Dolcetti Crudi ai Datteri e Nocciole: Energetici e Zero SprechiUna ricetta veloce, sostenibile e senza cottura, perfetta per quattro persone: dolce naturale, ricco di energia e impreziosito dalle scorze d’arancia recuperateCi sono momenti in cui nasce il desiderio di qualcosa di dolce, ma non si vuole cedere al richiamo dei prodotti confezionati, pieni di zuccheri raffinati e imballaggi inutili. È in questi istanti che una ricetta come questa diventa speciale: dolcetti crudi a base di datteri, nocciole e scorze d’arancia. Sono piccole sfere di energia, vegane, raw e soprattutto sostenibili, perché non hanno bisogno di cottura e permettono di utilizzare anche ciò che spesso si scarta, come le bucce d’arancia, trasformandole in un ingrediente prezioso. Li proponiamo perché rappresentano l’essenza di una cucina consapevole: pochi ingredienti, tutti naturali e facilmente reperibili, che insieme creano un dolce nutriente, aromatico e a rifiuti quasi zero. Prepararli è un gesto di creatività e cura: non servono strumenti complicati, ma solo un mixer, un po’ di manualità e la voglia di sperimentare. Ingredienti per 4 persone - 200 g di datteri medjoul denocciolati - 100 g di nocciole tostate (meglio se locali) - La scorza grattugiata di 2 arance bio (ben lavate e non trattate) - 2 cucchiai di cacao amaro in polvere (facoltativo, per un tocco più intenso) - Un pizzico di cannella in polvere - Un cucchiaio di olio di cocco o extravergine leggero (solo se serve per amalgamare) Preparazione La preparazione è sorprendentemente semplice e veloce. I datteri vengono frullati fino a ottenere una crema densa e appiccicosa: saranno loro a fare da base dolce e da “collante naturale” dell’impasto. Si aggiungono poi le nocciole tostate, che regalano una nota croccante e un sapore caldo, quasi avvolgente. Le scorze d’arancia, sottilmente grattugiate, entrano in scena con la loro freschezza agrumata, trasformando ogni morso in un piccolo viaggio sensoriale. Se si desidera un tocco più profondo, il cacao amaro e la cannella daranno corpo e rotondità al sapore. Il composto ottenuto va raccolto con le mani e modellato in piccole sfere di circa 3 cm di diametro: energia pura pronta da gustare, senza forno e senza lunghe attese. Se l’impasto risulta troppo secco, basta un filo di olio di cocco o di oliva per riportarlo alla giusta consistenza. Impiattamento Per valorizzarli al meglio, si possono adagiare i dolcetti in piccoli pirottini di carta riciclata o compostabile, oppure disporli su un piatto in ceramica scura, decorando con scorze d’arancia candite o con una spolverata di cacao. Un vassoio rustico in legno renderà ancora più evidente il loro legame con la naturalità e la semplicità. L’impatto visivo, insieme al profumo fresco dell’arancia e alla dolcezza dei datteri, conquisterà anche chi non ha mai provato i dessert crudisti. Il vino da abbinare Sebbene siano pensati per accompagnare tisane calde o un semplice caffè, questi dolcetti si sposano sorprendentemente bene anche con un Passito biologico o con un Moscato d’Asti naturale: vini dolci, profumati e delicati, capaci di esaltare la dolcezza naturale dei datteri e il profumo agrumato delle scorze d’arancia. Un abbinamento insolito ma raffinato, perfetto per chiudere una cena sostenibile con un tocco di eleganza.
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Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?Ipotesi di diminuzione del consumo dei derivati del petrolio per l’incremento delle tecnologie del riciclodi Marco ArezioLa reazione che l’opinione pubblica mondiale sta avendo in merito al problema dell’inquinamento prodotto dai rifiuti plastici, rilasciati in modo incosciente nell’ambiente, sta creando non solo una coscienza ambientalista che fino a pochi anni fa era veramente poco sentita nei vari strati della popolazione mondiale, ma sta creando conseguenze non previste solo 10 anni fa in merito alla produzione e vendita dei derivati dal petrolio. Il movimento di opinione che sta crescendo giorno dopo giorno contro la dispersione degli imballaggi plastici, soprattutto nei mari, ha spinto anche i grandi produttori di imballaggi a trovare alternative del loro standard produttivo. Questa nuova coscienza ha portato un gran numero di menti a ragionare sulla possibilità di riciclare la plastica in modo alternativo alla comune conoscenza, anche in merito alle normative Europee e Americane, sempre più stringenti, che impongono l’aumento delle % di riciclo delle materie plastiche. Uno di questi nuovi studi si sta concentrando sulla produzione di liquidi combustibili di derivazione del riciclo della plastica di uso comune, attraverso la produzione di cracking termico a 400° per ricreare un prodotto sintetico che risulta essere leggero e senza zolfo che può essere lavorato con altri oli in raffineria. Un altro studio utilizza sempre la tecnologia del cracking termico ma calibrata alla produzione di nafta e un distillato simile al diesel che viene miscelato con il normale gasolio da raffineria. Ci sono poi da considerare le acquisizioni avvenute sul mercato, da parte dei produttori di materie prime vergini (polimeri) derivanti dal petrolio, di riciclatori di materie plastiche al fine di controllare la lunga filiera della plastica e prevenire possibili perdite di fatturato con la diminuzione della vendita dei polimeri vergini. Questo fermento sul mondo del riciclo della plastica non riguarda solo l’America e l’Europa, ma anche l’Asia, dove i governi, tra cui Cina e Indonesia, stanno mettendo in campo complessi ed estesi programmi di riciclaggio per evitare problemi come quelli verificatisi in Indonesia dove è dovuto intervenire l’esercito per ripulire la plastica che ostruiva il fiume Citarum. Detto questo ci si attende che a breve la domanda di greggio possa venire influenzata dagli eventi in atto, infatti il presidente della società eChem, che si occupa della consulenza nel settore energetico, sostiene che se l’incremento del riciclo del polietilene e polipropilene dovesse continuare ai ritmi che ci si aspetta alla luce di tutte le tecnologie che stanno entrando in campo, questo potrebbe portare ad una perdita a medio termine di milioni di tonnellate di petrolio, annullando così la crescita della produzione che molte compagnie petrolifere si aspettavano. Inoltre il petrolio ha un altro forte concorrente che si chiama: liquidi da gas naturale. Infatti negli Stati uniti, l’etano sta attirando numerosi investimenti in particolare nelle regioni nord orientali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - ricicloVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Consolidamento Avanzato dei Dipinti su Tela: Tecniche Innovative tra Materiali Sintetici e NaturaliNuove strategie e materiali per il restauro conservativo dei dipinti su tela: l’evoluzione dei consolidanti e delle metodologie applicativedi Marco ArezioIl consolidamento dei dipinti su tela costituisce uno degli aspetti più complessi e sensibili della conservazione e del restauro artistico. Si tratta di un intervento cruciale quando la struttura del dipinto risulta indebolita da degrado, agenti ambientali, precedenti restauri non idonei o semplicemente dal naturale invecchiamento dei materiali originali. Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante nel perfezionare materiali e metodologie per garantire risultati più efficaci, durevoli e rispettosi dell’integrità dell’opera d’arte. Questo articolo analizza le più recenti metodologie di consolidamento dei dipinti su tela, con particolare attenzione alle innovazioni nell’uso di materiali sia sintetici che naturali, e alle modalità di applicazione che consentono di massimizzare efficacia e reversibilità, minimizzando al contempo i rischi di alterazione dell’aspetto e della struttura originari. L’evoluzione dei materiali consolidanti Tradizionalmente, il consolidamento delle tele pittoriche si basava sull’uso di sostanze naturali come colle animali, amidi, cere e resine vegetali. Questi materiali, sebbene compatibili con i componenti originali, mostrano limiti importanti in termini di stabilità nel tempo, suscettibilità agli attacchi microbiologici, rischi di ingiallimento e difficoltà nella rimozione. Questi inconvenienti hanno spinto la ricerca verso l’introduzione di polimeri sintetici già a partire dalla seconda metà del Novecento. Resine acriliche, copolimeri vinilici, polivinilacetati e poliuretani si sono imposti come soluzioni più stabili e, in alcuni casi, più facilmente reversibili. I principali criteri di selezione di un materiale consolidante oggi comprendono: efficacia meccanica, compatibilità con i materiali originali, stabilità chimica, trasparenza ottica, facilità di applicazione e reversibilità dell’intervento. Tecniche innovative e materiali di nuova generazione Consolidanti sintetici avanzati La ricerca contemporanea punta a sviluppare materiali sintetici con proprietà sempre più selettive e “su misura”. Le resine acriliche come il Paraloid B-72 e i copolimeri etilene-vinilacetato (EVA) sono tra i più diffusi per la loro flessibilità, resistenza agli agenti atmosferici e buona trasparenza. Sono spesso utilizzati in dispersione o soluzione, permettendo una penetrazione controllata tra le fibre della tela senza irrigidire eccessivamente il supporto. Una delle innovazioni più rilevanti riguarda l’introduzione di consolidanti “nanostrutturati”. Le nanoparticelle di silice o di nanocellulosa, per esempio, vengono utilizzate come additivi per migliorare la distribuzione del consolidante all’interno della trama tessile e rafforzare la coesione strutturale senza incidere sul comportamento meccanico globale della tela. Queste tecniche consentono un controllo maggiore sull’efficacia dell’intervento e sulla compatibilità ottica con l’opera. Consolidanti naturali rivisitati Accanto alle soluzioni sintetiche, una nuova attenzione si sta rivolgendo anche ai materiali naturali, ma in formulazioni avanzate rispetto al passato. L’amido modificato, la gelatina depurata, la caseina raffinata e le gomme naturali purificate sono esempi di sostanze tradizionali rivalutate in ottica moderna grazie a processi di purificazione e modificazione chimica che ne migliorano resistenza, stabilità e reversibilità. Materiali innovativi di origine biologica come chitina e chitosano, ottenuti da fonti rinnovabili, si stanno imponendo come alternative promettenti grazie alla loro elevata compatibilità, alle buone proprietà meccaniche e alla facilità di applicazione in soluzione acquosa. Questi bio-polimeri consentono di rinforzare la struttura della tela mantenendo traspirabilità e flessibilità. Approcci ibridi e tecniche a basso impatto Le metodologie più all’avanguardia oggi tendono a combinare materiali sintetici e naturali in modo sinergico. Ad esempio, l’integrazione di nanoparticelle in una matrice di gelatina o amido consente di ottenere consolidanti dalle performance meccaniche elevate e, al contempo, una buona reversibilità. Un altro fronte di innovazione è rappresentato dalle tecniche di applicazione: l’uso di micro-siringhe, tamponi a rilascio controllato, o sistemi nebulizzatori permette un dosaggio preciso e una minimizzazione dei rischi di eccesso di prodotto. Il consolidamento selettivo su aree localizzate riduce ulteriormente l’impatto degli interventi sulle parti non interessate dal degrado. Valutazione degli effetti a lungo termine e reversibilità Uno degli aspetti cardine nella scelta del consolidante e nella progettazione dell’intervento è la reversibilità. Un buon consolidante deve poter essere rimosso in modo sicuro, anche a distanza di anni, senza provocare danni permanenti alla tela o alla pellicola pittorica. Test di invecchiamento accelerato, esposizioni a cicli di luce e umidità e analisi spettroscopiche sono ormai pratiche standard per valutare la durata e la sicurezza degli interventi. Dai dati raccolti su casi studio e sperimentazioni di laboratorio emerge che i materiali sintetici garantiscono, nella maggior parte dei casi, una maggiore stabilità e protezione. Tuttavia, in presenza di condizioni ambientali sfavorevoli o di errori di applicazione, alcune resine possono indurire troppo, diventando difficilmente rimovibili. I consolidanti naturali, specialmente nelle nuove formulazioni, tendono a essere più facilmente rimovibili, ma richiedono una manutenzione regolare e un attento monitoraggio delle condizioni ambientali per evitare deterioramenti secondari. Prospettive future nella conservazione dei dipinti su tela Il settore del restauro è oggi caratterizzato da un approccio multidisciplinare, in cui chimici, fisici, restauratori e storici dell’arte collaborano per definire protocolli sempre più affidabili e rispettosi della materia originale. Il consolidamento delle tele pittoriche si sta spostando verso soluzioni personalizzate, in cui la scelta del materiale e della tecnica di applicazione viene calibrata sulle caratteristiche specifiche di ogni opera. L’uso di tecniche diagnostiche avanzate, come la spettroscopia FTIR, la microscopia elettronica e le analisi microstrutturali, consente di mappare con precisione lo stato di conservazione e di prevedere le interazioni tra i nuovi materiali e quelli originali. Questo approccio consente di minimizzare i rischi di interventi invasivi e di favorire l’utilizzo di metodologie sempre più “su misura”. Il futuro vedrà probabilmente una crescita nell’impiego di bio-polimeri e nanomateriali eco-sostenibili, in linea con una crescente sensibilità verso la sostenibilità ambientale e la salvaguardia a lungo termine delle opere d’arte,© Riproduzione VietataFonti Rossi M., Bianchi L., “Metodologie avanzate per il consolidamento dei dipinti su tela”, 2024. Baglioni, P., Chelazzi, D., “Nanotechnologies in the Conservation of Cultural Heritage: A Compendium of Materials and Techniques”, Springer, 2020. Cremonesi, P., “Materiali e metodi innovativi per il restauro dei dipinti”, Edifir, 2016. Phenix, A., Sutherland, K., “Acrylic Polymers in the Conservation of Paintings and Works of Art”, Reviews in Conservation, 2001. Herm, C., “Recent Developments in the Use of Natural and Synthetic Consolidants in Canvas Painting Conservation”, Studies in Conservation, 2022.
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Sensori e tecnologie smart per l’irrigazione domesticaCome rendere il giardino più verde, sano e sostenibile con l’aiuto della tecnologia di Marco ArezioPrendersi cura del proprio giardino o delle piante sul balcone è un gesto che regala bellezza, benessere e un legame diretto con la natura. Tuttavia, chiunque abbia coltivato un prato o una piccola aiuola sa bene che il tema dell’irrigazione è tra i più delicati. Troppa acqua può far marcire le radici, troppo poca può bruciare il verde e compromettere la fioritura. A complicare il quadro ci sono le stagioni sempre più imprevedibili, le piogge intense alternate a periodi di siccità e la necessità di ridurre gli sprechi idrici in ottica ambientale e di risparmio in bolletta. Ecco perché oggi i sensori e le tecnologie smart per l’irrigazione domestica stanno diventando alleati preziosi non solo per chi ha un grande giardino, ma anche per chi vuole gestire in modo intelligente le piante in vaso o un piccolo orto urbano. Il cuore della tecnologia: i sensori di umidità del suolo Il principio alla base di questi sistemi è semplice: ascoltare la voce del terreno. I sensori di umidità vengono posizionati nel suolo, vicino alle radici, e rilevano costantemente il livello di acqua presente. In questo modo l’irrigazione non avviene più “a occhio” o seguendo schemi rigidi, ma sulla base di dati reali. Se il terreno è asciutto, il sistema attiva l’irrigazione; se invece c’è già sufficiente umidità, l’acqua non viene erogata. Il risultato? Piante più sane, riduzione di sprechi e un risparmio medio di acqua che, secondo molte stime, può arrivare anche al 50% rispetto ai metodi tradizionali. L’integrazione con il meteo Un ulteriore passo avanti è dato dall’integrazione con le previsioni meteorologiche. I moderni controller smart sono collegati a piattaforme meteo online e sanno “anticipare” un temporale, sospendendo l’irrigazione automatica per non innaffiare inutilmente poco prima della pioggia. È un dettaglio che fa davvero la differenza sia in termini ecologici che economici, e che solleva l’utente dall’ansia di controllare continuamente il cielo. Il controllo da smartphone La vera rivoluzione, però, si percepisce quando si parla di gestione remota. Attraverso app dedicate è possibile monitorare il livello di umidità, regolare i tempi e i cicli di irrigazione e ricevere notifiche in tempo reale, anche quando si è lontani da casa. Non si tratta solo di praticità, ma di una nuova forma di consapevolezza: ogni decisione sull’acqua diventa informata e calibrata, evitando inutili dispersioni. La sostenibilità al centro L’uso di queste tecnologie non è un lusso, ma una scelta di responsabilità. Viviamo in un’epoca in cui l’acqua è una risorsa sempre più preziosa e fragile. Saperla dosare significa proteggere l’ambiente, rispettare i cicli naturali e trasmettere un messaggio di cura anche alle generazioni più giovani. Un giardino irrigato con intelligenza non è solo più rigoglioso, ma diventa simbolo di un nuovo modo di vivere la quotidianità domestica. Una tecnologia per tutti Molti credono che i sistemi smart siano complessi o riservati agli esperti. In realtà, i dispositivi oggi disponibili sul mercato sono pensati per essere installati con facilità, anche da chi non ha grandi competenze tecniche. Bastano pochi passaggi per collegare i sensori al controller e sincronizzarli con lo smartphone. Inoltre, i costi si sono ridotti notevolmente, rendendo accessibile una tecnologia che fino a pochi anni fa era appannaggio solo dei grandi impianti agricoli. Dal prato all’orto urbano Un aspetto interessante è la versatilità. Lo stesso sistema può gestire l’irrigazione di un prato ornamentale, di un piccolo orto di pomodori sul balcone o di vasi di piante aromatiche in terrazza. La logica non cambia: si irriga solo quando serve, nella giusta quantità e al momento migliore della giornata. Un futuro sempre più connesso Le prospettive ci portano verso giardini sempre più autonomi. L’integrazione con sistemi domotici, il collegamento con assistenti vocali e l’uso dell’intelligenza artificiale per prevedere i bisogni idrici delle piante sono già realtà in molte case. In futuro sarà normale avere spazi verdi completamente autosufficienti nella gestione dell’acqua, lasciando a noi solo il piacere di goderne. Normative e incentivi per l’irrigazione intelligente in Italia ed Europa Parlare di irrigazione smart non significa soltanto evocare tecnologia e innovazione, ma anche inserirsi in un quadro normativo e politico che sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. In Italia e in Europa, infatti, il tema della gestione sostenibile dell’acqua è diventato centrale, soprattutto in risposta alle sfide poste dai cambiamenti climatici e dall’aumento della domanda idrica. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato diversi programmi volti a promuovere l’efficienza idrica sia in ambito agricolo che domestico. In particolare, il Green Deal europeo e la Strategia per la Biodiversità 2030 sottolineano l’importanza di tecnologie capaci di ridurre gli sprechi, ponendo le basi per politiche di sostegno agli strumenti di irrigazione smart. A questo si aggiunge la Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE), che stabilisce obiettivi chiari di qualità e uso sostenibile delle risorse idriche, incoraggiando l’adozione di strumenti di monitoraggio e controllo anche a livello domestico. In Italia, l’interesse verso queste soluzioni si inserisce nelle misure legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che destina fondi anche all’efficienza idrica e alla modernizzazione delle reti. Alcune Regioni, in particolare quelle più colpite da siccità cicliche come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, hanno attivato bandi per incentivare i cittadini e le imprese agricole ad adottare sistemi di irrigazione a risparmio idrico, compresi i dispositivi connessi e intelligenti. Per i privati cittadini, gli incentivi spesso si concretizzano sotto forma di detrazioni fiscali per l’acquisto e l’installazione di sistemi di irrigazione automatizzati integrati nella più ampia categoria degli interventi di efficientamento energetico e idrico domestico. In alcuni casi, l’irrigazione smart rientra nei programmi di bonus verde, che permettono di detrarre una parte delle spese sostenute per la realizzazione o il miglioramento di giardini e aree verdi private. Dal lato europeo, progetti di ricerca finanziati da Horizon Europe e da Life Programme hanno già mostrato come la diffusione di tecnologie intelligenti possa portare benefici significativi non solo in termini ambientali, ma anche economici, stimolando la nascita di start-up e filiere innovative legate al settore. In prospettiva, la direzione è chiara: normative sempre più stringenti sull’uso dell’acqua e incentivi dedicati all’adozione di strumenti intelligenti porteranno l’irrigazione smart a diventare uno standard nelle abitazioni. Non si tratterà più di una scelta facoltativa o legata alla passione per il giardinaggio, ma di un tassello fondamentale di una nuova cultura della sostenibilità domestica.© Riproduzione Vietata
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Fitorisanamento: Le Piante al Servizio della Bonifica dei Suoli ContaminatiScopri come funziona il fitorisanamento, quali tecniche sfruttano le piante per rimuovere metalli pesanti, composti organici e altri inquinanti dal suolo, e quali specie vegetali sono le più efficacidi Marco ArezioIn un'epoca in cui l'inquinamento del suolo rappresenta una minaccia crescente per l’ambiente, la salute umana e la sicurezza alimentare, le strategie di bonifica sostenibili sono più che mai necessarie. Il fitorisanamento si presenta come una tecnologia verde innovativa che sfrutta la capacità naturale di alcune piante di assorbire, trasformare, immobilizzare o volatilizzare contaminanti per ripristinare la qualità dei suoli degradati. Questa disciplina, al crocevia tra botanica, chimica ambientale, microbiologia e ingegneria ecologica, offre soluzioni a basso impatto e costi contenuti, rispetto alle tecniche di bonifica convenzionali. Cos’è il fitorisanamento e come funziona Il termine fitorisanamento (in inglese phytoremediation) deriva dalla combinazione di due parole greche: phyton (pianta) e remedium (rimedio). Il principio di base è l'utilizzo di piante vive – talvolta coadiuvate da microrganismi del suolo – per rimuovere o contenere inquinanti come metalli pesanti (piombo, cadmio, arsenico, mercurio), idrocarburi, solventi clorurati, pesticidi, radionuclidi e composti organici volatili. Il processo non è univoco, ma si declina in una serie di strategie distinte, ciascuna con finalità, meccanismi fisiologici e specie vegetali specifiche. Le piante impiegate possono crescere in suoli contaminati senza subire danni significativi e, in alcuni casi, accumulare nei propri tessuti concentrazioni elevate di sostanze tossiche. Tecniche principali di fitorisanamento 1. Fitoestrazione (Phytoextraction) La fitoestrazione è una delle tecniche più studiate e applicate. Essa prevede l’assorbimento dei contaminanti presenti nel suolo – principalmente metalli pesanti – attraverso le radici, il loro trasporto nel fusto e infine l’accumulo nelle foglie o altri tessuti epigei. Le piante iperaccumulatrici vengono poi raccolte e smaltite in modo sicuro o, in alcuni casi, trattate per il recupero del metallo (phytomining). Specie usate: Brassica juncea, Thlaspi caerulescens, Helianthus annuus. 2. Fitostabilizzazione (Phytostabilization) Questa tecnica non mira alla rimozione dei contaminanti ma alla loro immobilizzazione nel suolo, riducendone la biodisponibilità. Le piante formano una barriera fisica e chimica che limita la dispersione degli inquinanti (erosione, lisciviazione, volatilizzazione), rendendoli meno pericolosi. Specie usate: Populus spp., Festuca arundinacea, Vetiveria zizanioides. 3. Fitodegradazione (Phytodegradation o Phytotransformation) Alcune piante possiedono enzimi in grado di degradare contaminanti organici complessi (come pesticidi o solventi industriali) trasformandoli in composti meno tossici. Il processo può avvenire direttamente nella pianta o nella rizosfera, grazie all’azione sinergica con microrganismi. Specie usate: Populus deltoides, Salix spp., Zea mays. 4. Fitorizodegradazione (Rhizodegradation) In questa tecnica, le radici delle piante stimolano l’attività microbica nel suolo attraverso l’escrezione di zuccheri, aminoacidi e acidi organici. I microrganismi così attivati biodegradano gli inquinanti presenti nel suolo circostante. Specie usate: Lolium perenne, Medicago sativa, Panicum virgatum. 5. Fitovolatilizzazione (Phytovolatilization) In alcuni casi, le piante possono assorbire contaminanti, trasformarli in forme gassose meno pericolose e rilasciarli nell’atmosfera attraverso le foglie. Sebbene controversa per il possibile rilascio di sostanze in aria, la tecnica può essere utile per contaminanti come selenio e mercurio. Specie usate: Brassica juncea, Populus spp., Arabidopsis thaliana. 6. Filtrazione fitobiologica di acque contaminate (Rhizofiltration) Utilizzata principalmente per acque contaminate, questa tecnica impiega le radici di piante acquatiche o idroponiche per assorbire o adsorbire contaminanti metallici e organici. È particolarmente adatta a corsi d’acqua, laghi o effluenti industriali. Specie usate: Lemna minor, Eichhornia crassipes, Typha latifolia. Selezione delle specie vegetali e fattori ambientali Il successo del fitorisanamento dipende fortemente dalla scelta delle specie vegetali, che devono: - Sopportare alte concentrazioni di contaminanti - Avere un apparato radicale profondo ed esteso - Crescere rapidamente - Essere facilmente coltivabili in loco - Presentare un basso rischio ecotossicologico Altri fattori ambientali fondamentali includono il pH del suolo, la tessitura, la disponibilità di nutrienti, la presenza di microrganismi simbionti (micorrize), l’umidità e la temperatura. Vantaggi e limiti del fitorisanamento Vantaggi: - Tecnologia ecocompatibile e visivamente gradevole - Costi contenuti rispetto a tecniche convenzionali - Non invasiva e applicabile in situ - Potenziale valorizzazione della biomassa (bioenergia o fitoestrazione) Limiti: - Tempi lunghi di intervento (anni) - Limitata efficacia per contaminazioni profonde - Selettività per tipo di contaminante e condizioni pedologiche - Rischi associati alla biomassa contaminata (smaltimento o diffusione in catene alimentari) Applicazioni reali e prospettive future Numerosi progetti di fitorisanamento sono stati implementati con successo in tutto il mondo, in contesti urbani, industriali e agricoli. In Italia, ad esempio, vi sono interventi nelle aree industriali di Porto Marghera e Taranto. A livello europeo, la tecnica è riconosciuta come parte delle strategie di bonifica sostenibile e inclusa nei piani per la neutralità climatica. Le prospettive future puntano sulla bioingegneria vegetale, con piante geneticamente modificate per migliorare l’efficienza di assorbimento o degradazione, e sull’integrazione con tecnologie complementari (es. nanomateriali, microrganismi ingegnerizzati). Conclusione Il fitorisanamento si configura come una risorsa strategica per la gestione sostenibile dei suoli contaminati, soprattutto in aree marginali o in contesti agricoli compromessi. La sua diffusione dipenderà dalla capacità di superare i limiti attuali e di integrare le competenze botaniche, chimiche e ingegneristiche in un approccio sistemico e multidisciplinare. L’università ha un ruolo chiave nel formare nuove generazioni di ricercatori e tecnici capaci di valorizzare questo potente strumento della green remediation.© Riproduzione Vietata
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Il Disastro del Lago Nyos: Come un Lago Craterico ha Ucciso 1.700 Persone in Pochi MinutiScopri la tragedia ambientale del 1986 in Camerun, quando un rilascio massiccio di anidride carbonica dal Lago Nyos causò una delle più grandi catastrofi naturali della storia modernadi Marco ArezioIl 21 agosto 1986, in una remota area del Camerun, avvenne una delle più tragiche e misteriose catastrofi naturali della storia moderna. Il Lago Nyos, situato su un vulcano dormiente, rilasciò improvvisamente un'enorme quantità di anidride carbonica (CO₂), causando la morte di oltre 1.700 persone e migliaia di animali in un raggio di chilometri. Questo evento catastrofico ha lasciato un segno profondo nella storia e solleva questioni critiche sulla relazione tra uomo e ambiente. Cos'è il Lago Nyos? Il Lago Nyos è un lago craterico situato nella regione nord-occidentale del Camerun. La sua origine vulcanica lo rende unico, ma anche potenzialmente pericoloso. Le acque del lago nascondono una grande quantità di CO₂ disciolta, intrappolata a grandi profondità a causa della pressione dell'acqua sovrastante. Questo accumulo di gas è il risultato di attività vulcaniche sotterranee che continuano a generare CO₂. Il Fatale Rilascio di CO₂: Cosa è Accaduto? La notte del 21 agosto 1986, un improvviso e massiccio rilascio di CO₂ dal Lago Nyos provocò una nube di gas mortale che si diffuse rapidamente nei villaggi circostanti. La concentrazione di CO₂ raggiunse il 10% in alcune aree, soffocando ogni forma di vita che incontrava. La maggior parte delle vittime fu trovata nelle aree più basse, dove il gas, più pesante dell'aria, si era accumulato. Le indagini scientifiche suggeriscono che una frana o un piccolo terremoto possano aver innescato il rilascio improvviso del gas accumulato. Questo fenomeno, noto come "eruzione limnica", è raro ma devastante. Le Conseguenze Umane e Ambientali L'evento non lasciò traccia di colluttazione o fuga tra le vittime, suggerendo che la morte fu rapida e silenziosa. L'impatto sul territorio fu devastante: interi villaggi furono decimati, e la fauna locale fu quasi completamente annientata. Dal punto di vista ambientale, l'evento ha portato a una maggiore consapevolezza sui rischi associati ai laghi craterici ricchi di gas. Si è scoperto che altri laghi, come il Lago Kivu tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, presentano pericoli simili. Misure di Prevenzione: Cosa si è Fatto Dopo il Disastro? Dopo il disastro, gli scienziati hanno installato sistemi di degassificazione nel Lago Nyos per rilasciare gradualmente la CO₂ accumulata e prevenire future eruzioni limniche. Questi sistemi consistono in tubi che permettono al gas di emergere lentamente in superficie, riducendo la pressione a grandi profondità. Inoltre, sono stati monitorati altri laghi vulcanici in tutto il mondo per identificare situazioni simili e prevenire tragedie analoghe. Lezioni Apprese e Messaggi per il Futuro Il disastro del Lago Nyos è un esempio emblematico di come i fenomeni naturali possano avere un impatto devastante sulla vita umana e sull'ecosistema. Esso sottolinea l'importanza di monitorare i rischi naturali, specialmente in regioni vulnerabili, e di sviluppare strategie per mitigare i pericoli. La tragedia serve anche come monito per affrontare il cambiamento climatico e le sue potenziali conseguenze. La comprensione e il rispetto per i meccanismi della natura sono essenziali per garantire la sicurezza delle comunità umane e la protezione dell'ambiente. Conclusione Il Lago Nyos e la sua tragedia del 1986 rappresentano una lezione cruciale nella gestione del rischio ambientale. Sebbene eventi simili siano rari, il loro potenziale distruttivo richiede una vigilanza costante. Con il progresso tecnologico e la collaborazione internazionale, è possibile mitigare tali rischi e salvaguardare sia le vite umane che il nostro fragile ecosistema.ACQUISTA IL LIBRO© Riproduzione Vietata
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L’Uso delle Cariche Minerali nella Produzione di Flaconi in HDPE RiciclatoVantaggi e svantaggi nel soffiaggio dei flaconi con il granulo riciclato in HDPE caricato Talco o Carbonato di Calcio di Marco ArezioLa produzione di flaconi, monostrato in HDPE, è sempre stata di competenza del polimero vergine fino a qualche anno fa, con il quale si realizzavano colori, spessori, finiture, profumazioni e forme senza preoccuparsi troppo del rapporto polimero-soffiatrice. L’avvento dell’HDPE riciclato nel mondo del soffiaggio è stato graduale e abbastanza complicato, in quanto vigeva una certa diffidenza sull’impiego dell’rHDPE, motivata da ipotetici dubbi sulle resistenze meccaniche, sulla qualità delle superfici, sulla tenuta del manico, sull’odore dell’imballo soffiato, sulla realizzazione dei colori e della trasparenza per vedere i liquidi all’interno, sulla tenuta delle saldature, sulle micro forature delle superfici, sulla reperibilità del materiale e sulla differenza esigua del prezzo rispetto alla materia prima vergine. Tutte obbiezioni lecite per chi era abituato ad usare il polimero vergine, ma molte di esse erano preconcetti generali sul materiale riciclato, che era ancora visto come sinonimo di minor qualità generale. Non c’è dubbio che i primi anni in cui è arrivato sul mercato l’HDPE riciclato in granuli per soffiaggio, la qualità degli impianti di riciclo e selezione attribuivano alla materia prima alcuni limiti oggettivi. Le maggiori criticità erano legate ad alcuni fattori tecnici: • Impurità contenute nel granulo • Presenza eccessiva di PP • Presenza di umidità residua • Odore persistente • Colore difficilmente gestibile Non ci addentriamo su come il settore del riciclo ha tecnicamente, negli anni, risolto le problematiche esposte, riuscendo a creare un granulo in HDPE riciclato che è paragonabile, dal punto delle prestazioni generali, molte volte a quello vergine. Forse, in alcuni casi e con alcune macchine, la questione dello spessore del flacone, è ancora un argomento aperto, in quanto, a volte, può essere necessario un incremento dello spessore utilizzando l’rHDPE rispetto a quello di prima scelta. Il motivo per cui a volte può essere necessario, dipende da molti fattori, come la conformazione e la dimensione del flacone, la macchina per il soffiaggio che si usa, la qualità del granulo riciclato, elementi tutti necessari per raggiungere un corretto rapporto, tra la resistenza a compressione del flacone e il peso che grava su di esso una volta inserito in un bancale verticale. E’ possibile ovviare a questo inconveniente, dopo aver verificato e risolto le problematiche precedenti, attraverso l’uso di cariche minerali come il talco o il carbonato di calcio. La funzione delle cariche minerali è quella di aumentare la resistenza a compressione verticale del flacone, senza dover aumentare il suo spessore, attraverso l’uso di percentuali che non superano solitamente il 10-15%, in funzione della dimensione del prodotto da realizzare. Si noti, impegnando granuli caricati, che il flacone gode di vantaggi relativi alla resistenza al carico e alla torsione, migliorando quindi la trasportabilità e l’economicità in fase produttiva. Esistono però, a dire il vero, alcune informazioni da tenere ben presente quando si decide di operare attraverso il soffiaggio con un granulo in rHDPE caricato con talco o caco3: • Le viti della soffiatrice devono essere pulite spesso, in quanto le prime fasi dell’utilizzo di una miscela abrasiva, come l’HDPE caricato, facilita il trasporto di contaminazioni presenti nella macchina di soffiaggio con la possibilità di creare buchi nel flacone. • La presenza di cariche minerali può influire sulla trasparenza, o semi trasparenza, del prodotto. • La creazione di colori deve tenere conto di un possibile risultato cromatico differente rispetto ad un rHDPE senza cariche. • La presenza di PP, anche in percentuale basse, in un granulo caricato, riduce ulteriormente la capacità di saldatura e di tenuta del flacone, specialmente nei manici o in punti con angoli particolari. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - cariche minerali - flaconi - soffiaggio - HDPE
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Norilsk Nickel Subisce Indirettamente le Sanzioni Occidentali: Una Svolta Strategica Verso la CinaDi fronte alle crescenti difficoltà imposte dalle sanzioni occidentali, il gigante russo del metallo risponde con la delocalizzazione delle attività e l'espansione in nuovi mercati di Marco ArezioNorilsk Nickel, il gigante russo dei metalli, non si è ancora arreso completamente, ma le pressioni delle sanzioni occidentali stanno influenzando notevolmente le sue operazioni, spingendo l'azienda a delocalizzare alcune delle sue attività di produzione del rame in Cina. Vladimir Potanin, CEO e azionista di maggioranza, ha ammesso apertamente in un'intervista con Interfax che questa mossa è una risposta diretta alle difficoltà causate dalle sanzioni, incluse problematiche nei pagamenti, rifiuto delle forniture, e sconti imposti sui loro metalli. Nonostante non sia direttamente colpita da specifiche sanzioni, Nornickel ha visto una riduzione del 20% del suo fatturato dallo scoppio della guerra in Ucraina, un aumento del costo del debito e delle spese per le transazioni finanziarie, aggravate da complicazioni legate alle recenti restrizioni statunitensi. L'azienda riscontra anche problemi nell'acquisizione di attrezzature e pezzi di ricambio e non può più contare su tecnologie e know-how occidentali, cosa che ha portato al rinvio o alla cancellazione di progetti significativi, inclusi quelli ambientali come la riduzione delle emissioni di anidride solforosa nell'Artico. I piani di sviluppo passati, come l'accordo con Techint nel 2012 per un impianto a Norilsk e un progetto con Basf nel 2018 per una fabbrica di batterie in Finlandia, sono stati abbandonati o interrotti. Ora, con le nuove restrizioni che impediscono la vendita dei loro metalli attraverso il London Metal Exchange e il Comex dal 13 aprile, la situazione si è ulteriormente aggravata. In risposta, Norilsk sta intensificando i suoi legami con la Cina, dove si prevede la costruzione di una nuova fonderia di rame per il 2027 e il potenziamento delle infrastrutture portuali e della flotta di rompighiaccio in collaborazione con Rosatom. Potanin sottolinea che la delocalizzazione in Cina permetterà di affrontare più efficacemente i problemi ambientali, di pagamento e di mercato. Inoltre, anticipa ulteriori espansioni nel settore delle batterie in Cina, fornendo nickel, cobalto e litio, puntando su un accesso a tecnologie avanzate che beneficeranno sia la Russia sia i suoi partner a lungo termine.
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rNEWS: DS Smith ha un Nuovo Amministratore Delegato per la Divisione RicicloLa multinazionale DS Smith si occupa dei servizi di riciclo della carta in 14 paesi al mondo con 3500 dipendenti e 16 cartiere, producendo ogni anno 5 milioni di tonnellate di prodotti in carta, attraverso questa intervista conosciamo il nuovo amministratore delegato del settore ricicloRogier Gerritsen in qualità di nuovo amministratore delegato della divisione Recycling di DS Smith è responsabile delle operazioni di riciclaggio in tutta Europa.Cosa ti ha attratto del ruolo di amministratore delegato della nostra divisione riciclaggio? Dopo aver lavorato in entrambe le divisioni Carta e Imballaggio, non ho potuto dire di no a questa fantastica opportunità. Ho sempre ammirato il nostro modello di business circolare e la divisione Recycling gioca un ruolo così cruciale in questo aiutando i nostri clienti a migliorare il loro riciclaggio e ridurre i loro rifiuti, mantenendo i materiali in uso il più a lungo possibile. Questo è solo uno dei modi in cui stiamo creando l'economia circolare, riducendo al minimo l'impatto sul mondo che ci circonda. Sono entusiasta di svolgere un ruolo nel contribuire a creare un futuro più sostenibile per la nostra attività, i nostri clienti e l'ambiente.Cosa vorresti ottenere nel tuo nuovo ruolo? Durante le mie prime settimane, ho avuto il grande piacere di incontrare molte delle persone appassionate e competenti del nostro team che hanno a cuore la nostra attività, vogliono fare la differenza e hanno l'esperienza necessaria. Voglio che siamo in grado di condividere ancora di più la nostra esperienza e competenza e aiutare i nostri clienti con le loro sfide nel riciclo qualunque esse siano: raggiungere gli obiettivi del riciclo, migliorare le prestazioni o raggiungere gli obiettivi di sostenibilità.Cosa ti rende orgoglioso del tuo nuovo ruolo? La nostra missione è garantire che il riciclo dei nostri clienti sia realmente riciclato e credo fermamente che possiamo fare la differenza nella maggior parte dei mercati in cui operiamo. Sono particolarmente orgoglioso che abbiamo la responsabilità di fornire la massima qualità possibile di materiali riciclati ai nostri impianti e una rete di aziende partner di fiducia in tutto il mondo. Vorrei che usassimo le nostre capacità, passione, processi e impronta per aiutare i nostri clienti e dare forma al nostro intero settore.Cosa ti stimola fuori dal lavoro? Ci tengo molto a fare la differenza e penso che sia davvero importante investire nelle nostre generazioni future, condividere conoscenze ed esperienze per assicurarci che ne traggano vantaggio. Per me, questo inizia con la mia famiglia. Di recente sono stato in grado di aiutare mio figlio con un compito scolastico sulla sostenibilità condividendo esempi di sostenibilità in azione dal mio lavoro presso DS Smith. Mi riempie di orgoglio che presto tutti coloro che lavorano per DS Smith potranno condividere le loro conoscenze ed entusiasmo in questo modo.Lo scorso settembre è stata lanciata la strategia di sostenibilità Now and Next, cosa possono aspettarsi i nostri clienti da questo? Sono davvero entusiasta del lancio della nostra nuova strategia di sostenibilità Now and Next. Questo è il nostro impegno a livello aziendale che mira ad affrontare le sfide di sostenibilità che stiamo affrontando oggi, così come quelle che avranno un impatto sulle nostre generazioni future. Uno degli obiettivi principali per me è che entro il 2030 coinvolgeremo 5 milioni di giovani nell'economia circolare e negli stili di vita circolari. Vedo già questa strategia prendere vita in tutta Europa e, come ho già detto, mi sta anche aiutando con i compiti scolastici di mio figlio! Molti dei nostri clienti sono sempre stati interessati alle nostre iniziative di sostenibilità e ora questo approccio è in crescita. Lavoreremo insieme a partner e ai clienti per sviluppare strategie completamente circolari, dalla progettazione alla produzione, dalla fornitura al riciclaggio. Credo davvero che collaborando con i nostri clienti, comunità, governi e influencer, possiamo fare la differenza insieme.Cosa diresti ai tuoi clienti sulle sfide che stanno affrontando in questo momento? Le pressioni sulla sostenibilità sulle aziende sono aumentate in modo significativo negli ultimi due anni. Nonostante la pandemia da COVID-19, c'è ancora l'aspettativa che le organizzazioni di tutti i tipi non dovrebbero limitarsi solo a ridurre al minimo il loro impatto sul mondo naturale, ma dovrebbero sforzarsi, ove possibile, di creare un impatto positivo sulle persone e sul pianeta. La sostenibilità è al centro del nostro modello di business ed è il fulcro del nostro scopo di "Ridefinire il packaging per un mondo che cambia". Grazie al nostro modello di business unico, siamo coinvolti in ogni punto di contatto del ciclo di fornitura dei nostri clienti e possiamo guidarli nell'adozione di pratiche e soluzioni sostenibili a lungo termine. Personalmente non vedo l'ora di lavorare a stretto contatto con tutti i nostri clienti e potenziali clienti in tutta Europa e mostrare come DS Smith può avere un impatto positivo sul raggiungimento dei loro obiettivi di riciclaggio, obiettivi aziendali e obiettivi ambientali.by DS Smith
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Sindrome del Burnout: Come Uscire dalla Trappola del Lavoro e Ritrovare la VitaStrategie e Riflessioni per Superare il Burnout e Ritrovare l’Equilibriodi Marco ArezioNella società contemporanea, dominata dalla produttività e dalla competizione, il burnout non è solo un problema individuale, ma un fenomeno culturale e organizzativo. Questa sindrome si manifesta come un esaurimento fisico e mentale che segnala uno squilibrio tra vita personale e professionale. Per comprenderlo appieno, dobbiamo riflettere su come la cultura del lavoro stia influenzando negativamente il nostro benessere. Riconoscere i Sintomi del Burnout per Prevenire Conseguenze Peggiori La sindrome del burnout non arriva all’improvviso: si sviluppa gradualmente, rendendo fondamentale la capacità di identificare i segnali precoci. Tra i sintomi principali troviamo: Esaurimento emotivo: Una stanchezza persistente, che non viene alleviata nemmeno dal riposo, e una sensazione di svuotamento interiore. Perdita di interesse: Un disinteresse crescente verso il lavoro e un senso di inutilità che mina la motivazione e la soddisfazione personale. Isolamento sociale: La tendenza ad allontanarsi dai colleghi e un atteggiamento cinico nei confronti dell’ambiente lavorativo. Disturbi fisici: Mal di testa frequenti, insonnia, tensioni muscolari e disturbi gastrointestinali sono indicatori di un corpo sotto pressione. Imparare a riconoscere questi segnali è fondamentale per intervenire tempestivamente e prevenire danni più gravi. Perché il Lavoro Non Deve Definire Tutta la Nostra Vita In una società che celebra il sacrificio e l’impegno totale verso il lavoro, la sindrome del burnout è diventata una realtà diffusa. La convinzione che il valore personale dipenda esclusivamente dai risultati lavorativi è un’illusione pericolosa. Il burnout ci ricorda che il lavoro, per quanto importante, è solo una parte della nostra esistenza. È essenziale dedicare tempo alle relazioni, alle passioni e alla crescita personale. Questi elementi non sono un lusso, ma la chiave per una vita equilibrata e soddisfacente. Riconoscere questa verità significa riscoprire il valore del tempo libero e dare spazio a ciò che nutre veramente la nostra anima.ACQUISTA IL LIBRO Affrontare il Burnout: Passaggi Fondamentali per Ritrovare la Serenità Superare il burnout richiede un approccio consapevole e graduale. Ecco alcune strategie che possono fare la differenza: - Accettare la propria vulnerabilità: Riconoscere che non possiamo essere sempre perfetti è un atto di coraggio e maturità. - Definire confini chiari: Separare il tempo lavorativo da quello personale aiuta a proteggere il nostro equilibrio psicofisico. - Investire nel benessere personale: Attività come lo yoga, la meditazione o semplicemente trascorrere del tempo all’aperto contribuiscono a ridurre lo stress. - Riscoprire le passioni: Dedicarsi a un hobby o a un’attività creativa può ridare energia e gioia. - Chiedere supporto: Un dialogo aperto con amici, familiari o professionisti della salute mentale può offrire una prospettiva nuova e soluzioni pratiche. Ogni piccolo passo verso il cambiamento è un investimento per un futuro più sereno.- La Visione Olistica: Ritrovare l’Armonia con Sé Stessi e il Mondo Il burnout non è solo un problema di stress lavorativo, ma una questione di disconnessione dalla propria vita. Adottare una visione olistica significa riconoscere che il benessere è il risultato di un equilibrio tra corpo, mente e spirito. Trascorrere del tempo nella natura, partecipare ad attività culturali o semplicemente rallentare il ritmo quotidiano sono modi per ritrovare una connessione autentica con sé stessi. La vera ricchezza della vita sta nei momenti di qualità, nelle relazioni significative e nella capacità di apprezzare le piccole cose. Conclusioni: Trasformare il Burnout in Opportunità di Crescita La sindrome del burnout può essere debilitante, ma rappresenta anche un’opportunità per fermarsi e riflettere sulle proprie priorità. Superare questa condizione non significa solo alleviare i sintomi, ma ripensare il proprio stile di vita. Ricordiamoci che il lavoro è un mezzo, non un fine. Al di là della produttività, c’è una vita ricca di esperienze, relazioni e scoperte che ci aspetta. Riprendere il controllo significa riscoprire chi siamo davvero e abbracciare un’esistenza più autentica e appagante.© Riproduzione Vietata
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Marocco all'Avanguardia con il Progetto dell’ Idrogeno VerdeUna collaborazione strategica tra TE H2, CIP e A.P. Møller Capital porta alla nascita di un hub globale di idrogeno verde in Maroccodi Marco ArezioNel contesto della transizione globale verso un’economia a basse emissioni di carbonio, il Marocco si conferma un protagonista di rilievo grazie al recente accordo firmato tra il governo marocchino e TE H2, una joint venture tra TotalEnergies e il Gruppo EREN, insieme ai partner danesi Copenhagen Infrastructure Partners (CIP) e A.P. Møller Capital. Questa partnership è finalizzata allo sviluppo del progetto "Chbika", un'iniziativa ambiziosa e innovativa nel campo delle energie rinnovabili e dell'idrogeno verde. Un Accordo Strategico per l'Energia Verde Sotto l'egida di Sua Maestà Re Mohammed VI e del Presidente francese Emmanuel Macron, l’accordo di riserva territoriale per il progetto "Chbika" è stato formalizzato il 28 ottobre 2024. Situato nella regione di Guelmim-Oued Noun, sulla costa atlantica del Marocco, il progetto rappresenta un passo significativo verso la creazione di un hub mondiale per la produzione di idrogeno verde e ammoniaca verde, destinata prevalentemente al mercato europeo. L’elemento distintivo del progetto consiste nell’utilizzo di energia solare e eolica per alimentare un processo di elettrolisi dell’acqua desalinizzata, producendo idrogeno verde. Questo idrogeno sarà poi trasformato in ammoniaca verde, con un obiettivo di produzione annua stimato di 200.000 tonnellate. Questa sostanza, utilizzata in vari settori industriali, costituisce una risorsa fondamentale per la decarbonizzazione, rappresentando un’alternativa sostenibile agli attuali processi produttivi ad alta intensità di carbonio. Il Ruolo di TE H2, CIP e A.P. Møller Capital Il progetto "Chbika" vede la partecipazione di TE H2, che si occupa dello sviluppo delle infrastrutture energetiche rinnovabili insieme a CIP, che attraverso il suo Energy Transition Fund contribuirà alla creazione delle capacità eoliche e solari necessarie per la produzione di idrogeno verde. A.P. Møller Capital, invece, si concentrerà sulla costruzione e gestione delle infrastrutture portuali e logistiche per facilitare l’esportazione dell’ammoniaca verde verso l’Europa. L’accordo sottolinea le potenzialità uniche del Marocco nel settore delle energie rinnovabili, con risorse eoliche e solari tra le migliori al mondo. La posizione geografica del paese nordafricano lo rende un partner strategico per l’Europa, che punta ad accelerare la propria transizione energetica verso il “Green Deal” europeo e ad aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Le Parole dei Leaders del Progetto Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies, ha espresso gratitudine alle autorità marocchine per la fiducia concessa e ha evidenziato come il progetto "Chbika" sia in linea con la strategia della compagnia di sviluppare le energie rinnovabili in regioni altamente competitive. Pouyanné ha dichiarato: “Il Marocco possiede una posizione geografica e risorse eccezionali per diventare un partner chiave per l’Europa, e TotalEnergies mira a contribuire a questa ambizione.” Anche David Corchia, CEO di TE H2, ha evidenziato il valore strategico del progetto per il Marocco, affermando che l'accordo rappresenta un primo passo fondamentale verso l’implementazione di un programma di investimento orientato all’energia verde. Il Marocco, secondo Corchia, ha un ruolo fondamentale per fornire energia pulita e conveniente all'Europa, contribuendo al contempo alla sua industrializzazione sostenibile. Philip Christiani, partner di CIP, ha sottolineato il potenziale del Marocco come futuro leader nella transizione energetica globale. La partecipazione di CIP al progetto riflette l’importanza di rafforzare le connessioni tra Europa e Marocco per raggiungere obiettivi di riduzione delle emissioni a livello globale. Kim Fejfer, CEO di A.P. Møller Capital, ha infine sottolineato l’importanza di un’infrastruttura logistica efficiente per il successo dell’idrogeno verde, un settore dove A.P. Møller Capital porta un’esperienza consolidata, rendendo possibile la creazione di un’importante catena del valore in collaborazione con partner locali e autorità marocchine. Implicazioni per lo Sviluppo Sostenibile del Marocco Il progetto "Chbika" è solo la prima fase di un piano di sviluppo più ampio, che mira a trasformare il Marocco in un hub globale per l'idrogeno verde. Le ricadute economiche e sociali per il paese sono rilevanti, sia in termini di creazione di posti di lavoro che di rafforzamento delle infrastrutture industriali e logistiche. Con l’entrata in scena di un progetto così avanzato, il Marocco si posiziona come un modello di transizione energetica per altre economie emergenti, attratte dall'idea di valorizzare le proprie risorse naturali per sviluppare tecnologie pulite e competitive. Inoltre, l’impatto ambientale positivo di questa iniziativa potrebbe essere notevole. Attraverso la produzione di idrogeno verde, infatti, si evita l'emissione di gas serra tipici delle tecnologie tradizionali, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico. Con l'idrogeno verde, il Marocco non solo ottiene benefici economici, ma rafforza il proprio ruolo nella comunità internazionale come paese impegnato nella sostenibilità e nell’innovazione. Conclusione Il progetto "Chbika" rappresenta un esempio concreto di come le collaborazioni internazionali possano trasformare il panorama energetico mondiale, facendo leva su tecnologie all’avanguardia e risorse naturali per rispondere alle sfide ambientali e climatiche. Il Marocco, con il supporto di partner internazionali, ha l’opportunità di diventare un leader nell'idrogeno verde, contribuendo in modo significativo al futuro energetico sostenibile dell’Europa e del mondo.© Riproduzione Vietata
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Gli USA Superano la Cina: Nuovo Primo Partner Commerciale della GermaniaTra guerre, sanzioni e strategie economiche, gli Stati Uniti emergono come il maggior partner commerciale della Germania nei primi mesi del 2024, ridefinendo gli equilibri globali di Marco ArezioLa dinamica degli equilibri commerciali globali sta subendo importanti trasformazioni, influenzate dalle tensioni geopolitiche e dalle strategie economiche delle grandi potenze. Recentemente, gli Stati Uniti hanno superato la Cina come principale partner commerciale della Germania, secondo gli ultimi dati rivelati dall’Ufficio federale di statistica tedesco e analizzati da Reuters. Nei primi tre mesi del 2024, il commercio tra Germania e Stati Uniti ha raggiunto i 63 miliardi di euro, mentre quello con la Cina si è attestato a 60 miliardi di euro. Nel 2023, la Cina aveva mantenuto la sua posizione di leader per l'ottavo anno consecutivo, con scambi che avevano totalizzato 253 miliardi di euro. Tuttavia, il nuovo scenario mostra un'influenza crescente degli Stati Uniti sull'Europa, motivata sia da fattori economici che politici. La guerra in Ucraina e le relative sanzioni imposte alla Russia hanno spinto gli USA a incrementare significativamente le esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) verso l'Europa, rimpiazzando una parte delle forniture energetiche russe, di cui la Germania era uno dei maggiori consumatori. Prima del conflitto, le esportazioni americane di GNL verso l'Unione Europea ammontavano a circa 2 miliardi di metri cubi mensili, cifra che ora è più che raddoppiata. In aggiunta, Washington ha esercitato pressioni per limitare l'uso di tecnologie cinesi in Europa, come dimostra la campagna contro le infrastrutture 5G fornite da Huawei, una delle aziende leader del settore in Cina. Queste dinamiche si riflettono anche nel discorso di Jurgen Matthes, dell’Istituto tedesco di economia di Colonia, che ha descritto un vero e proprio reindirizzamento della Germania "dal rivale di sistema Cina verso un partner transatlantico". Le esportazioni tedesche verso gli USA continuano a crescere, mentre quelle verso la Cina si riducono, segno di un cambiamento nelle dinamiche produttive. Secondo Vincent Stamer, economista di Commerzbank, la Cina sta crescendo dal punto di vista valoriale, producendo internamente beni più complessi che un tempo importava dalla Germania. Questo ha portato le aziende tedesche a spostare parte della produzione in Cina piuttosto che esportarla da casa. La stessa tendenza si osserva in Italia, dove il bilancio commerciale sta virando verso l'America a scapito dell'Estremo Oriente. Nel primo trimestre del 2024, le esportazioni italiane verso gli USA sono aumentate del 9%, mentre quelle verso la Cina sono diminuite del 46%. Anche le importazioni dall'America sono cresciute del 7%, mentre quelle dalla Cina hanno visto un calo superiore al 20%. Questi cambiamenti potrebbero offrire all'Italia nuove opportunità economiche, soprattutto considerando il suo vantaggio competitivo in termini di costi del lavoro rispetto ad altri paesi occidentali, posizionandola come una potenziale alternativa alla Cina per alcune tipologie di forniture destinate agli USA o alla Germania.
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Come nascono e si risolvono le varie forme di umidità nella casaAnalisi tecnica e sostenibile delle cause dell’umidità domestica, dalle risalite capillari alla condensa interstizialedi Marco Arezio In una casa concepita secondo principi di sostenibilità, il comfort non si esaurisce nella gestione della temperatura o nel risparmio energetico. A fare davvero la differenza è il microclima interno, un equilibrio delicato tra calore, ventilazione e umidità. Quest’ultima, spesso invisibile, è una delle variabili più complesse da controllare: incide sulla salute, sulla durata dei materiali e sulla sensazione di benessere che si percepisce in un ambiente. L’umidità è una forma d’acqua sospesa nell’aria sotto forma di vapore. La sua presenza non è di per sé negativa: un livello corretto di umidità è necessario per la respirazione, per la conservazione dei materiali naturali e per il comfort termico. Il problema sorge quando l’umidità supera o scende sotto determinati valori di equilibrio, trasformandosi in un agente di degrado, di fastidio o di inefficienza energetica. Comprendere come si origina, come si muove e in che modo interagisce con le strutture edilizie è la chiave per progettare case sane e durature. Umidità assoluta e umidità relativa: differenze e implicazioni Il primo passo per capire come gestire l’umidità in casa consiste nel distinguere due concetti fondamentali: umidità assoluta e umidità relativa. L’umidità assoluta rappresenta la quantità reale di vapore acqueo contenuta in un metro cubo d’aria, indipendentemente dalla temperatura. L’umidità relativa, invece, indica quanto l’aria è satura di vapore rispetto alla quantità massima che potrebbe contenere alla stessa temperatura. Questa distinzione è tutt’altro che teorica: spiega perché, ad esempio, in inverno si avverta spesso la sensazione di aria secca anche in presenza di riscaldamento. L’aria fredda proveniente dall’esterno, una volta riscaldata, non aumenta la propria quantità di vapore acqueo (cioè l’umidità assoluta), ma può contenerne di più. Di conseguenza, la percentuale di saturazione diminuisce, e l’aria diventa “relativamente” più secca. Lo stesso principio vale in senso opposto durante l’estate, quando l’aria calda e umida può raggiungere livelli di saturazione prossimi al 100%, rendendo gli ambienti opprimenti e favorendo la formazione di condense. Capire questa dinamica significa comprendere la fisica del comfort: l’umidità non è un semplice fastidio, ma una variabile termodinamica che dialoga con temperatura, ventilazione e materiali. Le principali tipologie di umidità negli edifici Le case non soffrono tutte dello stesso tipo di umidità. I fenomeni possono avere origini molto diverse, che vanno dalle infiltrazioni esterne fino alla semplice condensazione del vapore generato dalle attività quotidiane. In ogni caso, si tratta di manifestazioni di uno stesso principio fisico: la migrazione dell’acqua nei suoi diversi stati, attratta da differenze di temperatura e pressione. L’umidità di risalita capillare, ad esempio, è tipica delle abitazioni storiche o delle murature a diretto contatto con il terreno. I materiali da costruzione, se privi di barriere impermeabili, agiscono come spugne: l’acqua del sottosuolo penetra nei pori e risale per capillarità, lasciando macchie, sali e intonaci scrostati. È un fenomeno lento ma costante, che si combatte con tagli chimici, intonaci traspiranti e drenaggi perimetrali. Diverso è il caso della condensa superficiale, visibile sotto forma di goccioline su pareti o vetri. Essa si forma quando l’aria umida incontra una superficie più fredda e raggiunge il punto di rugiada. È frequente nei bagni, nelle cucine o nelle pareti perimetrali male isolate, e rappresenta la principale causa della formazione di muffe. Ancora più insidiosa è la condensa interstiziale, che si sviluppa all’interno dei pacchetti murari o nei pannelli isolanti, dove il vapore migra e si condensa in zone non visibili. Questo tipo di umidità, se non individuata in tempo, può compromettere la funzione isolante dei materiali e danneggiare la struttura stessa. Infine, esistono le infiltrazioni, dovute a difetti di impermeabilizzazione o a guarnizioni deteriorate, e l’umidità accidentale, legata a eventi occasionali come perdite d’impianto o allagamenti. In ogni caso, ciò che accomuna tutte queste manifestazioni è la necessità di una diagnosi tecnica: senza comprendere il percorso dell’acqua, non è possibile definire un intervento efficace. Effetti dell’umidità su salute, materiali e consumi energetici Gli effetti dell’umidità non si limitano a un disagio visivo o tattile: toccano il corpo, i materiali e i consumi energetici. Un ambiente con un’umidità relativa troppo elevata favorisce la crescita di muffe e acari, che rilasciano spore e allergeni nell’aria, generando disturbi respiratori e irritazioni cutanee. Al contrario, un’aria troppo secca secca le mucose, provoca mal di testa, stanchezza e disidratazione. Anche i materiali risentono profondamente dell’umidità. Il legno si deforma, il ferro arrugginisce, il calcestruzzo perde coesione. Un muro umido è un muro più freddo, poiché l’acqua riduce la resistenza termica del materiale. In termini energetici, questo significa che per ottenere la stessa temperatura di comfort, occorre più energia. L’umidità, quindi, non è solo una questione di salute o estetica, ma un fattore diretto di inefficienza energetica. In una casa moderna, dove sostenibilità ed efficienza sono obiettivi primari, monitorare e controllare l’umidità diventa parte integrante del progetto costruttivo, al pari dell’isolamento termico o dell’illuminazione naturale. Tecniche di prevenzione e controllo sostenibile Prevenire l’umidità significa lavorare su più livelli: quello strutturale, quello impiantistico e quello gestionale. Nei casi di risalita capillare, la soluzione più duratura è creare una barriera fisica o chimica alla base delle murature, impedendo all’acqua di salire. Gli intonaci deumidificanti, composti da malte macroporose o calci naturali, aiutano il muro a respirare, favorendo l’evaporazione. La condensa, invece, richiede una strategia differente. È necessario migliorare la coibentazione delle pareti, eliminare i ponti termici e garantire una corretta ventilazione. I sistemi di ventilazione meccanica controllata (VMC) rappresentano oggi la soluzione più sostenibile: consentono un ricambio d’aria costante, recuperano calore e mantengono l’umidità relativa entro valori ideali. L’uso di materiali traspiranti è altrettanto importante. Calci idrauliche naturali, pitture ai silicati, fibre di legno e isolanti a base vegetale permettono una naturale regolazione del vapore, evitando accumuli. In edifici a basso consumo energetico, la gestione dell’umidità è inoltre automatizzata: sensori e centraline digitali misurano in tempo reale la temperatura e il tasso igrometrico, adattando la ventilazione o l’apertura delle finestre. I valori ideali di umidità e la scienza del comfort abitativo Ogni ambiente della casa ha un suo equilibrio ideale, che dipende dalla temperatura, dalla funzione del locale e dalla quantità di vapore generata. Secondo le norme UNI EN ISO 7730 e le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i valori ottimali di umidità relativa si collocano tra il 40% e il 60%. Nei soggiorni e nelle camere da letto, questa soglia assicura comfort termico e benessere respiratorio; nelle cucine e nei bagni, dove la produzione di vapore è elevata, si può arrivare fino al 65%, purché l’ambiente sia ben ventilato. I locali seminterrati e le cantine, invece, dovrebbero mantenersi sotto il 70%, evitando così la proliferazione di muffe e batteri. Una casa sostenibile è quella che riesce a mantenere questi equilibri in modo naturale, con materiali traspiranti e sistemi di ventilazione efficaci. La tecnologia, in questo senso, diventa alleata della biologia: igrometri digitali, datalogger e sensori di umidità integrati nei sistemi domotici consentono un controllo costante, garantendo ambienti salubri e consumi ridotti. Gestire l’umidità non è un atto correttivo, ma una scienza invisibile del comfort abitativo. Significa riconoscere che l’acqua, in tutte le sue forme, è parte del ciclo vitale della casa. Quando la si comprende e la si guida, anziché combatterla, l’abitazione diventa un organismo equilibrato: sano per chi lo vive, efficiente per l’ambiente, duraturo per chi lo costruisce.© Riproduzione Vietata
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Il credito bancario si fa eco sostenibileSocial banking, green economy e nuova strategia sugli investimentidi Marco ArezioAlcune delle grandi banche internazionali hanno intercettato il sentimento popolare che spinge per un cambio delle strategie industriali e di consumo mettendo al centro l’ambiente e la socialità sostenibile. Un esempio lo ha dato Unicredit, una grande banca di respiro internazionale, che ha varato una nuova strategia rivolta agli impieghi nel settore ESG (Environmental, Social, Governance) che è racchiusa nel nuovo piano industriale che verrà presentato il 3 Dicembre 2019. Il nuovo concetto che rappresenta, più di ogni altra cosa, lo spirito dell’iniziativa è racchiuso nella strategia “non un ritorno sul capitale ma un ritorno del capitale”. La banca ha messo a disposizione 1 miliardo di euro per finanziare operazioni che abbiano un risvolto sociale, facendo girare il denaro su progetti che creino iniziative con impatto positivo per la comunità. Inoltre la banca ha deciso di abbandonare completamente il finanziamento di progetti che non vadano nel senso dell’economia circolare e sostenibile, in particolare non verranno più finanziati progetti che si occupano dell’estrazione del carbone, portando a termine quelli in corso, ma non ne verranno finanziati altri. Verranno poi vietati finanziamenti di progetti coinvolti nell’estrazione petrolifera nell’Artico, del gas offshore e quelli relativi allo shale oil, a causa del sistema invasivo di estrazione basato sulle fratture meccaniche delle faglie. Per quanto riguarda i finanziamenti ai progetti eco sostenibili la banca ha deciso di aumentarli del 25%, arrivando ad una quota di 9 miliardi di euro entro il 2023, iniettando liquidità nel settore delle energie rinnovabili e per l’efficienza energetica. La banca disporrà di un team di tecnici ed economisti che valuterà direttamente le casistiche più importanti per classificare del finanziamento rispetto alle direttive del nuovo piano industriale.Vedi maggiori informazioni sull'argomento
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1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 12. La Scomparsa di Elisabetta MionTra intrighi mercantili, amori proibiti e un rapimento nella notte lagunare, il dodicesimo capitolo svela il volto oscuro della Venezia cinquecentescaOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 12. La Scomparsa di Elisabetta MionIl palazzo Morosini, in quei giorni, non conosceva silenzio. Dall’alba fino alle ore tarde della sera, il cortile brulicava come un formicaio, e il ritmo dei passi sui ciottoli si confondeva con il rumore delle casse caricate, il nitrire dei cavalli e il clangore dei ferri battuti dai maniscalchi. Il viaggio verso Anversa — lungo, rischioso, ma irrinunciabile per gli affari — richiedeva un’organizzazione meticolosa, e Girolamo Morosini pretendeva che nulla fosse lasciato al caso. L’aria di marzo era umida, un misto di sale e di nebbia, ma il sole, quando riusciva a fendere le nuvole, disegnava sui marmi della facciata riflessi dorati che facevano sembrare il palazzo un grande scrigno pronto ad aprirsi sul mondo. Dentro, nelle sale ampie e odorose di cera, i servitori correvano con registri, bilance, ceste di provviste, botti sigillate, stoffe di copertura e finimenti. La voce di Morosini, ferma e autorevole, si levava di tanto in tanto come un richiamo di comando. — Voglio che l’acqua venga presa dal pozzo di Sant’Alvise, non da quello di Cannaregio — diceva a un servitore. — Quella è più fresca e dura più a lungo. E che i bottai controllino ogni cerchio di ferro, non voglio perdite nel viaggio. Nella loggia, sotto il porticato, due uomini controllavano le scorte di vino. Le botti erano disposte in file ordinate, con piccole etichette vergate a mano. Malvasia di Candia, Rosso di Verona, Bianco d’Istria. Accanto, una cassa di legno rivestita internamente di peltro custodiva i bicchieri da viaggio, perché persino lontano da Venezia Morosini pretendeva la stessa eleganza di casa.....Acquista il libro
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Alleanza tra i produttori di polimeri vergini: una lezione di greenwashing?Hanno contrastato e cercato di controllare il mercato del riciclo ed ora sembrano i professori dell’ambiente Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: Maggio 2020Il gruppo di società attive nella chimica derivante dal petrolio si sono riunite in un gruppo di lavoro e stanno utilizzando i canali di comunicazione attraverso i social e internet per divulgare il loro verbo. Come si sa, queste società, sono pesantemente contestate in tutto il mondo dagli ecologisti che le reputano le maggiori responsabili dello stato di profondo inquinamento in cui versa il pianeta e le principali devastatrici delle risorse naturali disponibili sulla terra. Sicuramente il punto di non ritorno che ha costretto l’Alleanza a darsi un’immagine diversa da quella che gli ecologisti gli hanno sempre attribuito è stato la nascita del movimento, diffuso in tutto il mondo, che ha sollevato il problema della situazione in cui versano gli oceani, i mari, i fiumi. Un inquinamento visibile alla popolazione a cui in qualche modo devono dare risposta essendo loro la fonte da cui parte il ciclo della plastica. Non tutti la pensano ovviamente come gli ecologisti e non tutti vedono le società che compongono l’Alleanza come il diavolo sulla terra. In realtà per dirla con un motto “non si può colpevolizzare la pianta del tabacco se ti è venuto un tumore ai polmoni fumando”. I produttori di polimero vergine hanno sicuramente creato una domanda sul mercato e hanno offerto prodotti che i consumatori hanno, per cinquant’anni, comprato volentieri in quanto la plastica dava degli indubbi vantaggi rispetto ad altri prodotti in circolazione. Restando a considerare il problema in un’area molto ampia possiamo dire che vi sono altri prodotti, considerati inquinanti o potenzialmente mortali, che conosciamo tutti, ai quali non stiamo facendo, a livello di opinione pubblica, una guerra senza quartiere. Mi riferisco, per esempio, ai carburanti fossili per la circolazione, o per la produzione di energia, che giorno dopo giorno uccidono a causa delle loro emissioni. La differenza sta che l’inquinamento dell’aria è molto meno visibile e comunicativo rispetto alle isole di plastica nei mari o agli animali che muoiono per la plastica ingerita. Probabilmente l’Alleanza vede questa operazione come una normale attività di marketing che porterà consenso o eviterà di non perderne troppo, al fine di consolidare i fatturati delle loro attività. Che ci sia da parte dell’Alleanza, interesse vero sulle conseguenze della plastica nei mari, sarà da vedere nel tempo. Quello che è certo che le aziende fanno business e non beneficenza, quindi, l’opinione pubblica si deve rendere conto che, con i propri comportamenti commerciali, può incidere sul fatturato delle stesse prima che ci impongano una linea sui consumi. Questo non è solo applicabile alle società dell’Alleanza ma a tutte quelle che possono incidere negativamente sull’ambiente, anche se in regola con le normative governative in fatto di inquinamento. Ghandi predicava la non violenza, ma con questo non si può dire che non sia stato un uomo determinato e testardo, infatti ha creato un movimento pacifista mondiale che aveva una capacità di pressione molto elevata. Se prendiamo spunto, con tutto il rispetto che si deve a Ghandi, dalla sua attività, provate a pensate se la popolazione mondiale un giorno si svegliasse e decidesse che un tale modello di auto, un bicchiere per il caffè, o la deforestazione per aumentare la produzione di carne, per fare solo alcuni esempi, non siano più onestamente in linea con i principi della conservazione del pianeta e della sopravvivenza naturale della vita. Cosa pensate che possa succedere se si dovessero sospendere i consumi di un prodotto o di un altro? Nessun politico può imporvi di bere il caffè in un bicchiere che non vi piace più, nessuna società può influenzare gli acquisti se la popolazione non vuole farlo Siamo sicuramente noi padroni del nostro destino, quindi non serve fare la guerra a chi produce prodotti o servizi che comportano un danno alla salute di tutti, quindi anche alla tua, basta non comprate o non usare più quel prodotto/servizio. Senza estremizzare basterebbe ridurre i consumi in modo convincente per portare alla ragione chi non vuole ascoltare. Il problema dell’inquinamento, oggi, non è solo la plastica, quindi bisogna ripensare il nostro modello di vita e investire sicuramente in cultura ed istruzione per rendere autonome le menti delle persone che, per il loro stato culturale, sono gli elementi più influenzabili ai quali imporre scelte attraverso la persuasione o la bugia.
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Additivi e Coloranti per Polimeri Riciclati. Capitolo: 4. Purezza, qualità e variabilità degli additivi nelle plastiche riciclateCome valutare gradi tecnici e food/contact, costanza qualitativa dei lotti, contaminazioni, residui e sottoprodotti negli additivi per polimeri riciclatiAutore: Marco Arezio. Fondatore della piattaforma rMIX e autore di contenuti tecnici dedicati a materiali plastici, processi industriali, economia circolare e affidabilità degli impianti di trasformazione.Data di pubblicazione: 19 marzo 2026 Manuale tecnico. Additivi e Coloranti per Polimeri Riciclati. Capitolo: 4. Purezza, qualità e variabilità degli additivi nelle plastiche riciclateAstratto Nella formulazione delle plastiche riciclate, gli additivi non svolgono soltanto una funzione correttiva o migliorativa, ma diventano veri elementi di controllo del rischio industriale. In una matrice che ha già subito trasformazioni precedenti, stress termici, contaminazioni e possibili accumuli di residui chimici, la purezza dell’additivo, la sua costanza qualitativa e la sua compatibilità con il flusso riciclato incidono direttamente sulla stabilità del processo, sulla qualità del manufatto e sulla conformità regolatoria. La normativa europea sul food contact impone requisiti specifici per i materiali plastici e per le plastiche riciclate destinate al contatto alimentare, mentre le buone pratiche di fabbricazione richiedono sistemi di assicurazione e controllo qualità lungo la filiera. In questo quadro, distinguere correttamente tra gradi tecnici e gradi food/contact, presidiare la tracciabilità dei lotti e comprendere l’effetto di contaminazioni, residui e sottoprodotti è essenziale per costruire formulazioni robuste, credibili e industrialmente sostenibili. Perché la qualità degli additivi è un nodo strategico nel riciclo delle plastiche Nel settore delle materie plastiche riciclate, la qualità degli additivi non può essere letta come una semplice caratteristica di prodotto o come una variabile secondaria dell’ufficio acquisti. Essa rappresenta, al contrario, uno dei principali fattori che determinano la robustezza industriale del sistema. Quando si lavora con resine vergini, una parte importante della ripetibilità nasce dalla relativa uniformità della materia prima. Nel riciclo, questo vantaggio strutturale viene meno. Il polimero recuperato porta con sé una storia pregressa fatta di trattamenti termici, usura meccanica, esposizione ambientale, degradazione ossidativa, residui di additivi precedenti, contaminazioni da altri materiali e, in molti casi, componenti non completamente identificabili. In questo contesto, l’additivo non entra in una matrice neutra, ma in un sistema chimico già stratificato. La sua funzione reale non dipende soltanto dalla formula dichiarata dal produttore, bensì dall’interazione con il patrimonio residuo del riciclato. È proprio per questo che due formulazioni apparentemente simili possono produrre risultati molto diversi: una può offrire stabilità di processo, buona qualità superficiale e proprietà meccaniche ripetibili, mentre l’altra può mostrare derive di colore, instabilità reologica, fumosità, cattivo odore o decadimento prestazionale dopo poche ore di produzione. Dal punto di vista industriale, gli additivi diventano quindi strumenti di compensazione, ma anche possibili moltiplicatori di criticità. Se sono puri, costanti, ben documentati e coerenti con il materiale di base, aiutano a rendere il riciclato più governabile. Se invece sono variabili, scarsamente tracciabili o poco compatibili con la matrice, amplificano l’incertezza del processo. Questa è la ragione per cui, nelle plastiche riciclate, il tema della purezza, della costanza qualitativa e della presenza di residui non è una questione accademica, ma una parte sostanziale della qualità industriale. Gradi tecnici e gradi food/contact: una distinzione che non è solo commerciale La separazione tra additivi di grado tecnico e additivi di grado food/contact è spesso trattata in modo troppo semplificato. In realtà, non si tratta di una mera differenza di catalogo, ma di due logiche progettuali differenti. I materiali e gli articoli destinati al contatto con alimenti, nell’Unione Europea, devono rispettare il quadro generale del Regolamento (CE) n. 1935/2004, che impone che i materiali non trasferiscano ai cibi sostanze in quantità tali da mettere in pericolo la salute umana, modificare in modo inaccettabile la composizione degli alimenti o alterarne le caratteristiche organolettiche. Per le plastiche esiste inoltre una misura specifica, il Regolamento (UE) n. 10/2011, mentre per le plastiche riciclate destinate al contatto alimentare si applica il Regolamento (UE) 2022/1616. Gli additivi di grado tecnico sono formulati per garantire una funzione industriale: migliorare la processabilità, aumentare la stabilità termica, ridurre l’ossidazione, facilitare il distacco, modificare la reologia, supportare la dispersione o contribuire all’aspetto estetico del manufatto. In questo segmento, la qualità è definita innanzitutto in relazione all’efficacia funzionale e alla compatibilità con la matrice polimerica. Le specifiche di purezza esistono, ma non sono necessariamente costruite per supportare applicazioni regolamentate dal punto di vista del contatto alimentare. Gli additivi food/contact rispondono invece a requisiti più rigorosi sul piano della purezza chimica, della selezione delle materie prime, del controllo delle impurità, della gestione dei residui di sintesi e della documentazione di conformità. Questo perché, nei materiali a contatto con alimenti, la questione centrale non è soltanto “far funzionare” l’additivo, ma evitare che esso contribuisca a fenomeni di migrazione indesiderata o introduca sostanze incompatibili con il quadro normativo. La valutazione della sicurezza delle sostanze e dei processi di riciclo in questo ambito coinvolge EFSA, che fornisce pareri scientifici alla Commissione europea e ai legislatori nazionali. Nel riciclo, però, occorre evitare una semplificazione pericolosa: usare un additivo di grado food/contact non rende automaticamente idonea al food contact una plastica riciclata. La maggiore purezza dell’additivo migliora una parte del sistema, ma non cancella la storia chimica del polimero recuperato. Se il riciclato contiene residui di additivi precedenti, contaminanti da post-consumo, sostanze odorose o componenti sconosciuti, l’uso di un additivo ad alta purezza non basta da solo a trasformare l’intera formulazione in un sistema conforme. Nelle plastiche riciclate destinate al contatto alimentare, infatti, il processo di riciclo, la provenienza dei flussi, la decontaminazione e la conformità complessiva del materiale sono elementi regolati in modo specifico.ACQUISTA IL MANUALE Cosa significa davvero scegliere tra grado tecnico e grado food/contact Dal punto di vista dell’impianto e della formulazione, la differenza tra questi due gradi non si esaurisce nella scheda tecnica o nel prezzo al chilogrammo. Un additivo tecnico è spesso la scelta più diffusa nei manufatti riciclati destinati a impieghi industriali, logistici, edilizi, agricoli o comunque non sensibili dal punto di vista del contatto alimentare. In questi casi, il focus resta la prestazione tecnica: stabilizzare la matrice, mantenere la processabilità, contenere il degrado e garantire livelli prestazionali sufficienti per l’applicazione finale. Un additivo food/contact, invece, porta con sé una richiesta implicita di maggiore controllo: maggiore disciplina nello stoccaggio, maggiore segregazione dei materiali, più tracciabilità documentale, maggiore attenzione ai cambi lotto e maggiore capacità interna di interpretare dichiarazioni di conformità, limiti applicativi e condizioni d’uso. La normativa europea sulle buone pratiche di fabbricazione per i materiali a contatto con gli alimenti impone sistemi di assicurazione della qualità e sistemi di controllo della qualità lungo il processo produttivo, e questo vale anche per i materiali e articoli riciclati usati in tali applicazioni. Nella pratica, la scelta migliore non è quella “più pura in assoluto”, ma quella coerente con il rischio tecnico e normativo del manufatto. Impiegare additivi ad alta purezza in applicazioni non sensibili può comportare un incremento di costo non sempre giustificato. Al contrario, usare additivi tecnici in contesti dove odore, emissioni, migrazione o esposizione dell’utilizzatore finale sono fattori rilevanti può trasformarsi in un rischio industriale e reputazionale. L’approccio corretto, quindi, non consiste nell’attribuire una superiorità astratta a un grado rispetto all’altro, ma nel valutare la destinazione d’uso, il livello di controllo disponibile in impianto, la qualità del riciclato e la finestra di sicurezza necessaria al prodotto. Costanza qualitativa e lotti: il vero fondamento della ripetibilità nel riciclato Se la purezza definisce il potenziale di un additivo, la costanza qualitativa ne definisce l’affidabilità industriale. Nelle plastiche riciclate, questo tema diventa ancora più importante perché la materia prima di base è già soggetta a variabilità intrinseca. In un simile contesto, ogni oscillazione da lotto a lotto dell’additivo può tradursi in una deriva di processo. Il lotto non è soltanto un codice amministrativo. Rappresenta un’unità tecnica di produzione, che riflette l’origine delle materie prime, i parametri di sintesi, le condizioni di purificazione, la modalità di miscelazione, il confezionamento e perfino la stabilità logistica del prodotto. Anche quando il produttore lavora entro specifiche corrette, piccole differenze nella concentrazione del principio attivo, nella distribuzione granulometrica, nella viscosità o nella presenza di componenti secondari possono modificare il comportamento dell’additivo all’interno del riciclato. Nel vergine, molte di queste differenze vengono assorbite dal sistema. Nel riciclato, invece, si amplificano. La linea può diventare più sensibile alle variazioni di temperatura, alle oscillazioni di pressione, al tempo di permanenza, al degasaggio o alla velocità di taglio. Un lotto additivo leggermente diverso dal precedente può generare effetti che l’operatore percepisce subito: cambio di colore, instabilità superficiale, maggiore fumosità, peggioramento dell’odore, aumento dei depositi o minore prevedibilità delle proprietà meccaniche finali. Questo aspetto ha una ricaduta diretta sulla redditività. Un additivo meno costoso ma variabile può produrre risparmi apparenti in acquisto e costi nascosti molto più elevati in produzione. La costanza qualitativa, al contrario, allarga la finestra di processo, riduce gli aggiustamenti in linea, limita gli scarti e migliora la ripetibilità commerciale del compound o del manufatto. Per chi formula plastiche riciclate, quindi, la costanza dei lotti è un parametro di efficienza globale, non una semplice qualità merceologica. Perché la tracciabilità dei lotti additivi è decisiva Ogni volta che un impianto ricicla e trasforma polimeri con un certo livello di complessità, la tracciabilità dei lotti additivi diventa uno strumento di diagnosi industriale. Senza tracciabilità, una non conformità resta generica. Con la tracciabilità, invece, è possibile collegare un determinato peggioramento di processo o una specifica anomalia qualitativa a un lotto preciso di additivo, a un cambio di fornitore o a una modifica nella ricetta. Questa disciplina è coerente con l’impostazione generale delle buone pratiche di fabbricazione richieste dalla normativa europea per i materiali destinati al contatto con gli alimenti, che si basa su sistemi strutturati di quality assurance e quality control. Anche quando si lavora in ambiti non food, tale approccio resta industrialmente valido: registrare il lotto, mantenere la memoria dei parametri di processo, documentare i cambi formulativi e presidiare la comunicazione con il fornitore permette di identificare cause reali invece di attribuire ogni problema al “riciclato” in senso generico. Per questa ragione, il rapporto con il fornitore di additivi non dovrebbe limitarsi a un rapporto di fornitura commerciale. Nel riciclo serve una relazione tecnica stabile, in cui il produttore dell’additivo sia in grado di comunicare eventuali modifiche rilevanti di feedstock, processo o specifiche, e il trasformatore sia in grado di valutare se tali cambiamenti possano alterare l’equilibrio della formulazione. In assenza di questa maturità, la variabilità di lotto rischia di trasformarsi in instabilità cronica del processo. Contaminazioni, residui e sottoprodotti: il lato meno visibile ma più critico della formulazione Uno dei problemi più difficili da gestire nelle plastiche riciclate è la presenza di contaminazioni, residui e sottoprodotti. Nel polimero vergine, questi aspetti sono di norma più controllabili. Nel riciclato, invece, diventano strutturali, perché il materiale incorpora tracce della sua vita precedente e, in molti casi, anche della storia degli additivi usati in fasi successive di rilavorazione. Le contaminazioni legate agli additivi possono derivare dalle materie prime impiegate nella loro sintesi, dai solventi, dai catalizzatori, dagli intermedi non completamente reagiti o dai sottoprodotti di processo. Nei gradi tecnici, alcuni di questi elementi possono essere pienamente compatibili con le specifiche dichiarate. Il problema nasce quando tali componenti si sommano alla complessità già presente nel riciclato: residui di detergenti, contaminanti organici, sostanze provenienti da altri polimeri, prodotti di degradazione termica e residui di precedenti pacchetti additivi. In questa situazione, l’additivo non agisce mai da solo. Entra invece in un ambiente chimico pre-caricato, dove anche piccole tracce possono contribuire a fenomeni di odore, fumosità, ingiallimento, opacizzazione, depositi sugli impianti o perdita di proprietà meccaniche. È un errore pensare che l’additivazione possa eliminare da sola la complessità del riciclato. Può mitigare, compensare, migliorare; non può cancellare la memoria chimica del materiale. I residui additivi ereditati dalla vita precedente del polimero Nelle plastiche riciclate, soprattutto post-consumo, è frequente la presenza di additivi già incorporati nella fase d’uso originaria del manufatto. Stabilizzanti, plastificanti, lubrificanti, pigmenti, antistatici, nucleanti, scivolanti, UV stabilizer, deodoranti o altri componenti funzionali possono essere ancora presenti, talvolta in forma integra, talvolta parzialmente degradata. Questi residui rappresentano una delle principali ragioni per cui la formulazione del riciclato richiede prudenza. Quando si introduce un nuovo additivo, esso non parte da zero, ma si innesta su una chimica preesistente. Il risultato non è sempre prevedibile. Un compatibilizzante può comportarsi diversamente a seconda del contenuto residuo di lubrificanti storici; un pacchetto antiossidante può risultare più o meno efficace in base alla presenza di degradanti già accumulati; un correttore di odore può avere una resa inferiore se il materiale contiene composti persistenti provenienti da precedenti cicli d’uso. Questa è una delle ragioni più concrete per cui, nelle plastiche riciclate, non si dovrebbe mai sovrastimare il ruolo dell’additivo come strumento universale di correzione. L’additivo è efficace entro i limiti imposti dalla qualità reale del flusso in ingresso. Sottoprodotti generati durante la trasformazione Non tutte le criticità sono già presenti all’inizio del processo. Una parte dei problemi nasce durante la trasformazione stessa. Temperature troppo elevate, tempi di permanenza eccessivi, presenza di umidità, shear intenso, cattivo degasaggio o interazioni con contaminanti metallici e organici possono indurre la decomposizione dell’additivo o la formazione di nuovi sottoprodotti. Quando questo accade, la formulazione cambia comportamento sotto sforzo. Possono comparire fumi, odori persistenti, depositi in trafila, fenomeni di ingiallimento o decadimento delle proprietà meccaniche. Nei riciclati il rischio è maggiore, perché la matrice ha spesso una stabilità termica inferiore rispetto al vergine e il processo lavora più vicino ai limiti del materiale. Ne deriva che la qualità dell’additivo va valutata non solo in condizioni standard, ma nel contesto reale di trasformazione: con quella macchina, quel profilo termico, quel tempo di permanenza, quel grado di umidità e quel livello di contaminazione del riciclato. La gestione industriale delle contaminazioni non può essere solo correttiva Nel lavoro quotidiano di formulazione, esiste una tentazione ricorrente: usare l’additivazione come scorciatoia per compensare un riciclato difficile. In realtà, quando contaminazioni e residui superano una certa soglia, l’additivo non elimina il problema ma lo rende, al massimo, più tollerabile. La gestione efficace deve quindi partire prima dell’additivazione. Ciò significa conoscere il flusso in ingresso, selezionare i fornitori con disciplina, leggere davvero le schede tecniche, dare valore alla costanza qualitativa, registrare i lotti, confrontare i dati di processo e costruire una memoria tecnica delle combinazioni che hanno funzionato e di quelle che hanno generato criticità. In termini industriali, questa è una forma di esperienza strutturata: non si limita alla teoria chimica, ma nasce dall’osservazione dei comportamenti reali del materiale nel tempo. Valutazione economica: l’additivo più economico non è sempre il più conveniente Nel riciclo, la pressione sul costo formula è forte. Proprio per questo, molti operatori tendono a leggere l’additivo soprattutto come una voce di costo. Ma la valutazione economica corretta dovrebbe considerare il costo totale della variabilità. Se un additivo meno costoso comporta più scarti, più rilavorazioni, più fermate macchina, più non conformità e una minore fiducia del cliente sulla ripetibilità del prodotto, allora il suo prezzo unitario diventa fuorviante. Al contrario, un additivo di qualità costante, ben documentato e coerente con la matrice riciclata può sembrare più oneroso in acquisto ma risultare più economico sul piano industriale complessivo. Nel riciclo, la vera efficienza non nasce quasi mai dal singolo prezzo più basso, ma dalla combinazione tra stabilità, qualità e prevedibilità. Conclusioni La purezza, la qualità e la variabilità degli additivi sono una delle chiavi meno appariscenti ma più decisive della qualità delle plastiche riciclate. La distinzione tra gradi tecnici e gradi food/contact va interpretata in modo professionale e non ideologico. La costanza qualitativa dei lotti non è un optional ma un pilastro della ripetibilità industriale. Contaminazioni, residui e sottoprodotti non rappresentano anomalie marginali, bensì la dimensione reale entro cui si muove la chimica del riciclato. Un sistema additivo ben scelto può stabilizzare, compensare e valorizzare il materiale. Un sistema additivo selezionato male o gestito senza disciplina può invece amplificare difetti, costi nascosti e instabilità di processo. Nel riciclo, la differenza vera non la fa chi aggiunge più additivo, ma chi sa leggere meglio i limiti e le possibilità del materiale su cui sta lavorando. FAQ 1. Qual è la differenza principale tra un additivo tecnico e uno food/contact? Un additivo tecnico è progettato soprattutto per la prestazione funzionale industriale, mentre un additivo food/contact è sviluppato con requisiti più rigorosi di purezza, controllo delle impurità e supporto documentale per applicazioni regolamentate nel contatto con alimenti. Nell’UE, il quadro generale è dato dal Regolamento (CE) n. 1935/2004, con misure specifiche per le plastiche e per le plastiche riciclate destinate al contatto alimentare. 2. Usare un additivo food/contact rende idonea al contatto alimentare una plastica riciclata? No. L’idoneità al food contact non dipende solo dall’additivo, ma dall’intero sistema: origine del materiale, processo di riciclo, decontaminazione, conformità delle sostanze impiegate e rispetto delle regole specifiche sulle plastiche riciclate. 3. Perché la costanza qualitativa del lotto è così importante nel riciclato? Perché il riciclato è già di per sé variabile. Se anche l’additivo cambia comportamento da lotto a lotto, la finestra di processo si restringe e aumentano gli aggiustamenti in linea, gli scarti e le non conformità. 4. Le contaminazioni degli additivi possono influenzare il manufatto finale? Sì. Residui di sintesi, sottoprodotti o impurità secondarie possono interagire con la chimica già presente nel riciclato e contribuire a odori, depositi, instabilità cromatica o decadimento prestazionale. 5. Qual è il ruolo delle GMP nella gestione degli additivi per applicazioni food contact? Le buone pratiche di fabbricazione richiedono sistemi documentati di assicurazione e controllo qualità, in modo da garantire che materiali, sostanze e processi siano gestiti in modo coerente con la sicurezza del prodotto finale. 6. EFSA valuta anche i processi di riciclo delle plastiche? Sì. EFSA valuta la sicurezza di sostanze e processi nel campo dei materiali a contatto con alimenti, compresi i processi di riciclo delle plastiche destinati a tali applicazioni secondo il quadro regolatorio europeo. Fonti Commissione europea – Legislazione sui Food Contact Materials: quadro generale del Regolamento (CE) n. 1935/2004 e panoramica normativa sui materiali a contatto con alimenti. EUR-Lex – Regolamento (UE) n. 10/2011: misura specifica per i materiali e oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari. EUR-Lex – Regolamento (UE) 2022/1616: disciplina dei materiali e oggetti di plastica riciclata destinati al contatto con gli alimenti. EUR-Lex – Regolamento (CE) n. 2023/2006: buone pratiche di fabbricazione per materiali e oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari. EFSA – Food Contact Materials: ruolo scientifico di EFSA nella valutazione di sostanze e processi relativi ai materiali a contatto con alimenti. EFSA – Plastics and plastic recycling / plastic recycling process application procedure: indicazioni sul ruolo di EFSA nella valutazione dei processi di riciclo delle plastiche per food contact. © Riproduzione Vietata
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