Materia Nuova. Capitolo 10: Geografie del Riciclo tra Strade, Discariche, Fabbriche e CaseUn viaggio nell’origine dello scarto e nella ricerca artistica dei materiali che raccontano il nostro modo di vivere Novembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 10: Geografie del Riciclo tra Strade, Discariche, Fabbriche e CaseCercare la materia significa prima di tutto imparare a vedere. Non a vedere come guardiamo di solito, distrattamente, ma vedere come chi sa che ogni oggetto, ogni frammento, ogni residuo contiene una storia, un’origine, un contesto. Prima ancora di diventare parte di un’opera d’arte, la materia riciclata è un pezzo del mondo, una traccia del nostro modo di vivere. Il riciclo non nasce nei laboratori, né negli atelier: nasce fuori, nelle strade, nei margini delle città, nelle fabbriche, negli spazi abbandonati o nelle case private dove ciò che non serve più tende a sedimentare in silenzio. È in questi luoghi che l’artista impara a riconoscere ciò che ha valore, ciò che porta una voce, ciò che può essere trasformato. La geografia dello scarto non è casuale. Ogni luogo produce un tipo di residuo diverso, una materia che racconta la specificità di quel contesto. Le strade, ad esempio, generano uno scarto immediato, frenetico, segnato dalla velocità. Gli oggetti trovati sull’asfalto — una bottiglia incrinata, una vite consumata, un pezzo di plastica deformato dal calore — sono testimoni della vita rapida che li ha attraversati. Qui la materia non si deposita: transita. È una materia che ha conosciuto l’urgenza, l’imprevisto, l’abbandono istantaneo. Gli artisti che cercano materiali nelle strade devono essere rapidi, attenti, capaci di cogliere ciò che si presenta solo per qualche ora o qualche giorno. In città, lo scarto è fugace: ciò che oggi appare, domani è già stato risucchiato dalla logica del pulire, spazzare, riorganizzare. Le discariche, invece, sono paesaggi della saturazione. Qui lo scarto non è più individuo, ma massa: montagne di materiali compressi, stratificati, ammassati l’uno sull’altro senza alcuna gerarchia. Non c’è più la delicatezza del singolo pezzo, ma la potenza di un eccesso collettivo. La discarica è lo specchio ingrandito delle nostre abitudini: tutto ciò che abbiamo scelto di non riparare, tutto ciò che abbiamo consumato in eccesso, tutto ciò che abbiamo rimosso, vive ancora lì, in un orizzonte che sembra infinito...ACQUISTA IL LIBRO
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I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 15: Il Salto nel BuioTra locande senza specchi e piazze senza tempo: l’arrivo di Elena nel cuore segreto di OltrecolleLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 15: Il Salto nel BuioImmersa nella folla composta e variegata che animava la strada, Elena si lasciò guidare dall’istinto, seguendo un viale che si apriva ampio e maestoso oltre il dedalo di vicoli in cui aveva camminato fino a quel momento. Il viale era un tripudio di alberi frondosi—platani e ippocastani dalle chiome larghe, sotto cui si stendevano filari di panchine e aiuole fiorite. Da entrambi i lati, palazzi di pietra chiara e mattoni rossi si alternavano a eleganti palazzetti di epoca rinascimentale, le cui facciate decorate di stucchi e affreschi sembravano appena restaurate. Nonostante l’assenza di traffico, la strada pulsava di vita: bambini che correvano con biciclette dallo stile antico, signore a passeggio con cesti di vimini, giovani seduti sulle scalinate intenti a leggere o a chiacchierare a bassa voce. Mentre avanzava, Elena sentiva i rumori della città farsi più vivaci, ma senza mai diventare caotici o sgradevoli. Tutto era regolato da un’armonia spontanea, come se esistesse un tacito accordo tra gli abitanti su come condividere lo spazio e il tempo. Arrivò così in una piazza che si apriva all’improvviso come un cuore pulsante al centro di quel quartiere antico. La piazza era pavimentata in grossi lastroni di pietra chiara, con una grande fontana centrale da cui zampillava acqua cristallina in una vasca circolare. Intorno, file di alberi ombrosi proteggevano i tavolini all’aperto di una locanda che, a uno sguardo superficiale, avrebbe potuto ricordare un bar dei centri storici italiani, ma qui tutto sembrava più curato, più accogliente, privo delle note stonate del nostro mondo. Acquista il libro
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 13: La Morte Senza Traccia. Il Mistero che Avvolge BellanoUn'indagine che sfida la logica, tra autopsie senza risposte, omicidi irrisolti e segreti nascosti nel cuore di un piccolo paeseGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 13: La Morte Senza Traccia. Il Mistero che Avvolge BellanoAndrea prese servizio alle 8.15 all’ospedale di Bellano con la sensazione addosso di una giornata che non sarebbe rimasta dentro i confini della routine. Aveva lasciato Lisa a casa mentre si preparava per andare a scuola: lei trafficava in cucina, la borsa già pronta, i capelli raccolti in fretta, un’aria concentrata che non era solo da insegnante. Andrea l’aveva salutata con un bacio rapido e un “ci sentiamo dopo”, ma quel “dopo” aveva avuto un sapore diverso, come se entrambi sapessero che certe indagini non restano mai fuori dalla porta di casa. Alle 8.30 iniziò la riunione di reparto. Seduti attorno al tavolo: due medici, uno specializzando, la caposala con il suo blocco di appunti e quella capacità di vedere prima degli altri dove si annidano i problemi. Aggiornamento rapido, scambio di informazioni, triage delle priorità. Nulla di esplosivo: un paziente anziano con scompenso in stabilizzazione, un post-operatorio tranquillo, un paio di dimissioni previste. «Nessuna criticità?» chiese il collega più anziano, quasi per scaramanzia. La caposala scosse la testa. «Per ora no. Se non cambia qualcosa in giornata, dovrebbe filare.» Andrea si limitò a un cenno. Era abituato a quel lessico: per ora, dovrebbe, se non cambia. Il lavoro in ospedale è una partita a scacchi con l’imprevisto. Dopo una ventina di minuti ognuno prese servizio. Andrea rientrò nel suo studio, chiuse la porta alle spalle e si concesse un respiro. Poi la vide. Sulla scrivania, posata con una cura quasi formale, c’era una busta gialla con l’intestazione della clinica universitaria a cui aveva affidato le analisi dei reperti dei due cadaveri su cui aveva eseguito le autopsie. Il suo nome era scritto in stampatello. Il timbro di protocollo era recente. Andrea restò fermo un secondo. Quella busta non era solo una carta: era una risposta importante ad un giallo intricato. E in quei casi le risposte, a volte, fanno più paura delle domande. Si sedette, infilò un dito sotto il lembo, aprì. Dentro c’era un fascicolo di poche pagine, pinzato. Lo tirò fuori, lo appoggiò sul tavolo, lesse l’intestazione. CLINICA UNIVERSITARIA DI COMO– DIPARTIMENTO DI MEDICINA LEGALE E TOSSICOLOGIA FORENSE REFERTI ISTOPATOLOGICI E TOSSICOLOGICI – CAMPIONI D’ORGANO Protocollo n. CU-MLT/27-K38983691 Data refertazione: 25 Febbraio 1960 Richiedente: Dott. Andrea Riva – Ospedale di Bellano Oggetto: Accertamenti integrativi su campioni d’organo (fegato e cuore) relativi a due soggetti sottoposti ad esame autoptico giudiziario. 1) SOGGETTO A – CAMPIONI: FEGATO / CUORE Materiale ricevuto: Frammenti di parenchima epatico, fissati in formalina tamponata 10%, inclusi in paraffina (3 cassette). Frammenti di miocardio ventricolare sinistro e setto interventricolare, fissati e inclusi (3 cassette). Aliquote per analisi chimico-tossicologica (conservazione a -20°C): fegato (50 g), sangue periferico, urine (se disponibili secondo verbale di trasmissione). Esame istologico (H&E; colorazioni speciali se indicate): Fegato: architettura lobulare sostanzialmente conservata. Modesta steatosi microvescicolare focale (<5% epatociti). Assenza di necrosi a ponte, assenza di infiltrato infiammatorio significativo, assenza di colestasi canalicolare. Spazi portali indenni da fibrosi significativa (stadio F0–F1 secondo criteri semiquantitativi). Non evidenza di corpi di Mallory-Denk. Cuore (miocardio): miocardio con fibre di calibro regolare, senza aree di necrosi coagulativa recente. Assenza di infiltrato infiammatorio interstiziale compatibile con miocardite. Non evidenza di edema interstiziale significativo. Modesta fibrosi interstiziale focale compatibile con alterazioni aspecifiche d’età/stress, non dirimente. Coronarie non valutabili su campioni parenchimali (si rimanda a referto autoptico macroscopico per stato del circolo coronarico). Analisi tossicologico-forense (screening + conferma): Metodica: screening immunochimico su sangue/urine ove disponibili; GC-MS e LC-MS/MS su estratti di fegato e sangue; ricerca di volatili e solventi; pannello farmaci d’abuso e farmaci comuni (benzodiazepine, oppiacei, antidepressivi triciclici, SSRI, antipsicotici, beta-bloccanti, calcioantagonisti), pesticidi organofosforici/carbammati, metalli pesanti (screen ICP-MS ove indicato).....ACQUISTA IL ROMANZO
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I Custodi della Notte Stellata. Fiaba (con scheda didattica per gli insegnanti)Una fiaba per bambini tra stelle, foreste e misteri, per imparare a proteggere la natura attraverso il buio e l’ascoltoIl campo “Ali del Bosco” era sospeso tra cielo e alberi. Nessuna città nei paraggi, solo silenzio, abeti, muschi e un cielo tanto scuro da sembrare velluto. Ogni estate, una manciata di bambini tra gli 8 e i 12 anni si ritrovava lì per dieci giorni di avventure, esplorazioni e racconti attorno al fuoco. Quell’anno, Leo, Giulia, Nina, Tommaso, Sara e il piccolo Elia – che era stato ammesso per la prima volta nonostante i suoi sette anni e mezzo – erano inseparabili. Erano il gruppo “Orione”, come la costellazione, perché avevano deciso che ogni sera, prima di dormire, avrebbero cercato le tre stelle della cintura nel cielo. Ma una sera accadde qualcosa di diverso. Mentre il fuoco crepitava e i monitor del campo raccontavano storie di lupi e gufi, una donna mai vista prima si avvicinò silenziosamente. Indossava una tunica blu cosparsa di stelle ricamate, e i suoi capelli argentati le cadevano sulle spalle come fili di luna. «Mi chiamo Liora», disse, con una voce che sembrava cantare anche mentre parlava. «Posso raccontarvi una storia vera?» I bambini annuirono, affascinati. Nessuno degli adulti sembrava notarla. Liora prese una manciata di sabbia nera da una sacca e la lasciò cadere lentamente sul fuoco. Una nuvola blu si alzò, profumata di resina e vento notturno. In quel momento, il cielo sopra di loro si dilatò, come se l’universo avesse respirato più forte. «Ogni stella che vedete nel cielo è legata a un luogo sulla Terra,» disse Liora. «Una foresta, una laguna, una montagna, un prato... Ogni stella invia luce e ascolta i bisogni del suo ecosistema. Ma c’è un problema: l’uomo ha iniziato a spegnere il cielo.» I bambini si guardarono confusi. «Non con le mani, ma con la luce,» continuò Liora. «Troppa luce. Lanterne, lampioni, fari, insegne… Le stelle vengono coperte e smettono di comunicare. E quando smettono di parlare, le cose laggiù iniziano a morire.» Leo, che amava l’astronomia, si sentì sprofondare. Conosceva il termine “inquinamento luminoso”, ma non lo aveva mai immaginato così. «Una stella in particolare, Auralis, si sta spegnendo,» disse Liora, indicando una piccola luce tremolante a nord. «Protegge una laguna piena di pesci, mangrovie e uccelli migratori. Se svanisce… quella vita si spegne.» La voce di Liora tremò per un attimo. Poi si rialzò. «Volete aiutarmi?» Senza esitare, tutti dissero di sì. Quella notte, Liora li guidò in silenzio attraverso il bosco, lungo un sentiero che non avevano mai notato prima. Camminarono per un’ora, in fila indiana, tenendosi per mano. Arrivarono in una radura perfettamente circolare, dove al centro si trovava una grande pietra piatta con strane incisioni: animali, fiumi, alberi e costellazioni, tutti connessi da linee di luce che pulsavano come vene.....ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATOSCHEDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI📚 Scheda Didattica: I Custodi della Notte Stellata 📖 Titolo della Fiaba: I Custodi della Notte Stellata✍️ Autore: Marco Arezio🎯 Obiettivi Didattici - Comprendere il concetto di inquinamento luminoso e le sue conseguenze sugli ecosistemi. - Riflettere sull'importanza del cielo notturno come patrimonio naturale da proteggere. - Promuovere la consapevolezza ambientale e l’attitudine alla cura del territorio. - Stimolare empatia, cooperazione e pensiero critico attraverso una narrazione immersiva. - Avvicinare i bambini alla lettura attraverso il fascino della fiaba e della natura. 🌌 Temi Chiave - Inquinamento luminoso e impatto sugli ecosistemi - Osservazione astronomica e conoscenza del cielo - Educazione alla sostenibilità e tutela della biodiversità - Magia della narrazione e immaginazione attiva - Collaborazione tra pari per il bene comune ⏳ Durata Attività Didattica - 1 ora per la lettura condivisa della fiaba - 2 ore per le attività didattiche e di riflessione Possibilità di estensione per laboratori creativi e osservazioni notturne 👦👧 Fascia d’età consigliata 8 – 12 anni (classi III – IV – V primaria / I media) 🧠 Attività Didattiche Proposte 🗣️ 1. Discussione guidata (post-lettura) Domande da porre ai bambini: - Qual è il messaggio principale della storia? - Perché le stelle sono importanti, secondo Liora? - Come possiamo proteggere il cielo stellato vicino a casa nostra? - Ti è mai capitato di non riuscire a vedere le stelle? Perché? - Se tu fossi un Custode della Notte, cosa faresti? 🖍️ 2. Laboratorio creativo: Crea la tua stella Ogni bambino disegna e colora una stella immaginaria e inventa un ecosistema a cui è legata: una foresta, una palude, una spiaggia… Sul retro può scrivere un breve racconto o una poesia dedicata alla “sua” stella. 🗺️ 3. Geografia celeste: Mappa delle costellazioni Utilizzando una carta stellare o un’app astronomica, si osservano le costellazioni visibili nella propria zona. Gli studenti possono scegliere una costellazione e associarla a un ecosistema, come nella fiaba. 💡 4. Esperimento: Luci e buio In aula si può simulare un “cielo inquinato” con luci artificiali e uno “cielo pulito” spegnendo le luci: si osservano le differenze su piccole torce che rappresentano le stelle. Si riflette sull’effetto reale che la luce ha sugli animali notturni. 📜 5. Scrittura creativa: Lettera a un sindaco Gli studenti scrivono una lettera immaginaria (o reale) al sindaco della propria città, spiegando l’importanza di ridurre l’illuminazione notturna e proteggere il cielo per motivi ambientali, culturali e scientifici. 🏞️ Attività Extra consigliata Uscita serale o notturna in un luogo naturale buio (con l’accompagnamento di esperti o guide) per osservare le stelle e parlare di biodiversità, orientamento, navigazione antica e cicli naturali. 🧰 Materiali Necessari - Copia della fiaba illustrata - Cartoncini, pennarelli, colla, forbici - Accesso a mappe stellari (cartacee o digitali) - Eventuali strumenti di osservazione: binocoli, telescopi, app stellari 📝 Competenze Sviluppate - Educazione ambientale - Comprensione del testo narrativo - Capacità espressive e comunicative - Abilità artistiche e visive - Educazione civica (cura del bene comune) 💬 Frasi da ricordare (da scrivere sul quaderno o appendere in aula) «Le stelle parlano alla Terra, ma dobbiamo spegnere le luci per sentirle.» «Anche il buio può essere un alleato.» «Ogni stella custodisce una parte di mondo: proteggiamola.» ✅ Valutazione suggerita - Partecipazione attiva alla lettura e alle discussioni - Creatività nei laboratori (stella + racconto) - Impegno nel progetto di scrittura e riflessione - Capacità di cooperazione nel lavoro di gruppo
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 17: Il Giuramento di MantovaTra nebbie veneziane e fasti gonzagheschi, Lorenzo Vendramin affronta il viaggio verso Mantova: una missione diplomatica che nasconde un dramma personale e un misteroOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 17: Il Giuramento di MantovaIl viaggio verso Mantova era iniziato quando la città ancora dormiva, immersa in quella nebbia lattiginosa che si alzava dai canali come un respiro di vetro. Le ruote della carrozza, bagnate d’umidità, stridevano piano sulle lastre di pietra della fondamenta mentre il cocchiere spronava i due stalloni neri, possenti e nervosi, che sbuffavano vapore dalle froge. Lorenzo, avvolto in un mantello di panno scuro, osservava dal finestrino la Venezia che svaniva alle sue spalle: torri, campanili, vele immobili nel porto, e poi solo il riflesso argenteo della laguna che si faceva via via più lontana. Accanto al veicolo, cavalcavano Pietro e due armigeri scelti, uomini di provata fedeltà, con la cotta di maglia nascosta sotto giacche di pelle, le spade al fianco e lo sguardo fisso sulla strada. Si erano lasciati alle spalle Mestre da poche ore e già la pianura veneta si stendeva dinanzi a loro come una tavola di vetro, punteggiata da cascine isolate, campi arati e rogge che riflettevano il cielo terso. Lorenzo sedeva nella carrozza, le braccia conserte, ma la mente non conosceva pace. Il suo pensiero tornava ossessivamente a Elisabetta, alla sera precedente, al vuoto dietro la porta rimasta chiusa. Il fuoco del camino, acceso tre volte, si era ridotto a braci fredde; la candela sulla scrivania aveva consumato tutta la cera, e l’alba lo aveva sorpreso ancora vestito, con il mantello sulle spalle e la gola arsa. Aveva atteso, credendo ogni rumore di passi fosse il suo, ogni voce sul canale un segno del suo arrivo.....Acquista il libro
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L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 8.2: L’ordinanza che chiude le porteCome un vecchio documento, un tecnico comunale e un sindaco integerrimo cambiano il destino della casa RavelliNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 8.2: L’ordinanza che chiude le porteLa mattina dopo l’incontro con Rodan, l’aria a Foppolo era tersa, quasi tagliente. Il paese sembrava respirare piano, come se volesse dimenticare ciò che la neve copriva. Visinelli salì i gradini del municipio con passo lento ma deciso, stringendo sotto braccio una cartella di cuoio piena di fogli ingialliti e mappe. Sapeva esattamente cosa doveva fare — e soprattutto perché. All’interno, il sindaco, Giuliano Magri, era già nel suo ufficio. La finestra dava sulla piazza principale, dove un gruppo di bambini scivolava sulla neve compatta. Appena vide Visinelli entrare, sollevò lo sguardo dai documenti. «Carlo, sei di buon’ora. Non è da te,» disse con un sorriso cortese ma distratto. Visinelli si tolse il cappello, lo scosse dalla neve e lo posò sulla sedia accanto. «Buongiorno, Giuliano. Sì, mattina presto… ma c’è una faccenda che non può aspettare.» Il tono era serio, troppo per non destare curiosità. Il sindaco si appoggiò allo schienale, accennando con la mano. «Sediamoci allora. Di che si tratta?» Visinelli aprì la cartella con gesti lenti, precisi. Estrasse alcuni fogli e li posò sul tavolo. «Ieri mattina,» cominciò, «ho visto con i miei occhi un geologo entrare nella casa dei Ravelli. Non era solo. Con lui c’erano la signora Marina Ravelli e un uomo che pare un giornalista. Stanno scavando, Giuliano. Scendono nelle cantine, toccano muri, raccolgono terra.»...ACQUISTA IL LIBRO
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 4: Il Fuoco della Fornace e l’Ombra del CarnevaleTra Murano e Piazza San Marco, un vetraio diventa pedina di un gioco segreto che intreccia potere, maschere e sangueAgosto 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 4: Il Fuoco della Fornace e l’Ombra del CarnevaleIl fuoco della fornace pulsava come un cuore di lava, e attorno ad esso gli uomini si muovevano con gesti rapidi e misurati, come musicisti che suonano uno spartito invisibile. Piero Zanchi soffiava piano attraverso la canna, gonfiando con cura un foglio di vetro sottile, quasi trasparente, striato di rosso e blu come un tramonto intrappolato in una bolla. La sua fronte sudata brillava alla luce rossa del fuoco, e ogni respiro era un calcolo, ogni battito un rischio. Bastava un soffio troppo forte, un istante di distrazione, e quel fragile miracolo si sarebbe spezzato in cento frantumi. Attorno a lui, il rumore dei compagni: il clangore del tagliolo sulla piastra, le bestemmie che accompagnavano un pezzo incrinato, lo stridere del ferro immerso nell’acqua. La vetreria era un universo chiuso, con leggi proprie e un linguaggio fatto di gesti. Fu allora che, dall’alto della balaustra, una voce tagliente squarciò l’aria come una lama: — Zanchi!.....Acquista il libro
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo Capitolo 9: la missione di LorenzoTra passioni segrete e doveri pericolosi, Elisabetta e Lorenzo si muovono in una Venezia luminosa e insidiosaOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo Capitolo 9: la missione di LorenzoIl sole del mattino si insinuava con delicatezza tra le fessure delle persiane di legno, disegnando lame dorate sulle pareti damascate della stanza di Elisabetta. La giovane si destò lentamente, come se volesse restare ancora per qualche istante sospesa tra il sogno e la realtà. Lenzuola di lino candido, leggermente profumate di lavanda e di sapone d’oliva, la avvolgevano in un abbraccio fresco e familiare. Stese le braccia sopra il capo, allungandosi languida, mentre la luce le accarezzava i capelli rossi che, sciolti e ribelli, si spargevano come una cascata di fuoco sul cuscino. Il palazzo dei Mion, eretto con eleganza sobria lungo un canale centrale di Venezia, godeva di una posizione privilegiata: tutto il giorno il sole ne baciava le facciate, riflettendosi sull’acqua sottostante che portava echi di barche, richiami di gondolieri, fragranze marine. La stanza di Elisabetta, rivolta a est, si illuminava all’alba di un chiarore dorato che la faceva brillare come un piccolo scrigno. Dai vetri colorati filtrava una luce ambrata, che accendeva i ricami della coperta e faceva scintillare gli specchi muranesi appesi alle pareti. La giovane rimase a lungo sdraiata, con gli occhi socchiusi, respirando quell’aria frizzante di inizio giornata che entrava dalle fessure insieme a un lontano odore di pane appena sfornato. Attendeva la cameriera che, come ogni mattina, le avrebbe portato la colazione: una tazza di cioccolata calda, quando il commercio con le colonie lo permetteva, o una ciotola di frutta fresca e pane dolce imbevuto di latte e miele. Intanto, la mente correva veloce, e il suo cuore trovava rifugio in un pensiero che diventava sempre più insistente: Lorenzo.....Acquista il libro
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 2: Il Priore che Veniva dalla GuerraEdward Hawthorne: dall’Impero Britannico al silenzio di Piona, quando il male ritorna a chiedere contoDicembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 2: Il Priore che Veniva dalla GuerraIl priore dell’Abbazia di Piona era un uomo che portava addosso una storia fuori misura rispetto a quelle mura di pietra e silenzio. Proveniva da Canterbury, città di antica sapienza, centro ecclesiastico e universitario di prim’ordine, dove la fede aveva sempre dialogato con lo studio e il potere con la dottrina. Lì era nato, nel 1905, con il nome di Sir Edward Hawthorne, in una famiglia che considerava il servizio alla Corona non un’opzione, ma un destino naturale. Edward era cresciuto tra libri, disciplina e aspettative precise. A diciotto anni entrò come cadetto all’accademia militare inglese, distinguendosi subito per intelligenza fredda, rigore morale e una capacità innata di comando. Non era un uomo impulsivo; osservava, valutava, decideva. Qualità che lo resero ideale per una carriera che lo avrebbe portato lontano dall’Inghilterra, nelle colonie del Regno Britannico, dove gli interessi economici della Corona dovevano essere difesi con fermezza e, spesso, con la forza. Girò il mondo come ufficiale e poi come capo di guarnigioni: Africa orientale, Medio Oriente, Sud-est asiatico. Ovunque lasciava dietro di sé ordine apparente e una scia di decisioni difficili, prese in nome di un equilibrio che raramente coincideva con la giustizia. Edward Hawthorne serviva l’Impero con convinzione, ma già allora cominciava a comprendere il prezzo umano di quella fedeltà. Il punto di rottura arrivò in India, nel 1947. Fu assegnato a una zona strategica durante l’anno della Partizione, quando l’Impero Britannico si ritirava lasciando dietro di sé un subcontinente lacerato. Hindù, musulmani e sikh si affrontavano in una spirale di violenza che nessun comando militare riusciva davvero a contenere. Hawthorne si trovò a gestire convogli di profughi, a proteggere gli interessi economici, mentre intorno si consumavano massacri, stupri, incendi di villaggi interi. Vide atrocità indicibili. Da entrambi gli schieramenti. Bambini massacrati per vendetta, treni che arrivavano carichi solo di cadaveri, famiglie sterminate per una fede o un nome. Tentò di mantenere una neutralità operativa, ma capì presto che non esisteva neutralità possibile in quell’inferno. Ogni ordine impartito salvava qualcuno e condannava qualcun altro. Quell’anno fu il più doloroso della sua vita. Non per una ferita subita, ma per qualcosa che si spezzò definitivamente dentro di lui. L’idea che l’ordine imposto dall’alto potesse essere un bene. L’illusione che il potere, anche quando esercitato con disciplina, potesse redimere la violenza....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata
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L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 B: Il ritorno di Marina tra le luci del DuomoFuggita da un attentato e inseguita da un incubo, Marina cerca rifugio nel cuore di MilanoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 B: Il ritorno di Marina tra le luci del Duomo«Buonasera. Milano, piazza Duomo.» «A quest’ora?», chiede lui con un mezzo sorriso mentre avvia il tassametro. «Sì. È urgente.» Mi accomodo sul sedile posteriore. L’odore di disinfettante e tessuto sintetico mi riempie le narici. Fuori, il paese scorre lento, poi si perde dietro di noi. Le luci diventano linee, il buio della campagna un’unica massa compatta. Dopo una decina di minuti, chiedo con voce esitante: «Scusi… potrei usare un momento il suo telefono? Il mio si è rotto.» L’autista annuisce, allunga la mano con lo smartphone. «Certo, ma… per cortesia breve, devo tenere la linea libera per le chiamate del servizio.» «Sarà un minuto.» Compongo il numero di Caterina, la sola persona che posso ancora fidarmi di contattare. Mi risponde dopo due squilli. «Caterina, sono io… sì, sto bene. Più o meno. Ti spiego dopo. Ascolta, mi serve che tu venga a Milano, davanti alla Mondadori in piazza Duomo. Tra un’ora. È importante. Non chiedermi ora perché. Per favore, sii puntuale.» Resto in silenzio qualche secondo dopo aver riattaccato. Il cuore mi batte come un tamburo sordo. Rendo il telefono all’autista, ringrazio, poi mi abbandono sul sedile. Fuori, l’autostrada è un serpentone di luci bianche e rosse che si confonde nell’oscurità. Chiudo gli occhi.... ACQUISTA IL LIBRO
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Trenta Pensieri per Riflettere sulla Nostra Vita: Il DonoUna riflessione profonda sull’amore dei genitori, sul valore del dono autentico e sulla difficile bellezza di lasciare andare i figli nella corrente della vitadi Marco ArezioData: 29.04.26Ci sono amori che non chiedono di essere restituiti. L’amore di un genitore, forse, è il più silenzioso tra questi: dona tempo, fatica, notti senza sonno, paure nascoste, rinunce mai raccontate. Dona senza sapere se un giorno tutto questo verrà davvero compreso. Dona anche quando il figlio corre altrove, preso dalla vita, dai suoi giochi, dai suoi amici, dai suoi amori, dai suoi errori. E forse è giusto così. Un figlio non nasce per restare. Nasce per partire. Per diventare fiume. Per scorrere lontano dalla montagna che lo ha visto nascere. E il compito più difficile di chi ama non è trattenere, ma lasciare andare senza trasformare l’amore in debito. Perché il dono più grande non è quello che si vede. Non è un oggetto, non è una promessa, non è un sacrificio esibito. È dare a qualcuno la libertà di vivere senza sentirsi prigioniero della gratitudine. Essere genitori significa spesso restare sullo sfondo, diventare presenza discreta, memoria, radice, casa interiore. Significa accettare che l’amore venga dato per scontato quando è continuo, come la luce del mattino. Significa sapere che forse sarà capito tardi, quando la vita avrà insegnato al figlio il peso delle stesse paure, delle stesse attese, degli stessi gesti silenziosi. Ma ciò che è stato donato davvero non si perde. Lavora dentro, anche quando non viene nominato. Diventa coraggio, fiducia, capacità di amare, nostalgia di casa, modo di proteggere qualcun altro. Nel libro “Trenta Pensieri per Riflettere sulla Nostra Vita” ho cercato di raccogliere riflessioni semplici e profonde su ciò che spesso viviamo senza fermarci a guardarlo davvero: l’amore, il tempo, la solitudine, la gratitudine, il distacco, il senso delle cose che restano. Perché a volte basta una pagina per riconoscere qualcosa che portavamo dentro da anni....📖 Puoi trovare il libro qui: https://amzn.to/4mZ3GB3
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 1: Un Sogno CondivisoAmore e Coraggio in un Borgo tra Misteri e Cospirazionidi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 1: Un Sogno Condiviso Il cielo notturno avvolgeva Corenno Plinio in un abbraccio silenzioso, con le stelle che scintillavano come piccoli fari di speranza nel vasto firmamento. All'interno della loro casa in pietra, situata sulle sponde del lago, il respiro lento e regolare di Lisa riempiva l'aria di una melodia tranquilla.I suoi capelli neri e lucenti si spargevano disordinatamente sul cuscino, creando l'illusione di stormi di corvi in volo al chiaro del mattino.Andrea, seduto accanto a lei, osservava ogni dettaglio di quel quadro sereno. Certo, non sapeva cosa Lisa potesse sognare in quei momenti di quiete, ma notava ogni piccolo movimento, ogni lieve affanno che attraversava il suo respiro.Le gocce di sudore sulla sua fronte brillavano alla luce fioca della luna che si rifletteva sul lago, e lui sentiva il desiderio irresistibile di asciugarle, di parlarle, di dirle cose vane. Ma il timore di spezzare quel fragile incanto lo tratteneva, lasciandolo in silenzio a contemplare la bellezza del sonno di Lisa.Ogni notte, Andrea trovava una felicità indescrivibile nel vederla addormentata accanto a lui, persa in chissà quali sogni. Il gioco dell'averla così vicina, di poterla osservare mentre esplorava mondi onirici sconosciuti, lo riempiva di una gioia pura e semplice.Lisa, con i suoi sorrisi e le parole mormorate nel sonno, gli offriva uno spettacolo intimo e commovente. Le sue parole, a volte strane e prive di senso, sembravano eco di ricordi felici, attimi rapiti dal flusso del tempo e trasportati in un atomo onirico, veloce e sfuggente.Andrea non poteva fare a meno di sorridere osservando il viso di Lisa, accarezzando dolcemente dalla sua mano. Quel breve lampo di felicità che illuminava il suo volto sembrava un dono inaspettato, sebbene il loro cielo fosse puramente umano.La notte, con il suo ritmo lento e costante, si frantumava pian piano mentre l'alba iniziava a farsi strada sull'orizzonte, sopra le montagne verdi che circondavano il lago di Como. La luna cedeva il passo al sole nascente, e il nuovo giorno iniziava a prendere forma.Quando Lisa si svegliò, i suoi occhi incontrarono quelli di Andrea, che la guardava con una tenerezza infinita. "Cosa stai guardando?" chiese lei, con una voce ancora intrisa di sonno.Andrea sorrise, ancora avvolto nella magia di quella notte ormai svanita. "Sto guardando te," rispose, con una sincerità che riempiva l'aria di una dolcezza palpabile. "Sto pensando a quanto ti ami e a quanto siano vuote le parole per descrivere ciò che provo."Lisa lo osservò, il sorriso che affiorava sulle sue labbra era un riflesso della felicità condivisa. "Che sogni ti hanno accompagnata?" chiese Andrea, desideroso di conoscere i mondi che lei aveva esplorato durante la notte.Lisa chiuse gli occhi per un momento, cercando di afferrare i ricordi fugaci dei suoi sogni. "Ero in un luogo bellissimo," iniziò, "dove tutto era possibile. Vedevo colori e sentivo suoni che non esistono nel mondo reale. E c'eri tu, sempre accanto a me."Mentre parlava, il sole fuori esplodeva in un tripudio di luce e calore, annunciando un nuovo giorno. Andrea la ascoltava, rapito dalle sue parole, consapevole che, nonostante i sogni potessero essere effimeri, la realtà che condividevano era tangibile e preziosa.E in quel momento, con il nuovo sole che brillava alto nel cielo, sapeva di avere tutto ciò che avrebbe mai potuto desiderare: l'amore di Lisa e la promessa di infinite notti e giorni insieme, ad esplorare i misteri dei loro cuori e dei loro sogni.Il loro rifugio a Corenno Plinio, con il lago che si estendeva calmo davanti a loro e le antiche stradine di ciottoli che si snodavano attraverso il borgo, era il luogo perfetto dove coltivare il loro amore. E con ogni nuovo giorno, sapevano di essere pronti ad affrontare il futuro insieme, mano nella mano.Il borgo stesso, con le sue viuzze di ciottoli, i balconi fioriti e le scalinate che scendevano verso il lago, era parte del loro amore. Corenno Plinio era una perla nascosta del Lario: poche decine di case, il castello medievale ancora vigile, la chiesa romanica di San Tommaso di Canterbury, il sagrato affacciato sulle acque. Le auto erano bandite dal centro; qui si camminava soltanto, si ascoltava il suono dei passi sul selciato, il richiamo lontano dei pescatori che al mattino salutavano il sole con le loro barche colorate.Ogni giorno, la breva soffiava puntuale, rinnovando l’aria e portando freschezza anche nelle giornate più calde. I vecchi del paese dicevano che quel vento era la carezza del lago, un segno di fortuna, il respiro stesso della natura. Lisa lasciava spesso aperte le finestre, per permettere alla breva di attraversare la casa, mescolando i profumi del giardino – rosmarino, lavanda, rose rampicanti – con quello dell’acqua e del legno umido. Nei pomeriggi estivi, si sedevano insieme sul balcone che si affacciava sul lago, le dita intrecciate, lo sguardo perso a seguire le increspature delle onde. Andrea raccontava storie della sua infanzia a Bergamo, dei giochi sotto le mura veneziane, delle mattine in cui il padre medico lo portava con sé a visitare i pazienti nei borghi della valle. Lisa, invece, parlava della sua Val di Scalve, delle albe nel bosco con il padre boscaiolo e dei pomeriggi a osservare la madre lavorare il latte appena munto, trasformandolo in formaggi fragranti e profumati.Il borgo era per loro una culla di sogni e di radici, un luogo che, pur non avendoli visti nascere, li aveva accolti come figli. La storia di Corenno Plinio si intrecciava con le loro giornate: il racconto delle invasioni medievali, la resistenza alle guerre, la leggenda di Plinio, la presenza silenziosa dei santi e dei viandanti che nei secoli avevano trovato rifugio tra quelle pietre. Le sere d’estate, scendevano insieme lungo la scalinata antica fino al porticciolo, dove le barche ondeggiavano leggere al ritmo della breva e la luce della luna faceva brillare le acque come argento vivo.Il tempo, a Corenno Plinio, aveva un ritmo diverso. Non c’era traffico, non c’erano rumori, solo il canto degli uccelli, il suono delle campane, la voce roca di Pietro, il pescatore più anziano del paese, che ogni giorno raccontava a Lisa e Andrea storie di pescate memorabili e di tempeste affrontate con coraggio. Le giornate si susseguivano l’una all’altra come pagine di un libro prezioso: al mattino, la luce dorata riempiva la casa di energia nuova; nel pomeriggio, il silenzio del borgo invitava a passeggiare senza meta; la sera, le stelle e il lago si fondevano in un unico, immenso abbraccio.La loro felicità era fatta di dettagli minuscoli: una colazione condivisa sul balcone, una carezza rubata mentre preparavano la cena, la soddisfazione di una giornata di lavoro ben fatta, la certezza di ritrovarsi sempre, la sera, nello stesso abbraccio. Lisa e Andrea sapevano che il segreto della felicità non era nascosto in grandi avventure o imprese, ma in quei piccoli riti quotidiani che, ripetuti giorno dopo giorno, diventavano la trama stessa dell’amore.Quando la notte calava sul borgo, portando con sé il profumo della breva e il silenzio della campagna, si addormentavano sapendo che nulla era scontato, che ogni giorno era un dono da custodire e una promessa da rinnovare. Il cielo di Corenno Plinio, con le sue stelle riflesso sul lago, vegliava su di loro, silenzioso e benevolo, come a ricordare che i sogni condivisi, se coltivati con cura, sanno trasformare anche il più piccolo dei borghi in un mondo perfetto.E così, tra la pace delle pietre antiche, il respiro leggero del vento e la luce dorata dell’alba, Lisa e Andrea continuavano a vivere il loro sogno: un amore che era casa, radice, destino e rifugio. Un amore che ogni notte si faceva promessa, e ogni mattina rinascita, nel cuore segreto e incantato di Corenno Plinio.© Vietata la Riproduzione
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Il mistero di D.B. Cooper: l’uomo che sfidò le leggi della gravità e della giustiziaIl dirottamento aereo del 1971, un riscatto di 200.000 dollari e un salto nel vuoto: la leggenda del criminale mai catturato continua ad affascinare il mondodi Marco ArezioLa storia di D.B. Cooper è una delle vicende più misteriose e affascinanti della cronaca criminale statunitense, tanto da essere diventata una vera e propria leggenda moderna. Era il 24 novembre 1971 quando un uomo, che si fece chiamare "Dan Cooper", acquistò un biglietto per il volo Northwest Orient Airlines 305, una tratta di breve durata che collegava Portland a Seattle. Nessuno poteva immaginare che quel passeggero anonimo avrebbe dato vita a uno dei crimini più audaci e insoluti della storia. Durante il volo, Cooper consegnò una nota a un’assistente di volo. All’inizio, la donna non le diede peso, pensando fosse solo il gesto di un uomo galante. Tuttavia, Cooper le sussurrò: “Signorina, è meglio che dia un’occhiata a quella nota. Ho una bomba.” Quella dichiarazione segnò l’inizio di un piano tanto semplice quanto geniale. Cooper mostrò alla donna una valigetta che conteneva fili e bastoncini cilindrici, convincendola che fosse esplosivo. Poi le comunicò le sue richieste: 200.000 dollari in banconote da 20 dollari, quattro paracadute e un’autocisterna pronta a rifornire l’aereo una volta atterrati a Seattle. Le autorità accettarono le condizioni. All’arrivo a Seattle, Cooper permise a tutti i passeggeri di scendere dall’aereo in cambio del denaro e dei paracadute, mantenendo però a bordo alcuni membri dell’equipaggio. Successivamente, ordinò al pilota di decollare nuovamente e dirigersi verso il Messico, volando a bassa quota e a una velocità moderata. Il piano sembrava studiato nei minimi dettagli, tanto da includere anche queste specifiche tecniche, probabilmente per facilitare il salto che aveva intenzione di compiere. Da qualche parte sopra le fitte foreste dello stato di Washington, Cooper aprì il portellone posteriore dell’aereo e si lanciò nel vuoto, portando con sé il denaro. Nessuno lo vide mai più. Quando l’aereo atterrò a Reno, le autorità trovarono il velivolo vuoto e nessuna traccia del misterioso dirottatore. Le ricerche scattate immediatamente furono estese e minuziose: le forze dell’ordine perlustrarono l’area in cui si presumeva fosse atterrato, setacciando chilometri di foreste e fiumi, ma di Cooper non vi era alcun segno. Per decenni l’FBI seguì innumerevoli piste, ma nessuna portò a un’identificazione certa. L’unico indizio emerso fu nel 1980, quando un bambino, giocando lungo le rive del fiume Columbia, trovò alcune banconote corrispondenti al riscatto, deteriorate ma ancora riconoscibili grazie ai numeri di serie. Questo ritrovamento, però, non fu sufficiente a chiarire il mistero. Cooper era sopravvissuto al suo audace salto o si era schiantato al suolo con il denaro? Aveva pianificato il crimine perfetto o il suo piano aveva avuto un tragico epilogo? Il caso di D.B. Cooper non ha lasciato solo interrogativi irrisolti, ma ha anche avuto conseguenze importanti. In primo luogo, l’episodio spinse le autorità a introdurre nuove misure di sicurezza negli aeroporti e sugli aerei. Fu installato, ad esempio, il "Cooper Vane", un meccanismo che impedisce l’apertura delle scale posteriori durante il volo, proprio per evitare situazioni simili. Inoltre, la vicenda ispirò una lunga serie di film, libri e teorie complottistiche, trasformando Cooper in una figura mitica: il simbolo di un uomo che, forse, è riuscito a eludere le autorità e a sparire con il bottino. Ma più di ogni altra cosa, la storia di D.B. Cooper ha continuato a stuzzicare l’immaginazione collettiva. L’idea di un criminale che scompare nel nulla, lasciando dietro di sé solo il mistero, è un richiamo irresistibile. A cinquant’anni di distanza, la domanda rimane: chi era davvero D.B. Cooper? E soprattutto, cosa gli è successo dopo quel salto nel vuoto? Rispondere potrebbe significare chiudere uno dei capitoli più enigmatici della storia americana, ma forse, in fondo, è proprio il fascino dell’irrisolto a rendere eterna questa storia.© Riproduzione Vietata
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I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 11 B. Elena e il Paradosso della VeritàTra psichiatria, inganni e apparizioni impossibili: la ricerca di Elena svela un inquietante doppio fondo della realtàLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 11 B. Elena e il Paradosso della VeritàRientrata in albergo, Elena sentì montare un’urgenza nuova, fatta di dubbi, timori e una voglia quasi ossessiva di mettere ordine nel caos degli eventi vissuti. Seduta sul letto, col taccuino aperto sulle ginocchia, decise che non poteva più fidarsi solo delle sue percezioni: doveva avere riscontri oggettivi, risposte chiare e inequivocabili. Così, prese il telefono e digitò il numero del manicomio di Gallarate, dove – secondo i fascicoli – si trovava ricoverata la signora Claudia Rottoli, protagonista, poche ore prima, di una conversazione che ora le pareva quasi surreale. Dopo una breve attesa e i consueti scambi con la centralinista, riuscì a farsi passare il caporeparto. Si presentò, spiegando di essere la dottoressa Fermi, incaricata di una consulenza per conto del professor Visconti. Con voce calma ma ferma, chiese: — Mi perdoni la domanda forse insolita, ma volevo solo sapere se la signora Claudia Rottoli era regolarmente presente ieri nell’istituto, senza assenze particolari. Dall’altro capo del filo, il caporeparto sembrò quasi stupito: — Sì, dottoressa, la signora Rottoli non si è mai allontanata. Ieri ha seguito la routine abituale: terapia, attività ricreative, nessun episodio o autorizzazione per uscire dalla struttura. È tutto annotato nel registro. Elena ringraziò, salutò rapidamente e chiuse la chiamata con le mani che le tremavano. Prese un respiro profondo, cercando di raccogliere le idee, e compì il secondo passo della sua “prova del nove”: compose il numero dell’ospedale Faccanoni, chiedendo della psichiatria e del dottor Ciceri.....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 4: Il Ritorno ForzatoAmore e Coraggio nel Borgo di Corenno Plinio, tra Misteri e Cospirazioni Giugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 4: Il Ritorno ForzatoLa luce del tardo pomeriggio calava come un sipario dorato sui vigneti piemontesi. Da un paio di giorni, Lisa e Andrea avevano affittato un rustico in pietra arroccato fra le colline, deciso rifugio di pace per ricaricare le energie dopo mesi intensi di lavoro. Il portico, avvolto da tralci di vite e rampicanti, offriva una vista strepitosa sulla valle punteggiata di casolari, mentre all’interno, l’arredo semplice ma caloroso – tavoli in legno massiccio, vecchie credenze e ceste di vimini – cullava i sensi con un fascino rurale d’altri tempi. Eppure, proprio nel momento di massimo relax, qualcosa aveva iniziato a incrinare quell’atmosfera sospesa. Tutto era cominciato con una prima telefonata anonima, quando Lisa, comodamente seduta su una sedia a dondolo nel portico, era stata distratta dal suo cellulare: Lisa (premendo accanto all’orecchio): “Pronto?” (Silenzio. Solo un fruscio lontano, come di vento dentro un cavo.) Dall’altra parte, nessun saluto, nessun cenno riconoscibile. Un respiro soffocato, forse, poi la comunicazione era caduta. Lisa aveva pensato a un errore di linea. Ma il ripetersi di quegli squilli disturbava la tranquillità come un insetto fastidioso. Quella sera, mentre Andrea si affaccendava in cucina a preparare una zuppa di verdure, ecco la seconda telefonata: Lisa: “Sì?” Voce sconosciuta (ansimando piano): “Signora Lisa… devo avvertirla… Torni a casa. Subito.” Lisa (sobbalzando): “Chi parla? Che sta succedendo?” Silenzio, poi un debole mormorio che pareva un gemito, quindi la linea si chiuse di nuovo. Lisa sgranò gli occhi, trafitta da una sensazione di pericolo. Andrea le si avvicinò asciugandosi le mani sul grembiule da cucina. Con dolcezza, le chiese chi fosse, ma anche lei non ne aveva la minima idea. E proprio quando la nottata sembrava doversi chiudere in un abbraccio rassicurante fra le coperte, la terza chiamata, nel cuore del buio, infranse ogni residuo di pace: Voce sconosciuta (in un sussurro agitato): “Tornate… non c’è tempo… vi prego…” Il cuore di Lisa prese a battere forsennato. Quella voce scomposta, impastata di paura, aveva la stessa urgenza di chi cerca disperatamente di salvare qualcuno dalla catastrofe. Andrea accese la lampada sul comodino, gli occhi colmi di preoccupazione. Era chiaro che, chiunque fosse il mittente di quei messaggi ansiosi, intendeva avvisarli di un pericolo imminente nel loro borgo d’origine. All’alba, con un cielo ancora velato di foschia grigiastra, decisero di interrompere la vacanza. Raccolsero in fretta gli abiti rimasti sui lettini di ferro battuto, le tazze sparse sui ripiani della cucina e i libri che Lisa aveva portato per rilassarsi. Un rapido saluto al proprietario, un uomo smilzo e cordiale dal viso cotto dal sole, e via in auto. La strada di rientro era un susseguirsi di curve tra i pendii, resa ancor più cupa da un vento sottile che piegava i filari di cipressi. Lisa, rimasta quasi sempre in silenzio, rivedeva nella mente quegli squilli inquietanti; si domandava chi o che cosa si trovasse in pericolo a casa loro. Andrea, concentrato sulla guida, manteneva le labbra serrate, ma ogni tanto lanciava uno sguardo di apprensione verso di lei. Quando finalmente si avvicinarono al loro borgo di Corenno Plinio, un villaggio antico di poche centinaia di anime disteso sul lago, il panorama li accolse con un’atmosfera diversa dal solito. Non c’erano i soliti panni stesi alle finestre, né i cani che abbaiavano allegri nei cortili. Le vecchie case di pietra, con le persiane color pastello, sembravano immerse in un silenzio irreale. L’acqua del lago, normalmente quieta e lucente, era increspata da un vento inatteso, quasi volesse ribellarsi a qualcosa di ignoto. Proseguendo a piedi, notarono un capannello di persone radunate nei pressi della piccola banchina dove attraccavano le barche dei pescatori. Una lunga striscia di nastro bianco e rosso transennava un’area, mentre due Carabinieri cercavano di contenere i curiosi. Le espressioni sui volti dei paesani erano turbate, alcuni mostravano sgomento o mormoravano sottovoce con i vicini. Andrea: “Cosa diavolo è successo qui?” Lisa (con un nodo in gola): “Le telefonate… forse era questo che volevano dirmi. Qualcosa di terribile…” Si avvicinarono con passo incerto. Un carabiniere alto, con i capelli brizzolati, li riconobbe: Andrea aveva collaborato con lui in passato per alcune emergenze sanitarie. Abbassò appena la voce: Carabiniere: “Buonasera dottore, mi dispiace se trovate un simile caos. È stato rinvenuto un cadavere qui dietro le barche, sembra un forestiero. Non ha documenti, non lo conosce nessuno. Vi chiediamo di non avvicinarvi: è una scena che va rispettata per le indagini.” Lisa sentì il sangue gelarsi. Un omicidio – perché di questo parlavano in paese – era un evento sconvolgente nel loro minuscolo borgo, dove tutti si conoscevano, si aiutavano, e le giornate scorrevano scandite dal ritmo delle piccole abitudini. E adesso, qualcuno era morto. Forse era ciò di cui avevano cercato di avvisarla? Decisero di rientrare a casa. La loro abitazione in pietra era immersa in un cortile interno: ci si arrivava scendendo tre gradini incorniciati da vasi di gerani e ortensie. Sulle pareti, il color grigio del sasso contrastava con le persiane verdi e i rampicanti che salivano fino al tetto. Di solito, quello scorcio riempiva loro il cuore di gioia. Ma quel giorno, ogni dettaglio sembrava tinto di un’ombra minacciosa. Appena entrati, l’odore di chiuso li colpì come un monito. Il silenzio era quasi palpabile. Lasciarono cadere i bagagli nell’ingresso e si scambiarono uno sguardo: da fuori giungeva ancora un brusio distante, voci confuse, il vociare concitato di chi commentava il delitto. Lisa: “Non capisco. Perché quelle telefonate erano rivolte a me? Cosa ho a che fare con quest’uomo trovato morto?” Andrea (cercando di rassicurarla): “Forse cercava aiuto, e sapeva che tu ti interessi di documenti storici, di arte… o magari aveva solo un numero di telefono sbagliato. In ogni caso, è inquietante.” Quella sera, cenarono velocemente senza sentire davvero i sapori: un piatto di pasta tiepida, poi frutta, consumati in un clima di angoscia muta. Fuori dalla finestra della cucina, il lago si stendeva piatto, scurito da un manto di nubi che nascondevano le stelle. Lisa accese una lampada in soggiorno, dove un’antica pergamena incorniciata campeggiava su una parete, testimone di una passione che da sempre la spingeva a studiare le vicende antiche del borgo. Era un ricordo di tempi più sereni, in cui nulla sembrava minacciare la loro esistenza. A tarda sera, quando si accingevano a spegnere le luci, il cellulare di Lisa ricominciò a vibrare con insistenza. Stavolta il numero sul display era visibile, uno sconosciuto prefisso locale. Lisa esitò qualche secondo prima di rispondere, come temendo un’altra telefonata muta o un altro avvertimento disperso tra sibili. Dall’altra parte, si sentì una voce giovane, tremante: “Pronto… sono… mi chiamo Enrico. State bene? Io… devo parlare con voi. È urgente. Ho tentato di contattarvi più volte, ma… la linea saltava. Ora sono ferito, sto andando al pronto soccorso a Bellano.” Lisa (spalancando gli occhi): “Hai bisogno di aiuto? Cosa succede? Sei tu che ci hai avvertiti di tornare?” Enrico (ansimante): “Sì, signora Lisa… È per via dell’uomo che hanno trovato morto. L’ho visto morire. Mi ha chiesto di cercarvi. Ha pronunciato il suo nome…” Il telefono iniziò a crepitare, come se la connessione fosse precaria. Lisa riuscì a cogliere poche parole concitate: un appuntamento, un frammento di carta, un segreto. Poi la voce di Enrico si spense, lasciando un silenzio ancora più opprimente. Non ci volle molto a decidere il da farsi: Andrea prese subito le chiavi dell’auto e, in meno di venti minuti, loro due stavano già percorrendo la strada che costeggiava il lago verso Bellano. La carreggiata era illuminata dai riflessi dei lampioni sull’acqua, mentre la brezza notturna increspava i rami degli alberi che si protendevano dal ciglio della strada. Lisa se ne stava rigida sul sedile passeggero, il cellulare stretto fra le mani, come a temere nuove chiamate o che potesse squillare da un momento all’altro. Arrivati al piccolo ospedale, trovarono Enrico nel corridoio del pronto soccorso, seduto su una panca metallica. Era un ragazzo sui trent’anni, i capelli castani tagliati corti e spettinati, il viso segnato dalla tensione. Una fasciatura artigianale copriva l’avambraccio sinistro, macchiata di sangue ancora fresco. Andrea (con tono da medico rassicurante): “Lascia che dia un’occhiata alla ferita, Enrico. Ti sei procurato un brutto taglio?” Enrico (guardandosi attorno con aria preoccupata): “Sì, mi hanno aggredito mentre cercavo di scappare. Ma non è questo il punto. Io… ho trovato l’uomo… era ancora vivo, diceva solo di ‘avvisare Lisa’ e che… che un nemico era sulle sue tracce. Mi ha spinto nella mano un pezzo di carta, un ritaglio di antica mappa, credo. Non l’ho più, l’ho perso nella fuga.” Lisa si sentì gelare. Quelle parole – “avvisare Lisa” – le rimbombavano nella testa. Ma che motivo aveva un estraneo di fare il suo nome negli ultimi istanti di vita? Enrico continuò a parlare, con lo sguardo febbricitante: Enrico: “L’ho conosciuto tramite un forum online dove si discuteva di storia locale. Diceva di aver scoperto qualcosa di molto importante, ma di essere in pericolo. Aveva pensato che voi, Lisa e Andrea, poteste aiutarlo a mettere insieme i pezzi. Non so altro, mi dispiace… La notte in cui ci siamo incontrati, ho solo fatto in tempo a sentire le sue ultime parole. Poi sono fuggito. Qualcuno mi ha inseguito, mi ha ferito.” Fu un racconto che lasciò entrambi senza respiro. Andrea cercò di rimanere lucido, fece portare Enrico in una sala visite per dargli le prime cure e consigliargli ulteriori accertamenti. Ma la mente di Lisa volava già agli avvertimenti telefonici. Adesso, finalmente, avevano un nome e un volto dietro quegli squilli. Ma avevano anche la conferma che un mistero ben più grande – e pericoloso – si celava fra le pietre secolari del borgo. Quando, ormai a notte fonda, uscirono dall’ospedale, l’aria era fredda e pungente. Le luci dei lampioni proiettavano ombre deformate sul selciato. Mentre risalivano in macchina, Lisa non riusciva a liberarsi da un sensodi colpa e inquietudine: Lisa: “Perché quell’uomo ha chiamato proprio noi? Che poteva sapere di così cruciale? E chi è questo ‘nemico’ di cui parlava?” Andrea (battendo le dita sul volante nervosamente): “Non lo so, ma ha già ucciso una volta. E se Enrico dice la verità, è probabile che stia cercando qualcosa di prezioso, un documento, un segreto storico… che forse tu potresti interpretare. Ricordi tutte le tue ricerche sulle vicende antiche di Corenno Plinio?” Lisa (lo sguardo pieno di angoscia): “Certo… Ma non immaginavo esistesse davvero qualcuno disposto a uccidere per vecchie carte polverose… e soprattutto perché pronunciare il mio nome in punto di morte? Forse quell’uomo sapeva che studio i documenti locali, e sperava che lo aiutassi a fare luce su quello che aveva scoperto.” La strada verso casa era avvolta da un silenzio rotto solo dal ronfare del motore e dai pensieri tumultuosi che occupavano la mente di entrambi. Passando accanto alle barche ormeggiate, ora immerse nelle ombre, videro i lampeggianti delle forze dell’ordine ancora presenti in lontananza. Un brivido corse lungo la schiena di Lisa, immaginando che da qualche parte, in quelle tenebre, potesse aggirarsi l’assassino. Giunti di nuovo in casa, l’odore familiare delle mura in pietra non riuscì a scacciare l’ansia. Spensero la luce nell’ingresso e si sedettero nel soggiorno, fianco a fianco, di fronte alla pergamena incorniciata. Quel documento antico, che raccontava la storia del borgo, appariva a Lisa in una luce diversa: possibile che fra le righe di quelle scritte, o in altri manoscritti che lei conosceva, si nascondesse un segreto capace di attirare l’attenzione di gente senza scrupoli? Eppure, un pensiero si faceva strada: quell’uomo sconosciuto aveva perso la vita, facendo in tempo a lanciare un estremo appello rivolto a lei. Non poteva tirarsi indietro. Se un segreto era rimasto celato per secoli fra le pietre e i documenti, Lisa si sentiva in dovere di scoprirlo. Andrea le prese la mano, cercando di infonderle un po’ di coraggio. Andrea: “Dobbiamo raccontare tutto ai Carabinieri. La verità potrebbe venire a galla prima, e poi non siamo detective. Non possiamo rischiare da soli.” Lisa (chinando il capo con un sospiro): “Hai ragione… Ma devo essere sincera: ho paura che i carabinieri da soli non riescano a capire l’importanza dei documenti. Forse serve la mia competenza. Cercherò fra le carte che ho raccolto, nei miei appunti, in biblioteca… voglio capire se c’è qualche riferimento a mappe simili a quella che l’uomo conservava.” Le parole restarono sospese nell’aria, mentre il ticchettio di un vecchio orologio a pendolo segnava i secondi che li separavano dal nuovo giorno. Sapevano entrambi che, qualunque fosse la verità, avevano già innescato un meccanismo pericoloso: un assassino era in circolazione, qualcuno disposto a tutto pur di difendere o ottenere un enigma che Lisa, forse, aveva inconsapevolmente sfiorato durante i suoi studi. Non chiusero occhio quell’ultima ora prima dell’alba. Con la stanchezza che premeva sulle palpebre e la tensione che scuoteva i nervi, si abbandonarono l’uno all’altra, stretti in un silenzio carico di domande. Fra le fessure delle persiane filtrarono i primi bagliori mattutini, promettendo un giorno che non avrebbe portato pace, ma nuove prove da affrontare e, forse, nuovi colpi di scena. Rimaneva la certezza che quelle chiamate anonime, quelle parole soffocate tra un rumore di linea e l’altro, non erano un equivoco: qualcuno, con l’angoscia nella voce, aveva davvero supplicato Lisa di tornare. E adesso sapevano che quel richiamo era un tragico segno d’allarme, un invito a svelare un intrigo di cui ancora ignoravano la portata. Così si chiuse quella notte inquieta, col cuore gonfio di timori ma anche con un filo di determinazione a non fuggire: d’ora in avanti, la loro vita non sarebbe stata più la stessa. E il borgo di Corenno Plinio, così caro e rassicurante fino a poche ore prima, si era trasformato in un labirinto di verità da scoprire e pericoli nascosti nell’ombra. © Vietata la Riproduzione
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Le Luci di Roccachiara. Capitolo 4: Il Piccolo Mare di PlasticaUna fiaba ecologica per bambini e ragazzi sul legame tra fiume, mare e responsabilità quotidianaLibro di racconti per bambini. Le Luci di Roccachiara. Capitolo 4: Il Piccolo Mare di PlasticaIl giorno dopo la seconda Festa delle Storie Vere, i colori a Roccachiara non erano ancora tornati del tutto, ma si percepiva una differenza: come se il paese avesse ripreso a respirare meglio. La casa di Amina aveva ritrovato un giallo gentile vicino alle finestre, e il blu della porta della biblioteca era diventato più profondo, come un lago che si riempie lentamente. Nico e Amina, che ormai avevano imparato a cercare i segnali come si cerca una traccia nel bosco, si accorsero subito di un’altra cosa: il fiume portava qualcosa di nuovo. Non era un ramo trascinato dalla corrente. Non era un sasso. Era una conchiglia. La conchiglia stava incastrata tra due ciottoli vicino alla riva, lucida e bianca. A Roccachiara nessuno aveva conchiglie, se non quelle nei cassetti dei ricordi, portate dal mare durante le vacanze. Amina la raccolse con delicatezza. «Questa… non dovrebbe essere qui.» Nico annuì. «È del mare.» Amina guardò il fiume, poi la conchiglia. «E allora significa che…» «Che qualcosa dal mare è arrivato fin qui?» provò Nico, confuso. Amina scosse la testa. «Che qualcosa del mare ci sta chiamando.» Sembrava una frase strana, ma Nico, da quando aveva attraversato la porta della memoria e visto Cromavia, non si affrettava più a ridere. Le cose insolite avevano un modo di diventare importanti. Quella stessa mattina, la maestra Claudia annunciò una gita: «Andremo al Lago Piccolo.» Il Lago Piccolo era un bacino d’acqua poco distante dal paese, una specie di laghetto naturale alimentato da un canale che, più a valle, finiva nel fiume. Non era grande, ma d’estate diventava un luogo per passeggiare, pescare e fare picnic. «Faremo un’osservazione scientifica.» disse la maestra. «E una raccolta dati: piante, insetti, qualità dell’acqua. La natura è un libro, e voi avete già iniziato a leggerlo.» Nico e Amina si guardarono. Un libro. Un’altra volta. Sempre la stessa idea: se vuoi salvare qualcosa, devi prima saperlo leggere. Arrivarono al Lago Piccolo nel tardo mattino. Il cielo era chiaro, e l’acqua, vista da lontano, sembrava una stoffa azzurra stesa al sole. Ma quando si avvicinarono alla riva, Nico sentì un disagio immediato. L’acqua non era davvero azzurra. Era… macchiata. Chiazze lucide galleggiavano come pelle d’olio, ma non avevano l’odore dell’olio. Avevano un odore sottile e sgradevole, come plastica scaldata. Amina si chinò e raccolse con un rametto una cosa trasparente. Era un frammento di sacchetto. Poi un altro. E un altro ancora. «Guardate.» disse, e la sua voce era ferma ma piena di allarme. I compagni si avvicinarono. Alcuni fecero “che schifo”. Alcuni risero per darsi coraggio. Qualcuno disse: «È solo un po’ di spazzatura.» Poi la maestra Claudia indicò un punto più in là, vicino alle canne. «Non è solo un po’.» Lì, come se qualcuno avesse rovesciato un sacco intero, galleggiava una massa di plastiche leggere: bottigliette, tappi, involucri, pezzi di polistirolo, persino un vecchio palloncino sgonfio. La corrente interna del lago li spingeva sempre verso lo stesso angolo, formando una specie di piccolo mare di plastica. Samuele, che era venuto anche lui, deglutì. «Sembra… un’isola.» Nico fissò quella massa e sentì una fitta di rabbia. Non una rabbia generica: una rabbia precisa, come una puntura. Perché quel posto era bello. E qualcuno lo aveva reso brutto senza pensarci. La maestra parlò in modo chiaro: «Questo lago è collegato al fiume. Se la plastica entra nel lago, poi passa nel fiume. E il fiume, più giù, arriva al mare.» Amina strinse la conchiglia che aveva portato nello zaino. Nico la notò. «Ecco perché la conchiglia.» mormorò. Amina annuì. «È come un messaggio.»....ACQUISTA IL LIBRO
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