1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 2: Il cuore oscuro sotto le maschereTra feste sfrenate, intrighi e simboli nascosti, la Serenissima rivela il volto segreto di un’epoca al culmine del suo splendoreAgosto 25di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 2: Il cuore oscuro sotto le maschereLorenzo lasciò la Piazza lentamente, come chi si porta addosso il peso di un presagio. La musica, che tornava a vibrare attorno alle arcate, gli giungeva distorta, quasi sinistra, come se i tamburi e i liuti suonassero non più per la gioia, ma per nascondere il battito inquieto della città. Ogni passo lo conduceva più lontano dalla luce delle torce di San Marco e più dentro le calli strette, avvolte da una nebbia lattiginosa che saliva dal mare. Le lanterne oscillavano appese ai muri, gettando bagliori incerti sui volti mascherati che comparivano e svanivano come apparizioni. Ogni figura sembrava reale e insieme illusoria, e Lorenzo, pur abituato al linguaggio dei segreti, sentì che quella notte gli inganni erano ovunque, palpabili come la brina che gli bagnava il mantello. Camminava piano, il suono dei passi attutito sulle pietre umide. Dai piani alti delle case chiuse filtravano voci concitate, risate femminili, gemiti soffocati: Venezia non dormiva mai, e nel Carnevale pareva ancora più viva, assetata di vino e piacere. Due figure mascherate lo sfiorarono correndo: la donna con la veste scarlatta aperta sul petto, l’uomo che le mordeva il collo tra risate sguaiate. Poco più in là, un marinaio trascinava una giovane con una maschera d’oro, e un vecchio intonava strofe oscene appoggiato a un muro, col fiato che puzzava di acquavite....Acquista il libro
SCOPRI DI PIU'
I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 2 – Oltre la soglia: il confine spezzatoViaggio nella mente disturbata: tra realtà e delirio, la sottile soglia della follia negli archivi di OltrecolleLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Capitolo 2 – Oltre la soglia: il confine spezzato La biblioteca di Oltrecolle aveva ormai perso la sua neutralità di luogo di studio. Con il passare delle ore, era diventata una cattedrale del silenzio e della sospensione, consacrata a memorie inquietanti e segreti sepolti. Qui il tempo sembrava cedere, perdere consistenza, ogni oggetto – libro, sedia, scaffale – attendeva solo di essere risvegliato da una domanda, uno sguardo, una paura. La luce densa e polverosa filtrava dalle finestre opache e, a ogni variazione del giorno, sembrava che l’intera sala cambiasse pelle: il giallo spento del mattino lasciava il posto a una penombra verdastra, dove le ombre si allungavano tra gli scaffali, facendo sembrare i libri creature in agguato. Nell’aria stagnava un odore di carta antica e muffa, talmente intenso che Elena Fermi si trovava spesso a respirare piano, come per non disturbare le presenze silenziose che sembrava abitassero tra le pagine e le mensole. Perfino il ticchettio di un ramo contro il vetro suonava ossessivo, scandendo il tempo della lettura come il battito di un cuore inquieto. Seduta al tavolo di rovere, Elena sentiva crescere dentro di sé un’urgenza febbrile, quasi dolorosa, mentre tornava a immergersi nei diari di Fausto Morandi. Era come se, con ogni nuova pagina, la carta si facesse più sottile e le parole scivolassero direttamente nella sua mente, liberando visioni, presagi e un’angoscia che non le apparteneva. Sfogliando le pagine, Elena si imbatté in un fascicolo segnato solo da una “C.”. Sotto, una breve introduzione che era già una confessione:.....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 14: Segreti monastici e ricatti sul lago di ComoSegreti monastici e ricatti sul lago di Como: quando il silenzio diventa colpaGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 14: Segreti monastici e ricatti sul lago di Como: quando il silenzio diventa colpaIl motoscafo della polizia lasciò il pontile di Como alle 10.15 precise. Non ci furono ordini urlati né gesti teatrali: il pilota mise in moto con un’azione secca, conosciuta, e il lago rispose subito, aprendosi in una scia netta e silenziosa. Il mezzo era un Riva Ariston, uno dei motoscafi più affidabili e veloci allora in dotazione alla polizia lacuale. Scafo in mogano verniciato a specchio, linea bassa sull’acqua, prua affilata e motorizzazione potente ma stabile: sul Lago di Como quell’imbarcazione aveva un vantaggio decisivo. Reggeva bene le improvvise raffiche che scendono dai canali tra i monti, restava incollata alla superficie anche alle alte velocità e consentiva manovre rapide nei tratti stretti, sotto costa o in prossimità dei porti. Era veloce senza essere nervosa, precisa senza diventare rigida: qualità indispensabili su un lago lungo, profondo e capriccioso come quello. A bordo c’erano il giudice Carchivi, seduto sul sedile di destra con il cappotto chiuso fino al collo, due poliziotti di scorta sistemati dietro, e il pilota, che teneva il timone con entrambe le mani, lo sguardo fisso davanti a sé. Nessuno parlava. Il motore, pieno e regolare, era l’unico suono continuo. La mattina era rigida ma limpida. Il freddo mordeva, ma la visibilità era perfetta: il lago appariva piatto come una tavola, una superficie d’acciaio chiaro che rifletteva le sponde e restituiva ogni vibrazione del motoscafo con precisione. Le montagne, ancora innevate in alto, sembravano più vicine del solito. La scia si allungava dietro come una ferita bianca che si richiudeva subito. Carchivi osservava le rive scorrere senza davvero vederle. Aveva in testa un quadro che non voleva mettersi a fuoco: tre cadaveri, modalità diverse, una simbologia che non spiegava il movente, autopsie negative, frammenti di carta che tornavano come un ritornello muto. In tasca portava appunti scarni, scritti a mano, e la sensazione sgradevole che l’indagine fosse entrata in una fase in cui contano più le omissioni che le prove. La destinazione era Colico, la caserma dove aveva convocato Lucia e il maresciallo Scandurra di Dervio. Non una riunione formale, ma un punto fermo necessario. I risultati delle autopsie avevano tolto certezze invece di aggiungerle; quelli sui campioni di carta, che Scandurra teneva in borsa, promettevano di chiarire qualcosa oppure di complicare tutto definitivamente. In entrambi i casi, bisognava guardarsi in faccia e decidere la direzione. Il motoscafo correva deciso, fendendo l’acqua con prepotenza controllata. Ogni tanto il pilota correggeva l’assetto con un gesto minimo, quasi impercettibile. La prua rimaneva stabile; il Riva non saltava, non sbatteva: scivolava, come se il lago gli concedesse il passo. Quando il profilo di Colico cominciò a distinguersi, Carchivi si mosse per la prima volta. Sistemò il cappello, controllò l’orologio. Tutto era in orario. Non era un dettaglio: quella puntualità, in mezzo a un’indagine che sembrava sfuggire alle regole, aveva il sapore di un’ultima forma di controllo.ACQUISTA IL ROMANZO
SCOPRI DI PIU'
La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 8: Il Santuario del Letame e l’Ordine SimbolicoTra segreti, code infinite e droni abbattuti: quando un elisir agricolo manda in crisi viabilità, le istituzioni e il buon sensoFebbraio 2026Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 8: Il Santuario del Letame e l’Ordine Simbolicodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Il ritmo delle giornate lavorative alla Cascina del Pellicano si assestò con una naturalezza che, a posteriori, sembrò perfino elegante: come certe abitudini nate per caso e poi trasformate in sistema, non perché qualcuno sia davvero capace di organizzare, ma perché la realtà — a furia di spingere — trova da sola la sua forma. Si lavorava il sabato e la domenica. Il resto della settimana era dedicato a due attività compatibili con l’animo del conte: il riposo e il segreto. La domenica sera, quando l’ultimo cittadino ripartiva con il bagagliaio pieno di entusiasmo e l’odore di campagna ancora attaccato alle giacche tecniche, Ida chiudeva il cancello con un gesto che somigliava a una benedizione. Il conte, dietro di lei, annuiva con gravità, come se stessero sigillando un trattato internazionale e non semplicemente impedendo a gente felice di tornare a chiedere “solo una bottiglietta, per favore”. Il lunedì mattina la cascina tornava quella di sempre: vasta, silenziosa, leggermente sproporzionata rispetto alle vite che conteneva. Il portico ricominciava a fare il suo mestiere preferito: proteggere la pigrizia dal sole. I mattoni dell’aia si scaldavano lentamente, i pioppi frusciavano come vecchie comari che non vogliono smettere di commentare, e la concimaia — lei — restava lì, a borbottare nel suo modo discreto e indecente. Eppure, qualcosa era cambiato. Perché nei giorni “di riposo”, che in teoria avrebbero dovuto essere dedicati al nulla, il conte e Ida facevano la cosa più sovversiva che due persone della loro storia potessero fare: lavoravano in segreto. Il riempimento delle bottigliette di Elisir del Pellicano divenne un rituale geloso, quasi monastico. Non era solo prudenza: era proprio una forma di protezione psicologica. Quando qualcosa nella vita ti gira finalmente a favore, senti subito il bisogno di chiudere le finestre, abbassare la voce e non dirlo troppo in giro, perché la fortuna è come un gatto: se lo guardi fisso, si offende e se ne va. Ida impose le regole con una fermezza dolce ma inappellabile: - Nessun aiutante del weekend. - Nessun ragazzetto dei social deve vedere dove e come si riempie. - Nessun forestiero deve mettere piede oltre le zone “turistiche”. Il conte, per una volta, obbedì senza discutere. Aveva capito anche lui che il vero valore dell’elisir stava in una parola che gli faceva paura e piacere insieme: esclusività. Se il segreto fosse uscito dalla cascina, la cascina sarebbe diventata un fenomeno pubblico. E un fenomeno pubblico, prima o poi, viene regolamentato, studiato, commentato. Poi arriva la gente “competente”. E la competenza, alla Cascina del Pellicano, era una forma raffinata di disastro. Così, dal lunedì al venerdì, la casa viveva in modalità clandestina....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
Materia Nuova: il Valore Culturale del Riciclo nel Mondo dell'Arte ContemporaneaPerché il riuso dei materiali è diventato un gesto identitario, estetico ed emotivo nella società dell’eccessoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Viviamo in un tempo in cui la materia sembra scivolarci tra le dita. Gli oggetti si rompono, si consumano, perdono valore, vengono sostituiti con una rapidità che solo due decenni fa sarebbe sembrata impensabile. Le cose durano poco, ma soprattutto contano poco: non ci soffermiamo più a chiederci da dove vengano, cosa significhino, quale storia portino con sé. È in questa fragilità materiale, in questa leggerezza del possesso e dell’oblio, che nasce il bisogno di ripensare il nostro rapporto con ciò che ci circonda. Ed è qui, in questa crepa culturale, che si inserisce l’arte del riciclo. Riciclare non è un gesto tecnico, né una semplice pratica ecologica. È un atto culturale: una dichiarazione di valore, un gesto di attenzione, un modo di opporsi alla velocità indifferente con cui il mondo scarta e dimentica. Quando un artista sceglie di lavorare con materiali usurati, frammenti di vita quotidiana, oggetti rotti o privi di funzione, non sta soltanto recuperando una materia: sta recuperando un significato. Sta rimettendo in circolo non solo la sostanza delle cose, ma la loro memoria, il loro tempo, le loro possibilità. In un’epoca segnata dall’eccesso, dalla produzione continua e dalla sostituzione sistematica, parlare di “crisi del valore materiale” significa guardare il mondo con occhi disincantati. Un tempo gli oggetti erano destinati a durare, venivano riparati, custoditi, condivisi. Oggi, al contrario, la loro perdita di valore è così veloce da diventare invisibili. Ogni prodotto che si rompe non genera una domanda sul suo destino, ma soltanto un gesto di allontanamento. Il ciclo della produzione e del consumo è talmente rapido e automatizzato da non lasciare spazio alla consapevolezza.....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 7: L’Oro della Terra e l’Arte di VenderloMarketing rurale, benessere su misura e felicità confezionata tra nobiltà decadente e intuizioni contadine in LomellinaRomanzo giallo-storico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 7: L’Oro della Terra e l’Arte di Venderlodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Era una splendida giornata di primavera inoltrata a Sommo Lomellina, di quelle che sembrano progettate apposta per far credere alla gente che la vita, in fondo, abbia un senso. La campagna, attorno, si stendeva piatta e ostinata come una tovaglia ben tirata: risaie ormai prossime al verde pieno, campi di mais con file regolari come righe di quaderno, fossi lucidi che riflettevano il cielo e, più in là, i pioppi in fila — alti, sottili, disciplinati — come guardie svogliate messe a sorvegliare il vento. La Cascina del Pellicano se ne stava lì, nel suo isolamento orgoglioso e un po’ decrepito, con i muri che avevano la tinta della polvere antica e le persiane che si aprivano solo quando la casa decideva di fingere vitalità. Il portico, con le travi scure e il pavimento di mattoni consumati, era un salotto all’aperto che conosceva una sola vera attività: l’immobilità. L’aia davanti, ampia e sproporzionata, era un teatro senza pubblico, e tutto intorno il perimetro di stalle e depositi parlava di un passato in cui quella famiglia aveva avuto bisogno di spazio per contenere ricchezza, animali, voci, servitori, conviti e segreti. Quella mattina il conte GianalbertoMarchetti si alzò dal letto di buonora con la testa che gli frullava di idee. Non idee timide, non pensieri di passaggio: proprio idee, quelle cose che per lui erano sempre state un fenomeno raro, come i ghiaccioli in agosto o la puntualità dei fornitori. Non sapeva se fosse conseguenza del famoso filo d’erba della concimaia masticato qualche giorno prima, o se la sua vita avesse preso davvero una svolta. Però, poiché tutto era cominciato con quel filo d’erba, era portato a credere che le doti terapeutiche della “droga della concimaia” non si esaurissero in poche ore come era accaduto al postino. Ad ognuno il proprio percorso terapeutico, concluse mentalmente con un tono da medico televisivo, lui che al massimo aveva letto le etichette dei digestivi. Si vestì con la sua consueta eleganza fuori tempo massimo: pantaloni di velluto color bosco, camicia chiara un po’ larga ai polsi, gilet da caccia che odorava di armadio e storia familiare, e sopra tutto una giacca che avrebbe avuto senso a una battuta di caccia del 1958. Ai piedi, pantofole in cuoio consumate — il compromesso perfetto tra nobiltà e pigrizia. Scendendo le scale di legno sentiva Ida già indaffarata in cucina. I suoi movimenti erano riconoscibili anche a distanza: ritmo regolare, oggetti posati con precisione, un borbottio basso che era metà lamento e metà preghiera. Quando si videro si salutarono con la solita reverenza ottocentesca, quella forma di educazione rigida che in quella casa sopravviveva più ostinata dei muri. «Buongiorno, conte.» «Buongiorno, Ida.» Lo scambio durò come un rito: breve, obbligatorio, inattaccabile. Gianalberto entrò nel soggiorno e si sedette al grande tavolo lungo, quello delle cene lussuose che un tempo avevano bisogno di dodici sedie e oggi si accontentava di due. La tazza di ceramica inglese, sbeccata sul bordo come un dente saltato in gioventù, lo aspettava già. Le posate d’argento — lucidate da Ida con una perseveranza quasi vendicativa — brillavano in modo imbarazzante per un uso così modesto. Ida portò le caraffe fumanti: latte e caffè. Poi, con la solennità di chi consegna un documento ufficiale, mise davanti a lui un piattino con crostini, marmellata e un pezzo di formaggio molle che aveva l’aria di voler diventare filosofia. Il conte si versò il caffè, aggiunse latte, fece il primo sorso e sospirò come se stesse inaugurando un’epoca nuova. Poi, con un tono che voleva sembrare pratico ma uscì comunque professorale, disse: «Ida, vorrei chiederle un parere.» Ida lo guardò come si guarda una finestra che improvvisamente decide di aprirsi da sola. «Un parere, conte?» «Sì. Sulle doti galeniche del percolato della concimaia assorbito dalle piante e su come potremmo sfruttarlo per farne denaro.» Ida rimase ferma. Gli occhi, di solito rapidi e operativi, si fissarono su di lui con uno sguardo lungo. Aveva capito due parole: concimaia e denaro. Il resto suonava come una predica in latino. Dopo qualche secondo, per non stare muta — cosa che considerava una sconfitta sociale — disse: «Conte… mi scusi… ma la domanda è sul formaggio scaduto o su qualcos’altro?» Gianalberto sbatté le palpebre. Il suo entusiasmo si incrinò un istante, come una crosta sottile. «No, Ida. Non il formaggio. Mi riferisco a… a quella cosa… che sembra far stare bene. Quella che ha… mosso gli animali. E anche… il postino.» Ida, con la delicatezza di chi ha imparato a maneggiare le follie altrui senza farle esplodere, annuì lentamente, facendosi il segno della croce. «Ah. Quella cosa.» «Esatto. Secondo lei… come possiamo farne un’attività?» Ida lo guardò ancora, poi prese una decisione rara: si sedette. Non lo faceva quasi mai durante le ore di servizio, sedersi significava concedere al corpo un diritto che non si era mai permessa fino in fondo. Ma quella mattina, con un conte che parlava come un farmacista e voleva “fare soldi”, capì che era necessario prendere tempo. Si sedette lentamente, lasciando alla mente qualche secondo in più per riflettere. Gianalberto intanto affondò il cucchiaino nella marmellata di prugne selvatiche. Era concentrato, come se stesse aspettando un responso. Ida inspirò. Poi sparò un editto. Non un’idea, non un consiglio: un’intera strategia commerciale, un simposio di marketing in forma di sentenza contadina, pronunciato con la calma di chi ha capito il mondo senza mai averlo studiato. «Conte,» disse, «lei vuole fare soldi con quella roba lì? Bene. Ma non facciamo stupidaggini.» Il cucchiaino del conte si fermò a metà strada tra il piatto e la bocca. «Non si dà da bere niente a nessuno,» continuò Ida, «non si fa mangiare erba della concimaia a cristiani e forestieri, e soprattutto non si chiama droga davanti a qualcuno che potrebbe ripeterlo.» Il cucchiaino gli cadde dalla bocca. Letteralmente. Fece un piccolo tin contro l’argento e poi rotolò sul piattino. Gianalberto la fissò, rapito. Ida non si scompose. Proseguì, sempre più precisa. «Lei vende la storia, conte. Non la roba. La roba, al massimo, la mette nelle bottiglie per i gerani.» Il conte aprì la bocca, ma Ida lo anticipò. «Mi ascolti: quella concimaia fa paura a tutti. Puzza, è brutta, è indecente. E proprio per questo la gente paga per sentirsi coraggiosa. Lei ci fa un percorso. Un’esperienza. Una cosa… come si dice adesso… benessere.» Gianalberto tentò: «Benessere… con la concimaia?» «Sì,» disse Ida, senza ridere, perché la serietà era la chiave del successo. «Benessere vero: aria di campagna, silenzio, camminate, degustazione di roba normale — formaggi buoni, pane caldo, vino — e poi… il “Rito del Pellicano”.» Il conte sgranò gli occhi. «Il rito…» «Un giro guidato fino al bordo della concimaia,» continuò Ida, «senza far mettere piedi dentro. Lei ci mette una staccionata, due cartelli belli, una lanterna. E racconta che lì, da cent’anni, la terra fa il suo lavoro e che noi abbiamo capito come trasformare lo scarto in risorsa.» Gianalberto stava immobile, come davanti a un’apparizione. Ida aggiunse, con un colpo finale: «E vende il percolato come concime naturale per orti e fiori. Lo chiama “Elisir del Pellicano” o “Tonica Verde” o come le piace. Ma per le piante, capito? Le piante non denunciano.» Il conte fece un suono strozzato, a metà tra ammirazione e panico. «E poi,» disse Ida, ormai in piena vena, «fa venire i cittadini il sabato. Li fa sedere sotto il portico, gli fa bere una tisana normale, e gli dice che qui si rallenta. Che qui la testa si svuota. Che qui anche un conte ha ricominciato a pensare.» Gianalberto la guardava come si guarda una persona che, per la prima volta, è più lucida di lui senza nemmeno provarci. Ida concluse, asciutta: «E se qualcuno chiede cos’è quella roba… lei dice: “È solo natura.” E sorride. La gente compra i sorrisi, conte. Non le analisi di laboratorio.» Silenzio. Gianalberto riprese fiato, come se fosse riemerso dall’acqua. «Ida…» disse piano. «Ma… lei… dove ha imparato queste cose?» Ida alzò le spalle. «Conte, io ho imparato che la fame non aspetta. E che quando uno ha qualcosa che gli altri non hanno, o lo nasconde o lo vende. Lei non è bravo a nascondere. Quindi venda. Ma venda bene.» Il conte restò qualche secondo immobile, poi fece l’unica cosa sensata che riuscì a fare: si versò un altro po’ di caffè, come per darsi il tempo di accettare che la sua cameriera analfabeta gli avesse appena costruito un piano commerciale più solido di tutta la sua vita. Poi, con voce quasi commossa, disse: «Ida… credo che lei sia un genio.» Ida lo fissò e rispose, secca come sempre: «No, conte. Io sono solo una che pulisce. È lei che fino a ieri non guardava niente.» E mentre fuori la primavera della Lomellina continuava a far finta di essere eterna, alla Cascina del Pellicano successe una cosa rarissima: il conte capì di avere davvero un futuro. E Ida capì di aver appena firmato, senza volerlo, il contratto più pesante della sua esistenza. I giorni che seguirono furono, per la Cascina del Pellicano, un evento storico paragonabile all’arrivo dell’elettricità: improvviso, incomprensibile e soprattutto faticoso. Il conte GianalbertoMarchetti e Ida, che per decenni avevano praticato l’arte nobile dell’attesa, si scoprirono improvvisamente operativi. Operativi davvero. Un’attività che, in quella casa, era sempre stata considerata una curiosa abitudine di contadini e gente senza titolo. Eppure accadde. La prima cosa che misero a punto fu il percorso. Ida lo chiamava “il giro”, il conte “l’esperienza”, ma alla fine convennero su “Percorso Terapeutico del Pellicano”, perché in tempi moderni tutto ciò che costa deve anche curare qualcosa. Ida stabilì le regole base, con la stessa voce con cui un tempo avrebbe gestito la disciplina di un convento: - niente piedi dentro la concimaia, mai - niente fili d’erba “a caso” - niente cittadini lasciati soli vicino al percolato, perché un cittadino in cerca di felicità è capace di tutto. Il conte, da parte sua, aggiunse la componente narrativa, perché aveva capito che la gente paga più volentieri se sente di partecipare ad una leggenda. «Qui,» avrebbe detto, con un tono grave da guida spirituale della Lomellina, «la natura trasforma lo scarto in risorsa.» E poi lasciava un secondo di silenzio, perché Ida gli aveva spiegato che il silenzio, quando è ben dosato, vale come una frase lunga. Il percorso iniziava dal portico, passava per l’aia, costeggiava il vecchio fienile, e arrivava al terrapieno della concimaia. Lì, grazie a Ida, comparvero: una staccionata, una corda ben tesa e due cartelli fatti a mano ma scritti con grafia sorprendentemente ordinata, perché il conte voleva “un’estetica credibile”. Il primo cartello diceva: “Rispettare il luogo. Qui lavora la terra.” Il secondo, più pratico, diceva: “Non sporgersi. Non assaggiare. Non improvvisare.” Ida insistette per l’ultimo verbo: improvvisare era la radice di tutti i mali. Poi venne la concimaia. Che, nella sua forma originaria, aveva l’aspetto di un peccato agricolo non ancora confessato. Se volevano farla vedere ai cittadini, doveva almeno sembrare una cosa “naturale” e non una minaccia biologica. Pulirono i bordi, tagliarono l’erba in eccesso, spostarono la ramaglia, e Ida impose una regola ferrea: tutto ciò che puzzava doveva continuare a puzzare, ma in modo ordinato. La puzza disordinata fa paura. La puzza disciplinata diventa esperienza. Il conte, preso dall’entusiasmo imprenditoriale, propose di mettere una lanterna “per le visite serali al tramonto”. Ida gli rispose che se avesse portato gente lì di sera, lei avrebbe chiesto direttamente asilo politico alle suore clarisse. Il vero capolavoro fu la raccolta del concime. Il conte voleva chiamarlo “Percolato Terapeutico”. Ida lo fulminò con lo sguardo: nessuno compra un prodotto che sembra una diagnosi. Tornarono così all'idea primordiale chiamandolo Elisir del Pellicano. Nome perfetto: suonava misterioso, naturale, e soprattutto non ricordava immediatamente il letame. La raccolta fu una piccola epopea domestica. Il conte partecipava con una serietà commovente: guanti troppo sottili, una mascherina che scivolava sempre, e un’aria da chirurgo della palude. Ida, invece, faceva tutto con la competenza di chi ha visto la vita vera: secchi, filtri improvvisati, imbuto, e la capacità di non fare commenti. Il concime veniva travasato in bottigliette dall’aspetto farmaceutico: vetro scuro, tappo a vite, etichetta pulita. Ida voleva che sembrasse un prodotto serio, quasi da erboristeria. Il conte voleva aggiungere “dose consigliata” e “attenzione: felicità possibile”. Ida eliminò la seconda frase, perché “poi ci fanno causa”. Sull’etichetta comparve una formula equilibrata: Elisir del Pellicano – Concentrato naturale per orti e balconi. Sotto, in piccolo: Diluisci in acqua. Nutri. Osserva. Rallenta. Inoltre, capirono presto che serviva qualcuno che parlasse la lingua dei tempi moderni. E la lingua dei tempi moderni, alla cascina, era un dialetto incomprensibile fatto di video, filtri e musichette. Chiamarono un ragazzetto del paese. Uno magro, veloce, con le dita sempre pronte a scorrere sul telefono come se stessero suonando un pianoforte invisibile. Il conte lo guardava con sospetto: era un tipo di operatività che lui non aveva mai praticato. «Tu,» disse Gianalberto, «aprirai un profilo su… come si chiama… Istagram.» Il ragazzo fece un sorriso pietoso: «Instagram, conte.» «E anche su Tic Tac.» «TikTok.» Ida intervenne: «Basta che ci fai venire la gente e che non ci ridicolizzi.» Il ragazzetto, in tre giorni, costruì un mondo. Video della cascina al tramonto, primi piani dell’erba verdissima, riprese lente della staccionata con musica “rilassante”, e poi la bottiglietta che ruotava su un tavolo come un oggetto sacro. Il conte, in un video, provò a dire: «Questo elisir…» e si fermò, perché la parola “elisir” gli sembrava già troppo faticosa. Alla fine lo sostituirono con una didascalia: “La natura fa il resto.” Ida, fuori campo, si sentiva borbottare: «Sì, e io anche.» Arrivarono, poi, alla scelta dell’immagine. Il conte voleva un pellicano “maestoso”, possibilmente su uno sfondo di risaie. Ida volle una cosa più semplice: un pellicano stilizzato, quasi un simbolo medico, perché il trucco era far sembrare tutto pulito. Scelsero un pellicano bianco in stile vintage, con un cerchio verde attorno e la scritta: Cascina del Pellicano – Sommo Lomellina. Sotto, minuscolo: “Dal ciclo della terra.” Il conte si commosse. Ida gli ricordò che era solo un’etichetta. Poi si chiesero come tutti avrebbero potuto usare questo elisir che sembrava più un prodotto da contadini che da cittadini. Il punto cruciale era proprio questo. Ma Ida, che aveva capito il mondo meglio di chiunque avesse studiato economia, aveva pensato a tutto. Durante la visita guidata, il conte spiegava — con una serietà quasi mistica — che chiunque avrebbe potuto coltivare qualcosa sul balcone: - una piantina di fragole - un mazzettino di erbe aromatiche - qualche patata «Non serve la terra di mio padre,» diceva il conte con tono nobile, «serve la costanza. E un nutrimento giusto.» E lì entrava in scena l’Elisir del Pellicano. Ida aveva costruito una promessa semplice e irresistibile: se coccoli le piante, le piante coccolano te. E quando le fragole maturano, quando il basilico profuma, quando una patata nasce dal nulla in un vaso da balcone, ti senti felice, ma se la mangi ti sentirai tremendamente felice.... Il conte aggiungeva, con un mezzo sorriso: «Ognuno trova la propria felicità. Io, per esempio, l’ho trovata… con un filo d’erba.» Ida tossiva forte, per impedirgli di dire la parte pericolosa. Nel giro di una settimana la cascina cambiò ritmo. Non diventò moderna, non diventò efficiente. Ma smise di dormire del tutto. C’era gente che telefonava, che chiedeva “il percorso”, che voleva “l’elisir”, che domandava se era “adatto anche alle orchidee”. Il conte rispondeva con orgoglio. Ida con sospetto. Il ragazzetto con emoji. E in tutto questo, la concimaia restava lì, immobile e paziente, come un segreto troppo grande per essere raccontato fino in fondo. Un segreto che, grazie a Ida, aveva trovato una forma vendibile: bottigliette scure, parole giuste, e la promessa più antica di tutte. Che dalla terra, se la tratti bene, qualcosa torna sempre indietro. A Sommo Lomellina, il primo sabato di maggio, accadde una cosa che il paese non aveva mai sperimentato nemmeno ai tempi della sagra dell’anguilla o della benedizione dei trattori nuovi: l’invasione ordinata dei cittadini. Fin dalle otto del mattino la provinciale cominciò a riempirsi di macchine lucide, pulite, con targhe che facevano suonare la testa come una geografia sentimentale del Nord Italia: Pavia in testa, poi Milano in massa compatta, Voghera con prudenza, Stradella con curiosità, Broni con sospetto, Melegnano con entusiasmo, Vigevano con spirito competitivo, Lodi con aria già convinta e persino Bergamo e Monza, arrivate come esploratori di un nuovo Eldorado rurale. Tutti incolonnati. Tutti pazienti. Tutti pronti a entrare nella Cascina del Pellicano per fare il Giro Turistico della Felicità. Il conte GianalbertoMarchetti aveva organizzato il tutto con una disciplina che nessuno, nemmeno Ida, credeva possibile. Biglietteria all’ingresso dell’aia, sotto un gazebo bianco preso a noleggio “per dare un’aria sanitaria”. Parcheggio a numero chiuso nel campo a nord, con strisce tracciate con la calce e un cartello scritto a mano: “Qui si parcheggia piano.” Visite guidate da quarantacinque minuti, scandite da una campanella da bicicletta che segnava l’inizio e la fine di ogni turno. Ricambio clienti immediato, senza soste emotive: chi aveva trovato l’illuminazione doveva liberare il posto a chi stava per trovarla. Ida osservava tutto con uno sguardo che mescolava incredulità e istinto di sopravvivenza. Per decenni aveva visto entrare in quella cascina solo postini svogliati, veterinari mal pagati e qualche parente lontano con cattive intenzioni. Ora vedeva signore con foulard coordinati, uomini con scarpe da trekking nuove di zecca, coppie giovani che parlavano di slow life come se fosse una scoperta recente. C’erano personaggi degni di nota. Una coppia di Milano, entrambi architetti, che continuava a ripetere: «Qui si sente l’energia.» E Ida, dietro, che pensava: è la concimaia, signora, non un chakra. Una signora di Monza, vedova elegante, che durante il percorso prese appunti su un taccuino Moleskine e disse al conte: «Sa, io ho sempre sentito che la felicità è una questione di radici.» Il conte annuì gravemente, come se avesse sempre sostenuto quella tesi. Un impiegato di Lodi, in crisi esistenziale, che alla staccionata della concimaia si commosse visibilmente. «È tutto così… autentico.» Ida gli porse un fazzoletto e gli disse piano: «Attento a non scivolare.» Le visite erano un trionfo. Il conte, in gilet e giacca di velluto, parlava lentamente, con frasi brevi, come gli aveva insegnato Ida. Raccontava del ciclo della terra, dello scarto che diventa risorsa, del pellicano come simbolo di cura. Non mentiva mai del tutto, ma selezionava la verità con una finezza che lui stesso non sapeva di possedere. Quando arrivavano al punto clou — la concimaia — il silenzio era assoluto. I cittadini si sporgevano leggermente, trattenuti dalla corda, respiravano profondamente e annuivano. Nessuno chiedeva cosa ci fosse davvero dentro. Non volevano saperlo. Volevano sentirlo. E poi c’era il momento finale: il banco dell’elisir. Bottigliette scure, etichette pulite, luce giusta. Ida stava dietro al tavolo come una farmacista di altri tempi. «Novantanove euro,» diceva senza esitazioni. E nessuno fiatava. Cinquanta euro a coppia per la visita. Novantanove euro per venticinque millilitri di Elisir del Pellicano. Il conte, ogni tanto, si allontanava un momento per “controllare l’organizzazione”. In realtà andava nel vecchio studio del padre, dove aveva sistemato una scatola di latta. Dentro, le banconote. Tante. Ordinatamente piegate, ma comunque una quantità di denaro che lui non aveva mai visto in tutta la sua vita. Aprì la scatola verso mezzogiorno. La richiuse. La riaprì. Le mani gli tremavano leggermente. Non per avidità. Per incredulità. Quella montagna di soldi — soldi veri, immediati, senza fatture complicate, senza notai, senza eredità — era il risultato diretto di qualcosa che lui aveva fatto. O, più precisamente, di qualcosa che aveva deciso di non ostacolare. Ida lo trovò lì, con la scatola aperta. «Conte,» disse asciutta, «non li conti troppo. Porta male.» Lui annuì e chiuse il coperchio. A Sommo Lomellina, il primo sabato di maggio, accadde qualcosa che nessun piano regolatore, nessuna giunta comunale e nessuna memoria collettiva avevano mai previsto: il paese venne invaso, ma con ordine. Un’invasione gentile, a passo d’uomo, fatta di utilitarie ibride, SUV lucidi come denti nuovi e qualche vecchia station wagon caricata di aspettative. Le targhe si susseguivano come figurine di un album sentimentale del Nord: Pavia, Milano, Voghera, Stradella, Broni, Melegnano, Vigevano, Lodi. E poi, con un certo stupore generale, Bergamo e Monza, arrivate come se qualcuno avesse passato parola in una chat segreta: là succede qualcosa. L’ingresso alla Cascina del Pellicano sembrava il varco di una fiera campestre con ambizioni spirituali. Il conte Gianalberto Marchetti aveva organizzato tutto con una precisione quasi militaresca, che sorprendeva perfino lui. Biglietteria sotto il gazebo, cassa separata per l’elisir, parcheggio a numero chiuso con un ragazzo del paese incaricato di dire “piano, piano” a chiunque scendesse dall’auto come se dovesse partecipare a una maratona. Ida supervisionava il tutto con lo sguardo di chi ha visto carestie, alluvioni e conti decaduti: nulla la impressionava più, ma tutto lo teneva sotto controllo. Le visite partivano puntuali. Quarantacinque minuti netti, scanditi da una campanella da bicicletta che Ida suonava con la stessa solennità di un Angelus. Il conte guidava i gruppi con voce calma, raccontando la storia della cascina, della terra, del pellicano come simbolo di cura e sacrificio. Nessuno osava interromperlo. In città non li ascoltava più nessuno, ma lì, tra i fossi e i pioppi, ogni parola sembrava finalmente avere spazio. I turisti erano un catalogo umano degno di uno studio sociologico. C’era una coppia di Milano, entrambi consulenti aziendali, che avevano lasciato due figli adolescenti a casa per “ritrovarsi”. Lui parlava poco, lei annuiva molto. Alla staccionata della concimaia si presero per mano come non facevano da anni. “È incredibile,” disse lei, “quanto sia tutto semplice.” Ida, che passava dietro con una cassetta di bottigliette, pensò che la semplicità costava novantanove euro più IVA, ma non disse nulla. C’era un insegnante di lettere di Pavia, in prepensionamento forzato, che aveva perso il ritmo delle giornate. Durante la visita fece domande puntuali, quasi accademiche, ma alla fine si commosse. “Mi manca il senso del tempo,” confessò al conte. Gianalberto annuì con competenza: era un tema che conosceva bene. C’era una coppia di Vigevano, artigiani, mani segnate e scarpe buone. Non parlavano molto. Guardavano. Quando arrivarono al banco dell’elisir, l’uomo disse solo: “Se funziona con le piante, funziona anche con noi.” Presero due bottigliette, senza chiedere sconto. Una donna di Monza, elegante e sola, raccontò a Ida mentre pagava che il marito era morto da tre anni e che lei non riusciva più a coltivare nulla, nemmeno le abitudini. “Ho bisogno di prendermi cura di qualcosa che risponda,” disse. Ida le mise la bottiglietta nel sacchetto con una delicatezza che non usava nemmeno con l’argenteria. Un ragazzo di Bergamo, trent’anni, informatico, arrivato da solo, ammise senza vergogna di essere in burnout. “Non so più perché faccio quello che faccio,” disse al conte, quasi scusandosi. Gianalberto gli parlò dei vasi sul balcone, delle fragole che crescono lente. Il ragazzo sorrise come se qualcuno gli avesse appena dato un permesso. E poi c’erano i curiosi puri: influencer mancati, coppie in crisi, pensionati in cerca di novità, donne che parlavano di “energia” e uomini che fotografavano tutto senza capire bene cosa. Tutti uscivano con la stessa aria: un misto di entusiasmo quieto e sollievo, come se qualcuno avesse abbassato per un attimo il volume del mondo. Il momento della vendita dell’Elisir del Pellicano era quasi sacrale. Ida, dietro al tavolo, pronunciava il prezzo senza tremare. Cinquanta euro a coppia per la visita. Novantanove euro per venticinque millilitri di concentrato. Nessuno rideva. Nessuno contrattava. Pagavano e basta, come si paga una promessa che non si osa sminuire. Il conte, ogni tanto, si ritirava nel vecchio studio del padre. Lì aveva sistemato una scatola di latta, una di quelle che un tempo contenevano biscotti danesi e che ora custodiva banconote. Tante. Le contava a metà, poi smetteva. Non per avidità, ma per un rispetto nuovo: quei soldi non erano eredità, non erano rendite, non erano scivolati lì per inerzia. Erano arrivati perché la gente aveva scelto di fermarsi. Nel tardo pomeriggio, quando l’ultimo gruppo se ne andò e l’aia tornò a essere solo un’aia, Ida si sedette per la prima volta. Il conte si tolse la giacca, stanco come non lo era mai stato, ma con una stanchezza buona, concreta. “Domani torneranno,” disse lui, quasi incredulo. “Se tornano,” rispose Ida, “vuol dire che oggi non li abbiamo imbrogliati.” Si guardarono, complici di un successo che nessuno dei due avrebbe saputo spiegare davvero. La Cascina del Pellicano restava lì, uguale a sé stessa, con la concimaia che borbottava silenziosa e i pioppi che continuavano a fare ombra. Ma qualcosa era cambiato: non la terra, non il letame, non il pellicano sull’etichetta. Era cambiato il modo in cui le persone guardavano quel posto. E, senza dirlo ad alta voce, anche il modo in cui il conte guardava sé stesso. Da qualche balcone di città, quella sera, qualcuno avrebbe annaffiato una piantina con l’elisir, aspettandosi felicità. Forse l’avrebbe trovata. Forse no. Ma per un sabato di maggio, a Sommo Lomellina, la gente aveva creduto che fosse possibile. E questo, per il conte Marchetti, valeva più di qualsiasi eredità.
SCOPRI DI PIU'
L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 13 A: Lungo la Strada del SilenzioUn viaggio tra la montagna e la pianura, dove il passato sussurra ancora e un incontro inatteso cambia il destino di MarinaNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 13 A: Lungo la Strada del SilenzioMarina lasciò alle spalle Foppolo in un silenzio che sapeva di sospensione, come se la montagna, alle prime luci del mattino, trattenesse il fiato per osservarla andare via. La strada che scendeva verso la valle si snodava come un nastro lucente tra le pareti di roccia e le chiazze di neve ancora intatte, e per un tratto le parve di essere tornata bambina, quando faceva quel viaggio con suo padre, e ogni curva era una promessa di pianura, di luce, di futuro.Attraversò San Giovanni Bianco, il borgo raccolto ai piedi delle montagne, con i tetti bassi e le case in pietra che si affacciavano strette sulla provinciale. Le finestre, ornate da tendine bianche, riflettevano l’acqua del Brembo che correva a fianco come un compagno fedele. Poi, dopo pochi minuti, il paesaggio cambiò improvvisamente. San Pellegrino Terme le apparve davanti come una cartolina d’altri tempi: un paese che ancora oggi sembrava voler trattenere la Belle Époque tra le mani. Le linee eleganti del Grand Hotel, con le sue finestre ad arco e le decorazioni dorate, si stagliavano sul cielo limpido come un monumento al sogno borghese di inizio Novecento. Le terme, con la loro facciata liberty fatta di ferro e vetro, scintillavano nella luce del mattino. I portici — quelli dove, un secolo prima, dame con ombrellini e uomini in giacca di lino passeggiavano ascoltando le orchestrine — restavano oggi muti, ma conservavano la grazia delle epoche che non invecchiano. Le colonne sottili, i capitelli decorati con motivi floreali, le vetrate color ambra e verde raccontavano l’epoca in cui San Pellegrino era considerata la perla della Valle Brembana, il salotto termale della borghesia lombarda. Arrivavano da Milano, da Torino, perfino dall’estero, per bere l’acqua curativa, per danzare nei saloni del Casinò, per lasciarsi cullare dal profumo di acacie e dal suono del Brembo, sempre uguale, sempre presente....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non si ScioglieL’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non si ScioglieNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 6.1: Il Gelo che Non ScioglieNel ventre della valle, sotto la crosta dorata di una giornata limpida, si agitava qualcosa di marcio. La neve, così candida e immobile, sembrava nascondere ogni cosa: i sospetti, i timori… e i cadaveri. Eppure, in un piccolo locale dietro le cucine del ristorante La Baita Vecchia a Foppolo, il gelo aveva smesso da tempo di essere un fatto meteorologico: era un clima morale, un’aria densa, fatta di sguardi e sottintesi. Si erano dati appuntamento lì, senza convocazioni ufficiali. Nessun ordine del giorno, nessun verbale. Solo uomini che si conoscevano troppo bene da troppi anni. Luigi Mainetti, il padrone degli impianti di risalita, era il primo ad arrivare. Pantaloni da lavoro, giubbotto tecnico, guance arrossate dal freddo e occhi più duri del ghiaccio. Sedette al capo del tavolo, come sempre, senza chiedere permesso. Era lui a gestire l’infrastruttura che teneva in vita Foppolo, e tutti lo sapevano. Poco dopo entrò Giacomo Lorenzi, albergatore vecchio stile. Non uno, ma due alberghi: il Fiocco di Neve e il Pizzo Vescovo, ereditati e ampliati con una strategia aggressiva che l’aveva reso il re delle prenotazioni. Aveva il passo veloce e l’alito di sigaro. Si tolse i guanti con lentezza, come se ogni dito portasse una tensione da liberare.....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
Materia Nuova. Capitolo 9: Le Forme del Riciclo Artistico. Collage, Assemblaggio, Installazione e SculturaArmonia nella discontinuità: come le arti del riciclo trasformano scarti e memorie in nuove strutture creativeNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 9: Le Forme del Riciclo Artistico. Collage, Assemblaggio, Installazione e SculturaIl riciclo non è una tecnica: è un linguaggio. È una grammatica fatta di materiali discontinui, di superfici che non combaciano perfettamente, di oggetti che hanno vissuto altre vite e che nell’opera d’arte ritrovano una nuova forma. Nei capitoli precedenti abbiamo esplorato i singoli materiali — carta, legno, metallo, plastica, vetro, tessuti, elettronica — osservandone la memoria, il comportamento fisico, il potenziale espressivo. Ora ci spostiamo dal cosa al come: dalle materie alle forme che queste assumono quando entrano nel campo del riciclo artistico. Collage, assemblaggio, installazione, scultura: quattro modalità differenti di lavorare lo scarto, quattro modi di trasformare l’eterogeneità in struttura, il passato in presenza, l’informe in linguaggio. Ogni forma ha una storia precisa, un metodo, un’attitudine. Alcune nascono nel mondo delle arti visive, altre emergono da pratiche artigianali o da approcci sperimentali. Alcune privilegiano la bidimensionalità, altre la tridimensionalità, altre ancora la relazione diretta con lo spazio. In questo capitolo analizziamo queste forme come espressioni della complessità contemporanea: luoghi in cui i materiali recuperati diventano non solo elementi fisici, ma metafore della discontinuità che caratterizza la nostra epoca. Viviamo in un mondo frammentato, fatto di memorie spezzate, di oggetti che si accumulano e vengono dimenticati, di tecnologie che si sostituiscono in un ciclo incessante. L’arte del riciclo non tenta di aggiustare questa frammentarietà: la accoglie, la amplifica, la trasforma in senso....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
Ombre di Ambizione. Capitolo 10: Ombre e Sangue sotto il Castello di Corenno PlinioIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milano Maggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 10: Ombre e Sangue sotto il Castello di Corenno PlinioLa commissaria Lucia Marini e il maresciallo Valenti, dopo aver organizzato meticolosamente le ronde discrete in borghese, si trovarono di fronte a un momento decisivo della loro indagine. Una sera, mentre la luce del crepuscolo avvolgeva il paesaggio di Corenno Plinio, notarono una figura sospetta che si introduceva nel castello attraverso una porta non facilmente visibile, celata da uno sperone di roccia. Valenti: "Guardi là, commissaria! Qualcuno sta entrando nel castello da quella porta nascosta." Lucia: "Sì, l'ho visto. Questa potrebbe essere la nostra occasione. Dobbiamo decidere velocemente cosa fare." Valenti: "Proporrei di seguirlo dentro. Se quella porta non era chiusa a chiave, potrebbe significare che l'interno del castello nasconde altre sorprese. Dovremmo approfittarne ora che abbiamo l'opportunità." Lucia: "Concordo. Ma procediamo con cautela. Non sappiamo cosa o chi troveremo all'interno. Gli altri militari resteranno qui a fare la guardia alla porta per assicurarci una via di fuga e impedire che altri possano seguirlo o sorprenderci." Valenti fece un segno ai militari, indicando loro di rimanere in posizione, mentre lui e Lucia si avvicinavano silenziosamente alla porta semiaperta. Con movimenti cauti e coordinati, varcarono la soglia, immergendosi nell'oscurità del castello. Valenti: "Stia attenta, commissaria. Non sappiamo cosa ci aspetta. Manteniamo un profilo basso e cerchiamo di non fare rumore." Lucia: "Sì, procediamo. Teniamo gli occhi aperti per qualsiasi indizio o segno che possa dirci di più su chi abbiamo visto entrare e su cosa stia facendo qui." Mentre avanzavano con cautela attraverso i corridoi bui del castello, i due si affidavano alla luce debole delle loro torce per orientarsi. Ogni tanto, il rumore dei loro passi risuonava sulle antiche pietre, ma procedevano determinati, guidati dall'istinto e dalla volontà di scoprire la verità dietro le mura del castello......#lagodicomo #corennoplinio© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro
SCOPRI DI PIU'
Materia Nuova. Capitolo 21-2° Parte. Il Riciclo come Sguardo Nuovo sul Tempo, sulla Bellezza e sul MondoCome la filosofia del riuso trasforma la nostra percezione del tempo, dell’identità e della responsabilità collettivaNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 21-2° Parte. Il Riciclo come Sguardo Nuovo sul Tempo, sulla Bellezza e sul MondoLa filosofia del riciclo, dunque, non è una teoria astratta, ma un modo di abitare il mondo. È una lente attraverso cui esplorare il rapporto tra individuo e collettività, tra locale e globale, tra passato e futuro. È un invito a riconoscere valore dove non pensavamo ci fosse, a vedere nell’ordinario ciò che può diventare straordinario, a comprendere che il destino delle cose non è scritto una volta per tutte. La rinascita degli oggetti diventa così una forma di presenza: un richiamo a essere più attenti, più disponibili, più capaci di ascolto. E soprattutto, ci ricorda che la materia — come l’essere umano — non è mai completamente definita. Vive, cambia, si adatta, resiste. E nella sua resilienza troviamo un’immagine potente della nostra. Se c’è un aspetto che più di ogni altro rivela la profondità del riciclo come filosofia contemporanea, è la sua capacità di trasformare la nostra percezione del tempo. Viviamo immersi in una temporalità frammentata, spezzata, accelerata. Gli oggetti che acquistiamo hanno un tempo di vita sempre più breve; ciò che possediamo oggi è progettato per perdere significato domani. Siamo circondati da una temporalità che ci sfugge, e nella quale la durata non è più un valore. Il riciclo, invece, opera in direzione contraria: restituisce alla materia una vita più lunga, a volte imprevedibile, quasi mai lineare, spesso circolare. È un gesto che ricuce il tempo, che ricostruisce continuità là dove la cultura dello spreco crea interruzione. Ogni oggetto riciclato porta con sé almeno due vite: quella che ha vissuto e quella che vivrà. Molti ne portano tre, quattro, dieci. La loro identità è stratificata, come se fossero piccole geologie culturali. Un pezzo di legno recuperato da un cantiere può avere vissuto decenni come pavimento, essere stato poi abbandonato, e infine ritrovare una nuova esistenza come scultura. Queste stratificazioni non sono decorative: sono la prova che la materia non è mai ferma. Il riciclo ci insegna che anche ciò che consideriamo “vecchio” è, in realtà, nel mezzo della sua storia. La percezione lineare del tempo — nascita, uso, fine — si modifica in una percezione ciclica, aperta, dove ogni fase contiene potenzialmente l’inizio della successiva....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 5 – Il cuore nuovo dell’Homo sapiensUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza colleraRacconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 5 – Il cuore nuovo dell’Homo sapiens L’alba del 23 marzo 2025 si presenta grigia e stanca. La pioggia cade leggera sui lucernari di policarbonato del Kyoto Institute for Advanced Neuro-Economics, disegnando rivoli che si rincorrono verso le grondaie. La città si sveglia con lentezza, come chi sa di dover affrontare una giornata lunga e carica di domande.Nel seminterrato dell’istituto, i corridoi hanno l’odore rassicurante del cemento e quello più vivace del caffè americano che qualcuno ha dimenticato su un termos. È lì, in fondo a uno di questi corridoi, che una sala ovale ospita le due grandi macchine per la risonanza magnetica: due colossi silenziosi, collegati tra loro da un fascio di cavi che sembrano le vene di un animale misterioso. Natsumi Sugawara, ingegnera precisa e discreta, regola le impostazioni delle macchine con la pazienza di chi ha imparato a non farsi distrarre dalle notizie del mondo esterno. Il suo collega, Haruto Ishikawa, porta un camice sbottonato e occhiali sempre leggermente appannati. Ha una mano gentile e cerca di mettere a proprio agio i volontari, distribuendo cuffie e parole di incoraggiamento. In molti si sentono come studenti alla vigilia di un esame importante. Alcuni dei volontari hanno assunto una microdose di una pillola nuova, la LYL-8, che promette calma, serenità, una sorta di pace interiore artificiale. Altri hanno preso solo un placebo, identico nell’aspetto ma privo di effetto. Tutti, però, sono lì per partecipare a un esperimento che, forse, cambierà per sempre il modo in cui intendiamo la fiducia. Il test è una versione ripetuta del famoso Dilemma del Prigioniero: una prova di fiducia, in cui ciascuno deve scegliere se cooperare con l’altro o pensare solo a sé, sapendo che il risultato cambierà non solo il proprio punteggio ma anche quello della persona di fronte a sé. Il denaro in palio è solo virtuale, ma il peso delle scelte è reale, tangibile, come se ogni click sulla tastiera fosse una stretta di mano che può cambiare il corso di una relazione....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 1: La luce dell’inverno e il silenzio delle pietreL’Abbazia di Piona tra storia, fede e l’inizio di un mistero sul Lago di ComoDicembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 1: La luce dell’inverno e il silenzio delle pietreLa mattina del 12 febbraio 1960 si apriva sul Lago di Como con una luce netta, fredda, quasi mortale. Non era una luce indulgente: metteva a nudo le forme, definiva i contorni, separava con precisione ciò che era ombra da ciò che era materia. Il lago, disteso sotto il cielo pallido, appariva immobile come una lastra di metallo levigato, attraversato solo da lievi increspature che il vento spingeva verso riva senza rumore. In quell’ora precoce, il mondo sembrava sospeso in un equilibrio fragile, come se stesse trattenendo il respiro. Sulla penisola di Olgiasca, l’Abbazia di Piona emergeva dal paesaggio con la discrezione delle cose antiche che non hanno più bisogno di imporsi. Le sue mura romaniche, costruite nel XII secolo, portavano addosso il peso del tempo senza ostentarlo. Ogni pietra raccontava una storia di mani che avevano costruito, ricostruito, riparato; di uomini che avevano creduto che il silenzio potesse essere una risposta, che l’ordine potesse salvare dal caos del mondo. Prima ancora di essere abbazia, Piona era stata luogo di ritiro, di confine, di osservazione. Un piccolo oratorio dedicato a Santa Giustina aveva segnato l’inizio di una presenza spirituale in un punto strategico del lago, dove le rotte commerciali si incrociavano e il passaggio verso la Valtellina rendeva inevitabile il contatto tra mondi diversi. Qui, tra acqua e montagna, la fede aveva sempre convissuto con la storia, senza mai riuscire davvero a isolarsene. Nel 1138, con l’arrivo dei monaci cluniacensi, Piona assunse una forma definitiva. Divenne priorato, inserito in una rete europea di monasteri che facevano della regola, della preghiera e della disciplina una risposta alla violenza e all’instabilità del Medioevo. Non era solo un luogo di culto: era un presidio culturale, economico e simbolico. Il chiostro, costruito con una misura che sembrava pensata più per la mente che per l’occhio, divenne il centro di una vita scandita da gesti ripetuti, da silenzi carichi di significato, da un tempo circolare che rifiutava la fretta del mondo esterno. Nei secoli successivi, l’abbazia conobbe il declino, come tutte le istituzioni che sopravvivono abbastanza a lungo da vedere cambiare il senso stesso della propria esistenza. La decadenza dell’ordine cluniacense, le lotte politiche, le trasformazioni economiche la ridussero progressivamente a un luogo marginale, amministrato più che vissuto. Le soppressioni napoleoniche segnarono quasi la fine definitiva della vita monastica. Eppure, Piona non scomparve. Rimase. In silenzio, come aveva sempre fatto. Nel Novecento, con l’arrivo dei monaci cistercensi, l’abbazia tornò a respirare. Non come monumento, ma come luogo abitato. I monaci si adattarono al tempo, senza snaturarsi. Preghiera, lavoro manuale, accoglienza: le stesse parole antiche, declinate in un mondo diverso. Piona tornò a essere ciò che era sempre stata nel profondo: un rifugio, ma non una fuga. Un punto fermo da cui osservare il mondo senza esserne travolti....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Materia Nuova. Capitolo 7: Fragilità, Memoria e Rinascita dei TessutiIdentità, riciclo e trasformazione nei materiali tessili che custodiscono la vita umanaNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 7: Fragilità, Memoria e Rinascita dei TessutiI tessuti sono forse il materiale più intimamente legato al corpo umano. Non li percepiamo come qualcosa di esterno: li viviamo sulla pelle, li respiriamo, ci avvolgono nei momenti di intimità e ci proteggono nei momenti di esposizione. Il tessuto è un’estensione della nostra identità, una seconda pelle che portiamo con naturalezza, senza quasi pensarci. Ma dietro la sua morbidezza, dietro i colori e le trame che scegliamo quotidianamente, c’è una storia complessa, stratificata, fatta di lavoro umano, di trasformazioni industriali, di culture che si intrecciano come fili in un telaio.Il tessuto non è mai neutro. Ogni fibra porta un significato, ogni cucitura racconta un gesto, ogni trama è una testimonianza culturale. Nel contesto del riciclo, questa dimensione si amplifica: il tessuto post-consumo diventa oggetto di riflessione estetica e politica, simbolo di un’industria che produce enormi quantità di scarti e, al tempo stesso, di una materia che può essere ricomposta, trasformata, rinnovata. Se nel legno abbiamo visto il logorio naturale e nei metalli abbiamo osservato la memoria industriale, nel tessuto troviamo la memoria del corpo: la traccia più umana e più vulnerabile. Il vestito conserva la forma di chi lo ha indossato, la postura, il movimento, a volte perfino il profumo. Recuperare un tessuto significa recuperare un frammento di vita. Trasformarlo significa accettare che quella vita continui in un’altra forma.....ACQUISTA IL LIBRO
SCOPRI DI PIU'
1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 14. Il silenzio di Calle della PietàTra l’attesa di un amore proibito e le trame oscure della Serenissima, due destini si intrecciano nella Venezia del Seicento, tra passione, inganno e un patto di sangue che cambierà ogni cosaOttobre 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 14. Il silenzio di Calle della PietàLorenzo camminava avanti e indietro nella stanza, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo fisso sulle fiamme del camino che andavano affievolendosi. Aveva ravvivato il fuoco già tre volte, gettandovi dentro ciocchi di legno e frammenti di bricchetti profumati di resina, ma la luce danzante non bastava a scaldargli il cuore. L’attesa, lunga e immobile, era diventata un tormento. La piccola casa di Calle della Pietà, che di solito gli dava conforto con il profumo di carta, cera e legno di ciliegio, ora gli sembrava una cella.Fuori, Venezia taceva. Solo il lento sciabordio dell’acqua contro i pali del canale e il cigolio di una gondola lontana rompevano il silenzio. Sul tavolo, accanto alla finestra, la candela si consumava lenta, piegando la fiamma come un fiore stanco. Ogni minuto che passava sembrava dilatarsi, e la voce del vento che filtrava dalle fessure dei vetri soffiava come un sospiro inquieto. Elisabetta avrebbe dovuto arrivare da un pezzo. Era passata un’ora, poi due, poi tre. La notte si era fatta profonda, e le ombre avevano avvolto le pareti della stanza. Lorenzo guardava la porta come se potesse aprirsi da un momento all’altro. Ogni rumore nel calle, ogni passo, ogni scricchiolio gli faceva voltare il capo di scatto. “Dove sei, Elisabetta?” mormorò tra sé, accostandosi alla finestra.....Acquista il libro
SCOPRI DI PIU'
1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 13: Ombre di Redenzione nel Monastero di San ZaccariaNel cuore della Venezia del 1572, tra silenzi monastici e poteri ecclesiastici, suor Agnese Morandi affronta una convocazione misteriosa del cardinale Grimani Ottobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 13: Ombre di Redenzione nel Monastero di San ZaccariaNel cuore della Venezia del 1572, tra silenzi monastici e poteri ecclesiastici, suor Agnese Morandi affronta una convocazione misteriosa del cardinale Grimani Il monastero di San Zaccaria si ergeva, maestoso e silenzioso, a pochi passi dalla riva degli Schiavoni, quasi nascosto tra le calli che odoravano di salsedine e incenso. Nel 1572, era già uno dei complessi religiosi più prestigiosi di Venezia: un intreccio di pietra, fede e potere, dove la devozione si mescolava con la politica e la nobiltà trovava un rifugio per le proprie figlie “eccedenti” — quelle destinate più a Dio che al matrimonio. Le sue mura di mattone rosso e pietra d’Istria, illuminate dal riflesso dell’acqua dei canali, custodivano chiostri ordinati e cortili dove il tempo sembrava muoversi con passo misurato. Gli archi del portico interno, ornati da capitelli semplici ma eleganti, incorniciavano aiuole di erbe aromatiche e piccoli orti coltivati dalle monache, che vivevano secondo la regola benedettina. Dal campanile, la campana maggiore scandiva le ore come un battito del cuore della città, richiamando le suore alla preghiera o al silenzio, mentre nei corridoi lunghi e freschi si diffondeva l’odore costante della cera e del lino pulito. La badessa, suor Agnese Morandi, era una donna di mezza età, risoluta, dal volto severo ma non privo di dolcezza. Aveva occhi grigi e penetranti, che parevano saper leggere i pensieri prima ancora che venissero detti. La voce era ferma, il passo deciso, e l’abito nero, sempre perfettamente in ordine, la faceva sembrare una figura scolpita nella penombra dei corridoi. Sotto il velo, i capelli bianchi le cadevano corti, segno di una lunga disciplina.....Acquista il libro
SCOPRI DI PIU'
Ombre di Ambizione. Capitolo 8: Svolte e SorpreseIl Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milano Aprile 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 8: Svolte e SorpreseLa luce del mattino filtrava attraverso le tende, svegliando Lucia. Dopo qualche momento si avvicinò alla finestra e le aprì, lasciandosi avvolgere dalla bellezza del Lago di Como in una splendida giornata di maggio. Il lago era calmo, un perfetto specchio che rifletteva le montagne circostanti, ancora leggermente imbiancate sulle cime. Le acque azzurre, i giardini rigogliosi delle ville lungo la riva e il cielo limpido creavano un quadro di serenità e bellezza incontaminata. Scendendo a fare colazione, Lucia trovò la sala da pranzo dell'Hotel Belvedere piena di vita. Tra gli ospiti c'era una coppia anziana, probabilmente marito e moglie, che condividevano un giornale e discutevano con vivacità di un articolo, sorridendo e scambiandosi occhiate compiaciute. In un altro tavolo, un giovane uomo in elegante abito da viaggio annotava qualcosa in un taccuino, assorto nei suoi pensieri, forse uno scrittore o un giornalista alla ricerca di ispirazione. Una famiglia con due bambini piccoli cercava di organizzare la giornata, i bambini eccitati all'idea di esplorare il lago, i genitori pazienti e amorevoli nel gestire l'energia mattutina dei loro figli. Lucia si servì un caffè e si unì a loro, optando per una colazione leggera: pane fresco, formaggi locali e una fetta di torta di mele. Mentre assaporava il suo caffè, Paolo si avvicinò con una discrezione impeccabile. Paolo: "Commissaria Marini, c'è stata una telefonata per lei dalla guida di Varenna, la signorina Chiara. La sta aspettando nella sala lettura, se le desidera parlare." Ringraziando Paolo, Lucia si avviò verso la sala lettura, dove prense il telefono a muro. Chiara: "Commissaria Marini all'apparecchio, buongiorno Chiara." Chiara: "Buongiorno, commissaria. Ho delle notizie riguardo alla sua richiesta di visitare il castello. Inizialmente il sindaco sembrava disposto ad accettare, ma quando ha saputo che era lei, personalmente, interessata alla visita, ha cambiato idea, dicendo che non sarebbe stato possibile." Chiara: "Capisco. Ha fornito una motivazione specifica per questo cambiamento di atteggiamento?" Chiara: "Mi dispiace, commissario, ma non ha voluto fornire dettagli. Ha solo detto che al momento non è opportuno permettere accessi al castello. Mi rendo conto che questo possa complicare le sue indagini." Chiara: "Grazie per aver provato, Chiara”. Questa situazione solleva ulteriori domande, pensò. “Apprezzo il suo aiuto.".......#lagodicomo #corennoplinio© Vietata la RiproduzioneAcquista il libro
SCOPRI DI PIU'