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LA RICETTA DELLA CASCINA DEL PELLICANO. CAPITOLO 9: QUANDO IL MITO INTASA LE STRADE

Slow Life
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Sommario

Alla Cascina del Pellicano l’aria profuma di fango caldo e disciplina domestica, finché un telefono decide di rovinare l’ecosistema. Il conte Gianalberto Marchetti — aristocratico per errore e apatico per vocazione — viene convocato a Pavia come se fosse responsabile di un’emergenza nazionale: il “traffico”. Solo che in Lomellina il traffico non è un problema, è un segno apocalittico con deodorante al pino.

Nel frattempo, fuori, spuntano pellegrinaggi, yoga sul cofano e cappellini da setta rurale, perché qualcuno ha trasformato un concime in leggenda contemporanea. In caserma lo Stato schiera questore, colonnello, sindaci e perfino un vescovo: quando c’è caos, serve sempre qualcuno che contenga l’anima collettiva (o almeno la parcheggi). Tra foto imbarazzanti, definizioni burocratiche e ironie pericolose, Gianalberto capisce una verità semplice: quando la gente crede in una formula, non cerca la terra—cerca il controllo. E se la realtà non collabora, allora arriva il mito… e il mito, si sa, non bussa con educazione.

Traffico in Lomellina, pellegrini del concime e istituzioni in allarme: il conte Marchetti scopre che la tranquillità può diventare un bersaglio


Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 9: Quando il Mito Intasa le Strade

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.


La telefonata arrivò nel momento più delicato della giornata: quando la Cascina del Pellicano stava respirando.

Certe ore, in Lomellina, non sono ore: sono un accordo tacito tra il cielo, l’acqua e la terra. Le risaie, là fuori, luccicavano come una distesa di specchi sporchi; i pioppi in filare disegnavano linee dritte come i pensieri di chi non ha mai avuto dubbi; e l’aria sapeva di fango caldo, di paglia e di quella dolcezza ferma che si sente solo quando l’acqua ristagna senza vergogna. Sotto il portico il legno era tiepido, le ombre larghe, e il tempo pareva un animale mansueto: se non lo disturbavi, rimaneva lì.

Gianalberto Marchetti, conte per malinteso genealogico e per stanchezza altrui, era seduto in una sedia impagliata che scricchiolava come una coscienza. Aveva le mani sulle ginocchia e lo sguardo perso in un punto qualsiasi dell’universo, con la concentrazione metodica di chi ha fatto della contemplazione un lavoro vero. Accanto a lui, Caligola dormiva in una posizione oscena e trionfale, a pancia all’aria, come se stesse offrendo al mondo il proprio ventre in segno di pace universale.

Ida, invece, stava facendo ciò che faceva sempre quando la realtà minacciava di degenerare: lavorava. Sgranava fagiolini con un coltello corto, rapido, senza ferocia ma senza pietà. Ogni tanto, dalla cucina arrivava l’odore di un soffritto leggero, un profumo che non era solo cibo: era ordine domestico, era resistenza.

Il telefono squillò.

Gianalberto lo guardò come si guarda un temporale che arriva dal lato sbagliato del cielo.

Squillò ancora.

Caligola aprì un occhio, lo richiuse, e con quella micro-espressione disse chiaramente: non rispondere, ti rovina la giornata.

Gianalberto rispose.

«Pronto.»

Dall’altra parte una voce ferma, educata, con quell’accento preciso che appartiene agli uomini che hanno imparato a parlare senza farsi voler bene.

«Buon pomeriggio. Parlo con il conte Gianalberto Marchetti?»

Gianalberto fece una pausa, non per creare suspence, ma perché il suo cervello, prima di rispondere, doveva verificare se fosse davvero necessario.

«Sì. Credo di sì.»

Silenzio. Un silenzio professionale, da ufficio.

«Sono il questore Pasquale Lucomagno, di Pavia. Avrei necessità di incontrarla con urgenza.»

Gianalberto si raddrizzò di mezzo centimetro. Per lui era già una reazione intensa.


«È morto qualcuno?»

«No, conte.

Non ancora.»

«Ah bene, molto bene.»

Un altro silenzio. Ida, senza alzare lo sguardo, smise di sgranare: era il suo modo di ascoltare.

«Si tratta di ordine pubblico,» proseguì Lucomagno. «Questioni di traffico e sicurezza. È preferibile che ne parliamo di persona. Presso il Comando provinciale dei Carabinieri, a Pavia.»

Gianalberto guardò Ida, come se Ida potesse autorizzare lo Stato a convocarlo.

Ida lo fissò appena, e quel minimo sguardo voleva dire: vai, ma non dire stupidaggini. Anche se non ti riesce.

«Va bene,» disse il conte. «Vengo. Ma sappia che non sono abituato alla città. Mi dà una certa… velocità.»

«L’aspettiamo, oggi alle ore 16.» concluse il questore, e riattaccò con l’efficienza di chi non telefona per chiacchierare.

Gianalberto rimase con la cornetta in mano, come un uomo che ha appena ricevuto una multa dall’universo.

«Chi era.» chiese Ida. Non era una domanda: era una diagnosi....

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