Febbraio 1572. Venezia brillava come un diamante sospeso sull’Adriatico, regina dei commerci e dei misteri. La Serenissima era al culmine del suo splendore: oro, spezie e sete colmavano i suoi fondaci, ambasciatori e mercanti si incontravano nei palazzi affrescati, mentre l’Oriente e l’Occidente si stringevano la mano sotto le logge di San Marco.
Eppure, sotto l’opulenza, si intuivano crepe sottili: rivalità di casate, giochi di potere, segreti custoditi dietro le mura del Consiglio dei Dieci. Una città che si mostrava invincibile, ma che cominciava a tremare sotto la maschera.
Era Carnevale. Il rito della trasgressione sospendeva le regole: patrizi e popolani si confondevano, cortigiane e monache camminavano fianco a fianco, risate e sussurri riempivano calli e campi. Le gondole si trasformavano in alcove galleggianti, le piazze in teatri di follia raffinata, i saloni segreti in palcoscenici di desideri e intrighi.
Tra coriandoli e maschere bianche, Venezia respirava come un corpo unico: febbrile, sensuale, insonne. Ma in quell’atmosfera di eccesso e oblio, ombre più scure si muovevano silenziose, pronte a confondersi nella festa.
Perché a Venezia nulla è mai solo festa: dietro ogni maschera può celarsi un inganno, e dietro lo splendore può nascondersi un segno d’inquietudine destinato a cambiare il volto della città.
Tra mosaici d’oro, piazze in festa e intrighi celati dietro le maschere, Venezia vive il suo carnevale come un palcoscenico del mondo
Agosto 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 1: Il delirio di Venezia
Febbraio 1572. La Serenissima brillava come un diamante incastonato tra i flutti dell’Adriatico. In quel tempo, Venezia era ancora una potenza, una signora altera che si specchiava nelle acque della laguna e ne traeva forza, bellezza e mistero. I suoi ponti univano più che pietra e isole: univano mondi. L’Oriente e l’Occidente si stringevano la mano nei suoi mercati, nei saloni affrescati dei palazzi, nei sussurri delle ambascerie. Il commercio di spezie, tessuti preziosi e metalli aveva nutrito per secoli la sua opulenza, facendo di essa un simbolo, una leggenda vivente.
Ma sotto quella patina dorata, appena percettibile per chi sapeva osservare, si disegnava una sottile frattura.
Venezia era al culmine della sua gloria, sì, ma quel vertice segnava anche l’inizio di un declino che sarebbe stato lungo, sinuoso, mascherato da apparenze. I dogi erano sempre più spesso marionette di casate influenti; il Senato si divideva tra riformisti e conservatori, tra chi intuiva il pericolo delle nuove rotte oceaniche e chi si ostinava a credere che la rotta veneziana fosse eterna. Intanto, i banchieri stringevano accordi che odoravano più di inganno che di finanza, e gli inquisitori sorvegliavano con occhi di ferro, pur sapendo che a Carnevale, tutto era permesso.....