Quando la plastica ti salva la vitaPlastica ed Economia Circolare: oltre i pregiudizi, verso una lettura tecnica e consapevole Autore: Marco ArezioArticolo originale: Marzo 2020Aggiornamento: Marzo 2026 Categoria: Economia circolare – Materie plastiche – Sostenibilità Introduzione: quando l’emozione prende il posto dell’analisi Negli ultimi anni la plastica è diventata, nell’immaginario collettivo, il simbolo per eccellenza dell’inquinamento globale. Le immagini di oceani invasi dai rifiuti, di animali intrappolati o di microplastiche nei pesci hanno costruito una narrazione potente, capace di generare indignazione immediata ma spesso incapace di favorire una comprensione profonda del problema. Il punto non è negare l’esistenza di un impatto ambientale reale, ma distinguere tra causa e conseguenza. La plastica, infatti, non nasce come rifiuto: diventa rifiuto quando viene gestita male. Questo passaggio, apparentemente banale, è invece il cuore di una riflessione tecnica che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. La plastica: da materiale strategico a capro espiatorio Se osserviamo con attenzione la nostra quotidianità, emerge con chiarezza un dato difficilmente contestabile: la plastica è ovunque. Non solo negli imballaggi, ma nei dispositivi medici, nei sistemi di isolamento degli edifici, nei componenti delle automobili, negli strumenti elettronici, nelle infrastrutture energetiche. Ridurre questo materiale alla sola immagine di una bottiglia abbandonata o di un sacchetto trasportato dal vento significa ignorare decenni di innovazione tecnologica. È come giudicare l’intera industria siderurgica sulla base di una carcassa arrugginita. La plastica è stata una delle più grandi rivoluzioni industriali del Novecento: leggera, resistente, modellabile, economicamente accessibile. Ha permesso di ridurre i consumi energetici nei trasporti, migliorare la conservazione degli alimenti, aumentare la sicurezza in ambito sanitario. In altre parole, ha contribuito in modo significativo al miglioramento della qualità della vita. Il vero problema: sistemi di gestione incompleti e disomogenei Quando si analizza il tema con strumenti tecnici, emerge un quadro molto diverso da quello spesso raccontato. Il problema principale non è la produzione della plastica, ma la sua gestione a fine vita. Dalla seconda metà del Novecento sono state prodotte oltre 8 miliardi di tonnellate di materie plastiche. Di queste, solo una frazione relativamente limitata è stata effettivamente riciclata. Il resto si è accumulato in discarica, è stato incenerito o, nei casi peggiori, disperso nell’ambiente. Ma questo dato non racconta un fallimento del materiale. Racconta piuttosto un deficit infrastrutturale globale: sistemi di raccolta insufficienti, impianti di selezione non adeguati, mancanza di investimenti nelle tecnologie di recupero e, soprattutto, una scarsa diffusione di comportamenti responsabili. In molti Paesi emergenti, ad esempio, la raccolta differenziata è ancora assente o limitata alle aree urbane più sviluppate. In questi contesti, qualsiasi materiale — plastica, metallo, carta — rischia di diventare un rifiuto disperso. Esempi concreti: quando la gestione funziona (e quando no) Per comprendere meglio la differenza tra materiale e sistema, è utile osservare alcuni casi reali. In diversi Paesi del Nord Europa, come Germania o Paesi Bassi, i sistemi di raccolta e riciclo delle plastiche raggiungono livelli di efficienza molto elevati. Qui, grazie a una combinazione di infrastrutture avanzate, normative stringenti e partecipazione dei cittadini, la plastica post-consumo viene recuperata, selezionata e reimmessa nei cicli produttivi in modo sistematico. Al contrario, in molte aree del Sud-Est asiatico o dell’Africa subsahariana, la mancanza di infrastrutture rende impossibile una gestione efficace dei rifiuti. È in questi contesti che si genera la maggior parte della dispersione ambientale che poi alimenta le immagini simbolo dell’inquinamento globale. Questo confronto evidenzia un punto cruciale: la plastica non è intrinsecamente inquinante. Diventa tale quando il sistema che la circonda non è in grado di gestirla. Riciclo: limiti reali e nuove opportunità tecnologiche Un’altra semplificazione diffusa riguarda il riciclo. Spesso viene presentato come soluzione definitiva, oppure al contrario come pratica inefficace. La realtà è più complessa. Il riciclo meccanico, oggi dominante, è limitato da fattori tecnici ben noti: degradazione delle catene polimeriche, contaminazioni, perdita di proprietà meccaniche. Questo fenomeno, noto come downcycling, rende difficile un riutilizzo infinito del materiale nelle stesse applicazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno affermando tecnologie di riciclo chimico che consentono di scomporre i polimeri nei loro componenti di base, permettendo la produzione di materiali con caratteristiche comparabili a quelle vergini. Pirolisi, depolimerizzazione e solvolisi rappresentano alcune delle soluzioni più promettenti. Il limite, oggi, non è tanto tecnologico quanto economico e normativo: servono investimenti, scale industriali adeguate e un quadro regolatorio stabile che favorisca l’integrazione di queste tecnologie nelle filiere esistenti. Il ruolo della plastica nella transizione sostenibile Paradossalmente, la plastica è anche uno degli strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Nei settori dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile, i materiali polimerici svolgono un ruolo centrale. Pensiamo alle pale eoliche, ai pannelli fotovoltaici, ai componenti leggeri per i veicoli elettrici o ai sistemi di isolamento termico negli edifici. Eliminare la plastica senza alternative equivalenti significherebbe, in molti casi, aumentare il consumo di risorse e le emissioni. Anche in ambito sanitario, l’esperienza recente ha dimostrato quanto questi materiali siano essenziali. Dispositivi di protezione individuale, contenitori sterili, strumenti monouso: senza plastica, la gestione delle emergenze sanitarie sarebbe stata molto più complessa. Cultura e responsabilità: il vero cambio di paradigma Il nodo centrale resta quindi culturale. Non basta innovare le tecnologie o migliorare le infrastrutture: è necessario sviluppare una consapevolezza diffusa lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore. Questo significa progettare prodotti più facilmente riciclabili, ridurre le contaminazioni nei flussi di rifiuto, incentivare l’uso di materie prime seconde e promuovere comportamenti responsabili. Significa anche evitare approcci ideologici. Demonizzare un materiale non porta a soluzioni efficaci. Al contrario, rischia di spostare il problema altrove, senza risolverlo. Conclusione: dalla colpa alla responsabilità Attribuire alla plastica la responsabilità dell’inquinamento significa semplificare un problema complesso. La plastica è uno strumento, e come tale può essere utilizzata bene o male. La vera sfida non è eliminarla, ma gestirla in modo intelligente, integrandola in un sistema circolare capace di valorizzarne le caratteristiche e ridurne gli impatti. In questa prospettiva, la plastica del futuro non sarà diversa da quella del passato per natura, ma per contesto: inserita in filiere efficienti, tracciate e sostenibili. FAQ La plastica è sempre dannosa per l’ambiente? No. Diventa dannosa quando viene dispersa o gestita in modo scorretto. In sistemi efficienti può essere recuperata e riutilizzata. Perché si ricicla solo una piccola parte della plastica? A causa di limiti infrastrutturali, tecnici ed economici: raccolta inefficiente, contaminazione dei rifiuti e costi del riciclo rispetto al materiale vergine. Il riciclo chimico è la soluzione definitiva? È una tecnologia promettente, ma non ancora diffusa su larga scala. Deve integrarsi con il riciclo meccanico, non sostituirlo completamente. Eliminare la plastica risolverebbe il problema ambientale? No. Molti prodotti alternativi hanno impatti ambientali uguali o superiori se analizzati lungo l’intero ciclo di vita. Qual è il ruolo dei cittadini? Fondamentale: una corretta raccolta differenziata e comportamenti responsabili migliorano l’efficienza dell’intero sistema. Fonti e riferimenti tecnici European Commission – Plastics Strategy and Circular Economy Action Plan OECD – Global Plastics Outlook Ellen MacArthur Foundation – The New Plastics Economy PlasticsEurope – Plastics – the Facts IEA (International Energy Agency) – Material efficiency and plastics ISO 15270: Plastics – Guidelines for the recovery and recycling of plastics waste
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rMIX ti Porta Direttamente ai Prodotti RiciclatiL’economia circolare è fatta da prodotti finiti e materie prime, rMIX li raccoglie e li promuove Plastica, metalli, legno, gomma, vetro, carta, tessuti sono tutti materiali che scartiamo durante i nostri consumi e che possono e devono essere riciclati per non sottrarre alla terra nuove risorse naturali. Inoltre il riciclo di questi scarti risolve l’annoso problema della gestione dei rifiuti evitando che, attraverso scelte sconsiderate di poche persone, questi scarti finiscano nell’ambiente. E’ un impegno etico e di responsabilità sociale acquistare prodotti finiti fatti con materiali riciclati o utilizzare materie prime che provengono dal riciclo per produrre i propri prodotti. A volte non è facile riuscire ad identificare articoli che vengono realizzati in modo circolare e, allo stesso tempo, non è semplice, per chi li produce seguendo i canoni del riciclo, essere scelti dal cliente finale. Oggi si può contare su rMIX, la piattaforma specializzata nel mondo del riciclo, che accoglie, gratuitamente o con contratti annuali, le tue offerte o le tue richieste di prodotti finiti fatti in materiali riciclati o di materie prime riciclate o di macchine che servono per la loro produzione o di offerte o ricerche di lavoro nel settore dell’economia circolare o di aziende che offrono servizi e consulenze. Il consumatore finale può trovare i posts delle aziende che producono prodotti finiti fatti in materiali riciclati e i produttori possono trovare le materie prime, le macchine e le collaborazioni che servono per il loro business. Pubblicare un’offerta o una richiesta è semplice e può essere del tutto gratuito, sapendo che ci prenderemo cura delle tue pubblicazioni, traducendole in 4 lingue e mettendole a disposizione degli iscritti (12.000 in 154 paesi al mondo) e a tutti coloro che sono interessati. Inoltre rMIX ha un servizio di promozione gratuito in quanto offre al portale prodotti e servizi meritevoli di nota delle aziende del settore scelte dalla redazione, senza nessun costo, permettendo un avvicinamento tra le aziende e il mercato nel settore del riciclo. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - legno - carta - metalli - tessuti - RAEE
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Bolsonaro: l’Amazonia è Nostra non VostraLa foresta Amazzonica non è mai stata così minacciata da quando il presidente Bolsonaro vuole imitare Trumpdi Marco ArezioChe l’elezione del presidente Bolsonaro fosse una pessima notizia per la tutela dell’ambiente era una cosa risaputa ma che a soli nove mesi dall’elezione fosse riuscito a collezionare un disastro ambientale in Amazzonia di queste proporzione nessuno sarebbe riuscito a prevederlo. Nella sua politica liberistica coniuga ignoranza sui temi scientifici legati alle risorse ambientali, necessari per la sopravvivenza degli stessi Brasiliani, ad una certa arroganza condita con una lungimiranza politica al quanto discutibile. Dare a Macron del colonialista a seguito del tentativo del presidente francese di far capire l’ovvio a Bolsonaro sembrerebbe una scenetta teatrale poco degna di uno statista. Il business di togliere la terra alla foresta, tramite il fuoco, per permettere agli allevatori di estendere i pascoli intensivi allo scopo di sostenere un’attività, quella della produzione di carne, di per sé tra le maggiori attività inquinanti al mondo, comporta un incomprensibile disegno di autodistruzione che anche i bambini possono facilmente comprendere. La politica del presidente Bolsonaro evidentemente non arriva a tanto, ma preferisce accusare le associazioni ambientalistiche degli incendi con lo scopo di farsi pubblicità o lamentarsi che non ha i mezzi per poter contenere il fuoco nel suo paese. Come sempre, dove la politica non ragiona per il bene dei propri cittadini, sono i cittadini del mondo che possono condizionare e boicottare pacificamente gli interessi economici che sono alla base di questi disastri. Come? Semplicemente continuare a preferire nei propri acquisti prodotti che vengano da filiere alimentari che non abbiano creato danni all’ecosistema. Ricordandoci sempre che la produzione di ossigeno che viene dall’Amazzonia copre il 20% del nostro fabbisogno mondiale e che l’anidride carbonica immessa in atmosfera tramite questi incendi andrà a pesare in modo importante sul riscaldamento globale, che a catena velocizzerà tutta una serie di conseguenze ambientali già molto gravi, sarebbe importante che ognuno facesse la propria parte per contrastare l’accelerazione dell’implosione della specie umana.Approfondisci l'argomento
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rNEWS: Le Aziende Rispettano gli Impegni presi per la Sostenibilità?Tra successi e ritardi: un'analisi degli impegni di sostenibilità delle aziendeMolte medie e grandi aziende si stanno impegnando per ridurre la loro impronta carbonica nella produzione o distribuzione dei beni o servizi, con un occhio attento all’ecologia e un altro alla soddisfazione dei clienti che premiano, attraverso gli acquisti, le aziende più meritevoli del rispetto ambientale e quindi più sostenibili.Molte di esse si sono dotate di un protocollo con degli obbiettivi da raggiungere e comunicano apertamente il loro risultati, come accade in molte aziende francesi. Secondo l'Associazione francese delle imprese private Afep, gli impegni presi da 38 grandi aziende per ridurre la loro impronta ecologica sono stati rispettati dell'83%. Impegni presi dal 2017 che riguardano in particolare il riciclo e il recupero dei rifiuti, l'eco-design dei prodotti, la riduzione del consumo di risorse, la riduzione degli imballaggi e anche l'allungamento della vita dei prodotti. Secondo questa associazione, che riunisce 111 gruppi globali, il 79% delle azioni avviate tra il 2017 e il 2019 "sono in corso di lavorazione" con il 13% è in anticipo e l'8% in ritardo. Quasi un quarto dei progetti avviati in questo periodo sono stati completati (23%), il 96% dei quali ha raggiunto gli obiettivi fissati. La società chimica Arkema ha "portato a termine" le sue azioni e "raggiunto" i suoi obiettivi di promozione dell'economia e riduzione delle risorse consumate, mentre l'organizzazione di una filiera del riciclo dei polimeri, che fa oggetto di finanziamenti europei, "sta seguendo il ritmo previsto". Il distributore Carrefour è stato ritardato nel suo obiettivo di eliminare i sacchetti di cassa monouso gratuiti nel 2020 a causa del Brasile, dove, nella maggior parte degli stati, questi sacchetti di plastica sono "un diritto per i consumatori". Accor, che si era impegnata a recuperare il 65% dei rifiuti di esercizio alberghiero del gruppo alla fine del 2020, ma dichiara che ne ha recuperato solo il 56% a novembre e riconosce un tasso di progresso "al di sotto della tabella di marcia impostata". Sul fronte dello spreco alimentare, il gruppo alberghiero ha puntato ad una riduzione del 30% e ha ottenuto una riduzione media solo del 21%, per i 485 alberghi su 1.870 del marchio che “seguono con precisione i volumi” sprecati. H. Saporta
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Acido Fluoroantimonico: Cos’è, Come si Produce e il Suo Ruolo nella Sintesi dei Polimeri PlasticiScopri le caratteristiche chimiche dell’acido fluoroantimonico, i rischi legati al suo impiego e perché viene utilizzato nella produzione di polimeri avanzatidi Marco ArezioNel vasto panorama della chimica industriale, pochi composti suscitano tanta soggezione quanto l’acido fluoroantimonico. Reputato uno degli acidi più forti al mondo, è un reagente che si trova spesso citato nei testi specialistici per le sue proprietà estreme, la pericolosità intrinseca e l’impiego strategico in alcuni settori avanzati dell’industria chimica, in particolare nella produzione di alcuni tipi di polimeri. Ma cosa rende così unico questo composto? E perché proprio lui è scelto per alcune delle sintesi più sofisticate della chimica dei materiali? Che cos’è l’acido fluoroantimonico? L’acido fluoroantimonico è una soluzione superacida ottenuta mescolando fluoruro di idrogeno (HF) e pentafluoruro di antimonio (SbF₅), secondo la reazione: HF + SbF₅ → [H₂F]+ [SbF₆]− Il risultato è un acido la cui forza supera di gran lunga quella dell’acido solforico puro o dell’acido cloridrico concentrato. Si tratta di una sostanza capace di protonare anche composti generalmente considerati inerti agli acidi tradizionali, come gli idrocarburi saturi (alcani). La chiave della sua forza risiede nella formazione dello ione complesso [H₂F]+, fortemente instabile e propenso a donare protoni, rendendo la soluzione capace di catalizzare reazioni quasi impossibili in altre condizioni. Come si produce l’acido fluoroantimonico La produzione dell’acido fluoroantimonico non è una procedura banale. Richiede infatti una rigorosa manipolazione in ambienti controllati, con materiali resistenti alla corrosione estrema (come recipienti in Teflon, poiché anche il vetro viene dissolto). La sintesi più comune prevede l’aggiunta graduale di pentafluoruro di antimonio a fluoruro di idrogeno liquido anidro, spesso raffreddando il sistema per controllare la reazione esotermica. La reazione è altamente pericolosa, e la minima esposizione ai reagenti o al prodotto finito comporta rischi gravissimi per l’operatore. I rischi chimici e sanitari dell’acido fluoroantimonico L’acido fluoroantimonico è una delle sostanze più pericolose che un chimico possa maneggiare, e la letteratura riporta numerosi incidenti, spesso gravi, dovuti a errori di manipolazione. I rischi principali sono: - Corrosività estrema: scioglie rapidamente pelle, tessuti biologici, vetro, metalli e la maggior parte delle plastiche comuni. - Tossicità: sia HF che SbF₅ sono tossici di per sé. L’HF, in particolare, penetra la pelle e può causare danni sistemici ai tessuti e al metabolismo del calcio. - Vapori letali: i vapori sono altamente tossici e possono causare ustioni alle vie respiratorie anche a basse concentrazioni. - Rischi ambientali: eventuali fuoriuscite richiedono procedure di neutralizzazione estremamente complesse e sono devastanti per l’ambiente circostante. - Reattività: in presenza di acqua o umidità può sviluppare reazioni violentissime, con liberazione di gas tossici. Per queste ragioni, la manipolazione avviene solo in laboratori specializzati, con strumentazione dedicata e sotto rigorosi protocolli di sicurezza. L’acido fluoroantimonico nella produzione di polimeri: perché si usa A prima vista, potrebbe sembrare assurdo impiegare un acido così pericoloso nella produzione di materie plastiche, ma in realtà la sua superacidità apre porte a reazioni di polimerizzazione impensabili con altri catalizzatori. Il suo ruolo chiave si manifesta nella catalisi della polimerizzazione cationica, un meccanismo fondamentale per la sintesi di polimeri dalle strutture complesse o dalla resistenza chimica elevata. Catalisi cationica: come funziona La polimerizzazione cationica è un processo in cui un monomero insaturo (tipicamente un idrocarburo con un doppio legame, come un olefina) viene attivato da un acido fortissimo che genera una specie cationica (un carbocatione) come centro attivo di reazione. L’acido fluoroantimonico, grazie alla sua eccezionale forza, è in grado di protonare e quindi attivare anche monomeri scarsamente reattivi, portando alla formazione di catene polimeriche molto lunghe e regolari. Quali polimeri si possono produrre L’uso dell’acido fluoroantimonico è stato studiato soprattutto nella sintesi di: - Poliisobutene e polibutene ad alto peso molecolare Questi polimeri, fondamentali nella produzione di elastomeri e gomme sintetiche, possono essere prodotti con pesi molecolari e proprietà fisico-meccaniche difficili da ottenere con catalizzatori meno potenti. - Polistirene a struttura isotattica Le strutture regolari (isotattiche) conferiscono al polimero proprietà superiori in termini di resistenza meccanica e trasparenza. L’acido fluoroantimonico consente di dirigere la polimerizzazione verso questa configurazione. - Polimeri fluorurati speciali Alcuni polimeri fluorurati utilizzati in applicazioni altamente tecnologiche (chimica fine, dispositivi elettronici) vengono sintetizzati tramite polimerizzazioni cationiche in ambiente superacido. - Resine epossidiche ad alte prestazioni Per la produzione di resine speciali resistenti a solventi aggressivi, la catalisi superacida consente di ottenere reticolazioni più fitte e stabili. Perché l’acido fluoroantimonico è preferito nella produzione delle plastiche La risposta risiede nell’efficienza e nella specificità: la superacidità dell’acido fluoroantimonico permette di avviare e controllare reazioni su substrati poco reattivi o di ottenere polimeri con una struttura molecolare molto ordinata e regolare. Nelle applicazioni più avanzate, la possibilità di sintetizzare polimeri con proprietà uniche (come l’alta resistenza chimica, la trasparenza o l’elasticità estrema) è essenziale per lo sviluppo di materiali innovativi utilizzati nell’industria automobilistica, nell’elettronica, nell’aerospaziale e nella produzione di dispositivi medicali di nuova generazione. È importante sottolineare che, a causa dell’estrema pericolosità, questi processi non sono utilizzati nella produzione di massa delle plastiche comuni (come polietilene, polipropilene o PVC), ma trovano applicazione in nicchie tecnologiche di alto valore aggiunto, dove le prestazioni dei materiali giustificano l’uso di un catalizzatore così speciale e costoso. Conclusioni L’acido fluoroantimonico è uno degli esempi più eclatanti di come la chimica avanzata sia in grado di sfruttare composti estremi per superare limiti apparentemente invalicabili nella sintesi dei materiali. La sua forza, però, si accompagna a rischi enormi, richiedendo competenza, precauzione e strutture adeguate. L’impiego nella produzione di polimeri speciali mostra come la ricerca di materiali sempre più performanti passi anche attraverso la manipolazione controllata di sostanze pericolose, aprendo la strada a plastiche innovative e a tecnologie che fino a pochi anni fa erano considerate pura fantascienza.© Riproduzione Vietata
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Accordo per il Riciclo di 15.000 Ton Anno di Film Plastico a Circuito ChiusoDue società francesi hanno sviluppato un accordo per la gestione degli scarti dei film plastici attraverso un canale dedicatoSelezionare il rifiuto post consumo, in modo che non venga contaminato da altre plastiche o da altri agenti inquinanti, è sempre stato l’obbiettivo più alto nel campo del riciclo delle materie plastiche derivanti dalla raccolta differenziata. Si sono fatti molti passi avanti nel settore del PET, dove gli sforzi che si sono compiuti e si stanno ancora compiendo per creare una raccolta monoprodotto, quindi delle sole bottiglie separate dagli altri rifiuti, sta portando a buoni risultati. Risultati che si possono toccare con mano, in termini di qualità del rifiuto in PET che si può riciclare, in quanto la raccolta delle sole bottiglie di PET riduce di molto gli inquinanti tipici presenti nella raccolta differenziata. Ora, in Francia, si è esteso questo principio di raccolta, monocanale, anche per gli imballi flessibili del packaging, creando una circolazione del prodotto-rifiuto a circuito chiuso, raccogliendo e lavorando solo lo scarto del film, creando un processo di riciclo dedicato che non comporti la contaminazione dello stesso con altre plastiche. Infatti, TotalEnergies e Paprec, leader nel riciclaggio della plastica in Francia, hanno firmato un accordo commerciale a lungo termine per sviluppare una catena del valore francese per il riciclaggio avanzato dei rifiuti di film plastici. L'accordo assicurerà la fornitura del futuro impianto avanzato di riciclaggio della plastica di TotalEnergies a Grandpuits. In base ai termini di questo accordo, Citeo, la principale organizzazione francese responsabile degli imballaggi domestici a fine vita, fornirà un flusso di rifiuti di plastica flessibile selezionati dagli imballaggi post-consumo. Questo flusso sarà consegnato allo stabilimento Paprec Plastiques 80 di Amiens (Francia), dove verrà costruita una linea di selezione e preparazione unica nel suo genere. TotalEnergies utilizzerà questi rifiuti di origine francese nel suo impianto di riciclaggio avanzato, presso la piattaforma zero-greggio di Grandpuits, e produrrà plastica riciclata con le stesse proprietà della plastica vergine per uso alimentare. L'impianto di riciclaggio avanzato, realizzato da TotalEnergies (60%) e Plastic Energy (40%), sarà in grado di trattare 15.000 tonnellate di rifiuti all'anno e dovrebbe essere operativo nel 2024. "Questo accordo a lungo termine è un'importante pietra miliare per il nostro impianto di riciclaggio avanzato a Grandpuits, in quanto garantisce una fornitura di rifiuti di origine francese", ha dichiarato Valérie Goff, vicepresidente senior per i combustibili rinnovabili e i prodotti chimici di TotalEnergies. "È un esempio tangibile dell'impegno di TotalEnergies nello sviluppo di un'economia circolare per la plastica e contribuisce pienamente alla nostra ambizione di produrre il 30% di polimeri circolari entro il 2030". "Il nostro compito è fornire ai nostri clienti e partner imballaggi circolari che consentano di riportare il materiale al suo utilizzo originale e ottenere risparmi di carbonio. Stiamo adottando un approccio aggressivo e innovativo alle resine monostrato come PET, HDPE e PVC. Questa innovazione con TotalEnergies integra il riciclaggio meccanico o "a basse emissioni di carbonio", che non può offrire la stessa circolarità per la plastica che non è così eco-progettata o che è troppo sporca. Sostenere e sviluppare l'eccellenza industriale francese è una delle nostre missioni ", ha affermato Sébastien Petithuguenin, Presidente e Amministratore Delegato di Paprec Plastiques. Informazioni su TotalEnergies e Polimeri TotalEnergies sviluppa, produce e commercializza polimeri - polietilene, polipropilene, polistirene, loro equivalenti riciclati e biopolimeri - che possono essere incorporati nel processo di produzione della plastica. Più leggeri di molti materiali alternativi, aiutano a ridurre l'impronta di carbonio delle applicazioni finali attraverso una maggiore efficienza energetica. Gli esperti di polimeri di TotalEnergies in Europa, Asia e Stati Uniti d'America stanno lavorando a fianco di tutti i professionisti, compresi i produttori di plastica, i centri di ricerca, le società di raccolta e selezione dei rifiuti e i loro clienti per accelerare nell'economia circolare. L'azienda sta sviluppando diversi processi di riciclaggio della plastica e utilizzando materie prime rinnovabili, con l'ambizione di commercializzare il 30% di polimeri circolari entro il 2030. A proposito di Paprec Il gruppo è stato fondato dalla famiglia Petithuguenin nel 1994 ed è stato gestito dalla famiglia sin dalla sua creazione. Paprec è il leader francese nel riciclaggio e uno dei principali attori europei del trattamento dei rifiuti e dell'energia dal recupero dei rifiuti. Il gruppo è passato da 45 dipendenti a 13.000, distribuiti su più di 300 siti nei paesi din. Nel 2022 il gruppo ha gestito 16 milioni di tonnellate di rifiuti e il fatturato ha superato i 2,5 miliardi di euro.Traduzione automatica. Ci scusiamo per eventuali inesattezze. Articolo originale in Italiano.Fonte TotalEnergy
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Plenitude inaugura un nuovo impianto solare in Francia: un passo avanti per l'energia sostenibileCon una capacità di 5 MW, l’impianto di Bouillac contribuirà alla transizione energetica francese, riducendo le emissioni e sostenendo l’economia localedi Marco ArezioNel contesto delle sfide energetiche globali e della transizione verso fonti rinnovabili, l'Italia si distingue per l’impegno delle sue aziende nell'espansione delle energie pulite in Europa. Un esempio rilevante è Plenitude, la divisione energetica del gruppo ENI dedicata alle energie rinnovabili, che ha recentemente avviato la produzione del suo nuovo impianto solare a Bouillac, in Francia, con una capacità installata di 5 megawatt (MW). Questo nuovo progetto rappresenta un passo significativo per Plenitude, che ha come obiettivo il rafforzamento del proprio portafoglio di energia rinnovabile e la riduzione delle emissioni di gas serra. Un Impianto Strategico per la Francia L'impianto solare di Bouillac si inserisce in una strategia di espansione delle fonti rinnovabili in Francia, dove il governo si è impegnato a incrementare la quota di energia pulita per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Con una capacità di 5 MW, l'impianto è in grado di fornire energia pulita a migliaia di famiglie e contribuire alla stabilità energetica del paese, riducendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili. Plenitude e la Transizione Energetica Plenitude è una delle aziende leader in Europa nella produzione di energia rinnovabile e, attraverso iniziative come l'impianto di Bouillac, dimostra un impegno concreto nella transizione energetica. La società punta a raggiungere una capacità installata di energia rinnovabile di 15 GW entro il 2030, combinando impianti solari, eolici e di bioenergia per sostenere una rete energetica più sostenibile e resiliente. La scelta della Francia per questo nuovo progetto non è casuale: il paese è uno dei principali mercati europei per l’energia rinnovabile e offre incentivi significativi per lo sviluppo di impianti solari. Questo favorisce aziende come Plenitude nel contribuire all’espansione dell'energia solare e accelerare il raggiungimento degli obiettivi climatici fissati a livello nazionale ed europeo. Impatti e Benefici per la Comunità Locale L’impianto di Bouillac non solo favorirà la transizione energetica, ma avrà anche un impatto positivo sull'economia locale. La costruzione e la manutenzione di impianti solari richiedono competenze tecniche e manodopera specializzata, creando opportunità di lavoro sia dirette che indirette nella regione. Inoltre, l'energia solare genera una produzione di energia a basso impatto ambientale, migliorando la qualità dell'aria e riducendo l'inquinamento atmosferico locale rispetto alle fonti fossili. La Visione a Lungo Termine di Plenitude Plenitude si impegna non solo nella produzione di energia rinnovabile, ma anche nella promozione di un modello di business sostenibile e responsabile. L’azienda ha implementato diverse iniziative per migliorare l'efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale delle sue attività. Attraverso collaborazioni con altre imprese e istituzioni, Plenitude mira a sviluppare tecnologie innovative e a sostenere la ricerca e lo sviluppo nel settore delle energie rinnovabili. Conclusione L’inaugurazione dell’impianto solare di Bouillac rappresenta un traguardo importante per Plenitude e un contributo significativo alla decarbonizzazione della rete energetica francese. In un contesto di crescente urgenza per affrontare il cambiamento climatico, progetti come questo non solo aiutano a ridurre le emissioni di CO2, ma offrono anche un modello replicabile per altre aziende e nazioni che vogliono investire in un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Le Inchieste Ambientali del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi: Smascherare le Verità Nascoste della Crisi EcologicaCome l'ICIJ utilizza il giornalismo investigativo per rivelare gli abusi ambientali globali, dal traffico di rifiuti tossici alla deforestazione illegale, contribuendo a trasformare la lotta contro il cambiamento climaticodi Marco ArezioNegli ultimi decenni, il cambiamento climatico, la distruzione degli ecosistemi e l’inquinamento sono diventati temi centrali del dibattito globale. Di fronte all’aggravarsi della crisi ambientale, il ruolo dei media, e in particolare del giornalismo investigativo, è diventato cruciale per denunciare le pratiche dannose, l’inazione politica e le attività industriali che compromettono il futuro del pianeta. In questo contesto, il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) ha svolto un ruolo chiave nella divulgazione di inchieste complesse e di grande impatto, smascherando gli attori che alimentano la crisi ambientale. Cos'è l'ICIJ? L’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists) è un’organizzazione no-profit con sede negli Stati Uniti, fondata nel 1997 come parte del Center for Public Integrity, un altro gruppo giornalistico investigativo di fama. Oggi, l’ICIJ è un’entità indipendente che collega giornalisti e media di tutto il mondo con l'obiettivo di condurre inchieste transnazionali. Il consorzio lavora su questioni complesse che travalicano i confini nazionali e richiedono un’analisi approfondita e una collaborazione giornalistica globale. Tra i maggiori successi dell'ICIJ vi sono le inchieste finanziarie, come i Panama Papers e i Paradise Papers, ma l’organizzazione ha anche rivolto un’attenzione particolare alle questioni ambientali. Grazie a una rete globale di oltre 280 giornalisti e 100 partner mediatici in più di 100 Paesi, l’ICIJ è in grado di condurre inchieste che nessuna redazione, da sola, potrebbe realizzare, specialmente in un contesto di minacce crescenti contro i giornalisti e l’informazione indipendente. Come Funziona l’ICIJ? Il modello di funzionamento dell'ICIJ si basa sulla collaborazione internazionale e l’uso di strumenti avanzati di analisi dei dati. Quando l’ICIJ avvia un’inchiesta, raccoglie e condivide informazioni con i giornalisti membri della sua rete globale, sfruttando database, documenti riservati, leak (fughe di informazioni) e risorse fornite da informatori (whistleblowers). Ogni progetto viene sviluppato in segreto per mesi, a volte anni, prima della pubblicazione. I giornalisti che partecipano a un'inchiesta sono chiamati a cooperare intensamente, mettendo a disposizione competenze specialistiche, conoscenze locali e capacità di storytelling. Questa sinergia crea un prodotto finale potente, che riesce a illuminare scandali e ingiustizie che altrimenti rimarrebbero nascosti. L’ICIJ utilizza anche tecniche investigative avanzate, tra cui il data mining, l'analisi di migliaia di documenti e lo sviluppo di sistemi informatici che permettono di tracciare collegamenti tra persone, aziende e governi. Inoltre, l’ICIJ si basa sul principio della trasparenza, non solo nel diffondere le sue inchieste, ma anche nell’assicurare che il suo lavoro sia accessibile al pubblico e ai media indipendenti. Le Inchieste dell’ICIJ sull’Ambiente L'ICIJ ha affrontato temi ambientali in diverse inchieste di grande portata. Di seguito, analizziamo alcune delle più rilevanti: Toxic Trade (2019) Una delle indagini più importanti condotte dall'ICIJ sull'ambiente è stata l'inchiesta denominata Toxic Trade, pubblicata nel 2019. Questa inchiesta ha svelato un sistema internazionale in cui grandi quantità di rifiuti tossici provenienti da Paesi sviluppati vengono esportate nei Paesi in via di sviluppo, dove le normative ambientali sono meno stringenti o del tutto inesistenti. L'inchiesta ha evidenziato come la pratica del “dumping” di rifiuti tossici sia diventata una minaccia crescente per la salute umana e per l'ambiente. Attraverso l'analisi di documenti commerciali, database internazionali e l'uso di tecnologie investigative avanzate, l'ICIJ ha tracciato i flussi di rifiuti pericolosi da Europa, Stati Uniti e Giappone verso Paesi come il Sudafrica, l’India e la Malesia. L'inchiesta ha rivelato che, nonostante i trattati internazionali come la Convenzione di Basilea, che mira a limitare il traffico transfrontaliero di rifiuti pericolosi, i controlli sono insufficienti e le aziende riescono a evadere le regolamentazioni grazie a scappatoie legali e corruzione. Toxic Trade ha posto l'accento sulla necessità di una regolamentazione più rigorosa e di una maggiore responsabilità da parte delle nazioni sviluppate, nonché sulla necessità di promuovere l’economia circolare come alternativa sostenibile. Carbon Conundrum (2021) Nel 2021, l'ICIJ ha pubblicato un'altra importante inchiesta ambientale, Carbon Conundrum, che ha esaminato l'efficacia dei sistemi globali di scambio delle emissioni di carbonio. L'indagine ha svelato che molte delle iniziative per la compensazione delle emissioni, promosse da grandi aziende e governi, sono inefficaci o addirittura controproducenti. Uno dei principali problemi evidenziati dall’ICIJ è stato l’abuso del concetto di compensazione delle emissioni, dove le aziende comprano crediti di carbonio da progetti teoricamente sostenibili in altre parti del mondo, mentre continuano a inquinare. In molti casi, questi crediti sono stati associati a progetti di riforestazione che non hanno mai visto la luce o che non hanno portato i benefici promessi. Questa inchiesta ha messo in luce come il sistema dei crediti di carbonio venga sfruttato da aziende e governi per "lavare" la propria immagine senza apportare veri cambiamenti strutturali verso la riduzione delle emissioni di gas serra. Carbon Conundrum ha sollevato seri interrogativi sull'efficacia delle misure globali per il contrasto al cambiamento climatico e ha rafforzato la richiesta di azioni più incisive e trasparenti. The Deforestation Inc. (2023) Un’altra indagine di rilievo è stata pubblicata nel 2023 sotto il titolo di Deforestation Inc.. Questa inchiesta ha smascherato una rete di aziende e intermediari che traggono profitto dalla distruzione delle foreste tropicali, in particolare in America Latina e nel Sud-est asiatico. Il team di giornalisti ha scoperto che multinazionali dell’agroindustria, aziende minerarie e gruppi di costruzioni stanno contribuendo in maniera massiccia alla deforestazione illegale, spesso con la complicità di autorità locali corrotte o indifferenti. Inoltre, l'inchiesta ha svelato come i certificati "green" rilasciati da alcune organizzazioni internazionali siano in realtà solo delle coperture per permettere alle aziende di continuare a devastare le foreste. Deforestation Inc. ha evidenziato come la perdita delle foreste non solo contribuisca al cambiamento climatico, riducendo i “pozzi di assorbimento” di CO₂, ma abbia anche conseguenze devastanti per le comunità indigene e per la biodiversità. L'inchiesta ha portato all’attenzione globale il fallimento delle iniziative internazionali volte a proteggere le foreste e ha sollecitato una maggiore trasparenza nel sistema delle certificazioni ambientali. L’Impatto delle Inchieste dell’ICIJ sull’Ambiente Le inchieste dell'ICIJ non si limitano a fornire dati e informazioni, ma spesso innescano azioni concrete da parte dei governi, delle organizzazioni internazionali e delle aziende. Molte delle rivelazioni dell'ICIJ hanno portato a nuove regolamentazioni, a sanzioni contro le aziende coinvolte e a un maggiore controllo pubblico sulle pratiche dannose per l’ambiente. Ad esempio, dopo la pubblicazione di Toxic Trade, numerosi Paesi hanno rivisto le proprie normative sull’importazione di rifiuti, mentre alcune aziende sono state costrette a ridurre le esportazioni di materiali pericolosi. Carbon Conundrum ha suscitato un dibattito mondiale sull’efficacia del sistema di compensazione delle emissioni, spingendo alcuni governi a rivalutare le proprie politiche sul carbon trading.
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Brembo, la rivoluzione sostenibile: pinze freno in alluminio riciclatoInnovazione e responsabilità ambientale: come Brembo ha ridotto del 70% le emissioni di CO₂ nelle sue pinze freno grazie all’uso di una lega di alluminio riciclatodi Marco ArezioQuando si parla di eccellenza italiana nel settore automobilistico, il nome Brembo emerge come sinonimo di qualità, sicurezza e innovazione. Ma oggi l’azienda lombarda compie un passo ulteriore, scegliendo di intrecciare la propria storia con un impegno concreto verso la sostenibilità. Dopo oltre cinque anni di ricerca e sviluppo, Brembo ha annunciato l’introduzione di una lega interamente composta da alluminio riciclato nella produzione delle sue pinze freno di primo equipaggiamento. Un progetto nato nel 2020 con obiettivi chiari Il percorso verso questa innovazione non è stato immediato: il progetto è stato avviato nel 2020 con l’obiettivo di conciliare due aspetti spesso ritenuti difficili da far convivere, ovvero la performance tecnica e la responsabilità ambientale. L’idea era semplice ma ambiziosa: realizzare pinze freno in grado di mantenere gli stessi standard di sicurezza e prestazioni, ma riducendo in modo significativo l’impatto ambientale. Emissioni ridotte fino al 70% La chiave del successo risiede nell’impiego di un alluminio composto al 100% da materiale riciclato, capace di garantire caratteristiche meccaniche paragonabili a quelle delle leghe tradizionali. Grazie a questa scelta, Brembo è riuscita a ridurre le emissioni di CO₂ lungo l’intero ciclo di vita del prodotto di circa il 70%. Un risultato che non rappresenta solo un primato tecnologico, ma anche una risposta concreta alla crescente necessità di ridurre l’impronta ecologica del settore automotive. Il nuovo marchio «ALU» come garanzia di sostenibilità Per contraddistinguere le pinze freno realizzate con alluminio riciclato, Brembo ha introdotto il marchio «ALU». Un simbolo che non si limita a certificare l’origine del materiale, ma che diventa anche testimonianza tangibile dell’impegno dell’azienda verso un futuro più sostenibile. Dal punto di vista estetico, le pinze mantengono intatto il design che ha reso il brand riconoscibile a livello mondiale, confermando che innovazione e tradizione possono convivere armoniosamente. Design iconico e coerenza stilistica Uno degli aspetti più apprezzati dagli automobilisti e dagli appassionati è che le pinze freno in alluminio riciclato conservano le stesse linee distintive dei modelli tradizionali. L’eleganza e la riconoscibilità del marchio restano dunque inalterate, dimostrando che la sostenibilità non implica sacrifici dal punto di vista estetico o prestazionale. Una filiera industriale orientata al futuro L’adozione dell’alluminio riciclato non è un episodio isolato, ma parte di una strategia industriale più ampia. Brembo ha infatti dichiarato di voler dare sempre più spazio a materiali riciclati e a componenti realizzati con energia rinnovabile. Questo approccio non solo riduce i costi ambientali della produzione, ma contribuisce a costruire un futuro in cui i prodotti dell’azienda saranno sempre più intelligenti, sicuri e sostenibili. Un impegno che non si ferma Nonostante l’introduzione delle nuove pinze, Brembo continuerà a utilizzare i materiali convenzionali per le linee già in produzione, garantendo una transizione graduale. Tuttavia, l’obiettivo dichiarato è chiaro: dare priorità a soluzioni basate su alluminio riciclato e, più in generale, a scelte in grado di ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare alla qualità. L’Italia come motore dell’innovazione sostenibile Questa scelta dimostra come l’Italia possa essere protagonista di una trasformazione industriale in chiave green. L’innovazione di Brembo non riguarda solo la tecnica, ma incarna un modello virtuoso in cui la ricerca e lo sviluppo diventano strumenti concreti per affrontare le sfide ambientali globali.© Riproduzione Vietata
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Un’Auto è Davvero Circolare? La Verità su Materiali Riciclati, Riciclabili e Non RecuperabiliAnalisi tecnica della composizione di una vettura europea media: quota di acciaio, alluminio, plastiche e materiali difficili da recuperare, con i dati reali su riuso e riciclo a fine vitaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 13 aprile 2026 Tempo di lettura: 11 minuti L’automobile è uno degli oggetti industriali più complessi della vita quotidiana. La si immagina spesso come un prodotto interamente riciclabile, quasi fosse un grande blocco di metallo pronto a rientrare in fonderia. In realtà non è così semplice. Un’auto moderna nasce dall’unione di metalli ferrosi, alluminio, plastiche tecniche, rame, vetro, gomma, vernici, tessili, elettronica e, sempre più spesso, materiali compositi. Proprio per questo, quando si parla di “auto riciclata” o “auto riciclabile”, si rischia di confondere tre piani diversi: il contenuto di materiale riciclato già presente nel veicolo nuovo, la sua riciclabilità teorica a progetto e il tasso reale di riuso o riciclo che si ottiene davvero quando il veicolo arriva a fine vita. La Commissione europea ricorda infatti che l’automotive è tra i maggiori consumatori di materie prime primarie e che, nonostante buoni tassi complessivi di recupero dai veicoli fuori uso, l’industria fa ancora scarso uso di materiali riciclati, soprattutto nelle plastiche. La prima cosa da chiarire è che le categorie “riciclato”, “riciclabile” e “non riciclabile” non sono tre fette perfettamente separate dello stesso oggetto. Un componente in acciaio, per esempio, può essere stato fabbricato anche con una quota di rottame riciclato e, allo stesso tempo, essere ancora riciclabile a fine vita. Per leggere correttamente i numeri conviene allora distinguere tre domande diverse: quanta materia seconda è già stata incorporata nell’auto nuova; quanta parte del veicolo è progettata per poter essere riusata, riciclata o recuperata; quanta parte viene effettivamente riportata in circolo quando il veicolo diventa un rifiuto. La normativa europea tiene separate proprio queste dimensioni: da un lato fissa requisiti di reusability, recyclability e recoverability in fase di progettazione; dall’altro misura ogni anno i risultati reali dei veicoli fuori uso trattati negli Stati membri. Quali materiali dominano davvero il peso di una vettura media Guardando alla massa complessiva, l’auto media europea resta soprattutto un oggetto metallico. In un’auto passeggeri tipica dell’UE, l’acciaio rappresenta ancora circa 800-900 kg, cioè approssimativamente il 50-66% della massa del veicolo, a seconda del segmento, dell’età, del modello e del powertrain. L’alluminio ha però guadagnato terreno in modo deciso: uno studio europeo di riferimento colloca il contenuto medio di alluminio per veicolo a 205 kg nel 2022. Le plastiche, a seconda del tipo di auto e del criterio di misura, pesano mediamente tra il 14% e il 18% della massa totale, oppure circa 150-200 kg in una vettura media, con alcuni veicoli che arrivano oggi attorno ai 240 kg. Il Joint Research Centre della Commissione osserva inoltre che oltre il 95% del peso di un veicolo è concentrato in un numero limitato di materiali chiave, il che spiega perché il potenziale di recupero esista davvero, ma dipenda dalla qualità della separazione e non solo dalla composizione teorica. In termini pratici, questo significa che il cuore dell’auto è formato da acciaio, ferro, alluminio e rame, cioè materiali che dal punto di vista metallurgico hanno una forte vocazione al riciclo. Intorno a questo nucleo si stratifica però una parte crescente di plastiche tecniche, schiume, rivestimenti, adesivi, resine, cablaggi complessi, elettronica e combinazioni multistrato che rendono il fine vita molto meno lineare di quanto si creda. Il valore industriale del veicolo fuori uso si concentra soprattutto nei metalli di base; tutto il resto, se non viene smontato bene prima della frantumazione, tende a degradarsi in qualità o a finire in flussi misti di difficile valorizzazione. Il ruolo dell’acciaio nella struttura dell’automobile moderna L’acciaio resta il materiale dominante perché consente di combinare resistenza meccanica, sicurezza passiva, rigidità strutturale, formabilità industriale e costi relativamente competitivi. Lo studio europeo sullo steel loop automotive evidenzia che circa il 58% dell’acciaio presente nell’auto si concentra nella carrozzeria e che gran parte di questo acciaio deve rispettare requisiti qualitativi molto severi, anche per evitare contaminazioni che compromettano le prestazioni dei laminati piani. Questo punto è decisivo: dire che l’acciaio è riciclabile è corretto, ma non tutta la rottamazione metallica ha lo stesso valore. La Commissione europea sottolinea infatti che i tassi complessivi di recupero dei materiali sono alti, ma spesso i rottami metallici ottenuti dai veicoli a fine vita hanno qualità ancora troppo bassa rispetto alle esigenze più nobili del car-to-car recycling. Quanto conta oggi l’alluminio nella composizione del veicolo L’alluminio è il materiale che più ha beneficiato della spinta alla leggerezza e all’elettrificazione. Il dato medio europeo di 205 kg per veicolo nel 2022 mostra che non si tratta più di un materiale marginale o confinato a pochi componenti premium. Fusioni, estrusi, lamierati e fucinati entrano in powertrain, sottotelai, strutture di carrozzeria, chiusure, freni e soprattutto nei veicoli elettrificati, dove la riduzione di massa aiuta a compensare il peso dei pacchi batteria. Anche qui, però, la circolarità reale dipende dalla qualità del rottame e dalla capacità di separare bene leghe e contaminanti. In altre parole, l’alluminio è altamente riciclabile, ma il mantenimento del valore metallurgico richiede filiere più selettive rispetto al semplice recupero a massa. Plastiche auto: leggere, strategiche, ma ancora difficili da chiudere in ciclo Le plastiche sono il punto più critico dell’intera discussione. Da un lato sono indispensabili per alleggerire il veicolo, migliorare aerodinamica, comfort, isolamento, design, integrazione di funzioni e compatibilità con l’elettrificazione. Dall’altro lato, proprio perché presenti in molte famiglie polimeriche, in componenti accoppiati, verniciati, caricati, schiumati o contaminati, sono difficili da riportare a riciclo di alta qualità. La Commissione europea segnala che le plastiche rappresentano il 14-18% della massa del veicolo e che oggi solo una media di circa il 3% della plastica presente nei nuovi veicoli deriva da plastica riciclata, nonostante alcuni modelli più avanzati riescano a fare meglio. È uno dei segnali più chiari del fatto che l’auto moderna è molto più avanti nella riciclabilità dei metalli che nell’incorporazione stabile di polimeri secondari. Il problema non è soltanto quantitativo ma anche qualitativo. Il JRC evidenzia che molte frazioni plastiche ed elettroniche, se non vengono smontate e separate in modo dedicato, finiscono in una corrente di rifiuto leggera da frantumazione nella quale le plastiche non sono più recuperate con la stessa efficacia dei metalli. Nei casi base analizzati, ferro e alluminio risultano recuperati bene, mentre una parte rilevante di plastiche, schede e altri materiali embedded viene persa o incenerita. Per questo la plastica dell’auto è il vero banco di prova della circularity automotive: non basta sapere che un polimero è “tecnicamente riciclabile”, bisogna riuscire a identificarlo, smontarlo, separarlo e reimmetterlo in una specifica industriale accettabile. Quanta materia riciclata c’è già in un’auto nuova Qui serve onestà tecnica: oggi non esiste ancora un unico dato armonizzato e universalmente dichiarato che dica quanta percentuale in massa di un’“auto media europea nuova” sia composta da materiale riciclato complessivo. Esistono dati solidi per singoli materiali, ma non un valore ufficiale univoco per l’intero veicolo. Si può però fare una stima prudenziale. Il WorldAutoSteel indica che l’acciaio delle carrozzerie contiene circa il 25% di acciaio riciclato, mentre molti componenti interni in ferro e acciaio utilizzano percentuali anche superiori. Considerando che la frazione ferrosa vale circa il 50-66% della massa dell’auto, solo questa parte porta già con sé una quota non trascurabile di contenuto riciclato. Se si aggiunge che le plastiche, pur pesando il 14-18%, incorporano in media solo il 3% di plastica riciclata, e che l’alluminio vale mediamente 205 kg per veicolo ma non dispone ancora di una dichiarazione UE standardizzata sul suo contenuto riciclato medio in auto nuova, si può concludere che la quota complessiva di materiale riciclato in una vettura media è verosimilmente nell’ordine di almeno il 15-20% in massa, e spesso può essere più alta. Questa è però una inferenza tecnica prudenziale, non un dato statistico ufficiale armonizzato UE. Tradotto in linguaggio industriale, la parte dell’auto che oggi incorpora già più materiale riciclato è soprattutto quella metallica. La parte che invece resta più dipendente da materia vergine o da flussi secondari difficili da certificare e stabilizzare è quella dei polimeri, delle schiume, di certi compositi e di molte applicazioni con requisiti estetici, odorimetrici o di sicurezza molto stringenti. È proprio qui che si gioca la prossima fase della circular economy automotive. Cosa prevede la normativa europea sulla riciclabilità dei veicoli Sul piano progettuale, la regola base nell’UE è chiara: i veicoli devono essere costruiti in modo da risultare almeno 85% riusabili e/o riciclabili in peso e almeno 95% riusabili e/o recuperabili. È un vincolo fondamentale, ma va interpretato correttamente. Non significa che ogni auto venga poi davvero riciclata al 95%. Significa che il progetto del veicolo deve essere compatibile con quei livelli di valorizzazione, a condizione che esistano impianti, procedure di smontaggio, mercati delle materie seconde e condizioni economiche adeguate. Il salto tra possibilità teorica e risultato reale è il punto cruciale dell’intero sistema. Quanto viene davvero riusato o riciclato a fine vita I numeri reali più recenti disponibili a livello europeo dicono che, nel 2023, sui veicoli fuori uso trattati nell’UE, il 88,3% del peso è stato riusato o riciclato, mentre il 93,7% è stato riusato o recuperato. La differenza tra i due valori è importante: vuol dire che una parte del veicolo non è stata effettivamente riportata a materia ma soltanto recuperata in altra forma, tipicamente energetica. Se si traduce il dato in modo diretto, si ottiene questo quadro finale molto leggibile: circa 88,3% rientra come riuso o riciclo, circa 5,4% viene recuperato ma non riciclato, e circa 6,3% resta fuori anche dal recupero. È questa, oggi, la risposta più solida alla domanda su quanta parte di un’auto venga davvero riutilizzata o riciclata a fine vita. Il dato è buono, ma non perfetto. L’aggregato UE 2023 si colloca sopra il target dell’85% per reuse+recycling, ma sotto la soglia del 95% per reuse+recovery se guardato come media complessiva. Eurostat precisa comunque che molti Paesi superano singolarmente i target, mentre altri restano indietro per motivi logistici, di stoccaggio o di reporting. Questo conferma che la performance reale di fine vita non dipende solo dalla bontà del design, ma anche dalla maturità dell’intera filiera nazionale di raccolta, trattamento, export, demolizione e post-shredding. Dove si concentrano i componenti non riciclabili o poco riciclabili La quota davvero problematica dell’auto non coincide con un materiale solo, ma con un insieme di combinazioni tecniche. Il nodo principale è il residuo di frantumazione: una miscela eterogenea in cui si ritrovano plastiche, gomma, schiume, vetro, tessili e altri materiali a bassa densità. Il JRC descrive proprio questa frazione come una corrente mista nella quale molte plastiche provenienti dai veicoli perdono valore o finiscono in incenerimento. È qui che si annida buona parte della quota “non riciclabile” o, più precisamente, non riciclata in modo efficiente nelle condizioni industriali attuali. Inoltre, le difficoltà non dipendono solo dalla natura chimica del materiale, ma anche da come il componente è stato progettato. Adesivi strutturali, accoppiamenti plastica-metallo, plastiche caricate o verniciate, tessili incollati, schiume integrate, componenti elettronici incorporati e sensori dispersi in molti punti del veicolo riducono la separabilità. Per questo la quota non riciclata non va letta come “materiale intrinsecamente impossibile da riciclare”, ma come il risultato di tre fattori combinati: complessità costruttiva, contaminazione e convenienza economica insufficiente della separazione. La stessa Commissione riconosce che solo piccole quantità di plastica sono oggi riciclate dai veicoli fuori uso e che la qualità dei rottami ottenuti è spesso ancora troppo bassa. La vera sintesi: come leggere le tre categorie richieste Se si vuole rispondere in modo semplice ma corretto alla domanda “com’è composta un’auto media tra riciclato, riciclabile e non riciclabile?”, la sintesi più rigorosa è questa. Nell’auto nuova, una quota significativa della massa è già fatta di materiali che incorporano materia riciclata, soprattutto nei metalli. Un valore unico UE non esiste ancora, ma una stima prudenziale colloca questa quota almeno nell’ordine del 15-20% del peso, con possibilità di valori superiori a seconda dei materiali e del costruttore. Dal punto di vista della riciclabilità progettuale, il veicolo deve essere concepito per arrivare ad almeno 85% di riuso/riciclo e 95% di riuso/recupero. Ciò significa che la gran parte della massa del veicolo appartiene a famiglie di materiali recuperabili almeno in teoria, soprattutto metalli, parte del vetro, alcune plastiche e varie componenti smontabili. Dal punto di vista del risultato reale a fine vita, i dati UE 2023 dicono che circa 88,3% del peso viene effettivamente riusato o riciclato, circa 5,4% viene solo recuperato e circa 6,3% non rientra neppure nel recupero. In altre parole, oggi la quota che resta fuori dal circuito materiale vero e proprio è ancora vicina a un decimo abbondante del veicolo, e si concentra soprattutto nelle frazioni miste e nelle componenti più difficili da separare. Come cambieranno le auto con le nuove regole europee La direzione politica è ormai tracciata. La Commissione aveva proposto nel 2023 che i nuovi veicoli includessero almeno il 25% di plastica riciclata e che il 30% delle plastiche provenienti dai veicoli fuori uso fosse riciclato. Nel dicembre 2025, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio che prevede una traiettoria graduale: 15% di plastica riciclata nei nuovi veicoli sei anni dopo l’entrata in vigore delle regole e 25% dopo dieci anni, con una parte di questo obiettivo da soddisfare usando plastica riciclata proveniente dai veicoli a fine vita. È il segnale più chiaro che la partita futura non si giocherà tanto sul recupero dei metalli, già relativamente maturo, quanto sulla capacità di chiudere davvero il ciclo dei polimeri automotive. Conclusione L’auto media non è un prodotto “completamente riciclato”, ma non è neppure un oggetto irrimediabilmente lineare. È, piuttosto, un sistema industriale ancora fortemente metallico, dove l’acciaio e l’alluminio garantiscono buona parte della riciclabilità complessiva, mentre le plastiche e le frazioni miste restano il principale collo di bottiglia della circularity. Oggi una vettura nuova incorpora già una quota non banale di materiali riciclati, ma la componente veramente virtuosa è soprattutto nei metalli. A fine vita, in Europa, circa l’88,3% del peso rientra come riuso o riciclo, ma resta ancora una quota che finisce in recupero energetico o fuori dal circuito. È lì che si misurerà la qualità della transizione circolare dell’automotive nei prossimi anni. FAQ Quanta parte di un’auto media è fatta di acciaio? Nell’UE una tipica autovettura contiene circa 800-900 kg di acciaio, pari approssimativamente al 50-66% della massa del veicolo. Quanta plastica c’è in un’auto moderna? Le plastiche rappresentano in media circa il 14-18% della massa del veicolo, oppure circa 150-200 kg in un’auto media, con alcuni modelli che arrivano attorno a 240 kg. Quanta plastica riciclata c’è oggi nelle auto nuove? Secondo la Commissione europea, oggi in media solo circa il 3% della plastica presente nei nuovi veicoli deriva da plastica riciclata. Quanto di un’auto a fine vita viene davvero riusato o riciclato? Nel 2023, nell’UE, il 88,3% del peso dei veicoli fuori uso è stato riusato o riciclato; il 93,7% è stato riusato o recuperato. Perché non si arriva ancora al 100% di riciclo? Perché una quota del veicolo finisce in frazioni miste difficili da separare, soprattutto plastiche, schiume, tessili, gomma, elettronica incorporata e residui da frantumazione, che nelle condizioni industriali attuali non vengono sempre riciclati con qualità sufficiente. Fonti Commissione europea, End-of-Life Vehicles e quadro normativo sui veicoli fuori uso. Eurostat, End-of-life vehicle statistics, dati UE 2023 su reuse/recycling e reuse/recovery. JRC, analisi sui materiali dei veicoli e sulla circolarità dei componenti. Studio europeo sullo steel loop automotive. European Aluminium / Ducker Carlisle, Average Aluminum Content per Vehicle in 2022. Plastics Europe e DG Environment sulla quota di plastiche nelle auto e sul basso contenuto di plastica riciclata nei veicoli nuovi. Parlamento europeo e Commissione europea sulle future soglie di contenuto riciclato plastico nei veicoli. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Valutazione sull’efficienza dell’economia circolare in europaPlastica, vetro, legno, metalli, carta, gommadi Marco ArezioPrima di addentrarci nella valutazione dello stato di salute dell’economia circolare in Europa , è buona cosa ricordarci come la Comunità Europea è arrivata, negli anni, a promulgare norme sempre più ambiziose per spingere l’economia circolare. Dobbiamo partire dal 1975 quando la CEE emanò la prima direttiva relativa alla gestione dei rifiuti che aveva lo scopo, non tanto di responsabilizzare i cittadini Europei al riciclo e riuso, ma di tutelare la competitività commerciale del mercato in relazione alle diverse normative nazionali sullo smaltimento dei rifiuti. Si cercava quindi di impedire che un minore onere nazionale nello smaltimento dei propri rifiuti potesse generare un vantaggio economico sui prodotti finiti, con conseguenze di alterare principio della libera e corretta concorrenza. In quel momento, nonostante già si sapesse delle conseguenze sanitarie ed ambientali che comportava una gestione non oculata dei rifiuti, si preferiva considerare l’aspetto meramente commerciale del mercato. Ma fu solo nel 2008 che la Comunità Europea, attraverso una specifica direttiva, la numero 98, ha disciplinato la corretta gestione dei rifiuti in funzione alla sostenibilità ambientale e al principio di circolarità, con lo scopo di tutelare la salute, l’ambiente e le risorse naturali. Inoltre, nel 2018, è stata aggiornata la direttiva del 2008 innalzando gli obbiettivi di riciclo, ampliando la famiglia dei prodotti da riciclare, migliorando la prevenzione, varando piani di sostegno finanziario al mercato della circolarità, regolando la frazione dei rifiuti avviati allo smaltimento e al recupero energetico e molti altri punti. Per quanto riguarda l’evoluzione, in termini numerici, della circolarità dell’economia Europea negli ultimi 10 anni, si è notato che la produzione complessiva dei rifiuti è rimasta abbastanza stabile, con un valore di circa 2,5 Mld, ma è cresciuto del 7% la frazione di materiale recuperato, passando da 1029 a 1102 Mt. Esistono differenze di performance, tra le varie famiglie di prodotti che compongono il paniere delle attività circolari, in cui vediamo i rifiuti da imballaggio crescere del 27% dal 2006, portando il tasso di riciclo, rispetto all’immesso sul mercato nell’UE28 dal 57 al 67%, perfettamente in linea con le aspettative Europee pari al 65% per il 2025. I paesi con i più alti tassi di riciclo degli imballi sono la Germania con il 71%, seguono la Spagna con il 70% e l’Italia.Vediamo nel dettaglio le varie famiglie: Carta e Cartone A livello Europeo la percentuale di riciclo della carta e del cartone, rispetto al valore di merce immessa sul mercato, è passata dall’83% del 2009 all’85% del 2017, la cui lenta crescita è frutto di una buona attività di recupero avvenuta già negli anni scorsi, portando il comparto a superare gli obbiettivi previsti per il 2025. Ci sono sicuramente anche delle zone d’ombra per il futuro, in quanto il settore deve risolvere l’impatto sugli alti costi energetici che le cartiere devono sostenere e la gestione dello scarto del riciclo.Vetro Il tasso di riciclo degli imballaggi in vetro, a livello Europeo, rispetto al valore del prodotto immesso sul mercato, è passato dal 68% del 2009 al 74% del 2017, ponendo la Germania in testa in termini di volumi, seguita dalla Francia e dall’Italia. Anche in questo settore, come in quello della carta, la possibilità di ampliare la raccolta e il recupero della materia prima passa dall’incremento e dall’ammodernamento degli impianti di trattamento del vetro e dalla soluzione della gestione degli scarti di produzione che vengono generati durante il riciclo.Plastica Per quanto riguarda la plastica i dati di riciclo a livello Europeo ci dicono che la raccolta è passata dal 32% del 2009 al 42% del 2017, ponendo la Germania in testa con la Spagna a 48% seguita dall’Italia. La crescita negli ultimi periodi è stata molto importante, ma è assolutamente necessario risolvere la questione delle plastiche miste che oggi pongono un freno al settore e incrementare l’uso dei polimeri rigenerati che derivano dalle attività di riciclo, verso prodotti che permettono il loro utilizzo. In merito a questo problema si sono emanate alcune normative che impongono l’uso dei polimeri rigenerati, come il PET, nelle bottiglie con capacità fino a 3 litri, e che limitano la produzione e la vendita di prodotti monouso. Ma molto ancora resta da fare in altri ambiti produttivi, dove si potrebbe imporre l’uso di una certa % di materiale rigenerato in quei prodotti che non hanno una valenza sanitaria o alimentare.Legno Il tasso di riciclo Europeo del legno non configura valori di crescita molto elevati, passando dal 38% del 2009 al 40% del 2017, infatti il comparto soffre ancora della cattiva gestione della separazione del legno rispetto ad altri prodotti avviati alla discarica. Si sta comunque lavorando per riuscire a separarlo in modo più mirato, durante la raccolta differenziata, con l’obbiettivo di ridurre in modo sostanziale l’approvvigionamento industriale da risorse naturali.Metalli Per quanto riguarda l’alluminio la crescita del riciclo dei rottami è stata del 44%, passando da 683 Kt del 2009 a 981 Kt nel 2018, mentre per quanto riguarda il riciclo degli imballi si è superato l’obbiettivo del 2030. I settori di interesse riguardano gli scarti dei processi di laminazione, i rottami pre-consumo e post-consumo e gli imballaggi. In merito al riciclo dei rottami d’acciaio, si può notare un aumento da 12,8 Mt del 2009 a 12,9 Mt del 2019. Per gli imballi si evidenzia una buona performance pari all’8% rispetto al volume immesso. Anche in questo settore, nonostante gli obbiettivi del 2025 siano già stati superati, permangono difficoltà da affrontare come la necessità di raccogliere separatamente, in maniera qualitativa gli imballaggi e l’incremento dei prodotti realizzati con materiale riciclato.Gomma I dati relativi al riciclo della gomma e degli pneumatici esausti ha visto un incremento pari al 29%, passando da 136 Kt del 2013 a 176 Kt nel 2018. Da quando si è inserito il principio della “responsabilità estesa del produttore” la raccolta e l’avvio al riciclo degli pneumatici è aumentata riducendo il fenomeno dell’abbandono degli scarti nell’ambiente, fenomeno che tuttavia ancora persiste in alcune nazioni.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - vetro - gomma - legno - metalli
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 7: L’eco nei cannetiAmore e Coraggio nel Borgo di Corenno Plinio, tra Misteri e CospirazioniSettembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 7: L’eco nei canneti La luce arrivò come un latte sottile, strisciando tra le persiane e lasciando in casa un chiarore incerto. Lisa e Andrea non parlarono quasi, mentre infilavano scarpe che potevano sporcarsi di fango e giacche leggere buone per la breva del mattino. L giornata precedente s’era chiusa con una decisione semplice e pericolosa: entrare nei canneti. Ora non c’era più spazio per i forse. Scivolarono giù per la scalinata di ciottoli che portava alla riva. Il borgo alle spalle respirava piano, occhi dietro tende sottili, cardini che sospiravano senza aprirsi. Davanti a loro, il muro verde dei canneti tremava come una creatura nervosa. Ogni passo sull’orlo dell’acqua generava un gorgoglio ovattato; il fango tirava su le suole con piccoli schiocchi, trattenendo ciò che voleva e restituendo il resto con riluttanza. — Sei pronta? — fece Andrea, più per sé che per lei. Lisa annuì. Il lago aveva un odore denso, ferroso, e sopra, come una pellicola, galleggiava il profumo dolciastro delle canne spezzate. Entrarono. Il canneto inghiottì la luce. Gli steli, alti più di loro, frusciavano addosso come abiti ruvidi. A intervalli irregolari, piccole radure d’acqua riflettevano il cielo pallido; in una, Andrea s’accosciò e indicò con l’indice. Lo stelo era piegato in basso, non spezzato: un passaggio recente, con qualcuno abbastanza esperto da farsi strada senza lasciare rovine. — Qui, stanotte — sussurrò. Continuarono, guidati da quel sentiero improvvisato. Il rumore dei loro passi si mischiava ai richiami lontani di una folaga invisibile e a un ritmico, lievissimo ticchettio che Lisa impiegò qualche secondo a riconoscere: gocce che cadevano da una lamiera nascosta, forse una tettoia, forse una parete. E infatti l’insenatura apparve all’improvviso, rituale come una porta. Tra le radici nodose di un salice che pendeva sull’acqua, sporgeva una struttura di pietra squadrata. Un portone basso, rinforzato da traverse metalliche ossidate; l’intelaiatura, antica, portava sui bordi graffi freschi e un mezzaluna chiara nella ruggine, come se una lama vi fosse scivolata dentro e su, forzando una leva interna. Il binario di legno su cui un tempo scorrevano pattini da varo entrava in acqua per un paio di metri, poi spariva nella torbidità verdastra. — Non è una cantina — disse piano Lisa, chinandosi alla guida inferiore —. Le guide sono sporcate da poco. Vedi il pulviscolo a V? Hanno sollevato e richiuso di recente. Andrea sfiorò le traverse. — E non con un piede di porco improvvisato. Hanno usato una lamina. Stretta e dura. Sapevano cosa cercare. Un fruscio secco li rese di vetro. Qualcosa si mosse a sinistra, due metri dentro il canneto. Andrea si voltò di scatto, intravide per un istante un triangolo scuro tra i fusti, poi il buio verde riprese forma. Nulla. Nessuno. Solo il ronzio minuto del lago e il respiro trattenuto che li pungeva da dentro. Ripercorsero il labirinto con la sensazione d’essere più osservati di prima. Quando sbucarono sul selciato, i suoni del borgo parvero tornare tutti insieme: un secchio appoggiato male contro una pietra, una sedia spinta all’indietro, due parole che si spezzavano appena li vedevano passare. Pietro, il pescatore più anziano, era seduto su una panca con la pipa spenta. Al loro passaggio, non fece finta di nulla. — Nei canneti, stamane — disse come se li avesse visti — non siete stati i primi. Stanotte è scesa una barca senza remi. Il lago l’ha portata. La barca ha piedi lucidi, non mani callose. Non mi chiedete chi: non porto nomi. E ricordatevi che quello che cercate non è vostro. — Di chi, allora? — sbottò Andrea. Pietro abbassò gli occhi. — Del lago. E di chi ha fatto giuramenti prima di noi. Si alzò, lasciando nell’aria un filo di tabacco umido. Lisa sentì quelle parole come un peso nel petto; Andrea, come una sfida sotto pelle. A metà mattina vibrò il telefono. Un messaggio: «Buongiorno, Chiesa di San Tommaso. Sagrestia. Sette in punto». Nient’altro. La secchezza era di Colleoni. La sagrestia odorava di cera e legno vissuto. Sul tavolo, il maresciallo aveva steso un panno scuro; sopra, un oggetto minuto brillava con una pazienza antica: un chiodo da barca, corto e nero, la capocchia incisa con due semicerchi e un taglio verticale—un occhio, se lo si guardava troppo a lungo. Accanto, in una bustina di plastica, un filo di canapa impregnato di catrame, annodato tre volte a distanze precise. — È vostro? — chiese Colleoni, senza cerimonie. — No — rispose Andrea. Lisa, in silenzio, scosse il capo. — L’ho trovato infilato tra le assi del molo piccolo, questa notte. E vicino, il filo. Tre nodi messi col metro, non a caso. Vecchio codice da barcaioli. Come dire: tre colpi. Tre inviti. O tre avvisi. Lisa prese il chiodo tra due dita, lo rigirò, poi indicò una fessura sottile sulla capocchia. — Non è solo un chiodo. È una chiave povera. La fessura accoglie una lamina piatta che alza la ghigliottina interna. Chi l’ha lasciato sa che qui c’è una rimessa con quel sistema. E vuole che la si apra. — O vuole che voi ci andiate — ribatté il maresciallo. — E che qualcuno vi aspetti dall’altra parte. In paese gira una faccia nuova: cinquanta anni, giacca scura, scarpe lucide, mani lisce. Dice di cercare un cugino pescatore. Nessuno qui ha quel cugino. Lisa deglutì, adesso più certa di prima che quell’ombra intravista nel canneto non fosse un riflesso. Andrea fece un mezzo passo verso il tavolo. — Stamattina abbiamo trovato un portone basso tra le radici del salice, alla Riva del Fò. Guide pulite, segni freschi. La lamina c’era, almeno fino a ieri. Colleoni si illuminò, ma solo negli occhi. — La Riva del Fò. Pensavo che quel budello fosse solo canne e zanzare. Bene. Da stanotte, io e due uomini ci alterniamo lì e al molo. Voi fatevi vedere in paese come sempre. Non fate gli eroi. E se qualcuno bussa, non aprite. Non finché non sapete chi è. Si rimise il chiodo nel taschino, insieme alla bustina con i tre nodi, come si ripone un pezzo di scacchi. Uscirono con la sensazione netta che le mosse successive non sarebbero state loro. La pioggia cominciò tardi, con gocce lente, poi prese sicura. In casa, l’odore del caffè salì dalle tazze e rimase in aria, come un proposito non mantenuto. Le persiane vibravano a ogni raffica, i vasi di gerani si piegavano e risalivano docili. Lisa provò a leggere i suoi appunti, ma le righe si muovevano. Andrea aprì e chiuse tre volte lo stesso cassetto senza sapere cosa cercare. Tre colpi secchi bussarono alla porta. Tac—Tac—Tac. Andrea e Lisa si guardarono. — Non aprire — disse Lisa, già in piedi. Andrea si avvicinò comunque, poggiò l’occhio allo spiraglio. Nessuno nel vicolo, solo la pioggia. Aprì di due dita. Sul gradino, avvolto in carta da pane umida, riposava un oggetto lungo. Andrea lo prese, richiuse, appoggiò il pacco sul tavolo. Il panno lasciava odore di lago. Dentro, una lamina di ferro lucidata di fresco, con un’impugnatura improvvisata in cuoio. Sulla lama, graffiato con punta dura, lo stesso occhio del chiodo. Sotto, tre righe sottilissime. E una parola mutila: Re—. — Ce la vogliono dare — mormorò Lisa, più stupita che rassicurata —. E vogliono che capiamo chi la dà. Andrea infilò la lamina nel cassetto della credenza e lo chiuse. — Domattina la portiamo a Colleoni. Stanotte, niente porte. Non era la sola regola che si diedero. Spensero la luce grande della cucina, lasciarono solo la piccola lampada vicino al lavello; evitarono di passare davanti alla finestra a figura intera; parlarono piano, come se la casa avesse orecchie. Ogni tanto, Lisa si fermava a guardare la fessura della persiana: il vicolo pareva un nastro bagnato, innocuo. Eppure la pelle le pizzicava il collo, come se un’attenzione, da qualche parte, fosse una corda tesa. Verso le dieci e mezza, la corrente ebbe un sussulto: un black-out di un respiro, poi la luce tornò. Subito dopo vibrò il telefono. Un audio da numero sconosciuto, sette secondi. Andrea lo fece partire in vivavoce. All’inizio si sentì solo acqua contro legno. Poi un respiro vicino al microfono, frenato. Infine tre colpi: tac—tac—tac, come un martello sulla capocchia di un chiodo. Fine. — Tre colpi, tre nodi — disse Lisa, segnando sul taccuino tre punti allineati, quasi senza accorgersene. La notte proseguì come un animale inquieto. Quando finalmente si sdraiarono, Lisa non dormì ma cadde in un dormiveglia nervoso, in cui l’acqua saliva dalle scale e lasciava impronte di fango sul pavimento, tre alla volta. Si svegliò di soprassalto per un cigolio nel corridoio. Restò immobile. Silenzio. Poi un fruscio lieve, un passo, o il corpo di una casa che si assesta. Non si mosse. Aspettò. Dopo qualche minuto le palpebre cedettero. All’alba, la nebbia aveva sostituito la pioggia. In cucina, il cassetto della credenza era socchiuso. Andrea sbiancò, lo aprì: la lamina c’era ancora. Ma sopra, appoggiata come un biglietto da visita, c’era una fotografia in bianco e nero, lucida d’età. Ritraeva una scala di pietra che scendeva verso un cortile, un vaso di gerani, una finestra con tende a quadretti—la stessa finestra che avevano davanti, com’era decenni prima. In fondo, due figure cancellate con graffiate fino a bucare la carta. Sul retro, a matita, Riva del Fò e una data: 17 giugno. Nessun anno. Sotto «Riva», una freccia sottilissima verso sinistra, quasi invisibile, appena graffiata. Il terrore cambiò forma. Non era più la paura di un’ombra nel canneto; era la consapevolezza che qualcuno fosse entrato, di notte, nella loro cucina, avesse aperto, guardato, posato e richiuso, senza lasciare un bordo fuori posto. Andrea passò il pollice sul bordo del cassetto: nessun segno di leva. — O aveva una chiave, o sa dove teniamo quella di scorta — disse piano. — O conosce questa casa meglio di noi — aggiunse Lisa, capovolgendo la foto. La freccia verso sinistra non indicava la rimessa: indicava accanto. Guardando il lago dalla porta bassa, a sinistra c’era un salice e oltre il salice la spalla di pietra su cui un tempo, se la memoria non la tradiva, poggiava la vasca di decantazione della vecchia filanda. — Se la vasca è stata coperta, lì sotto può esserci un vano. E un accesso nei canneti. Chiamarono Colleoni senza esitare. Il maresciallo arrivò poco dopo le otto, il trench bagnato. Guardò la fotografia come si ascolta un testimone riluttante. — Carta vecchia, graffio fresco — disse, annusandola. — La freccia è un invito o una presa in giro. La filanda aveva una vasca usata fino agli anni Sessanta; ricordo un verbale di chiusura, una copertura in pietra. Se c’è un vano, può essere stato riaperto senza che nessuno ci mettesse il naso per anni. Ottimo per nascondere oggetti, pessimo per chi ci si infila da solo. Io vado con due uomini. Voi restate. Se non vi scrivo entro due ore, chiamate Bellano e vi fate passare il tenente. Lisa… la lamina viene con me. Lisa gli porse non solo la lamina, ma il cassetto intero. — Porti anche questo. Così stanotte non aprono qui. Il maresciallo fece un mezzo sorriso che non gli toccò gli occhi. — Non apriranno. Non più di quanto vogliono farvi sapere. Rimasero soli. Il tempo prese una consistenza gommosa. Ogni rumore si dilatava: la goccia dal rubinetto, lo scatto dell’orologio, il tonfo lontano di una porta nel vicolo. Andrea preparò caffè che nessuno beveva. Lisa sedette sul gradino, le ginocchia tra le braccia, e guardò la luce filtrare in strisce: nella polvere in sospensione danzavano corpuscoli minuscoli, come neve lenta. Non possiamo essere sempre un passo dietro, pensò, ma essere un passo avanti senza vedere il pavimento è peggio. Passò un’ora. Dopo un’ora e mezza il telefono vibrò, ma non era il maresciallo. Un nuovo audio da numero sconosciuto. Andrea premette play. Stavolta, una voce. Di donna. Bassa, ruvida, come roca di fumo o di notti in piedi. «Lasciate stare. La memoria che cercate non è vostra. Il lago non dimentica. Noi sì.» Fine. Nessun suono d’acqua, nessun passo. Solo quella pluralità: noi. Lisa e Andrea si guardarono. Il mistero non aveva un solo volto. Aveva un coro. Pochi minuti dopo arrivò il messaggio di Colleoni, scarno: «Trovato accesso. Scendo. Segnale debole.» Poi nulla per lunghi minuti che sembrarono ore. A ridosso della seconda ora, un nuovo messaggio: «Vano trovato. Oggetti. Torno. Una cosa per voi.» L’aria in casa parve più leggera. Lisa si sorprese a sentire di nuovo i piedi, come se per un po’ non avessero toccato terra. Andrea allentò le spalle senza rendersene conto. Il maresciallo arrivò poco dopo mezzogiorno, bagnato fino ai pantaloni, con fango ai bordi delle scarpe lucide. Appoggiò sul tavolo un sacchetto di tela cerata e, sopra, un taccuino unto, rilegato alla povera, chiuso con uno spago. — Nel vano c’erano cose — disse —: pezzi di attrezzatura da barca, due ferri antichi marciti, un braccio di saracinesca. E questo. Era dentro una cassetta di latta, con tufo sul fondo. Il tutto era coperto da una stuoia che qualcuno sposta e rimette. Non spesso, ma con regolarità. Chi, lo vedremo. Intanto, guardate qui. Sciolse lo spago. Dentro, pagine a righe dense di grafia minuta. Non erano appunti recenti. La carta era ingiallita, la penna aveva lasciato solchi. In mezzo alle righe, segni. Tre linee, a volte, disposte oblique. Un occhio stilizzato in margine, ogni dieci o dodici pagine. In due punti, parole in latino abbreviate: memoriam, flumen, custodia. E, a metà taccuino, una frase in italiano, ripetuta due volte, con mano più pesante, come a inciderla: Il lago ricorda ciò che gli uomini vogliono seppellire. Lisa sentì quella frase come una corrente gelida alla base della nuca. Non era la prima volta che la vedeva; l’aveva incrociata negli appunti attribuiti a Enrico, la sera prima. Adesso tornava da un’altra mano, da un altro tempo. Non era un messaggio per loro soltanto: era un filo lungo decenni. — Nel vano, lungo una parete, c’era una mensola scavata nel tufo — riprese Colleoni —. Tre cavità uguali, a distanza regolare. Nella prima, niente. Nella seconda, questo taccuino. Nella terza, il segno di qualcosa rimosso da poco. E sul ciglio della mensola, tre tacche grossolane. Tre. Come i nodi. Come i colpi. Si fermò, lasciando che il numero girasse in stanza come un insetto. Andrea abbassò lo sguardo sull’ultima pagina. In basso, a margine, con grafia diversa, più recente, una sillaba troncata: Re—. La stessa incisione sulla lamina. Re come Riva? Rettifica? Reliquia? Res? — Per oggi basta vani — concluse il maresciallo. — Io faccio ripulire il punto e piazzo una fototrappola. Voi due… respirate. E non rispondete a nessun messaggio da sconosciuti. Li rigiro tutti al mio tecnico. — C’è una voce di donna — disse Lisa. — Bassa. Ha detto “noi sì”. Come se si fosse presa il diritto di cancellare, d’obbligo. Colleoni annuì. — Non è sola. Nessuno gioca da solo una partita così lunga. E nessuno lascia entrare ed uscire da una cucina se non vuole l’effetto. Volevano farvi sapere che possono. Per ora, è un avvertimento. Non regaleremo loro il secondo atto. Quando il maresciallo se ne andò, lasciò dietro una scia corta di pioggia e fango. In casa, il silenzio cambiò di qualità: non era più vuoto; era abitato dai segni. Lisa, con il taccuino tra le mani, si sedette sulla panca e sfiorò con l’indice la ripetizione più scura della frase—Il lago ricorda…—come si accarezza una cicatrice. Andrea preparò due tazze di tè e per la prima volta da ore le bevvero. — Siamo dentro — disse lui, a mezza voce. — E non possiamo uscire senza strapparci vestiti e pelle. Ma forse è giusto così. — Non voglio diventare come loro — rispose Lisa. — Non voglio cancellare per proteggere. Voglio ricordare per guarire. Fu allora che dal porticciolo arrivarono tre rintocchi secchi, non di campana ma di metallo su metallo. Non un segnale per il paese. Un linguaggio. Lisa e Andrea si affacciarono alla finestra senza accostarsi al vetro. In basso, due ragazzini correvano sotto la pioggerella; Pietro, che di solito si muoveva con lentezza deliberata, stava invece chiudendo con più fretta del solito una rete. Per un attimo si voltò verso la loro casa, come se sapesse esattamente dove guardare. Poi tornò ai suoi nodi. — Non siamo soli — disse Lisa. — No — fece Andrea —. E non siamo i primi. Si sedettero affiancati, il taccuino aperto tra loro come una mappa sbagliata. Le tre tacche sul bordo della mensola, i tre nodi, i tre colpi, la freccia sulla foto verso sinistra, la lamina incisa, il chiodo con l’occhio: ogni cosa indicava la Riva del Fò e insieme la oltrepassava, come se fosse solo un varco, non la stanza. Il filo nel canneto c’era, e loro lo tenevano tra pollice e indice; dall’altra parte, qualcun altro ne aveva avvolto il capo attorno al polso. Fu Lisa a rompere il silenzio: — Domani andremo alla Riva, ma non per entrare. Per guardare il salice. Se la freccia indica l’accanto, allora l’accanto è un custode. Un sasso, una radice, un segno nel legno. C’è sempre un custode nelle storie antiche. Andrea non rise. — E poi torneremo qui e rileggeremo il taccuino. Memoriam, flumen, custodia. Forse è proprio l’ordine. La luce si fece più netta, come se il cielo avesse trovato un varco. Un raggio pallido colpì la pagina e l’occhio inciso sulla lamina—riposta altrove—sembrò guardare lo stesso punto. Il lago, là fuori, riprese un colore più chiaro. Per un istante, tutto parve possibile: che la memoria guarisse, che il paese parlasse, che il vento fosse un messaggero benevolo. Poi il telefono vibrò di nuovo. Un messaggio breve, senza allegati, sempre dallo stesso numero sconosciuto. Due parole soltanto: “A stasera.” Lisa lo mostrò ad Andrea. Non c’era ora, non c’era luogo. C’era solo una promessa. O una minaccia. — Non apriamo — disse Andrea. — No — fece Lisa. — Ma guardiamo. Restarono così, con il capitolo della giornata che si chiudeva senza conclusioni, solo con il filo che usciva dalla pagina e s’immergeva nel lago. E con la certezza, muta e testarda, che quell’eco nei canneti non si sarebbe spento. Non ancora. Non prima del ventesimo capitolo della loro storia.© Vietata la Riproduzione
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Materia Nuova. Capitolo 4: I Metalli e la Memoria IndustrialeRuggine, peso e rinascita creativa: come il metallo riciclato racconta l’eredità del Novecento e si trasforma in arte contemporaneaNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 4: I Metalli e la Memoria IndustrialeNel silenzio di un capannone dismesso, tra lastre accatastate e travi che portano ancora incise le impronte dell’ultimo turno di lavoro, il metallo racconta una storia che sembra non finire mai. È una storia fatta di peso e di luce, di superfici ferite dal tempo e di ricordi che resistono a ogni ruggine. Il metallo, più di qualsiasi altro materiale industriale, conserva una memoria che non dorme, una specie di eco che continua a vibrare a distanza di decenni, come se le molecole trattenessero dentro di sé l’energia degli uomini e delle macchine che l’hanno trasformato. In questo capitolo il metallo non è solo materia: diventa biografia. Diventa parte di un paesaggio umano e industriale che ha costruito il Novecento e continua ancora oggi a definire il nostro modo di pensare l’oggetto, il peso, la durata. Ogni superficie ossidata, ogni abrasione, ogni bullone deformato dal calore contiene un messaggio che non possiamo ignorare, perché ci parla della fatica e dell’ingegno che stanno dietro la civiltà moderna. Il metallo riciclato, nelle mani dell’artista, diventa un corpo vivo. Un corpo che porta cicatrici, screpolature, patine arrugginite, ma che proprio per questo è carico di una forza narrativa quasi mitologica. Dove altri materiali cedono, si sbriciolano o si dissolvono, il metallo resiste, come un archivio duro, ruvido, carico di densità, che non dimentica.ACQUISTA IL LIBRO
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Ombre di Ambizione. Capitolo 15: Operazioni OmbraIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoMaggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 15: Operazioni OmbraMüller rimase immobile per alcuni istanti dopo aver chiuso la porta dell'ufficio, il peso della conversazione con Lucia ancora tangibile nell'aria. Sentiva la necessità di agire, di prendere il controllo della situazione che stava rapidamente sfuggendo di mano. Con passo deciso si diresse verso la sua scrivania e afferrò il telefono, un modello nero lucido che sembrava assorbire la luce della stanza. Compose un numero che aveva imparato a memoria, un numero che non figurava su nessun documento ufficiale. Mentre il telefono squillava dall'altra parte del mondo, il suo cuore batteva in modo asincrono, ogni squillo un eco dei suoi timori e delle sue determinazioni. "Pronto?" rispose una voce dall'altro capo, neutra e attenta. "Qui K18," si presentò Müller con voce bassa, usando il suo nome in codice, un alias che lo collegava a una rete molto più ampia di semplici transazioni finanziarie o incontri d'affari. "D8 ascolta," rispose l'interlocutore dopo un breve silenzio per le identificazioni di sicurezza. "Devo parlarti di un problema emergente," continuò Müller, il tono serio e diretto. "La commissaria Lucia Marini, lei sta diventando un problema troppo grande. È ora di agire per contenerla." "Cosa suggerisci?" chiese D8, la sua voce ora tesa per l'importanza delle prossime istruzioni. "Voglio che la pediniate. Dobbiamo sapere tutto di lei: con chi parla, chi incontra, dove va. Voglio un rapporto dettagliato sulle sue abitudini, sui suoi movimenti. E non meno importante, scopri se ha debolezze, vizi, qualcosa che possiamo usare a nostro vantaggio," ordinò Müller con precisione chirurgica......... © Riproduzione VietataAcquista il Libro
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Trasporto via Mare: Cosa ci Dobbiamo Aspettare per la Fine del 2021?Trasporto via Mare: Cosa ci Dobbiamo Aspettare per la Fine del 2021?di Marco ArezioLe tariffe raggiunte per il trasporto dei containers via mare continuano a macinare record su record, con nuovi picchi dei prezzi sulle rotte Asia-Europa-AmericaDopo il periodo di punta della pandemia mondiale, il forte rimbalzo della domanda dei beni di consumo ha messo in crisi il sistema, imprimendo una forte pressione sia gli spedizionieri che i produttori. Sembra pazzesco anche scrivere i dati sui costi dei container che, sulla linea Asia-Europa, sono arrivati a toccare i 18.000 USD, mentre sulla rotta Asia-Stati Uniti addirittura 22.000 USD, secondo i dati riportati da Freighttos. E’ forse bene ricordare che prima del periodo pandemico i costi per gli stessi servizi si aggiravano intorno ai 3.000 USD. Tra le cause di cui abbiamo parlato in questi mesi attraverso diversi articoli, si può evidenziare che le famiglie, tra il periodo pandemico e post pandemico, hanno cambiato i loro stili di vita, riducendo le spese per viaggi e ristoranti, ed incrementando l’acquisto di mobili, elettrodomestici ed oggetti per la casa. Questi cambiamenti hanno modificato l’approccio alla spesa, creando una fortissima domanda di beni, soprattutto dalla Cina verso l’Europa e gli Stai Uniti, con la conseguente incredibile ascesa di richiesta di containers per il trasporto di tutta questa merce. Di conseguenza, le compagnie di navigazione, prese alla sprovvista, non sono riuscite a soddisfare tutta la richiesta crescente, complice anche le problematiche metereologiche straordinarie durante l’inverno negli Stati Uniti e il blocco temporaneo del canale di Suez. Per questi motivi, se guardiamo verso l’ultima parte dell’anno, la situazione dei costi dei trasporti marittimi non fà sperare in una diminuzione a breve, in quanto gli importatori si stanno approvvigionando per il periodo Natalizio e del Ringraziamento e sono disposti a sostenere questo incredibile onere per non compromettere le vendite di fine anno. Il problema che devono affrontare le aziende che si occupano di import & export non riguarda solo la situazione dei costi finanziari enormi, per unità venduta a causa dei costi della logistica, ma anche ai numerosi ritardi continui e prolungati per la consegna degli ordini.
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Batterie Termiche: Una Rivoluzione nell'Accumulazione di EnergiaStruttura, Funzioni, Vantaggi e Applicazioni delle Batterie Termiche nell'Era dell'Energia Sostenibiledi Marco ArezioLe batterie termiche rappresentano una delle tecnologie più avanzate e promettenti nell'ambito dell'accumulo energetico. Questi sistemi sfruttano il calore come mezzo di stoccaggio energetico, offrendo soluzioni innovative per l'integrazione delle energie rinnovabili, la stabilizzazione delle reti elettriche e la gestione efficiente delle risorse energetiche. In questo articolo esploreremo la struttura delle batterie termiche, le loro funzioni, le differenze rispetto ad altre forme di accumulo energetico e i loro principali impieghi. Struttura e Componenti delle Batterie Termiche Le batterie termiche sono dispositivi che accumulano energia sotto forma di calore, il quale può essere rilasciato successivamente per produrre energia elettrica o per altre applicazioni termiche. La struttura di una batteria termica può variare in base alla tecnologia utilizzata, ma generalmente si compone di: Materiale di Accumulo: Il cuore della batteria termica è costituito da un materiale che può immagazzinare una grande quantità di energia termica. Questi materiali possono essere solidi (come i mattoni riscaldanti, ceramiche, o materiali a cambiamento di fase - PCM), liquidi (come oli termici o acqua) o addirittura gas. La scelta del materiale dipende dalla temperatura di esercizio desiderata e dalle specifiche applicazioni. Scambiatori di Calore: Essenziali per trasferire il calore dentro e fuori il materiale di accumulo, gli scambiatori di calore sono progettati per massimizzare l'efficienza del trasferimento termico. Possono essere a tubi, piastre o configurazioni più complesse a seconda delle necessità del sistema. Isolamento Termico: Per minimizzare le perdite di calore e garantire l'efficienza del sistema, le batterie termiche sono dotate di strati isolanti altamente efficaci. Questo isolamento è fondamentale per mantenere il calore accumulato per lunghi periodi. Sistemi di Controllo: Le batterie termiche moderne sono integrate con sistemi di controllo avanzati che monitorano la temperatura, la pressione e altri parametri operativi. Questi sistemi assicurano che l'accumulo e il rilascio del calore avvengano in maniera ottimale. Funzioni e Vantaggi delle Batterie Termiche Le batterie termiche hanno una varietà di funzioni che le rendono particolarmente utili in diversi contesti: Accumulo di Energia Rinnovabile: Una delle principali applicazioni delle batterie termiche è l'immagazzinamento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili come il solare e l'eolico. Durante i periodi di sovrapproduzione energetica, il calore viene accumulato per essere rilasciato quando la produzione è inferiore alla domanda. Bilanciamento della Rete Elettrica: Le batterie termiche possono aiutare a stabilizzare la rete elettrica, immagazzinando energia durante i picchi di produzione e rilasciandola durante i picchi di domanda. Questo contribuisce a ridurre la necessità di centrali elettriche di riserva e a migliorare l'affidabilità della rete. Fornitura di Calore e Raffreddamento: In ambito residenziale, commerciale e industriale, le batterie termiche possono fornire calore o raffreddamento a seconda delle necessità. Ad esempio, possono essere utilizzate per riscaldare edifici durante l'inverno o per raffreddarli durante l'estate, migliorando l'efficienza energetica complessiva. Applicazioni Industriali: In molte industrie, il calore è una componente essenziale dei processi produttivi. Le batterie termiche possono essere utilizzate per recuperare e riutilizzare il calore residuo, riducendo così i costi energetici e le emissioni di carbonio. Differenze tra Batterie Termiche e Altri Sistemi di Accumulo Le batterie termiche si distinguono da altre forme di accumulo energetico, come le batterie chimiche (ad esempio, le batterie agli ioni di litio) e i sistemi di accumulo a pompaggio idroelettrico, per diversi motivi: Densità Energetica: Mentre le batterie chimiche tendono ad avere una densità energetica maggiore per unità di volume, le batterie termiche possono immagazzinare energia a costi inferiori per unità di energia immagazzinata, soprattutto quando si utilizzano materiali a basso costo come i mattoni riscaldanti. Durata e Cicli di Vita: Le batterie termiche generalmente hanno una durata di vita più lunga e possono sopportare un numero maggiore di cicli di carica e scarica senza significative perdite di capacità. Questo le rende particolarmente adatte per applicazioni a lungo termine. Efficienza: L'efficienza delle batterie termiche dipende molto dal materiale utilizzato e dalla qualità dell'isolamento. Tuttavia, possono essere meno efficienti in termini di conversione energetica rispetto alle batterie chimiche, soprattutto quando l'energia termica deve essere convertita in elettricità. Impatto Ambientale: Le batterie termiche spesso utilizzano materiali più abbondanti e meno tossici rispetto alle batterie chimiche. Inoltre, possono contribuire alla riduzione delle emissioni di carbonio recuperando e riutilizzando il calore residuo industriale. Applicazioni delle Batterie Termiche nel Settore Energetico Le batterie termiche trovano impiego in una vasta gamma di settori e applicazioni: Energie Rinnovabili: Nell'integrazione con impianti solari termici, le batterie termiche permettono di immagazzinare il calore prodotto durante il giorno per utilizzarlo durante la notte o nei giorni nuvolosi, migliorando l'affidabilità e l'efficienza degli impianti. Settore Residenziale e Commerciale: Le batterie termiche possono essere utilizzate per fornire riscaldamento e raffreddamento agli edifici, riducendo la dipendenza da fonti energetiche tradizionali e migliorando l'efficienza energetica. Industria: Le industrie che richiedono grandi quantità di calore, come quelle siderurgiche, chimiche e alimentari, possono beneficiare delle batterie termiche per ottimizzare i loro processi produttivi e ridurre i costi energetici. Reti di Teleriscaldamento: In molte città, le reti di teleriscaldamento possono integrare batterie termiche per immagazzinare il calore in eccesso prodotto da centrali termiche e rilasciarlo quando la domanda è più alta. Trasporti: Anche nel settore dei trasporti, in particolare nel ferroviario, le batterie termiche possono essere utilizzate per gestire l'energia termica generata dai motori e migliorare l'efficienza dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento dei veicoli. Il Futuro delle Batterie Termiche nella Transizione Energetica Le batterie termiche rappresentano una tecnologia versatile e promettente per l'accumulo energetico. La loro capacità di immagazzinare e rilasciare calore in modo efficiente le rende ideali per una vasta gamma di applicazioni, contribuendo alla transizione verso un sistema energetico più sostenibile e resiliente. L'uso di materiali innovativi come i mattoni riscaldanti offre ulteriori vantaggi in termini di costi, durata e sostenibilità, rendendo le batterie termiche una soluzione chiave per affrontare le sfide energetiche del futuro.
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Il Rispetto delle Culture e di tutti i Popoli secondo GandhiIl Rispetto delle Culture e di tutti i Popoli secondo GandhiNon voglio che la mia casa sia circondata da mura e che le mie finestre siano sigillate.Voglio che le culture di tutti i paesi possano soffiare per la mia casa con la massima libertà.Ma mi rifiuto di essere cacciato via da chiunque.Gandhi
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