I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 5. Viaggio nella notte dei misteri e delle verità sospeseDalla scoperta dei fascicoli clinici alla ricerca del dottor Morandi: un percorso tra le ombre di Oltrecolle e la speranza di nuove risposte sulle rive di SarnicoLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Dopo una giornata lunga e intensa, la sera ad Oltrecolle arrivò carica di un silenzio che sembrava custodire promesse e inquietudini. Elena, ancora turbata dalle scoperte fatte tra i fascicoli dei pazienti, scese in sala da pranzo del Belvedere, trovando rifugio tra il profumo caldo del legno e il vociare sommesso degli altri ospiti. La cena fu un piccolo rito di piacere e conforto: la signora Teresa propose un antipasto di crostini con funghi porcini freschi e una vellutata di zucca e patate arricchita da scaglie di formaggio di malga. Come primo, Elena scelse tagliatelle fatte in casa ai finferli, condite con burro d’alpeggio e prezzemolo tritato, seguite da un secondo di coniglio in umido, cucinato lentamente con erbe di montagna e servito su un letto di polenta morbida. Ogni boccone sembrava sciogliere, almeno per un momento, il peso delle domande ancora sospese. A fine pasto, mentre gustava una fetta di torta alle mele e noci accompagnata da un bicchiere di grappa profumata, Elena osservava le fiamme danzare nel camino. L’ambiente era rassicurante, eppure sentiva la pressione delle domande senza risposta accumularsi come la bruma che saliva lenta dalle valli. Non poteva più rimandare: era giunto il momento di affrontare ciò che da giorni la inquietava. Dopo la cena Elena tornò nella sua stanza con la mente ancora affollata di domande. La giornata trascorsa tra le cartelle cliniche e i ricordi degli internati di Oltrecolle aveva lasciato un senso di inquietudine che nemmeno la cucina saporita del Belvedere era riuscita a dissipare....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 22: Elena tra specchi ingannevoli e ribelli spezzatiNel cuore della città, tra confessioni inquietanti e corridoi di ferro e silenzio, la psichiatra scopre quanto sia sottile il confine tra cura e annientamentoAgosto 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 22: Elena tra specchi ingannevoli e ribelli spezzatiElena, intanto, attraversava la città come una sonnambula. La luce autunnale, così educata da sembrare finta, non riusciva più a ingannarla. Ogni mattina, la stessa processione: Palazzo Cotto, guardie che annuiscono, corridoi lucidi, ufficio pulito come un vassoio operatorio. I “suoi” collaborazionisti la aspettavano in fila, tesserino al collo, sorriso contenuto, il riconoscimento negli occhi: una psichiatra è un timbro e un assoluto, un sì o un no, una salvezza o un rinvio. Fu durante la terza seduta della giornata che chiese, con finta noncuranza: «Come comunicate con i vostri avatar? Voglio capire i vostri strumenti. Cosa funziona, cosano.» Un uomo sulla cinquantina, volto scavato e mani da artigiano, guardò un punto vago dietro di lei, come si guarda il ricordo di un dolore. «Con lo Specchio.» «Lo specchio dello psichiatra?» sondò Elena, sottile. «No, dottoressa. Quello di casa. Ce l’abbiamo tutti. Sta dove stava quello vecchio: bagno, corridoio, ingresso. Sembra uguale, ma quando ti ci metti davanti non vedi te. Vedi… lui. L’avatar. Quello che vive di là.» Elena si irrigidì senza farlo vedere. «Non riflette? Mai?» Un mormorio dove finisce la paura e inizia la superstizione. Un’altra paziente, giovane, le guance arrossate dall’ansia: «A volte sembra che ti guardi, ma non sei tu. È un vetro che ti restituisce un’altra stanza. Un’altra luce. Se dici “mi senti?”, l’avatar muove gli occhi. Se dici “ascolta”, si ferma. Gli diamo indicazioni. Chi contattare, che parole usare, in quale studio prenotare…»....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 6: Le resistenze culturaliUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza collera Giugno 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 6 – Le resistenze culturaliRoma, 27 marzo. L’alba era sorta molle, impastata di nubi color zinco che avevano presto ceduto il passo a una pioggia minuta, quasi timida, ma ostinata. Via della Conciliazione sussurrava sotto le ruote delle auto ministeriali; le gocce rimbalzavano sui sampietrini e andavano a immagazzinare il grigio del cielo dentro pozzanghere che riflettevano a tratti la facciata severa di San Pietro, a tratti il rosso tremulo dei semafori. Nell’aula Paolo VI il chiarore che penetrava dal grande lucernario veniva filtrato da un velo di nubi così fitto da trasformare l’intero ambiente in una lanterna di alabastro: perfino le porpore cardinalizie sembravano rosa stinto, le tonache nere viravano al fumo di Londra, le cartelline lucide diventavano gusci madreperlacei di conchiglia. Gli addetti alle conferenze distribuivano cuffie per la traduzione simultanea, il personale di sicurezza—impermeabili scuri, auricolari e palpebre strette—ronzava lungo le navate laterali, generando un senso di formicolio controllato, come in un alveare in cui ognuno conosce la propria danza. Quando Boniface Ayensu, cardinale del Ghana, si alzò, parve che una quercia scura prendesse vita tra i banchi. Era un uomo possente, spalle da portatore di tamburi cerimoniali, mani nodose e venate come cortecce. Prima di parlare si limitò a inspirare; quel respiro bastò a convincere i tecnici a spegnere il microfono già acceso. La voce che uscì, piena di risonanze baritonali, fece vibrare le sedie in metallo e bisbigliare i vetri dell’abside. «Fratelli e sorelle,» dichiarò, aprendo le braccia come per avvolgere l’intera assemblea, «la collera nasce da un desiderio di giustizia. Se la strappiamo dal cuore dell’uomo, potremo davvero aspettarci che il mondo difenda l’orfano e la vedova? Il fuoco è pericoloso, sì, ma in una notte di tempesta è anche l’unica cosa che tiene lontani i lupi.»...Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 18: Il Dono nella NotteIntrigo e segreti nel convento di San Zaccaria: la notte in cui un bussare alla porta svelò il destino di una giovane veneziana prigioniera dell’amore e del potereOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 18: Il Dono nella NotteAll’una e trenta di notte, quando la laguna taceva come un animale addormentato e le fiaccole alle finestre del convento di San Zaccaria erano ormai spente, si udì un bussare improvviso al portone. Non era un colpo gentile, ma insistente, cadenzato, quasi rabbioso. A quell’ora, in un luogo sacro, un simile rumore era cosa indecente, un sacrilegio contro la quiete monastica. Le sorelle dormivano, ognuna nelle proprie celle, immerse nel silenzio profondo che solo Venezia, di notte, sapeva regalare: quel silenzio rotto appena dallo sciabordio dell’acqua contro le fondamenta e dal canto lontano di una gondola tardiva. Ma i colpi continuarono, più forti, più ravvicinati, come se chi fosse dietro la porta non avesse alcuna intenzione di andarsene. Fu allora che la badessa, il cui sonno era da sempre leggero e tormentato, si riscosse nel buio. Per un momento restò immobile, seduta sul letto, ascoltando. Al bussare si aggiunse un suono più sottile, straziante: un lamento, un gemito umano, qualcosa che non apparteneva alla notte ma alla sofferenza. Si alzò in fretta, indossò un mantello pesante sopra la camicia di lino e prese una candela dal comodino. Scese le scale di pietra del dormitorio, i suoi passi appena percettibili sul freddo pavimento. Le ombre delle travi si allungavano sulle pareti, e la fiamma tremolante sembrava esitante, come lei.....Acquista il libro
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La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 5: La Startup della ConcimaiaUmorismo rurale e mistero: Gianalberto Marchetti, Ida e la “sostanza euforizzante” tra letame, animali e ambizioni imprenditorialiGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 5: La Startup della ConcimaiaLa mattina, il conte GianalbertoMarchetti si svegliò di buon umore. Non di quel buon umore timido e sospetto che dura il tempo di ricordarsi chi si è, ma di un buon umore pieno, rotondo, stabile, come se la sera prima non avesse bevuto la solita camomilla di Ida — con tanto di limone e un cucchiaio e mezzo di zucchero, perché uno solo “non fa niente” — bensì la famigerata pillola della felicità, quella che non esiste ma che tutti, almeno una volta, hanno segretamente sperato di trovare sul comodino. Era tonico. Attivo. E soprattutto — dettaglio gravissimo — aveva voglia di fare. Ecco, era proprio questa sensazione a stranirlo più di tutte. La voglia di fare. Un impulso non richiesto, non meditato, non preceduto da alcuna valutazione costi-benefici. Una cosa che, in tutta la sua vita, non gli era mai capitata. Lui era sempre stato un uomo disposto a lasciar fare, al massimo a rimandare. Fare, invece, implicava una postura diversa, un’energia che non riconosceva come propria. Eppure quella mattina si sentiva un altro conte. Un possidente. Forse — e l’idea lo fece quasi sorridere — un imprenditore. Scese al piano inferiore con passo deciso, cosa che il pavimento accolse con una certa sorpresa. Si sedette nel soggiorno, al lungo tavolo che un tempo aveva ospitato le lussuose cene organizzate dai suoi genitori. Tavolo monumentale, pensato per contenere almeno ventiquattro commensali e una quantità imbarazzante di conversazioni inutili. Ora, al centro, troneggiava la sua tazza di ceramica inglese, dolorosamente sbeccata, circondata da due posate d’argento consunte da quanto Ida le lucidava con dedizione liturgica. La colazione era quella di sempre: un uovo alla coque, alcuni crostini con marmellata di more, un pezzo di formaggio molle dall’odore rassicurante. Nulla, apparentemente, era cambiato. Quando si sedette, Ida entrò portando due caraffe fumanti, una di latte e una di caffè. Si salutarono come facevano da decenni: un cenno del capo, uno sguardo rapido, una consuetudine così rodata da sembrare un gesto automatico della casa più che delle persone. Ida posò le caraffe con precisione millimetrica e restò in piedi un istante, come sempre, in attesa di un segnale che non arrivava mai. Il conte iniziò la colazione. Picchiettava con il cucchiaino la sommità dell’uovo, cercando l’apertura giusta, con una concentrazione che, di solito, riservava solo al conteggio delle rane. Proprio mentre lavorava di fino sul guscio, parlò. «Ida…» Lei si irrigidì appena. Il tono era diverso. Non più quello piatto e laterale di sempre. C’era una vibrazione nuova, una sicurezza che la mise immediatamente in allarme. «Si accomodi,» disse il conte, senza alzare lo sguardo dall’uovo, «dall’altra parte del tavolo.» Ida rimase immobile. Il tavolo era lungo. Sedersi “dall’altra parte” significava una distanza che non veniva mai usata. Significava colloquio. Significava confronto. Obbedì. Si sedette, lisciandosi il grembiule, e lo guardò con quell’attenzione mista a prudenza che si riserva ai bambini quando parlano troppo seriamente. Gianalberto sollevò finalmente lo sguardo e la fissò negli occhi, senza perdere però la concentrazione sull’apertura dell’uovo, che procedeva con una precisione chirurgica. «Ida,» disse, «ho riflettuto.» Ida deglutì. Riflettere, per il conte, era un verbo pericoloso. Un verbo che, nella sua esperienza, annunciava sempre lavoro extra. «Ho riflettuto sul mio futuro.» L’uovo si aprì con un crack perfetto. Un’apertura netta, elegante, quasi armonica. «E ho deciso che devo fare qualcosa.» Ida sentì un leggero ronzio alle orecchie. Non era un effetto mistico, ma l’inizio di un’emicrania annunciata. Lo guardava senza interromperlo, pregando interiormente che quel “qualcosa” fosse breve, vago e possibilmente reversibile. «Questa cascina,» proseguì il conte, «ha delle potenzialità.» Ida pensò alla concimaia. Alla mucca oboista. Al cane bipede. Decise di non commentare. «E io…» disse Gianalberto, intingendo con cura il cucchiaino nell’uovo, «mi sento finalmente pronto.» Pronto a cosa, Ida non osò chiederlo. Conosceva bene il rischio delle domande aperte. «Vorrei il suo parere,» aggiunse il conte. Questa frase, più di tutte, la fece vacillare. Il suo parere. In cinquant’anni di servizio, nessun Marchetti le aveva mai chiesto un parere. Le avevano chiesto di cucinare, di pulire, di organizzare, di tacere, di resistere e, quando era giovane, di prendersi qualche palpata sul sedere dal conte Ulderico. Ma non un parere. Mai. Ida si schiarì la voce. «Conte…» iniziò, con cautela, «lei ha dormito bene?» Gianalberto annuì, sereno. «Benissimo. Come non mi succedeva da anni.» Ida sospirò. Dentro di sé, iniziò una preghiera rapida, senza punteggiatura, rivolta a qualsiasi santo fosse disponibile per turni straordinari. Il conte continuava a mangiare l’uovo con metodo, come se stesse eseguendo un rito propiziatorio. Ogni gesto era lento ma deciso. Ogni parola sembrava uscire da un luogo nuovo della sua persona, uno che Ida non aveva mai frequentato. «Ida,» concluse, «oggi vorrei cominciare.» Lei lo fissò. Poi abbassò lo sguardo. Poi lo rialzò. «A fare cosa, conte?» Gianalberto sorrise. Un sorriso piccolo, sincero, quasi emozionato. «Non lo so ancora.» E in quella risposta, Ida capì due cose con assoluta chiarezza: che la giornata sarebbe stata lunga, e che il castigo non era ancora finito. «Devo riflettere su quello che è accaduto ieri alla concimaia.» Il conte pronunciò quella frase con la stessa solennità con cui, in altre epoche, si sarebbero annunciati trattati di pace o dichiarazioni di guerra. Ida, seduta composta sull’altro lato del tavolo, annuiva lentamente, con quella devozione tutta pratica che si riserva alle affermazioni del padrone quando non è chiaro se siano ordini, pensieri o semplici rumori prodotti dalla bocca. «Non è stato un fatto chiaro,» proseguì Gianalberto, «né un avvenimento casuale.» Ida pensò che, a giudicare dalla vita del conte, il casuale era sempre stato l’unico vero organizzatore dei suoi eventi. Ma non disse nulla. «È stata… una cosa.» Fece una pausa, cercando il termine giusto. «Una cosa che potrebbe essere sfruttata, che potrebbe avere un senso imprenditoriale.» Ida irrigidì appena le spalle. Ogni volta che il conte usava il verbo sfruttare, qualcuno finiva per lavorare di più. E, statisticamente, quel qualcuno era lei, visto che erano rimasti soli nella cascina. «Per alleviare la sofferenza della gente,» continuò lui, con un tono improvvisamente missionario, «e generare introiti per la cascina.» Ecco. Ida capì che la mattinata aveva ufficialmente preso una brutta piega. Ascoltava, composta e marziale, le cretinate — perché di questo si trattava secondo lei — espresse dal suo datore di lavoro. Annusava nell’aria quel misto di entusiasmo e ingenuità che, nei Marchetti, aveva sempre preceduto grandi fallimenti silenziosi. Dentro di sé si domandava, non per la prima volta, quale peccato originale l’avesse condannata a restare lì, lucida e seduta composta, mentre il conte, già solo per il fatto di parlare da più di due minuti consecutivi, stava vivendo un evento epocale. «Mi scusi, conte,» disse infine, con quella prudenza che le aveva salvato la vita più volte del rosario, «ma… come si potrebbero fare dei soldi con il letame?» La domanda era sincera. Pratica. Terrena. Degna di una donna che aveva visto l’acqua portarsi via le case e la fame svuotare i piatti. Gianalberto, però, non si scompose. Anzi, sembrò rinvigorirsi. «Vede, Ida,» disse, appoggiando il cucchiaino con cura, «ieri si sono dati appuntamento tutti i nostri animali alla concimaia.» Ida pensò a Gina che trotterellava come una debuttante e a Caligola che aveva deciso di sfidare Darwin. Si limitò a stringere le labbra. «E dopo un tempo relativo,» continuò il conte, «se ne sono andati in uno stato euforico mai visto prima.» Euforico. Una vacca. Ida fece mentalmente il segno della croce, ma solo dentro. «Io stesso,» aggiunse Gianalberto, abbassando la voce come se stesse confessando un peccato veniale, «non so se respirando i miasmi della concimaia o perché ho masticato un filo d’erba… sono stato rapito.» Rapito. Ida fissò un punto indefinito sul muro dietro la testa del conte, dove una macchia di umidità aveva preso la forma di un santo non riconosciuto. Forse era un segno. O forse era solo muffa. In entrambi i casi, le sembrava più affidabile di quel discorso. Dentro di sé, Ida pensava, perchè a settantotto anni era costretta a sentire un uomo adulto parlare seriamente di estasi da concimaia. E lo faceva impettita. Marziale. Come se stesse ascoltando un generale e non un conte che fino a ieri contava rane per passare il tempo. Gianalberto, imperterrito, proseguì. «Quindi deduco,» disse, scandendo bene, «che per motivi a me ancora oscuri, la zona della concimaia trattiene in sé… e non so ancora come… una sostanza euforizzante.» Ida sentì il cuore fare un piccolo salto. La parola sostanza non prometteva nulla di buono. «Una sostanza,» ripeté lui, «che influisce benevolmente sull’umore dei cristiani… e degli animali.» Ida abbassò lo sguardo sulle mani. Pensò a tutti i cristiani che aveva visto soffrire per cause molto più concrete: la fame, il freddo, la guerra, i padroni. E ora qualcuno ipotizzava di curarli col letame. «A noi, Ida,» concluse il conte, con una solennità che non ammetteva repliche, «l’arduo compito di scoprirla. E sfruttarla.» Poi si fermò. Una pausa teatrale, studiata, che lui stesso non sapeva di saper fare. Durante quel silenzio, prese una fetta di pane, vi spalmò con attenzione una dose generosa di formaggio molle e aggiunse un velo sottile di marmellata di more. Un accostamento audace, ma non privo di una sua logica, come tutto ciò che faceva quella mattina. Mangiò. Masticò. Deglutì. Infine alzò lo sguardo. «Lei cosa ne pensa, Ida?» Il parere di Ida. Di nuovo. Ida lo guardò. Lo guardò davvero. Vide un uomo che, per la prima volta nella sua vita, non stava scivolando via dalle cose, ma cercava di afferrarle — anche se nel modo sbagliato, anche se partendo da una concimaia. Inspirò lentamente. «Conte,» disse infine, con una calma che sapeva di resa intelligente, «io penso che ieri lei abbia preso un colpo di sole. O qualcosa di simile.» Gianalberto non si offese. Anzi, parve considerare seriamente l’ipotesi. «Ma,» aggiunse Ida, perché la vita le aveva insegnato che opporsi frontalmente era inutile, «penso anche che se davvero c’è qualcosa là fuori che fa star bene uomini e bestie… allora o è una grazia, o è una tentazione.» Fece una pausa. «E in entrambi i casi,» concluse, «prima o poi presenta il conto.» Il conte annuì lentamente. Non perché avesse capito tutto. Ma perché, per la prima volta, sentiva di essere sulla strada giusta. Ida, dentro di sé, riprese a pregare. Non perché credesse nel progetto. Ma perché aveva capito che, qualunque cosa fosse quella sostanza miracolosa, lei sarebbe stata coinvolta. «Bene, Ida. Prendo atto della sua dichiarazione.» Il conte pronunciò quella frase con l’aria di chi ha appena verbalizzato una decisione irreversibile del Consiglio dei Ministri, quando in realtà stava ancora seduto a tavola con una briciola di pane sul gilet. «E le comunico,» proseguì, «che questa mattina la dispenso dalle sue faccende domestiche.» Ida sgranò gli occhi. Dispensata. Non dalle preoccupazioni, non dal conte, non dalla vita. Ma dalle faccende domestiche. Era una notizia talmente inattesa che per un attimo temette di aver capito male. «Per concentrarsi con me,» aggiunse Gianalberto, con tono grave, «a un ulteriore esperimento che porterà, spero, alla conferma delle mie teorie sulle doti taumaturgiche della concimaia.» Ida non capì nulla. Niente. Zero. Ma aveva colto perfettamente la prima parte: niente pulizie. E questo, nella sua lunga esperienza, equivaleva a una tregua armata, una sospensione delle ostilità quotidiane degna di essere accolta con prudente gratitudine. Il conte fissò l’orologio immaginario che portava dentro di sé e decretò: «Appuntamento sull’aia alle dieci in punto.» Poi, come se l’organizzazione di una spedizione scientifica fosse un’attività logorante, si ritirò sotto il portico del giardino, lasciandosi il tempo — parole sue — «di gustare un buon sigaro». Alle dieci in punto, Ida era sull’aia. In piedi. Al centro. Con una sensazione addosso che somigliava più a un disastro imminente che all’inizio di una scoperta rivoluzionaria. Guardava il portico. Niente. Passarono cinque minuti. Poi dieci. Poi quindici. Ida, che notoriamente ferma non sapeva stare, iniziò a saltellare da uno zoccolo all’altro, cercando di alleviare il fastidio dei talloni e, contemporaneamente, quello dell’anima. Ogni tanto lanciava uno sguardo al cielo, non per controllare il tempo, ma per capire se qualcuno lassù stesse prendendo appunti. Alle dieci e trenta, con la dignità di chi ha aspettato abbastanza anche per una vita intera, si incamminò verso il portico. E lì lo vide. Gianalberto Marchetti, conte per grazia ereditaria, seduto sulla sedia di vimini, con un sigaro spento incastrato in bocca, russava copiosamente. Il moncone di sigaro si muoveva in modo sincrono con il naso e i polmoni, avanti e indietro, come un pistone stanco ma metodico. Ida lo osservò. A lungo. Ecco il formidabile imprenditore della concimaia, pensò. L’uomo del futuro. Tossì. Una volta. Poi due. Poi tre. Un crescendo di tonalità degno di un richiamo liturgico. Al quarto colpo di tosse, il conte sobbalzò, aprì gli occhi e disse di colpo, con assoluta convinzione: «La stavo aspettando, Ida.» Ida non rispose. Lo guardò. Il conte si alzò soddisfatto, come se quella pennichella fosse stata una fase fondamentale del processo creativo, e si avviò verso il centro dell’aia con passo deciso, facendo cenno a Ida di seguirlo. L’aria era quella di un’adunata militare, anche se l’esercito, per ora, era composto da due persone e parecchie perplessità. Si fermò. Si voltò. E dichiarò: «Ida. Porti qui al mio cospetto tutte le mandrie a nostra disposizione.» Ida lo fissò come si guarda un bambino che ha appena scoperto una parola nuova e vuole usarla subito, a sproposito. «Conte,» disse con pazienza ferrea, «tutte le mandrie sono composte da una mucca, un cavallo e un cane.» Gianalberto annuì, incurante di qualsiasi implicazione numerica. «Appunto.» Ida sospirò. Girò sui tacchi. E andò verso la stalla. Dopo dieci minuti tornò, trascinando la situazione nella sua concretezza: a destra la mucca Gina, placida e vagamente sorridente; a sinistra il cavallo, che accettava la faccenda con la rassegnazione di chi ha visto di peggio. Caligola li seguiva a distanza, con l’aria di chi partecipa più per curiosità che per convinzione. Ida li posizionò davanti al conte in modo marziale, come una parata improvvisata. La mucca al centro, il cavallo a lato, il cane leggermente defilato, perché anche lui aveva una sua dignità. Gianalberto passò in rassegna la truppa. Camminava lentamente, mani dietro la schiena, annuendo. Osservava. Valutava. Poi, con un gesto ampio, eroico, totalmente sproporzionato alla situazione, disse: «Avanti. Seguitemi.» E si incamminò verso la concimaia. Ida lo seguì. La mucca lo seguì. Il cavallo lo seguì. Il cane, dopo un attimo di riflessione, decise che sì, valeva la pena vedere dove sarebbe andata a finire quella follia. E mentre avanzavano in quella processione improbabile, Ida ebbe una certezza limpida e definitiva: qualunque cosa fosse successo il giorno prima alla concimaia, non aveva solo cambiato il conte. Aveva aperto una stagione nuova. E lei, come sempre, ci era dentro fino al collo. Arrivati alla concimaia, il conte GianalbertoMarchetti assunse immediatamente quell’atteggiamento che gli veniva naturale solo in rare occasioni: quello dell’uomo che sta per fare la storia, anche se non è del tutto sicuro di quale storia si tratti. Si fermò sul bordo rialzato del terrapieno, inspirò con una certa enfasi l’aria densa e complessa del luogo — un bouquet che univa note vegetali, sentori di palude e una persistente base di stalla — e poi, con un gesto largo del braccio, pronunciò l’ordine solenne: «Ida. Libera le truppe.» Ida non rispose. Aveva imparato che, quando il conte usava il lessico militare, era meglio limitarsi all’esecuzione meccanica e rimandare qualsiasi commento a una vita futura, possibilmente in paradiso. Diede una pacca sul sedere alla mucca e al cavallo e la “mandria” — termine che in quel contesto aveva una valenza più simbolica che numerica — si disperse nella concimaia. La mucca fu la prima a muoversi. Fece qualche passo lento, misurato, con quella dignità bovina che nessun evento, nemmeno mistico, sembrava riuscire a scalfire. Si avviò verso una zona dove erano cresciuti robusti cespugli di erba verdissima, rigogliosa oltre ogni decenza agronomica. Le radici affondavano in una fascia semi-acquitrinosa a ridosso di una fila di campi coltivati, il cui piano di campagna si trovava almeno cinquanta centimetri più in alto rispetto alla concimaia. Era come se quell’erba avesse deciso di prosperare contro la logica, nutrendosi di ciò che scendeva, di ciò che colava, di ciò che veniva scartato. La mucca infilò il muso tra i cespugli con una lentezza studiata, quasi rituale, e iniziò a brucare. Ogni masticata era profonda, concentrata, come se stesse leggendo un testo sacro scritto direttamente nel terreno. Di tanto in tanto sollevava la testa, guardava il mondo con un’espressione che poteva vagamente assomigliare ad un sorriso, e poi riprendeva, convinta. Il cavallo, fedele alla non scritta ma rigidissima regola della cascina — mai avere fretta — si diresse verso un’area fangosa composta da un ammasso informe di ramaglia tagliata, residui verdi di steli di granoturco marcente e letame proveniente dal pollaio. Un luogo che, per un equino di buone maniere, avrebbe dovuto rappresentare un deterrente naturale. E invece no. Affondò uno zoccolo, poi l’altro, con la rassegnazione di chi ha capito che opporsi al destino è inutile. Abbassò il muso, annusò, soffiò leggermente — un gesto che, nel linguaggio dei cavalli, poteva significare tutto o niente — e rimase lì a brucare pacificamente. Caligola, invece, fece una scelta diversa. Non si allontanò dal bordo della concimaia. Rimase vicino. Prudente. Si mise a giocare con un’erba selvatica dal fusto duro, coriaceo, che si piegava sotto i suoi denti con una resistenza elastica. La mordeva, la tirava, la lasciava andare, la riacchiappava. Un gioco infantile, quasi terapeutico, che non aveva nulla di scientifico ma molto di necessario. Ogni tanto alzava lo sguardo verso il conte, come per dire: io faccio la mia parte, ma senza esagerare. Il conte e Ida si sedettero sul bordo della vasca in cemento. Lasciarono penzolare le gambe nel vuoto, sopra una pozza evidente di un liquido scuro e viscoso che poteva essere definito, con una certa generosità terminologica, concime liquido. Era la risulta dei drenaggi della concimaia: un distillato lento e paziente di tutto ciò che la terra aveva deciso di non trattenere. «Osservi, Ida,» disse il conte, con voce bassa ma carica di aspettativa. «Osservi con attenzione.» Ida osservava. Sempre. Aveva osservato la piena del Po. La fame. Le suore. I conti. La morte. Ora osservava anche questo. Seduti lì, sembravano due spettatori a teatro. Davanti a loro, la battaglia annunciata dal conte non aveva nulla di epico: nessun fragore, nessuna carica. Solo masticazioni lente, zoccoli nel fango, denti che piegavano steli, rumori molli e profondi. Eppure, nell’aria c’era qualcosa. Una tensione gentile. Una sospensione. Il conte si sporse leggermente in avanti, come se temesse di perdersi un dettaglio fondamentale. Ida, invece, si limitava a stare. Con quella presenza solida che aveva sviluppato in decenni di sopravvivenza silenziosa. «Vede?» riprese Gianalberto. «Non c’è violenza. C’è… adesione.» Ida non sapeva cosa volesse dire, ma la parola le piacque poco. La mucca rallentò le masticazioni. Il cavallo spostò il peso da una zampa all’altra. Caligola lasciò l’erba e si sedette. Il liquido sotto di loro rifletteva una luce opaca, quasi oleosa, e ogni tanto una bolla saliva lentamente in superficie per poi scoppiare con un plop sommesso, come un pensiero che non riesce a diventare frase. Ida sentì qualcosa muoversi dentro. Una specie di quiete vigile. Come quando si è stanchi, ma non infelici. Il conte, invece, era rapito. Annotava tutto nella mente con un fervore nuovo. Ogni gesto animale gli sembrava una conferma. Ogni rumore, un indizio. Ogni silenzio, una prova. «Qui c’è qualcosa, Ida,» disse piano, quasi con rispetto. «Qualcosa che lavora lentamente. Come ha sempre lavorato la terra.» Ida lo guardò. Non rispose. Per la prima volta, però, non pensò subito alla punizione. Pensò — con cautela, quasi con diffidenza — che forse, in mezzo a quella concimaia, non stava assistendo solo all’ennesima stramberia del conte. Forse stava guardando l’inizio di un problema molto più grande. O, peggio ancora, di un’idea.
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L'Inquisizione. Fratello Elara: dal sermone nei campi di Padre Ball al patibolo di Tyburn. Capitolo 4Il dramma del predicatore egalitario, la condanna orchestrata da Fratello Elara e l’onda lunga di protesta popolareAprile 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Capitolo 4. Londra, Agosto 1381. Il mattino successivo al verdetto l’aria di St Albans odorava di pioggia sospesa. Due alabardieri del re, tunica cremisi con i leoni d’oro, attraversarono il chiostro per ricevere il prigioniero. Il priorato, abituato al sussurro delle lodi, tremò sotto il clangore del ferro secolare che veniva a prendere ciò che l’incenso non era riuscito a purificare. Fratello Elara firmò l’atto di consegna con mano più rigida del previsto. Mentre tracciava il proprio nome, avvertì l’inchiostro scuotersi, come se il calamo rifiutasse il compito di trasformare il verbo in condanna. Sull’altro lato del tavolo stava sir William Knolles, maresciallo di campo del giovane re Riccardo II: barba corta, armatura da parata già chiazzata di ruggine, occhi di chi ha visto rivolte spente con il fuoco. Knolles: «Custodiremo il condannato fino a Londra. Domani all’alba il corteo partirà.» Elara: «Badate che non gli manchi l’acqua né la possibilità di confessarsi.» Knolles: «Alle confessioni ci pensa il cappellano di corte. All’acqua… il Tamigi è abbastanza grande.» Ball uscì in catene; un cappuccio di tela grezza gli copriva metà del volto. Al tocco della pioggia sottile chinò il capo, forse per pregare, forse per ascoltare il lamento sommesso che saliva dalle cucine del convento: le suore intonavano un Salve Regina più mesto del solito, quasi chiedessero perdono al proprio stesso silenzio. Nel cortile stazionava un carro a quattro ruote, sponde alte, paglia sparsa. Quando il portellone si richiuse, un frate servita – fratello Athelstan – domandò a Elara se volesse benedire il viaggio. Elara sollevò la destra, ma le parole gli uscirono aride: «Dominus custodiat…». Più che benedizione, parve un commiato di chi non sa se sta lasciando partire un uomo o una parte di sé. Il corteo imboccò la Watling Street, ciottolato romano che serpeggiava tra roveri e siepi di prugnolo. Lungo i fossi, contadini incuriositi lasciavano zappe e badili per assistere al passaggio di quel “profeta incatenato”. Qualcuno si faceva il segno della croce, altri chinavano il capo, altri ancora – pochi, ma abbastanza da farsi notare – stringevano i pugni in tasca. Fra questi ultimi c’era Edmund Webber, fabbro di Harpenden, spalle quadre, barba fulva, cicatrice sul polso dovuta a una spranga incandescente sfuggitagli l’inverno prima. Accanto a lui la figlia dodicenne, Alice, occhi grandi come nocciole appena cadute. Alice (sottovoce): «È lui, padre?» Edmund: «Sì, mia piccola. Ricordati quel che ti ho detto: ascoltare non è peccato.» Alice: «Ma se parlano di ribelli…» Edmund: «Una catena attorno ai polsi non fa ribelle né santo. A contarlo è il motivo.» Il carro procedeva lentamente, sorvegliato da cinque arcieri e due balestrieri montati. Sotto il cappuccio, Ball avvertì il brusio della folla e, quando il convoglio si fermò per dare acqua ai cavalli, chiese a un soldato: «Posso rivolgere una parola?». Knolles, irritato dall’insistenza, stava per negare, ma il cappellano di corte, padre Morton, suggerì che un discorso pubblico avrebbe mostrato la “magnanimità del re”. Con un cenno condiscendente, il maresciallo concesse un minuto....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 13: La Morte Senza Traccia. Il Mistero che Avvolge BellanoUn'indagine che sfida la logica, tra autopsie senza risposte, omicidi irrisolti e segreti nascosti nel cuore di un piccolo paeseGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 13: La Morte Senza Traccia. Il Mistero che Avvolge BellanoAndrea prese servizio alle 8.15 all’ospedale di Bellano con la sensazione addosso di una giornata che non sarebbe rimasta dentro i confini della routine. Aveva lasciato Lisa a casa mentre si preparava per andare a scuola: lei trafficava in cucina, la borsa già pronta, i capelli raccolti in fretta, un’aria concentrata che non era solo da insegnante. Andrea l’aveva salutata con un bacio rapido e un “ci sentiamo dopo”, ma quel “dopo” aveva avuto un sapore diverso, come se entrambi sapessero che certe indagini non restano mai fuori dalla porta di casa. Alle 8.30 iniziò la riunione di reparto. Seduti attorno al tavolo: due medici, uno specializzando, la caposala con il suo blocco di appunti e quella capacità di vedere prima degli altri dove si annidano i problemi. Aggiornamento rapido, scambio di informazioni, triage delle priorità. Nulla di esplosivo: un paziente anziano con scompenso in stabilizzazione, un post-operatorio tranquillo, un paio di dimissioni previste. «Nessuna criticità?» chiese il collega più anziano, quasi per scaramanzia. La caposala scosse la testa. «Per ora no. Se non cambia qualcosa in giornata, dovrebbe filare.» Andrea si limitò a un cenno. Era abituato a quel lessico: per ora, dovrebbe, se non cambia. Il lavoro in ospedale è una partita a scacchi con l’imprevisto. Dopo una ventina di minuti ognuno prese servizio. Andrea rientrò nel suo studio, chiuse la porta alle spalle e si concesse un respiro. Poi la vide. Sulla scrivania, posata con una cura quasi formale, c’era una busta gialla con l’intestazione della clinica universitaria a cui aveva affidato le analisi dei reperti dei due cadaveri su cui aveva eseguito le autopsie. Il suo nome era scritto in stampatello. Il timbro di protocollo era recente. Andrea restò fermo un secondo. Quella busta non era solo una carta: era una risposta importante ad un giallo intricato. E in quei casi le risposte, a volte, fanno più paura delle domande. Si sedette, infilò un dito sotto il lembo, aprì. Dentro c’era un fascicolo di poche pagine, pinzato. Lo tirò fuori, lo appoggiò sul tavolo, lesse l’intestazione. CLINICA UNIVERSITARIA DI COMO– DIPARTIMENTO DI MEDICINA LEGALE E TOSSICOLOGIA FORENSE REFERTI ISTOPATOLOGICI E TOSSICOLOGICI – CAMPIONI D’ORGANO Protocollo n. CU-MLT/27-K38983691 Data refertazione: 25 Febbraio 1960 Richiedente: Dott. Andrea Riva – Ospedale di Bellano Oggetto: Accertamenti integrativi su campioni d’organo (fegato e cuore) relativi a due soggetti sottoposti ad esame autoptico giudiziario. 1) SOGGETTO A – CAMPIONI: FEGATO / CUORE Materiale ricevuto: Frammenti di parenchima epatico, fissati in formalina tamponata 10%, inclusi in paraffina (3 cassette). Frammenti di miocardio ventricolare sinistro e setto interventricolare, fissati e inclusi (3 cassette). Aliquote per analisi chimico-tossicologica (conservazione a -20°C): fegato (50 g), sangue periferico, urine (se disponibili secondo verbale di trasmissione). Esame istologico (H&E; colorazioni speciali se indicate): Fegato: architettura lobulare sostanzialmente conservata. Modesta steatosi microvescicolare focale (<5% epatociti). Assenza di necrosi a ponte, assenza di infiltrato infiammatorio significativo, assenza di colestasi canalicolare. Spazi portali indenni da fibrosi significativa (stadio F0–F1 secondo criteri semiquantitativi). Non evidenza di corpi di Mallory-Denk. Cuore (miocardio): miocardio con fibre di calibro regolare, senza aree di necrosi coagulativa recente. Assenza di infiltrato infiammatorio interstiziale compatibile con miocardite. Non evidenza di edema interstiziale significativo. Modesta fibrosi interstiziale focale compatibile con alterazioni aspecifiche d’età/stress, non dirimente. Coronarie non valutabili su campioni parenchimali (si rimanda a referto autoptico macroscopico per stato del circolo coronarico). Analisi tossicologico-forense (screening + conferma): Metodica: screening immunochimico su sangue/urine ove disponibili; GC-MS e LC-MS/MS su estratti di fegato e sangue; ricerca di volatili e solventi; pannello farmaci d’abuso e farmaci comuni (benzodiazepine, oppiacei, antidepressivi triciclici, SSRI, antipsicotici, beta-bloccanti, calcioantagonisti), pesticidi organofosforici/carbammati, metalli pesanti (screen ICP-MS ove indicato).....ACQUISTA IL ROMANZO
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Ombre di Ambizione. Capitolo 18: L’Incontro DecisivoIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 18: L’Incontro DecisivoGiulio Conti, noto imprenditore della seta e astuto affarista, si alzò di buon'ora nella sua sontuosa villa affacciata sul Lago di Como. La villa, un elegante esempio di architettura neoclassica, si stagliava maestosa sulle sponde del lago, circondata da lussureggianti giardini che si estendevano fino alle rive, dove l'acqua scintillava come argento liquido al primo sole del mattino. L'edificio era imponente, con grandi finestre a vetri che lasciavano entrare la luce del giorno e colonne marmoree che decoravano la facciata, conferendo un'aria solenne e affascinante. Il tetto era sormontato da tegole in ardesia scura, mentre intorno alla villa si estendevano terrazze con ringhiere in ferro battuto, da cui si godeva di una vista mozzafiato sul lago sottostante. All'esterno, i giardini della villa erano curati in ogni minimo dettaglio, una perfetta fusione tra natura e arte. I vialetti di ghiaia serpeggiavano tra aiuole di fiori colorati, dalle rose alle azalee, che riempivano l'aria di un delicato profumo, mescolandosi con la freschezza del lago. Alti cipressi svettavano qua e là, regalando ombra e frescura ai camminamenti, mentre statue classiche e piccole fontane adornavano il verde, contribuendo a creare un'atmosfera da sogno. Il giardino digradava dolcemente verso la riva, dove una piccola darsena ospitava una barca, pronta a solcare le acque calme del lago. Giulio uscì sulla terrazza principale, dove il personale di servizio aveva già predisposto un tavolino per la colazione. Una tovaglia di lino bianco copriva il tavolo, impreziosita da stoviglie in porcellana e posate in argento che brillavano alla luce del mattino. Un vassoio d'argento ospitava brioches appena sfornate, marmellate fatte in casa, frutta fresca e una caffettiera ancora fumante. Sedendosi, Giulio inspirò profondamente, assaporando l'aria fresca e il profumo dei fiori, un connubio che sembrava dargli la carica per la giornata che aveva davanti. Dalla terrazza, il panorama era incantevole: il lago si stendeva tranquillo, incorniciato dalle montagne che si riflettevano nelle sue acque limpide. Piccoli battelli passavano lentamente all'orizzonte, lasciando scie argentee, e la città di Como si intravedeva in lontananza, ancora silenziosa e addormentata. I suoi occhi scorsero i giardini, i dettagli della villa, e per un momento, Giulio si sentì soddisfatto di tutto ciò che aveva costruito. Ma dietro quell'apparente calma, la mente dell'imprenditore era già al lavoro, pianificando le prossime mosse nei suoi affari.......© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro
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Scomparsa della Nave Londra. Capitolo 2: Il Vortice dell'EnigmaL'indagine sulla scomparsa della nave cargo "Londra" aveva preso una piega oscura e inquietanteMaggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Scomparsa della Nave Londra. Capitolo 2: Il Vortice dell'EnigmaL'indagine sulla scomparsa della nave cargo "Londra" aveva preso una piega oscura e inquietante. Le autorità marittime italiane erano sopraffatte dalla mancanza di prove concrete, mentre i familiari dell'equipaggio e le compagnie assicurative iniziavano a esercitare una pressione sempre più importante. In un clima di crescente frustrazione e sospetti, un investigatore di nome Marco Ferri fu assegnato al caso, portando con sé una reputazione di risolutore di misteri complessi.Marco Ferri era noto per il suo approccio meticoloso e per la sua capacità di scavare in profondità fino a trovare verità nascoste. Arrivato a Napoli, Marco iniziò il suo lavoro con un'attenta analisi dei documenti della "Londra". La nave era stata caricata con macchinari usati, almeno secondo i registri ufficiali. Tuttavia, Ferri sapeva che i traffici illeciti spesso mascheravano i loro carichi con merci legittime. Passando in rassegna i registri portuali e le testimonianze degli operai del porto, Ferri notò qualcosa di strano. Diversi macchinari erano stati caricati senza la consueta documentazione di sicurezza, e i sigilli dei container erano stati apposti da un'azienda subappaltata che aveva legami sospetti con attività criminali.La svolta arrivò quando Ferri scoprì un vecchio messaggio radio cifrato tra i documenti di bordo. Il messaggio, inviato poco prima della scomparsa, conteneva coordinate che non corrispondevano al percorso dichiarato verso il Nord Africa. Decifrare il messaggio si rivelò difficile, ma grazie all'aiuto di un esperto di codici della polizia, Marco riuscì a interpretarlo. Le coordinate indicavano una zona del Mediterraneo vicino alla costa della Libia, ben lontano dalla rotta ufficiale. Questo suggeriva che la "Londra" avesse un'altra destinazione, forse un punto di scambio per merci illecite. Ferri decise di recarsi sul posto con una squadra di sommozzatori, sperando di trovare qualche traccia della nave.Arrivati sul posto, la squadra di Ferri condusse una ricerca sottomarina con l'aiuto di sonar e subacquei esperti. Dopo ore di ricerche infruttuose, finalmente trovarono qualcosa: un container semisommerso con il logo della compagnia proprietaria della "Londra". Il container era danneggiato, ma al suo interno conteneva prove sconvolgenti. Tra i rottami, furono trovati resti di dispositivi elettronici sofisticati e armi di produzione occidentale, indicativi di un traffico di armamenti. Ma la scoperta più inquietante fu una serie di documenti che rivelavano un piano dettagliato per il trasporto di rifiuti tossici verso paesi del Nord Africa, in violazione delle leggi internazionali.Mentre Ferri esaminava i documenti, si rese conto che non solo aveva scoperto una rete di traffici illeciti, ma che aveva anche attirato l'attenzione di pericolosi nemici. Poco dopo il ritrovamento, la sua squadra fu attaccata da un gruppo armato sconosciuto. La squadra riuscì a fuggire, ma l'attacco dimostrava che le sue indagini stavano minacciando interessi potenti.Tornato a Napoli, Ferri ricevette una visita inaspettata da un agente dei servizi segreti italiani, il quale gli consigliò di abbandonare l'indagine per la sua sicurezza. Ma Marco era determinato. Le prove suggerivano un collegamento tra l'affondamento della "Londra" e una cospirazione che coinvolgeva non solo gruppi criminali, ma anche elementi corrotti all'interno dei governi e delle forze dell'ordine. Ferri contattò una giornalista investigativa, Elisa Romano, che aveva lavorato su storie di traffici illeciti nel Mediterraneo. Insieme, decisero di unire le loro forze. Elisa, con le sue fonti e la sua capacità di far emergere verità scomode, sarebbe stata un'alleata preziosa.Le indagini congiunte di Ferri e Romano li portarono a scoprire una serie di transazioni bancarie offshore, legate a una società di copertura utilizzata per finanziare operazioni illecite. Ogni passo avanti rivelava nuovi strati di corruzione e complicità, e il rischio per la loro sicurezza aumentava. Ma il pezzo più sorprendente del puzzle arrivò quando riuscirono a intercettare una conversazione tra due figure chiave della cospirazione. La conversazione rivelava l'esistenza di un'altra nave, pronta a compiere lo stesso viaggio della "Londra", con un carico ancora più pericoloso.Ferri e Romano si resero conto che il tempo era essenziale. Dovevano prevenire la partenza di questa nuova nave, che avrebbe potuto portare alla morte di innumerevoli persone e causare un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. Ma la rete di nemici che avevano davanti era vasta e influente. La loro unica speranza era raccogliere abbastanza prove per esporre pubblicamente la cospirazione, costringendo le autorità a intervenire. La loro prossima mossa li avrebbe messi direttamente nel mirino dei criminali, ma era l'unica possibilità per fermare l'imminente catastrofe e risolvere finalmente il mistero della "Londra". Così, con un piano rischioso e il cuore pieno di determinazione, Marco Ferri ed Elisa Romano si prepararono ad affrontare il capitolo più pericoloso della loro indagine.© Vietata la Riproduzione
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 4: Il Fuoco della Fornace e l’Ombra del CarnevaleTra Murano e Piazza San Marco, un vetraio diventa pedina di un gioco segreto che intreccia potere, maschere e sangueAgosto 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 4: Il Fuoco della Fornace e l’Ombra del CarnevaleIl fuoco della fornace pulsava come un cuore di lava, e attorno ad esso gli uomini si muovevano con gesti rapidi e misurati, come musicisti che suonano uno spartito invisibile. Piero Zanchi soffiava piano attraverso la canna, gonfiando con cura un foglio di vetro sottile, quasi trasparente, striato di rosso e blu come un tramonto intrappolato in una bolla. La sua fronte sudata brillava alla luce rossa del fuoco, e ogni respiro era un calcolo, ogni battito un rischio. Bastava un soffio troppo forte, un istante di distrazione, e quel fragile miracolo si sarebbe spezzato in cento frantumi. Attorno a lui, il rumore dei compagni: il clangore del tagliolo sulla piastra, le bestemmie che accompagnavano un pezzo incrinato, lo stridere del ferro immerso nell’acqua. La vetreria era un universo chiuso, con leggi proprie e un linguaggio fatto di gesti. Fu allora che, dall’alto della balaustra, una voce tagliente squarciò l’aria come una lama: — Zanchi!.....Acquista il libro
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La Casa che Mangiava Plastica: la fiaba dei bambini che salvarono l’ambienteCome Sofia e i suoi amici salvarono una casa magica e scoprirono il segreto del riciclo, cambiando il destino del loro paeseNel piccolo paese di Vallechiara, stretto tra dolci colline e campi di fiori, si raccontavano tante storie. Ma la più misteriosa era quella sulla casa in fondo a via dei Gelsi. La casa era vecchia, con il tetto a punta ricoperto di muschio e finestre grandi che sembravano occhi sempre assonnati. Da tanti anni nessuno ci abitava, e i grandi del paese dicevano che era ormai da demolire. “È pericolante,” borbottava il sindaco. “Ci vivono solo i ragni!” rideva la signora Gina, la fioraia. Ma i bambini di Vallechiara, soprattutto Sofia, Leo, Anna, Amir e Gaia, la guardavano in modo diverso. Quella casa li incuriosiva: ogni tanto, se passavano vicino al cancello arrugginito, sentivano un odore dolce e frizzante, diverso da tutto il resto. Una mattina d’aprile, mentre il vento faceva danzare i petali delle margherite, Sofia propose ai suoi amici di scoprire il segreto della casa vecchia. “Ci siete?” chiese con gli occhi brillanti di curiosità. “Sei matta?” le rispose Anna, “Dicono che è infestata!” “Appunto!” rise Leo, “Così vediamo se è vero!” Solo Amir rimaneva un po’ indietro, ma alla fine si fece coraggio. Gaia, invece, teneva stretto il suo quaderno: voleva disegnare ogni cosa strana che avrebbero visto. Scesero piano lungo il vialetto, passando tra l’erba alta e le ortiche. Arrivati davanti alla porta, Sofia si fermò. “Bussiamo insieme?” sussurrò. Toc-toc. Un suono profondo e strano, come un eco lontano. All’improvviso la porta si aprì da sola, cigolando forte, e una voce roca ma gentile risuonò nell’aria. “Avanti, piccoli ospiti. Non abbiate paura…” I bambini entrarono, trattenendo il fiato. Dentro, la casa non era buia né spaventosa. Era piena di colori: c’erano mucchi di oggetti di plastica – bottiglie trasparenti, tappi rossi e blu, vecchi giocattoli dimenticati, sacchetti accartocciati. Dalle pareti spuntavano rampicanti verdi e, sul pavimento, sbocciavano fiori gialli e rosa. “Che profumo!” disse Gaia, che cercava già il colore giusto nel suo astuccio. D’un tratto, dalla vecchia stufa in ferro, uscì un soffio di vapore colorato. “Non abbiate paura,” disse la voce, più chiara questa volta. “Sono io, la casa. Ho aspettato tanto prima che qualcuno mi ascoltasse davvero.” I bambini si guardarono sbalorditi. “Una casa… che parla?” balbettò Amir. “Non solo parlo,” disse la casa, “ma ho un segreto speciale. Ho imparato, tanti anni fa, a mangiare la plastica!” I bambini scoppiarono a ridere, pensando fosse uno scherzo. “Non ci credete? Guardate!” La casa aprì una specie di bocca nel muro. Anna lanciò dentro un tappo di bottiglia che trovò a terra. Subito, la casa sussultò e, tra le sue tegole, spuntarono violette profumate. “Visto? La plastica, se entra da me, sparisce. La trasformo in fiori, erba, aria pulita. È il mio dono. Ma nessun adulto mi ha mai creduta… anzi, vogliono abbattermi!” I bambini erano senza parole. “Dobbiamo aiutarti!” disse Sofia. “Ma come?” chiese Leo. “La gente pensa che sei solo vecchia e inutile… e che la plastica sia solo spazzatura.” La casa sospirò, facendo tremare i vetri. Quella notte, a casa loro, i bambini non riuscirono a dormire. Pensavano solo a come salvare la casa magica. “Se lo diciamo ai grandi, non ci crederanno mai…” sospirò Anna la mattina dopo a scuola. “Allora dobbiamo raccogliere prove!” propose Gaia, “Facciamo esperimenti, documentiamo tutto. Poi mostriamo i risultati!” Fu così che iniziò la più grande avventura della loro vita. Ogni pomeriggio, con la scusa di giocare, i cinque amici si incontravano vicino alla casa. Raccoglievano plastica ovunque: sulle rive del fiume, nei parchi, persino nei cestini del mercato. Portavano ogni oggetto alla casa, che li ringraziava con una vocina felice e con mille fiori colorati. Gaia disegnava tutto, Anna faceva foto col vecchio cellulare del fratello, Leo prendeva appunti su quanta plastica la casa riusciva a mangiare ogni giorno. Amir, che adorava le scienze, studiava cosa succedeva al prato e all’aria attorno alla casa. In poche settimane, il giardino davanti alla casa vecchia era pieno di papaveri, margherite, tulipani, e perfino farfalle che non si vedevano da anni. La voce della casa era sempre più allegra: “Grazie, bambini! Finalmente posso aiutare la natura e non sentirmi più inutile!”.....ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATOSCHEDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI📘 Titolo della Fiaba: Come Sofia e i suoi amici salvarono una casa magica e scoprirono il segreto del riciclo✍️ Autore: Marco Arezio – Fiabe per bambini🎯 Obiettivi Didattici - Far comprendere il concetto di riciclo e riutilizzo attraverso una narrazione simbolica. - Stimolare il pensiero critico verso l’abbandono e il degrado delle strutture esistenti. - Sensibilizzare sull’importanza della collaborazione tra bambini, scuola e comunità. - Incoraggiare l’azione concreta per la riduzione dei rifiuti plastici. - Promuovere il valore dell’immaginazione e della speranza attiva come motore del cambiamento. 🔁 Temi Educativi Principali - Riciclo, recupero e sostenibilità - Inquinamento da plastica e soluzioni locali - Valorizzazione del patrimonio esistente - Creatività, iniziativa e cittadinanza attiva Fiducia nelle nuove generazioni ⏳ Durata delle attività - 1 ora per lettura e discussione - 1,5 – 2 ore per laboratori creativi e progetti a gruppi Estensione possibile su più settimane per un vero progetto “plastica zero” 👧👦 Età consigliata 8 – 12 anni (fine primaria e inizio secondaria) 🧠 Attività Didattiche Proposte 🗣️ 1. Discussione e riflessione guidata Domande per avviare il confronto: - Perché la casa era considerata “inutile” dagli adulti? - Che valore hanno visto invece i bambini? - Cosa simboleggia il fatto che la casa trasformi la plastica in fiori? - Come cambia il paese grazie all’iniziativa dei bambini? ♻️ 2. Progetto: “La plastica si trasforma” Creazione di oggetti o opere d’arte con materiali plastici di recupero (tappi, bottiglie, imballaggi…). Si possono costruire: - Fiori “magici” da esporre in aula - Mosaici ecologici - Installazioni da mostrare alla comunità 📸 3. Documentare come veri scienziati Come i protagonisti della fiaba: - Raccogliere, pesare e classificare la plastica raccolta a scuola o in giardino - Creare un diario o una mappa visiva dei cambiamenti ottenuti con il riciclo - Costruire un “quaderno dell’impatto positivo” 🎭 4. Drammatizzazione: La casa parla - Mettere in scena la fiaba come spettacolo teatrale o lettura animata: - La casa può essere un grande pannello parlante - I bambini interpretano i personaggi - A fine spettacolo, si può invitare il pubblico a portare un oggetto da riciclare 📬 5. Lettera alla tua casa vecchia I bambini scrivono una lettera a una casa abbandonata o dimenticata, immaginando che possa parlare. Cosa potrebbe raccontare? Cosa vorrebbe che le persone facessero per aiutarla? 🧰 Materiali Necessari - Copia della fiaba (stampata o letta a voce) - Plastica pulita recuperata da imballaggi - Forbici, colla, colori, materiali creativi - Macchina fotografica o smartphone per documentazione 🌱 Competenze Educate - Educazione civica e ambientale - Comprensione del testo narrativo - Sviluppo di pensiero ecologico e progettuale - Espressione artistica e comunicativa - Collaborazione e spirito di iniziativa 💬 Frasi chiave da usare in aula “Anche una casa vecchia può insegnare qualcosa di nuovo.” “Ogni oggetto gettato può diventare un fiore, se troviamo il modo.” “Non esiste magia più potente dell’amicizia e del coraggio.” “Il riciclo è il primo passo per cambiare il mondo.” ✅ Valutazione delle attività - Partecipazione alla lettura e al dialogo - Capacità di riflettere su temi ambientali - Creatività nel laboratorio di riciclo - Iniziativa nel proporre soluzioni o idee - Collaborazione e rispetto delle idee altrui 📌 Possibilità di Estensione - Progetto scuola-famiglia “Ogni casa è importante”: intervistare parenti o vicini su case abbandonate da salvare - Collaborazione con Comune o associazioni locali per una giornata di plogging o pulizia ambientale - Esposizione pubblica degli elaborati creativi, con invito alla cittadinanza 🌟 Messaggio Finale per gli Alunni La casa magica non ha solo mangiato plastica: ha risvegliato la fantasia, l’impegno e l’amore di un intero paese. Anche tu puoi essere come Sofia: vedere ciò che gli altri non vedono, e credere che ogni gesto può cambiare il mondo.
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 7: L’eco nei cannetiAmore e Coraggio nel Borgo di Corenno Plinio, tra Misteri e CospirazioniSettembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 7: L’eco nei canneti La luce arrivò come un latte sottile, strisciando tra le persiane e lasciando in casa un chiarore incerto. Lisa e Andrea non parlarono quasi, mentre infilavano scarpe che potevano sporcarsi di fango e giacche leggere buone per la breva del mattino. L giornata precedente s’era chiusa con una decisione semplice e pericolosa: entrare nei canneti. Ora non c’era più spazio per i forse. Scivolarono giù per la scalinata di ciottoli che portava alla riva. Il borgo alle spalle respirava piano, occhi dietro tende sottili, cardini che sospiravano senza aprirsi. Davanti a loro, il muro verde dei canneti tremava come una creatura nervosa. Ogni passo sull’orlo dell’acqua generava un gorgoglio ovattato; il fango tirava su le suole con piccoli schiocchi, trattenendo ciò che voleva e restituendo il resto con riluttanza. — Sei pronta? — fece Andrea, più per sé che per lei. Lisa annuì. Il lago aveva un odore denso, ferroso, e sopra, come una pellicola, galleggiava il profumo dolciastro delle canne spezzate. Entrarono. Il canneto inghiottì la luce. Gli steli, alti più di loro, frusciavano addosso come abiti ruvidi. A intervalli irregolari, piccole radure d’acqua riflettevano il cielo pallido; in una, Andrea s’accosciò e indicò con l’indice. Lo stelo era piegato in basso, non spezzato: un passaggio recente, con qualcuno abbastanza esperto da farsi strada senza lasciare rovine. — Qui, stanotte — sussurrò. Continuarono, guidati da quel sentiero improvvisato. Il rumore dei loro passi si mischiava ai richiami lontani di una folaga invisibile e a un ritmico, lievissimo ticchettio che Lisa impiegò qualche secondo a riconoscere: gocce che cadevano da una lamiera nascosta, forse una tettoia, forse una parete. E infatti l’insenatura apparve all’improvviso, rituale come una porta. Tra le radici nodose di un salice che pendeva sull’acqua, sporgeva una struttura di pietra squadrata. Un portone basso, rinforzato da traverse metalliche ossidate; l’intelaiatura, antica, portava sui bordi graffi freschi e un mezzaluna chiara nella ruggine, come se una lama vi fosse scivolata dentro e su, forzando una leva interna. Il binario di legno su cui un tempo scorrevano pattini da varo entrava in acqua per un paio di metri, poi spariva nella torbidità verdastra. — Non è una cantina — disse piano Lisa, chinandosi alla guida inferiore —. Le guide sono sporcate da poco. Vedi il pulviscolo a V? Hanno sollevato e richiuso di recente. Andrea sfiorò le traverse. — E non con un piede di porco improvvisato. Hanno usato una lamina. Stretta e dura. Sapevano cosa cercare. Un fruscio secco li rese di vetro. Qualcosa si mosse a sinistra, due metri dentro il canneto. Andrea si voltò di scatto, intravide per un istante un triangolo scuro tra i fusti, poi il buio verde riprese forma. Nulla. Nessuno. Solo il ronzio minuto del lago e il respiro trattenuto che li pungeva da dentro. Ripercorsero il labirinto con la sensazione d’essere più osservati di prima. Quando sbucarono sul selciato, i suoni del borgo parvero tornare tutti insieme: un secchio appoggiato male contro una pietra, una sedia spinta all’indietro, due parole che si spezzavano appena li vedevano passare. Pietro, il pescatore più anziano, era seduto su una panca con la pipa spenta. Al loro passaggio, non fece finta di nulla. — Nei canneti, stamane — disse come se li avesse visti — non siete stati i primi. Stanotte è scesa una barca senza remi. Il lago l’ha portata. La barca ha piedi lucidi, non mani callose. Non mi chiedete chi: non porto nomi. E ricordatevi che quello che cercate non è vostro. — Di chi, allora? — sbottò Andrea. Pietro abbassò gli occhi. — Del lago. E di chi ha fatto giuramenti prima di noi. Si alzò, lasciando nell’aria un filo di tabacco umido. Lisa sentì quelle parole come un peso nel petto; Andrea, come una sfida sotto pelle. A metà mattina vibrò il telefono. Un messaggio: «Buongiorno, Chiesa di San Tommaso. Sagrestia. Sette in punto». Nient’altro. La secchezza era di Colleoni. La sagrestia odorava di cera e legno vissuto. Sul tavolo, il maresciallo aveva steso un panno scuro; sopra, un oggetto minuto brillava con una pazienza antica: un chiodo da barca, corto e nero, la capocchia incisa con due semicerchi e un taglio verticale—un occhio, se lo si guardava troppo a lungo. Accanto, in una bustina di plastica, un filo di canapa impregnato di catrame, annodato tre volte a distanze precise. — È vostro? — chiese Colleoni, senza cerimonie. — No — rispose Andrea. Lisa, in silenzio, scosse il capo. — L’ho trovato infilato tra le assi del molo piccolo, questa notte. E vicino, il filo. Tre nodi messi col metro, non a caso. Vecchio codice da barcaioli. Come dire: tre colpi. Tre inviti. O tre avvisi. Lisa prese il chiodo tra due dita, lo rigirò, poi indicò una fessura sottile sulla capocchia. — Non è solo un chiodo. È una chiave povera. La fessura accoglie una lamina piatta che alza la ghigliottina interna. Chi l’ha lasciato sa che qui c’è una rimessa con quel sistema. E vuole che la si apra. — O vuole che voi ci andiate — ribatté il maresciallo. — E che qualcuno vi aspetti dall’altra parte. In paese gira una faccia nuova: cinquanta anni, giacca scura, scarpe lucide, mani lisce. Dice di cercare un cugino pescatore. Nessuno qui ha quel cugino. Lisa deglutì, adesso più certa di prima che quell’ombra intravista nel canneto non fosse un riflesso. Andrea fece un mezzo passo verso il tavolo. — Stamattina abbiamo trovato un portone basso tra le radici del salice, alla Riva del Fò. Guide pulite, segni freschi. La lamina c’era, almeno fino a ieri. Colleoni si illuminò, ma solo negli occhi. — La Riva del Fò. Pensavo che quel budello fosse solo canne e zanzare. Bene. Da stanotte, io e due uomini ci alterniamo lì e al molo. Voi fatevi vedere in paese come sempre. Non fate gli eroi. E se qualcuno bussa, non aprite. Non finché non sapete chi è. Si rimise il chiodo nel taschino, insieme alla bustina con i tre nodi, come si ripone un pezzo di scacchi. Uscirono con la sensazione netta che le mosse successive non sarebbero state loro. La pioggia cominciò tardi, con gocce lente, poi prese sicura. In casa, l’odore del caffè salì dalle tazze e rimase in aria, come un proposito non mantenuto. Le persiane vibravano a ogni raffica, i vasi di gerani si piegavano e risalivano docili. Lisa provò a leggere i suoi appunti, ma le righe si muovevano. Andrea aprì e chiuse tre volte lo stesso cassetto senza sapere cosa cercare. Tre colpi secchi bussarono alla porta. Tac—Tac—Tac. Andrea e Lisa si guardarono. — Non aprire — disse Lisa, già in piedi. Andrea si avvicinò comunque, poggiò l’occhio allo spiraglio. Nessuno nel vicolo, solo la pioggia. Aprì di due dita. Sul gradino, avvolto in carta da pane umida, riposava un oggetto lungo. Andrea lo prese, richiuse, appoggiò il pacco sul tavolo. Il panno lasciava odore di lago. Dentro, una lamina di ferro lucidata di fresco, con un’impugnatura improvvisata in cuoio. Sulla lama, graffiato con punta dura, lo stesso occhio del chiodo. Sotto, tre righe sottilissime. E una parola mutila: Re—. — Ce la vogliono dare — mormorò Lisa, più stupita che rassicurata —. E vogliono che capiamo chi la dà. Andrea infilò la lamina nel cassetto della credenza e lo chiuse. — Domattina la portiamo a Colleoni. Stanotte, niente porte. Non era la sola regola che si diedero. Spensero la luce grande della cucina, lasciarono solo la piccola lampada vicino al lavello; evitarono di passare davanti alla finestra a figura intera; parlarono piano, come se la casa avesse orecchie. Ogni tanto, Lisa si fermava a guardare la fessura della persiana: il vicolo pareva un nastro bagnato, innocuo. Eppure la pelle le pizzicava il collo, come se un’attenzione, da qualche parte, fosse una corda tesa. Verso le dieci e mezza, la corrente ebbe un sussulto: un black-out di un respiro, poi la luce tornò. Subito dopo vibrò il telefono. Un audio da numero sconosciuto, sette secondi. Andrea lo fece partire in vivavoce. All’inizio si sentì solo acqua contro legno. Poi un respiro vicino al microfono, frenato. Infine tre colpi: tac—tac—tac, come un martello sulla capocchia di un chiodo. Fine. — Tre colpi, tre nodi — disse Lisa, segnando sul taccuino tre punti allineati, quasi senza accorgersene. La notte proseguì come un animale inquieto. Quando finalmente si sdraiarono, Lisa non dormì ma cadde in un dormiveglia nervoso, in cui l’acqua saliva dalle scale e lasciava impronte di fango sul pavimento, tre alla volta. Si svegliò di soprassalto per un cigolio nel corridoio. Restò immobile. Silenzio. Poi un fruscio lieve, un passo, o il corpo di una casa che si assesta. Non si mosse. Aspettò. Dopo qualche minuto le palpebre cedettero. All’alba, la nebbia aveva sostituito la pioggia. In cucina, il cassetto della credenza era socchiuso. Andrea sbiancò, lo aprì: la lamina c’era ancora. Ma sopra, appoggiata come un biglietto da visita, c’era una fotografia in bianco e nero, lucida d’età. Ritraeva una scala di pietra che scendeva verso un cortile, un vaso di gerani, una finestra con tende a quadretti—la stessa finestra che avevano davanti, com’era decenni prima. In fondo, due figure cancellate con graffiate fino a bucare la carta. Sul retro, a matita, Riva del Fò e una data: 17 giugno. Nessun anno. Sotto «Riva», una freccia sottilissima verso sinistra, quasi invisibile, appena graffiata. Il terrore cambiò forma. Non era più la paura di un’ombra nel canneto; era la consapevolezza che qualcuno fosse entrato, di notte, nella loro cucina, avesse aperto, guardato, posato e richiuso, senza lasciare un bordo fuori posto. Andrea passò il pollice sul bordo del cassetto: nessun segno di leva. — O aveva una chiave, o sa dove teniamo quella di scorta — disse piano. — O conosce questa casa meglio di noi — aggiunse Lisa, capovolgendo la foto. La freccia verso sinistra non indicava la rimessa: indicava accanto. Guardando il lago dalla porta bassa, a sinistra c’era un salice e oltre il salice la spalla di pietra su cui un tempo, se la memoria non la tradiva, poggiava la vasca di decantazione della vecchia filanda. — Se la vasca è stata coperta, lì sotto può esserci un vano. E un accesso nei canneti. Chiamarono Colleoni senza esitare. Il maresciallo arrivò poco dopo le otto, il trench bagnato. Guardò la fotografia come si ascolta un testimone riluttante. — Carta vecchia, graffio fresco — disse, annusandola. — La freccia è un invito o una presa in giro. La filanda aveva una vasca usata fino agli anni Sessanta; ricordo un verbale di chiusura, una copertura in pietra. Se c’è un vano, può essere stato riaperto senza che nessuno ci mettesse il naso per anni. Ottimo per nascondere oggetti, pessimo per chi ci si infila da solo. Io vado con due uomini. Voi restate. Se non vi scrivo entro due ore, chiamate Bellano e vi fate passare il tenente. Lisa… la lamina viene con me. Lisa gli porse non solo la lamina, ma il cassetto intero. — Porti anche questo. Così stanotte non aprono qui. Il maresciallo fece un mezzo sorriso che non gli toccò gli occhi. — Non apriranno. Non più di quanto vogliono farvi sapere. Rimasero soli. Il tempo prese una consistenza gommosa. Ogni rumore si dilatava: la goccia dal rubinetto, lo scatto dell’orologio, il tonfo lontano di una porta nel vicolo. Andrea preparò caffè che nessuno beveva. Lisa sedette sul gradino, le ginocchia tra le braccia, e guardò la luce filtrare in strisce: nella polvere in sospensione danzavano corpuscoli minuscoli, come neve lenta. Non possiamo essere sempre un passo dietro, pensò, ma essere un passo avanti senza vedere il pavimento è peggio. Passò un’ora. Dopo un’ora e mezza il telefono vibrò, ma non era il maresciallo. Un nuovo audio da numero sconosciuto. Andrea premette play. Stavolta, una voce. Di donna. Bassa, ruvida, come roca di fumo o di notti in piedi. «Lasciate stare. La memoria che cercate non è vostra. Il lago non dimentica. Noi sì.» Fine. Nessun suono d’acqua, nessun passo. Solo quella pluralità: noi. Lisa e Andrea si guardarono. Il mistero non aveva un solo volto. Aveva un coro. Pochi minuti dopo arrivò il messaggio di Colleoni, scarno: «Trovato accesso. Scendo. Segnale debole.» Poi nulla per lunghi minuti che sembrarono ore. A ridosso della seconda ora, un nuovo messaggio: «Vano trovato. Oggetti. Torno. Una cosa per voi.» L’aria in casa parve più leggera. Lisa si sorprese a sentire di nuovo i piedi, come se per un po’ non avessero toccato terra. Andrea allentò le spalle senza rendersene conto. Il maresciallo arrivò poco dopo mezzogiorno, bagnato fino ai pantaloni, con fango ai bordi delle scarpe lucide. Appoggiò sul tavolo un sacchetto di tela cerata e, sopra, un taccuino unto, rilegato alla povera, chiuso con uno spago. — Nel vano c’erano cose — disse —: pezzi di attrezzatura da barca, due ferri antichi marciti, un braccio di saracinesca. E questo. Era dentro una cassetta di latta, con tufo sul fondo. Il tutto era coperto da una stuoia che qualcuno sposta e rimette. Non spesso, ma con regolarità. Chi, lo vedremo. Intanto, guardate qui. Sciolse lo spago. Dentro, pagine a righe dense di grafia minuta. Non erano appunti recenti. La carta era ingiallita, la penna aveva lasciato solchi. In mezzo alle righe, segni. Tre linee, a volte, disposte oblique. Un occhio stilizzato in margine, ogni dieci o dodici pagine. In due punti, parole in latino abbreviate: memoriam, flumen, custodia. E, a metà taccuino, una frase in italiano, ripetuta due volte, con mano più pesante, come a inciderla: Il lago ricorda ciò che gli uomini vogliono seppellire. Lisa sentì quella frase come una corrente gelida alla base della nuca. Non era la prima volta che la vedeva; l’aveva incrociata negli appunti attribuiti a Enrico, la sera prima. Adesso tornava da un’altra mano, da un altro tempo. Non era un messaggio per loro soltanto: era un filo lungo decenni. — Nel vano, lungo una parete, c’era una mensola scavata nel tufo — riprese Colleoni —. Tre cavità uguali, a distanza regolare. Nella prima, niente. Nella seconda, questo taccuino. Nella terza, il segno di qualcosa rimosso da poco. E sul ciglio della mensola, tre tacche grossolane. Tre. Come i nodi. Come i colpi. Si fermò, lasciando che il numero girasse in stanza come un insetto. Andrea abbassò lo sguardo sull’ultima pagina. In basso, a margine, con grafia diversa, più recente, una sillaba troncata: Re—. La stessa incisione sulla lamina. Re come Riva? Rettifica? Reliquia? Res? — Per oggi basta vani — concluse il maresciallo. — Io faccio ripulire il punto e piazzo una fototrappola. Voi due… respirate. E non rispondete a nessun messaggio da sconosciuti. Li rigiro tutti al mio tecnico. — C’è una voce di donna — disse Lisa. — Bassa. Ha detto “noi sì”. Come se si fosse presa il diritto di cancellare, d’obbligo. Colleoni annuì. — Non è sola. Nessuno gioca da solo una partita così lunga. E nessuno lascia entrare ed uscire da una cucina se non vuole l’effetto. Volevano farvi sapere che possono. Per ora, è un avvertimento. Non regaleremo loro il secondo atto. Quando il maresciallo se ne andò, lasciò dietro una scia corta di pioggia e fango. In casa, il silenzio cambiò di qualità: non era più vuoto; era abitato dai segni. Lisa, con il taccuino tra le mani, si sedette sulla panca e sfiorò con l’indice la ripetizione più scura della frase—Il lago ricorda…—come si accarezza una cicatrice. Andrea preparò due tazze di tè e per la prima volta da ore le bevvero. — Siamo dentro — disse lui, a mezza voce. — E non possiamo uscire senza strapparci vestiti e pelle. Ma forse è giusto così. — Non voglio diventare come loro — rispose Lisa. — Non voglio cancellare per proteggere. Voglio ricordare per guarire. Fu allora che dal porticciolo arrivarono tre rintocchi secchi, non di campana ma di metallo su metallo. Non un segnale per il paese. Un linguaggio. Lisa e Andrea si affacciarono alla finestra senza accostarsi al vetro. In basso, due ragazzini correvano sotto la pioggerella; Pietro, che di solito si muoveva con lentezza deliberata, stava invece chiudendo con più fretta del solito una rete. Per un attimo si voltò verso la loro casa, come se sapesse esattamente dove guardare. Poi tornò ai suoi nodi. — Non siamo soli — disse Lisa. — No — fece Andrea —. E non siamo i primi. Si sedettero affiancati, il taccuino aperto tra loro come una mappa sbagliata. Le tre tacche sul bordo della mensola, i tre nodi, i tre colpi, la freccia sulla foto verso sinistra, la lamina incisa, il chiodo con l’occhio: ogni cosa indicava la Riva del Fò e insieme la oltrepassava, come se fosse solo un varco, non la stanza. Il filo nel canneto c’era, e loro lo tenevano tra pollice e indice; dall’altra parte, qualcun altro ne aveva avvolto il capo attorno al polso. Fu Lisa a rompere il silenzio: — Domani andremo alla Riva, ma non per entrare. Per guardare il salice. Se la freccia indica l’accanto, allora l’accanto è un custode. Un sasso, una radice, un segno nel legno. C’è sempre un custode nelle storie antiche. Andrea non rise. — E poi torneremo qui e rileggeremo il taccuino. Memoriam, flumen, custodia. Forse è proprio l’ordine. La luce si fece più netta, come se il cielo avesse trovato un varco. Un raggio pallido colpì la pagina e l’occhio inciso sulla lamina—riposta altrove—sembrò guardare lo stesso punto. Il lago, là fuori, riprese un colore più chiaro. Per un istante, tutto parve possibile: che la memoria guarisse, che il paese parlasse, che il vento fosse un messaggero benevolo. Poi il telefono vibrò di nuovo. Un messaggio breve, senza allegati, sempre dallo stesso numero sconosciuto. Due parole soltanto: “A stasera.” Lisa lo mostrò ad Andrea. Non c’era ora, non c’era luogo. C’era solo una promessa. O una minaccia. — Non apriamo — disse Andrea. — No — fece Lisa. — Ma guardiamo. Restarono così, con il capitolo della giornata che si chiudeva senza conclusioni, solo con il filo che usciva dalla pagina e s’immergeva nel lago. E con la certezza, muta e testarda, che quell’eco nei canneti non si sarebbe spento. Non ancora. Non prima del ventesimo capitolo della loro storia.© Vietata la Riproduzione
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 9: La carta che parlaIndizi silenziosi, biblioteche proibite e il linguaggio nascosto dell’assassino a Corenno PlinioGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 9: La carta che parlaLa stanza dell’albergo aveva l’odore tiepido del legno vecchio e dei tessuti profumati. A Corenno Plinio, a quell’ora, il lago non rifletteva quasi più nulla: era un’enorme lastra scura, interrotta solo da qualche luce lontana, come un segnale che non prometteva salvezza. Lucia aveva scelto quell’albergo proprio per questo. Non era un posto elegante, non era un posto “sicuro”. Era un posto dove la gente passava e non guardava. E per un’indagine che stava diventando più pericolosa man mano che si faceva precisa, era già molto. Aveva spento la luce principale. Solo la lampada sul comodino restava accesa, con un cono di chiarore giallo che tagliava la stanza come una lama smussata. Sul tavolo, vicino al telefono, aveva disposto tutto con ordine metodico: un taccuino, una matita, una lente pieghevole, due buste trasparenti sigillate con nastro, e sopra le buste — come un gesto quasi involontario di sfida — due frammenti di carta sottili, posati su un panno scuro per farli risaltare. Non erano fogli interi. Erano pezzi. Strappi. Porzioni di una cosa più grande. Stava aspettando che arrivasse Elisa per parlargliene. Lucia li guardò ancora una volta, come se la carta potesse cambiare forma se fissata troppo a lungo. Uno dei frammenti aveva una linea curva, come il bordo strappato da un taccuino o da una mappa piegata. L’altro era più regolare, ma presentava una trama diversa: sottilissima, quasi trasparente, con micro-perforazioni a intervalli. Nessuno dei due conteneva parole complete. Eppure entrambi sembravano voler dire qualcosa. La cartina del primo cadavere era sporca di un alone appena percettibile, una sfumatura, come se avesse assorbito un liquido e poi si fosse asciugata. Lucia non riusciva a non pensare a quel gesto: qualcuno che impregna, chiude, deposita. Un gesto tranquillo. Un gesto da lavoro. Bussò piano. Due colpi. Poi un terzo, più lieve. Lucia afferrò la pistola dal cassetto del comodino senza ostentarla, la tenne bassa lungo la coscia, e solo allora aprì. Lisa era lì, con il cappotto ancora addosso e i capelli raccolti male, come se fosse uscita in fretta. Il volto pallido, ma gli occhi vigili. Non sembrava spaventata: sembrava tesa. E Lucia riconobbe quella tensione. Era la stessa che aveva lei quando sentiva che un dettaglio stava per diventare una prova. «Entra.» disse Lucia. Lisa entrò e si voltò per chiudere la porta, poi rimase ferma un istante, guardando la stanza semibuia. «Hai paura?» chiese....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata
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Il Quadro della Donna sulla Bugatti: Le Indagini di Lucia Marini e il mistero del quadro scomparso. Capitolo 2Il furto del quadro di Tamara de Lempicka a Como, indagini serrate tra Museo Civico, frontiera di Chiasso e Linate con la commissaria Lucia MariniSettembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. La corsa del quadro della Bugatti verde verso l'estero. Le indagini di Lucia Marini. Capitolo 2Nel prefabbricato della dogana l’aria sapeva di carta carbone e pioggia imminente. De Sanctis stese sulla scrivania il planisfero degli spazi doganali—un foglio unto di timbri e pieghe—e col manico della penna tracciò linee rapide. «Qui, corsie merci pesanti. Qui i telonati. Qui i furgoni leggeri diretti a Chiasso-Strada. Li dividiamo in tre flussi. A ogni flusso un capoposto e un uomo con mazzuolo per la battitura. Voglio sentire il suono dei pannelli.» «E cani?» chiese Lucia, senza sedersi. «Ne ho due. Uno per solventi e uno per stoffe. Li porto sul piazzale. Lucia annuì, veloce. «Bene. Aggiungete una ricerca mirata su capotte e tappezzerie auto. Se trovate cuciture fresche o tracce di cera, chiamate. Io intanto vado al museo.» La sala del museo era diventata improvvisamente più grande, più vuota, più ostile. Il rettangolo chiaro sul muro bruciava come una ferita aperta e, attorno, il silenzio non riusciva a cancellare l’eco di chiacchiere, passi, risate di scolaresche che solo poche ore prima riempivano quell’ambiente. Ora restavano il vuoto e il battito nervoso del cuore del custode, seduto davanti a Lucia come un ragazzo colto in fallo. L’uomo aveva le mani intrecciate, le dita che si torcevano senza pace. Gli occhi arrossati, lucidi come se avesse pianto o stesse per farlo, e il berretto in grembo, stretto come se fosse un’àncora. Il suo respiro corto tradiva paura e vergogna, non per complicità, ma per non aver saputo difendere un tesoro che gli era stato affidato. Lucia lo osservava senza durezza, ma con quell’attenzione che scava nei dettagli, che costringe l’altro a tirare fuori il non detto. Dietro di lei, Teresa prendeva appunti rapidi, Carlo teneva lo sguardo sulle porte e Beppe si muoveva lungo le pareti, annusando l’aria, cercando segni, rumori, indizi. «Ho visto qualcuno, sì» disse il custode, la voce rotta come se ammettesse una colpa irreparabile. «Un tipo alto, con un cappello grigio. Stava vicino alla sala della Lempicka. Io… non ho pensato a nulla di strano. Mi disse di essere un critico d’arte, che voleva dare un ultimo sguardo prima della chiusura.» «Si ricorda come parlava?» lo incalzò Lucia, piegandosi leggermente in avanti. «Con accento francese… credo parigino. Ma quando disse “grazie”… lo disse troppo bene, come lo direbbe un lombardo. Non suonava naturale.» Lucia aggrottò le sopracciglia. Era un dettaglio sottile, ma importante. «E il nome? Le diede un nome?» Il custode scosse la testa, esitò, poi aggiunse: «Non il suo, ma mi lasciò un biglietto da visita. “Laurent Vaudry – Revue des Arts, Paris.” Elegante, ma… sembrava stampato di fresco, non consumato dalle tasche di chi lo porta sempre con sé.» Teresa annotò la frase, sottolineandola due volte. Intanto Carlo si chinò vicino al pavimento. «Commissaria, guardi qui. Polvere di gesso fresca, caduta in cono. Segno che la tela è stata staccata in fretta.» Lucia annuì, lo sguardo già tornato sul custode. «C’era qualcun altro con lui?» «Sì… una signora. Elegante, cappellino con veletta. Non parlava molto. Ma ho notato che non portava guanti, eppure toccava le cornici, i cordoni… come se volesse lasciare tracce. O prenderle.» Beppe intanto aveva raccolto un mozzicone dal pavimento. Lo mostrò in un sacchetto trasparente: «Gauloises. Filtro segnato dal rossetto. Francese fino al midollo.» Lucia si voltò verso la dottoressa Piani, arrivata trafelata con il suo quaderno sotto braccio. La curatrice aveva il volto tirato, segnato da mesi di preparativi che rischiavano di andare in fumo. «Tutto era stato calcolato al millimetro. La luce, l’umidità, la distanza dalle altre opere. L’opera era stata affidata a noi con fiducia assoluta…» La voce le si incrinò. «E io sento di aver tradito quella fiducia.» Lucia posò una mano sul tavolo, ferma, decisa. «Non è lei la colpevole. Qui abbiamo davanti professionisti. Hanno studiato la mostra, i suoi tempi, i suoi punti ciechi. L’unica cosa che non avevano previsto è che noi non molliamo.» Poi si rivolse al custode, il tono più gentile, quasi paterno: «Ernesto, lei ha visto più di quanto crede. Non si sforzi di ricordare tutto insieme. Mi dica un dettaglio solo, anche piccolo: un gesto, un odore, un rumore che non apparteneva alla solita routine.» Il custode si passò una mano sul volto, cercando nella memoria. Poi, piano, disse: «Due colpi secchi, come legno battuto su legno. Li ho sentiti quando ero nel corridoio. Ho pensato fossero i ragazzi della manutenzione. Ma ora credo che fosse lui. Che verificava il pannello, o nascondeva qualcosa.» Lucia si scambiò un’occhiata con Teresa. «Battitura per testare un doppio fondo» mormorò. Il puzzle cominciava a prendere forma. E in quella sala dove le cornici sembravano fissare il vuoto con occhi di pietra, la tensione si faceva più densa. L’arte, che fino a poche ore prima era stata motivo di orgoglio e bellezza, ora era diventata il cuore pulsante di un mistero che non lasciava scampo. Lucia inspirò lentamente, poi alzò la voce verso i suoi uomini: «Ogni porta, ogni corridoio, ogni cortile: voglio che siano passati al setaccio. Il custode la guardò con un misto di paura e speranza. «Lo riporterete qui, commissaria? Lo rivedremo su quel muro?» Lucia non esitò: «Sì, Ernesto. La Bugatti corre, ma noi correremo più veloce.» E in quel momento, nella sala vuota, si avvertì la sensazione che la caccia fosse appena cominciata. Vuoi che continui io questa scena facendo emergere i primi sospetti di complicità interna al museo? Lo chiamavano “il Professore”, ma in realtà non aveva mai tenuto una lezione in vita sua. Il soprannome gli era rimasto appiccicato negli anni Cinquanta, quando tra i contrabbandieri della Brianza era l’unico a parlare con calma, scegliendo le parole come un insegnante davanti alla lavagna. Mentre gli altri urlavano ordini o bestemmiavano al minimo intoppo, lui ragionava. Studiava i percorsi, i carichi, i tempi della frontiera come se fossero teoremi da dimostrare. E spesso aveva ragione: i suoi camion di stoffe pregiate passavano il confine quando gli altri finivano nei registri della Finanza. Era nato a Cantù, in una casa modesta sopra una falegnameria. Figlio di un intagliatore e di una sarta, aveva respirato stoffe e legni fin da piccolo. Troppo furbo per restare in bottega, troppo diffidente per entrare in fabbrica, aveva trovato la sua strada tra i margini: comprare a poco, vendere a molto, muoversi veloce. Negli anni della guerra aveva fatto di tutto: piccoli trasporti di cibo, contatti con partigiani, affari torbidi con ufficiali. Sempre con il sorriso corto e la sigaretta accesa. Quando la pace aveva reso meno fruttuosi i traffici clandestini, si era reinventato. Aveva smesso di rischiare la pelle in prima persona, lasciando ai giovani il compito di portare sacchi in spalla tra i boschi di confine. Lui, invece, aveva cominciato a commerciare informazioni. Sapeva chi si muoveva, con che mezzo, a che ora. Conosceva le debolezze dei doganieri, i giri dei piccoli boss di quartiere, le preferenze dei collezionisti. Non si sporcava più le mani: vendeva soffi. A volte per denaro, altre volte per la promessa di protezione. Viveva in una casa modesta ai margini di Milano, in zona Porta Romana, un appartamento al terzo piano che odorava di fumo e caffè rancido. Le pareti erano ingiallite, la radio sempre accesa a basso volume, come se volesse coprire i silenzi. Aveva un paio di abiti buoni, un impermeabile che non toglieva quasi mai e una valigia sempre pronta sotto il letto, nel caso fosse costretto a sparire in fretta. Nessuno sapeva se avesse famiglia: parlava raramente del passato, e quando lo faceva lo colorava di mezze verità. Con Lucia Marini aveva instaurato un rapporto strano, fatto di diffidenza e rispetto. Si erano conosciuti anni prima, quando lei aveva smantellato una piccola rete di contrabbando in Brianza. Lui era rimasto nell’ombra, ma aveva fatto arrivare una soffiata decisiva che le aveva permesso di chiudere il caso senza spargimenti di sangue. Da allora, tra i due si era creata una linea diretta, mai ufficiale. Non si vedevano quasi mai di persona: si parlavano al telefono, poche parole, il necessario. Lui sapeva che lei non lo avrebbe mai coperto se avesse oltrepassato certi limiti; lei sapeva che lui non l’avrebbe mai tradita, non per lealtà ma per convenienza. Un equilibrio fragile, eppure solido. Lucia non si fidava del Professore come di un collega, ma lo considerava una bussola sporca: non dava mai la direzione giusta fino in fondo, ma indicava comunque il punto da cui partire. E in un mondo di ombre, era già molto. Era questo il Professore: un uomo che viveva a metà, né dentro né fuori dalla legge, capace di muoversi tra le pieghe della città come un topo nei cunicoli. Nessuno sapeva da che parte stesse davvero, ma tutti sapevano una cosa: quando apriva bocca, era meglio ascoltare. La soffiata arrivò come una goccia lenta, studiata, che cade solo quando tutto intorno è silenzio. Due giorni dopo il furto, in una mattina avvolta da una nebbia lattiginosa, il telefono della Questura trillò. Lucia sollevò la cornetta e riconobbe subito quella voce roca, graffiata dal fumo e dalla vita. Era lui, “il Professore”. «Commissaria,» disse senza giri di frasi, «non chieda come lo so. Ma il quadro… è passato da Lecco. Nascosto in un camion di mobili. Destinazione lago Maggiore, una villa dalle parti di Stresa. Non perda tempo.» Poi, un silenzio. La linea cadde di netto, come se avesse reciso volontariamente il filo che lo collegava a lei. Lucia rimase immobile, la cornetta ancora calda tra le dita. Dal suo ufficio guardava Milano che si svegliava: tram sferraglianti, clacson che si rincorrevano, venditori di giornali che gridavano i titoli dalle edicole. Un brusio continuo, eppure dentro di lei era calato un silenzio febbrile. Le soffiate erano sempre coltelli a doppio taglio: potevano aprire una pista o condurre in un vicolo cieco. Ma il Professore non parlava mai a vuoto, e non sprecava la sua voce per nessuno. Perché proprio a lei, e perché in quel momento? Forse qualcuno voleva spingerla a correre dietro a un’ombra, mentre il vero gioco si svolgeva altrove. O forse, dietro quelle parole, c’era davvero un filo da afferrare. Si sedette, aprì il taccuino e parlò a voce alta davanti alla squadra. La stanza si fece più stretta: Carlo con la giacca sgualcita, Teresa già pronta con i registri, Beppe appoggiato allo stipite con la solita espressione da cane da guardia. «Se il Professore parla di Lecco, allora il quadro non ha preso la via più ovvia, quella di Chiasso, ma la Brianza. Un camion di mobili è la copertura perfetta: anonimo, comune, nessuno li controlla due volte. Da lì, la strada porta dritta al lago Maggiore, e una villa isolata è il nascondiglio ideale in attesa di un passaggio oltre confine.» Carlo arricciò il naso. «O una messinscena. Noi andiamo, troviamo una villa vuota, e intanto la tela viaggia su un treno diretto a Zurigo. Sarebbe la beffa perfetta.» Lucia tirò una boccata di sigaretta, soffiò il fumo in alto. «Può darsi. Ma il Professore non rischierebbe di bruciare la mia fiducia con una pista completamente falsa. Se ha parlato di Lecco, significa che almeno lì c’è stato un passaggio reale. Che la tela ora sia altrove è probabile, ma ogni tappa ci avvicina a chi tira le fila.» Teresa sollevò lo sguardo dal registro. «Ho trovato una nota. Un camion con la scritta mobili Cantù è transitato all’alba del giorno dopo il furto. Annotato di fretta, nessuna anomalia rilevata dal doganiere.» Lucia fece scattare l’accendino e sorrise amaro. «Cantù… il marchio perfetto. Nessuno si stupisce se trasporta casse grandi, pesanti. Copertura eccellente.» Beppe sputò una risata secca. «E quindi? Partiamo davvero per Stresa? Capo, se è una trappola, finiamo a inseguire fantasmi in mezzo alla nebbia.» «Meglio un fantasma che l’immobilità,» ribatté Lucia, con tono fermo. «Le tele non spariscono nel nulla. Qualcuno le muove, qualcuno le custodisce. E se la pista ci porta a una villa, anche se vuota, significa che lì è passato un pezzo della catena. E ogni passaggio lascia un’impronta.» All’alba, la Fiat 1100 scura della Questura si mise in marcia. Le strade si arrampicavano tra boschi avvolti dalla nebbia, un velo bianco che trasformava gli alberi in sagome mute. I fari bucavano il vuoto lattiginoso, rivelando per un istante tronchi, muretti, curve strette, per poi inghiottirli di nuovo. Nessuno in macchina parlava: ognuno era stretto nei propri pensieri, e il respiro stesso sembrava farsi piano per non disturbare la corsa. Quando arrivarono a Stresa, la villa indicata dal Professore apparve come un gigante addormentato. Cancelli in ferro battuto chiusi da anni, persiane sbarrate, il giardino incolto, l’erba alta. Da qualche parte, un cane abbaiava furioso, ma non contro di loro: contro un’assenza, forse, un odore che aleggiava ancora. Lucia scese per prima, poggiando la mano sul ferro gelido della cancellata. Non servivano parole: i suoi uomini la seguirono, sapendo che la risposta era dentro. L’interno odorava di legno umido e polvere. Le casse erano impilate come in un magazzino ordinato, robuste, alte, apparentemente pronte per un trasloco. Ma quando Beppe sollevò i coperchi e li fece cadere a terra con un tonfo sordo, il verdetto fu chiaro: vuote. Tutte vuote. Carlo sputò a terra, furioso. «Troppo tardi. Il camion è arrivato, ha scaricato, e qualcun altro ha portato via tutto. Siamo arrivati quando la musica era già finita.» Teresa, silenziosa, si inginocchiò. Scrutò il pavimento con occhi attenti, e notò un dettaglio che sfuggiva a chiunque. Una fascetta doganale rossa, staccata, gettata in un angolo. La raccolse con cura, come fosse un gioiello. «Guardate. Non è italiana. È svizzera. Una di quelle usate per le spedizioni oltre confine.» Lucia la prese tra le dita. L’odore di colla fresca le rimase nel naso. E sorrise, un sorriso breve, quasi feroce. «Il Professore non mentiva. Il quadro è passato di qui. E ora sappiamo che non era destinato a restare in una villa. Era solo una tappa. La vera corsa è già oltre confine.» Si voltò verso i suoi uomini, la voce piena di urgenza e determinazione. «La Bugatti corre. Ma adesso almeno vediamo la strada che sta prendendo.» Quella notte, Lucia Marini non chiuse occhio. La lampada del suo ufficio in Questura disegnava cerchi giallastri sulla scrivania, mentre le cartelline dei fascicoli rimanevano aperte come ferite che non si rimarginano. Ogni tanto si alzava, camminava avanti e indietro, le mani in tasca, lo sguardo fisso oltre la finestra che dava su via Fatebenefratelli. Milano, a quell’ora, respirava piano: qualche tram vuoto passava cigolando, il rumore lontano di un camion, e le luci smorzate dei lampioni che facevano sembrare la città più piccola di quanto fosse. Ripassava ogni tassello, come un mosaicista che cerca di rimettere insieme un disegno andato in frantumi. Un francese elegante, un cappello grigio, una coperta blu dimenticata. Una villa a Stresa, persiane chiuse e casse vuote. Una fascetta doganale svizzera gettata in un angolo. Tutto indicava un passaggio oltre confine, eppure Lucia non era convinta. Conosceva la Svizzera di quegli anni: banche discrete, collezionisti silenziosi, una malavita che sapeva agire con la stessa eleganza dei loro salotti. Ma sapeva anche che i confini erano allertati, che la Guardia di Finanza a Chiasso batteva pannelli e capotte uno a uno. Se lei fosse stata nei panni dei ladri, non avrebbe rischiato un transito tanto sorvegliato. Avrebbe fatto di meglio: saltare le dogane. E allora? Come far uscire un quadro così ingombrante senza passare per i valichi tradizionali? La risposta le arrivò come un lampo: Linate. L’aeroporto privato di Milano era il cuore pulsante delle spedizioni discrete, dei voli charter non sempre registrati con la dovuta attenzione. La Svizzera poteva non essere la meta finale: poteva essere solo un ponte, una complicità. Il vero viaggio, quello che contava, poteva iniziare da lì, da una pista illuminata nella nebbia del mattino. Scartò quasi subito l’idea dei treni. Troppi controlli, troppi occhi. Un quadro non si porta via come un bagaglio a mano. Un treno era buono per merci comuni, non per un capolavoro che faceva gola a collezionisti disposti a tutto. Si fermò, accese un’altra sigaretta. Guardò l’orologio: erano quasi le quattro. La città era ancora addormentata, ma lei sapeva che i ladri non dormivano. Con un gesto secco, ordinò al centralino di mettersi in contatto con la Polizia dello scalo di Linate. La voce assonnata dell’ufficiale di servizio si riscosse subito quando sentì il nome della commissaria. «Allertate i vostri uomini,» disse Lucia. «Arriviamo all’alba. Nessuna cassa parte senza che io la veda. E preparatevi a un controllo accurato sugli hangar privati. Ci sarà da sporcarsi le mani.» L’alba milanese del 1960 aveva un colore diverso da quello di oggi. Non c’era traffico di auto moderne né aeroporti blindati. C’erano nebbia, fari gialli e il suono dei motori a pistoni che tossivano prima di alzarsi in cielo. La Fiat 1100 della Questura arrancava lungo i viali semideserti, il motore che brontolava di fatica e Beppe Conti al volante, mascella serrata e occhi incollati alla strada. Arrivarono a Linate quando il sole non era ancora del tutto salito. Le luci della pista disegnavano linee arancioni nella nebbia. Gli altoparlanti gracchiavano comunicati secchi, e il via vai di facchini e tecnici faceva sembrare tutto normale, quasi banale. Ma Lucia percepiva quella vibrazione sottile che conosceva bene: l’attesa di un colpo. Un ufficiale della Polizia aeroportuale li accolse con passo rapido, cappotto sbottonato e occhi gonfi di sonno. «Commissaria, ci sono alcuni hangar privati che questa notte hanno ricevuto movimentazioni insolite. Abbiamo chiesto documenti, ma le carte sono incomplete. Una compagnia di trasporti dichiara di spedire “opere decorative” per New York. Suona… strano.» Lucia lo guardò fisso negli occhi. «Portatemi lì. Subito.» L’hangar era una struttura in lamiera, annerita dal tempo e dall’umidità. Dentro, la luce era scarsa, filtrata da lampade appese troppo in alto. L’aria odorava di olio bruciato, legno grezzo e sudore. Tre uomini robusti stavano caricando casse di legno su un piccolo bimotore, un Beechcraft D18 dal muso argentato. Si muovevano rapidi, con la familiarità di chi sa di non avere tempo da perdere. Quando videro entrare la polizia, i loro movimenti rallentarono appena. Uno di loro fece un passo indietro, infilò la mano sotto la giacca. L’attimo si tese come una corda. Poi il colpo esplose, secco, rimbombando tra le lamiere dell’hangar. Beppe reagì per istinto. Estrasse la pistola e rispose al fuoco. L’eco dei proiettili riempì l’aria, il metallo vibrò come una campana. Un odore acre di polvere da sparo si mescolò a quello dell’olio. Gli uomini urlarono, uno lasciò cadere la cassa che stava sollevando, il legno si spaccò a terra con un tonfo. Lucia corse tra le casse, il cuore che batteva come un tamburo, gli occhi che scrutavano febbrili. I colpi le rimbombavano nelle orecchie, ma la sua mente rimaneva lucida. Era abituata al pericolo, sapeva che ogni secondo contava. E allora lo vide. In un angolo, accatastata con apparente noncuranza, una cassa più grande delle altre, con la scritta in nero: “Opere decorative – destinazione New York”. Le lettere erano nette, fresche di vernice. E soprattutto, sul fianco c’era un’etichetta: un nome che Lucia conosceva bene, un collezionista americano comparso troppe volte nei suoi dossier. Robert Whitman. Un uomo che comprava arte come altri compravano cavalli: a suon di dollari e senza farsi domande sulla provenienza. Le sue mani eleganti avevano già toccato troppi capolavori sottratti ai loro luoghi. Lucia si inginocchiò accanto alla cassa, passò le dita sul legno. Sentiva il cuore accelerare, come se potesse battere anche per la tela nascosta lì dentro. Sapeva che non aveva tempo: il bimotore era pronto, i motori tossivano già, e i complici armati non avrebbero mollato senza combattere. «È qui,» mormorò. E la sua voce era un misto di rabbia e sollievo, di paura e determinazione. Dietro di lei, Carlo e Teresa coprivano la perquisizione, mentre Beppe e gli uomini della Polizia aeroportuale tenevano sotto tiro i trafficanti. Il tempo sembrava rallentare, ogni gesto diventava decisivo. Lucia si voltò, il trench che le ondeggiava leggermente nella corrente d’aria dell’hangar, e urlò: «Bloccateli! Nessuna cassa sale su quell’aereo!» Fu un caos ordinato, una danza di urla, spari e corse. I facchini armati vennero sopraffatti, le casse fermate, l’aereo bloccato prima di imboccare la pista. Quando il silenzio tornò, restava solo il rumore dei respiri affannosi, dei passi che rimbombavano sul cemento, e il motore del bimotore che calava piano, come un respiro che si spegne. Lucia si avvicinò di nuovo alla cassa. La guardò come si guarda un nemico sconfitto ma ancora pericoloso. Sopra, la scritta “Opere decorative” brillava alla luce fredda delle lampade. Il nome di Whitman le bruciava negli occhi. In quel momento, capì che il furto non era stato l’opera di un ladro qualunque, ma parte di un meccanismo più grande, più internazionale. E che la Bugatti verde non era solo un quadro: era un biglietto per entrare nel giro chiuso dei collezionisti senza scrupoli, un circuito di soldi e potere che partiva da Milano e si estendeva fino a New York. Eppure, nonostante il pericolo corso, sentiva una forza nuova stringerle la gola. Avevano trovato la pista giusta. Avevano corso come il quadro stesso. E la caccia non era finita. Lucia si alzò, la pistola ancora in mano, e disse a voce bassa, quasi solo per sé: «Questa volta, la Bugatti non partirà.» «È qui dentro!» gridò Lucia, puntando la torcia sulla cassa marchiata con la scritta nera Opere decorative – destinazione New York. Il cuore le batteva in gola, la mano stretta attorno all’arma. I suoi uomini trattennero il fiato: il momento che avevano atteso per giorni sembrava arrivato. Beppe sollevò il piede, pronto a spaccare i chiodi con un colpo secco. Il legno cedette in uno scricchiolio lungo, come un urlo trattenuto. Il coperchio cadde a terra. Un silenzio gelido calò nell’hangar. La cassa era vuota. Solo stracci umidi e carta di giornale. Un guscio, un diversivo preparato per ingannarli. Lucia restò immobile per un istante, la mascella serrata, gli occhi che bruciavano. Le mani si fecero più fredde. L’eco del legno che cadeva ancora rimbombava nella sua testa, come uno schiaffo. «Maledetti…» mormorò, più per sé che per gli altri. Fu allora che Teresa, in ginocchio dietro un mucchio di casse minori, alzò la voce con un filo di ansia e trionfo: «Commissaria! Qui! Ho trovato una botola!» Tutti corsero. Sul pavimento, nascosta sotto due tavole inchiodate di fretta, c’era una botola che portava a un vano sotterraneo. Carlo infilò la leva del cric per sollevarla, il ferro stridette, e un odore acre di umidità salì subito, mescolandosi a quello pungente della polvere da sparo. Lucia scese per prima, i passi lenti e decisi sulla scala di ferro. La torcia illuminò una cantina angusta, pareti di mattoni trasudanti umidità. Lì, al centro, una cassa più piccola e discreta, con il coperchio appena socchiuso. Dentro, avvolta in velluto nero, la tela. L’odore di vernice antica, legno stagionato e stoffa riempì l’aria, un profumo che per Lucia non era solo materia: era memoria, storia, identità. Si chinò lentamente, come davanti a un altare. Sfiorò il tessuto con le dita guantate, sollevò il panno quel tanto che bastava. Lì, in tutta la sua potenza cromatica, c’era lei: la Bugatti verde di Tamara de Lempicka, lo sguardo deciso della donna al volante che la fissava, quasi consapevole di aver corso un rischio mortale. Lucia trattenne il fiato, un brivido lungo la schiena. Era salva. La loro corsa non era stata vana. Le settimane seguenti furono un turbine. Le indagini si allargarono come cerchi concentrici: Milano, Ginevra, Parigi. Uomini eleganti in doppiopetto, galleristi dall’aria rispettabile, critici dal sorriso untuoso finirono nei registri giudiziari. Il cosiddetto “critico francese” si rivelò un mercante corrotto, anello di congiunzione con una rete di collezionisti internazionali pronti a pagare oro per possedere, in segreto, ciò che apparteneva al mondo intero. Ogni arresto era una tessera che cadeva, ogni interrogatorio un tassello che si incastrava. Alla fine, il mosaico era chiaro: il furto non era opera di un ladro solitario, ma di un traffico organizzato, una macchina oliata che univa la malavita milanese con quella svizzera e i grandi salotti americani. Il giorno in cui il quadro tornò al Museo Civico, la città intera si fermò. La tela, scortata da carabinieri e funzionari, rientrò tra applausi commossi e flash dei fotografi. Le persone si accalcarono per rivederla: uomini col cappello in mano, donne con gli occhi lucidi, ragazzi che si stringevano agli insegnanti. Quando i ganci si richiusero attorno alla cornice e la Bugatti verde tornò al suo posto, un applauso spontaneo riempì la sala, lungo, liberatorio, come un respiro trattenuto troppo a lungo. Lucia rimase in disparte, una sigaretta accesa tra le dita. Guardava il quadro come si guarda un sopravvissuto. Nel fumo che saliva lento, mormorò parole che nessuno sentì: «Ogni opera racconta una storia. E stavolta, questa ha rischiato di raccontarla troppo lontano da casa.» Si voltò, lasciando il museo alle sue luci e al suo clamore. La strada l’attendeva già, con i suoi segreti, i suoi traffici, le sue ombre. Perché in Lombardia, negli anni Sessanta, la giustizia non dormiva mai. © Riproduzione Vietata
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L'inquisizione. Fratello Elara e le Nebbie di Dun Fhionn. Capitolo 2Scozia, fine XIII secolo. Inviato da Re Edoardo I, Fratello Elara indaga sulla morte sospetta di una nobile nel castello isolato di Dun FhionnAprile 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Capitolo 2. Autunno 1290. Un vento gelido sferzava le coste orientali dell'Inghilterra, portando con sé il sale del Mare del Nord e un'inquietudine palpabile che sembrava permeare l'aria stessa. Non era solo il presagio dell'inverno imminente a turbare gli animi, ma le notizie provenienti da nord, dalla Scozia.La morte improvvisa di Re Alessandro III quattro anni prima aveva lasciato il regno senza un erede maschio diretto. Tutte le speranze erano state riposte nella giovane Margherita, la "Fanciulla di Norvegia", nipote del defunto re. Ma il fato, o forse la mano dell'uomo, aveva decretato diversamente. La notizia era appena giunta, funesta e carica di conseguenze: la nave che trasportava la giovane regina verso il suo regno era incappata in una tempesta al largo delle Orcadi, e Margherita non era sopravvissuta al viaggio. Fratello Elara, monaco astuto presso il convento di San Goffredo su una scogliera dello Yorkshire, ripiegò con cura la pergamena che aveva appena finito di leggere. Il sigillo reale impresso nella ceralacca rossa non lasciava dubbi sull'importanza e l'urgenza della missiva. Re Edoardo I d'Inghilterra, Plantageneto dal pugno di ferro e dall'ambizione smisurata, lo convocava a Westminster con effetto immediato. Elara non era un monaco comune. Sotto la semplice tonaca, celava una mente affilata come un rasoio e un passato che pochi conoscevano. Anni di studi non solo teologici, ma anche di logica, retorica e persino delle scienze naturali, lo avevano reso un osservatore acuto e un fine deduttore. Qualità che, in più di un'occasione, lo avevano portato a svolgere delicate missioni per conto della Corona, là dove la diplomazia ufficiale falliva o dove era necessaria la massima discrezione. Il viaggio verso Westminster non fu breve e carico di pensieri. La morte di Margherita gettava la Scozia nel caos. La "Grande Causa", come già si iniziava a chiamare la disputa per la successione, vedeva contrapporsi non meno di tredici pretendenti al trono vacante, appartenenti alle più potenti famiglie nobili scozzesi: i Bruce, i Balliol, i Comyn... Un calderone di ambizioni, antiche rivalità e orgoglio nazionale pronto a esplodere. Edoardo I, invitato dagli stessi scozzesi a fare da arbitro nella contesa, vedeva in questa crisi un'opportunità unica per estendere la sua influenza, se non il suo diretto dominio, sul regno settentrionale. Ma un regno diviso e sull'orlo della guerra civile era un vicino scomodo e pericoloso. Ogni scintilla poteva incendiare la prateria. Il Re ricevette Elara non nella grande sala del trono, ma in uno studio privato, illuminato solo dal fuoco scoppiettante nel camino e da poche candele. L'atmosfera era intima, quasi cospiratoria. Edoardo I, un uomo imponente dalla barba curata che iniziava a ingrigire, andò dritto al punto. "Fratello Elara," esordì con voce grave, "la situazione in Scozia è più delicata di una ragnatela al vento. La morte della Fanciulla di Norvegia ha scatenato i lupi. Ogni nobile con una goccia di sangue reale nelle vene affila le proprie zanne. Ho accettato di dirimere la questione della successione, ma temo che non basterà a placare gli animi." Fece una pausa, fissando il monaco con i suoi penetranti occhi azzurri. "Giunge notizia da nord di un altro evento infausto, meno eclatante della morte di Margherita, ma potenzialmente altrettanto destabilizzante. Una giovane nobile, Lady Isobel di Carrick, è morta improvvisamente nel castello di Dun Fhionn, sulla costa nord-orientale." Elara annuì in silenzio, attendendo. Sapeva che quella morte, apparentemente minore, doveva avere implicazioni più vaste per meritare l'attenzione personale del Re d'Inghilterra....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 3: Ombre sotto le unghieUn artigiano scomparso, un cadavere travestito e un segreto che Venezia non può ignorareAgosto 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 3: Ombre sotto le unghieMaria Cescon non chiuse occhio aspettando invano il marito. Alle prime lame di luce, quando il Carnevale sembrò ritirarsi stanco e la città inspirò il fiato salmastro dell’alba, si alzò dal letto che sapeva di fumo e di erbe secche, avvolse il capo nello scialle e spense la candela con un soffio. La loro casa, incollata a un rio stretto di Cannaregio, tremava a ogni passaggio di gondola come una barca legata: due stanze appena, un solaio bassissimo da cui pendevano spaghi con cipolle e foglie d’alloro, il focolare annerito, il tavolo scheggiato e il letto ricamato dalla madre, rammendato fino allo sfinimento. Sull’intonaco i sali del canale avevano disegnato mappe di isole e d’alghe, come un presagio: la vita, lì dentro, era sempre a un passo dall’acqua. Scese le scale ripide, si affacciò sulla fondamenta umida. Il Carnevale aveva lasciato per terra coriandoli impastati e macchie di vino, un odore di cera sciolta e di sudore marcito. Due maschere tardive barcollavano verso una taverna ancora aperta; una serva gettava secchiate d’acqua per pulire le soglie. Maria strinse meglio lo scialle. Era giovane, ancor più giovane di quanto il suo sguardo facesse credere, ma la povertà l’aveva asciugata presto: niente figli, il ventre muto come una stanza chiusa; un marito che l'amava a singhiozzo, con più dolcezza nelle mani davanti al forno che nelle parole di casa; eppure, orgoglio e timore insieme, un uomo d’arte: Piero Zanchi, soffiatore di Murano......Acquista il libro
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo Capitolo 8: La congiura sullo SperanzaCongiure nella notte: il patto segreto dei nobili indebitati contro Morosini a bordo del veliero Speranza Settembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo Capitolo 8: La congiura sullo SperanzaLa nave Speranza galleggiava cupa e solitaria, stretta al suo ormeggio come una belva incatenata, nel porto che odorava di sale, di catrame e di alghe marcite. Il vento aveva smesso di soffiare e la laguna, nera e immobile, sembrava trattenere il respiro. Nessuna luna rischiarava la scena: solo poche torce tremolanti sulle banchine, che disegnavano ombre distorte sui pali e sulle vele arrotolate. Lo scafo del veliero, imponente e segnato da anni di viaggi, rifletteva appena la luce, come se volesse restare invisibile. Le sartie cigolavano piano, mosse dal movimento lento dell’acqua, e ogni suono pareva più forte del dovuto, come se l’oscurità amplificasse il sospetto. Il porto, a quell’ora, non era deserto: qualche barcaiolo addormentato sulla propria gondola, un paio di facchini che finivano di scaricare casse maleodoranti di pesce, e due prostitute che, sedute su una panca sotto una lanterna fioca, ridevano piano per scacciare la paura della notte. Ma tutti tenevano la testa bassa: l’ombra del veliero Speranza incuteva un silenzio che non aveva bisogno di parole. Era una nave che non apparteneva a nessuno, e proprio per questo apparteneva a tutti quelli che sapevano di doversi guardare le spalle.....Acquista il libro
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