo — qualcuno iniziò a dire che fosse stato fortunato. Lui non avrebbe mai usato quella parola. La fortuna implicava il caso, e il caso era una forma di disordine. Preferiva parlare di lavoro, di pazienza, di decisioni prese senza tremare. E se ogni tanto, la sera, restava fermo a guardare i campi in silenzio, forse non stava contando le pertiche né le bestie, ma le rinunce che non aveva mai nominato. Anche quelle, del resto, erano attività minori. Poi arrivò Gianalberto, unico figlio. Gianalberto Marchetti era nato stanco. Non fisicamente, ma moralmente. Portava il titolo come si porta un cappotto ereditato: troppo grande sulle spalle, con le tasche piene di ricordi altrui. Aveva studiato quel tanto che bastava per non sfigurare nei pranzi domenicali, aveva appreso i rudimenti dell’amministrazione agricola senza mai innamorarsene davvero. La terra non lo affascinava, gli animali lo annoiavano, i conti lo confondevano. Preferiva la quiete del portico, una sedia impagliata, e il tempo che passava senza chiedere spiegazioni. Negli ultimi trent’anni non si poteva dire che avesse tenuto granché della proprietà. I campi migliori erano stati affittati, poi venduti. Le stalle, una alla volta, avevano chiuso: prima i cavalli, ormai inutili; poi le vacche, troppo impegnative; infine anche i silos, svuotati e lasciati a fare ombra ai gatti. Ogni decisione era stata presa senza drammi, con una calma che rasentava l’indifferenza, come se la decadenza fosse una naturale prosecuzione della tradizione. Gianalberto Marchetti era nato su una montagna di soldi. Non una collina, non un’altura gentile: una montagna vera, di quelle che ti tolgono l’aria solo a guardarle, con versanti ripidi fatti di rendite, poderi, eredità stratificate come ere geologiche. Scendere fino a terra, da lassù, avrebbe richiesto una combinazione di impegno, volontà e una certa ostinazione autodistruttiva. Qualità che, in teoria, non avrebbero dovuto appartenere a un uomo pigro. E invece Gianalberto ci riuscì. Ci riuscì benissimo. Era pigro fino alle più recondite cellule del suo corpo. Una pigrizia non urlata, non teatrale, ma profonda, organica, quasi scientifica. Non la pigrizia del ribelle, che almeno lotta contro qualcosa, ma quella dell’uomo che si lascia scivolare via dalle cose come l’acqua su una cerata. Gianalberto non faceva scelte sbagliate con convinzione: semplicemente, non faceva scelte. E quando le faceva, era perché rimandarle ulteriormente avrebbe richiesto uno sforzo ancora maggiore. Da bambino aveva avuto tutto, e tutto senza condizioni. Il denaro, in casa Marchetti, non era uno strumento ma un clima: c’era e basta, come l’umidità o la nebbia. Nessuno glielo spiegava davvero, perché non sembrava necessario. Crescendo, Gianalberto aveva sviluppato una straordinaria capacità di dare per scontato l’essenziale e di complicare l’inutile. Le opportunità gli passavano davanti con la discrezione di chi sa di non dover insistere. Lui le guardava passare, a volte con una vaga curiosità, più spesso con quella stanchezza preventiva che ti coglie quando intuisci che qualcosa, per funzionare, richiederà continuità. Aveva studiato quel tanto che bastava per non essere considerato un fallimento immediato, ma mai abbastanza da diventare qualcuno. Ogni traguardo raggiunto sembrava più frutto di inerzia che di merito: era arrivato lì perché non si era spostato in tempo per evitarlo. I titoli, le possibilità di carriera, persino le relazioni importanti gli cadevano addosso come cappotti appesi male: li indossava per un po’, poi li dimenticava su una sedia, lasciando che qualcun altro li rimettesse a posto. Il patrimonio, intanto, iniziava a sgretolarsi non per colpi di scena, ma per mancanza di manutenzione. Gianalberto non sperperava con gusto, non faceva follie degne di essere raccontate. Sarebbe stato troppo faticoso. Lasciava semplicemente che le cose si consumassero: un investimento non seguito, una firma rimandata, un affare “che poi vediamo”. Il denaro usciva velocemente, con la stessa discrezione con cui era entrato, come aria da una stanza con troppe finestre aperte. Chi lo osservava dall’esterno faticava a capire. “Ma come si fa?”, si chiedevano. Come si fa a rovinarsi così, senza nemmeno l’alibi del vizio o della passione? La verità è che Gianalberto non si era mai sentito davvero in cima a quella montagna. Per lui era solo il punto di partenza, una condizione naturale, e come tutte le condizioni naturali non meritava particolare attenzione. Scendere, in fondo, non gli sembrava un gesto clamoroso. Era solo la conseguenza logica del non salire mai da nessuna parte. Col tempo imparò a vivere più in basso, adattandosi con una sorprendente elasticità. Rinunciava senza dolore a ciò che non aveva mai desiderato davvero. I campi venivano venduti, malamente, perchè contrattare costava fatica, i conti più magri, le certezze più rare. Eppure Gianalberto non appariva infelice. Al contrario, sembrava quasi sollevato. Ogni gradino perso era una responsabilità in meno, una decisione evitata, un futuro che non chiedeva spiegazioni. Quando qualcuno gli ricordava, con un misto di rimprovero e nostalgia, da dove venisse, lui alzava le spalle. Non c’era amarezza nel gesto, solo una stanca neutralità. La montagna di soldi esisteva ancora nei racconti degli altri, ma per lui era diventata un luogo astratto, come un’infanzia troppo lontana per essere rimpianta sul serio. Alla fine della discesa, arrivato finalmente a terra, Gianalberto non guardò mai indietro. Non per orgoglio, né per vergogna. Semplicemente perché voltarsi avrebbe richiesto uno sforzo inutile. E in questo, almeno, era rimasto coerente fino all’ultimo. Intanto Sommo Lomellina cambiava. Dopo la guerra erano arrivati l’asfalto, le prime automobili, le televisioni accese dietro le finestre. Le risaie avevano resistito, ma attorno erano spuntati capannoni, strade provinciali, parcheggi. I giovani avevano iniziato ad andarsene, prima a Pavia, poi a Milano. Il paese si era rimpicciolito senza scomparire, come un vestito lavato troppe volte. Negli anni Duemila, Sommo era diventata un luogo tranquillo, quasi invisibile. Un bar, una farmacia, una pizzeria che apriva solo la sera. Il conte Marchetti continuava a vivere nella cascina, ormai sproporzionata rispetto alla sua vita. Ogni tanto qualcuno suonava al cancello, leggeva Conte sul campanello e abbassava istintivamente la voce, come se dietro quelle lettere più grandi si nascondesse ancora un’autorità reale. Gianalberto li accoglieva con cortesia distratta, firmava carte senza leggerle troppo, sorrideva con l’aria di chi ha ereditato un ruolo ma non una vocazione. Era l’ultimo discendente di una nobiltà agricola che aveva creduto nella durata delle cose, e forse proprio per questo non aveva avuto la forza di difenderle. A Sommo Lomellina lo conoscevano tutti, e nessuno lo giudicava davvero. In fondo, pensavano, anche l’indolenza può essere una forma di coerenza. E mentre il paese continuava lentamente a cambiare, Gianalberto Marchetti restava lì, testimone gentile e un po’ ironico di un tempo che se n’era andato senza fare rumore. Viveva ormai barricato in cascina, non per paura del mondo ma per una sorta di tacito armistizio con esso. La cascina, del resto, aveva imparato a convivere con la sua presenza silenziosa: porte che si aprivano raramente, finestre socchiuse anche d’estate, stanze intere che nessuno attraversava più se non la polvere. Eppure, nell’assolato luglio del 1998, quando l’aria sopra la Lomellina sembrava immobile come una lastra di vetro e le risaie restituivano un odore caldo di acqua ferma e paglia, Gianalberto Marchetti prese una decisione. Una decisione vera. Una di quelle che, anche solo per la fatica di essere pensate, meritano di essere ricordate. Era stanco. E questo, per lui, non costituiva una novità. La stanchezza era la sua condizione naturale, come l’umidità per i muri della cascina. Ma quella volta era una stanchezza più sottile, quasi burocratica. Gli bastava aprire una busta, leggere l’intestazione, e sentirsi invaso da un fastidio sordo: Cascina Conti Marchetti. Sempre quello. Sui conti correnti, sulle comunicazioni del consorzio agrario, sulle raccomandate del Comune, persino sulle rare cartoline di parenti lontani che ancora credevano esistesse una dinastia compatta dietro quel nome. Cascina Conti Marchetti. Un nome che sapeva di passato, di gravitas, di responsabilità che nessuno aveva più intenzione di esercitare. Fu così che, in un pomeriggio in cui il caldo sembrava aver sospeso anche il buon senso, Gianalberto ebbe quello che, con generosità, si potrebbe definire un impeto imprenditoriale. Nulla di duraturo, sia chiaro. Più che altro un colpo di tosse dell’anima, un guizzo isolato in una lunga carriera di quieta rinuncia. Decise che il nome della cascina doveva cambiare. Non per rilanciare l’attività, non per darle un futuro, ma per togliersi di dosso quel fastidio nominale che lo accompagnava da una vita. La cosa, per come la intese lui, doveva essere fatta con la dovuta solennità. Non si cambia il nome a una cascina centenaria come si cambia una targhetta sul citofono. Occorreva un atto, un timbro, una firma autorevole. Occorreva un notaio. E così, contro ogni aspettativa, convocò a Sommo Lomellina il notaio Alfonso Gallotto, direttamente da Pavia. La notizia, nel paese, circolò con la velocità che solo gli eventi improbabili riescono ad avere. Il conte fa venire il notaio, si diceva al bar, con quel tono che mescola curiosità e incredulità. Qualcuno ipotizzò una vendita definitiva, qualcun altro un lascito clamoroso. Nessuno, naturalmente, immaginò che si trattasse solo di un nome. Il giorno stabilito, Gallotto arrivò in cascina in pompa magna, come se stesse per rogitare la cessione di un impero agricolo ancora funzionante. Completo scuro nonostante il caldo, valigetta di cuoio, passo misurato. Gianalberto lo accolse con una formalità leggermente fuori tempo, come chi recita una parte imparata male ma con convinzione. Gli fece strada nel salone grande, quello che un tempo ospitava pranzi di famiglia e che ora viveva di echi. Il notaio osservava, prendeva appunti mentali, annuiva. Gallotto era un uomo abituato alle stranezze patrimoniali, ma quella situazione lo incuriosiva. Nessun movimento, nessuna urgenza economica evidente, solo un proprietario che sembrava voler archiviare un pezzo di sé senza sapere bene cosa metterci al suo posto. «Dunque, conte,» disse infine, aprendo il taccuino, «mi ha parlato di una modifica toponomastica.» Gianalberto annuì lentamente. Non aveva preparato un discorso. Non ne aveva mai preparati. Si limitò a dire che quel nome non gli apparteneva più, che lo stancava, che sentiva il bisogno di guardare la cascina senza leggere addosso tutta quella genealogia. Gallotto ascoltò senza interrompere, come si fa con chi non chiede consiglio ma solo conferma. Redigere l’atto richiese più tempo del previsto. Bisognava richiamare mappe, confini, registri catastali, memorie scritte che nessuno consultava da decenni. Ogni riferimento alla Cascina Conti Marchetti veniva lentamente smontato, parola dopo parola, come un’insegna arrugginita. Quando il notaio se ne andò, lasciandosi dietro il rumore dell’auto sulla ghiaia, Gianalberto rimase solo nel cortile. Il caldo era sempre lo stesso, la cascina non era cambiata di un millimetro, eppure qualcosa, dentro di lui, si era alleggerito. Non sapeva ancora bene cosa avrebbe significato quel nuovo nome. Ma per la prima volta dopo anni aveva la sensazione di aver fatto qualcosa non per inerzia, bensì per scelta. Il resto, pensò, sarebbe venuto dopo. O forse no. Ma almeno, da quel luglio del 1998, la cascina non si sarebbe più chiamata come prima. E questo, per Gianalberto Marchetti, era già una piccola rivoluzione, un'azione imprenditoriale di alto livello. Quando la macchina del notaio sparì all’orizzonte, inghiottita dalla strada bianca che tagliava i campi in direzione di Cava Manara, il conte Gianalberto Marchetti restò per qualche secondo immobile, con una mano ancora appoggiata al ferro bollente del cancello. Lo richiuse con un gesto lento e definitivo, come si chiude un capitolo più per stanchezza che per convinzione, e si incamminò sull’aia. La ghiaia scricchiolava sotto le suole leggere delle sue scarpe estive, mentre il sole di luglio batteva senza pietà sulle mura rosate della cascina. L’aia era grande, sproporzionata rispetto all’uso che se ne faceva ormai. Un tempo ci passavano carri, uomini, bestiame, granaglie e voci. Ora ci transitava solo lui, qualche volta il postino, e più spesso nessuno. Il portico affacciato sul giardino lo attendeva come sempre, con la sua ombra indulgente e il profumo stanco delle assi di legno scaldate dal sole. Fu allora che gli si avvicinò Caligola. Il cagnolino sbucò da dietro una vecchia carriola arrugginita, scodinzolando con la moderazione tipica dei cani che hanno imparato a non pretendere troppo dalla vita. Caligola era un bastardino di difficile classificazione, una miscela casuale di razze e circostanze. Gianalberto lo aveva trovato anni prima, una mattina d’autunno, rannicchiato vicino alla pompa dell’acqua, infreddolito e silenzioso, come se stesse aspettando qualcuno che non sarebbe mai arrivato. Non c’era stato bisogno di decisioni solenni allora: Caligola era rimasto, e questo era bastato. Il conte si fermò, si chinò con una certa rigidità alle ginocchia, e gli accarezzò la testa. Il gesto aveva qualcosa di affettuoso e insieme di cerimoniale, come se anche quella carezza dovesse sottostare a una forma precisa. «Da oggi, Caligola mio,» disse con un tono marziale che stonava leggermente con la scena, «tu non vivi più alla Cascina Marchetti.» Il cane inclinò appena la testa, un orecchio piegato in avanti, l’altro indietro. Era l’espressione che riservava ai momenti in cui il padrone parlava più a se stesso che a lui. «Se incontrerai i tuoi amici randagi,» proseguì Gianalberto, con una serietà degna di un proclama ufficiale, «quelli che arrivano dai fossi dei campi, dirai loro che da oggi vivi alla Cascina del Pellicano.» Fece una breve pausa, come per assaporare il suono di quel nome nell’aria immobile del pomeriggio. «Vedi, Caligola,» aggiunse, abbassando leggermente la voce, «questo nome ci riporterà allo splendore dei miei avi.» Caligola lo guardò. Lo guardò a lungo, con quello sguardo opaco e profondo che solo i cani possiedono, uno sguardo che sembra comprendere molto più di quanto sia disposto ad ammettere. Non afferrava il concetto di avi, né quello di splendore, né tantomeno la portata simbolica di un pellicano in mezzo alle risaie della Lomellina. Ma percepiva qualcosa: una variazione nel tono del padrone, un cambiamento minuscolo ma reale. Per un istante parve interrogarsi su chi dei due fosse il più lucido. Poi, con la saggezza pratica di chi ha già risolto dilemmi più urgenti — come il caldo, la sete e la ricerca dell’ombra — decise che non spettava a lui giudicare. Un cane, dopotutto, non può permettersi il lusso di sentirsi più razionale del proprio padrone. Senza fretta, Caligola sgattaiolò sotto il portico, si accucciò sullo zerbino di casa e vi si sistemò con cura, girando su se stesso un paio di volte prima di trovare la posizione ideale. Lì, all’ombra, la questione dei nomi poteva attendere. Gianalberto rimase a guardarlo per qualche secondo. Poi si sedette anche lui, lasciando che il silenzio del pomeriggio tornasse a occupare ogni cosa. La cascina era sempre la stessa, i muri non avevano cambiato colore, il giardino non era improvvisamente rifiorito. Eppure, nella testa del conte, qualcosa si era spostato di pochi centimetri, quanto basta per credere — almeno per quel giorno — che un nuovo nome potesse davvero aprire una stagione diversa. La Cascina del Pellicano, pensò. E per la prima volta dopo molto tempo, sorrise senza un motivo preciso. Mentre le palpebre del conte si abbassavano lentamente, protette dalla larga tesa del cappello da mondina che portava più per affinità climatica che per tradizione, Gianalberto Marchetti scivolò in quello stato intermedio che non è ancora sonno e non è più veglia. Lui che un dito del piede nell’acqua delle risaie non ce lo aveva mai messo, né per lavoro né per sfida, lasciò che fosse la mente a camminare al posto suo, attraversando la fattoria come si attraversa una casa conosciuta al buio. Sentiva il ronzio sottile delle zanzare, attratte da qualche goccia di sudore che il suo corpo, senza alcuno sforzo apparente, continuava a produrre. Gli giravano intorno al cappello, insistenti ma non aggressive. Lui le lasciava fare. Non tentava di scacciarle, non alzava una mano. Non le avrebbe mai prese, lo sapeva bene, e quindi tanto valeva non far fatica. In quel gesto di resa gentile c’era tutta la sua filosofia di vita: evitare lo scontro quando lo scontro non porta alcun guadagno. Nel dormiveglia, iniziò a contare. Non per fare un bilancio economico — quelli li aveva sempre evitati — ma per una necessità più intima, quasi affettiva. Cosa gli era rimasto. Cosa era rimasto alla Cascina del Pellicano. Per prima cosa, una vacca da latte. La vecchia Gina. Sola soletta in una stalla progettata per trecentocinquanta capi. Gina aveva visto passare generazioni di animali, mungitori, rumori. Ora occupava uno spazio che rimbombava di vuoto. Quando si muoveva, il suono degli zoccoli sembrava eccessivo, sproporzionato rispetto al corpo. Gianalberto la conosceva bene, il fiato lento, l’abitudine a voltare la testa quando lo sentiva arrivare. Non produceva più molto latte, ma non importava. Gina non era rimasta per produzione. Era rimasta per continuità. Poi c’era il cavallo. Non da corsa, non da tiro. Un cavallo che, se si fosse dovuto catalogare con onestà, si sarebbe potuto definire da compagnia. Un animale senza un ruolo preciso, come lui. Stava bene nel suo recinto, mangiava con calma, osservava. Ogni tanto Gianalberto gli parlava, senza aspettarsi risposta. Il cavallo ascoltava, e questo era sufficiente. In un’epoca in cui tutto doveva servire a qualcosa, quel cavallo inutile gli sembrava una forma di resistenza silenziosa. Poi le galline. Poche, libere sull’aia, indisciplinate. Deponevano uova quando volevano, dove capitava. Ogni tanto qualcuna spariva, vittima di un cane di passaggio o di una volpe notturna. Gianalberto non faceva grandi drammi. Le galline, come i pensieri, andavano e venivano. Non si possiedono davvero. Infine la terra. Cento pertiche. Le contò lentamente, come si contano le perline di un rosario. Cento. Non una di più. Le altre millenovecento erano volate via nel tempo, senza un giorno preciso, senza una data che valesse la pena ricordare. Vendute, cedute, dimenticate. Erano sparite come spariscono le stagioni quando non le segni sul calendario. Nel suo dormiveglia non provava rabbia. Nemmeno vero rimpianto. Piuttosto una malinconia quieta, simile a quella che si sente quando si rientra in una casa d’infanzia e ci si accorge che le stanze sono più piccole di come le si ricordava. Non è la casa a essere cambiata. È lo sguardo. La Cascina del Pellicano, pensò senza dirlo: cento pertiche date da coltivare al contoterzista, una vacca, un cavallo, qualche gallina, un cane, una domestica e lui. Non era molto, secondo i parametri del mondo. Ma in quel momento, con le zanzare che ronzavano e il caldo che avvolgeva ogni cosa come una coperta pesante, a Gianalberto parve sufficiente. E mentre il sonno prendeva definitivamente il sopravvento, si concesse un pensiero semplice, quasi infantile: domani ci penseremo, forse, a far tornare grande la cascina.#marcoarezio
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L’arrivo di Elena Fermi a Oltrecolle: atmosfere gotiche, enigmi psicologici e il fascino oscuro dei diari del Dottor MorandiLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Le guglie gotiche del manicomio di Oltrecolle si stagliavano contro il cielo plumbeo come dita scheletriche che artigliavano un firmamento gravido di presagi. Era un edificio di altri tempi, sorto a cavallo tra due secoli tormentati e dimenticato ai margini della città, sulle colline dove i boschi di faggi e roveri si diradano lasciando spazio ai sassi affioranti e all’edera selvatica. Il vento della valle, freddo e tagliente anche d’estate, portava con sé l’eco di vecchi pianti, di voci indistinte e di un dolore che sembrava sedimentato nella pietra stessa delle mura. Una strada dissestata, ricoperta di ghiaia e di muschio verde, saliva a spirale tra campi abbandonati e filari di alberi contorti. Elena Fermi, stretta nel suo cappotto di lana ruvida, ne percepiva il respiro gelido che scivolava tra le pieghe dei vestiti e si insinuava sotto la pelle. I suoi occhi scuri, di solito mobili e interrogativi, in quel momento sembravano riflettere tutta la desolazione e la solennità del luogo. Ogni passo sulla ghiaia risuonava come una domanda sospesa. Ogni tanto si voltava, quasi temesse che qualcuno – o qualcosa – potesse seguirla dall’ombra dei boschi. Non era la prima volta che si avvicinava a una struttura psichiatrica: aveva visitato altri manicomi dismessi per lavoro, centri moderni, reparti silenziosi di ospedali, ma nessuno come Oltrecolle sembrava impregnato di una storia che si faceva quasi fisicamente oppressiva. Da studentessa aveva letto di questo luogo nei testi di storia della medicina, e in particolare della figura enigmatica del dottor Fausto Morandi: un uomo celebrato e temuto, la cui parabola era stata oggetto di leggende sussurrate nei corridoi universitari.....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Come gli imprenditori possono mantenere le promesse attraverso la comunicazione proattiva e l'impegno verso soluzioni alternative, rafforzando la fiducia tra collaboratori, clienti e stakeholderdi Marco ArezioIn tempi di crisi economica e sociale, la parola data assume un valore inestimabile. Tuttavia, troppo spesso gli imprenditori non sentono pienamente questa responsabilità, sottovalutando l'importanza di mantenere gli impegni presi. Mantenere la parola data non è solo un atto di integrità personale, ma un elemento cruciale per consolidare la fiducia tra collaboratori, clienti e stakeholder. Questo articolo esplorerà perché mantenere le promesse è fondamentale e come la comunicazione proattiva può prevenire il tradimento della fiducia. La Parola Data come Pilastro della Fiducia La fiducia è la base di qualsiasi relazione professionale. In un contesto di business, essa è essenziale per il funzionamento e il successo a lungo termine di un'azienda. Mantenere la parola data è un atto che rafforza questa fiducia. Quando un imprenditore fa una promessa, sia essa verso un cliente, un dipendente o un partner commerciale, quella promessa diventa una parte del tessuto di fiducia che tiene insieme la relazione. Il mancato rispetto degli impegni presi può avere conseguenze disastrose. Non solo può danneggiare la reputazione dell'azienda, ma può anche erodere la motivazione dei dipendenti e la fedeltà dei clienti. In un mondo dove la competizione è feroce e le informazioni viaggiano rapidamente, mantenere la parola data può fare la differenza tra il successo e il fallimento. La Comunicazione Proattiva come Strumento di Responsabilità Nella gestione delle promesse, la comunicazione gioca un ruolo cruciale. Non sempre è possibile mantenere gli impegni presi per vari motivi, come imprevisti economici, problemi operativi o cambiamenti nelle condizioni di mercato. Tuttavia, il modo in cui si gestiscono queste situazioni può determinare se la fiducia viene mantenuta o tradita. Comunicare tempestivamente e con trasparenza è essenziale. Informare i collaboratori, i clienti e gli stakeholder dei problemi emergenti prima delle scadenze, spiegando i motivi dell'impossibilità di rispettare gli impegni, mostra responsabilità e rispetto. Questo tipo di comunicazione non solo previene il disappunto, ma dimostra anche un impegno verso la risoluzione dei problemi. Proporre Alternative: Una Prova di Serietà e Impegno Quando non è possibile mantenere una promessa, non basta semplicemente comunicare il problema. È altrettanto importante proporre alternative praticabili. Questo approccio mostra che l'imprenditore non si limita a segnalare i problemi, ma è attivamente impegnato a trovare soluzioni. Le alternative possono variare a seconda del contesto, ma l'importante è che siano realistiche e fattibili. Ad esempio, se una consegna di prodotti viene ritardata, offrire una spedizione express gratuita o un sconto sul prossimo ordine può compensare il disagio subito dal cliente. Se un progetto non può essere completato entro la scadenza prevista, discutere nuove tempistiche o modalità alternative per portarlo a termine può mantenere la fiducia dei partner coinvolti. Il Silenzio come Tradimento della Fiducia Rimanere in silenzio di fronte all'impossibilità di mantenere una promessa è uno degli errori più gravi che un imprenditore possa commettere. Il silenzio equivale a tradire la fiducia, poiché lascia i collaboratori, i clienti e gli stakeholder nell'incertezza e nell'insoddisfazione. Questo comportamento può danneggiare irreparabilmente le relazioni professionali e la reputazione dell'azienda. La trasparenza e la comunicazione proattiva, al contrario, dimostrano un atteggiamento di rispetto e responsabilità. Anche nei momenti difficili, essere aperti e onesti riguardo alle sfide e alle limitazioni mostra che l'imprenditore è degno di fiducia e impegnato a lavorare per il bene comune. Conclusione In tempi di crisi, mantenere la parola data diventa un fattore cruciale per consolidare la fiducia tra collaboratori, clienti e stakeholder. Gli imprenditori devono sentire la responsabilità delle loro promesse e impegnarsi a mantenerle con integrità e trasparenza. La comunicazione proattiva e la proposta di alternative sono strumenti essenziali per gestire le promesse in modo responsabile. Ignorare queste pratiche equivale a tradire la fiducia e può avere conseguenze disastrose per l'azienda. Solo attraverso un impegno costante verso la parola data è possibile costruire relazioni solide e durature, capaci di resistere anche alle crisi più difficili.
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