Settembre 1960. Como sembrava vivere giorni sospesi, avvolta nella luce obliqua della fine estate e nel clamore della grande mostra del Novecento al Museo Civico. Tra manifesti color petrolio e scolaresche in visita, il cuore dell’esposizione era il prestito prezioso di Tamara de Lempicka: Donna sulla Bugatti verde. Ma quando la tela svanì all’improvviso, lasciando soltanto un rettangolo chiaro sul muro, la città intera trattenne il respiro.
La commissaria Lucia Marini si trovò a inseguire tracce sottili: un critico francese dall’accento troppo perfetto, un cappello grigio dimenticato tra le ombre, una fascetta doganale che parlava di viaggi oltre confine. Ogni indizio apriva una pista e ogni pista rischiava di essere un vicolo cieco. La Brianza, il Lago Maggiore, Milano: ogni tappa rivelava complicità più vaste, un meccanismo che univa malavita locale e interessi internazionali.
La caccia divenne corsa contro il tempo, tra frontiere allertate, dogane battute col mazzuolo e hangar nella nebbia dell’alba. La Bugatti verde correva, e con lei correvano i pensieri, i sospetti e le paure di chi voleva riportarla a casa. Perché non si trattava solo di un furto, ma della difesa di una bellezza che rischiava di perdersi nel buio dei collezionisti senza scrupoli.
Il furto del quadro di Tamara de Lempicka a Como, indagini serrate tra Museo Civico, frontiera di Chiasso e Linate con la commissaria Lucia Marini
Settembre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Nel prefabbricato della dogana l’aria sapeva di carta carbone e pioggia imminente. De Sanctis stese sulla scrivania il planisfero degli spazi doganali—un foglio unto di timbri e pieghe—e col manico della penna tracciò linee rapide.
«Qui, corsie merci pesanti. Qui i telonati. Qui i furgoni leggeri diretti a Chiasso-Strada. Li dividiamo in tre flussi. A ogni flusso un capoposto e un uomo con mazzuolo per la battitura. Voglio sentire il suono dei pannelli.»
«E cani?» chiese Lucia, senza sedersi.
«Ne ho due. Uno per solventi e uno per stoffe. Li porto sul piazzale.
Lucia annuì, veloce. «Bene. Aggiungete una ricerca mirata su capotte e tappezzerie auto. Se trovate cuciture fresche o tracce di cera, chiamate. Io intanto vado al museo.»
La sala del museo era diventata improvvisamente più grande, più vuota, più ostile. Il rettangolo chiaro sul muro bruciava come una ferita aperta e, attorno, il silenzio non riusciva a cancellare l’eco di chiacchiere, passi, risate di scolaresche che solo poche ore prima riempivano quell’ambiente. Ora restavano il vuoto e il battito nervoso del cuore del custode, seduto davanti a Lucia come un ragazzo colto in fallo.
L’uomo aveva le mani intrecciate, le dita che si torcevano senza pace. Gli occhi arrossati, lucidi come se avesse pianto o stesse per farlo, e il berretto in grembo, stretto come se fosse un’àncora. Il suo respiro corto tradiva paura e vergogna, non per complicità, ma per non aver saputo difendere un tesoro che gli era stato affidato.
Lucia lo osservava senza durezza, ma con quell’attenzione che scava nei dettagli, che costringe l’altro a tirare fuori il non detto. Dietro di lei, Teresa prendeva appunti rapidi, Carlo teneva lo sguardo sulle porte e Beppe si muoveva lungo le pareti, annusando l’aria, cercando segni, rumori, indizi.
«Ho visto qualcuno, sì» disse il custode, la voce rotta come se ammettesse una colpa irreparabile. «Un tipo alto, con un cappello grigio. Stava vicino alla sala della Lempicka. Io… non ho pensato a nulla di strano. Mi disse di essere un critico d’arte, che voleva dare un ultimo sguardo prima della chiusura.»
«Si ricorda come parlava?» lo incalzò Lucia, piegandosi leggermente in avanti.
«Con accento francese… credo parigino. Ma quando disse “grazie”… lo disse troppo bene, come lo direbbe un lombardo. Non suonava naturale.»
Lucia aggrottò le sopracciglia.
Era un dettaglio sottile, ma importante. «E il nome? Le diede un nome?»Il custode scosse la testa, esitò, poi aggiunse: «Non il suo, ma mi lasciò un biglietto da visita. “Laurent Vaudry – Revue des Arts, Paris.” Elegante, ma… sembrava stampato di fresco, non consumato dalle tasche di chi lo porta sempre con sé.»
Teresa annotò la frase, sottolineandola due volte. Intanto Carlo si chinò vicino al pavimento. «Commissaria, guardi qui. Polvere di gesso fresca, caduta in cono. Segno che la tela è stata staccata in fretta.»
Lucia annuì, lo sguardo già tornato sul custode. «C’era qualcun altro con lui?»
«Sì… una signora. Elegante, cappellino con veletta. Non parlava molto. Ma ho notato che non portava guanti, eppure toccava le cornici, i cordoni… come se volesse lasciare tracce. O prenderle.»
Beppe intanto aveva raccolto un mozzicone dal pavimento. Lo mostrò in un sacchetto trasparente: «Gauloises. Filtro segnato dal rossetto. Francese fino al midollo.»
Lucia si voltò verso la dottoressa Piani, arrivata trafelata con il suo quaderno sotto braccio. La curatrice aveva il volto tirato, segnato da mesi di preparativi che rischiavano di andare in fumo. «Tutto era stato calcolato al millimetro. La luce, l’umidità, la distanza dalle altre opere. L’opera era stata affidata a noi con fiducia assoluta…» La voce le si incrinò. «E io sento di aver tradito quella fiducia.»
Lucia posò una mano sul tavolo, ferma, decisa. «Non è lei la colpevole. Qui abbiamo davanti professionisti. Hanno studiato la mostra, i suoi tempi, i suoi punti ciechi. L’unica cosa che non avevano previsto è che noi non molliamo.»