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LA RICETTA DELLA CASCINA DEL PELLICANO. CAPITOLO 2: IDA PAVAN E L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI UN CONTE IMPROBABILE

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 2: Ida Pavan e l’educazione sentimentale di un conte improbabile
Sommario

Ida Pavan, sopravvissuta a fiumi, fame e conventi, finisce per crescere un giovane conte che sembra aver dichiarato guerra a ogni forma di ambizione. Tra nobiltà distratta, educazioni mancate e vocazioni mai pervenute, Ida diventa l’unico argine contro il nulla esistenziale di Gianalberto. Lui, il conte, dal canto suo, preferisce rane, concimaie e silenzi alla mondanità e ai doveri del rango. Ne esce il ritratto tragicomico di una crescita senza slanci, sorvegliata da una donna che ha visto troppo per aspettarsi miracoli. Un capitolo dove l’epica della sopravvivenza incontra la prosa dell’inerzia, e dove il tempo passa… anche quando nessuno sembra usarlo davvero.

Alluvioni, conventi e conti poco promettenti: Ida Pavan impara a resistere alla vita, mentre Gianalberto impara soprattutto ad aspettarla


Gennaio 2026

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo-ironico: La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 2:Ida Pavan e l’educazione sentimentale di un conte improbabile


Ida Pavan era una donna minuta, segnata dal tempo come certi muri di cascina che hanno preso pioggia, sole e nebbia per decenni, eppure ancora in piedi, con una tenuta che non si spiegava. Aveva settantotto anni e un’energia che, vista da fuori, sembrava quasi un dispetto alla logica: si muoveva rapida, precisa, con quella fretta tranquilla di chi ha imparato da bambina che il tempo è una cosa concreta, che si consuma e non torna.

Era nata nel Polesine, una terra piatta e ostinata, dove l’orizzonte è una riga e il cielo, d’inverno, sembra abbassarsi fino a toccare i campi. La sua famiglia era di contadini, sì, ma “contadini” era una parola troppo gentile. Sarebbe stato più corretto chiamarli fittavoli, gente senza terra e senza una casa propria, che campava lavorando la terra altrui, pagando affitti e debiti con fatica e silenzio. Erano sempre un passo dietro alla vita: un passo dietro al pane, un passo dietro al carbone, un passo dietro alle scarpe.

La fame non era una sensazione, era un sottofondo. Uno di quei rumori che, se ci vivi dentro, smetti perfino di notare. E il freddo non restava fuori, non era una cosa che si pativa solo nei campi: il freddo entrava in casa, si infilava nelle fessure dei muri, rimaneva nei letti, nelle mani, nelle ossa. Ida imparò presto che la “casa” era un posto dove ci si riparava dal peggio, non un luogo dove stare bene.

Poi venne l’alluvione del 1951.

In Polesine la ricordano ancora come si ricordano le cose che cambiano la geografia e il carattere delle persone. Il Po si gonfiò come una bestia ferita e, quando gli argini cedettero, l’acqua non entrò: invase. Arrivò con una calma spaventosa, perché l’acqua, quando decide di arrivare, non ha fretta. Si stese nei campi, salì nei cortili, entrò nelle stalle, si infilò nelle case. Portava con sé odore di fango, di legno marcio, di paglia bagnata, di morte e di un silenzio strano, interrotto solo da grida lontane, dal ragliare degli animali e dal rumore di oggetti che cadevano.

Ida aveva quattro anni. A quell’età non capisci la tragedia, capisci solo che tutto cambia troppo in fretta. Vide la madre impacchettare in fretta quello che si poteva portare: qualche straccio, una coperta, un pezzo di pane secco. Vide il padre con le mani sporche di fango e gli occhi iniettati di paura, una paura trattenuta perché anche la paura, in certe famiglie, è un lusso. La casa si riempì d’acqua, il pavimento sparì sotto una superficie opaca. Le sedie galleggiavano, i catini urtavano contro le pareti, e il freddo dell’acqua risaliva come una malattia.

Dovettero lasciare tutto. Come tante altre famiglie, con la stessa dignità disperata: nessuno piangeva davvero, perché piangere richiede tempo, e loro avevano solo l'urgenza. L’urgenza di salvare la pelle, l’urgenza di trovare un posto asciutto, l’urgenza di non perdere anche quel poco che restava: i bambini.

Ma Ida, a quattro anni, era il tipo di “poco” che pesa moltissimo quando non hai nulla. Non perché i genitori non l’amassero. È che in certe condizioni l’amore si riduce a sopravvivere. E sopravvivere significa fare scelte sporche, scelte che non si raccontano, scelte che poi ti restano sulla lingua come ferro.

Così, in mezzo al caos della piena e dell’esodo, quando i paesi diventavano file di persone con fagotti e animali al guinzaglio, quando il futuro si restringeva a “oggi” e “domani”, Ida divenne — senza colpa e senza colpevoli — più una bocca da sfamare che una figlia. Una bocca piccola, certo, ma una bocca in più.

La portarono dal parroco.

Il prete del paese, insieme alle suore, stavano raccogliendo i bambini più bisognosi. Li mettevano in fila, li contavano, li lavavano come potevano, cercavano di dare loro un nome e una destinazione. Era un’opera di salvataggio fatta con mezzi poveri e con una tenacia che, in un certo senso, somigliava a quella dei fittavoli: anche loro non possedevano nulla, eppure provavano a tenere insieme il mondo con le mani.

Ida non capì subito. Pensò fosse una visita, un passaggio, una cosa temporanea. I bambini non capiscono gli addii finché non diventa troppo tardi. I genitori parlarono poco. Ci sono parole che, in certe famiglie, non si pronunciano perché farebbero crollare tutto. Il parroco annuì, le suore presero Ida per mano, e la mano della madre, per un attimo, esitò. Poi si staccò. Una scelta breve, un taglio netto, fatto in nome di una speranza: che altrove Ida potesse almeno mangiare.

Da lì iniziò il suo pellegrinaggio.

Di parrocchia in parrocchia, di associazione caritatevole in associazione caritatevole, Ida emigrò dal Veneto verso la Lombardia come migravano allora i disperati: senza una vera partenza e senza un vero arrivo, spostata più che accompagnata, passata di mano come una lettera urgente. Ricordava stazioni, corridoi lunghi che odoravano di minestra, camerate con letti allineati, voci di suore che parlavano piano e deciso, e quell’ansia costante di fare la brava, perché essere “brava” era l’unico modo per non finire indietro.

Arrivò a Pavia, in un convento di suore clarisse.

Il convento era un mondo a parte: muri spessi, finestre alte, regole che sembravano scritte nell’aria. Lì, per la prima volta, Ida ebbe una routine. Non era libertà, ma era stabilità. Si svegliavano presto, pulivano, aiutavano in cucina, imparavano a stare in silenzio quando richiesto. Le suore non erano cattive: erano severe nel modo in cui sa essere severa chi ha poco tempo e molte responsabilità. Ed avevano una missione concreta: far sopravvivere quei bambini, trasformarli in persone “utili” per qualcuno.

Quando Ida compì otto anni, la badessa iniziò a preoccuparsi del futuro di quei piccoli ospiti come ci si preoccupa di una scorta che sta per finire. Non potevano restare lì per sempre. Il convento non era una famiglia, era un ponte. E un ponte, per quanto solido, serve a passare.

Fu così che la badessa si mise a “sistemare” i bambini presso famiglie benestanti: case dove servivano braccia, ma che potevano anche garantire un letto, un piatto caldo, qualche vestito. Era un patto non scritto, un compromesso ruvido: lavoro in cambio di sopravvivenza. Per Ida significò un trasferimento ulteriore, un altro taglio, un altro “da oggi”.

Quando le dissero che sarebbe andata in Lomellina, Ida non sapeva nemmeno cosa fosse. La accompagnarono in treno, con un fagottino e un nome in tasca. Arrivò a Sommo Lomellina in un giorno di luce piatta, con l’aria che odorava di acqua e di terra, e la cascina dei Marchetti davanti a sé, grande e seria, come una cosa che non si discute.

Fu quindi consegnata alla famiglia del conte Marchetti.

C’era un ordine diverso in quella casa, una disciplina agricola che Ida riconobbe subito: non perché l’avesse vissuta, ma perché era fatta della stessa materia della sua infanzia — fatica, regole, ruoli — solo senza fame. E lei, piccola com’era, capì in fretta cosa ci si aspettava da lei: non lacrime, non domande, non ricordi. Presenza. Obbedienza. Utilità.

Eppure, mentre varcava quella soglia, Ida provò qualcosa che non si sarebbe concessa facilmente: non gioia, non speranza, ma un sollievo semplice e enorme. L’odore del pane in cucina, un pavimento asciutto, una stanza che non tremava di vento. Era poco, forse. Ma per una bambina del Polesine che aveva visto l’acqua portarsi via una casa e la povertà portarsi via un’infanzia, quel poco era già una specie di fortuna.

E fu lì, tra i muri della cascina Marchetti — che un giorno si sarebbe chiamata Cascina del Pellicano — che Ida Pavan iniziò la sua seconda vita. Non come bambina, non del tutto come figlia, ma come una presenza necessaria. Una di quelle che nessuno ringrazia apertamente, e che però, senza fare rumore, tengono in piedi le cose quando tutto il resto sta già cedendo.

Dai conti Ida aveva fatto di tutto. All’inizio serva, senza nome e senza orari, poi, crescendo, cameriera personale della contessa, un ruolo che non le dava potere ma responsabilità, che era la sola forma di riconoscimento concessa a chi non apparteneva alla famiglia. Ida lavorava in silenzio, con quella precisione attenta di chi sa che l’errore, per gente come lei, non è mai solo un errore ma una colpa.

La casa dei Marchetti era grande, ordinata, scandita da ritmi antichi. Ogni cosa aveva il suo posto e ogni persona il suo perimetro. Ida imparò presto a muoversi senza farsi notare, a comparire solo quando serviva, a sparire subito dopo. Era diventata parte dell’arredamento umano della cascina: indispensabile e invisibile, come una porta che nessuno guarda finché non manca.

Poi nacque Gianalberto.

Un bambino bruttino, diciamolo senza indulgenze inutili. Non brutto in modo tragico, ma in quel modo incerto che lascia sempre il dubbio che, crescendo, possa migliorare. Aveva un pianto strano, soffocato, che sembrava più una risata sommessa che un lamento vero. Un suono che metteva a disagio, perché non chiamava davvero aiuto e non esprimeva dolore: pareva il commento ironico di qualcuno che non aveva molta voglia di essere al mondo.

Forse anche la contessa se ne rese conto. Forse, in un angolo della sua coscienza, intuì di non averci messo tutto l’impegno possibile nel generare quel figlio e che il risultato, in effetti, non era stato eccellente. Ma tant’è: figlio era, e figlio sarebbe rimasto. E, dettaglio non trascurabile, conte. Le gerarchie, almeno quelle, non si discutevano.

Ida lo seguì fin da subito. Le fu praticamente consegnato, come si consegna una responsabilità che nessuno ha voglia di esercitare fino in fondo. E Ida, che ai castighi divini credeva davvero, cominciò a sospettare che quello fosse uno di essi. Non una punizione rumorosa, non una disgrazia plateale, ma una prova sottile, fatta di pazienza da consumare giorno dopo giorno.

Il bambino, già penalizzato da un nome impronunciabile — Gianalberto, tutto attaccato, senza respiro — non faceva altro che dormire o infilarsi le piccole dita nel naso. Poi passava minuti interminabili, assorto, a osservare sulle dita il frutto del suo lavoro, con un’attenzione quasi scientifica, come se stesse studiando un fenomeno degno di riflessione. Ida lo guardava, sospirava, e lo puliva senza commenti. Aveva imparato presto che commentare non serviva a nulla.

La casa ribolliva di giocattoli degni di un conte. Cavallini a dondolo intagliati nel legno, trenini lucidissimi, biciclette senza pedali costruite apposta per iniziare prima degli altri, soldatini di stagno schierati come piccoli eserciti pronti a una guerra che non sarebbe mai arrivata. Tutto inutile. Gianalberto non mostrava alcun interesse per quel ben di Dio. Preferiva il cuscino del cane, caldo e vissuto, e soprattutto il suo gioco preferito: il meticoloso distacco dei corpi estranei dal naso.

Era un bambino che non chiedeva, non pretendeva, non sognava ad alta voce. Stava. E stando, occupava spazio senza giustificarlo. Un’occupazione che Ida, con il suo senso pratico della vita, trovava già allora sospetta.

Man mano che gli anni passavano, la contessa perse ogni tipo di interesse per il piccolo conte. All’inizio aveva provato a convincersi che fosse solo una fase, che l’ambizione sarebbe arrivata più tardi, che l’energia si sarebbe manifestata all’improvviso, come una fioritura tardiva. Per Dio! - Esclamava - tra se e se. Dovrà essere un uomo! Ma il tempo passava e Gianalberto restava uguale a se stesso: apatico, distratto, impermeabile alle aspettative.

Durante le messe della domenica, seduta composta nella parrocchia di Sommo, la contessa si sorprendeva a fissare il crocifisso con una concentrazione insolita. Negli attimi di raccoglimento più intimi, quando le preghiere diventavano pensieri e i pensieri diventavano colpe, anche lei arrivò a formulare quell’idea che Ida aveva avuto in silenzio molto prima: che Gianalberto fosse una punizione divina.

Non una punizione per qualcosa di preciso, ma per un insieme di mancanze non nominate. Un figlio senza slancio come monito contro l’orgoglio, contro la presunzione di continuità, contro l’idea che il sangue nobile basti a garantire un futuro.

Ida, che quelle cose non le avrebbe mai dette ad alta voce, continuava intanto a crescerlo. Lo vestiva, lo lavava, lo accompagnava, lo osservava con uno sguardo a metà tra la rassegnazione e una forma ruvida di affetto. Non lo giudicava più. Lo prendeva com’era, come aveva imparato a prendere la vita: senza aspettarsi miracoli, ma senza smettere di fare il necessario.

E in quel necessario, fatto di piccoli gesti ripetuti e di silenzi pieni, Ida Pavan stava già preparando — senza saperlo — l’unica educazione che Gianalberto avrebbe davvero ricevuto: quella di chi ti resta accanto anche quando non sembri meritare attenzione.

Di punizione divina in punizione divina, il povero conte crebbe. Crebbe in salute, questo sì, robusto il giusto, senza malanni degni di nota, ma assai poco in istruzione. Sui libri, diciamo la verità, era svogliato. Anzi no: era un asino. Non un asino di prima classe, di quelli che fanno notizia, ma un asino lento, silenzioso, che ti cammina accanto senza che nessuno trovi il coraggio di fare alcunchè.

Nessun insegnante, infatti, ebbe mai l’ardire di raccontare alla contessa di che pasta fosse fatto suo figlio. Nessuno osava pronunciare parole come “lavativo”, che pure sarebbe stata la definizione più onesta. Gianalberto non era un sobillatore, non disturbava la classe, non rispondeva male. Era semplicemente insulso. Un bambino senza sussulti, senza curiosità, senza quella scintilla minima che permette a un adulto di dire: “Ecco, da qui potremmo partire”.

Le classi venivano superate una dopo l’altra con una regolarità sospetta. Le promozioni fioccavano, ma non per merito: per rispetto. Per dovere sociale, per quieto vivere, per evitare colloqui imbarazzanti in salotti dove il tè veniva servito con troppa cura per ospitare anche la verità. Così Gianalberto passava, avanzava, cresceva di grado come si cresce d’età: senza fare nulla di specifico, se non resistere al tempo.

Quando uscì dalle scuole dell’obbligo per approdare alle scuole superiori, nessuno festeggiò davvero, ma nessuno protestò. I libri scolastici che teneva in camera, al termine di otto anni di scuola, avevano una caratteristica singolare: se aperti, scrocchiavano. La colla della rilegatura era ancora integra, intatta, come se quei volumi fossero stati progettati per essere conservati più che letti. Gianalberto ne era segretamente orgoglioso. Lo considerava un segno di grande rispetto per la cultura: non averla mai disturbata.

A casa viveva praticamente solo con Ida. I genitori c’erano, certo, ma come presenze decorative. Quando accoglievano ospiti — cosa che accadeva ancora, per tradizione più che per piacere — confinavano Gianalberto nelle stanze della servitù. Avevano una paura precisa e poco confessabile: che aprisse bocca e dicesse qualcosa a sproposito. Non per malizia, ma per mancanza di filtri. Il silenzio, in quel caso, era considerato una forma di buona educazione preventiva.

Ida, che a modo suo gli voleva bene, cercava di spronarlo. Con quella concretezza da donna che ha visto l’acqua portarsi via le case e sa che il mondo non aspetta nessuno, gli diceva di fare ciò che un ragazzo di quattordici anni faceva normalmente. Di uscire. Di farsi un giro in bicicletta. Di invitare qualche amico. Di chiedere in prestito un cavallo al padre per girare la campagna, respirare, vedere altro oltre ai muri della cascina, magari anche provare a baciare una ragazza.

Gianalberto annuiva, prometteva vagamente, poi non faceva nulla.

Aveva smesso di infilarsi le dita nel naso, questo sì: una conquista che Ida accolse come una piccola vittoria educativa. In compenso, aveva sviluppato una nuova abitudine. Ogni pomeriggio, con una puntualità pigra, si recava dietro la fattoria, nella zona della concimaia.

La concimaia era una grande vasca dove venivano accumulati i resti verdi delle attività agricole: foglie, steli, scarti di potatura, paglia esausta, trinciati provenienti dai campi. Con il tempo, e grazie all’acqua che drenava dai campi, quel materiale si trasformava in un concime eccellente. Era, in sostanza, un luogo dove la vita finiva per ricominciare sotto altra forma.

I bordi della concimaia erano un piccolo mondo a parte. Ci vivevano rospi e rane, grilli invisibili ma rumorosi, farfalle distratte, uccelli curiosi, galline opportuniste, topi prudenti e qualche animale di passaggio attirato dal risultato di quella lenta trasformazione. Un ecosistema non dichiarato, ignorato dagli uomini e perfettamente funzionante.

Lì Gianalberto si sedeva, sempre nello stesso punto. Tirava fuori un taccuino di pelle — un regalo del padre, probabilmente pensato per ben altri scopi — e una matita. E cominciava a contare gli animali che vedeva.

Uno. Due. Tre.

Scriveva piano, con una lentezza quasi meditativa. Non per scelta filosofica, ma perché anche scrivere e contare, per lui, erano uno sforzo. Ogni numero era il risultato di una piccola trattativa con la fatica. Non aveva fretta. Non ne aveva mai avuta.

Ida, quando lo osservava da lontano, scuoteva la testa e sospirava. Non sapeva se quello fosse un segno di qualche vocazione nascosta o solo un altro modo di evitare il mondo. Ma, nel dubbio, lo lasciava fare. In fondo, pensava, meglio contare rane che fare danni.

E così, mentre tutti si aspettavano da lui qualcosa che non arrivava mai, Gianalberto cresceva seduto sul bordo di una concimaia, con una matita in mano e il tempo davanti. Non imparava molto, è vero. Ma, senza saperlo, stava già esercitando l’unica disciplina che gli sarebbe rimasta fedele per tutta la vita: l’arte paziente di osservare senza intervenire.

All’esame di maturità fece, com’era ampiamente prevedibile, un esame striminzito. Quattro parole qui, tre là, un “non so”, due “non ricordo”, il tutto distribuito con una calma disarmante, come se il tempo fosse un suo alleato naturale. Gli insegnanti si scambiavano sguardi sconsolati e impauriti, perché contro ogni evidenza scolastica avrebbero dovuto prendere una decisione che non aveva nulla a che vedere con il merito e tutto con l’opportunità. Bocciare un Marchetti, un conte per di più, non era un gesto didattico: era un atto politico. E nessuno, in quella commissione, aveva la vocazione al martirio.

Gianalberto, intanto, se ne stava seduto con una barba ormai folta, spalle larghe, occhi azzurri malandrini che sembravano promettere molto più di quanto poi mantenessero, e un ciuffo di capelli neri che cadeva ribelle sulla fronte. Non c’era bisogno di impomatature: quel ciuffo aveva preso la piega anarchica del nonno. In lui, però, era l’unica cosa davvero ribelle. Per il resto, calma piatta. Una bonaccia esistenziale.

Superato l’esame — perché lo superò, naturalmente — i compagni organizzarono una festa di maturità su una chiatta ancorata sul Ticino, non lontano da Pontevecchio di Pavia. Una di quelle idee che, a diciott’anni, sembrano geniali a prescindere. Gianalberto arrivò con l’autista e una bottiglia di vino dolce dell’Oltrepò Pavese, una di quelle delizie da bere con rispetto, sorsino dopo sorsino, lasciando che il gusto attraversi con calma bocca, palato e stomaco. Era convinto che fosse il contributo più adeguato alla serata.

Era la prima festa della sua vita, e l’impatto fu traumatico. Musica a volume improponibile, luci soffuse — anzi, buio impastato — e una concentrazione di ormoni che, da sola, avrebbe potuto tenere a galla la chiatta senza bisogno di galleggianti. C’era chi ballava, chi rideva, chi si baciava e chi era già un capitolo avanti rispetto alla trama ufficiale della serata.

Si presentò all’ingresso. L’addetto alla sicurezza, un energumeno con l’aria di chi non ama le sorprese, gli chiese il nome. E Gianalberto sparò la sua doppietta verbale, secca e senza respiro:

«Gianalbertomarchetti!»

L’altro lo fissò a lungo, scorrendo poi la lista con lentezza sospetta. Non trovò nulla. Alzò lo sguardo.

«Nome, cognome e classe… scandisca.»

Gianalberto obbedì, sillabando come se stesse leggendo un’iscrizione latina. Alla fine, con un’alzata di spalle, l’energumeno concluse con un:

«Passi pure.»

Il tutto mentre lo seguiva con gli occhi, come si osservano gli animali rari allo zoo.

Scese alcuni gradini e atterrò in un mondo che, nelle intenzioni altrui, avrebbe dovuto trascinarlo dentro la vita. Ma i suoi ormoni non partirono. Rimasero fermi, probabilmente in sciopero. Così Gianalberto cominciò a girare per la chiatta, osservando qui e là, salutando a destra e a sinistra, sempre con la bottiglia di vino dell’Oltrepò in mano, senza mai considerare l’ipotesi — piuttosto sensata — di appoggiarla al bar.

Camminava impettito nella sua giacca di velluto a coste marroni, cravatta sobria, gilet da caccia, pantaloni di velluto verde bosco con una stiratura impeccabile e scarpe lucide con la punta ricamata. Un’apparizione d’altri tempi. Non fece caso all’abbigliamento dei compagni — jeans, scarpe da tennis, minigonne, magliette aderenti — né sembrò turbato dalle effusioni che si scambiavano sui divanetti in penombra: baci, mani curiose, grande impegno collettivo.

Dopo un’ora aveva già fatto quattro volte il giro completo della chiatta. Aveva salutato tutti. Letteralmente tutti. E ora non sapeva più cosa fare. Come si conclude una festa, quando non si è mai iniziata davvero?

L’idea più ardita ed erotica che gli venne in mente fu quella di recarsi a prua, per sentire il gracchiare delle rane lungo il fiume. Un richiamo familiare, rassicurante. Peccato solo che fosse sprovvisto del suo fedele quadernetto. Ma anche senza numeri da annotare, pensò, il suono delle rane poteva bastare.

E così, mentre alle sue spalle la giovinezza faceva rumore, il conte Gianalberto Marchetti si sporse verso il buio del Ticino, ascoltando la vita da lontano, con la sua bottiglia di vino ancora stretta in mano e l’inequivocabile sensazione di essere arrivato, anche quella volta, nel posto giusto… al momento sbagliato.

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