Materia Nuova. Capitolo 21-1° Parte: Il Riciclo come Nuova Filosofia del VivereCome gli oggetti scartati rivelano un diverso modo di vedere il mondo, la bellezza e noi stessiNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 21-1° Parte: Il Riciclo come Nuova Filosofia del VivereL’idea che gli oggetti possano rinascere, che la materia possa avere una seconda vita e che ciò che viene scartato non rappresenti un punto di fine ma un punto di partenza, è una delle trasformazioni culturali più profonde del nostro tempo. Non è una semplice questione ambientale, né un tema tecnico legato all’economia circolare. È un cambiamento di percezione, un nuovo modo di guardare il mondo, di ascoltare il silenzio degli oggetti e di comprendere le relazioni che li attraversano. Il riciclo, quando diventa filosofia, non riguarda più soltanto ciò che facciamo con i materiali, ma ciò che i materiali fanno con noi: come ci parlano, come ci interrogano, come ci costringono a ripensare la nostra idea di valore e di durata. Viviamo in un’epoca in cui la produzione ha superato di gran lunga la capacità di attenzione. Gli oggetti nascono, vivono per poco, spariscono senza lasciare traccia; e noi, travolti dalla velocità del consumo, ci abituiamo all’idea che tutto sia sostituibile, che nulla meriti davvero cura. Ma quando osserviamo un artista raccogliere un pezzo di plastica trovata su una spiaggia, o un frammento di legno proveniente da un edificio decadente, o una scheda elettronica corrosa trovata in una discarica informale, siamo costretti a confrontarci con la storia di quell’oggetto. Non una storia gloriosa, non una storia eroica: la storia dell’uso, del consumo, dell’abbandono, del viaggio che la materia compie attraversando mani, luoghi, economie. In questa attenzione verso ciò che è fragile, logoro, dimenticato, c’è una forma di saggezza antica che ritorna: l’idea che nulla, nel mondo, sia davvero superfluo. Le filosofie orientali lo hanno sempre sostenuto; le culture tradizionali lo hanno praticato; ma per molto tempo la modernità ha preferito l’illusione della crescita infinita, dell’oggetto perfetto, del nuovo come unica garanzia di valore. L’arte del riciclo, invece, riapre una domanda fondamentale: cosa significa valore? E soprattutto: chi decide cosa merita di essere salvato? ACQUISTA IL LIBRO
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Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 11 – Cieli di neon, odore di pioggiaUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza colleraGiugno 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 11 – Cieli di neon, odore di pioggiaOsaka, 15 maggio, ore 06:15. Fuori, il giorno si annunciava con una luce fredda e obliqua che scivolava fra i palazzi alti del distretto portuale. Un vento sottile, carico di salsedine e promesse di pioggia, arrivava dal porto, insinuandosi tra le strade deserte e facendo tremare le finestrelle a vasistas del quartier generale. Il vetro vibrava leggermente, accompagnato dal ticchettio irregolare delle gocce residue della notte. Nell’aria galleggiava l’odore umido di asfalto appena lavato e di alghe portate dalla bassa marea: una miscela salmastra che si incollava ai vestiti e agli archivi di carta assorbente. Dentro la sala operativa, però, tutto sembrava sospeso. L’aria era ferma, quasi ostile, secca come carta carbone lasciata troppo al sole. Sul soffitto, le lampade al neon disegnavano linee dure, fredde, che graffiavano la superficie delle tazze di caffè abbandonate a metà sulle scrivanie: una fila di mezzalune marroni, circondate da piccoli anelli iridescenti che testimoniavano l’accumulo di ore insonni. Il profumo del caffè, ormai spento, si mescolava a quello più acre dei cavi e dei circuiti scaldati, e a tratti si avvertiva la traccia dolciastra dei detergenti notturni. Il maxischermo centrale era il vero cuore pulsante della stanza: sopra il nero compatto dello sfondo digitale, scorrevano in tempo reale matricole di badge, stringhe di codici criogenici, sigle aeroportuali e coordinate geografiche che si accendevano e si spegnevano a intermittenza, come lucciole elettroniche in una notte d’estate. Alcuni numeri cambiavano colore, altri si ingrandivano per un attimo, prima di svanire; ogni variazione poteva significare una svolta, una minaccia, un’opportunità. L’ispettore Keisuke Mori stava immobile, la schiena dritta come se portasse ancora la divisa di un tempo, le mani raccolte dietro la schiena in un gesto che era mezzo disciplina e mezzo difesa. L’indice destro tamburellava appena sul polso sinistro, un tic che tradiva la tensione che serpeggiava sottopelle. Lo sguardo era fisso sul planisfero digitale proiettato davanti a lui: un’immensa tavola da go, punteggiata da centinaia di piccoli segnalini bianchi e neri. Ma era un’unica pietra rossa, appena apparsa come un lampo solitario nel Pacifico, a concentrare tutta la sua attenzione: un ping satellitare non riconosciuto, che minacciava di ribaltare quell’equilibrio fragile costruito in anni di paziente strategia...Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Marina Ravelli e il Mistero della Casa Abbandonata di Foppolo: Quando la Paura Diventa VeritàNel cuore innevato di Foppolo, Marina Ravelli affronta segreti, ombre e memorie sepolte in un romanzo giallo italiano dove il mistero diventa una dolorosa ricerca di veritàdi Marco ArezioData: 20.05.26Ci sono momenti in cui una persona smette di cercare la pace. Non perché non la desideri più. Ma perché la verità diventa più importante della tranquillità. Marina Ravelli, nel suo viaggio dentro il mistero della casa abbandonata di Foppolo, arriva esattamente lì: nel punto in cui la paura non scompare, ma cambia forma. Diventa lucidità. Diventa memoria. Diventa resistenza. “Prima di Foppolo credevo di conoscere la paura. Mi sbagliavo. La paura vera è quella che resta dopo. È quella che ti cambia il modo di respirare.”ACQUISTA IL LIBRO Ed è forse questo il cuore più profondo del romanzo: non soltanto il mistero, non soltanto le ombre o i segreti nascosti sotto la neve, ma la trasformazione umana di una donna costretta a guardare il male senza più potersi voltare dall’altra parte. Marina non è un’eroina invincibile. È una donna stanca, ferita, sola. Eppure continua. Continua perché capisce che certe verità, una volta viste, non permettono più di tornare indietro. “Non posso permettere che il male continui a raccontarsi come mistero.” Ci sono storie che intrattengono. E poi ci sono storie che ti restano addosso come l’inverno in montagna: silenziose, fredde, impossibili da dimenticare. Conosci Marina Ravelli e il mistero della casa abbandonata di Foppolo nei romanzi di Marco Arezio?#MarcoArezio #MarinaRavelli #Foppolo #RomanzoGiallo #ThrillerItaliano #NarrativaItaliana #Mistero #LibriDaLeggere #RomanziItaliani #Suspense #Montagna #Segreti #Paura #Verità #GialloItaliano
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La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 2: Ida Pavan e l’educazione sentimentale di un conte improbabileAlluvioni, conventi e conti poco promettenti: Ida Pavan impara a resistere alla vita, mentre Gianalberto impara soprattutto ad aspettarlaGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo-ironico: La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 2:Ida Pavan e l’educazione sentimentale di un conte improbabileIda Pavan era una donna minuta, segnata dal tempo come certi muri di cascina che hanno preso pioggia, sole e nebbia per decenni, eppure ancora in piedi, con una tenuta che non si spiegava. Aveva settantotto anni e un’energia che, vista da fuori, sembrava quasi un dispetto alla logica: si muoveva rapida, precisa, con quella fretta tranquilla di chi ha imparato da bambina che il tempo è una cosa concreta, che si consuma e non torna. Era nata nel Polesine, una terra piatta e ostinata, dove l’orizzonte è una riga e il cielo, d’inverno, sembra abbassarsi fino a toccare i campi. La sua famiglia era di contadini, sì, ma “contadini” era una parola troppo gentile. Sarebbe stato più corretto chiamarli fittavoli, gente senza terra e senza una casa propria, che campava lavorando la terra altrui, pagando affitti e debiti con fatica e silenzio. Erano sempre un passo dietro alla vita: un passo dietro al pane, un passo dietro al carbone, un passo dietro alle scarpe. La fame non era una sensazione, era un sottofondo. Uno di quei rumori che, se ci vivi dentro, smetti perfino di notare. E il freddo non restava fuori, non era una cosa che si pativa solo nei campi: il freddo entrava in casa, si infilava nelle fessure dei muri, rimaneva nei letti, nelle mani, nelle ossa. Ida imparò presto che la “casa” era un posto dove ci si riparava dal peggio, non un luogo dove stare bene. Poi venne l’alluvione del 1951. In Polesine la ricordano ancora come si ricordano le cose che cambiano la geografia e il carattere delle persone. Il Po si gonfiò come una bestia ferita e, quando gli argini cedettero, l’acqua non entrò: invase. Arrivò con una calma spaventosa, perché l’acqua, quando decide di arrivare, non ha fretta. Si stese nei campi, salì nei cortili, entrò nelle stalle, si infilò nelle case. Portava con sé odore di fango, di legno marcio, di paglia bagnata, di morte e di un silenzio strano, interrotto solo da grida lontane, dal ragliare degli animali e dal rumore di oggetti che cadevano. Ida aveva quattro anni. A quell’età non capisci la tragedia, capisci solo che tutto cambia troppo in fretta. Vide la madre impacchettare in fretta quello che si poteva portare: qualche straccio, una coperta, un pezzo di pane secco. Vide il padre con le mani sporche di fango e gli occhi iniettati di paura, una paura trattenuta perché anche la paura, in certe famiglie, è un lusso. La casa si riempì d’acqua, il pavimento sparì sotto una superficie opaca. Le sedie galleggiavano, i catini urtavano contro le pareti, e il freddo dell’acqua risaliva come una malattia. Dovettero lasciare tutto. Come tante altre famiglie, con la stessa dignità disperata: nessuno piangeva davvero, perché piangere richiede tempo, e loro avevano solo l'urgenza. L’urgenza di salvare la pelle, l’urgenza di trovare un posto asciutto, l’urgenza di non perdere anche quel poco che restava: i bambini. Ma Ida, a quattro anni, era il tipo di “poco” che pesa moltissimo quando non hai nulla. Non perché i genitori non l’amassero. È che in certe condizioni l’amore si riduce a sopravvivere. E sopravvivere significa fare scelte sporche, scelte che non si raccontano, scelte che poi ti restano sulla lingua come ferro. Così, in mezzo al caos della piena e dell’esodo, quando i paesi diventavano file di persone con fagotti e animali al guinzaglio, quando il futuro si restringeva a “oggi” e “domani”, Ida divenne — senza colpa e senza colpevoli — più una bocca da sfamare che una figlia. Una bocca piccola, certo, ma una bocca in più. La portarono dal parroco. Il prete del paese, insieme alle suore, stavano raccogliendo i bambini più bisognosi. Li mettevano in fila, li contavano, li lavavano come potevano, cercavano di dare loro un nome e una destinazione. Era un’opera di salvataggio fatta con mezzi poveri e con una tenacia che, in un certo senso, somigliava a quella dei fittavoli: anche loro non possedevano nulla, eppure provavano a tenere insieme il mondo con le mani. Ida non capì subito. Pensò fosse una visita, un passaggio, una cosa temporanea. I bambini non capiscono gli addii finché non diventa troppo tardi. I genitori parlarono poco. Ci sono parole che, in certe famiglie, non si pronunciano perché farebbero crollare tutto. Il parroco annuì, le suore presero Ida per mano, e la mano della madre, per un attimo, esitò. Poi si staccò. Una scelta breve, un taglio netto, fatto in nome di una speranza: che altrove Ida potesse almeno mangiare. Da lì iniziò il suo pellegrinaggio. Di parrocchia in parrocchia, di associazione caritatevole in associazione caritatevole, Ida emigrò dal Veneto verso la Lombardia come migravano allora i disperati: senza una vera partenza e senza un vero arrivo, spostata più che accompagnata, passata di mano come una lettera urgente. Ricordava stazioni, corridoi lunghi che odoravano di minestra, camerate con letti allineati, voci di suore che parlavano piano e deciso, e quell’ansia costante di fare la brava, perché essere “brava” era l’unico modo per non finire indietro. Arrivò a Pavia, in un convento di suore clarisse. Il convento era un mondo a parte: muri spessi, finestre alte, regole che sembravano scritte nell’aria. Lì, per la prima volta, Ida ebbe una routine. Non era libertà, ma era stabilità. Si svegliavano presto, pulivano, aiutavano in cucina, imparavano a stare in silenzio quando richiesto. Le suore non erano cattive: erano severe nel modo in cui sa essere severa chi ha poco tempo e molte responsabilità. Ed avevano una missione concreta: far sopravvivere quei bambini, trasformarli in persone “utili” per qualcuno. Quando Ida compì otto anni, la badessa iniziò a preoccuparsi del futuro di quei piccoli ospiti come ci si preoccupa di una scorta che sta per finire. Non potevano restare lì per sempre. Il convento non era una famiglia, era un ponte. E un ponte, per quanto solido, serve a passare. Fu così che la badessa si mise a “sistemare” i bambini presso famiglie benestanti: case dove servivano braccia, ma che potevano anche garantire un letto, un piatto caldo, qualche vestito. Era un patto non scritto, un compromesso ruvido: lavoro in cambio di sopravvivenza. Per Ida significò un trasferimento ulteriore, un altro taglio, un altro “da oggi”. Quando le dissero che sarebbe andata in Lomellina, Ida non sapeva nemmeno cosa fosse. La accompagnarono in treno, con un fagottino e un nome in tasca. Arrivò a Sommo Lomellina in un giorno di luce piatta, con l’aria che odorava di acqua e di terra, e la cascina dei Marchetti davanti a sé, grande e seria, come una cosa che non si discute. Fu quindi consegnata alla famiglia del conte Marchetti. C’era un ordine diverso in quella casa, una disciplina agricola che Ida riconobbe subito: non perché l’avesse vissuta, ma perché era fatta della stessa materia della sua infanzia — fatica, regole, ruoli — solo senza fame. E lei, piccola com’era, capì in fretta cosa ci si aspettava da lei: non lacrime, non domande, non ricordi. Presenza. Obbedienza. Utilità. Eppure, mentre varcava quella soglia, Ida provò qualcosa che non si sarebbe concessa facilmente: non gioia, non speranza, ma un sollievo semplice e enorme. L’odore del pane in cucina, un pavimento asciutto, una stanza che non tremava di vento. Era poco, forse. Ma per una bambina del Polesine che aveva visto l’acqua portarsi via una casa e la povertà portarsi via un’infanzia, quel poco era già una specie di fortuna. E fu lì, tra i muri della cascina Marchetti — che un giorno si sarebbe chiamata Cascina del Pellicano — che Ida Pavan iniziò la sua seconda vita. Non come bambina, non del tutto come figlia, ma come una presenza necessaria. Una di quelle che nessuno ringrazia apertamente, e che però, senza fare rumore, tengono in piedi le cose quando tutto il resto sta già cedendo. Dai conti Ida aveva fatto di tutto. All’inizio serva, senza nome e senza orari, poi, crescendo, cameriera personale della contessa, un ruolo che non le dava potere ma responsabilità, che era la sola forma di riconoscimento concessa a chi non apparteneva alla famiglia. Ida lavorava in silenzio, con quella precisione attenta di chi sa che l’errore, per gente come lei, non è mai solo un errore ma una colpa. La casa dei Marchetti era grande, ordinata, scandita da ritmi antichi. Ogni cosa aveva il suo posto e ogni persona il suo perimetro. Ida imparò presto a muoversi senza farsi notare, a comparire solo quando serviva, a sparire subito dopo. Era diventata parte dell’arredamento umano della cascina: indispensabile e invisibile, come una porta che nessuno guarda finché non manca. Poi nacque Gianalberto. Un bambino bruttino, diciamolo senza indulgenze inutili. Non brutto in modo tragico, ma in quel modo incerto che lascia sempre il dubbio che, crescendo, possa migliorare. Aveva un pianto strano, soffocato, che sembrava più una risata sommessa che un lamento vero. Un suono che metteva a disagio, perché non chiamava davvero aiuto e non esprimeva dolore: pareva il commento ironico di qualcuno che non aveva molta voglia di essere al mondo. Forse anche la contessa se ne rese conto. Forse, in un angolo della sua coscienza, intuì di non averci messo tutto l’impegno possibile nel generare quel figlio e che il risultato, in effetti, non era stato eccellente. Ma tant’è: figlio era, e figlio sarebbe rimasto. E, dettaglio non trascurabile, conte. Le gerarchie, almeno quelle, non si discutevano. Ida lo seguì fin da subito. Le fu praticamente consegnato, come si consegna una responsabilità che nessuno ha voglia di esercitare fino in fondo. E Ida, che ai castighi divini credeva davvero, cominciò a sospettare che quello fosse uno di essi. Non una punizione rumorosa, non una disgrazia plateale, ma una prova sottile, fatta di pazienza da consumare giorno dopo giorno. Il bambino, già penalizzato da un nome impronunciabile — Gianalberto, tutto attaccato, senza respiro — non faceva altro che dormire o infilarsi le piccole dita nel naso. Poi passava minuti interminabili, assorto, a osservare sulle dita il frutto del suo lavoro, con un’attenzione quasi scientifica, come se stesse studiando un fenomeno degno di riflessione. Ida lo guardava, sospirava, e lo puliva senza commenti. Aveva imparato presto che commentare non serviva a nulla. La casa ribolliva di giocattoli degni di un conte. Cavallini a dondolo intagliati nel legno, trenini lucidissimi, biciclette senza pedali costruite apposta per iniziare prima degli altri, soldatini di stagno schierati come piccoli eserciti pronti a una guerra che non sarebbe mai arrivata. Tutto inutile. Gianalberto non mostrava alcun interesse per quel ben di Dio. Preferiva il cuscino del cane, caldo e vissuto, e soprattutto il suo gioco preferito: il meticoloso distacco dei corpi estranei dal naso. Era un bambino che non chiedeva, non pretendeva, non sognava ad alta voce. Stava. E stando, occupava spazio senza giustificarlo. Un’occupazione che Ida, con il suo senso pratico della vita, trovava già allora sospetta. Man mano che gli anni passavano, la contessa perse ogni tipo di interesse per il piccolo conte. All’inizio aveva provato a convincersi che fosse solo una fase, che l’ambizione sarebbe arrivata più tardi, che l’energia si sarebbe manifestata all’improvviso, come una fioritura tardiva. Per Dio! - Esclamava - tra se e se. Dovrà essere un uomo! Ma il tempo passava e Gianalberto restava uguale a se stesso: apatico, distratto, impermeabile alle aspettative. Durante le messe della domenica, seduta composta nella parrocchia di Sommo, la contessa si sorprendeva a fissare il crocifisso con una concentrazione insolita. Negli attimi di raccoglimento più intimi, quando le preghiere diventavano pensieri e i pensieri diventavano colpe, anche lei arrivò a formulare quell’idea che Ida aveva avuto in silenzio molto prima: che Gianalberto fosse una punizione divina. Non una punizione per qualcosa di preciso, ma per un insieme di mancanze non nominate. Un figlio senza slancio come monito contro l’orgoglio, contro la presunzione di continuità, contro l’idea che il sangue nobile basti a garantire un futuro. Ida, che quelle cose non le avrebbe mai dette ad alta voce, continuava intanto a crescerlo. Lo vestiva, lo lavava, lo accompagnava, lo osservava con uno sguardo a metà tra la rassegnazione e una forma ruvida di affetto. Non lo giudicava più. Lo prendeva com’era, come aveva imparato a prendere la vita: senza aspettarsi miracoli, ma senza smettere di fare il necessario. E in quel necessario, fatto di piccoli gesti ripetuti e di silenzi pieni, Ida Pavan stava già preparando — senza saperlo — l’unica educazione che Gianalberto avrebbe davvero ricevuto: quella di chi ti resta accanto anche quando non sembri meritare attenzione. Di punizione divina in punizione divina, il povero conte crebbe. Crebbe in salute, questo sì, robusto il giusto, senza malanni degni di nota, ma assai poco in istruzione. Sui libri, diciamo la verità, era svogliato. Anzi no: era un asino. Non un asino di prima classe, di quelli che fanno notizia, ma un asino lento, silenzioso, che ti cammina accanto senza che nessuno trovi il coraggio di fare alcunchè. Nessun insegnante, infatti, ebbe mai l’ardire di raccontare alla contessa di che pasta fosse fatto suo figlio. Nessuno osava pronunciare parole come “lavativo”, che pure sarebbe stata la definizione più onesta. Gianalberto non era un sobillatore, non disturbava la classe, non rispondeva male. Era semplicemente insulso. Un bambino senza sussulti, senza curiosità, senza quella scintilla minima che permette a un adulto di dire: “Ecco, da qui potremmo partire”. Le classi venivano superate una dopo l’altra con una regolarità sospetta. Le promozioni fioccavano, ma non per merito: per rispetto. Per dovere sociale, per quieto vivere, per evitare colloqui imbarazzanti in salotti dove il tè veniva servito con troppa cura per ospitare anche la verità. Così Gianalberto passava, avanzava, cresceva di grado come si cresce d’età: senza fare nulla di specifico, se non resistere al tempo. Quando uscì dalle scuole dell’obbligo per approdare alle scuole superiori, nessuno festeggiò davvero, ma nessuno protestò. I libri scolastici che teneva in camera, al termine di otto anni di scuola, avevano una caratteristica singolare: se aperti, scrocchiavano. La colla della rilegatura era ancora integra, intatta, come se quei volumi fossero stati progettati per essere conservati più che letti. Gianalberto ne era segretamente orgoglioso. Lo considerava un segno di grande rispetto per la cultura: non averla mai disturbata. A casa viveva praticamente solo con Ida. I genitori c’erano, certo, ma come presenze decorative. Quando accoglievano ospiti — cosa che accadeva ancora, per tradizione più che per piacere — confinavano Gianalberto nelle stanze della servitù. Avevano una paura precisa e poco confessabile: che aprisse bocca e dicesse qualcosa a sproposito. Non per malizia, ma per mancanza di filtri. Il silenzio, in quel caso, era considerato una forma di buona educazione preventiva. Ida, che a modo suo gli voleva bene, cercava di spronarlo. Con quella concretezza da donna che ha visto l’acqua portarsi via le case e sa che il mondo non aspetta nessuno, gli diceva di fare ciò che un ragazzo di quattordici anni faceva normalmente. Di uscire. Di farsi un giro in bicicletta. Di invitare qualche amico. Di chiedere in prestito un cavallo al padre per girare la campagna, respirare, vedere altro oltre ai muri della cascina, magari anche provare a baciare una ragazza. Gianalberto annuiva, prometteva vagamente, poi non faceva nulla. Aveva smesso di infilarsi le dita nel naso, questo sì: una conquista che Ida accolse come una piccola vittoria educativa. In compenso, aveva sviluppato una nuova abitudine. Ogni pomeriggio, con una puntualità pigra, si recava dietro la fattoria, nella zona della concimaia. La concimaia era una grande vasca dove venivano accumulati i resti verdi delle attività agricole: foglie, steli, scarti di potatura, paglia esausta, trinciati provenienti dai campi. Con il tempo, e grazie all’acqua che drenava dai campi, quel materiale si trasformava in un concime eccellente. Era, in sostanza, un luogo dove la vita finiva per ricominciare sotto altra forma. I bordi della concimaia erano un piccolo mondo a parte. Ci vivevano rospi e rane, grilli invisibili ma rumorosi, farfalle distratte, uccelli curiosi, galline opportuniste, topi prudenti e qualche animale di passaggio attirato dal risultato di quella lenta trasformazione. Un ecosistema non dichiarato, ignorato dagli uomini e perfettamente funzionante. Lì Gianalberto si sedeva, sempre nello stesso punto. Tirava fuori un taccuino di pelle — un regalo del padre, probabilmente pensato per ben altri scopi — e una matita. E cominciava a contare gli animali che vedeva. Uno. Due. Tre. Scriveva piano, con una lentezza quasi meditativa. Non per scelta filosofica, ma perché anche scrivere e contare, per lui, erano uno sforzo. Ogni numero era il risultato di una piccola trattativa con la fatica. Non aveva fretta. Non ne aveva mai avuta. Ida, quando lo osservava da lontano, scuoteva la testa e sospirava. Non sapeva se quello fosse un segno di qualche vocazione nascosta o solo un altro modo di evitare il mondo. Ma, nel dubbio, lo lasciava fare. In fondo, pensava, meglio contare rane che fare danni. E così, mentre tutti si aspettavano da lui qualcosa che non arrivava mai, Gianalberto cresceva seduto sul bordo di una concimaia, con una matita in mano e il tempo davanti. Non imparava molto, è vero. Ma, senza saperlo, stava già esercitando l’unica disciplina che gli sarebbe rimasta fedele per tutta la vita: l’arte paziente di osservare senza intervenire. All’esame di maturità fece, com’era ampiamente prevedibile, un esame striminzito. Quattro parole qui, tre là, un “non so”, due “non ricordo”, il tutto distribuito con una calma disarmante, come se il tempo fosse un suo alleato naturale. Gli insegnanti si scambiavano sguardi sconsolati e impauriti, perché contro ogni evidenza scolastica avrebbero dovuto prendere una decisione che non aveva nulla a che vedere con il merito e tutto con l’opportunità. Bocciare un Marchetti, un conte per di più, non era un gesto didattico: era un atto politico. E nessuno, in quella commissione, aveva la vocazione al martirio. Gianalberto, intanto, se ne stava seduto con una barba ormai folta, spalle larghe, occhi azzurri malandrini che sembravano promettere molto più di quanto poi mantenessero, e un ciuffo di capelli neri che cadeva ribelle sulla fronte. Non c’era bisogno di impomatature: quel ciuffo aveva preso la piega anarchica del nonno. In lui, però, era l’unica cosa davvero ribelle. Per il resto, calma piatta. Una bonaccia esistenziale. Superato l’esame — perché lo superò, naturalmente — i compagni organizzarono una festa di maturità su una chiatta ancorata sul Ticino, non lontano da Pontevecchio di Pavia. Una di quelle idee che, a diciott’anni, sembrano geniali a prescindere. Gianalberto arrivò con l’autista e una bottiglia di vino dolce dell’Oltrepò Pavese, una di quelle delizie da bere con rispetto, sorsino dopo sorsino, lasciando che il gusto attraversi con calma bocca, palato e stomaco. Era convinto che fosse il contributo più adeguato alla serata. Era la prima festa della sua vita, e l’impatto fu traumatico. Musica a volume improponibile, luci soffuse — anzi, buio impastato — e una concentrazione di ormoni che, da sola, avrebbe potuto tenere a galla la chiatta senza bisogno di galleggianti. C’era chi ballava, chi rideva, chi si baciava e chi era già un capitolo avanti rispetto alla trama ufficiale della serata. Si presentò all’ingresso. L’addetto alla sicurezza, un energumeno con l’aria di chi non ama le sorprese, gli chiese il nome. E Gianalberto sparò la sua doppietta verbale, secca e senza respiro: «Gianalbertomarchetti!» L’altro lo fissò a lungo, scorrendo poi la lista con lentezza sospetta. Non trovò nulla. Alzò lo sguardo. «Nome, cognome e classe… scandisca.» Gianalberto obbedì, sillabando come se stesse leggendo un’iscrizione latina. Alla fine, con un’alzata di spalle, l’energumeno concluse con un: «Passi pure.» Il tutto mentre lo seguiva con gli occhi, come si osservano gli animali rari allo zoo. Scese alcuni gradini e atterrò in un mondo che, nelle intenzioni altrui, avrebbe dovuto trascinarlo dentro la vita. Ma i suoi ormoni non partirono. Rimasero fermi, probabilmente in sciopero. Così Gianalberto cominciò a girare per la chiatta, osservando qui e là, salutando a destra e a sinistra, sempre con la bottiglia di vino dell’Oltrepò in mano, senza mai considerare l’ipotesi — piuttosto sensata — di appoggiarla al bar. Camminava impettito nella sua giacca di velluto a coste marroni, cravatta sobria, gilet da caccia, pantaloni di velluto verde bosco con una stiratura impeccabile e scarpe lucide con la punta ricamata. Un’apparizione d’altri tempi. Non fece caso all’abbigliamento dei compagni — jeans, scarpe da tennis, minigonne, magliette aderenti — né sembrò turbato dalle effusioni che si scambiavano sui divanetti in penombra: baci, mani curiose, grande impegno collettivo. Dopo un’ora aveva già fatto quattro volte il giro completo della chiatta. Aveva salutato tutti. Letteralmente tutti. E ora non sapeva più cosa fare. Come si conclude una festa, quando non si è mai iniziata davvero? L’idea più ardita ed erotica che gli venne in mente fu quella di recarsi a prua, per sentire il gracchiare delle rane lungo il fiume. Un richiamo familiare, rassicurante. Peccato solo che fosse sprovvisto del suo fedele quadernetto. Ma anche senza numeri da annotare, pensò, il suono delle rane poteva bastare. E così, mentre alle sue spalle la giovinezza faceva rumore, il conte Gianalberto Marchetti si sporse verso il buio del Ticino, ascoltando la vita da lontano, con la sua bottiglia di vino ancora stretta in mano e l’inequivocabile sensazione di essere arrivato, anche quella volta, nel posto giusto… al momento sbagliato.
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 22: La gola del silenzioL’imboscata di Mantova: tra ombre, tradimenti e il crepuscolo di MorosiniOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 22: La gola del silenzioMorosini era sprofondato mollemente sul sofà imbottito della sua carrozza, le mani appoggiate al bastone e lo sguardo perso oltre il vetro appannato dal respiro. L’aria del tardo pomeriggio sapeva di terra umida e di foglie morte, portata da un vento che soffiava tra le fessure del finestrino con un sussurro intermittente. I cavalli arrancavano, affondando i ferri nel fango rappreso, mentre le ruote gemevano sugli avvallamenti scavati dalle piogge dei giorni precedenti. Ogni scossone faceva vibrare l’interno della carrozza, facendo tintinnare lievemente le fibbie e le catene delle casse di legno fissate al telaio. Stanco e silenzioso, lasciava che il dondolio lo cullasse in una sorta di torpore, ma la mente non smetteva di correre. Aveva trascorso gli ultimi giorni immerso nei calcoli dei guadagni e dei rischi del viaggio: i forzieri con le pietre preziose, le lettere di credito, le lettere diplomatiche per Anversa. Eppure, in quel momento, nulla gli pareva più concreto del suono del vento che si insinuava tra gli alberi, delle ombre che si allungavano sui sentieri, o del cigolio ritmico del legno della carrozza che sembrava respirare come un essere vivo. In lontananza, tra una cortina di vapori color rame, si intravedeva la sagoma scura di Mantova, cinta dai riflessi del Mincio e illuminata dalle prime fiaccole accese lungo le mura. Il sole, ormai basso, incendiava il cielo di striature arancioni e viola, e il riverbero si specchiava sulle pozzanghere che punteggiavano la strada. Dietro di lui, la scorta a cavallo seguiva in formazione compatta: sette uomini, scelti, disciplinati, che avanzavano senza parlare, con lo sguardo attento al bosco che dovevano attraversare. Si infilarono in una lunga depressione del terreno, un tratto insidioso dove la strada si insinuava tra colline boscose che si stringevano come due pareti vive, ombrose, quasi ostili. Gli alberi, alti e contorti, si piegavano verso il sentiero come a voler spiare i viandanti, e tra le fronde si udiva il fruscio incessante del vento, mischiato al richiamo degli uccelli notturni che già annunciavano la sera. Le ruote dei carri affondavano nelle orme lasciate dal passaggio di precedenti viaggiatori, e ogni sobbalzo faceva tremare le casse e tintinnare i finimenti dei cavalli....Acquista il libro
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La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 3: La Caccia Perfetta. Quando il potere spara a salve (e non solo)Riti aristocratici, vanità di classe e una battuta di caccia che sfugge di mano nelle campagne della LomellinaGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 3: La Caccia Perfetta. Quando il potere spara a salve (e non solo)Trent’anni dopo la perdita dei genitori, il conte GianalbertoMarchetti — tutto attaccato, come sempre, perché anche il tempo aveva rinunciato a separarlo — si alzò dalla sua sedia sotto il portico. Il gesto, già di per sé, meritava di essere registrato come evento straordinario. Prima, però, completò il rituale: finì il calice di vino, contò mentalmente i crostini all’olio (sei, come da tradizione immutabile) e si concesse qualche secondo di immobilità supplementare, giusto per essere certo che l’impulso non fosse un errore passeggero. Poi decise di compiere l’impresa titanica. Una passeggiata fino alla concimaia. Aggirò la casa ormai disabitata in cui un tempo viveva la famiglia del fattore. Le finestre, cieche e opache, sembravano guardarlo con un misto di rimprovero e sollievo: anche loro, dopotutto, avevano smesso di aspettarsi qualcosa. Attraversò la piccola aia retrostante, dove l’erba cresceva senza essere disturbata da decenni, passò accanto alla lavanderia che un tempo era stata usata dai contadini quando lavoravano per suo padre — oggi un edificio silenzioso, con l’aria di chi ha concluso il proprio turno senza ricevere istruzioni per il giorno dopo. Camminò lungo la rete dei pollai, osservando galline che lo ignoravano con una professionalità invidiabile, e infine sbucò davanti alla concimaia. La concimaia si presentava come sempre: una marcita nauseabonda di sfalci, resti vegetali e liquidi che drenavano dai campi coltivati, formando una superficie incerta tra il solido e il filosoficamente discutibile. Era un luogo che non prometteva nulla di buono, e proprio per questo manteneva sempre le promesse. L’odore era quello consueto, penetrante ma onesto, e dava alla scena un aspetto selvaggio, primordiale, come se lì la civiltà avesse deciso di fermarsi a riflettere. La sua unica mucca — la vecchia Gina, anche se lui raramente la chiamava per nome — era intenta a brucare l’erba che cresceva copiosa lungo le rive della concimaia. Ed è lì che Gianalberto notò qualcosa di insolito. La mucca sembrava sorridere. Tra una masticata e l’altra, c’era una piega delle labbra — o ciò che, in una mucca, può ragionevolmente essere definito tale — che ricordava vagamente l’espressione soddisfatta di chi ha appena capito una barzelletta troppo tardi. Poi ruotava la testa con un’ampiezza sospetta, quasi a trecentosessanta gradi, come se stesse controllando il mondo intero prima di esprimersi. E infine muggiva. Ma non un muggito qualsiasi. Un suono strano, prolungato, modulato, che a Gianalberto ricordò immediatamente un oboe al concerto di Natale. Non quello di un solista brillante, ma l’oboe di una banda di paese, quando l’aria è fredda e l’ancia fa quello che vuole. Una cosa mai sentita. Nemmeno nei suoi lunghi anni di osservazione bovina a bassa intensità. Si sedette sul bordo della concimaia, con cautela, scegliendo un punto che sembrava meno disposto a inghiottirlo. Continuò a osservare la mucca con uno stupore sincero, raro per lui. Per ingannare l’attesa — se di attesa si poteva parlare — strappò un filo d’erba e lo mise in bocca, masticandolo lentamente, più per imitazione che per reale convinzione gastronomica. La vacca, nel frattempo, aveva deciso di incamminarsi verso la stalla. Ma non con il solito passo lento e affaticato che Gianalberto conosceva bene. No. Trotterellava. Con un’agilità che non le riconosceva, quasi con una leggerezza offensiva, sempre roteando la testa e muggendo il suo oboe personale, come se stesse provando un assolo. «Che strano…» pensò Gianalberto, senza dirlo ad alta voce, per non rompere l’incantesimo. Gli venne un’idea. Un’idea cupa, ma coerente con il suo carattere. Che fosse in punto di morte, la vecchia mucca? In fondo, erano anni che si aspettava la sua dipartita. Anni di preparazione psicologica accurata, culminata in una decisione drastica ma previdente: aveva iniziato a bere latte di soia. Non per convinzione etica o salutista, ma per allenarsi all’inevitabile. Una sorta di lutto preventivo, diluito nel quotidiano. Osservò la mucca sparire lentamente dentro la stalla, ancora trotterellante, ancora musicale. Restò seduto, masticando l’erba, con l’impressione vaga che qualcosa, da qualche parte, stesse cambiando. Non sapeva cosa. Né, a dire il vero, se fosse il caso di intervenire. Dopotutto, pensò, se anche la mucca aveva deciso di reinventarsi, non era detto che lui dovesse farlo. Mentre la Gina saltellava e si dimenava lungo la strada del ritorno verso la stalla, con quell’andatura allegra e sconveniente che nessuna vacca rispettabile avrebbe mai dovuto permettersi, Gianalberto avvertì una presenza alle sue spalle. Un rumore lieve, irregolare, che non apparteneva né al vento né al concerto d’oboe bovino appena concluso. Era Caligola. O meglio: era qualcosa che somigliava moltissimo a Caligola, il noto cane stanco, fedele compagno di vita di un padrone altrettanto notoriamente bradipo. Eppure, c’era qualcosa che non quadrava. Gianalberto si domandò se fosse colpa della luce, dell’aria mefitica della concimaia o del bicchiere di vino bevuto sotto il portico, che forse, dopo trent’anni di routine, aveva deciso di fare finalmente il suo mestiere. Caligola avanzava verso di lui con una concentrazione innaturale. All’inizio Gianalberto pensò che stesse zoppicando. Poi capì che non era così. Il cane alternava il cammino in modo del tutto inedito: per qualche metro si reggeva in equilibrio sulle zampe anteriori, con il posteriore sollevato come un’acrobazia mal riuscita, poi, senza soluzione di continuità, si raddrizzava e proseguiva eretto, sulle zampe posteriori, con un’aria che oscillava tra il dignitoso e il burocratico. Le quattro zampe, quel giorno, non erano contemplate. Non per pigrizia, ma per scelta. Gianalberto lo osservava in silenzio, con la stessa attenzione con cui anni prima aveva contato rane e rospi, cercando di non trarre conclusioni affrettate. Dentro di sé, però, una domanda si faceva strada, lenta ma ostinata: Ma io ho bevuto solo un bicchiere… Caligola gli si fermò davanti, ancora in posizione eretta. Lo guardò negli occhi con un’espressione che, se non fosse stata del tutto assurda, si sarebbe potuta definire interrogativa. Poi abbassò lentamente le zampe anteriori, tornò per un attimo quadrupede — giusto per ricordare chi fosse — e subito dopo si rialzò, come se avesse deciso che la postura tradizionale non fosse più adeguata al momento storico. «Che cosa stai facendo?» mormorò Gianalberto, più per cortesia che per reale aspettativa di risposta. Il cane inclinò la testa. Nessun guaito, nessun abbaio. Solo un silenzio carico di intenzioni, lo stesso silenzio che aveva preceduto la fucilata fatale dei suoi genitori, anche se Gianalberto non fece quell’associazione. Non ne aveva l’abitudine. Guardò verso la stalla. La mucca non muggiva più, ma si sentiva muovere dentro con un’energia sospetta, come se stesse riordinando l’ambiente. Tornò a fissare Caligola, che ora sembrava impaziente, oscillando leggermente sulle zampe posteriori come un impiegato in attesa che l’ufficio apra. Che cosa stava succedendo ai suoi animali? Un presagio, forse. Ma di che tipo? Gianalberto, che non aveva mai avuto un grande rapporto con il concetto di destino, si sentì vagamente chiamato in causa. Il mondo, fino a quel momento, gli aveva sempre chiesto pochissimo: stare fermo, osservare, non disturbare. Ora, invece, sembrava stesse preparando qualcosa. Qualcosa che coinvolgeva una mucca musicista e un cane bipede. Si alzò lentamente dal bordo della concimaia. Non per iniziativa eroica, ma perché la situazione lo richiedeva. Caligola lo seguì, sempre eretto, con un’aria quasi rispettosa. «Va bene…» disse il conte, sospirando. «Vediamo dove vuoi arrivare.» Non sapeva se stesse parlando al cane, alla mucca, o al mondo intero. Ma per la prima volta dopo trent’anni, Gianalberto Marchetti ebbe la netta sensazione che l’immobilità non sarebbe più bastata. E questo, per lui, era già un evento rivoluzionario. Gianalberto fece due passi. Due soltanto. Non tre, perché al terzo il mondo decise di cambiare registro senza chiedere permesso. Qualcosa dentro di lui lo fece sentire leggero. Non leggero nel senso poetico, ma proprio fisicamente leggero, come se qualcuno avesse svitato una vite fondamentale lasciandolo provvisoriamente in sospensione. La testa iniziò a roteare con una lentezza circolare, educata, senza violenza, come una giostra di paese che ha deciso di lavorare a regime ridotto. I colori, prima ben educati e separati, cominciarono a mischiarsi senza senso civico: il verde diventava più verde, il marrone della terra si faceva accogliente, il cielo assumeva una sfumatura tra l’azzurro e il “non ho mai fatto caso che fosse così”. Il corpo, che fino a quel momento aveva risposto solo a impulsi minimi — sedersi, alzarsi, bere, firmare — cominciò a reagire a stimoli mai catalogati. Le gambe erano sue, sì, ma sembravano aver preso un’iniziativa autonoma, come dipendenti che scoprono improvvisamente di poter fare carriera senza il capo. Le mani formicolavano con discrezione, non in modo fastidioso, più come un incoraggiamento. Poi arrivarono i flash. Non quelli drammatici delle grandi rivelazioni, ma lampi brevi, casuali: l’aia da bambino, le rane contate male, il profumo dell’olio sui crostini, il notaio Gallotto che tossiva mentre lui firmava, il muggito a oboe della mucca, Caligola in piedi come un impiegato statale. Tutto insieme, tutto sovrapposto, come se qualcuno avesse deciso di proiettare trent’anni di nulla produttivo in un unico trailer mal montato. Ci furono anche botti. Ma botti interni, ovattati, come tappi di spumante aperti sott’acqua. E sapori. Il filo d’erba che aveva masticato — di cui fino a pochi istanti prima non aveva sospettato alcuna ambizione — ora gli lasciava in bocca una dolcezza imprevista, vagamente erbacea, rassicurante, come se la concimaia, in un improvviso slancio materno, avesse deciso di prendersi cura di lui. Poi arrivarono le risa. Tante risa. Non le sue, almeno non subito. Risa che sembravano provenire da fuori e da dentro contemporaneamente. Risa di bambini che non aveva mai avuto, di genitori che non c’erano più, di se stesso che, per la prima volta, gli sembrava vagamente simpatico. Non c’era scherno in quelle risa, solo una bonaria presa d’atto: ma guarda che tipo. Gianalberto si fermò. O forse fu il mondo a fermarsi per lui, per gentilezza. Si sentiva bene. Tranquillo. Straordinariamente tranquillo. Come se ogni pensiero impegnativo fosse stato messo in una stanza accanto con la porta chiusa e un cartello: “torniamo più tardi, forse”. Capì, con la lucidità pigra che gli era propria, che non stava morendo. Né impazzendo. Stava semplicemente… stando. Ma meglio del solito. Senza il peso dell’inerzia, senza l’obbligo di decidere. Una specie di benessere democratico, distribuito equamente a tutto il corpo. «Ah…» pensò. E non aggiunse altro, perché non ce n’era bisogno. Se quella era la fine, era una fine comoda. Se era l’inizio, sperava solo che non pretendesse troppo. Le sensazioni positive arrivarono con una gentilezza sospetta, come ospiti che non bussano ma si scusano entrando. Non c’era alcuna aggressività, nessuna frattura netta con la realtà: era piuttosto come se la realtà avesse deciso di diventare collaborativa, finalmente disposta a spiegarsi senza alzare la voce. La prima cosa che Gianalberto notò fu una chiarezza morbida. I pensieri, di solito sparsi come galline nell’aia, si disponevano in file ordinate, ma senza fretta. Non correvano verso una conclusione, semplicemente si facevano vedere. Ogni idea sembrava dire: eccomi, non sono urgente. E questo, per lui, era una novità assoluta. Per la prima volta non provava il peso della decisione, perché tutto appariva già, in qualche modo, accettabile. Il tempo smise di comportarsi in modo autoritario. Non accelerava, non rallentava: si allargava. Ogni secondo sembrava avere più spazio dentro di sé, come una stanza che improvvisamente acquista una finestra in più. Gianalberto ebbe l’impressione di poter abitare gli istanti, non solo attraversarli. Persino il respiro gli parve un’attività interessante, degna di attenzione, come se inspirare ed espirare fossero piccoli successi quotidiani da celebrare con moderazione. Poi vennero i colori, ma non in modo teatrale. Non esplosioni psichedeliche, non visioni da manifesto. I colori erano semplicemente… giusti. Il verde della concimaia non era più un verde qualunque, ma quel verde, esattamente come avrebbe sempre dovuto essere. Ogni sfumatura sembrava avere un’intenzione benevola. Il mondo, insomma, appariva finalmente ben calibrato, come se qualcuno avesse regolato il contrasto dopo anni di trasmissione disturbata. Ci fu anche una sensazione profonda di connessione, che non aveva nulla di mistico e tutto di pratico. Gianalberto sentiva di appartenere alle cose senza doverle possedere. La mucca, il cane, la concimaia, i pioppi, persino il fango: tutto era lì con lui, non per servirlo né per giudicarlo, ma per condividere lo stesso momento. Una comunanza semplice, quasi amministrativa. Siamo tutti qui, sembravano dire le cose. E va bene così. L’euforia, se così si poteva chiamare, era sobria. Non lo spingeva a saltare, a gridare, a proclamare verità universali. Era una gioia interna, discreta, come una buona notizia ricevuta per errore e che, per educazione, si decide di tenere. Gli angoli della bocca gli si sollevarono appena, in un sorriso che non chiedeva testimoni. Per la prima volta, stare fermo non gli sembrava una rinuncia, ma una scelta legittima. C’era infine una calma profonda, quasi terapeutica. Le preoccupazioni — poche, ma ostinate — si scioglievano come zucchero nell’acqua tiepida. Il futuro, che aveva sempre percepito come una minaccia vaga e faticosa, ora appariva come una possibilità opzionale. Non qualcosa da affrontare, ma eventualmente da incontrare, se e quando se ne fosse presentata la necessità. Gianalberto ebbe una rivelazione minuscola, e proprio per questo potentissima: non c’era nulla da correggere con urgenza. Nulla da dimostrare. Nulla da recuperare. La sua vita, così com’era stata — lenta, laterale, spesso inutile — improvvisamente non chiedeva scuse. Si limitava a esistere, e per una volta lo faceva con una grazia inattesa. Se quella sensazione aveva un nome chimico, lui non lo conosceva. Ma se avesse dovuto descriverla, avrebbe detto semplicemente questo: è come se il mondo, per qualche minuto, avesse smesso di pretendere. Poi, senza preavviso e senza alcuna eleganza, le sensazioni cambiarono natura. Non sfumarono: scattarono. Fu come se qualcuno avesse acceso una luce troppo forte all’improvviso, direttamente dietro gli occhi. La tranquillità morbida di pochi istanti prima venne spazzata via da un’energia tagliente, nervosa, impaziente. Gianalberto non si sentiva più leggero: si sentiva teso. Teso come una corda tirata oltre il necessario, pronta a vibrare per qualunque motivo, anche senza motivo. Il cuore accelerò. Non in modo drammatico, ma con una determinazione ostinata, come se avesse deciso di fare straordinari senza aver ricevuto ordine. Il respiro diventò corto, rapido, più frequente del necessario, eppure mai abbastanza. Ogni inspirazione sembrava incompleta, ogni espirazione inutile. Il petto era attraversato da una sensazione elettrica, non dolorosa ma invadente, come una corrente che non trova una presa a terra. La mente, che poco prima aveva collaborato con gentilezza, ora si mise a lavorare in modalità iperproduttiva. I pensieri non si disponevano più in fila: si accalcavano. Arrivavano tutti insieme, urlando. Ogni idea sembrava urgente, fondamentale, imprescindibile. Gianalberto ebbe la netta impressione di capire tutto — immediatamente — ma senza riuscire a fermarsi su niente. Una lucidità aggressiva, brillante e sterile allo stesso tempo. Si sentiva improvvisamente capace. Capace di cosa, non era chiaro. Ma capace. Di parlare, di decidere, di fare, di iniziare cento cose contemporaneamente. Un senso di potenza artificiale gli attraversò il corpo, una sicurezza gonfiata che non poggiava su alcuna prova concreta, ma che pretendeva di essere creduta. Persino la sua postura cambiò: le spalle si raddrizzarono, la testa si sollevò, come se il mondo dovesse ora adeguarsi a lui. I sensi si fecero iperacuti. I rumori della campagna — il vento, un colpo d’ala, il gracidare lontano — divennero troppo presenti, invadenti, quasi fastidiosi. Gli odori, prima accoglienti, si fecero aggressivi: la concimaia non era più una matrice vitale, ma una provocazione olfattiva. Tutto sembrava troppo: troppo vicino, troppo intenso, troppo reale. E poi arrivò l’irrequietezza. Una sensazione di incompiutezza cronica, come se qualcosa di essenziale stesse per accadere ma si rifiutasse di succedere. Gianalberto sentiva l’urgenza di muoversi, di fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur non avendo la minima idea di cosa fosse. Stare fermo diventò insopportabile. Anche pensare diventò faticoso, perché il pensiero correva più veloce della comprensione. La calma si era trasformata in controllo ossessivo. Ogni dettaglio chiedeva attenzione, ma nessuno la meritava davvero. Il tempo, che prima si era allargato, ora si spezzettava in frammenti nervosi: istanti brevi, inutilizzabili, che scivolavano via senza lasciare spazio. Non c’era più accettazione, solo aspettativa. E l’aspettativa non veniva mai soddisfatta. Gianalberto avvertì anche una strana freddezza emotiva. Non tristezza, non paura: distacco. Come se l’empatia fosse stata temporaneamente sospesa per far spazio all’efficienza. Guardò la stalla, la mucca, Caligola, ma non li sentì. Erano comparse. Lui, improvvisamente, era il centro di tutto — e questo, anziché confortarlo, lo rendeva inquieto. La cosa più destabilizzante, tuttavia, fu rendersi conto che quella sensazione aveva qualcosa di seducente. Non piacevole, ma convincente. Una voce interna — nuova, insistente — sembrava sussurrargli che quello stato fosse migliore, più utile, più “giusto”. Una menzogna ben confezionata, ma efficace. Il vortice tornò. Non esplose, non aggredì: avvolse. Colori e suoni si ricomposero come un frullatore che, stanco di fare rumore, decide improvvisamente di diventare velluto. Le sensazioni vive di poco prima — quelle appuntite, nervose, sovraeccitate — si sciolsero una nell’altra, perdendo spigoli e pretese. Gianalberto ebbe l’impressione netta che qualcuno avesse abbassato il volume del mondo senza chiedergli il consenso, ma con una cortesia tale da rendere superflua ogni protesta. Il corpo smise di pesare. Non nel senso euforico della leggerezza, ma in quello più profondo dell’assenza di gravità emotiva. Le membra c’erano ancora, ma non chiedevano attenzione. Le spalle si rilassarono come dopo una giornata troppo lunga che finalmente finisce; le gambe non erano più uno strumento per muoversi, ma una condizione accettabile. Il cuore rallentò, non per stanchezza, ma per disinteresse: aveva capito che non c’era più nulla da rincorrere. La mente, che fino a un attimo prima aveva prodotto pensieri come un ufficio in pieno straordinario, si spense con una dolcezza quasi sospetta. Non silenzio assoluto, ma una sorta di ovatta calda. I pensieri non sparirono: smisero semplicemente di essere importanti. Ogni preoccupazione perse la sua urgenza, come una lettera rimasta troppo a lungo sulla scrivania, ormai priva di destinatario. Arrivò una felicità diversa. Non brillante, non dichiarativa. Una felicità bassa, continua, uniforme. Non sono felice, ma va bene così. Gianalberto sentì una carezza interna, una sensazione di protezione totale, come se il mondo avesse deciso di cullarlo senza secondi fini. Nessun desiderio, nessuna mancanza. Anche il futuro, che di solito si presentava come un’incombenza fastidiosa, era stato gentilmente rimandato a data da destinarsi. I suoni si fecero lontani e insieme intimi. Il vento tra i pioppi sembrava provenire da dentro di lui, il gracidare delle rane non era più un rumore ma un ritmo, il muggito lontano della mucca un canto familiare. Tutto aveva una distanza perfetta: abbastanza vicino da essere percepito, abbastanza lontano da non disturbare. Era come essere sott’acqua, ma senza freddo e senza paura. Il tempo si appiattì. Non scorreva più: restava. Un presente continuo, senza bordi, senza prima e senza dopo. Gianalberto non ricordava da quanto tempo fosse lì, e soprattutto non gliene importava. Non c’era fretta, perché non c’era direzione. Non c’era bisogno di decidere, perché tutto sembrava già deciso per il meglio. Provò una tenerezza improvvisa per se stesso. Non compassione, non autocommiserazione. Una tenerezza tranquilla, come quella che si prova per qualcuno che ha fatto del suo meglio anche quando non sembrava fare nulla. Tutti gli errori, le rinunce, le lentezze, le occasioni mancate: tutto appariva non solo giustificabile, ma irrilevante. Non perché non fosse accaduto, ma perché non faceva più male. Era una pace spessa, profonda, avvolgente. Così completa da risultare quasi pericolosa nella sua perfezione. Una pace che non chiedeva di essere capita, né ricordata. Solo abitata. Gianalberto sentì che avrebbe potuto restare lì per sempre, senza noia, senza domanda, senza nome. E per la prima volta nella sua vita, l’idea di non fare nulla non gli sembrò una mancanza. Gli sembrò una vocazione. Gianalberto sapeva, con una certezza quieta e non negoziabile, di non essere più terreno. Non nel senso tragico della parola, ma in quello amministrativo: come se il suo corpo fosse ancora lì, regolarmente protocollato, mentre lui aveva ottenuto un permesso temporaneo per altrove. Viaggiava senza sapere dove, e questa ignoranza non solo non lo infastidiva, ma lo rassicurava. Finalmente una direzione che non pretendeva spiegazioni. Fluttuava nelle onde del piacere con una naturalezza sorprendente, come se fosse sempre stato fatto per galleggiare e avesse solo perso tempo camminando. Le emozioni arrivavano morbide, una dopo l’altra, senza urgenza. Ogni sensazione sembrava un regalo che non chiedeva ringraziamenti. Poi, lentamente, qualcosa cambiò di nuovo. Non con violenza. Con curiosità. Il mondo cominciò a parlare, ma non con parole. Le superfici si fecero permeabili allo sguardo: il bordo della concimaia non era più solo un bordo, ma una linea viva, pulsante, che respirava al suo ritmo. L’erba non era più composta da fili singoli, ma da trame intrecciate, disegni intenzionali, come se qualcuno avesse finalmente ammesso che anche il disordine segue una logica elegante. I colori si liberarono dalla loro funzione decorativa. Il verde non stava più “sull’erba”: era l’erba, e allo stesso tempo un’idea di verde, un concetto rassicurante che gli scivolava dentro. Le sfumature si moltiplicavano senza confondersi, come se ogni colore avesse deciso di raccontare la propria storia personale. Gianalberto non le capiva tutte, ma sentiva che non era necessario. Le forme iniziarono a muoversi. Non nel modo scomposto dell’allucinazione aggressiva, ma con una grazia narrativa. I pioppi ondeggiavano seguendo una coreografia lenta, consapevole. I rovi sembravano osservatori ironici. Perfino la concimaia, che per tutta la vita era stata solo concimaia, ora aveva un’aria da portale: non disgustosa, ma antica, come se custodisse una saggezza che aveva scelto di non esprimersi fino a quel momento. Il suo corpo si fece strano, ma non ostile. Le mani parevano lontane, eppure perfettamente sue. Ogni movimento lasciava una scia, non visiva ma percettiva, come se ogni gesto continuasse a esistere anche dopo essere stato compiuto. Il confine tra interno ed esterno si fece poroso: non era più chiaro dove finisse Gianalberto e dove iniziasse il resto. E questa perdita di definizione, anziché spaventarlo, lo sollevò. Il tempo, poi, smise definitivamente di comportarsi in modo riconoscibile. Non si fermò, non accelerò: si ramificò. C’erano momenti che sembravano durare un’eternità e altri che si chiudevano prima ancora di essere percepiti. Ricordi lontani — Ida giovane, la mucca nella stalla piena, il suono lontano di un corno da caccia — emergevano e si mescolavano al presente senza chiedere permesso. Tutto era adesso, e tutto era legittimo. Arrivò una sensazione di meraviglia infantile. Non stupore rumoroso, ma quella meraviglia silenziosa di quando, da bambini, si guarda qualcosa senza il bisogno di spiegarla. Gianalberto si sentì parte di un racconto più grande, non come protagonista, ma come comparsa perfetta. Finalmente un ruolo adatto alle sue inclinazioni. Anche l’identità si fece flessibile. Non dimenticò chi fosse, ma smise di considerarlo rilevante. Conte, figlio, erede, uomo pigro: etichette utili in certi contesti, ma ora superflue. In quel momento era semplicemente un punto di percezione che fluttuava in mezzo a un mondo sorprendentemente collaborativo. E mentre nuove immagini continuavano a emergere — geometrie vegetali, animali che sembravano portatori di messaggi non urgenti, suoni che avevano forma — Gianalberto ebbe un pensiero limpido, forse il più limpido della sua vita: Se questa è un’illusione, è fatta meglio della realtà. E, coerentemente con il suo carattere, decise di non approfondire oltre. Il viaggio si concluse senza annunci, senza epifanie finali, senza titoli di coda. Come tutte le cose importanti nella vita di Gianalberto, finì per stanchezza. La prima cosa che tornò fu il peso. Non quello morale — quello non se n’era mai andato davvero — ma il peso fisico, concreto, inconfutabile. Un peso che scricchiolava. Il secondo elemento a riaffacciarsi fu un rumore ritmico, irregolare, accompagnato da un respiro affannato e da un rosario detto a mezza voce con un accento che il tempo non era mai riuscito a levigare. Quando aprì gli occhi, o meglio quando li socchiuse per verificare che il mondo fosse tornato utilizzabile, Gianalberto capì di trovarsi dentro una carriola. Una carriola vera. Di legno. Vecchia. Con una ruota che aveva smesso di credere nella propria missione già negli anni Settanta. Ida stava spingendo. Spingeva con la determinazione delle donne che hanno attraversato un’alluvione, due regioni, tre istituzioni caritatevoli e una famiglia nobiliare senza mai ricevere un vero ringraziamento. Ogni passo era accompagnato da uno sbuffo e ogni sbuffo da una preghiera, pronunciata non per devozione ma per pura trattativa. «Signore… dammi la forza…» Scricchiolio. «…perché questo è troppo…» Scricchiolio. «…io ho fatto quello che potevo…» Scricchiolio. Era scesa la sera. Una sera lombarda, tiepida, con l’aria che sa di terra che ha lavorato tutto il giorno e ora pretende riposo. Le ombre si allungavano sui muri della cascina e la luce diventava indulgente, come se anche il sole avesse deciso di non fare domande. Gianalberto, ancora stordito ma sorprendentemente lucido nel suo modo laterale, fece un rapido conto. Non con precisione scientifica — non era il suo campo — ma con quella matematica intuitiva che si sviluppa quando il corpo è rimasto fermo troppo a lungo nello stesso posto. Se il sole era alto… poi inclinato… poi sparito… Almeno sei ore. Sei ore nella concimaia. «Ida…» mormorò, con una voce che sembrava aver passato anch’essa la giornata a riflettere sul senso dell’esistenza. Ida non si fermò. Non si voltò. Non rispose subito. «Ida… credo che mi sia successo qualcosa di strano.» A quel punto Ida si fermò. Appoggiò le mani sui manici della carriola, tirò su col naso, alzò gli occhi al cielo e parlò direttamente all’alto ufficio competente. «Vedi, Signore? Parla. È vivo. E adesso dice pure che gli è successo qualcosa.» Riprese a spingere. Dentro la carriola, Gianalberto guardava il cielo che passava sopra di lui, tra un sobbalzo e l’altro. Cercava di ricostruire. Le sensazioni. I colori. La mucca danzante. Caligola bipede. La pace. L’euforia. Il rumore. Il silenzio. La certezza di non essere più terreno. Tutto gli sembrava lontano e vicino insieme, come un sogno fatto durante un sonnellino troppo lungo. «Ida…» riprovò, con cautela. «Io… non mi ricordo bene cosa sia successo.» «Meglio,» rispose lei secca. «Così non me lo racconta.» La ruota della carriola entrò in una buca e fece un verso simile a un lamento umano. Ida sbuffava, sudava, pregava. Pregava non per la salvezza dell’anima del conte — quella l’aveva ormai affidata a una gestione superiore — ma per ottenere una conciliazione. Una soluzione definitiva a quel castigo che la vita le aveva recapitato con puntualità sadica: continuare a badare al conte Marchetti. Un conte che non cadeva mai malato, non moriva, non cambiava, ma che ogni tanto decideva di diventare improvvisamente ingestibile senza preavviso. Arrivati sotto il portico, Ida fermò la carriola con un colpo secco. Gianalberto restò lì, supino, guardando le travi di legno come se fossero un soffitto nuovo. «Domani,» disse Ida, asciugandosi le mani nel grembiule, «lei non va più alla concimaia.» Gianalberto annuì lentamente. Era d’accordo. Non per obbedienza, ma per prudenza. Dentro di sé sapeva che qualcosa era successo davvero. Qualcosa di enorme, di impossibile da spiegare e, soprattutto, di faticoso da ripetere. Ma, coerente con tutta la sua vita, decise di archiviare l’evento in una categoria rassicurante: Stranezze di campagna. Poi chiuse gli occhi. Finalmente stanco nel modo giusto.
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Oltre la Vetta. Capitolo 3: L’Ascesa Finale, la Tragedia e l’Eredità dei Fratelli Messner sul Nanga ParbatNanga Parbat: la drammatica conclusione della spedizione dei fratelli Messner sulla Parete RupalGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.L’alba di quel giorno decisivo si levò come un presagio al Campo più Alto, un luogo sospeso tra terra e cielo, dove la vita di ognuno sembrava ridotta all’essenziale. Il Nanga Parbat, con la sua maestosità e ferocia, si rivelava in tutta la sua crudele bellezza. Qui, sulla Parete del Rupal, i fratelli Reinhold e Günther Messner sapevano di essere a un passo dal realizzare il loro sogno o di precipitare in un incubo senza ritorno. L’atmosfera nel piccolo accampamento era tesa, ogni gesto assumeva un significato vitale, ogni sussurro risuonava nell’aria rarefatta. Il respiro di ciascuno si faceva affannoso a causa dell’altitudine elevatissima, e perfino la luce del sole, filtrando tra le creste innevate, sembrava un monito di quanto fosse fragile la vita su quelle pendici. Per arrivare a questo momento, i due fratelli avevano investito tutto: mesi di allenamento, selezione meticolosa dell’equipaggiamento, studi dettagliati sulle linee di salita e su possibili vie di fuga. Avevano scelto lo stile alpino, che li obbligava ad essere autosufficienti e ad agire con rapidità. Ora si trovavano lì, di fronte al tratto conclusivo della Parete del Rupal, pronti ad avventurarsi nell’ignoto. Il “Push” Verso la Vetta Le prime ore di salita furono segnate da un ritmo costante e consapevole, frutto di una preparazione che andava oltre la mera forza fisica. Reinhold e Günther, legati dalla corda e da un legame fraterno antico, procedevano con passi calibrati, affidandosi a piccozze e ramponi per guadagnare terreno su tratti di ghiaccio e roccia. Nonostante la fatica e la concentrazione necessarie, ogni tanto i due si scambiavano sguardi di incoraggiamento. In quei momenti, la montagna pareva quasi sospendere il suo rigore per concedere loro un attimo di sintonia, un battito di calore umano nel gelo spettrale. Il tratto più pericoloso si rivelò un canalone di ghiaccio particolarmente insidioso, dove il rischio di valanghe e caduta di blocchi di ghiaccio incombeva costantemente. I Messner alternarono tecniche di arrampicata su ghiaccio verticali, con i corpi incollati alla parete, a momenti in cui la roccia affiorante richiedeva manovre di arrampicata mista, rese ancor più ardue dall’ossigeno rarefatto. Ogni colpo di piccozza, ogni passo con i ramponi, costava una frazione di energia che poteva risultare decisiva al termine della giornata. Eppure, alimentati dall’adrenalina e dal desiderio di conquistare quella montagna leggendaria, i due fratelli continuarono a salire con determinazione, consapevoli che il tempo atmosferico, in Himalaya, è un avversario imprevedibile e spesso crudele. L’Istante del Trionfo Quando finalmente raggiunsero la cresta sommitale, una luce quasi irreale accese la neve e il ghiaccio. Il vento, che ululava incessante su quei pendii, sembrava ora trasformarsi in una sorta di coro in lontananza, un canto che testimoniava il loro ingresso in una dimensione estrema. Ogni passo verso la vetta era un corpo a corpo con la rarefazione dell’aria e il proprio limite psicologico. La visione del mondo sottostante era al contempo raggelante e grandiosa. Picchi lontani, nubi di vapori che si alzavano dalle vallate e quella sensazione di fluttuare, come se la montagna stessa si fosse trasformata in una sorta di passerella sospesa sul vuoto. Reinhold e Günther sapevano che, a quelle altitudini, un movimento falso o un calo di attenzione poteva essere fatale. Il momento in cui posero piede sulla vetta del Nanga Parbat fu un istante di estasi e commozione. Non c’erano folle ad accoglierli, né bandiere sventolanti o fanfare. Solo il silenzio siderale dell’alta quota e il battito accelerato dei loro cuori. Reinhold raccontò in seguito di aver provato una sensazione di “vuoto assoluto”: un misto di gioia travolgente, di gratitudine per essere arrivato lassù con il fratello, ma anche di premonizione, come se la montagna stesse sussurrando che la sfida più grande non era la salita, bensì la discesa. L’Inizio della Discesa e la Tempesta Improvvisa La vetta, per quanto rappresenti la meta sognata da ogni alpinista, è soltanto la metà del viaggio. Reinhold e Günther ne erano consapevoli, e non indugiarono a lungo in cima: un velo di nubi nere, all’orizzonte, li convinse che ogni secondo sarebbe stato prezioso per iniziare la ritirata. Le condizioni meteorologiche si deteriorarono con una rapidità sconvolgente. L’aria si fece ancora più fredda, il vento si intensificò fino a scuotere le corde e i corpi stessi. Nel giro di poche ore, un autentico turbine di neve e ghiaccio li costrinse a rivedere i piani di discesa, spingendoli a cercare percorsi alternativi meno esposti. Günther, che fino a quel momento aveva risposto con forza e determinazione alle difficoltà, cominciò a mostrare segni di affaticamento estremo. L’alta quota, la stanchezza accumulata e l’intensità della tempesta iniziarono a minare la sua energia vitale. Reinhold si rese conto che la lucidità del fratello stava scemando e che bisognava trovare una via di discesa più rapida e riparata. Fu allora che, secondo i resoconti, i due presero la decisione di cercare una via meno battuta, sperando di aggirare i passaggi più pericolosi. La Tragedia e la Perdita di Günther Il Nanga Parbat è una montagna che non perdona gli errori e non concede margini a chi esita. Mentre tentavano di discendere attraverso un versante diverso rispetto al percorso di salita, travolti da vento e neve fittissima, i fratelli si trovarono in un labirinto di crepacci e seracchi. Le testimonianze e i racconti di Reinhold Messner parlano di un momento di separazione, di un istante in cui l’oscurità e la tormenta inghiottirono Günther, portato via da una valanga o da un cedimento del manto nevoso. Proprio qui, nel cuore dell’Himalaya, si consumò il dramma che avrebbe segnato per sempre la vita di Reinhold e la storia dell’alpinismo. La disperazione di Reinhold si mescolò a un istinto di sopravvivenza primario: rimasto solo in una situazione estrema, senza ossigeno supplementare, privo del supporto psicologico del fratello e con il meteo che non accennava a migliorare, dovette combattere contro i sensi di colpa e la paura per cercare di scendere a valle. La discesa fu un’odissea. Reinhold raccontò in seguito di aver sofferto di allucinazioni, di aver patito la fame e la sete in modo lancinante, di aver vagato tra creste e ghiaioni di ghiaccio, spinto soltanto dalla volontà di sopravvivere e raccontare l’accaduto. Furono forse la sua eccezionale resistenza fisica, la padronanza tecnica e la forza morale – alimentata anche dall’amore fraterno – a riportarlo infine tra i vivi, nonostante gli arti congelati e un corpo esausto. Il Ritorno e l’Eredità di una Spedizione Leggendaria Il rientro in solitudine e in condizioni fisiche critiche, segnò l’inizio di un’altra difficile fase: Reinhold si ritrovò senza Günther, con il cuore devastato e i piedi gravemente congelati, in un mondo che chiedeva spiegazioni. Le polemiche esplosero: c’era chi metteva in dubbio la dinamica dell’incidente, chi sosteneva che i fratelli avessero litigato, chi ancora criticava la scelta di una via di discesa “improvvisata”. Ma al di là delle controversie e delle ricostruzioni successive, la verità più evidente rimase quella di un’impresa immensa, pagata con un tributo di sangue. Reinhold Messner, segnato nel corpo e nello spirito, scelse di onorare il fratello raccontando la verità dei fatti dal proprio punto di vista, sostenendo per anni la sua versione sulla tragica perdita di Günther a causa di una valanga. La spedizione al Nanga Parbat del 1970, con la salita in stile alpino sulla Parete del Rupal e il tragico epilogo, divenne un evento spartiacque nella storia dell’alpinismo. Dimostrò che era possibile, benché estremamente rischioso, tentare le grandi vette himalayane con un approccio leggero e una ridotta infrastruttura di supporto, affidandosi principalmente alla propria tecnica, resistenza e coesione di squadra. D’altra parte, mise a nudo il lato oscuro dell’avventura estrema: la montagna non contempla compromessi e, quando esige un tributo, lo fa senza preavviso. Lezioni Apprese e Lascito Spirituale Da quell’esperienza, Reinhold Messner portò con sé un bagaglio di insegnamenti che avrebbero influenzato tutta la sua futura carriera e la visione dell’alpinismo moderno. Da un lato, il dolore per la perdita del fratello non lo abbandonò mai, trasformandosi in una ferita aperta che lo spinse a superare ulteriori sfide sulle cime più alte del pianeta, sempre animato da un profondo rispetto per la natura e la sua forza incommensurabile. Dall’altro, la narrazione di quei momenti drammatici contribuì a ridefinire lo stile alpino come la massima espressione di libertà e responsabilità individuale in montagna. L’epoca dei grandi assalti con eserciti di portatori e di tende multiple lasciò spazio a un approccio più essenziale, dove la relazione tra uomo e montagna diveniva più intima, sincera, rispettosa. Anche la comunità internazionale dell’alpinismo colse l’impatto rivoluzionario di questa vicenda. Il Nanga Parbat, per quanto fosse già noto come la “montagna assassina” per via degli innumerevoli incidenti mortali, assunse un’aura mitica ancor più potente, intrecciando la storia dei Messner con il fascino di una vetta divenuta simbolo di sfida all’ignoto. Il Ricordo di Günther Messner La memoria di Günther, il fratello caduto, continua a vivere nelle parole di Reinhold e nelle menti di tutti coloro che ammirano l’alpinismo pionieristico. È un ricordo che non svanisce, ma che diventa monito e ispirazione: la montagna è maestra di umiltà e, allo stesso tempo, incitamento a spingersi oltre i propri limiti. Per anni, Reinhold Messner ha lottato contro le voci e le illazioni, cercando di far comprendere la vera dimensione della tragedia e ribadendo il profondo legame che univa lui e Günther. Il rinvenimento di alcuni resti appartenenti a Günther, molti anni dopo, confermò che il fratello era stato travolto da una valanga sul versante Diamir, mettendo fine a parte delle controversie e offrendo un barlume di pace a una vicenda segnata da polemiche e sofferenze. Conclusione: Il Sentiero Che Non Finisce Mai La spedizione dei fratelli Messner al Nanga Parbat nel 1970 si concluse con un successo alpinistico di portata storica, ma anche con una tragedia indelebile. La Parete del Rupal, con i suoi ghiacci e la sua immensità verticale, divenne teatro di una delle imprese più raccontate e discusse della storia dell’alpinismo. Il terzo e ultimo capitolo di questa avventura ricorda come, in alta quota, il confine tra vittoria e perdita sia labile e come il coraggio e la preparazione possano non bastare, quando la montagna decide di mostrare il suo volto più spietato. Tuttavia, se questa storia ci lascia un insegnamento, è che il senso profondo dell’alpinismo non risiede semplicemente nella conquista di una vetta, ma in tutto il percorso che vi conduce, dall’allenamento iniziale alla comprensione dei propri limiti, fino all’incontro con la dimensione più autentica di sé stessi. Oggi, il nome di Reinhold Messner è associato alle grandi sfide himalayane e all’alpinismo estremo, ma la sua fama è intrisa di quella ferita antica che risponde al nome di Günther, fratello scomparso su una delle montagne più letali del mondo. Ciò che resta, infine, non è solo il ricordo di un’impresa, ma il lascito di uno stile, di una visione etica dell’avventura e di una profonda riflessione sul valore della vita in ambienti ostili. In questo modo, la spedizione al Nanga Parbat del 1970 assume i tratti di una grande metafora dell’esistenza: l’ascesa e la discesa, il sogno e l’incubo, la gioia del successo e il dolore della perdita. Una storia che continua a ispirare generazioni di alpinisti e appassionati di montagna, insegnando che ogni vertice conquistato ci porta a esplorare i recessi più nascosti dell’anima e che, persino nelle tragedie più cupe, risiede un seme di conoscenza e di bellezza. © Vietata la RiproduzioneFoto Wikimedia: Shirjeel Imran Malik
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Il Silenzio del Tempo Perduto. Capitolo 2: Il Futuro nelle loro maniIl Silenzio del Tempo Perdutodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Silenzio del Tempo Perduto. Capitolo 2: Il Futuro nelle loro mani Quando arrivò a casa, Giulia trovò una lettera sulla porta. Era da parte di Sara e Marco, scritta a quattro mani. "Mamma, grazie per essere venuta a trovarci. Ci hai reso felici e ci hai fatto sentire quanto siamo amati. Non vediamo l'ora di rivederti presto. Con tutto il nostro amore, Sara e Marco." Giulia si sedette sulla poltrona, con la lettera stretta al petto. Sentì una pace profonda avvolgerla. La casa era ancora silenziosa, ma non era più un silenzio vuoto. Era un silenzio pieno di amore, di ricordi, di speranza per il futuro. E così, Giulia continuò a vivere ogni giorno con gratitudine, sapendo che, nonostante tutto, l'essenza della famiglia e dell'amore che aveva costruito con i suoi figli sarebbe sempre stata con lei, rendendo ogni momento prezioso e indimenticabile. Giulia ripose la lettera con cura, sentendo una profonda gratitudine per i suoi figli. Ogni parola scritta da Sara e Marco le aveva toccato il cuore, facendole capire che il legame che avevano costruito era indistruttibile. Decise di trovare nuove attività per riempire le sue giornate, così da rendere il silenzio della casa meno opprimente. Iniziò con il giardinaggio, un hobby che aveva sempre trovato rilassante. Passava ore nel suo giardino, piantando nuovi fiori, potando le piante e sistemando i sentieri. Il lavoro manuale la faceva sentire connessa con la natura e le dava un senso di realizzazione. Le fioriture che esplodevano di colori e profumi erano un simbolo di rinascita e speranza. Oltre al giardinaggio, Giulia si iscrisse a un corso di pittura. Ogni settimana, andava in uno studio locale dove incontrava altre persone che condividevano la sua passione per l'arte. Iniziò a dipingere paesaggi, ritratti e scene quotidiane, trovando una nuova forma di espressione che le permetteva di canalizzare le sue emozioni. La pittura divenne una sorta di terapia, un modo per esplorare il suo mondo interiore e trasformare la nostalgia in creatività. Durante una delle sue lezioni, Giulia fece amicizia con una donna di nome Laura, che aveva una storia simile alla sua. I loro figli erano cresciuti e avevano lasciato il nido, e anche Laura stava cercando modi per riempire il vuoto. Le due donne iniziarono a vedersi regolarmente, scambiandosi consigli e supporto, diventando una fonte di forza l'una per l'altra. Una sera, mentre Giulia e Laura chiacchieravano davanti a una tazza di tè, Laura propose un'idea che cambiò la vita di Giulia. "Perché non organizziamo un gruppo di supporto per altre madri come noi?" disse Laura, con gli occhi brillanti di entusiasmo. "Potremmo incontrarci una volta alla settimana, condividere le nostre esperienze, e magari fare qualcosa di utile per la comunità." Giulia ci pensò su e sentì una scintilla di entusiasmo accendersi dentro di lei. "Mi sembra un'ottima idea. Penso che potrebbe fare davvero la differenza per molte persone." E così, nacque il gruppo "Nuovi Inizi". Ogni settimana, Giulia e Laura accoglievano madri e padri che si trovavano nella stessa situazione, creando uno spazio sicuro dove poter parlare apertamente delle loro emozioni e delle loro sfide. Organizzavano attività di volontariato, come visitare case di riposo o organizzare eventi per i bambini del quartiere, trovando nuovi modi per restituire alla comunità e sentirsi utili. Col passare del tempo, Giulia si rese conto che non solo aveva trovato un modo per affrontare la solitudine, ma aveva anche costruito una rete di supporto che arricchiva la sua vita in modi che non avrebbe mai immaginato. Le settimane passavano veloci, piene di attività e di nuovi legami, e Giulia sentiva una rinascita dentro di sé. Un giorno, mentre era nel giardino, ricevette una chiamata da Marco. "Mamma, ho delle grandi novità!" esclamò Marco con entusiasmo. "Dimmi tutto, tesoro," rispose Giulia, sorridendo. "Ho ottenuto uno stage presso una grande azienda ingegneristica. È una grande opportunità e sono davvero eccitato!" "Oh, Marco, sono così fiera di te!" esclamò Giulia, sentendo una gioia immensa. "Sapevo che ce l'avresti fatta." Qualche giorno dopo, ricevette una chiamata anche da Sara. "Mamma, sono stata selezionata per un programma di scambio in Europa. Partirò il prossimo mese per sei mesi!" disse Sara con entusiasmo. "Che meraviglia, Sara! È un'opportunità incredibile. Non vedo l'ora di sentire tutte le tue avventure." Giulia si sentiva immensamente orgogliosa dei suoi figli. Ogni traguardo che raggiungevano era una testimonianza del loro impegno e della loro determinazione. E anche se la distanza tra loro sarebbe aumentata temporaneamente, sapeva che il loro legame restava forte. Con il tempo, Giulia imparò a trovare un equilibrio tra i momenti di nostalgia e quelli di gratitudine. La sua casa era ancora piena di ricordi, ma ora era anche un luogo di nuove esperienze, di amicizie e di crescita personale. Un pomeriggio, seduta in giardino con un libro, Giulia alzò lo sguardo verso il cielo azzurro e si sentì in pace. Aveva trovato un modo per trasformare il silenzio in un'opportunità di rinascita, per sé e per gli altri. E mentre il sole tramontava, colorando il cielo di sfumature dorate, Giulia sapeva che, qualunque cosa il futuro le riservasse, era pronta ad affrontarla con il cuore aperto e la mente serena. Perché la vita è un continuo viaggio di scoperta, di amore e di crescita, e Giulia aveva imparato a vivere ogni momento con gratitudine e speranza. Con il passare dei mesi, il gruppo "Nuovi Inizi" divenne una comunità vibrante e solidale. Le attività di volontariato crebbero, e Giulia trovò grande soddisfazione nel vedere l'impatto positivo che il gruppo aveva sulla vita di tante persone. Organizzavano eventi, raccolte di fondi e momenti di condivisione che rafforzavano i legami tra i membri e portavano gioia a chi ne aveva più bisogno. Un giorno, durante una delle riunioni settimanali, Laura propose di organizzare un grande evento per il quartiere: una festa della comunità, dove grandi e piccoli potessero riunirsi per celebrare la solidarietà e il senso di appartenenza. Giulia accettò con entusiasmo l'idea e, insieme, iniziarono a pianificare ogni dettaglio. La festa della comunità si tenne in un soleggiato pomeriggio di primavera. Il parco del quartiere si riempì di tavoli decorati, stand di cibo e giochi per bambini. Il gruppo "Nuovi Inizi" aveva coinvolto tutti: famiglie, anziani, giovani e persino le scuole locali. Il parco risuonava di risate e musica, e l'atmosfera era carica di energia positiva. Giulia camminava tra la folla, osservando le persone divertirsi, e sentiva il cuore colmo di gratitudine. Aveva trasformato la sua solitudine in una forza motrice che aveva unito la comunità e creato nuovi legami. Si fermò a uno stand dove un gruppo di bambini stava giocando a un gioco da tavolo. Tra loro, riconobbe alcuni volti familiari: erano i figli di alcune madri del gruppo, che giocavano insieme con la stessa gioia che ricordava nei suoi figli. Mentre osservava la scena, sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Si girò e vide Laura, con un sorriso radioso sul volto. "Ce l'abbiamo fatta, Giulia. Guarda che bellezza abbiamo creato insieme," disse Laura con orgoglio. "Sì, è meraviglioso. Non avrei mai immaginato tutto questo," rispose Giulia, commossa. Giulia sentì una gioia immensa e la condivisione di queste emozioni con Laura rese il momento ancora più speciale. La festa continuò fino al tramonto, e quando finalmente tutto si concluse, Giulia si sedette su una panchina, osservando le luci della città che iniziavano ad accendersi. Sentiva una profonda soddisfazione per tutto ciò che avevano realizzato e per il futuro che si stava delineando. La vita continuava a sorprenderla con nuove opportunità e connessioni. Aveva imparato che, anche nei momenti di solitudine, poteva trovare forza e scopo nel servire gli altri e nel costruire legami significativi. Il giorno dopo, Giulia ricevette una chiamata da Sara e Marco in videochiamata. Volevano condividere le loro emozioni e le loro esperienze recenti. Guardando i volti dei suoi figli attraverso lo schermo, Giulia sentì una connessione ancora più profonda. Parlò loro della festa della comunità, del gruppo "Nuovi Inizi" e di come aveva trovato una nuova famiglia tra le persone che aveva incontrato. "Mamma, sei incredibile. Sei un'ispirazione per tutti noi," disse Sara con ammirazione. "Sì, mamma. Siamo così fieri di te," aggiunse Marco. Giulia sorrise, con le lacrime agli occhi. "Grazie, ragazzi. Anche voi siete la mia ispirazione. Continuate a seguire i vostri sogni e a vivere con passione. Io sarò sempre qui per voi, ovunque mi trovi." Chiusa la chiamata, Giulia si sentì più forte e più serena. Aveva trovato un modo per vivere appieno, trasformando le sfide in opportunità e la solitudine in una fonte di connessione e amore. La casa era ancora silenziosa, ma ora quel silenzio era riempito di ricordi, di speranza e di un nuovo senso di scopo. E così, Giulia continuò il suo viaggio, sapendo che la vita è un susseguirsi di capitoli, ognuno con la sua bellezza unica. E lei, con il cuore aperto e la mente serena, era pronta a vivere ogni momento con gratitudine e amore. Aveva sempre cercato di essere forte per i suoi figli. Anche quando il medico le aveva dato la notizia devastante, aveva deciso di non dire nulla a Sara e Marco. Voleva proteggerli, permettere loro di continuare a vivere le loro vite senza il peso della sua malattia. Sapeva che la distanza avrebbe reso tutto ancora più difficile e, in fondo, sperava che il trattamento avrebbe funzionato e che non ci sarebbe stato bisogno di preoccuparli. I mesi successivi furono un turbine di visite mediche, trattamenti e momenti di solitudine. Giulia si aggrappava alla speranza e alla forza che aveva trovato nel gruppo "Nuovi Inizi" e nelle sue nuove attività. Laura era stata un supporto inestimabile, sempre presente per offrirle un orecchio attento e un abbraccio quando ne aveva bisogno. Ogni volta che parlava con Sara e Marco, nascondeva il dolore dietro un sorriso. Raccontava loro delle attività del gruppo, delle sue nuove amicizie e dei progetti per il futuro. Ma ogni notte, quando si trovava sola nella sua stanza, il peso della malattia e della solitudine si faceva sentire. Una sera, durante una delle riunioni del gruppo, Giulia non riuscì più a trattenere le lacrime. Mentre tutti condividevano le loro storie e le loro sfide, Giulia sentì che era il momento di rivelare la sua verità. Con la voce tremante, iniziò a parlare. "Voglio condividere qualcosa con voi. Da mesi sto combattendo contro una malattia... e ho nascosto tutto ai miei figli. Ho cercato di essere forte, di proteggerli, ma non posso più farlo da sola." Laura le prese la mano, stringendola con forza. "Siamo qui per te, Giulia. Non sei sola in questo." Il supporto del gruppo le diede la forza di affrontare la verità. Quella stessa notte, decise di chiamare Sara e Marco. Si sedette sul letto, il cuore che batteva forte, e prese il telefono. Iniziò con Sara, che rispose subito, con il solito entusiasmo. "Ciao, mamma! Come stai?" Giulia prese un respiro profondo. "Ciao, tesoro. Devo parlarti di qualcosa di importante. Non è facile, ma devi saperlo." Il tono di Sara cambiò immediatamente. "Mamma, cosa c'è che non va? Mi stai spaventando." "Da qualche mese sto combattendo contro una malattia. Ho deciso di non dirvelo subito perché volevo proteggervi, ma ora ho bisogno di voi." Sara rimase in silenzio per un attimo, poi la sua voce si spezzò. "Mamma, perché non ce l'hai detto? Siamo qui per te, ti avremmo aiutato. Cosa possiamo fare adesso?" "Ho solo bisogno che mi siate vicini, anche se a distanza. E sapere che mi amate è il miglior supporto che posso avere." Dopo aver parlato con Sara, Giulia chiamò Marco. Anche lui rispose subito, con la sua solita dolcezza. "Ciao, mamma! Come stai?" Giulia ripeté la stessa conversazione, e sentì lo stesso silenzio carico di emozione dall'altra parte della linea. "Mamma, ti raggiungo subito. Devo essere lì con te," disse Marco, con determinazione. "Non c'è bisogno, amore. Continua con i tuoi impegni. Sapere che mi pensate e mi sostenete è già abbastanza." Nei giorni successivi, Giulia sentì un'ondata di amore e supporto da parte dei suoi figli. Sara e Marco la chiamavano regolarmente, mandavano messaggi di incoraggiamento e promesse di visita. Anche Laura e il gruppo "Nuovi Inizi" le erano sempre vicini, offrendo il loro sostegno in ogni momento. Il trattamento continuava e le giornate erano difficili, ma Giulia si sentiva più forte sapendo di non essere sola. Aveva finalmente condiviso il suo fardello e, sebbene la strada fosse ancora lunga, sapeva di avere un esercito di amore e supporto al suo fianco. Una mattina, mentre il sole filtrava attraverso le tende della sua camera, Giulia ricevette un messaggio da Marco: "Mamma, ho preso un volo. Sarò lì domani. Ti voglio bene." Il giorno seguente, Sara e Marco arrivarono insieme. Giulia li accolse con lacrime di gioia, sentendo una nuova speranza crescere dentro di lei. Passarono giorni a parlare, a ridere e a sostenersi a vicenda. La presenza dei suoi figli le dava una forza nuova, una ragione per continuare a lottare. E così, con il supporto di Sara, Marco, Laura e il gruppo "Nuovi Inizi", Giulia affrontò la sua battaglia con coraggio. Ogni giorno era una nuova sfida, ma anche un nuovo inizio, un'opportunità di vivere con amore e gratitudine. Perché, alla fine, la forza dell'amore e della famiglia era ciò che rendeva ogni momento prezioso e degno di essere vissuto. E Giulia sapeva che, qualunque cosa accadesse, avrebbe continuato a lottare, circondata dall'affetto delle persone che amava. Con il passare dei mesi, la malattia di Giulia progredì nonostante i trattamenti e il supporto incondizionato dei suoi figli e amici. Ogni giorno era una nuova battaglia, e anche se la sua forza di volontà era incrollabile, il suo corpo iniziava a cedere. Sara e Marco rimasero costantemente al suo fianco, alternandosi per essere presenti quanto più possibile. Una sera, mentre la famiglia era riunita nel salotto di casa, Giulia sentì il bisogno di parlare con i suoi figli di qualcosa di importante. Con un sorriso affettuoso, chiese loro di sedersi vicino a lei. Sara e Marco, intuendo la gravità del momento, le presero le mani e si prepararono ad ascoltare. "Sapete quanto vi amo," iniziò Giulia, con la voce tremante ma risoluta. "E quanto sono orgogliosa di voi. Siete la mia luce e la mia forza. Vorrei darvi qualcosa che va oltre le parole, un testamento morale che vi guidi nella vostra vita." Sara e Marco si scambiarono uno sguardo, i loro occhi lucidi di lacrime trattenute. "Prima di tutto, voglio che ricordiate sempre di vivere con integrità. Siate onesti con voi stessi e con gli altri. La verità è il fondamento di ogni rapporto significativo, e senza di essa, tutto crolla." "Ricordate di essere gentili," continuò Giulia. "La gentilezza non è un segno di debolezza, ma di grande forza. In ogni situazione, cercate di capire gli altri, di offrire un sorriso, un gesto di conforto. Il mondo ha bisogno di più gentilezza, e voi potete fare la differenza." Si fermò per un attimo, prendendo un respiro profondo. "Siate coraggiosi. La vita vi presenterà sfide e momenti difficili, ma affrontateli con coraggio. Non abbiate paura di seguire i vostri sogni, anche quando sembrano impossibili. Il coraggio vi porterà lontano." Giulia strinse le mani dei suoi figli con più forza. "Non dimenticate mai l'importanza della famiglia. Tenetevi stretti, sostenetevi a vicenda. La famiglia è il vostro porto sicuro, il luogo dove troverete sempre amore e comprensione. Anche quando sarete lontani, il legame che avete vi terrà uniti." Sara e Marco non riuscirono più a trattenere le lacrime. "Mamma, non possiamo immaginare la nostra vita senza di te," disse Marco, la voce rotta dall'emozione. "Non sarò mai davvero lontana," rispose Giulia con dolcezza. "Sarò sempre con voi, nei vostri cuori, nelle vostre azioni. Continuate a vivere con amore, con passione, con dedizione. Questo è il mio desiderio per voi." Fece una pausa, guardando i suoi figli con un amore infinito. "Infine, ricordate di essere grati. La gratitudine trasforma ciò che avete in abbastanza e più di abbastanza. Apprezzate le piccole cose, i momenti di gioia, le persone che incontrate lungo il cammino. La gratitudine vi darà la forza di affrontare ogni giorno con un cuore pieno." Giulia sentì un’ondata di stanchezza travolgerla, ma anche una profonda pace. Aveva detto tutto ciò che era importante, tutto ciò che voleva lasciare in eredità ai suoi figli. Sara e Marco la abbracciarono stretta, promettendole che avrebbero sempre tenuto a mente le sue parole. Nelle settimane successive, Giulia si indebolì ulteriormente, ma sentiva il calore dell’amore dei suoi figli e degli amici che la circondavano. Laura e i membri del gruppo "Nuovi Inizi" continuavano a farle visita, portandole conforto e gioia. Una notte, mentre il vento soffiava leggero fuori dalla finestra e la luna illuminava debolmente la stanza, Giulia si addormentò serenamente, circondata da Sara e Marco. Il suo ultimo respiro fu un sospiro di sollievo e di pace, sapendo che aveva lasciato ai suoi figli non solo l’amore, ma anche la saggezza e i valori che li avrebbero guidati per il resto della loro vita. Il giorno del funerale, la chiesa era gremita di persone che avevano conosciuto e amato Giulia. Ognuno di loro aveva un ricordo speciale da condividere, un gesto di gentilezza, una parola di conforto che Giulia aveva donato loro. Sara e Marco, sebbene addolorati, sentivano il peso della responsabilità di onorare la memoria della loro madre vivendo secondo i principi che lei aveva instillato in loro. Mentre la bara veniva calata nella terra, Sara prese la mano di Marco e, con una voce tremante ma decisa, disse: "Mamma, continueremo a vivere secondo i tuoi insegnamenti. Sarai sempre con noi." Marco annuì, stringendo la mano della sorella. "Sì, mamma. Ti renderemo orgogliosa." E così, la vita di Giulia continuò a brillare attraverso le azioni e le scelte di Sara e Marco. Ogni giorno, trovavano modi per essere onesti, gentili, coraggiosi, grati e per valorizzare la famiglia. Ogni giorno, sentivano la presenza di Giulia nei loro cuori, guidandoli e proteggendoli. La casa, una volta silenziosa e piena di ricordi, era ora un santuario di amore e speranza, un luogo dove la memoria di Giulia viveva e prosperava. E in ogni momento di difficoltà, in ogni scelta importante, Sara e Marco trovavano forza e conforto nelle parole della loro madre, sapendo che lei sarebbe sempre stata la loro guida, il loro faro nella notte. Perché l'amore di una madre non muore mai. Vive nei cuori dei suoi figli, nei loro gesti, nelle loro vite. E Giulia, con il suo testamento morale, aveva assicurato che il suo amore e la sua saggezza avrebbero continuato a vivere per sempre.© Riproduzione Vietata
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I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 11 A. Nel cuore della tempestaTra incubi rivelatori e risvegli rigeneranti, Matteo ed Elena affrontano le paure interiori e il desiderio di rinascita nel silenzio della montagnaLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 11 A. Nel cuore della tempestaTra incubi rivelatori e risvegli rigeneranti, Matteo ed Elena affrontano le paure interiori e il desiderio di rinascita nel silenzio della montagna Matteo, dopo aver lasciato Elena in camera, tornò in cucina dove trovò sua madre ancora indaffarata a riordinare. Il volto di Matteo era segnato da una preoccupazione che non cercò di mascherare. Si avvicinò al tavolo e, a bassa voce per non farsi sentire dagli altri ospiti, le raccontò in modo dettagliato quello che era successo: la crisi improvvisa di Elena, i tremori, la nausea, la debolezza che l’aveva costretta a letto. «Mamma, secondo te dovremmo chiamare il dottor Agazzi? Ho paura che Elena non stia solo male per la stanchezza…» chiese, lasciando trasparire tutta la sua incertezza. La madre, ascoltando con attenzione il resoconto dei sintomi, annuì lentamente, riflettendo su ogni dettaglio. «Hai fatto bene a portarla qui e a farle preparare qualcosa di caldo. Ma sai, Matteo, spesso dopo certi sconvolgimenti basta un po’ di riposo, soprattutto se Elena è già stata visitata da altri medici. Se domani mattina non dovesse sentirsi meglio, allora chiameremo senz’altro il Dottor Agazzi. Ma per questa notte lasciamola tranquilla, che possa riposare senza altre preoccupazioni. Vediamo come si sveglia domani.» Matteo, pur ancora in ansia, si sentì rassicurato dalle parole materne, forti di una saggezza che veniva da anni di esperienza nell’accoglienza e nella cura delle persone. «Hai ragione mamma, lasciamola tranquilla stanotte. Passerò a vedere come sta domattina, appena mi sveglio.»....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Il Segreto di Corenno Plinio. IntroduzioneAmore e Coraggio nel Borgo di Corenno Plinio, tra Misteri e Cospirazioni Maggio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. IntroduzioneUn viaggio tra suspense, memoria e paesaggi incantati: scopri l’atmosfera unica di Corenno Plinio e le premesse di una storia avvincente, dove il passato riaffiora e ogni segreto può cambiare il destino Corenno Plinio, un minuscolo borgo medievale incastonato tra le acque profonde del Lago di Como e la roccia delle montagne, è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Qui le strade di ciottoli si arrampicano silenziose tra case antiche, i glicini si affacciano sui muri di pietra e le notti si specchiano nel lago come in un misterioso occhio d’acqua, custode di storie dimenticate. È in questa cornice sospesa, dove la realtà si fonde alla leggenda, che prende vita il racconto di Lisa e Andrea, una coppia che ha scelto di vivere lontano dal caos, abbracciando la pace e i piccoli riti di una quotidianità scandita dalla natura e dai ritmi del borgo. Il romanzo si apre su uno scenario di apparente serenità: Lisa e Andrea, profondamente innamorati, vivono nella loro casa in pietra sulla riva, immersi in abitudini semplici, tra lavoro, letture, passeggiate e una passione comune per la storia locale. Il paese, con le sue campane e le sue voci, è al tempo stesso rifugio e mistero, luogo di intimità e di silenzi. Tuttavia, come spesso accade nei luoghi dove ogni cosa sembra immutabile, sotto la superficie serpeggiano tensioni inespresse, vecchi rancori, verità taciute, e il passato torna a bussare quando meno ce lo si aspetta. Un viaggio improvviso nei vigneti piemontesi interrompe la loro routine e fa da spartiacque: è proprio durante questa breve fuga, tra colline e uve mature, che una serie di telefonate anonime e inquietanti richiama Lisa e Andrea al paese, avvolgendo il loro ritorno in una strana, crescente inquietudine. Il rientro a Corenno coincide con il ritrovamento di un cadavere sulla banchina del lago, evento che sconvolge la comunità e infrange la fragile tranquillità di chi pensava che la provincia fosse immune dal mistero e dalla paura. Da quel momento, la vicenda prende il ritmo di un giallo psicologico e corale: le strade familiari del borgo diventano teatro di indagini, sospetti e incontri decisivi. Lisa si trova a ricevere messaggi minacciosi, il paese si richiude in un silenzio ostile, e l’ombra di un nemico invisibile si fa sempre più concreta. Un giovane del posto, Enrico, irrompe nella loro storia: è un personaggio fragile e tormentato, che porta con sé indizi cruciali e la consapevolezza che ciò che si muove tra le pietre di Corenno ha radici profonde, forse più antiche delle sue stesse mura. Il maresciallo Colleoni, carabiniere esperto in traffici di beni culturali, diventa un alleato prezioso ma anche un ulteriore elemento di complessità: il suo sguardo indagatore mette a nudo antichi segreti del paese e introduce il tema della memoria come bene conteso e fragile. Sotto la guida di Colleoni, Lisa e Andrea sono costretti a mettere in discussione tutto: la fiducia negli altri, la sicurezza del loro amore, la stessa idea di comunità. Ogni angolo del borgo – la chiesa, la cripta, la vecchia rimessa, la casa in pietra – si trasforma in luogo di ricerca e di rischio, tra indizi da interpretare, documenti cifrati, mappe antiche e oggetti che sembrano parlare dal passato. Non è solo la tensione dell’enigma a tenere il lettore avvinto: nel romanzo si intrecciano storie individuali e collettive, ricordi di guerre e carestie, amicizie e rivalità, la vita delle donne che, generazione dopo generazione, hanno tramandato segreti e protetto la comunità anche a costo del silenzio e della solitudine. Il lago di Como, con le sue profondità imperscrutabili e i suoi riflessi mutevoli, è più di uno sfondo: diventa simbolo e testimone, custode delle cose dette e soprattutto di quelle taciute, presenza costante che lega i personaggi al destino del luogo. L’indagine, che inizia con la ricerca dell’identità del cadavere e il deciframento della misteriosa mappa trovata da Lisa, si trasforma presto in una scoperta più ampia: quella di una rete invisibile di giuramenti, tradimenti, memorie divise tra il desiderio di proteggere il passato e la paura di svelarlo. Il lettore viene accompagnato in un viaggio che è, insieme, esteriore e interiore: una discesa nelle cantine e nelle cripte del paese, tra archivi polverosi e lettere mai spedite, e un viaggio nelle pieghe della memoria collettiva, tra le colpe e i sogni di chi ha scelto di tacere e di chi, invece, trova il coraggio di parlare. Ogni capitolo si apre come una nuova stanza di questa casa della memoria: le scoperte di Lisa e Andrea si intrecciano a quelle degli altri abitanti del borgo, in un continuo confronto tra passato e presente, tra ombre e verità. Le alleanze si formano e si sciolgono, le paure si fanno più acute, eppure tra i protagonisti cresce anche la consapevolezza che la verità – per quanto pericolosa – può essere il solo modo per salvare ciò che davvero conta: la dignità del paese, la forza degli affetti, la possibilità di un futuro condiviso. Corenno Plinio emerge così in tutta la sua potenza evocativa: non solo scenario di suspense, ma vero personaggio corale, vivo e contraddittorio, teatro di storie d’amore, di vendetta e di redenzione. I paesaggi del lago di Como – le albe leggere, i crepuscoli silenziosi, le notti punteggiate di lanterne – fanno da cornice a un mistero che travalica il delitto e diventa riflessione su cosa significhi appartenere a un luogo, su come la storia si annodi alle vite e alle scelte di ognuno. Questa è una storia di segreti e rivelazioni, di famiglie legate e divise dal tempo, di amicizie tradite e recuperate. Ma è anche – forse soprattutto – una storia di coraggio: il coraggio di guardare negli occhi la verità, anche quando fa paura; di rompere il silenzio, anche quando costa caro; di credere che ogni memoria, anche la più difficile, abbia diritto di essere ascoltata. Nell’arco dei capitoli che compongono questo romanzo, il lettore attraverserà con Lisa e Andrea notti insonni, fughe e ritorni, paure e abbracci, scoperte e perdite. Scoprirà con loro che, spesso, la vera avventura non è soltanto risolvere un mistero, ma imparare a condividere la memoria e a trasformarla in una radice capace di nutrire il futuro. Preparati dunque a lasciarti avvolgere dal fascino di Corenno Plinio, ad attraversare i suoi silenzi e i suoi enigmi, ad ascoltare la voce del lago e quella di chi, tra mille difficoltà, sceglie di non avere più paura. In queste pagine troverai un paese e i suoi abitanti, ma forse, più ancora, troverai riflessi di te stesso: delle tue ombre, dei tuoi ricordi, delle tue speranze. Perché ogni storia vera, in fondo, parla sempre un po’ di tutti noi.© Vietata la Riproduzione
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Reliquie nel Buio - Il giallo noir dei furti sacri in Lombardia - Capitolo 1Giallo noir ambientato nel 1960: la commissaria Lucia Marini indaga sui furti di reliquie fra Duomo di Milano, abbazie lombarde e le miniere di Schilpario, tra suspense, inseguimenti e tradimenti Giugno 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Settembre 1960. Sulle guglie del Duomo di Milano, le prime ombre della sera si stendevano come dita d’inchiostro, e la Madonnina—rivestita d’oro battuto—pareva un faro caldo nell’aria che già odorava di nebbia. Dentro la cattedrale, il silenzio era vivo: respirava d’incenso che si annidava fra le navate gotiche, di pietra umida, di cera fusa ancora calda nei candelabri. Un battito secco, lontano, ricordava il respiro regolare dell’antico organo, ma nessuno suonava. Alle 22:17 esatte, un sussurro di seta scivolò dal matroneo settentrionale. Una figura alta, appena più larga d’un capospalla, indossava un impermeabile cerato color antracite; il cappello a tesa curva ne spezzava i tratti. Il volto restava sepolto dietro un passamontagna di lana sottile; solo gli occhi, gelidi, tagliavano il buio. Con gesti pre-calibrati, la figura agganciò a un cavo di treccia kevlar un uncino a becco d’airone, poi discese a picco per undici metri, facendo leva sulle mensole che sorreggono i finestroni istoriate. Il rumore era nulla, un sibilo e un respiro; le scarpe in gomma Vibram attutivano l’impatto su ogni pietra. La reliquia del Santo Chiodo—dentro una teca in argento, vetri piombati e minuteria in smalti neri—rifletteva la luce di una sola candela votiva. Era ancorata al basamento con un bullone di sicurezza Torx che pochi conoscevano; il ladro vi applicò un estrattore sagomato, girò cinque volte e la teca si sciolse dal sostegno come per stregoneria. Un velo di velluto porpora la inghiottì. Un lieve click segnalò la rottura della fotocellula d’allarme, installata appena due mesi prima: era l’unico suono che tradì l’operazione. Ma l’ombra, rapida, infilò una scala di servizio chiusa da una grata, percorse un corridoio dismesso—ricavato nel XV secolo come ambulacro di manutenzione, e sbucò sul tetto di color piombo-scuro. Da lì, una fune d’acciaio finiva in un lucernario accessorio aperto sul cantiere per il restauro: quindici secondi dopo, il ladro non era già più in vista, inghiottito dall’intreccio di ponteggi che scendevano fino al cortile del Capitolo. La mattina seguente, alle 06:15, la commissaria Lucia Marini—trentadue anni, spalle dritte, portamento da schermitrice, oltrepassò la porta bronzea. Proveniva da Fiesole ma aveva adottato Milano con la disciplina di chi ama una città come una sfida. Un trench blu-fumo cadeva impeccabile; sotto, il tailleur grigio ardesia e le Oxford lucidate a specchio raccontavano poco ma facevano intendere tutto: professionalità, pragmatismo, rispetto per il sacro e per la scena del crimine. Accanto a lei camminava l’ispettore Ettore Riva, quarantacinque anni, baffi a manubrio, un taccuino così gonfio di appunti da non chiudersi più. «Nessuna manomissione agli ingressi, commissario. Né scassi, né effrazioni, né vetri infranti.» Lucia sfiorò il basamento di marmo ora nudo; in controluce notò tre granelli di vernice nera, forse staccati dal supporto metallico, e li raccolse con pinzette sterili. «Questi non li ha persi un dilettante. Servono analisi chimiche, ma scommetto che ci diranno qualcosa sui lavori in quota. Procurami l’elenco completo degli operai notturni, dei sacrestani e perfino dei turnisti dell’ATM che stanotte hanno diretto i tram in piazza.» Il sacrestano, un omino magro dalle mani febbrili, mormorava Avemarie: «Rubare un chiodo della Croce… è un peccato che grida vendetta fino al cielo.» Lucia lasciò che la frase cadesse in un silenzio pesante. Pensava al modo in cui l’Italia stava correndo verso il benessere; ma il benessere produceva tentazioni nuove, mercati paralleli, collezionisti disposti a pagare cifre lunari per pezzi unici. In cuor suo, la commissaria avvertì il rintocco di un’orchestra che accorda gli strumenti prima di un concerto blasfemo. Alle 20:35, montata su una Moto Guzzi Isabella color avorio lucidata come uno specchio, guidò lungo i Navigli verso le officine dismesse di Porta Genova. Il cielo di settembre era di un cobalto profondo, tagliato da canaloni industriali e rotaie arrugginite. Lì, nel buio rischiarato da una lampada rossa al neon, «Verniciature Bianchi & Figli», insegna fantasma, aspettava “Ragno”, informatore vecchio stile: sciarpa scozzese, giacca tweed slabbrata, calli sulle mani. «Gira voce di un committente straniero. Non russo, non americano: elvetico. Molto danaro, poche chiacchiere. Ordina solo reliquie con valore liturgico e storico insieme. Ha fissato un mese di tempo: dopo, il confine si chiude.» Lucia guardò l’acqua del Naviglio Grande, scura come pece. Un mese non era tanto per rubare un singolo oggetto, figuriamoci una collezione. Doveva esserci un piano dettagliato, una squadra rodata, forse ex militari, forse artificieri. E dovevano disporre di un deposito lontano da occhi indiscreti, ma abbastanza vicino da smistare la merce con camion leggeri. Se ne andò sull’Isabella con un nodo allo stomaco: la notte a venire sarebbe stata breve, e i suoi sogni più brevi ancora. Tre notti dopo, l’Abbazia di Chiaravalle Milanese dormiva dentro un mantello di campi di mais. Il campanile, la celebre “Ciribiciaccola”, soprannome datole dai milanesi per il suono melodioso, si stagliava contro una mezzaluna opaca. Dentro, il chiostro romanico odorava di tigli e di pane fresco: i monaci sfornavano ancora all’alba. Ma alle 02:03, quando la campana maggiore doveva battere l’ora, non v’era rintocco: un guasto apparente che teneva lontano curiosi e guardiani. Due figure, in tute scure di canapa cerata, arrivarono dal prato laterale, piegati come contadini contro la pioggia. Uno impugnava un coltello da taglio funi e recise in silenzio il filo di rame della sirena; l’altro, più agile, s’infilò in una monofora alta un metro e venti, lasciando a terra la maschera antigas dopo aver saturato di cloroformio il corridoio dei novizi. Scivolarono lungo la parete interna incrostata di affreschi del Trecento, calandosi con corde di canapa impregnate di cera d’api per non stridere. Nel cuore della sala capitolare, su un piedistallo ligneo scolpito a racemi, splendeva il calice in smalto champlevé del XII secolo, dono di san Bernardo agli abati cistercensi fondatori. Era alto ventitré centimetri, peso poco oltre mezzo chilo, oro e rame sbalzato, smalti verdi e blu a disegno di vite e melograni. Un oggetto raro già allora, oggi inestimabile. Il ladro più basso tirò fuori da uno zaino militare svizzero un astuccio su misura, rivestito in feltro tedesco, e con mani inguantate di nappa nera fece scivolare il calice dentro come un bambino nel sonno. Alle 07:22, Lucia Marini parcheggiò una Fiat 1400 grigia nel cortile dell’abbazia. L’aria odorava d’erba falciata, di grano, di latte appena munto. I monaci, in fila, recitavano laudi con voci monotone e ferite. L’abate, fra un Jesu dulcis memoria e un sospiro, l’accompagnò nella sala ormai spoglia. «Non hanno toccato né i candelabri d’argento né i codici miniati. Solo il calice,» disse con voce rotta ma ferma. Lucia fece il giro del piedistallo, notando minuscoli segni di pressa rotonda, il calice non era stato sollevato di peso ma ruotato e fatto scorrere per ridurre l’attrito della tomaia. Ogni gesto parlava di un’equipe addestrata, forse addirittura un maestro d’armi medievali appassionato di maneggio di oggetti sacri. Chiese l’archivio dei visitatori speciali, i registri dei restauratori, perfino la lista dei coristi invitati: ogni firma poteva essere una copertura. La sera, in questura, convocò la squadra davanti a una mappa topografica: spilli rossi su Milano e Chiaravalle, cerchi concentrici a indicare raggio d’azione e vie di fuga. «Se il nostro direttore d’orchestra segue una logica geometrica, il prossimo furto si sposterà più a est, forse nella bergamasca. Guardate il pattern temporale: tre giorni, poi due; la finestra si stringe. Addestramento militare? Chi scala senza rumore, disinnesca allarmi appena installati, usa tute cerate? Mi ricorda i sabotatori alpini che ho studiato nei dossier della Resistenza.» Riva, masticando la punta di una matita, intervenne: «Le miniere dismesse dell’Alta Val Seriana ospitarono reparti di deposito esplosivi. Se qualcuno avesse conservato mappe e materiali, oggi sarebbe in grado di aprire caveau come scatolette.» Non fece in tempo a finire la frase che il telex centrale gracchiò: «FURTO NOTTURNO CAPPELLA COLLEONI – BERGAMO ALTA – RELIQUIARIO SAN BARTOLOMEO SCOMPARSO». Erano le 18:06 di giovedì 8 settembre. Il ritmo si faceva serrato; il direttore agitava la bacchetta. Bergamo Alta somiglia a un veliero di pietra ancorato ai colli: mura veneziane, scalinate ripide, slarghi che odorano di polenta e camoscio fresco. Alle 01:47 di quella notte, un boato secco squarciò il silenzio medievale. Due cariche di nitrogelatina, poste dal lato interno della porta bronzea, avevano frantumato chiavistelli in acciaio modernissimo senza incrinare il polittico alle spalle. Segno di un artificiere che conosceva concentrazione, distanza e pressione come un violinista conosce toni e semitoni. Il Reliquiario Colleoni, oro massiccio, venti chili di metallo e lapislazzuli, raffigurava scene della Passione incavate a bulino. Tre strati di smalto traslucido facevano balenare lampi azzurri quando una torcia li colpiva. I ladri, due uomini e una donna secondo una testimone insonne che abitava sopra il chiostro, lo fissarono a un carrello con ruote a cuscinetti; posero un cuscino d’iuta intrecciata fra metallo e legno, quindi scivolarono sul selciato a gradoni, verso un veicolo-ombra. L’eco dei rulli risuonava come un tamburo funebre in discesa. Alle prime luci, la pioggia settembrina trasformava i sanpietrini in specchi sdrucciolevoli. Lucia, cappotto addosso e basco calato, s’inginocchiò accanto ai frammenti di ottone e analizzò i residui di detonante: odore di uovo marcio tipico del nitroglicerolo, ma con un retrogusto di solvente appena differente. «Non è una carica commerciale,» sussurrò, «ma una miscela artigianale. Chi conosce bene la polverizzazione di nitrato di potassio e segatura? Ex demolitori, minatori o artificieri militari.» Il capitano dei carabinieri Angelo Simeoni, un colosso con stampella in legno d’ulivo, ricordo di un’esplosione nell’Africa Orientale—strinse la mano di Lucia con rispetto. «Testimoni riferiscono di una Balilla nera, nessuna luce, targa mutila: BG-37, poi forse un otto o un tre. Direzione Seriate.» In quel momento, la radio di servizio riprese fiato: «Colpo simultaneo all’Altar Maggiore del Duomo di Brescia: sottratta pala d’altare attribuita al Moretto.» Lucia si sentì mancare terra sotto i piedi: la banda lavorava su due fronti, forse più cellule coordinate. Non volle aspettare: arruolò l’agente Fausto Pagani, venticinque anni, occhi da ragazzo ma riflessi da pilota di caccia, e lo spinse nell’Alfa 1900 TI. «Portami a Brescia, e falla volare.» L'asfalto dell'Autostrada Serenissima risuonava d’un rombo cavernoso. Fausto guidava con guantoni di capretto, dita leggere sul volante come un pianista. «Se puntano a Monza la prossima notte, commissario, non troveremo neanche la polvere.» Lucia rispose senza distogliere lo sguardo dalla striscia di asfalto: «Puntano a Monza questa notte, Fausto. Quello che non si aspettano è di trovarci lì.» Arrivarono al Duomo di Monza alle 03:54, ma il portone era già spalancato, le guardie a terra con lividi dietro la nuca. La Corona Ferrea, anello d’oro e argento in cui secondo la tradizione era incastonato un chiodo della Croce, era sparita. Sul pavimento giaceva un guanto di cuoio nero, indice e medio tagliati via. L’ispettore Riva lo afferrò con pinzette e lo sigillò in un sacchetto di carta Kraft. Nessuna impronta, solo il profumo aspro di lanolina e polvere nera. Un vezzo da guappo o un depistaggio? Lucia avvertì una fitta sotto lo sterno: un filo invisibile annodava ogni colpo, e lei ne toccava la corda vibrante. Se non l’avesse reciso in fretta, la melodia si sarebbe trasformata in requiem. Milano reagì con rumore. Il Corriere della Sera titolò a nove colonne: “SACRILEGIO IN LOMBARDIA: RUBATA LA STORIA”. La foto di Lucia, ritratta di profilo mentre studiava i frammenti a Brescia, prese mezza pagina. Lei la vide appesa in edicola e provò fastidio: la trasformava in mascotte d’una caccia all’uomo che non era ancora caccia ma scacco. Alle 21:07 di quel venerdì, nella sala interrogatori di via Fatebenefratelli, la lampada a braccio proiettava cerchi d’ombra sul volto di Gualtiero “Il Cardinale” Migliavacca. Cravatta di seta bordeaux, pochette abbinata, fede in oro bianco: ogni dettaglio gridava eleganza, ma le sue mani tremavano appena quando Lucia posò sul tavolo la foto della Balilla nera. «È la sua, vero? L’ha vista un messo comunale a Bergamo Alta la notte scorsa.» Il Cardinale incrociò le gambe come fosse seduto al Cova a sorseggiare aperitivo. «La mia Balilla era parcheggiata davanti al teatro Sociale, cara commissaria. Ho testimoni e biglietti. Amo l’Opera più delle reliquie, sebbene riconosca a entrambe un valore immortale,» rispose con un sorriso tagliente. Lucia sfiorò la tazzina di caffè ma non bevve: «E questo?», chiese mostrando un fermacarte d’ottone trovato nel bagagliaio della Balilla, inciso con un trifoglio identico al marchio della Cappella Colleoni. «Suvvia, dottor Migliavacca: a chi lo passava?» Dietro il vetro unidirezionale, Riva ringhiava; il brigadiere Giuliano Calò osservava la gestualità del sospetto: tacco destro che batteva in sincrono con la lancetta dei secondi. Un tempo misurato: 60 colpi al minuto. Un uomo abituato all’appuntamento preciso. Ma l’alibi sembrava di piombo, e senza impronte o testimoni oculari, Lucia dovette lasciarlo andare. Quella stessa notte, Fausto pattugliava i Navigli: acqua nera, barche ferme, odore di umidità e gasolio. Sotto il ponte dello Scodellino, un ragazzino slavo con fisarmonica gli scivolò accanto e sussurrò: «Se cercate la Corona, parlate con Oro Nero. Lui fa saltare il mondo senza che il mondo se ne accorga». “Oro Nero” era Ernesto Varoli, ex minatore di Lovere, famoso per usare l’esplosivo come artista usa il pennello. Gestiva un’officina abusiva in un capannone scrostato di Viale Ortles: lamiera bucata, odore di olio esausto, ritratti di Gina Lollobrigida appesi fra carrucole. Alle 06:10 di sabato, Lucia guidò un blitz: otto agenti in giubbotto antiproiettile, due pastori tedeschi, ariete d’acciaio. Il portellone saltò con clangore, ma il nido era freddo. Solo fumo di saldatrice ancora tiepido, guanti gettati a terra, e sul tavolo una mappa topografica della Val di Scalve, miniere di Schilpario, tracciata in matita blu: «TUNNEL BETA – camera deposito 3×2 m – accesso da pozzo 4 dismesso». Lucia tastò la carta ruvida, pensando al Passo del Vivione: da lì alla Svizzera in autocarro leggero era questione di due ore. Il confine: siepe difficile da attraversare per la legge, setaccio largo per la merce di contrabbando. Alle 23:19, una telefonata anonima scorticò il buio: «Non arriverete a Schilpario. Tra voi c’è chi trama. Guardatevi l’un l’altro… e tremate.» La voce era cavernosa, incolore, forzata come passasse in gola a un fantoccio. Lucia ripose la cornetta e avvertì il gelo del tradimento penetrarle le ossa. Domenica 11 settembre, ore 05:45. Nel cortile della Questura il buio era grigiastro, preannuncio dell’alba. Il piano d’azione prevedeva un camion civetta FIAT 615 carico di casse vuote, finte sigle “Officine Breda – parti meccaniche”, più un’Alfa 1900 TI di scorta. Al volante del camion, Fausto; a fianco, Giuliano con radiotrasmittente a onde corte. Nel baule dell'Alfa, esplorazione geologica, tute da miniera, respingitori di gas, due Beretta 34, lampade a carburo. Alle 06:02, mentre Lucia distribuiva mappe e turni di vedetta, un colpo d’arma da fuoco riecheggiò fra le arcate. Giuliano, carico di documenti, scattò verso un pilastro; da una zona d’ombra partì un secondo proiettile che scheggiò il cofano del camion. L’assalitore, una figura in cappellaccio scuro, fuggì scavalcando il cancello laterale. Riva arrivò in corsa, pistola spianata, ma ormai restava solo un odore acre di cordite nell’aria ferma. A terra, sparsi, i fascicoli della missione: due pagine bruciate ai bordi, righe cancellate con inchiostro rosso. Lucia riconobbe la grafia dell’ispettore; ricordò che solo Riva custodiva in cassaforte quella copia siglata. Lo sguardo le si velò di diffidenza, ma il tempo per processare il sospetto era finito. Decise di portare comunque la squadra a Schilpario, ma su due convogli separati, con percorsi diversi, per confondere eventuali talpe. Lei prese la strada statale 42, tagliando per Lovere; Fausto scelse la provinciale 294, valicando Clusone e la Presolana. Radio criptate solo su canali 5 e 8 alternati, check ogni trenta minuti. La Val Seriana si apriva fra pareti di calcare come un canyon pallido: fronde di abete gocciolanti, colpi di sole intermittenti fra nubi basse. Lucia, al volante, pensava alle reliquie: il Chiodo, il Calice, il Reliquiario, la Pala, la Corona—cinque piaghe che sanguinavano cultura e identità. Poi pensò alla ferita interna: chi, fra i suoi, vendeva movimenti e orari? Forse Riva, forse l’aiutante Vignati con debiti di gioco, forse un tecnico radio corrotto. Non poteva permettere che il dubbio la paralizzasse; ma ignorarlo sarebbe stato suicidio. Quando il cartello “Schilpario m 1050” apparve, l’orologio segnava le 11:38. Le miniere, abbandonate dal ’51, erano una ragnatela di pozzi scendenti fin quasi mille metri. Il tunnel “Beta”—secondo vecchi progetti—s’apriva con un imbocco in muratura franata, poi s’immergeva in viscere fredde, pavimento di pietra viscida, putrescenza di legno marcito. Lucia e Riva indossarono imbragature, lampade, cinture d’ordinanza; Giuliana coordinò la logistica dall’esterno con radio lunga. Più avanti, Fausto piazzò una torcia di segnalazione ogni venti metri. Il loro respiro rimbalzava su pareti umide. Ogni goccia d’acqua echiava come un colpo di clava. A 180 metri dall’imbocco, trovarono la prima anomalia: casse di legno numerate, sigla “MB-61”, profumo di incenso e stoppa. Dentro, imballaggi termici ma vuoti. A 240 metri, un varco laterale, voltato a mattone, portava a una camera larga due metri, lunga tre: sul pavimento, impronte fresche di suola Vibram, residui di stoffa rossa, probabile fodera della Corona Ferrea. Un filo di fumo ancora tiepido salì da un mozzicone di sigaro toscano. Lucia si abbassò, annusò: aroma di Kentucky, lo stesso che aveva sentito nell’auto di Migliavacca. «Il Cardinale era qui, o qualcuno vuol farcelo credere,» mormorò. Riva fece l’atto di replicare, ma un boato sordo dall’esterno fece tremare il terreno: qualcuno aveva minato l’imbocco. In pochi secondi, il tunnel si riempì di polvere. Radio mute, luce sporca; la via di uscita ostruita. Lucia alzò la Beretta, palpitante. Rimanevano altre gallerie di aerazione che sbucavano sul versante nord, ma il passaggio era stretto. Ancora un tradimento, ancora colpi di scena. L’aria si faceva rarefatta; e nel buio, l’eco lontana di passi non loro suggeriva che non erano soli. © Riproduzione Vietata
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L'Incontro delle Anime: Una Danza SilenziosaUn racconto sospeso tra luce e ombra, dove il tempo si ferma per un attimo di pura intesa e armoniadi Marco ArezioIn un universo etereo, due presenze emergono dal nulla, come ombre delicate sospese in una nebbia dorata. Si avvicinano l'una all'altra, guidate da un richiamo antico, da un’attrazione misteriosa che sfugge a ogni spiegazione razionale. I contorni dei loro volti sono sfumati, indefiniti, quasi come se il loro essere fosse fatto più di luce che di sostanza. Non parlano, non si toccano, eppure la loro vicinanza è colma di significato, densa come il battito di un cuore che cresce in intensità. Tra di loro, uno spazio esiguo si riempie di vibrazioni, un campo invisibile che pulsa e li avvolge in una danza immobile. È uno di quei momenti che sembrano racchiudere una promessa, un segreto che non sarà mai svelato. L’aria intorno a loro è carica di un’energia silenziosa, come se il mondo si fosse fermato solo per permettere a questo incontro di svolgersi. La luce si piega, si ammorbidisce, avvolgendo le figure in un abbraccio che non ha bisogno di contatto per esistere. È la sintesi perfetta di ciò che non è mai stato detto, di un legame che trascende il tempo, lo spazio, persino l’esistenza stessa. Quella scena invita chi osserva a perdersi, a immaginare cosa significhi incontrare un’anima affine, un riflesso che completa e arricchisce. È un frammento di eternità in cui ogni parola, ogni gesto, ogni pensiero diventa superfluo, sostituito da una comprensione pura e assoluta. E poi, come un sogno al risveglio, l’immagine si dissolve lentamente. Rimane solo un ricordo, un’ombra lieve nel cuore, che continua a battere in quel ritmo silenzioso, in quella melodia sospesa che sembra promettere un ritorno, in un tempo e in un luogo ancora sconosciuti.© Riproduzione Vietata
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Materia Nuova. Capitolo 3: Il Legno e le Sue Rinascite SilenzioseTracce, memorie e trasformazioni artistiche del legno recuperatoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova: Capitolo 3. Il Legno e le Sue Rinascite SilenzioseIl legno è una delle materie più antiche che l’umanità abbia imparato a trasformare. Prima ancora di scrivere, prima di fondere metalli o di plasmare ceramiche, l’uomo ha imparato a conoscere il legno: lo ha toccato, inciso, scavato, bruciato, costruito, conservato. È un materiale che appartiene al tempo, alla vita, alla crescita, ma anche al decadimento, all’umidità, agli insetti, al vento. Il legno vive prima di diventare oggetto e continua a vivere anche dopo essere stato scartato. Per questo, quando un artista sceglie di recuperare un pezzo di legno abbandonato, non sta soltanto lavorando con una materia naturale: sta lavorando con un frammento di mondo, con una biografia che precede e supera quella umana.ACQUISTA IL LIBRO Il legno di scarto è forse il materiale che più chiaramente incarna l’idea di rinascita. Nonostante il suo logorio, conserva una dignità profonda: anche rovinato, scheggiato, mangiato dal tempo, continua a raccontare la sua origine. È un materiale che non smette mai di essere sé stesso. Un pezzo di legno recuperato mantiene la memoria dell’albero che è stato, del terreno che lo ha nutrito, del lavoro che lo ha trasformato, degli ambienti che ha attraversato....
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I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 5: Il Lenzuolo di Frate LeoneDelitto rituale all’abbazia di Piona: l’inizio di un’indagine che attraversa luoghi sacri, simboli e memorie sepolteDicembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 5: Il Lenzuolo di Frate LeoneUna Fiat 1100 blu avanzava lentamente lungo la strada che costeggiava il lago, il motore sommesso, quasi rispettoso. Si fermò davanti al cancello chiuso dell’abbazia, nero contro la luce pallida del mattino. A bordo c’erano il maresciallo Bortolo Caruso, il giudice di Como Alberto Carchivi e due carabinieri di scorta seduti dietro, immobili, con lo sguardo vigile. Dentro l’abitacolo l’aria era densa di parole, Caruso e il giudice parlavano fitto, a bassa voce, come due uomini che sanno di trovarsi davanti a qualcosa che non rientra nei casi ordinari. Non c’era urgenza nei loro gesti. Le sirene erano rimaste spente per scelta, quel momento non chiedeva velocità, ma lucidità; non clamore, ma attenzione. Ogni dettaglio, anche il più insignificante, poteva rivelarsi decisivo. E Caruso lo sapeva bene: i delitti peggiori non si risolvono correndo, ma guardando. «Una messinscena così…» mormorò il giudice, scuotendo lentamente il capo. «Non è roba da improvvisati.» Caruso annuì senza distogliere lo sguardo dal cancello. «No. È un messaggio. E chi lo manda vuole essere visto.» Rimasero in silenzio per qualche secondo, osservando l’abbazia oltre le sbarre. Le mura sembravano immobili, ma non quiete. Come se stessero trattenendo qualcosa. Poi il cancello cominciò ad aprirsi. Il metallo scricchiolò lentamente, con un suono che ruppe l’equilibrio dell’aria. Un frate comparve appena, fece un cenno rapido e la Fiat 1100 si rimise in movimento attraversando l’ingresso ed entrando nel piazzale antistante l’abbazia. L’auto si fermò poco dopo, le ruote che scricchiolarono sul selciato. Quando Caruso e Carchivi scesero, la prima cosa che videro non fu l’edificio, né i frati raccolti a distanza. Fu il lenzuolo. Un grande lenzuolo bianco era teso contro il muro perimetrale dell’abbazia, trattenuto con cura, come si fa con qualcosa che non deve essere visto, ma che non può, per ora, essere rimosso. Il tessuto si muoveva appena nel vento del lago, gonfiandosi e ritraendosi come un respiro irregolare. Non era un segno di benvenuto. Il giudice si fermò di colpo. Caruso fece un passo avanti, istintivamente, poi si arrestò anche lui. Entrambi compresero nello stesso istante che quella scena non apparteneva soltanto alla sfera del crimine, ma a qualcosa di più profondo, più disturbante. Quel bianco non parlava di pietà, ma di pudore tardivo. Di una violenza che aveva già fatto il suo corso. «Hanno cercato di coprirlo,» disse il giudice, a voce bassa. «Sì,» rispose Caruso. I due carabinieri rimasero qualche passo indietro, rispettando una distanza che non era solo gerarchica. L’aria nel piazzale sembrava più fredda, più pesante. Nessun frate si avvicinò. Tutti restavano ai margini, come se quel centro fosse diventato improvvisamente impraticabile. Caruso alzò lo sguardo verso il muro, poi verso l’abbazia. Capì che quella non era una semplice scena del crimine, ma un teatro accuratamente allestito. E che qualcuno, da qualche parte, stava osservando le reazioni, attendendo che l’indagine prendesse una direzione precisa. Il maresciallo si voltò verso il giudice....ACQUISTA IL LIBRO © Riproduzione Vietata
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La fata Marella rende la terra più pulita e più bellaLa fata Marella rende la terra più pulita e più bella Testo: Laura MaffazioliIllustrazione: Mara BicelliQualche mese fa, in una località non molto lontana, esisteva e ancora c'è una fabbrica di oggetti di plastica, nella quale si producono molte cose utili e colorate e altre meno utili, ma altrettanto belle e interessanti. In un reparto molto speciale di quella fabbrica si producevano i tappi che ogni giorno grandi e bambini tolgono e mettono alle bottiglie. Qualcuno si svita, qualche altro si stappa qualche altro, con una linguetta, si tira e si strappa. Rossi, gialli, blu, bianchi e violetti, alti e stretti, fucsia e marroni, allegri seriosi e burloni.I tappi appena fabbricati tra loro chiacchieravano gioiosi e animati. Da ogni parte si sentiva parlare, ridere e scherzare, di tanto in tanto si riusciva a capire quel che i piccoli tappi stavano a dire: "io conserverò l'acqua con le bollicine, io latte o aranciatine. lo vi terrò sicuri chiudendo bene saponi, detersivi e prodotti oscuri. Io che ho la chiusura ben stretta, conserverò per papà vino, liquori e birretta." Tutti, comunque, si sentivano utili belli e soddisfatti e su di un nastro trasportatore procedevano ordinati e compatti. Tra tutti quei tappi ce n'era uno particolarmente simpatico. Si chiamava Tap.Tappino e aveva una faccetta rotonda, un sorriso sempre stampato sulle labbra e grandi sogni per il futuro. Sperava di finire su una bottiglia di acqua con le bollicine o di aranciata e partecipare alla testa di compleanno di un bambino o di una bambina. Una bella mattina ad ogni tappo venne affidata una bottiglia piena di qualcosa di prezioso, gustoso e in qualche caso pericoloso; a ciascuno fu applicata una piccola fascetta e una coloratissima etichetta. Così confezionati i tappi, tra cui il nostro amico Tap Tappino, erano pronti per la loro avventura che presto sarebbe iniziata nei grandi supermercati e nei piccoli negozi di quartiere o sulle bancarelle di mercati e fiere.Flaconi, bottiglie e barattoli in plastica facevano bella mostra di sé sugli scaffali dei negozi e dei supermercati e sembravano sussurrare: "prendi me! Ho una gustosa sorpresa per te...", "Vuoi fare un bel bagnetto? Contengo un bagnoschiuma profumato... provalo è perfetto!" e così via mentre persone e carrelli passavano frettolosi davanti a loro.Tap Tappino, emozionatissimo, finì su una bottiglia di acqua con le bollicine e tenendosi ben stretto alla sua bottiglia lucida e trasparente controllava che la sua etichetta colorata non si sciupasse e che le sue scritte fossero ben in vista.Di tanto in tanto, proprio come fanno i bambini, litigava e si prendeva a gomitate con le altre bottiglie e con gli altri tappini dello scaffale su cui stava. Voleva stare sempre al primo posto... si annoiava nel supermercato e sognava di essere preso per primo da un cliente; magari, da un bimbo di quelli che stanno seduti nei seggiolini dei carrelli della spesa. Un pomeriggio Tap sentì la voce di un bimbo e pensò: "eccolo! Ci siamo! Devo mettermi in vista sullo scaffale, lì, vicino al cartello dell'offerta speciale." Sgomitò tra le bottigliette, ne fece ruzzolare un paio e si mise in prima fila. Il bimbo seduto nel carrello della spesa allungò la manina e prese Tap Tappino e la sua bottiglia e li mise nel carrello. Il tappino eccitatissimo e incuriosito, dall'avventura che finalmente era iniziata, disse alle bollicine dell'acqua che gli facevano il solletico ai piedini: "ferme e tranquille, non preoccupatevi ci sono io a trattenervi, potrete uscire quando ci avranno portato a casa, ora mettetevi sedute o rischio di saltare!" Il giretto sul nastro trasportatore della cassa del supermercato, fu un poco pauroso, la bottiglietta di Tap rotolò più volte, ma poi tu riposta ben sicura in una borsa di plastica e le bollicine tornarono tranquille. Poi fu la volta del baule dell'automobile: là dentro era buio, ma si sentiva la musica della radio e si sentiva anche la voce del bambino che aveva acquistato la bottiglietta di acqua con le bollicine. Il bimbo raccontava felice che quella sera avrebbe festeggiato il suo quarto compleanno con gli amici in una festa indimenticabile. Tap Tappino diceva alle bollicine che già si facevano belle ed effervescenti: "questa sera saremo su una tavola imbandita e verrete versate in bicchieri di cristallo luccicante, io dall'alto della bottiglia baderò a che tutto sia perfetto, che l'acqua non si rovesci e che rimanga ben fresca, badate di comportarvi bene e di non farmi fare figuracce!"Finalmente la festa iniziò. Tap Tappino era felicissimo ed emozionato. Coriandoli e stelle filanti rallegravano l'ambiente, luci colorate rendevano tutto brillante e variopinto e lui, piccolo tappo, indossava un divertente cappuccetto decorativo mentre al collo della sua bottiglietta era stato messo un elegante farfallino rosso a pois gialli. Musica, canti e balli. La torta con le candeline, fiumi di cioccolato e zucchero filato, caramelle e leccornie... tutti si divertivano un mondo, scartavano i regali e svolazzavano i palloncini.Tap Tappino era molto felice ed orgoglioso. Aveva un ruolo importante in quella festa e le bollicine della sua acqua erano apprezzatissime. Lui vigilava sulla tavola imbandita e di tanto in tanto chiacchierava con le posate birichine o con i tovaglioli di carta sui quali era disegnato un folletto. Quando qualcuno stappava la sua bottiglia si sentiva importante. Tra le mani dei bambini si sentiva felice e al sicuro e poi, quando chiudevano la bottiglietta, si rimetteva stretto stretto a tener a bada le bollicine che si divertivano a frizzare e a fare capriole dentro l'acqua. Fu proprio parlottando con una cannuccia da bibite che si dondolava in un bicchiere d'aranciata, che si prese il suo primo spavento. Le luci, i colori e la meraviglia della festa si sbiadirono immediatamente quando Nuccia la cannuccia gli disse queste parole: "sai Tap, tra poco la festa finirà, i bimbi andranno nei loro lettini avvolti da caldi pigiamini e la mamma ripulirà tutto." Tap Tappino incuriosito chiese: "e noi, dove andremo?" "Noi? - rise sdegnosa Nuccia la cannuccia io e te in pattumiera e poi in un posto spaventoso chiamato discarica di cui mi hanno raccontato i tovaglioli di carta. Loro che sanno sempre tutto di tutti, descrivono mostruose orrendità. Le posate di metallo, i piatti di ceramica le ciotole di cristallo e le brocche di vetro in lavastoviglie. Verranno lavate asciugate e lucidate, poi riposte nelle credenze e prenderanno parte alla prossima festa." "Anch'io - protestò Tap - verrò alla prossima festa!" "Tu!? - lo scherni Nuccia la cannuccia - anche se dentro di sè provava la stessa grande paura... "tu finirai nella spazzatura proprio come me e... poveri noi... una lacrima di terrore scese lungo tutta la sua esile figurina..." Tap Tappino ormai non sentiva più nulla di quanto lo circondava, eppure la festa non era finita, ma a lui ora, non interessava più. Temeva la spazzatura e la discarica e si rifiutava di pensare che la sua avventura dovesse finire così presto e così male. Specchiandosi in un vassoio d'argento ormai vuoto, notava che il suo color bianco era ancora bello, lui era ancora capace di tenersi ben saldo e chiudere perfettamente la sua bottiglietta e si sentiva ancora forte e desideroso di essere utile a qualcuno. Senza considerare che invidiava un pochino le brocche di vetro che sarebbero andate ancora a chissà quante feste di compleanno. Certo, l'acqua della bottiglietta era ormai finita, le bollicine svanite, qualcuno aveva strappato l'etichetta e le decorazioni che prima lo avevano abbellito... ma no! Lui assolutamente voleva andare ancora ad un'altra festa di compleanno a fare il tappo delle bottiglie.Tap Tappino non si perse d'animo, girò gli occhi un poco a destra e un poco a sinistra in cerca della sua amica cannuccia e quando la trovò le disse piano: "avvicinati, ho un'idea!" Quando, più tardi, la mamma del bimbo festeggiato sparecchiò il tavolo della festa, Tap Tappino e Nuccia cannuccia tenendosi per mano rotolarono verso il bordo della tovaglia e con un balzo acrobatico finirono sul pavimento anziché nella pattumiera. "Salvi!" esclamarono un poco ammaccati per il salto e impauriti, ma subito si rialzarono. Dal pavimento, con l'aiuto della scopa, che di quella casa conosceva ogni angolo e fessura, riuscirono ad uscire nel giardino e, appena fuori, videro la notte. Era buio e freddo, ma erano liberi e nel cielo brillavano le stelle. I due amici si incamminarono, rotolando, senza sapere bene dove andare e st fermarono nell'erba al ciglio della strada stanchi, assonnati e infreddoliti: non c'erano più il calore della festa e le luci a scaldarli e rincuorarli. Avevano paura di essere schiacciati dalle auto che sfrecciavano veloci sull'asfalto della strada vicina, ma poco dopo si addormentarono abbracciati ed erano talmente stanchi che non sognarono nemmeno. Quando il mattino si svegliarono il sole era già alto nel cielo e brillava; Tap Tappino e Nuccia la cannuccia si ritrovarono sul margine di una strada trafficata e pericolosa, l'erba su cui stavano era umida di rugiada e sporca di fumi di scarico e i fiori tossivano forte per la puzza di fumo. "Ed ora - chiese Nuccia la cannuccia - come faremo a tornare sullo scaffale del supermercato puliti confezionati e di nuovo utili?" "Proprio non ne ho idea!" rispose Tap Tappino guardandosi d'intorno. "Io non conosco la strada, ero andato in quella bella casa chiuso nel baule dell'auto insieme alla spesa e poi: chi mai ci vorrà così sporchi? Io ho perso la mia bottiglietta e tu sei un po' spiegazzata." D'improvviso una vocina sottile li interruppe ritmando più volte questa cantilena: La fata Marella rende la terra pulita e bella! La fata Marella rende la terra pulita e bella! La fata Marella rende la terra pulita e bella I due amici si fissarono stupiti e con la bocca spalancata e poi Tap Tappino iniziò a rotolare per vedere chi avesse parlato. Era stata una tartarughina a quadretti verdi e marroni che indossava un fazzoletto di seta e che munita di scopa cercava invano di ripulire il prato dalle cartacce, dai rifiuti e dal fumo di scarico delle automobili che lo sporcavano. "Chi sei?" chiese Tap Tappino. "Sono l'aiutante della fata Marella" rispose la tartarughina, senza smettere di ripulire pianticelle e margheritine. "Io e tanti altri animali e insetti buoni la aiutiamo a tenere la terra pulita e bella, ma ora siete arrivati voi oggetti di plastica. Gli uomini vi producono, vi usano per un poco e poi vi buttano ed ecco il risultato! Prati pieni di rifiuti, ruscelli inquinati e aria puzzolente." "Proprio non era nostra intenzione”- rispose Tap un poco intimidito e vergognoso - noi vorremmo ancora essere utili, abbiamo paura della discarica e della pattumiera e vorremmo tornare alle feste di compleanno dei bambini, ma purtroppo ci buttano senza pensarci troppo e noi siamo qui solo perché siamo riusciti a fuggire prima di finire nella discarica." "Se è così - esclamò la Tartarughina - cambia tutto, venite con me e vi porterò dalla fata Marella, vi farà diventare suoi aiutanti proprio come me e ci darete una mano! C'è tanto lavoro da fare." La fata Marella rende la terra pulita e bella! La fata Marella rende la terra pulita e bella! La fata Marella rende la terra pulita e bella! Canticchiando la filastrocca con la tartarughina, Tap e Nuccia si diressero verso un grosso fungo che ospitava una fata tutta vestita di bianco, che al posto dell'ombrello usava la corolla di una margherita per ripararsi dal sole e che stava seduta su mezzo guscio di noce rovesciato. Quando le ebbero raccontato la loro triste storia, Tap Tappino e Nuccia la cannuccia restarono in silenzio ad osservare la fata Marella mentre sfogliava un enorme libro di magie scritto su grandi foglie di betulla e scorrendo le parole con un dito annuiva e dissentiva aggrottando le sopracciglia e arricciando il nasino a patata. Dopo una attenta riflessione e una smorfia a metà con un sorriso, la fata Marella disse: "Farò per voi una grande e meravigliosa magia, ma.... dovrete dimostrare di essere disponibili a lavorare con me, tartarughina e i bambini. Sapete, i bambini sono gli unici in grado di salvare i prati dai rifiuti perché essendo piccoli hanno modo di vedere anche quello che i grandi non notano più." "E sia! - esclamarono Tap e Nuccia - Dicci cosa dovremo fare e lo faremo, ma ad una condizione: vogliamo tornare alle feste di compleanno dei bambini per mille volte." "D'accordo - rispose la tata Marella - ci tornerete e vi dirò di più: resterete sempre con loro perché la mia magia farà in modo che a nessuno venga più in mente di buttarvi nella spazzatura per molto e molto tempo." La fata Marella diede a Tap Tappino una pergamena con disegnate tante immagini di oggetti in plastica che erano stati utili ma che ormai venivano buttati sempre più spesso senza pensare; chiese loro di cercarne tantissimi uguali a quelli raffigurati e di portarli in un saccone che era stato preparato appositamente in un angolo. Tap Tappino e Nuccia la cannuccia allora si avvicinarono ad uno steccato e facendo gesti e saltelli chiesero ai bambini di avvicinarsi. Quando due o tre bimbi furono lì vicino, sorridendo chiesero loro di aiutarli a raccogliere una montagna di tappi di plastica. I bambini e le bambine presero seriamente l'impegno. Ciascuno raccoglieva tappi di ogni tipo e colore facendosi aiutare da mamma e papà a scegliere i tappi uguali a quelli disegnati sulla pergamena di Tap e Nuccia. Pensate che i bambini erano tanto bravi che ad un certo punto in tutte le case c'erano solo bottiglie e flaconi senza tappo e le mamme erano quasi disperate. Di giorno in giorno il saccone dei tappini recuperati dai bambini si riempiva sempre di più e i prati i ruscelli e i parchi del circondario erano sempre meno sporchi e più allegri e divertenti. Entusiasti, anche i loro genitori mettevano da parte i tappini prima di buttare le bottiglie vuote e in poco tempo la raccolta dei tappi era diventata una moda. Persino le maestre raccoglievano i tappi e si dice che qualcuno abbia visto pur anche il vigile e l'autista dello scuolabus con le tasche piene di tappini. Una sera, Tap e Nuccia, che ormai vivevano nel giardino della scuola materna, stanchissimi, si addormentarono sul saccone dei tappini raccolti dai bambini e sognarono un cielo azzurrissimo nel quale brillava un arcobaleno. Tap e Nuccia giocavano sull'arcobaleno come se fosse uno scivolo e alla fine si tuffavano in un laghetto di zucchero filato e ridevano, nuotavano e si sentivano felici quasi come ad una festa di compleanno. La mattina successiva, poco prima dell'alba, la fata Marella vide che Tap Tappino e Nuccia la cannuccia aiutati dai loro amici bambini avevano fatto un buon lavoro. Prese la sua bacchetta magica, che non era altro che una piccola scintillante scopa di saggina, e trasformò tutti quei tappi raccolti in giochi nuovissimi e coloratissimi, che all'apertura della scuola fecero la gioia di quei bambini che si erano impegnati nel raccogliere i tappi usati e quella delle loro maestre e dei loro genitori che li avevano tanto aiutati. Ma!? Dove sono finiti Tap Tappino e Nuccia la cannuccia? Si erano addormentati su quel saccone... erano scivolati, in sogno, sull'arcobaleno e... Eccoli, anche loro due magicamente trasformati! Tap Tappino è diventato un sorriso dipinto su una seggiolina di plastica che ora sta tutto il giorno con i bambini e partecipa a tutte le loro feste perché vive nella scuola materna. E Nuccia la cannuccia? Dove sarà mai finita? Scopritelo voi!!! La fata Marella rende la terra pulita e bella! La fata Marella rende la terra pulita e bella! La fata Marella rende la terra pulita e bella! ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATORingraziamenti delle autrici Il nostro affettuosissimo grazie a... Sandro, marito di Laura, che, nonostante sia fermamente convinto del fatto che le donne siano poco dotate di fantasia, riesce ancora a stupirsi ogni volta che la sente narrare fiabe di sua invenzione alla figlia Rachele e che una volta scherzando ha lanciato l'idea di una pubblicazione. Antonio, marito di Mara, che molte volte rimane fermo in silenzio senza sapere cosa aspettarsi dalla vena creativa della moglie e che comunque sostiene ogni sua iniziativa, interviene talvolta, correggendola e le lascia anche lo spazio per sbagliare sopportando la casa invasa da scatole e materiali in attesa di trasformazione. Stefano Tagliani, calciatore part-time, aspirante tipografo e futuro editore di successo che ha avuto fiducia nella nostra opera prima e che, debitamente sponsorizzato, ha avuto anche il coraggio di pubblicarla. Ma, soprattutto mamma Laura e mamma Mara ringraziano: la piccola Rachele che a qualche mese dai quattro anni è stata la mia cavia da narratrice, la mia correttrice di bozze, la mia prima agguerritissima critica, la mia musa nelle notti ancora oggi interrotte dai "brutti sogni", dalla pipì e da quel "birichino di un ciucio" che troppo spesso si perde tra le lenzuola. La piccola Gaia che a soli due anni apprezza sempre il mio spirito artistico e approva con la sua mitica esclamazione: "Oh... bello il tuo gioco, mamma, mi piace!". Laura e Mara
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Lina e Tito e il Segreto del Bosco dei Pini – Favola avventurosa per bambini tra natura e coraggioUna storia emozionante tra amici esploratori, alberi parlanti e una misteriosa minaccia che mette in pericolo la magia del boscoNel piccolo paese di Castelverde, dove le case sembrano disegnate con le matite colorate e i gatti dormono sulle finestre, ogni cosa aveva un profumo speciale: il pane appena sfornato, il muschio dopo la pioggia e soprattutto il Bosco dei Pini, che si stendeva come un tappeto verde dietro le ultime case del paese. Lì, tra i rami alti e le radici contorte, ci giocavano ogni giorno Lina e Tito, amici da sempre, esploratori da quando avevano imparato a camminare. Lina aveva lunghi capelli neri che sembravano fili di notte e portava sempre con sé un binocolo giallo, anche quando andava a scuola. Tito aveva gli occhi curiosi e un cappello con una piuma di civetta che non si toglieva mai. Insieme, conoscevano ogni angolo del bosco: la tana delle volpi, il tronco cavo dove si nascondeva il gufo e persino il sasso piatto che, se ci battevi sopra tre volte, faceva saltare fuori le lucertole. Quella mattina, mentre camminavano verso la scuola con lo zaino in spalla e il sole ancora basso all’orizzonte, passarono come al solito davanti al bar del paese. Lì, seduti sotto l’ombrellone rosso, alcuni anziani bevevano caffè e parlavano fitto fitto. «Dicono che la settimana prossima arriva la Legnamax...» disse uno, con tono preoccupato. «La ditta di legname? Quella che taglia tutto e se ne va?» mormorò una signora con la sciarpa a fiori. «Proprio quella. Hanno messo gli occhi sul Bosco dei Pini. Vogliono abbatterlo per fare mobili!» Lina e Tito si fermarono di colpo. Si guardarono, senza dire niente. Ma nei loro occhi c’era lo stesso pensiero: No. Non possono farlo. A scuola non riuscivano a stare fermi. Durante l’intervallo radunarono i loro amici dietro la palestra, nel posto segreto dove si nascondevano sempre per giocare. C’erano Giada, che disegnava animali con la velocità di un fulmine, Leo, che sapeva tutti i versi degli uccelli a memoria, Yusuf, esperto in sentieri nascosti, e Nina, con il suo inseparabile binocolo da vera esploratrice.....ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATOSCHEDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI📖 Titolo della fiaba: I Guardiani del Bosco dei Pini✍️ Autore: Marco Arezio – Fiabe ecologiche per piccoli cittadini del futuro🎯 Obiettivi Didattici- Rafforzare nei bambini il senso di appartenenza alla natura e la responsabilità verso il territorio.- Educare al concetto di patrimonio naturale collettivo e alla sua tutela.- Stimolare il lavoro di squadra, l’inventiva e la comunicazione attraverso un progetto narrativo e ambientale.- Promuovere una visione positiva e concreta del ruolo attivo dei cittadini, anche piccoli, nella difesa dell’ambiente.- Incoraggiare l’esplorazione dei luoghi naturali vicini alla scuola (orti, parchi, boschi, fiumi).🧠 Competenze Educate- Educazione civica e ambientale- Narrazione, scrittura creativa e comunicazione- Lavoro cooperativo e progettualità- Esplorazione del territorio e osservazione scientifica- Sviluppo dell’empatia e del pensiero critico🧒👧 Età consigliata8 – 12 anni (scuola primaria – classi IV e V, scuola secondaria di I grado – classe I)🌳 Temi Educativi Principali- Difesa degli alberi e dei boschi- Potere della collaborazione tra pari- Scoperta e valorizzazione della biodiversità locale- Riflessione sugli impatti delle attività economiche sull’ambiente- Immaginazione e narrazione come strumenti di cambiamento🕒 Durata delle attività- Lettura + discussione: 45 min- Laboratorio narrativo-artistico: 90 min- Percorso didattico completo: 2-3 incontri interdisciplinari🧰 Materiali Necessari- Testo della fiaba (stampato o letto ad alta voce)- Cartelloni, pennarelli, materiali per disegno o pittura- Mappe del territorio locale (fisiche o digitali)- Smartphone/tablet per registrare suoni e immagini- Eventuali uscite didattiche in ambienti naturali vicini📚 Attività Didattiche Proposte1. 🗣️ Discussione guidata: “E se succedesse nel nostro paese?”- Cosa faresti se volessero abbattere un parco che conosci?- Chi sono i veri "guardiani" della natura oggi?- Può un bambino cambiare le decisioni degli adulti?2. 🎨 Crea il tuo “Museo Vivente della Natura”- Dividere la classe in gruppi: botanici, zoologi, storici, cartografi, narratori.- Ogni gruppo esplora un elemento dell’ambiente locale e lo trasforma in “stazione interattiva” (cartello, mappa, gioco, racconto).- Allestire una visita guidata aperta ad altre classi o ai genitori.3. 📖 Laboratorio di narrazione: “Il mio albero parlante”- Ogni alunno inventa un personaggio-arboreo (come il Pino Parlante).- Scrive una breve storia o dialogo: cosa direbbe l’albero? Che segreti conosce?- Illustrazione e presentazione orale del personaggio.4. 🧭 Mappa esplorativa del quartiere o del parco- Attività outdoor: disegnare una mappa del bosco/parco vicino alla scuola.- Segnare punti importanti: nidi, tronchi cavi, piante rare, rifugi per animali.- Fotografare o registrare suoni della natura per creare un “archivio digitale”.5. 🧪 Esperimento sociale: “Salviamo il nostro albero”- Simulare un dibattito civico: alcuni alunni rappresentano la ditta Legnamax, altri i bambini-esploratori, altri il sindaco e i cittadini.- Ogni gruppo deve esporre le sue ragioni, usare dati, racconti, emozioni.-- Si vota insieme: tagliare o salvare il bosco?✍️ Attività di Scrittura- Diario segreto di Lina o Tito- Lettera al sindaco del proprio comune per difendere un luogo verde- Giuramento dei Guardiani del Bosco, da firmare e appendere in aula- Piccola guida tascabile con “Regole per chi visita il bosco”💬 Frasi da discutere insieme“Questo bosco è la nostra casa. Non solo per noi, ma per gli animali, per le piante, per l’aria che respiriamo.”“Proteggere la natura è un gioco da ragazzi, ma non è un gioco.”“Quando conosci qualcosa davvero, non vuoi più perderla.”“Ogni albero può parlare, se sai ascoltarlo.”✅ Criteri di Valutazione- Partecipazione attiva durante le discussioni- Creatività e cura nelle attività artistiche- Collaborazione nei lavori di gruppo- Comprensione del messaggio ecologico- Capacità di collegare il racconto alla realtà🌈 Messaggio finale per i bambiniOgni bosco ha bisogno dei suoi guardiani. Non serve una bacchetta magica: bastano attenzione, rispetto e un cuore curioso.Con i vostri occhi, le vostre mani e le vostre idee, potete difendere ciò che rende il mondo un posto magico.E ricordate: ogni avventura comincia con un passo nel verde.
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Il Viaggio nel Cuore di Nicolò. Un Racconto di Amicizia e SolidarietàLa storia di un gruppo di amici che affronta un’avventura straordinaria per salvare il loro compagno più fragileSi chiamava Nicolò e abitava in una casa antica, con i pavimenti che scricchiolavano e le finestre che facevano entrare il vento come un sussurro. Non aveva mai conosciuto suo padre; sua madre lavorava tutto il giorno e spesso anche la sera, per mantenere entrambi. Così la vita di Nicolò era fatta di orari precisi e silenzi: si svegliava che il cielo era ancora azzurrino, si preparava una tazza di latte, prendeva lo zaino e andava a scuola. Lì, tra i banchi, ritrovava un calore che somigliava alla primavera: i compagni, le battute, il fruscio delle pagine, il profumo delle matite appena temperate. Al rientro, la casa lo accoglieva con la luce fredda della lampadina sopra il tavolo. Nicolò scaldava la minestra, mangiava in silenzio, faceva i compiti e, quando fuori ricominciava la notte, si metteva a letto. Da solo. Sempre. A scuola, però, era diverso. Con Marta, Elia, Samira e Gioele c’era sempre da ridere: i tornei di briscola che la maestra fingeva di non vedere, le sfide a chi sapeva disegnare il dinosauro più buffo, i segreti scambiati nell’intervallo, quando il cortile sapeva di pane e aranciata. Lì Nicolò si dimenticava della casa grande e vuota. Lì, almeno, non era solo. Un lunedì, nell’aria si sentiva ancora l’odore della pioggia della notte. La maestra fece l’appello, e il nome “Nicolò” risuonò nella classe come un sasso che cade in uno stagno e non fa cerchi. “Assente,” disse, e passò oltre. “Capita,” pensò Marta, “avrà il raffreddore.” Il martedì la sedia di Nicolò era ancora vuota. Il mercoledì, quando anche la sua giacca di jeans appesa all’attaccapanni sembrò più triste del solito, i quattro amici si scambiarono uno sguardo che diceva: dobbiamo fare qualcosa. All’uscita, senza troppe parole, presero la strada verso la casa vecchia, quella con il glicine aggrovigliato come una nuvola lilla. Alla porta aprì una nonna minuta, con i capelli bianchi raccolti e il viso pieno di pieghe gentili. “Siete gli amici di Nico?” chiese con una voce che tremava appena. Loro annuirono in coro. “Entrate.” La casa sapeva di zuppe d’inverno e di lavanda. La nonna li fece sedere e parlò piano: “Nicolò è molto malato. Non è un malanno normale… si è addormentato per tristezza. Il medico dice che il corpo sta bene, ma il cuore è freddo e non vuole più svegliarsi.” Gli occhi della nonna si fecero lucidi. “Lo chiamo, gli racconto le cose belle di quando era piccolo, ma lui… dorme.” I quattro amici salirono le scale a passi leggeri. Nicolò era disteso sul letto, il viso pallido, le ciglia posate come due foglie. Respirava piano. Marta gli sussurrò nell’orecchio: “Ieri abbiamo vinto la staffetta! E la maestra ha detto che il tuo tema sul mare era bellissimo.” Elia gli raccontò di come aveva quasi rotto il pallone, Samira gli fece sentire un video con le risate della classe, Gioele gli posò sul comodino la figurina rara che gli prometteva da mesi. Niente. Nicolò non si mosse. Fu allora che Samira, con la mente sempre pronta ai voli, sussurrò: “Se non può sentirci da fuori, dobbiamo raggiungerlo da dentro.” Gli altri la guardarono senza capire. Samira tirò fuori dallo zaino un quaderno pieno di scarabocchi e formule. “L’ho letto in un libro di scienza fantastica: una pozione che rimpicciolisce le cose fino a farle diventare microscopiche. Se riuscissimo a entrarci… potremmo arrivare al suo cuore e abbracciarlo. Scaldarlo, come si scalda una mano infreddolita.” “Una pozione?” fece Elia, gli occhi grandi come due tappi. “E dove la troviamo?” La nonna, che ascoltava in silenzio, fece un sorriso di quelli che sanno di miracoli semplici. “Venite in cucina.” Dal mobile prese un barattolo con sopra scritto “Zucchero Magico”. “Lo facevo a Nicolò quando era piccolo e non riusciva a dormire: acqua calda, un cucchiaino di miele, una briciola di zenzero, e un pizzico di coraggio. Il coraggio lo mettete voi.” Poi, da un cassetto, tirò fuori un piccolo cofanetto di legno: dentro c’era una siringa finta, di quelle che si usano per giocare ai dottori. “Se davvero diventate minuscoli… vi servirà un passaggio sicuro.” Marta prese un foglio, disegnò un cuore grande, e intorno frecce, vasi, arterie come strade in una città. “Il sangue scorre in un circuito. Se entriamo in una vena, arriveremo al cuore destro, poi ai polmoni per prendere l’aria, e di nuovo al cuore sinistro che spinge il sangue in tutto il corpo. Lì potremo fermarci.” La sua voce, di solito timidissima, era diventata chiara. “Dovremo tenere gli occhi aperti: ci saranno globuli rossi che trasportano l’ossigeno, globuli bianchi che difendono, piastrine come piccoli muratori. E le valvole del cuore: porte che si aprono e si chiudono al ritmo del tum-tum.” La pozione fumava nella tazza, profumava di miele e zenzero. I quattro amici la bevvero a piccoli sorsi. Il mondo cominciò a crescere intorno a loro: le venature del tavolo diventavano canyon, una goccia d’acqua un lago trasparente, la trama della tovaglia una foresta di fili. La nonna li prese, leggerissimi, come briciole lucenti, e li posò con attenzione nella siringa-giocattolo, che ora pareva un veicolo di cristallo. “Vi inietterò nel braccio di Nico,” sussurrò. “Che il vostro affetto gli arrivi dove serve.” I quattro, emozionati e impauriti, si strinsero la mano. La punta della siringa sfiorò la pelle, e un fiume tiepido li accolse. Si trovarono all’improvviso in una corrente rossa e dorata. Intorno, miliardi di dischetti rossi danzavano come coriandoli: erano i globuli rossi, con il loro carico di ossigeno. Ne arrivò uno che sembrava un fruttino lucido e allegro. “Benvenuti nella vena cefalica!” trillò con voce squillante. “Io sono Emò. Tenetevi a me, vi porto fino al cuore!” I bambini si aggrapparono al bordo elastico del globulo, che li trascinò lungo la corrente. Le pareti del vaso erano lisce, rivestite da cellule come tessere di mosaico. Ogni tanto, piccole porte—i capillari—si aprivano e chiudevano, lasciando passare nutrimento. Un vortice li fece scivolare in un tubo più grande e scuro: “Vena cava superiore,” annunciò Emò. “Tra poco il cuore destro!” Il rumore lontano del tum-tum diventava più forte, come un tamburo gigante..... ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATO© Riproduzione Vietata
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