I Prodotti Online e il Greenwashing: Come Difendersi da un Fenomeno in AumentoIl commercio online sta avanzando in modo prepotente nelle abitudini dei consumatori, forte di alcune peculiarità che aiutano il fenomenodi Marco ArezioVelocità di consegne, semplicità nell’acquisto, cataloghi molto ampi, economicità dei prezzi e comodità rispetto all’acquisto in un negozio fisico, specialmente in periodi come questi dove vi sono restrizioni nella mobilità. Una corsa alle vendite on line è fatta anche da produttori di articoli che fino a poco tempo fa non utilizzavano questo canale e, quindi, il bacino dell’offerta è diventato veramente enorme. Tra migliaia di offerte per articoli simili, il marketing ha affinato tecniche persuasive verso i clienti sapendo cosa i consumatori si aspettano di trovare in un prodotto. La Commissione Europea e le autorità nazionali di tutela dei consumatori hanno indagato sulle offerte di alcuni prodotti nel mercato on line e hanno notato una massiccia presenta di messaggi fuorvianti, esagerati e, a volte, falsi, in merito al greenwashing. Poiché i consumatori che utilizzano il servizio degli acquisti on line sono anche clienti che richiedono generalmente prodotti più sostenibili, le informazioni sui prodotti in vendita da parte dei produttori o la pubblicità sull’articolo, sono spesso intrise di affermazioni che richiamano la sostenibilità e la riciclabilità dello stesso. Termini come riciclato, verde, green economy, ecologico, biologico, impatto zero, e molti altri spesso si trovano sulle confezioni ma, in realtà, non rispecchiano sempre la filiera produttiva dell’articolo, dando al cliente informazioni non corrette e senza supportare le affermazioni con prove. Uno studio della Comunità Europea ha valutato 344 dichiarazioni di sostenibilità "apparentemente dubbie" fatte online dalle aziende, la maggior parte delle quali nei settori dell'abbigliamento e dei tessuti, dei cosmetici, della cura della persona e delle apparecchiature domestiche. Nel 42% dei casi le autorità di controllo nazionali hanno appurato che le affermazioni stampate sugli imballi fossero false, ingannevoli o potenzialmente ingannevoli per i consumatori, quindi da considerare come una pratica sleale secondo il diritto dell’Unione Europea. Queste informazioni che il consumatore trova sugli imballi non sono sufficienti per permettere una corretta scelta del prodotto e, nel 37% dei casi, vengono utilizzati termini volutamente vaghi senza dati a supporto chiari e certificati. Il commissario europeo per la giustizia Didier Reynders, ha affermato che mentre alcune aziende si sforzano di produrre prodotti realmente eco-compatibili, altre prendono una strada più breve e senza costi, attraverso l’uso di affermazioni vaghe, false o esagerate. Per parlare di un settore in cui il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, possiamo citare il comparto della produzione e raffinazione dei carburanti fossili, le cui società stanno spendendo enormi risorse economiche per crearsi una reputazione più verde. Ma interessante è anche notare, per esempio, le informazioni che i consumatori possono trovare su un flacone di detersivo, in cui si legge spesso la frase: Prodotto Riciclabile. Non vi è dubbio che sia una affermazione corretta, un flacone in HDPE fatto con polimero vergine è riciclabile, ma è fuorviante, se anche abbinato a sigle o disegni che fanno immaginare la natura e la cura dell’ecosistema, inducendo il consumatore ad acquistare un flacone che non segue i principi dell’economia circolare. Infatti, il flacone per rispettare i canoni della circolarità delle materie prime deve essere fatto in plastica riciclata e, sull’etichetta, ci dovrà essere riportata una frase simile a: flacone fatto con materiale riciclato che può essere riciclato nuovamente. La Commissione Europea ha inviato agli stati membri un avviso di attenzione verso queste pratiche scorrette con l’esortazione di vigilare e punire chi trasgredisce le regole. Da parte del consumatore è sempre importante informarsi prima di effettuare un acquisto, cercando di farsi un quadro chiaro di cosa è riciclato, riciclabile o falsamente tale, mettendo a confronto più prodotti e le informazioni che i produttori distribuiscono al mercato.
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Riuso senza tabù: il ruolo delle piattaforme digitali nella trasformazione culturale e commerciale del mercato second handDall’emarginazione sociale all’orgoglio sostenibile: come i marketplace digitali stanno ridefinendo il valore del riutilizzo, abbattendo pregiudizi e generando nuove opportunità per persone, aziende e comunitàdi Orizio LucaFino a pochi anni fa, parlare di riuso evocava immagini di mercatini improvvisati, oggetti scartati e una sottile percezione di disagio sociale. Acquistare o vendere usato era spesso una scelta forzata, segnata da retaggi culturali che associavano il riutilizzo a mancanza di risorse, trascuratezza o addirittura vergogna. Eppure, qualcosa di profondo è cambiato. Oggi il riuso non solo ha perso la sua connotazione negativa, ma si è trasformato in un vero e proprio fenomeno culturale, simbolo di responsabilità ambientale e di uno stile di vita consapevole. In questo cambiamento epocale, il ruolo delle piattaforme digitali è stato centrale: i marketplace online hanno rivoluzionato la percezione del riutilizzo, rendendolo accessibile, trendy e fonte di orgoglio. Ma perché il riuso non è più un tabù? Quali dinamiche sociali, economiche e tecnologiche hanno determinato questa inversione di tendenza? Analizziamo il fenomeno nei suoi aspetti più profondi. Dalla vergogna al valore: la rivoluzione culturale del riuso Per decenni, la società ha visto il nuovo come sinonimo di progresso, successo e benessere. Comprare oggetti di seconda mano era una scelta spesso nascosta, motivata da necessità più che da convinzione. Il riuso era percepito come una rinuncia, un ripiego obbligato in mancanza di alternative. Questo tabù era alimentato da pregiudizi sociali radicati e da una narrazione che collegava l’usato a una perdita di valore economico e simbolico. Il primo passo per scardinare questa mentalità è venuto dalla crescente consapevolezza ambientale. L’impatto della produzione e dello smaltimento dei beni, i cambiamenti climatici e la crisi delle risorse hanno costretto molti a riconsiderare le proprie abitudini di consumo. Il riuso ha cominciato a essere visto come una pratica intelligente e responsabile, capace di coniugare etica e risparmio. Tuttavia, la svolta vera si è avuta con la diffusione delle piattaforme digitali: questi spazi virtuali hanno saputo costruire una nuova narrazione, positiva e inclusiva, che valorizza il riutilizzo come scelta moderna, socialmente accettata e persino desiderabile. Il ruolo delle piattaforme digitali: dalla marginalità alla centralità sociale I marketplace online hanno agito come veri e propri acceleratori di cambiamento. Attraverso la tecnologia, il riuso è diventato una pratica semplice, immediata e trasparente. Pubblicare un annuncio, dialogare con potenziali acquirenti, ricevere pagamenti sicuri e persino organizzare spedizioni: tutto è a portata di click. Questa accessibilità ha permesso a milioni di persone di avvicinarsi senza timori al mondo dell’usato, sperimentando i vantaggi economici, ambientali e sociali di un modello di consumo alternativo. Ma la vera rivoluzione è culturale. Le piattaforme digitali hanno creato comunità di utenti che condividono valori, storie ed esperienze. Il riuso è diventato tema di discussione, motivo di aggregazione e punto di orgoglio personale. Le campagne di comunicazione dei marketplace non parlano solo di convenienza, ma celebrano la sostenibilità, l’originalità degli oggetti, la creatività nel dare nuova vita a beni dimenticati. Testimonianze, rating, recensioni e la presenza di influencer e personaggi pubblici hanno normalizzato la pratica, trasformando il “comprare usato” in una scelta di valore, spesso preferita al nuovo. Nuove identità: chi sono i protagonisti del riuso oggi? Un tempo il mercato dell’usato era popolato da categorie sociali ben definite: studenti, famiglie a basso reddito, amanti del vintage. Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. La platea degli utenti dei marketplace digitali è trasversale: giovani, professionisti, famiglie, imprenditori, collezionisti e persino aziende. Il riuso non è più una scelta di serie B, ma una decisione consapevole, motivata da molteplici ragioni: risparmio economico, rispetto per l’ambiente, ricerca di prodotti unici o fuori produzione, desiderio di ridurre gli sprechi. Anche le aziende hanno scoperto le opportunità del second hand: molti brand inseriscono piattaforme di riuso all’interno delle proprie strategie di responsabilità sociale, proponendo programmi di “buy back”, noleggio, riparazione o upcycling dei propri prodotti. In questo modo il riuso si integra nella filiera industriale, alimentando un ciclo virtuoso che coinvolge produttori, venditori e acquirenti. Dal pregiudizio alla normalizzazione: strategie dei marketplace per abbattere i tabù Le piattaforme digitali hanno puntato molto sulla trasparenza, la sicurezza e l’affidabilità delle transazioni, elementi chiave per superare diffidenze e resistenze culturali. Sistemi di recensioni, policy chiare, assistenza clienti e tutela dei pagamenti garantiscono che l’esperienza di acquisto e vendita sia positiva e senza rischi. Inoltre, la cura nella presentazione dei prodotti – foto di qualità, descrizioni dettagliate, filtri per condizione e prezzo – eleva la percezione dell’usato, allontanandolo dall’immagine di “merce di scarto” e avvicinandolo a quella di alternativa di valore. Un altro aspetto fondamentale è la comunicazione. I marketplace più avanzati investono in campagne che raccontano il riuso attraverso storie di successo, iniziative sociali, collaborazioni con designer e artisti, e promozione di eventi dedicati. La narrazione positiva, associata a valori di autenticità, unicità e responsabilità, rende il riuso una pratica attraente, moderna e inclusiva. Il riuso come atto identitario e scelta di stile Oggi il riuso è diventato un vero e proprio atto identitario. Acquistare, vendere, scambiare o donare oggetti nei marketplace online non è solo un modo per risparmiare o guadagnare, ma è una dichiarazione di principi. Chi sceglie il second hand si posiziona come consumatore consapevole, attento alle conseguenze delle proprie azioni e disposto a mettere in discussione i modelli tradizionali di consumo. Le nuove generazioni, in particolare, vedono nel riuso una risposta concreta alle emergenze ambientali e sociali, un modo per distinguersi e partecipare attivamente a un cambiamento collettivo. Il linguaggio stesso del riuso è cambiato: “vintage”, “pre-loved”, “re-commerce”, “upcycling” sono termini che trasmettono valore aggiunto, creatività e senso di appartenenza a una comunità globale. Anche il concetto di “nuovo” si trasforma: l’oggetto riutilizzato è nuovo per chi lo riceve, e la sua storia diventa parte integrante del suo valore. Nuove frontiere: tecnologia, innovazione e futuro del riuso L’evoluzione non si ferma. L’intelligenza artificiale aiuta a personalizzare l’esperienza d’acquisto, suggerendo oggetti sulla base delle preferenze degli utenti. La blockchain introduce nuove garanzie di autenticità, fondamentale nel mondo del lusso e dell’elettronica. La realtà aumentata permette di “provare” i prodotti prima di acquistarli. Tutte queste innovazioni contribuiscono a rafforzare la fiducia nei marketplace e a rendere il riuso sempre più facile, sicuro e accessibile. In parallelo, si moltiplicano le iniziative che uniscono il digitale al sociale: raccolte fondi, donazioni a organizzazioni benefiche, progetti di inclusione e supporto alle fasce deboli della popolazione. Così il riuso si afferma come strumento di cambiamento reale, in grado di generare valore non solo economico, ma anche ambientale e sociale. Conclusione Il riuso non è più un tabù. Grazie alle piattaforme digitali, la pratica del riutilizzo ha superato barriere culturali, pregiudizi e diffidenze, conquistando uno spazio centrale nel mercato e nella società. Oggi rappresenta un’alternativa concreta e attrattiva al consumo tradizionale, sostenuta da una narrazione positiva, dalla tecnologia e dal desiderio diffuso di contribuire a un futuro più sostenibile. Nei marketplace online, ogni oggetto che cambia mano racconta una storia di innovazione, rispetto e consapevolezza, confermando che il riuso è, a tutti gli effetti, il nuovo “must” del consumo contemporaneo. © Riproduzione Vietata
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Come il Polipropilene Riciclato può Aiutare la Gestione Sostenibile delle AcqueCome il Polipropilene Riciclato può Aiutare la Gestione Sostenibile delle Acquedi Marco ArezioL’acqua è un bene primario di cui l’uomo ha assoluto bisogno per sopravvivere e lo si contende dal passato più antico fino ai tempi moderni.Le guerre per il controllo dell’acqua sono sempre più numerose, che siano conosciute all’opinione pubblica o che non facciano notizia, hanno numeri impressionanti. Tra il 2000 e il 2009, secondo un rapporto dell’UNESCO, si sono combattute 94 guerre per il controllo delle forniture dell’acqua, mentre tra il 2010 e il 2018 ben 263. In un pianeta dove la popolazione continua ad aumentare, specialmente in aree povere come l’Africa con una popolazione di circa 1,2 miliardi di persone che dovrebbe raddoppiare entro il 2050, il bisogno di acqua potabile è sempre più impellente. Il controllo dei grandi fiumi, che portano acqua sia alla popolazione che all’agricoltura, sono sempre più oggetto di contese politiche e militari. Il Nilo che bagna molti paesi Africani, l’Indo che serve il Pakistan ma nasce in India, il Tigri e l’Eufrate che sono necessari a Siria e Iraq ma influenzati dalla Turchia, e molte altre situazioni. Se poi consideriamo che nel mondo, secondo il rapporto, circa 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad un’acqua sicura e altri 4,5 miliardi non possono usufruire di servizi igienici corretti, è facile pensare quale sia il livello di gravità della situazione idrica. Non si deve in questo caso giocare di medie, considerando solo la quantità di acqua disponibile per persona nel mondo, ma anche la sua distribuzione geografica, cioè quanti litri sono disponibili per individuo nei vari paesi. Ci accorgeremmo subito che i numeri sono allarmanti, con milioni di persone senza acqua e altrettanti che ne hanno troppa e la sprecano. Tra i paesi in cui c’è carenza di acqua o hanno flussi stagionali estremi ed opposti, come siccità in certi periodi dell’anno e alluvioni in altri, la disponibilità di acqua sicura, non contaminata, è davvero un problema. Inoltre sempre più spesso la carenza di servizi igienici efficienti comporta la contaminazione delle acque disponibili, creando a loro volta problemi sanitari gravissimi tra la popolazione. A questo punto ci dovremmo chiedere come la plastica riciclata, in particolare il polipropilene, può aiutare l’uomo ad alleviare il problema?Attraverso l’uso del polipropilene riciclato, si sono costruite strutture che possono aiutare la popolazione a ridurre o risolvere i due maggiori problemi: • La mancanza di servizi igienici efficienti crea la dispersione delle acque reflue inquinate da batteri fecali, che possono mischiarsi con le fonti di approvvigionamento delle acque utilizzate per l’uso domestico. Se non esistono sistemi fognari sicuri è possibile istallare moduli in plastica riciclata composti da fosse biologiche e sistemi di dispersione delle acque trattate nel terreno, senza che queste inquinino le falde.• In caso di mancanza di una rete idrica di approvvigionamento dell’acqua è necessario, in quei paesi dove si verificano fenomeni di alternanza di lunghi periodi senza acqua a periodi in cui le piogge intense apportano un quantitativo di acqua superiore alle necessità del momento, l’installazione di impianti di immagazzinamento dell’acqua, posizionati sotto il livello del terreno, in modo da conservare per un tempo più lungo possibile delle scorte, che non saranno soggette all’evaporazione causata dal sole.Queste soluzioni si possono facilmente mettere in opera anche in paesi in cui le infrastrutture e la logistica è scarsa, in quanto i sistemi di controllo delle acque sono modulari, leggeri perchè fatti in plastica riciclata, permettendo una facile installazione anche senza grandi mezzi meccanici.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - PP - acquaVedi maggiori informazioni sull'argomento
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La Forza del Bene: Confucio e il Coraggio di Affrontare l’IngratitudineRiflessioni sulla saggezza di Confucio: perché fare del bene richiede la forza interiore di accettare anche l’ingratitudine altruidi Marco ArezioCi sono frasi che attraversano i secoli e, pur appartenendo a un contesto storico lontano, continuano a parlare al cuore e alla mente di chi le incontra. Una di queste è la massima di Confucio: “Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine.” Un pensiero semplice, diretto, ma al tempo stesso rivoluzionario, perché tocca uno dei nodi più delicati dell’animo umano: la gratuità dei gesti e il loro impatto sulla nostra serenità. Fare del bene è un atto di generosità che nasce dal cuore. È l’espressione della nostra umanità, la scelta di investire tempo, energia e affetto per qualcun altro. Tuttavia, spesso dietro questo gesto si nasconde un’aspettativa silenziosa: la gratitudine. In fondo, chi non spera di ricevere almeno un “grazie” quando offre una mano, un sorriso o un aiuto concreto? Eppure la vita, lo sappiamo bene, non sempre restituisce ciò che doniamo. Anzi, ci sono momenti in cui la risposta è il silenzio, l’indifferenza o addirittura la pretesa. Il paradosso della bontà Confucio ci mette davanti a una verità scomoda: fare del bene non è un atto semplice, né indolore. Può essere faticoso, talvolta persino doloroso, quando ciò che offriamo non viene riconosciuto. È qui che la sua frase assume il suo pieno significato. Non basta la volontà di aiutare: occorre possedere una forza interiore capace di accogliere anche l’ingratitudine senza lasciarsi amareggiare. Questa consapevolezza rovescia una prospettiva comune. Non è tanto l’atto del bene in sé a renderci nobili, quanto la nostra capacità di resistere quando quel bene non viene apprezzato. È un insegnamento che richiama alla maturità emotiva, alla resilienza e alla libertà interiore. L’ingratitudine come specchio Quando facciamo del bene e riceviamo in cambio ingratitudine, la prima reazione naturale è il dispiacere. Ci sentiamo feriti, traditi, svalutati. È come se il gesto stesso fosse stato svuotato del suo valore. Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, comprendiamo che l’ingratitudine non è uno specchio del nostro valore, bensì del mondo interiore di chi la manifesta. Chi non sa ringraziare, spesso non lo fa per cattiveria, ma per inconsapevolezza, per distrazione o perché immerso nei propri problemi. In altri casi, l’ingratitudine nasce da un senso di diritto acquisito: c’è chi ritiene che gli sia dovuto ciò che riceve e non sente il bisogno di riconoscerlo. In ogni caso, ciò non toglie nulla alla purezza del gesto originario. Ecco perché Confucio ci invita a misurare la nostra forza interiore prima di compiere un atto di bene. Non per trattenerci dal farlo, ma per prepararci a non legare il nostro equilibrio al riconoscimento esterno. Fare del bene senza catene La vera libertà sta nel fare del bene senza pretendere nulla in cambio. Non un grazie, non un sorriso, non un gesto di riconoscenza. Solo la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Questo non significa diventare insensibili o chiudersi all’altro, ma imparare a radicare i nostri gesti in una dimensione interiore più profonda. In questo senso, la frase di Confucio non è un invito alla rinuncia, ma un richiamo alla forza. È come dire: “Sii pronto. Se vuoi donare, fallo perché lo senti giusto, non perché ti aspetti un premio.” La gratitudine, quando arriva, sarà un dono aggiuntivo, non il fondamento della tua azione. Un insegnamento per la vita quotidiana - Nella vita di tutti i giorni ci sono mille occasioni in cui questo insegnamento diventa concreto - Quando ci prendiamo cura di un familiare che raramente riconosce il nostro impegno - Quando sul lavoro offriamo il nostro aiuto e non riceviamo alcun segno di apprezzamento. - Quando compiamo piccoli gesti di gentilezza verso sconosciuti che li accolgono senza neanche un cenno. In tutte queste situazioni, la tentazione di smettere di donare è forte. Ci si dice: “Perché dovrei continuare, se nessuno lo apprezza?” Eppure è proprio lì che si misura la nostra grandezza. Continuare a fare del bene, anche quando non viene riconosciuto, significa costruire un mondo migliore senza attendere applausi. La forza che nasce dal silenzio Non si tratta di masochismo o di rassegnazione, ma di maturità. La forza di sopportare l’ingratitudine nasce da un cuore che ha imparato a non cercare conferme al di fuori, ma a coltivare dentro di sé la serenità. È una forza silenziosa, invisibile, che spesso passa inosservata agli occhi del mondo, ma che rende un’anima invincibile. Confucio ci offre, dunque, una chiave preziosa per il nostro cammino umano: la bontà autentica non è quella che si nutre di riconoscenza, ma quella che sa resistere anche all’indifferenza.ACQUISTA IL LIBRO Un messaggio universale In un’epoca come la nostra, in cui i gesti spesso vengono misurati in termini di ritorno immediato, questo insegnamento appare ancora più attuale. Viviamo in una società in cui il “do ut des” sembra essere la regola: do qualcosa solo se so che riceverò in cambio. Confucio, al contrario, ci ricorda che il bene non è una moneta di scambio, ma un seme. Non sappiamo quando e dove germoglierà, né se chi lo riceve ne avrà davvero coscienza. Ma ciò non ci esime dal seminare. Il nostro compito non è controllare il raccolto, ma continuare a coltivare. Conclusione La frase di Confucio – “Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine” – ci invita a un viaggio dentro noi stessi. Ci spinge a chiederci: perché faccio del bene? Per essere riconosciuto o perché credo nella sua forza trasformativa? La risposta segna la differenza tra un gesto fragile, che crolla di fronte al silenzio altrui, e un gesto forte, che rimane saldo anche nell’ombra. In fondo, l’ingratitudine non cancella mai il bene compiuto: lo rende solo più puro, perché libero da aspettative. La vera grandezza non sta nel ricevere applausi, ma nel continuare a camminare nella luce del bene, anche quando intorno a noi regna il silenzio.© Riproduzione VietataImmagine: wikimedia
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L’Italia e il Caro Energia: Sfide e Opportunità per un Settore Manifatturiero in DifficoltàIl costo dell'energia in Italia, il più alto d'Europa, mette in crisi la competitività dell'industria manifatturieradi Marco ArezioLa recente analisi dei prezzi medi mensili delle borse elettriche in Europa, dal gennaio all'ottobre 2024, mostra una chiara disparità tra l'Italia e gli altri paesi europei. Secondo i dati, l'Italia guida la classifica con un prezzo medio di 103,7 euro/MWh, seguita a distanza da Germania (71,4 euro/MWh), e dall'area media dei paesi UE (61,4 euro/MWh). Altre nazioni, come il Portogallo, la Spagna e la Francia, registrano prezzi inferiori, mentre l'area scandinava si distingue per il costo particolarmente basso di 36,5 euro/MWh. Questa significativa differenza di costo energetico pone l'industria italiana in una posizione di svantaggio rispetto ai concorrenti europei, un problema particolarmente grave per un paese a forte vocazione manifatturiera come l'Italia. Le Cause delle Disparità nei Costi Energetici a) Dipendenza Energetica e Infrastrutture L'Italia è storicamente un paese con una bassa produzione di energia da fonti domestiche, costretta a importare una grande quantità di risorse energetiche, specialmente gas naturale. Questo rende l'Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali e ai problemi di approvvigionamento, soprattutto in un contesto di crescente domanda globale e di turbolenze geopolitiche. Inoltre, le infrastrutture energetiche italiane, pur migliorate negli ultimi anni, scontano ancora una mancanza di investimenti adeguati rispetto a quelle di paesi come la Germania e la Francia, rendendo l'energia più costosa da distribuire e meno efficiente. b) Lentezza nella Transizione Energetica Sebbene l'Italia abbia avviato un'importante transizione verso le energie rinnovabili, come il fotovoltaico e l'eolico, il ritmo di sviluppo è ancora inferiore rispetto ad altri paesi europei. Questa lentezza è dovuta a vari fattori, tra cui una burocrazia complessa e frammentata, che rende difficile e dispendioso ottenere permessi per nuovi impianti, e a una rete elettrica non sempre adeguata a sostenere l'incremento delle fonti rinnovabili. In confronto, l'area scandinava ha investito massicciamente nelle rinnovabili, riuscendo così a mantenere i costi energetici bassi. c) Regolamentazioni e Tasse Un altro elemento di costo per l'energia in Italia è rappresentato dal peso delle imposte e delle accise, che sono tra le più elevate in Europa. Questi oneri fiscali incidono direttamente sul prezzo finale dell'energia, aggravando ulteriormente il costo per le imprese e i consumatori. La Germania, pur avendo un carico fiscale significativo, è riuscita a compensare grazie a un sistema più efficiente di incentivi e sovvenzioni, che in Italia ancora fatica a prendere piede in modo efficace e diffuso. Impatti sul Settore Manifatturiero Italiano L'elevato costo dell'energia ha un impatto devastante sulla competitività del settore manifatturiero italiano, che rappresenta una parte cruciale dell'economia nazionale. Le imprese italiane, soprattutto le piccole e medie, sono costrette a fare i conti con costi di produzione superiori rispetto ai concorrenti europei, limitando la capacità di competere sui prezzi e, in alcuni casi, minacciando la loro stessa sopravvivenza. Per settori energivori come quello siderurgico, chimico, plastico e della carta, l'incidenza del costo energetico sul totale dei costi di produzione è particolarmente elevata, con ripercussioni significative sull'intera catena di valore. Inoltre, le aziende italiane sono costrette a ridurre i margini di profitto o a trasferire parte dei costi sui consumatori finali, con il rischio di perdere quote di mercato, sia a livello domestico che internazionale. Questo svantaggio competitivo si ripercuote negativamente sull'occupazione e sull'indotto, minando la stabilità di un comparto che è stato tradizionalmente il cuore pulsante dell'economia italiana. Possibili Soluzioni e Strategie per un’Industria Competitiva a) Aumentare gli Investimenti nelle Energie Rinnovabili Per ridurre il gap con gli altri paesi europei, è essenziale che l'Italia acceleri la sua transizione energetica verso le fonti rinnovabili. Questo richiede non solo incentivi e finanziamenti per nuovi impianti, ma anche una semplificazione burocratica che renda più rapido e meno costoso l’iter di approvazione per le nuove installazioni. L’aumento della capacità di produzione da rinnovabili, in particolare in regioni con alto potenziale solare ed eolico, potrebbe ridurre sensibilmente la dipendenza energetica dall'estero e, conseguentemente, i costi di approvvigionamento. b) Efficientamento Energetico e Innovazione Tecnologica Un’altra strategia chiave per ridurre i costi energetici è investire nell’efficienza energetica delle industrie. Adottare tecnologie avanzate per la gestione e il monitoraggio dei consumi, come l'Internet of Things (IoT) e l’intelligenza artificiale, permette di ottimizzare l'uso dell'energia, riducendo gli sprechi e migliorando la sostenibilità dei processi produttivi. Alcune aziende italiane stanno già sperimentando questi approcci, ma è necessario un impegno più ampio e coordinato per ottenere risultati significativi. c) Politiche di Sostegno e Riforma delle Tasse È urgente che il governo italiano metta in atto politiche di sostegno concrete per le imprese energivore, riducendo il carico fiscale sull'energia e introducendo meccanismi di compensazione per i settori più colpiti. In questo senso, potrebbe essere utile ispirarsi a modelli di successo adottati da altri paesi europei, come la Germania, dove le industrie ad alta intensità energetica godono di agevolazioni fiscali e di sussidi mirati. Allo stesso tempo, una riforma delle tasse sull'energia potrebbe ridurre il peso sui consumatori e migliorare la competitività delle imprese. d) Promuovere la Collaborazione Europea L’Italia potrebbe beneficiare di una maggiore integrazione con il mercato energetico europeo, sfruttando accordi bilaterali e programmi di cooperazione per l’acquisto e la condivisione di energia a costi inferiori. Collaborare con altri paesi dell'Unione Europea, in particolare con quelli che hanno un surplus di energia rinnovabile, potrebbe rappresentare una soluzione temporanea per mitigare i costi e garantire una maggiore stabilità nell'approvvigionamento. Conclusione L'Italia si trova di fronte a una sfida importante: garantire un futuro sostenibile e competitivo per il proprio settore manifatturiero nonostante le attuali difficoltà legate al costo dell'energia. Le disparità nei prezzi energetici rispetto al resto d'Europa rappresentano un ostacolo significativo, ma non insormontabile. Con una strategia coordinata che coinvolga sia il settore pubblico che quello privato, investendo in rinnovabili, efficienza energetica e politiche di supporto mirate, l'Italia può superare questa crisi energetica e consolidare la propria posizione di leadership nel manifatturiero europeo. Il percorso non sarà facile, ma è una strada obbligata per garantire la competitività del paese e la sostenibilità del suo sviluppo industriale.© Riproduzione Vietata
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Formnext: Il Futuro della Manifattura Additiva (3D) Prende Vita a FrancoforteUna fiera globale dedicato alla stampa 3D e alle tecnologie che stanno rivoluzionando l’industriadi Marco ArezioFrancoforte, una delle capitali europee dell’innovazione, ospita ogni anno Formnext, la fiera internazionale dedicata alla manifattura additiva e alle tecnologie avanzate di produzione. Non si tratta solo di un’esposizione: Formnext è il luogo dove si disegna il futuro dell’industria, un punto d’incontro per aziende, professionisti e visionari provenienti da tutto il mondo. Ma cos’è che rende Formnext un evento così speciale? E perché dovreste considerare di partecipare come visitatori o espositori? Scopriamolo insieme. Un appuntamento per innovatori, visionari e leader di mercato Formnext è pensata per tutti coloro che vogliono essere protagonisti dell’evoluzione tecnologica. Qui si incontrano ingegneri, progettisti, manager e ricercatori, tutti accomunati dalla ricerca di soluzioni innovative per ottimizzare i processi produttivi. Non importa se siete una grande multinazionale del settore aerospaziale, una start-up del biomedicale o un artigiano digitale: la fiera offre un’opportunità unica per esplorare nuove tecnologie, scoprire materiali rivoluzionari e stringere collaborazioni strategiche. Tra i settori più rappresentati spiccano l’automotive, il settore aerospaziale, il medicale e persino l’industria della moda e della gioielleria. Questo rende Formnext una piattaforma estremamente versatile, capace di rispondere alle esigenze di un pubblico eterogeneo e internazionale. Un viaggio nel cuore della manifattura additiva Passeggiando tra i padiglioni di Formnext, si ha la sensazione di essere proiettati nel futuro. Le tecnologie esposte spaziano dalla stampa 3D industriale ai software di progettazione, dai materiali innovativi come metalli e polimeri avanzati ai sistemi di post-processing che perfezionano ogni dettaglio del prodotto finito. Ma Formnext non è solo esposizione: è anche formazione e confronto. I workshop e le conferenze ospitano esperti di fama mondiale, pronti a condividere conoscenze e anticipare i trend che guideranno il settore nei prossimi anni. Un focus particolare è dedicato alla sostenibilità, con soluzioni che puntano su materiali riciclati e processi a basso impatto ambientale. Un mercato globale al centro dell’innovazione Il valore di Formnext sta nella sua capacità di attirare aziende e operatori da ogni angolo del pianeta. Pur avendo il suo cuore in Europa, l’evento parla a un pubblico globale, coinvolgendo attivamente mercati emergenti in Asia, America e Medio Oriente. Questa dimensione internazionale non solo garantisce un’incredibile varietà di tecnologie e soluzioni, ma offre anche ai visitatori l’occasione di ampliare la propria rete di contatti e accedere a mercati altrimenti difficili da raggiungere. Perché visitare Formnext? Partecipare a Formnext come visitatore significa avere un accesso privilegiato alle ultime innovazioni nel campo della manifattura additiva. Potrete: - Toccare con mano le tecnologie più avanzate, grazie alle dimostrazioni dal vivo - Incontrare professionisti e aziende leader del settore, ampliando la vostra rete di contatti - Partecipare a conferenze e workshop che offrono spunti preziosi per rimanere al passo con le tendenze globali - Esplorare soluzioni eco-friendly che stanno rivoluzionando l’industria in chiave sostenibile Che siate curiosi di vedere come la stampa 3D possa trasformare la vostra azienda o semplicemente interessati a comprendere meglio le potenzialità di questa tecnologia, Formnext è il luogo ideale per ispirarvi. Espositori: il palcoscenico per distinguersi Essere presenti come espositori a Formnext significa entrare in contatto diretto con migliaia di professionisti altamente qualificati e motivati. È un’occasione unica per mostrare il vostro valore, concludere accordi commerciali e ottenere feedback immediato sui vostri prodotti e servizi. Inoltre, la visibilità internazionale garantita dall’evento vi aiuterà a posizionarvi come leader o innovatori in un mercato in continua evoluzione. Confronto con altre fiere del settore Formnext domina il panorama globale della manifattura additiva grazie alla sua ampiezza tematica e alla qualità degli espositori e dei visitatori. Tuttavia, altre fiere offrono alternative interessanti: AMUG Conference (USA) si concentra su workshop tecnici e formazione, ma manca dell’aspetto espositivo imponente di Formnext. TCT Asia è una piattaforma cruciale per il mercato asiatico, ma non offre la stessa portata internazionale. Fabtech (USA) include tecnologie additive, ma il suo focus principale rimane sulla lavorazione dei metalli. Nessuna di queste fiere, tuttavia, riesce a combinare innovazione, networking e dimensione globale come Formnext. Conclusione: perché non mancare Formnext non è semplicemente una fiera: è una finestra sul futuro della produzione industriale. Sia che vogliate scoprire le tecnologie più avanzate, entrare in contatto con i migliori professionisti del settore o posizionare la vostra azienda come leader di mercato, Francoforte vi offre un’opportunità unica. In un mondo in cui l’innovazione è la chiave per il successo, Formnext rappresenta il luogo dove ogni idea può trasformarsi in realtà.© Riproduzione Vietata
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Come Individuare il Limonene nelle Plastiche da Post ConsumoLa presenza dell’odore di limonene nei rifiuti plastici da post consumo ne limita l’uso e la qualitàCon l’incremento dell’uso delle plastiche da post consumo nella produzione di articoli, si è accentuato anche il problema dell’identificazione degli odori nei rifiuti da lavorare e, di conseguenza, nei granuli prodotti a seguito del riciclo. Se fino a pochi anni fa l’odore pungente e persistente nei prodotti realizzati con i polimeri da post consumo era relativamente tollerato, in quanto destinati ad oggetti con destinazioni limitate, oggi, l’uso massiccio di questi polimeri in sostituzione della materia prima vergine o da scarti post industriali, pone il problema dell’odore del prodotto finito. Come abbiamo già avuto modo di descrivere in diversi articoli presenti nel blog, sulla difficoltà di utilizzare i polimeri in plastica riciclata da post consumo, in presenza di odori fastidiosi, possiamo approfondire l’argomento parlando di come è possibile controllare la filiera della plastica per capire, sia la presenza che l’intensità dei composti chimici che danno origine agli odori sgradevoli. L’analisi può essere fatta sia dal punto di vista del cliente che acquista il polimero da post consumo per produrre gli oggetti che andrà a vendere, sia da quello del riciclatore che dovrà analizzare, quali partite di rifiuti e in che quantità, contengano le sostanze che danno origine agli odori. Prima di tutto possiamo dire che nel rifiuto plastico da post consumo sono presenti più di una sostanza chimica che da origine ad una serie di odori, ma che alcuni sono più pungenti e fastidiosi di altri. In particolare il limonene è largamente presente ed è di difficile eliminazione, nonostante il rifiuto plastico venga debitamente trattato con corretti impianti di lavaggio e adeguate procedure di riciclo. Infatti in fase di ricezione degli imballi di scarto, che sono venuti a contatto durante la loro vita di rifiuto con molti altri prodotti, nonché quelli alimentari, è importante avere la capacità di testare i flussi in entrata per capire l’incidenza delle sostanze che creeranno odore alla fine del processo di riciclo, in modo da poterle gestire con accurate miscelazioni di rifiuti che abbiano un basso tenere di queste sostanze odorose. Questi compounds si possono realizzare sulla base di dati analitici, non a sensazione, così da creare un flusso di materia prima che possa garantire, all’utilizzatore, una certezza della percentuale di odore contenuto nel granulo. Per quanto riguarda le aziende che utilizzano il polimero plastico da post consumo, è fondamentale stabilire il target di odore accettabile, con calcoli analitici, in modo da garantire ai propri clienti finali di acquistare un prodotto, realizzato con plastiche riciclare da post consumo, con un tasso di odore secondo parametri stabiliti, non in maniera empirica attraverso l’uso di testers che mettono a disposizione il proprio naso. Questo percorso di garanzia, a valle e a monte del processo, è possibile realizzarlo utilizzando una macchina da laboratorio che utilizza la gascromatografia a mobilità ionica, che permette di fare analisi rapide (15 minuti) e automatiche dei campioni di rifiuti o di granuli plastici o sui prodotti finiti. Un semplice inserimento del campione nelle provette e delle stesse nella macchina, permette un’analisi dettagliata della presenza dei composti chimici nel campione. In base al quadro grafico che la macchina restituisce si possono identificare con certezza la presenza e l’intensità dei componenti odorosi, prendendo le dovute azioni per modificare o accettare o rifiutare il prodotto. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - limonene - post consumo
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Classificazione dei Metalli Non Ferrosi secondo le Specifiche CECAUna guida per la gestione sostenibile dei metalli non ferrosidi Marco ArezioLa classificazione dei metalli non ferrosi è un aspetto fondamentale dell'economia circolare e della gestione sostenibile delle risorse. Comprendere come questi metalli vengono classificati, utilizzati e riciclati non solo aiuta le aziende a ottimizzare i processi produttivi, ma permette anche di ridurre significativamente l'impatto ambientale, favorendo una transizione verso un'economia più verde e responsabile. Questo articolo si concentra sulle specifiche CECA, uno standard che ha contribuito a definire le regole per la gestione dei metalli non ferrosi in Europa, evidenziando l'importanza di questa classificazione per il settore industriale e il mercato del riciclo. Esploreremo in dettaglio le diverse categorie di metalli non ferrosi, la loro provenienza e il motivo per cui vengono classificati in base a specifiche esigenze industriali. Con questa guida, puntiamo a fornire una comprensione approfondita del sistema CECA e del valore che esso aggiunge alla gestione delle risorse metalliche. Chi è la CECA La Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) è stata una delle prime istituzioni europee, nata nel 1951 con il Trattato di Parigi. Essa è stata fondata per coordinare la produzione di carbone e acciaio tra i paesi europei, al fine di stimolare la cooperazione economica e ridurre il rischio di conflitti armati tra le nazioni europee. Sebbene la CECA abbia cessato di esistere formalmente nel 2002, le specifiche tecniche da essa definite sono ancora utilizzate oggi per la classificazione dei materiali, in particolare dei metalli non ferrosi. Classificazione dei Metalli Non Ferrosi I metalli non ferrosi sono tutti quei metalli che non contengono una quantità significativa di ferro, come l'alluminio, il rame, lo zinco, il piombo, il nichel, il cobalto e altri metalli preziosi. Le specifiche CECA forniscono una chiara classificazione dei metalli non ferrosi allo scopo di standardizzare la qualità e facilitare le transazioni commerciali tra i vari attori della filiera del riciclo e dell'industria metallurgica. La classificazione dei metalli non ferrosi viene effettuata sulla base di diversi criteri, tra cui la purezza del materiale, la sua provenienza, e le caratteristiche fisiche e chimiche. L'obiettivo principale è assicurare che i metalli riciclati possano essere utilizzati in maniera efficace nei processi industriali, garantendo così la qualità e la coerenza delle materie prime secondarie. Le Varie Categorie di Metalli Non Ferrosi Le categorie dei metalli non ferrosi definite dalle specifiche CECA possono essere suddivise in varie tipologie, ognuna delle quali risponde a precise esigenze industriali. Qui di seguito presentiamo i principali codici e le loro caratteristiche: Alluminio Secondario (Codici CECA 1000-1099) Questa categoria comprende i rottami di alluminio che possono provenire da varie fonti, tra cui rottami domestici, rottami industriali o scarti di produzione. L'alluminio è classificato in diverse categorie in base al contenuto di impurità e alla provenienza. I rottami di alluminio più puri sono particolarmente richiesti per la produzione di nuovi prodotti in alluminio destinati a settori come l'automotive o il packaging. Codice 1001: Alluminio di elevata purezza, spesso utilizzato per applicazioni ad alta precisione. Codice 1005: Alluminio misto, proveniente da rottami domestici, adatto per applicazioni che non richiedono un'elevata purezza. Rame e Leghe di Rame (Codici CECA 2000-2099) Il rame è uno dei metalli non ferrosi più richiesti, grazie alle sue eccellenti proprietà di conduttività elettrica e termica. Le specifiche CECA classificano il rame in diverse categorie in base alla sua purezza e alla presenza di altri elementi legati, come zinco o stagno, per formare ottone o bronzo. I rottami di rame possono derivare da cavi elettrici dismessi, tubature idrauliche o altri dispositivi elettrici, e vengono classificati in funzione dell'utilizzo finale previsto. Codice 2001: Rame privo di impurità, proveniente da cavi elettrici. Codice 2003: Ottone, lega di rame e zinco, adatta per la produzione di componenti meccanici. Zinco e Piombo (Codici CECA 3000-3099) Lo zinco è spesso utilizzato per la galvanizzazione dell'acciaio, mentre il piombo è utilizzato in batterie e altri dispositivi specifici. Le specifiche CECA classificano questi metalli in base alla presenza di impurità e alla loro idoneità per ulteriori lavorazioni, come il riutilizzo nelle batterie o nei rivestimenti di protezione contro la corrosione. Codice 3001: Zinco puro destinato alla galvanizzazione. Codice 3005: Piombo per batterie, caratterizzato da un elevato grado di purezza per garantire la funzionalità delle celle elettrochimiche. Nichel e Cobalto (Codici CECA 4000-4099) Questi metalli sono ampiamente utilizzati nelle superleghe e in applicazioni ad alta tecnologia come le batterie ricaricabili. La classificazione CECA include sia metalli puri che leghe, che vengono valutati per il loro contenuto di elementi tossici o indesiderati. Codice 4001: Nichel elettrolitico, utilizzato per galvanizzazione e produzione di acciai speciali. Codice 4003: Lega di cobalto, ideale per applicazioni ad alta temperatura. Perché Viene Effettuata la Classificazione? La classificazione dei metalli non ferrosi non è un semplice esercizio di catalogazione: essa ha una funzione fondamentale per il buon funzionamento del mercato del riciclo e della produzione industriale. Standardizzando la qualità dei materiali, le specifiche CECA facilitano la compravendita dei rottami, consentendo a compratori e venditori di avere una base comune di riferimento che riduca il rischio di controversie e aumenti la fiducia reciproca. Inoltre, garantisce che i materiali riciclati possano essere utilizzati nei processi industriali con la stessa affidabilità delle materie prime vergini, riducendo così la dipendenza dalle risorse naturali. Provenienza dei Rottami I metalli non ferrosi possono provenire da diverse fonti, tra cui rottami industriali, scarti post-consumo e demolizioni. Ad esempio, le vecchie automobili, gli elettrodomestici, le costruzioni demolite e le linee elettriche dismesse sono tutte potenziali fonti di metalli non ferrosi da riciclare. La provenienza del rottame è cruciale per la sua classificazione, in quanto può influenzare la purezza del materiale e il tipo di lavorazione necessaria per il riutilizzo. Come e Perché Utilizzare Questa Classificazione Per le aziende che operano nel settore del riciclo dei metalli, la classificazione secondo le specifiche CECA rappresenta uno strumento essenziale per garantire la qualità dei materiali e massimizzare l'efficienza del processo produttivo. Utilizzare questa classificazione significa essere in grado di offrire ai propri clienti metalli riciclati di qualità certificata, rispondendo a specifiche esigenze industriali e contribuendo al contempo a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, per i produttori di metalli e per le fonderie, sapere esattamente che tipo di rottame si sta acquistando è fondamentale per ottimizzare il processo produttivo e garantire che il prodotto finale abbia le caratteristiche desiderate. La standardizzazione facilita anche il commercio internazionale dei metalli riciclati, riducendo le barriere tecniche e favorendo la transizione verso un'economia più circolare e sostenibile. Conclusione La classificazione dei metalli non ferrosi secondo le specifiche CECA rappresenta un elemento chiave per garantire la qualità e l'efficienza nel settore del riciclo dei materiali. Comprendere questa classificazione è fondamentale per tutti gli attori della filiera, dai riciclatori ai produttori, fino ai consumatori finali. L'utilizzo di standard riconosciuti come quelli CECA permette di ottimizzare l'uso delle risorse, ridurre lo spreco e favorire lo sviluppo di un'economia più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Le Auto Elettriche Faranno Ripartire l’Automotive?Auto elettriche, quali scegliere: Full Eletric, Plug-in Hybrid, Full Hybrid o Mild HybridMentre l’industria automobilistica ha vissuto, probabilmente, il peggior bimestre della sua storia, c’è molta curiosità tra gli operatori, alla riapertura, per capire se il consumatore continuerà a preferire un mezzo elettrico rispetto ad una motorizzazione tradizionale. La catarsi Aritotelica che stiamo vivendo a seguito del Corona virus e del conseguente lockdown globalizzato, ci ha permesso probabilmente, di fare il punto sui grandi temi che assillano il nostro mondo e poter partecipare, attraverso le nostre azioni quotidiane, alla creazione di una più efficace sostenibilità ambientale. Il mondo della mobilità, secondo i dati diffusi a metà del 2019 dall’organizzazione internazionale indipendente Transport&Environment, prevedeva per il biennio 2020-2021, una definitiva svolta del mercato delle auto elettriche. Le case automobilistiche si erano definitivamente indirizzate nel canale della mobilità elettrica impegnandosi, non solo nella progettazione e riconversione delle fabbriche, ma anche nell’acquisto o nelle joint-venture con società specializzate nella produzione di batterie moderne, ed anche nella filiera mineraria per l’estrazione delle materie prime. Se guardiamo la consistente offerta dei modelli elettrici che sono arrivati sul mercato tra il 2018 e il 2020, possiamo notare quale importanza i costruttori di auto stiano dando al settore. Infatti, se nel 2018 i modelli in produzione in Europa erano circa 60, le previsioni per il 2020 sono di passare a 176, nel 2021 a 214 e nel 2025 a 333. Ma il favore dei consumatori verso la mobilità elettrica sarà confermata dopo il lockdown? Si presume che il settore abbia preso una strada irreversibile, dalla quale non ci sia intenzione e possibilità di fare marcia indietro, anche perché i consumatori sono sempre più attenti alla riduzione dell’inquinamento atmosferico nelle loro città e ad un uso più ecologico dei mezzi di trasporto per i viaggi di medio raggio, quelli compresi tra 200 e 700 km. Il ruolo della macchina, da usare sulle medie percorrenze, non gode più quell’appeal che aveva prima, non solo per la questione del rapporto tra gli inquinanti emessi dalle auto per km. percorso rispetto al treno, ma anche per una nuova vivibilità durante il viaggio, in cui l’utente, sul treno, può riposare o lavorare come fosse in ufficio. L’auto elettrica, nell’ambito della fascia 1-200 km. resterà probabilmente il mezzo di trasporto meno inquinante in rapporto alla libertà di spostamento individuale. Ma come scegliere la nuova auto tra le proposte del mercato: Full Eletric, Full Hybrid, Plug-in Hybrid o Mild Hybrid ? Vediamo le differenze tra le varie motorizzazioni: Full Eletric: è un’auto la cui trazione avviene esclusivamente tramite un motore elettrico alimentato da una batteria ricaricabile tramite una sorgente esterna, domestica, wallbox o tramite una colonnina stradale. Non emettono CO2, hanno bisogno di una manutenzione molto limitata e non usano in nessun caso carburante fossile. Full Hybrid: sono veicoli che hanno un buon compromesso tra impatto ambientale, alta percorrenza kilometrica e consumi. Sono caratterizzate dall’installazione di due motori, uno elettrico e uno termico (a gasolio o a benzina), che convivono durante l’uso della vettura. Quando la macchina è in marcia, la ricarica delle batterie avviene attraverso il motore termico e le decelerazioni del veicolo. Normalmente si usa in modalità elettrica durante le basse percorrenze, come i circuiti cittadini o manualmente in altre circostanze. Plug-in Hybrid: sono auto di concezione simile alle Full Hybrid ma che hanno il vantaggio di poter essere ricaricate utilizzando anche una fonte di energia esterna attraverso un cavo.Mild Hybrid: sono veicoli dotati di un motore elettrico di potenza ridotta rispetto alle altre tre categorie che abbiamo visto, che entra in funzione solo in alcune circostanze, come l’accensione o la marcia a bassa velocità. Pur rientrando nella categoria dei motori ibridi ed essendo una soluzione più economica rispetto alle altre tipologia di trazione, è quella che però ha una minore efficacia in termini di consumi e sostenibilità.
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Rischi ambientali : come si muove la finanzaLa correlazione tra i rischi finanziari e i rischi ambientali visti dagli operatori bancari internazionali di Marco ArezioI problemi dell’ambiente e i relativi rischi ambientali, non sono, oggi, solo appannaggio di un gruppo sempre più ampio di giovani che manifestano nelle piazze e non sono solo occasione per il cosiddetto “green washing”, l’utilizzo a volte a sproposito dell’etichetta green sui prodotti da parte delle aziende, ma sono entrati prepotentemente nelle camere ovattate della finanza che conta. La questione del clima è diventata un problema di rischio finanziario, che coinvolge gli istituti bancari e il sistema finanziario internazionale, i quali dovranno confrontarsi con un nemico subdolo e potente. Non esiste un solo rischio ambientale, ma diversi elementi che potrebbero concatenarsi creando una problematica di difficile gestione a livello finanziario, tale per cui si potrebbero mettere in crisi i capitali in circolazione. I rischi ambientali che destano maggiore attenzione da parte delle istituzioni finanziarie possono essere elencati in: Incremento di gas serra Incremento delle precipitazioni Incremento delle siccità I rischi connessi a queste problematiche dipendono dal loro manifestarsi e dalla violenza con cui si presentano nelle aree geografiche del pianeta, ma si traducono in costi di vite umane, distruzione delle infrastrutture pubbliche e private, perdita di produttività con danni alla crescita economica e innalzamento dei prezzi dei beni primari. Questi costi incideranno direttamente sui valori degli assets, con un deterioramento della capacità delle imprese e delle famiglie di onorare i debiti e una riduzione del valore delle garanzie. Alle banche è affidato il compito di indirizzare i flussi finanziari verso attività che indirettamente riducano il rischio stesso e quindi verso iniziative di sostenibilità ambientale che possano mitigare gli effetti che causano i cambiamenti climatici. Questi finanziamenti sono necessari per la stabilità stesse delle banche. L’Europa avrebbe bisogno, per aggiornare le reti energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, delle risorse idriche, per modernizzare la rete dei trasporti e della logistica, di 270 miliardi di euro all’anno, cifre enormi che dovranno essere trovate perchè non ci sono alternative alla strada della sostenibilità ambientale. La maggior preoccupazione delle banche e degli investitori finanziari è il rischio nel deterioramento dei propri crediti e il valore dei loro attivi in relazione ai fattori climatici, che non sono di per sè rischi nuovi, ma che stanno diventando di proporzioni tali che potrebbero destabilizzare il ritorno finanziario delle operazioni. La comunità internazionale dal punto di vista politico si sta muovendo in ordine sparso, con diversi approcci tra gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, la Russia, l’India, per citarne qualcuno, ma alla fine saranno le istituzioni finanziarie che influenzeranno le scelte di transizione energetica e di sostenibilità ambientale. In questo momento, però, non tutte le banche hanno compreso in pieno quale sia la strada corretta per l’elargizione dei capitali sul mercato industriale e quale ricadute si avranno, anche in termini di rischio sulle operazioni, rimanendo immobili sugli assets in portafoglio. Si possono vedere, per esempio, negli Stati Uniti, paese gestito da una politica ultra negazionista in termini ambientali, che i movimenti ambientalisti stanno manifestando contro banche, quali la JP Morgan, la Well Fargo, la Bank of America, le quali continuano a sostenere finanziariamente le società impegnate nell’estrazione e raffinazione del petrolio. Ma ci sono anche fondi di investimento internazionali, come il BlackRock, il più grande del mondo, che ha capito velocemente dove indirizzare il timone dei propri investimenti e, attraverso il presidente Larry Find, ha ribadito ai propri clienti e agli amministratori delegati delle società in cui il fondo è posizionato, che premierà le imprese e i progetti legati alla sostenibilità. Secondo Find, non solo i governi, ma anche le istituzioni finanziarie e le imprese potranno essere travolte se non si adotteranno misure efficaci a favore dell’ambiente. Quella di BlackRock non è una raccomandazione o un consiglio, ma una forte e univoca decisione che si potrebbe concretizzare attraverso l’opposizione nei consigli di amministrazione o la sfiducia a managers che non adotteranno misure concrete in fatto di sostenibilità climatica. Find vede il rischio ambientale colpire direttamente la solvibilità dei mutui, specialmente quelli sulla casa, sull’inflazione, se dovessero impennarsi i prezzi dei generi primari, sul rallentamento della crescita dei paesi emergenti e quindi a cascata su quella mondiale, causata della riduzione della produzione per l’aumento delle temperature.
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Lana di legno riciclata per il packaging: innovazione sostenibile per imballaggi ecologiciScopri cos’è la lana di legno riciclata, come si produce, i vantaggi nel packaging e le opportunità per un’economia circolare più responsabiledi Marco ArezioLa lana di legno riciclata rappresenta una delle soluzioni più innovative, versatili e sostenibili per il packaging moderno. In un mondo in cui la pressione per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi cresce di giorno in giorno, la ricerca di materiali alternativi ai classici riempimenti plastici e sintetici ha portato al recupero e alla valorizzazione di fibre di legno, spesso derivanti da scarti dell’industria della lavorazione del legno o da filiere certificate di gestione responsabile delle foreste. Vediamo come nasce la lana di legno riciclata, quali sono i suoi impieghi nel settore degli imballaggi e perché si distingue come alleato dell’economia circolare.Che cos’è la lana di legno riciclataLa lana di legno è un materiale fibroso, leggero e resiliente, costituito da sottili strisce di legno naturale lavorate fino a ottenere filamenti dalla consistenza soffice e dalla sorprendente capacità ammortizzante. Quando parliamo di lana di legno riciclata, ci riferiamo a un prodotto che nasce prevalentemente dal recupero di scarti di lavorazione: tavole, trucioli, ramaglie e residui che, invece di essere avviati a smaltimento, vengono valorizzati come risorsa per nuovi cicli produttivi.Il risultato è un materiale che, a differenza di molti riempimenti sintetici, non solo garantisce protezione agli oggetti confezionati ma anche una forte componente ecologica, legata al concetto di upcycling e all’allungamento della vita utile del legno.Da dove viene la lana di legno riciclataLe materie prime impiegate per ottenere lana di legno riciclata provengono da foreste gestite responsabilmente, da filiere di recupero di legname urbano o da residui industriali della lavorazione del legno destinato ad altri usi (mobili, edilizia, pannelli, ecc.). Questo approccio permette di abbattere l’utilizzo di risorse vergini, riducendo drasticamente l’impatto ambientale del packaging.Il processo di selezione delle materie prime è fondamentale per garantire la qualità finale del prodotto: si prediligono legni teneri come abete, pioppo o pino, privi di trattamenti chimici dannosi e facilmente lavorabili. Il controllo delle fonti e della tracciabilità è uno degli aspetti che qualificano la lana di legno riciclata rispetto ad altri riempimenti generici.Come si produce la lana di legno riciclataLa produzione della lana di legno riciclata si basa su una lavorazione meccanica a basso impatto ambientale. Gli scarti e i residui di legno vengono prima selezionati e, se necessario, sottoposti a processi di pulizia e rimozione di corpi estranei. Successivamente, il materiale viene passato attraverso macchinari appositi che, mediante taglio e sfibratura, trasformano il legno in filamenti sottili e morbidi.Questi filamenti vengono poi essiccati per eliminare l’umidità residua e confezionati in balle o sacchi, pronti per l’uso nei diversi ambiti del packaging. L’intero processo evita l’impiego di colle, additivi o sostanze tossiche: la lana di legno riciclata resta così un prodotto interamente naturale, compostabile e biodegradabile.Utilizzi nel packaging e vantaggi tecniciNel settore del packaging, la lana di legno riciclata si è ritagliata un ruolo di primo piano come materiale da riempimento, protezione e presentazione. La sua struttura elastica la rende ideale per ammortizzare urti, vibrazioni e movimenti durante il trasporto, proteggendo efficacemente oggetti fragili, bottiglie, prodotti artigianali e alimentari.Rispetto ai classici materiali sintetici come polistirolo, pluriball o chips in plastica, la lana di legno offre vantaggi sia funzionali che ambientali. È antistatica, non lascia residui, non emette sostanze nocive ed è particolarmente apprezzata per l’estetica naturale, che valorizza il packaging di prodotti di pregio o di filiera sostenibile. Inoltre, la sua capacità di assorbire umidità contribuisce a mantenere stabile il microclima interno all’imballo, riducendo rischi di condensa o muffe.Riciclo, fine vita e economia circolareUno dei punti di forza della lana di legno riciclata è la sua perfetta integrazione nei principi dell’economia circolare. Dopo l’uso, infatti, il materiale può essere facilmente riutilizzato come riempimento per altre spedizioni, impiegato come pacciamatura per il giardinaggio o conferito nella raccolta dell’umido, essendo totalmente compostabile. In alternativa, può essere avviato a processi di riciclo per la produzione di nuovi materiali per l’edilizia leggera o il settore agricolo.Questa circolarità rappresenta un valore aggiunto rispetto ai riempimenti plastici, spesso difficilmente riciclabili o destinati a inquinare gli ecosistemi per secoli.Confronto con altri riempimenti per imballaggiSe confrontata con soluzioni tradizionali come polistirolo, gommapiuma o plastica espansa, la lana di legno riciclata emerge per diverse ragioni:- Sostenibilità ambientale: deriva da scarti, riduce i rifiuti e si reintegra nei cicli naturali- Salubrità: non contiene sostanze chimiche e non rilascia microplastiche- Estetica e percezione: dona un’immagine naturale, artigianale e di qualità al packaging- Versatilità d’uso: adatta a molteplici settori, dall’alimentare al vinicolo, dal cosmetico all’artigianato- Compostabilità e riutilizzo: può essere impiegata più volte e smaltita senza impattiConclusioniLa lana di legno riciclata rappresenta oggi una scelta di valore per tutte quelle aziende che desiderano conciliare qualità, protezione e responsabilità ambientale nel proprio packaging. Investire in materiali riciclati e riciclabili come la lana di legno significa aderire concretamente ai principi della sostenibilità e dell’economia circolare, contribuendo a ridurre la dipendenza dai materiali plastici e a promuovere filiere produttive più etiche e trasparenti.Scegliere la lana di legno riciclata per i propri imballaggi non è soltanto una decisione tecnica, ma anche un messaggio di attenzione verso il pianeta e verso i consumatori sempre più sensibili al valore dell’ecologia nei processi produttivi.© Riproduzione Vietata
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Amalficore: l’Arte di Vivere la Dolce Vita Italiana nella Propria CasaScopri come portare il lifestyle Amalficore nei tuoi spazi: tra lentezza, convivialità, design mediterraneo e sostenibilitàdi Orizio LucaIl nuovo lifestyle tra lentezza, natura, convivialità e sostenibilità. C’è una nuova parola che aleggia tra le pagine dei magazine di interior e le bacheche dei social network: Amalficore. Più di una semplice tendenza estetica, Amalficore racchiude un vero e proprio stile di vita ispirato ai borghi della Costiera Amalfitana, ai loro ritmi rilassati, ai colori della natura, alla cucina fatta di ingredienti semplici, ai riti quotidiani condivisi. Una risposta chiara e alternativa allo stress urbano e digitale che caratterizza la vita contemporanea: scegliere Amalficore significa scegliere la lentezza, la qualità e l’armonia, valorizzando la convivialità e l’essenzialità. Dalla Costiera Amalfitana al mondo: il manifesto di Amalficore Se il “core” del trend si ispira ai piccoli paesi affacciati sul mare azzurro della Campania, l’idea di fondo di Amalficore è universale. In un’epoca dominata da velocità, ansia da prestazione, riunioni virtuali e spazi sempre più ridotti al minimo, cresce il bisogno di riscoprire la bellezza delle cose semplici e genuine. La casa, in questa prospettiva, torna ad essere il luogo centrale dell’esperienza personale: non solo uno spazio abitativo, ma un nido dove riscoprire la calma, la gioia di preparare un pasto con ingredienti locali, la serenità di prendersi il proprio tempo per gustare un caffè in terrazza o coltivare un piccolo orto urbano. Gli elementi chiave di Amalficore: tra design mediterraneo ed ecologia Lo stile Amalficore parte da un’estetica precisa: ambienti luminosi, colori chiari e caldi, tessuti naturali, arredi in legno e ceramiche artigianali. Ogni scelta di design è volta a creare un’atmosfera di accoglienza, semplicità e autenticità. Il bianco delle pareti si sposa con le sfumature del blu mare e del verde delle piante mediterranee; le finestre si aprono su scorci di natura e i profumi di limone, basilico e rosmarino avvolgono gli spazi. Questa scelta estetica non è solo una questione di stile: Amalficore valorizza la sostenibilità, scegliendo materiali locali, prodotti artigianali, oggetti riutilizzabili e filiere corte. L’approccio è quello della slow life, che si riflette anche nelle pratiche quotidiane: cucinare piatti tradizionali, consumare meno ma meglio, ridurre lo spreco, rispettare l’ambiente e i cicli della natura. Convivialità e rituali quotidiani: la lentezza come valore Alla base di Amalficore c’è un’idea semplice ma rivoluzionaria: prendersi il proprio tempo. Le giornate scorrono seguendo piccoli riti che scandiscono la routine: la colazione lenta, il pranzo preparato insieme, la cena in giardino con amici, la passeggiata al tramonto, la cura delle piante sul balcone. Sono questi gesti a riportare l’attenzione sul presente, sulla qualità del tempo condiviso, sul piacere della compagnia e del dialogo. Lontano dalla frenesia delle metropoli, Amalficore rivaluta la socialità autentica, la conversazione a tavola, il piacere di gustare piatti della tradizione con ingredienti di stagione e a km zero. La tavola diventa il luogo del racconto, dell’ascolto e dell’accoglienza, mentre la cucina, anche la più piccola, si trasforma in laboratorio di creatività e di memoria. Slow living tra natura e benessere La dimensione naturale è fondamentale nello stile Amalficore: che si viva in città o in campagna, la connessione con l’ambiente circostante viene coltivata ogni giorno. Un terrazzo, un balcone o anche solo una finestra piena di vasi aromatici diventano simboli di un nuovo rapporto con il verde e la stagionalità. Riscoprire la lentezza significa anche prendersi cura di sé: camminare all’aperto, dedicarsi a hobby manuali, leggere un libro al sole, meditare o semplicemente ascoltare la pioggia fuori dalla finestra. Amalficore suggerisce di rallentare, di non farsi travolgere dalla pressione del multitasking, ma di cercare la bellezza nelle piccole cose. Design mediterraneo: materiali, colori e ispirazioni I materiali protagonisti dello stile Amalficore sono il legno chiaro, il cotone e il lino, la ceramica dipinta a mano, la pietra e il ferro battuto. Gli ambienti sono arredati con pezzi autentici, spesso realizzati da artigiani locali o scelti tra gli oggetti della memoria familiare. I colori riprendono la palette della natura mediterranea: il bianco della calce, il blu del mare, il giallo dei limoni, il verde delle foglie, il terracotta dei vasi, il beige della sabbia. Gli oggetti decorativi hanno una funzione emotiva oltre che estetica: ricordano un viaggio, un momento felice, una ricetta tramandata.ACQUISTA IL LIBRO Un’estetica che promuove la sostenibilità Amalficore è anche attenzione alla sostenibilità: si preferiscono prodotti a basso impatto, tessuti biologici, mobili restaurati o realizzati con materiali riciclati, elettrodomestici efficienti dal punto di vista energetico. Il consumo viene ripensato in chiave slow e circolare: meglio pochi oggetti, ma scelti con cura, che riempire gli spazi di cose inutili. Il riutilizzo, il riciclo e la valorizzazione del fatto a mano sono i cardini di questo nuovo approccio. Come portare Amalficore a casa propria Adottare lo stile Amalficore non significa solo cambiare arredamento, ma ripensare le proprie abitudini e ritmi quotidiani. Significa scegliere di rallentare, di vivere la casa come un rifugio accogliente e personale, di coltivare la convivialità e il rispetto per l’ambiente. Basta poco: un tavolo apparecchiato con una tovaglia di lino, qualche pianta aromatica sul davanzale, una selezione di ingredienti genuini nella dispensa, una playlist di musica italiana in sottofondo, il profumo del pane appena sfornato. In questo modo, la casa diventa il cuore della Dolce Vita contemporanea: un luogo in cui sentirsi bene, riconnettersi con se stessi e con gli altri, riscoprire la bellezza delle cose semplici e il valore del tempo che scorre lentamente. Amalficore è più di una moda: è un invito a riscrivere il proprio tempo e i propri spazi seguendo il ritmo della natura e il calore della convivialità mediterranea. © Riproduzione Vietata
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Cambio di Proprietà della Comunity My Solar FamilyNell'ambito delle fonti rinnovabili, in particolare quella solare, si è sviluppata a partire dal 2014 una comunity che raggruppa migliaia di iscritti e che oggi, come comunicato da ENI, viene acquisita al 100%Evolvere, società controllata da Eni gas e luce e leader nel settore della generazione distribuita da fonti rinnovabili in Italia, ha acquisito il 100% di PV Family, innovativa startup nel mondo del fotovoltaico che gestisce My Solar Family, la più grande community digitale di prosumer in Italia con oltre 80mila iscritti. La collaborazione tra le due aziende nasce nel 2018 con l’ingresso di Evolvere nel capitale di PV Family come socio di minoranza per apportare le risorse finanziarie necessarie allo sviluppo della startup. L’acquisizione del 100% del capitale ha l’obiettivo di combinare l’offerta di Evolvere e i servizi di community digitale di My Solar Family, in un contesto di mercato che vede affermarsi la diffusione di un nuovo modello energetico, in cui il consumatore diventa anche un produttore di energia, ovvero prosumer. Nata nel 2014, My Solar Family è una piattaforma digitale semplice e intuitiva, che permette alle persone della Community di acquisire maggiore consapevolezza del potenziale e delle prestazioni del proprio impianto fotovoltaico e tenere allo stesso tempo sotto controllo gli incentivi ricevuti o il contributo per lo scambio sul posto dell’energia. Grazie all’integrazione con l’offerta di Evolvere, gli iscritti alla Community potranno avere un’analisi dettagliata e in tempo reale della produzione e dei consumi del proprio impianto, ma anche aggiungere un sistema di accumulo per massimizzare l’autoconsumo, e fare così scelte sostenibili a livello economico e ambientale. Con questa acquisizione Evolvere conferma la propria leadership nella generazione distribuita da fonti rinnovabili in Italia e promuove la diffusione di un nuovo modello energetico, decentralizzato e sostenibile per l’ambiente, che contribuisce alla transizione energetica in corso.Vedi maggiori informazioni sulla produzione di energia attraverso il solare
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Aerogel: La Rivoluzione dell’Isolamento Termico dal 1931 a OggiDall’invenzione di Samuel Kistler alle sfide della sostenibilità: storia, proprietà e futuro di un materiale sorprendentedi Marco Arezio Quando Samuel Stephens Kistler, negli anni Trenta del secolo scorso, attraversava la porta del suo laboratorio in California, probabilmente non sapeva che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia dei materiali. Eppure, tra provette e sostanze dal comportamento curioso, nacque un’invenzione che ancora oggi sembra appartenere più al mondo della fantascienza che a quello della scienza applicata: l’aerogel. Le origini dell’aerogel: una sfida di amicizia e scienza La nascita dell’aerogel fu tutt’altro che programmata. Si racconta che tutto sia iniziato con una sfida amichevole tra chimici: “Si può togliere il liquido da un gel lasciando intatta la struttura solida?” Una domanda semplice solo in apparenza, che nascondeva una complessità tecnica enorme. I gel erano ben noti: materiali molli, costituiti da una struttura solida che trattiene grandi quantità di liquido. Ma come fare a sostituire quel liquido con l’aria, senza che il fragile reticolo crollasse su sé stesso? Samuel Kistler non si fece spaventare dalla difficoltà. Sperimentò a lungo, tra successi e battute d’arresto, finché riuscì a individuare la soluzione: bisognava portare il liquido allo stato supercritico, cioè in una condizione di temperatura e pressione dove non esiste più distinzione tra fase liquida e gassosa. Così, rimuovendo il liquido in modo “dolce”, la struttura del gel poteva sopravvivere intatta, lasciando spazio all’aria. Era nato l’aerogel. Il risultato fu talmente sorprendente che Kistler ne pubblicò subito la scoperta su Nature, nel 1931, dando il via a una nuova era nella scienza dei materiali. Cos’è l’aerogel: una struttura tra il solido e il vuoto A osservare l’aerogel per la prima volta, chiunque rimane colpito dalla sua leggerezza e dal suo aspetto quasi irreale. Soprannominato “fumo solido”, l’aerogel si presenta come un materiale apparentemente fragile, traslucido e leggerissimo. Eppure, la sua forza sta proprio nella microstruttura: una rete tridimensionale di filamenti di silice (o di altri materiali), intervallati da spazi vuoti che trattengono l’aria. Questa combinazione conferisce all’aerogel una porosità estrema – oltre il 90%, a volte fino al 99,8% – che lo rende uno degli isolanti più efficaci conosciuti. La densità è così bassa che si ha quasi la sensazione di tenere un pezzo di nuvola tra le mani. E proprio grazie a questa straordinaria struttura, l’aerogel riesce a bloccare il passaggio del calore come pochi altri materiali. Come si produce l’aerogel: la magia dell’essiccazione supercritica La produzione dell’aerogel non è un processo immediato, ma un’arte chimica che richiede precisione e controllo. Si parte da un gel, generalmente di silice, formato mescolando sostanze che reagiscono tra loro fino a formare una matrice solida immersa in un solvente. A questo punto si deve rimuovere il liquido senza far collassare la struttura: qui entra in gioco l’essiccazione supercritica. Portando il sistema a temperatura e pressione elevate, si raggiunge quello stato particolare in cui il liquido si comporta sia come un gas che come un liquido. Solo in queste condizioni si può estrarre il solvente senza creare forze di superficie che distruggerebbero la struttura. Alla fine di questo percorso, quello che rimane è la delicatissima impalcatura dell’aerogel, composta quasi totalmente da aria, ma solida e stabile al tatto. Nel tempo, il processo si è perfezionato. Dalle prime, laboriose produzioni di laboratorio, si è passati a metodi industriali più affidabili, con la possibilità di realizzare pannelli, feltri rinforzati e inserti utilizzabili in molti settori, dall’edilizia all’aerospazio. Vantaggi tecnici dell’aerogel rispetto agli isolanti tradizionali Il vero segreto dell’aerogel risiede nelle sue proprietà uniche. La prima, e più evidente, è l’incredibile isolamento termico: nessun altro materiale consente di bloccare il passaggio del calore con spessori così ridotti. Questo si traduce in applicazioni dove ogni centimetro conta, come nell’isolamento delle finestre, nei rivestimenti di tubazioni o nelle tute per gli astronauti. Ma i vantaggi non si fermano qui. L’aerogel è anche leggerissimo – si dice che alcuni tipi possano poggiare su un filo d’erba senza piegarlo – e resistente al fuoco, poiché la silice non è infiammabile. È inoltre stabile chimicamente e duraturo nel tempo, senza subire degradazioni significative come capita a certi isolanti polimerici o minerali. Certo, l’aerogel ha anche qualche limite: è fragile se non rinforzato, e ancora oggi il suo costo è superiore agli isolanti tradizionali. Tuttavia, il continuo miglioramento dei processi produttivi e la possibilità di realizzare versioni rinforzate ne stanno ampliando il mercato. Sostenibilità dell’aerogel: un materiale per il futuro “verde” Se oggi si parla tanto di edilizia sostenibile, risparmio energetico e materiali green, l’aerogel non può che rappresentare un punto di riferimento. La sua durata è elevatissima: un edificio isolato con aerogel mantiene le prestazioni per decenni, senza bisogno di interventi frequenti. In più, la sua natura inorganica lo rende sicuro: non rilascia microfibre nocive né sostanze tossiche, al contrario di altri isolanti minerali. Dal punto di vista ambientale, l’impatto più rilevante si trova nella fase di produzione, che richiede energia e solventi. Tuttavia, il risparmio energetico garantito in fase di esercizio (pensiamo al riscaldamento o al raffrescamento di edifici) compensa ampiamente l’investimento iniziale, contribuendo alla riduzione delle emissioni di CO₂. Inoltre, molte nuove ricerche si concentrano su metodi di produzione sempre più ecologici e sulla possibilità di riciclare gli scarti. Conclusioni L’invenzione dell’aerogel, figlia della curiosità e del genio di Samuel Kistler, ha dimostrato come una semplice domanda possa aprire la strada a rivoluzioni inattese. Oggi, quasi un secolo dopo, l’aerogel resta uno dei materiali più affascinanti e promettenti, capace di combinare leggerezza, trasparenza e isolamento in una sola soluzione. E mentre la scienza continua a esplorare nuovi modi per produrlo, rafforzarlo e integrarlo nella vita di tutti i giorni, l’aerogel si conferma protagonista della ricerca verso un futuro più efficiente e sostenibile. © Riproduzione Vietata
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Il Comportamento Termo-Meccanico dei Polimeri ReticolatiCome l’impatto delle temperature può influire sui valori prestazionali dei polimeri altamente reticolati di Marco ArezioNel campo dei polimeri plastici esistono quelli classificabili come reticolati e quelli definiti lineari o ramificati, i quali esprimono differenze sostanziali nella distribuzione e nel collegamento tra i punti delle molecole. Si può quindi definire un polimero “reticolato” se esistono due o più linee che collegano due punti qualsiasi della sua molecola, mentre si può definire un polimero “lineare” o “ramificato” se non esistono catene laterali intestate in due o più punti. La caratteristica delle catene reticolate è che sono unite tra loro da legami covalenti, aventi un'energia di legame pari a quella degli atomi sulle catene e non sono perciò indipendenti le une dalle altre. Per questo motivo un polimero reticolato è generalmente una plastica rigida, che a seguito di un’azione di riscaldamento, si decompone o brucia, anziché rammollirsi e fondere come un polimero lineare o ramificato. Infatti, mentre un elastomero, soggetto ad una normale temperatura ambiente esprime il punto di rammollimento, i polimeri reticolati rimangono rigidi in condizioni termiche ambientali, ma anche a temperature superiori, fino a giungere un livello termico che causa la sua degradazione. Di conseguenza, se si sottopone un polimero reticolato a temperature superiori ai 200 °C, è facile che si crei il fenomeno di degradazione che rende il polimero difficilmente utilizzabile, nello stesso tempo, si è notato che l’aggiunta di cariche migliora la resistenza termica del compound. L’influenza della temperatura agisce facilmente sui polimeri lineari, ma non trova grande riscontro su quelli reticolati, questo a causa della fitta reticolazione che caratterizza la struttura polimerica che impedisce qualunque movimento molecolare che possa coinvolgere grandi deformazioni. A temperatura elevata, i polimeri densamente reticolati possono accennare a mostrare fenomeni viscoelastici ma, allo stesso tempo si manifestano reazioni chimiche, che alterano la struttura del materiale. Il motivo per cui spesso si creano legami reticolati è che i polimeri lineari non sono abbastanza resistenti per alcune applicazioni che richiedono una speciale robustezza, o una grande elasticità. In questi casi vengono creati dei legami incrociati tra le catene per ottenere polimeri reticolati più forti, ma che non sono più rimodellabili per fusione. Per quanto riguarda i comportamenti meccanici di un polimero densamente reticolato, come può essere le resine fenoliche, questi avranno delle reazioni differenti ed opposte, per esempio, rispetto agli elastomeri. Il diagramma sforzo-deformazione a trazione dei polimeri densamente reticolati indica, quindi, sempre un comportamento fragile, con piccoli allungamenti a rottura e alti carichi a rottura. In realtà bisogna anche considerare che i polimeri densamente reticolati che sono in commercio, possono contenere anche quantità di cariche di varia tipologia, come la cellulosa, i cascami di cotone, la farina di legno, la fibra di vetro e molte altre, per cui lo studio del comportamento meccanico non è sempre di facile intuizione.
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Aumento dell'Esportazione di Materiali Riciclabili dall'UE nel 2023Eurostat Rivela i Dati 2023 sull'Import-Export di Rifiuti e Sottoprodotti: La Germania Leader nell'Export di Plastiche Riciclabili di Marco ArezioEurostat ha recentemente pubblicato i dati del 2023 riguardanti l'import-export di rifiuti, scarti e sottoprodotti tra l'Unione Europea e i paesi extraeuropei, evidenziando un significativo aumento delle esportazioni di materiali potenzialmente riciclabili.Un Decennio di Crescita dell'Export Secondo il rapporto di Eurostat, le esportazioni di materiali riciclabili dall'UE hanno continuato a crescere nel 2023, raggiungendo quasi le stesse quantità delle importazioni. L'anno scorso, l'export ha toccato quota 39,3 milioni di tonnellate, segnando un incremento del 74% rispetto a dieci anni fa. Contrariamente, le importazioni di questi materiali nell'UE sono rimaste sostanzialmente stabili, attestandosi a 39,8 milioni di tonnellate, con un leggero calo dell'8,6% rispetto al 2004.Composizione delle Esportazioni I metalli rappresentano la maggior parte dei materiali esportati, con 21 milioni di tonnellate (pari al 54% del totale). Seguono carta e cartone con 7 milioni di tonnellate (18%), materiali organici di origine animale o vegetale con 4,5 milioni di tonnellate (11%). Al quinto posto si trovano i materiali plastici, con circa 1,3 milioni di tonnellate, preceduti dai tessili.Esportazione di Plastiche Riciclabili: I Paesi Leader Analizzando l'export di plastiche riciclabili, la Germania si posiziona al primo posto con 312.000 tonnellate. Seguono i Paesi Bassi con 282.000 tonnellate, il Belgio con 227.000 tonnellate e la Spagna con 181.500 tonnellate. L'Italia è al quinto posto con 83.000 tonnellate esportate.Importazioni di Plastiche Riciclabili: Le Nazioni Principali Per quanto riguarda le importazioni di materie plastiche riciclabili, la Svezia è in testa con 158.000 tonnellate, seguita dai Paesi Bassi con 147.000 tonnellate e dalla Germania con 116.000 tonnellate. Anche in questo caso, l'Italia si colloca al quinto posto con 50.500 tonnellate importate.Considerazioni Finali Il rapporto di Eurostat evidenzia una tendenza crescente nell'export di materiali riciclabili dall'UE verso paesi extraeuropei, suggerendo una forte domanda globale di questi materiali. Tuttavia, la stabilità delle importazioni nell'UE potrebbe indicare una sufficiente capacità interna di gestione e utilizzo dei materiali riciclabili. Questi dati mettono in luce l'importanza di sviluppare ulteriormente infrastrutture e politiche per il riciclo, sia all'interno che all'esterno dell'UE, al fine di supportare una gestione sostenibile e circolare delle risorse.
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Ottimizzazione della Resistenza a Delaminazione nei Materiali Compositi in Fibra di Carbonio e Resina EpossidicaAnalisi sperimentale dell’influenza di parametri di processo sulla tenacità interlaminare di prepreg in fibra di carbonio per applicazioni nautichedi Marco ArezioLa crescente diffusione dei materiali compositi in fibra di carbonio nel settore nautico ha reso indispensabile la comprensione approfondita dei meccanismi di danneggiamento che possono comprometterne l’integrità strutturale. Tra questi, la delaminazione—ovvero la separazione tra le lamine che compongono un laminato—costituisce una delle modalità di frattura più critiche, essendo in grado di ridurre drasticamente la rigidità e la resistenza residua della struttura, soprattutto in ambienti sottoposti a carichi ciclici o impatti accidentali. Le origini di tali fratture sono molteplici e spesso riconducibili a imperfezioni produttive, errori di progettazione o condizioni di servizio impreviste. In tale contesto, l’ottimizzazione delle condizioni di reticolazione dei compositi a matrice epossidica e rinforzo unidirezionale in fibra di carbonio si configura come leva strategica per migliorarne la tenacità interlaminare. L’obiettivo di questo studio è indagare sperimentalmente l’influenza di tre variabili chiave: lo spessore della lamina, la composizione della matrice epossidica e le condizioni di raffreddamento al termine del ciclo di cura. Sono state condotte prove in modo I (Double Cantilever Beam - DCB) e in modo II (End Loaded Split - ELS) per caratterizzare il comportamento del materiale in presenza di diversi meccanismi di frattura. Materiali e Metodi I materiali presi in esame sono prepreg unidirezionali a base di fibra di carbonio e resina epossidica, comunemente impiegati nella cantieristica nautica ad alte prestazioni. I tre prepreg utilizzati presentano caratteristiche differenti: - Materiale A (SE84 - grammatura 300 g/m²) - Materiale B (SE84 - grammatura 450 g/m²) - Materiale C (MTM57 - grammatura 300 g/m²) La percentuale volumetrica di fibra è pari al 63% per tutti i materiali. Le lamine sono state stratificate manualmente per ottenere laminati unidirezionali da 10 o 12 strati, a seconda della geometria di prova richiesta. Il processo di reticolazione è stato condotto mediante tecnica del sacco a vuoto, con l’impiego di peel-ply, film forato a densità variabile, bleeder e sacco in poliammide. Due varianti del ciclo di cura sono state applicate: un raffreddamento lento naturale (spegnimento del forno) e uno rapido mediante immersione in acqua e ghiaccio. La regolazione della quantità di resina nel laminato è stata effettuata variando pressione e tipologia di film forato. Influenza dello Spessore della Lamina Un incremento dello spessore della lamina, ottenuto passando da 300 a 450 g/m² (materiali A vs. B), ha determinato un chiaro aumento della resistenza a delaminazione durante la propagazione. Il materiale B ha mostrato, inoltre, una significativa presenza di fibre bridging, fenomeno che contribuisce alla dissipazione energetica e al ritardo dell’avanzamento della cricca. Tuttavia, il tasso di rilascio di energia all’innesco è risultato simile per entrambi i materiali, suggerendo che il contributo dello spessore si manifesti prevalentemente durante la propagazione. Effetto della Matrice Epossidica A parità di grammatura e fibra, il confronto tra i materiali A e C ha messo in evidenza il ruolo critico della formulazione della resina. Il materiale C (MTM57) ha presentato una maggiore energia dissipata, con un valore finale circa quattro volte superiore a quello del materiale A. Ancora una volta, il fibre bridging si è manifestato come meccanismo di toughening significativo. La resina MTM57 si è dunque dimostrata più efficace nel supportare i fenomeni dissipativi associati alla frattura interlaminare. Velocità di Raffreddamento Il raffreddamento rapido (C-R) ha comportato un aumento sia dei carichi massimi che della tenacità a frattura, in entrambi i modi di prova. Tale comportamento è attribuibile alla maggiore tenacità della matrice epossidica sviluppata durante una transizione vetrosa più rapida, a fronte di un’interfaccia fibra-matrice potenzialmente più debole. Nelle prove in modo II, tuttavia, la propagazione è avvenuta in maniera istantanea, impedendo la determinazione di R-curve ma confermando il trend tramite i valori all’innesco. Variazione del Contenuto di Resina L’incremento della percentuale di resina (dal 27% al 36%) ha comportato un miglioramento della resistenza in modo I, specialmente tra i livelli 27% e 33%, con un comportamento asintotico per valori superiori. L’interpretazione è legata alla maggiore estensione della zona plastica interlaminare, che consente una dissipazione energetica più efficace all’apice della cricca. Curiosamente, in modo II si è osservato un trend inverso, con una diminuzione della tenacità all’aumentare della resina. Questo comportamento, in apparente contraddizione, suggerisce che le sollecitazioni di taglio caratteristiche del modo II penalizzino l’eccesso di matrice, che può portare a una minore coesione complessiva. Conclusioni L’indagine sperimentale condotta ha dimostrato che i parametri di processo nella fabbricazione di laminati in fibra di carbonio e resina epossidica influiscono in modo decisivo sulla resistenza a delaminazione. Mentre l’innesco della cricca sembra relativamente insensibile alla maggior parte delle variazioni, la fase di propagazione è fortemente influenzata da: - Lo spessore della lamina, che favorisce fibre bridging e dissipa più energia - La tipologia di matrice, che determina la capacità della resina di supportare lo sviluppo della zona di frattura - Il raffreddamento rapido, che migliora la tenacità della matrice a scapito dell’interfaccia - La percentuale di resina, che rafforza la risposta in modo I ma può indebolirla in modo II La complessità dei meccanismi osservati e la differente risposta tra modo I e II evidenziano la necessità di un approccio multiscala e multifattoriale nella progettazione di materiali compositi ad alta prestazione, soprattutto nei settori critici come quello nautico. © Riproduzione VietataFonti e Riferimenti ISO 15024:2001 – “Fibre-reinforced plastic composites – Determination of Mode I interlaminar fracture toughness.” D. R. Moore, A. Pavan, "Fracture Mechanics Testing Methods for Polymers, Adhesives and Composites", ESIS TC4. K. Hojo et al., “Mode II interlaminar fracture of composite materials: Experimental methods and recent understanding”, Composites Science and Technology. M. J. Hogg, “Matrix effects on interlaminar fracture toughness”, Journal of Composite Materials.
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