Nel cuore del Palazzo Ducale di Mantova, le prigioni rivelano un mondo di contrasti: luce e privilegio per pochi, oscurità e paura per molti. In questo scenario di tensione e silenzi, Lorenzo Vendramin incontra Karim Al-Safir, un mercante d’Oriente dal fascino ambiguo, la cui cella sembra più una stanza di corte che un luogo di pena.
Tra parole misurate e sguardi taglienti, i due uomini si affrontano come giocatori di scacchi: l’uno in cerca della verità sull’anello dei Morosini, l’altro custode di segreti che odorano di mare, fuoco e inganno. Da Mantova a Murano, il filo della trama si tende, intrecciando omicidi, debiti e poteri nascosti dietro il bagliore del vetro veneziano. E quando Lorenzo lascia la città con il prezioso anello stretto al petto, la strada verso Venezia diventa un viaggio tra sospetto e rimpianto. Ma un nome, più di ogni altro, continua a perseguitarlo: Corner — l’uomo che potrebbe essere la chiave di tutto.
Intrighi, potere e ombre tra Venezia e Mantova: Lorenzo incontra il misterioso Karim Al-Safir
Ottobre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 19: il mercante di Mantova e il segreto dei vetrai di Murano
Le celle del Palazzo Ducale di Mantova erano un mondo a sé, specchio della gerarchia sociale anche nella punizione. Quelle del piano superiore, dove venivano ospitati i detenuti “di riguardo”, avevano finestre ampie, inferriate ma aperte alla luce. L’aria filtrava libera, portando l’odore del fiume Mincio e dei giardini ducali. I muri erano imbiancati a calce, puliti, e le brande di legno, pur spartane, erano coperte da lenzuola grezze ma pulite. A questi prigionieri veniva portato da mangiare due volte al giorno; potevano scrivere lettere, ricevere visite e, se la sorte li assisteva, perfino passeggiare nel giardino interno. Non erano veri condannati, ma uomini sospesi: in attesa che la giustizia li redimesse o li condannasse definitivamente.
Tutt’altra sorte spettava a chi, come Karim avrebbe potuto temere, finiva nel piano interrato. Lì, sotto le volte umide e le pietre annerite dal tempo, il sole non entrava mai. L’unica luce proveniva da torce tremolanti, che diffondevano fumo e una penombra soffocante. I pavimenti erano coperti di paglia vecchia, maleodorante di muffa e sudore, e l’acqua piovana filtrava dalle fessure del soffitto creando piccole pozzanghere dove si annidavano topi e insetti. L’aria era pesante, carica di paura e disperazione. In quelle celle sotterranee non si contavano i giorni — si contavano i respiri.
Karim Al-Safir, invece, era ospitato al piano superiore.
Quando Lorenzo entrò nella sua stanza, accompagnato da Pietro e da una guardia del Duca, la prima impressione fu quella di una quiete irreale. Una grande finestra, protetta da grate sottili, lasciava entrare la luce dorata del pomeriggio, illuminando una tavola su cui giacevano i resti di un pranzo abbondante: pane bianco, carne di montone speziata, e una coppa di rame dove era rimasta metà di una bevanda dolce al miele. Sul pavimento, un tappeto consunto ma prezioso, probabilmente un dono dello stesso Karim per ingraziarsi il favore del Duca, smorzava il rumore dei passi.....