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IL VIAGGIO NEL CUORE DI NICOLÒ. UN RACCONTO DI AMICIZIA E SOLIDARIETÀ

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Il Viaggio nel Cuore di Nicolò. Un Racconto di Amicizia e Solidarietà
Sommario

Nicolò è un bambino che vive in una grande casa silenziosa, spesso da solo perché la mamma lavora tutto il giorno. La scuola è l’unico luogo in cui si sente davvero sereno, circondato dagli amici. Quando un giorno non si presenta in classe, i compagni, preoccupati, decidono di andare a trovarlo e scoprono che qualcosa di profondo lo ha fatto chiudere in un sonno misterioso.

Determinati a restargli accanto, i suoi amici immaginano un modo incredibile per raggiungerlo nel luogo più nascosto e prezioso di tutti: il suo cuore. Inizia così un viaggio straordinario che unisce coraggio, amicizia e immaginazione, mostrando quanto sia potente il legame tra bambini e quanto lontano si possa arrivare per aiutare chi si ama.

La storia di un gruppo di amici che affronta un’avventura straordinaria per salvare il loro compagno più fragile


Si chiamava Nicolò e abitava in una casa antica, con i pavimenti che scricchiolavano e le finestre che facevano entrare il vento come un sussurro. Non aveva mai conosciuto suo padre; sua madre lavorava tutto il giorno e spesso anche la sera, per mantenere entrambi. Così la vita di Nicolò era fatta di orari precisi e silenzi: si svegliava che il cielo era ancora azzurrino, si preparava una tazza di latte, prendeva lo zaino e andava a scuola. Lì, tra i banchi, ritrovava un calore che somigliava alla primavera: i compagni, le battute, il fruscio delle pagine, il profumo delle matite appena temperate. Al rientro, la casa lo accoglieva con la luce fredda della lampadina sopra il tavolo. Nicolò scaldava la minestra, mangiava in silenzio, faceva i compiti e, quando fuori ricominciava la notte, si metteva a letto. Da solo. Sempre.

A scuola, però, era diverso. Con Marta, Elia, Samira e Gioele c’era sempre da ridere: i tornei di briscola che la maestra fingeva di non vedere, le sfide a chi sapeva disegnare il dinosauro più buffo, i segreti scambiati nell’intervallo, quando il cortile sapeva di pane e aranciata. Lì Nicolò si dimenticava della casa grande e vuota. Lì, almeno, non era solo.


Un lunedì, nell’aria si sentiva ancora l’odore della pioggia della notte. La maestra fece l’appello, e il nome “Nicolò” risuonò nella classe come un sasso che cade in uno stagno e non fa cerchi. “Assente,” disse, e passò oltre. “Capita,” pensò Marta, “avrà il raffreddore.”

Il martedì la sedia di Nicolò era ancora vuota. Il mercoledì, quando anche la sua giacca di jeans appesa all’attaccapanni sembrò più triste del solito, i quattro amici si scambiarono uno sguardo che diceva: dobbiamo fare qualcosa. All’uscita, senza troppe parole, presero la strada verso la casa vecchia, quella con il glicine aggrovigliato come una nuvola lilla.

Alla porta aprì una nonna minuta, con i capelli bianchi raccolti e il viso pieno di pieghe gentili. “Siete gli amici di Nico?” chiese con una voce che tremava appena. Loro annuirono in coro. “Entrate.”

La casa sapeva di zuppe d’inverno e di lavanda. La nonna li fece sedere e parlò piano: “Nicolò è molto malato. Non è un malanno normale… si è addormentato per tristezza. Il medico dice che il corpo sta bene, ma il cuore è freddo e non vuole più svegliarsi.” Gli occhi della nonna si fecero lucidi. “Lo chiamo, gli racconto le cose belle di quando era piccolo, ma lui… dorme.”

I quattro amici salirono le scale a passi leggeri. Nicolò era disteso sul letto, il viso pallido, le ciglia posate come due foglie. Respirava piano. Marta gli sussurrò nell’orecchio: “Ieri abbiamo vinto la staffetta! E la maestra ha detto che il tuo tema sul mare era bellissimo.” Elia gli raccontò di come aveva quasi rotto il pallone, Samira gli fece sentire un video con le risate della classe, Gioele gli posò sul comodino la figurina rara che gli prometteva da mesi. Niente. Nicolò non si mosse.

Fu allora che Samira, con la mente sempre pronta ai voli, sussurrò: “Se non può sentirci da fuori, dobbiamo raggiungerlo da dentro.” Gli altri la guardarono senza capire. Samira tirò fuori dallo zaino un quaderno pieno di scarabocchi e formule. “L’ho letto in un libro di scienza fantastica: una pozione che rimpicciolisce le cose fino a farle diventare microscopiche. Se riuscissimo a entrarci… potremmo arrivare al suo cuore e abbracciarlo. Scaldarlo, come si scalda una mano infreddolita.”

“Una pozione?” fece Elia, gli occhi grandi come due tappi. “E dove la troviamo?”

La nonna, che ascoltava in silenzio, fece un sorriso di quelli che sanno di miracoli semplici. “Venite in cucina.” Dal mobile prese un barattolo con sopra scritto “Zucchero Magico”. “Lo facevo a Nicolò quando era piccolo e non riusciva a dormire: acqua calda, un cucchiaino di miele, una briciola di zenzero, e un pizzico di coraggio. Il coraggio lo mettete voi.” Poi, da un cassetto, tirò fuori un piccolo cofanetto di legno: dentro c’era una siringa finta, di quelle che si usano per giocare ai dottori. “Se davvero diventate minuscoli… vi servirà un passaggio sicuro.”

Marta prese un foglio, disegnò un cuore grande, e intorno frecce, vasi, arterie come strade in una città. “Il sangue scorre in un circuito. Se entriamo in una vena, arriveremo al cuore destro, poi ai polmoni per prendere l’aria, e di nuovo al cuore sinistro che spinge il sangue in tutto il corpo. Lì potremo fermarci.” La sua voce, di solito timidissima, era diventata chiara. “Dovremo tenere gli occhi aperti: ci saranno globuli rossi che trasportano l’ossigeno, globuli bianchi che difendono, piastrine come piccoli muratori. E le valvole del cuore: porte che si aprono e si chiudono al ritmo del tum-tum.”

La pozione fumava nella tazza, profumava di miele e zenzero. I quattro amici la bevvero a piccoli sorsi. Il mondo cominciò a crescere intorno a loro: le venature del tavolo diventavano canyon, una goccia d’acqua un lago trasparente, la trama della tovaglia una foresta di fili. La nonna li prese, leggerissimi, come briciole lucenti, e li posò con attenzione nella siringa-giocattolo, che ora pareva un veicolo di cristallo.

“Vi inietterò nel braccio di Nico,” sussurrò. “Che il vostro affetto gli arrivi dove serve.” I quattro, emozionati e impauriti, si strinsero la mano. La punta della siringa sfiorò la pelle, e un fiume tiepido li accolse.


Si trovarono all’improvviso in una corrente rossa e dorata.

Intorno, miliardi di dischetti rossi danzavano come coriandoli: erano i globuli rossi, con il loro carico di ossigeno. Ne arrivò uno che sembrava un fruttino lucido e allegro. “Benvenuti nella vena cefalica!” trillò con voce squillante. “Io sono Emò. Tenetevi a me, vi porto fino al cuore!” I bambini si aggrapparono al bordo elastico del globulo, che li trascinò lungo la corrente.

Le pareti del vaso erano lisce, rivestite da cellule come tessere di mosaico. Ogni tanto, piccole porte—i capillari—si aprivano e chiudevano, lasciando passare nutrimento. Un vortice li fece scivolare in un tubo più grande e scuro: “Vena cava superiore,” annunciò Emò. “Tra poco il cuore destro!” Il rumore lontano del tum-tum diventava più forte, come un tamburo gigante.....


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