Nel cuore di Venezia, il palazzo dei Mion domina il Canal Grande con l’austerità dei potenti. Adalvise Mion, notaio della Repubblica e stratega del Gran Consiglio, ha trasformato la legge in arma e gli uomini in pedine. Ma sua figlia Elisabetta, diciannove anni e fuoco nei capelli, non accetta di essere merce per alleanze. Ribelle e lucida, incanta e disarma: conosce il valore del desiderio e quello della libertà.
A darle filo è Lorenzo Vendramin, mente acuta dei Dieci, nato fuori dai salotti ma capace di leggerne i sottintesi. Lontano da occhi e orecchie, la loro relazione diventa rifugio e sfida, respiro e rischio. Ogni incontro è un varco tra piacere e pericolo: bastano una voce, un’ombra, un remo sul rio per trasformare l’amore in rovina.
Intanto, nel palazzo, lo sguardo di Adalvise si fa più tagliente: i corridoi trattengono segreti, i servi contano passi, la città sussurra. Elisabetta alza il mento, Lorenzo stringe i tempi: sanno che a Venezia il sentimento ha sempre un prezzo.
Quando tre colpi spezzano l’alba, una missiva d’obitorio piega il destino verso un nuovo sospetto. Le stanze si svuotano, le barche si muovono, e la trama, fra velluto e ceralacca, tende la corda di un giallo dove amore e potere si specchiano nello stesso canale.
Nell’ombra del palazzo Mion, una nobile ribelle sfida il matrimonio d’interesse e ama in segreto Lorenzo Vendramin, mentre la Serenissima stringe la sua morsa di intrighi
Settembre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 5: Amore e potere sul Canal Grande
Il palazzo dei Mion si affacciava con orgoglio sul Canal Grande, poco lontano dal ponte di Rialto. Non era il più sfarzoso tra quelli che si specchiavano nell’acqua, ma aveva un’eleganza severa che lo rendeva temuto e rispettato. La facciata gotico-veneziana, con le trifore ornate da colonnine di marmo bianco, pareva guardare la città dall’alto in basso. Al piano nobile, le finestre si aprivano su stanze ampie rivestite di velluti rossi e arazzi fiamminghi che raccontavano scene di caccia e di guerra. L’odore di cera d’api e incenso impregnava i corridoi, e nei pavimenti di terrazzo veneziano le pietre multicolori formavano disegni geometrici che riflettevano la luce delle torce.
Al centro di quel palazzo viveva messere Adalvise Mion, uomo duro, temprato da anni di lotte nelle sale del potere veneziano.
Notaio della Repubblica, membro del Gran Consiglio, la sua vita era stata un duello costante con i rivali. Non aveva mai ereditato titoli o fortune spropositate: li aveva costruiti con astuzia, con la penna più che con la spada, usando la legge come lama sottile per tagliare e cucire destini. Sapeva parlare a bassa voce nei saloni affollati e far valere la sua autorità con un solo sguardo. I suoi occhi grigi, taglienti, erano la sua arma più affilata: incutevano rispetto e paura. Per lui, il mondo era un’arena, e Venezia un immenso scacchiere dove ogni uomo era pedina sacrificabile.....