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1572 CARNEVALE DI SANGUE. CAPITOLO 11. IL CONCLAVE SUL VELIERO

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 11. Il conclave sul veliero
Sommario

La pioggia cadeva fitta e sottile, disegnando cerchi sull’acqua del porto e avvolgendo Venezia in un silenzio che pareva sospeso. Le lanterne riflettevano ombre tremolanti sulle assi dei pontili, mentre il veliero Speranza ondeggiava piano, come una creatura addormentata che custodisce un segreto. Quella notte, tra la nebbia e il sale, quattro uomini si incontrarono in segreto: Luzzatto, il più inquieto; Corner, elegante e guardingo; Barbarigo, raffinato ma teso come una corda; e infine Da Lezze, uomo di mare, rude e concreto, padrone della nave.

Scivolarono nella cabina del comandante per sfuggire alla pioggia e al mondo, sedendosi attorno a una stufa che diffondeva un calore lento e malinconico. Lì, tra il crepitio del fuoco e l’odore di legno bagnato, si parlarono a bassa voce, come se anche le pareti potessero tradirli. Le loro parole, inizialmente caute, cominciarono a farsi più dure, come colpi assestati in un duello invisibile. Ciò che li univa non era l’amicizia, ma una catena dorata fatta di debiti, minacce e timori. Fuori continuava a piovere, e il rumore del mare sembrava il battito lento di un cuore in attesa, mentre nella cabina del Speranza si decideva un destino da cui nessuno sarebbe tornato indietro.

Nel silenzio del porto, tra stufa e mappe ingiallite, una decisione segreta scioglie le ultime ancore della loro vita


Ottobre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 11. Il conclave sul veliero


La pioggia cadeva lenta e continua, una di quelle che non fanno rumore ma s’insinuano ovunque, nelle cuciture dei mantelli, nei pensieri, nelle ossa. La notte sembrava trattenere il respiro sopra il porto di Venezia: un velo d’umidità scendeva dalle nuvole basse, e l’odore del mare, di catrame e di alghe marce, si mescolava al fumo dei bracieri che ancora ardevano qua e là lungo le fondamenta. Le lanterne, coperte da vetri appannati, riflettevano ombre tremolanti sulle assi bagnate dei pontili.

Il veliero Speranza ondeggiava appena, ormeggiato come una bestia addormentata. Le corde gocciolavano come serpi lucide, e le vele, arrotolate e legate, erano scure di pioggia. Il nome della nave, inciso in lettere dorate sulla poppa, luccicava a tratti sotto le fiammelle della lanterna del nostromo, che si muoveva da un’estremità all’altra per controllare che tutto restasse in silenzio. Nessuno doveva sapere che quella notte, su quella nave, si sarebbero prese decisioni destinate a cambiare molte sorti.


Il primo ad arrivare fu Luzzatto, avvolto in un mantello nero foderato di velluto.

La sua figura alta e sottile si muoveva rapida, il cappuccio tirato basso sul viso, una mano guantata a tenere chiusa la veste sul petto. Si guardò attorno, scrutando i movimenti delle ombre lungo le calli, poi si affrettò verso la passerella del Speranza. Fece un cenno all’uomo di guardia, che lo riconobbe e gli aprì il passaggio senza una parola. La pioggia gli scivolava lungo la barba sottile, e il rumore sordo dei suoi stivali sulle tavole bagnate sembrava il battito di un tamburo che annuncia un presagio.....

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