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1572 CARNEVALE DI SANGUE. CAPITOLO 22: LA GOLA DEL SILENZIO

Slow Life
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Sommario

Nel tardo pomeriggio d’autunno del 1572, la carrozza di Morosini avanza lentamente lungo la strada fangosa che conduce a Mantova. L’aria sa di pioggia e di foglie marce, mentre il cielo si colora degli ultimi riflessi del giorno. Dentro la vettura, Morosini rimugina su affari e trattative, ignaro del presagio che grava sul viaggio.

Attorno a lui, la scorta veneziana procede silenziosa, con l’ordine e la cautela di chi ha imparato a diffidare della quiete dei boschi. Quando la carovana si infila nella gola stretta tra due colline, la luce cede al buio e il vento si fa più freddo. La natura sembra trattenere il respiro, e ciò che segue rompe l’equilibrio come un lampo improvviso nel cuore della notte. Nulla sarà più come prima dopo quella discesa nell’ombra.

L’imboscata di Mantova: tra ombre, tradimenti e il crepuscolo di Morosini


Ottobre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 22: La gola del silenzio


Morosini era sprofondato mollemente sul sofà imbottito della sua carrozza, le mani appoggiate al bastone e lo sguardo perso oltre il vetro appannato dal respiro. L’aria del tardo pomeriggio sapeva di terra umida e di foglie morte, portata da un vento che soffiava tra le fessure del finestrino con un sussurro intermittente. I cavalli arrancavano, affondando i ferri nel fango rappreso, mentre le ruote gemevano sugli avvallamenti scavati dalle piogge dei giorni precedenti. Ogni scossone faceva vibrare l’interno della carrozza, facendo tintinnare lievemente le fibbie e le catene delle casse di legno fissate al telaio.

Stanco e silenzioso, lasciava che il dondolio lo cullasse in una sorta di torpore, ma la mente non smetteva di correre. Aveva trascorso gli ultimi giorni immerso nei calcoli dei guadagni e dei rischi del viaggio: i forzieri con le pietre preziose, le lettere di credito, le lettere diplomatiche per Anversa. Eppure, in quel momento, nulla gli pareva più concreto del suono del vento che si insinuava tra gli alberi, delle ombre che si allungavano sui sentieri, o del cigolio ritmico del legno della carrozza che sembrava respirare come un essere vivo.


In lontananza, tra una cortina di vapori color rame, si intravedeva la sagoma scura di Mantova, cinta dai riflessi del Mincio e illuminata dalle prime fiaccole accese lungo le mura.

Il sole, ormai basso, incendiava il cielo di striature arancioni e viola, e il riverbero si specchiava sulle pozzanghere che punteggiavano la strada. Dietro di lui, la scorta a cavallo seguiva in formazione compatta: sette uomini, scelti, disciplinati, che avanzavano senza parlare, con lo sguardo attento al bosco che dovevano attraversare.

Si infilarono in una lunga depressione del terreno, un tratto insidioso dove la strada si insinuava tra colline boscose che si stringevano come due pareti vive, ombrose, quasi ostili. Gli alberi, alti e contorti, si piegavano verso il sentiero come a voler spiare i viandanti, e tra le fronde si udiva il fruscio incessante del vento, mischiato al richiamo degli uccelli notturni che già annunciavano la sera. Le ruote dei carri affondavano nelle orme lasciate dal passaggio di precedenti viaggiatori, e ogni sobbalzo faceva tremare le casse e tintinnare i finimenti dei cavalli....

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