Nuovi Impianti fotovoltaici sulle Sedi delle Volvo Trucks ItaliaUn accordo di collaborazione tra Plenitude e Volvo porterà all'installazione di impianti solari Plenitude (Eni) e Volvo Trucks Italia hanno firmato un accordo per l’installazione di 5 nuovi impianti fotovoltaici che contribuiranno ad alimentare con energia rinnovabile, già a partire da quest’anno, altrettanti concessionari Volvo Truck Center nel Nord Italia. Il progetto avrà una capacità produttiva di 550.000 kWh annui e permetterà a Volvo Trucks Italia di migliorare l’efficienza energetica delle proprie sedi nell’ottica di una maggiore sostenibilità.La produzione di energia rinnovabile consentirà di evitare emissioni di CO2 per circa 220 tonnellate annue. L’accordo prevede, oltre all’installazione, anche la gestione, la manutenzione degli impianti per i primi 5 anni e lo sviluppo di un sistema di monitoraggio continuo delle performance. Gli impianti saranno installati presso i Volvo Truck Center delle città di Bergamo (Headquarter), Venezia, Brescia, Torino e Padova. Pasquale Cuzzola, Direttore Retail Italian Market di Plenitude, ha dichiarato: “Questa partnership è in linea con la strategia di Plenitude di creare valore attraverso la transizione energetica e di azzerare, entro il 2040, le emissioni nette di CO2 attraverso l’intera catena del valore, incluse quelle dei nostri clienti. Siamo quindi lieti di mettere a disposizione delle sedi di Volvo Trucks Italia le nostre soluzioni in ambito rinnovabile e impianti tecnologicamente avanzati che consentiranno un uso più efficiente e sostenibile dell’energia e di ridurre anche i relativi costi”. Giovanni Dattoli, Managing Director di Volvo Trucks Italia, ha commentato: “Volvo Trucks sta investendo a 360° nella sostenibilità e questo progetto in Italia si inserisce a pieno nella nostra strategia di decarbonizzazione, che riguarda non solo i veicoli che commercializziamo ma anche le sedi in cui operiamo. Siamo lieti dell’accordo con Plenitude, partner d’eccellenza che ci accompagnerà in un percorso virtuoso permettendoci di dare un contributo concreto e sostenibile all'ambiente”. Info Eni
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I Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni: Struttura, Materiali, Produzione, Posa, Durata e RicicloDal polietilene ad alta densità al poliuretano: come sono fatti, come vengono posati e quanto durano i cavi sottomarini che mantengono il mondo connessodi Marco ArezioI cavi sottomarini per le telecomunicazioni sono la spina dorsale del traffico globale di dati, permettendo a Internet e alle reti telefoniche di collegare continenti distanti. Nonostante l'immagine spesso invisibile che abbiamo di queste infrastrutture, i cavi sottomarini sono essenziali per mantenere il mondo connesso. Ma come sono fatti? Quali materiali vengono utilizzati e come riescono a durare così a lungo negli ambienti ostili degli oceani? Esploriamo questi aspetti con un focus particolare sui polimeri utilizzati e le loro funzioni. Struttura di un Cavo Sottomarino per le Telecomunicazioni La struttura di un cavo sottomarino può sembrare semplice, ma è un concentrato di tecnologia progettato per resistere a pressioni enormi e a condizioni ambientali difficili. Al cuore del cavo troviamo le fibre ottiche, che trasportano segnali sotto forma di luce, rendendo possibile la trasmissione di grandi quantità di dati. Queste fibre sono incredibilmente sottili e fragili, quindi devono essere protette da diversi strati di materiali. Il nucleo delle fibre è circondato da un rivestimento protettivo in polimero, solitamente un polimero acrilico. Questo strato è fondamentale per mantenere l'integrità delle fibre, evitando che subiscano danni fisici o vengano a contatto con l'umidità. Tra le fibre ottiche e i successivi strati del cavo, spesso si utilizza un gel impermeabile che agisce come barriera ulteriore contro l'acqua. Man mano che si aggiungono strati di protezione, troviamo una guaina metallica, generalmente in acciaio o alluminio, per proteggere il nucleo del cavo. Questo strato di metallo è resistente alla corrosione e impedisce che il cavo venga danneggiato da pressioni esterne, colpi o persino morsi di creature marine. Il rivestimento finale del cavo è composto da materiali polimerici, i quali offrono la protezione più esterna e determinano la sua longevità nelle profondità marine. Polimeri Utilizzati nella Costruzione del Cavo Uno dei principali protagonisti della costruzione dei cavi sottomarini è il polietilene ad alta densità (HDPE). Questo polimero è largamente utilizzato grazie alle sue proprietà: è resistente all'acqua, chimicamente stabile, durevole e relativamente economico da produrre. Essendo un polimero termoplastico, l'HDPE è anche facile da modellare e lavorare in spessori sottili o più consistenti, a seconda delle esigenze strutturali del cavo. Oltre alla sua funzione di isolante, l'HDPE è fondamentale per proteggere il cavo dall'usura causata da correnti marine, sabbia e detriti sottomarini. Un altro polimero chiave è il poliuretano, utilizzato principalmente come rivestimento esterno nei cavi destinati a condizioni particolarmente estreme, come zone vulcaniche o aree a elevata attività sismica. Il poliuretano è elastico e ha un'alta resistenza all'abrasione, due caratteristiche che lo rendono ideale per proteggere il cavo da eventuali danni fisici. Oltre ai polimeri principali come HDPE e poliuretano, altri materiali polimerici, come le resine acriliche, vengono utilizzati nei rivestimenti interni che avvolgono le singole fibre ottiche, proteggendole dall'umidità e da micro urti che potrebbero comprometterne la funzionalità. Infine, in alcune applicazioni specifiche si possono utilizzare materiali come il polipropilene, che ha una resistenza chimica superiore e viene talvolta preferito nei cavi posati in acque particolarmente aggressive dal punto di vista chimico. Produzione dei Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni La produzione di un cavo sottomarino è un processo estremamente complesso, suddiviso in varie fasi. In primo luogo, vengono prodotte le fibre ottiche, le vere protagoniste del trasporto dei dati. Queste fibre vengono realizzate tramite un processo chiamato tiratura, in cui un preformato di vetro viene riscaldato e allungato fino a ottenere un filo sottile. Una volta pronte, le fibre vengono avvolte nei polimeri acrilici, che le proteggono dai danni fisici. Successivamente, si procede con l’aggiunta degli strati di protezione in acciaio o alluminio. Questi materiali metallici sono essenziali per proteggere il cavo dalle forze esterne e dalla corrosione. L’intero nucleo viene poi rivestito con strati multipli di HDPE o poliuretano, a seconda delle esigenze del cavo e delle condizioni a cui sarà sottoposto. Prima di essere inviati per la posa in mare, i cavi sono sottoposti a test rigorosi per assicurare che siano in grado di resistere alle enormi pressioni sottomarine e alle sollecitazioni meccaniche che incontreranno durante la loro lunga vita operativa. Posa dei Cavi Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni La posa di un cavo sottomarino è un'operazione che richiede una pianificazione meticolosa e un’attrezzatura altamente specializzata. Il primo passo è la mappatura dei fondali marini, un’operazione che prevede l’utilizzo di sonar e altri strumenti di rilevamento per trovare il percorso ottimale. Le navi posacavi, enormi e dotate di attrezzature avanzate, hanno il compito di rilasciare lentamente il cavo sul fondale, evitando qualsiasi danno durante il processo. In alcune zone, dove il fondale è particolarmente accidentato o dove c’è rischio di collisioni con altre infrastrutture o attività umane, vengono utilizzati aratri sottomarini che scavano una trincea in cui posare il cavo. Questa operazione consente al cavo di rimanere protetto da eventuali urti o incidenti. Una volta che il cavo raggiunge la costa, viene collegato alle infrastrutture terrestri e testato per verificare che tutto funzioni correttamente. Durata e Manutenzione dei Cavi Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni I cavi sottomarini sono progettati per durare tra i 25 e i 30 anni, ma la loro durata può variare in base alle condizioni ambientali. Alcuni cavi possono necessitare di manutenzione prima del termine della loro vita operativa, specialmente in aree caratterizzate da attività umane, come la pesca o il traffico marittimo. La manutenzione di un cavo sottomarino è un'operazione delicata. Se si verifica un guasto, navi specializzate vengono inviate a localizzare il punto danneggiato, sollevare il cavo dalla profondità del mare e ripararlo in superficie. Questo processo può essere molto costoso e richiede tempo, ma è essenziale per garantire la continuità delle comunicazioni globali. Riciclo dei Cavi Sottomarini per le TelecomuunicazioniUna volta che un cavo sottomarino ha terminato la sua vita utile, sorge la questione del riciclo. Tradizionalmente, molti cavi venivano lasciati sul fondo del mare, ma oggi, con l'attenzione crescente verso la sostenibilità, si cerca sempre più di recuperare e riciclare queste infrastrutture. Il processo di riciclo inizia con il recupero del cavo dal fondale, un'operazione simile a quella della posa. Una volta portato a terra, il cavo viene trasportato in impianti specializzati, dove viene separato in componenti. I metalli come il rame e l'acciaio vengono recuperati e riutilizzati in nuovi processi produttivi, mentre i polimeri possono essere riciclati o, in alcuni casi, utilizzati per il recupero energetico. Il riciclo dei cavi sottomarini è un passo importante verso la creazione di un’economia circolare e sostenibile, riducendo al minimo l'impatto ambientale delle infrastrutture telecomunicative. Conclusioni I cavi sottomarini per le telecomunicazioni sono delle vere e proprie meraviglie tecnologiche. Costruiti con materiali avanzati come l'HDPE e il poliuretano, questi cavi sono progettati per resistere per decenni nelle profondità marine, trasmettendo dati e comunicazioni vitali per l'economia globale. Nonostante la loro complessità, il futuro dei cavi sottomarini guarda sempre più verso un approccio sostenibile, puntando sul riciclo e sull'uso di materiali che possano essere recuperati e riutilizzati in modo efficace.
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I Viaggi che Contano non hanno Bisogno di Grandi BagagliI Viaggi che Contano non hanno Bisogno di Grandi BagagliFaremo piuttosto un viaggio insieme,un viaggio di scoperta negli angoli più segrete della nostra mente.E per intraprendere un viaggio del genere bisogna viaggiare con poco bagaglio;non possiamo essere appesantiti dalle opinioni, pregiudizi e conclusioni,tutto quel vecchio bagaglio che abbiamo messo insieme negli ultimi duemila anni e più.Dimenticate tutto quello che sapete su voi stessi;dimenticate tutto quello che avete pensato su di voi;cominceremo come se non sapessimo niente.KrishnamurtiCategoria: Slow life - vita lenta - felicità
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PEEK riciclato: proprietà, processi di recupero e applicazioni nei compounds ad alte prestazioniAnalisi tecnica del polimero PEEK riciclato, dalle fonti di scarto alle miscele funzionali, fino alle metodologie di riciclo per applicazioni nei settori più avanzatidi Marco ArezioIl polyetheretherketone, conosciuto con l’acronimo PEEK, è uno dei polimeri termoplastici più performanti mai sviluppati dall’industria chimica. Appartenente alla famiglia dei poliarileterchetoni (PAEK), questo materiale deve le sue caratteristiche straordinarie a una struttura molecolare rigida e regolare, formata da anelli aromatici alternati a gruppi funzionali etere (–O–) e chetonici (–CO–). La sua sintesi avviene per reazione di policondensazione tra due monomeri aromatici: idrochinone (1,4-diidrossibenzene) e 4,4’-difluorobenzofenone. Il processo richiede condizioni severe: l’ambiente è anidro, il solvente deve resistere ad alte temperature (spesso si usa difenilsolfossido), e l’intervento di una base forte come il carbonato di sodio è indispensabile. Il risultato è una catena polimerica in cui ogni segmento conferisce resistenza chimica, stabilità termica e tenacità meccanica. Il PEEK vergine, prodotto su scala industriale a partire dalla fine degli anni ’70, è oggi considerato il materiale di riferimento nei settori ad alta tecnologia. Con un punto di fusione di circa 343 °C, un’eccellente stabilità dimensionale e una resistenza a carichi meccanici e termici prolungati, è utilizzato in componenti critici per l’industria aerospaziale, automotive, elettronica, oil & gas, biomedicale e perfino per la stampa 3D ad alte prestazioni. Tuttavia, la sua sintesi è costosa e ad alta intensità energetica. Il PEEK ha infatti un costo molto elevato (oltre i 400 €/kg) e richiede impianti specializzati per la sua produzione, che comporta anche un’impronta ambientale importante. Per questo, il riciclo del PEEK sta diventando un’opportunità sempre più interessante per coniugare sostenibilità ed efficienza industriale. Dove nascono gli scarti: origine e tipologie del PEEK da recuperare Non tutti i rifiuti plastici hanno lo stesso valore. Nel caso del PEEK, gli scarti sono spesso veri e propri residui pregiati, che derivano da tre canali principali. Il primo e più comune è rappresentato dalle lavorazioni industriali: sfridi, trucioli di tornitura, pezzi non conformi o residui di stampaggio. Si tratta di materiali tecnicamente puri, facili da identificare e da reinserire nel ciclo produttivo. Un secondo flusso proviene da componenti a fine vita, provenienti ad esempio da valvole, pompe, ingranaggi o supporti strutturali utilizzati in ambiti critici. In questo caso, la difficoltà non è solo nella raccolta, ma anche nella decontaminazione del materiale, che può aver subito stress chimici o meccanici significativi. Infine, con la crescente diffusione del PEEK nella stampa 3D, si generano scarti sotto forma di polveri esauste, supporti inutilizzati, filamenti mal formati o oggetti di test, che rappresentano una nuova frontiera del recupero in ambienti prototipali e manifattura additiva. Dallo scarto al compound: processi di lavorazione del PEEK riciclato Trasformare il PEEK da scarto a risorsa richiede un processo meticoloso. La prima fase consiste in una selezione e pulizia approfondita, volta a eliminare eventuali contaminazioni metalliche, organiche o polimeriche incompatibili. Segue poi una macinazione controllata, che riduce il materiale a una granulometria adatta all’estrusione. Prima di essere fuso, il PEEK riciclato viene sottoposto a una essiccazione profonda, solitamente sotto vuoto o in atmosfera inerte, per rimuovere ogni traccia d’umidità. Anche una minima presenza di acqua, infatti, potrebbe danneggiare la struttura del polimero durante la lavorazione ad alta temperatura. Il passaggio successivo è l’estrusione, eseguita a temperature superiori ai 340 °C. Qui il materiale viene trasformato in compound, ovvero miscele polimeriche arricchite con rinforzi o additivi funzionali. Spesso viene aggiunta una percentuale di PEEK vergine per compensare eventuali perdite di prestazione dovute al primo ciclo di utilizzo. Miscele tecniche e performance elevate I compounds di PEEK riciclato possono essere progettati per rispondere a esigenze molto diverse, a seconda delle applicazioni finali. Una delle formulazioni più diffuse è quella rinforzata con fibre di vetro, che offre rigidità e stabilità dimensionale superiori, rendendola adatta per componenti strutturali in ambienti termicamente critici. Per applicazioni che richiedono leggerezza, conduttività elettrica e resistenza alla fatica, si opta per miscele caricate con fibre di carbonio, che trasformano il PEEK riciclato in un materiale d’élite per elettronica e aerospazio. Al contrario, in presenza di esigenze tribologiche (basso attrito e usura), si impiegano additivi solidi lubrificanti come PTFE o grafite. Infine, alcuni sviluppatori stanno sperimentando blend tra PEEK riciclato e altri membri della famiglia PAEK, come PEKK e PEK, per calibrare al meglio le proprietà del materiale finale in funzione della lavorabilità e del profilo prestazionale richiesto. Tecnologie e prospettive del riciclo del PEEK A oggi, il riciclo meccanico del PEEK è il metodo più diffuso e accessibile: si basa su macinazione, essiccazione, rifusione ed estrusione. Ma richiede macchinari in grado di operare in modo preciso a temperature molto elevate, e spesso prevede il lavoro in atmosfera controllata. Il riciclo chimico, che mira a riportare il PEEK ai suoi precursori monomerici, è oggetto di studi ma ancora lontano da una vera industrializzazione, a causa dell’elevata stabilità molecolare del materiale. Più promettente è invece il riutilizzo diretto: componenti poco usurati vengono rilavorati o reintrodotti nel mercato in forma rigenerata, soprattutto nei settori industriali meno sensibili alle specifiche di purezza assoluta. Un’opportunità circolare nei materiali high-tech Il valore ambientale del PEEK riciclato è evidente. La sua produzione da monomero è energivora e ad alta intensità di carbonio; per contro, la rigenerazione consente un risparmio energetico notevole, una drastica riduzione dei rifiuti tecnici e un impatto positivo sul bilancio di sostenibilità aziendale. Inoltre, l’integrazione del PEEK rigenerato nelle filiere dei materiali avanzati rappresenta un cambio di paradigma importante: la possibilità di unire alte prestazioni e responsabilità ambientale non è più un’opzione futura, ma una realtà già attiva nei laboratori e negli impianti di produzione più evoluti. Conclusione Il riciclo del PEEK dimostra che anche i polimeri più sofisticati possono entrare a pieno titolo nel modello dell’economia circolare, se sostenuti da una filiera tecnologica all’altezza. Attraverso una conoscenza profonda della sua origine chimica, delle tecniche di recupero e delle potenzialità applicative, il PEEK riciclato si afferma come una risorsa strategica per il futuro della manifattura avanzata, dove sostenibilità e prestazione non sono più in conflitto, ma parte della stessa visione industriale.Immagine simbolica© Riproduzione Vietata
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Treni a Vapore Turistici Messi in Crisi dalla Mancanza del CarboneTreni a Vapore Turistici Messi in Crisi dalla Mancanza del Carbonedi Marco ArezioChe fine faranno i treni a vapore tenuti in funzione da appassionati, su linee secondarie che attirano ogni anno milioni di turisti?E’ una domanda alla quale facciamo fatica a dare una risposta, in quanto la crisi energetica innescata dalla guerra tra l’Ucraina e la Russia e il successivo embargo da parte dell’Unione Europea al carbone Russo, ha messo in seria difficoltà la circolazione dei treni a vapore. La progressiva chiusura negli anni delle miniere Europee di carbone, dettata dalla necessità di ridurre l’impatto climatico di questa fonte fossile, ha creato una dipendenza verso quei paesi che continuano a produrlo come la Russia. Oggi le ferrovie storiche hanno delle scorte di carbone molto basse e la difficoltà di reperire la nuova materia prima, in altri paesi, è dettata sia dalla carente disponibilità sul mercato, a causa sia della forte domanda internazionale di energia, sia perché la qualità del carbone che serve per far circolare i treni deve essere tale da poter sviluppare un potere calorifico specifico. Non pensiamo che le linee ferroviarie storiche siano poca cosa nell’economia del turismo, in quanto solo in Gran Bretagna esistono circa 150 compagnie storiche che fanno viaggiare i loro treni per circa 900 Km., contribuendo all’industria del turismo e al mantenimento di molti posti di lavoro. Per venire incontro alla carenza di carbone e per salvare le ferrovie storiche si stanno provando combustibili alternativi che hanno un impatto ambientale ridotto. Questi nuovi combustibili sono stati sviluppati da miscele di antracite, polvere di carbone e melassa, quest'ultima funge da legante, creando così i presupposti per eseguire dei tests di combustione e di trazione. I risultati iniziali sono stati incoraggianti, sebbene siano ancora necessari tests per valutare l'impatto di tali combustibili sulle parti vulnerabili delle locomotive, come i focolari e i tubi delle caldaie. Foto: WP.F.
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L'impatto degli Allevamenti Intensivi sull'Inquinamento dell'Aria in LombardiaGli allevamenti intensivi responsabili di un terzo delle polveri sottili nella Pianura Padana: un'analisi dei dati e delle fonti di inquinamento nella regionedi Marco ArezioLa Pianura Padana è una delle aree più inquinate d'Europa, con livelli di polveri sottili (PM10 e PM2.5) spesso al di sopra dei limiti di sicurezza stabiliti dall'Unione Europea. Tra le fonti di inquinamento, gli allevamenti intensivi svolgono un ruolo significativo. Secondo uno studio del Centro EuroMediterraneo sul Cambiamento Climatico, un terzo delle polveri sottili presenti nell'aria della Pianura Padana proviene dalla zootecnia. Questo articolo analizza i dati attuali sull'inquinamento atmosferico causato dagli allevamenti intensivi e confronta questo contributo con altre fonti di inquinamento in Lombardia.Dati sull'Inquinamento dell'Aria dalla Zootecnia Gli allevamenti intensivi sono responsabili della produzione di ammoniaca (NH3), un gas che, una volta rilasciato nell'atmosfera, contribuisce alla formazione di particolato secondario (PM2.5) attraverso reazioni chimiche. I dati del progetto Inhale, realizzato in collaborazione con Legambiente Lombardia, indicano che gli allevamenti intensivi emettono circa il 94% dell'ammoniaca totale prodotta in Lombardia. Secondo l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in Lombardia vengono emessi annualmente circa 100.000 tonnellate di ammoniaca. Di queste, circa 94.000 tonnellate provengono dagli allevamenti intensivi, principalmente bovini e suini. Questo elevato contributo è dovuto alle grandi quantità di deiezioni prodotte e al loro stoccaggio e gestione in ambienti confinati, che favoriscono l'evaporazione dell'ammoniaca. Quota di Inquinamento dalla Zootecnia Il particolato fine PM2.5, derivato dalla conversione dell'ammoniaca, rappresenta una delle componenti più pericolose dell'inquinamento atmosferico per la salute umana, essendo in grado di penetrare profondamente nei polmoni e nel sistema circolatorio. Lo studio del Centro EuroMediterraneo ha stimato che il 30-35% del PM2.5 presente nell'aria della Pianura Padana sia direttamente correlato alle emissioni di ammoniaca dagli allevamenti intensivi. Analisi degli Inquinanti Rispetto ad Altre Fonti In Lombardia, le altre principali fonti di inquinamento includono il trasporto su strada, l'industria e il riscaldamento domestico. Secondo l'ARPAL (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Lombardia), la distribuzione delle emissioni di PM10 e PM2.5 per fonte è la seguente: - Trasporto su strada: 45% - Industria: 20% - Riscaldamento domestico: 15% - Agricoltura e Allevamenti: 20% (di cui il 15% è imputabile alla zootecnia) Questi dati evidenziano come gli allevamenti intensivi rappresentino una quota significativa dell'inquinamento atmosferico, comparabile a quella dell'industria e superiore a quella del riscaldamento domestico.Impatto sulla Salute e sull'Ambiente L'esposizione prolungata alle polveri sottili può causare gravi problemi di salute, tra cui malattie respiratorie, cardiovascolari e un aumento della mortalità prematura. L'inquinamento da ammoniaca e particolato fine non solo influisce negativamente sulla qualità dell'aria, ma contribuisce anche all'acidificazione del suolo e delle acque, con impatti negativi sugli ecosistemi.Conclusioni Gli allevamenti intensivi in Lombardia rappresentano una delle principali fonti di inquinamento atmosferico, contribuendo significativamente alla formazione di particolato fine (PM2.5) attraverso le emissioni di ammoniaca. Gli sforzi per mitigare questo impatto devono includere l'adozione di tecnologie più sostenibili per la gestione delle deiezioni, il miglioramento delle pratiche di stoccaggio e l'implementazione di misure di controllo delle emissioni. La lotta all'inquinamento atmosferico richiede un approccio integrato che coinvolga tutti i settori produttivi e che promuova una maggiore consapevolezza e responsabilità ambientale. Solo attraverso un impegno congiunto sarà possibile migliorare la qualità dell'aria e proteggere la salute pubblica e l'ambiente.ACQUISTA IL LIBRO
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Marina Ravelli e il Mistero della Casa Abbandonata di Foppolo: Quando la Paura Diventa VeritàNel cuore innevato di Foppolo, Marina Ravelli affronta segreti, ombre e memorie sepolte in un romanzo giallo italiano dove il mistero diventa una dolorosa ricerca di veritàdi Marco ArezioData: 20.05.26Ci sono momenti in cui una persona smette di cercare la pace. Non perché non la desideri più. Ma perché la verità diventa più importante della tranquillità. Marina Ravelli, nel suo viaggio dentro il mistero della casa abbandonata di Foppolo, arriva esattamente lì: nel punto in cui la paura non scompare, ma cambia forma. Diventa lucidità. Diventa memoria. Diventa resistenza. “Prima di Foppolo credevo di conoscere la paura. Mi sbagliavo. La paura vera è quella che resta dopo. È quella che ti cambia il modo di respirare.”ACQUISTA IL LIBRO Ed è forse questo il cuore più profondo del romanzo: non soltanto il mistero, non soltanto le ombre o i segreti nascosti sotto la neve, ma la trasformazione umana di una donna costretta a guardare il male senza più potersi voltare dall’altra parte. Marina non è un’eroina invincibile. È una donna stanca, ferita, sola. Eppure continua. Continua perché capisce che certe verità, una volta viste, non permettono più di tornare indietro. “Non posso permettere che il male continui a raccontarsi come mistero.” Ci sono storie che intrattengono. E poi ci sono storie che ti restano addosso come l’inverno in montagna: silenziose, fredde, impossibili da dimenticare. Conosci Marina Ravelli e il mistero della casa abbandonata di Foppolo nei romanzi di Marco Arezio?#MarcoArezio #MarinaRavelli #Foppolo #RomanzoGiallo #ThrillerItaliano #NarrativaItaliana #Mistero #LibriDaLeggere #RomanziItaliani #Suspense #Montagna #Segreti #Paura #Verità #GialloItaliano
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Progettazione urbana sostenibile: strutture e infrastrutture circolari per la città del futuroPonti, edifici e pavimentazioni realizzati con materiali rigenerati e strategie di riuso strutturale sistematico rappresentano il cuore della nuova ingegneria urbana circolaredi Marco ArezioNegli ultimi due decenni, la progettazione urbana ha subito una profonda trasformazione concettuale. L’idea tradizionale di città come somma di edifici e infrastrutture in crescita lineare è stata progressivamente sostituita da un paradigma basato sulla circular economy applicata all’ingegneria e all’architettura urbana. Oggi la città sostenibile non è più solo quella che riduce le emissioni o che utilizza energie rinnovabili, ma quella che chiude i cicli materiali, rigenera il costruito e limita il consumo di risorse vergini. Al centro di questa visione si colloca la progettazione di strutture e infrastrutture circolari, in cui ponti, edifici e pavimentazioni vengono ripensati come sistemi dinamici, capaci di nascere, trasformarsi e rigenerarsi in continuità. L’evoluzione della progettazione urbana verso modelli circolari Il concetto di progettazione urbana sostenibile si è evoluto dalla semplice efficienza energetica verso la gestione integrata dei flussi materiali e delle risorse. L’obiettivo non è più soltanto costruire in modo “green”, ma garantire che ogni elemento urbano — dalle fondamenta ai rivestimenti, dai ponti alle strade — sia parte di un ecosistema circolare. L’approccio sistemico implica una progettazione multidisciplinare in cui urbanisti, ingegneri civili, architetti e ricercatori dei materiali collaborano per definire strategie di riuso, smontaggio e riciclo strutturale programmato, fin dalla fase di concept. La sostenibilità, in questa prospettiva, non è un attributo posticcio, ma una caratteristica intrinseca del progetto. Materiali rigenerati e riuso strutturale: principi dell’ingegneria sostenibile La base tecnica della progettazione circolare si fonda sull’impiego di materiali rigenerati, recuperati o riutilizzabili con prestazioni meccaniche certificate. Tra i principali si annoverano: ⦁ Calcestruzzi riciclati con aggregati da demolizione controllata ⦁ Acciai rigenerati da filiere industriali di scarto o demolizione navale ⦁ Compositi polimerici rinforzati con fibre naturali o riciclate ⦁ Legno lamellare rigenerato e trattato per ponti e solai leggeri Il riuso strutturale, inteso come recupero e riprogettazione di elementi portanti esistenti, rappresenta una delle frontiere più avanzate: travi, pilastri, archi o conci di ponti vengono analizzati mediante modelli FEM e controlli non distruttivi, per poi essere reimpiegati in nuove opere. Ciò consente un risparmio medio del 30-50% di materia prima e una significativa riduzione delle emissioni di CO₂ associate alla produzione di materiali da costruzione. Ponti e infrastrutture viarie in economia circolare I ponti, simbolo di connessione e progresso, sono anche laboratori di innovazione circolare. Le nuove generazioni di ponti modulari, ad esempio, vengono concepite per essere smontabili, trasportabili e riutilizzabili in altri contesti territoriali. Alcune sperimentazioni europee (come i progetti ReCreate e CinderCE) applicano il principio di “design for disassembly” anche alle grandi infrastrutture, permettendo il riuso di conci prefabbricati e la sostituzione selettiva di componenti danneggiati. Inoltre, l’impiego di calcestruzzi geopolimerici e acciai riciclati consente di ridurre drasticamente l’impatto ambientale del ciclo di vita dell’opera, aumentando al contempo la durabilità in condizioni estreme. Queste pratiche non solo estendono la vita utile delle strutture, ma introducono un nuovo concetto di infrastruttura flessibile, adattabile al cambiamento climatico e alle esigenze urbane in evoluzione. Architettura e costruzione di edifici a ciclo chiuso Nel settore edilizio urbano, la circolarità si traduce nella costruzione di edifici a ciclo chiuso, in cui ogni componente è pensato per essere separato, aggiornato e riutilizzato. Le facciate modulari, i pannelli strutturali prefabbricati e i sistemi di giunzione reversibili permettono la demolizione selettiva e la reintegrazione dei materiali nel ciclo produttivo. In questo contesto, la digitalizzazione — tramite Building Information Modeling (BIM) e Digital Twin urbani — riveste un ruolo strategico: consente di tracciare i materiali e di prevederne il comportamento meccanico nel tempo, aprendo la strada alla gestione predittiva del costruito. L’obiettivo finale è un’architettura rigenerativa, capace di restituire più risorse di quante ne consuma. Pavimentazioni urbane con aggregati riciclati e sistemi drenanti Le pavimentazioni rappresentano una parte significativa del suolo urbano e sono oggi oggetto di innovazioni circolari orientate a: ⦁ utilizzo di asfalti rigenerati (RAP) ⦁ aggregati riciclati da demolizioni controllate ⦁ leganti a base di geopolimeri e ceneri volanti ⦁ pavimentazioni permeabili che favoriscono il drenaggio urbano e mitigano l’effetto isola di calore In alcuni progetti sperimentali, la combinazione di materiali termoriflettenti e rigenerati ha mostrato riduzioni fino a 6-8°C nelle temperature superficiali estive, migliorando il comfort urbano e riducendo i consumi energetici degli edifici adiacenti. Le pavimentazioni, quindi, diventano non solo un elemento funzionale, ma una tecnologia ambientale attiva. Analisi del ciclo di vita e indicatori di sostenibilità strutturale Un approccio realmente circolare richiede una valutazione quantitativa dei benefici ambientali, economici e sociali delle soluzioni adottate. L’LCA (Life Cycle Assessment) e il LCC (Life Cycle Cost) sono strumenti fondamentali per misurare l’impatto di materiali e tecniche di costruzione. Indicatori come il Global Warming Potential (GWP) o l’Energy Payback Time consentono di confrontare le prestazioni ambientali tra diverse alternative strutturali. Inoltre, l’integrazione tra analisi LCA e modelli digitali BIM permette la creazione di database dinamici per il monitoraggio continuo della sostenibilità del costruito, estendendo il concetto di efficienza a tutto l’arco di vita dell’opera. Normative europee e linee guida tecniche per il riuso dei materiali L’Unione Europea, attraverso direttive come la Waste Framework Directive (2008/98/EC) e il Green Deal, ha stabilito obiettivi precisi di recupero e riuso dei materiali da costruzione. Le più recenti norme EN 15804 e EN 15978 definiscono i criteri per la dichiarazione ambientale di prodotto (EPD) e per la valutazione delle prestazioni edilizie in ottica di ciclo di vita. Molti Paesi europei stanno inoltre introducendo regolamenti nazionali sul riuso strutturale, che consentono l’impiego di componenti recuperati in nuovi progetti previa certificazione meccanica e tracciabilità. Questo quadro normativo favorisce la transizione verso un mercato dei materiali secondari ad alto valore ingegneristico, ponendo l’Europa come leader mondiale nella progettazione urbana sostenibile. Verso la città resiliente: sinergie tra ingegneria, urbanistica e ambiente La città circolare non è soltanto una somma di tecniche costruttive ecocompatibili, ma un ecosistema complesso, in cui infrastrutture, spazi verdi, sistemi energetici e mobilità interagiscono in un equilibrio dinamico. La resilienza urbana — capacità di adattarsi e rigenerarsi dopo eventi estremi o crisi ambientali — dipende dalla qualità strutturale e circolare dei suoi elementi costitutivi. Ponti modulari, edifici smontabili, pavimentazioni drenanti e materiali riciclati sono tasselli di una visione sistemica, in cui la tecnica diventa alleata della vita urbana, della sicurezza e della sostenibilità ambientale. Solo un approccio interdisciplinare, fondato su conoscenza scientifica, innovazione tecnologica e responsabilità ambientale, può garantire la nascita di una nuova generazione di città resilienti e circolari, capaci di coniugare progresso e rispetto per le risorse. © Riproduzione Vietata
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EPS (Polistirolo Espanso) Riciclato: Da Dove Viene e Cosa E’Come riciclare un materiale dai molteplici impieghi proveniente dai settori del packaging, edilizia e fooddi Marco ArezioL’EPS o più comunemente chiamato polistirolo espanso, è ottenuto dal polistirene per mezzo di un processo di polimerizzazione che si realizza attraverso una reazione chimica dello stirene. In fase di polimerizzazione, al polistirene vengono aggiunti degli additivi espandenti come il pentano, favorendo la nascita dell’EPS, che si presenta in piccole palline dall’aspetto vetroso e di granulometria differente. Portando poi le palline ad una temperatura di circa 90 °C attraverso l’uso del vapore, il gas in esse contenuto, innesca la loro espansione volumetrica pari a 20 - 50 volte il volume delle stesse. Terminata la fase espansiva si passa alla sinterizzazione delle palline, che consiste, sempre attraverso l’impiego di vapore a 110 - 120 °C, nella capacità di agglomerarsi tra loro, con la possibilità di creare blocchi monolitici. L’EPS così prodotto viene impiegato in molteplici settori, quali quelli degli isolanti in edilizia, per la protezione degli oggetti durante le fasi di imballo, e nel settore alimentare per la produzione di contenitori di varie tipologie. Questo larghissimo impiego multisettoriale, porta alla creazione di una grande quantità di rifiuti che devono essere correttamente gestiti, avviandoli al riciclo, in quanto l’EPS può essere un prodotto circolare.Come si ricicla l’EPS con il sistema meccanico La prima criticità che si incontra parlando di riciclo dell’EPS è il suo volume in rapporto con il suo peso, due elementi che determinano costi per il deposito degli scarti e per il loro trasporto. Infatti è un materiale molto leggero, circa 15-25 Kg. /m3 e molto voluminoso. Per questi motivi la prima fase del riciclo dell’EPS risiede nella sua riduzione volumetrica, attraverso la frantumazione degli scarti per via meccanica, in modo da ricavare pezzi irregolari con dimensioni da 2 a 10 cm. Terminata la fase della frantumazione si passa a quella della macinazione, che consiste nell’impiegare mulini a martelli o mulini a coltelli con alberi controrotanti, che hanno la capacità di ridurre l’EPS alle dimensioni desiderate. In alternativa alla macinazione, gli scarti di EPS frantumati possono essere compattati con presse specifiche, così da ridurne in modo monolitico il volume, portando il peso specifico tra i 300 e gli 800 Kg/m3. Se si opta per la macinazione degli scarti si ottiene una materia prima che può essere utilizzata per le fasi di estrusione, creando poi un polimero cristallo granulare con una fluidità alta, intorno a 14-18, utilizzabile per lo stampaggio ad iniezione. Per estrudere l’EPS è necessario dotarsi di un impianto di alimentazione forzata in quanto il materiale è molto leggero, inoltre è consigliabile dotarsi di un impianto di degasaggio per togliere i gas presenti all’interno della struttura cellulare. Se gli scarti macinati o compattati provengono dalla raccolta differenziata, quindi post consumo, sul nastro trasportatore è consigliabile inserire un magnete che possa intercettare eventuali elementi metallici presenti nel macinato. Inoltre è sempre opportuno setacciare il macinato in modo da eliminare eventuali impurità costituite da legno, carta, elementi non ferrosi che non vengono intercettati dai magneti. Ci sono altri sistemi di riciclo non meccanici per l’EPS che possono essere elencati qui di seguito: • Sistema del cracking molecolare per via termomeccanica • Sistema a microonde e infrarossi che genera un processo pirolitico controllato • Sistema di dissoluzione liquida che permette il recupero dell’EPS non contaminato
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La Ramatura dei Metalli: Dalle Origini Antiche alle Innovazioni ModerneUn Viaggio Attraverso la Storia, le Motivazioni e le Tecniche di un Processo Fondamentale per la Metallurgiadi Marco ArezioLa ramatura dei metalli è una pratica antica e tecnicamente complessa che ha attraversato secoli di evoluzione e perfezionamento. Questo processo consiste nell'applicazione di uno strato di rame su una superficie metallica tramite vari metodi, con lo scopo di migliorare le proprietà fisiche e chimiche del metallo di base. In questo articolo, esploreremo la storia della ramatura, le motivazioni per cui si esegue e le diverse tecniche utilizzate per realizzarla. Storia della Ramatura dei Metalli La ramatura è una tecnica che affonda le sue radici nell'antichità. Già nelle civiltà antiche, come quella Egizia, si utilizzavano metodi rudimentali per placcare oggetti di metallo con rame, al fine di migliorarne l'aspetto estetico e la resistenza alla corrosione. Durante il Rinascimento, con lo sviluppo dell'alchimia e della metallurgia, le tecniche di ramatura si perfezionarono ulteriormente, contribuendo alla produzione di oggetti di grande pregio artistico e funzionale. Nel XIX secolo, con l'avvento dell'industrializzazione, la ramatura trovò applicazione su larga scala nell'industria. I progressi nella chimica e nell'elettrochimica permisero di sviluppare metodi più efficienti e controllati, come la deposizione elettrolitica, che divenne uno standard per la ramatura industriale. La ramatura divenne fondamentale in settori come quello automobilistico, elettronico e delle costruzioni, grazie alle sue proprietà protettive e decorative. Perché si Esegue la Ramatura dei Metalli Le ragioni per cui si esegue la ramatura dei metalli sono molteplici e possono essere riassunte nei seguenti punti principali: Protezione dalla Corrosione: Uno degli scopi principali della ramatura è proteggere i metalli dalla corrosione. Il rame è particolarmente resistente agli agenti atmosferici e chimici, formando una barriera protettiva che prolunga la vita utile degli oggetti metallici. Miglioramento della Conduttività Elettrica: Il rame è un eccellente conduttore di elettricità. La ramatura di componenti elettrici ed elettronici migliora la loro conduttività, riducendo la resistenza e migliorando l'efficienza energetica. Adesione di Successivi Strati di Rivestimento: La ramatura viene spesso utilizzata come strato intermedio per favorire l'adesione di ulteriori rivestimenti, come il nichel o il cromo. Questo è particolarmente importante nelle finiture decorative e protettive. Miglioramento delle Proprietà Meccaniche: La ramatura può migliorare le proprietà meccaniche del metallo base, come la resistenza all'usura e la durezza superficiale, rendendo i componenti più duraturi. Aspetto Estetico: Il rame ha un aspetto estetico apprezzato in molti campi, dall'architettura all'arredamento, passando per la gioielleria. La ramatura conferisce una finitura brillante e attraente agli oggetti metallici. Come si Esegue la Ramatura dei Metalli Esistono diverse tecniche per eseguire la ramatura dei metalli, ciascuna con i propri vantaggi e limiti. Le più comuni sono la ramatura elettrolitica, la ramatura chimica e la ramatura a spruzzo. Ramatura Elettrolitica: È il metodo più diffuso e consiste nell'uso di una soluzione elettrolitica contenente sali di rame. L'oggetto da ramare viene immerso nella soluzione e collegato a un circuito elettrico che induce il deposito di ioni di rame sulla superficie del metallo. Questo processo è altamente controllabile e permette di ottenere strati di rame uniformi e di spessore desiderato. Ramatura Chimica: Anche conosciuta come placcatura chimica, non richiede l'uso di corrente elettrica. Si basa su reazioni chimiche che inducono il deposito di rame sulla superficie del metallo immerso in una soluzione contenente agenti riducenti e sali di rame. È particolarmente utile per ramare superfici complesse e irregolari. Ramatura a Spruzzo: Questo metodo utilizza un getto di rame fuso spruzzato sulla superficie del metallo da rivestire. È meno comune rispetto ai metodi elettrolitici e chimici, ma è utilizzato in applicazioni specifiche dove è richiesto un rivestimento spesso e resistente. Considerazioni Finali La ramatura dei metalli rappresenta una delle tecniche più versatili e importanti nell'ambito della metallurgia e delle lavorazioni superficiali. La sua capacità di migliorare le proprietà meccaniche, chimiche ed estetiche dei metalli la rende indispensabile in numerosi settori industriali e artigianali. Dalla sua origine antica fino alle applicazioni moderne, la ramatura ha dimostrato di essere una pratica in continua evoluzione, adattandosi alle nuove esigenze tecnologiche e ambientali. Con l'avanzamento delle tecnologie e la crescente attenzione alla sostenibilità, è probabile che i processi di ramatura continueranno a perfezionarsi, incorporando metodi sempre più eco-compatibili e efficienti. In questo contesto, l'importanza della ramatura dei metalli non farà che crescere, confermando il suo ruolo fondamentale nella protezione e valorizzazione dei materiali metallici.© Riproduzione Vietata
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La Situazione degli Scarti Metallici sul Mercato Cinese nel 2021La Situazione degli Scarti Metallici sul Mercato Cinese nel 2021di Marco ArezioIl trend rialzista dei prezzi delle materie prime da riciclare trova anche nel campo degli scarti ferrosi e non ferrosi piena rispondenza. La Cina aveva previsto rigide restrizioni delle importazioni inerenti alle materie prime da riciclare nel 2018-2020, per poi diventare più elastica in virtù della crescente domanda di scarti da lavorare da parte del mercato interno come ci racconta Brayan Tailor.La Repubblica Popolare Cinese produce più acciaio, alluminio e rame di qualsiasi altra nazione sulla Terra, quindi se la percentuale di consumo dei rottami dovesse aumentare nel 2021, è probabile che si realizzino degli effetti a catena. Una presentazione online di fine febbraio di Ian Roper e Joyce Li di Shanghai Metals Market (SMM) ha affrontato l'evoluzione del mercato dei rottami metallici di base in Cina, insieme ad altre tendenze che influenzano la produzione e l'uso di acciaio, acciaio inossidabile, alluminio e rame nel paese. Negli ultimi due anni, il governo Cinese aveva imposto barriere sulle importazioni, anche sui rottami ferrosi e non ferrosi, oltre che su altri materiali da riciclo, con l'ipotesi di un divieto assoluto di importazione per tutti i tipi di rottami il 1 ° gennaio di quest'anno. Li ha osservato che la Cina è lungi dall'essere autosufficiente per quanto riguarda il rame, con il suo "tasso di autosufficienza" che è sceso dal 40% nel 2010 al 22% nel 2019. Le restrizioni sui rottami importati nel 2019 e nel 2020 hanno portato quindi a un aumento del catodo di rame e le importazioni di lingotti di alluminio nel 2020. Sebbene i volumi delle importazioni di rottami siano rimbalzati a Novembre e Dicembre a livello generale, Roper ha notato che le importazioni in Cina sono diminuite di circa 300.000 tonnellate nel 2020. Inoltre ha dichiarato che SMM prevede un incremento delle importazioni generali di rottami nel 2021 nonostante potrebbero crescere globalmente in modo notevole i prezzi. Nel mercato dei metalli ferrosi, i produttori di acciaio Cinesi sembrano spingersi verso i forni elettrici ad arco (EAF) e altre tecnologie progettate per ridurre le emissioni e consumare più rottame. Anche se i produttori Cinesi importeranno nel 2021 circa 1 milione di tonnellate di rottame, Roper ha affermato che si tratta di una quantità che avrà un impatto sui livelli di prezzo della materia prima, in una regione in cui gli stabilimenti di nazioni vicine, come il Vietnam, stanno facendo offerte per lo stesso prodotto.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - rottame Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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I Polimeri Riciclati nei Composti WPC Plastica - LegnoLa componente di resina polimerica proveniente dalla raccolta differenziata per i prodotti in WPC plastica - legnodi Marco ArezioIl WPC, caratterizzato come un composto legno-polimero, nasce in Italia negli anni ‘60 del secolo scorso ad opera dei fratelli Covema che iniziarono la sperimentazione di miscele fatte con fibra o farina di legno con polimeri e additivi. Oggi la produzione di WPC è una realtà mondiale e l’uso dei pavimenti e dei rivestimenti, non solo nel settore edile, ha raggiunto un apprezzabile mercato in virtù delle doti espresse da questo composto. La produzione avviene, nella maggior parte dei casi, attraverso l’estrusione dei materiali selezionati in impianti che possono utilizzare monoviti o biviti con profili differenti. Il vantaggio dell’utilizzo degli estrusori bivite è espresso dalla maggiore capacità dell’impianto di lavorazione della massa in termini di miscelazione ed uniformità di lavorazione del materiale senza degradarlo. Le ricette che compongono il futuro elemento in WPC dipendono fortemente dalla macchina che si utilizza per l’estrusione (o lo stampaggio), dalla finitura del materiale che si vuole ottenere e dalle caratteristiche di durabilità ed impermeabilità del prodotto in funzione della sua collocazione finale. In linea generale si può dire che la quota in percentuale dei composti legnosi può variare dal 40 al 60% della ricetta e che i componenti polimerici, considerando un 5% medio come gli additivi come i coloranti, gli agenti di accoppiamento, gli stabilizzanti UV, gli agenti espandenti, gli agenti schiumogeni e i lubrificanti, pesano per la parte rimanente. La maggior parte della produzione mondiale di WPC utilizza il polietilene come legante polimerico in virtù della compatibilità nelle temperature di fusione delle due masse che compongono la miscela e per la facile reperibilità di materia prima riciclata sul mercato. Il polietilene riciclato utilizzato può essere in HDPE o in LDPE, vediamo le differenze: • L’HDPE è uno scarto che proviene dalla raccolta differenziata sotto forma di flaconi per il detersivo, shampoo, creme, bottiglie del latte e altri imballi di largo consumo che vengono raccolti dalle nostre case, selezionati in impianti automatici che ne leggono la natura chimica (densità del materiale), macinati in scaglie piccole, lavati in impianti industriali, selezionati per colore, se necessario, attraverso macchine a lettura ottica e successivamente estrusi per creare una materia prima sotto forma di granulo. L’HDPE è un prodotto stabile, pulito, monocomponente con solo piccole tracce di PP all’interno (tappi), prestandosi egregiamente all’azione di estrusione tipica del WPC. Si trova in abbondanza sul mercato in quei paesi in cui la raccolta differenziata è efficiente. • L’LDPE è uno scarto che proviene dalla raccolta differenziata dei film plastici che provengono dai rifiuti domestici ed industriali che per loro natura di utilizzo sono meno selezionabili, in termini di mono-plastiche rispetto all’HDPE. Possono essere di diversa provenienza e quindi di diversa qualità: Film agricolo viene raccolto normalmente con una certa percentuale di residui sabbiosi che devono essere eliminati, non sempre totalmente però, attraverso un accurato lavaggio. Il film, durante la sua vita subisce una degradazione dal sole che è da considerare quando si scelgono gli additivi della ricetta del WPC che dovranno compensare questo deficit. Film industriale o di primo uso sono quei materiali che vengono raccolti dagli scarti degli imballi delle aziende o dalle catene distributive e che rappresentano normalmente films puliti mai riciclati. La qualità di questo rifiuto è tra le migliori da utilizzare per il riciclo. Film derivante dalla raccolta differenziata che hanno contenuto rifiuti organici o altri contaminanti sia solidi che oleosi, il cui riciclo meccanico riduce in modo importante i componenti diversi dall’LDPE, ma non riesce ad eliminare completamente queste sostanze. • Il Polipropilene e un materiale che può derivare dalla raccolta differenziata sotto forma di scarti rigidi o sotto forma di film da imballo. La selezione meccanica restituisce una materia prima di buon livello che può presentare anche una certa percentuale di PE all’interno. Il PP è un materiale economico e duttile nella produzione del WPC. • Il PVC sotto forma di scarto può derivare dalla filiera industriale, quindi come scarto di lavorazione primaria sia sotto forma di raccolta differenziata come lo scarto di tubi, profili finestre, imballi, tessere e alto materiale da selezionare. Lo scarto post industriale è sicuramente il migliore in termini di pulizia da inquinanti e resa finale ma ha un costo elevato e una quantità reperibile sul mercato limitata. Il vantaggio dell’uso del PVC come legante polimerico è la stabilità dimensionale dei pezzi prodotti e la levigabilità. La funzione dei polimeri riciclati e degli additivi di protezione all’interno della miscela di legno creano numerosi vantaggi al prodotto finale.ImpermeabilitàImputrescenzaResistente ai raggi U.V.+Ottima lavorabilità a freddoBuona resistenza a flessioneOttimo mantenimento del coloreRiciclabilità nel settore del WPCResistenza all’azione corrosiva dell’acqua marinaAssenza di manutenzione superficialeCategoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - WPC - legno Maggiori informazioni sui polimeri
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XIX° Secolo e l’Espansione della Chimica tra Bene e MaleLa Chimica nella storia: uso del fosforo bianco nella produzione dei fiammiferi di Marco ArezioTutte le forme di progresso, anche quello della chimica, sono state costellate, nella storia, da vittorie e da sconfitte, da azioni di gloria tecnico-scientifica e da bramosia di denaro, insomma dall’eterna lotta tra chi comandava e chi subiva. La letteratura ci riporta episodi riferibili a successi, scaturiti dalle scoperte di nuovi materiali e la loro industrializzazione, e di risvolti negativi, a volte mortali, per chi lavorava nelle fabbriche o nelle loro vicinanze. Possiamo ricordare la storia dell’inquinamento della diossina, dell’eternit, del teflon, del PFSA, del piombo, dei pesticidi e di molti altri ritrovati chimici che, da una parte hanno fatto grandi le industrie, ma dall’altra hanno arrecato danni alla salute umana, all’ambiente e spesso la morte di molti lavoratori. La storia ci restituisce aneddoti su come la nuova chimica, nel corso del '800, avesse creato un’industria avida di denaro e per niente rispettosa della salute di chi, questi profitti, procurava agli imprenditori attraverso il loro lavoro. Un articolo, apparentemente piccolo e innocuo come i fiammiferi, la cui diffusione era massima in quel periodo in virtù delle necessità in cucina, nelle aziende, per il riscaldamento e per i fumatori, era prodotto con dei composti chimici altamente dannosi per la salute umana e, nonostante ciò, si proseguì per anni la sua produzione cercando di insabbiare i reali effetti nefasti. A partire dal 1840, quando si affinò la tecnica di produzione dei fiammiferi, la produzione avveniva immergendo dei piccoli pezzi di legno in una massa fumosa di fosforo bianco, lasciandoli poi essiccare all’aria. Il fosforo bianco, materia prima per le capocchie incendiarie, era composto da fosfati minerali e dalle ceneri delle ossa che contenevano fosfato di calcio. La miscela che ne scaturiva veniva poi trattata con l’acido solforico, altro prodotto dell’industria chimica nascente, ottenendo così l’acido fosforico che veniva poi trattato con carbone e trasformato in fosforo. Il fosforo bianco così realizzato si utilizzava per la fabbricazione dei fiammiferi, ma era altamente tossico per chi lo maneggiava o ne respirava i fumi. Il lavoro della preparazione dei fiammiferi, molte volte eseguito da donne e bambini, li esponeva ai fumi del fosforo bianco, anche perché, spesso, erano fatti in spazi angusti o i locali non avevano il ricambio e la circolazione dell’aria necessaria. Per molti anni si susseguirono le morti e gravi malattie dei lavoratori nelle fabbriche a causa del fosforo bianco, nonostante gli industriali sapessero perfettamente della tossicità del prodotto che serviva per le capocchie infiammabili. Una forte azione tra gli imprenditori, alcuni cattedratici e alcuni parlamentari, riuscì a bloccare una proposta legge, datata 1905, che ne avrebbe impedito l’uso, costringendo le aziende a passare al più costoso fosforo rosso. Ma nel 1924, nonostante l’associazione monopolista dei produttori di fiammiferi tentò in tutti i modi di prolungare il blocco legislativo, ci fu l’approvazione che pose fine alla chimica della morte.Foto Tecnomatch
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EvoBuild: Innovazione nei Materiali per Cementi e Calcestruzzi verso l’Economia CircolareRiduzione della CO₂, inerti riciclati e combustibili alternativi: il futuro sostenibile dei cementi e dei calcestruzzidi Marco ArezioIl settore delle costruzioni si trova al centro di una trasformazione epocale. La produzione di cemento e calcestruzzo, responsabile di una considerevole quota delle emissioni globali di CO₂, è oggi sotto la lente di innovatori e aziende impegnate nella transizione verso un’edilizia più sostenibile. Tra queste, EvoBuild si distingue per l’approccio pionieristico nello sviluppo di prodotti in grado di ridurre l’impatto ambientale senza compromettere la qualità e le prestazioni tecniche. Attraverso l’impiego di tecnologie avanzate e risorse alternative, EvoBuild sta ridefinendo il concetto di sostenibilità nel settore dei materiali da costruzione.Rivoluzionare il calcestruzzo: una sfida tra tecnica e sostenibilità Il cemento, componente primario del calcestruzzo, è prodotto tramite un processo altamente energivoro, caratterizzato dalla calcinazione del clinker, un passaggio che da solo genera circa il 60% delle emissioni totali legate al cemento. EvoBuild risponde a questa sfida con soluzioni innovative, che mirano a ridefinire la formulazione tradizionale dei materiali da costruzione attraverso tre pilastri fondamentali: la riduzione del contenuto di clinker, l’integrazione di inerti riciclati e l’uso di combustibili alternativi. I prodotti EvoBuild, frutto di anni di ricerca e sviluppo, includono leganti a basse emissioni, additivi chimici avanzati e formulazioni che sfruttano materiali di scarto provenienti da altre industrie. Queste soluzioni non solo migliorano le prestazioni del calcestruzzo, ma riducono drasticamente l’impronta ambientale della sua produzione. Sostituzione del clinker: una riduzione diretta della CO₂ Uno dei metodi più efficaci per abbattere le emissioni è la sostituzione parziale del clinker con materiali alternativi. Tra le principali opzioni utilizzate da EvoBuild vi sono: Ceneri volanti: un sottoprodotto delle centrali termoelettriche, utilizzato per la sua reattività pozzolanica. Scorie d’altoforno: residui dell’industria siderurgica, che migliorano le proprietà meccaniche del calcestruzzo. Calcare micronizzato: riduce la densità del materiale mantenendo prestazioni accettabili. L’adozione di questi leganti alternativi permette una riduzione delle emissioni fino al 30% rispetto al cemento tradizionale, garantendo al contempo una maggiore durabilità del materiale. Inerti riciclati: il futuro dell’economia circolare nel calcestruzzo Gli aggregati rappresentano circa il 70-80% del volume del calcestruzzo, e la loro estrazione da fonti naturali come ghiaia e sabbia comporta un significativo impatto ambientale. EvoBuild ha introdotto una nuova generazione di miscele che incorporano inerti riciclati, ottenuti da demolizioni edilizie controllate o da residui industriali. Questi materiali vengono sottoposti a rigorosi processi di selezione e trattamento per garantire prestazioni comparabili a quelle degli aggregati naturali. L’utilizzo di inerti riciclati non solo contribuisce a ridurre la pressione sulle risorse naturali, ma consente anche di limitare i rifiuti in discarica. In molti casi, l’integrazione di aggregati riciclati si traduce in una maggiore capacità di assorbire vibrazioni e migliorare l’efficienza termica del calcestruzzo. Combustibili alternativi: un approccio olistico alla sostenibilità La produzione di cemento è una delle attività industriali più energivore. Per alimentare i forni di calcinazione del clinker, EvoBuild sta introducendo l’uso di combustibili alternativi, tra cui: Biomassa residuale: residui agricoli o forestali, utilizzati come fonte di energia rinnovabile. Pneumatici esausti: bruciati in condizioni controllate, consentono di recuperare energia e ridurre i rifiuti. Rifiuti non riciclabili: impiegati come combustibile, minimizzano il ricorso a discariche. L’uso di questi combustibili non solo riduce la dipendenza dai combustibili fossili, ma consente anche di valorizzare materiali di scarto che altrimenti rappresenterebbero un problema ambientale. Un nuovo paradigma per l’industria delle costruzioni Il contributo di EvoBuild si inserisce in un contesto più ampio di transizione dell’industria delle costruzioni verso un modello di economia circolare. La tradizionale linearità del ciclo produttivo — basata sull’estrazione, trasformazione, utilizzo e smaltimento — viene sostituita da un approccio circolare, in cui i materiali vengono progettati per essere recuperati e reintegrati nei processi produttivi. L’economia circolare nel settore delle costruzioni non è solo una scelta etica, ma un’opportunità per migliorare l’efficienza complessiva dei processi, ridurre i costi operativi e rispettare le normative ambientali sempre più stringenti. La sfida del futuro: scalabilità e innovazione Nonostante i progressi tecnologici, la diffusione su larga scala di soluzioni come quelle offerte da EvoBuild presenta ancora sfide significative. La disponibilità di materiali alternativi, la necessità di adattare gli impianti produttivi e l’adeguamento delle normative rappresentano ostacoli che richiedono un’azione coordinata tra aziende, istituzioni e ricerca scientifica. Tuttavia, l’impegno di aziende come EvoBuild dimostra che un’edilizia a basso impatto ambientale è non solo possibile, ma necessaria. Ogni innovazione in questo settore rappresenta un passo avanti verso un futuro in cui le costruzioni saranno non solo sicure e durature, ma anche rispettose dell’ambiente. EvoBuild, con la sua visione orientata alla sostenibilità, si propone come punto di riferimento in questa trasformazione, dimostrando che la tecnologia e l’economia circolare possono andare di pari passo. © Riproduzione Vietata
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Stress psicologico nel mondo del lavoro: analisi dei fattori di disagio e delle dinamiche di genereUno studio approfondito sulle cause dello stress nei lavoratori, con un focus sulle differenze di genere e sulle difficoltà di conciliazione tra lavoro e famigliadi Marco ArezioIl mondo del lavoro moderno è caratterizzato da ritmi intensi, elevati livelli di competitività e da una crescente aspettativa di produttività. Questi aspetti, combinati con il bisogno di bilanciare vita professionale e vita familiare, stanno contribuendo a un aumento significativo dei livelli di stress psicologico tra i lavoratori. In particolare, emerge come le dinamiche di genere e la difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia siano fattori determinanti nel disagio psicologico che colpisce uomini e donne in modo differente. Questo articolo esplora le principali cause di stress nella popolazione lavorativa, analizzando le variabili di genere e il ruolo delle responsabilità familiari e sociali, con l'obiettivo di individuare strategie di mitigazione e intervento. Fattori di stress psicologico sul lavoro Il stress psicologico in ambito lavorativo è il risultato di una combinazione di fattori, tra cui le aspettative organizzative, il carico di lavoro e le condizioni ambientali. In questo contesto, i seguenti elementi sono spesso individuati come principali contributori al disagio psicologico: Carico di lavoro: Un carico di lavoro eccessivo, che include sia la quantità di attività che la pressione per completarle in tempi ristretti, rappresenta una delle cause principali di stress. La mancanza di pause adeguate e di supporto può esacerbare il problema. Autonomia limitata: La capacità di influire sulle proprie mansioni e sulla gestione del tempo è spesso considerata essenziale per il benessere lavorativo. Situazioni lavorative che limitano questa autonomia sono frequentemente associate a un aumento dello stress. Incertezza e insicurezza: La paura di perdere il proprio lavoro o di non riuscire a soddisfare le aspettative genera una pressione psicologica costante, che può portare a sintomi di ansia e depressione. Conflitti interpersonali: Le relazioni con colleghi e superiori possono essere fonte di stress, soprattutto in presenza di dinamiche competitive o in ambienti poco collaborativi. Le differenze di genere nello stress lavorativo La ricerca psicologica e sociologica ha dimostrato che le esperienze lavorative di uomini e donne differiscono, anche se si trovano nello stesso ambiente di lavoro e nello stesso ruolo. Le donne, ad esempio, riportano spesso livelli di stress superiori rispetto ai loro colleghi maschi, in parte a causa delle aspettative sociali e delle responsabilità aggiuntive legate alla gestione familiare. Aspettative di ruolo e stereotipi di genere Le donne sono ancora spesso percepite come principali responsabili delle attività domestiche e dell'accudimento dei figli, anche quando ricoprono ruoli lavorativi a tempo pieno. Questo doppio carico, conosciuto come "secondo turno", contribuisce significativamente allo stress psicologico. Gli uomini, d'altro canto, possono sentire la pressione di dover dimostrare stabilità economica e successo professionale, aspettative che aumentano la vulnerabilità allo stress e possono rendere difficile chiedere supporto psicologico. Differenze nella risposta allo stress Studi neuroscientifici suggeriscono che uomini e donne possano rispondere in modo diverso allo stress a causa di differenze biologiche e sociali. Le donne tendono a mostrare una maggiore propensione all'ansia e alla depressione in situazioni di stress cronico, mentre gli uomini possono manifestare reazioni come irritabilità o comportamento evitante. Queste risposte differenti sono il risultato di una complessa interazione tra fattori ormonali e socio-culturali. La sfida della conciliazione tra lavoro e famiglia Un tema centrale nello studio dello stress lavorativo è la conciliazione tra lavoro e famiglia, che spesso risulta difficile sia per gli uomini che per le donne, sebbene in forme e intensità diverse. La sindrome del burnout genitoriale La difficoltà di bilanciare lavoro e responsabilità familiari è associata a una condizione nota come burnout genitoriale, caratterizzata da stanchezza emotiva e fisica, senso di colpa e incapacità di prendersi cura di sé stessi. Questo fenomeno colpisce in particolare i genitori che svolgono ruoli professionali impegnativi, e si manifesta con una maggiore incidenza tra le madri rispetto ai padri. L’importanza del supporto organizzativo Le organizzazioni che offrono flessibilità lavorativa e supporto, come il lavoro da remoto, orari flessibili o servizi di assistenza all’infanzia, contribuiscono a ridurre il livello di stress dei dipendenti. Tuttavia, queste soluzioni sono ancora poco diffuse in molti settori, e la percezione di un accesso limitato a queste risorse aumenta il disagio psicologico. Conseguenze dello stress psicologico sui lavoratori Gli effetti dello stress psicologico nella popolazione lavorativa possono essere devastanti, non solo a livello individuale ma anche per l'intero sistema aziendale e sociale. I sintomi più comuni includono: Diminuzione della produttività: La presenza di stress cronico è associata a una riduzione della capacità di concentrazione, che porta a una diminuzione delle prestazioni. Problematiche fisiche e psicologiche: L'eccesso di stress è correlato a numerosi problemi di salute fisica (come disturbi cardiovascolari) e psicologica (ansia, depressione). Aumento del turnover: L'alto livello di stress può portare i lavoratori a lasciare l'azienda, causando costi elevati per il turnover e la formazione di nuovi dipendenti. Strategie di intervento e prevenzione Affrontare lo stress lavorativo e promuovere il benessere psicologico richiede un approccio integrato, che coinvolga sia il singolo individuo che l'organizzazione. Tra le strategie più efficaci troviamo: Promozione della salute mentale sul lavoro: Programmi aziendali di supporto psicologico e formazione per la gestione dello stress possono essere utili per educare i dipendenti e i manager sull'importanza della salute mentale. Incentivi per la flessibilità: Le aziende che offrono orari flessibili e possibilità di lavoro da remoto permettono ai dipendenti di gestire meglio le esigenze personali e familiari. Interventi mirati per le donne: Programmi di mentoring e supporto per le donne lavoratrici possono ridurre l'impatto delle aspettative di genere e delle responsabilità familiari. Coinvolgimento dei partner: Iniziative che promuovono una distribuzione più equa delle responsabilità domestiche, come il congedo parentale condiviso, possono contribuire a ridurre lo stress sia per le madri che per i padri. Conclusioni Lo stress psicologico nella popolazione lavorativa è una questione complessa che richiede un’attenzione multidisciplinare, in particolare per comprendere come le differenze di genere e le difficoltà nel bilanciare lavoro e famiglia influenzino il benessere. Con una maggiore sensibilizzazione e un intervento mirato, è possibile ridurre l'impatto dello stress lavorativo, migliorando la qualità della vita dei dipendenti e la produttività delle aziende. Implementare politiche aziendali inclusive e flessibili, così come favorire il cambiamento culturale riguardo alle aspettative di genere, rappresenta una strada promettente per il futuro del benessere lavorativo. © Riproduzione Vietata
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La Luna e la Stabilità dell’Asse Terrestre: Un Pilastro Invisibile dell’Equilibrio Climatico e delle StagioniCome il satellite naturale della Terra contribuisce alla stabilità dell'inclinazione assiale, regolando cicli stagionali e clima globale nel lungo terminedi Marco ArezioNel panorama dei corpi celesti che influenzano la vita sulla Terra, la Luna occupa un posto di assoluto rilievo. Non solo per la sua presenza visibile nei cieli notturni o per le sue implicazioni mareali, ma per un ruolo meno evidente e tuttavia cruciale: la stabilizzazione dell’inclinazione dell’asse terrestre. Questo meccanismo, risultato di delicati equilibri gravitazionali e dinamiche rotazionali, garantisce da milioni di anni un clima relativamente stabile e cicli stagionali regolari — prerequisiti fondamentali per lo sviluppo e la conservazione della vita sulla Terra. La stabilità dell’asse terrestre non è un dato scontato nel contesto cosmico. Pianeti privi di un grande satellite naturale come la Luna — come Marte — sperimentano significative variazioni dell’inclinazione assiale, con conseguenze profonde sul clima. Capire come la Luna agisca come un “giroscopio gravitazionale” che stabilizza l’asse terrestre significa entrare nel cuore della dinamica celeste e nei meccanismi che regolano il clima e la biosfera terrestre. L’inclinazione assiale della Terra: il fondamento delle stagioni L’asse terrestre è inclinato di circa 23,5 gradi rispetto al piano dell’eclittica, ovvero il piano su cui la Terra orbita attorno al Sole. Questa inclinazione è la ragione per cui esistono le stagioni: durante il moto orbitale annuale, l’emisfero nord e quello sud ricevono quantità differenti di luce solare diretta, determinando l’alternanza di estate, inverno, primavera e autunno. Ma l’inclinazione non è un valore fisso: nel corso delle ere geologiche subisce oscillazioni, chiamate nutazione e precessione. Tuttavia, grazie alla presenza della Luna, queste variazioni sono contenute entro limiti ristretti — tra i 22,1° e i 24,5° — lungo cicli di circa 41.000 anni (variazione dell’obliquità). Senza la Luna, le oscillazioni sarebbero molto più ampie e rapide, portando la Terra a possibili inclinazioni anche superiori ai 60°, con impatti climatici catastrofici. La stabilizzazione gravitazionale: come la Luna influisce sull’obliquità La stabilizzazione dell’asse terrestre è dovuta all’interazione gravitazionale tra la Luna e la Terra. Lungo la sua orbita inclinata, la Luna esercita una forza di marea gravitazionale che agisce sul rigonfiamento equatoriale terrestre. Questo rigonfiamento è una deformazione dovuta alla rotazione del pianeta e genera una coppia di forze quando sottoposto a trazione gravitazionale. Tale coppia forza un momento torcente che controbilancia la tendenza dell’asse terrestre a oscillare liberamente. La Luna agisce quindi come una sorta di freno o stabilizzatore giroscopico che limita le oscillazioni incontrollate, mantenendo la Terra in uno stato di relativa stabilità angolare. Inoltre, la massa relativamente elevata della Luna rispetto alla Terra (circa 1/81) e la sua prossimità orbitale (media di circa 384.400 km) rendono questo effetto di stabilizzazione particolarmente efficace. Gli studi di meccanica celeste hanno evidenziato che, in assenza della Luna, l’inclinazione dell’asse terrestre potrebbe subire oscillazioni caotiche nell’arco di pochi milioni di anni, alterando drasticamente le condizioni climatiche globali. La Terra senza Luna: scenari climatici instabili I modelli astronomici che simulano l’evoluzione di un pianeta simile alla Terra privo di un grande satellite rivelano uno scenario drammatico: l’inclinazione dell’asse potrebbe oscillare caoticamente tra 0° e 85°. In tali condizioni, alcune regioni del pianeta riceverebbero luce solare per mesi consecutivi, mentre altre resterebbero in ombra per periodi altrettanto prolungati. Questo fenomeno porterebbe a un’estrema instabilità climatica: la differenza tra le stagioni diventerebbe estrema, con estati roventi e inverni polari anche in zone equatoriali. L’instabilità dell’obliquità comporterebbe cambiamenti repentini e imprevedibili nei regimi di temperatura e precipitazioni, rendendo l’adattamento biologico e l’agricoltura difficilmente sostenibili. Basti considerare il caso di Marte, che ha due piccolissimi satelliti (Phobos e Deimos) e un’inclinazione assiale attualmente simile a quella della Terra (25°), ma che varia molto più nel tempo. Le oscillazioni marziane superano i 10° in periodi di pochi milioni di anni, e potrebbero essere state responsabili delle cicliche trasformazioni del clima e della perdita dell’acqua liquida in superficie. La Luna e i cicli astronomici di Milankovitch Il ruolo della Luna nella stabilizzazione dell’asse terrestre si riflette anche nei cicli di Milankovitch, cioè nei cambiamenti periodici dei parametri orbitali terrestri che influenzano il clima globale su scale temporali di decine o centinaia di migliaia di anni. Questi cicli includono: - l’eccentricità dell’orbita terrestre (circa ogni 100.000 anni), - la precessione degli equinozi (circa ogni 26.000 anni) - la variazione dell’inclinazione assiale (ogni 41.000 anni) Senza la Luna, quest’ultima variabile diverrebbe molto più instabile, rendendo il modello di Milankovitch meno affidabile e portando a forzanti climatiche irregolari. La stabilità dell’obliquità è essenziale per mantenere cicli glaciali relativamente prevedibili, come quelli osservati nel Pleistocene. Implicazioni per la vita e per l’abitabilità planetaria La presenza della Luna ha permesso alla Terra di conservare per milioni di anni un clima relativamente stabile. Questo è stato cruciale per: - lo sviluppo della biodiversità - la regolazione del ciclo del carbonio - la persistenza delle calotte polari - la stabilizzazione delle correnti oceaniche Il clima temperato, con stagioni regolari e prevedibili, ha favorito lo sviluppo dell’agricoltura, delle civiltà stanziali e, in ultima analisi, della cultura umana. In assenza della Luna, questi processi sarebbero stati resi estremamente difficili, se non impossibili. Per questo motivo, l’astrobiologia considera oggi la presenza di una luna massiccia e vicina come uno dei fattori chiave nella valutazione dell’abitabilità di un pianeta extrasolare. Il futuro: l’evoluzione della Luna e la fine della stabilità? La Luna si sta allontanando dalla Terra alla velocità di circa 3,8 cm all’anno, a causa dell’interazione mareale. Questo fenomeno implica che, tra miliardi di anni, la capacità della Luna di stabilizzare l’asse terrestre diminuirà progressivamente. Tuttavia, nel medio termine — milioni di anni — la sua influenza rimarrà predominante. In un futuro remoto, la perdita dell’effetto stabilizzante potrebbe innescare nuove instabilità climatiche. Alcuni modelli suggeriscono che, con una Luna troppo lontana, la precessione assiale potrebbe diventare irregolare, innescando cambiamenti climatici più violenti. Ma si tratta di scale temporali che superano l’attuale orizzonte biologico e geologico umano. Conclusioni La Luna non è solo un oggetto romantico nel cielo notturno o un testimone silenzioso delle esplorazioni spaziali. È un elemento strutturale essenziale per la stabilità climatica della Terra. La sua influenza sulla meccanica orbitale e sull’inclinazione assiale rende possibile il susseguirsi regolare delle stagioni, il mantenimento di un clima favorevole alla vita e la prevedibilità dei grandi cicli geologici. Comprendere la funzione della Luna nel bilancio climatico terrestre aiuta non solo a valorizzare il nostro sistema planetario, ma anche a definire i criteri di abitabilità di altri mondi nel cosmo. Laddove non esiste una luna stabilizzante, la vita — almeno come la conosciamo — potrebbe trovarsi di fronte a ostacoli insormontabili.© Riproduzione Vietata
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Ingegneri Green e Tecnici del Fotovoltaico: Le Professioni del Futuro SostenibileLa crescente domanda di figure specializzate nella sostenibilità e nelle energie rinnovabili trasforma il mercato del lavoro in Italiadi Marco ArezioNel 2025, l’Italia continua a distinguersi nel panorama europeo per l’impegno nella gestione circolare dei rifiuti, con un tasso di recupero che supera ormai stabilmente il 75%, secondo i dati aggiornati del Conai. Questo risultato non solo certifica l’efficacia dei sistemi di raccolta e riciclo, ma mette in luce un cambiamento strutturale nel mondo del lavoro: cresce infatti la domanda di figure professionali specializzate nella sostenibilità ambientale e nelle energie rinnovabili, capaci di coniugare competenze tecniche e visione strategica. Tra le figure in prima linea, spiccano gli ingegneri "green" e i tecnici dei moduli fotovoltaici, veri protagonisti di una transizione energetica ormai irreversibile. Formazione Avanzata per un Futuro Sostenibile Il mercato del lavoro del 2025 richiede oggi più che mai una formazione solida e mirata. La transizione ecologica non è più una prospettiva, ma un processo in corso che coinvolge aziende pubbliche e private, chiamate a innovare sistemi produttivi, logistica, edilizia e filiere energetiche. In questo scenario, si impongono nuove professionalità, dotate di competenze trasversali e capaci di rispondere alle sfide tecnologiche e ambientali. Le figure più richieste? Manager della sostenibilità, ingegneri ambientali e green, tecnici per l’assemblaggio e la manutenzione di impianti fotovoltaici, specialisti del ciclo dei rifiuti, ma anche addetti ambientali nei cantieri e analisti ESG (Environmental, Social and Governance). Si tratta di ruoli oggi sempre più centrali non solo nei settori dell’energia e del riciclo, ma anche in ambiti come il design industriale, la gestione dei processi produttivi e l’economia circolare applicata alle costruzioni. Un caso emblematico è l’Erg Academy, che continua nel 2025 a rappresentare un modello di formazione integrata tra azienda e territorio: corsi pratici e teorici, focus sulle centrali rinnovabili, sulle smart grid, sull’efficienza e sulla digitalizzazione dei processi di gestione energetica. Le collaborazioni con ITS, università e poli di ricerca completano il percorso, garantendo una solida base scientifica e operativa. Imprese Protagoniste della Transizione Tra le imprese che stanno facendo scuola in tema di innovazione e sostenibilità figura ancora una volta Enel, con la sua strategia rivolta all’upskilling del personale nei siti produttivi strategici, come la gigafactory di Catania. Qui, tecnici e ingegneri vengono formati per la produzione di moduli fotovoltaici di nuova generazione, destinati non solo al mercato italiano ma anche a progetti internazionali nel solco del Green Deal europeo. Altre realtà come Webuild si distinguono per la valorizzazione delle competenze ambientali nei cantieri: l’inserimento di tecnici formati per monitorare l’impatto ambientale delle opere infrastrutturali è oggi una prassi consolidata. Tali figure sono responsabili della gestione sostenibile di scavi, movimentazioni terra, emissioni acustiche e qualità dell’aria nei grandi progetti infrastrutturali, con certificazioni ambientali obbligatorie e un ruolo sempre più centrale nella compliance normativa. Una Domanda in Crescita, Una Formazione da Potenziare Secondo le ultime stime, tra il 2024 e il 2025 la domanda di tecnici ambientali e figure specialistiche legate al fotovoltaico è cresciuta del 20%, con un’accelerazione soprattutto nel Centro-Sud Italia, dove si concentrano numerosi progetti di decarbonizzazione e riconversione industriale. Ma l’offerta di competenze non è sempre all’altezza della richiesta: mancano profili intermedi con formazione tecnico-professionale aggiornata, capaci di intervenire sul campo con rapidità ed efficacia. Il sistema educativo, grazie anche al PNRR e ai fondi europei, si sta adattando, ma la sfida è ancora aperta. Nascono nuovi corsi ITS orientati all’efficienza energetica e alla mobilità sostenibile, mentre le università avviano lauree triennali e magistrali con indirizzi ambientali e climatici. Alcuni politecnici hanno attivato percorsi “dual” in partnership con aziende, dove lo studente alterna aula e cantiere, progetto e pratica, conoscenza e applicazione. Competenze Trasversali e Cultura della Sostenibilità Oggi non basta essere tecnici: occorre anche una solida cultura ambientale. Le aziende cercano professionisti in grado di leggere i cambiamenti climatici, le normative europee, i parametri ESG e i processi digitali con spirito critico e visione sistemica. In questo senso, la formazione continua diventa uno strumento indispensabile per aggiornare le competenze, valorizzare i talenti e garantire una transizione ecologica equa e duratura. Conclusione La sostenibilità non è più un’opzione, ma una necessità strategica. Gli ingegneri green, i tecnici del fotovoltaico e i nuovi esperti ambientali saranno gli artefici di una trasformazione epocale, chiamata a ridisegnare la produzione, l’energia, l’edilizia e perfino i modelli di consumo. La domanda di queste figure è destinata a crescere ancora nei prossimi anni, ma per coglierne appieno le potenzialità sarà fondamentale investire in formazione, ricerca e visione. Con strumenti adeguati, una rete di accademie industriali e una politica industriale coerente, l’Italia può non solo accompagnare la transizione ecologica, ma diventarne uno dei principali protagonisti a livello europeo.© Riproduzione Vietata
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