I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 14: Segreti monastici e ricatti sul lago di ComoSegreti monastici e ricatti sul lago di Como: quando il silenzio diventa colpaGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 14: Segreti monastici e ricatti sul lago di Como: quando il silenzio diventa colpaIl motoscafo della polizia lasciò il pontile di Como alle 10.15 precise. Non ci furono ordini urlati né gesti teatrali: il pilota mise in moto con un’azione secca, conosciuta, e il lago rispose subito, aprendosi in una scia netta e silenziosa. Il mezzo era un Riva Ariston, uno dei motoscafi più affidabili e veloci allora in dotazione alla polizia lacuale. Scafo in mogano verniciato a specchio, linea bassa sull’acqua, prua affilata e motorizzazione potente ma stabile: sul Lago di Como quell’imbarcazione aveva un vantaggio decisivo. Reggeva bene le improvvise raffiche che scendono dai canali tra i monti, restava incollata alla superficie anche alle alte velocità e consentiva manovre rapide nei tratti stretti, sotto costa o in prossimità dei porti. Era veloce senza essere nervosa, precisa senza diventare rigida: qualità indispensabili su un lago lungo, profondo e capriccioso come quello. A bordo c’erano il giudice Carchivi, seduto sul sedile di destra con il cappotto chiuso fino al collo, due poliziotti di scorta sistemati dietro, e il pilota, che teneva il timone con entrambe le mani, lo sguardo fisso davanti a sé. Nessuno parlava. Il motore, pieno e regolare, era l’unico suono continuo. La mattina era rigida ma limpida. Il freddo mordeva, ma la visibilità era perfetta: il lago appariva piatto come una tavola, una superficie d’acciaio chiaro che rifletteva le sponde e restituiva ogni vibrazione del motoscafo con precisione. Le montagne, ancora innevate in alto, sembravano più vicine del solito. La scia si allungava dietro come una ferita bianca che si richiudeva subito. Carchivi osservava le rive scorrere senza davvero vederle. Aveva in testa un quadro che non voleva mettersi a fuoco: tre cadaveri, modalità diverse, una simbologia che non spiegava il movente, autopsie negative, frammenti di carta che tornavano come un ritornello muto. In tasca portava appunti scarni, scritti a mano, e la sensazione sgradevole che l’indagine fosse entrata in una fase in cui contano più le omissioni che le prove. La destinazione era Colico, la caserma dove aveva convocato Lucia e il maresciallo Scandurra di Dervio. Non una riunione formale, ma un punto fermo necessario. I risultati delle autopsie avevano tolto certezze invece di aggiungerle; quelli sui campioni di carta, che Scandurra teneva in borsa, promettevano di chiarire qualcosa oppure di complicare tutto definitivamente. In entrambi i casi, bisognava guardarsi in faccia e decidere la direzione. Il motoscafo correva deciso, fendendo l’acqua con prepotenza controllata. Ogni tanto il pilota correggeva l’assetto con un gesto minimo, quasi impercettibile. La prua rimaneva stabile; il Riva non saltava, non sbatteva: scivolava, come se il lago gli concedesse il passo. Quando il profilo di Colico cominciò a distinguersi, Carchivi si mosse per la prima volta. Sistemò il cappello, controllò l’orologio. Tutto era in orario. Non era un dettaglio: quella puntualità, in mezzo a un’indagine che sembrava sfuggire alle regole, aveva il sapore di un’ultima forma di controllo.ACQUISTA IL ROMANZO
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Reliquie nel Buio - Il giallo noir dei furti sacri in Lombardia - Capitolo 1Giallo noir ambientato nel 1960: la commissaria Lucia Marini indaga sui furti di reliquie fra Duomo di Milano, abbazie lombarde e le miniere di Schilpario, tra suspense, inseguimenti e tradimenti Giugno 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Settembre 1960. Sulle guglie del Duomo di Milano, le prime ombre della sera si stendevano come dita d’inchiostro, e la Madonnina—rivestita d’oro battuto—pareva un faro caldo nell’aria che già odorava di nebbia. Dentro la cattedrale, il silenzio era vivo: respirava d’incenso che si annidava fra le navate gotiche, di pietra umida, di cera fusa ancora calda nei candelabri. Un battito secco, lontano, ricordava il respiro regolare dell’antico organo, ma nessuno suonava. Alle 22:17 esatte, un sussurro di seta scivolò dal matroneo settentrionale. Una figura alta, appena più larga d’un capospalla, indossava un impermeabile cerato color antracite; il cappello a tesa curva ne spezzava i tratti. Il volto restava sepolto dietro un passamontagna di lana sottile; solo gli occhi, gelidi, tagliavano il buio. Con gesti pre-calibrati, la figura agganciò a un cavo di treccia kevlar un uncino a becco d’airone, poi discese a picco per undici metri, facendo leva sulle mensole che sorreggono i finestroni istoriate. Il rumore era nulla, un sibilo e un respiro; le scarpe in gomma Vibram attutivano l’impatto su ogni pietra. La reliquia del Santo Chiodo—dentro una teca in argento, vetri piombati e minuteria in smalti neri—rifletteva la luce di una sola candela votiva. Era ancorata al basamento con un bullone di sicurezza Torx che pochi conoscevano; il ladro vi applicò un estrattore sagomato, girò cinque volte e la teca si sciolse dal sostegno come per stregoneria. Un velo di velluto porpora la inghiottì. Un lieve click segnalò la rottura della fotocellula d’allarme, installata appena due mesi prima: era l’unico suono che tradì l’operazione. Ma l’ombra, rapida, infilò una scala di servizio chiusa da una grata, percorse un corridoio dismesso—ricavato nel XV secolo come ambulacro di manutenzione, e sbucò sul tetto di color piombo-scuro. Da lì, una fune d’acciaio finiva in un lucernario accessorio aperto sul cantiere per il restauro: quindici secondi dopo, il ladro non era già più in vista, inghiottito dall’intreccio di ponteggi che scendevano fino al cortile del Capitolo. La mattina seguente, alle 06:15, la commissaria Lucia Marini—trentadue anni, spalle dritte, portamento da schermitrice, oltrepassò la porta bronzea. Proveniva da Fiesole ma aveva adottato Milano con la disciplina di chi ama una città come una sfida. Un trench blu-fumo cadeva impeccabile; sotto, il tailleur grigio ardesia e le Oxford lucidate a specchio raccontavano poco ma facevano intendere tutto: professionalità, pragmatismo, rispetto per il sacro e per la scena del crimine. Accanto a lei camminava l’ispettore Ettore Riva, quarantacinque anni, baffi a manubrio, un taccuino così gonfio di appunti da non chiudersi più. «Nessuna manomissione agli ingressi, commissario. Né scassi, né effrazioni, né vetri infranti.» Lucia sfiorò il basamento di marmo ora nudo; in controluce notò tre granelli di vernice nera, forse staccati dal supporto metallico, e li raccolse con pinzette sterili. «Questi non li ha persi un dilettante. Servono analisi chimiche, ma scommetto che ci diranno qualcosa sui lavori in quota. Procurami l’elenco completo degli operai notturni, dei sacrestani e perfino dei turnisti dell’ATM che stanotte hanno diretto i tram in piazza.» Il sacrestano, un omino magro dalle mani febbrili, mormorava Avemarie: «Rubare un chiodo della Croce… è un peccato che grida vendetta fino al cielo.» Lucia lasciò che la frase cadesse in un silenzio pesante. Pensava al modo in cui l’Italia stava correndo verso il benessere; ma il benessere produceva tentazioni nuove, mercati paralleli, collezionisti disposti a pagare cifre lunari per pezzi unici. In cuor suo, la commissaria avvertì il rintocco di un’orchestra che accorda gli strumenti prima di un concerto blasfemo. Alle 20:35, montata su una Moto Guzzi Isabella color avorio lucidata come uno specchio, guidò lungo i Navigli verso le officine dismesse di Porta Genova. Il cielo di settembre era di un cobalto profondo, tagliato da canaloni industriali e rotaie arrugginite. Lì, nel buio rischiarato da una lampada rossa al neon, «Verniciature Bianchi & Figli», insegna fantasma, aspettava “Ragno”, informatore vecchio stile: sciarpa scozzese, giacca tweed slabbrata, calli sulle mani. «Gira voce di un committente straniero. Non russo, non americano: elvetico. Molto danaro, poche chiacchiere. Ordina solo reliquie con valore liturgico e storico insieme. Ha fissato un mese di tempo: dopo, il confine si chiude.» Lucia guardò l’acqua del Naviglio Grande, scura come pece. Un mese non era tanto per rubare un singolo oggetto, figuriamoci una collezione. Doveva esserci un piano dettagliato, una squadra rodata, forse ex militari, forse artificieri. E dovevano disporre di un deposito lontano da occhi indiscreti, ma abbastanza vicino da smistare la merce con camion leggeri. Se ne andò sull’Isabella con un nodo allo stomaco: la notte a venire sarebbe stata breve, e i suoi sogni più brevi ancora. Tre notti dopo, l’Abbazia di Chiaravalle Milanese dormiva dentro un mantello di campi di mais. Il campanile, la celebre “Ciribiciaccola”, soprannome datole dai milanesi per il suono melodioso, si stagliava contro una mezzaluna opaca. Dentro, il chiostro romanico odorava di tigli e di pane fresco: i monaci sfornavano ancora all’alba. Ma alle 02:03, quando la campana maggiore doveva battere l’ora, non v’era rintocco: un guasto apparente che teneva lontano curiosi e guardiani. Due figure, in tute scure di canapa cerata, arrivarono dal prato laterale, piegati come contadini contro la pioggia. Uno impugnava un coltello da taglio funi e recise in silenzio il filo di rame della sirena; l’altro, più agile, s’infilò in una monofora alta un metro e venti, lasciando a terra la maschera antigas dopo aver saturato di cloroformio il corridoio dei novizi. Scivolarono lungo la parete interna incrostata di affreschi del Trecento, calandosi con corde di canapa impregnate di cera d’api per non stridere. Nel cuore della sala capitolare, su un piedistallo ligneo scolpito a racemi, splendeva il calice in smalto champlevé del XII secolo, dono di san Bernardo agli abati cistercensi fondatori. Era alto ventitré centimetri, peso poco oltre mezzo chilo, oro e rame sbalzato, smalti verdi e blu a disegno di vite e melograni. Un oggetto raro già allora, oggi inestimabile. Il ladro più basso tirò fuori da uno zaino militare svizzero un astuccio su misura, rivestito in feltro tedesco, e con mani inguantate di nappa nera fece scivolare il calice dentro come un bambino nel sonno. Alle 07:22, Lucia Marini parcheggiò una Fiat 1400 grigia nel cortile dell’abbazia. L’aria odorava d’erba falciata, di grano, di latte appena munto. I monaci, in fila, recitavano laudi con voci monotone e ferite. L’abate, fra un Jesu dulcis memoria e un sospiro, l’accompagnò nella sala ormai spoglia. «Non hanno toccato né i candelabri d’argento né i codici miniati. Solo il calice,» disse con voce rotta ma ferma. Lucia fece il giro del piedistallo, notando minuscoli segni di pressa rotonda, il calice non era stato sollevato di peso ma ruotato e fatto scorrere per ridurre l’attrito della tomaia. Ogni gesto parlava di un’equipe addestrata, forse addirittura un maestro d’armi medievali appassionato di maneggio di oggetti sacri. Chiese l’archivio dei visitatori speciali, i registri dei restauratori, perfino la lista dei coristi invitati: ogni firma poteva essere una copertura. La sera, in questura, convocò la squadra davanti a una mappa topografica: spilli rossi su Milano e Chiaravalle, cerchi concentrici a indicare raggio d’azione e vie di fuga. «Se il nostro direttore d’orchestra segue una logica geometrica, il prossimo furto si sposterà più a est, forse nella bergamasca. Guardate il pattern temporale: tre giorni, poi due; la finestra si stringe. Addestramento militare? Chi scala senza rumore, disinnesca allarmi appena installati, usa tute cerate? Mi ricorda i sabotatori alpini che ho studiato nei dossier della Resistenza.» Riva, masticando la punta di una matita, intervenne: «Le miniere dismesse dell’Alta Val Seriana ospitarono reparti di deposito esplosivi. Se qualcuno avesse conservato mappe e materiali, oggi sarebbe in grado di aprire caveau come scatolette.» Non fece in tempo a finire la frase che il telex centrale gracchiò: «FURTO NOTTURNO CAPPELLA COLLEONI – BERGAMO ALTA – RELIQUIARIO SAN BARTOLOMEO SCOMPARSO». Erano le 18:06 di giovedì 8 settembre. Il ritmo si faceva serrato; il direttore agitava la bacchetta. Bergamo Alta somiglia a un veliero di pietra ancorato ai colli: mura veneziane, scalinate ripide, slarghi che odorano di polenta e camoscio fresco. Alle 01:47 di quella notte, un boato secco squarciò il silenzio medievale. Due cariche di nitrogelatina, poste dal lato interno della porta bronzea, avevano frantumato chiavistelli in acciaio modernissimo senza incrinare il polittico alle spalle. Segno di un artificiere che conosceva concentrazione, distanza e pressione come un violinista conosce toni e semitoni. Il Reliquiario Colleoni, oro massiccio, venti chili di metallo e lapislazzuli, raffigurava scene della Passione incavate a bulino. Tre strati di smalto traslucido facevano balenare lampi azzurri quando una torcia li colpiva. I ladri, due uomini e una donna secondo una testimone insonne che abitava sopra il chiostro, lo fissarono a un carrello con ruote a cuscinetti; posero un cuscino d’iuta intrecciata fra metallo e legno, quindi scivolarono sul selciato a gradoni, verso un veicolo-ombra. L’eco dei rulli risuonava come un tamburo funebre in discesa. Alle prime luci, la pioggia settembrina trasformava i sanpietrini in specchi sdrucciolevoli. Lucia, cappotto addosso e basco calato, s’inginocchiò accanto ai frammenti di ottone e analizzò i residui di detonante: odore di uovo marcio tipico del nitroglicerolo, ma con un retrogusto di solvente appena differente. «Non è una carica commerciale,» sussurrò, «ma una miscela artigianale. Chi conosce bene la polverizzazione di nitrato di potassio e segatura? Ex demolitori, minatori o artificieri militari.» Il capitano dei carabinieri Angelo Simeoni, un colosso con stampella in legno d’ulivo, ricordo di un’esplosione nell’Africa Orientale—strinse la mano di Lucia con rispetto. «Testimoni riferiscono di una Balilla nera, nessuna luce, targa mutila: BG-37, poi forse un otto o un tre. Direzione Seriate.» In quel momento, la radio di servizio riprese fiato: «Colpo simultaneo all’Altar Maggiore del Duomo di Brescia: sottratta pala d’altare attribuita al Moretto.» Lucia si sentì mancare terra sotto i piedi: la banda lavorava su due fronti, forse più cellule coordinate. Non volle aspettare: arruolò l’agente Fausto Pagani, venticinque anni, occhi da ragazzo ma riflessi da pilota di caccia, e lo spinse nell’Alfa 1900 TI. «Portami a Brescia, e falla volare.» L'asfalto dell'Autostrada Serenissima risuonava d’un rombo cavernoso. Fausto guidava con guantoni di capretto, dita leggere sul volante come un pianista. «Se puntano a Monza la prossima notte, commissario, non troveremo neanche la polvere.» Lucia rispose senza distogliere lo sguardo dalla striscia di asfalto: «Puntano a Monza questa notte, Fausto. Quello che non si aspettano è di trovarci lì.» Arrivarono al Duomo di Monza alle 03:54, ma il portone era già spalancato, le guardie a terra con lividi dietro la nuca. La Corona Ferrea, anello d’oro e argento in cui secondo la tradizione era incastonato un chiodo della Croce, era sparita. Sul pavimento giaceva un guanto di cuoio nero, indice e medio tagliati via. L’ispettore Riva lo afferrò con pinzette e lo sigillò in un sacchetto di carta Kraft. Nessuna impronta, solo il profumo aspro di lanolina e polvere nera. Un vezzo da guappo o un depistaggio? Lucia avvertì una fitta sotto lo sterno: un filo invisibile annodava ogni colpo, e lei ne toccava la corda vibrante. Se non l’avesse reciso in fretta, la melodia si sarebbe trasformata in requiem. Milano reagì con rumore. Il Corriere della Sera titolò a nove colonne: “SACRILEGIO IN LOMBARDIA: RUBATA LA STORIA”. La foto di Lucia, ritratta di profilo mentre studiava i frammenti a Brescia, prese mezza pagina. Lei la vide appesa in edicola e provò fastidio: la trasformava in mascotte d’una caccia all’uomo che non era ancora caccia ma scacco. Alle 21:07 di quel venerdì, nella sala interrogatori di via Fatebenefratelli, la lampada a braccio proiettava cerchi d’ombra sul volto di Gualtiero “Il Cardinale” Migliavacca. Cravatta di seta bordeaux, pochette abbinata, fede in oro bianco: ogni dettaglio gridava eleganza, ma le sue mani tremavano appena quando Lucia posò sul tavolo la foto della Balilla nera. «È la sua, vero? L’ha vista un messo comunale a Bergamo Alta la notte scorsa.» Il Cardinale incrociò le gambe come fosse seduto al Cova a sorseggiare aperitivo. «La mia Balilla era parcheggiata davanti al teatro Sociale, cara commissaria. Ho testimoni e biglietti. Amo l’Opera più delle reliquie, sebbene riconosca a entrambe un valore immortale,» rispose con un sorriso tagliente. Lucia sfiorò la tazzina di caffè ma non bevve: «E questo?», chiese mostrando un fermacarte d’ottone trovato nel bagagliaio della Balilla, inciso con un trifoglio identico al marchio della Cappella Colleoni. «Suvvia, dottor Migliavacca: a chi lo passava?» Dietro il vetro unidirezionale, Riva ringhiava; il brigadiere Giuliano Calò osservava la gestualità del sospetto: tacco destro che batteva in sincrono con la lancetta dei secondi. Un tempo misurato: 60 colpi al minuto. Un uomo abituato all’appuntamento preciso. Ma l’alibi sembrava di piombo, e senza impronte o testimoni oculari, Lucia dovette lasciarlo andare. Quella stessa notte, Fausto pattugliava i Navigli: acqua nera, barche ferme, odore di umidità e gasolio. Sotto il ponte dello Scodellino, un ragazzino slavo con fisarmonica gli scivolò accanto e sussurrò: «Se cercate la Corona, parlate con Oro Nero. Lui fa saltare il mondo senza che il mondo se ne accorga». “Oro Nero” era Ernesto Varoli, ex minatore di Lovere, famoso per usare l’esplosivo come artista usa il pennello. Gestiva un’officina abusiva in un capannone scrostato di Viale Ortles: lamiera bucata, odore di olio esausto, ritratti di Gina Lollobrigida appesi fra carrucole. Alle 06:10 di sabato, Lucia guidò un blitz: otto agenti in giubbotto antiproiettile, due pastori tedeschi, ariete d’acciaio. Il portellone saltò con clangore, ma il nido era freddo. Solo fumo di saldatrice ancora tiepido, guanti gettati a terra, e sul tavolo una mappa topografica della Val di Scalve, miniere di Schilpario, tracciata in matita blu: «TUNNEL BETA – camera deposito 3×2 m – accesso da pozzo 4 dismesso». Lucia tastò la carta ruvida, pensando al Passo del Vivione: da lì alla Svizzera in autocarro leggero era questione di due ore. Il confine: siepe difficile da attraversare per la legge, setaccio largo per la merce di contrabbando. Alle 23:19, una telefonata anonima scorticò il buio: «Non arriverete a Schilpario. Tra voi c’è chi trama. Guardatevi l’un l’altro… e tremate.» La voce era cavernosa, incolore, forzata come passasse in gola a un fantoccio. Lucia ripose la cornetta e avvertì il gelo del tradimento penetrarle le ossa. Domenica 11 settembre, ore 05:45. Nel cortile della Questura il buio era grigiastro, preannuncio dell’alba. Il piano d’azione prevedeva un camion civetta FIAT 615 carico di casse vuote, finte sigle “Officine Breda – parti meccaniche”, più un’Alfa 1900 TI di scorta. Al volante del camion, Fausto; a fianco, Giuliano con radiotrasmittente a onde corte. Nel baule dell'Alfa, esplorazione geologica, tute da miniera, respingitori di gas, due Beretta 34, lampade a carburo. Alle 06:02, mentre Lucia distribuiva mappe e turni di vedetta, un colpo d’arma da fuoco riecheggiò fra le arcate. Giuliano, carico di documenti, scattò verso un pilastro; da una zona d’ombra partì un secondo proiettile che scheggiò il cofano del camion. L’assalitore, una figura in cappellaccio scuro, fuggì scavalcando il cancello laterale. Riva arrivò in corsa, pistola spianata, ma ormai restava solo un odore acre di cordite nell’aria ferma. A terra, sparsi, i fascicoli della missione: due pagine bruciate ai bordi, righe cancellate con inchiostro rosso. Lucia riconobbe la grafia dell’ispettore; ricordò che solo Riva custodiva in cassaforte quella copia siglata. Lo sguardo le si velò di diffidenza, ma il tempo per processare il sospetto era finito. Decise di portare comunque la squadra a Schilpario, ma su due convogli separati, con percorsi diversi, per confondere eventuali talpe. Lei prese la strada statale 42, tagliando per Lovere; Fausto scelse la provinciale 294, valicando Clusone e la Presolana. Radio criptate solo su canali 5 e 8 alternati, check ogni trenta minuti. La Val Seriana si apriva fra pareti di calcare come un canyon pallido: fronde di abete gocciolanti, colpi di sole intermittenti fra nubi basse. Lucia, al volante, pensava alle reliquie: il Chiodo, il Calice, il Reliquiario, la Pala, la Corona—cinque piaghe che sanguinavano cultura e identità. Poi pensò alla ferita interna: chi, fra i suoi, vendeva movimenti e orari? Forse Riva, forse l’aiutante Vignati con debiti di gioco, forse un tecnico radio corrotto. Non poteva permettere che il dubbio la paralizzasse; ma ignorarlo sarebbe stato suicidio. Quando il cartello “Schilpario m 1050” apparve, l’orologio segnava le 11:38. Le miniere, abbandonate dal ’51, erano una ragnatela di pozzi scendenti fin quasi mille metri. Il tunnel “Beta”—secondo vecchi progetti—s’apriva con un imbocco in muratura franata, poi s’immergeva in viscere fredde, pavimento di pietra viscida, putrescenza di legno marcito. Lucia e Riva indossarono imbragature, lampade, cinture d’ordinanza; Giuliana coordinò la logistica dall’esterno con radio lunga. Più avanti, Fausto piazzò una torcia di segnalazione ogni venti metri. Il loro respiro rimbalzava su pareti umide. Ogni goccia d’acqua echiava come un colpo di clava. A 180 metri dall’imbocco, trovarono la prima anomalia: casse di legno numerate, sigla “MB-61”, profumo di incenso e stoppa. Dentro, imballaggi termici ma vuoti. A 240 metri, un varco laterale, voltato a mattone, portava a una camera larga due metri, lunga tre: sul pavimento, impronte fresche di suola Vibram, residui di stoffa rossa, probabile fodera della Corona Ferrea. Un filo di fumo ancora tiepido salì da un mozzicone di sigaro toscano. Lucia si abbassò, annusò: aroma di Kentucky, lo stesso che aveva sentito nell’auto di Migliavacca. «Il Cardinale era qui, o qualcuno vuol farcelo credere,» mormorò. Riva fece l’atto di replicare, ma un boato sordo dall’esterno fece tremare il terreno: qualcuno aveva minato l’imbocco. In pochi secondi, il tunnel si riempì di polvere. Radio mute, luce sporca; la via di uscita ostruita. Lucia alzò la Beretta, palpitante. Rimanevano altre gallerie di aerazione che sbucavano sul versante nord, ma il passaggio era stretto. Ancora un tradimento, ancora colpi di scena. L’aria si faceva rarefatta; e nel buio, l’eco lontana di passi non loro suggeriva che non erano soli. © Riproduzione Vietata
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L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non si ScioglieL’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non si ScioglieNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non ScioglieNel ventre della valle, sotto la crosta dorata di una giornata limpida, si agitava qualcosa di marcio. La neve, così candida e immobile, sembrava nascondere ogni cosa: i sospetti, i timori… e i cadaveri. Eppure, in un piccolo locale dietro le cucine del ristorante La Baita Vecchia a Foppolo, il gelo aveva smesso da tempo di essere un fatto meteorologico: era un clima morale, un’aria densa, fatta di sguardi e sottintesi. Si erano dati appuntamento lì, senza convocazioni ufficiali. Nessun ordine del giorno, nessun verbale. Solo uomini che si conoscevano troppo bene da troppi anni. Luigi Mainetti, il padrone degli impianti di risalita, era il primo ad arrivare. Pantaloni da lavoro, giubbotto tecnico, guance arrossate dal freddo e occhi più duri del ghiaccio. Sedette al capo del tavolo, come sempre, senza chiedere permesso. Era lui a gestire l’infrastruttura che teneva in vita Foppolo, e tutti lo sapevano. Poco dopo entrò Giacomo Lorenzi, albergatore vecchio stile. Non uno, ma due alberghi: il Fiocco di Neve e il Pizzo Vescovo, ereditati e ampliati con una strategia aggressiva che l’aveva reso il re delle prenotazioni. Aveva il passo veloce e l’alito di sigaro. Si tolse i guanti con lentezza, come se ogni dito portasse una tensione da liberare.....ACQUISTA IL LIBRO
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 3: Una Decisione ComuneAmore e Coraggio in un Borgo tra Misteri e CospirazioniGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon. Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 3: Una Decisione ComuneLa mattina a Corenno Plinio era serena e tranquilla. I primi raggi di sole penetravano attraverso le persiane verdi della casa in pietra, risvegliando Lisa e Andrea dal loro sonno. Con la giornata libera davanti a loro, decisero che sarebbe stato bello prendersi una pausa e fare qualche giorno di vacanza in campagna. Dopo essersi alzati, prepararono la colazione e la portarono sul balcone che dava sul lago. Il balcone era un angolo incantevole della casa, arredato con mobili in vimini e piante fiorite. Le viste sul lago erano spettacolari, con le montagne verdi che si riflettevano nell'acqua calma. La colazione era semplice ma deliziosa. Un caffè forte accompagnato da croissant freschi comprati il giorno prima, yogurt con miele e noci, e un assortimento di frutta fresca: fragole, mirtilli e fette di mela. Mentre mangiavano, chiacchieravano del più e del meno, godendosi il cinguettio degli uccelli e il suono delle onde che lambivano dolcemente la riva del lago. "Che ne dici di cercare una casa in campagna per qualche giorno?" propose Andrea, rompendo il silenzio rilassante. Lisa annuì con entusiasmo. "Mi sembra un'ottima idea. Potremmo andare nelle colline piemontesi. Ho sentito che ci sono dei posti meravigliosi per rilassarsi e godersi la natura." Finita la colazione, si spostarono dentro casa e si sedettero al tavolo del soggiorno con il computer portatile. Lisa aprì il browser e iniziò a cercare case in affitto nelle colline piemontesi. Il camino in pietra alle loro spalle aggiungeva un tocco di calore e comfort all'ambiente. "La vista qui è incredibile," disse Lisa, guardando fuori dalla finestra mentre cercava online. "Ma cambiare aria per qualche giorno ci farà bene." Trovò diverse opzioni, da rustici casali in pietra a moderne ville con piscina. Ogni annuncio sembrava promettere una fuga perfetta dal caos quotidiano. "Guarda questa," disse, indicando una casa in collina immersa nel verde, con vigneti tutt'intorno e una piccola piscina. "Che ne pensi?" Andrea osservò attentamente le foto sullo schermo. "Sembra perfetta. Potremmo fare delle passeggiate, visitare qualche cantina vinicola, e semplicemente rilassarci." Dopo aver confrontato diverse opzioni, decisero di prenotare quella casa. Era un rustico ristrutturato, con ampi spazi verdi, una vista mozzafiato sulle colline circostanti e una veranda dove avrebbero potuto cenare all'aperto. Con la prenotazione confermata, iniziarono a pianificare cosa portare con sé. Vestiti comodi per le passeggiate, qualche buon libro da leggere all'ombra degli alberi, e naturalmente, una bottiglia di vino locale per brindare alle serate sotto le stelle. Il resto della giornata lo trascorsero rilassandosi a casa, con la soddisfazione di sapere che presto avrebbero avuto una piccola avventura in campagna. La decisione di prendersi una pausa dalla routine si rivelò essere una scelta azzeccata, e non vedevano l'ora di partire per le colline piemontesi, pronti a immergersi nella natura e ricaricare le energie. Andrea e lisa erano una copia forse d'altri tempi, vivevano per il loro amore e superavano le difficoltà della vita con slancio e caparbietà da quando si erano conosciuti. Lisa e Andrea si incontrarono per la prima volta durante una delle numerose fiere di artigianato che si tengono ogni estate sul Lago di Como. Era una calda giornata di giugno, e la fiera era affollata di gente del posto e turisti, tutti curiosi di esplorare le bancarelle piene di oggetti fatti a mano, prodotti locali e opere d'arte. Lisa era andata alla fiera con alcune amiche, desiderosa di trovare qualche pezzo unico per arredare la sua casa a Corenno Plinio. Passeggiava tra le bancarelle, ammirando i lavori degli artigiani, quando un piccolo quadro attirò la sua attenzione. Si avvicinò per guardarlo meglio e notò che qualcuno stava facendo lo stesso dall'altra parte della bancarella. I loro sguardi si incontrarono, e Lisa si trovò a guardare negli occhi azzurri di Andrea. "È un bel quadro, vero?" disse Andrea con un sorriso. Lisa annuì, sorridendo a sua volta. "Sì, molto. Ha una certa serenità che mi piace." Iniziarono a parlare, scoprendo di avere molte cose in comune. Andrea le raccontò del suo lavoro all'ospedale di Bellano e di come amasse l'atmosfera tranquilla del lago. Lisa, a sua volta, parlò del suo lavoro come insegnante di storia dell'arte a Colico e della sua passione per l'arte e l'arredamento. La conversazione fluiva facilmente, e entrambi sentirono un'immediata connessione. Dopo aver esplorato insieme alcune altre bancarelle, decisero di fermarsi in una caffetteria per continuare a parlare. Seduti all'aperto, con vista sul lago, condivisero storie delle loro vite, risate e sogni per il futuro. Il tempo volò, e prima che se ne rendessero conto, era già sera. "Mi sono davvero divertito oggi," disse Andrea, guardando Lisa negli occhi. "Ti andrebbe di rivederci?" Lisa sorrise, sentendo un calore crescere nel suo cuore. "Mi piacerebbe molto." Iniziarono a vedersi regolarmente, scoprendo ogni volta nuovi aspetti dell'altro che li affascinavano e li avvicinavano sempre di più. Andrea ammirava la passione e la creatività di Lisa, mentre Lisa apprezzava la dedizione e l'empatia di Andrea. Le loro uscite variavano da passeggiate lungo il lago a cene nei piccoli crotti della zona, sempre accompagnate da lunghe conversazioni e risate. Un giorno, decisero di fare una gita in barca sul lago. Il sole splendeva e l'acqua era calma, offrendo il contesto perfetto per una giornata romantica. Mentre la barca scivolava sull'acqua, Lisa e Andrea si trovavano sempre più vicini, parlando dei loro sogni e delle loro aspirazioni. Fu in quel momento, con il lago e le montagne a fare da sfondo, che Andrea si rese conto di quanto fosse importante Lisa per lui. "Lisa," disse, prendendole la mano, "da quando ti ho incontrata, la mia vita è diventata più luminosa. Sei speciale per me." Lisa lo guardò, sentendo le stesse emozioni nel suo cuore. "Anche tu sei speciale per me, Andrea. Mi sento così felice quando siamo insieme." Quel momento segnò l'inizio della loro storia d'amore. Da quel giorno, la loro relazione crebbe, costruita su un profondo rispetto e affetto reciproco. Con il tempo, decisero di vivere insieme a Corenno Plinio, trovando nella tranquilla bellezza del lago il luogo ideale per costruire il loro futuro. Le giornate trascorse insieme erano piene di piccoli momenti di felicità: cucinare cene insieme, esplorare i sentieri attorno al lago, leggere libri accoccolati sul divano durante le serate invernali. La loro casa divenne un rifugio accogliente, arredato con i pezzi unici trovati da Lisa nei mercatini, ognuno con una storia speciale. Erano tutti e due bergamaschi, arrivati sul lago di Como per lavoro. Lisa infatti proveniva da una famiglia bergamasca di Azzone, un piccolo paese incastonato nella Val di Scalve. La sua infanzia era stata caratterizzata dalla semplicità della vita di montagna e dal duro lavoro dei suoi genitori. Suo padre, Carlo, era un boscaiolo. Ogni mattina, prima che il sole sorgesse, Carlo si alzava, indossava i suoi pesanti stivali di cuoio e si dirigeva verso i boschi circostanti. Armato di motosega e ascia, trascorreva le giornate abbattendo alberi, tagliando tronchi e preparando la legna per l’inverno. Il lavoro era faticoso e pericoloso; richiedeva una grande forza fisica e una conoscenza profonda del bosco e delle sue insidie. Carlo lavorava spesso da solo, affidandosi solo alla sua esperienza e alla sua determinazione. Mentre Carlo si occupava dei boschi, la madre di Lisa, Maria, lavorava come casara per una famiglia di allevatori della zona. Ogni mattina, Maria si recava alla stalla per mungere le mucche. Il lavoro iniziava all’alba, quando il silenzio della valle era rotto solo dal muggito delle mucche e dal rumore delle carriole che trasportavano il fieno. Maria conosceva ogni mucca per nome e sapeva riconoscere immediatamente se qualcosa non andava. Dopo la mungitura, si occupava di trasformare il latte in formaggi tipici della zona, come la formaggella della val di Scalve. La lavorazione del formaggio era un’arte antica che richiedeva precisione e pazienza: il latte veniva riscaldato, cagliato e poi pressato in stampi di legno. Maria seguiva con attenzione ogni fase, assicurandosi che i formaggi avessero la giusta consistenza e sapore. Nonostante le difficoltà economiche e la durezza del lavoro, i genitori di Lisa avevano sempre cercato di garantire alla loro figlia un’istruzione adeguata. Lisa aveva frequentato le scuole elementari e medie nel suo paese, dimostrando fin da subito una grande passione per lo studio e un talento innato per il disegno. Con il sostegno della sua famiglia, decise di proseguire gli studi e si iscrisse, dopo il liceo artistico frequentato a Bergamo, all’università di Milano, dove si laureò in storia dell’arte. Dopo la laurea, Lisa aveva trovato lavoro come insegnante precaria al liceo di Colico. Non era facile vivere con l’incertezza di un contratto a termine, ma Lisa non si scoraggiava. Ogni giorno, affrontava con grinta e determinazione la sfida di coinvolgere i suoi studenti, utilizzando metodi innovativi e creativi. Organizzava visite guidate ai musei, allestiva mostre di arte e invitava artisti locali a tenere lezioni e laboratori. Lisa era consapevole delle difficoltà del suo lavoro, ma era anche orgogliosa delle sue origini e dei sacrifici fatti dai suoi genitori. Spesso, nelle sue lezioni, raccontava ai suoi studenti storie di vita reale, cercando di trasmettere loro l’importanza della perseveranza e del duro lavoro. Andrea era cresciuto a Bergamo, nella suggestiva Città Alta, un luogo intriso di storia e fascino. La Città Alta di Bergamo è un borgo medievale perfettamente conservato, racchiuso da possenti mura venete costruite nel XVI secolo, dichiarate Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Le strette stradine acciottolate si snodano tra edifici storici, chiese antiche e piazze pittoresche, come Piazza Vecchia, il cuore della città, dominata dal Palazzo della Ragione e dalla Torre Civica. Il Duomo di Sant'Alessandro e la Basilica di Santa Maria Maggiore sono esempi di straordinaria architettura e arte religiosa, che raccontano secoli di devozione e cultura. Andrea veniva da una famiglia profondamente radicata nella comunità di Bergamo. Suo padre, Giovanni, era un medico di base molto rispettato nella Città Alta. Per decenni, Giovanni aveva servito la comunità con dedizione e competenza, diventando un punto di riferimento per i suoi pazienti. La sua attività era caratterizzata da lunghe giornate di visite domiciliari e consultazioni nel suo studio, situato in una delle vie storiche del borgo. Ogni mattina, Giovanni percorreva le strade acciottolate con la sua borsa da medico, conoscendo ogni vicolo e ogni famiglia del quartiere. Ormai vicino alla pensione, continuava a lavorare con la stessa passione di sempre, anche se aveva ridotto il numero di pazienti per dedicarsi maggiormente ai suoi interessi personali e alla famiglia. La madre di Andrea, Lucia, era una casalinga che aveva dedicato la sua vita alla cura della famiglia. Lucia era una donna di grande calore e generosità, sempre pronta a sostenere i suoi figli e a creare un ambiente accogliente e sereno a casa. Andrea aveva un fratello minore, Carlo, che si era appena laureato in ingegneria edile. Carlo, come Andrea, aveva ereditato dai genitori una forte etica del lavoro e un grande senso di responsabilità. Dopo la laurea, Carlo aveva iniziato a lavorare per una piccola impresa di costruzioni, dedicandosi con passione ai progetti di restauro e conservazione degli edifici storici di Bergamo e dintorni. Andrea aveva sempre ammirato suo padre e, sin da giovane, aveva deciso di seguire le sue orme. Dopo aver frequentato il liceo classico Sarpi di Bergamo, si era iscritto alla facoltà di medicina all'Università degli Studi di Milano. Gli anni universitari erano stati intensi e impegnativi, ma Andrea aveva affrontato gli studi con determinazione e passione, sostenuto dall'esempio del padre e dall'amore della famiglia. Dopo la laurea, si era specializzato in medicina interna, un campo che gli permetteva di approfondire le conoscenze cliniche e di sviluppare una visione olistica del paziente. Conclusa la specializzazione, Andrea aveva trovato lavoro presso l'ospedale di Bellano, un piccolo centro situato sulla sponda orientale del Lago di Como. L'ospedale, pur essendo di dimensioni modeste, era rinomato per la qualità delle cure e per l'attenzione ai pazienti. Andrea si era trasferito a Bellano con entusiasmo, pronto a mettere in pratica quanto appreso durante gli anni di studio e a costruire una carriera in ambito medico. Lavorava a stretto contatto con un team di medici e infermieri dedicati, affrontando ogni giorno nuove sfide e cercando sempre di migliorarsi. Nonostante la distanza da Bergamo, Andrea manteneva un forte legame con la sua famiglia. Ogni volta che aveva un po' di tempo libero, tornava nella Città Alta per visitare i genitori e il fratello. Le passeggiate con il padre per le stradine storiche, le chiacchierate con la madre davanti a una tazza di caffè e le discussioni con Carlo sui progetti di lavoro erano momenti preziosi che Andrea custodiva gelosamente. Un giorno, durante una di queste visite, Giovanni parlò ad Andrea del suo imminente pensionamento. "Sai, figlio mio," disse Giovanni, "è quasi arrivato il momento per me di appendere il camice al chiodo. È stato un lungo viaggio, ma credo che sia giusto lasciare spazio alle nuove generazioni." Andrea guardò suo padre con ammirazione e un pizzico di nostalgia. "Hai fatto tanto per questa comunità, papà. Sei un esempio per tutti noi." Giovanni sorrise. "E tu stai seguendo una strada splendida. Sono orgoglioso di te e del lavoro che fai a Bellano. È un posto magnifico, e so che farai la differenza lì." Così, con il sostegno e l'ispirazione della sua famiglia, Andrea continuava a crescere nella sua professione, portando avanti l'eredità di dedizione e cura tramandata da suo padre. Bellano divenne la sua nuova casa, un luogo dove poteva fare la differenza nella vita delle persone e costruire il suo futuro accanto a Lisa, con la quale condivideva sogni e progetti.© Vietata la Riproduzione
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I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 14: La Trasformazione di Elena nel Mondo RiflessoDal confine tra realtà e sogno: Elena affronta il mistero degli specchi, tra verità nascoste e la promessa di una nuova dimensioneLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 14: La Trasformazione di Elena nel Mondo RiflessoQuando la mamma di Matteo salutò con un bacio e rientrò in casa, lasciando la porta socchiusa dietro di sé, un silenzio nuovo calò sul terrazzo. Solo la notte restava ad ascoltare. Elena e Matteo rimasero a fissare le stelle, le mani intrecciate sul tavolino ormai freddo, mentre la grappa lasciava un calore sottile che si spargeva nello stomaco. Per un po’ nessuno parlò. Poi, con la voce che sembrava emergere da una profondità inaspettata, Elena disse piano: «Matteo… posso chiederti una cosa?» Lui la guardò, serio. «Certo. Puoi chiedermi qualsiasi cosa.» Lei sorrise con una gratitudine che le illuminò il volto, poi tornò a fissare il profilo scuro delle montagne. «Avrei bisogno che tu mi ascoltassi, davvero. Ho bisogno di raccontarti qualcosa che non ho mai detto a nessuno. Forse nemmeno a me stessa fino in fondo.» Matteo si voltò completamente verso di lei, si spostò con la sedia più vicino, e le prese la mano tra le sue, con una calma che sembrava antica. «Raccontami tutto, Elena. Sai che sono qui.» Lei si prese un lungo momento per trovare le parole. La notte pareva offrirle tempo e spazio. Raccolse il respiro, lasciando che il fresco della valle la aiutasse a schiarirsi la mente. «Tutto è cominciato con una consulenza che mi è stata affidata dal professor Visconti, un luminare della psichiatria. Voleva che indagassi sulla situazione di un collega, il dottor Morandi, ricoverato nel manicomio di Oltre il Colle. All’inizio sembrava un incarico quasi di routine, anche se il contesto era già strano: un manicomio in un paese sperduto, atmosfere da altri tempi… Ma, via via che procedeva l’indagine, ogni cosa è diventata sempre più surreale.» Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Indagine a San Pietro. La Via del Ritorno. Capitolo 5Nel cuore dell’inverno del 1365, fratello Elara sfida neve, inganni e poteri occulti per portare al Papa le prove del traffico di reliquie sacreMaggio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Indagine a San Pietro. La Via del Ritorno. Capitolo 5Il 27 dicembre 1364 la periferia settentrionale di Roma era bianca di grandine notturna. Lo strato gelato scricchiolava sotto gli zoccoli del cavallo di fratello Elara, mentre il vento di tramontana trascinava spire di polvere ghiacciata oltre i pini che fiancheggiavano la Via Cassia. La Città Eterna, alle sue spalle, svaniva già in una bruma azzurra. Davanti, la strada verso nord si contraeva come un filo tirato fra colline nude, torri di guardia abbandonate, poderi dove i contadini bruciavano sterpi per scacciare l’aria cattiva. Aveva con sé un manipolo esiguo: Johannes de Bern e Corrado di Lodi, reduci dalle tenebre del Laterano; fra Felice, francescano di parola tagliente; e un giovane chierico toscano, Niccolò dei Galgani, mandato dal cardinale Colonna a recapitare dispacci cifrati al vescovo di Pistoia. Dovevano viaggiare veloci, ma senza dare nell’occhio: troppe spie di Petrus Alamanni, ora prigioniero, erano ancora libere; e il tesoriere, in attesa di trasferimento, aveva lasciato ordini capaci di mordere anche dalle catene. Nella bisaccia di Elara, avvolti in un telo cerato, stavano i registri contabili sequestrati: prove definitive perché Urbano V avviasse riforme sulla custodia delle reliquie e—così speravano—mettesse la Camera Apostolica sotto vigilanza collegiale. Al tramonto raggiunsero Sutri, un paese adagiato dentro un anfiteatro etrusco. Il podestà concesse loro un angolo di stalla; il fuoco acceso fra le ruote dei carri li scaldò appena. Corrado, pulendo la lama, sussurrò: «Padre, la guerra peggiore non era a Roma. Sarà qui fuori, sulla strada, senza torce accese a indicarla.» Elara annuì: il confine fra giustizia e vendetta poteva tendersi in ogni taverna malfamata, in ogni passo innevato. Il 30 dicembre entrarono in vista della rupe di Orvieto, la cattedrale striata di alabastro e basalto lambita da nuvole color rame. Lì sostava da giorni una folla di pellegrini francesi diretti al Giubileo; la piazza ribolliva di carretti, guaritori, venditori d’ostie miracolose. Elara ricordò d’un tratto l’eco del furto fallito: se i Clavis Capitis Custodes avessero ottenuto il cranio di Pietro, la piazza sarebbe oggi un falò di eresie. Presero alloggio nell’Ospizio dei Santi Severi. Durante la messa di Santa Silvia, fra Felice notò un mercante bretone con anello siglato “C C C”: la stessa tripla C che Elara aveva osservato su un altare nelle catacombe di Priscilla. Lo seguirono fin nella cripta; l’uomo—che si disse chiamare Ronan di Brest—portava sotto il mantello un reliquiario da cintura, pieno di polvere d’ossa che spacciava per “pulvis Petri et Pauli”. Ronan tentò di fuggire; Corrado lo placcò sul selciato. Rinvennero pergamene vergate in francese meridionale: ordini di consegna di reliquie al “Convento del Ponte Rotto, Parigi”, firmati da un certo Frater Marcus Hermeticus—lo stesso nome apparso mesi prima nel manoscritto di Montpellier. Prova che la rete, amputata in Italia, stava riciclando il traffico oltre le Alpi. Elara gli diede una scelta: “O verità, o forca.” Il mercante, piangendo, confessò che un corriere li attendeva a Bologna per ritirare “tre teschi minori”—monsignori dell’età ottoniana—usciti chissà come dagli scantinati romani. Era chiaro: qualcuno, dentro la Curia, continuava a svuotare casse funebri, vendendo i «pezzi meno visibili» per non attirare clamore. Decisione rapida: avrebbero deviato su Bologna, benché la via appenninica in inverno fosse trappola di nevi e briganti. Elara spedì Niccolò con i dispacci pontifici lungo un percorso diverso, più breve: Firenze-Pistoia-Lucca. «La Chiesa—disse—si salva a colpi di strade divergenti; se cadremo noi, i documenti saranno salvi.» Il 4 gennaio 1365 la piccola compagnia lasciò la Val di Paglia in un’alba color gesso. Le zolle gelate rompevano il respiro dei cavalli. Arrivarono a Radicofani, la rocca di Ghino di Tacco, ora guardata da gendarmi fiorentini: qui le taverne vendevano vino screziato di feccia e voci di condottieri. Uno di questi—Messer Alberigo da Barbiano—ricevette confidenza che “un frate inglese con libri d’oro nella bisaccia” attraversava il valico. Offrì due uomini d’arme in scorta; Elara ringraziò e rifiutò: preferiva il rischio noto a quello travestito d’aiuto. Tra Abbadia San Salvatore e il passo della Cornata, la neve li colse a mezzodì. Un muro bianco, denso, che faceva sparire la mulattiera sotto dorsi indistinti di roccia. La torcia unta di sego di Johannes faticava a rimanere viva. A mezzanotte trovarono riparo in una baracca di carbonai dismessa. Il gelo pareva stringere i crani come morse: ironico, pensò Elara, per chi da mesi inseguiva teschi. Nel sonno agitato, fra Felice udì il vento che pareva intonare un salmo all’indietro. Al mattino, orme di lupi circolari segnavano la neve attorno alla capanna, ma nessuna traccia umana. Eppure l’impressione di occhi che spiavano da dietro i faggi restò addosso a tutti. Il 10 gennaio scesero a Bologna, che odorava di legna bagnata e brodo di carne. Le torri pendevano come metacarpi giganti contro un cielo color lamina di piombo. Il reliquiario universitario di San Procolo custodiva da secoli ossa di vescovi locali; ma, si sussurrava nei chiostri, certe cassette erano misteriosamente calate di peso negli ultimi mesi… Rintracciarono il corriere in una stanza sopra la Spezieria dei Tre Draghi. Era un adolescente dal volto butterato, chiamato Luchino: sosteneva di recapitare “armi antiche” a Parigi per conto di gioiellieri lombardi. Rovistando nel baule, trovarono effettivamente armi—pugnali, picche smontate—ma sotto il doppio fondo giacevano tre crani avvolti in panno azzurro, uno degli stessi era ancora infangato. Luchino gridò che non sapeva; era pagato per non chiedere. Elara capì: il traffico di ossa sfruttava corrieri ignari, occultando i teschi tra ferraglie. Verso nord, dunque, esisteva non solo il compratore ma una struttura di distribuzione. «Spingere oltre la caccia significa passare la frontiera e dar fuoco a un mercato intero», disse Johannes. Quella sera, in una cantina di via delle Moline, il frate investigatore convocò un consiglio. Srotolò la mappa d’Europa: Bologna—Piacenza—Milano—Pavia—Savoia—Valle del Rodano—Avignone—Parigi. Anelli di un serpente. Caput regis, lumen mundi risuonava come una minaccia sempreverde. — Se non recidiamo il capo, un altro crescerà — concluse Elara. — Ma talvolta tagliare la gola a un mostro fa più vittime dell’attendere che muoia d’inedia. Fu allora che Corrado gli rivolse la domanda che bruciava da giorni: «Che intendi fare con quelle prove, davvero? Vuoi far crollare palazzi perché vendono calotte?» Elara sollevò la lente, riflettendo la fiammella. «Le consegnerò al Papa. Il resto non è affar mio.» Ma nel cuore non ne era del tutto certo....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 11. Il conclave sul velieroNel silenzio del porto, tra stufa e mappe ingiallite, una decisione segreta scioglie le ultime ancore della loro vita Ottobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 11. Il conclave sul velieroLa pioggia cadeva lenta e continua, una di quelle che non fanno rumore ma s’insinuano ovunque, nelle cuciture dei mantelli, nei pensieri, nelle ossa. La notte sembrava trattenere il respiro sopra il porto di Venezia: un velo d’umidità scendeva dalle nuvole basse, e l’odore del mare, di catrame e di alghe marce, si mescolava al fumo dei bracieri che ancora ardevano qua e là lungo le fondamenta. Le lanterne, coperte da vetri appannati, riflettevano ombre tremolanti sulle assi bagnate dei pontili. Il veliero Speranza ondeggiava appena, ormeggiato come una bestia addormentata. Le corde gocciolavano come serpi lucide, e le vele, arrotolate e legate, erano scure di pioggia. Il nome della nave, inciso in lettere dorate sulla poppa, luccicava a tratti sotto le fiammelle della lanterna del nostromo, che si muoveva da un’estremità all’altra per controllare che tutto restasse in silenzio. Nessuno doveva sapere che quella notte, su quella nave, si sarebbero prese decisioni destinate a cambiare molte sorti. Il primo ad arrivare fu Luzzatto, avvolto in un mantello nero foderato di velluto. La sua figura alta e sottile si muoveva rapida, il cappuccio tirato basso sul viso, una mano guantata a tenere chiusa la veste sul petto. Si guardò attorno, scrutando i movimenti delle ombre lungo le calli, poi si affrettò verso la passerella del Speranza. Fece un cenno all’uomo di guardia, che lo riconobbe e gli aprì il passaggio senza una parola. La pioggia gli scivolava lungo la barba sottile, e il rumore sordo dei suoi stivali sulle tavole bagnate sembrava il battito di un tamburo che annuncia un presagio.....Acquista il libro
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Ombre di Ambizione. Capitolo 8: Svolte e SorpreseIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milano Aprile 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 8: Svolte e SorpreseLa luce del mattino filtrava attraverso le tende, svegliando Lucia. Dopo qualche momento si avvicinò alla finestra e le aprì, lasciandosi avvolgere dalla bellezza del Lago di Como in una splendida giornata di maggio. Il lago era calmo, un perfetto specchio che rifletteva le montagne circostanti, ancora leggermente imbiancate sulle cime. Le acque azzurre, i giardini rigogliosi delle ville lungo la riva e il cielo limpido creavano un quadro di serenità e bellezza incontaminata. Scendendo a fare colazione, Lucia trovò la sala da pranzo dell'Hotel Belvedere piena di vita. Tra gli ospiti c'era una coppia anziana, probabilmente marito e moglie, che condividevano un giornale e discutevano con vivacità di un articolo, sorridendo e scambiandosi occhiate compiaciute. In un altro tavolo, un giovane uomo in elegante abito da viaggio annotava qualcosa in un taccuino, assorto nei suoi pensieri, forse uno scrittore o un giornalista alla ricerca di ispirazione. Una famiglia con due bambini piccoli cercava di organizzare la giornata, i bambini eccitati all'idea di esplorare il lago, i genitori pazienti e amorevoli nel gestire l'energia mattutina dei loro figli. Lucia si servì un caffè e si unì a loro, optando per una colazione leggera: pane fresco, formaggi locali e una fetta di torta di mele. Mentre assaporava il suo caffè, Paolo si avvicinò con una discrezione impeccabile. Paolo: "Commissaria Marini, c'è stata una telefonata per lei dalla guida di Varenna, la signorina Chiara. La sta aspettando nella sala lettura, se le desidera parlare." Ringraziando Paolo, Lucia si avviò verso la sala lettura, dove prense il telefono a muro. Chiara: "Commissaria Marini all'apparecchio, buongiorno Chiara." Chiara: "Buongiorno, commissaria. Ho delle notizie riguardo alla sua richiesta di visitare il castello. Inizialmente il sindaco sembrava disposto ad accettare, ma quando ha saputo che era lei, personalmente, interessata alla visita, ha cambiato idea, dicendo che non sarebbe stato possibile." Chiara: "Capisco. Ha fornito una motivazione specifica per questo cambiamento di atteggiamento?" Chiara: "Mi dispiace, commissario, ma non ha voluto fornire dettagli. Ha solo detto che al momento non è opportuno permettere accessi al castello. Mi rendo conto che questo possa complicare le sue indagini." Chiara: "Grazie per aver provato, Chiara”. Questa situazione solleva ulteriori domande, pensò. “Apprezzo il suo aiuto.".......#lagodicomo #corennoplinio© Vietata la RiproduzioneAcquista il libro
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Materia Nuova. Capitolo 21-1° Parte: Il Riciclo come Nuova Filosofia del VivereCome gli oggetti scartati rivelano un diverso modo di vedere il mondo, la bellezza e noi stessiNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 21-1° Parte: Il Riciclo come Nuova Filosofia del VivereL’idea che gli oggetti possano rinascere, che la materia possa avere una seconda vita e che ciò che viene scartato non rappresenti un punto di fine ma un punto di partenza, è una delle trasformazioni culturali più profonde del nostro tempo. Non è una semplice questione ambientale, né un tema tecnico legato all’economia circolare. È un cambiamento di percezione, un nuovo modo di guardare il mondo, di ascoltare il silenzio degli oggetti e di comprendere le relazioni che li attraversano. Il riciclo, quando diventa filosofia, non riguarda più soltanto ciò che facciamo con i materiali, ma ciò che i materiali fanno con noi: come ci parlano, come ci interrogano, come ci costringono a ripensare la nostra idea di valore e di durata. Viviamo in un’epoca in cui la produzione ha superato di gran lunga la capacità di attenzione. Gli oggetti nascono, vivono per poco, spariscono senza lasciare traccia; e noi, travolti dalla velocità del consumo, ci abituiamo all’idea che tutto sia sostituibile, che nulla meriti davvero cura. Ma quando osserviamo un artista raccogliere un pezzo di plastica trovata su una spiaggia, o un frammento di legno proveniente da un edificio decadente, o una scheda elettronica corrosa trovata in una discarica informale, siamo costretti a confrontarci con la storia di quell’oggetto. Non una storia gloriosa, non una storia eroica: la storia dell’uso, del consumo, dell’abbandono, del viaggio che la materia compie attraversando mani, luoghi, economie. In questa attenzione verso ciò che è fragile, logoro, dimenticato, c’è una forma di saggezza antica che ritorna: l’idea che nulla, nel mondo, sia davvero superfluo. Le filosofie orientali lo hanno sempre sostenuto; le culture tradizionali lo hanno praticato; ma per molto tempo la modernità ha preferito l’illusione della crescita infinita, dell’oggetto perfetto, del nuovo come unica garanzia di valore. L’arte del riciclo, invece, riapre una domanda fondamentale: cosa significa valore? E soprattutto: chi decide cosa merita di essere salvato? ACQUISTA IL LIBRO
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 12: Il Palcoscenico del Sagrato di DervioUn delitto rituale a Dervio: la messa in scena dell’orrore e l’escalation dell’indagineGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 12: Il Palcoscenico del Sagrato di DervioEra una mattina fredda ma limpida, di quelle che sembrano nate apposta per convincere chiunque che il mondo, almeno per qualche ora, possa essere un luogo ordinato. La chiesa parrocchiale di Dervio si stagliava chiara contro il cielo, con quella pietra pallida che l’inverno rende ancora più severa. Il paese, a quell’ora, era un mosaico di serrande chiuse, passi rari, fiato che si vede. Il lago si muoveva appena, una pelle increspata e lenta, e dentro quell’acqua — come dentro una memoria antica — si specchiavano le montagne innevate sulla sponda opposta, con un contrasto netto: scuro e bianco, ferro e gesso, vita e gelo. Se uno avesse avuto tempo di guardare davvero, avrebbe sentito una specie di serenità quasi colpevole, quella calma che viene quando si pensa che nulla di brutto possa accadere in un posto così. Anita uscì dalla canonica verso le sette, come faceva da venticinque anni. La porta si richiuse alle sue spalle con un suono breve, familiare. Anita era piccola, asciutta, un corpo da lavoro più che da riposo. Portava un cappotto scuro che le scendeva quasi fino alle caviglie e un foulard annodato in fretta, con l’abitudine di chi non ha mai avuto il lusso di perdere tempo. Aveva una scopa consumata, un secchio dell’immondizia e un sacchetto già pronto, come se il paese le avesse insegnato che la sporcizia non aspetta. Lei, in fondo, conosceva bene la sporcizia. Quella visibile e quella invisibile. Era la perpetua del parroco da una vita. Premurosa, sì, e anche un po’ pettegola, perché a Dervio il pettegolezzo era una forma di meteorologia: ti diceva da che parte girava il vento nelle case degli altri. Anita sapeva tutto e fingeva di sapere poco. Sapeva chi andava a messa e chi ci andava per farsi vedere. Sapeva chi aveva la madre malata e chi aveva il figlio che non tornava. Sapeva le coppie che litigavano a finestre chiuse e i fratelli che non si parlavano da anni. E sapeva anche, da qualche tempo, che da quando era successo quel casino a Corenno Plinio — quel morto, quelle voci, quella polizia — le persone avevano smesso di credere che il male stesse sempre altrove....ACQUISTA IL ROMANZO
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Indagine a San Pietro. Le Ombre sotto la Basilica. Capitolo 2Cripte, simboli perduti e intrighi tra le mura vaticane: Fratello Elara indaga nell’ombra della Basilica costantinianaMaggio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Indagine a San Pietro. Le Ombre sotto la Basilica. Capitolo 2Roma accoglieva l’autunno con un cielo metallico, screziato di nubi color limatura di ferro, e l’aria sapeva di mosto e di letame. Alle prime luci del 26 settembre 1364, fratello Elara discese con Athelred i gradini consumati che portavano all’antica confessio costantiniana. Una lampada a olio in bilico sul palmo, il monaco inglese inspirò a fondo: la cripta sotto l’altare maggiore era un alveo di umidità, incenso fossilizzato e marmo sudato. Lì giacevano, in sarcofagi d’epoca teodosiana, i resti di decine di pontefici dei primi secoli. Il cardinale Stefano Colonna, custode provvisorio del “Tesoro degli Apostoli”, li attendeva avvolto in una cappa color porpora scurita dall’uso; accanto a lui, due chierici latini reggevano torce infilate in alti candelabri d’ottone. Il prelato parlò con tono pratico, quasi ruvido: — Fratello, qui sotto sono accadute quattro violazioni in sei mesi. Sempre la notte, sempre senza scasso. Nessun segno sulle grate, nessun rumore udito dalle guardie svizzere di ronda. Trovammo le casse funebri intatte salvo il coperchio divelto dall’interno, come se i morti avessero spinto la lastra. Ma la pietra pesa quintali. Elara chinò il capo, scrutò lo spesso pulviscolo in sospensione ed estrasse la lente di cristallo di rocca: sui bordi del loculo di papa Gregorio V notò minime scalfitture, simili a tacche d’uncino. Accese poi un rametto di artemisia secca; il fumo biancastro si addensò in certi punti del pavimento—là, un rivolo d’aria in uscita tradiva forse un varco nascosto. — Canali d’aerazione… o corridoi murati — mormorò. — Vecchie condutture romane, dice l’archivista. Ma ogni passaggio ai sotterranei è stato sigillato da Bonifacio VIII con piastre di piombo — rispose Colonna. Elara sollevò la lastra del vicino sarcofago di papa Simmaco, usando una leva di ferro; all’interno, avvolto in benedizioni carbonizzate, un busto di ossa mancante del cranio pareva fissarlo con l’assenza di un volto. Il novizio Athelred trascriveva: Caput ablatum, nulla frattura residua su colonna cervicale. Taglio netto tra atlante ed epistrofeo. Poi vergò in inglese a margine: “Qualcuno usa seghe da cantiere o lame da speziale?” Invitato a proseguire, il cardinale schioccò le dita a un custode nubiano che brandiva un mazzo di chiavi enormi. Si aprì una grata laterale: lo scuro varco del corridoio ‘Liberiano’, così chiamato perché conduceva al primitivo sepolcro di papa Liberio. Athelred deglutì; Elara, invece, avvertì il cuore farsi rasoio: quell’ombra odorava di muffa antica, ma anche di cuoio recente. Più tardi, negli uffici della Sacra Scrittura, fra scaffali che grondavano pergamene accartocciate, Elara ricevette dal cancelliere un fascio di rapporti. La Curia aveva interrogato decine di canonici, sacrestani, addetti alle lampade votive. Tutti univano le spalle, tutti giuravano silenzio notturno. In una bolla anonima, tuttavia, spiccava un sigillo insolito: due chiavi incrociate e, sopra, un cranio alato. La didascalia in latino erasmiano, Clavis Capitis Custodes, sembrava derivare da una confraternita ignota ai registri pontifici. Elara, grazie alla sua competenza paleografica, riconobbe che l’inchiostro ferrogallico era francese, probabilmente del Delfinato. E la grafia—una tarda gotica bastarda—rivelava la mano di un laico istruito, non di un notaro ecclesiastico. Chiese materiali sui pellegrinaggi militari del decennio precedente: trovò un elenco di crociati bretoni disertori rifugiati a Roma nel 1358, tra cui un certo Gui de Léhon, soprannominato Le Fossoyeur per la passione di dissotterrare reliquie lungo il cammino. Il soprannome bruciava sulla pergamena come una torcia in cantina. Athelred, intanto, copiava velocemente diagrammi delle cripte: Gallerie interrate costruite dai papi Pasquale I e Gregorio IV; scale cieche sbarrate nel 1012; pozzi di drenaggio verso il Tevere. Ogni dettaglio odorava di passaggi ignorati dalle guide ufficiali. Fuori dalla cerchia leonina, Roma era un mosaico di contrade rivali: i Colonna dominavano il Quirinale, gli Orsini il Laterano, i Caetani alcuni ponti. E le bande di bravi a pagamento facevano la ronda in competizione con le guarnigioni pontificie. Per capire chi potesse muoversi di notte senza essere notato, Elara decise di scendere dai palazzi ai tuguri. Così, travestito da pellegrino scozzese, percorse via dei Banchi all’ora dei vespri, lasciando che la folla di artigiani lo inghiottisse. In una zona fumosa, vicino all’Arco dei Banchi, incontrò Messer Aluigi Carafa, incisore di reliquiari. Costui, piegato dal vino, raccontò di aver fuso di recente sette piccole teche a forma di calice—“proprio a misura di cranio raschiato”. Chi fosse il committente? “Un monaco forestiero, portava sulle dita un anello con rubino scuro e recitava salmi in provenzale.” Aluigi non seppe o non volle aggiungere altro: due figure incappucciate lo spiavano dall’uscio, e l’incisore si zittì, sbiancando più del calice d’argento appena cesellato. Sulla via del ritorno, Athelred scorse l’ombra delle stesse due figure. Elara condusse allora il novizio in un vicolo laterale, vicino al Porticus Octaviae, e strinse un braccetto di bronzo che usava come difesa. Ma le figure svanirono fra le rovine, lasciando un odore di cera e pergamena bruciata. Alle prime ore del 28 settembre, chiamati d’urgenza, Elara e il suo giovane aiutante furono condotti di nuovo nelle cripte: un quinto sepolcro—quello di papa Vigilio—era stato violato. Stessa dinamica, stesso bottino. Stavolta, però, sul pavimento restava un minuscolo frammento: un ricciolo di metallo, forse parte di uno scalpello spezzato. Elara lo protesse in un panno di lino, poi lo osservò sotto la lente: una lega di ferro e nichel, punteggiata di particelle d’oro. Non era utensile comune: chi l’aveva forgiato possedeva forni capaci di temperature altissime. Il monaco ricordò allora la Schola Metallorum che i Franchi avevano aperto sul Celio, laboratorio semi-segreto dove alchimisti sperimentavano la trasmutazione. Decise di visitarlo. La Schola pareva un forno di Vulcano nascosto fra pini marittimi. I portinai caudati brandivano dalle feritoie balestre caricate. Elara mostrò la lettera di Urbano V; bastò a ottenere un incontro col maestro Taddeo da Fossanova, ex discepolo di Raimondo Lullo. Il laboratorio fumava d’esalazioni di cinnabro; retorti di vetro, rari e preziosi, gorgogliavano su bracieri. Taddeo, ingressi incrostati di fuliggine, ammise che la lega ferrosa con tracce d’oro poteva essere stata temprata “con bagno di solutio aurea — una mistura corrosiva usata per penetrare ossa senza sbriciolarle.” Mostrò una punta identica, fusa per un committente che s’era presentato come frate dell’Ordine degli Eremiti di San Girolamo, di cui a Roma non vi era casa. Il committente aveva requisiti particolari: voleva un attrezzo silenzioso e che non lasciasse schegge....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Ombre di Ambizione. Capitolo 19: La TrappolaIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milano Maggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 19: La TrappolaLa pioggia batteva contro le ampie finestre dell’ufficio di Thomas Müller a St. Moritz. L’uomo, seduto dietro una scrivania di mogano lucido, osservava le gocce scivolare lungo il vetro, un riflesso del turbinio di pensieri che lo attraversavano. Sebbene cercasse di proiettare un’immagine di compostezza, i suoi occhi tradivano una tensione latente, un costante lavorio interiore che neanche l’ambiente elegante riusciva a placare. Il telefono criptato accanto a lui emise un breve segnale acustico, interrompendo il silenzio opprimente della stanza. Müller si sporse con apparente calma, ma la rapidità con cui afferrò il dispositivo rivelava la sua impazienza. Sentì il messaggio appena arrivato con un’espressione che oscillava tra sollievo e calcolo. “K18, il trasferimento è stato completato. Tutto procede secondo i piani. Nessun segno di interferenze. Attendo ulteriori istruzioni.” Lui sorrise, soddisfatto. La rete che aveva tessuto stava funzionando alla perfezione. Con un sospiro pesante, si alzò dalla sedia e si avvicinò alla finestra, osservando le luci tremolanti della cittadina alpina al di sotto. Tuttavia, c’era ancora una variabile fuori controllo: Lucia Marini. Nonostante fosse stata rimossa ufficialmente dal caso, Müller sapeva che la sua determinazione la rendeva una minaccia costante. Doveva trovare un modo per neutralizzarla, ma con discrezione. Un confronto diretto avrebbe attirato troppa attenzione. Nuvole basse si rincorrevano lentamente coprendo come un sudario le alte vette alpine sopra St. Moritz, dando al paesaggio un’inconsolabile melanconia, come se il cielo piovesse lacrime delicate. Mentre rifletteva, bussarono alla porta. “Avanti,” disse con voce ferma. Entrò Helena, elegante e impeccabile come sempre, avvolta in un tailleur grigio scuro che accarezzava le sue curve con precisione sartoriale. I suoi occhi, di un blu intenso e penetrante, sembravano scrutare ogni angolo della stanza, catturando con naturalezza l'attenzione di chiunque la osservasse. Portava con sé una cartellina sottile, tenuta con disinvoltura tra le dita affusolate, come fosse un bicchiere di vino rosso che brillava come un rubino nella luce soffusa della stanza. Ogni suo movimento, calcolato e fluido, emanava un'aura di fascino sofisticato, come se fosse consapevole del magnetismo che esercitava su chi le stava intorno.....© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro
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Ombre di Ambizione. Capitolo 15: Operazioni OmbraIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoMaggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 15: Operazioni OmbraMüller rimase immobile per alcuni istanti dopo aver chiuso la porta dell'ufficio, il peso della conversazione con Lucia ancora tangibile nell'aria. Sentiva la necessità di agire, di prendere il controllo della situazione che stava rapidamente sfuggendo di mano. Con passo deciso si diresse verso la sua scrivania e afferrò il telefono, un modello nero lucido che sembrava assorbire la luce della stanza. Compose un numero che aveva imparato a memoria, un numero che non figurava su nessun documento ufficiale. Mentre il telefono squillava dall'altra parte del mondo, il suo cuore batteva in modo asincrono, ogni squillo un eco dei suoi timori e delle sue determinazioni. "Pronto?" rispose una voce dall'altro capo, neutra e attenta. "Qui K18," si presentò Müller con voce bassa, usando il suo nome in codice, un alias che lo collegava a una rete molto più ampia di semplici transazioni finanziarie o incontri d'affari. "D8 ascolta," rispose l'interlocutore dopo un breve silenzio per le identificazioni di sicurezza. "Devo parlarti di un problema emergente," continuò Müller, il tono serio e diretto. "La commissaria Lucia Marini, lei sta diventando un problema troppo grande. È ora di agire per contenerla." "Cosa suggerisci?" chiese D8, la sua voce ora tesa per l'importanza delle prossime istruzioni. "Voglio che la pediniate. Dobbiamo sapere tutto di lei: con chi parla, chi incontra, dove va. Voglio un rapporto dettagliato sulle sue abitudini, sui suoi movimenti. E non meno importante, scopri se ha debolezze, vizi, qualcosa che possiamo usare a nostro vantaggio," ordinò Müller con precisione chirurgica......... © Riproduzione VietataAcquista il Libro
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 19: il mercante di Mantova e il segreto dei vetrai di MuranoIntrighi, potere e ombre tra Venezia e Mantova: Lorenzo incontra il misterioso Karim Al-SafirOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 19: il mercante di Mantova e il segreto dei vetrai di MuranoLe celle del Palazzo Ducale di Mantova erano un mondo a sé, specchio della gerarchia sociale anche nella punizione. Quelle del piano superiore, dove venivano ospitati i detenuti “di riguardo”, avevano finestre ampie, inferriate ma aperte alla luce. L’aria filtrava libera, portando l’odore del fiume Mincio e dei giardini ducali. I muri erano imbiancati a calce, puliti, e le brande di legno, pur spartane, erano coperte da lenzuola grezze ma pulite. A questi prigionieri veniva portato da mangiare due volte al giorno; potevano scrivere lettere, ricevere visite e, se la sorte li assisteva, perfino passeggiare nel giardino interno. Non erano veri condannati, ma uomini sospesi: in attesa che la giustizia li redimesse o li condannasse definitivamente. Tutt’altra sorte spettava a chi, come Karim avrebbe potuto temere, finiva nel piano interrato. Lì, sotto le volte umide e le pietre annerite dal tempo, il sole non entrava mai. L’unica luce proveniva da torce tremolanti, che diffondevano fumo e una penombra soffocante. I pavimenti erano coperti di paglia vecchia, maleodorante di muffa e sudore, e l’acqua piovana filtrava dalle fessure del soffitto creando piccole pozzanghere dove si annidavano topi e insetti. L’aria era pesante, carica di paura e disperazione. In quelle celle sotterranee non si contavano i giorni — si contavano i respiri. Karim Al-Safir, invece, era ospitato al piano superiore. Quando Lorenzo entrò nella sua stanza, accompagnato da Pietro e da una guardia del Duca, la prima impressione fu quella di una quiete irreale. Una grande finestra, protetta da grate sottili, lasciava entrare la luce dorata del pomeriggio, illuminando una tavola su cui giacevano i resti di un pranzo abbondante: pane bianco, carne di montone speziata, e una coppa di rame dove era rimasta metà di una bevanda dolce al miele. Sul pavimento, un tappeto consunto ma prezioso, probabilmente un dono dello stesso Karim per ingraziarsi il favore del Duca, smorzava il rumore dei passi.....Acquista il libro
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 2: Il cuore oscuro sotto le maschereTra feste sfrenate, intrighi e simboli nascosti, la Serenissima rivela il volto segreto di un’epoca al culmine del suo splendoreAgosto 25di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 2: Il cuore oscuro sotto le maschereLorenzo lasciò la Piazza lentamente, come chi si porta addosso il peso di un presagio. La musica, che tornava a vibrare attorno alle arcate, gli giungeva distorta, quasi sinistra, come se i tamburi e i liuti suonassero non più per la gioia, ma per nascondere il battito inquieto della città. Ogni passo lo conduceva più lontano dalla luce delle torce di San Marco e più dentro le calli strette, avvolte da una nebbia lattiginosa che saliva dal mare. Le lanterne oscillavano appese ai muri, gettando bagliori incerti sui volti mascherati che comparivano e svanivano come apparizioni. Ogni figura sembrava reale e insieme illusoria, e Lorenzo, pur abituato al linguaggio dei segreti, sentì che quella notte gli inganni erano ovunque, palpabili come la brina che gli bagnava il mantello. Camminava piano, il suono dei passi attutito sulle pietre umide. Dai piani alti delle case chiuse filtravano voci concitate, risate femminili, gemiti soffocati: Venezia non dormiva mai, e nel Carnevale pareva ancora più viva, assetata di vino e piacere. Due figure mascherate lo sfiorarono correndo: la donna con la veste scarlatta aperta sul petto, l’uomo che le mordeva il collo tra risate sguaiate. Poco più in là, un marinaio trascinava una giovane con una maschera d’oro, e un vecchio intonava strofe oscene appoggiato a un muro, col fiato che puzzava di acquavite....Acquista il libro
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Ombre di Ambizione. Capitolo 7: Misteri a Corenno PlinioIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoMaggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 7: Misteri a Corenno PlinioDopo aver concluso una serie di colloqui cruciali per l'indagine, Lucia decide di stabilirsi temporaneamente a Corenno Plinio, scegliendo come base un piccolo hotel dal fascino discreto e accogliente, affacciato sulle placide acque del lago. L'edificio, un'antica costruzione in pietra rimodernata per accogliere i visitatori, si trovava a pochi passi dal castello, il fulcro della sua indagine. Il gestore dell'hotel, un uomo cordiale ed affabile di nome Paolo Ferrario, accolse Marini con un misto di sorpresa e onore. Paolo: "Benvenuta all'Hotel Belvedere, commissaria Marini. È un onore per noi ospitarla. Qui potrà godere di una magnifica vista sul lago dalle nostre terrazze e dalle stanze. Offriamo anche un servizio di ristorazione con piatti tipici della cucina lombarda, che spero avrà il piacere di assaggiare. Se desidera rilassarsi, il nostro giardino sul retro offre un angolo di pace perfetto per leggere o semplicemente per ammirare il panorama del lago e del castello, un monumento con una storia affascinante. Per qualsiasi esigenza, il nostro personale è a sua disposizione." La stanza assegnata a Lucia era ampia e luminosa, con un letto matrimoniale adornato da lenzuola di lino fresco e un balcone privato che si affacciava sul lago, offrendo una vista mozzafiato che sembra fondersi con l'orizzonte. Dopo essersi sistemata, Lucia trascorse un momento di rilassatezza sul balcone, lasciandosi cullare dalla brezza leggera che portava con sé i profumi del lago e il suono soffuso delle onde. Poi Lucia scese nella veranda dell'hotel, un angolo di pace con vista sul lago, dove decise di approfittare dell'ospitalità di Paolo per saperne di più sul castello di Corenno Plinio. Marini: "Paolo, mi raccontava che questo castello ha una storia affascinante. Cosa può dirmi della sua fondazione e delle leggende che lo circondano?" Paolo: "Ah, il castello! È una delle gemme di Corenno Plinio. Fondato nel XII secolo, ha visto passare signori feudali, battaglie e persino monaci. In origine, era un avamposto militare, poi divenne una residenza signorile. Ogni pietra di quelle mura racconta una storia." Lucia ascoltava, affascinata, mentre Paolo continuava, descrivendo le varie fasi della vita del castello, dal suo ruolo difensivo durante le lotte tra fazioni locali alla sua trasformazione in luogo di ritiro spirituale. Paolo: "Ma una delle storie più intriganti riguarda i cunicoli segreti. Si dice che sotto il castello ci sia una rete di passaggi nascosti, costruiti per sfuggire in caso di assedio o per condurre attacchi sorpresa. Alcuni affermano di averli visti, ma sono pochi e nessuno è mai riuscito a mapparli completamente." Lucia: "Cunicoli segreti, dice? Questo è estremamente interessante. Sono mai stati utilizzati per scopi... meno nobili?" Paolo: "Le leggende parlano di tesori nascosti, prigionieri fuggiti e persino incontri clandestini nei secoli passati. Ma, sa, sono storie che si perdono nella notte dei tempi. Chi può dire quanto ci sia di vero?" Il racconto di Paolo sui cunicoli segreti accese l'immaginazione di Lucia, spingendola a considerare nuove possibilità nell'ambito della sua indagine. Se questi passaggi nascosti fossero stati utilizzati di recente, potrebbero fornire un'importante chiave di volta per comprendere le attività sospette legate al castello. Marini: "Grazie, Paolo. La sua conoscenza del castello e delle sue storie è stata illuminante. Potrebbe esserci più di una semplice leggenda dietro a questi racconti." Nella terrazza dell'Hotel Belvedere, con la brezza serale che accarezzava dolcemente il lago, Lucia si concesse un momento di pausa dall'intensità delle sue indagini. La cena iniziò con un antipasto di formaggi locali, accompagnati da un miele aromatico e noci croccanti, che preparavano il palato per le delizie a seguire. Come piatto principale, Lucia scelse risotto alla milanese, un classico intramontabile della cucina lombarda, la cui cremosità e il sapore ricco dello zafferano si fondevano in un abbraccio di gusto autentico....... #lagodicomo #corennoplinio© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro
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Materia Nuova: Capitolo 1. La Materia come Racconto: Origini culturali dello scarto e rinascita dei materialiViaggio tra storia, filosofia e simboli nascosti nella vita degli oggetti che diventano rifiutiNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova: Capitoli 1. La Materia come Racconto: Origini culturali dello scarto e rinascita dei materialiCi sono momenti in cui un oggetto, per quanto innocuo o apparentemente inutile, ci parla. Basta guardarlo con un’attenzione diversa: la carta stropicciata che ha accompagnato una lettura distratta, un pezzo di metallo piegato dal tempo, un legno segnato da anni di intemperie, un tessuto slabbrato che ha perso la sua forma originale. In ogni caso, la materia ci racconta sempre qualcosa, anche quando crediamo che non abbia più nulla da dire. Viviamo in un mondo in cui gli oggetti appaiono e scompaiono con una rapidità che rende difficile ascoltarli. La loro vita è breve, intensa e spesso anonima. Li acquistiamo, li usiamo, li abbandoniamo, senza pensare che ognuno di essi porta dentro di sé tracce della nostra storia o della storia di altri. Non è un caso che, quando diventano scarti, gli oggetti inizino a parlare più forte: è proprio al momento del distacco che rivelano ciò che erano, ciò che hanno attraversato, ciò che abbiamo deciso di non vedere più.ACQUISTA IL LIBRO La trasformazione di un oggetto in rifiuto non è mai un fatto puramente funzionale. Certo, accade che qualcosa si rompa, che perda la sua efficacia o la sua capacità di rispondere a un bisogno pratico. Ma la verità è che la nascita di un rifiuto è un atto culturale complesso. Non buttiamo via solo ciò che non funziona: buttiamo via ciò che non ci rappresenta più, ciò che ci ricorda momenti che preferiamo dimenticare, ciò che è stato sostituito da qualcosa di più nuovo, di più attraente o semplicemente di più coerente con l’immagine che desideriamo costruire di noi stessi. Il gesto di scartare un oggetto è il risultato di una geometria psicologica intricata: è un misto di estetica, identità, abitudine, economia e persino imbarazzo. In molti casi, decidiamo che un oggetto è un rifiuto molto prima che sia realmente inutile. A volte lo facciamo perché siamo abituati alla sovrabbondanza, altre perché la cultura del “nuovo” ci ha resi intolleranti all’usura. L’eccesso di disponibilità ci porta a svalutare ciò che possediamo; la rapidità dell’innovazione tecnologica fa sì che ciò che ieri era desiderabile oggi sembri antiquato. In altri casi ancora, lo scarto è un modo per alleggerire il nostro spazio mentale: eliminare ciò che non vogliamo più vedere è un modo per mettere ordine nella mente, più che nelle stanze. Eppure, se guardiamo la storia dell’umanità, scopriamo che per secoli il rifiuto non ha avuto il ruolo che ha oggi. Nelle società antiche la materia era troppo preziosa per essere abbandonata senza pensarci: tutto veniva recuperato, trasformato, adattato. I metalli venivano rifusi, i tessuti rattoppati, il legno reincorporato in nuove costruzioni, la ceramica utilizzata come riempitivo. Il concetto moderno di rifiuto semplicemente non esisteva. Lo scarto, quando appariva, era considerato un evento eccezionale: qualcosa che sfuggiva alla possibilità di essere riconvertito, più che una normale fase della vita dei materiali. È solo con la crescita delle città, tra Medioevo ed Età Moderna, che il rifiuto inizia a essere percepito come un problema. Le strade si riempiono di scarti organici, residui artigianali, materiali non più riutilizzabili; i regolamenti urbani iniziano a controllare ciò che può essere gettato e dove. Nasce così l’idea del rifiuto come qualcosa da allontanare, confinare, nascondere alla vista. Il rifiuto diventa ciò che non deve essere visto, ciò che minaccia il decoro, la salute, l’ordine. Poi arriva la rivoluzione industriale. Tutto cambia. La produzione di oggetti su larga scala introduce una nuova logica: quella della sostituibilità. Un oggetto non è più un bene prezioso, ma un elemento intercambiabile. Da quel momento in poi il rifiuto diventa parte strutturale della società moderna: una materia inevitabile, una conseguenza automatica della produzione continua. E quando, nel Novecento, le avanguardie artistiche cominciano a guardare allo scarto come a un potenziale estetico, si apre un nuovo capitolo. Duchamp, Schwitters, Rauschenberg e molti altri ci mostrano improvvisamente che la materia espulsa dal quotidiano può essere reinserita nella sfera del simbolico, trasformata in pensiero, in provocazione, in poesia. Lo scarto entra nell’arte non come materiale povero, ma come materia viva, portatrice di un significato che nessun oggetto nuovo potrebbe possedere. Nel XXI secolo, questa trasformazione diventa ancora più evidente. La crisi ambientale ci costringe a guardare i nostri rifiuti non più come un problema da nascondere, ma come una responsabilità da affrontare. Allo stesso tempo, la sensibilità estetica si evolve: l’imperfezione, un tempo considerata un difetto, diventa una qualità ricercata. L’estetica dell’imperfetto è una delle chiavi con cui possiamo comprendere l’arte del riciclo contemporanea. L’oggetto usurato emoziona perché racconta. Il metallo arrugginito porta sulla superficie il passaggio del tempo; il vetro spezzato cattura la luce in modi imprevisti; il legno rovinato mostra le cicatrici della sua vita precedente; la carta ingiallita vibra di una delicatezza che nessuna carta nuova potrebbe imitare. Nell’imperfezione c’è autenticità, c’è storia, c’è verità. C’è la possibilità di vedere la materia non come un prodotto, ma come un organismo. Gli artisti del riciclo sono profondamente consapevoli di questo: sanno che ciò che è rotto apre possibilità creative che il nuovo preclude. Prendono ciò che è spezzato, ciò che altri hanno respinto, e lo trasformano in qualcosa che si offre nuovamente al mondo con una dignità ritrovata. Non eliminano le cicatrici: le integrano, le valorizzano, le celebrano. Ma oltre all’estetica, ogni materiale porta con sé un valore simbolico che si rafforza proprio attraverso l’esperienza dell’abbandono. La carta, per esempio, non è soltanto un supporto: è memoria, fragilità, racconto. Ogni foglio riciclato ha assorbito parole, gesti, mani. L’artista che lavora con la carta recuperata attinge a una memoria collettiva fatta di storie sovrapposte. Il legno è un altro materiale densamente narrativo: porta in sé l’eco della natura e della trasformazione, la traccia delle stagioni, la vibrazione della crescita organica. Un tronco levigato dall’acqua o un asse usurata dalla vita domestica raccontano cose diverse, ma entrambe essenziali. Il metallo, invece, evoca lavoro, industria, fatica, modernità. Quando è piegato o ossidato diventa testimone di un’energia che lo ha attraversato. La plastica, al contrario, parla di contemporaneità, consumo, riproducibilità infinita; ed è proprio per questo che, quando un artista la riporta alla vita attraverso un’opera, il gesto assume un significato profondo: trasformare ciò che l’uomo ha prodotto in eccesso in qualcosa che genera senso. Il vetro, con la sua doppia natura di trasparenza e fragilità, è materiale poetico per eccellenza. La sua rottura, spesso percepita come un incidente, può diventare invece una rivelazione estetica. Il tessuto, infine, è forse il più intimo dei materiali: è pelle artificiale, è identità, è contatto con il corpo. Un tessuto abbandonato porta con sé frammenti di vita, di movimento, di memoria personale. L’arte del riciclo si fonda su questi valori simbolici, riconoscendo nella materia una profondità che la cultura industriale ha cercato a lungo di cancellare. Recuperare un materiale non significa semplicemente riutilizzarlo: significa riconoscere ciò che ha vissuto. Significa ascoltare la sua storia, accoglierla, lasciarla parlare. Ogni volta che un materiale scartato entra in un’opera, avviene una sorta di riscatto: un pezzo di mondo torna a essere visibile, degno, significativo. In questo primo capitolo abbiamo iniziato a comprendere che lo scarto non è mai un punto finale. È piuttosto un passaggio, una soglia, una chiamata a un nuovo tipo di attenzione. La materia ci parla proprio quando sembra aver perso tutto: è allora che rivela la sua verità più profonda. E l’artista del riciclo è colui che accoglie questa verità e la trasforma in racconto. Il nostro viaggio proseguirà nella direzione della materia stessa: capitolo dopo capitolo, scopriremo come la carta, il legno, il metallo, i tessuti e altri materiali non siano soltanto strumenti, ma protagonisti di una narrazione che riguarda tutti noi, il nostro passato e il nostro futuro. Perché la materia, quando le si dà ascolto, sa sempre come rinascere. © Riproduzione Vietata
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