Nel cuore pulsante di Venezia, il palazzo Morosini vive giorni di febbrile preparazione: casse di gemme e velluti si accumulano, cavalli e armigeri attendono il segnale di partenza per Anversa. Girolamo Morosini, dominatore silenzioso del suo regno di marmi e denaro, orchestra ogni dettaglio con la precisione di un generale.
Ma sotto la superficie dell’ordine, scorre un’altra corrente — quella dei sentimenti e dei segreti. Lorenzo, suo uomo di fiducia, nasconde un amore che brucia nell’ombra per Elisabetta Mion, figlia di un notaio della Curia. Mentre la città si prepara al viaggio e i tramonti lagunari si tingono d’oro, una lettera clandestina innesca un destino irreversibile. Nella notte, Elisabetta sfida la prudenza per seguire il richiamo del cuore, ma Venezia non perdona gli amanti. Tra calli silenziose, acque immobili e ombre che si muovono troppo in fretta, una gondola scompare nel buio, e con essa il respiro di una promessa. Da quel momento, nulla sarà più come prima.
Tra intrighi mercantili, amori proibiti e un rapimento nella notte lagunare, il dodicesimo capitolo svela il volto oscuro della Venezia cinquecentesca
Ottobre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 12. La Scomparsa di Elisabetta Mion
Il palazzo Morosini, in quei giorni, non conosceva silenzio. Dall’alba fino alle ore tarde della sera, il cortile brulicava come un formicaio, e il ritmo dei passi sui ciottoli si confondeva con il rumore delle casse caricate, il nitrire dei cavalli e il clangore dei ferri battuti dai maniscalchi. Il viaggio verso Anversa — lungo, rischioso, ma irrinunciabile per gli affari — richiedeva un’organizzazione meticolosa, e Girolamo Morosini pretendeva che nulla fosse lasciato al caso.
L’aria di marzo era umida, un misto di sale e di nebbia, ma il sole, quando riusciva a fendere le nuvole, disegnava sui marmi della facciata riflessi dorati che facevano sembrare il palazzo un grande scrigno pronto ad aprirsi sul mondo. Dentro, nelle sale ampie e odorose di cera, i servitori correvano con registri, bilance, ceste di provviste, botti sigillate, stoffe di copertura e finimenti. La voce di Morosini, ferma e autorevole, si levava di tanto in tanto come un richiamo di comando.
— Voglio che l’acqua venga presa dal pozzo di Sant’Alvise, non da quello di Cannaregio — diceva a un servitore.
— Quella è più fresca e dura più a lungo. E che i bottai controllino ogni cerchio di ferro, non voglio perdite nel viaggio.Nella loggia, sotto il porticato, due uomini controllavano le scorte di vino. Le botti erano disposte in file ordinate, con piccole etichette vergate a mano. Malvasia di Candia, Rosso di Verona, Bianco d’Istria. Accanto, una cassa di legno rivestita internamente di peltro custodiva i bicchieri da viaggio, perché persino lontano da Venezia Morosini pretendeva la stessa eleganza di casa.....