A Roccachiara accade qualcosa di inquietante: i colori del paese iniziano lentamente a svanire. Nico e Amina si accorgono che non è solo un fenomeno strano, ma il segno di una perdita più profonda, legata alla memoria e al modo in cui una comunità smette di raccontarsi. Guidati da un nonno saggio, da una biblioteca silenziosa e da un bosco che ascolta, i due ragazzi intraprendono un percorso fatto di ascolto, parole vere e gesti condivisi. Tra feste dimenticate, lanterne simboliche e storie che chiedono coraggio, la favola accompagna il lettore in una riflessione delicata su identità, appartenenza e responsabilità collettiva. Un racconto poetico che invita a rallentare, ricordare e prendersi cura dei luoghi attraverso la cultura viva.
Una favola per bambini e adulti sulla memoria, le storie condivise e il potere delle parole sincere
Libro di racconti per bambini. Le Luci di Roccachiara. Capitolo 3: La Città dei Colori Perduti
A Roccachiara, dopo il ponte e dopo la domenica del bosco, la gente aveva ripreso a fare le cose di sempre. Ma Nico si accorgeva che, sotto la superficie, qualcosa era cambiato: si salutavano più spesso, si fermavano un attimo di più, e perfino le discussioni al bar sembravano meno cattive. Era come se il paese avesse imparato una piccola arte: quella di rallentare quando serve.
Un lunedì mattina, però, successe qualcosa che nessuno aveva previsto.
Nico uscì di casa e vide la casa gialla in fondo alla via — quella dove abitava Amina — e strabuzzò gli occhi. Il giallo non c’era più.
La casa era… normale. Grigia. Non sporca, non rovinata: semplicemente grigia, come se qualcuno avesse preso un pennello e avesse cancellato il colore senza lasciare tracce.
Nico corse verso casa di Amina, suonò il campanello e quando lei aprì, lui indicò il muro senza nemmeno parlare.
Amina guardò la facciata e rimase immobile. Poi disse, con una voce che sembrava più piccola del solito:
«Ieri era gialla.»
Nico annuì. «Non posso essermi sbagliato.»
Amina scosse la testa. «No. Non ti sei sbagliato.»
La madre di Amina uscì dietro di lei, asciugandosi le mani. Guardò il muro, poi il cielo, come se il cielo avesse una colpa.
«Strano…» mormorò. «Forse la luce.»
Ma non era la luce. Era proprio il colore che mancava.
A scuola, la voce girò in fretta. «La casa gialla è diventata grigia!» dicevano. Qualcuno rideva, qualcuno si spaventava. La maestra Claudia provò a riportare tutto alla calma: «Magari è un effetto dell’umidità, o un problema della pittura…»
Poi, però, arrivarono altri segnali.
Il pomeriggio, Nico passò davanti alla vecchia insegna del fornaio, che era rossa e bianca. Notò che il rosso sembrava sbiadito. Non sbiadito come col tempo: sbiadito come una fotografia che perde forza.
E alla fermata dell’autobus, un cartellone con un enorme sole arancione sembrava… più spento.
Amina lo raggiunse, inquieta.
«Lo vedi anche tu?»Nico annuì. «Sì. Non è solo la tua casa.»
Amina tirò fuori il taccuino. Da quando avevano iniziato a frequentare il bosco, lei scriveva sempre: mappe, frasi, appunti. Stavolta, però, il taccuino non sembrava un gioco. Sembrava un documento.
«Stanotte ho sognato una città.» disse Amina. «Una città bellissima, piena di colori. Poi qualcuno spegneva le lanterne e i colori se ne andavano.»
Nico sentì un brivido. «E dove era questa città?»
Amina esitò. «Non lo so. Ma ho visto un nome su un arco: Cromavia.»
Nico rise nervosamente. «Cromavia? Come… cromatico?»
Amina lo guardò serio. «Sì. Ma nel sogno sembrava reale. E io…» abbassò la voce «io penso che non sia solo un sogno.»