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I SEGRETI DELL'ABBAZIA DI PIONA. CAPITOLO 12: IL PALCOSCENICO DEL SAGRATO DI DERVIO

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 12: Il Palcoscenico del Sagrato di Dervio
Sommario

In una mattina limpida e ingannevolmente serena, il silenzio di Dervio viene spezzato da una scoperta che trasforma un luogo sacro in un teatro di provocazione. Un gesto studiato, esposto alla luce del giorno, rivela che il male non cerca più di nascondersi, ma pretende di essere visto. La paura si diffonde rapidamente, insieme alla consapevolezza che nulla è casuale e che ogni dettaglio è parte di un disegno preciso.

Mentre il paese reagisce con incredulità e superstizione, l’indagine compie un salto inquietante: la violenza assume una grammatica riconoscibile. Lucia comprende che non si tratta più di inseguire tracce isolate, ma di leggere un linguaggio deliberato, costruito per sfidare chi indaga. Il tempo della cautela sembra finito. Qualcuno ha deciso di alzare il livello e di trascinare tutti dentro la propria messa in scena.

Un delitto rituale a Dervio: la messa in scena dell’orrore e l’escalation dell’indagine


Gennaio 2026

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 12: Il Palcoscenico del Sagrato di Dervio


Era una mattina fredda ma limpida, di quelle che sembrano nate apposta per convincere chiunque che il mondo, almeno per qualche ora, possa essere un luogo ordinato. La chiesa parrocchiale di Dervio si stagliava chiara contro il cielo, con quella pietra pallida che l’inverno rende ancora più severa. Il paese, a quell’ora, era un mosaico di serrande chiuse, passi rari, fiato che si vede. Il lago si muoveva appena, una pelle increspata e lenta, e dentro quell’acqua — come dentro una memoria antica — si specchiavano le montagne innevate sulla sponda opposta, con un contrasto netto: scuro e bianco, ferro e gesso, vita e gelo. Se uno avesse avuto tempo di guardare davvero, avrebbe sentito una specie di serenità quasi colpevole, quella calma che viene quando si pensa che nulla di brutto possa accadere in un posto così.

Anita uscì dalla canonica verso le sette, come faceva da venticinque anni. La porta si richiuse alle sue spalle con un suono breve, familiare. Anita era piccola, asciutta, un corpo da lavoro più che da riposo. Portava un cappotto scuro che le scendeva quasi fino alle caviglie e un foulard annodato in fretta, con l’abitudine di chi non ha mai avuto il lusso di perdere tempo. Aveva una scopa consumata, un secchio dell’immondizia e un sacchetto già pronto, come se il paese le avesse insegnato che la sporcizia non aspetta.

Lei, in fondo, conosceva bene la sporcizia. Quella visibile e quella invisibile.


Era la perpetua del parroco da una vita.

Premurosa, sì, e anche un po’ pettegola, perché a Dervio il pettegolezzo era una forma di meteorologia: ti diceva da che parte girava il vento nelle case degli altri. Anita sapeva tutto e fingeva di sapere poco. Sapeva chi andava a messa e chi ci andava per farsi vedere. Sapeva chi aveva la madre malata e chi aveva il figlio che non tornava. Sapeva le coppie che litigavano a finestre chiuse e i fratelli che non si parlavano da anni. E sapeva anche, da qualche tempo, che da quando era successo quel casino a Corenno Plinio — quel morto, quelle voci, quella polizia — le persone avevano smesso di credere che il male stesse sempre altrove....

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