Nel maggio del 1364, un monaco del convento di San Goffredo, nell’aspra brughiera dello Yorkshire, riceve un incarico segreto dalla Curia pontificia. Inizia così un viaggio lungo la Via Francigena, tra abbazie silenziose, città medievali ferite dalla peste e paesaggi segnati dalla guerra. Fratello Elara, accompagnato da un giovane novizio, attraversa l’Europa alla ricerca di indizi su una serie di enigmatiche profanazioni avvenute in luoghi sacri.
Il suo itinerario si intreccia con antiche credenze, culti dimenticati, mercanti di reliquie e trame sotterranee che sfidano la fede e la ragione. Indagine a San Pietro è un racconto storico di mistero, fede e investigazione, ricco di dettagli ambientali e riferimenti autentici, perfetto per chi ama la narrativa d’epoca, i thriller religiosi e le atmosfere medievali.
Un monaco investigatore, reliquie trafugate e misteri ecclesiastici nel cuore del Trecento: la lunga indagine di Fratello Elara da York a Roma
Maggio 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. Fratello Elara Lungo la Via Francigena. Maggio 1364. Capitolo 1
Il convento di San Goffredo, sull’aspra brughiera dello Yorkshire orientale, s’ergeva come un masso annerito dagli anni e dal vento salmastro che proveniva dal Mare del Nord. Era l’alba del 14 maggio 1364 quando fratello Elara—un nome monastico scelto in onore di un eremita irlandese vissuto due secoli prima—ricevette la lettera sigillata con il piombo papale.
La cera rossa, percorsa da sottili screpolature, recava impressa la tiara triregno e le due chiavi incrociate. Il corriere, un valletto provenzale in livrea lisa, non aveva voluto nemmeno una scodella di brodo: s’era limitato a consegnare il rotolo, a chiedere l’apposizione di un contrassegno di ricezione, quindi aveva girato il cavallo in direzione di Hull, da dove avrebbe preso un’imbarcazione per tornare a Calais e poi ad Avignone, sede del pontefice Urbano V.
Elara, quarantacinque anni, statura modesta ma spalle larghe incassate in un saio di lana grossolana, aprì la pergamena nella biblioteca odorosa di pergamena e muffa d’inverno. Le lettere unciali, vergate dal segretario apostolico Arnaud de Villemur, lo investivano di un compito che nessun monaco dello Yorkshire avrebbe mai immaginato nemmeno nei suoi sogni di gloria: recarsi a Roma per indagare su una serie di profanazioni avvenute nelle sepolture papali dell’antica basilica costantiniana di San Pietro.
Misteriosi ladri s’erano introdotti di notte fra i sarcofagi degli antichi pontefici del primo millennio e avevano sottratto soltanto i loro teschi, lasciando intatte le ossa restanti, i reliquiari e i corredi funebri. Nulla—né gemme né metalli preziosi—era stato toccato.
Perché dunque rubare i crani e non il tesoro? La domanda riecheggiava fra gli scaffali insieme al fruscio del vento attraverso i vetri piombati. Dal testo Elara ricavò poche altre notizie: le violazioni erano state tre, in rapida successione; l’ultima, a inizio aprile, aveva visto profanato il sepolcro di papa Simmaco, morto nel 514. La Curia temeva un culto necromantico.
Urbano V, di temperamento ascetico e propenso alla riforma dei costumi ecclesiastici, voleva chiarezza, ma le fazioni romane erano divise e sospettose l’una dell’altra.
Serviva un investigatore esterno, impermeabile ai patronati locali—qualcuno che, all’occorrenza, potesse scomparire di nuovo nell’ombra del proprio chiostro senza reclamare merito o prebende.Il priore di San Goffredo, Padre Anselmo, autorizzò la missione non senza un fremito d’orgoglio. Scelse per compagno di Elara un novizio di diciannove anni, Athelred di Whitby, agile, di mano ferma nel trascrivere codici, e con una memoria che pareva una pergamena sempre fresca d’inchiostro....
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