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I SEGRETI DELL'ABBAZIA DI PIONA. CAPITOLO 8: LA CROCE COME MASCHERA

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 8: La Croce come Maschera
Sommario

Nel buio silenzioso di un ospedale affacciato sul lago di Como, Andrea entra in una sala delle autopsie che sembra riaperta contro la propria volontà. Davanti a lui non ci sono solo due corpi, ma una messa in scena che pretende di essere letta come simbolo. L’autopsia diventa così un atto di resistenza razionale contro l’orrore spettacolare, un esercizio di precisione per separare i fatti dal rumore.

Ogni dettaglio anatomico smentisce l’evidenza, ogni assenza pesa più di una ferita. Mentre la narrazione pubblica si aggrappa alla follia religiosa, emerge un’altra ipotesi: qualcuno ha pensato, calcolato, dosato. L’ingresso di nuove figure investigative apre un fronte più ampio, dove chimica, psicologia e potere si intrecciano. In questo capitolo, la morte smette di essere un enigma mistico e diventa un linguaggio. Un linguaggio freddo, controllato, e terribilmente umano.

Autopsie, depistaggi e intelligenza criminale: quando il delitto è costruito per ingannare chi indaga


Dicembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 8: La Croce come Maschera


Andrea arrivò a Colico che era ancora buio, e il lago pareva un vetro scuro teso tra le montagne. Non aveva dormito, o forse aveva dormito male: quel tipo di sonno che sembra riposo ma lascia addosso una stanchezza più profonda. Il parcheggio dell’ospedale era quasi vuoto. Un lampione tremolava, come se anche la luce esitasse a restare.

All’ingresso lo aspettava un infermiere anziano, uno di quelli che non fanno domande quando percepiscono che ogni parola è fuori posto.

«Dottore… è lei quello dell’autopsia?»

Andrea annuì. «Sono io.»

«Il giudice ha detto che…»

«Lo so.» Andrea interruppe con gentilezza, quasi per risparmiare entrambi. «Mi accompagni per favore.»

L’ex sala settoria era stata riaperta in fretta. L’odore era quello tipico dei luoghi che hanno smesso di servire e poi vengono richiamati in servizio controvoglia: disinfettante, metallo, una punta di muffa che nessun detergente riesce a cancellare. Andrea si mise il camice e si lavò le mani più a lungo del necessario. Era un rito, sì, ma anche un modo per prendere tempo. Per prepararsi.

Quando entrò, vide il telo bianco steso sul tavolo d’acciaio e un secondo telo piegato su una barella laterale. Due presenze. Una certa, una in attesa.

«È il frate?» chiese Andrea.

L’infermiere guardò altrove. «Sì. Quello… quello sul muro.»

Andrea inspirò lentamente. Non voleva immagini nella testa. Voleva dati. Voleva carne e segni.

Si avvicinò al tavolo e, con un gesto lento, scoprì il corpo.


Il volto di Frate Leone aveva quel colore irreale della morte fredda: non livido, ma un pallore ceroso, come se il sangue avesse deciso di ritirarsi in silenzio.

Gli occhi erano chiusi. La bocca leggermente socchiusa. Andrea fissò quel dettaglio più degli altri. A volte, la bocca racconta l’ultima lotta.

I chiodi non c’erano più, ovviamente. Erano stati rimossi per staccare il corpo dal muro. Restavano i fori, puliti, quasi geometrici. Andrea chinò il capo e osservò i polsi. Poi i piedi. Poi di nuovo le mani, come se cercasse una conferma che ancora non voleva concedersi.

«Chi ha fatto le prime foto?» chiese.

«I carabinieri… e il medico di turno.»....

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