Il conte Gianalberto Marchetti si sveglia con un evento più raro di una cometa: la voglia di fare. Ida, che ha visto guerre, fame e conti peggiori, capisce subito che sta per partire una giornata lunga… e che nessun santo è di turno per salvarla. A colazione, tra uovo alla coque e marmellata di more, il conte annuncia un’idea con la stessa gravità di un decreto legge: la concimaia non è solo concimaia, è opportunità.
Ida tenta la via della ragione (“come si fanno soldi col letame?”), ma lui rilancia con parole pericolose come “sostanza” e “sfruttarla”. Parte così una spedizione pseudo-scientifica con l’organico al completo: una mucca, un cavallo e un cane che non ha firmato nessuna liberatoria. Il conte adotta lessico militare, Ida adotta pazienza ferrea, e l’aia si trasforma in un briefing strategico gestito… con una pennichella. Alla concimaia, però, l’atmosfera cambia: niente epica, solo masticazioni lente e una strana quiete che sembra quasi sensata. E quando una concimaia inizia a sembrare sensata, ecco: è lì che bisogna preoccuparsi davvero.
Umorismo rurale e mistero: Gianalberto Marchetti, Ida e la “sostanza euforizzante” tra letame, animali e ambizioni imprenditoriali
Gennaio 2026
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 5: La Startup della Concimaia
La mattina, il conte GianalbertoMarchetti si svegliò di buon umore. Non di quel buon umore timido e sospetto che dura il tempo di ricordarsi chi si è, ma di un buon umore pieno, rotondo, stabile, come se la sera prima non avesse bevuto la solita camomilla di Ida — con tanto di limone e un cucchiaio e mezzo di zucchero, perché uno solo “non fa niente” — bensì la famigerata pillola della felicità, quella che non esiste ma che tutti, almeno una volta, hanno segretamente sperato di trovare sul comodino.
Era tonico.
Attivo.
E soprattutto — dettaglio gravissimo — aveva voglia di fare.
Ecco, era proprio questa sensazione a stranirlo più di tutte. La voglia di fare. Un impulso non richiesto, non meditato, non preceduto da alcuna valutazione costi-benefici. Una cosa che, in tutta la sua vita, non gli era mai capitata. Lui era sempre stato un uomo disposto a lasciar fare, al massimo a rimandare. Fare, invece, implicava una postura diversa, un’energia che non riconosceva come propria.
Eppure quella mattina si sentiva un altro conte.
Un possidente.
Forse — e l’idea lo fece quasi sorridere — un imprenditore.
Scese al piano inferiore con passo deciso, cosa che il pavimento accolse con una certa sorpresa. Si sedette nel soggiorno, al lungo tavolo che un tempo aveva ospitato le lussuose cene organizzate dai suoi genitori. Tavolo monumentale, pensato per contenere almeno ventiquattro commensali e una quantità imbarazzante di conversazioni inutili. Ora, al centro, troneggiava la sua tazza di ceramica inglese, dolorosamente sbeccata, circondata da due posate d’argento consunte da quanto Ida le lucidava con dedizione liturgica.
La colazione era quella di sempre:
un uovo alla coque,
alcuni crostini con marmellata di more,
un pezzo di formaggio molle dall’odore rassicurante.
Nulla, apparentemente, era cambiato.
Quando si sedette, Ida entrò portando due caraffe fumanti, una di latte e una di caffè. Si salutarono come facevano da decenni: un cenno del capo, uno sguardo rapido, una consuetudine così rodata da sembrare un gesto automatico della casa più che delle persone. Ida posò le caraffe con precisione millimetrica e restò in piedi un istante, come sempre, in attesa di un segnale che non arrivava mai.
Il conte iniziò la colazione.
Picchiettava con il cucchiaino la sommità dell’uovo, cercando l’apertura giusta, con una concentrazione che, di solito, riservava solo al conteggio delle rane. Proprio mentre lavorava di fino sul guscio, parlò.
«Ida…»
Lei si irrigidì appena. Il tono era diverso. Non più quello piatto e laterale di sempre. C’era una vibrazione nuova, una sicurezza che la mise immediatamente in allarme.
«Si accomodi,» disse il conte, senza alzare lo sguardo dall’uovo, «dall’altra parte del tavolo.»
Ida rimase immobile.
Il tavolo era lungo.
Sedersi “dall’altra parte” significava una distanza che non veniva mai usata. Significava colloquio. Significava confronto.
Obbedì.
Si sedette, lisciandosi il grembiule, e lo guardò con quell’attenzione mista a prudenza che si riserva ai bambini quando parlano troppo seriamente. Gianalberto sollevò finalmente lo sguardo e la fissò negli occhi, senza perdere però la concentrazione sull’apertura dell’uovo, che procedeva con una precisione chirurgica.
«Ida,» disse, «ho riflettuto.»
Ida deglutì.
Riflettere, per il conte, era un verbo pericoloso. Un verbo che, nella sua esperienza, annunciava sempre lavoro extra.
«Ho riflettuto sul mio futuro.»
L’uovo si aprì con un crack perfetto. Un’apertura netta, elegante, quasi armonica.
«E ho deciso che devo fare qualcosa.»
Ida sentì un leggero ronzio alle orecchie. Non era un effetto mistico, ma l’inizio di un’emicrania annunciata. Lo guardava senza interromperlo, pregando interiormente che quel “qualcosa” fosse breve, vago e possibilmente reversibile.
«Questa cascina,» proseguì il conte, «ha delle potenzialità.»
Ida pensò alla concimaia.
Alla mucca oboista.
Al cane bipede.
Decise di non commentare.
«E io…» disse Gianalberto, intingendo con cura il cucchiaino nell’uovo, «mi sento finalmente pronto.»
Pronto a cosa, Ida non osò chiederlo. Conosceva bene il rischio delle domande aperte.
«Vorrei il suo parere,» aggiunse il conte.
Questa frase, più di tutte, la fece vacillare.
Il suo parere.
In cinquant’anni di servizio, nessun Marchetti le aveva mai chiesto un parere. Le avevano chiesto di cucinare, di pulire, di organizzare, di tacere, di resistere e, quando era giovane, di prendersi qualche palpata sul sedere dal conte Ulderico. Ma non un parere. Mai.
Ida si schiarì la voce.
«Conte…» iniziò, con cautela, «lei ha dormito bene?»
Gianalberto annuì, sereno.
«Benissimo. Come non mi succedeva da anni.»
Ida sospirò.
Dentro di sé, iniziò una preghiera rapida, senza punteggiatura, rivolta a qualsiasi santo fosse disponibile per turni straordinari.
Il conte continuava a mangiare l’uovo con metodo, come se stesse eseguendo un rito propiziatorio. Ogni gesto era lento ma deciso. Ogni parola sembrava uscire da un luogo nuovo della sua persona, uno che Ida non aveva mai frequentato.
«Ida,» concluse, «oggi vorrei cominciare.»
Lei lo fissò.
Poi abbassò lo sguardo.
Poi lo rialzò.
«A fare cosa, conte?»
Gianalberto sorrise. Un sorriso piccolo, sincero, quasi emozionato.
«Non lo so ancora.»
E in quella risposta, Ida capì due cose con assoluta chiarezza:
che la giornata sarebbe stata lunga, e che il castigo non era ancora finito.
«Devo riflettere su quello che è accaduto ieri alla concimaia.»
Il conte pronunciò quella frase con la stessa solennità con cui, in altre epoche, si sarebbero annunciati trattati di pace o dichiarazioni di guerra. Ida, seduta composta sull’altro lato del tavolo, annuiva lentamente, con quella devozione tutta pratica che si riserva alle affermazioni del padrone quando non è chiaro se siano ordini, pensieri o semplici rumori prodotti dalla bocca.
«Non è stato un fatto chiaro,» proseguì Gianalberto, «né un avvenimento casuale.»
Ida pensò che, a giudicare dalla vita del conte, il casuale era sempre stato l’unico vero organizzatore dei suoi eventi. Ma non disse nulla.
«È stata… una cosa.»
Fece una pausa, cercando il termine giusto.
«Una cosa che potrebbe essere sfruttata, che potrebbe avere un senso imprenditoriale.»
Ida irrigidì appena le spalle. Ogni volta che il conte usava il verbo sfruttare, qualcuno finiva per lavorare di più. E, statisticamente, quel qualcuno era lei, visto che erano rimasti soli nella cascina.
«Per alleviare la sofferenza della gente,» continuò lui, con un tono improvvisamente missionario, «e generare introiti per la cascina.»
Ecco.
Ida capì che la mattinata aveva ufficialmente preso una brutta piega.
Ascoltava, composta e marziale, le cretinate — perché di questo si trattava secondo lei — espresse dal suo datore di lavoro. Annusava nell’aria quel misto di entusiasmo e ingenuità che, nei Marchetti, aveva sempre preceduto grandi fallimenti silenziosi. Dentro di sé si domandava, non per la prima volta, quale peccato originale l’avesse condannata a restare lì, lucida e seduta composta, mentre il conte, già solo per il fatto di parlare da più di due minuti consecutivi, stava vivendo un evento epocale.
«Mi scusi, conte,» disse infine, con quella prudenza che le aveva salvato la vita più volte del rosario, «ma… come si potrebbero fare dei soldi con il letame?»
La domanda era sincera. Pratica. Terrena. Degna di una donna che aveva visto l’acqua portarsi via le case e la fame svuotare i piatti.
Gianalberto, però, non si scompose. Anzi, sembrò rinvigorirsi.
«Vede, Ida,» disse, appoggiando il cucchiaino con cura, «ieri si sono dati appuntamento tutti i nostri animali alla concimaia.»
Ida pensò a Gina che trotterellava come una debuttante e a Caligola che aveva deciso di sfidare Darwin. Si limitò a stringere le labbra.
«E dopo un tempo relativo,» continuò il conte, «se ne sono andati in uno stato euforico mai visto prima.»
Euforico.
Una vacca.
Ida fece mentalmente il segno della croce, ma solo dentro.
«Io stesso,» aggiunse Gianalberto, abbassando la voce come se stesse confessando un peccato veniale, «non so se respirando i miasmi della concimaia o perché ho masticato un filo d’erba… sono stato rapito.»
Rapito.
Ida fissò un punto indefinito sul muro dietro la testa del conte, dove una macchia di umidità aveva preso la forma di un santo non riconosciuto. Forse era un segno. O forse era solo muffa. In entrambi i casi, le sembrava più affidabile di quel discorso.
Dentro di sé, Ida pensava, perchè a settantotto anni era costretta a sentire un uomo adulto parlare seriamente di estasi da concimaia. E lo faceva impettita. Marziale. Come se stesse ascoltando un generale e non un conte che fino a ieri contava rane per passare il tempo.
Gianalberto, imperterrito, proseguì.
«Quindi deduco,» disse, scandendo bene, «che per motivi a me ancora oscuri, la zona della concimaia trattiene in sé… e non so ancora come… una sostanza euforizzante.»
Ida sentì il cuore fare un piccolo salto. La parola sostanza non prometteva nulla di buono.
«Una sostanza,» ripeté lui, «che influisce benevolmente sull’umore dei cristiani… e degli animali.»
Ida abbassò lo sguardo sulle mani. Pensò a tutti i cristiani che aveva visto soffrire per cause molto più concrete: la fame, il freddo, la guerra, i padroni. E ora qualcuno ipotizzava di curarli col letame.
«A noi, Ida,» concluse il conte, con una solennità che non ammetteva repliche, «l’arduo compito di scoprirla. E sfruttarla.»
Poi si fermò.
Una pausa teatrale, studiata, che lui stesso non sapeva di saper fare. Durante quel silenzio, prese una fetta di pane, vi spalmò con attenzione una dose generosa di formaggio molle e aggiunse un velo sottile di marmellata di more. Un accostamento audace, ma non privo di una sua logica, come tutto ciò che faceva quella mattina.
Mangiò.
Masticò.
Deglutì.
Infine alzò lo sguardo.
«Lei cosa ne pensa, Ida?»
Il parere di Ida.
Di nuovo.
Ida lo guardò. Lo guardò davvero. Vide un uomo che, per la prima volta nella sua vita, non stava scivolando via dalle cose, ma cercava di afferrarle — anche se nel modo sbagliato, anche se partendo da una concimaia.
Inspirò lentamente.
«Conte,» disse infine, con una calma che sapeva di resa intelligente, «io penso che ieri lei abbia preso un colpo di sole. O qualcosa di simile.»
Gianalberto non si offese. Anzi, parve considerare seriamente l’ipotesi.
«Ma,» aggiunse Ida, perché la vita le aveva insegnato che opporsi frontalmente era inutile, «penso anche che se davvero c’è qualcosa là fuori che fa star bene uomini e bestie… allora o è una grazia, o è una tentazione.
»Fece una pausa.
«E in entrambi i casi,» concluse, «prima o poi presenta il conto.»
Il conte annuì lentamente.
Non perché avesse capito tutto.
Ma perché, per la prima volta, sentiva di essere sulla strada giusta.
Ida, dentro di sé, riprese a pregare.
Non perché credesse nel progetto.
Ma perché aveva capito che, qualunque cosa fosse quella sostanza miracolosa, lei sarebbe stata coinvolta.
«Bene, Ida. Prendo atto della sua dichiarazione.»
Il conte pronunciò quella frase con l’aria di chi ha appena verbalizzato una decisione irreversibile del Consiglio dei Ministri, quando in realtà stava ancora seduto a tavola con una briciola di pane sul gilet.
«E le comunico,» proseguì, «che questa mattina la dispenso dalle sue faccende domestiche.»
Ida sgranò gli occhi.
Dispensata.
Non dalle preoccupazioni, non dal conte, non dalla vita.
Ma dalle faccende domestiche.
Era una notizia talmente inattesa che per un attimo temette di aver capito male.
«Per concentrarsi con me,» aggiunse Gianalberto, con tono grave, «a un ulteriore esperimento che porterà, spero, alla conferma delle mie teorie sulle doti taumaturgiche della concimaia.»
Ida non capì nulla.
Niente.
Zero.
Ma aveva colto perfettamente la prima parte: niente pulizie.
E questo, nella sua lunga esperienza, equivaleva a una tregua armata, una sospensione delle ostilità quotidiane degna di essere accolta con prudente gratitudine.
Il conte fissò l’orologio immaginario che portava dentro di sé e decretò:
«Appuntamento sull’aia alle dieci in punto.»
Poi, come se l’organizzazione di una spedizione scientifica fosse un’attività logorante, si ritirò sotto il portico del giardino, lasciandosi il tempo — parole sue — «di gustare un buon sigaro».
Alle dieci in punto, Ida era sull’aia.
In piedi.
Al centro.
Con una sensazione addosso che somigliava più a un disastro imminente che all’inizio di una scoperta rivoluzionaria.
Guardava il portico.
Niente.
Passarono cinque minuti.
Poi dieci.
Poi quindici.
Ida, che notoriamente ferma non sapeva stare, iniziò a saltellare da uno zoccolo all’altro, cercando di alleviare il fastidio dei talloni e, contemporaneamente, quello dell’anima. Ogni tanto lanciava uno sguardo al cielo, non per controllare il tempo, ma per capire se qualcuno lassù stesse prendendo appunti.
Alle dieci e trenta, con la dignità di chi ha aspettato abbastanza anche per una vita intera, si incamminò verso il portico.
E lì lo vide.
Gianalberto Marchetti, conte per grazia ereditaria, seduto sulla sedia di vimini, con un sigaro spento incastrato in bocca, russava copiosamente. Il moncone di sigaro si muoveva in modo sincrono con il naso e i polmoni, avanti e indietro, come un pistone stanco ma metodico.
Ida lo osservò.
A lungo.
Ecco il formidabile imprenditore della concimaia, pensò.
L’uomo del futuro.
Tossì.
Una volta.
Poi due.
Poi tre.
Un crescendo di tonalità degno di un richiamo liturgico.
Al quarto colpo di tosse, il conte sobbalzò, aprì gli occhi e disse di colpo, con assoluta convinzione:
«La stavo aspettando, Ida.»
Ida non rispose.
Lo guardò.
Il conte si alzò soddisfatto, come se quella pennichella fosse stata una fase fondamentale del processo creativo, e si avviò verso il centro dell’aia con passo deciso, facendo cenno a Ida di seguirlo. L’aria era quella di un’adunata militare, anche se l’esercito, per ora, era composto da due persone e parecchie perplessità.
Si fermò.
Si voltò.
E dichiarò:
«Ida. Porti qui al mio cospetto tutte le mandrie a nostra disposizione.»
Ida lo fissò come si guarda un bambino che ha appena scoperto una parola nuova e vuole usarla subito, a sproposito.
«Conte,» disse con pazienza ferrea, «tutte le mandrie sono composte da una mucca, un cavallo e un cane.»
Gianalberto annuì, incurante di qualsiasi implicazione numerica.
«Appunto.»
Ida sospirò.
Girò sui tacchi.
E andò verso la stalla.
Dopo dieci minuti tornò, trascinando la situazione nella sua concretezza: a destra la mucca Gina, placida e vagamente sorridente; a sinistra il cavallo, che accettava la faccenda con la rassegnazione di chi ha visto di peggio. Caligola li seguiva a distanza, con l’aria di chi partecipa più per curiosità che per convinzione.
Ida li posizionò davanti al conte in modo marziale, come una parata improvvisata. La mucca al centro, il cavallo a lato, il cane leggermente defilato, perché anche lui aveva una sua dignità.
Gianalberto passò in rassegna la truppa.
Camminava lentamente, mani dietro la schiena, annuendo.
Osservava.
Valutava.
Poi, con un gesto ampio, eroico, totalmente sproporzionato alla situazione, disse:
«Avanti. Seguitemi.»
E si incamminò verso la concimaia.
Ida lo seguì.
La mucca lo seguì.
Il cavallo lo seguì.
Il cane, dopo un attimo di riflessione, decise che sì, valeva la pena vedere dove sarebbe andata a finire quella follia.
E mentre avanzavano in quella processione improbabile, Ida ebbe una certezza limpida e definitiva: qualunque cosa fosse successo il giorno prima alla concimaia, non aveva solo cambiato il conte.
Aveva aperto una stagione nuova. E lei, come sempre, ci era dentro fino al collo.
Arrivati alla concimaia, il conte GianalbertoMarchetti assunse immediatamente quell’atteggiamento che gli veniva naturale solo in rare occasioni: quello dell’uomo che sta per fare la storia, anche se non è del tutto sicuro di quale storia si tratti.
Si fermò sul bordo rialzato del terrapieno, inspirò con una certa enfasi l’aria densa e complessa del luogo — un bouquet che univa note vegetali, sentori di palude e una persistente base di stalla — e poi, con un gesto largo del braccio, pronunciò l’ordine solenne:
«Ida.
Libera le truppe.»
Ida non rispose.
Aveva imparato che, quando il conte usava il lessico militare, era meglio limitarsi all’esecuzione meccanica e rimandare qualsiasi commento a una vita futura, possibilmente in paradiso.
Diede una pacca sul sedere alla mucca e al cavallo e la “mandria” — termine che in quel contesto aveva una valenza più simbolica che numerica — si disperse nella concimaia.
La mucca fu la prima a muoversi.
Fece qualche passo lento, misurato, con quella dignità bovina che nessun evento, nemmeno mistico, sembrava riuscire a scalfire. Si avviò verso una zona dove erano cresciuti robusti cespugli di erba verdissima, rigogliosa oltre ogni decenza agronomica. Le radici affondavano in una fascia semi-acquitrinosa a ridosso di una fila di campi coltivati, il cui piano di campagna si trovava almeno cinquanta centimetri più in alto rispetto alla concimaia. Era come se quell’erba avesse deciso di prosperare contro la logica, nutrendosi di ciò che scendeva, di ciò che colava, di ciò che veniva scartato.
La mucca infilò il muso tra i cespugli con una lentezza studiata, quasi rituale, e iniziò a brucare. Ogni masticata era profonda, concentrata, come se stesse leggendo un testo sacro scritto direttamente nel terreno. Di tanto in tanto sollevava la testa, guardava il mondo con un’espressione che poteva vagamente assomigliare ad un sorriso, e poi riprendeva, convinta.
Il cavallo, fedele alla non scritta ma rigidissima regola della cascina — mai avere fretta — si diresse verso un’area fangosa composta da un ammasso informe di ramaglia tagliata, residui verdi di steli di granoturco marcente e letame proveniente dal pollaio. Un luogo che, per un equino di buone maniere, avrebbe dovuto rappresentare un deterrente naturale. E invece no.
Affondò uno zoccolo, poi l’altro, con la rassegnazione di chi ha capito che opporsi al destino è inutile. Abbassò il muso, annusò, soffiò leggermente — un gesto che, nel linguaggio dei cavalli, poteva significare tutto o niente — e rimase lì a brucare pacificamente.
Caligola, invece, fece una scelta diversa.
Non si allontanò dal bordo della concimaia. Rimase vicino. Prudente. Si mise a giocare con un’erba selvatica dal fusto duro, coriaceo, che si piegava sotto i suoi denti con una resistenza elastica. La mordeva, la tirava, la lasciava andare, la riacchiappava. Un gioco infantile, quasi terapeutico, che non aveva nulla di scientifico ma molto di necessario. Ogni tanto alzava lo sguardo verso il conte, come per dire: io faccio la mia parte, ma senza esagerare.
Il conte e Ida si sedettero sul bordo della vasca in cemento.
Lasciarono penzolare le gambe nel vuoto, sopra una pozza evidente di un liquido scuro e viscoso che poteva essere definito, con una certa generosità terminologica, concime liquido. Era la risulta dei drenaggi della concimaia: un distillato lento e paziente di tutto ciò che la terra aveva deciso di non trattenere.
«Osservi, Ida,» disse il conte, con voce bassa ma carica di aspettativa. «Osservi con attenzione.»
Ida osservava.
Sempre.
Aveva osservato la piena del Po.
La fame.
Le suore.
I conti.
La morte.
Ora osservava anche questo.
Seduti lì, sembravano due spettatori a teatro. Davanti a loro, la battaglia annunciata dal conte non aveva nulla di epico: nessun fragore, nessuna carica. Solo masticazioni lente, zoccoli nel fango, denti che piegavano steli, rumori molli e profondi. Eppure, nell’aria c’era qualcosa.
Una tensione gentile.
Una sospensione.
Il conte si sporse leggermente in avanti, come se temesse di perdersi un dettaglio fondamentale. Ida, invece, si limitava a stare. Con quella presenza solida che aveva sviluppato in decenni di sopravvivenza silenziosa.
«Vede?» riprese Gianalberto. «Non c’è violenza. C’è… adesione.»
Ida non sapeva cosa volesse dire, ma la parola le piacque poco.
La mucca rallentò le masticazioni.
Il cavallo spostò il peso da una zampa all’altra.
Caligola lasciò l’erba e si sedette.
Il liquido sotto di loro rifletteva una luce opaca, quasi oleosa, e ogni tanto una bolla saliva lentamente in superficie per poi scoppiare con un plop sommesso, come un pensiero che non riesce a diventare frase.
Ida sentì qualcosa muoversi dentro. Una specie di quiete vigile. Come quando si è stanchi, ma non infelici.
Il conte, invece, era rapito.
Annotava tutto nella mente con un fervore nuovo. Ogni gesto animale gli sembrava una conferma. Ogni rumore, un indizio. Ogni silenzio, una prova.
«Qui c’è qualcosa, Ida,» disse piano, quasi con rispetto. «Qualcosa che lavora lentamente. Come ha sempre lavorato la terra.»
Ida lo guardò.
Non rispose.
Per la prima volta, però, non pensò subito alla punizione. Pensò — con cautela, quasi con diffidenza — che forse, in mezzo a quella concimaia, non stava assistendo solo all’ennesima stramberia del conte.
Forse stava guardando l’inizio di un problema molto più grande.
O, peggio ancora, di un’idea.