Nella Venezia del 1572, il Carnevale lascia dietro di sé più che maschere e coriandoli: restano i silenzi di chi attende invano. Maria Cescon, giovane moglie di un soffiatore di vetro, si sveglia all’alba in una casa modesta sul rio di Cannaregio, con il cuore schiacciato dall’assenza del marito Piero. La sua ricerca la conduce a Murano, tra le fornaci ardenti e i segreti custoditi dal padrone Alvise Corner, dove scopre che il marito è sparito dopo aver incontrato un uomo mascherato con un anello di rubino.
Decisa a non restare nell’ombra, Maria trova il coraggio di denunciare la scomparsa al corpo di guardia sotto i portici di Palazzo Ducale, entrando senza saperlo in una rete di sospetti e paure che attraversa tutta la città. Intanto, il giovane Lorenzo Vendramin, incaricato dal Consiglio dei Dieci, riconosce nei dettagli della denuncia la chiave di un enigma più grande: il cadavere profanato di San Marco non è una mascherata qualsiasi.
Nella camera mortuaria dei SS. Giovanni e Paolo, Lorenzo affronta il medico Bartolomeo Soranzo, ordinandogli con tono perentorio di analizzare persino i residui sotto le unghie del morto. È un gesto insolito, quasi ossessivo, ma necessario: perché dietro quelle schegge di vetro o granelli di polvere potrebbe celarsi la verità che minaccia la Serenissima.
Un artigiano scomparso, un cadavere travestito e un segreto che Venezia non può ignorare
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 3: Ombre sotto le unghie
Maria Cescon non chiuse occhio aspettando invano il marito. Alle prime lame di luce, quando il Carnevale sembrò ritirarsi stanco e la città inspirò il fiato salmastro dell’alba, si alzò dal letto che sapeva di fumo e di erbe secche, avvolse il capo nello scialle e spense la candela con un soffio. La loro casa, incollata a un rio stretto di Cannaregio, tremava a ogni passaggio di gondola come una barca legata: due stanze appena, un solaio bassissimo da cui pendevano spaghi con cipolle e foglie d’alloro, il focolare annerito, il tavolo scheggiato e il letto ricamato dalla madre, rammendato fino allo sfinimento. Sull’intonaco i sali del canale avevano disegnato mappe di isole e d’alghe, come un presagio: la vita, lì dentro, era sempre a un passo dall’acqua.
Scese le scale ripide, si affacciò sulla fondamenta umida. Il Carnevale aveva lasciato per terra coriandoli impastati e macchie di vino, un odore di cera sciolta e di sudore marcito. Due maschere tardive barcollavano verso una taverna ancora aperta; una serva gettava secchiate d’acqua per pulire le soglie. Maria strinse meglio lo scialle. Era giovane, ancor più giovane di quanto il suo sguardo facesse credere, ma la povertà l’aveva asciugata presto: niente figli, il ventre muto come una stanza chiusa; un marito che l'amava a singhiozzo, con più dolcezza nelle mani davanti al forno che nelle parole di casa; eppure, orgoglio e timore insieme, un uomo d’arte: Piero Zanchi, soffiatore di Murano.
Due remi presero a battere l’acqua. Un gondoliere dal cappuccio tirato sugli occhi la guardò di sbieco.