Nel gelido gennaio del 1958, il corpo di un notaio viene ritrovato all’interno della sua villa a Bergamo Alta. A indagare è il commissario Lucia Marini, una delle prime donne a ricoprire un incarico investigativo di rilievo nella polizia italiana. Trasferita da poco da Milano, Lucia si ritrova immersa in un ambiente ostile, fatto di silenzi borghesi, apparenze intatte e segreti che si nascondono tra le pareti delle case nobiliari.
L’indagine si dipana tra i vicoli nebbiosi della Città Alta e le zone popolari della Bergamo Bassa, dove cantieri abbandonati e affari sospetti offrono nuovi spunti. Mentre gli interrogatori si susseguono e le prove sembrano frammenti di un puzzle volutamente confuso, emergono connessioni inattese tra mondi distanti: un passato familiare nascosto, vecchi rancori e un circolo di interessi che va ben oltre la facciata rispettabile della vittima.
Con una scrittura tesa, ambientazioni ricostruite con precisione storica e un ritmo narrativo crescente, Nebbia a Sant’Agata accompagna il lettore fino al sorprendente epilogo, dove la verità si svela come una lama nella nebbia.
Un delitto nella Bergamo Alta degli anni ’50 apre il caso più oscuro della carriera del commissario Lucia Marini
Agosto 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. Nebbia a Sant’Agata, Bergamo – Un’indagine di Lucia Marini
Bergamo, 14 gennaio 1958. Una nebbia lattiginosa si era adagiata sul Colle di Città Alta, inghiottendo i contorni delle Mura Venete e i tetti scuri dei palazzi nobiliari. In via Porta Dipinta, tra le lastre scivolose di pietra e i cancelli battuti dal gelo, un grido sommesso aveva rotto il silenzio dell’alba.
La telefonata giunse al Commissariato di via Tasso alle 6:38. Era la voce affilata e controllata di Maria Maffei, moglie del noto notaio Pietro Maffei, che parlava con distacco:
— Mio marito… è morto. Nella biblioteca. Venite subito.
Il commissario Lucia Marini arrivò in auto venti minuti dopo, avvolta in un cappotto grigio che sembrava sfidare l’umidità di gennaio. Alta, tratti marcati e occhi che osservavano prima di parlare, era tra le poche donne in Italia a ricoprire un ruolo investigativo di comando. A Bergamo, dove si era trasferita da poco più di tre mesi, il suo incarico non era stato accolto senza sospetti. Proveniva dalla Questura di Milano, dove aveva lavorato per sette anni tra delitti politici, sparizioni borghesi e piccola criminalità urbana. Il suo arrivo nel capoluogo orobico era stato visto con malcelata curiosità, come se quella donna dal passo deciso e dallo sguardo severo portasse con sé una modernità troppo scomoda.
Ma Lucia non cercava approvazione. Cercava la verità. E quella mattina, la verità aveva il volto insanguinato di un uomo potente.
La villa dei Maffei era una costruzione elegante, del Settecento, affacciata su un giardino interno dove le piante rampicanti, morte col gelo, lasciavano solo scheletri nodosi contro i muri. Il portone, alto e dipinto di verde scuro, si aprì cigolando. Dentro, la luce dell’alba lottava contro le ombre lunghe delle tende tirate.
Maria Maffei la attendeva in fondo al corridoio principale, diritta come una colonna di marmo, le mani congiunte davanti al grembo. Indossava una veste da camera color avorio, appena sopra le caviglie, e i capelli, pettinati con precisione, erano raccolti in una crocchia rigida.
— Commissario Marini. È di sopra, nella biblioteca. È rimasto lì tutta la notte — disse la donna, con un tono che faceva pensare più a un appuntamento mancato che a un omicidio.
Lucia annuì. Ordinò al brigadiere Rinaldi di trattenere i presenti nella casa. Poi salì i gradini in pietra consumata della scala interna, uno a uno, ascoltando ogni scricchiolio sotto i suoi stivali.
La biblioteca era al primo piano, nell’ala ovest. Un ambiente vasto, con il soffitto a cassettoni, scaffali di noce che si estendevano dal pavimento al cornicione, e una scrivania centrale in stile Impero. Sulla poltrona di cuoio, immobile, sedeva Pietro Maffei. Il busto piegato in avanti, la testa reclinata sul lato sinistro, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Indossava ancora l’abito da lavoro del giorno prima: camicia bianca, cravatta slacciata, giacca appoggiata sullo schienale.
Lucia si avvicinò lentamente. La chiazza di sangue era scura, ormai secca, sul dorso della camicia, all’altezza della scapola destra. Una coltellata netta, precisa. Non un furto. Non una colluttazione. Il resto della stanza era intatto.
Sulle mensole, file di codici civili, raccolte notarili, atti di successione. Sulla scrivania, una macchina da scrivere Olivetti Studio 44, un posacenere di vetro con una sigaretta spenta a metà, e un bicchiere di cristallo vuoto con tracce di whisky. Il tappeto persiano sotto la scrivania era stato macchiato solo marginalmente: l’assassino non aveva agito con foga, ma con decisione.
Marini osservò la finestra spalancata sul giardino. I battenti ondeggiavano appena, con un cigolio regolare. Qualcuno era entrato? O forse uscito?
Si chinò con cautela: nessuna impronta evidente, ma una sottile scia di polvere disturbata lungo il bordo del tappeto. L’assassino aveva camminato rasente le pareti.
Scese lentamente, accolta dall’odore pungente del legno bruciato: in cucina stava ancora fumando il camino acceso durante la notte.
— Chi era in casa? — chiese rivolta a Maria Maffei, seduta nel salotto con le mani strette attorno a una tazza di tè.
— Io. La domestica, Giulia Rossetti. Il segretario, Roberto Ferri. Dormiva nella camera degli ospiti. Era rientrato tardi — disse la donna.
Lucia fece chiamare entrambi e ordinò di iniziare gli interrogatori lì, nella sala da pranzo.
Giulia Rossetti aveva cinquantasette anni, mani da contadina e occhi acquosi. Tremava.
— Ho messo a letto il padrone alle dieci, come ogni sera. Era stanco. Era solo, la signora era già salita. Ho spento le luci, controllato le porte. Tutto normale.
— Nessun rumore? Nessun visitatore?
— Niente. Solo il ticchettio dell’orologio da parete.
Poi toccò a Roberto Ferri, ventinove anni, occhiali tondi, vestito in modo semplice. Lucia lo osservò con attenzione: sembrava provato, ma non spaventato.
— Dove si trovava ieri sera?
— Sono uscito dopo le sette. Al Caffè Balzer, sul Sentierone. Con un collega. Abbiamo parlato fino alle dieci. Poi ho fatto una passeggiata e sono rientrato. Ho dormito senza accorgermi di nulla. Ho scoperto la notizia stamattina, quando la signora ha chiamato me e Giulia.
Lucia segnò tutto. Le alchimie domestiche, i silenzi, la geometria delle stanze. La villa era perfetta per nascondere movimenti notturni: lunghi corridoi, porte spesse, muri antichi che assorbivano ogni suono.
Ispezionò il giardino sul retro. Un piccolo sentiero di ghiaia portava a una serra abbandonata. Dietro la siepe di alloro, scorse qualcosa: un fazzoletto macchiato di sangue, annodato attorno a un oggetto metallico. Lo fece raccogliere con cautela: non era il coltello dell’omicidio, ma un fermacarte pesante, a forma di aquila. Forse usato in un secondo momento? O era solo una coincidenza?
Nel frattempo, il medico legale completava la sua analisi: decesso avvenuto tra le 23:00 e le 00:30. Un’unica coltellata, da dietro. Nessuna reazione difensiva.
Prima di concludere la mattinata, Lucia si fece portare nella camera padronale. Ordinata. Troppo. Cassetti vuoti, armadio con pochi vestiti. Sul comò, una foto in bianco e nero del matrimonio, ingiallita dal tempo. Maria Maffei nella stessa posa rigida. Pietro Maffei con un sorriso che non raggiungeva gli occhi.
Uscì dalla stanza e si fermò sul pianerottolo. Dal finestrone, il panorama della Città Bassa si estendeva nella foschia, via XX Settembre ancora silenziosa, la Torre dei Caduti immersa nel grigio.
Lucia chiuse gli occhi per un istante. A Milano aveva visto di tutto: sangue sui binari, rapine finite in tragedia, donne uccise per gelosia o per soldi. Ma qui, in quella villa signorile, c’era qualcosa di più sottile. Più antico. Un veleno che covava sotto la superficie educata della provincia.
Ogni stanza di quella casa nascondeva più di quanto mostrasse. Ogni parola detta — e non detta — era un frammento del mosaico.
E in quella mattina sospesa, tra la nebbia e il silenzio, il delitto aveva già cominciato a raccontarsi.
Il giorno dopo, la villa dei Maffei si presentava ancora immersa nel silenzio. Un silenzio denso, quasi vischioso, che sembrava essersi incollato alle pareti, ai tappeti, ai volti. La polizia scientifica era passata all’alba. Lucia Marini aveva ordinato che nulla fosse toccato, e che i presenti rimanessero a disposizione per ulteriori accertamenti.
Lucia entrò in casa poco prima delle otto. Portava con sé una cartelletta di pelle nera con le prime dichiarazioni raccolte e un appunto scritto nella notte: “Indumento: contraddizione Rossetti.”
Il notaio Maffei, secondo quanto affermato dalla domestica, era stato accompagnato in camera da letto verso le dieci. Ma il corpo era stato rinvenuto in biblioteca, vestito da lavoro, senza pigiama né segni di preparazione alla notte. Una contraddizione che non poteva essere ignorata. Lucia se la appuntò mentalmente come una scheggia fastidiosa. Se mentiva la domestica, lo faceva per paura o per proteggere qualcuno?
Decise di iniziare proprio da lei.
Giulia Rossetti sedeva sulla stessa sedia del giorno prima, nella sala da pranzo, le mani infilate nel grembiule come fossero nascoste in una tasca troppo profonda.
— Signora Rossetti — esordì Lucia senza sedersi —, ha detto che il notaio è andato a dormire alle dieci. Ma è stato trovato in biblioteca, vestito. Sicura che sia andato davvero a letto?
Giulia deglutì.
— Io... io intendevo dire che era andato su. Come sempre. Lo accompagno su, preparo il letto, accendo la stufa in camera. Ma non lo seguo dentro. Lui spesso si fermava a leggere in biblioteca prima di coricarsi.
— Quindi non lo ha visto infilarsi il pigiama. Né stendersi. Né spegnere la luce.
— No, commissario. Ma era la sua abitudine.
— E ha sentito dei rumori durante la notte?
— No. Solo il vento.
Lucia la fissò ancora un attimo. La donna tremava come il giorno prima, ma ora pareva più guardinga. Come se avesse capito che ogni parola poteva diventare una trappola.
Fece chiamare Roberto Ferri, il segretario. Si era rasato e vestito con maggiore cura, come chi sente il peso degli occhi addosso.
— Conosceva la stanza privata del notaio? — chiese Lucia, diretta.
— La biblioteca? Certamente. Ho lavorato lì per tre anni. Digitavo le minute, preparavo i fascicoli, gestivo i protocolli.
— Aveva accesso anche di sera?
— Solo se lui lo richiedeva.
— E ieri sera?
Ferri esitò. Guardò in basso.
— No. Me ne sono andato prima che rientrasse. Non l’ho più visto.
Lucia sfilò dalla cartelletta una ricevuta trovata sul tavolo dell’ingresso: orario d’ingresso ore 22:14, nome R. Ferri, Caffè Balzer. Il barista l’aveva confermato: Ferri era uscito da solo alle 22:00 in punto.
— La ricevuta dice che lei ha ritirato un pacchetto in portineria dopo le dieci. Quindi era già tornato.
Ferri impallidì.
— Sì... ma non sono salito. Sono rimasto nella mia stanza.
— La sua stanza è al piano terra. Avrebbe potuto sentire passi, una lite, una voce...
— Non ho sentito nulla.
Lucia si voltò verso il brigadiere Rinaldi che prendeva appunti. Sapeva che Ferri stava nascondendo qualcosa. Forse non l’assassino, ma un dettaglio che temeva avrebbe cambiato la percezione del suo ruolo nella casa.
Verso mezzogiorno, Lucia tornò nella biblioteca. Osservò ogni elemento con attenzione rinnovata. Si avvicinò alla scrivania, aprì lentamente il primo cassetto: solo fogli e penne. Il secondo conteneva alcune buste da lettera, due chiavi e un blocco note. Nulla di utile. Ma il terzo...
Nel terzo trovò un foglio piegato a metà, con una grafia minuta:
“L’accordo è stato firmato. L’ultima rata è garantita. Ma tieni la bocca chiusa.”
Nessun mittente. Nessun riferimento diretto. Solo quella minaccia sommessa.
Il commissario lo posò sul tavolo, e si spostò verso le librerie. Una sezione della parete aveva le assi più spesse. Batté con le nocche: un suono pieno. Dietro, forse, un’intercapedine. Ma serviva un mandato per smontare tutto. Per ora, si accontentò di segnare la posizione. Un’altra nota si aggiunse alla cartelletta.
Nel pomeriggio, Lucia fece convocare Maria Maffei nella veranda chiusa che dava sul giardino. Una stanza luminosa, troppo in contrasto con il lutto ancora fresco. La donna arrivò in silenzio, senza trucco, vestita di nero.
— Signora Maffei — iniziò Lucia —, suo marito era in affari con qualcuno, al punto da ricevere minacce?
La donna socchiuse le palpebre.
— Mio marito era un uomo molto riservato. Non mi parlava dei suoi clienti. Mai.
— E delle sue spese personali? Le sembravano… eccessive? Insolite?
— Mio marito guadagnava bene, commissario. Non aveva bisogno di sotterfugi.
— Lei è l’unica erede legale?
— Sì. Non avevamo figli.
Lucia la scrutò. C’era un gelo naturale in quella donna, che non sembrava dovuto solo al lutto. Era l’inflessibilità di chi aveva appreso, molto tempo prima, a non aspettarsi né dolcezze né sorprese dalla vita.
— Sa se suo marito aveva ricevuto visite insolite negli ultimi giorni?
Maria restò in silenzio, poi alzò lentamente lo sguardo.
— Una donna, sì. Due settimane fa. È venuta verso le sei, al crepuscolo. Alta, bionda, ben vestita. Era nervosa. Si sono chiusi in biblioteca per quasi un’ora. Non mi ha detto chi fosse.
— Ricorda l’auto?
— Nera. Targa di Brescia, credo.
Lucia annuì. Si stava aprendo una breccia. Una donna, una lettera minacciosa, un’entrata non registrata. Forse un ricatto?
La giornata si chiuse con una perquisizione nella camera del notaio. Dietro una tavola allentata del pavimento — sotto il letto — fu ritrovata una scatola da scarpe chiusa con un nastro. Dentro, documenti. Copie di contratti immobiliari, mappe di lottizzazioni, lettere scritte a macchina con sigle bancarie.
Il nome “Cavallotti” compariva due volte. Lucia lo conosceva. Era un impresario edile della Bassa, con interessi discutibili nei quartieri di Boccaleone e Grumello al Piano. Aveva cercato appoggi legali negli ultimi anni per sanare situazioni borderline. Forse il notaio Maffei era stato più coinvolto del necessario.
A sera, Lucia si ritrovò nel suo piccolo ufficio al commissariato. Appese il cappotto, allentò il colletto della camicia. La stufa borbottava piano nell’angolo. Davanti a lei, il tabellone degli indizi.
Morte tra le 23:00 e le 00:30
- Una lettera minacciosa
- Un fazzoletto insanguinato con un fermacarte
- Una donna misteriosa
- Un’impresa edile
- Contraddizione della domestica
- Alibi incerto del segretario
Sette punti. Nessuna prova conclusiva. Eppure, ogni elemento pulsava come una vena sotto la pelle del caso.
Lucia accese una sigaretta. La città, oltre la finestra, sembrava dormire sotto un lenzuolo di nebbia. Ma lei sapeva che qualcuno vegliava. Qualcuno che sapeva. Qualcuno che aveva colpito con fredda precisione.
E presto, molto presto, avrebbe fatto un passo falso.
Il terzo giorno, Bergamo si era svegliata più livida che mai. Una pioggerella sottile cadeva sulla Città Bassa, colando lungo i cornicioni anneriti e disegnando righe oblique sui vetri del commissariato di via Tasso. Lucia Marini osservava la pioggia in silenzio, le mani infilate nelle tasche della giacca. Aveva dormito poco. Nella mente, le immagini della villa si accavallavano a quelle di una donna bionda, una firma irregolare, un cadavere rigido su una poltrona.
Quel caso non odorava di passione. Odorava di affari. Sporchi.
E quando affari e sangue si intrecciano, l’unico modo per scioglierli è seguire la scia del denaro.
Sotto la luce fioca dell’ufficio, Lucia sfogliò ancora una volta i documenti ritrovati nella scatola nascosta sotto il pavimento della camera del notaio. Lottizzazioni nella zona sud della città, mappe tracciate a mano, firme false, nomi noti: uno, in particolare, tornava sempre. Cavallotti.
Ricordava bene quel nome. Matteo Cavallotti, imprenditore edile, quarantacinque anni, fama da arrivista, mani sempre in movimento. La sua impresa aveva cominciato a espandersi proprio nei quartieri dove ora sorgevano cantieri fermi, gru immobili, scavi pieni d’acqua. Grumello al Piano, Boccaleone, la zona industriale a ridosso del Serio. Quartieri poveri, ma promettenti.
Lucia decise di andare a vederli con i propri occhi.
La pioggia cadeva sottile e insistente sulla zona sud della città. La sua Fiat 1100 procedeva lenta tra pozzanghere e asfalto crepato.
I cartelli pubblicitari annunciavano “case moderne a prezzo popolare”, ma dietro le recinzioni arrugginite si intravedevano solo fango, fondamenta incompiute e silenzi.A Boccaleone, il cantiere Cavallotti appariva deserto. Una ruspa spenta, due baracche di lamiera chiuse con lucchetti, e un manifesto strappato che recitava: “In consegna dicembre 1957”. Lucia notò le date: erano passati già due mesi. Nessun segno di lavori recenti.
Parcheggiò accanto a un’edicola che vendeva pane e sigarette. Chiese della ditta.
— Hanno smesso da prima di Natale — disse il vecchio edicolante. — Dicevano che mancavano i fondi. Ma il notaio che gli faceva da garante... be’, quello era uno che sapeva muoversi.
— Maffei?
— Lui. Non lo nomini in giro. Qui era mezzo temuto e mezzo odiato. Fece chiudere due falegnamerie per costruire quei palazzi. Gli artigiani l’hanno maledetto in coro.
Lucia si fece dare un indirizzo: via San Giovanni Bosco. Una traversa anonima, case a due piani, panni stesi alle finestre. Bussò alla porta di una donna indicata come ex segretaria di Cavallotti. Si chiamava Carla Roncalli, trentadue anni, sarta a ore. Accettò di riceverla, anche se con riluttanza.
Carla viveva in una stanza e mezzo, con i ferri da stiro sul tavolo e un manichino senza testa in un angolo. Teneva le mani sempre occupate, come se cucire potesse tenerle lontane dai guai.
— Lo so perché è venuta. Ma io non c’entro niente — disse prima ancora che Lucia parlasse.
— Lei lavorava per Cavallotti. Era a conoscenza degli accordi col notaio?
— Sentivo parlare. Sentivo nomi. Soldi che passavano, scambi di favori. Ma non ho mai firmato nulla. Lui... il notaio... veniva qui, ogni tanto.
— Qui? A casa sua?
— Sì. Due volte. Di sera.
Lucia la osservò con attenzione. Carla tremava. Non solo per paura. Qualcosa in lei si era spezzato.
— Carla, se sa qualcosa lo dica ora. Non avrà una seconda occasione.
La donna abbassò lo sguardo.
— C’era una lettera. Conosco la firma. Era una richiesta di silenzio. Ma c’era anche un’altra firma... una donna. Una... "E". In corsivo. Solo l’iniziale.
— Dove si trova quella lettera?
— L’ho bruciata. Dopo che ho visto la notizia della morte. Avevo paura.
Lucia capì che Carla stava camminando sul filo del panico. Decise di non forzare oltre. Le lasciò un biglietto:
— Se cambia idea, mi chiami. Qualsiasi ora.
Ma quella chiamata non arrivò mai.
La sera stessa, Lucia ricevette una telefonata urgente:
— Commissario, è morta. La Roncalli. Trovata impiccata nella sua stanza. Nessun segno di effrazione.
Lucia corse in via San Giovanni Bosco. L’appartamento era già stato sigillato. Sul letto, una macchina da scrivere Olympia. Nessun biglietto. Nessun segno di lotta. Solo una finestra aperta e la pioggia che batteva sul pavimento in legno.
Il medico disse:
— Impiccagione. Ma guardi il collo: il solco non è continuo. E c’è un’ecchimosi sotto l’orecchio. Qualcuno l’ha stordita prima.
Lucia fissò quel corpo come se potesse ancora dirle la verità. Aveva avuto paura. Ma non abbastanza da tacere.
Chi l’aveva uccisa voleva solo guadagnare tempo.
La pioggia si era trasformata in nevischio. Sulla via di ritorno, Lucia ordinò di sorvegliare la casa di Maria Maffei e convocare Cavallotti in commissariato.
Il costruttore si presentò in doppiopetto grigio, stivali lucidissimi, capelli pettinati all’indietro.
— Un piacere conoscerla, commissario. Mi dicono che è una donna... scrupolosa.
— Lo sono. E lei è un uomo molto fortunato, a quanto pare.
Cavallotti sorrise, mostrando una fila perfetta di denti.
— Se ha qualcosa da chiedere, sono tutto orecchi.
Lucia lo studiò per alcuni secondi, poi gli porse una delle mappe ritrovate nella villa.
— Lei e il notaio Maffei avete firmato questa. Lottizzazione in via Maglio del Lotto. Approvata a ottobre. Peccato che il Comune dica che la documentazione è sparita.
— Non so nulla. Il notaio si occupava di tutta la parte legale. Io costruivo.
— O speculava.
— Mi scusi?
Lucia si alzò. Gli mostrò la foto della Roncalli.
— È stata uccisa ieri sera. Poco dopo avermi parlato. Sapeva delle vostre firme false?
Cavallotti sbiancò appena.
— Non so chi sia questa donna.
— È stata la sua segretaria.
— Avrò avuto decine di segretarie. Non ricordo ogni viso.
Lucia chiuse il fascicolo e si avvicinò.
— Non è obbligato a parlare. Ma le garantisco che se la verità non viene fuori ora, la verrà a cercare a casa sua. Anche di notte.
Cavallotti non rispose. Ma nella sua mascella tesa Lucia lesse il segnale che attendeva.
Tornata nel suo ufficio, sfogliò le carte ancora una volta. Poi fissò la foto del matrimonio sulla scrivania. La vedova. Sempre composta. Sempre muta.
E quella “E.”?
Un’iniziale. Forse una firma. Forse una chiave. C’era ancora un tassello mancante.
E la voce che l’avrebbe completato era lì, nella villa. Nascosta dietro un volto familiare.
Lucia accese una sigaretta, scrisse una frase sul suo taccuino e cerchiò tre volte un nome: Maria.
Poi alzò il telefono.
— Portatemi i tabulati delle telefonate della villa. Giorno per giorno. E rintracciate tutte le donne che hanno avuto contatti con Maffei negli ultimi tre mesi. Non lasciate fuori nessuno.
Il cerchio si stava chiudendo.
E dentro, qualcuno iniziava a sentire il fiato corto.
Le mattine di Bergamo, a gennaio, sono come stanze senza finestre: fredde, grigie e chiuse. E quella del 18 gennaio non faceva eccezione. Il cielo era una colata di stagno, il vento tagliava i polmoni e il rintocco della campana di Sant’Agostino sembrava risuonare dentro le ossa.
Lucia Marini aveva dormito poco. Ancora una volta. Quella notte, la verità aveva bussato alla sua porta sotto forma di un sogno inquieto: una donna senza volto che le porgeva un coltello e spariva nel nulla.
Alle otto in punto era già alla villa dei Maffei.
L’ingresso sembrava ancora più silenzioso, più fermo. Come se la casa stessa avesse trattenuto il respiro. Il brigadiere Rinaldi l’attendeva sul portico con un foglio tra le mani.
— Commissario… i tabulati. L’ultimo mese. Tutte le telefonate in entrata e uscita.
Lucia afferrò il foglio e lo scorse velocemente. Numeri ripetuti. Date. Orari.
Poi lo vide.
13 gennaio, ore 23:46
Chiamata in uscita – Destinatario: Ospedale Maggiore di Bergamo – Reparto psichiatria
Lucia sollevò lo sguardo. Una chiamata in piena notte. Mezz’ora dopo l’ora presunta del delitto.
Chi chiamava in psichiatria quando un uomo stava morendo in biblioteca?
Entrò senza bussare. Maria Maffei era nel salotto, vestita di scuro, intenta a sistemare i petali caduti da un vaso di fiori. I movimenti erano precisi, chirurgici.
— Signora Maffei. Dobbiamo parlare.
La donna si voltò lentamente, come una statua che prende vita.
— Ancora? Non le ho già detto tutto?
Lucia le porse il foglio.
— Il 13 gennaio, lei ha chiamato l’ospedale. Reparto psichiatrico. Alle 23:46. Perché?
Maria lo fissò. Per la prima volta, la maschera si incrinò.
— Non ero io. È stato mio fratello.
Lucia rimase immobile.
— Suo fratello?
— Vive qui. Da anni. Ma nessuno lo sa. Nessuno deve saperlo.
Lucia sentì una stretta allo stomaco.
— Dov’è?
Maria esitò, poi si avviò senza parlare verso il piano inferiore. Un’ala della villa apparentemente inutilizzata. Un corridoio stretto. Una porta in fondo. Una chiave girata due volte.
Quando la porta si aprì, l’odore la investì: disinfettante, umido, sapone rancido.
La stanza era piccola. Una branda, una finestra chiusa da una grata, scaffali pieni di libri polverosi, una sedia accanto a una stufa elettrica. Seduto in un angolo, con lo sguardo perso e le mani grandi sulle ginocchia, c’era un uomo.
Aveva l’aspetto di un bambino cresciuto troppo in fretta. Trentasette, forse quaranta. I capelli radi, il viso scavato, gli occhi velati da un’inquietudine antica.
— Si chiama Ernesto — sussurrò Maria. — È mio fratello minore. Soffre di disturbi gravi. È rimasto qui, nascosto, per non finire in manicomio.
Lucia lo guardò. Lui sollevò lo sguardo. I suoi occhi si fermarono su di lei come un animale incerto.
— Hai ucciso Pietro, Ernesto?
L’uomo non parlò. Ma la sua bocca tremò.
— Non voleva più darmi i libri — mormorò, infine. — Mi diceva che non ero capace di capire. Che mi avrebbe fatto portare via. Ma io non voglio andare via. Non voglio.
Lucia fece un passo indietro. Poi si voltò verso Maria.
— Lei sapeva.
Maria annuì.
— È entrato in biblioteca quella notte. Non doveva. Ma ha sentito Pietro urlare. L’ha colpito. Una volta sola. L’ha fatto per paura. Per disperazione.
— E lei ha coperto tutto.
— È mio fratello. È… l’unica famiglia che mi resta. E Pietro era cambiato. Da mesi. Era diventato crudele con lui. Lo minacciava, lo trattava come una bestia. Gli chiudeva la porta a chiave. Gli vietava i libri. L’aveva umiliato per anni.
Lucia restò in silenzio. Si avvicinò al camino, passò le dita sul marmo freddo.
— E la domestica?
— Non sa nulla. Le ho detto che Ernesto era un custode notturno assunto da mio marito. Ha creduto a tutto.
— E Ferri?
— Forse sospetta. Ma ha sempre preferito non sapere.
Lucia sapeva che in quegli anni, la follia era una colpa più che una condizione. Un fratello malato significava disonore, vergogna, isolamento.
E Maria Maffei aveva fatto tutto per proteggere quel segreto. Anche dopo un omicidio.
Ma non era finita.
Perché nella mente di Lucia, un nome brillava ancora come un faro nel buio.
E.
La donna misteriosa. La firma. La lettera. E se… non fosse stata una donna?
Lucia tornò in commissariato, sfilò la lettera trovata nel cassetto della scrivania del notaio e la osservò con occhi nuovi. Il corsivo era elegante, ma non femminile. Educato. E troppo uniforme per una calligrafia libera.
Fece analizzare l’inchiostro. Vecchia macchina da scrivere. Caratteri Olympia.
La stessa che Carla Roncalli teneva in casa.
Ma Carla era morta. O no?
Lucia ordinò di riaprire il caso. Il corpo della Roncalli venne riesumato. L’autopsia parlò chiaro: morte per strangolamento. Ma sul collo, sotto il mento, un’impronta: una mano piccola. Non quella di un uomo.
Fu allora che Lucia tornò nella villa. E chiese di parlare con Giulia Rossetti, la domestica.
Giulia si mostrò sorpresa. Ma entrò in salotto, si sedette, e chiese:
— È successo qualcosa?
Lucia la osservò. Poi tirò fuori una foto. Quella di Carla Roncalli.
— La conosceva?
Giulia impallidì.
— L’ho vista una volta. Veniva per delle consegne.
— Non per questo. Lei era la sorella di suo marito. Carla Rossetti. Il vero cognome di entrambi.
La donna non rispose. Ma le mani cominciarono a tremarle.
— Era sua sorella. Aveva scoperto qualcosa. Voleva parlare. Lei l’ha seguita. L’ha uccisa.
Giulia si alzò di scatto.
— Mentite! Io...
Lucia tirò fuori un secondo foglio. Un test del medico legale: tracce del DNA della Roncalli sotto le unghie della domestica. Un graffio. Un tentativo di difesa.
— Perché?
Giulia scoppiò in lacrime.
— Carla sapeva tutto. Di Ernesto. Di Maria. Del notaio. Minacciava di parlare. Di vendicarsi. Era stanca di vivere nell’ombra. Ma se lo avesse fatto... mio figlio, mio marito… tutto sarebbe crollato.
— Così l’ha fermata.
Giulia annuì.
— Non sapevo che Lucia l’avesse già interrogata. Pensavo... che fosse tutto ancora nascosto. Ho perso la testa.
Lucia la fece arrestare sul posto. Le manette le scattarono ai polsi con un rumore secco, come uno schiaffo.
Il giorno dopo, Lucia tornò nella villa. Maria la attendeva sulla soglia.
— Verrà arrestato Ernesto?
— No — rispose Lucia. — Non subito. Ma sarà seguito. In una struttura dove possa vivere dignitosamente. Lontano da questa prigione di silenzi.
Maria annuì.
— Grazie. Per aver capito.
Lucia la guardò.
— Nessuno ha il diritto di uccidere. Ma c’è una differenza tra un crimine e una tragedia. E questo caso... era entrambi.
Quando uscì, la pioggia si era fermata. Il cielo si era aperto su uno squarcio di luce dorata che faceva brillare le pietre delle Mura Venete.
Lucia respirò profondamente.
Un uomo era morto. Due donne lo avevano sepolto con il silenzio. Una terza con il sangue.
E lei, commissario in una città che ancora non la chiamava per nome, aveva visto tutto. Aveva camminato in mezzo alle ombre. E, come sempre, ne era uscita sola.
Ma viva.
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