Additivi per il Miglioramento ai Graffi nei PolicarbonatiStrategie chimiche ed industriali per incrementare la resistenza ai graffi nei policarbonati ad alte prestazionidi Marco ArezioIl policarbonato è uno dei polimeri più utilizzati nell’industria dei materiali ad alte prestazioni grazie alla sua combinazione unica di proprietà: elevata trasparenza ottica, buona resistenza meccanica, stabilità dimensionale e processabilità. Tuttavia, una delle criticità più note riguarda la sua scarsa resistenza ai graffi superficiali. Questo limite ne condiziona l’impiego in applicazioni dove l’estetica, la trasparenza e la durata nel tempo della superficie esposta rivestono un ruolo fondamentale, come nel settore automotive, nell’elettronica di consumo e nei dispositivi ottici. Per ovviare a questo problema, la ricerca industriale e accademica ha sviluppato diverse strategie basate sull’impiego di additivi specifici, capaci di modificare la superficie del policarbonato senza comprometterne le proprietà intrinseche.Proprietà superficiali e meccanismi di graffiaturaLa graffiatura di un polimero non è soltanto il risultato di una sollecitazione meccanica locale, ma un fenomeno complesso che coinvolge deformazioni plastiche, microfratture e alterazioni superficiali. Nel caso del policarbonato, l’energia di deformazione viene assorbita in maniera non uniforme, con la conseguente formazione di microstriature visibili a occhio nudo. Questa sensibilità è legata alla natura amorfa del materiale e alla mobilità segmentale delle catene polimeriche, che tendono a deformarsi sotto sforzo.L’uso di additivi mira a limitare tale mobilità, a rafforzare la matrice e a creare una superficie più rigida, capace di distribuire meglio le sollecitazioni e ridurre la formazione del solco.Classificazione degli additiviQuando si parla di resistenza ai graffi nei policarbonati, non esiste una sola strada: le soluzioni si distribuiscono lungo una mappa di famiglie chimiche che agiscono con meccanismi complementari. L’obiettivo è sempre lo stesso — alzare il carico a cui compare il danno visibile e impedirne l’evoluzione in un solco profondo — ma per arrivarci si può agire rendendo la superficie più scorrevole, irrigidendo lo strato sub-superficiale, inserendo “punti duri” invisibili alla luce o, ancora, creando una vera e propria pelle protettiva durante il processo.Le quattro famiglie più utilizzate sono:- organici modificatori di superficie- inorganici micronizzati- nanoparticelle funzionalizzate- coating integratiQueste categorie si distinguono per natura, comportamento in lavorazione e impatto su ottica e finiture.Additivi organici modificatori di superficieLavorano su due leve decisive. Da un lato riducono l’attrito in contatto secco; dall’altro irrigidiscono la zona immediatamente sotto la pelle, così che la deformazione si distribuisca e non generi micro-solchi. Nel primo gruppo rientrano i sistemi a base silicone, come i PDMS o i copolimeri PC-silossano, progettati per arricchirsi spontaneamente in superficie durante lo stampaggio. È un “fiorire” controllato: pochi decimi di punto percentuale (tipicamente fino all’1%) bastano per costruire un film sottile a bassa energia superficiale, capace di lubrificare la scia di contatto e attenuare il micro-taglio. Se si esagera con il dosaggio, però, il beneficio si paga con opacizzazione (haze), peggior bagnabilità e difficoltà in verniciatura o stampa. Per questo si cura la “micro-architettura” del copolimero — lunghezza dei blocchi silossanici e densità di innesti — che regola quanto in fretta e quanto stabilmente la pellicola si organizza in superficie (verificabile, ad esempio, con XPS o ToF-SIMS).A fare squadra con i silicone ci sono oligomeri fluorurati e additivi “slip” ad alta temperatura. Anche loro riducono l’attrito senza lubrificanti esterni, ma per funzionare nel PC devono ancorarsi alla matrice con porzioni compatibili (blocchi aromatici o simili alla catena carbonatica), altrimenti rischiano di migrare fuori (exudazione). Alcune cere sintetiche per alte temperature (poliesteri aromatici, poliammidi a elevato punto di fusione) aiutano a controllare il “mar” senza volatilizzare nell’intervallo termico tipico del PC (circa 290–320 °C); cere generiche non progettate per tecnopolimeri tendono invece a degradarsi o affiorare.Il secondo pilastro degli organici è l’irrigidimento leggero della pelle tramite ramificazione/reticolazione molto contenuta. Piccole quantità di agenti epossidici multifunzionali, ossazoline o metacrilati reattivi interagiscono con le estremità di catena del PC o con gruppi introdotti dai compatibilizzanti, creando una rete rada o catene ramificate che aumentano modulo e durezza apparente subito sotto la superficie. Risultato: minore profondità del solco allo stesso carico. Spingersi troppo oltre, però, introduce gel, altera la trasparenza e può ingiallire il materiale.Un ruolo meno appariscente ma cruciale lo giocano gli stabilizzanti foto-termici: non rendono la superficie più dura, ma la preservano. Mantengono integra la chimica della pelle e la T_g dopo calore e UV, evitando quell’ammorbidimento che facilita la graffiatura con l’invecchiamento. Combinazioni mirate di assorbitori UV (benzotriazoli/benzofenoni) e HALS, selezionate per il PC, sono la “polizza” per la tenuta a lungo termine.Sul piano del processo, gli organici richiedono disciplina: la loro efficacia dipende da storia di taglio e tempo di permanenza in fusione. Eccessi in estrusione o stampaggio possono degradarli o favorire separazioni di fase (flow marks). L’asciugatura preventiva del PC resta imprescindibile (≤0,02% H₂O) per evitare idrolisi, calo di M_w e perdita di proprietà ottiche. Inoltre, ogni pacchetto additivo va verificato rispetto alle finiture previste (metallizzazione, incollaggio, verniciatura), perché la bassa energia superficiale può ostacolarle.Additivi inorganici micronizzatiIntroducono punti d’ancoraggio duri (silice, allumina, boehmite) che alzano la resistenza al taglio localizzato e ripartiscono lo sforzo, evitando l’accumulo plastico. L’efficacia cresce con durezza/modulo della particella e con l’adesione alla matrice. Nel PC trasparente, però, decide l’ottica: per contenere l’haze si lavora su vere dimensioni sub-50 nm (dispersione monomodale) o su un migliore matching dell’indice di rifrazione. Poiché n_PC≈1,58 e la silice è ≈1,46, la via più praticata è la nanometria reale sostenuta da trattamenti silanici (epossisilani/aminosilani) che consolidano l’interfaccia e riducono il white marking da pull-out. L’allumina, più dura, può funzionare a dosi contenute se ben funzionalizzata; particelle troppo grandi opacizzano e calano il gloss.Sul fronte formulazione/processo spesso basta 0,5–3% di carica nanometrica per un guadagno chiaro; oltre aumentano viscosità e agglomerati. Il compounding ideale usa bivite lunghe, elementi miscelanti alternati (distributivi/dissipativi) e alimentazione laterale/gravimetrica. Le polveri vanno asciugate ed esenti da acidità (acidi catalizzano l’idrolisi del carbonato). Effetti collaterali attesi: MFR in calo, scie di flusso se la reologia non è centrata, più usura stampi con Al₂O₃. La valutazione va sempre doppia: haze/clarity allo spessore target e profondità residua del graffio (profilometria 3D) a pari carico.Nanoparticelle funzionalizzateQui la leva è l’interfase: attorno alla nanoparticella si forma uno strato (decine di nm) dove la mobilità segmentale cala. È questa zona viscoelastica a innalzare il carico di comparsa del segno. La funzionalizzazione governa spessore e coesione dell’interfase. La silice colloidale con gruppi epossidici o amminici è la scelta tipica quando serve preservare la trasparenza: dispersione realmente nano (confermata da DLS/TEM) e dosi 0,3–1,5% centrano spesso l’equilibrio durezza/ottica. Allumina/boehmite nano-lamellare aggiungono durezza e stabilità termica, ma richiedono compatibilizzazione attenta per evitare flocculazioni che rovinano il gloss; convincono in ambienti abrasivi (esterno auto) se si gestisce l’estetica.I POSS (polyhedral oligomeric silsesquioxanes) sono “molecole-filler” da 1–3 nm: restano otticamente invisibili, agiscono da nano-nodi duri e possono irrigidire localmente la catena, alzando la T_g percepita nella pelle. Ideali quando servono durezza + trasparenza senza scattering. Le nanoclay esfoliate aumentano G′ e resistenza al solco, ma disturbano la trasparenza: meglio in PC opachi o in blend (PC/ABS) per interni auto. Gli ossidi ad alto indice (TiO₂, ZnO) sono durissimi ma otticamente “pesanti” (e il TiO₂ anatase è fotoattivo): si usano solo a dosi ultrasottili, rivestiti e con D320 °C, compatibilità superficiale con la matrice e profilo tossicologico/regolatorio adeguato (le polveri fini richiedono gestione rigorosa). La validazione usa strumenti “di pelle”: DMA (irrigidimento a piccole deformazioni), nanoindentazione (durezza/modulo locali), nanoscratch (transizione da segno lieve a solco).Coating protettivi integratiDue strade. La prima sfrutta additivi migranti anfifilici (segmenti PC-affini + silossanici/fluorurati) che, in stampaggio, si auto-organizzano in una pelle sottilissima (decine di nm) a bassa energia superficiale: riducono lo scorrimento abrasivo. La cinetica dipende da distanza di solubilità, M_w, T_melt e raffreddamento. Se l’ancoraggio è buono la pelle dura; se è debole affiora e si perde, con finger-marking e problemi di bagnabilità. La seconda è l’in-mold coating (IMC) o hardcoat in cella: un prepolimero (acrilato polisilossanico o ibrido organo-siliceo) viene deposto e reticolato UV/termicamente, creando una rete quasi “vetrosa”; si possono disperdere nanoparticelle (es. silice) per alzare modulo e contenere i solchi profondi. È un rivestimento “cucito” sul pezzo, ideale per lenti/fari, a patto di curare adesione al PC (primer o gruppi reattivi) e riciclabilità a fine vita.Un aspetto trasversale: i sistemi a bassissima energia superficiale proteggono bene dal graffio, ma possono ostacolare stampa a caldo, verniciatura e incollaggio. Conviene definire in anticipo la gerarchia delle prestazioni: se sono previste finiture, meglio additivi migranti ancorabili o direttamente l’IMC, che concilia resistenza e adesione degli strati successivi.L’approccio nanocomposito resta tra i più efficaci per aumentare la resistenza ai graffi mantenendo la trasparenza; la chiave è controllare concentrazione e granulometria per restare otticamente “neutri”.Compatibilità ottica e additivi trasparentiUno degli aspetti più delicati nello sviluppo di additivi per policarbonati trasparenti è la compatibilità ottica. In applicazioni come lenti, display e coperture protettive, gli additivi devono avere indice di rifrazione vicino a quello del PC o essere dispersi su scala nanometrica per evitare diffusione della luce. In quest’ottica, silice colloidale e ossidi funzionalizzati rappresentano soluzioni credibili perché aumentano la durezza senza compromettere la chiarezza.Normative e prove di laboratorioLa valutazione della scratch resistance si basa su prove normalizzate che misurano profondità e visibilità del graffio dopo sollecitazioni controllate. Strumenti come Taber Abraser e test di penetrazione progressiva/nanoscratch consentono confronti affidabili fra formulazioni. Nei settori ad alta responsabilità (automotive, elettronica) si applicano standard specifici per la caratterizzazione delle superfici plastiche.Applicazioni industrialiDove il policarbonato deve combinare resistenza meccanica, estetica e trasparenza, gli additivi per scratch resistance sono ormai uno standard. Fari automotive devono restare trasparenti malgrado l’abrasione ambientale; schermi e cover dell’elettronica di consumo chiedono superfici che non si segnino facilmente; caschi, lenti ottiche e componenti architettonici beneficiano di superfici durevoli e visivamente pulite.Prospettive futureL’evoluzione degli additivi per scratch resistance è sempre più intrecciata con sostenibilità ed economia circolare. Oltre alle prestazioni, si cercano soluzioni sicure e riciclabili: additivi bio-based, nanocariche da fonti naturali, coating autorigeneranti. La sfida è migliorare la resistenza ai graffi senza compromettere la compatibilità con i flussi di riciclo, così da mantenere il policarbonato in linea con gli obiettivi di una economia più verde.© Riproduzione Vietata
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Poliuretano: Produzione, Impiego, Riciclo e StoriaUn materiale di grandissima diffusione in molti settori che ha una storia prestigiosa e un presente circolare complicatodi Marco ArezioIl poliuretano è un polimero conosciuto anche da chi non è addetto ai lavori, in quanto lo si identifica facilmente negli isolanti per le abitazioni, nei prodotti chimici di comune utilizzo del fai da te, negli oggetti che arredano le nostre case e in molte altre occasioni. La sua storia nasce agli albori della ricerca sulla chimica dei polimeri, con continui miglioramenti nel corso degli anni e creando nuove applicazioni facendo leva sulle molteplici qualità del composto.Cosa è il poliuretano Il poliuretano è un tipo di polimero che viene utilizzato in una vasta gamma di prodotti a causa della sua versatilità. Si tratta di un materiale che può essere flessibile o rigido e viene utilizzato in prodotti come schiume, elastomeri, adesivi, sigillanti, vernici e molti altri. Le schiume di poliuretano, ad esempio, sono spesso utilizzate in materassi, cuscini e mobili a causa della loro capacità di adattarsi e ritornare alla loro forma originale. I poliuretani possono essere formulati per avere una varietà di proprietà, rendendoli adatti a molte diverse. Come si produce il poliuretano Il poliuretano viene prodotto attraverso una reazione chimica tra due componenti principali: un isocianato e un poliolo. La natura esatta e la proporzione di questi composti determinano le proprietà finali del poliuretano prodotto. Ecco un processo base per produrre poliuretano: Preparazione dei componenti Gli isocianati ei polioli vengono prodotti separatamente attraverso vari processi chimici. Gli isocianati comuni utilizzati includono il diisocianato di toluene (TDI) e il diisocianato di metilene difenile (MDI). I polioli possono variare dalla glicerina ai polieteri. Mescolamento Una volta preparati, gli isocianati e i polioli vengono miscelati insieme in proporzioni controllate. Al mix possono essere aggiunti altri ingredienti come catalizzatori, stabilizzanti, coloranti o additivi per ottenere proprietà specifiche. Reazione Quando gli isocianati ei polioli reagiscono insieme, formano una catena di poliuretano. Questa reazione può essere esotermica (produrre calore). Formazione A seconda dell'applicazione desiderata, la miscela reagente può essere versata in stampi per produrre forme solide come blocchi o lastre, oppure può essere spruzzata o applicata su superfici. Ad esempio, la schiuma spray di poliuretano viene spruzzata sulle superfici per l'isolamento, mentre le schiume flessibili possono essere versate in stampi per produrre cuscini o materassi. Indurimento e Cura Dopo la formazione, il poliuretano richiede un periodo di "cura" durante il quale completa la sua reazione e raggiunge le proprietà desiderate. Taglio o lavorazione Una volta indurito, il poliuretano può essere tagliato, sagomato o lavorato secondo le specifiche dell'applicazione finale. A seconda del tipo e delle proprietà desiderate del poliuretano, i dettagli del processo possono variare. Ad esempio, la produzione di schiume rigide utilizzate per l'isolamento potrebbe differire da quella di elastomeri utilizzati nelle applicazioni industriali. Dove si utilizza il poliuretano Il poliuretano è un materiale estremamente versatile e si trova in una vasta gamma di prodotti grazie alle sue diverse proprietà. Ecco alcuni degli usi comuni del poliuretano: - Schiume flessibili: utilizzate in materassi, cuscini, imbottiture di mobili e sedili automobilistici. - Schiume rigide: utilizzate per l'isolamento termico di edifici, frigoriferi, congelatori e apparecchiature per il riscaldamento e il raffreddamento. - Elastomeri: trovano impiego in suole di scarpe, guarnizioni, cinghie di trasmissione, componenti automobilistici e alcuni adesivi. - Adesivi e sigillanti: utilizzati in edilizia, industria automobilistica e molte altre industriali. - Vernici e rivestimenti: offrono protezione contro l'abrasione, la corrosione ei raggi UV. Sono usati per verniciare automobili, pavimenti e altri oggetti. - Pellicole e fogli: per l'imballaggio, la laminazione e come componenti in prodotti tessili. - Spugne abrasive: usate per lavare e pulire. - Componenti automobilistici: come parafanghi, parti di interni, e componenti di sospensione. - Imballaggi: schiume protettive per l'imballaggio di elettronica e altri beni fragili. - Applicazioni mediche: come bendaggi, impianti e componenti di dispositivi medici. - Fibra di poliuretano: utilizzata in tessuti elastici e abbigliamento. Questi sono solo alcuni esempi. Grazie alla sua versatilità, il poliuretano ha trovato in quasi ogni settore industriale e continua ad essere un materiale chiave in molte innovazioni tecnologiche. Quali caratteristiche tecniche ha il poliuretano l poliuretano è un materiale estremamente versatile con una vasta gamma di proprietà che possono essere adattate in base ai requisiti specifici di un'applicazione. Le caratteristiche tecniche del poliuretano possono variare a seconda della formula specifica, dei componenti utilizzati e del processo di produzione. Tuttavia, alcune delle caratteristiche generali e dei vantaggi del poliuretano includono: - Il poliuretano è noto per la sua resistenza all'usura, al taglio e all'abrasione. - Può essere estremamente elastico e flessibile, il che lo rende ideale per suole di scarpe, guarnizioni e altri prodotti che richiedono elasticità. - Offre una buona resistenza a oli, grassi, solventi e molti altri prodotti chimici. - Il poliuretano ha eccellenti proprietà isolanti, sia termiche che acustiche, ed è spesso utilizzato come materiale isolante in edilizia e in apparecchiature refrigeranti. - Può essere prodotto in una vasta gamma di densità e rigidità, da schiume morbide e flessibili a materiali solidi e duri. - Ha una buona capacità adesiva su una vasta gamma di substrati, il che lo rende utile come adesivo e sigillante. - Il poliuretano ha una buona resistenza all'acqua e non si decompone facilmente quando esposto all'umidità. - Sebbene il poliuretano standard possa degradarsi sotto l'esposizione ai raggi UV, può essere formulato con additivi che migliorano la sua resistenza ai raggi UV. - Mentre il poliuretano non è inerentemente resistente al fuoco, può essere formulato con ritardanti di fiamma per soddisfare specifiche esigenze di resistenza al fuoco. - Ha la capacità del materiale di tornare alla sua forma originale dopo essere stato deformato. Come si ricicla il poliuretano Il riciclo del poliuretano può essere una sfida a causa della sua natura termoindurente e delle diverse forme in cui può presentarsi. Tuttavia, ci sono diverse metodologie adottate per il riciclaggio del poliuretano, a seconda del tipo e dell'applicazione. Ecco alcune delle tecniche comuni: Riutilizzo meccanico Questo metodo coinvolge la triturazione della schiuma di poliuretano in piccoli pezzi che possono essere utilizzati come riempitivi o combinati con altri materiali per produrre nuovi prodotti. Ad esempio, la schiuma triturata può essere utilizzata in cuscini, materassi o come isolamento. Riciclo chimico Glicolisi. Qui, il poliuretano viene scomposto in presenza di glicoli. Questo processo produce polioli che possono essere riutilizzati nella produzione di nuovo poliuretano. Idrogenazione. In questo metodo, il poliuretano viene esposto all'idrogeno ad alte temperature, producendo polioli che possono essere riutilizzati. Pirolisi. Il poliuretano viene scomposto termicamente in assenza di ossigeno, producendo oli che possono essere utilizzati come carburanti o materie prime per la produzione chimica. Riciclaggio energetico. Anziché cercare di recuperare il materiale, il poliuretano può essere incenerito in impianti di incenerimento di rifiuti per recuperare l'energia. Questo metodo trasforma il poliuretano in calore, che può essere utilizzato per produrre elettricità o riscaldare l'acqua. Riciclaggio mediante bonifica. Questo metodo è simile alla glicolisi, ma utilizza ammine alifatiche. Produce ammine e polioli che possono essere utilizzati nella produzione di nuovo poliuretano o altri polimeri. Mentre le tecniche di riciclaggio sono in continua evoluzione, uno dei principali ostacoli al riciclaggio su larga scala del poliuretano è la raccolta e la separazione dei rifiuti di poliuretano dalle altre correnti di rifiuti. Tuttavia, con la crescente enfasi sulla sostenibilità e la gestione dei rifiuti, sono in corso ricerche per sviluppare metodi più efficaci e sostenibili per il riciclaggio del poliuretano. Storia del poliuretano Il poliuretano è stato scoperto nel 1937 dal chimico tedesco Otto Bayer e dal suo team. La ricerca era parte degli sforzi per sviluppare nuovi materiali polimerici durante il periodo tra le due guerre mondiali, quando c'era una grande domanda di alternative ai materiali tradizionali. Otto Bayer è noto per aver sviluppato il processo di produzione di poliuretano utilizzando diisocianati e polioli, il che ha portato alla produzione commerciale di poliuretano nel 20° secolo. Il poliuretano ha una storia interessante e la sua evoluzione e diffusione in vari settori è un esempio di come i nuovi materiali possano rivoluzionare le industrie. Le tappe storiche importanti per il poliuretano sono le seguenti: - 1937. Otto Bayer e il suo team in Germania sviluppano il processo di polimerizzazione per produrre poliuretano usando diisocianati e polioli. - 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un grande bisogno di materiali alternativi a causa della scarsità di risorse come il caucciù. Questo ha portato a un interesse crescente per i poliuretani come potenziale sostituto. Alla fine degli anni '40, le schiume rigide di poliuretano iniziarono ad essere usate per isolamento. - anni '50. Le schiume flessibili di poliuretano diventano popolari come materiale per cuscini e materassi. Inizia la produzione su larga scala di elastomeri di poliuretano, che vengono utilizzati in vari settori, compresa l'industria calzaturiera. - anni '60 e '70. L'uso di schiume di poliuretano per l'isolamento termico degli edifici diventa sempre più comune. La tecnologia del poliuretano continua ad evolversi, portando allo sviluppo di adesivi, sigillanti, rivestimenti e vernici di poliuretano. - 1980. Gli elastomeri di poliuretano diventano comuni in molte industrie. La ricerca si concentra sull'ottimizzazione delle proprietà del poliuretano, come la resistenza alla fiamma e la resistenza all'abrasione. - anni '90 e 2000. Si assiste a una crescente preoccupazione per l'ambiente e la salute, il che porta a ricerche su poliuretani a base d'acqua ea basso contenuto di composti organici volatili (VOC). L'industria automobilistica adotta ampiamente il poliuretano per interni, sedili, e componenti esterni. - anni 2010. Con l'aumento dell'interesse per la sostenibilità, iniziano le ricerche per produrre poliuretani da fonti rinnovabili e biobased. L'innovazione continua con lo sviluppo dei poliuretani con proprietà migliorate, come maggiore resistenza ai raggi UV e migliore resistenza termica. Nel corso degli anni, il poliuretano ha dimostrato di essere un materiale estremamente versatile, adattandosi e rispondendo alle esigenze in continua evoluzione di molte industrie. La sua capacità di essere formulato per una vasta gamma di proprietà ha reso possibile il suo uso in una miriade di, dall'edilizia all'automobile, dai prodotti per la casa all'abbigliamento e molto altro.
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Batterie ad accumulo non tradizionali: innovazione, sostenibilità e circolarità nei nuovi sistemi di storage energeticoAnalisi tecnica sulle batterie avanzate basate su materiali alternativi e processi sostenibili per un futuro energetico circolare di Marco Arezio Il tema dell’accumulo energetico rappresenta oggi una delle principali sfide tecnologiche e ambientali della transizione verso sistemi energetici decarbonizzati e distribuiti. L’espansione delle rinnovabili, la crescita della mobilità elettrica e la digitalizzazione delle reti impongono soluzioni di storage che siano non solo efficienti, ma anche sostenibili. Se da un lato le batterie agli ioni di litio hanno dominato la scena per più di un decennio, il panorama tecnico si sta rapidamente evolvendo verso alternative non tradizionali, progettate per ridurre l’impatto ambientale, favorire il riciclo e facilitare l’integrazione in una filiera veramente circolare. L’innovazione in questo settore mira a superare i limiti delle tecnologie convenzionali, adottando materiali più abbondanti, processi produttivi meno inquinanti e architetture orientate a un ciclo di vita sostenibile. Limiti delle batterie convenzionali e urgenza di innovazione La tecnologia agli ioni di litio, oggi onnipresente in dispositivi portatili, veicoli elettrici e sistemi di accumulo stazionario, pone diversi interrogativi in termini di sostenibilità. L’estrazione di litio, cobalto e nickel comporta impatti ambientali notevoli: uso intensivo di acqua, emissioni di CO₂, produzione di scarti tossici, oltre a criticità sociali e geopolitiche legate alla concentrazione delle miniere in poche aree del pianeta. Inoltre, il ciclo di vita delle batterie al litio è ancora complesso e dispendioso in termini di riciclo, con costi elevati e processi che spesso non permettono il recupero integrale dei materiali di valore. In questo scenario, cresce la necessità di sviluppare sistemi di accumulo che rispondano a criteri di ecodesign, uso di materiali secondari, riciclabilità e minimo impatto sociale. Famiglie di batterie ad accumulo non tradizionali: classificazione tecnica Nel contesto della ricerca e dell’industria, le batterie non tradizionali possono essere suddivise in alcune macro-famiglie, tutte caratterizzate da una forte impronta di sostenibilità e circolarità: - Batterie a base acquosa (Zn-aria, Zn-MnO₂, Fe-Ni, ecc.) - Batterie a flusso redox - Batterie a stato solido con elettroliti alternativi - Batterie organiche e polimeriche - Batterie con anidride carbonica (CO₂-based) - Batterie “paper-based” e biobatterie Vediamole nel dettaglio, con attenzione agli aspetti tecnici, ai vantaggi e alle criticità di ognuna. Batterie a base acquosa: sicurezza e materie prime abbondanti Le batterie che impiegano elettroliti acquosi e materiali elettrodici diffusi (come zinco, manganese, ferro, nichel) rappresentano una delle soluzioni più interessanti in ottica di sostenibilità. L’utilizzo di acqua come elettrolita conferisce maggiore sicurezza rispetto ai solventi organici, riducendo rischi di incendio ed esplosione. Esempi tecnici: - Batterie Zn-aria: sfruttano l’ossidazione dello zinco e la riduzione dell’ossigeno atmosferico. Offrono alta densità energetica teorica, costi contenuti e semplicità di costruzione, ma presentano sfide di ciclabilità e formazione di dendriti. - Batterie Zn-MnO₂: tradizionalmente usate come pile monouso, le versioni ricaricabili stanno emergendo grazie a nuovi elettroliti stabilizzati. - Batterie Fe-Ni: le “vecchie” batterie di Edison, oggi rivalutate per il basso costo e la facilità di riciclo dei materiali. Tali sistemi sono ideali per applicazioni stazionarie, mobilità leggera e contesti in cui la sicurezza e la facilità di recupero a fine vita siano prioritari. Batterie a flusso redox: modularità e lunga durata Le batterie a flusso redox si distinguono per la separazione fisica tra capacità (determinata dalla quantità di elettrolita liquido) e potenza (definita dalla superficie delle celle). Le soluzioni più diffuse impiegano vanadio, ma stanno emergendo alternative a base di ferro, bromuro e, soprattutto, molecole organiche. Vantaggi: - Durata superiore a 10.000 cicli - Facilità di manutenzione e aggiornamento - Possibilità di riutilizzare l’elettrolita all’infinito Sul fronte della sostenibilità, i sistemi con elettroliti organici (derivati da biomassa o sottoprodotti industriali) sono oggi oggetto di intensa ricerca, in ottica di una filiera completamente green. I limiti sono dati da costi iniziali elevati e necessità di impianti dedicati, ma per lo storage stazionario su larga scala queste batterie rappresentano una delle soluzioni più promettenti. Batterie a stato solido con elettroliti alternativi: sicurezza e materiali secondari L’evoluzione delle batterie a stato solido si concentra su nuovi elettroliti ceramici o polimerici, abbinati a materiali elettrodici non critici come sodio, magnesio o calcio. Focus tecnico: - Batterie sodio-ione a stato solido: sfruttano il sodio, abbondante e facilmente reperibile, per applicazioni che richiedono elevata sicurezza e costi contenuti. - Batterie magnesio e calcio: sistemi in fase di sviluppo che promettono costi bassissimi, alta densità teorica e minori problemi di dendriti rispetto al litio. Il riciclo di queste batterie è semplificato dall’assenza di liquidi tossici e dalla natura dei materiali impiegati, facilitando la progettazione per il disassemblaggio e la seconda vita dei componenti. Batterie organiche e polimeriche: verso la bio-circular economy Un campo emergente e particolarmente dinamico è quello delle batterie basate su materiali organici: polimeri conduttivi, chinoni, composti a base di azoto e altri estratti da biomassa o sintesi green. Vantaggi principali: - Utilizzo di materiali rinnovabili o derivati da scarti agroindustriali - Bassa tossicità e potenziale biodegradabilità - Semplicità di riciclo e disassemblaggio Le principali sfide restano la stabilità a lungo termine, la resistenza all’umidità e la densità energetica ancora inferiore rispetto alle soluzioni metalliche. Tuttavia, il potenziale per applicazioni su larga scala è elevato, soprattutto in contesti dove l’impatto ambientale prevale sulla pura prestazione. Batterie con anidride carbonica (CO₂-based): accumulo e decarbonizzazione integrati Una delle frontiere più innovative e promettenti del settore è rappresentata dalle batterie che utilizzano la CO₂ come elemento attivo nel processo elettrochimico, integrando accumulo di energia e strategie di carbon capture. Principio di funzionamento Queste batterie, tipicamente denominate batterie metallo–CO₂ (litio–CO₂, sodio–CO₂, potassio–CO₂), impiegano anodi metallici che reagiscono con l’anidride carbonica durante la scarica, formando prodotti solidi (carbonati o ossalati) e liberando energia. In fase di ricarica, la reazione viene invertita, consentendo il rilascio controllato della CO₂ o la sua conversione in altre sostanze utili. Sostenibilità e circolarità - Cattura e valorizzazione della CO₂: queste batterie permettono di integrare il sequestro della CO₂ in processi industriali energivori, trasformando un gas serra in risorsa di accumulo. - Materiali abbondanti e riciclabili: i sistemi sodio–CO₂ e potassio–CO₂ impiegano metalli diffusi e facilmente riciclabili. - Facilità di recupero dei sottoprodotti: i carbonati formati possono essere separati e riutilizzati in processi industriali o chimici, riducendo la necessità di smaltimento. Sfide tecnologiche e prospettive La stabilità dei cicli di carica/scarica, la gestione dei sottoprodotti solidi e l’efficienza energetica restano le principali criticità, insieme alla necessità di catalizzatori sempre più performanti. Tuttavia, prototipi già funzionanti sono in fase di test presso grandi centri di ricerca (MIT, Stanford, istituti europei) e potrebbero diventare una soluzione strategica per industrie come cementifici, chimica pesante e impianti di produzione energetica che già oggi emettono elevate quantità di CO₂. Le batterie CO₂-based rappresentano dunque una risposta tecnica e circolare alla duplice esigenza di storage e decarbonizzazione, con prospettive di crescita nei prossimi dieci anni. Batterie “paper-based” e biobatterie: soluzioni biodegradabili per l’elettronica diffusa La spinta verso l’elettronica diffusa e l’Internet of Things ha portato allo sviluppo di batterie completamente biodegradabili, costruite su substrati di cellulosa conduttiva o alimentate da enzimi e microrganismi. Questi sistemi sono ideali per applicazioni temporanee (etichette smart, sensori ambientali usa-e-getta, dispositivi medici monouso), dove la semplicità di smaltimento e il basso impatto sono priorità assolute. Le sfide riguardano principalmente la potenza e la durata limitate, ma il potenziale per un ciclo interamente green è ormai realtà. Integrazione dei sistemi sostenibili nella circular economy La vera rivoluzione delle batterie non tradizionali non riguarda solo i materiali impiegati, ma l’adozione di strategie di design for recycling, modularità, digitalizzazione dei flussi e piattaforme di “seconda vita” che allungano il ciclo utile del prodotto prima del riciclo finale. Le best practice del settore includono: - Progettazione di celle e moduli facilmente separabili, con tracciabilità digitale - Implementazione di piattaforme di diagnosi avanzata dello stato di salute - Recupero idrometallurgico a basso impatto e biotecnologie per la separazione dei materiali - Sviluppo di modelli di business come la “battery as a service” e la responsabilità estesa del produttore Casi di studio e applicazioni industriali - Storage stazionario e microgrid: batterie a flusso e a base acquosa stanno trovando impiego in microreti locali e sistemi di backup, grazie a costi contenuti e lunga vita operativa. - Mobilità sostenibile: batterie sodio-ione, zinco-aria e CO₂-based sono candidate per veicoli leggeri, flotte condivise e soluzioni di mobilità urbana a basso impatto. - Elettronica usa-e-getta e IoT: batterie organiche e paper-based stanno rivoluzionando il settore delle etichette intelligenti, sensori e dispositivi smart a ciclo breve. Prospettive future: ricerca, regolamentazione e mercato La strada verso un accumulo energetico veramente circolare è segnata da una convergenza di innovazione tecnologica, leggi più stringenti (come i nuovi regolamenti europei su responsabilità e riciclabilità), e crescente domanda di soluzioni responsabili. Le priorità della ricerca riguardano: - Ottimizzazione di densità energetica e ciclabilità nei sistemi organici e CO₂-based - Automazione e digitalizzazione dei processi di selezione, smontaggio e riciclo - Tracciabilità tramite blockchain e piattaforme digitali per la gestione del ciclo di vita In questo scenario, la competitività delle batterie non tradizionali è destinata a crescere, guidando una trasformazione profonda della filiera energetica globale. Conclusione: accumulo sostenibile, motore della transizione ecologica Il futuro delle batterie ad accumulo è già in parte scritto nella capacità di coniugare innovazione tecnica, responsabilità ambientale e nuovi modelli di business circolari. Le soluzioni non tradizionali analizzate – dalle batterie a base acquosa a quelle CO₂-based, dalle batterie organiche alle paper-based – testimoniano una filiera in profonda trasformazione, capace di sostenere la transizione energetica riducendo la dipendenza da risorse critiche e minimizzando l’impatto sull’ambiente. Affrontare le sfide residue di costo, prestazione e scalabilità sarà fondamentale, ma la direzione è tracciata: accumulare energia senza accumulare problemi, verso un futuro energetico più resiliente, equo e pulito. © Riproduzione Vietata
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Eruzioni solari e tecnologia: come le tempeste solari minacciano comunicazioni, GPS e reti elettricheScopri gli effetti delle eruzioni solari sulla tecnologia terrestre e perché il monitoraggio dell’attività solare è crucialedi Marco ArezioNel cuore del nostro sistema solare, il Sole non è soltanto la fonte primaria di luce e calore, ma anche un oggetto celeste dinamico e imprevedibile. Tra i fenomeni più energetici che lo riguardano, le eruzioni solari (o brillamenti solari) rappresentano manifestazioni violente di rilascio di energia che, sebbene avvengano a milioni di chilometri di distanza, possono avere effetti tangibili, e talvolta gravi, sulla tecnologia terrestre. Questi eventi, innescati da improvvisi riconfiguramenti del campo magnetico solare, sono spesso accompagnati da espulsioni di massa coronale (CME – Coronal Mass Ejection), che rilasciano nel mezzo interplanetario enormi quantità di particelle cariche ad alta energia. Quando queste particelle raggiungono la magnetosfera terrestre, possono innescare una serie di disturbi in sistemi tecnologici complessi: dai satelliti di comunicazione alle reti elettriche, dai sistemi GPS alle comunicazioni radio ad alta frequenza. In un mondo sempre più dipendente da infrastrutture digitali e interconnesse, comprendere e mitigare l’impatto di questi fenomeni è diventato un obiettivo cruciale per la sicurezza delle società contemporanee. Le eruzioni solari: natura e dinamica fisica Le eruzioni solari sono esplosioni di energia che avvengono nell’atmosfera superiore del Sole, in particolare nella cromosfera e nella corona. Si manifestano come improvvisi aumenti di luminosità che rilasciano energia sotto forma di radiazione elettromagnetica (in particolare nei raggi X e ultravioletti), plasma e particelle ad alta energia. Il meccanismo alla base di questi eventi è riconducibile, come abbiamo detto, a riconfigurazioni del campo magnetico solare, spesso in corrispondenza di macchie solari, dove le linee di forza si intrecciano e accumulano energia potenziale. Quando la tensione magnetica supera una soglia critica, l’energia viene improvvisamente rilasciata, producendo un brillamento e, spesso, una CME. La CME, propagandosi a velocità che possono superare i 1000 km/s, può impattare la Terra in 1-3 giorni, trasportando con sé un campo magnetico interplanetario turbolento e un flusso di plasma ad alta energia. Interazione con la magnetosfera terrestre La Terra è protetta dall’ambiente spaziale ostile grazie alla sua magnetosfera, un campo magnetico generato dal nucleo metallico fluido del pianeta. Tuttavia, in presenza di una CME, la magnetosfera può subire compressioni e riconfigurazioni significative. Se il campo magnetico trasportato dalla CME è orientato in direzione opposta a quello terrestre (direzione sud rispetto al polo nord magnetico terrestre), l’interazione può essere particolarmente intensa. Si innescano così le cosiddette “tempeste geomagnetiche”, fenomeni che comportano disturbi anche severi nei sistemi tecnologici sia in orbita sia sulla superficie terrestre. Uno degli effetti più visibili di tali interazioni è la comparsa di aurore polari a latitudini insolitamente basse. Tuttavia, ben più problematici sono gli effetti meno appariscenti ma potenzialmente devastanti: fluttuazioni nei campi elettrici indotti, surriscaldamento e danneggiamento dei satelliti, interferenze nei segnali GPS e nei radar, e disturbi nelle comunicazioni radio. Impatto sui satelliti e sulle comunicazioni I satelliti artificiali che orbitano intorno alla Terra sono tra le prime vittime degli effetti di un’intensa attività solare. Le particelle ad alta energia possono penetrare negli involucri protettivi dei satelliti, accumularsi nei circuiti elettronici e causare malfunzionamenti, noti come single event upsets (SEU). Nei casi più gravi, le radiazioni possono danneggiare permanentemente i sistemi di bordo, rendendo il satellite inutilizzabile. Inoltre, il riscaldamento dell’alta atmosfera terrestre, dovuto all’aumento della radiazione ultravioletta, comporta un’espansione delle molecole atmosferiche a quote più elevate, aumentando la resistenza aerodinamica per i satelliti in orbita bassa (LEO), con conseguente diminuzione dell’altitudine orbitale e maggiore rischio di rientro non controllato. Le comunicazioni radio, in particolare quelle che si basano sulla riflessione ionosferica delle onde a bassa e media frequenza (HF), possono essere severamente disturbate. Durante un brillamento solare, l’aumento improvviso della ionizzazione negli strati superiori dell’atmosfera altera le proprietà riflettenti della ionosfera, rendendo inefficace o addirittura impossibile la trasmissione a lunga distanza di segnali radio. Questo effetto, noto come radio blackout, può compromettere la sicurezza delle comunicazioni marittime, aeronautiche e militari. Sistemi GPS e navigazione a rischio Il sistema di posizionamento globale (GPS), ormai pervasivo nella vita quotidiana e cruciale in ambiti militari, logistici e civili, è estremamente sensibile alle perturbazioni ionosferiche causate dalle tempeste geomagnetiche. I segnali GPS, trasmessi da satelliti in orbita media (MEO), attraversano l’ionosfera prima di raggiungere i ricevitori terrestri. Le variazioni della densità elettronica lungo il cammino del segnale possono introdurre errori significativi nel calcolo della posizione, con deviazioni che, nei casi più estremi, possono superare i 50 metri. In situazioni critiche, come l’atterraggio di un aereo o la navigazione automatizzata di veicoli, questi errori possono diventare pericolosi. Anche le tecnologie di timing basate sul GPS, utilizzate per sincronizzare le reti di telecomunicazione e le transazioni finanziarie, possono essere compromesse. Reti elettriche e infrastrutture a terra Uno degli effetti più temuti delle tempeste geomagnetiche riguarda le reti elettriche terrestri. I campi magnetici variabili indotti dalle particelle solari in arrivo possono generare correnti geomagneticamente indotte (GIC – Geomagnetically Induced Currents) nei lunghi conduttori metallici delle linee ad alta tensione. Queste correnti, spesso non previste nei progetti originari delle infrastrutture, possono surriscaldare i trasformatori, causarne la fusione o l’arresto, e provocare blackout su larga scala. Un esempio storico emblematico è il blackout del Québec nel marzo del 1989: una tempesta geomagnetica, seguita a una CME particolarmente intensa, generò GIC sufficienti a far collassare il sistema elettrico dell’intera provincia canadese in pochi minuti, lasciando sei milioni di persone senza corrente per oltre nove ore. Anche le infrastrutture petrolifere, come gli oleodotti metallici, possono essere soggette a correnti indotte, con effetti sull’efficienza della protezione catodica contro la corrosione, aumentando il rischio di danneggiamenti strutturali nel lungo termine. Monitoraggio e prevenzione: la meteorologia spaziale Di fronte alla vulnerabilità delle tecnologie moderne, la comunità scientifica e le agenzie spaziali hanno investito risorse crescenti nello sviluppo della cosiddetta meteorologia spaziale, disciplina che studia e monitora i fenomeni solari per prevedere e mitigare i loro effetti sulla Terra. Enti come la NASA, l'ESA, e il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) operano satelliti di osservazione solare – come il Solar Dynamics Observatory (SDO), il SOHO (Solar and Heliospheric Observatory) e il DSCOVR (Deep Space Climate Observatory) – in grado di monitorare costantemente il Sole, rilevare l’insorgere di brillamenti e CME, e calcolare il tempo di arrivo delle particelle ad alta energia. Sebbene la previsione esatta della direzione e dell’intensità di un evento resti una sfida scientifica aperta, i modelli attuali permettono di emettere allerte con alcune ore di anticipo, dando modo alle autorità e agli operatori delle infrastrutture critiche di prendere misure precauzionali. Conclusioni Le eruzioni solari, pur essendo fenomeni naturali ciclici e parte integrante del comportamento del Sole, pongono rischi reali e crescenti in un mondo dipendente dalla tecnologia. I progressi nella meteorologia spaziale e nella progettazione di infrastrutture resilienti rappresentano strumenti chiave per ridurre la vulnerabilità delle società moderne. Tuttavia, una maggiore consapevolezza pubblica e una governance internazionale coordinata sono indispensabili per affrontare un rischio che, per quanto invisibile agli occhi, ha il potenziale di compromettere seriamente il funzionamento quotidiano delle economie avanzate. Prepararsi a queste sfide non significa temere il Sole, ma imparare a convivere con la sua potenza, rispettandone i cicli e adattando le nostre tecnologie alla sua variabilità millenaria.© Riproduzione Vietata
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La Crisi dei Prezzi Minaccia il Settore del Riciclo delle PlasticheFatturato in Caduta del 30% nel 2023: Necessarie Misure Regolatorie e Certificati di Riciclo per Contrastare la Concorrenza Sleale e Garantire la Qualità dei Materialidi Marco ArezioI prezzi bassi stanno minacciando il settore del riciclo delle materie plastiche. Sebbene i volumi di materiale riciclato siano rimasti stabili rispetto al 2022, i prezzi di vendita hanno subito un drastico calo, determinando una riduzione del 30% nel fatturato. Presentazione del Rapporto Assorimap 2024 A Roma, l'Associazione Italiana dei Riciclatori di Materie Plastiche (Assorimap) ha svelato l'edizione 2024 del suo rapporto sul riciclo meccanico delle materie plastiche, elaborato da Plastic Consult. Il direttore Paolo Arcelli ha illustrato i dati relativi al 2023, evidenziando come in Italia siano state raccolte oltre 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui tra 1,3 e 1,45 milioni di tonnellate sono state riciclate, in leggero calo rispetto all'anno precedente. Stabilità dei Volumi e Declino del Fatturato I dati mostrano che nel 2023 i riciclatori meccanici hanno immesso sul mercato 784mila tonnellate di plastiche riciclate da post-consumo, un valore pressoché stabile (-0,3%) rispetto all'anno precedente. Tuttavia, il fatturato è crollato del 30%, scendendo a 780 milioni di euro rispetto al miliardo del 2022 (+18% sul 2021). Questo calo è principalmente dovuto alla diminuzione dei prezzi di vendita del riciclato, necessaria per competere con i bassi prezzi delle materie prime vergini e per contrastare le importazioni di materiale rigenerato a basso costo proveniente da India e Cina. Problemi di Tracciabilità e Concorrenza Sleale I materiali importati spesso mancano di dati sulla tracciabilità o sulla reale percentuale di contenuto riciclato, offrendo prezzi che i produttori locali non riescono a sostenere. Questa situazione ha pesato sui bilanci dei 75 operatori del riciclo meccanico, che rappresentano la spina dorsale del settore. Proposte per Nuovi Strumenti Regolatori Assorimap accoglie con favore l'introduzione di una clausola di salvaguardia nel nuovo regolamento sugli imballaggi, che obbligherebbe i fornitori extra-UE di plastiche riciclate a rispettare gli standard comunitari, prevenendo così la concorrenza sleale in vista dell'imposizione di percentuali minime di contenuto riciclato nei packaging. L'associazione propone anche l'implementazione di sistemi di tracciabilità e certificazione per garantire la provenienza e la qualità del materiale riciclato, fondamentale soprattutto per i materiali destinati al contatto con alimenti. Un'idea innovativa è la creazione dei 'Certificati del riciclo', che includerebbero il risparmio di emissioni di CO2 rispetto alla produzione con materiali vergini, sostenendo questa attività attraverso un sistema di compravendita simile ai certificati bianchi per l'efficienza energetica. Supporto Istituzionale Patty L’Abbate, vicepresidente della commissione Ambiente alla Camera, ha dichiarato il suo sostegno alla proposta dei certificati di riciclo, sottolineando la necessità di combattere il greenwashing e promuovere una seria economia circolare. Ha promesso di portare al Ministero dell’Ambiente la richiesta delle imprese per migliorare la gestione dei rifiuti plastici. Dati Aggiuntivi del Rapporto Secondo Plastics Consult, il settore conta 355 operatori che si occupano di raccolta, selezione e riciclo di rifiuti e scarti industriali, di cui 230 producono rigenerato in granuli o scaglie, come nel caso dell'rPET. Tra questi, 75 sono riciclatori 'puri', che producono granuli da riciclo meccanico di rifiuti post-consumo. Il polimero più riciclato è il polietilene, che rappresenta il 46% del totale, seguito dal PET con il 25%. Il polipropilene e i misti poliolefinici seguono con percentuali inferiori al 10% e al 16% rispettivamente. Altri polimeri rappresentano complessivamente meno del 5%. Ripartizione della Produzione per Settori Applicativi La produzione è prevalentemente destinata all'imballaggio, che assorbe il 40% dei volumi totali, soprattutto grazie al PET. Seguono il settore dei tubi con il 12% e altre applicazioni flessibili con meno del 10%, superate dall'edilizia e costruzioni. Agricoltura, articoli casalinghi e giardinaggio chiudono la lista. Conclusione Includendo tutti gli operatori del riciclo, come macinatori e trasformatori integrati, i volumi complessivi di riciclati plastici post-consumo sono stimati tra 1,3 e 1,45 milioni di tonnellate. Questi dati mostrano la necessità di interventi regolatori e di sostegno per garantire la sostenibilità economica del settore del riciclo delle plastiche.
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Rifiuti elettronici: A2A amplia l’impianto nel carcere di Bollate con una nuova linea roboticaL'introduzione di intelligenza artificiale e robotica collaborativa raddoppia la produttività nel trattamento dei Raee, offrendo formazione e inclusione lavorativa ai detenuti del carcere di Bollatedi Marco ArezioIl 21 ottobre, il Gruppo A2A ha inaugurato una nuova linea robotica presso l’impianto di trattamento dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), situato all’interno della Seconda Casa di Reclusione di Bollate e gestito da Amsa. Questa nuova linea rappresenta un importante passo avanti nell’ambito dell’economia circolare e della gestione sostenibile dei rifiuti elettronici, sfruttando tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e la robotica collaborativa. Un impianto all’avanguardia nel contesto europeo La struttura, operativa dal 2018, è stata progettata per essere molto più di un semplice impianto di smaltimento. Realizzata all’interno di un contesto unico nel suo genere in Europa, il carcere di Bollate si distingue per il suo modello di custodia attenuata e per la partecipazione attiva dei detenuti alle attività produttive. Questo impianto rappresenta un caso virtuoso di economia circolare e inclusione sociale, dimostrando che il riutilizzo e la valorizzazione delle risorse non sono limitati ai materiali, ma possono coinvolgere anche le persone. Grazie alla struttura, i detenuti hanno la possibilità di intraprendere un percorso concreto di formazione professionale, apprendendo competenze tecniche legate alla gestione dei rifiuti elettronici. Questo processo di riabilitazione lavorativa contribuisce non solo alla loro crescita personale e professionale, ma anche al più ampio obiettivo di una transizione ecologica. Il recupero delle materie prime critiche contenute nei Raee, come terre rare e metalli preziosi, è essenziale per lo sviluppo di tecnologie verdi e per la riduzione della dipendenza da risorse naturali limitate. La nuova linea: innovazione tecnologica e crescita dell’efficienza La vera novità dell’impianto di Bollate è rappresentata dalla linea robotica sviluppata in collaborazione con Hiro Robotics, che introduce l’intelligenza artificiale e la robotica collaborativa nel processo di trattamento dei rifiuti elettronici. Questa linea è unica nel suo genere e segna un significativo miglioramento rispetto ai metodi tradizionali. Grazie alla robotica, i tempi di trattamento dei monitor, uno dei componenti più comuni e complessi dei Raee, sono stati ridotti a soli 3,5 minuti rispetto ai precedenti 10 minuti. Questo aumento di efficienza consente di raddoppiare la produttività, migliorando al contempo la precisione nella separazione dei diversi materiali contenuti nei dispositivi elettronici. L'automazione avanzata, inoltre, rende più sostenibile ed economico l’intero ciclo di gestione dei Raee, aumentando la capacità dell’impianto di rispondere alla crescente domanda di smaltimento e recupero delle apparecchiature obsolete. LaboRaee: un progetto di inclusione e professionalizzazione Oltre all'innovazione tecnologica, il progetto "LaboRaee" si distingue per il suo approccio umanitario e inclusivo. Attualmente, sono impiegati cinque detenuti nell'impianto, ma con l’introduzione della nuova tecnologia, è previsto un aumento significativo del personale coinvolto. Il progetto offre ai detenuti non solo un lavoro, ma anche un percorso di crescita professionale che li rende protagonisti di un’economia circolare in evoluzione. Il progetto si concentra sull’upskilling, ovvero sull’acquisizione di nuove competenze da parte dei detenuti, che non solo imparano a gestire processi automatizzati, ma diventano anche parte integrante di una filiera produttiva che ha un impatto positivo sia sull’ambiente sia sulla loro vita futura. Questo approccio alla riabilitazione professionale rende Bollate un modello da replicare in altri contesti, dimostrando che l’economia circolare può essere un motore di inclusione sociale e non solo di sostenibilità ambientale. Il futuro della gestione dei Raee L’iniziativa di A2A e Amsa al carcere di Bollate non è solo un esempio di innovazione tecnologica, ma rappresenta una visione più ampia per il futuro della gestione dei Raee in Italia e in Europa. Il riciclo dei rifiuti elettronici è una sfida cruciale per la sostenibilità, poiché la quantità di Raee cresce esponenzialmente con il rapido progresso tecnologico e il ciclo di vita sempre più breve dei dispositivi elettronici. La linea robotica inaugurata a Bollate dimostra come le nuove tecnologie possano rendere il processo di smaltimento più efficiente, sostenibile e sicuro, garantendo al tempo stesso una gestione ottimale delle risorse e riducendo il ricorso a discariche o a pratiche di smaltimento dannose per l’ambiente. Conclusione Il progetto avviato nel carcere di Bollate rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra tecnologia, economia circolare e inclusione sociale. L’introduzione di intelligenza artificiale e robotica collaborativa permette non solo di migliorare l’efficienza del trattamento dei rifiuti elettronici, ma anche di offrire una seconda opportunità ai detenuti, dimostrando che l’innovazione può essere al servizio della società e dell’ambiente. Questo impianto è un esempio tangibile di come l’economia circolare possa contribuire non solo alla sostenibilità ambientale, ma anche alla costruzione di un futuro più equo e inclusivo per tutti.
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 2: Il cuore oscuro sotto le maschereTra feste sfrenate, intrighi e simboli nascosti, la Serenissima rivela il volto segreto di un’epoca al culmine del suo splendoreAgosto 25di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 2: Il cuore oscuro sotto le maschereLorenzo lasciò la Piazza lentamente, come chi si porta addosso il peso di un presagio. La musica, che tornava a vibrare attorno alle arcate, gli giungeva distorta, quasi sinistra, come se i tamburi e i liuti suonassero non più per la gioia, ma per nascondere il battito inquieto della città. Ogni passo lo conduceva più lontano dalla luce delle torce di San Marco e più dentro le calli strette, avvolte da una nebbia lattiginosa che saliva dal mare. Le lanterne oscillavano appese ai muri, gettando bagliori incerti sui volti mascherati che comparivano e svanivano come apparizioni. Ogni figura sembrava reale e insieme illusoria, e Lorenzo, pur abituato al linguaggio dei segreti, sentì che quella notte gli inganni erano ovunque, palpabili come la brina che gli bagnava il mantello. Camminava piano, il suono dei passi attutito sulle pietre umide. Dai piani alti delle case chiuse filtravano voci concitate, risate femminili, gemiti soffocati: Venezia non dormiva mai, e nel Carnevale pareva ancora più viva, assetata di vino e piacere. Due figure mascherate lo sfiorarono correndo: la donna con la veste scarlatta aperta sul petto, l’uomo che le mordeva il collo tra risate sguaiate. Poco più in là, un marinaio trascinava una giovane con una maschera d’oro, e un vecchio intonava strofe oscene appoggiato a un muro, col fiato che puzzava di acquavite....Acquista il libro
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Accordo tra Eni gas e luce, CNA Costruzioni e Harley&Dikkinson per le Riqualificazioni EnergeticheAccordo tra Eni gas e luce, CNA Costruzioni e Harley&Dikkinson per le Riqualificazioni EnergeticheL'accordo tra Eni gas e luce, CNA COSTRUZIONI e Harley&Dikkinson, annunciato attraverso il comunicato stampa di Eni, al fine di promuovere l'avvicinamento dei cittadini alle incentivazioni governative sulle riqualificazioni energetiche, realizza un costruttivo progetto d'informazione e di gestione delle problematiche sia tecniche, che fiscali, che va incontro alle problematiche realizzative sugli interventi di ristrutturazione e sugli obbiettivi nazionali di modificare, nella direzione della sostenibilità, il patrimonio immobiliare Italiano.Eni gas e luce, CNA COSTRUZIONI e Harley&Dikkinson hanno stipulato un accordo per promuovere le opportunità connesse alla riqualificazione energetica e la messa in sicurezza sismica degli edifici, al fine di poter sfruttare le opportunità degli incentivi fiscali in ambito ecobonus, sismabonus e Superbonus 110%, introdotto dal recente Decreto Rilancio 34/2020 (convertito in legge n. 77 del 17 luglio 2020). Inoltre, grazie a quest’accordo, la rete nazionale dei consorzi territoriali, promossa da CNA Costruzioni e denominata Riqualifichiamo l’Italia, potrà aderire in qualità di Partner al servizio CappottoMio con la possibilità, in particolare, di cedere a Eni gas e luce i crediti di imposta derivanti dagli interventi. L’accordo sottoscritto tra Eni gas e luce, CNA Costruzioni e Harley&Dikkinson persegue l’obiettivo strategico di accrescere l’interesse del Paese verso la riduzione dei consumi energetici, che portano vantaggi concreti per l’ambiente, valorizzando allo stesso tempo il patrimonio abitativo e aumentando le opportunità di mercato per le imprese dell’edilizia. Attraverso la realizzazione di incontri formativi specifici sul territorio nazionale, previsti anche in modalità webinar, a cui parteciperanno gli esperti di Eni gas e luce e Harley&Dikkinson, unitamente a specifiche comunicazioni attraverso i canali informativi di CNA COSTRUZIONI, tutti i consorzi di imprese che aderiscono a Riqualifichiamo l’Italia potranno approfondire le opportunità derivanti dagli interventi di riqualificazione energetica e la messa in sicurezza sismica degli edifici, anche grazie agli incentivi previsti, con la possibilità, volendo, di qualificarsi come partner del Progetto CappottoMio di Eni gas e luce. “Grazie a quest’accordo, abbiamo l’opportunità di poter potenziare il numero delle imprese partner di CappottoMio per consolidare la nostra capillarità su tutto il territorio nazionale e offrire al cliente un alto standard di qualità del servizio” ha commentato Alberto Chiarini, Amministratore Delegato di Eni gas e luce. “Per Eni gas e luce è fondamentale promuovere sinergie anche con le Associazioni di categoria dell’artigianato e della piccola e media impresa come CNA COSTRUZIONI per offrire un’opportunità di sviluppo alle economie locali, con l’obiettivo comune di accrescere il comfort e il valore delle case dei clienti per fare un uso più razionale ed efficiente dell'energia, per usarla meno e meglio". "CNA COSTRUZIONI – dichiara il suo Presidente nazionale Enzo Ponzio - con questa iniziativa intende posizionare al meglio le imprese artigiane e PMI associate sul mercato della riqualificazione del parco immobiliare italiano e della rigenerazione urbana, valorizzando il loro protagonismo e la loro autonomia imprenditoriale, utilizzando al meglio la presenza diffusa e capillare su tutto il territorio nazionale della nostra Associazione imprenditoriale. E ciò a vantaggio di tutti gli attori coinvolti: cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione territoriale e nazionale” Ha dichiarato infine Alessandro Ponti, Amministratore Delegato di Harley&Dikkinson, “H&D, da sempre volta all’ottimizzazione dal punto di vista tecnologico, organizzativo e, soprattutto, finanziario delle relazioni che concorrono alla valorizzazione dell’edificio, nel progetto della cessione del credito d’imposta, fin da subito, ha voluto mettersi al fianco di importanti associazioni di categoria come CNA Costruzioni e dei suoi associati al fine di garantire l’autonomia dell’intera filiera della riqualificazione."
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L'Influenza dell'Aspetto Fisico nella Carriera Aziendale: Opportunità e DifficoltàCome le Valutazioni Basate sull’Aspetto Possano Favorire o Sfavorire i Dipendenti e le Strategie per Mitigare i Bias Inconsci nel Mondo del Lavorodi Marco ArezioNel mondo del lavoro, l’aspetto fisico di un dipendente può giocare un ruolo significativo nel determinare il suo successo o insuccesso. Nonostante le competenze e le qualifiche professionali dovrebbero essere i principali criteri di valutazione, spesso le apparenze fisiche influenzano le decisioni dei manager e le dinamiche lavorative. Questo articolo esplorerà i meccanismi attraverso i quali l'aspetto fisico può favorire o sfavorire un dipendente, analizzando l'impatto di queste valutazioni extra lavorative sulla vita professionale. I Vantaggi di un Aspetto Fisico Attraente Bias di Bellezza Gli studi dimostrano che le persone considerate fisicamente attraenti tendono a ricevere valutazioni più positive sul posto di lavoro. Questo fenomeno, noto come "bias di bellezza", suggerisce che le persone belle sono percepite come più competenti, intelligenti e affabili. Questo può portare a opportunità di carriera migliori, salari più elevati e promozioni più rapide. Migliori Relazioni Interpersonali L’aspetto fisico attraente può facilitare l’instaurazione di buone relazioni interpersonali con colleghi e superiori. Un dipendente piacevole alla vista può essere più facilmente accettato e integrato nei gruppi di lavoro, migliorando la collaborazione e la comunicazione all'interno del team. Presenza nei Ruoli di Facciata Le aziende spesso scelgono persone attraenti per ruoli che richiedono un'interazione costante con i clienti, come vendite, reception e relazioni pubbliche. In questi contesti, un aspetto fisico piacevole può migliorare l'immagine dell'azienda e aumentare la soddisfazione del cliente. Gli Svantaggi di un Aspetto Fisico Non AttraenteDiscriminazione e Pregiudizi I dipendenti che non rientrano negli standard di bellezza tradizionali possono affrontare discriminazioni sul posto di lavoro. Questi pregiudizi possono manifestarsi in vari modi, tra cui salari inferiori, minori opportunità di promozione e esclusione da progetti importanti. Auto-percezione e Autostima Le persone che non si sentono sicure del proprio aspetto fisico possono sviluppare una bassa autostima e una scarsa fiducia in sé stesse. Questo può influenzare negativamente la loro performance lavorativa, limitando le loro possibilità di successo e crescita professionale. Stereotipi Negativi Gli stereotipi legati all’aspetto fisico possono portare i manager a fare supposizioni errate sulle competenze e le capacità di un dipendente. Ad esempio, una persona con sovrappeso potrebbe essere percepita come meno disciplinata o meno in salute, indipendentemente dalle sue reali abilità e prestazioni. Meccanismi di Valutazione Extra Lavorativa Effetto Alone L’effetto alone è un bias cognitivo che porta a valutare una persona in modo positivo o negativo in base a una singola caratteristica, come l’aspetto fisico. Questo effetto può distorcere le valutazioni dei manager, portandoli a sovrastimare le capacità di un dipendente attraente o a sottovalutare quelle di uno meno attraente. Conformità Sociale Le norme sociali e culturali influenzano le percezioni dei manager sull’aspetto fisico. In molte culture, un aspetto curato e attraente è associato a successo e competenza. I manager possono quindi sentirsi spinti a conformarsi a queste aspettative, anche se non riflettono la realtà delle competenze del dipendente. Comunicazione Non Verbale L’aspetto fisico può influenzare anche la comunicazione non verbale sul posto di lavoro. I dipendenti attraenti possono ricevere più sorrisi, contatti visivi e segnali positivi dai colleghi e superiori, che possono a loro volta rafforzare la loro posizione e influenzare le valutazioni di performance. Strategie per Mitigare l'Impatto dell'Aspetto Fisico Formazione sui Bias Inconsci Le aziende possono organizzare corsi di formazione sui bias inconsci per i loro dipendenti e manager. Questa formazione può aiutare a riconoscere e mitigare i pregiudizi legati all’aspetto fisico, promuovendo un ambiente di lavoro più equo e inclusivo. Politiche di Diversità e Inclusione Implementare politiche che promuovano la diversità e l’inclusione può aiutare a ridurre l’impatto negativo delle valutazioni basate sull’aspetto fisico. Queste politiche possono includere la promozione di standard di bellezza più ampi e l’adozione di criteri di valutazione basati esclusivamente sulle competenze e le prestazioni. Feedback Costruttivo e Obiettivo I manager dovrebbero fornire un feedback costruttivo e basato su criteri oggettivi. Un sistema di valutazione delle prestazioni ben strutturato può ridurre l’influenza dei bias di bellezza e garantire che le decisioni di carriera siano basate su meriti reali. Conclusione L’aspetto fisico di un dipendente può avere un impatto significativo sulla sua carriera, influenzando le percezioni dei manager e le dinamiche lavorative. Sebbene le valutazioni extra lavorative basate sull’aspetto siano inevitabili, è fondamentale che le aziende riconoscano e affrontino questi bias per garantire un ambiente di lavoro equo e inclusivo. Promuovere la consapevolezza dei bias inconsci, implementare politiche di diversità e inclusione e fornire feedback obiettivo sono passi cruciali per mitigare l’impatto delle apparenze fisiche e valorizzare le competenze e le prestazioni reali dei dipendenti.
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Come saldare le materie plastiche riciclateGuida tecnica aggiornata alla saldatura di componenti plastici con piastra calda, aria calda, estrusione, ultrasuoni, radiofrequenza, laser, infrarosso, vibrazione, spin ed elettrofusione, con focus su norme, parametri di processo, prove di laboratorio e criticità dei polimeri riciclati Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data originale: 20 aprile 2020 Aggiornato al: 26 marzo 2026 Tempo di lettura: 13 minuti Cos’è la saldatura delle materie plastiche e perché oggi richiede più controllo di ieri Nel 2020 si poteva ancora descrivere la saldatura dei manufatti plastici come una semplice unione di due superfici portate a temperatura e compresse tra loro. Nel 2026 questa definizione è ancora vera, ma è troppo povera per spiegare ciò che accade davvero in officina, nelle linee automatiche e nei cantieri. Oggi la saldatura dei termoplastici è una tecnologia di processo governata da materiali, geometrie del giunto, parametri termici, controllo della pressione, tempi di contatto, raffreddamento, qualifica del personale e sistemi di tracciabilità digitale. La norma ISO 21307 resta il riferimento per la saldatura testa a testa dei sistemi in PE ed è stata confermata come versione corrente; la qualifica dei saldatori di materiali termoplastici resta incardinata sulla EN 13067; e il mondo dell’elettrofusione continua ad aggiornarsi sul fronte delle apparecchiature e della codifica dei dati di giunzione. Dire “saldare la plastica” significa quindi ottenere, per diffusione molecolare o per fusione localizzata dell’interfaccia, un collegamento permanente capace di trasferire sforzi meccanici, garantire tenuta ai fluidi oppure assicurare requisiti funzionali molto più sofisticati: isolamento, biocompatibilità, stabilità dimensionale, pulizia estetica del giunto, assenza di particolato, compatibilità con automazione e controlli in linea. Non a caso TWI include tra le principali tecniche industriali hot plate, hot gas, extrusion, ultrasonic, high frequency, friction welding, vibration, spin e laser, e segnala tra le sfide attuali la digitalizzazione dei processi e lo sviluppo di criteri di accettazione dei difetti. Quali polimeri possono essere saldati e quali materiali restano critici La regola di base non è cambiata: i materiali più adatti alla saldatura sono i termoplastici e, in molti casi, i termoelastomeri. I termoindurenti e gli elastomeri reticolati non possono essere rifusi in modo reversibile e quindi non si prestano alla saldatura a caldo come fanno PE, PP, PVC, ABS, PA, PC, PMMA o PET in specifiche condizioni. TWI ricorda infatti che le tecniche di saldatura possono essere applicate ai termoplastici e ai termoplastici elastomerici, mentre i materiali chimicamente reticolati non possono essere riscaldati e rimodellati senza degradarsi. Anche la saldatura di materiali differenti, spesso banalizzata nei testi divulgativi, va trattata con prudenza. In generale i polimeri dissimili non si saldano bene; esistono però combinazioni compatibili, soprattutto tra materiali amorfi con temperature di transizione vetrosa vicine, come PMMA/ABS, PS/ABS o PMMA/PC in applicazioni specifiche. La compatibilità chimica e termica resta decisiva: se i materiali fondono o rammolliscono in intervalli troppo lontani, o se la loro affinità molecolare è insufficiente, il giunto si presenta debole, fragile o instabile nel tempo. Per questo, la prima vera domanda tecnica non è “con quale macchina saldo?”, ma “che resina sto unendo, in quale stato superficiale, con quale umidità, con quali additivi, con quale geometria e con quale vita precedente del materiale?”. Nel caso dei polimeri riciclati questa domanda diventa ancora più importante, perché il riciclo meccanico introduce variabilità reologica, residui additivi, possibili contaminazioni e fenomeni di degradazione che restringono la finestra utile di saldatura. Studi recenti sull’HDPE mostrano che nella degradazione iniziale domina la chain scission, mentre l’esposizione all’ossigeno può spostare il comportamento verso fenomeni di long-chain branching; inoltre i rapporti tecnici sulla qualità dei riciclati segnalano che additivi e contaminanti possono compromettere le prestazioni del materiale rigenerato. È quindi ragionevole concludere che, nei riciclati, la saldabilità dipenda ancora più che nel vergine dal controllo preventivo di MFR, contaminazione, stabilizzazione e uniformità del lotto. Saldatura a piastra calda: il metodo industriale più solido per pezzi e tubi La saldatura a piastra calda, detta anche hot plate, mirror o heated tool welding, resta una delle tecnologie più robuste e versatili per unire componenti stampati e tubazioni. Il principio è semplice solo in apparenza: una piastra metallica riscaldata porta in fusione le superfici da unire; poi la piastra si ritrae; infine i pezzi vengono pressati l’uno contro l’altro e mantenuti sotto carico fino al raffreddamento. Ma la qualità del giunto dipende da una sequenza precisa: bead-up iniziale, heat soak, tempo di trasferimento minimo e raffreddamento controllato. TWI segnala che i parametri chiave sono tempo o altezza del cordone iniziale, tempo di heat soak, dwell time, cooling time, pressione di riscaldamento/raffreddamento e temperatura della piastra, normalmente impostata circa 60-100 °C sopra la temperatura di fusione del materiale. Dal lato delle attrezzature, una macchina a piastra calda comprende normalmente la piastra riscaldante, i carrelli di movimentazione, i sistemi di fissaggio del pezzo e un controllo macchina, oggi quasi sempre microprocessato. Le piastre possono essere piane o sagomate, spesso in alluminio o bronzo d’alluminio, e sono in molti casi rivestite con superfici antiaderenti a base PTFE per evitare l’adesione del fuso. Questo è un dettaglio importante: non basta avere calore, serve una trasmissione termica uniforme, una geometria stabile e una gestione del distacco senza strappi del fuso. È il metodo ideale quando servono robustezza, ripetibilità e tenuta, per esempio su serbatoi, corpi cavi, gruppi automobilistici, tubi e raccordi. Il suo limite non è tanto la qualità del giunto, quanto il tempo ciclo e la gestione del flash, che spesso resta visibile se il giunto non è progettato con trappole per il materiale espulso. Per questo, la progettazione del bordo da saldare è parte integrante della tecnologia e non un dettaglio secondario. Saldatura ad aria calda ed estrusione: attrezzature e materiali d’apporto per officina e cantiere La saldatura ad aria calda è ancora oggi una delle tecniche più diffuse nella carpenteria plastica, nella lavorazione di lastre, nella costruzione di vasche, impianti chimici, rivestimenti, membrane e riparazioni. Il processo usa un flusso di gas caldo, di solito aria, per riscaldare contemporaneamente il materiale base e il cordone di apporto. Secondo TWI, le temperature tipiche del getto sono nell’intervallo di circa 200-400 °C, e il filo di saldatura deve essere dello stesso polimero dei componenti da unire. Questo punto va ribadito con forza: il materiale d’apporto non è un accessorio generico, ma una parte strutturale del giunto. Le attrezzature sono costituite da pistole ad aria calda con soffiante integrata, resistenza, termostato e ugelli intercambiabili, ai quali si affiancano fili o bacchette di saldatura, rullini, raschietti, utensili di preparazione del cianfrino e, nei sistemi più evoluti, dispositivi automatici di avanzamento. La velocità di saldatura, la forma dell’ugello, il preriscaldo del materiale e la pressione esercitata dal saldatore o dall’ugello stesso fanno la differenza tra un cordone pieno e un giunto con vacuoli interni. Quando gli spessori crescono, la tecnologia più adatta diventa la saldatura per estrusione. Leister indica che l’estrusione è preferibile per spessori intorno ai 6 mm e oltre, e che consente tempi più brevi, maggiore resistenza meccanica e minori tensioni residue rispetto alla saldatura manuale ad aria calda. Il principio è questo: le superfici vengono prima portate allo stato termoplastico con aria calda, poi un estrusore portatile deposita materiale plastificato attraverso una scarpa di saldatura conformata alla geometria del giunto. Anche qui il materiale d’apporto deve essere compatibile e dello stesso tipo del materiale base. Nel lavoro reale, i difetti più comuni nascono da errori che spesso vengono sottovalutati: temperatura eccessiva, umidità residua nel filo di saldatura, aria ambiente troppo umida, scarpa fredda, preparazione superficiale scadente o bassa qualità del polimero. Leister richiama esplicitamente questi fattori come causa di cavità, vacuoli e cattiva qualità del cordone. Per chi lavora su componenti riciclati o su lotti di materiale non perfettamente omogenei, questa osservazione è ancora più importante. Saldatura a ultrasuoni: velocità, precisione e tenuta su componenti tecnici La saldatura a ultrasuoni è la tecnologia più rappresentativa della plastica tecnica ad alta produttività. Le onde ultrasoniche, in un intervallo che Herrmann colloca tra 20 e 70 kHz, vengono trasformate in vibrazioni meccaniche e convogliate dalla sonotrodo nella zona di contatto; l’attrito e la dissipazione locale producono il calore necessario a fondere l’interfaccia, che poi si consolida sotto pressione. Emerson descrive il processo come rapido, efficiente e capace di ottenere sigillature forti, pulite e anche ermetiche, con applicazioni in packaging, dispositivi medicali ed elettronica. La macchina è composta da generatore, convertitore, booster, sonotrodo e sistema di pressione/posizionamento. Herrmann sottolinea che la geometria del giunto deve essere progettata in funzione del materiale e dei requisiti della saldatura; in altre parole, l’ultrasuono non perdona approssimazioni di design. Per questo è usato su particolari piccoli o medi, dove si richiedono tempi ciclo brevissimi, automazione, pulizia del giunto e assenza di materiali di consumo come adesivi o solventi. Rispetto al 2020, il salto di qualità sta nella digitalizzazione del controllo di processo e nell’integrazione con celle automatiche. Emerson presenta infatti sistemi ultrasonici digitali e automatizzabili per assicurare ripetibilità, controllo fine dell’energia e qualità costante. Il vantaggio ambientale è duplice: si riducono consumabili chimici e, in molte applicazioni, si alleggeriscono anche i sistemi di imballaggio. Saldatura a laser e infrarosso: tecnologie pulite per giunti estetici e automatizzati La saldatura laser dei termoplastici ha corretto negli anni molta della terminologia imprecisa usata in passato. Non si tratta solo di “colpire la superficie” con un fascio: nella configurazione più comune, il raggio attraversa un componente trasparente o trasmissivo e genera calore all’interfaccia su un secondo componente assorbente, spesso additivato con carbon black o con assorbitori specifici. TWI evidenzia che il processo consente superfici esterne non fuse, saldature molto pulite, elevata automazione e ottima estetica del giunto, ma richiede buon accoppiamento dei lembi, superfici pulite e almeno un componente capace di trasmettere una quota sufficiente della radiazione. La saldatura a infrarosso è una derivazione evoluta del principio della piastra calda, ma in configurazione non a contatto. TWI distingue tra hot plate non-contact e sistemi a lampade IR: nel primo caso una piastra calda, portata anche tra 310 e 510 °C a seconda del polimero e della macchina, resta a distanza molto ridotta dal pezzo senza toccarlo; nel secondo, banchi di emettitori a infrarosso riscaldano rapidamente aree anche estese. Il vantaggio principale è l’assenza di contatto con la fonte di calore, che riduce contaminazione, sticking e segni superficiali. Emerson presenta l’infrarosso come processo capace di ottenere giunti senza particolato e con alta capacità di carico meccanico, utile per sensori, custodie elettroniche e prodotti medicali. Nel 2026 queste due tecnologie sono sempre più interessanti dove servono estetica, automazione, pulizia del giunto e controllo molto fine dell’energia immessa. Non sono però universalmente migliori: costano di più, richiedono progettazione del giunto più accurata e, nel caso del laser, condizioni ottiche e di accoppiamento che altri processi tollerano meglio. Saldatura a vibrazione, spin e radiofrequenza: quando servono processi specializzati La saldatura a vibrazione è una forma di friction welding lineare. Emerson la descrive come una tecnologia energeticamente efficiente, ideale per pezzi grandi, aree complesse, superfici multi-piano o curve irregolari, con forti applicazioni in automotive ed elettrodomestico. La recente evoluzione “Clean Vibration Technology” è stata sviluppata proprio per ridurre flash e particolato, due limiti tipici dei processi per attrito lineare. La spin welding è invece una saldatura per attrito rotazionale, adatta a giunti circolari. TWI spiega che uno dei due componenti ruota contro l’altro sotto pressione, generando calore per attrito fino alla fusione dell’interfaccia. È una soluzione eccellente per raccordi, tappi, connessioni cilindriche e componenti cavi, quando la geometria si presta al moto di rotazione. La radiofrequenza o alta frequenza, infine, è la tecnologia tipica dei materiali polari. TWI ricorda che il processo si basa sull’orientamento e la vibrazione di molecole cariche lungo la catena polimerica, e per questo è particolarmente adatto a PVC e poliuretani; altri materiali come nylon, PET, EVA e alcuni ABS possono essere saldati solo in condizioni particolari, mentre PE e PP in generale non sono idonei. Il produttore italiano GEAF conferma che i materiali più reattivi includono PVC, EVA, PU, TPU e alcune famiglie PET, e segnala come frequenze industriali consentite 13,56 MHz, 27,12 MHz e 40,68 MHz. Qui conviene correggere un equivoco frequente: l’alta frequenza non è una tecnologia “universale” per la plastica, ma una tecnologia molto selettiva sul piano molecolare. Funziona benissimo su film e manufatti flessibili polarizzabili, molto meno — o affatto — su poliolefine classiche. Elettrofusione e saldatura dei sistemi in PE: standard, controllo e tracciabilità Quando si entra nel mondo delle tubazioni in polietilene per gas, acqua e distribuzione fluidi, la saldatura assume una dimensione normativa ancora più rigorosa. La ISO 21307 definisce le procedure di saldatura testa a testa dei sistemi in PE e specifica tre procedure di riferimento; la ISO 12176-2:2025 disciplina invece i requisiti prestazionali delle centraline di controllo per l’elettrofusione; la ISO 12176-4 e la ISO 12176-5 regolano i sistemi di codifica e tracciabilità delle operazioni di giunzione. Questo significa che oggi la saldatura non si chiude con il raffreddamento del giunto. Deve lasciare una traccia documentale: dati macchina, operatore, codice componente, metodo di assemblaggio, esito della saldatura. ISO 12176-4 prevede proprio una codifica dei dati di componenti, metodi e operazioni per i sistemi in PE, mentre produttori di attrezzature e software stanno spingendo verso report digitali e ricette memorizzate in cloud. Leister, per esempio, offre sistemi di documentazione digitale dei parametri di saldatura in tempo reale; nello stesso solco si muovono i sistemi di tracciabilità delle centraline per elettrofusione. La vera differenza rispetto al vecchio modo di vedere la saldatura plastica sta qui: il giunto non è più solo “fatto bene”, ma è verificabile, rintracciabile e riproducibile. Ed è questo che il mercato richiede ormai nei settori critici. Prove di laboratorio, collaudi e difetti tipici delle saldature plastiche Un giunto saldato non si giudica solo dall’aspetto. I controlli possono essere distruttivi o non distruttivi e dipendono dal manufatto, dal materiale e dal rischio applicativo. TWI indica esplicitamente che il testing delle saldature plastiche comprende prove meccaniche, prove non distruttive e, nel caso delle tubazioni, anche attrezzature dedicate per il whole-pipe tensile rupture test. Per i giunti testa a testa in PE, la ISO 13953 descrive il metodo per determinare resistenza a trazione e modalità di rottura dei provini prelevati dal giunto; per l’elettrofusione, la storica ISO 13954:1997 è stata ritirata e sostituita dalla ISO 13954:2025, che specifica un metodo per valutare la duttilità dell’interfaccia di giunzione nelle bussole elettrosaldabili in PE. Questi riferimenti mostrano bene come il settore si sia spostato da una valutazione solo empirica a una validazione strutturata del comportamento del giunto. Sul piano pratico, i difetti più comuni restano sempre gli stessi, anche se cambiano le macchine: insufficiente preparazione delle superfici, disallineamento, dwell time troppo lungo, pressione inadeguata, temperatura eccessiva o insufficiente, contaminazione superficiale, umidità, cordone di apporto non compatibile, raffreddamento forzato o movimentazione prematura del pezzo. Nei materiali riciclati si aggiungono viscosità irregolare, residui di additivi e instabilità termica del lotto. Il risultato può essere un giunto apparentemente accettabile ma fragile, poroso o incapace di garantire tenuta nel tempo. Come scegliere il miglior sistema di saldatura per articoli plastici vergini o riciclati La scelta del processo non si fa partendo dalla macchina, ma dall’applicazione. Se devo unire tubi o corpi cavi in PE/PP con alte prestazioni meccaniche e tenuta, la piastra calda o l’elettrofusione sono i candidati più solidi. Se lavoro su lastre, vasche e carpenteria plastica, aria calda ed estrusione restano le tecnologie regine. Se devo ottenere rapidità, automazione e precisione su piccoli componenti tecnici, gli ultrasuoni sono spesso la risposta migliore. Se cerco estetica, giunto pulito e automazione ad alto livello, laser e infrarosso possono offrire vantaggi decisivi. Se ho parti grandi o complesse, la vibrazione è spesso più realistica. Se il giunto è circolare, la spin welding resta una soluzione molto efficiente. Se tratto film o manufatti flessibili in materiali polari, la radiofrequenza è ancora uno standard industriale fortissimo. Per i materiali riciclati serve però un criterio in più: non basta sapere “che polimero è”. Bisogna sapere quanto è stabile. Un PP o un PE riciclato con MFR fuori controllo, presenza di umidità o contaminanti, o ossidazione già avanzata, può saldarsi male anche con una macchina eccellente. Per questo nel 2026 la saldatura della plastica si intreccia sempre di più con caratterizzazione del materiale, analisi reologica, tracciabilità del lotto e documentazione del processo. È questa la vera evoluzione rispetto al testo del 2020: la saldatura non è più solo un’operazione termica, ma un sistema integrato tra materiale, macchina, dato e qualità. Conclusioni Unire due articoli plastici non significa semplicemente “sciogliere e schiacciare”. Significa scegliere il processo corretto in funzione della natura del polimero, della geometria del giunto, del livello di tenuta richiesto, dell’ambiente di esercizio, della possibilità di automazione e della qualità reale del materiale, soprattutto quando è riciclato. La saldatura delle materie plastiche nel 2026 è più specializzata, più documentata e più esigente di quanto fosse nel 2020. Ma proprio per questo è anche più affidabile: le norme sono più chiare, le attrezzature più intelligenti, i controlli più rigorosi e la qualità del giunto sempre meno affidata all’intuizione del singolo operatore. FAQ – Saldatura delle materie plastiche Quali plastiche si saldano meglio? In generale i termoplastici: PE, PP, PVC, ABS, PC, PMMA, PA e alcuni PET o TPE, purché il processo sia compatibile con il comportamento termico del polimero. I termoindurenti e gli elastomeri reticolati non sono adatti alla saldatura a caldo convenzionale. Si possono saldare plastiche diverse tra loro? Solo in casi limitati. Alcune combinazioni di polimeri amorfi con comportamento termico simile possono funzionare, ma la regola generale resta che i materiali dissimili sono difficili da saldare con successo strutturale. Qual è il sistema migliore per pezzi spessi o lastre? Per spessori elevati e carpenteria plastica, la saldatura per estrusione è spesso preferibile alla manuale ad aria calda, perché garantisce maggiore produttività, migliore resistenza e minori tensioni residue. Quando conviene usare gli ultrasuoni? Quando servono cicli rapidissimi, automazione, precisione del giunto e assenza di adesivi o consumabili, soprattutto in packaging, medicale, elettronica e componentistica tecnica. La radiofrequenza funziona su PE e PP? In genere no. La RF è indicata soprattutto per materiali polari come PVC e PU/TPU. Nylon, PET, EVA e alcuni ABS richiedono condizioni particolari; PE e PP non sono normalmente idonei. I materiali riciclati si possono saldare bene? Sì, ma con più cautela. La riuscita dipende dalla stabilità reologica, dalla degradazione subita durante i reprocessi, dalla presenza di contaminanti, dall’umidità e dalla costanza del lotto. Per questo i controlli sul materiale sono decisivi. Fonti tecniche e normative Le informazioni di aggiornamento e approfondimento contenute in questo articolo derivano da documentazione tecnica e normativa di riferimento, tra cui ISO 21307, ISO 12176-2:2025, ISO 12176-4, ISO 12176-5, ISO 13953, ISO 13954:2025, UNI EN 13067:2021, TWI – The Welding Institute, Emerson/Branson, Herrmann Ultraschall, Leister e GEAF. Categoria: notizie – tecnica – plastica – riciclo – saldaturaImmagine su licenza© Riproduzione Vietata
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Come riciclare gli scarti bituminosiIncrementare il recupero dell’asfalto e delle guaine bituminose in un’ottica di economia circolare di Marco ArezioNonostante si parli ogni giorno di economia circolare esistono ancora settori, in alcuni paesi, in cui si potrebbe fare molto di più nell’ambito della sostenibilità ambientale. Il campo dei composti bituminosi destinati al riciclo vede luci ed ombre. Il bitume, con cui si realizzano i composti bituminosi come le guaine impermeabilizzanti o l’asfalto, proviene dalla distillazione del petrolio e si presenta sotto forma di liquido di colore nero, viscoso, la cui classificazione è espressa rispetto al grado di penetrazione. Nella moderna produzione troviamo tre tipi di bitume: Distillato Ossidato Soffiato I settori in cui si usano maggiormente i prodotti bituminosi sono l’edilizia, i cui vengono impiegate le guaine bituminose per l’impermeabilizzazione delle strutture e il settore stradale in cui vengono impiegati composti aggreganti per la produzione di asfalto. Come tutti i prodotti, anche i composti bituminosi hanno un ciclo di vita prestabilita, finita la quale vanno rimossi e sostituiti. L’operazione di sostituzione rientra nelle buone procedure dell’economia circolare, attraverso le quali i rifiuti devono essere recuperati per il loro riutilizzo. Per quanto riguarda le guaine bituminose lo scarto deve essere avviato agli impianti di triturazione e selezione e può essere riutilizzato nella formazione di manti stradali, in quanto gli elementi sono compatibili con le miscele d’asfalto. Per quanto riguarda il prodotto risultante dalla fresatura delle pavimentazioni stradali, questo rappresenta per eccellenza l’elemento costitutivo delle miscele per le nuove asfaltature. In realtà, il riciclo degli scarti bituminosi, specialmente quello stradale, gode in Europa di luci ed ombre, con numeri molto differenti tra le nazioni. La Germania, per esempio, riutilizza circa l’84% dello scarto delle pavimentazioni stradali, il Belgio addirittura il 95%, la Francia il 70%, il Regno Unito il 90%, mentre l’Italia solo il 25%, secondo i dati dell’associazione strade e bitume Siteb, portando la media Europea al 60%. I numeri del fresato d’asfalto nel mondo sono davvero importanti, se consideriamo che solo in Germania se ne generano circa 13 milioni di tonnellate all’anno e, la considerazione della qualità di un prodotto per asfaltatura, in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Inghilterra, si misura sul numero di volte in cui si può riutilizzare. Il riciclo e riutilizzo dei composti bituminosi in modo corretto porterebbe a minori importazioni di petrolio, riduzione della circolazione dei mezzi pesanti e riduzioni delle emissioni in atmosfera.Categoria: notizie - bitume - economia circolare - riciclo - rifiuti
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Ombre di Ambizione. Capitolo 20: Ritorno a Corenno PlinioIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milano Giugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 20: Ritorno a Corenno PlinioLa pioggia battente che da giorni cadeva su Milano, all’alba di quel venerdì, si era spostata più a nord, lasciando la città in una quiete quasi irreale. Il cielo, ora colorato da una luce tersa, rivelava sfumature d’oro che si riflettevano sui palazzi e sui viali semideserti. L’aria sapeva di pulito e di ripartenza, come accade dopo un temporale che lava via tensioni e paure. Eppure, tra le luci dell’alba, i pensieri di Lucia Marini rimbalzavano senza sosta tra il sollievo di aver salvato una vita e la preoccupazione per ciò che sarebbe presto accaduto. Lucia, la commissaria dai capelli scuri e dallo sguardo deciso, sedeva sul sedile posteriore di un’auto della polizia, con accanto Sofia Romano, figlia del questore. Era stata lei a strappare la ragazza dalla morsa di un crudele ricatto orchestrato da Müller, un criminale che sembrava avere mille volti e mille tentacoli. Fino a poche ore prima, il questore Maurizio Romano era stato costretto a tenerla fuori dal caso pur di garantire la vita di Sofia; ora, però, che la figlia era libera, quelle stesse porte chiuse avrebbero dovuto spalancarsi davanti a Lucia. Attraversando le strade ancora bagnate di Milano, Lucia notava i riflessi dei semafori sull’asfalto umido, le poche persone già in movimento, l’odore della pioggia che permeava l’aria. Di tanto in tanto, lanciava un’occhiata a Sofia, pallida e provata, con lo sguardo fisso su un punto indefinito: i giorni di prigionia avevano lasciato su di lei un segno di paura e spaesamento. Sofia (a bassa voce): “Lucia… grazie ancora. Senza di lei… io…” Lucia le strinse il braccio in un gesto protettivo. Lucia: “Non pensarci ora. Tra poco rivedrai tuo padre, ed avremo tutto il tempo di capire come tirare fuori dalla tana quei criminali”. Un lieve sorriso distese per un istante i lineamenti di Sofia: un lampo di speranza nel buio dei suoi ricordi. Giunte in Questura, furono accolte da un’atmosfera insolita: agenti che scambiavano sguardi curiosi, colleghi che salutavano Lucia con un misto di ammirazione e discreta approvazione. L’eco del salvataggio di Sofia doveva essersi diffusa rapidamente. Un agente fece cenno di entrare nell’ufficio del questore, e appena la porta si aprì, Maurizio Romano balzò in piedi per correre incontro alla figlia. Il Questore: “Sofia… figlia mia”! Per lunghi istanti, la stanza fu riempita dal suono sommesso del loro abbraccio, dalla commozione che si scioglieva in lacrime a lungo trattenute. Lucia restò in disparte, il cuore colmo di sollievo e la mente già proiettata a ciò che sarebbe dovuto accadere subito dopo....© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro
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Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 5: L’Inizio dell’IndagineAmore e Coraggio nel Borgo di Corenno Plinio, tra Misteri e CospirazioniGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 5: L’Inizio dell’Indagine Lo scorcio di alba sul Lago di Como ricordava a Lisa e Andrea le prime ore felici di ogni nuovo giorno a Corenno Plinio, ma quella mattina l’aria sapeva di tensione. Dopo il precipitoso ritorno dalle colline piemontesi e la tragica scoperta di un uomo senza vita sulla banchina, avevano tentato di rimettere ordine nelle proprie sensazioni. Eppure, come emerso la notte precedente grazie a Enrico, il “nemico” – chiunque fosse – sembrava già sulle loro tracce. All’interno della casa in pietra, dove di solito risuonavano risate e momenti di complicità, regnava un insolito silenzio. Lisa, seduta davanti al tavolo in soggiorno, circondava con le dita fredde una tazza di caffè ormai tiepido. Sulla superficie del tavolo giacevano quaderni, fotocopie e libri di storia locale: tutto ciò che era riuscita a raccogliere, sperando di trovare un indizio che collegasse l’uomo ucciso, la misteriosa mappa e le origini del borgo. Andrea (poggiando una mano sulla spalla di Lisa): “Hai dormito almeno qualche ora?” Lisa (scuotendo lievemente il capo): “Non molto. Continua a tornarmi in mente la voce di Enrico, la sua agitazione. Mi chiedo se abbia scoperto qualcosa di ancor più inquietante durante la fuga.” Le prime luci del giorno filtravano attraverso le persiane verdi, le stesse che in passato avevano accolto dolcemente ogni alba; ora sembravano rivelare un mondo diverso, come se il borgo avesse perso la sua innocenza. Lisa ripensò al capitolo più sereno della loro vita: l’arrivo a Corenno Plinio, il giardino con gli alberi di rose e le passeggiate lungo il lago con cui avevano inaugurato le giornate libere. Anche i racconti che entrambi si erano scambiati sulle rispettive famiglie bergamasche trasudavano calore e affetto, ma quel calore adesso pareva sbiadito dalla presenza di un killer senza volto. Fu Andrea a proporre di uscire a fare qualche acquisto di prima necessità, sebbene il pensiero di trovarsi in mezzo agli sguardi indagatori dei paesani lo mettesse a disagio. Il piccolo mercato nella piazzetta principale riprendeva vita nonostante le voci sempre più insistenti su quanto fosse accaduto vicino al porto. Mentre attraversavano i vicoli acciottolati, Lisa notò che i saluti solitamente cordiali erano diventati più freddi, o addirittura inesistenti. Alcuni conoscenti abbassavano lo sguardo, come temendo di farsi coinvolgere in domande. Altri mormoravano parole a mezza voce, assorti in supposizioni. Alessio, il barista che avevano conosciuto settimane prima, li vide passare e si sporse dal bancone dell’esercizio che dava sulla strada: “Lisa, Andrea! Va tutto bene? Ho saputo che avete avuto un rientro movimentato.” Lisa (annuendo, cercando di sorridere): “È vero… un gran trambusto. Per ora stiamo bene, anche se c’è molta confusione.” Alessio assunse un’aria preoccupata: “Se serve qualcosa, sapete dove trovarmi. Meglio non girare troppo tardi la sera… Non si sa mai.” Le parole del barista, benché gentili, parevano celare un avvertimento. Il borgo, un tempo rifugio di serenità, ora si era vestito di diffidenza. Mentre svoltavano l’angolo per raggiungere un piccolo banco di frutta e verdura, Andrea strinse la mano di Lisa, consapevole che il timore non fosse soltanto loro. Tornati a casa con un sacchetto di pesche e qualche ortaggio, decisero di dedicare la giornata a un esame più approfondito di quanto Lisa aveva archiviato nei mesi trascorsi. La pergamena incorniciata sopra il camino – la stessa che menzionava le antiche vicende del borgo, dall’epoca di Plinio il Vecchio alle famiglie che avevano dominato la zona – era un primo punto di partenza. Lisa ne conosceva a memoria il contenuto, ma stavolta la guardava con occhi diversi. La consapevolezza che l’uomo ucciso fosse giunto lì per via di un documento simile rendeva tutto più teso. Lisa (sfiorando con lo sguardo la pergamena):“Non penso che questa sia la chiave del mistero… È un testo piuttosto generico, ma forse ci sono collegamenti con altri registri d’epoca. Ricordo che, nei miei studi, comparivano riferimenti a mappe disegnate per orientare i commerci sul lago. Sarebbero stati manoscritti del Cinquecento o giù di lì.” Andrea (sfogliando con cura un vecchio fascicolo): “Potrebbe essere qualcosa nascosto nelle storie della famiglia Visconti, o forse nei rivolgimenti del periodo napoleonico? Hai detto tempo fa che Giuseppe Garibaldi aveva lasciato qualche testimonianza nel borgo.” Lisa aggrottò la fronte: se ci fosse stata una mappa, avrebbe potuto trattarsi di passaggi segreti, di percorsi militari o di luoghi sotterranei. Non era da escludere che qualcuno bramasse un tesoro o un segreto politico. Per la prima volta, realizzò che i suoi studi e la sua passione per l’arte e la storia locale la ponevano in una posizione delicata. Nel pomeriggio, mentre il sole baciava i muri in pietra e faceva brillare il lago, giunse un bussare insistente alla porta. Andrea andò ad aprire, aspettandosi di vedere forse un vicino o qualcuno che li cercava per curiosità. Invece, trovò un carabiniere in abiti civili che, con tono deciso, chiese di poter parlare con Lisa. Carabiniere (con sguardo vigile): “Sono il maresciallo Colleoni, collega del carabiniere che avete incontrato al ritrovamento del cadavere. L’indagine richiede la vostra collaborazione. Ho saputo che qualcuno vi ha contattati. Vorrei che mi raccontaste tutto.” Lisa (guardando di sbieco Andrea): “Certo, si accomodi. Ma vi ho già detto quello che so… la telefonata, l’ospedale.” Il maresciallo fece un cenno, entrando con passo fermo nel soggiorno. Si sedette su una sedia di legno, gettando uno sguardo rapido al camino, ai libri sparsi e alla pergamena in cornice. Aveva un viso spigoloso, segnato da rughe sottili, e un modo di fare che tradiva una certa fretta. Il maresciallo Francesco Colleoni era un uomo forgiato dall’esperienza e dalla disciplina. Nato e cresciuto a Bergamo, aveva sempre nutrito un profondo rispetto per la giustizia, un valore trasmessogli dal padre, anch’egli membro dell’Arma dei Carabinieri. Sin da giovane, Francesco dimostrò un’acuta capacità di osservazione e un innato senso del dovere, qualità che lo spinsero a intraprendere la carriera militare. Dopo aver frequentato la Scuola Allievi Marescialli, fu assegnato a diverse stazioni in Lombardia, dove affinò il suo intuito investigativo e la sua determinazione nel risolvere i casi più complessi. Nel corso degli anni, Colleoni si distinse per la sua dedizione e la capacità di gestire situazioni ad alta tensione. La sua esperienza lo portò a operare in unità specializzate nella lotta alla criminalità organizzata e al traffico illecito di beni culturali, ambito in cui sviluppò una conoscenza approfondita della storia e dell’arte italiana. Questo interesse lo rese un esperto nel riconoscere falsificazioni e individuare legami tra il mondo accademico e il mercato nero. Dopo anni di incarichi nelle grandi città, accettò il trasferimento in una piccola caserma situata sulle sponde del Lago di Como, a pochi chilometri da Corenno Plinio. Apparentemente un incarico tranquillo, ma la realtà si rivelò ben diversa. Il borgo, con la sua storia millenaria e le sue antiche leggende, nascondeva segreti che avrebbero messo alla prova il suo acume investigativo. Colleoni era un uomo dal carattere riservato, noto per il suo sguardo acuto e la voce ferma, caratteristiche che lo rendevano una figura rispettata e temuta allo stesso tempo. Amava il suo lavoro, ma non era privo di dubbi e tormenti. La sua lunga carriera lo aveva reso scettico, sempre attento ai dettagli e poco incline a concedere fiducia senza prove concrete. Tuttavia, dietro quella corazza di rigidità si celava un uomo profondamente umano, con una ferrea volontà di proteggere i cittadini e di scoprire la verità, qualunque essa fosse. Il suo arrivo nel caso che coinvolgeva Lisa e Andrea non fu casuale. La morte misteriosa sulla banchina, il frammento di mappa e i sussurri su antichi documenti persi nei secoli accesero subito la sua attenzione. Era consapevole che, dietro le apparenze, si celava qualcosa di più grande di una semplice aggressione o di un banale furto. E sapeva che il tempo non era dalla sua parte. Con il taccuino sempre a portata di mano e la mente in costante attività, il maresciallo Colleoni era pronto a seguire ogni pista, determinato a svelare il mistero che aleggiava su Corenno Plinio. Lisa e Andrea riferirono, in modo conciso, ciò che Enrico aveva raccontato loro all’ospedale: la mappa, il frammento perduto, l’avvertimento sulla presenza di un nemico. Il maresciallo li ascoltò, prendendo appunti su un taccuino di pelle. Poi li squadrò con uno sguardo che oscillava tra scetticismo e preoccupazione. Maresciallo Colleoni: “La vittima non è ancora stata identificata, ma ci sono segnali che fosse un ricercatore indipendente, uno di quei cacciatori di documenti antichi. Nessun segno di rapina o aggressione comune. È come se qualcuno volesse impedire che rivelasse qualcosa…” In quell’istante, un rumore provenne dal giardino dietro casa: un fruscio tra i cespugli, forse un passo leggero. Il maresciallo reagì prontamente, alzandosi e avviandosi verso la porta finestra che conduceva all’esterno. Anche Andrea lo seguì, mentre Lisa rimase con il fiato sospeso. Ma fuori, nessuno. Solo un vaso rovesciato, con i gerani sparsi sul terreno. Andrea (abbassando la voce): “Potrebbe essere un gatto o un animale selvatico… E se invece fosse qualcuno che ci spia?” Il maresciallo si guardò attorno, il viso impassibile: “Qualsiasi cosa fosse, è sparita. Tenete gli occhi aperti. Intanto, se Enrico ricompare, avvertite subito la caserma. E voi, signora Lisa, non fate mosse avventate. Pare che qualcuno abbia bisogno dei vostri studi, ma potrebbe mettervi in pericolo.” Dopo che Colleoni se ne fu andato, Lisa si sentì invasa da un desiderio di chiarire la faccenda una volta per tutte. Avvertiva la presenza di ombre più grandi di quanto avesse mai immaginato. Non era solo una questione di curiosità accademica; si trattava di trovare giustizia per l’uomo ucciso e, soprattutto, di preservare la pace di Corenno Plinio. Lisa (con uno sguardo deciso): “Dobbiamo assolutamente rintracciare Enrico. Forse scopriremo da lui più dettagli sulla mappa prima che lo faccia qualcun altro.” Andrea (preoccupato): “Il maresciallo ci ha messo in guardia. Se Enrico ha ragione, potremmo essere osservati.” Lisa: “Lo so, ma restare qui ad aspettare non è un’opzione. Ho contatti tra studiosi locali di storia dell’arte e archivisti. Magari qualcuno ricorda di un ragazzo che cercava mappe antiche. Potremmo scoprire chi fosse K.L., lo pseudonimo dell’uomo morto.” Non erano nuovi a decisioni coraggiose. Anche quando si erano trasferiti sul lago, avevano affrontato sfide e incertezze. Questa volta, però, la posta in gioco superava di gran lunga le tipiche difficoltà quotidiane. La sera giunse vestita di sfumature porpora e oro, riflesse sull’acqua calma. Lisa e Andrea, spinti da un’inquietudine incontenibile, decisero di uscire di nuovo, percorrendo la passeggiata che costeggiava il lago. A quell’ora, le barche dei pescatori riposavano tranquille, e soltanto qualche rara figura si aggirava tra i moli in penombra. Più indietro, le scalinate in pietra salivano e scendevano tra le case scure, come se nascondessero segreti millenari. Al limitare della riva, notarono una giovane donna, Rosalinda, che conoscevano appena di vista: era solita aiutare il nonno a scaricare il pesce nelle prime ore dell’alba. Incuriositi dalla sua presenza in quell’ora insolita, si avvicinarono. Andrea (cordiale):“Ciao Rosalinda, tutto bene? Ti vediamo qui da sola…” Rosalinda (rabbrividendo un po’, con lo sguardo basso): “Non riuscivo a restare in casa, troppi pensieri. Ho saputo che hanno trovato quel poveretto senza vita proprio qui. Il lago è lo stesso, ma sembra un altro posto, ora.” Lisa colse lo sguardo impaurito della ragazza. Capì che non era l’unica a sentirsi turbata da questi eventi. Dopo un breve scambio di parole, Rosalinda si congedò, allontanandosi con passi rapidi. Quando svanì tra i vicoli, Lisa avvertì un rumore d’acqua mosso da un remo, o da un piccolo motore in lontananza. Ma non c’era alcuna barca visibile a quell’ora. Si guardò alle spalle, certa di aver intravisto un’ombra, e notò appena un guizzo di movimento dietro un muro. Lisa (a bassa voce, avvicinandosi a Andrea):“Siamo seguiti, ne sono sicura.” Andrea (stringendole il braccio): “Torniamo a casa. Meglio stare al sicuro, almeno per stasera.” Rincasati, trovarono un biglietto infilato sotto la porta. Era un foglio sgualcito, con poche parole scritte a penna: “Non fidatevi di nessuno. Chi cercava quella mappa ha lasciato tracce anche fuori dal paese. Enrico è tornato. Prima che lo trovi il nemico, salvatelo.” Lisa lo lesse a mezza voce, scambiandosi con Andrea uno sguardo colmo di apprensione. Chi aveva consegnato quel messaggio? E che cosa significava che Enrico era “tornato”? Lui non aveva un’abitazione fissa a Corenno Plinio, non risultava residente. Eppure, forse si nascondeva in qualche angolo remoto del borgo, braccato da qualcuno ben più pericoloso. Andrea (stringendo la mascella):“Se è davvero qui, dobbiamo trovarlo. E capire che segreti custodiva la vittima su Corenno Plinio.” Lisa (osservando il foglio con mani tremanti): “Questa grafia non mi è nuova, ma non so ricondurla a una persona specifica. Di sicuro, qualcuno ci sta aiutando nell’ombra.” La notte si preannunciava lunga e carica di tensione. Il loro piccolo nido d’amore, da sempre rifugio di serenità e progetti condivisi, si era trasformato in un luogo di domande irrisolte e paure crescenti. Prima di coricarsi, Lisa sistemò alla meglio i documenti e accarezzò la vecchia pergamena affissa al camino. Le tornò alla mente il primo giorno in cui l’aveva vista esposta in un mercatino a Menaggio, e di come l’avesse acquistata con l’idea di dare un tocco di storia alla casa. Chi avrebbe detto che proprio la storia, con le sue verità celate, sarebbe diventata il centro di un pericolo così concreto? Andrea (raccogliendo il biglietto da terra): “Domani all’alba contatterò i miei colleghi a Bellano. Voglio capire se Enrico si è presentato di nuovo in ospedale o se qualcun altro lo ha visto.” Lisa (annuisce, con lo sguardo volto alla finestra da cui si intravedeva il lago buio): “E io proverò a contattare qualche archivista con cui ho collaborato. Voglio scoprire se esiste davvero questa mappa cinquecentesca, o se magari è solo un falso mito.” Si ritirarono in camera, consapevoli che le ore di riposo sarebbero state poche e agitate. Sullo sfondo, il lago taceva, immobile come uno specchio nero. Avvolti in un abbraccio, si dissero senza parlare che l’unico modo per proteggere la loro vita era affrontare la verità nascosta tra le pietre di Corenno Plinio. In un borgo che avevano scelto per la sua magia e per il suo fascino pacifico, ora aleggiava un’ombra pronta a divorare la tranquillità. Il mistero della mappa, i frammenti di informazioni che parlavano di segreti sepolti nei secoli, il pericolo incombente su Enrico e sui due protagonisti erano le tessere di un mosaico incompiuto. Lisa e Andrea, uniti come mai prima d’ora, si preparavano ad affrontare qualunque rivelazione emergesse nelle ore e nei giorni successivi. Con la consapevolezza che nulla sarebbe più stato come prima, la notte scese su Corenno Plinio, portando con sé un silenzio irreale, quasi fosse la quiete che precede un’imminente tempesta. E nel cuore di Lisa e Andrea, un miscuglio di paura e determinazione risuonava come un battito d’ali, in attesa del prossimo evento che avrebbe scosso dalle fondamenta la loro esistenza… © Vietata la Riproduzione
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 2: Il Priore che Veniva dalla GuerraEdward Hawthorne: dall’Impero Britannico al silenzio di Piona, quando il male ritorna a chiedere contoDicembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 2: Il Priore che Veniva dalla GuerraIl priore dell’Abbazia di Piona era un uomo che portava addosso una storia fuori misura rispetto a quelle mura di pietra e silenzio. Proveniva da Canterbury, città di antica sapienza, centro ecclesiastico e universitario di prim’ordine, dove la fede aveva sempre dialogato con lo studio e il potere con la dottrina. Lì era nato, nel 1905, con il nome di Sir Edward Hawthorne, in una famiglia che considerava il servizio alla Corona non un’opzione, ma un destino naturale. Edward era cresciuto tra libri, disciplina e aspettative precise. A diciotto anni entrò come cadetto all’accademia militare inglese, distinguendosi subito per intelligenza fredda, rigore morale e una capacità innata di comando. Non era un uomo impulsivo; osservava, valutava, decideva. Qualità che lo resero ideale per una carriera che lo avrebbe portato lontano dall’Inghilterra, nelle colonie del Regno Britannico, dove gli interessi economici della Corona dovevano essere difesi con fermezza e, spesso, con la forza. Girò il mondo come ufficiale e poi come capo di guarnigioni: Africa orientale, Medio Oriente, Sud-est asiatico. Ovunque lasciava dietro di sé ordine apparente e una scia di decisioni difficili, prese in nome di un equilibrio che raramente coincideva con la giustizia. Edward Hawthorne serviva l’Impero con convinzione, ma già allora cominciava a comprendere il prezzo umano di quella fedeltà. Il punto di rottura arrivò in India, nel 1947. Fu assegnato a una zona strategica durante l’anno della Partizione, quando l’Impero Britannico si ritirava lasciando dietro di sé un subcontinente lacerato. Hindù, musulmani e sikh si affrontavano in una spirale di violenza che nessun comando militare riusciva davvero a contenere. Hawthorne si trovò a gestire convogli di profughi, a proteggere gli interessi economici, mentre intorno si consumavano massacri, stupri, incendi di villaggi interi. Vide atrocità indicibili. Da entrambi gli schieramenti. Bambini massacrati per vendetta, treni che arrivavano carichi solo di cadaveri, famiglie sterminate per una fede o un nome. Tentò di mantenere una neutralità operativa, ma capì presto che non esisteva neutralità possibile in quell’inferno. Ogni ordine impartito salvava qualcuno e condannava qualcun altro. Quell’anno fu il più doloroso della sua vita. Non per una ferita subita, ma per qualcosa che si spezzò definitivamente dentro di lui. L’idea che l’ordine imposto dall’alto potesse essere un bene. L’illusione che il potere, anche quando esercitato con disciplina, potesse redimere la violenza....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata
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La Saga della Famiglia Ravelli: due volumi di mistero, neve e verità sepolte a FoppoloQuando Marco Anselmi arriva a Foppolo, capisce subito che quel paese non ha dimenticato. Ha solo imparato a taceredi Marco ArezioData: 20.05.26La neve copre i tetti, i boschi sembrano chiudersi attorno alle case e l’aria della montagna porta con sé un silenzio che non consola, ma inquieta. In superficie, Foppolo appare come un borgo alpino raccolto nella sua bellezza severa, fatto di strade fredde, finestre illuminate, bar dove il tempo scorre lentamente e sguardi che si abbassano appena qualcuno pronuncia un nome proibito: Ravelli. È da quel nome che prende vita “L’Enigma della Casa Abbandonata di Foppolo”, la saga familiare e investigativa di Marco Arezio, articolata in due volumi che accompagnano il lettore dentro un giallo di montagna carico di tensione, memoria e segreti rimasti troppo a lungo sotto la neve. Al centro del primo volume c’è una vicenda che da anni tormenta il paese: una famiglia è scomparsa nel nulla. I Ravelli, arrivati a Foppolo con progetti e speranze legate a una vecchia casa ai margini del bosco, sembrano essere stati inghiottiti da una notte d’inverno. Nessuna spiegazione convincente. Nessuna verità definitiva. Solo una casa rimasta vuota, una tavola interrotta, voci mai confermate e un paese che ha preferito trasformare il dolore in leggenda. Ma le leggende, nei gialli più profondi, non sono mai innocenti. Marco Anselmi, giornalista investigativo abituato a scavare nei casi irrisolti, arriva a Foppolo proprio per capire che cosa si nasconda dietro quella scomparsa. Non è un uomo che si accontenta delle versioni ufficiali, né delle frasi dette a metà davanti a un bicchiere di grappa. Ha l’istinto di chi sa riconoscere una menzogna anche quando è stata coperta dal tempo. E più ascolta i silenzi del paese, più comprende che la casa abbandonata non è soltanto una rovina dimenticata, ma il centro di una paura collettiva. Intorno a lui, tutto sembra resistere alla verità. Gli abitanti parlano poco. Gli sguardi si fanno duri. Ogni domanda apre una crepa, ogni testimonianza lascia intravedere qualcosa e subito lo ritrae. La casa dei Ravelli diventa così una presenza viva, quasi ostile: un luogo da cui tutti si tengono lontani, ma che continua ad attirare chi non riesce ad accettare il silenzio. Ed è proprio mentre l’indagine di Marco Anselmi si inoltra in questa zona d’ombra che entra in scena Marina Ravelli, la sorella legata a quella famiglia scomparsa e a una ferita che non si è mai chiusa davvero. Marina non può più restare a distanza. La sua vita è stata segnata da quell’assenza, da quelle domande lasciate senza risposta, da un passato che nessuno ha saputo o voluto spiegare. Seguendo le tracce della famiglia e dell’indagine, Marina si avvicina a Foppolo non come una semplice testimone, ma come una donna costretta a guardare dentro il proprio dolore. Il primo volume costruisce così una tensione doppia: da una parte l’indagine lucida e rischiosa di un giornalista deciso a scoprire la verità; dall’altra il viaggio emotivo di Marina, che non cerca soltanto di sapere che cosa sia accaduto, ma di capire che cosa resti di una persona quando la propria storia familiare viene trasformata in un mistero da paese, in un sussurro, in una paura tramandata. La forza del racconto nasce da questo intreccio. Il lettore non segue soltanto una pista investigativa, ma entra in una ferita. Ogni stanza della casa, ogni sentiero nel bosco, ogni parola pronunciata al Cervo Nero sembra contenere una parte di verità e una parte di minaccia. La neve non è solo paesaggio: è copertura, oblio, attesa. Il buio non è soltanto atmosfera: è il luogo in cui qualcuno ha nascosto ciò che non doveva essere trovato. Nel primo volume, Foppolo diventa il teatro di un giallo in cui la paura non arriva mai da un solo punto. Arriva dalla casa abbandonata, certo. Ma arriva anche dalle reticenze, dalle omissioni, dai ricordi deformati, dai testimoni che sanno più di quanto dicano. Arriva soprattutto dalla sensazione che la scomparsa dei Ravelli non appartenga davvero al passato, perché ogni mistero irrisolto continua a vivere finché qualcuno non gli dà un nome. Il secondo volume riprende quella tensione e la spinge oltre. La vicenda non resta più confinata alla casa e alla leggenda che la circonda. Il mistero si allarga, diventa più concreto, più pericoloso, più umano. Marina Ravelli assume un ruolo ancora più centrale: non è più soltanto una donna che segue le tracce di una tragedia familiare, ma una protagonista costretta a misurarsi con le conseguenze della verità. In lei il lettore ritrova una figura intensa, fragile e determinata. Marina ha paura, ma non arretra. È stanca, ferita, spesso sola, ma continua a cercare. Il secondo volume racconta la sua trasformazione: la paura diventa lucidità, il dolore diventa resistenza, la memoria diventa una forma di coraggio. Ogni passo la porta più vicino a un sistema di segreti che sembra avere protetto se stesso per anni, usando la leggenda della casa come una cortina dietro cui nascondere responsabilità ben più terrene. Qui il giallo assume un respiro più ampio. Non c’è soltanto la domanda su ciò che è accaduto alla famiglia Ravelli. C’è il sospetto che la verità sia stata manipolata, coperta, sepolta sotto interessi, convenienze e complicità. La casa resta il simbolo potente della saga, ma il lettore comprende che il vero enigma potrebbe non essere racchiuso solo tra quelle mura. Potrebbe essere nei documenti dimenticati, nei nomi che riemergono, nelle tracce economiche, nei rapporti di potere, nelle persone che hanno avuto tutto il tempo per cancellare le proprie impronte. Senza svelare nulla dello sviluppo narrativo, il secondo volume accompagna Marina in una discesa ancora più profonda dentro il lato oscuro della memoria. Il suo percorso non è soltanto investigativo: è umano. Perché cercare la verità, per lei, significa anche accettare che alcune risposte possono ferire più delle domande. Significa capire che il passato non torna mai intatto, ma porta con sé conseguenze, colpe, ombre e scelte che continuano a pesare sui vivi. La saga della famiglia Ravelli funziona perché unisce il fascino del giallo classico alla tensione psicologica del dramma familiare. Ci sono indagini, piste, sospetti, ombre e rivelazioni. Ma c’è anche una domanda più intima che attraversa entrambi i volumi: quanto può resistere una persona quando la verità che cerca rischia di distruggere l’unico equilibrio che le è rimasto? Foppolo è il luogo perfetto per questa storia. Le sue montagne non fanno da semplice cornice, ma osservano, custodiscono, trattengono. La neve rende tutto più bello e più inquietante. I boschi sembrano respirare nel buio. Le case illuminate diventano piccoli rifugi contro una notte che pare sapere troppo. In questo paesaggio severo, ogni personaggio porta con sé una parte di non detto, e ogni silenzio può diventare un indizio. I due volumi si completano come due movimenti della stessa indagine. Il primo apre la porta del mistero: la famiglia scomparsa, il giornalista investigativo che osa scavare, Marina che si mette sulle tracce dei Ravelli e di ciò che nessuno vuole più raccontare. Il secondo approfondisce le conseguenze di quella ricerca, trasformando l’enigma in una lotta contro l’oblio, contro la paura e contro chi ha avuto interesse a lasciare tutto sepolto. È una saga per chi ama i gialli in cui l’atmosfera pesa quanto la trama, in cui il paesaggio diventa parte dell’indagine e in cui il mistero non serve solo a sorprendere, ma a scavare dentro le emozioni dei personaggi. Il lettore viene trascinato in una storia dove ogni pagina aggiunge tensione, ma anche umanità. Perché dietro la casa abbandonata, dietro la famiglia scomparsa, dietro i segreti di Foppolo, non c’è soltanto un caso da risolvere: c’è il bisogno di restituire dignità a chi è stato cancellato dal silenzio. La Saga della Famiglia Ravelli è un viaggio nella neve e nella memoria, nella paura e nel coraggio, nella forza di chi decide di non accettare più le mezze verità. È il racconto di una casa che continua ad aspettare, di un paese che ha taciuto troppo a lungo, di un giornalista che non vuole fermarsi e di una donna, Marina, che comprende poco alla volta che seguire le tracce della propria famiglia significa anche ritrovare se stessa. Perché a volte il passato non ritorna con un grido. Ritorna con un nome pronunciato sottovoce. Con una porta che nessuno vuole aprire. Con una donna che decide, finalmente, di non avere più paura della verità.
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Gara di Appalto per la Costruzione di un Parco Eolico Offshore da 70 GW in OlandaCome i paesi si stanno convertendo alle energie rinnovabili spinti dalla crisi Russo-UcrainaLa corsa verso le energie rinnovabili è fortemente sostenuta dalla crisi energetica che si potrebbe verificare se, la Russia, dovesse ridurre ulteriormente o chiudere definitivamente la vendita di gas all'Europa. Ogni paese sta compiendo gli sforzi necessari per dotarsi di strutture di produzione di energie verdi, che siano attraverso il vento, il sole o altri sistemi rinnovabili. Tra questi sistemi ci sono anche quelli misti, tra cui l'idrogeno verde, che sposa la produzione di energia sostenibile per la produzione di idrogeno, il combustibile del futuro.L'idrogeno, ha infatti bisogno di molta energia per essere prodotto e, quindi, sarebbe un paradosso che questa venisse da fonti fossili, così la produzione di idrogeno attraverso l'energia rinnovabile permette di non creare impatti ambientali negativi.TotalEnergies e Ørsted hanno unito le forze per presentare congiuntamente offerte per le due gare eoliche offshore olandesi "Holland Coast West" con l'obiettivo di ottenere un impatto positivo netto sulla biodiversità e sul sistema energetico olandese. I parchi eolici di Holland Coast West si trovano a circa 53 km al largo della costa olandese e hanno una capacità combinata di quasi 1,5 gigawatt (GW). In qualità di leader mondiali nelle energie rinnovabili e nell'eolico offshore, Ørsted e TotalEnergies uniranno i loro punti di forza in queste gare al fine di contribuire all'obiettivo dei Paesi Bassi di sviluppare oltre 70 GW di capacità eolica offshore entro il 2050, per la produzione di energia associata a grandi produzioni di idrogeno. In qualità di più grande sviluppatore di parchi eolici offshore al mondo, Ørsted ha un'esperienza leader del settore nello sviluppo e nella costruzione di parchi eolici offshore, nel modo più sostenibile ed ecologico. Ørsted mira a un impatto netto positivo sulla biodiversità entro il 2030. Inoltre, Ørsted ha una significativa esperienza globale nella fornitura di energia verde su larga scala a comunità e industrie. La realizzazione di successo, nei tempi e nei limiti del budget durante una pandemia mondiale, del parco eolico Borssele 1&2 dimostra che Ørsted è un partner affidabile per la trasformazione verde dei Paesi Bassi. TotalEnergies, da parte sua, sfrutterà la sua comprovata esperienza nelle operazioni offshore e la sua posizione unica come società energetica integrata nei Paesi Bassi, attraverso un ambizioso programma di investimenti di energia verde e produzione di idrogeno per decarbonizzare le sue attività industriali nella provincia della Zelanda. TotalEnergies garantirà inoltre la stabilità della rete elettrica olandese, ponendo allo stesso tempo lo sviluppo sostenibile in tutte le sue dimensioni al centro dei suoi progetti e delle sue operazioni per contribuire al benessere delle persone. Olivier Terneaud, VP Offshore Wind di TotalEnergies, afferma : “La transizione energetica porta nuove sfide, sia in termini di impatto ambientale che di integrazione dell'energia verde nel sistema elettrico. È proprio per affrontare queste sfide che partecipiamo a queste gare, insieme a Ørsted, per sostenere la transizione energetica nei Paesi Bassi, dove attingiamo a oltre mezzo secolo di esperienza operativa offshore olandese per essere un partner energetico affidabile. In qualità di azienda globale multi-energia, che pone lo sviluppo sostenibile al centro della sua strategia, saremmo lieti di realizzare questi progetti innovativi”. Rasmus Errboe, Head of Region Continental Europe di Ørsted, afferma: “Siamo molto soddisfatti della nostra partnership con TotalEnergies per le prossime gare d'appalto olandesi. Con le nostre offerte congiunte vogliamo garantire che i Paesi Bassi possano accelerare la costruzione di impianti eolici offshore verso il 2030 e oltre, in modo ecologico all'avanguardia e come parte di un sistema energetico integrato. Ørsted non vede l'ora di dare un contributo significativo alla transizione energetica nei Paesi Bassi, insieme a TotalEnergies". La Zelanda è il più grande cluster di idrogeno nei Paesi Bassi. Con 600 MW di capacità di elettrolisi, diventerà il più grande cluster di idrogeno verde al mondo entro il 2027, alimentato esclusivamente dal parco eolico Holland Coast West. Integrando, tra le altre cose, il trasporto elettrico, le batterie e l'elettrificazione diretta del settore, raggiungeremo la massima integrazione del sistema. I vincitori delle gare dovrebbero essere annunciati dal governo olandese nell'autunno 2022.Info: TotalEnergy
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UE Impone Nuovi Standard per il Trattamento delle Acque Reflue: Focus su PFAS e MicroplasticheLe nuove direttive dell'Unione Europea mirano a intensificare il monitoraggio e la purificazione delle acque urbane, con specifica attenzione ai contaminanti persistenti e ai microinquinantidi Marco ArezioIl Parlamento Europeo ha recentemente dato il via libera definitivo a nuove disposizioni legislative per il trattamento e lo scarico delle acque reflue urbane, con l'obiettivo di implementare un controllo più accurato degli inquinanti chimici, tra cui i PFAS. Con un ampio sostegno dimostrato da 481 voti favorevoli, 79 contrari e 26 astensioni, il 10 aprile è stato approvato un accordo, precedentemente raggiunto con il Consiglio a gennaio 2024, per rivedere le regolamentazioni riguardanti la gestione delle acque e il loro trattamento nelle aree urbane. Questo provvedimento legislativo, la cui proposta era stata presentata dalla Commissione Europea nell'ottobre 2022, mira a rafforzare la protezione della salute pubblica e dell'ambiente, posizionandosi in linea con gli obiettivi dell'UE riguardo all'azione climatica, all'economia circolare e alla riduzione dell'inquinamento. Tuttavia, prima che possa diventare legge, il testo deve ricevere anche l'approvazione formale del Consiglio. Dettagli sulle Nuove Norme di Trattamento delle Acque Reflue Le nuove direttive impongono che, entro il 2035, tutte le acque reflue urbane, provenienti sia da insediamenti civili sia, eventualmente, da impianti produttivi (impianti misti), siano sottoposte a trattamento secondario prima del loro rilascio nell'ambiente per gli agglomerati di dimensioni pari o superiori a 1.000 abitanti equivalenti. Questo processo prevede la rimozione di materia organica biodegradabile attraverso metodi biologici con sedimentazione secondaria o altri processi similari, che includono l'uso di biodischi, letti percolatori e vasche di aerazione. Entro il 2039, sarà necessario applicare il trattamento terziario, che prevede l'eliminazione di azoto e fosforo, in tutti gli impianti di trattamento per agglomerati di 150.000 abitanti equivalenti o più. Questo passaggio è mirato a migliorare ulteriormente la depurazione riducendo la concentrazione di nutrienti nei reflui. Alcuni processi terziari sono anche capaci di rimuovere contaminanti poco biodegradabili che non vengono eliminati dai processi biologici. Entro il 2045, le normative richiederanno anche l'implementazione del trattamento quaternario per tutti gli impianti che servono più di 10.000 abitanti equivalenti, basandosi su una valutazione del rischio. Questo trattamento è progettato per eliminare un ampio spettro di microinquinanti, inclusi PFAS e microplastiche. Impatto e Prospettive della NormativaSecondo i dati ISTAT del 2020, in Italia operano 18.042 impianti di trattamento delle acque reflue urbane. La legislazione europea intende, dunque, incrementare il rigore del monitoraggio non solo di sostanze già note ma anche di agenti patogeni emergenti e resistenze antimicrobiche. Nils Torvalds, relatore della legislazione, ha sottolineato l'importanza di queste nuove normative, in particolare per quanto riguarda l'eliminazione di microinquinanti derivanti da medicinali e prodotti per la cura personale, assicurando che l'impatto economico sulle cure mediche rimanga proporzionato e che i contaminanti pericolosi come i PFAS siano monitorati e trattati efficacemente.
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