Il telefono nella notte squarcia il sonno e porta con sé una voce che non ammette repliche: Rodan impone un incontro e dà sette giorni per risolvere la questione. Visinelli convoca gli uomini che hanno lucrato nell’ombra e, tra caffè amari e un camino che scoppietta, si confeziona un piano che dovrà apparire impeccabile.
Paura, calcolo e rimorsi si mescolano; ciascuno pesa la posta in gioco: figli, conti e la reputazione che si sgretola. Quando la minaccia diventa scadenza, il tempo si stringe e la montagna osserva, imparziale. Inizia così una settimana di scelte che metteranno alla prova la loro umanità e il prezzo del silenzio.
L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 7.2: Minacce sotto la neve
Novembre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 7.2: Minacce sotto la neve
Il telefono squillò a raffiche brevi, insistenti, come dita impazienti sulla porta. Visinelli si girò nel letto, allungò un braccio oltre il piumone e pescò la cornetta sul comodino. Gli occhi, ancora appannati dal sonno, caddero sull’orologio a lancette: le 5.45. Chi diamine chiamava a quell’ora?
«Pronto?» gracchiò, la voce incollata alla gola.
Dall’altro capo arrivò un timbro gutturale, metallico, che pareva tagliare l’aria. «Sono Rodan. Dobbiamo vederci al più presto. Non state facendo il lavoro per cui siete stati pagati.»
Visinelli aprì la bocca per giustificarsi, ma la voce lo travolse senza lasciare spazio: «Domani alle undici. Tártano, bar Millevette.» Un click secco. Silenzio.
Restò immobile, con la cornetta ancora contro l’orecchio, come se il silenzio potesse restituirgli qualche parola di scorta da incastrare tra quelle appena subite.
Poi appoggiò il telefono, si mise seduto e lasciò che il buio gli si assestasse attorno. Il tono di Rodan non ammetteva interpretazioni: domani sarebbe finito in Valtellina a rendersene conto di persona. E sapeva di non essere a posto. Marina e quel giornalista, Marco, continuavano a ficcare il naso dove non dovevano, rischiando di rovinare tutto. La “gallina dalle uova d’oro”—così la chiamavano tra loro—non poteva essere profanata: quel rudere doveva restare com’era, un guscio vuoto pieno di ombre, utile proprio perché nessuno osava entrarci davvero.....