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IL QUADRO DELLA DONNA SULLA BUGATTI: LE INDAGINI DI LUCIA MARINI E IL MISTERO DEL QUADRO SCOMPARSO. CAPITOLO 1

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Il Quadro della Donna sulla Bugatti: Le Indagini di Lucia Marini e il mistero del quadro scomparso. Capitolo 1
Sommario

Settembre 1960. Como viveva giorni sospesi tra la leggerezza estiva e l’ombra dell’autunno in arrivo: il lago scintillava sotto una luce obliqua, i turisti svizzeri rientravano oltre confine e l’aria sapeva di caldarroste e caffè tostato. Nei bar si parlava con entusiasmo della grande mostra del Novecento al Museo Civico, dove opere italiane ed europee disegnavano un itinerario di modernità. Al centro di tutto, un prestito raro e prezioso: il celebre quadro di Tamara de Lempicka, “Donna sulla Bugatti verde”.

La città osservava orgogliosa quella stagione culturale, con studenti, famiglie e curiosi che si accalcavano per vedere un’opera già considerata icona di stile e di modernità. Le cronache celebravano l’evento, le vetrine esponevano manifesti color petrolio, e Como si riscopriva crocevia d’arte. Ma proprio nel cuore di quella normalità vibrante, qualcosa stava per incrinarsi.

Mentre le voci dei camerieri si intrecciavano con quelle dei pendolari di ritorno, mentre i platani lasciavano cadere le prime foglie sui marciapiedi, un’assenza silenziosa si preparava a scuotere la città. In poche ore, Como avrebbe visto incrinarsi il suo equilibrio tra eleganza e abitudine, trasformandosi nel teatro di un mistero inaspettato, destinato a correre veloce come il profilo di una Bugatti verde sulla tela.

Un giallo serrato ambientato nella Lombardia del 1960: l’inchiesta della commissaria Marini sul furto del celebre dipinto di Tamara de Lempicka


Settembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. Il Quadro della Donna sulla Bugatti: Le Indagini di Lucia Marini e il mistero del quadro scomparso. Capitolo 1


Settembre, a Como, aveva una luce tutta sua: non più l’abbraccio pieno di luglio, non ancora la lama sottile di ottobre. Era una luce obliqua, che scivolava sui tetti d’ardesia e si rompeva in schegge sul lago, come un vetro che non vuole saperne di diventare opaco. Il 10 settembre del 1960 i battelli facevano ancora su e giù tra Bellagio e Cernobbio, con quelle panchine di legno che scricchiolavano piano, e una scia di schiuma che sembrava una calligrafia bianca. I turisti svizzeri cominciavano a tornare oltre confine, valigie morbide e completi leggeri, cartoline comprate all’ultimo con la foto del Duomo; i più prudenti avevano già messo via i sandali, gli altri sfidavano la brezza con un golfino sulle spalle.

In piazza Cavour i camerieri lucidavano i vassoi al sole, facendo attenzione a non perdere l’eco delle voci straniere che ancora riempivano i tavolini: un tedesco spiegava la via per Dongo, una coppia di Milano parlava di un frigorifero nuovo visto in vetrina, due studenti del Volta discutevano animati di un quadro “strano, ma moderno” visto al museo. Nei vicoli che dal lago salgono verso la città, l’odore delle caldarroste si mescolava a quello del caffè tostato nei bar con il bancone di legno e la macchina cromata, e ogni tanto una finestra si apriva su una cucina dove bolliva il sugo della domenica in anticipo, tra mestoli di legno e radio accese.

Le strade restituivano una musica minuta: il ronzio leggero delle Lambretta, il passo deciso di chi rientrava in ufficio dopo la pausa, lo scampanellio di una bicicletta che chiedeva strada. In vetrina, le prime giacche di lana sottile facevano capolino tra le camicie bianche, e nelle mercerie le commesse ripiegavano foulard color petrolio, uno dei colori “nuovi” della stagione. Sul lungolago, i platani cominciavano a perdere foglie grandi come mani, che atterravano lente e si incollavano ai marciapiedi umidi dell’alba; i bambini ci saltavano sopra per sentirne lo scrocchio, tirandosi dietro le cartelle di cuoio lucido.

Più in là, verso la stazione di San Giovanni, si sentiva l’alito metallico dei treni: partenze annunciate con voce ferma, arrivi che restituivano abbracci e pacchi di carta e spago. Qualcuno veniva per lavoro dalla Brianza, con le unghie ancora segnate dalla segatura; qualcun altro scendeva da Milano con il giornale sotto il braccio, parlando di un film visto al cinema Astra e di un centravanti che, dicono, quest’anno farà faville. Le saracinesche dei negozi scorrevano rumorose, e dietro i vetri si preparavano le vetrine di settembre: scarpe lucide, cappelli morbidi, quaderni con la copertina verde per chi tornava a scuola.

Sui moli, i marinai legavano le gomene con gesti lenti, ripetuti mille volte, e l’acqua restituiva un odore pulito, un po’ ferroso, un po’ di alghe. Le signore dell’aperitivo sceglievano tavoli all’ombra, per evitare il sole “obliquo che macchia”, e ordinavano un bianco leggero con due olive; gli uomini parlavano di affari, di fornitori, di un nuovo cliente a Chiasso. La città respirava piano, come dopo una corsa non troppo lunga, lasciando che l’aria tiepida entrasse e uscisse dalle persiane socchiuse.


Eppure, sotto quella calma elegante, c’era una vibrazione sottile che solo certi giorni di fine stagione sanno dare: come se ogni cosa fosse sul punto di cambiare di tono, di abbassarsi di mezzo grado.

Il lago scintillava — sì — ma già a un certo orario, arrivava una frescura che consigliava uno scialle alle spalle o il primo giubbino tirato fuori dall’armadio. Sulle panchine, gli anziani parlavano della vendemmia imminente e delle castagne che “quest’anno verranno bene”; i ragazzi, con le camicie arrotolate ai gomiti, contavano le domeniche rimaste prima della scuola, provando accordi di chitarra che si sfilacciavano nel vento.

Nei bar, tra una partita a briscola e i colpi di cucchiaino contro il vetro dei bicchieri, si discuteva della mostra del Novecento: “Hai visto quella donna al volante, con la macchina verde? Pare che venga da Lugano, un prestito grosso.” Il nome de Lempicka girava in bocca come una parola straniera dal suono bello, ripetuta per il gusto di pronunciarla bene. C’era orgoglio nell’aria — un orgoglio concreto, da città che sa presentarsi — e c’era una curiosità pulita, quasi infantile, per quell’immagine lucida che sapeva di modernità: la strada, il motore, la decisione nello sguardo.

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