Caricamento in corso...
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Italiano rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Inglese rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Francese rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Spagnolo
176 risultati
https://www.rmix.it/ - Perchè oggi sono così importanti i tests sui polimeri riciclati?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perchè oggi sono così importanti i tests sui polimeri riciclati?
Informazioni Tecniche

Plastica riciclata: perché i test su MFI, DSC e densità sono decisivi dopo lo stop della Cinadi Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e sviluppo di filiere sostenibili. Fondatore della piattaforma rMIX.Data Articolo: Aprile 2020Aggiornamento: Marzo 2026Per molti anni il commercio internazionale dei rifiuti plastici ha funzionato come una valvola di sfogo. Una parte consistente degli scarti di qualità mediocre o difficile da trattare usciva dai Paesi industrializzati e trovava sbocco soprattutto in Asia, con la Cina in posizione centrale fino al 2017. Poi il quadro è cambiato in modo radicale: i controlli introdotti da Pechino tra il 2017 e il 2018 hanno quasi azzerato quel flusso, e i dati WTO mostrano il crollo delle importazioni cinesi di plastic waste da 3,263 miliardi di dollari nel 2017 a 49 milioni nel 2018, 0,5 milioni nel 2019 e 0,1 milioni nel 2020. Anche l’OCSE conferma che il commercio globale di rifiuti e rottami plastici si è sostanzialmente ridimensionato rispetto ai livelli del 2014. Questa trasformazione ha avuto un effetto immediato sul mercato della plastica riciclata: i materiali peggiori non potevano più essere facilmente “spostati altrove”, mentre i riciclatori hanno dovuto affrontare in casa una quota crescente di flussi eterogenei, contaminati o non omogenei. In un primo momento una parte delle spedizioni si è diretta verso altri Paesi del Sud-Est asiatico, ma anche qui sono arrivate restrizioni, divieti e controlli più severi. L’OCSE ricorda che Thailandia e Vietnam hanno introdotto restrizioni già nel giugno 2018, seguiti dalla Malesia nel luglio dello stesso anno. Da quel momento comprare e vendere plastica riciclata non è più stato soltanto un esercizio commerciale basato su fiducia, campione visivo e prezzo per tonnellata. È diventato, sempre di più, un processo di verifica tecnica. Quando la qualità media dei flussi si abbassa, quando aumentano le miscele difficili da identificare e quando una partita può nascondere differenze rilevanti tra campione iniziale e merce consegnata, il test di laboratorio smette di essere un accessorio e diventa una condizione di sicurezza industriale. Questa esigenza è stata rafforzata anche dalla normativa internazionale: con gli emendamenti plastici della Convenzione di Basilea, in vigore dal 1° gennaio 2021, i movimenti transfrontalieri di molte tipologie di rifiuti plastici e delle loro miscele sono diventati più trasparenti e più regolati. Oggi il tema è ancora più attuale per l’Europa. Il Regolamento UE 2024/1157 sulle spedizioni di rifiuti ha aggiornato in profondità il quadro dei controlli e, tra le misure più rilevanti, prevede il divieto di esportazione dei rifiuti plastici non pericolosi verso Paesi non OCSE dal 2026, salvo meccanismi successivi di autorizzazione molto stringenti. Il significato economico di questa scelta è chiaro: l’Unione europea intende trattenere maggiormente il problema e il valore dei rifiuti dentro filiere più tracciate, più verificabili e più coerenti con la logica dell’economia circolare. In questo nuovo scenario, il mercato dei polimeri riciclati non può più reggersi soltanto su definizioni vaghe come “macinato buono”, “granulo standard” o “balle omogenee”. Servono parametri oggettivi, ripetibili e contrattualizzabili. Per molte transazioni, soprattutto quando si acquista materiale post-consumo o proveniente da raccolta differenziata, i tre controlli di base che restano più utili per una prima identificazione tecnica del lotto sono il MFI/MFR, il DSC e la densità. Non risolvono tutto, ma riducono in modo concreto il rischio di comprare una materia prima inadatta al processo produttivo o diversa da quella promessa. Perché i test contano davvero nella compravendita Quando un trasformatore compra un polimero riciclato non compra soltanto “plastica”: compra una combinazione di fluidità, comportamento termico, purezza della matrice e stabilità di processo. Se uno solo di questi elementi cambia oltre una certa soglia, la macchina può richiedere settaggi diversi, il compound può perdere costanza, la produttività può calare e il manufatto finale può uscire fuori specifica. Per questo motivo il laboratorio indipendente entra oggi nel contratto commerciale come terza parte di garanzia, non come semplice consulente tecnico. La logica è semplice: si analizza il campione pre-ordine, si definiscono i parametri accettabili, si ripete il controllo sul carico consegnato e si collega l’accettazione economica della merce alla conformità dei risultati. È un approccio molto più robusto rispetto alla vecchia pratica del “visto e piaciuto”, soprattutto nelle transazioni online e nelle forniture ripetitive dove la continuità qualitativa vale quanto il prezzo. Melt Flow Index: il primo indicatore della lavorabilità Il primo test basilare è il Melt Flow Index, oggi più correttamente ricondotto alle misure standardizzate di MFR (melt mass-flow rate) e MVR (melt volume-flow rate). La norma ISO 1133-1:2022 specifica due procedure per determinare la portata in massa o in volume dei termoplastici in condizioni definite di temperatura e carico; la stessa norma chiarisce che l’MVR è particolarmente utile quando si confrontano materiali con differente contenuto di cariche o quando si mettono a confronto termoplastici caricati e non caricati. Dal punto di vista industriale, questo test serve a capire come il materiale si comporterà nella trasformazione. Un MFI troppo alto può indicare una viscosità bassa e quindi un materiale molto fluido, utile in alcuni processi ma potenzialmente critico in altri. Un MFI troppo basso può invece segnalare una massa fusa più viscosa, che richiede più energia, più pressione o condizioni macchina diverse. In estrusione, stampaggio a iniezione e soffiaggio, questa informazione è decisiva perché incide direttamente sulla stabilità del processo, sui tempi ciclo e sulla qualità dimensionale del pezzo finale. Nel caso dei riciclati il valore dell’MFI è ancora più importante, perché può fornire una prima indicazione indiretta sulla storia del materiale. Se un polimero ha subito degradazione termo-ossidativa lungo più passaggi di lavorazione, la sua massa molecolare media può ridursi e la fluidità può cambiare. Per questo il dato non va mai letto da solo come numero assoluto, ma confrontato con il tipo di polimero, con l’applicazione prevista e con la costanza del lotto. DSC: l’analisi che aiuta a capire che cosa c’è davvero nel lotto Il secondo test strategico è il DSC, cioè la calorimetria differenziale a scansione. Nella famiglia delle norme ISO 11357, la parte 3 riguarda in particolare la determinazione della temperatura e dell’entalpia di fusione e cristallizzazione delle materie plastiche. In termini pratici, il DSC aiuta a leggere la “firma termica” del materiale. Per chi acquista plastica riciclata, questa prova è preziosa perché consente di verificare se il lotto corrisponde davvero al polimero dichiarato oppure se contiene miscele, contaminazioni o frazioni incompatibili. Un picco di fusione nel range tipico del PE non racconta la stessa storia di un profilo che mostra componenti del PP o di altre resine. Allo stesso modo, variazioni anomale nelle temperature o nelle entalpie possono suggerire una diversa cristallinità, una diversa storia termica o una composizione meno omogenea del previsto. Il DSC non è soltanto uno strumento accademico. In una compravendita di macinati o granuli riciclati permette di rispondere a domande molto concrete: il materiale è realmente monopolimero? C’è una contaminazione da altra resina? La qualità termica del lotto è compatibile con l’applicazione finale? In un mercato dove la qualità visiva può ingannare, il DSC riduce l’ambiguità. Densità: il controllo semplice che spesso evita gli errori più costosi Il terzo test di base è la densità, troppo spesso considerata elementare e invece molto utile come primo filtro tecnico. La norma ISO 1183-1 specifica metodi per determinare la densità delle plastiche non cellulari anche sotto forma di polveri, flakes e granuli, e sottolinea che la densità è frequentemente usata per seguire variazioni nella struttura fisica o nella composizione del materiale, oltre che per valutarne l’uniformità. Nel riciclo la densità può dire molto più di quanto sembri. Aiuta a distinguere classi polimeriche che hanno finestre tipiche differenti, segnala la possibile presenza di cariche minerali, suggerisce deviazioni di composizione e contribuisce a capire se il campione e il carico appartengono davvero alla stessa famiglia qualitativa. Naturalmente non basta da sola a certificare la bontà del materiale, ma combinata con MFI e DSC costruisce un triangolo di controllo estremamente efficace per la fase iniziale della trattativa. Proprio perché è un test relativamente rapido e leggibile, la densità è spesso utile anche nella verifica di conformità tra campione approvato e merce consegnata. Quando il dato si discosta troppo, non ci si trova quasi mai davanti a una semplice fluttuazione innocua: di solito è il segnale di una differenza più profonda di composizione o di formulazione. Dal test tecnico alla clausola contrattuale L’errore più comune nelle compravendite di plastica riciclata è considerare l’analisi come un allegato informativo. In realtà dovrebbe diventare una clausola centrale del contratto. Un’impostazione professionale prevede almeno quattro elementi: definizione del campione di riferimento, indicazione della norma di prova, tolleranze accettabili e diritto alla controprova su merce consegnata presso laboratorio indipendente. Questo approccio ha due vantaggi. Il primo è tecnico: riduce le contestazioni generiche e costringe entrambe le parti a discutere su dati verificabili. Il secondo è commerciale: rende la trattativa più trasparente, quindi più rapida e più solida nel tempo. Il fornitore serio non teme il confronto analitico; al contrario, lo usa per valorizzare la continuità qualitativa del proprio materiale. L’acquirente serio, dal canto suo, evita di trasformare la propria linea produttiva nel laboratorio di collaudo del venditore. Perché il tema è ancora più importante nel 2026 Rispetto al 2020, il contesto è diventato più maturo ma anche più severo. Non è cambiata soltanto la geografia del commercio dei rifiuti: è cambiata la soglia di professionalità richiesta agli operatori. Il mercato si muove dentro un ecosistema dove convergono tre pressioni simultanee: qualità industriale, conformità normativa e tracciabilità commerciale. Gli emendamenti di Basilea hanno irrigidito il quadro internazionale dei movimenti transfrontalieri; la nuova disciplina europea sulle spedizioni di rifiuti rafforza la responsabilità interna dell’UE; gli standard tecnici restano il linguaggio comune minimo per descrivere in modo serio un polimero riciclato. In altre parole, oggi la qualità della plastica riciclata non può più essere venduta soltanto come promessa. Deve essere misurata, documentata e, quando serve, verificata da terzi. È questo il vero passaggio storico aperto dallo stop cinese: non la fine del commercio della plastica riciclata, ma la fine dell’idea che si possa comprare e vendere materiale riciclato senza una base analitica minima. Conclusione Lo stop della Cina ha segnato la fine di un equilibrio fragile che per anni aveva assorbito fuori dai Paesi industrializzati una parte rilevante delle inefficienze del sistema. Da allora il mercato della plastica riciclata è stato costretto a diventare più selettivo, più tracciabile e più tecnico. In questo contesto, i test su MFI, DSC e densità non rappresentano un costo burocratico, ma una forma di assicurazione industriale. Servono a sapere che cosa si sta davvero comprando, a evitare errori di processo, a ridurre le contestazioni e a costruire rapporti commerciali più solidi. Chi opera seriamente nella compravendita dei polimeri riciclati dovrebbe ormai considerare questi controlli non come un’opzione, ma come la base minima per qualsiasi transazione professionale.FAQ Perché dopo lo stop della Cina i test sulla plastica riciclata sono diventati così importanti? Perché il blocco cinese e le successive restrizioni internazionali hanno ridotto gli sbocchi per i flussi più eterogenei o difficili da riciclare, aumentando il bisogno di controlli tecnici nelle compravendite. Inoltre, gli emendamenti plastici della Convenzione di Basilea sono effettivi dal 1° gennaio 2021 e l’UE ha introdotto regole più severe sulle spedizioni e sulle esportazioni di rifiuti plastici con il Regolamento 2024/1157. Quali sono i test di base più utili prima di acquistare un polimero riciclato? I tre controlli iniziali più utili sono la prova di fluidità della massa fusa, l’analisi DSC e la densità. A livello normativo, il riferimento aggiornato per la fluidità è la ISO 1133-1:2022, per il DSC la ISO 11357-3:2025 e per la densità la ISO 1183-1:2025. MFI e MFR sono la stessa cosa? Nel linguaggio commerciale si usa ancora molto il termine MFI, ma la norma ISO 1133-1:2022 parla in modo più preciso di MFR (melt mass-flow rate) e MVR (melt volume-flow rate), distinguendo il metodo in massa da quello in volume. Che cosa mi dice davvero il test MFI o MFR su un riciclato? Ti dà un’indicazione pratica sulla fluidità del materiale fuso e quindi sulla sua lavorabilità in estrusione, stampaggio o soffiaggio. La stessa norma ISO precisa però che questi dati sono usati soprattutto nel controllo qualità e non sempre si traducono in modo lineare nel comportamento reale durante il processo industriale. Il DSC serve davvero per capire se il lotto è contaminato? Sì, è molto utile come test di identificazione termica, perché misura temperature ed entalpie di fusione e cristallizzazione dei polimeri cristallini o semicristallini. Questo aiuta a capire se il materiale è coerente con la resina dichiarata o se presenta miscele e anomalie da approfondire. La densità è un test troppo semplice per essere utile? No. La norma ISO 1183-1:2025 ricorda che la densità è utile per seguire variazioni nella struttura fisica o nella composizione del materiale e può aiutare anche a valutare l’uniformità del campione. Per questo è un test semplice ma molto efficace come primo filtro. Conviene testare sia il campione sia il carico consegnato? Sì, soprattutto nelle transazioni online, nelle prime forniture o nei lotti eterogenei. La logica più solida è usare un campione approvato come riferimento tecnico e ripetere i controlli sul materiale consegnato, così da ridurre contestazioni e differenze tra dichiarato e reale. Questo approccio è coerente con il rafforzamento dei controlli sulle spedizioni di rifiuti plastici e con la maggiore attenzione alla gestione ambientalmente corretta richiesta dalla disciplina UE. Qual è oggi il vantaggio commerciale di inserire i test nel contratto? Trasformare MFR/MVR, DSC e densità in parametri contrattuali riduce il rischio industriale e rende la trattativa più trasparente. In un contesto regolatorio più severo, con procedure di notifica e consenso e con restrizioni crescenti alle esportazioni, la qualità misurata è diventata una leva commerciale oltre che tecnica. Fonti Basel Convention – Plastic Waste Amendments: conferma che gli emendamenti alle Annexes II, VIII e IX sono stati adottati al COP-14 del 2019 e sono diventati effettivi dal 1° gennaio 2021. Commissione europea – Plastic waste shipments: riepiloga le regole UE sulle spedizioni di rifiuti plastici e chiarisce che, con il Regolamento UE 2024/1157, le esportazioni di tutti i rifiuti plastici verso Paesi non OCSE saranno vietate dal 21 novembre 2026, mentre dal 21 maggio 2026 scatta la procedura di prior notification and consent per le esportazioni di rifiuti plastici. ISO 1133-1:2022: norma di riferimento per la determinazione di MFR e MVR dei termoplastici in condizioni specificate di temperatura e carico. ISO 11357-3:2025: norma di riferimento per il DSC applicato alla determinazione di temperature ed entalpie di fusione e cristallizzazione. ISO 1183-1:2025: norma di riferimento per la determinazione della densità delle plastiche non cellulari, inclusi polveri, flakes e granuli.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Mechanical Pulping: Processi, Tecnologie e Sostenibilità nell’Industria Cartaria
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Mechanical Pulping: Processi, Tecnologie e Sostenibilità nell’Industria Cartaria
Informazioni Tecniche

Esplorazione dei Metodi di Produzione della Polpa di Carta per Via Meccanica e delle loro Implicazioni nell’Industria Cartariadi Marco ArezioLa produzione meccanica della polpa di carta (“mechanical pulping”) rappresenta un processo fondamentale nell’industria cartaria, caratterizzato dalla riduzione del legno in fibre attraverso metodi fisici. Questo approccio è cruciale per la fabbricazione di prodotti cartacei di larga scala, offrendo vantaggi in termini di efficienza energetica, utilizzo delle risorse e riduzione degli scarti. L'articolo esamina i principali metodi di produzione della polpa meccanica, le loro varianti tecnologiche, le implicazioni ambientali e gli effetti sulle caratteristiche finali della carta. Questo processo complesso rappresenta uno dei pilastri dell’economia circolare nel settore cartario. I Metodi Principali del Mechanical Pulping Groundwood Pulping (GW) Questo metodo tradizionale prevede l’utilizzo di grandi mole per macinare il legno in fibre. Il processo avviene in presenza di acqua, che agisce da lubrificante e riduce il rischio di surriscaldamento. La polpa ottenuta è adatta per la produzione di carta per giornali e materiali a bassa resistenza. Tuttavia, la qualità delle fibre può essere influenzata da variabili operative come pressione, velocità di macinazione e temperatura dell’acqua. Thermomechanical Pulping (TMP) Il TMP combina calore e forza meccanica per migliorare l'efficienza del processo di sfibratura. Durante il processo, i trucioli di legno vengono pre-riscaldati mediante vapore prima di essere trattati con dischi rotanti. Questa tecnica migliora la qualità delle fibre, rendendole più adatte a prodotti cartacei che richiedono una maggiore resistenza e luminosità. Il TMP è particolarmente utilizzato nella produzione di carta patinata, dove le prestazioni ottiche sono fondamentali. Chemi-Thermomechanical Pulping (CTMP) Il CTMP è un’evoluzione del TMP, che include un trattamento chimico preliminare per ammorbidire la lignina e facilitare la separazione delle fibre. Questo processo offre una qualità della polpa superiore e una maggiore versatilità nei prodotti finali, come cartoni per imballaggi e carte di alta qualità. La scelta dei prodotti chimici utilizzati nel pretrattamento influisce direttamente sulle caratteristiche delle fibre e sulla loro capacità di adesione. Proprietà della Carta Derivate Luminosità e Opacità I processi meccanici tendono a preservare una maggiore quantità di lignina, contribuendo a un'opacità elevata ma riducendo la luminosità rispetto alla polpa chimica. Questo rende la polpa meccanica ideale per prodotti dove l’opacità è cruciale, come libri o riviste, mentre risulta meno adatta per carte di alta brillantezza. Resistenza Sebbene la polpa meccanica abbia una resistenza inferiore rispetto alla polpa chimica, il TMP e il CTMP offrono significativi miglioramenti grazie alla preservazione dell’integrità delle fibre. L’introduzione di tecniche di ottimizzazione come l’uso di vapore pressurizzato ha contribuito a ridurre i limiti intrinseci della resistenza. Efficienza e Costi I metodi meccanici utilizzano una percentuale più alta del legno rispetto ai processi chimici, rendendoli più efficienti dal punto di vista delle risorse. Tuttavia, il consumo energetico, soprattutto nei processi TMP e CTMP, può incidere significativamente sui costi operativi. L’ottimizzazione delle tecnologie è pertanto un obiettivo costante per migliorare l’equilibrio tra efficienza e spesa. Aspetti Ambientali La produzione di polpa meccanica è generalmente considerata più sostenibile rispetto a quella chimica, grazie al minor utilizzo di prodotti chimici e alla capacità di utilizzare una maggiore porzione del legno grezzo. Tuttavia, il consumo energetico rappresenta una sfida ambientale significativa. L’impiego di energie rinnovabili e tecnologie più efficienti contribuisce a mitigare questi impatti. Un altro aspetto cruciale è il riciclo delle fibre, che prolunga la vita utile delle risorse legnose e riduce la dipendenza da nuove materie prime. Inoltre, strategie come l’utilizzo della biomassa come fonte energetica alternativa rappresentano una via promettente per abbattere ulteriormente le emissioni di CO2. Prospettive Future e Innovazioni L’integrazione della polpa meccanica in nuovi ambiti applicativi, come materiali compositi e bioplastiche, apre prospettive interessanti oltre la carta tradizionale. Le innovazioni nel campo delle tecnologie di mechanical pulping mirano a ridurre il consumo energetico, migliorare la qualità delle fibre e sviluppare processi più ecologici. L’industria cartaria sta progressivamente abbracciando un approccio circolare, in cui la valorizzazione degli scarti e il riciclo diventano componenti chiave per la sostenibilità a lungo termine. Conclusioni Il “mechanical pulping” è un processo essenziale e innovativo che combina efficienza delle risorse, sostenibilità e potenziale di diversificazione. Grazie al continuo progresso tecnologico e a un maggiore focus sull’economia circolare, questo metodo continua a evolversi come pilastro dell’industria cartaria moderna, rispondendo alle sfide ambientali e alle esigenze di mercato.© Riproduzione Vietatafoto wikimedia

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Che Qualità di Film è Ottenibile con l'Uso dell' LDPE Riciclato?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Che Qualità di Film è Ottenibile con l'Uso dell' LDPE Riciclato?
Informazioni Tecniche

Che Qualità di Film è Ottenibile con l'Uso dell' LDPE Riciclato?di Marco ArezioMai come oggi la qualità di un granulo di LDPE riciclato è importante per la produzione di un film, in quanto le aspettative del mercato, che si sta spostando dalle materie prime vergini a quelle riciclate, sono molto alte.Non è sempre facile trasmettere al cliente, che vuole produrre con un LDPE riciclato, la necessità di conoscere la genesi del riciclo per non sbagliare ad acquistare il prodotto basandosi, magari, solo sulla convenienza economica della materia prima riciclata rispetto a quella vergine che gli viene offerta. Diciamo, in linea di principio, che anche nel campo dell’LDPE riciclato ci sono famiglie di prodotto attraverso le quali si possono produrre alcuni articoli e, di conseguenza, non se ne possono produrre altre se si vuole ottenere sempre un buon risultato tecnico ed estetico sull’articolo finito da immettere sul mercato. Le macro famiglie si possono distinguere in tre aree: LDPE riciclato da post consumoLDPE riciclato post consumo industrialeLDPE riciclato post industriale Il granulo in LDPE da post consumo viene prodotto attraverso il processo di riciclo dello scarto della raccolta differenziata, che viene separato, macinato, lavato, densificato ed estruso in granuli. La prima cosa da considerare dei prodotti di questa famiglia è il grado di contaminazione a cui il film lavorato viene sottoposto durante la sua vita, infatti, la raccolta differenziata comporta la mescolazione nei sacchi della raccolta domestica inquinanti, come resti di cibo, oli, grassi, poliaccoppiati di imballi alimentari e molti altri prodotti che, durante le fasi di raccolta, solidarizzano con il film da riciclare creando un problema di qualità a valle del processo. Inoltre, durante la separazione meccanica, può capitare che parti di altre plastiche rimangano all’interno del flusso dell’LDPE da riciclare creando un altro filone di contaminazione nel processo di produzione del granulo. I sistemi di riciclo meccanico contemplano il lavaggio del materiale selezionato ma, spesso, questo non è sufficiente per ridurre la presenza di plastiche diverse dall’LDPE e lo scioglimento e il distaccamento di parti non plastiche presenti sul prodotto da lavare. Queste contaminazioni possono creare diverse problematiche nella produzione del film: • Odori pungenti nel prodotto finito • Fragilità al taglio dovuta alla presenza di polipropilene • Grumi non fusi nella fase di estrusione con la conseguente puntinatura del film • Irregolarità della superficie del film dovuta alla degradazione delle impurità nella fase di estrusione • Inconsistenza del film dovuta all’eccessiva presenza di gas all’interno del granulo causata dalla degradazione del materiale estruso • Difficoltà di creare una bolla regolare a seguito della possibile degradazione del polimero in fase di soffiaggio per la presenza dei problemi sopra elencati. L’uso che normalmente si fa del granulo in LDPE da post consumo da raccolta differenziata è riservato a sacchi per la spazzatura di spessore non inferiore agli 100-120 micron, di colori scuri, in cui il possibile odore, la puntinatura del film e la possibile fragilità al taglio sono dai clienti tollerati a fronte di un prezzo competitivo. Un’altra applicazione sono i teli da copertura provvisoria, normalmente neri, con spessori da 140 a 300 micron in cui le impurità presenti nei granuli si diluiscono negli spessori generosi del film. Il granulo da post consumo industriale è un prodotto molto vicino alla categoria del post industriale che vediamo successivamente, in quanto l’input del materiale non viene dalla raccolta differenziata ma esclusivamente dalla raccolta degli imballi industriali, dei supermercati e del settore del commercio, i cui film da imballo non vengono in alcun modo contaminati da sostanze nocive per il riciclo. Una volta raccolti questi film vengono divisi per colore, macinati lavati, densificati ed estrusi in granuli adatti alla produzione di films.Quali sono i vantaggi di questo flusso:• Materiale non contaminato da rifiuti organici o liquidi industriali • Selezionato per colore • Selezionato per tipologia di plastica • Normalmente soggetto al primo riciclo • Non contiene poliaccoppiati da packaging alimentare La produzione di film con questa tipologia di materiale permette la realizzazione di spessori molto sottili, a partire da 20 micron, utilizzando al 100% il granulo riciclato. Il film rimane elastico, le saldature non si aprono in quanto non si realizza l’influenza negativa della presenza di PP come nel post consumo, non presenta odori sgradevoli, si possono realizzare film trasparenti, anche se si parte da un granulo non trasparente, o film di colorati aggiungendo del master. Esiste anche una versione adatta alla produzione di film nero, dedicato principalmente ai sacchetti per l’immondizia con spessori da 20 a 100 micron o ai teli da copertura per l’edilizia in cui è richiesto un buon grado di resistenza allo strappo. Il granulo post industriale neutro proviene normalmente da scarti di lavorazione di film neutri che vengono raccolti e divisi per colore, macinati e nuovamente estrusi in granuli per la produzione. Un’altra tipologia di LDPE post industriale è caratterizzata dall’utilizzo di scarti delle lavorazioni del polimero delle industrie petrolchimiche, che vengono compattati in blocchi o barre, per poi essere macinati o polverizzati e riutilizzati come materia prima in fase di estrusione dei granuli. Questo tipo di LDPE riciclato è molto simile ad un polimero vergine, sia per caratteristiche meccaniche che di trasparenza nella produzione del film. Non ha odori, non ha alterazioni di colore, si può miscelare con la materia prima vergine, se richiesto e conserva ottime caratteristiche meccaniche e di qualità nella superficie. Articoli correlati:LDPE RICICLATO DA POST CONSUMO: 60 TIPOLOGIE DI ODORI OSTACOLANO LA VENDITALDPE DA POST CONSUMO. COME RIDURRE LE IMPERFEZIONI. EBOOK Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - LDPE - film plastici - post consumoVedi maggiori informazioni sul riciclo dell'LDPE

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - L’evoluzione delle Fibre di Rinforzo Polimeriche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’evoluzione delle Fibre di Rinforzo Polimeriche
Informazioni Tecniche

A partire dal 1937 con l’invenzione della fibra di vetro, si sono sviluppate nuove ed ardite soluzioni polimeriche di notevole interesse tecnico-commercialidi Marco ArezioL’evoluzione delle materie plastiche nel periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, ha portato il settore ad una continua innovazione scientifica in competizione con sé stessa. La scoperta di nuovi legami polimerici e di nuove applicazioni commerciali, ha rivoluzionato il campo industriale facendo nascere nuovi prodotti, sostituendone altri fatti in materiali tradizionali e migliorando il rapporto qualità prezzo dei manufatti. Oltre a scoprire nuovi polimeri, si sono scoperte soluzioni tecniche che hanno portato ad un’esaltazione delle performances del polimero base, riuscendo a creare nuovi campi applicativi fino ad allora sconosciuti. Infatti, la capacità di resistenza che si è raggiunta, attraverso i polimeri e i compositi a matrice polimerica, è risultata, fino a pochi anni fa, impensabile. In particolare, il settore delle Fibre HP, progettate per fornire prestazioni che le fibre tessili tradizionali non erano in grado di raggiungere, soprattutto per quel che riguarda le capacità meccaniche, termiche e chimiche, hanno creato una vera rivoluzione tecnologica. Materiali che, oltre ad essere in grado di soddisfare requisiti particolari, devono mostrare una buona attitudine ad essere inseriti nei cicli tessili, anche se modificati. Nate circa 30 anni fa sulla spinta di alcuni settori strategici – soprattutto militare e aeronautico - sono oggi sfruttati nei campi più diversi, da quello ambientale al comparto dell’abbigliamento protettivo: • geotessili per il contenimento dei terreni in grado di contrastare fortissime pressioni • tessuti per la protezione balistica capaci di ammortizzare l’energia dei proiettili • filati per indumenti protettivi resistenti all’energia generata da un fulmine • rinforzi tessili da usare nei materiali compositi per impieghi strutturali nel campo dell’edilizia. La prima fibra ad elevate prestazioni sia tensili che termiche è stata la fibra di vetro (1937) prodotta da Owens e Corning Glass, costituita prevalentemente di silice, ossido di calcio, ossido di alluminio, ossido di boro. Appartenente alla famiglia delle fibre inorganiche, ha avuto una crescita annua del 15-25% fino agli anni ’60 - ‘70, quando sono comparse sul mercato le fibre di carbonio e le fibre aramidiche, anche se a tutt’oggi la fibra di vetro detiene, come fibra di rinforzo, il primo posto in termini di volumi impiegati. Le fibre di carbonio, scoperte nel 1879 da Edison, sono state commercializzate solo dal 1960, secondo un procedimento messo a punto da William Watt per la Royal Aircraft in UK. Ma la vera rivoluzione nel mondo delle fibre ad alte prestazioni è cominciata con la comparsa sul mercato (1965) delle fibre aramidiche sviluppate dalla DuPont, inizialmente come meta-aramidiche (Nomex), fibre con un'elevatissima temperatura di fusione e di decomposizione (600°- 800°C) e ottime caratteristiche di isolamento elettrico. Queste proprietà le rendono particolarmente adatte alla produzione di tessuti o feltri con i quali realizzare indumenti protettivi (la maggior parte delle tute dei piloti di Formula 1 sono realizzate in Nomex, proprio per le sue proprietà ignifughe, così come quelle degli operatori delle piattaforme petrolifere) e per la filtrazione di gas caldi. Sotto forma di carta o cartone, sono utilizzate per isolamento elettrico e, conformate a nido d'ape, per la realizzazione di materiali compositi. Pochi anni più tardi (1972) sempre la DuPont introdusse sul mercato le fibre pararamidiche (Kevlar) aprendo così la nuova era dei filati ad elevate prestazioni tensionali e termiche: • ottima resistenza meccanica • rigidità • elevato assorbimento delle radiazioni • resistenza all’urto • al calore • alla fiamma. Con i compositi rinforzati con fibra di Kevlar, cinque volte più resistenti dell’acciaio a parità di peso,  sono stati realizzati gli airbag che hanno consentito l’atterraggio delle sonde su Marte e il paracadute della sonda Galileo, spedita su Giove. Una copertura realizzata con compositi rinforzati con Kevlar riveste le pareti della Stazione Spaziale Internazionale, in orbita intorno alla terra, per proteggerle dai danni provocati dalle micro meteoriti. La fibra di Kevlar – commercializzata in forma di filamento, fiocco e polpa, sostituisce l’amianto nel rivestimento delle frizioni e dei freni in tutte le automobili provenienti dalle linee di produzione europee. Accanto alle fibre aramidiche sono comparse sul mercato le fibre di poliestere aromatiche, quelle prodotte con polimeri eterociclici aromatici, o realizzate con l’impiego di molecole flessibili (come il polietilene ad alto peso molecolare), per la produzione di fibre con elevato orientamento molecolare lungo il loro asse, usando un processo di filatura nuovo, denominato gel spinning. Nella realizzazione di prodotti industriali dove la resistenza deve abbinarsi alla leggerezza e alla flessibilità, le fibre tessili HP sono una valida soluzione, quello che a tutt’oggi frena un loro impiego più estensivo è l’alto costo, conseguenza soprattutto di alcuni problemi tecnici legati alla loro lavorabilità. Generalmente maggiori sono le prestazioni del materiale, tanto più elevate sono le difficoltà legate alla sua trasformazione. Ciò risulta più evidente per le fibre ad altissima resistenza meccanica, infatti per conferire loro questa prestazione la metodologia di produzione normalmente seguita è quella di sottoporre il materiale, dopo la filiera, a stiri assai elevati. Con questa tecnica si ottiene l’alta tenacità desiderata ma a spese degli allungamenti, di conseguenza le fibre hanno una scarsa deformabilità e risultano rigide, ciò comporta difficoltà di filatura. Viceversa un eccezionale aumento dell’allungamento, dunque dell’elasticità, si ottiene a scapito della tenacità e della capacità di assorbimento dell’umidità, così come un’elevata resistenza agli agenti chimici rende l’assorbimento dell’umidità quasi nullo e crea difficoltà alla tingibilità delle fibre.Categoria: notizie - tecnica - plastica - fibre di rinforzo polimeriche Fonti Cecilia Cecchini

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Isolamento termico e acustico con carta riciclata: una scelta sostenibile per l'edilizia moderna
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Isolamento termico e acustico con carta riciclata: una scelta sostenibile per l'edilizia moderna
Informazioni Tecniche

Scopri come la carta riciclata rivoluziona l'isolamento termico e acustico, offrendo una soluzione ecologica, economica e innovativa per l'edilizia sostenibiledi Marco ArezioL'isolamento termoacustico rappresenta un pilastro nella progettazione edilizia moderna, essenziale per migliorare il comfort abitativo e ridurre i consumi energetici. Tra le soluzioni più innovative e sostenibili emerge l'uso della carta riciclata, un materiale versatile ed ecologico che sta rivoluzionando il settore edilizio. Questo articolo approfondisce le caratteristiche tecniche, i vantaggi e le applicazioni della carta riciclata per l'isolamento, evidenziando i benefici in termini ambientali, economici e prestazionali.La crescente attenzione verso pratiche edilizie sostenibili ha spinto molte aziende a esplorare soluzioni alternative ai materiali isolanti tradizionali. La carta riciclata non solo risponde a queste esigenze, ma lo fa offrendo prestazioni eccellenti sia dal punto di vista termico che acustico. La sua capacità di adattarsi a vari contesti costruttivi, unita al basso impatto ambientale, la rende una scelta ideale per progetti residenziali, commerciali e industriali.Proprietà tecniche e vantaggi della carta riciclataLa carta riciclata, utilizzata come isolante, deriva da giornali e cartoni recuperati e lavorati in fiocchi di cellulosa tramite processi specifici. Questo materiale si distingue per numerose proprietà che lo rendono competitivo rispetto ai materiali isolanti più comuni.Isolamento termicoGrazie alla sua struttura fibrosa, la carta riciclata intrappola l'aria, creando una barriera naturale contro la dispersione del calore. Con valori di conducibilità termica (λ) tra 0,037 e 0,040 W/mK, offre prestazioni comparabili a materiali come:Lana di vetro: λ tra 0,032 e 0,040 W/mK.Polistirene espanso (EPS): λ tra 0,030 e 0,040 W/mK.Questa capacità di ridurre le dispersioni termiche consente di mantenere una temperatura interna stabile, migliorando l'efficienza energetica complessiva degli edifici. Inoltre, la carta riciclata contribuisce a mantenere un clima interno salubre, grazie alla capacità di assorbire e rilasciare vapore acqueo senza compromettere le sue proprietà isolanti. Questa caratteristica è particolarmente indicata per ambienti con elevata umidità o soggetti a variazioni climatiche.La capacità di regolare l'umidità interna aiuta a prevenire la formazione di muffe e condense, aumentando la longevità delle strutture edilizie. Questo aspetto la rende particolarmente adatta per edifici in zone con climi variabili.Isolamento acusticoDal punto di vista acustico, la carta riciclata si distingue per la sua densità e struttura porosa, che le consentono di assorbire efficacemente i rumori. Con un indice di riduzione acustica (Rw) simile a quello di materiali come lana di roccia e poliuretano espanso, offre una soluzione ideale per:- Ridurre l'inquinamento acustico in edifici situati in aree urbane ad alta densità abitativa.- Migliorare l'isolamento tra ambienti interni, come uffici e abitazioni.La carta riciclata è particolarmente efficace nell'assorbire i suoni a bassa e media frequenza, rendendola una scelta ottimale per teatri, auditorium e spazi di lavoro condivisi. Inoltre, il suo utilizzo può migliorare significativamente il benessere acustico, contribuendo a creare ambienti più confortevoli e produttivi.Sostenibilità ambientaleLa carta riciclata contribuisce alla riduzione dei rifiuti cartacei e al contenimento dell'uso di materiali non rinnovabili. Inoltre, il suo processo produttivo richiede meno energia rispetto ai materiali isolanti tradizionali, abbattendo le emissioni di CO2 e favorendo l'economia circolare.Un ulteriore vantaggio è rappresentato dalla possibilità di riutilizzare la carta riciclata al termine del ciclo di vita dell'edificio, riducendo così i rifiuti da demolizione. Questo approccio chiude il cerchio produttivo e si inserisce perfettamente nei principi della sostenibilità ambientale.Sicurezza e salubritàIl materiale è trattato con additivi naturali per renderlo resistente al fuoco e agli insetti, senza l'uso di sostanze chimiche nocive. Questa caratteristica lo rende una scelta sicura e salubre per gli ambienti domestici e lavorativi. Inoltre, la sua composizione naturale riduce il rischio di emissione di composti organici volatili (VOC), garantendo un'aria interna più sana.Confronto con altri materiali isolantiEcco un confronto tra la carta riciclata e altri materiali isolanti comunemente utilizzati:Lana di vetro: Offre prestazioni simili, ma il processo di produzione consuma più energia e genera rifiuti complessi da smaltire.Polistirene espanso (EPS): Ottime prestazioni termiche, ma inferiore nell'isolamento acustico e con un forte impatto ambientale a causa della sua origine petrolchimica.Lana di roccia: Buon equilibrio tra isolamento termico e acustico, ma più complessa da installare per via del peso elevato.Poliuretano espanso: Migliori prestazioni termiche (λ < 0,030 W/mK), ma con costi più elevati e proprietà acustiche inferiori rispetto alla cellulosa.A differenza di molti materiali isolanti sintetici, la carta riciclata non richiede l'estrazione di risorse non rinnovabili, posizionandosi come una scelta etica e responsabile per il settore edilizio.Applicazioni della carta riciclataLa carta riciclata è un materiale estremamente versatile e si presta a molteplici applicazioni nell'edilizia, sia in nuove costruzioni che in ristrutturazioni:- Pareti interne ed esterne: Insufflata nelle intercapedini, migliora l'isolamento termico e acustico delle pareti divisorie.- Sottotetti e soffitte: Ideale per ridurre le dispersioni termiche, mantiene la temperatura costante in estate e in inverno.- Pavimenti: Riduce i rumori da calpestio e migliora il comfort termico in edifici con intercapedini.- Tetti e coperture: Protegge dalle variazioni termiche e riduce l'inquinamento acustico nelle zone adiacenti.Grazie alla sua flessibilità, la carta riciclata può essere utilizzata anche in edifici storici, dove l'installazione di materiali moderni potrebbe risultare invasiva.Perché scegliere la carta riciclataEfficienza energeticaL'isolamento con carta riciclata riduce significativamente i consumi energetici per il riscaldamento e il raffrescamento, contribuendo a un notevole risparmio economico e alla riduzione delle emissioni di CO2.Impatto ambientale contenutoScegliere la carta riciclata significa adottare un approccio responsabile verso l'ambiente, promuovendo il riutilizzo dei materiali e minimizzando i rifiuti.Economia circolareL'utilizzo della carta riciclata si inserisce perfettamente nei principi dell'economia circolare, incentivando la valorizzazione delle risorse e riducendo la dipendenza da materie prime vergini.Versatilità e praticitàLa carta riciclata è facile da installare e si adatta a numerose esigenze costruttive, rendendo più rapidi e meno onerosi i lavori di cantiere. Inoltre, la sua compatibilità con diverse tipologie di edifici la rende una soluzione adatta sia per progetti residenziali che commerciali.ConclusioneL'isolamento termoacustico con carta riciclata rappresenta una scelta sostenibile, innovativa e altamente performante. Grazie alle sue eccellenti proprietà tecniche, al basso impatto ambientale e alla facilità di applicazione, questo materiale è una valida alternativa ai prodotti tradizionali. Adottarlo significa non solo migliorare l'efficienza degli edifici, ma anche contribuire attivamente alla salvaguardia del pianeta, promuovendo un futuro più sostenibile e responsabile.Investire nella carta riciclata significa guardare oltre le soluzioni convenzionali, abbracciando una tecnologia che unisce tradizione e innovazione. Questo materiale, apparentemente semplice, dimostra che anche i rifiuti possono trasformarsi in risorse preziose per il nostro futuro.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Poche Regole per Migliorare la Produzione di Flaconi in HDPE da Post-Consumo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Poche Regole per Migliorare la Produzione di Flaconi in HDPE da Post-Consumo
Informazioni Tecniche

La collaborazione tra produttori di polimeri riciclati e soffiatori di flaconi per una migliore qualità del prodottodi Marco ArezioOggi la produzione di flaconi di HDPE, impiegando totalmente o solo in parte granuli da post consumo, è un'attività ampiamente utilizzata dai produttori, a causa dei prezzi delle materie prime, per una questione ambientale e di marketing. Ma l'utilizzo di granuli in HDPE da post consumo potrebbe causare alcuni inconvenienti produttivi, se non si rispettassero determinate regole durante la produzione e il soffiaggio dei granuli. I problemi più comuni sono: - fori sulla superficie dei flaconi - Irregolarità superficiali - Basso valore di compressione - Bassa resistenza alla saldatura - Odore di detergente del prodotto finale - Bassa resistenza alla compressione verticale - Elevato scarto durante la produzione, il soffiaggio e il test visivo Per evitare questi inconvenienti dobbiamo intervenire nella produzione dei granuli attraverso alcune fasi: - scelta del materiale in ingresso - selezione - lavaggio - selezione ottica dei granuli - corretta analisi degli odori attraverso il test della gascromatografia a mobilità ionica - corretta filtrazione in fase di estrusione - gestione termica del processo - creazioni di ricette in base alla resistenza meccanica richiesta - controllo dell’umidità durante le fasi di imballo - corretto stoccaggio del prodotto Inoltre vi sono alcune accortezze da seguire durante le fasi di soffiaggio e confezionamento: - verifica miscele polimeriche in base alla forma e alla dimensione del flacone - controllo della fase di estrusione del polimero in macchina - controllo delle temperature - tempi Parison - verifica dei punti di incollaggio ed eventualmente modifica della miscela riciclata - test sulla qualità delle superfici e identificazione dei problemi e delle cause - controllo della corrispondenza dei colori richiesti e modifica delle ricette - test sulla resistenza del flacone pieno e sotto carico ed eventuale soluzione dei problemi - controllo della trasparenza o semitrasparenza dei flaconi, se richiesto, con eventuale modifica delle ricette Come abbiamo detto, la produzione di flaconi in HDPE (polietilene ad alta densità) riciclato, derivante da materiale post-consumo, è diventata una prassi sempre più diffusa tra i produttori. Le motivazioni dietro questa scelta sono molteplici: dal risparmio economico derivante dall'uso di materie prime meno costose, agli innegabili vantaggi ambientali, fino all'impatto positivo in termini di immagine aziendale. Nonostante questi benefici, la trasformazione di HDPE riciclato in flaconi di qualità non è priva di sfide tecniche. Uno dei problemi principali riscontrati nella produzione di questi contenitori include la presenza di fori e irregolarità sulla superficie, che possono compromettere l'integrità del flacone. Questi difetti sono spesso causati da impurità non adeguatamente separate nel processo di riciclo o da una miscelazione non ottimale del materiale. Altri problemi comuni includono una bassa resistenza alla compressione e alla saldatura, problematiche che possono essere direttamente correlate alla degradazione del materiale durante le fasi di lavorazione e riciclo. Un'altra problematica importante è la gestione degli odori: i flaconi possono acquisire un odore di detergente, residuo delle sostanze chimiche utilizzate in precedenza nei contenitori, se il processo di lavaggio non è eseguito con la dovuta attenzione. Inoltre, la resistenza alla compressione verticale può risultare insufficiente, e lo scarto di produzione durante il soffiaggio e i test visivi può aumentare notevolmente se il processo non è attentamente monitorato e ottimizzato. Per affrontare questi problemi, è fondamentale un controllo rigoroso e metodico del processo di produzione. Inizia dalla selezione accurata del materiale di scarto, che deve essere il meno degradato e il più pulito possibile. Il lavaggio deve essere eseguito meticolosamente per eliminare tutte le impurità e i residui chimici, mentre la selezione ottica dei granuli consente di scartare quelli di qualità inferiore. È altrettanto importante l'analisi degli odori, per la quale si utilizza la gascromatografia a mobilità ionica, una tecnica che permette di identificare e quantificare le molecole responsabili degli odori indesiderati. Durante l'estrusione, una filtrazione efficace può rimuovere le ultime impurità, e una gestione attenta della temperatura impedisce ulteriori degradazioni del polimero. La creazione di ricette personalizzate in base alle resistenze meccaniche richieste dai diversi tipi di flaconi è un altro passo critico. La corretta gestione dell'umidità durante le fasi di imballaggio e un adeguato stoccaggio sono essenziali per mantenere la qualità del materiale fino alla sua trasformazione. Il soffiaggio e il confezionamento richiedono ulteriori accortezze: la verifica delle miscele polimeriche in base alla forma e alla dimensione del flacone è cruciale, come lo è il controllo delle temperature e dei tempi di estrusione. I test sulla qualità delle superfici e sulla resistenza del flacone pieno e sotto carico aiutano a identificare problemi e cause, permettendo interventi tempestivi. Infine, una stretta collaborazione tra i fornitori di granuli di HDPE riciclato e i produttori di flaconi è vitale. Questo rapporto consente di affinare continuamente la qualità del materiale riciclato e di anticipare problemi che potrebbero compromettere il prodotto finale. In conclusione, sebbene l'utilizzo di HDPE riciclato presenti sfide notevoli, con un attento monitoraggio e ottimizzazione dei processi, è possibile produrre flaconi non solo economicamente vantaggiosi ma anche di alta qualità, che rispondono alle esigenze del mercato e contribuiscono significativamente alla sostenibilità ambientale.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - L'Importanza degli Agenti di Adesione nelle Materie Plastiche: Innovazione e Sostenibilità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L'Importanza degli Agenti di Adesione nelle Materie Plastiche: Innovazione e Sostenibilità
Informazioni Tecniche

Come la chimica degli agenti di adesione migliora l'efficacia dei materiali plastici e favorisce il riciclo in un'economia circolaredi Marco ArezioGli agenti di adesione sono composti fondamentali nell'industria delle materie plastiche e delle superfici composite, utilizzati per migliorare l'adesività tra materiali diversi. Questi agenti chimici, grazie alla loro capacità di formare ponti molecolari tra superfici eterogenee, rendono possibile la coesione tra materiali organici e inorganici, come plastiche, metalli, vetro o materiali polimerici. In un contesto di economia circolare, dove la riciclabilità dei materiali plastici è un obiettivo primario, l'uso di agenti di adesione gioca un ruolo chiave nell'ottimizzare la compatibilità tra diversi polimeri e additivi. Struttura Chimica e Funzionamento degli Agenti di Adesione Gli agenti di adesione operano grazie alla loro struttura chimica bifunzionale, che include un gruppo funzionale capace di legarsi a superfici inorganiche, come vetro, metalli o fibre, e un altro gruppo che può interagire con matrici polimeriche organiche. Ad esempio, i silani semi-organici e i titanati sono tra i più utilizzati per legare resine reattive rinforzate con fibre di vetro. Questi agenti agiscono creando un'interfaccia chimica che migliora la forza di adesione attraverso l'interazione tra i gruppi chimici presenti sulle superfici.L’efficacia dell'agente dipende dalla chimica superficiale del substrato e dalla natura del polimero. I gruppi funzionali devono essere scelti in base ai materiali da legare, garantendo compatibilità e reattività chimica. Per esempio, l'utilizzo di silani con gruppi idrolizzabili permette la formazione di legami covalenti tra superfici inorganiche e gruppi organici presenti nel polimero. Applicazioni degli Agenti di Adesione Gli agenti di adesione trovano vasta applicazione in vari settori industriali. Nella produzione di materiali plastici rinforzati o compositi come quelli utilizzati nei settori automobilistico e aerospaziale, essi sono cruciali per migliorare la resistenza meccanica e la durata dei componenti. Inoltre, vengono impiegati nella produzione di film multistrato per l'imballaggio, dove più strati di materiali plastici con proprietà diverse devono essere accoppiati senza che vi sia delaminazione.Inoltre, sono ampiamente utilizzati nel coating e nelle vernici, in cui è essenziale garantire una buona adesione tra il rivestimento e il substrato sottostante, sia esso metallico, plastico o composito. In molti casi, vengono utilizzati stearati come fase di pretrattamento per migliorare ulteriormente l'adesione di un additivo inorganico. In questo modo, il rivestimento non solo aderisce meglio, ma fornisce anche una protezione aggiuntiva contro la corrosione o il degrado termico. Compatibilità e Riciclo delle Materie Plastiche Una sfida rilevante nell’uso degli agenti di adesione è rappresentata dalla compatibilità tra i diversi materiali, soprattutto quando si tratta di materie plastiche miste o riciclate. In un'economia circolare, la gestione delle plastiche miste richiede una particolare attenzione per garantire che i diversi componenti non compatibili o debolmente compatibili possano essere trattati insieme senza comprometterne le prestazioni. Gli agenti di adesione possono essere utilizzati per migliorare la compatibilità tra polimeri differenti e per facilitare il riciclo delle materie plastiche, specialmente quando si ha a che fare con plastiche che normalmente non formerebbero legami forti.In questo contesto, i copolimeri VC, polimeri vinilpiridinici o polimeri acrilonitrile-acido metacrilico, vengono impiegati per migliorare la compatibilità tra plastiche miste. Questi copolimeri offrono la possibilità di creare un'interfaccia coesa tra polimeri differenti, facilitando così il riciclo e aumentando il valore del materiale riciclato. L'aggiunta di questi agenti consente di ottenere un prodotto finale con proprietà meccaniche ed estetiche ottimali, anche a partire da materiali di scarto o derivati dal riciclo. Innovazioni e Prospettive Future Con il continuo avanzamento delle tecnologie di produzione, l'uso degli agenti di adesione è destinato a crescere. Innovazioni nella chimica dei copolimeri e lo sviluppo di agenti di adesione bio-based rappresentano aree di ricerca promettenti. Questi nuovi materiali potrebbero ridurre l'impatto ambientale dei prodotti, rendendo l'intero processo più sostenibile.Inoltre, con la crescente attenzione verso il riciclo e la sostenibilità, si prevede che gli agenti di adesione continueranno a svolgere un ruolo fondamentale nel migliorare la compatibilità tra materiali, facilitando così l'integrazione di materiali riciclati all'interno di catene di produzione esistenti. Un esempio potrebbe essere l'impiego di resine epossidiche (EP) o resine fenoliche insieme a copolimeri per accoppiare materiali con proprietà chimiche molto diverse. Conclusioni Gli agenti di adesione rappresentano un elemento chiave per migliorare l'efficacia e la sostenibilità dei materiali plastici. Grazie alla loro capacità di creare legami chimici tra materiali diversi, essi migliorano la resistenza, la durabilità e la compatibilità tra i polimeri, rendendo possibile lo sviluppo di nuovi prodotti più performanti e facili da riciclare. L'innovazione in questo campo contribuirà sicuramente a una maggiore sostenibilità dei processi produttivi e all'integrazione di soluzioni più ecologiche nelle catene industriali, un aspetto cruciale per il futuro dell’economia circolare.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Come combinare la polvere del vetro e la polvere del pet in una materia prima
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come combinare la polvere del vetro e la polvere del pet in una materia prima
Informazioni Tecniche

Riutilizzo della polvere di vetro di scarto in un’ottica di economia circolare di Marco ArezioLa polvere di vetro è uno scarto che si genera nella filiera produttiva del riciclo del vetro che, per le sue quantità e per lo scarso campo applicativo in ricette che possono generare prodotti finiti, crea un problema di smaltimento e riuso. Tra le varie sperimentazioni che si sono fatte negli anni, forse quella dell’impiego come materiale inerte nelle miscele di malte e calcestruzzi ha trovato uno sbocco che permette la realizzazione di cordoli stradali, paratie di contenimento anche in virtù di una buona inerzia chimica e della bassa porosità del composto. Un altro campo di utilizzo da citare sono le miscele cementizie adatte alla creazione di pietre artificiali d’arredo. Si sono inoltre effettuati test, presso il dipartimento di Ingegneria dell’Università di Bologna, su malte polimeriche con frazioni di polvere di vetro e rottami di vetro, con granulometrie differenti, utilizzando come legante una resina di poliestere. Le prove sono state eseguite campionando ricette composte da sabbia e resina in poliestere e da ricette composte da poveri o rottami di vetro e resina di poliestere. La comparazione dei risultati delle prove a flessione e compressione dei provini ha sottolineato che le malte polimeriche composte scarti vetrosi hanno una resistenza a compressione superiore al 10% e a flessione del 22% rispetto ai campioni composti da malte polimeriche e sabbia. La polvere di vetro viene usata anche nel campo della ceramica, nei mattoni in laterizio e nelle vetro-schiume come elemento inerte dell’impasto in sostituzione degli inerti naturali con un risparmio in termini di consumo delle risorse naturali. Le caratteristiche del rottame di vetro, dal punto di vista della stabilità chimica, delle qualità ignifughe e della resistenza meccanica, permette l’uso come stabilizzante nelle ricette di tutela di elementi pericolosi come l’eternit, le ceneri volanti degli inceneritori, nelle polveri di abbattimento fumi, nelle scorie delle acciaierie, nei fanghi di levigatura, ecc.. al fine di creare un materiale vetroso inerte. Ma in un’ottica di economia circolare il passo più importante è stato compiuto attraverso la creazione di una miscela di elementi di scarto nelle lavorazioni industriali, di cui uno di questi si può proprio definire lo scarto dello scarto. Mi riferisco alla polvere del PET che si accumula nella fase di riciclo delle bottiglie per le bevande o altri involucri. L’idea vincente di miscelare polvere di vetro e polvere di PET permettendo di creare una nuova materia prima che, per caratteristiche fisico-chimiche, è adatta a replicare, sia per forma che per caratteristiche, le pietre naturali. Inoltre la termoplasticità del PET, che permette la creazione di disegni, rilievi e si adatta facilmente ai colori, rende idoneo questo composto alla creazione di top per le cucine e per i rivestimenti interni ed esterni. L’ingegno e la genialità delle persone ci danno una fotografia di come cammina la nostra società di fronte alle sfide che l’economia circolare ci pone: troviamo persone che non conoscono ancora come si deve effettuare la separazione dei rifiuti in casa, persone che continuano a gettare rifiuti nell’ambiente, persone che spingono la classe politica a investire maggiormente nel riciclo di plastica, vetro, metalli, carta, legno e scarti elettronici e altri materiali, e infine ci sono persone che sono un passo avanti e si occupano di trovare soluzioni per l’utilizzo dei rifiuti dei rifiuti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polvere di vetro - PET

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Gli Elastomeri Termoplastici Riciclati - TPE: Quali sono e Come si Utilizzano
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Gli Elastomeri Termoplastici Riciclati - TPE: Quali sono e Come si Utilizzano
Informazioni Tecniche

Le giuste ricette portano alla creazione di miscele di TPE riciclabili dalle caratteristiche sorprendentidi Marco ArezioGli elastomeri termoplastici (TPE) sono degli elementi costituiti da famiglie differenti di materiali che si associano per creare un composto con caratteristiche migliorative. Chiamati anche gomme termoplastiche, sono, appunto, l’unione tra una plastica e una gomma, questo matrimonio permette di sfruttare le caratteristiche elastiche delle gomme, che si esprimono nella capacità di essere deformate in base ad una forza applicata, sia in lunghezze che in larghezza, per poi riprendere la forma originaria quando verrà meno la forza, e dall’altra la possibilità, come tutti i polimeri termoplastici, di essere lavorati e riciclati. Gli elastomeri termoplastici, quindi, possono essere facilmente impiegati nello stampaggio ad iniezione e nell’estrusione dei manufatti. I primi TPE furono messi sul mercato negli anni ’50 del secolo scorso, attraverso la produzione del polimero poliuretanico termoplastico, per poi allargare la gamma delle miscele, nei decenni successivi, ad altre tipologie di elastomeri termoplastici. I vantaggi dei TPE - Innanzitutto le miscele di TPE possono essere riciclate attraverso il sistema di riciclo meccanico e riutilizzati come nuova materia prima- Facilità di lavorazione rispetto alle gomme vulcanizzate, quindi con tempi di processo più veloci e costi minori dei prodotti finali - Ottima resistenza agli oli anche superiore alle gomme - Saldabilità e trasparenza in alcune formulazioni - Ottima resistenze sia alle basse temperature che a quelle alte - Possibilità di realizzare prodotti finiti più leggeri rispetto alle gomme vulcanizzate Quali sono i principali TPE - Compound poliolefinici come il TPO - Compound stirenici come l’SBS e SEBS - Compound poliuretanici - Compound a base Copoliestere - Compound vulcanizzati come il TPV Dove vengono impiegati gli Elastomeri Termoplastici - Settore medicale e farmaceutico per guarnizioni, valvole, tubi e oggetti che vanno in autoclave - Settore delle calzature per la produzione di suole, tacchi, sotto tacchi e scarpe antinfortunistiche - Settore alimentare ed agricolo come i supporti per i codici a barre, tubi da irrigazione, erba sintetica, cavi di blocco, separatori per frutta e verdura, supporti di marchiatura. - Edilizia come i rivestimenti tubi in acciaio, ingredienti per la modifica di bitumi stradali, elementi fonoassorbenti e antivibranti - Articoli sportivi come il rivestimento rigido per gli scarponi da sci, punte e code degli sci, tavole da snowboard, abbigliamento sportivo e per il nuoto - Automotive come i cruscotti, alcune parti della carrozzeria e del cambio, guarnizioni, coperture delle zone degli airbags, pannelli di portiere e rivestimenti vari. Come si riciclano i TPE La maggior parte dei prodotti fatti in TPE sono riciclabili attraverso gli impianti di riciclo meccanico, quindi, le operazioni che si effettueranno riguarderanno, la selezione del materiale, dividendo le varie tipologie di elastomeri termoplastici, la macinazione, il lavaggio se necessario, e la granulazione del materiale per riutilizzarlo in produzione. Una fase importante del processo riguarda sicuramente la selezione degli scarti in quanto, a volte, è possibile trovare rifiuti di TPE sui quali rimangono quantità anche apprezzabili di altri materiali di natura diversa, come per esempio le schiume poliuretaniche o i polietileni reticolati, che possono inquinare il prodotto finale.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Machine Learning nello Stampaggio delle Materie Plastiche: Come Migliorare Efficienza e Qualità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Machine Learning nello Stampaggio delle Materie Plastiche: Come Migliorare Efficienza e Qualità
Informazioni Tecniche

Scopri come l'intelligenza artificiale rivoluziona lo stampaggio a iniezione, ottimizzando i parametri di produzione, riducendo gli sprechi e migliorando la sostenibilitàdi Marco ArezioLo stampaggio delle materie plastiche rappresenta uno dei processi industriali più diffusi, un pilastro fondamentale nella produzione di beni in una vasta gamma di settori. Tuttavia, questa tecnica, sebbene consolidata, presenta ancora sfide significative, come l’ottimizzazione dei parametri, la riduzione degli sprechi e il miglioramento della qualità del prodotto. In questo contesto, il machine learning (ML) si sta affermando come una tecnologia rivoluzionaria, capace di trasformare i metodi tradizionali e di introdurre un nuovo paradigma basato su efficienza, precisione e sostenibilità. Una tecnologia antica incontra l’intelligenza artificiale L’arte dello stampaggio delle materie plastiche si basa sull’iniezione di materiali fusi in stampi predefiniti, dove si raffreddano per prendere forma. Sebbene il principio sia semplice, il controllo delle variabili che influenzano la qualità finale del prodotto richiede esperienza e attenzione. La temperatura, la pressione, la velocità di iniezione e i tempi di raffreddamento devono essere calibrati con precisione, poiché un errore in uno di questi parametri può portare a difetti quali deformazioni, bolle o superfici irregolari. Storicamente, questa ottimizzazione è stata un processo empirico, affidato alle competenze dei tecnici. Tuttavia, la crescente complessità dei materiali, l’esigenza di ridurre i costi e la pressione per una maggiore sostenibilità richiedono soluzioni più avanzate. Ed è qui che il machine learning entra in gioco. L’intelligenza che apprende dai dati Il machine learning, una branca dell’intelligenza artificiale, si basa sulla capacità degli algoritmi di analizzare enormi quantità di dati, identificare schemi e prendere decisioni autonome. Nel contesto dello stampaggio delle materie plastiche, ciò significa che i sistemi di ML possono elaborare informazioni provenienti da sensori installati nei macchinari e tradurle in azioni correttive in tempo reale. Immaginiamo una macchina per lo stampaggio dotata di sensori che monitorano costantemente variabili come temperatura, pressione e viscosità del materiale. I dati raccolti vengono analizzati da modelli predittivi che non solo identificano configurazioni ottimali per un dato prodotto, ma sono anche in grado di adattarsi a cambiamenti improvvisi, come variazioni nella composizione del materiale o condizioni ambientali. Questo apprendimento continuo consente una calibrazione più precisa, riducendo al minimo i difetti e gli sprechi. Un controllo qualità senza precedenti Un aspetto fondamentale dello stampaggio è il controllo qualità, che tradizionalmente richiede ispezioni manuali o test successivi alla produzione. Il machine learning, combinato con sistemi di visione artificiale, permette invece di monitorare la qualità in tempo reale, direttamente sulla linea di produzione. Grazie all’utilizzo di reti neurali convoluzionali, i macchinari possono identificare difetti come deformazioni, crepe o imperfezioni superficiali con un livello di accuratezza superiore a quello umano. Questa tecnologia non si limita a individuare i prodotti difettosi, ma fornisce anche un feedback istantaneo, permettendo di correggere i parametri operativi e prevenire errori ricorrenti. Il risultato è un processo produttivo più fluido, con una qualità costante e un minor spreco di risorse. Prevedere i problemi prima che si verifichino Un altro campo in cui il machine learning sta facendo la differenza è la manutenzione predittiva. I macchinari per lo stampaggio, come qualsiasi altra apparecchiatura industriale, sono soggetti a usura e guasti, che spesso comportano costosi fermi macchina. Grazie al ML, i dati raccolti dai sensori possono essere analizzati per individuare segnali precoci di anomalie. Vibrazioni insolite, variazioni nei consumi energetici o cambiamenti nei tempi ciclo possono indicare la necessità di un intervento, permettendo di pianificare la manutenzione in anticipo e ridurre i tempi di inattività. Un nuovo approccio ai materiali Con l’aumento dell’attenzione verso la sostenibilità, i produttori stanno sperimentando materiali più ecologici, come bioplastiche e polimeri riciclati. Tuttavia, questi materiali presentano proprietà diverse rispetto alla plastica tradizionale, rendendo necessario un approccio più flessibile alla loro lavorazione. Il machine learning può simulare il comportamento di nuovi materiali durante lo stampaggio, prevedendo problemi di flusso o raffreddamento e ottimizzando i parametri senza la necessità di lunghi test fisici. Oltre il processo: l’efficienza della supply chain Il potenziale del machine learning non si esaurisce nei confini del reparto produttivo. Analizzando i dati storici e le tendenze di mercato, gli algoritmi possono prevedere la domanda futura di prodotti, ottimizzare gli ordini di materie prime e ridurre le scorte in eccesso. Questo approccio sistemico garantisce che ogni fase della produzione, dalla fornitura alla distribuzione, sia ottimizzata per ridurre i costi e migliorare l’efficienza complessiva. Prospettive future Il connubio tra machine learning e stampaggio delle materie plastiche rappresenta un’opportunità straordinaria per il settore manifatturiero. Oltre ai vantaggi immediati in termini di qualità, efficienza e sostenibilità, questa tecnologia apre la strada a innovazioni ancora più ambiziose. L’integrazione con digital twin, sistemi robotici avanzati e persino il quantum computing promette di rivoluzionare ulteriormente il processo produttivo, rendendolo sempre più intelligente e adattabile. Conclusione Il machine learning non è solo una tecnologia all’avanguardia, ma una necessità per il futuro dell’industria della plastica. In un’epoca in cui precisione, sostenibilità e competitività sono più cruciali che mai, adottare soluzioni basate sull’intelligenza artificiale significa non solo migliorare l’efficienza operativa, ma anche contribuire a un’industria più responsabile. Questo è il futuro dello stampaggio delle materie plastiche: intelligente, sostenibile e in continua evoluzione.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Plastica da Post Consumo: Raccolta, Riciclo e Riuso
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Plastica da Post Consumo: Raccolta, Riciclo e Riuso
Informazioni Tecniche

Plastica da Post Consumo: Raccolta, Riciclo e Riusodi Marco ArezioLa plastica riciclata da post consumo e i polimeri in plastica riciclata che derivano dalla raccolta differenziata dei rifiuti domestici sono una conquista, relativamente recente, in un mondo che si muove verso la circolarità dei beni e delle risorse.  Nell’ambito dell’economia circolare, quell’area di interesse che riguarda lo studio e l’applicazione di metodi, sistemi produttivi e legislativi, atti a riciclare i prodotti a fine vita, la plastica è sicuramente un attore primario della raccolta, lavorazione e riuso. La plastica riciclata si definisce da post consumo quando il prodotto, sotto forma di imballo o di oggetto finito, esaurisce il compito per cui viene prodotto e viene conferito, attraverso la raccolta differenziata, agli impianti di riciclo meccanici, per creare nuova materia prima in una sorta di circolarità continua. In Italia la raccolta dei rifiuti da post consumo e la loro selezione di base è affidata, prevalentemente, a consorzi nazionali, quali il Corepla per gli imballi come l’HDPE, il PP, l’LDPE, il PET e il PS, il Coripet per i soli imballi in PET e il Conip per gli imballi rigidi dal settore ortofrutticolo, solo per citarne alcuni. Ma ogni paese, in cui la raccolta differenziata è normata e organizzata, ha la propria o le proprie struttura di raccolta nazionali.Tra i prodotti più raccolti e riciclati troviamo:LDPE, polietilene a bassa densità, che viene dalla raccolta degli imballi flessibili, come i sacchetti, i film da imballo, i teli da copertura e gli imballi rigidi come possono essere i vasi dei fiori. • HDPE, polietilene ad alta densità, che viene principalmente dalla raccolta dei flaconi dei detersivi e delle taniche per i liquidi. • PP, polipropilene, che deriva da imballi flessibili come i film per il packaging ma anche da imballi rigidi come cassette, paraurti, giochi, sedie, tavoli, prodotti per l’edilizia, come tubi, sifoni, griglie, vespai, piastrelle, secchi. • PS, Polistirolo, che proviene dagli imballi per il packaging, dai vasi e da molti articoli per l’edilizia e il settore elettrico, come prese per la corrente, quadri elettrici. • PET, polietilene tereftalato, nella plastica da post consumo è principalmente espresso dalle bottiglie dell’acqua minerale e delle bibite. La lavorazione degli imballi in plastica post consumo comporta la conoscenza approfondita della filiera della raccolta, dei sistemi di riciclo industriale del rifiuto e dell’applicazione della materia prima che ne deriva per la realizzazione di nuovi prodotti. La raccolta differenziata dei materiali plastici, ma anche degli altri prodotti raccolti, come il vetro, i metalli, il legno, la carta, la gomma contribuiscono in modo determinante alla riduzione dell’impronta carbonica, a regolare la gestione dei rifiuti in modo che non vadano dispersi nell’ambiente e a risparmiare le materie prime che diversamente dovrebbero essere estratte dal pianeta. Raccogliere i rifiuti, riciclarli, creare nuove materie prime dagli scarti, produrre nuovi prodotti attraverso la circolarità del sistema di produzione e di consumo è una delle chiavi, ma non la sola, che permette la progettazione di un mondo migliore. Una filiera di grande importanza, anche a livello economico, che contribuisce in modo attivo ai bilanci degli stati, a dare lavoro e a creare un’importante sostenibilità tra l’uomo e la natura. Una filiera che contempla non solo la produzione di materie prime ricavate dai rifiuti, ma anche l’industria della macchine e degli stampi per la produzione e il suo controllo, i produttori di oggetti finiti fatti in plastica riciclata, di società di servizi, di trasporto, gli enti di ricerca e molto altro. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - post consumo . produzione

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Eteri di cellulosa: produzione, applicazioni industriali e prospettive nel riciclo dei polimeri naturali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Eteri di cellulosa: produzione, applicazioni industriali e prospettive nel riciclo dei polimeri naturali
Informazioni Tecniche

Dalla sintesi alla sostenibilità: il ruolo degli eteri di cellulosa nell’edilizia, nelle vernici e nei materiali polimerici avanzatidi Marco ArezioLa ricerca di materiali polimerici ad alte prestazioni ma dal ridotto impatto ambientale ha condotto, negli ultimi decenni, a un crescente interesse verso i derivati della cellulosa. La cellulosa è il polimero naturale più abbondante sulla Terra, una risorsa rinnovabile estratta da legno, cotone e altre piante fibrose. Attraverso processi chimici mirati, la cellulosa viene trasformata in una vasta gamma di eteri di cellulosa, tra cui spiccano la metilcellulosa (MC), l’idrossietilcellulosa (HEC), l’idrossietilmetilcellulosa (HEMC) e l’idrossipropilmetilcellulosa (HPMC). Questi materiali, grazie alle loro proprietà uniche, hanno rivoluzionato l’industria delle costruzioni, delle vernici e persino il mondo dei polimeri avanzati. Che cosa sono gli eteri di cellulosa Gli eteri di cellulosa sono derivati ottenuti mediante una reazione di eterificazione della cellulosa grezza. In pratica, alcuni gruppi ossidrilici (-OH) delle unità glucosidiche della cellulosa vengono sostituiti da gruppi alchilici o idrossialchilici, che modificano la solubilità e le proprietà reologiche del polimero di partenza. Questo processo consente di ottenere materiali che, pur conservando la struttura di base della cellulosa, acquisiscono nuove funzionalità: diventano più facilmente solubili in acqua, più stabili e più versatili nei processi industriali. Gli eteri di cellulosa non sono solo materiali tecnicamente avanzati, ma rappresentano anche una soluzione ecologica. La loro produzione, infatti, parte da risorse rinnovabili e, rispetto a molti polimeri sintetici di origine fossile, presenta un impatto ambientale potenzialmente inferiore. Come si producono gli eteri di cellulosa La produzione degli eteri di cellulosa prevede diversi passaggi, tutti realizzati in condizioni industriali controllate: - Preparazione della cellulosa: la cellulosa viene dapprima purificata, eliminando lignina ed emicellulose tramite processi di sbianca e idrolisi. Il materiale di partenza può essere pasta di legno, cotone o residui vegetali di varia origine. - Attivazione: la cellulosa viene trattata con una soluzione alcalina (di solito idrossido di sodio), che rende più reattivi i gruppi ossidrilici. - Eterificazione: in questa fase si introduce il reagente eterificante (ad esempio cloruro di metile per la metilcellulosa, ossido di etilene per l’idrossietilcellulosa, ossido di propilene per l’idrossipropilmetilcellulosa). Il grado di sostituzione, ovvero la quantità di gruppi eterei introdotti, viene controllato con precisione, poiché influenza direttamente le proprietà del prodotto finale. - Neutralizzazione e purificazione: la miscela di reazione viene neutralizzata, lavata per eliminare i sottoprodotti e infine essiccata. Il prodotto risultante è una polvere bianca, inodore, dalla granulometria fine e dalla grande purezza. - Controllo qualità: le caratteristiche del prodotto – umidità, contenuto di ceneri, densità apparente, viscosità e pH – vengono rigorosamente monitorate, poiché influenzano le prestazioni nelle diverse applicazioni. Impieghi degli eteri di cellulosa nell’industria Gli eteri di cellulosa sono ormai un pilastro in molteplici settori industriali, soprattutto grazie alla loro capacità di modificare la reologia e la lavorabilità di numerosi materiali. Edilizia Negli adesivi, nelle malte cementizie, negli stucchi e nei prodotti a base di cemento, l’aggiunta di eteri di cellulosa (in particolare l’idrossietilmetilcellulosa, HEMC) migliora la lavorabilità, incrementa la ritenzione idrica e la forza adesiva, e riduce lo scivolamento. Questo si traduce in applicazioni più facili e performanti, oltre che in una maggiore durabilità del prodotto finito. La capacità di “tenere” l’acqua in sistemi cementizi consente una migliore idratazione e una reazione più completa del legante, fattore chiave per la qualità finale delle costruzioni. Industria delle vernici Nelle vernici a base acquosa e nei rivestimenti decorativi, gli eteri di cellulosa sono usati come addensanti, stabilizzanti e agenti di sospensione. Oltre a garantire una stesura uniforme, impediscono la sedimentazione dei pigmenti e migliorano l’aspetto della superficie verniciata. Polimeri e materiali compositi Negli ultimi anni, la ricerca si è concentrata sull’uso degli eteri di cellulosa come modificanti reologici e agenti compatibilizzanti nei polimeri biodegradabili. Alcuni studi hanno dimostrato che, inseriti in matrici come l’acido polilattico (PLA) o altri biopolimeri, gli eteri di cellulosa migliorano la dispersione dei filler, la stabilità meccanica e la processabilità dei materiali, aprendo la strada a nuove applicazioni nei materiali compositi e nei packaging sostenibili. Altri settori Gli eteri di cellulosa sono impiegati anche in farmaceutica (come eccipienti e agenti di rilascio controllato), nell’industria alimentare (come addensanti e stabilizzanti) e nella produzione di detergenti, cosmetici e prodotti per la cura personale. Vantaggi tecnici e prestazionali degli eteri di cellulosa L’adozione su larga scala degli eteri di cellulosa è motivata da una serie di vantaggi chiave, comprovati da una vasta letteratura scientifica: - Eccellente legame: migliorano l’adesione di malte e stucchi alle superfici di applicazione. - Aumento della ritenzione idrica: ritardano l’evaporazione, garantendo tempi di lavorazione più lunghi e una migliore reazione chimica nelle malte. - Resistenza allo scivolamento: rendono più semplice l’applicazione di materiali su superfici verticali senza colature. - Flessibilità e facilità d’uso: polveri facilmente disperdibili in acqua, compatibili con molti sistemi chimici. - Compatibilità ambientale: partendo da una base naturale rinnovabile, si inseriscono perfettamente nei modelli di economia circolare e nei progetti di bioedilizia. Gli eteri di cellulosa e il riciclo: tra biodegradabilità e circolarità Uno dei temi centrali nella ricerca attuale riguarda la fine vita degli eteri di cellulosa e la loro compatibilità con i processi di riciclo. Sebbene siano derivati naturali, la presenza di gruppi eterei ne modifica la biodegradabilità rispetto alla cellulosa pura. Tuttavia, numerosi studi hanno confermato che molti eteri di cellulosa, in particolare quelli con basso grado di sostituzione, sono comunque biodegradabili in condizioni ambientali o industriali controllate (es. compostaggio). In ambito industriale, la possibilità di reimpiegare gli scarti di produzione o i residui di eteri di cellulosa in nuovi cicli produttivi sta diventando realtà, grazie anche all’adozione di processi di depolimerizzazione o riutilizzo in miscele a basso impatto ambientale. In particolare, l’uso di questi materiali nei compositi polimerici biodegradabili rappresenta un’interessante opportunità per un riciclo “upcycling”, cioè la valorizzazione di un residuo in un prodotto di qualità superiore. Conclusioni: verso una filiera sostenibile dei polimeri naturali Gli eteri di cellulosa incarnano un perfetto equilibrio tra tecnologia, sostenibilità e performance industriale. La loro versatilità, l’origine rinnovabile e le prospettive di riciclo ne fanno una delle soluzioni più promettenti per l’edilizia verde, le vernici sostenibili e l’innovazione nei materiali polimerici avanzati. In un’epoca in cui la domanda di materiali performanti e al tempo stesso ecologici è sempre più pressante, gli eteri di cellulosa rappresentano una risposta concreta, sostenuta da una robusta base scientifica e da applicazioni ormai consolidate nel mondo produttivo.© Riproduzione Vietata Fonti principali R.M. Rowell, "Handbook of Wood Chemistry and Wood Composites" (CRC Press, 2022). G. Heinze, "Cellulose Derivatives: Synthesis, Structure, and Properties," in Polysaccharides, 2021. Y. Habibi et al., "Cellulose-Based Hydrogels: Synthesis, Properties and Applications," Carbohydrate Polymers, vol. 261, 2021. M. Vehviläinen et al., "Biodegradation of Cellulose Ethers in Industrial Composting," Waste Management, 2023. S. Gurgel et al., "Recent Advances on the Use of Cellulose Derivatives in the Building Industry," Construction and Building Materials, vol. 315, 2022. European Polysaccharide Network of Excellence (EPNOE), "Cellulose Ethers: Environmental Impact and Industrial Use," Technical Report, 2023.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Antiossidanti per i Polimeri Riciclati: Come Migliorare le Prestazioni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Antiossidanti per i Polimeri Riciclati: Come Migliorare le Prestazioni
Informazioni Tecniche

Le azioni termo-ossidative a cui sono sottoposte le materie plastiche riciclate necessitano un miglioramento delle miscele degli antiossidantidi Marco ArezioI polimeri riciclati, specialmente se parliamo di plastiche da post consumo, sono materie prime che più di altre, per la loro storia di fusioni e raffreddamenti, cicli di vita soggetti alle condizioni ambientali e a causa delle condizioni di usura meccanica, vanno spesso incontro al degrado dei componenti. Infatti, sotto l’effetto del calore, dell’irradiazione solare, delle sollecitazioni meccaniche, come gli sforzi di taglio e molti altri fattori, si possono creare, nella materia plastica, dei radicali liberi che causano una degradazione ossidativa. Inoltre, in presenza di ossigeno, i radicali liberi generano radicali perossidici, che sottraggono atomi alla catena polimerica. I perossidi di idrogeno che si formano in questo modo, si scompongono formando altri radicali creando una reazione a catena che porta alla degradazione delle materie plastiche. Per questi motivi, l’utilizzo degli antiossidanti nelle miscele polimeriche durante le fasi di fusione, è ritenuto indispensabile per mantenere le proprietà meccaniche, reologiche, ottiche e di durabilità. Cosa sono gli antiossidanti per i polimeri riciclati Prima di tutto possiamo dire che gli antiossidanti sono degli additivi che vengono impiegati come masterbaches, al fine di migliorare le caratteristiche del prodotto plastico finale. Le famiglie possono essere classificate tra antiossidanti primari e secondari, in base alla loro funzione finale nell’impasto. Gli antiossidanti primari presentano atomi reattivi di H2 che reagiscono ai radicali liberi, come i fenoli inibiti stericamente, le ammine aromatiche e ammine inibite stericamente. Gli antiossidanti secondari hanno la funzione di scomporre i perossidi d’idrogeno, impedendo così la ramificazione della catena. A questo gruppo appartengono i fosfiti e i tioesteri. Sono in corso interessanti studi circa l’utilizzo combinato di due tipologie di antiossidanti, specialmente nel campo del PE, dove si è notato che l’azione sinergica di due elementi posa portare ad un risultato maggiore rispetto all’utilizzo dei singoli componenti impiegati separatamente. Infatti, come sappiamo, i materiali riciclati, rispetto a quelli vergini, provengono da cicli di usura e di sofferenza termica maggiori, quindi l’impiego di antiossidanti, non solo diventa consigliabile, ma lo studio delle loro miscele può portare a risultanti interessanti. Come abbiamo detto, il materiale riciclato può aver subito cicli ossidativi dati dalle condizioni meccaniche e termiche durante la sua vita, ma dobbiamo anche considerare quello che viene chiamato il processo termo-ossidativo iniziato con il contatto della plastica con l’ossigeno. La successiva fusione degli scarti plastici per creare il nuovo polimero riciclato può decisamente aggravare la qualità futura del manufatto, in quanto si riutilizzerà una materia prima già stressata. Per evitare quindi il degrado termo-ossidativo di un polimero è consigliabile utilizzare uno o più antiossidanti, miscelati tra loro, per prolungare la vita utile della materia plastica prevenendone il degrado. E’ raro notare come un solo antiossidante, che appartenga al tipo primario o secondario, possa coprire tutte le specificità, in termini di degrado ossidativo, che la plastica può presentare, quindi potrebbe essere necessario la combinazione di due tipologie di protettivi che possano migliorare il risultato, solo se combinati, ottenendo un effetto sinergico migliore dell’utilizzo dei due antiossidanti distinti. Una buona soluzione per la stabilizzazione, durante la lavorazione, è il cosiddetto fenolo-fosfito, che è la combinazione di un fenolo impedito con un fosfito organico, presentando quindi un eccellente effetto sinergico che migliora le proprietà rispetto all’effetto di ciascuno di essi impiegati separatamente. La stabilità fornita dalla miscela è in funzione della sua concentrazione. Nella la lavorazione della materia plastica riciclata, il fosfito reagisce disattivando gli idroperossidi che si formano durante l'auto-ossidazione delle poliolefine, mentre il fenolo agisce intrappolando i radicali liberi che si formano.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Lavorazione dei Termoindurenti: Masse da Stampaggio, Tecnologie di Processo e Innovazioni 2025
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Lavorazione dei Termoindurenti: Masse da Stampaggio, Tecnologie di Processo e Innovazioni 2025
Informazioni Tecniche

Guida tecnica alla lavorazione dei materiali termoindurenti: masse da stampaggio, stampaggio a compressione e a iniezione, tempi di indurimento e innovazioni Industry 4.0Marzo 2026 | Categoria: Tecnologie di Trasformazione Materie PlasticheAutore: Marco Arezio I materiali termoindurenti occupano una posizione strategica nell'industria delle materie plastiche grazie alla loro capacità di formare strutture reticolate tridimensionali irreversibili durante la fase di indurimento. A differenza dei termoplastici, una volta polimerizzati non possono essere rifusi: questa caratteristica, che a prima vista potrebbe sembrare un limite, si traduce in prestazioni meccaniche, termiche ed elettriche superiori in applicazioni dove i polimeri convenzionali non reggono il confronto. Questo articolo tecnico analizza in modo approfondito la filiera di lavorazione dei termoindurenti, dalla preparazione delle masse da stampaggio fino alle più recenti innovazioni legate all'Industria 4.0, ai digital twin e all'intelligenza artificiale applicata al controllo di processo. Dato di mercato: il mercato globale dello stampaggio a iniezione di termoindurenti è valutato in crescita costante, trainato dalla domanda proveniente da automotive, elettronica e costruzioni — settori che richiedono resistenza termica, stabilità dimensionale e isolamento elettrico superiori.1. Che cos'è un materiale termoindurente e perché la sua lavorazione è diversa I termoindurenti sono polimeri chimicamente reticolati: durante la fase di formatura subiscono una reazione di polimerizzazione che crea legami covalenti tra le catene macromolecolari, generando una struttura a rete tridimensionale stabile e infusibile. Questa reazione è irreversibile: il calore applicato successivamente non può sciogliere il materiale, ma può unicamente degradarlo. Le conseguenze pratiche sulla tecnologia di trasformazione sono rilevanti. Le materie prime devono già trovarsi, in buona parte, nella loro forma definitiva prima dell'ingresso nello stampo. I macchinari devono essere progettati per impedire l'attivazione prematura della reazione nel cilindro di plastificazione, mantenendo la massa a una temperatura controllata inferiore alla soglia di gelificazione, e per fornire invece al contenuto dello stampo il calore sufficiente all'indurimento completo. Classificazione delle materie prime: In base alla tecnologia di lavorazione, i semilavorati termoindurenti si suddividono in: (a) masse da stampaggio termoindurenti, masse scorrevolifluide lavorate a caldo con indurimento rapido; (b) resine per colata, tipicamente liquide o rese liquide per riscaldamento moderato, con indurimento a temperatura ambiente o mediante acceleratori; (c) sistemi poliuretanici, che richiedono una tecnologia dedicata alla miscelazione e dosaggio dei componenti reattivi immediatamente prima della formatura. 2. Le masse da stampaggio termoindurenti: composizione e preparazione 2.1 Composizione delle masse da stampaggio Le masse da stampaggio termoindurenti sono sistemi compositi formati dalla resina come legante e da cariche che conferiscono le proprietà meccaniche, termiche ed estetiche desiderate. La resina — generalmente fenolica, aminoplastica, epossidica o poliestere insatura — viene combinata con cariche polveriformi o fibrose quali farina minerale, farina di legno, fibre di vetro corte, carta, tessuti, matasse di fibre o ritagli di tessuti rinforzati. La scelta della carica determina in larga misura il profilo applicativo del compound finale. Le cariche minerali migliorano la resistenza termica e la rigidità; le fibre di vetro incrementano la resistenza meccanica e la tenacità; le fibre organiche (cellulosa, juta) abbassano la densità e il costo. Nei compound moderni, come i Bulk Moulding Compounds (BMC) e gli Sheet Moulding Compounds (SMC), le fibre di vetro corte o lunghe sono distribuite in modo da ottimizzare isotropia e resistenza. 2.2 Il processo di preparazione La preparazione delle masse da stampaggio con cariche polveriformi o fibre corte prevede una pre-miscelazione allo stato secco, seguita dalla plastificazione e omogeneizzazione in mescolatrici a cilindri o estrusori bivite. Contemporaneamente, la resina viene prepolimerizzata o precondensata per portarla alla viscosità adatta alla produzione di masse scorrevoli (stato B oppure C). I rotoli di laminazione o i chip estrusi vengono successivamente macinati e frazionati a granulometria uniforme. Per le masse con fibre grossolane o ritagli, la produzione avviene principalmente in miscelatori a pale tramite impregnazione con resine liquide solubili, seguita da essiccamento controllato. Le masse rinforzate con fibre lunghe continue vengono invece prodotte mediante impregnazione di matasse e successiva frantumazione delle strisce. La resinatura degli strati avviene in macchine impregnatrici specializzate. Nota tecnica: la qualità della miscelazione e il controllo dello stato di prepolimerizzazione della resina sono fattori critici che influenzano direttamente la scorrevolezza in stampo, il tempo di indurimento e le proprietà meccaniche del manufatto finale.3. Stampaggio a iniezione di termoindurenti: parametri e criticità3.1 Il ciclo di stampaggio a iniezione Nello stampaggio a iniezione di termoindurenti, il ciclo produttivo è governato da due variabili fondamentali che si influenzano reciprocamente: il tempo di permanenza nel cilindro e il tempo di indurimento nello stampo. Il tempo del ciclo è determinato principalmente dal secondo, poiché — a differenza dei termoplastici dove domina il raffreddamento — nel caso dei termoindurenti è la cinetica di reticolazione chimica a dettare i tempi. La massa da stampaggio viene caricata in un cilindro mantenuto a temperatura controllata (generalmente inferiore a 120 °C), dove deve restare scorrevole per un periodo di 3–6 minuti senza avviare la reticolazione. Una volta iniettata nello stampo riscaldato, la temperatura elevata dello stampo attiva rapidamente la reazione: il manufatto indurisce, viene estratto a caldo e il ciclo ricomincia. 3.2 La dipendenza del tempo di indurimento dallo spessore di parete Il parametro di progetto più critico è lo spessore massimo della parete. Come mostrato nella letteratura tecnica (Fig. 4.99 del testo di riferimento), per lo stampaggio a iniezione di termoindurenti fenoplastici il tempo di ciclo rimane sostanzialmente indipendente dallo spessore fino a circa 10 mm, grazie al fatto che le grandezze di regolazione sono governate dal tempo di indurimento e non dal raffreddamento. Per lo stampaggio a compressione senza preriscaldamento, la dipendenza è invece marcatamente lineare: per pareti di 20 mm si arrivano a richiedere 6–8 minuti di ciclo. Il preriscaldamento dielettrico ad alta frequenza (HF) o con microonde, e la preplastificazione a vite, rappresentano le tecniche più efficaci per ridurre i tempi di ciclo nello stampaggio a compressione, permettendo di avvicinarsi alle prestazioni dello stampaggio a iniezione anche per pareti spesse.4. Stampaggio a compressione: il processo fondamentale4.1 Principio di funzionamento Lo stampo a compressione è costituito da una parte inferiore e una superiore, entrambe riscaldate, montate su una pressa idraulica. L'alimentazione avviene con stampo aperto, dosando la massa da stampaggio tramite dosatori a pistone, dispositivi di riempimento volumetrici o bilance automatiche. Dopo la chiusura dello stampo, la massa riscaldata alla temperatura di scorrevolezza riempie la cavità sotto pressione, indurisce e viene estratta a caldo. La pressione di compressione varia in funzione dello stato della massa: circa 50 bar per masse umide non preriscaldate, fino a 150 bar per masse preriscaldate, con picchi fino a 400 bar per applicazioni speciali. Per le resine fenoliche e aminoplastiche, che sviluppano componenti volatili durante l'indurimento, è opportuno prevedere uno sfiato dello stampo tramite breve sollevamento del punzone, per evitare la formazione di porosità interne. 4.2 Macchine a giostra rotante Le macchine automatiche a compressione adottano quasi universalmente configurazioni a giostra rotante, con fino a 20 stampi montati su un carrello rotante. Gli stampi ruotano ciclicamente tra la stazione di alimentazione, la stazione di chiusura e indurimento, e la stazione di estrazione e pulizia. Questa architettura consente di sfruttare il lungo tempo di indurimento distribuendolo su più stazioni in parallelo, ottenendo un'elevata produttività complessiva pur con cicli unitari lunghi. 4.3 Verniciatura con polvere nello stampo Una tecnologia di finitura sempre più diffusa per i manufatti in compressione è la verniciatura con polvere nello stampo (In-Mould Coating con polvere). Una vernice in polvere a granulometria fine (100–200 µm) viene depositata elettrostaticamente sullo stampo caldo aperto. Durante il successivo processo a compressione, la polvere forma con la resina uno strato integrale, privo di porosità, resistente all'attrito e già colorato, eliminando le operazioni di verniciatura a posteriori e riducendo gli scarti. 5. Gestione delle sostanze volatili e qualità del manufatto Uno degli aspetti più critici nella lavorazione dei termoindurenti — in particolare per lo stampaggio a compressione e transfer — è il controllo delle sostanze volatili (acqua di condensazione, solventi residui, ammoniaca nei sistemi aminoplastici) che si sviluppano durante la reazione di reticolazione. Per lo stampaggio a compressione, l'aerazione dello stampo è indispensabile: avviene aprendo leggermente il punzone per 2–3 secondi immediatamente prima di applicare la pressione definitiva. Un'aerazione difettosa o ritardata provoca la formazione di soffiature o porosità che compromettono le proprietà meccaniche e l'estetica superficiale del pezzo. Nello stampaggio a transfer e a iniezione, le sostanze volatili sfuggono principalmente attraverso la tramoggia di alimentazione e il canale distributore (che deve essere riscaldato a circa 120 °C per impedire la gelificazione prematura). I moderni sistemi di canale caldo per termoindurenti gestiscono questo bilanciamento termico con precisione, consentendo di lavorare senza materozza e riducendo gli scarti di materiale.6. Novità recenti: Industry 4.0, Digital Twin e Intelligenza Artificiale nello stampaggio di termoindurenti 6.1 Il contesto dell'innovazione Il settore dello stampaggio dei termoindurenti, tradizionalmente più conservativo rispetto a quello dei termoplastici, sta attraversando una fase di accelerazione tecnologica significativa, trainata dall'adozione delle tecnologie abilitanti dell'Industria 4.0. Le motivazioni sono chiare: riduzione degli scarti, compressione dei tempi di avviamento, ottimizzazione dei parametri di cura e tracciabilità di processo. 6.2 Digital Twin per il monitoraggio del processo di stampaggio Il digital twin di processo è un modello virtuale dinamico dell'impianto di stampaggio, alimentato in tempo reale dai dati provenienti da sensori installati su pressa, stampo e sistema di condizionamento termico. Per i termoindurenti, dove la cinetica di reticolazione dipende da temperatura, pressione e tempo in modo non lineare, il digital twin offre un vantaggio straordinario: consente di simulare il grado di avanzamento della reazione senza interrompere la produzione, e di anticipare l'insorgenza di difetti prima che si manifestino sul pezzo. Studi pubblicati nel 2024 e 2025 su processi liquidi di stampaggio compositi (RTM, VARTM) dimostrano che l'integrazione di sensori con modelli surrogati basati su reti neurali deep-learning consente di rilevare deviazioni di processo con anticipo sufficiente a correggere i parametri prima della formazione di difetti. Sistemi analoghi vengono ora applicati allo stampaggio a compressione e a iniezione di masse termoindurenti convenzionali. 6.3 Intelligenza Artificiale e ottimizzazione dei parametri I sistemi di ottimizzazione basati su machine learning, come quelli integrati in piattaforme quali Moldex3D 2025 e sistemi analoghi, permettono di definire automaticamente le finestre di processo ottimali (temperatura stampo, profilo di pressione, tempo di indurimento) a partire da un numero limitato di prove fisiche. L'AI Optimization Wizard di Moldex3D, ad esempio, gestisce obiettivi multipli simultaneamente — riduzione del tempo di ciclo, minimizzazione della distorsione, controllo della porosità — generando soluzioni di compromesso validate virtualmente prima di qualsiasi test in produzione. La manutenzione predittiva basata sull'analisi dei dati di sensori IoT permette di pianificare gli interventi sulle presse e sugli stampi prima che si verifichino guasti, riducendo i fermi non pianificati — un fattore critico in produzioni con lunghi tempi di indurimento per stampo. 6.4 Riciclabilità e circolarità dei termoindurenti: lo stato dell'arte La natura irreversibile della reticolazione dei termoindurenti ha rappresentato storicamente un ostacolo alla circolarità dei materiali. Tuttavia, le più recenti ricerche indicano progressi concreti: le cariche dei fenoplasti — le più diffuse masse da stampaggio termoindurenti — possono essere macinate in polvere e reimmesse come filler sostitutivi nella massa vergine, con perdite di proprietà minime fino a concentrazioni del 13% di rigenerato. Per il BMC applicato a coperchi valvola automotive, le specifiche OEM accettano fino al 7% di rigenerato come sostituto parziale della carica. Sul fronte dei materiali, i cosiddetti vitrimeri (vitrimer) rappresentano la frontiera più promettente: sono polimeri con legami covalenti dinamici che permettono una rifusione controllata a temperature elevate, mantenendo le prestazioni meccaniche tipiche dei termoindurenti classici ma consentendo il riciclo e la ri-formatura. Prospettiva 2025-2030: l'integrazione tra digital twin di processo, AI predittiva e nuove formulazioni di masse da stampaggio semi-riciclabili costituirà la traiettoria dominante nell'innovazione della lavorazione dei termoindurenti per l'automotive e l'elettronica di potenza.7. Applicazioni industriali: dai settori tradizionali ai nuovi mercati I termoindurenti trovano impiego in una gamma applicativa molto ampia, che va dai componenti elettrici e elettronici classici (interruttori, prese, supporti di avvolgimenti) fino a componenti strutturali per automotive e aerospace. Le caratteristiche che li rendono insostituibili includono: resistenza al calore superiore alla soglia di deformazione dei termoplastici standard, stabilità dimensionale sotto carico a lungo termine, eccellente isolamento elettrico anche ad alta temperatura, resistenza agli agenti chimici aggressivi. Nel settore aerospaziale, i compositi termoindurenti con fibra di vetro e carbonio (BMC, SMC, prepreg epossidici) vengono impiegati per pannelli di cabina, supporti di sistemi elettrici e pannelli di isolamento, grazie alla loro capacità di rispettare i severi requisiti di resistenza al fuoco, ai fumi e alla tossicità (FST). Nel settore degli elettrodomestici, lo stampaggio a iniezione di fenoplasti e aminoplasti consente di produrre manici di forni, componenti di motori e alloggiamenti di resistenze con costi e velocità di ciclo competitivi rispetto ai termoplastici ad alte prestazioni. Per le applicazioni in ambienti aggressivi — marino, petrolchimico, alimentare — la resistenza chimica dei termoindurenti (epossidici, fenolici, furani) consente di produrre isolatori per sistemi di distribuzione elettrica, supporti per piloni subacquei, sistemi di controllo fluidi e pannelli antiusura con costi del ciclo di vita significativamente inferiori a quelli dei metalli equivalenti. Domande Frequenti (FAQ) Qual è la differenza principale tra termoindurenti e termoplastici nella lavorazione? I termoplastici possono essere fusi e riformati più volte: il calore li rende plastici e il raffreddamento li solidifica senza modificarne la struttura chimica. I termoindurenti, al contrario, subiscono durante la formatura una reazione chimica irreversibile di reticolazione: una volta polimerizzati, il calore successivo non li scioglie ma li degrada. Questo implica che lo stampo deve essere riscaldato per indurire il pezzo (al contrario dei termoplastici dove lo stampo raffredda), e che l'attrezzatura deve impedire l'avvio prematuro della reazione nel cilindro di plastificazione. Cos'è il BMC e come viene processato? Il BMC (Bulk Moulding Compound) è una massa da stampaggio termoindurente costituita da resina poliestere insatura o epossidica, fibre di vetro corte (15–25%), cariche minerali e additivi. Si presenta come un impasto denso e viene processato per stampaggio a iniezione o a compressione. Trova largo impiego nell'automotive (coperchi valvola, involucri alternatori) e nell'elettrodomestico (componenti motori, ventilatori) per la sua capacità di combinare leggerezza, resistenza meccanica e stabilità termica. Perché lo stampaggio a iniezione di termoindurenti richiede macchinari speciali? Le macchine standard per termoplastici operano con cilindri a temperatura elevata per mantenere il materiale fuso. Per i termoindurenti questo approccio causerebbe la reticolazione prematura nel cilindro, con blocco dell'attrezzatura. Le presse per termoindurenti mantengono il cilindro a temperatura controllata e bassa (80–120 °C) per preservare la scorrevolezza della massa, mentre lo stampo viene riscaldato a 160–200 °C per attivare e completare la reticolazione solo nella cavità di formatura. Qual è il ruolo del digital twin nella lavorazione dei termoindurenti? Il digital twin di processo crea un modello virtuale dinamico dell'impianto, alimentato da sensori in tempo reale. Nel caso dei termoindurenti, permette di monitorare l'avanzamento della cinetica di reticolazione senza interruzioni di produzione, prevedere l'insorgenza di difetti (porosità, distorsione, riempimento incompleto) prima che si manifestino, e ottimizzare automaticamente i parametri di processo. Aziende che hanno implementato sistemi di digital twin per stampaggio riportano riduzioni del 25–35% nei tempi di avviamento e cali degli scarti superiori al 40%. I termoindurenti possono essere riciclati? La reticolazione irreversibile rende impossibile il riciclo per rifusione, come avviene per i termoplastici. Tuttavia, sono praticabili percorsi alternativi: la macinazione in polvere consente di reintrodurre il material come filler nella massa vergine (fino al 7–13% senza perdite significative di proprietà per i fenoplasti). I vitrimeri, una nuova generazione di termoindurenti con legami covalenti dinamici, permettono invece la rifusione e riformatura a temperature elevate, aprendo prospettive concrete di riciclabilità piena. Quanto influisce lo spessore della parete sui tempi di ciclo? Lo spessore della parete è il parametro dimensionale più critico. Per lo stampaggio a compressione senza preriscaldamento, il tempo di indurimento cresce linearmente con lo spessore: a 20 mm si richiedono 6–8 minuti, contro 1–2 minuti per pareti di 5 mm. Per lo stampaggio a iniezione, la dipendenza dallo spessore è molto meno marcata grazie alla migliore conduzione termica della massa iniettata sotto pressione — il tempo di ciclo rimane sostanzialmente costante fino a circa 10 mm di spessore massimo. Fonti e Riferimenti 1. Ehrenstein, G.W. – Politecnico di Monaco. Werkstoffe und Bauteile aus Kunststoffen. Testo di riferimento per i paragrafi 4.3 (Tecnologie di trasformazione, pp. 274–276). 2. MDPI – Journal of Manufacturing and Materials Processing (JMMP), 2024. "Digital Twin Modeling for Smart Injection Molding". DOI: 10.3390/jmmp8030102. 3. Moldex3D / CoreTech Systems, 2025. Molding Intelligence: AI Revolution in Injection Molding. Rapporto tecnico. 4. Plenco – Plastics Engineering Company. Processing Guide for Thermoset Phenolics. Dati su regrind e proprietà dei fenoplasti. 5. MCM Composites LLC, 2025. Thermoset Molding Technologies in Aerospace, Appliance & Electronics. Press Release, novembre 2025. 6. CompositesWorld, 2025. JEC World 2025 Highlights: Digitized Processes and New Materials. 7. ResearchGate / Fernández-León et al., 2024. Real-time monitoring and digital twin simulation of liquid-molding processes. 8. Business Research Insights, 2024. Global Injection Molding Market Report 2024–2033 (USD 365 Bn → USD 580 Bn, CAGR 4,74%). 9. Ci-Dell Thermoset Plastics, 2025. Thermoset Composites: Key Facts About Performance, Sustainability and More. 10. Tedesolutions.pl, 2025. Digital Twin for Injection Molding Machines – Simulation and Optimization.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Cosa è il Polimero PVA: Produzione, Utilizzo, Riciclo e Impatto Ambientale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il Polimero PVA: Produzione, Utilizzo, Riciclo e Impatto Ambientale
Informazioni Tecniche

Il PVA è un polimero ormai onnipresente nella produzione di oggetti di uso comune e di rilevanza tecnica, ma con risvolti ambientali non semplici di Marco ArezioIl poliacetato di vinile (PVA) è un polimero sintetico con eccellenti proprietà di solubilità in acqua, rendendolo un materiale di scelta in diverse applicazioni industriali e commerciali. La sua versatilità deriva dalla sua capacità di formare film trasparenti, la sua resistenza a solventi organici e oli, nonché la sua atossicità, che lo rende sicuro per l'utilizzo in applicazioni mediche e alimentari. Produzione del PVA Processo di Produzione La produzione di PVA inizia con la polimerizzazione dell'acetato di vinile in presenza di un catalizzatore. Il processo può variare, ma comunemente include le fasi di iniziazione, propagazione e terminazione, che conducono alla formazione di catene polimeriche di PVA. Successivamente, il polimero viene purificato e trasformato in varie forme per la commercializzazione, come polvere, granuli o soluzioni acquose. Dati di Produzione Mondiale La produzione di PVA a livello mondiale è influenzata da diversi fattori, tra cui la domanda nei settori chiave come l'imballaggio, la tessile, l'edilizia e l'agricoltura. L'Asia è il maggiore produttore di PVA, in particolare la Cina, che da sola contribuisce significativamente alla capacità produttiva globale. Altri paesi asiatici come Giappone, Corea del Sud e India sono anche importanti produttori di PVA. Principali Paesi Produttori di PVACina: La Cina è il leader nella produzione di PVA, con una stima di produzione che varia notevolmente, ma che può superare il milione di tonnellate annue, a seconda della domanda interna e delle esportazioni. Giappone e Corea del Sud: Questi paesi sono noti per la loro alta qualità di PVA, con una produzione combinata che può raggiungere centinaia di migliaia di tonnellate all'anno. India: L'India sta emergendo come un importante centro di produzione di PVA, con una capacità produttiva in crescita, che mira a soddisfare sia il mercato interno che quello delle esportazioni. Trend di Crescita La tendenza di crescita nella produzione di PVA riflette l'aumento della domanda in vari settori applicativi. La produzione è prevista aumentare nei prossimi anni, con un tasso di crescita annuo composto (CAGR) che può variare in base a diversi fattori economici, tecnologici e ambientali. Applicazioni ed Utilizzi del PVAIl Polivinil Alcol (PVA) è un polimero versatile con una vasta gamma di applicazioni e utilizzi in diversi settori industriali, grazie alle sue proprietà uniche quali la solubilità in acqua, la biodegradabilità (sotto certe condizioni), la resistenza chimica e meccanica, e l'atossicità. Di seguito, approfondiamo le principali applicazioni e utilizzi del PVA. Industria Tessile Nel settore tessile, il PVA è impiegato come agente di addolcimento e di finitura per migliorare la resistenza e la flessibilità dei filati e dei tessuti. Serve anche come fibra di supporto che può essere facilmente rimossa dopo il processo di tessitura, migliorando così l'efficienza della produzione. Packaging Il PVA trova ampio impiego nell'industria del packaging, in particolare nella produzione di film solubili in acqua e di imballaggi biodegradabili, come le capsule di detersivo liquido. Questi imballaggi si dissolvono completamente a contatto con l'acqua, riducendo i rifiuti di plastica. Edilizia e Costruzioni Nell'edilizia, il PVA è usato come componente in malte, intonaci, e sigillanti per migliorarne le proprietà adesive, la flessibilità e la resistenza all'umidità. Viene inoltre utilizzato in pitture e rivestimenti per aumentarne la durata e la resistenza agli agenti chimici. Industria della Carta Il PVA migliora la resistenza meccanica e la lucidità della carta e del cartone, trovando applicazione nella produzione di carta per stampa di alta qualità e imballaggi alimentari. Agisce anche come agente legante in inchiostri e vernici, migliorando la qualità di stampa. Elettronica Nel campo dell'elettronica, il PVA è utilizzato in componenti di display a cristalli liquidi (LCD) e in altri dispositivi elettronici per le sue proprietà ottiche e isolanti. Serve come strato di allineamento per i cristalli liquidi, essenziale per la qualità dell'immagine. Settore Farmaceutico e Medico Il PVA trova impiego in applicazioni mediche e farmaceutiche, tra cui la fabbricazione di capsule e film solubili per il rilascio controllato di farmaci, nonché in materiali per lenti a contatto morbide e idrogeli per applicazioni biomediche, grazie alla sua compatibilità biologica e atossicità. Agricoltura Nell'agricoltura, il PVA è usato per produrre film agricoli biodegradabili che aiutano a conservare l'umidità del suolo e a ridurre l'uso di erbicidi. Questi film si degradano naturalmente, riducendo l'impatto ambientale dell'agricoltura intensiva. Prodotti per la Cura Personale Il PVA è impiegato nella produzione di prodotti per l'igiene personale, come gli shampoo e i bagnoschiuma in forma solida, che si dissolvono in acqua, offrendo una soluzione sostenibile e riducendo l'utilizzo di plastica. Riciclo del PVA Il riciclo del PVA presenta delle sfide a causa della sua solubilità in acqua, ma esistono metodi sia fisici che chimici per il suo trattamento. La ricerca è incentrata sul miglioramento delle tecniche di recupero e sullo sviluppo di processi biologici per degradare il PVA in maniera più efficiente e sostenibile. Tecniche di Riciclo Riciclo Meccanico: Questo metodo implica la macinazione o la triturazione del PVA usato per riutilizzarlo direttamente nella produzione di nuovi articoli. Tuttavia, la sua efficacia è limitata dalla qualità del PVA riciclato, che può essere compromessa dalla degradazione termica o meccanica. Riciclo Chimico: Questa tecnica trasforma il PVA in monomeri o in altri composti chimici attraverso processi come l'idrolisi alcalina o l'alcolisi. Questi monomeri possono essere poi reimmessi nel ciclo produttivo. Il riciclo chimico ha il vantaggio di poter recuperare il PVA da miscele e compositi, superando alcune delle limitazioni del riciclo meccanico. Riciclo Biologico: Sfrutta microrganismi capaci di degradare il PVA in composti più semplici, come acqua e anidride carbonica, o in altri intermedi utili. La ricerca in questo campo è focalizzata sull'identificazione e l'ingegnerizzazione di ceppi batterici o enzimi specifici che possano effettuare questa trasformazione in modo efficiente. Solubilità in Acqua e Biodegradabilità La solubilità in acqua del PVA è sia una benedizione che una maledizione. Da un lato, facilita la sua rimozione da tessuti o altri materiali in processi industriali; dall'altro, rende la gestione dei rifiuti più complicata, specialmente in contesti in cui il PVA entra in ambienti acquatici. La biodegradabilità del PVA varia a seconda del suo grado di idrolisi e della composizione, con alcuni gradi di PVA che si degradano più facilmente in condizioni ambientali specifiche. Impatto Ambientale L'impatto ambientale del Polivinil Alcol (PVA) nelle acque reflue merita un'analisi approfondita, considerando sia le proprietà chimiche del PVA sia le dinamiche degli impianti di trattamento delle acque. Il PVA, nonostante sia generalmente considerato meno dannoso rispetto ad altri polimeri sintetici, presenta difficoltà specifiche una volta che entra nel sistema idrico, principalmente a causa della sua solubilità in acqua e della sua biodegradabilità variabile. Solubilità in Acqua e Trattamento delle Acque Reflue Il PVA è altamente solubile in acqua, il che significa che può facilmente disperdersi negli ecosistemi acquatici attraverso le acque reflue. Questa caratteristica, se da un lato facilita l'uso di PVA in applicazioni come capsule di detersivo solubili, dall'altro lato rende la sua rimozione dagli scarichi di acque reflue più complessa rispetto ai polimeri insolubili, che possono essere filtrati o fatti sedimentare con processi fisici standard. Biodegradabilità del PVA La biodegradabilità del PVA varia in base al grado di polimerizzazione e all'idrolisi. Alcune forme di PVA sono più facilmente degradabili da microrganismi presenti negli impianti di trattamento delle acque o negli ambienti naturali. Tuttavia, il processo di biodegradazione può essere lento e incompleto, portando all'accumulo di residui di PVA nelle acque, con potenziali effetti negativi sugli organismi acquatici. Effetti sugli Ecosistemi Acquatici La presenza di PVA nelle acque reflue e nei corpi idrici può influenzare la qualità dell'acqua e la salute degli ecosistemi acquatici in vari modi: Riduzione dell'Ossigeno: La biodegradazione del PVA da parte dei microrganismi consuma ossigeno disciolto nell'acqua, potenzialmente portando a condizioni di ipossia (basso contenuto di ossigeno) che possono danneggiare la vita acquatica. Effetti sulla Flora e Fauna Acquatica: Il PVA e i prodotti intermedi della sua degradazione possono avere effetti tossici su alcuni organismi acquatici, influenzando la crescita, la riproduzione e la sopravvivenza di pesci, invertebrati e piante acquatiche. Interferenze con i Processi di Trattamento: Alte concentrazioni di PVA nelle acque reflue possono interferire con i processi di trattamento biologico, riducendone l'efficacia e aumentando i costi operativi. Strategie di Mitigazione Per ridurre l'impatto ambientale del PVA nelle acque reflue, è necessario adottare una combinazione di approcci: Miglioramento dei Processi di Trattamento: Sviluppare e implementare tecnologie avanzate di trattamento delle acque in grado di rimuovere efficacemente il PVA e altri contaminanti organici. Innovazione nel Design dei Prodotti: Progettare prodotti che contengono PVA con una maggiore biodegradabilità o che rilasciano meno PVA nelle acque reflue. Regolamentazione e Monitoraggio: Stabilire limiti rigorosi per la concentrazione di PVA negli scarichi industriali e monitorare regolarmente le acque reflue per garantire il rispetto delle normative. Il caso delle capsule in PVA di detersivo per le lavatrici L'impatto ambientale delle capsule di detersivo in PVA (polivinil alcol) si concentra principalmente sulla loro solubilità in acqua e sulla biodegradabilità, oltre alla produzione e allo smaltimento. Questi aspetti influenzano direttamente gli ecosistemi acquatici e terrestri, la gestione dei rifiuti, e il consumo di risorse naturali. Impatto Ambientale delle Capsule di Detersivo in PVA Biodegradabilità: Sebbene il PVA sia tecnicamente biodegradabile, la velocità e l'efficienza di questo processo possono variare notevolmente a seconda delle condizioni ambientali, come la presenza di microrganismi specifici e la temperatura. Se non gestite correttamente, le capsule possono contribuire all'inquinamento da microplastiche negli ecosistemi acquatici. Solubilità in Acqua: La caratteristica principale del PVA è la sua solubilità in acqua, che permette alle capsule di detersivo di dissolversi completamente durante il ciclo di lavaggio. Tuttavia, ciò significa anche che residui di PVA possono finire nelle acque reflue, dove la loro completa biodegradazione non è sempre garantita, potenzialmente influenzando la qualità dell'acqua e la vita acquatica. Consumo di Risorse: La produzione di capsule in PVA richiede risorse naturali, inclusi petrolio e gas per la produzione del monomero di vinil acetato, e energia per i processi di polimerizzazione e confezionamento. Questo contribuisce all'impronta di carbonio del prodotto. Gestione dei Rifiuti: Anche se le capsule stesse si dissolvono, il packaging secondario può generare rifiuti aggiuntivi, specialmente se non è riciclabile o biodegradabile. Conclusioni Il PVA gioca un ruolo cruciale in molteplici industrie grazie alle sue proprietà uniche. Tuttavia, è fondamentale affrontare i problemi associati alla sua produzione, utilizzo e smaltimento per mitigare l'impatto ambientale. La promozione del riciclo e lo sviluppo di alternative sostenibili saranno vitali per garantire che l'uso del PVA rimanga sostenibile a lungo termine.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Ottimizzare la Qualità e l'Efficienza nella Progettazione di uno Stampo ad Iniezione per le Materie Plastiche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ottimizzare la Qualità e l'Efficienza nella Progettazione di uno Stampo ad Iniezione per le Materie Plastiche
Informazioni Tecniche

Strategie e Consigli per Migliorare la Stampabilità e Ridurre i Difetti nei Processi Produttividi Marco ArezioLa progettazione di uno stampo ad iniezione per le materie plastiche riveste un ruolo cruciale nel garantire la qualità e l’efficienza del processo produttivo. Prima di avviare la produzione, è fondamentale considerare una serie di aspetti progettuali che possono migliorare la stampabilità dei pezzi e ridurre i difetti. In questo articolo esploreremo i principali fattori da tenere in considerazione per ottimizzare il processo di stampaggio a iniezione. Angolo di Spoglia e Raggi di Curvatura L’applicazione dell’angolo di spoglia e dei raggi di curvatura è uno degli aspetti più critici nella progettazione per lo stampaggio a iniezione. Un angolo di spoglia adeguato facilita l’espulsione dei pezzi dallo stampo, riducendo la possibilità di difetti come graffi e deformazioni. Si consiglia un angolo di spoglia minimo di 1 grado ogni 25 mm di profondità della cavità, variabile in base al materiale utilizzato e alle specifiche dello stampo. Inoltre, l’adozione di angoli arrotondati favorisce un flusso uniforme della resina plastica, minimizzando le deformazioni e i difetti estetici. Spessore di Parete e Alleggerimento delle Parti Il controllo dello spessore delle pareti è fondamentale per la qualità del pezzo finito. Uno spessore uniforme delle pareti assicura un flusso costante della resina durante lo stampaggio, evitando sollecitazioni eccessive che possono portare a deformazioni o rotture. L’introduzione di nervature di supporto può aiutare a mantenere la robustezza strutturale del pezzo riducendone al contempo il peso. Le transizioni graduali tra diverse geometrie sono essenziali per evitare accumuli di materiale e garantire una distribuzione omogenea della resina. Nucleo-Cavità e Sottosquadri L’adozione del metodo nucleo-cavità è una strategia efficace per ottimizzare il processo di stampaggio, riducendo i tempi e i costi. Questo approccio implica l’applicazione di un angolo di spoglia sia alle pareti esterne che interne dello stampo, garantendo uno spessore di parete costante. I sottosquadri esterni o l’uso di inserti possono facilitare l’espulsione dei pezzi, prevenendo danni allo stampo e migliorando la qualità complessiva del prodotto. Accessi e Perni dell’Espulsore La progettazione degli accessi e dei perni dell’espulsore è cruciale per un riempimento uniforme dello stampo e una corretta espulsione dei pezzi. La posizione degli accessi deve essere scelta con attenzione per minimizzare i residui superficiali e garantire un riempimento omogeneo. Tra le opzioni comuni, gli accessi a linguetta e i sub-gate offrono vantaggi specifici a seconda delle caratteristiche del pezzo. La scelta del tipo di accesso più appropriato deve essere basata sulle esigenze del progetto e sulle caratteristiche del materiale utilizzato. Ulteriori Dettagli Tecnici sullo Stampaggio ad Iniezione delle Materie Plastiche Approfondire alcuni aspetti tecnici può fornire una comprensione ancora maggiore delle best practice nella progettazione per lo stampaggio a iniezione. Materiali: La scelta del materiale è fondamentale. Polimeri diversi hanno proprietà uniche che influenzano il comportamento durante lo stampaggio. È essenziale selezionare il materiale giusto per garantire la compatibilità con il design dello stampo e le caratteristiche desiderate del prodotto finito. Temperatura di Stampaggio: La temperatura di stampaggio deve essere ottimizzata in base al tipo di resina utilizzata. Temperature troppo alte o troppo basse possono causare difetti quali bolle, linee di saldatura e deformazioni. Pressione di Iniezione: La pressione di iniezione deve essere adeguata per garantire un riempimento completo dello stampo senza causare eccessive sollecitazioni che potrebbero portare a rotture o deformazioni del pezzo. Tempi di Raffreddamento: I tempi di raffreddamento devono essere sufficienti per permettere alla resina di solidificarsi correttamente senza provocare ritiri o deformazioni. Un raffreddamento uniforme è essenziale per mantenere la qualità del pezzo. Considerazioni Finali sulla Progettazione di uno Stampo per le Materie Plastiche La progettazione di uno stampo a iniezione richiede una comprensione approfondita dei principi di ingegneria e dei processi di produzione. Ottimizzare il design dei pezzi non solo migliora la qualità e l’efficienza della produzione, ma può anche contribuire a ridurre i costi e i tempi di sviluppo. L’integrazione di queste considerazioni progettuali fin dalle prime fasi di sviluppo può portare a prodotti di alta qualità, minimizzando i difetti e migliorando la soddisfazione del cliente.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Pbt riciclato: caratteristiche tecniche e impieghi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pbt riciclato: caratteristiche tecniche e impieghi
Informazioni Tecniche

Dove e come utilizzare un macinato di PBTdi Marco ArezioIl PBT riciclato si trova normalmente sotto forma di macinato di derivazione post industriale, specialmente proveniente dalle produzioni alimentari o dagli elettrodomestici o dalle macchine con componenti elettrici. La sua struttura chimica e le sue caratteristiche hanno una somiglianza con il PET, in quanto sono entrambi materiali termoplastici parzialmente cristallini ma, nel PBT, troviamo un tempo di cristallizzazione più veloce che lo pone in una situazione vantaggiosa nello stampaggio a iniezione rispetto al PET. Se consideriamo un PBT di base, quindi senza cariche aggiunte, abbiamo le seguenti caratteristiche standard:        – Densità: g/c3 1,30-1,32        – Modulo di elasticità: Mpa 2.500-2.800        – Allungamento allo snervamento: % 3,5-7        – Temperatura di fusione: °C 220-225       – Temperatura di deformazione HDT: °C 50-65 (1,8 MPa        – Rigidità elettrica: kV/mm 25-30 L’utilizzo del PBT è normalmente rivolto allo stampaggio per iniezione, utilizzando una temperatura della massa fusa tra i 230 e i 270 °C e dello stampo, definita ideale, intorno a 110 °C. Per unire pezzi stampati con questo materiale si utilizzano normalmente le saldature ad ultrasuoni o usi utilizza la temperatura di un attrezzo a testa calda o speciali colle a base di resine reattive. Essendo il PBT un prodotto comparabile con il PET vediamo quali caratteristiche lo differenziano da questo. Innanzitutto il PBT ha una tenacità alle basse temperature migliore del PET, mentre la resistenza e la rigidità sono leggermente inferiori. Se parliamo delle caratteristiche di scorrimento e di ritiro, possiamo dire che nel PBT sono decisamente buone, mentre dal punto di vista delle caratteristiche di isolamento elettrico, il prodotto offre un ottimo isolamento, le cui caratteristiche non subiscono marcate influenze in presenza di assorbimento di acqua, di alte temperatura e di frequenza. I campi di utilizzo sono normalmente quelli dei componenti per valvole, cuscinetti a rulli o lisci, parti di pompe, parti di elettrodomestici, ruote, macchine per il caffè e cialde. Per quanto riguarda il prodotto riciclato è molto importante che nella fase di gestione dello scarto, a bordo macchina, il prodotto venga raccolto in appositi contenitori, puliti, che non abbiano contenuto plastiche diverse e isolato dalle altre materie di scarto per evitarne la contaminazione. La macinazione dello scarto di rifili o del prodotto non idoneo, dal punto di vista estetico, deve essere fatta avendo cura di pulire in maniera accurata il mulino, in modo che non ci siano parti plastiche estranee rimaste al suo interno che possano inquinare il PBT. Dopo aver insaccato il materiale macinato, si raccomanda di tenerlo al coperto e di utilizzarlo dopo averlo asciugato, attraverso il passaggio in un silo pulito, per togliere l’eventuale umidità rimanente. Il macinato in PBT può essere utilizzato sia in stampaggio diretto che in compound, al fine di creare ricette su misura del cliente. Queste ricette possono prevedere l’aumento dello scorrimento della massa, l’antifiamma, l’aumento della rigidità attraverso le cariche o i prodotti rinforzanti, l’incremento della resilienza o l’aumento alla resistenza all’usura.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PBT - macinato

SCOPRI DI PIU'
176 risultati
1 ... 3 4 5 6 7 ... 11

CONTATTACI

Copyright © 2026 - Privacy Policy - Cookie Policy | Tailor made by plastica riciclata da post consumoeWeb

plastica riciclata da post consumo