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I SEGRETI DELL'ABBAZIA DI PIONA. CAPITOLO 2: IL PRIORE CHE VENIVA DALLA GUERRA

Slow Life
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Sommario

Il secondo capitolo scava nella figura del priore Edward, ricostruendone il passato lontano dall’abbazia e dalle sue mura di pietra. Dalla formazione aristocratica e militare nell’Inghilterra imperiale fino alle missioni nelle colonie, emerge il ritratto di un uomo temprato dall’ordine e dalla responsabilità. L’esperienza traumatica della Partizione indiana segna una frattura irreversibile nella sua visione del potere e della giustizia.

La scelta monastica appare così non come una fuga, ma come una resa lucida e consapevole. A Piona, Edward porta con sé una disciplina silenziosa e uno sguardo che ha già visto l’orrore. Quando la violenza irrompe nuovamente nella sua vita, il priore riconosce immediatamente i segni di qualcosa di più profondo e calcolato. Il capitolo accompagna il lettore nel passaggio decisivo in cui la preghiera lascia spazio alla responsabilità, e il silenzio diventa preludio all’indagine.

Edward Hawthorne: dall’Impero Britannico al silenzio di Piona, quando il male ritorna a chiedere conto


Dicembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 2: Il Priore che Veniva dalla Guerra


Il priore dell’Abbazia di Piona era un uomo che portava addosso una storia fuori misura rispetto a quelle mura di pietra e silenzio. Proveniva da Canterbury, città di antica sapienza, centro ecclesiastico e universitario di prim’ordine, dove la fede aveva sempre dialogato con lo studio e il potere con la dottrina. Lì era nato, nel 1905, con il nome di Sir Edward Hawthorne, in una famiglia che considerava il servizio alla Corona non un’opzione, ma un destino naturale.

Edward era cresciuto tra libri, disciplina e aspettative precise. A diciotto anni entrò come cadetto all’accademia militare inglese, distinguendosi subito per intelligenza fredda, rigore morale e una capacità innata di comando. Non era un uomo impulsivo; osservava, valutava, decideva. Qualità che lo resero ideale per una carriera che lo avrebbe portato lontano dall’Inghilterra, nelle colonie del Regno Britannico, dove gli interessi economici della Corona dovevano essere difesi con fermezza e, spesso, con la forza.

Girò il mondo come ufficiale e poi come capo di guarnigioni: Africa orientale, Medio Oriente, Sud-est asiatico. Ovunque lasciava dietro di sé ordine apparente e una scia di decisioni difficili, prese in nome di un equilibrio che raramente coincideva con la giustizia. Edward Hawthorne serviva l’Impero con convinzione, ma già allora cominciava a comprendere il prezzo umano di quella fedeltà.

Il punto di rottura arrivò in India, nel 1947.

Fu assegnato a una zona strategica durante l’anno della Partizione, quando l’Impero Britannico si ritirava lasciando dietro di sé un subcontinente lacerato. Hindù, musulmani e sikh si affrontavano in una spirale di violenza che nessun comando militare riusciva davvero a contenere. Hawthorne si trovò a gestire convogli di profughi, a proteggere gli interessi economici, mentre intorno si consumavano massacri, stupri, incendi di villaggi interi.


Vide atrocità indicibili.

Da entrambi gli schieramenti. Bambini massacrati per vendetta, treni che arrivavano carichi solo di cadaveri, famiglie sterminate per una fede o un nome. Tentò di mantenere una neutralità operativa, ma capì presto che non esisteva neutralità possibile in quell’inferno. Ogni ordine impartito salvava qualcuno e condannava qualcun altro.

Quell’anno fu il più doloroso della sua vita. Non per una ferita subita, ma per qualcosa che si spezzò definitivamente dentro di lui. L’idea che l’ordine imposto dall’alto potesse essere un bene. L’illusione che il potere, anche quando esercitato con disciplina, potesse redimere la violenza....

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