I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 2 – Oltre la soglia: il confine spezzatoViaggio nella mente disturbata: tra realtà e delirio, la sottile soglia della follia negli archivi di OltrecolleLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Capitolo 2 – Oltre la soglia: il confine spezzato La biblioteca di Oltrecolle aveva ormai perso la sua neutralità di luogo di studio. Con il passare delle ore, era diventata una cattedrale del silenzio e della sospensione, consacrata a memorie inquietanti e segreti sepolti. Qui il tempo sembrava cedere, perdere consistenza, ogni oggetto – libro, sedia, scaffale – attendeva solo di essere risvegliato da una domanda, uno sguardo, una paura. La luce densa e polverosa filtrava dalle finestre opache e, a ogni variazione del giorno, sembrava che l’intera sala cambiasse pelle: il giallo spento del mattino lasciava il posto a una penombra verdastra, dove le ombre si allungavano tra gli scaffali, facendo sembrare i libri creature in agguato. Nell’aria stagnava un odore di carta antica e muffa, talmente intenso che Elena Fermi si trovava spesso a respirare piano, come per non disturbare le presenze silenziose che sembrava abitassero tra le pagine e le mensole. Perfino il ticchettio di un ramo contro il vetro suonava ossessivo, scandendo il tempo della lettura come il battito di un cuore inquieto. Seduta al tavolo di rovere, Elena sentiva crescere dentro di sé un’urgenza febbrile, quasi dolorosa, mentre tornava a immergersi nei diari di Fausto Morandi. Era come se, con ogni nuova pagina, la carta si facesse più sottile e le parole scivolassero direttamente nella sua mente, liberando visioni, presagi e un’angoscia che non le apparteneva. Sfogliando le pagine, Elena si imbatté in un fascicolo segnato solo da una “C.”. Sotto, una breve introduzione che era già una confessione:.....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 8: La Croce come MascheraAutopsie, depistaggi e intelligenza criminale: quando il delitto è costruito per ingannare chi indagaDicembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 8: La Croce come MascheraAndrea arrivò a Colico che era ancora buio, e il lago pareva un vetro scuro teso tra le montagne. Non aveva dormito, o forse aveva dormito male: quel tipo di sonno che sembra riposo ma lascia addosso una stanchezza più profonda. Il parcheggio dell’ospedale era quasi vuoto. Un lampione tremolava, come se anche la luce esitasse a restare. All’ingresso lo aspettava un infermiere anziano, uno di quelli che non fanno domande quando percepiscono che ogni parola è fuori posto. «Dottore… è lei quello dell’autopsia?» Andrea annuì. «Sono io.» «Il giudice ha detto che…» «Lo so.» Andrea interruppe con gentilezza, quasi per risparmiare entrambi. «Mi accompagni per favore.» L’ex sala settoria era stata riaperta in fretta. L’odore era quello tipico dei luoghi che hanno smesso di servire e poi vengono richiamati in servizio controvoglia: disinfettante, metallo, una punta di muffa che nessun detergente riesce a cancellare. Andrea si mise il camice e si lavò le mani più a lungo del necessario. Era un rito, sì, ma anche un modo per prendere tempo. Per prepararsi. Quando entrò, vide il telo bianco steso sul tavolo d’acciaio e un secondo telo piegato su una barella laterale. Due presenze. Una certa, una in attesa. «È il frate?» chiese Andrea. L’infermiere guardò altrove. «Sì. Quello… quello sul muro.» Andrea inspirò lentamente. Non voleva immagini nella testa. Voleva dati. Voleva carne e segni. Si avvicinò al tavolo e, con un gesto lento, scoprì il corpo. Il volto di Frate Leone aveva quel colore irreale della morte fredda: non livido, ma un pallore ceroso, come se il sangue avesse deciso di ritirarsi in silenzio. Gli occhi erano chiusi. La bocca leggermente socchiusa. Andrea fissò quel dettaglio più degli altri. A volte, la bocca racconta l’ultima lotta. I chiodi non c’erano più, ovviamente. Erano stati rimossi per staccare il corpo dal muro. Restavano i fori, puliti, quasi geometrici. Andrea chinò il capo e osservò i polsi. Poi i piedi. Poi di nuovo le mani, come se cercasse una conferma che ancora non voleva concedersi. «Chi ha fatto le prime foto?» chiese. «I carabinieri… e il medico di turno.»....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata
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L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 B: Il ritorno di Marina tra le luci del DuomoFuggita da un attentato e inseguita da un incubo, Marina cerca rifugio nel cuore di MilanoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 B: Il ritorno di Marina tra le luci del Duomo«Buonasera. Milano, piazza Duomo.» «A quest’ora?», chiede lui con un mezzo sorriso mentre avvia il tassametro. «Sì. È urgente.» Mi accomodo sul sedile posteriore. L’odore di disinfettante e tessuto sintetico mi riempie le narici. Fuori, il paese scorre lento, poi si perde dietro di noi. Le luci diventano linee, il buio della campagna un’unica massa compatta. Dopo una decina di minuti, chiedo con voce esitante: «Scusi… potrei usare un momento il suo telefono? Il mio si è rotto.» L’autista annuisce, allunga la mano con lo smartphone. «Certo, ma… per cortesia breve, devo tenere la linea libera per le chiamate del servizio.» «Sarà un minuto.» Compongo il numero di Caterina, la sola persona che posso ancora fidarmi di contattare. Mi risponde dopo due squilli. «Caterina, sono io… sì, sto bene. Più o meno. Ti spiego dopo. Ascolta, mi serve che tu venga a Milano, davanti alla Mondadori in piazza Duomo. Tra un’ora. È importante. Non chiedermi ora perché. Per favore, sii puntuale.» Resto in silenzio qualche secondo dopo aver riattaccato. Il cuore mi batte come un tamburo sordo. Rendo il telefono all’autista, ringrazio, poi mi abbandono sul sedile. Fuori, l’autostrada è un serpentone di luci bianche e rosse che si confonde nell’oscurità. Chiudo gli occhi.... ACQUISTA IL LIBRO
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Le Luci di Roccachiara. Capitolo 3: La Città dei Colori PerdutiUna favola per bambini e adulti sulla memoria, le storie condivise e il potere delle parole sincereLibro di racconti per bambini. Le Luci di Roccachiara. Capitolo 3: La Città dei Colori PerdutiA Roccachiara, dopo il ponte e dopo la domenica del bosco, la gente aveva ripreso a fare le cose di sempre. Ma Nico si accorgeva che, sotto la superficie, qualcosa era cambiato: si salutavano più spesso, si fermavano un attimo di più, e perfino le discussioni al bar sembravano meno cattive. Era come se il paese avesse imparato una piccola arte: quella di rallentare quando serve. Un lunedì mattina, però, successe qualcosa che nessuno aveva previsto. Nico uscì di casa e vide la casa gialla in fondo alla via — quella dove abitava Amina — e strabuzzò gli occhi. Il giallo non c’era più. La casa era… normale. Grigia. Non sporca, non rovinata: semplicemente grigia, come se qualcuno avesse preso un pennello e avesse cancellato il colore senza lasciare tracce. Nico corse verso casa di Amina, suonò il campanello e quando lei aprì, lui indicò il muro senza nemmeno parlare. Amina guardò la facciata e rimase immobile. Poi disse, con una voce che sembrava più piccola del solito: «Ieri era gialla.» Nico annuì. «Non posso essermi sbagliato.» Amina scosse la testa. «No. Non ti sei sbagliato.» La madre di Amina uscì dietro di lei, asciugandosi le mani. Guardò il muro, poi il cielo, come se il cielo avesse una colpa. «Strano…» mormorò. «Forse la luce.» Ma non era la luce. Era proprio il colore che mancava. A scuola, la voce girò in fretta. «La casa gialla è diventata grigia!» dicevano. Qualcuno rideva, qualcuno si spaventava. La maestra Claudia provò a riportare tutto alla calma: «Magari è un effetto dell’umidità, o un problema della pittura…» Poi, però, arrivarono altri segnali. Il pomeriggio, Nico passò davanti alla vecchia insegna del fornaio, che era rossa e bianca. Notò che il rosso sembrava sbiadito. Non sbiadito come col tempo: sbiadito come una fotografia che perde forza. E alla fermata dell’autobus, un cartellone con un enorme sole arancione sembrava… più spento. Amina lo raggiunse, inquieta. «Lo vedi anche tu?» Nico annuì. «Sì. Non è solo la tua casa.» Amina tirò fuori il taccuino. Da quando avevano iniziato a frequentare il bosco, lei scriveva sempre: mappe, frasi, appunti. Stavolta, però, il taccuino non sembrava un gioco. Sembrava un documento. «Stanotte ho sognato una città.» disse Amina. «Una città bellissima, piena di colori. Poi qualcuno spegneva le lanterne e i colori se ne andavano.» Nico sentì un brivido. «E dove era questa città?» Amina esitò. «Non lo so. Ma ho visto un nome su un arco: Cromavia.» Nico rise nervosamente. «Cromavia? Come… cromatico?» Amina lo guardò serio. «Sì. Ma nel sogno sembrava reale. E io…» abbassò la voce «io penso che non sia solo un sogno.» ACQUISTA IL LIBRO
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Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 5 – Il cuore nuovo dell’Homo sapiensUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza colleraRacconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 5 – Il cuore nuovo dell’Homo sapiens L’alba del 23 marzo 2025 si presenta grigia e stanca. La pioggia cade leggera sui lucernari di policarbonato del Kyoto Institute for Advanced Neuro-Economics, disegnando rivoli che si rincorrono verso le grondaie. La città si sveglia con lentezza, come chi sa di dover affrontare una giornata lunga e carica di domande.Nel seminterrato dell’istituto, i corridoi hanno l’odore rassicurante del cemento e quello più vivace del caffè americano che qualcuno ha dimenticato su un termos. È lì, in fondo a uno di questi corridoi, che una sala ovale ospita le due grandi macchine per la risonanza magnetica: due colossi silenziosi, collegati tra loro da un fascio di cavi che sembrano le vene di un animale misterioso. Natsumi Sugawara, ingegnera precisa e discreta, regola le impostazioni delle macchine con la pazienza di chi ha imparato a non farsi distrarre dalle notizie del mondo esterno. Il suo collega, Haruto Ishikawa, porta un camice sbottonato e occhiali sempre leggermente appannati. Ha una mano gentile e cerca di mettere a proprio agio i volontari, distribuendo cuffie e parole di incoraggiamento. In molti si sentono come studenti alla vigilia di un esame importante. Alcuni dei volontari hanno assunto una microdose di una pillola nuova, la LYL-8, che promette calma, serenità, una sorta di pace interiore artificiale. Altri hanno preso solo un placebo, identico nell’aspetto ma privo di effetto. Tutti, però, sono lì per partecipare a un esperimento che, forse, cambierà per sempre il modo in cui intendiamo la fiducia. Il test è una versione ripetuta del famoso Dilemma del Prigioniero: una prova di fiducia, in cui ciascuno deve scegliere se cooperare con l’altro o pensare solo a sé, sapendo che il risultato cambierà non solo il proprio punteggio ma anche quello della persona di fronte a sé. Il denaro in palio è solo virtuale, ma il peso delle scelte è reale, tangibile, come se ogni click sulla tastiera fosse una stretta di mano che può cambiare il corso di una relazione....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Ombre di Ambizione. Capitolo 11: La Pista SvizzeraIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoMaggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 11: La Pista SvizzeraDopo una giornata densa di tensione e scoperte inquietanti all'interno del castello di Corenno Plinio, Lucia Marini cercò rifugio nella tranquillità della terrazza del suo albergo, provando a riordinare i pensieri davanti a una tazza di tè caldo. La serenità del lago al tramonto offriva un momentaneo sollievo dalle pressioni delle indagini, ma la sua mente era ancora intensamente focalizzata sull'attesa degli esiti delle analisi affidate ai carabinieri. Mentre era immersa nei suoi pensieri, il titolare dell'albergo, Paolo, si avvicinò con un'espressione di discreta attenzione. Paolo: "Commissaria Marini, mi scusi se la disturbo, ma c'è una telefonata per lei. Una persona che desidera parlarle urgentemente." Lucia: "Grazie, Paolo. Sarò subito alla reception. Mi scusi un attimo." Lasciando la tazza di tè, Lucia si diresse velocemente verso il telefono, curiosa e leggermente preoccupata riguardo alla natura dell'urgente comunicazione. Sollò la cornetta con una certa apprensione. Lucia: "Commissaria Marini, buonasera. Con chi ho il piacere di parlare?" Alessandro Bianchi: "Buonasera, commissaria. Sono Alessandro Bianchi, il pilota dell'idrovolante. Spero di non disturbarla, ma volevo farle un invito." La sorpresa nella voce di Lucia era evidente, non aspettandosi una chiamata del genere in un momento così carico. Lucia: "Buonasera, signor Bianchi. No, non disturba affatto. Di che tipo di invito si tratta?" Alessandro: "Ebbene, pensavo... Dopo tutti questi eventi intensi e le indagini che sta conducendo, sà, in paese se ne parla molto, forse le farebbe piacere una serata di distensione. Mi piacerebbe invitarla a cena a Bellagio domani sera. Penso che un po' di relax possa fare bene." Lucia: "Questo è molto gentile da parte sua, signor Bianchi. Devo ammettere che l'idea di una pausa dalle indagini è allettante. Accetto volentieri il suo invito. Grazie."......#lagodicomo #corennoplinio© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro
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Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 9: Il Furto al Kaito MoriUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza colleraGiugno 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 9 – Il Furto al “Kaito Mori"La notte fra il 4 e il 5 aprile, a Osaka, era scesa densa e umida come la carta di riso inzuppata d’inchiostro. Al “Kaito Mori”, il vento scivolava fra le vetrate come un animale inquieto. Nei corridoi ipogei del laboratorio, i suoni erano attutiti, rarefatti. Il piano -3 – cuore ghiacciato del complesso – era immerso in una penombra azzurrina, illuminato soltanto dai neon e dalle luci di servizio che disegnavano sulle pareti fantasmi tremolanti. Alle 03:43, un’ombra si staccò dalla tromba delle scale di sicurezza. Inquadratura sfocata delle telecamere: figura minuta, zaino tecnico, tuta in tessuto nero opaco, maschera a semiviso senza loghi. Dietro, a distanza di sicurezza, un complice più alto, mani guantate, movimenti addestrati. Si muovevano con la precisione di una danza coreografata: uno davanti, l’altro subito dietro, senza mai sovrapporsi ai campi visivi dei sensori. Avevano studiato ogni angolo, ogni punto cieco. La porta d’accesso al bunker criogenico era uno scudo d’acciaio e codici biometrici. L’intruso si chinò, estraendo dal polsino un microtool connesso via wireless a una patch sotto la pelle. Un gesto, e un badge – perfetta clonazione di quelli usati dai dirigenti – lampeggiò verde. Il software di controllo, per una manciata di secondi, non riconobbe la discrepanza fra le impronte digitali e il volto coperto: il badge era valido, la persona no, ma il server venne ingannato. Una microdose di virus quantistico disabilitò la telemetria, restituendo un falso negativo ai sensori di pressione. Tutto sembrava regolare. 03:47: la porta scivolò di lato senza fare rumore. L’allarme criostoccaggi, sofisticato fino all’estremo, fu aggirato grazie a una pulsazione in controfase: la sirena cantò una nota sottile, quasi un grido lontano nella notte. Nessuno nei dormitori sentì davvero il suono; solo Miho Tanaka, la tecnica di turno, colta da un brivido istintivo, si irrigidì davanti al monitor, gli occhi fissi sulla linea verde che tremolava. Dentro il bunker, l’aria era glaciale e rarefatta...Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Ombre di Ambizione. Capitolo 1: Il FurtoIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoAprile 2024Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 1: Il Furtodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.La città di Milano si svegliava lentamente, avvolta in una nebbia densa che sembrava voler nascondere i suoi segreti più profondi. Le strade erano silenziose, interrotte solo dal rumore ovattato dei primi tram, mentre la città si preparava ad un altro giorno di rinascita. Nel fervido panorama industriale degli anni '50, un periodo segnato da un'esplosione di innovazione e da una rinnovata fiducia nel progresso tecnologico post-seconda guerra mondiale, emergeva la figura di MilanTech Industries. In un'epoca in cui tutto sembrava possibile, la città di Milano diventava il palcoscenico di una rivoluzione scientifica e tecnologica. Questa azienda, con sede nel cuore pulsante di Milano, si distinse presto come una delle più promettenti nel settore emergente delle materie plastiche. I suoi sviluppi rivoluzionari contribuirono significativamente al tessuto economico e scientifico globale. MilanTech Industries nacque grazie all'intraprendenza di un gruppo di ingegneri e chimici italiani, uniti dalla visione di sfruttare le potenzialità delle materie plastiche per migliorare la vita quotidiana. Non si trattava solo di un'impresa commerciale: era un sogno collettivo, un progetto ambizioso che puntava a rivoluzionare l'industria italiana e non solo. La fondazione dell'azienda coincise con un periodo di intensa ricerca scientifica e sviluppo tecnologico, in cui il potenziale delle plastiche come materiali versatili ed economici, stava appena cominciando a essere riconosciuto e sfruttato su larga scala. In questo contesto, MilanTech si posizionò come un faro di innovazione, promuovendo lo sviluppo di nuovi materiali capaci di trasformare interi settori industriali. Il vero salto di qualità per MilanTech Industries avvenne con lo sviluppo di una nuova forma di polipropilene, un polimero termoplastico che l'azienda riuscì a rendere più resistente, leggero e versatile rispetto a quanto disponibile sul mercato fino ad allora. I risultati ottenuti furono il frutto di anni di studio e sperimentazioni. Questo nuovo polipropilene aveva caratteristiche rivoluzionarie: era incredibilmente resistente agli agenti chimici, alle temperature estreme e all'usura, rendendolo ideale per un'ampia gamma di applicazioni, dall'industria automobilistica a quella alimentare, dal packaging all'elettronica. La sua versatilità poteva diventare il punto di forza dell'azienda, che l'avrebbe potuto esportare ovunque ci fosse bisogno di soluzioni affidabili e all'avanguardia. Il brevetto del nuovo polipropilene poteva segnare l'inizio di un'era di successo senza precedenti per MilanTech Industries. L'innovazione dell'azienda catturò l'attenzione dei mercati internazionali, con la potenzialità di creare a partnership strategiche, espansioni commerciali e la creazione di filiali in diversi paesi. Il polipropilene di MilanTech sarebbe diventato sinonimo di affidabilità e progresso. La capacità di MilanTech di offrire un prodotto superiore a un costo competitivo le poteva permettere di dominare rapidamente il mercato delle materie plastiche, contribuendo significativamente al boom economico dell'epoca. Milano non era solo la capitale della moda e del design, ma anche un simbolo di innovazione e intraprendenza industriale. Per i suoi sforzi, MilanTech ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui premi internazionali per l'innovazione e per il contributo al progresso tecnologico. L'azienda era un punto di riferimento per il settore, un simbolo del potenziale di un'industria che sapeva combinare progresso e responsabilità sociale..............© Vietata la RiproduzioneAcquista il libro
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I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 11: Un Mistero Nascosto nelle Cartelle ClinicheElena scopre una sconcertante interruzione nei dossier di Morandi. Cosa nasconde il passato?Luglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 11: Un Mistero Nascosto nelle Cartelle ClinicheElena si immerse nei fascicoli, uno dopo l’altro, scorrendo le cartelle cliniche compilate da Morandi con attenzione quasi ossessiva. Le diagnosi che trovava erano puntuali, articolate, prive di superficialità: sintomi descritti con cura, valutazioni dettagliate, tracciati di terapie, note sull’evoluzione clinica di ciascun paziente. Sembrava che ogni caso fosse stato seguito con rigore e partecipazione, almeno fino a un certo punto. Poi, scorrendo i fascicoli in sequenza cronologica, Elena si ricordò di un dettaglio che aveva visto la prima volta che aveva letto alcuni fascicoli: tutti i dossier si interrompevano, quasi bruscamente, nello stesso periodo. Dopo quella data, che coincideva più o meno con la metà del suo incarico a Oltrecolle, sembrava aprirsi una lunga parentesi di silenzio. Le annotazioni riprendevano solo un paio d’anni dopo, senza spiegazioni, come se nulla fosse accaduto nel frattempo. Era come se una parte della storia fosse stata cancellata o tenuta nascosta tra le pieghe di quei documenti. Si chiese cosa dovesse davvero indagare. Era lì per valutare lo stato psichiatrico attuale di Morandi, come richiesto dal Professor Visconti? O il vero nodo stava nell’attività clinica passata, nel modo in cui aveva lavorato con i pazienti e nei motivi di quella lunga sospensione improvvisa? Si domandò se Visconti desiderasse un profilo psichiatrico di Morandi oppure una sorta di inchiesta sul suo operato professionale, sulle scelte compiute nel reparto e su ciò che poteva aver lasciato tracce più sottili, o addirittura pericolose,nelle vite dei suoi pazienti. Ma, soprattutto, restava il mistero di quei due anni senza annotazioni. Cos’era accaduto in quel tempo? Perché Morandi aveva smesso di scrivere, di registrare casi, di affidare alle cartelle cliniche il filo conduttore del suo lavoro? Un dubbio le si fece strada: che proprio quel vuoto, quel silenzio burocratico, fosse la vera chiave del mistero. E forse, pensò Elena, la risposta non era sepolta tra i numeri e le diagnosi, ma altrove, nel non detto, nel mancato racconto, nelle assenze più che nelle presenze. E in quel momento, seduta nella penombra della biblioteca, comprese quanto fosse sottile il confine tra il ruolo del medico, dell’investigatore, e quello, dolorosamente umano, di chi cerca una verità che forse non si lascerà mai afferrare del tutto....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Il Bosco che Parlava Sottovoce. La Fiaba di Nico e AnimaIl Bosco che Parlava Sottovoce - La storia di Nico, del fontanile nascosto e della radura dei racconti Nel paese di Roccachiara le giornate avevano un suono preciso: il rintocco delle biciclette sul selciato, le serrande che si alzavano a scatti, le voci che correvano da un balcone all’altro come palline rimbalzate. Persino il vento, lì, sembrava più frettoloso: si infilava tra le case, faceva sbattere una persiana e poi scappava via, come se avesse un appuntamento. Nico, che aveva dieci anni e un ciuffo ribelle sempre pronto a cadere sugli occhi, viveva bene in quel rumore. Anzi: lo preferiva. Il silenzio gli sembrava una cosa strana, quasi una stanza vuota dove non sai bene dove mettere le mani. Quando usciva da scuola, Nico parlava. Parlava tanto. Raccontava a sua madre la partita in cortile, i soprannomi dei compagni, l’ultima battuta inventata con gli amici. Se un pensiero gli passava per la testa, lui lo prendeva al volo e lo buttava fuori, come un aquilone che non vuole restare nella scatola. Ma c’era un posto, a Roccachiara, dove il rumore cambiava qualità e diventava diverso. Era il Bosco del Fontanile, appena oltre l’ultima fila di case, dove l’asfalto finiva e iniziava un sentiero di terra chiara. Lì, le voci del paese si spegnevano come lampadine quando chiudi l’interruttore. Restavano i passi, le foglie, i fruscii. E qualcos’altro. Nico non andava spesso al bosco. Non perché ne avesse paura: semplicemente, non ci trovava niente di “utile”. Un bosco non segna gol, non fa video divertenti, non ti dice chi ha ragione in una discussione. Poi, un sabato di fine primavera, sua madre gli disse: «Vado al mercato con zia Laura. Tu vieni?» Nico sbuffò. «No, mi annoio.» «Allora vai con il nonno. Deve controllare il fontanile e vedere se le piogge hanno rovinato il sentiero.» Nico sgranò gli occhi. «Il fontanile? Nel bosco?» «Sì. E magari fai qualcosa che non sia stare sul divano. Ti farà bene.» Il nonno Tito era un uomo dal passo lento e dallo sguardo che pareva sempre ascoltare anche quando non parlava. Portava un cappello di paglia un po’ storto e una borraccia vecchia che tintinnava. Quando Nico uscì, il nonno era già pronto, con una piccola cassetta di attrezzi e una corda arrotolata. «Andiamo?» chiese il nonno. Nico lo seguì, trascinando le scarpe sul selciato. Si aspettò un discorso lungo, una lezione. Invece il nonno disse solo: «Oggi il bosco è in buona giornata.» «Che significa?» «Che se sai ascoltare, ti restituisce qualcosa.» Nico quasi rise. “Il bosco che restituisce”, pensò. Sembrava una storia da bambini più piccoli. Ma non disse nulla: al nonno non piacevano le prese in giro. Quando arrivarono al limitare del Bosco del Fontanile, Nico notò una cosa: il nonno abbassò istintivamente la voce. Non lo fece con paura, ma come si fa entrando in una biblioteca o in una chiesa, dove perfino i pensieri camminano piano. Il sentiero era morbido, punteggiato da pietre e radici. I raggi del sole filtravano tra i rami come strisce dorate. E nell’aria c’era quell’odore di terra umida e resina che sembra un ricordo antico, anche se lo senti per la prima volta. Dopo qualche minuto, Nico avvertì una sensazione strana: aveva voglia di parlare, ma le parole gli uscivano più piccole, come se anche lui, senza volerlo, stesse imparando a stare nel posto giusto. Passarono accanto a un grosso faggio con la corteccia segnata da nodi e piccole cicatrici. Il nonno lo sfiorò con la mano come si sfiora la spalla di un amico. «Nonno… ma perché fai così?» «Perché questo albero era qui quando io ero un bambino» «E allora?» «Allora è come una pagina di un libro. Non la strappi, se vuoi che la storia continui.» Nico stava per rispondere, ma qualcosa lo fece voltare. Dal sottobosco, vicino a un cespuglio di noccioli, comparve una ragazzina con una giacca leggera verde e uno zaino. Aveva capelli scuri raccolti in una treccia e occhi attenti, come se stesse cercando un dettaglio nascosto. «Ciao!» disse lei, con un sorriso rapido..... ACQUISTA IL LIBRO
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Oltre la Vetta: Il Viaggio Interiore dei Fratelli Messner sul Nanga Parbat. Capitolo 1: Il Richiamo della MontagnaPreparativi, Speranze, Sfide e Tragedie al Cospetto del Nanga Parbat. Capitolo 1: Il Richiamo della MontagnaAprile 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.L'alpinismo, nella sua essenza più pura, è sempre stato più di una semplice conquista fisica. Per molti, rappresenta un profondo viaggio interiore, un dialogo tra l'uomo e la natura che trascende i confini della mera avventura fisica. Nessuna storia incarna meglio questa verità di quella della prima salita del Nanga Parbat nel 1970 attraverso la sua imponente parete nord del Rupal da parte dei fratelli Reinhold e Günther Messner. Questa epica ascesa non solo segnò un capitolo cruciale nella storia dell'alpinismo ma anche nel cuore e nell'anima di chi osò affrontarla.Cosa è la Parete Nord del Ruplal sul Nanga Parbat La Parete Nord del Rupal sul Nanga Parbat, spesso descritta come la "parete più alta della Terra", rappresenta una delle sfide più formidabili e impressionanti nell'ambito dell'alpinismo. Con un'altezza verticale di circa 4.600 metri dalla sua base fino alla cima, questa parete è situata sul lato sud della montagna e fa parte del massiccio del Nanga Parbat, che è il nono più alto del mondo, elevandosi a 8.126 metri sul livello del mare.Negli anni '60, la parete nord del Rupal era considerata da molti alpinisti un "ultimo problema dell'Himalaya", un obiettivo estremamente ambito ma altrettanto temuto per le sue difficoltà tecniche, i rischi oggettivi e le sfide logistiche. La parete presentava (e presenta ancora) una combinazione formidabile di ostacoli, tra cui pendii ghiacciati estremamente ripidi, pareti rocciose quasi verticali, e il pericolo costante di valanghe e cadute di sassi. La sua immensità e il suo isolamento aggiungevano ulteriori livelli di difficoltà, rendendo ogni tentativo di scalata un'impresa seria e rischiosa.La percezione degli alpinisti negli anni '60 era fortemente influenzata dalle storie di precedenti spedizioni che avevano tentato di conquistare il Nanga Parbat, alcune delle quali avevano avuto esiti tragici. Tuttavia, questa reputazione contribuiva anche ad alimentare il fascino e l'attrazione verso il Nanga Parbat, poiché alpinisti di tutto il mondo vedevano nella sua conquista non solo una sfida sportiva estrema, ma anche un'opportunità per testare i limiti dell'endurance umana e della capacità tecnica. Profilo dei Principali Alpinisti Reinhold Messner: Considerato uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, Reinhold era noto per la sua straordinaria forza fisica, la sua volontà di ferro e la sua filosofia di vita avventurosa. Pioniere dello stile alpino nelle grandi montagne, la sua visione dell'alpinismo enfatizzava la purezza dell'esperienza e il rispetto profondo per la natura. Oltre alla sua carriera in montagna, è un difensore appassionato della conservazione ambientale e un autore prolifico, con numerosi libri che esplorano la filosofia dell'avventura e dell'esplorazione. Günther Messner: Fratello minore di Reinhold, Günther condivideva la passione per l'alpinismo e l'avventura. Sebbene meno conosciuto del fratello, la sua competenza tecnica e la sua resistenza erano fondamentali per il successo delle loro imprese congiunte. La loro stretta relazione fraterna e la fiducia reciproca erano evidenti in tutte le loro scalate, con Günther che svolgeva un ruolo cruciale nel supportare le ambizioni alpinistiche di Reinhold.La squadra era composta anche da altri alpinisti di talento, ognuno dei quali portava competenze e esperienze vitali alla spedizione. Tuttavia, il focus emotivo e narrativo rimane sui fratelli Messner, il cui legame profondo e la visione condivisa erano al cuore dell'impresa. Il Nanga Parbat, noto anche come la "Montagna Assassina", si erge maestoso tra le vette dell'Himalaya, sfidando gli alpinisti con le sue pendici inospitali e le sue condizioni estreme. Eppure, fu proprio questa montagna a richiamare i fratelli Messner, attirandoli con la promessa di un'avventura che avrebbe messo alla prova, non solo il loro coraggio e la loro resistenza, ma anche la loro volontà e il loro spirito. La decisione di affrontare la parete nord del Rupal, la più alta parete rocciosa del mondo, era emblematica del loro desiderio di esplorare i limiti dell'essere umano, di sfidare se stessi contro le forze della natura in una delle sue forme più incontaminate e temibili. L'attrazione di Reinhold e Günther Messner verso il Nanga Parbat non era motivata semplicemente dal desiderio di successo o dalla fame di riconoscimenti, piuttosto, rifletteva una connessione spirituale con la montagna, una comprensione che la scalata era tanto un viaggio verso l'interno quanto un'ascesa fisica. Vedevano la montagna come un luogo di prova e rivelazione del sé, un'arena dove potevano confrontarsi con i loro limiti più profondi, superare le loro paure e scoprire la propria essenza più autentica. Questa visione dell'alpinismo, radicata in una cultura che valorizza l'autenticità dell'esperienza e il rispetto profondo per la natura, li distingueva in un'epoca in cui l'esplorazione delle grandi vette era spesso dominata dalla conquista piuttosto che dalla comprensione. Il loro approccio era antitetico alla nozione di dominio sull'ambiente; piuttosto, cercavano un dialogo, una sorta di comunione con la montagna, che li vedeva come ospiti piuttosto che come conquistatori.La scelta di scalare la Parete del Rupal del Nanga Parbat era dunque un'affermazione di principi e valori. Non si trattava solo di affrontare una sfida fisica estrema, ma di intraprendere un percorso di ricerca interiore che li avrebbe trasformati. La montagna, con le sue impervie pareti e il suo ambiente inospitale, era il medium attraverso il quale i Messner cercavano risposte a questioni esistenziali, un luogo dove la lotta per la sopravvivenza esterna si specchiava in una battaglia interna per la comprensione di sé. In questa luce, il Nanga Parbat non era semplicemente una montagna da scalare, ma un passaggio verso una più profonda consapevolezza di sé. La loro ascesa si proponeva di esplorare non solo i confini geografici dell'Himalaya, ma anche i confini interiori dell'anima umana. La Parete del Rupal diventava così un simbolo potente della ricerca umana di significato, un luogo dove la fisicità della scalata si intrecciava indissolubilmente con lo spirito di chi osava affrontarla. Le Motivazioni alla Base della Spedizione Al centro dell'organizzazione della spedizione c'erano diverse motivazioni. Primo, vi era il desiderio di superare una delle sfide alpinistiche più ardue e pericolose dell'epoca. La Parete del Rupal del Nanga Parbat era considerata la "parete assassina", un muro di 4500 metri che rappresentava uno degli ultimi problemi irrisolti dell'alpinismo himalayano. La sua conquista prometteva non solo un posto nella storia dell'alpinismo ma anche un'opportunità per i fratelli Messner di testare i loro limiti fisici e psicologici. Secondo, c'era una spinta verso l'innovazione tecnica e tattica nell'alpinismo. I fratelli Messner erano pionieri dello stile alpino nell'Himalaya, un approccio che privilegiava la leggerezza, la velocità e l'autosufficienza rispetto alle spedizioni pesanti e assai supportate che erano la norma. Questo stile rifletteva un rispetto più profondo per la montagna e una ricerca di un'esperienza più pura e diretta. Terzo, la spedizione rappresentava un viaggio interiore, una ricerca di significato oltre i confini del mondo conosciuto. Per i Messner, come per molti alpinisti, la montagna era un luogo di riflessione spirituale, un ambiente dove confrontarsi con le proprie paure, dubbi e aspirazioni più profonde. La decisione di intraprendere la scalata della Parete del Rupal era quindi il risultato di una complessa interazione di motivazioni personali, professionali e filosofiche. Per i fratelli Messner e per i loro compagni di squadra, la spedizione rappresentava l'apice di una vita dedicata alla ricerca dei limiti dell'umano possibile, sia fisicamente che spiritualmente. La montagna chiamava, e loro rispondevano non solo con i loro corpi e le loro menti, ma con tutto il loro essere. In questo primo capitolo della loro straordinaria avventura, il richiamo della montagna emerge non solo come una sfida fisica ma come una chiamata alla scoperta di sé, un invito a entrare in un dialogo con l'infinito.Alla vigilia della partenza, mentre i fratelli Messner ultimavano i preparativi, si trovavano di fronte a una confluenza di emozioni. L'entusiasmo per l'imminente avventura si mescolava a un senso di riverenza e umiltà davanti alla maestosità del Nanga Parbat. Era chiaro che ciò che stavano per affrontare non era un semplice traguardo fisico; era una peregrinazione verso gli abissi più profondi della loro esistenza. La montagna, con la sua imponenza e la sua ineludibile presenza, li chiamava a una sfida che era tanto contro se stessi quanto contro gli elementi naturali. La notte prima della partenza, sotto un cielo stellato che sembrava quasi un presagio del percorso insidioso che li attendeva, Reinhold e Günther condivisero un momento di quiete riflessione. Consapevoli del fatto che il viaggio che stavano per intraprendere avrebbe potuto cambiarli in modi che allora potevano solo immaginare, si promisero l'un l'altro di affrontare ogni difficoltà con coraggio e determinazione, mantenendo sempre un profondo rispetto per la montagna che si apprestavano a scalare. Questa connessione quasi mistica con il Nanga Parbat non era solo una testimonianza del loro amore per l'alpinismo, ma rifletteva anche una comprensione più ampia del loro posto nel mondo. Vedevano la montagna non solo come un avversario da conquistare, ma come un maestro severo e imparziale, capace di impartire lezioni di vita profonde e durature.Avvicinamento al Campo BaseLa spedizione sarebbe iniziata con l'arrivo dei fratelli Messner e del resto del team all'aeroporto di Rawalpindi, vicino a Islamabad, che all'epoca era il principale aeroporto internazionale che serviva la capitale del Pakistan.Dopo l'arrivo, la squadra avrebbe organizzato il trasferimento verso il nord del Pakistan, direzione Gilgit o Chilas. Data l'epoca, è probabile che abbiano viaggiato per strada, affrontando un lungo e arduo viaggio attraverso la Karakoram Highway (KKH), che era in fase di costruzione in quegli anni e non completamente operativa come oggi. Questo viaggio avrebbe offerto loro la prima vera visione della maestosità e della sfida rappresentata dalle montagne dell'Himalaya e del Karakorum.Da Gilgit o Chilas, il team avrebbe proseguito verso il villaggio di Tarashing, situato alla base del versante. Questa parte del viaggio avrebbe potuto essere compiuta utilizzando mezzi di trasporto locali disponibili come camion o jeep adattati per gestire le strade di montagna.L'ultima parte del viaggio verso il campo base del Nanga Parbat avrebbe comportato un trekking di più giorni attraverso paesaggi montani imponenti. Questo percorso avrebbe messo alla prova la loro resistenza e avrebbe segnato l'inizio del loro adattamento all'altitudine. I fratelli Messner e il loro team avrebbero portato con sé attrezzature, cibo e altri materiali necessari, affidandosi anche all'aiuto di portatori locali per trasportare i pesi più ingenti.Il capitolo si conclude con i fratelli Messner che si avviano verso la base della Parete del Rupal, le loro figure piccole ma risolute contro l'immenso sfondo della montagna. In questo momento di partenza, erano pienamente consapevoli della grandezza della sfida che avevano scelto di affrontare, ma erano guidati da un irriducibile spirito di avventura e da una sete insaziabile di conoscenza.Il loro passo era fermo, il cuore pieno di speranza e la mente aperta alle infinite possibilità che il Nanga Parbat aveva da offrire. Era l'inizio di una leggendaria impresa alpinistica, ma anche di una profonda odissea personale che avrebbe lasciato un'impronta indelebile sulla loro vita e sull'intero mondo dell'alpinismo. © Vietata la Riproduzione
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La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 2: Ida Pavan e l’educazione sentimentale di un conte improbabileAlluvioni, conventi e conti poco promettenti: Ida Pavan impara a resistere alla vita, mentre Gianalberto impara soprattutto ad aspettarlaGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo-ironico: La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 2:Ida Pavan e l’educazione sentimentale di un conte improbabileIda Pavan era una donna minuta, segnata dal tempo come certi muri di cascina che hanno preso pioggia, sole e nebbia per decenni, eppure ancora in piedi, con una tenuta che non si spiegava. Aveva settantotto anni e un’energia che, vista da fuori, sembrava quasi un dispetto alla logica: si muoveva rapida, precisa, con quella fretta tranquilla di chi ha imparato da bambina che il tempo è una cosa concreta, che si consuma e non torna. Era nata nel Polesine, una terra piatta e ostinata, dove l’orizzonte è una riga e il cielo, d’inverno, sembra abbassarsi fino a toccare i campi. La sua famiglia era di contadini, sì, ma “contadini” era una parola troppo gentile. Sarebbe stato più corretto chiamarli fittavoli, gente senza terra e senza una casa propria, che campava lavorando la terra altrui, pagando affitti e debiti con fatica e silenzio. Erano sempre un passo dietro alla vita: un passo dietro al pane, un passo dietro al carbone, un passo dietro alle scarpe. La fame non era una sensazione, era un sottofondo. Uno di quei rumori che, se ci vivi dentro, smetti perfino di notare. E il freddo non restava fuori, non era una cosa che si pativa solo nei campi: il freddo entrava in casa, si infilava nelle fessure dei muri, rimaneva nei letti, nelle mani, nelle ossa. Ida imparò presto che la “casa” era un posto dove ci si riparava dal peggio, non un luogo dove stare bene. Poi venne l’alluvione del 1951. In Polesine la ricordano ancora come si ricordano le cose che cambiano la geografia e il carattere delle persone. Il Po si gonfiò come una bestia ferita e, quando gli argini cedettero, l’acqua non entrò: invase. Arrivò con una calma spaventosa, perché l’acqua, quando decide di arrivare, non ha fretta. Si stese nei campi, salì nei cortili, entrò nelle stalle, si infilò nelle case. Portava con sé odore di fango, di legno marcio, di paglia bagnata, di morte e di un silenzio strano, interrotto solo da grida lontane, dal ragliare degli animali e dal rumore di oggetti che cadevano. Ida aveva quattro anni. A quell’età non capisci la tragedia, capisci solo che tutto cambia troppo in fretta. Vide la madre impacchettare in fretta quello che si poteva portare: qualche straccio, una coperta, un pezzo di pane secco. Vide il padre con le mani sporche di fango e gli occhi iniettati di paura, una paura trattenuta perché anche la paura, in certe famiglie, è un lusso. La casa si riempì d’acqua, il pavimento sparì sotto una superficie opaca. Le sedie galleggiavano, i catini urtavano contro le pareti, e il freddo dell’acqua risaliva come una malattia. Dovettero lasciare tutto. Come tante altre famiglie, con la stessa dignità disperata: nessuno piangeva davvero, perché piangere richiede tempo, e loro avevano solo l'urgenza. L’urgenza di salvare la pelle, l’urgenza di trovare un posto asciutto, l’urgenza di non perdere anche quel poco che restava: i bambini. Ma Ida, a quattro anni, era il tipo di “poco” che pesa moltissimo quando non hai nulla. Non perché i genitori non l’amassero. È che in certe condizioni l’amore si riduce a sopravvivere. E sopravvivere significa fare scelte sporche, scelte che non si raccontano, scelte che poi ti restano sulla lingua come ferro. Così, in mezzo al caos della piena e dell’esodo, quando i paesi diventavano file di persone con fagotti e animali al guinzaglio, quando il futuro si restringeva a “oggi” e “domani”, Ida divenne — senza colpa e senza colpevoli — più una bocca da sfamare che una figlia. Una bocca piccola, certo, ma una bocca in più. La portarono dal parroco. Il prete del paese, insieme alle suore, stavano raccogliendo i bambini più bisognosi. Li mettevano in fila, li contavano, li lavavano come potevano, cercavano di dare loro un nome e una destinazione. Era un’opera di salvataggio fatta con mezzi poveri e con una tenacia che, in un certo senso, somigliava a quella dei fittavoli: anche loro non possedevano nulla, eppure provavano a tenere insieme il mondo con le mani. Ida non capì subito. Pensò fosse una visita, un passaggio, una cosa temporanea. I bambini non capiscono gli addii finché non diventa troppo tardi. I genitori parlarono poco. Ci sono parole che, in certe famiglie, non si pronunciano perché farebbero crollare tutto. Il parroco annuì, le suore presero Ida per mano, e la mano della madre, per un attimo, esitò. Poi si staccò. Una scelta breve, un taglio netto, fatto in nome di una speranza: che altrove Ida potesse almeno mangiare. Da lì iniziò il suo pellegrinaggio. Di parrocchia in parrocchia, di associazione caritatevole in associazione caritatevole, Ida emigrò dal Veneto verso la Lombardia come migravano allora i disperati: senza una vera partenza e senza un vero arrivo, spostata più che accompagnata, passata di mano come una lettera urgente. Ricordava stazioni, corridoi lunghi che odoravano di minestra, camerate con letti allineati, voci di suore che parlavano piano e deciso, e quell’ansia costante di fare la brava, perché essere “brava” era l’unico modo per non finire indietro. Arrivò a Pavia, in un convento di suore clarisse. Il convento era un mondo a parte: muri spessi, finestre alte, regole che sembravano scritte nell’aria. Lì, per la prima volta, Ida ebbe una routine. Non era libertà, ma era stabilità. Si svegliavano presto, pulivano, aiutavano in cucina, imparavano a stare in silenzio quando richiesto. Le suore non erano cattive: erano severe nel modo in cui sa essere severa chi ha poco tempo e molte responsabilità. Ed avevano una missione concreta: far sopravvivere quei bambini, trasformarli in persone “utili” per qualcuno. Quando Ida compì otto anni, la badessa iniziò a preoccuparsi del futuro di quei piccoli ospiti come ci si preoccupa di una scorta che sta per finire. Non potevano restare lì per sempre. Il convento non era una famiglia, era un ponte. E un ponte, per quanto solido, serve a passare. Fu così che la badessa si mise a “sistemare” i bambini presso famiglie benestanti: case dove servivano braccia, ma che potevano anche garantire un letto, un piatto caldo, qualche vestito. Era un patto non scritto, un compromesso ruvido: lavoro in cambio di sopravvivenza. Per Ida significò un trasferimento ulteriore, un altro taglio, un altro “da oggi”. Quando le dissero che sarebbe andata in Lomellina, Ida non sapeva nemmeno cosa fosse. La accompagnarono in treno, con un fagottino e un nome in tasca. Arrivò a Sommo Lomellina in un giorno di luce piatta, con l’aria che odorava di acqua e di terra, e la cascina dei Marchetti davanti a sé, grande e seria, come una cosa che non si discute. Fu quindi consegnata alla famiglia del conte Marchetti. C’era un ordine diverso in quella casa, una disciplina agricola che Ida riconobbe subito: non perché l’avesse vissuta, ma perché era fatta della stessa materia della sua infanzia — fatica, regole, ruoli — solo senza fame. E lei, piccola com’era, capì in fretta cosa ci si aspettava da lei: non lacrime, non domande, non ricordi. Presenza. Obbedienza. Utilità. Eppure, mentre varcava quella soglia, Ida provò qualcosa che non si sarebbe concessa facilmente: non gioia, non speranza, ma un sollievo semplice e enorme. L’odore del pane in cucina, un pavimento asciutto, una stanza che non tremava di vento. Era poco, forse. Ma per una bambina del Polesine che aveva visto l’acqua portarsi via una casa e la povertà portarsi via un’infanzia, quel poco era già una specie di fortuna. E fu lì, tra i muri della cascina Marchetti — che un giorno si sarebbe chiamata Cascina del Pellicano — che Ida Pavan iniziò la sua seconda vita. Non come bambina, non del tutto come figlia, ma come una presenza necessaria. Una di quelle che nessuno ringrazia apertamente, e che però, senza fare rumore, tengono in piedi le cose quando tutto il resto sta già cedendo. Dai conti Ida aveva fatto di tutto. All’inizio serva, senza nome e senza orari, poi, crescendo, cameriera personale della contessa, un ruolo che non le dava potere ma responsabilità, che era la sola forma di riconoscimento concessa a chi non apparteneva alla famiglia. Ida lavorava in silenzio, con quella precisione attenta di chi sa che l’errore, per gente come lei, non è mai solo un errore ma una colpa. La casa dei Marchetti era grande, ordinata, scandita da ritmi antichi. Ogni cosa aveva il suo posto e ogni persona il suo perimetro. Ida imparò presto a muoversi senza farsi notare, a comparire solo quando serviva, a sparire subito dopo. Era diventata parte dell’arredamento umano della cascina: indispensabile e invisibile, come una porta che nessuno guarda finché non manca. Poi nacque Gianalberto. Un bambino bruttino, diciamolo senza indulgenze inutili. Non brutto in modo tragico, ma in quel modo incerto che lascia sempre il dubbio che, crescendo, possa migliorare. Aveva un pianto strano, soffocato, che sembrava più una risata sommessa che un lamento vero. Un suono che metteva a disagio, perché non chiamava davvero aiuto e non esprimeva dolore: pareva il commento ironico di qualcuno che non aveva molta voglia di essere al mondo. Forse anche la contessa se ne rese conto. Forse, in un angolo della sua coscienza, intuì di non averci messo tutto l’impegno possibile nel generare quel figlio e che il risultato, in effetti, non era stato eccellente. Ma tant’è: figlio era, e figlio sarebbe rimasto. E, dettaglio non trascurabile, conte. Le gerarchie, almeno quelle, non si discutevano. Ida lo seguì fin da subito. Le fu praticamente consegnato, come si consegna una responsabilità che nessuno ha voglia di esercitare fino in fondo. E Ida, che ai castighi divini credeva davvero, cominciò a sospettare che quello fosse uno di essi. Non una punizione rumorosa, non una disgrazia plateale, ma una prova sottile, fatta di pazienza da consumare giorno dopo giorno. Il bambino, già penalizzato da un nome impronunciabile — Gianalberto, tutto attaccato, senza respiro — non faceva altro che dormire o infilarsi le piccole dita nel naso. Poi passava minuti interminabili, assorto, a osservare sulle dita il frutto del suo lavoro, con un’attenzione quasi scientifica, come se stesse studiando un fenomeno degno di riflessione. Ida lo guardava, sospirava, e lo puliva senza commenti. Aveva imparato presto che commentare non serviva a nulla. La casa ribolliva di giocattoli degni di un conte. Cavallini a dondolo intagliati nel legno, trenini lucidissimi, biciclette senza pedali costruite apposta per iniziare prima degli altri, soldatini di stagno schierati come piccoli eserciti pronti a una guerra che non sarebbe mai arrivata. Tutto inutile. Gianalberto non mostrava alcun interesse per quel ben di Dio. Preferiva il cuscino del cane, caldo e vissuto, e soprattutto il suo gioco preferito: il meticoloso distacco dei corpi estranei dal naso. Era un bambino che non chiedeva, non pretendeva, non sognava ad alta voce. Stava. E stando, occupava spazio senza giustificarlo. Un’occupazione che Ida, con il suo senso pratico della vita, trovava già allora sospetta. Man mano che gli anni passavano, la contessa perse ogni tipo di interesse per il piccolo conte. All’inizio aveva provato a convincersi che fosse solo una fase, che l’ambizione sarebbe arrivata più tardi, che l’energia si sarebbe manifestata all’improvviso, come una fioritura tardiva. Per Dio! - Esclamava - tra se e se. Dovrà essere un uomo! Ma il tempo passava e Gianalberto restava uguale a se stesso: apatico, distratto, impermeabile alle aspettative. Durante le messe della domenica, seduta composta nella parrocchia di Sommo, la contessa si sorprendeva a fissare il crocifisso con una concentrazione insolita. Negli attimi di raccoglimento più intimi, quando le preghiere diventavano pensieri e i pensieri diventavano colpe, anche lei arrivò a formulare quell’idea che Ida aveva avuto in silenzio molto prima: che Gianalberto fosse una punizione divina. Non una punizione per qualcosa di preciso, ma per un insieme di mancanze non nominate. Un figlio senza slancio come monito contro l’orgoglio, contro la presunzione di continuità, contro l’idea che il sangue nobile basti a garantire un futuro. Ida, che quelle cose non le avrebbe mai dette ad alta voce, continuava intanto a crescerlo. Lo vestiva, lo lavava, lo accompagnava, lo osservava con uno sguardo a metà tra la rassegnazione e una forma ruvida di affetto. Non lo giudicava più. Lo prendeva com’era, come aveva imparato a prendere la vita: senza aspettarsi miracoli, ma senza smettere di fare il necessario. E in quel necessario, fatto di piccoli gesti ripetuti e di silenzi pieni, Ida Pavan stava già preparando — senza saperlo — l’unica educazione che Gianalberto avrebbe davvero ricevuto: quella di chi ti resta accanto anche quando non sembri meritare attenzione. Di punizione divina in punizione divina, il povero conte crebbe. Crebbe in salute, questo sì, robusto il giusto, senza malanni degni di nota, ma assai poco in istruzione. Sui libri, diciamo la verità, era svogliato. Anzi no: era un asino. Non un asino di prima classe, di quelli che fanno notizia, ma un asino lento, silenzioso, che ti cammina accanto senza che nessuno trovi il coraggio di fare alcunchè. Nessun insegnante, infatti, ebbe mai l’ardire di raccontare alla contessa di che pasta fosse fatto suo figlio. Nessuno osava pronunciare parole come “lavativo”, che pure sarebbe stata la definizione più onesta. Gianalberto non era un sobillatore, non disturbava la classe, non rispondeva male. Era semplicemente insulso. Un bambino senza sussulti, senza curiosità, senza quella scintilla minima che permette a un adulto di dire: “Ecco, da qui potremmo partire”. Le classi venivano superate una dopo l’altra con una regolarità sospetta. Le promozioni fioccavano, ma non per merito: per rispetto. Per dovere sociale, per quieto vivere, per evitare colloqui imbarazzanti in salotti dove il tè veniva servito con troppa cura per ospitare anche la verità. Così Gianalberto passava, avanzava, cresceva di grado come si cresce d’età: senza fare nulla di specifico, se non resistere al tempo. Quando uscì dalle scuole dell’obbligo per approdare alle scuole superiori, nessuno festeggiò davvero, ma nessuno protestò. I libri scolastici che teneva in camera, al termine di otto anni di scuola, avevano una caratteristica singolare: se aperti, scrocchiavano. La colla della rilegatura era ancora integra, intatta, come se quei volumi fossero stati progettati per essere conservati più che letti. Gianalberto ne era segretamente orgoglioso. Lo considerava un segno di grande rispetto per la cultura: non averla mai disturbata. A casa viveva praticamente solo con Ida. I genitori c’erano, certo, ma come presenze decorative. Quando accoglievano ospiti — cosa che accadeva ancora, per tradizione più che per piacere — confinavano Gianalberto nelle stanze della servitù. Avevano una paura precisa e poco confessabile: che aprisse bocca e dicesse qualcosa a sproposito. Non per malizia, ma per mancanza di filtri. Il silenzio, in quel caso, era considerato una forma di buona educazione preventiva. Ida, che a modo suo gli voleva bene, cercava di spronarlo. Con quella concretezza da donna che ha visto l’acqua portarsi via le case e sa che il mondo non aspetta nessuno, gli diceva di fare ciò che un ragazzo di quattordici anni faceva normalmente. Di uscire. Di farsi un giro in bicicletta. Di invitare qualche amico. Di chiedere in prestito un cavallo al padre per girare la campagna, respirare, vedere altro oltre ai muri della cascina, magari anche provare a baciare una ragazza. Gianalberto annuiva, prometteva vagamente, poi non faceva nulla. Aveva smesso di infilarsi le dita nel naso, questo sì: una conquista che Ida accolse come una piccola vittoria educativa. In compenso, aveva sviluppato una nuova abitudine. Ogni pomeriggio, con una puntualità pigra, si recava dietro la fattoria, nella zona della concimaia. La concimaia era una grande vasca dove venivano accumulati i resti verdi delle attività agricole: foglie, steli, scarti di potatura, paglia esausta, trinciati provenienti dai campi. Con il tempo, e grazie all’acqua che drenava dai campi, quel materiale si trasformava in un concime eccellente. Era, in sostanza, un luogo dove la vita finiva per ricominciare sotto altra forma. I bordi della concimaia erano un piccolo mondo a parte. Ci vivevano rospi e rane, grilli invisibili ma rumorosi, farfalle distratte, uccelli curiosi, galline opportuniste, topi prudenti e qualche animale di passaggio attirato dal risultato di quella lenta trasformazione. Un ecosistema non dichiarato, ignorato dagli uomini e perfettamente funzionante. Lì Gianalberto si sedeva, sempre nello stesso punto. Tirava fuori un taccuino di pelle — un regalo del padre, probabilmente pensato per ben altri scopi — e una matita. E cominciava a contare gli animali che vedeva. Uno. Due. Tre. Scriveva piano, con una lentezza quasi meditativa. Non per scelta filosofica, ma perché anche scrivere e contare, per lui, erano uno sforzo. Ogni numero era il risultato di una piccola trattativa con la fatica. Non aveva fretta. Non ne aveva mai avuta. Ida, quando lo osservava da lontano, scuoteva la testa e sospirava. Non sapeva se quello fosse un segno di qualche vocazione nascosta o solo un altro modo di evitare il mondo. Ma, nel dubbio, lo lasciava fare. In fondo, pensava, meglio contare rane che fare danni. E così, mentre tutti si aspettavano da lui qualcosa che non arrivava mai, Gianalberto cresceva seduto sul bordo di una concimaia, con una matita in mano e il tempo davanti. Non imparava molto, è vero. Ma, senza saperlo, stava già esercitando l’unica disciplina che gli sarebbe rimasta fedele per tutta la vita: l’arte paziente di osservare senza intervenire. All’esame di maturità fece, com’era ampiamente prevedibile, un esame striminzito. Quattro parole qui, tre là, un “non so”, due “non ricordo”, il tutto distribuito con una calma disarmante, come se il tempo fosse un suo alleato naturale. Gli insegnanti si scambiavano sguardi sconsolati e impauriti, perché contro ogni evidenza scolastica avrebbero dovuto prendere una decisione che non aveva nulla a che vedere con il merito e tutto con l’opportunità. Bocciare un Marchetti, un conte per di più, non era un gesto didattico: era un atto politico. E nessuno, in quella commissione, aveva la vocazione al martirio. Gianalberto, intanto, se ne stava seduto con una barba ormai folta, spalle larghe, occhi azzurri malandrini che sembravano promettere molto più di quanto poi mantenessero, e un ciuffo di capelli neri che cadeva ribelle sulla fronte. Non c’era bisogno di impomatature: quel ciuffo aveva preso la piega anarchica del nonno. In lui, però, era l’unica cosa davvero ribelle. Per il resto, calma piatta. Una bonaccia esistenziale. Superato l’esame — perché lo superò, naturalmente — i compagni organizzarono una festa di maturità su una chiatta ancorata sul Ticino, non lontano da Pontevecchio di Pavia. Una di quelle idee che, a diciott’anni, sembrano geniali a prescindere. Gianalberto arrivò con l’autista e una bottiglia di vino dolce dell’Oltrepò Pavese, una di quelle delizie da bere con rispetto, sorsino dopo sorsino, lasciando che il gusto attraversi con calma bocca, palato e stomaco. Era convinto che fosse il contributo più adeguato alla serata. Era la prima festa della sua vita, e l’impatto fu traumatico. Musica a volume improponibile, luci soffuse — anzi, buio impastato — e una concentrazione di ormoni che, da sola, avrebbe potuto tenere a galla la chiatta senza bisogno di galleggianti. C’era chi ballava, chi rideva, chi si baciava e chi era già un capitolo avanti rispetto alla trama ufficiale della serata. Si presentò all’ingresso. L’addetto alla sicurezza, un energumeno con l’aria di chi non ama le sorprese, gli chiese il nome. E Gianalberto sparò la sua doppietta verbale, secca e senza respiro: «Gianalbertomarchetti!» L’altro lo fissò a lungo, scorrendo poi la lista con lentezza sospetta. Non trovò nulla. Alzò lo sguardo. «Nome, cognome e classe… scandisca.» Gianalberto obbedì, sillabando come se stesse leggendo un’iscrizione latina. Alla fine, con un’alzata di spalle, l’energumeno concluse con un: «Passi pure.» Il tutto mentre lo seguiva con gli occhi, come si osservano gli animali rari allo zoo. Scese alcuni gradini e atterrò in un mondo che, nelle intenzioni altrui, avrebbe dovuto trascinarlo dentro la vita. Ma i suoi ormoni non partirono. Rimasero fermi, probabilmente in sciopero. Così Gianalberto cominciò a girare per la chiatta, osservando qui e là, salutando a destra e a sinistra, sempre con la bottiglia di vino dell’Oltrepò in mano, senza mai considerare l’ipotesi — piuttosto sensata — di appoggiarla al bar. Camminava impettito nella sua giacca di velluto a coste marroni, cravatta sobria, gilet da caccia, pantaloni di velluto verde bosco con una stiratura impeccabile e scarpe lucide con la punta ricamata. Un’apparizione d’altri tempi. Non fece caso all’abbigliamento dei compagni — jeans, scarpe da tennis, minigonne, magliette aderenti — né sembrò turbato dalle effusioni che si scambiavano sui divanetti in penombra: baci, mani curiose, grande impegno collettivo. Dopo un’ora aveva già fatto quattro volte il giro completo della chiatta. Aveva salutato tutti. Letteralmente tutti. E ora non sapeva più cosa fare. Come si conclude una festa, quando non si è mai iniziata davvero? L’idea più ardita ed erotica che gli venne in mente fu quella di recarsi a prua, per sentire il gracchiare delle rane lungo il fiume. Un richiamo familiare, rassicurante. Peccato solo che fosse sprovvisto del suo fedele quadernetto. Ma anche senza numeri da annotare, pensò, il suono delle rane poteva bastare. E così, mentre alle sue spalle la giovinezza faceva rumore, il conte Gianalberto Marchetti si sporse verso il buio del Ticino, ascoltando la vita da lontano, con la sua bottiglia di vino ancora stretta in mano e l’inequivocabile sensazione di essere arrivato, anche quella volta, nel posto giusto… al momento sbagliato.
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 14. Il silenzio di Calle della PietàTra l’attesa di un amore proibito e le trame oscure della Serenissima, due destini si intrecciano nella Venezia del Seicento, tra passione, inganno e un patto di sangue che cambierà ogni cosaOttobre 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 14. Il silenzio di Calle della PietàLorenzo camminava avanti e indietro nella stanza, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo fisso sulle fiamme del camino che andavano affievolendosi. Aveva ravvivato il fuoco già tre volte, gettandovi dentro ciocchi di legno e frammenti di bricchetti profumati di resina, ma la luce danzante non bastava a scaldargli il cuore. L’attesa, lunga e immobile, era diventata un tormento. La piccola casa di Calle della Pietà, che di solito gli dava conforto con il profumo di carta, cera e legno di ciliegio, ora gli sembrava una cella.Fuori, Venezia taceva. Solo il lento sciabordio dell’acqua contro i pali del canale e il cigolio di una gondola lontana rompevano il silenzio. Sul tavolo, accanto alla finestra, la candela si consumava lenta, piegando la fiamma come un fiore stanco. Ogni minuto che passava sembrava dilatarsi, e la voce del vento che filtrava dalle fessure dei vetri soffiava come un sospiro inquieto. Elisabetta avrebbe dovuto arrivare da un pezzo. Era passata un’ora, poi due, poi tre. La notte si era fatta profonda, e le ombre avevano avvolto le pareti della stanza. Lorenzo guardava la porta come se potesse aprirsi da un momento all’altro. Ogni rumore nel calle, ogni passo, ogni scricchiolio gli faceva voltare il capo di scatto. “Dove sei, Elisabetta?” mormorò tra sé, accostandosi alla finestra.....Acquista il libro
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 6: Colazione col potereNella dimora dei Morosini, tra trattative con mercanti d’Oriente e una tavola impeccabile, affiora l’enigma di un vetraio travestito da doge e di un quaderno contabile capace di far crollare casateSettembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 6: Colazione col potereIl Canal Grande era una lama d’acqua su cui il sole stava appena passando il filo. I palazzi, immobili e severi, sembravano osservare i battelli mattutini con l’aria stanca di chi ha visto troppe notti e troppe albe. La gondola che trasportava Lorenzo fendé la superficie lenta, lasciando scie che si richiudevano in fretta, come se la città non volesse conservare traccia dei suoi passaggi. Quando l’imbarcazione virò davanti alla facciata dei Morosini, Lorenzo sentì un brivido che non veniva dal vento. Quel palazzo non era soltanto dimora di un patrizio: era la rappresentazione fisica di un potere che non chiedeva scusa. Le bifore gotiche si aprivano come occhi di marmo, i balconi esibivano arazzi orientali che il salmastro non riusciva a scolorire, e la pietra bianca, scolpita in archi, raccontava secoli di denaro e di strategie. Ogni blocco sembrava dire: qui nessuno è al sicuro, se non appartiene a noi. Il servo in livrea cremisi e oro tese la mano, aiutandolo a scendere. Non un sorriso, non una parola. Solo un gesto rapido, imparato e ripetuto mille volte, che significava più di un discorso: siete atteso, siete gradito, siete utile.L’androne interno era un luogo di contrasti: fresco e solenne, con colonne che salivano come alberi di una foresta pietrificata. Su cassoni intagliati erano disposti cofanetti e stoffe provenienti da porti lontani: damaschi di Bursa, sete di Smirne, spezie racchiuse in vasi di maiolica. L’odore era una miscela di incenso e di legno umido, con una nota sottile di cera d’api bruciata.....Acquista il libro
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Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 1 – Il lampo nel laboratorioUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza collera Maggio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 1 – Il lampo nel laboratorioOsaka, quartiere di Suita, 14 gennaio 2025. Il sole d’inverno, basso sull’orizzonte, scivola fra i grattacieli di vetro e acciaio con lenti traiettorie oblique. Ogni raggio, rimbalzando sulle superfici lucidate, scompone la luce in ventagli abbaglianti che percorrono l’asfalto, i tram, i tetti di zinco; quando colpisce la facciata a specchio del Centro di Neuro-farmacologia Avanzata “Kaito Mori”, il riflesso si allunga come una lama di metallo liquido fino a toccare le nuvole sottili. Al quindicesimo piano la città pulsa nel solito frastuono: clacson intermittenti, campanelli di biciclette, altoparlanti dei distributori automatici che invitano a comprare bibite calde nonostante il freddo tagliente. Scendendo in ascensore verso il seminterrato, però, quel brusio si dissolve in un sussurro. A tre livelli sotto terra il tempo sembra sospeso; soltanto un ronzio continuo, morbido ma profondo, rivela che il cuore tecnologico dell’edificio è sveglio e vigile. Immensi filtri d’aria risucchiano atmosfera e la ributtano fuori dopo averla passata attraverso membrane finissime: dodici ricambi completi ogni minuto, abbastanza per impedire a un solo granello di polvere di posarsi sulle delicate attrezzature o a un batterio casuale di insinuarsi nelle colture cellulari. La porta di vetro temperato del laboratorio si apre con un soffio quasi impercettibile, come se uno spiraglio di vento avesse spinto via una tendina invisibile. Aya Nakamura entra in silenzio, passo leggero ma sicuro. Il camice bianco le cade sulle spalle con linee nette; il badge magnetico dell’università riflette la luce fredda dei LED, calibrati per imitare il profilo dello spettro solare e non stressare le colture neuronali. Al collo, un filo di perle nere ereditato dalla madre, unico tocco familiare in uno spazio dominato da acciaio e plasma luminosi. Con il pollice sfiora l’auricolare e parla a bassa voce: — Natsumi, come siamo messi con la “serie K”?...Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Indagine a San Pietro. Fratello Elara Lungo la Via Francigena. Capitolo 1Un monaco investigatore, reliquie trafugate e misteri ecclesiastici nel cuore del Trecento: la lunga indagine di Fratello Elara da York a RomaMaggio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Fratello Elara Lungo la Via Francigena. Maggio 1364. Capitolo 1 Il convento di San Goffredo, sull’aspra brughiera dello Yorkshire orientale, s’ergeva come un masso annerito dagli anni e dal vento salmastro che proveniva dal Mare del Nord. Era l’alba del 14 maggio 1364 quando fratello Elara—un nome monastico scelto in onore di un eremita irlandese vissuto due secoli prima—ricevette la lettera sigillata con il piombo papale. La cera rossa, percorsa da sottili screpolature, recava impressa la tiara triregno e le due chiavi incrociate. Il corriere, un valletto provenzale in livrea lisa, non aveva voluto nemmeno una scodella di brodo: s’era limitato a consegnare il rotolo, a chiedere l’apposizione di un contrassegno di ricezione, quindi aveva girato il cavallo in direzione di Hull, da dove avrebbe preso un’imbarcazione per tornare a Calais e poi ad Avignone, sede del pontefice Urbano V. Elara, quarantacinque anni, statura modesta ma spalle larghe incassate in un saio di lana grossolana, aprì la pergamena nella biblioteca odorosa di pergamena e muffa d’inverno. Le lettere unciali, vergate dal segretario apostolico Arnaud de Villemur, lo investivano di un compito che nessun monaco dello Yorkshire avrebbe mai immaginato nemmeno nei suoi sogni di gloria: recarsi a Roma per indagare su una serie di profanazioni avvenute nelle sepolture papali dell’antica basilica costantiniana di San Pietro. Misteriosi ladri s’erano introdotti di notte fra i sarcofagi degli antichi pontefici del primo millennio e avevano sottratto soltanto i loro teschi, lasciando intatte le ossa restanti, i reliquiari e i corredi funebri. Nulla—né gemme né metalli preziosi—era stato toccato. Perché dunque rubare i crani e non il tesoro? La domanda riecheggiava fra gli scaffali insieme al fruscio del vento attraverso i vetri piombati. Dal testo Elara ricavò poche altre notizie: le violazioni erano state tre, in rapida successione; l’ultima, a inizio aprile, aveva visto profanato il sepolcro di papa Simmaco, morto nel 514. La Curia temeva un culto necromantico. Urbano V, di temperamento ascetico e propenso alla riforma dei costumi ecclesiastici, voleva chiarezza, ma le fazioni romane erano divise e sospettose l’una dell’altra. Serviva un investigatore esterno, impermeabile ai patronati locali—qualcuno che, all’occorrenza, potesse scomparire di nuovo nell’ombra del proprio chiostro senza reclamare merito o prebende. Il priore di San Goffredo, Padre Anselmo, autorizzò la missione non senza un fremito d’orgoglio. Scelse per compagno di Elara un novizio di diciannove anni, Athelred di Whitby, agile, di mano ferma nel trascrivere codici, e con una memoria che pareva una pergamena sempre fresca d’inchiostro....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 22: La gola del silenzioL’imboscata di Mantova: tra ombre, tradimenti e il crepuscolo di MorosiniOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 22: La gola del silenzioMorosini era sprofondato mollemente sul sofà imbottito della sua carrozza, le mani appoggiate al bastone e lo sguardo perso oltre il vetro appannato dal respiro. L’aria del tardo pomeriggio sapeva di terra umida e di foglie morte, portata da un vento che soffiava tra le fessure del finestrino con un sussurro intermittente. I cavalli arrancavano, affondando i ferri nel fango rappreso, mentre le ruote gemevano sugli avvallamenti scavati dalle piogge dei giorni precedenti. Ogni scossone faceva vibrare l’interno della carrozza, facendo tintinnare lievemente le fibbie e le catene delle casse di legno fissate al telaio. Stanco e silenzioso, lasciava che il dondolio lo cullasse in una sorta di torpore, ma la mente non smetteva di correre. Aveva trascorso gli ultimi giorni immerso nei calcoli dei guadagni e dei rischi del viaggio: i forzieri con le pietre preziose, le lettere di credito, le lettere diplomatiche per Anversa. Eppure, in quel momento, nulla gli pareva più concreto del suono del vento che si insinuava tra gli alberi, delle ombre che si allungavano sui sentieri, o del cigolio ritmico del legno della carrozza che sembrava respirare come un essere vivo. In lontananza, tra una cortina di vapori color rame, si intravedeva la sagoma scura di Mantova, cinta dai riflessi del Mincio e illuminata dalle prime fiaccole accese lungo le mura. Il sole, ormai basso, incendiava il cielo di striature arancioni e viola, e il riverbero si specchiava sulle pozzanghere che punteggiavano la strada. Dietro di lui, la scorta a cavallo seguiva in formazione compatta: sette uomini, scelti, disciplinati, che avanzavano senza parlare, con lo sguardo attento al bosco che dovevano attraversare. Si infilarono in una lunga depressione del terreno, un tratto insidioso dove la strada si insinuava tra colline boscose che si stringevano come due pareti vive, ombrose, quasi ostili. Gli alberi, alti e contorti, si piegavano verso il sentiero come a voler spiare i viandanti, e tra le fronde si udiva il fruscio incessante del vento, mischiato al richiamo degli uccelli notturni che già annunciavano la sera. Le ruote dei carri affondavano nelle orme lasciate dal passaggio di precedenti viaggiatori, e ogni sobbalzo faceva tremare le casse e tintinnare i finimenti dei cavalli....Acquista il libro
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