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I SEGRETI DELL'ABBAZIA DI PIONA. CAPITOLO 14: SEGRETI MONASTICI E RICATTI SUL LAGO DI COMO

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 14: Segreti monastici e ricatti sul lago di Como
Sommario

Il capitolo si apre con un viaggio silenzioso sul Lago di Como, dove l’indagine sembra avanzare più per sottrazione che per certezze. Nella caserma di Colico, una riunione tesa ridefinisce il caso: non un delitto impulsivo, ma una strategia fondata sulla paura e sul controllo dell’informazione. Mentre emergono connessioni sotterranee tra vittime e documenti religiosi, l’attenzione si sposta dal “come” al “chi sa cosa”. In parallelo, l’abbazia rivela crepe profonde: assenze, complicità mute, equilibri di potere che si rovesciano nel silenzio. Il priore Edward comprende di essere prigioniero di un segreto che non governa più. Tra autorità apparente e ricatti invisibili, il confine tra colpa e sopravvivenza si assottiglia. L’indagine entra così in una zona pericolosa, dove la verità non salva, ma condanna.

Segreti monastici e ricatti sul lago di Como: quando il silenzio diventa colpa


Gennaio 2026

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 14: Segreti monastici e ricatti sul lago di Como: quando il silenzio diventa colpa


Il motoscafo della polizia lasciò il pontile di Como alle 10.15 precise. Non ci furono ordini urlati né gesti teatrali: il pilota mise in moto con un’azione secca, conosciuta, e il lago rispose subito, aprendosi in una scia netta e silenziosa.

Il mezzo era un Riva Ariston, uno dei motoscafi più affidabili e veloci allora in dotazione alla polizia lacuale. Scafo in mogano verniciato a specchio, linea bassa sull’acqua, prua affilata e motorizzazione potente ma stabile: sul Lago di Como quell’imbarcazione aveva un vantaggio decisivo. Reggeva bene le improvvise raffiche che scendono dai canali tra i monti, restava incollata alla superficie anche alle alte velocità e consentiva manovre rapide nei tratti stretti, sotto costa o in prossimità dei porti. Era veloce senza essere nervosa, precisa senza diventare rigida: qualità indispensabili su un lago lungo, profondo e capriccioso come quello.

A bordo c’erano il giudice Carchivi, seduto sul sedile di destra con il cappotto chiuso fino al collo, due poliziotti di scorta sistemati dietro, e il pilota, che teneva il timone con entrambe le mani, lo sguardo fisso davanti a sé. Nessuno parlava. Il motore, pieno e regolare, era l’unico suono continuo.

La mattina era rigida ma limpida. Il freddo mordeva, ma la visibilità era perfetta: il lago appariva piatto come una tavola, una superficie d’acciaio chiaro che rifletteva le sponde e restituiva ogni vibrazione del motoscafo con precisione. Le montagne, ancora innevate in alto, sembravano più vicine del solito. La scia si allungava dietro come una ferita bianca che si richiudeva subito.

Carchivi osservava le rive scorrere senza davvero vederle. Aveva in testa un quadro che non voleva mettersi a fuoco: tre cadaveri, modalità diverse, una simbologia che non spiegava il movente, autopsie negative, frammenti di carta che tornavano come un ritornello muto. In tasca portava appunti scarni, scritti a mano, e la sensazione sgradevole che l’indagine fosse entrata in una fase in cui contano più le omissioni che le prove.

La destinazione era Colico, la caserma dove aveva convocato Lucia e il maresciallo Scandurra di Dervio. Non una riunione formale, ma un punto fermo necessario. I risultati delle autopsie avevano tolto certezze invece di aggiungerle; quelli sui campioni di carta, che Scandurra teneva in borsa, promettevano di chiarire qualcosa oppure di complicare tutto definitivamente. In entrambi i casi, bisognava guardarsi in faccia e decidere la direzione.


Il motoscafo correva deciso, fendendo l’acqua con prepotenza controllata.

Ogni tanto il pilota correggeva l’assetto con un gesto minimo, quasi impercettibile. La prua rimaneva stabile; il Riva non saltava, non sbatteva: scivolava, come se il lago gli concedesse il passo.

Quando il profilo di Colico cominciò a distinguersi, Carchivi si mosse per la prima volta. Sistemò il cappello, controllò l’orologio. Tutto era in orario. Non era un dettaglio: quella puntualità, in mezzo a un’indagine che sembrava sfuggire alle regole, aveva il sapore di un’ultima forma di controllo.

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