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https://www.rmix.it/ - 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 3: Ombre sotto le unghie
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 3: Ombre sotto le unghie
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Un artigiano scomparso, un cadavere travestito e un segreto che Venezia non può ignorareAgosto 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 3: Ombre sotto le unghieMaria Cescon non chiuse occhio aspettando invano il marito. Alle prime lame di luce, quando il Carnevale sembrò ritirarsi stanco e la città inspirò il fiato salmastro dell’alba, si alzò dal letto che sapeva di fumo e di erbe secche, avvolse il capo nello scialle e spense la candela con un soffio. La loro casa, incollata a un rio stretto di Cannaregio, tremava a ogni passaggio di gondola come una barca legata: due stanze appena, un solaio bassissimo da cui pendevano spaghi con cipolle e foglie d’alloro, il focolare annerito, il tavolo scheggiato e il letto ricamato dalla madre, rammendato fino allo sfinimento. Sull’intonaco i sali del canale avevano disegnato mappe di isole e d’alghe, come un presagio: la vita, lì dentro, era sempre a un passo dall’acqua. Scese le scale ripide, si affacciò sulla fondamenta umida. Il Carnevale aveva lasciato per terra coriandoli impastati e macchie di vino, un odore di cera sciolta e di sudore marcito. Due maschere tardive barcollavano verso una taverna ancora aperta; una serva gettava secchiate d’acqua per pulire le soglie. Maria strinse meglio lo scialle. Era giovane, ancor più giovane di quanto il suo sguardo facesse credere, ma la povertà l’aveva asciugata presto: niente figli, il ventre muto come una stanza chiusa; un marito che l'amava a singhiozzo, con più dolcezza nelle mani davanti al forno che nelle parole di casa; eppure, orgoglio e timore insieme, un uomo d’arte: Piero Zanchi, soffiatore di Murano......Acquista il libro

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https://www.rmix.it/ - I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 10. Il Labirinto Mentale di Elena: Incubo o Realtà?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 10. Il Labirinto Mentale di Elena: Incubo o Realtà?
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Un medico, un paziente enigmatico e i confini sottili della percezione. Scopri la verità nascosta a OltrecolleLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 10. Il Labirinto Mentale di Elena: Incubo o Realtà?Luci accecanti, fredde, impietose. Pareti grigie, senza aperture, senza alcuno spiraglio di luce naturale, solo superfici lisce e fredde che riflettevano i flash intermittenti di neon violenti. Elena era intrappolata in una stanza che sembrava non avere confini, ma ogni volta che muoveva un passo, lo spazio si restringeva. I cubicoli – angoli netti, claustrofobici – si componevano e scomponevano intorno a lei, chiudendola come in una trappola meccanica, senza respiro. Ogni parete sembrava avvicinarsi lentamente, con una pressione implacabile che le stringeva il petto. Cercava aria, ma l’ossigeno sembrava svanire, inghiottito dall’odore acre della plastica e del metallo. Un rumore assordante, un ronzio continuo mescolato a scoppi secchi di elettricità e a un ritmo martellante, riempiva ogni anfratto del cubicolo, coprendo le sue grida. Urlava, cercava aiuto, ma la voce si perdeva tra le pareti lisce, rimbalzava su superfici che non restituivano alcuna eco di umanità. Provò a graffiare i muri, a colpirli con i pugni, ma non c’era nessuna risposta. Nessun suono, nessuna vibrazione, solo il rumore inumano e inarrestabile che copriva tutto. Le luci lampeggiavano a intermittenza, creando ombre che si contorcevano sui muri, dando vita a figure inquietanti che si avvicinavano minacciose ogni volta che chiudeva gli occhi. Il panico la travolse: sentiva il cuore battere impazzito, le mani tremare, la pelle sudata e fredda. Il tempo sembrava essersi fermato in quel limbo artificiale, senza giorno e senza notte, senza alcuna speranza di fuga. Le pareti continuavano ad avvicinarsi, centimetro dopo centimetro, come se volessero schiacciarla, cancellare la sua presenza. La stanza si faceva sempre più stretta, il rumore sempre più violento, le luci più spietate....Acquista il libro© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Materia Nuova. Capitolo 6: Fragilità, Luce e Rinascita del Vetro
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Materia Nuova. Capitolo 6: Fragilità, Luce e Rinascita del Vetro
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Trasparenza, frammentazione e rinascita nel viaggio poetico e sostenibile del vetro riciclatoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 6: Fragilità, Luce e Rinascita del VetroIl vetro è un paradosso silenzioso: fragile, ma capace di resistere nei secoli; freddo al tatto, ma nato dal fuoco; apparentemente semplice, eppure complesso come una formula alchemica; trasparente, ma in grado di nascondere quanto basta a raccontare quello che vuole. Mostra ciò che sceglie di mostrare e confonde ciò che non vuole rivelare. Nella storia dell’arte e dell’industria, il vetro è stato ponte, barriera, lente, protezione, ornamento, utensile. È materiale di precisione e, allo stesso tempo, materiale di poesia. Nella dimensione del riciclo, diventa un elemento ancora più affascinante: perché, come pochissimi materiali, il vetro può rinascere infinite volte senza perdere qualità. Ogni rifusione è un ritorno all’origine, una sorta di tempo circolare che lo distingue da plastica, legno, carta e perfino dai metalli. La sua trasformazione non è mai un declino, ma un nuovo inizio. È come se il vetro portasse dentro di sé una memoria liquida, una forma di continuità che supera l’idea stessa di scarto. In questo capitolo lo osserviamo nella sua duplice natura: solida e sottilissima, tagliente e morbida quando fusa, trasparente e riflettente, unità compatta e frammentazione. Il vetro non è un materiale facile. Chiede attenzione, pretesa, cura. Ma offre in cambio una profondità luminosa che nessun altro materiale possiede. Il vetro rotto è uno dei simboli più universali della fragilità. Una caduta, un urto, una distrazione, ed ecco una superficie che si frantuma in pezzi irriducibili tra loro, schegge affilate che riflettono la luce come piccoli lampi. Il suono stesso della rottura è immediato, netto, irreversibile. Eppure, proprio questo momento di cesura, di lacerazione, porta con sé un potenziale estetico immenso....ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 6: Le resistenze culturali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 6: Le resistenze culturali
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Un team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza collera Giugno 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 6 – Le resistenze culturaliRoma, 27 marzo. L’alba era sorta molle, impastata di nubi color zinco che avevano presto ceduto il passo a una pioggia minuta, quasi timida, ma ostinata. Via della Conciliazione sussurrava sotto le ruote delle auto ministeriali; le gocce rimbalzavano sui sampietrini e andavano a immagazzinare il grigio del cielo dentro pozzanghere che riflettevano a tratti la facciata severa di San Pietro, a tratti il rosso tremulo dei semafori. Nell’aula Paolo VI il chiarore che penetrava dal grande lucernario veniva filtrato da un velo di nubi così fitto da trasformare l’intero ambiente in una lanterna di alabastro: perfino le porpore cardinalizie sembravano rosa stinto, le tonache nere viravano al fumo di Londra, le cartelline lucide diventavano gusci madreperlacei di conchiglia. Gli addetti alle conferenze distribuivano cuffie per la traduzione simultanea, il personale di sicurezza—impermeabili scuri, auricolari e palpebre strette—ronzava lungo le navate laterali, generando un senso di formicolio controllato, come in un alveare in cui ognuno conosce la propria danza. Quando Boniface Ayensu, cardinale del Ghana, si alzò, parve che una quercia scura prendesse vita tra i banchi. Era un uomo possente, spalle da portatore di tamburi cerimoniali, mani nodose e venate come cortecce. Prima di parlare si limitò a inspirare; quel respiro bastò a convincere i tecnici a spegnere il microfono già acceso. La voce che uscì, piena di risonanze baritonali, fece vibrare le sedie in metallo e bisbigliare i vetri dell’abside. «Fratelli e sorelle,» dichiarò, aprendo le braccia come per avvolgere l’intera assemblea, «la collera nasce da un desiderio di giustizia. Se la strappiamo dal cuore dell’uomo, potremo davvero aspettarci che il mondo difenda l’orfano e la vedova? Il fuoco è pericoloso, sì, ma in una notte di tempesta è anche l’unica cosa che tiene lontani i lupi.»...Acquista il libro© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Ombre di Ambizione. Capitolo 17: La Rinuncia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ombre di Ambizione. Capitolo 17: La Rinuncia
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Il Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milanodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 17: La RinunciaQuella mattina, Lucia si svegliò presto nella sua stanza d'albergo a Corenno Plinio, mentre all'esterno il lago di Como riposava placido sotto un cielo che prometteva un'altra giornata soleggiata. Nonostante la bellezza tranquilla del paesaggio lacustre, il cuore di Lucia era agitato, gravato dal peso delle decisioni che si apprestava a prendere. Dopo una notte di riflessioni e dubbi, era giunta alla conclusione ineludibile che Müller le aveva mentito su tutta la linea. Non c'erano più dubbi, non c'era spazio per ulteriori colloqui o tentativi di mediazione. Era tempo di agire e per farlo, doveva tornare a Milano, alla questura, e prendere misure decisive. Lucia si preparò con cura, scegliendo un abito semplice ma professionale che riflettesse la serietà del compito che aveva davanti. Prima di lasciare la camera, si soffermò un momento a contemplare il lago dalle finestre dell'albergo. L'acqua calma le offriva un breve momento di pace, rafforzando la sua determinazione. Uscita dall'albergo, Lucia si avvicinò alla sua Fiat Topolino parcheggiata poco distante. La piccola auto a noleggio era diventata una compagna fidata nei suoi spostamenti tra Corenno Plinio e Milano, e nonostante le dimensioni contenute, era sorprendentemente affidabile e agile sulle strade che costeggiavano il lago. Il viaggio verso Milano iniziò con il percorso che serpeggiava lungo la sponda del lago. La strada era ancora poco affollata a quell'ora, permettendo a Lucia di guidare con una certa tranquillità. Mentre avanzava, il paesaggio cambiava, passando dalla quiete delle acque del lago a un ambiente più urbano e frenetico man mano che si avvicinava alla città. Il tragitto le offrì il tempo di riflettere sulle sue prossime mosse. Era consapevole delle sfide che l'attendevano, ma anche della necessità di agire rapidamente per prevenire ulteriori danni o manipolazioni da parte di Müller. Dopo circa un'ora e mezzo di viaggio, Lucia entrò nel traffico più denso di Milano. La città era un formicaio di attività, un netto contrasto con la tranquillità di Corenno Plinio. Manovrando abilmente la sua Topolino attraverso le strade, Lucia sentì crescere dentro di sé un mix di ansia e risolutezza. Arrivata alla questura, parcheggiò l’auto e si diresse direttamente verso l'ufficio del suo superiore. La sua andatura era decisa, il viso serio e concentrato. Non appena le fu consentito l'accesso, iniziò a esporre con precisione e autorità le sue scoperte e le sue conclusioni.....© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro

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https://www.rmix.it/ - Ombre di Ambizione. Capitolo 20: Ritorno a Corenno Plinio
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Il Caso della Formula del Polipropilene Perduta a Milano Giugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 20: Ritorno a Corenno PlinioLa pioggia battente che da giorni cadeva su Milano, all’alba di quel venerdì, si era spostata più a nord, lasciando la città in una quiete quasi irreale. Il cielo, ora colorato da una luce tersa, rivelava sfumature d’oro che si riflettevano sui palazzi e sui viali semideserti. L’aria sapeva di pulito e di ripartenza, come accade dopo un temporale che lava via tensioni e paure. Eppure, tra le luci dell’alba, i pensieri di Lucia Marini rimbalzavano senza sosta tra il sollievo di aver salvato una vita e la preoccupazione per ciò che sarebbe presto accaduto. Lucia, la commissaria dai capelli scuri e dallo sguardo deciso, sedeva sul sedile posteriore di un’auto della polizia, con accanto Sofia Romano, figlia del questore. Era stata lei a strappare la ragazza dalla morsa di un crudele ricatto orchestrato da Müller, un criminale che sembrava avere mille volti e mille tentacoli. Fino a poche ore prima, il questore Maurizio Romano era stato costretto a tenerla fuori dal caso pur di garantire la vita di Sofia; ora, però, che la figlia era libera, quelle stesse porte chiuse avrebbero dovuto spalancarsi davanti a Lucia. Attraversando le strade ancora bagnate di Milano, Lucia notava i riflessi dei semafori sull’asfalto umido, le poche persone già in movimento, l’odore della pioggia che permeava l’aria. Di tanto in tanto, lanciava un’occhiata a Sofia, pallida e provata, con lo sguardo fisso su un punto indefinito: i giorni di prigionia avevano lasciato su di lei un segno di paura e spaesamento. Sofia (a bassa voce): “Lucia… grazie ancora. Senza di lei… io…” Lucia le strinse il braccio in un gesto protettivo. Lucia: “Non pensarci ora. Tra poco rivedrai tuo padre, ed avremo tutto il tempo di capire come tirare fuori dalla tana quei criminali”. Un lieve sorriso distese per un istante i lineamenti di Sofia: un lampo di speranza nel buio dei suoi ricordi. Giunte in Questura, furono accolte da un’atmosfera insolita: agenti che scambiavano sguardi curiosi, colleghi che salutavano Lucia con un misto di ammirazione e discreta approvazione. L’eco del salvataggio di Sofia doveva essersi diffusa rapidamente. Un agente fece cenno di entrare nell’ufficio del questore, e appena la porta si aprì, Maurizio Romano balzò in piedi per correre incontro alla figlia. Il Questore: “Sofia… figlia mia”! Per lunghi istanti, la stanza fu riempita dal suono sommesso del loro abbraccio, dalla commozione che si scioglieva in lacrime a lungo trattenute. Lucia restò in disparte, il cuore colmo di sollievo e la mente già proiettata a ciò che sarebbe dovuto accadere subito dopo....© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro

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https://www.rmix.it/ - Materia Nuova. Capitolo 4: I Metalli e la Memoria Industriale
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Ruggine, peso e rinascita creativa: come il metallo riciclato racconta l’eredità del Novecento e si trasforma in arte contemporaneaNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 4: I Metalli e la Memoria IndustrialeNel silenzio di un capannone dismesso, tra lastre accatastate e travi che portano ancora incise le impronte dell’ultimo turno di lavoro, il metallo racconta una storia che sembra non finire mai. È una storia fatta di peso e di luce, di superfici ferite dal tempo e di ricordi che resistono a ogni ruggine. Il metallo, più di qualsiasi altro materiale industriale, conserva una memoria che non dorme, una specie di eco che continua a vibrare a distanza di decenni, come se le molecole trattenessero dentro di sé l’energia degli uomini e delle macchine che l’hanno trasformato. In questo capitolo il metallo non è solo materia: diventa biografia. Diventa parte di un paesaggio umano e industriale che ha costruito il Novecento e continua ancora oggi a definire il nostro modo di pensare l’oggetto, il peso, la durata. Ogni superficie ossidata, ogni abrasione, ogni bullone deformato dal calore contiene un messaggio che non possiamo ignorare, perché ci parla della fatica e dell’ingegno che stanno dietro la civiltà moderna. Il metallo riciclato, nelle mani dell’artista, diventa un corpo vivo. Un corpo che porta cicatrici, screpolature, patine arrugginite, ma che proprio per questo è carico di una forza narrativa quasi mitologica. Dove altri materiali cedono, si sbriciolano o si dissolvono, il metallo resiste, come un archivio duro, ruvido, carico di densità, che non dimentica.ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 9: Psiche e Realtà Parallele
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 9: Psiche e Realtà Parallele
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Un viaggio profondo negli incubi e nella memoria di Elena, mentre il caso Morandi si rivela più complesso e surreale del previsto, sfidando ogni confine tra clinica e misteroLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 9: Psiche e Realtà ParalleleLa notte di Elena fu popolata da sogni irrequieti, densi come nebbia e attraversati da un senso di minaccia sottile e persistente. Nel dormiveglia, si ritrovava a rivivere il volto enigmatico di Morandi: lo vedeva seduto nella sala colloqui, poi in piedi, poi ancora in movimento, mentre attraversava porte che si aprivano una dopo l’altra su scenari sempre diversi. C’erano corridoi interminabili, stanze spoglie, e ogni volta che Morandi spariva dietro una porta socchiusa, Elena sentiva crescere dentro di sé una sensazione di perdita, quasi di abbandono. Ma il sogno non si fermava lì: da quella stessa porta da cui Morandi era scomparso, compariva lentamente la figura di suo fratello, quello che aveva perso tanti anni prima in un incidente che ancora le tormentava i pensieri. Lo vedeva avanzare, il volto segnato ma sereno, lo sguardo pieno di dolcezza e nostalgia. Si avvicinava a lei, allungava le braccia per abbracciarla, e per un attimo Elena sentiva un calore struggente, il desiderio infantile di essere protetta, consolata. Eppure, proprio quando stava per essere sfiorata da quell’abbraccio, qualcosa cambiava: il fratello sembrava sbiadire, la distanza tra loro si faceva improvvisamente insormontabile, e la scena si dissolveva in una sensazione di vuoto che lasciava Elena con il fiato corto e il cuore pesante. Rimaneva sola, immersa in un’oscurità inquieta, con la consapevolezza di non essere riuscita a trattenere nulla di ciò che più desiderava. Nella notte sconvolta dai sogni, la mente di Elena la trascinò ancora più a fondo nei territori dell’angoscia e della memoria. La scena si apriva su un corridoio interminabile, stretto e male illuminato, le cui pareti sudicie sembravano chiudersi lentamente su di lei a ogni suo movimento. L’aria era densa, quasi irrespirabile, e in lontananza si sentiva solo un gocciolio ossessivo, come se il tempo stesso colasse via inesorabile....Acquista il libro© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Materia Nuova: Capitolo 1. La Materia come Racconto: Origini culturali dello scarto e rinascita dei materiali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Materia Nuova: Capitolo 1. La Materia come Racconto: Origini culturali dello scarto e rinascita dei materiali
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Viaggio tra storia, filosofia e simboli nascosti nella vita degli oggetti che diventano rifiutiNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova: Capitoli 1. La Materia come Racconto: Origini culturali dello scarto e rinascita dei materialiCi sono momenti in cui un oggetto, per quanto innocuo o apparentemente inutile, ci parla. Basta guardarlo con un’attenzione diversa: la carta stropicciata che ha accompagnato una lettura distratta, un pezzo di metallo piegato dal tempo, un legno segnato da anni di intemperie, un tessuto slabbrato che ha perso la sua forma originale. In ogni caso, la materia ci racconta sempre qualcosa, anche quando crediamo che non abbia più nulla da dire. Viviamo in un mondo in cui gli oggetti appaiono e scompaiono con una rapidità che rende difficile ascoltarli. La loro vita è breve, intensa e spesso anonima. Li acquistiamo, li usiamo, li abbandoniamo, senza pensare che ognuno di essi porta dentro di sé tracce della nostra storia o della storia di altri. Non è un caso che, quando diventano scarti, gli oggetti inizino a parlare più forte: è proprio al momento del distacco che rivelano ciò che erano, ciò che hanno attraversato, ciò che abbiamo deciso di non vedere più.ACQUISTA IL LIBRO La trasformazione di un oggetto in rifiuto non è mai un fatto puramente funzionale. Certo, accade che qualcosa si rompa, che perda la sua efficacia o la sua capacità di rispondere a un bisogno pratico. Ma la verità è che la nascita di un rifiuto è un atto culturale complesso. Non buttiamo via solo ciò che non funziona: buttiamo via ciò che non ci rappresenta più, ciò che ci ricorda momenti che preferiamo dimenticare, ciò che è stato sostituito da qualcosa di più nuovo, di più attraente o semplicemente di più coerente con l’immagine che desideriamo costruire di noi stessi. Il gesto di scartare un oggetto è il risultato di una geometria psicologica intricata: è un misto di estetica, identità, abitudine, economia e persino imbarazzo. In molti casi, decidiamo che un oggetto è un rifiuto molto prima che sia realmente inutile. A volte lo facciamo perché siamo abituati alla sovrabbondanza, altre perché la cultura del “nuovo” ci ha resi intolleranti all’usura. L’eccesso di disponibilità ci porta a svalutare ciò che possediamo; la rapidità dell’innovazione tecnologica fa sì che ciò che ieri era desiderabile oggi sembri antiquato. In altri casi ancora, lo scarto è un modo per alleggerire il nostro spazio mentale: eliminare ciò che non vogliamo più vedere è un modo per mettere ordine nella mente, più che nelle stanze. Eppure, se guardiamo la storia dell’umanità, scopriamo che per secoli il rifiuto non ha avuto il ruolo che ha oggi. Nelle società antiche la materia era troppo preziosa per essere abbandonata senza pensarci: tutto veniva recuperato, trasformato, adattato. I metalli venivano rifusi, i tessuti rattoppati, il legno reincorporato in nuove costruzioni, la ceramica utilizzata come riempitivo. Il concetto moderno di rifiuto semplicemente non esisteva. Lo scarto, quando appariva, era considerato un evento eccezionale: qualcosa che sfuggiva alla possibilità di essere riconvertito, più che una normale fase della vita dei materiali. È solo con la crescita delle città, tra Medioevo ed Età Moderna, che il rifiuto inizia a essere percepito come un problema. Le strade si riempiono di scarti organici, residui artigianali, materiali non più riutilizzabili; i regolamenti urbani iniziano a controllare ciò che può essere gettato e dove. Nasce così l’idea del rifiuto come qualcosa da allontanare, confinare, nascondere alla vista. Il rifiuto diventa ciò che non deve essere visto, ciò che minaccia il decoro, la salute, l’ordine. Poi arriva la rivoluzione industriale. Tutto cambia. La produzione di oggetti su larga scala introduce una nuova logica: quella della sostituibilità. Un oggetto non è più un bene prezioso, ma un elemento intercambiabile. Da quel momento in poi il rifiuto diventa parte strutturale della società moderna: una materia inevitabile, una conseguenza automatica della produzione continua. E quando, nel Novecento, le avanguardie artistiche cominciano a guardare allo scarto come a un potenziale estetico, si apre un nuovo capitolo. Duchamp, Schwitters, Rauschenberg e molti altri ci mostrano improvvisamente che la materia espulsa dal quotidiano può essere reinserita nella sfera del simbolico, trasformata in pensiero, in provocazione, in poesia. Lo scarto entra nell’arte non come materiale povero, ma come materia viva, portatrice di un significato che nessun oggetto nuovo potrebbe possedere. Nel XXI secolo, questa trasformazione diventa ancora più evidente. La crisi ambientale ci costringe a guardare i nostri rifiuti non più come un problema da nascondere, ma come una responsabilità da affrontare. Allo stesso tempo, la sensibilità estetica si evolve: l’imperfezione, un tempo considerata un difetto, diventa una qualità ricercata. L’estetica dell’imperfetto è una delle chiavi con cui possiamo comprendere l’arte del riciclo contemporanea. L’oggetto usurato emoziona perché racconta. Il metallo arrugginito porta sulla superficie il passaggio del tempo; il vetro spezzato cattura la luce in modi imprevisti; il legno rovinato mostra le cicatrici della sua vita precedente; la carta ingiallita vibra di una delicatezza che nessuna carta nuova potrebbe imitare. Nell’imperfezione c’è autenticità, c’è storia, c’è verità. C’è la possibilità di vedere la materia non come un prodotto, ma come un organismo. Gli artisti del riciclo sono profondamente consapevoli di questo: sanno che ciò che è rotto apre possibilità creative che il nuovo preclude. Prendono ciò che è spezzato, ciò che altri hanno respinto, e lo trasformano in qualcosa che si offre nuovamente al mondo con una dignità ritrovata. Non eliminano le cicatrici: le integrano, le valorizzano, le celebrano. Ma oltre all’estetica, ogni materiale porta con sé un valore simbolico che si rafforza proprio attraverso l’esperienza dell’abbandono. La carta, per esempio, non è soltanto un supporto: è memoria, fragilità, racconto. Ogni foglio riciclato ha assorbito parole, gesti, mani. L’artista che lavora con la carta recuperata attinge a una memoria collettiva fatta di storie sovrapposte. Il legno è un altro materiale densamente narrativo: porta in sé l’eco della natura e della trasformazione, la traccia delle stagioni, la vibrazione della crescita organica. Un tronco levigato dall’acqua o un asse usurata dalla vita domestica raccontano cose diverse, ma entrambe essenziali. Il metallo, invece, evoca lavoro, industria, fatica, modernità. Quando è piegato o ossidato diventa testimone di un’energia che lo ha attraversato. La plastica, al contrario, parla di contemporaneità, consumo, riproducibilità infinita; ed è proprio per questo che, quando un artista la riporta alla vita attraverso un’opera, il gesto assume un significato profondo: trasformare ciò che l’uomo ha prodotto in eccesso in qualcosa che genera senso. Il vetro, con la sua doppia natura di trasparenza e fragilità, è materiale poetico per eccellenza. La sua rottura, spesso percepita come un incidente, può diventare invece una rivelazione estetica. Il tessuto, infine, è forse il più intimo dei materiali: è pelle artificiale, è identità, è contatto con il corpo. Un tessuto abbandonato porta con sé frammenti di vita, di movimento, di memoria personale. L’arte del riciclo si fonda su questi valori simbolici, riconoscendo nella materia una profondità che la cultura industriale ha cercato a lungo di cancellare. Recuperare un materiale non significa semplicemente riutilizzarlo: significa riconoscere ciò che ha vissuto. Significa ascoltare la sua storia, accoglierla, lasciarla parlare. Ogni volta che un materiale scartato entra in un’opera, avviene una sorta di riscatto: un pezzo di mondo torna a essere visibile, degno, significativo. In questo primo capitolo abbiamo iniziato a comprendere che lo scarto non è mai un punto finale. È piuttosto un passaggio, una soglia, una chiamata a un nuovo tipo di attenzione. La materia ci parla proprio quando sembra aver perso tutto: è allora che rivela la sua verità più profonda. E l’artista del riciclo è colui che accoglie questa verità e la trasforma in racconto. Il nostro viaggio proseguirà nella direzione della materia stessa: capitolo dopo capitolo, scopriremo come la carta, il legno, il metallo, i tessuti e altri materiali non siano soltanto strumenti, ma protagonisti di una narrazione che riguarda tutti noi, il nostro passato e il nostro futuro. Perché la materia, quando le si dà ascolto, sa sempre come rinascere. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 3: I segreti sotto la neve
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 3: I segreti sotto la neve
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L’enigma della casa abbandonata di Foppolo - Capitolo 3: I segreti sotto la neveGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. I segreti sotto la neve.  Capitolo n° 3 L’indomani mattina, quando Marco Anselmi aprì gli occhi, la luce del giorno filtrava già attraverso le tende sottili della stanza 204 dell’Albergo Bernardi. Non si sentiva per nulla riposato. Il corpo era stanco, provato dalla tensione della notte precedente, e nella mente si affollavano ancora le immagini di quella porta che si chiudeva da sola, del passo strascicato, del rantolo innaturale udito tra le mura fredde della casa dei Ravelli. Si alzò con fatica, rimase qualche istante a sedere sul letto cercando di riordinare i pensieri. Ricordò le parole di Marina, la sua disperazione mista a determinazione. “Io voglio scoprire la verità, fosse anche l’ultima cosa che faccio.” Anche lui la voleva, quella verità, ma un confuso timore gli suggeriva che in quel mistero si celassero ombre ben più oscure di quanto potesse immaginare. La stufa a parete emetteva un flebile calore, mentre uno strato di brina si era formato sui vetri della finestra. Fuori, Foppolo continuava a vivere il suo inverno silenzioso, quasi indifferente a ciò che era accaduto nella casa abbandonata soltanto qualche ora prima. Eppure, Marco si sentiva come se portasse sulle spalle il peso di una storia dimenticata da troppo tempo e, ora, tornata a bussare con insistenza....ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 9: La carta che parla
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Indizi silenziosi, biblioteche proibite e il linguaggio nascosto dell’assassino a Corenno PlinioGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo. I Segreti dell'Abbazia di Piona. Capitolo 9: La carta che parlaLa stanza dell’albergo aveva l’odore tiepido del legno vecchio e dei tessuti profumati. A Corenno Plinio, a quell’ora, il lago non rifletteva quasi più nulla: era un’enorme lastra scura, interrotta solo da qualche luce lontana, come un segnale che non prometteva salvezza. Lucia aveva scelto quell’albergo proprio per questo. Non era un posto elegante, non era un posto “sicuro”. Era un posto dove la gente passava e non guardava. E per un’indagine che stava diventando più pericolosa man mano che si faceva precisa, era già molto. Aveva spento la luce principale. Solo la lampada sul comodino restava accesa, con un cono di chiarore giallo che tagliava la stanza come una lama smussata. Sul tavolo, vicino al telefono, aveva disposto tutto con ordine metodico: un taccuino, una matita, una lente pieghevole, due buste trasparenti sigillate con nastro, e sopra le buste — come un gesto quasi involontario di sfida — due frammenti di carta sottili, posati su un panno scuro per farli risaltare. Non erano fogli interi. Erano pezzi. Strappi. Porzioni di una cosa più grande. Stava aspettando che arrivasse Elisa per parlargliene. Lucia li guardò ancora una volta, come se la carta potesse cambiare forma se fissata troppo a lungo. Uno dei frammenti aveva una linea curva, come il bordo strappato da un taccuino o da una mappa piegata. L’altro era più regolare, ma presentava una trama diversa: sottilissima, quasi trasparente, con micro-perforazioni a intervalli. Nessuno dei due conteneva parole complete. Eppure entrambi sembravano voler dire qualcosa. La cartina del primo cadavere era sporca di un alone appena percettibile, una sfumatura, come se avesse assorbito un liquido e poi si fosse asciugata. Lucia non riusciva a non pensare a quel gesto: qualcuno che impregna, chiude, deposita. Un gesto tranquillo. Un gesto da lavoro. Bussò piano. Due colpi. Poi un terzo, più lieve. Lucia afferrò la pistola dal cassetto del comodino senza ostentarla, la tenne bassa lungo la coscia, e solo allora aprì. Lisa era lì, con il cappotto ancora addosso e i capelli raccolti male, come se fosse uscita in fretta. Il volto pallido, ma gli occhi vigili. Non sembrava spaventata: sembrava tesa. E Lucia riconobbe quella tensione. Era la stessa che aveva lei quando sentiva che un dettaglio stava per diventare una prova. «Entra.» disse Lucia. Lisa entrò e si voltò per chiudere la porta, poi rimase ferma un istante, guardando la stanza semibuia. «Hai paura?» chiese....ACQUISTA IL ROMANZO © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 13: Marchiati dal silenzio
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Una giovane psichiatra affronta il caos di un ospedale al collasso e una scoperta inquietante che nessuno sembra vedere: un simbolo inciso sulla pelle dei pazienti. Coincidenza o verità negata?Luglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 13: Marchiati dal silenzioElena lasciò l’ospedale San Matteo poco dopo le otto di sera, la luce calda del tramonto già si dissolveva tra i viali alberati di Pavia. Si era cambiata in fretta nello spogliatoio delle dottoresse, indossando una felpa chiara e jeans, e infilando in borsa la cartella con gli appunti della giornata. Aveva bisogno di respirare, di camminare per sciogliere almeno in parte il nodo che sentiva stringerle la gola dalla fine del turno. Le mani ancora odoravano di disinfettante e il rumore dei carrelli in corsia le risuonava nelle orecchie come un’eco sordo, inconfondibile. Uscì dal cancello dell’ospedale, lasciandosi alle spalle il pesante edificio di mattoni e vetrate illuminate, e percorse lentamente a piedi il tratto che la separava da casa. L’aria della sera, umida e fresca, portava con sé odori di terra e di tigli in fiore. Le luci dei lampioni filtravano tra i rami, disegnando chiazze irregolari sui marciapiedi ancora caldi di sole. Elena camminava a passi misurati, lo sguardo basso, perduta nei pensieri. Da anni lavorava come psichiatra, aveva visto reparti pieni, emergenze, difficoltà logistiche e carenza di personale. Ma niente l’aveva mai preparata a quello che aveva vissuto in quel primo giorno di distacco: corridoi stipati di letti, pazienti sdraiati ovunque, brandine improvvisate negli angoli, urla e pianti che si alternavano a silenzi immobili e inquietanti. Aveva provato una stanchezza che non era solo fisica: era qualcosa di più sottile, che le scavava dentro, lasciando una sensazione di impotenza e, al tempo stesso, di urgenza. Acquista il libro© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 4: i quattro pazienti di Morandi e il mistero del silenzio clinico
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Dai fascicoli dimenticati alla crisi dello psichiatra: Elena indaga sulle storie dei pazienti di OltrecolleLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Varcata la soglia del manicomio, Elena fu subito investita da quell’aria satura di umidità e odori antichi che ormai riconosceva. I suoi passi la portarono, quasi automaticamente, verso la biblioteca: il cuore muto dell’istituto, dove la polvere pareva custodire i ricordi e le ossessioni di intere generazioni. Il silenzio era quasi assoluto, rotto solo dal ronzio sommesso dei tubi nel muro. Sapeva cosa stava cercando: non solo i diari di Morandi, ma anche tracce delle altre vite che avevano attraversato quel luogo—e, forse, lasciato dietro di sé frammenti utili a comprendere il mistero di Claudia. Si mise all’opera tra gli schedari metallici, tirando fuori cartelle, quaderni, registri rilegati in cartone ruvido e cuoio consunto. In una sezione polverosa, scovò finalmente quattro fascicoli, ciascuno recante un’etichetta ingiallita con un nome, scritto in una calligrafia decisa e angolosa. Si accomodò al tavolo, accese l’abat-jour, e aprì il primo dossier. 1. Fascicolo: Maria Teresa Volpi Età: 42 anni Professione: Cuoca presso il convitto dell’istituto religioso “San Clemente” Diagnosi d’ingresso: Disturbo schizoaffettivo, episodi di depressione maggiore, deliri persecutori. Il fascicolo era spesso, pieno di annotazioni minute e pagine di grafici d’umore.....Acquista il libro© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Ombre di Ambizione. Capitolo 7: Misteri a Corenno Plinio
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Il Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoMaggio 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 7: Misteri a Corenno PlinioDopo aver concluso una serie di colloqui cruciali per l'indagine, Lucia decide di stabilirsi temporaneamente a Corenno Plinio, scegliendo come base un piccolo hotel dal fascino discreto e accogliente, affacciato sulle placide acque del lago. L'edificio, un'antica costruzione in pietra rimodernata per accogliere i visitatori, si trovava a pochi passi dal castello, il fulcro della sua indagine. Il gestore dell'hotel, un uomo cordiale ed affabile di nome Paolo Ferrario, accolse Marini con un misto di sorpresa e onore. Paolo: "Benvenuta all'Hotel Belvedere, commissaria Marini. È un onore per noi ospitarla. Qui potrà godere di una magnifica vista sul lago dalle nostre terrazze e dalle stanze. Offriamo anche un servizio di ristorazione con piatti tipici della cucina lombarda, che spero avrà il piacere di assaggiare. Se desidera rilassarsi, il nostro giardino sul retro offre un angolo di pace perfetto per leggere o semplicemente per ammirare il panorama del lago e del castello, un monumento con una storia affascinante. Per qualsiasi esigenza, il nostro personale è a sua disposizione." La stanza assegnata a Lucia era ampia e luminosa, con un letto matrimoniale adornato da lenzuola di lino fresco e un balcone privato che si affacciava sul lago, offrendo una vista mozzafiato che sembra fondersi con l'orizzonte. Dopo essersi sistemata, Lucia trascorse un momento di rilassatezza sul balcone, lasciandosi cullare dalla brezza leggera che portava con sé i profumi del lago e il suono soffuso delle onde. Poi Lucia scese nella veranda dell'hotel, un angolo di pace con vista sul lago, dove decise di approfittare dell'ospitalità di Paolo per saperne di più sul castello di Corenno Plinio. Marini: "Paolo, mi raccontava che questo castello ha una storia affascinante. Cosa può dirmi della sua fondazione e delle leggende che lo circondano?" Paolo: "Ah, il castello! È una delle gemme di Corenno Plinio. Fondato nel XII secolo, ha visto passare signori feudali, battaglie e persino monaci. In origine, era un avamposto militare, poi divenne una residenza signorile. Ogni pietra di quelle mura racconta una storia." Lucia ascoltava, affascinata, mentre Paolo continuava, descrivendo le varie fasi della vita del castello, dal suo ruolo difensivo durante le lotte tra fazioni locali alla sua trasformazione in luogo di ritiro spirituale. Paolo: "Ma una delle storie più intriganti riguarda i cunicoli segreti. Si dice che sotto il castello ci sia una rete di passaggi nascosti, costruiti per sfuggire in caso di assedio o per condurre attacchi sorpresa. Alcuni affermano di averli visti, ma sono pochi e nessuno è mai riuscito a mapparli completamente." Lucia: "Cunicoli segreti, dice? Questo è estremamente interessante. Sono mai stati utilizzati per scopi... meno nobili?" Paolo: "Le leggende parlano di tesori nascosti, prigionieri fuggiti e persino incontri clandestini nei secoli passati. Ma, sa, sono storie che si perdono nella notte dei tempi. Chi può dire quanto ci sia di vero?" Il racconto di Paolo sui cunicoli segreti accese l'immaginazione di Lucia, spingendola a considerare nuove possibilità nell'ambito della sua indagine. Se questi passaggi nascosti fossero stati utilizzati di recente, potrebbero fornire un'importante chiave di volta per comprendere le attività sospette legate al castello. Marini: "Grazie, Paolo. La sua conoscenza del castello e delle sue storie è stata illuminante. Potrebbe esserci più di una semplice leggenda dietro a questi racconti." Nella terrazza dell'Hotel Belvedere, con la brezza serale che accarezzava dolcemente il lago, Lucia si concesse un momento di pausa dall'intensità delle sue indagini. La cena iniziò con un antipasto di formaggi locali, accompagnati da un miele aromatico e noci croccanti, che preparavano il palato per le delizie a seguire. Come piatto principale, Lucia scelse risotto alla milanese, un classico intramontabile della cucina lombarda, la cui cremosità e il sapore ricco dello zafferano si fondevano in un abbraccio di gusto autentico....... #lagodicomo #corennoplinio© Vietata la RiproduzioneAcquista il Libro

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https://www.rmix.it/ - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 2: Sussurri nella neve
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L’enigma della casa abbandonata di FoppoloGiugno 2024di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Sussurri nella neve. Capitolo n° 2 Le prime luci dell’alba trovarono Marco Anselmi ancora sveglio, nella stanza 204 dell’Albergo Bernardi a Foppolo. Aveva trascorso una notte agitata, tormentato dal ricordo di quella casa sinistra e, soprattutto, da ciò che la sua fotocamera aveva immortalato. Per quanto cercasse di convincersi che si trattasse di un’illusione ottica, di un semplice gioco di luci e ombre, non poteva ignorare la sensazione che qualcosa, o qualcuno, lo avesse davvero osservato dal piano superiore. La luce lattiginosa del mattino, fioca e intrisa di riflessi azzurrognoli, penetrava con fatica attraverso la finestra velata di brina. Lo scricchiolio dei tubi del riscaldamento si mescolava al lamento lieve del vento, dando all’intero albergo un’aria di sospensione. Marco si preparò in silenzio, infilando i pochi abiti che aveva portato con sé. Decise di dare un’occhiata alla fotografia sullo schermo della fotocamera un’ultima volta, quasi sperando di scoprire un dettaglio che potesse rassicurarlo. Ma la sagoma c’era ancora: confusa, scura, in cima alle scale. Non poteva negare l’evidenza. Con un brivido, staccò lo sguardo e nascose la fotocamera nella tasca interna del giaccone. All’uscita dall’albergo, la neve candida avvolgeva ogni cosa, come un manto silenzioso che tentava invano di ricoprire i segreti e le paure del piccolo paese. Marco respirò a pieni polmoni, nonostante l’aria pungente sembrasse tagliargli la gola. Era deciso a tornare al Cervo Nero prima che fosse pienamente giorno, sperando di trovare Gianni libero da occhi indiscreti, per scambiare con lui qualche parola in più sulla casa abbandonata e su quell’apparizione....ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 A: Sopravvissuta nell’Ombra
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Dopo un’esplosione che devasta un’area di servizio, una donna si risveglia tra le macerie, ferita ma viva. Inizia così una corsa contro il tempo per restare nell’ombraNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 A: Sopravvissuta nell’Ombra La luce del tramonto si è spenta piano piano, come una candela che si arrende al buio. Ora la notte mi avvolge completamente, e l’unico bagliore arriva dai fari che illuminano a tratti la zona dell’esplosione. Li sento accendersi, uno dopo l’altro, come occhi che frugano nelle rovine. Ogni muscolo del mio corpo è un pezzo di legno. Sono rimasta troppo a lungo rannicchiata in questi cespugli, in questa trappola di rami e spine che mi hanno nascosto e imprigionato allo stesso tempo. È ora di muovermi.Mi sollevo con fatica, i movimenti lenti, misurati. La testa non mi fa più male, ma dentro le orecchie ho ancora un ronzio costante, un suono sottile e metallico che non mi abbandona. Quando respiro, sento l’odore della terra umida, della polvere da sparo, del ferro bruciato. Le mani sono rosse e scure, la pelle rigata di graffi e sangue secco. Ogni tanto mi gira la testa, ma resto in piedi. Davanti a me, oltre i campi, vedo delle luci. Case, forse. Un paese. Vorrei prendere il telefono e capire dove sono, ma quando lo estraggo dalla tasca capisco subito che è inutile. Lo schermo è spaccato, il vetro tagliente come una lama. Lo accarezzo con il pollice: non dà segni di vita. Forse è meglio così. Se lo accendessi, mi troverebbero. Già… loro. E se là sopra, nel buio, ci fosse ancora un drone che cerca il mio corpo, aspettando solo il bagliore di un display per inchiodarmi? Cammino lungo il margine dei campi, evitando i sentieri battuti. Il terreno affonda sotto i piedi, molle, freddo, e le scarpe sprofondano nel fango. Il buio mi protegge ma mi disorienta. Ogni tanto mi pare di sentire ancora il boato dell’esplosione, come se il ricordo avesse un’eco fisico che non se ne vuole andare. Dopo mezz’ora di cammino riconosco la sagoma di un campanile contro il cielo grigio. È la mia ancora: se c’è una chiesa, ci sarà una piazza, e se c’è una piazza ci sarà una fontana. Ho bisogno d’acqua. Devo togliermi di dosso questo sangue, questa terra, questo odore di morte. Se entro in un bar così, chiamano subito i carabinieri — e non posso permettermelo....ACQUISTA IL LIBRO

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Il Caso della Formula del Polipropilene Perduta a MilanoAprile 2024Racconti. Ombre di Ambizione. Capitolo 1: Il Furtodi Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.La città di Milano si svegliava lentamente, avvolta in una nebbia densa che sembrava voler nascondere i suoi segreti più profondi. Le strade erano silenziose, interrotte solo dal rumore ovattato dei primi tram, mentre la città si preparava ad un altro giorno di rinascita. Nel fervido panorama industriale degli anni '50, un periodo segnato da un'esplosione di innovazione e da una rinnovata fiducia nel progresso tecnologico post-seconda guerra mondiale, emergeva la figura di MilanTech Industries. In un'epoca in cui tutto sembrava possibile, la città di Milano diventava il palcoscenico di una rivoluzione scientifica e tecnologica. Questa azienda, con sede nel cuore pulsante di Milano, si distinse presto come una delle più promettenti nel settore emergente delle materie plastiche. I suoi sviluppi rivoluzionari contribuirono significativamente al tessuto economico e scientifico globale. MilanTech Industries nacque grazie all'intraprendenza di un gruppo di ingegneri e chimici italiani, uniti dalla visione di sfruttare le potenzialità delle materie plastiche per migliorare la vita quotidiana. Non si trattava solo di un'impresa commerciale: era un sogno collettivo, un progetto ambizioso che puntava a rivoluzionare l'industria italiana e non solo. La fondazione dell'azienda coincise con un periodo di intensa ricerca scientifica e sviluppo tecnologico, in cui il potenziale delle plastiche come materiali versatili ed economici, stava appena cominciando a essere riconosciuto e sfruttato su larga scala. In questo contesto, MilanTech si posizionò come un faro di innovazione, promuovendo lo sviluppo di nuovi materiali capaci di trasformare interi settori industriali. Il vero salto di qualità per MilanTech Industries avvenne con lo sviluppo di una nuova forma di polipropilene, un polimero termoplastico che l'azienda riuscì a rendere più resistente, leggero e versatile rispetto a quanto disponibile sul mercato fino ad allora. I risultati ottenuti furono il frutto di anni di studio e sperimentazioni. Questo nuovo polipropilene aveva caratteristiche rivoluzionarie: era incredibilmente resistente agli agenti chimici, alle temperature estreme e all'usura, rendendolo ideale per un'ampia gamma di applicazioni, dall'industria automobilistica a quella alimentare, dal packaging all'elettronica. La sua versatilità poteva diventare il punto di forza dell'azienda, che l'avrebbe potuto esportare ovunque ci fosse bisogno di soluzioni affidabili e all'avanguardia. Il brevetto del nuovo polipropilene poteva segnare l'inizio di un'era di successo senza precedenti per MilanTech Industries. L'innovazione dell'azienda catturò l'attenzione dei mercati internazionali, con la potenzialità di creare a partnership strategiche, espansioni commerciali e la creazione di filiali in diversi paesi. Il polipropilene di MilanTech sarebbe diventato sinonimo di affidabilità e progresso. La capacità di MilanTech di offrire un prodotto superiore a un costo competitivo le poteva permettere di dominare rapidamente il mercato delle materie plastiche, contribuendo significativamente al boom economico dell'epoca. Milano non era solo la capitale della moda e del design, ma anche un simbolo di innovazione e intraprendenza industriale. Per i suoi sforzi, MilanTech ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui premi internazionali per l'innovazione e per il contributo al progresso tecnologico. L'azienda era un punto di riferimento per il settore, un simbolo del potenziale di un'industria che sapeva combinare progresso e responsabilità sociale..............© Vietata la RiproduzioneAcquista il libro

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