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I SEGRETI DELL'ABBAZIA DI PIONA. CAPITOLO 5: IL LENZUOLO DI FRATE LEONE

Slow Life
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Sommario

L’arrivo del maresciallo Caruso e del giudice Alberto Carchivi all’abbazia di Piona segna l’apertura di un’indagine che rompe fin da subito ogni schema ordinario. In un luogo carico di silenzio e sacralità, la scena che li attende rivela una violenza studiata, esposta con lucidità e intenzione.

Mentre il lago e le mura antiche fanno da sfondo immobile, emergono segnali che indicano una messinscena deliberata, pensata per essere vista e interpretata. Il passato personale e professionale di Carchivi si intreccia con il presente dell’inchiesta, dando profondità morale e tensione alla narrazione. Nulla appare casuale: né il luogo scelto, né i gesti compiuti, né i primi indizi che affiorano. Il capitolo introduce così un’indagine destinata a superare confini geografici e simbolici, aprendo la strada a una verità stratificata e inquietante.

Delitto rituale all’abbazia di Piona: l’inizio di un’indagine che attraversa luoghi sacri, simboli e memorie sepolte


Dicembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 5: Il Lenzuolo di Frate Leone


Una Fiat 1100 blu avanzava lentamente lungo la strada che costeggiava il lago, il motore sommesso, quasi rispettoso. Si fermò davanti al cancello chiuso dell’abbazia, nero contro la luce pallida del mattino. A bordo c’erano il maresciallo Bortolo Caruso, il giudice di Como Alberto Carchivi e due carabinieri di scorta seduti dietro, immobili, con lo sguardo vigile.

Dentro l’abitacolo l’aria era densa di parole, Caruso e il giudice parlavano fitto, a bassa voce, come due uomini che sanno di trovarsi davanti a qualcosa che non rientra nei casi ordinari. Non c’era urgenza nei loro gesti. Le sirene erano rimaste spente per scelta, quel momento non chiedeva velocità, ma lucidità; non clamore, ma attenzione. Ogni dettaglio, anche il più insignificante, poteva rivelarsi decisivo. E Caruso lo sapeva bene: i delitti peggiori non si risolvono correndo, ma guardando.

«Una messinscena così…» mormorò il giudice, scuotendo lentamente il capo. «Non è roba da improvvisati.»

Caruso annuì senza distogliere lo sguardo dal cancello.

«No. È un messaggio. E chi lo manda vuole essere visto.»

Rimasero in silenzio per qualche secondo, osservando l’abbazia oltre le sbarre. Le mura sembravano immobili, ma non quiete. Come se stessero trattenendo qualcosa.

Poi il cancello cominciò ad aprirsi.

Il metallo scricchiolò lentamente, con un suono che ruppe l’equilibrio dell’aria. Un frate comparve appena, fece un cenno rapido e la Fiat 1100 si rimise in movimento attraversando l’ingresso ed entrando nel piazzale antistante l’abbazia. L’auto si fermò poco dopo, le ruote che scricchiolarono sul selciato.

Quando Caruso e Carchivi scesero, la prima cosa che videro non fu l’edificio, né i frati raccolti a distanza. Fu il lenzuolo.

Un grande lenzuolo bianco era teso contro il muro perimetrale dell’abbazia, trattenuto con cura, come si fa con qualcosa che non deve essere visto, ma che non può, per ora, essere rimosso. Il tessuto si muoveva appena nel vento del lago, gonfiandosi e ritraendosi come un respiro irregolare.

Non era un segno di benvenuto.

Il giudice si fermò di colpo. Caruso fece un passo avanti, istintivamente, poi si arrestò anche lui. Entrambi compresero nello stesso istante che quella scena non apparteneva soltanto alla sfera del crimine, ma a qualcosa di più profondo, più disturbante. Quel bianco non parlava di pietà, ma di pudore tardivo. Di una violenza che aveva già fatto il suo corso.


«Hanno cercato di coprirlo,» disse il giudice, a voce bassa.

«Sì,» rispose Caruso.

I due carabinieri rimasero qualche passo indietro, rispettando una distanza che non era solo gerarchica. L’aria nel piazzale sembrava più fredda, più pesante. Nessun frate si avvicinò. Tutti restavano ai margini, come se quel centro fosse diventato improvvisamente impraticabile.

Caruso alzò lo sguardo verso il muro, poi verso l’abbazia. Capì che quella non era una semplice scena del crimine, ma un teatro accuratamente allestito. E che qualcuno, da qualche parte, stava osservando le reazioni, attendendo che l’indagine prendesse una direzione precisa.

Il maresciallo si voltò verso il giudice....

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