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https://www.rmix.it/ - L’economia circolare bussa in ufficio
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’economia circolare bussa in ufficio
Economia circolare

Sedie, tavoli, armadi, lampade, scaffali in plastica, legno, metallo, sughero tutti riciclati di Marco ArezioIn Ufficio ha bussato da tempo l’economia circolare, sotto forma di progettazione e costruzione di collezioni di arredo per l’ufficio e la casa, che siano pienamente in linea con il rispetto dell’ambiente e il riciclo dei rifiuti che produciamo. Le collezioni di arredamento per gli uffici erano sempre partite dall’utilizzo di materiali vergini, sia in plastica, che in metallo, che in legno che in altri materiali, senza preoccuparsi dell’impatto che queste materie prime avevano sull’ambiente, in fase di produzione, né cosa succedesse al termine del loro ciclo di vita come rifiuto. Le cose negli ultimi anni sono molto cambiate e i clienti che vogliono comprare sedie, tavoli, lampade, scaffali, pareti fonoassorbenti e altri accessori, sono attenti a ricercare prodotti che siano ecologicamente sostenibili. Preso atto di queste richieste del mercato, i progettisti e l’industria del settore dei mobili hanno cambiato la loro mentalità progettuale e produttiva, mettendo le materie prime riciclate al centro dei loro progetti. L’inizio è sicuramente stato un po’ timido, in quanto i produttori hanno iniziato a sostituire, per esempio in alcune sedie, le strutture interne degli schienali e delle sedute, stando ben attenti a inglobare, quasi nascondere, le parti riciclate alla vista dei clienti. Dichiaravano che i prodotti erano fatti con l’ausilio di parti in materie plastiche riciclate, ma avevano paura che l’abbinamento del loro prodotto ad una materia prima riciclata potesse sminuirne la forza commerciale o la qualità del marchio. Successivamente la richiesta da parte del mercato di componenti riciclati si è fatta sempre più forte, spingendo così i designers a firmare collezioni con espressa evidenza contribuiva dei prodotti riciclati. Si sono adottati quindi plastiche provenienti dal post consumo per i pezzi non estetici, come il PP, l’HDPE e i mix PP/PE, mentre per le parti estetiche si è optato per le plastiche provenienti dagli scarti post industriali come l’ABS, il PA 6 e 66, il PS, il PC e il PP. Una gamma di prodotti che possono soddisfare in pieno le esigenze dei clienti in termini di robustezza, qualità estetica e rispetto per l’ambiente, in un’ottica di economia circolare. Mentre i compounds realizzati con le plastiche da post consumo non si prestano in modo spinto alla variazione delle performance tecniche, come l’MFI, il Modulo, l’Izod e le colorazioni chiare, i compounds realizzati con gli scarti post industriali possono replicare facilmente le esigenze tecniche ed estetiche ottenute con le materie prime vergini. Queste tipologie di plastiche riciclate possono provenire dalla raccolta differenziata domestica, dalla pulizia della plastica presente negli oceani o nei fiumi e dagli scarti delle lavorazioni industriali, potendole utilizzare anche nella costruzione, non solo di sedie, ma anche di scrivanie, tavoli, lampade, scaffali, archivi e pannelli divisori isolanti. Nell’ottica dell’economia circolare, non esiste solo la plastica riciclata come elemento costruttivo per l’arredo dell’ufficio, ma anche il legno, specialmente quello naturalmente caduto o frutto di una coltivazione a ciclo continuo, oppure il metallo che proviene dalla raccolta dei rifiuti ferrosi e non ferrosi rimessi in circolo e il sughero. I designers ci hanno abituato anche a sfide estreme, come il progetto realizzato dall’architetto Danese NikolajThrane Carlsen che ha progettato e fatto costruire sedie di arredo e da ufficio, attraverso l’uso delle alghe del mare. Oppure il progetto dell’architetto Islandese Solvi Kristjansson che ha progettato una sedia utilizzando sughero e alluminio rigorosamente riciclato.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - arredamentoVedi il prodotto finitoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: la Plastica Riciclata Certificata per il Food è Sicura? C'è chi Dice No
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: la Plastica Riciclata Certificata per il Food è Sicura? C'è chi Dice No
Economia circolare

La normativa dell'uso della plastica riciclata negli imballi alimentari, soprattutto per quanto riguarda il PET, sta favorendo un diffuso impiego sia nel settore del beverage che nelle vaschette alimentaridi Marco ArezioOttenuta la certificazione da parte dell'EFSA, i produttori stanno impiegando la plastica riciclata da post consumo negli imballi alimentari. Il dubbio che nasce da molte parti riguarda la certezza o meno della possibile cessione da parte della plastica riciclata, di sostanze nocive che possono migrare all'uomo, in quanto i controlli vengono fatti non sugli alimenti contenuti negli imballi ma sui processi produttivi.L'articolo di seguito descrive il problema attraverso l'intervista fatta a Floriana Cimmarusti è Segretario Generale di Safe Food Advocacy Europe (SAFE).Fino ad ora, le aziende non hanno utilizzato materie plastiche riciclate negli imballaggi per alimenti a causa di problemi di sicurezza. Ma i tempi stanno cambiando e sembrano pronte a riconsiderare la loro posizione: la UE sta per autorizzare più di 100 processi di riciclaggio “sicuri” per le applicazioni di contatto alimentare. Floriana Cimmarusti è Segretario Generale di Safe Food Advocacy Europe (SAFE), un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Bruxelles: ha parlato dei rischi di tossicità negli imballaggi in plastica riciclata. Proponiamo di seguito, la traduzione dell‘intervista che ha rilasciato al magazine di informazione Euractiv. “Il rischio di sostanze tossiche che contaminano il cibo esiste già con la plastica vergine, quindi sarà solo più alto con imballaggi riciclati provenienti da vecchie materie plastiche che potrebbero contenere sostanze chimiche vietate” afferma Floriana Cimmarusti. Aziende come Tetra Pak non hanno mai utilizzato plastica riciclata negli imballaggi per alimenti a causa di problemi di sicurezza. Ora sembrano pronte a riconsiderare la loro posizione prima della decisione dell’UE di autorizzare più di 100 processi di riciclaggio “sicuri” per le applicazioni di contatto alimentare. Allora, cosa è cambiato? I processi di riciclaggio ora diventano più sicuri?No, è solo che quei processi di riciclaggio saranno ora formalmente autorizzati per l’uso in applicazioni di contatto alimentare. Pertanto Tetra Pak e altre società saranno legalmente protette se utilizzano materie plastiche riciclate che sono state prodotte utilizzando tali processi autorizzati. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha già espresso un parere favorevole su tali processi di riciclaggio, pertanto non appena la Commissione Europea li approverà mediante la procedura di comitatologia, diventerà legge. Dal punto di vista legale, le aziende di imballaggio alimentare saranno quindi in grado di utilizzare tutta la plastica riciclata che desiderano. E nel caso in cui qualcosa vada storto, saranno protetti dalla legislazione dell’UE contro potenziali contenziosi da parte dei gruppi di consumatori. Senza questo tipo di autorizzazione, sarebbe molto rischioso per le aziende utilizzare materie plastiche riciclate. Le aziende di imballaggio alimentare non hanno interesse a vedere uno scandalo scoppiare sulla sicurezza dei loro prodotti. Quindi devono avere fiducia che almeno alcuni di questi processi siano davvero sicuri. Sono sicura che credono che il sistema sia sicuro. Ma non appena l’UE approverà il processo, non si troveranno ad affrontare alcun rischio legale, che è un punto chiave per loro. La plastica riciclata può provenire da luoghi molto diversi e la contaminazione può avvenire molto facilmente, ad esempio quando le persone mescolano la spazzatura che entra nei loro contenitori per il riciclo. Una procedura standard approvata a livello UE può effettivamente garantire che non si verifichi alcuna contaminazione?Il PET è l’unico tipo di plastica più facile da pulire nel processo di riciclaggio, e quindi considerato il più sicuro dopo il riciclaggio. Ma ci sarà sempre un rischio. Molti tipi di plastica assorbono i prodotti chimici durante la gestione dei rifiuti ed è molto difficile durante il riciclaggio eliminarli. Ad esempio, è una sfida introdurre sistemi di smistamento che separino i materiali a contatto con gli alimenti da materie plastiche non alimentari. Il rischio di sostanze tossiche che contaminano il cibo è già presente con la plastica vergine, quindi sarà solo più alto con materie plastiche riciclate di vecchi materiali plastici che potrebbero contenere sostanze chimiche estremamente tossiche e vietate. Ad esempio, i livelli di oligomeri (sottoprodotti involontari di plastica che migrano negli alimenti) sono più alti nella plastica riciclata che nella plastica vergine. Alcuni test hanno anche dimostrato che i livelli di migrazione negli oli vegetali sono più alti con la plastica riciclata rispetto alla plastica vergine. Inoltre, un sacco di contaminanti non identificati sono stati trovati in plastica riciclata che non troviamo in plastica vergine. Questi contaminanti provengono dalla cross- contamination durante la gestione dei rifiuti. Infine, un sacco di additivi si trovano in PET riciclato che sono assenti nelle materie plastiche vergini o presenti in quantità molto inferiori, e tali additivi hanno dimostrato di avere tassi di migrazione più elevati nelle materie plastiche riciclate rispetto alle materie plastiche vergini. Quindi, il rischio di contaminazione con plastica riciclata è chiaramente superiore a quello della plastica vergine. La Commissione europea si sta preparando ad approvare 140 nuovi processi di riciclaggio da utilizzare in applicazioni di contatto alimentare come l’imballaggio. L’EFSA ha già espresso un parere favorevole a tutti tranne 3 di essi, in cui la valutazione è stata inconcludente. Che cosa sai di questi 140 processi di riciclaggio? Sono davvero al sicuro?Non penso che la procedura di valutazione del rischio utilizzata dall’EFSA possa darci piena certezza che le materie plastiche riciclate siano sicure. Come ho detto, molti tipi di plastica assorbono sostanze chimiche durante l’uso e la gestione dei rifiuti, che sono difficili da rimuovere durante il riciclaggio. Inoltre, è importante ricordare che la valutazione del rischio dell’EFSA si concentra sull’avvio del processo di riciclaggio, non sul prodotto finito che ne esce alla fine. Quindi non esiste un’analisi seria delle sostanze chimiche alla fine di ogni processo di riciclaggio. E questo dato è attualmente carente. Inoltre, l’esposizione cumulativa non viene presa in considerazione dall’EFSA quando le esposizioni sono stimate. Ora, la maggior parte di questi processi di riciclaggio riguarda la plastica PET, che è una delle poche eccezioni che consente una pulizia piuttosto approfondita durante il riciclaggio. Tuttavia, anche nel PET, i polimeri in plastica spesso si degradano durante l’uso e il riciclaggio. E questo può provocare oligomeri che possono migrare nel cibo. I ritardanti di fiamma bromurati sono stati trovati regolarmente in articoli di plastica destinati ai materiali a contatto con alimenti, il che indica chiaramente che nel processo sono stati utilizzati rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE). E questo chiaramente non è permesso. Quindi è necessaria una migliore applicazione per migliorare questa situazione. C’è stata una sufficiente quantità di controllo su questi 140 processi di riciclaggio approvati dall’EFSA?No, a causa della discutibile procedura di valutazione del rischio dell’EFSA. Non dobbiamo dimenticare che alcuni dei dati presentati all’EFSA dalle società ricorrenti sono segreti commerciali coperti da riservatezza, come per il glifosato. Nel caso del glifosato, una parte dei dati, quella importante, è stata oscurata dal testo ufficiale. Ho paura che lo stesso accada con quei processi di riciclaggio. Quindi non possiamo leggere tutti i dati. E non esiste una revisione scientifica dei dati presentati da un laboratorio indipendente. Chiaramente, non c’è abbastanza ricerca per dirci se la plastica riciclata è pericolosa o meno per i consumatori. Quindi penso che sia un po’ troppo veloce adottare 140 metodologie in così poco tempo. Semplicemente non sappiamo quante sostanze chimiche ci saranno ancora alla fine del processo di riciclaggio e quale tipo di migrazione avverrà nel cibo. In un mondo ideale, come funzionerebbe un processo di riciclaggio sicuro per le applicazioni di contatto alimentare?Un centro di ricerca indipendente dovrebbe condurre la valutazione del rischio. E i dati richiesti per questa valutazione dovrebbero essere raccolti da un’organizzazione indipendente, non dal settore che richiede l’approvazione del processo di riciclaggio. Non dovremmo semplicemente fidarci della ricerca svolta dalle aziende, che è ciò che sta accadendo attualmente. Crediamo che non ci dovrebbe essere alcun compromesso tra sicurezza del consumatore e profitto economico. La Commissione vuole utilizzare una procedura di approvazione accelerata per quei 140 processi di riciclaggio, il che significa che il Parlamento e il Consiglio non avranno l’opportunità di controllare le decisioni prima di essere adottate. Come ti fa sentire?Non ci sentiamo a nostro agio per questo. Il Parlamento Europeo dovrebbe essere coinvolto in modo che la salute dei consumatori possa essere adeguatamente protetta. È davvero un peccato che il Parlamento non possa dire nulla al riguardo. La plastica è leggera ed economica, il che la rende un’opzione conveniente per il confezionamento degli alimenti. Quindi quali sono le alternative verdi?Un’alternativa potrebbe essere il vetro perché non provoca la migrazione di sostanze chimiche negli alimenti. Con alluminio o plastica, c’è. Certo, non sarebbe pratico imballare tutto in vetro – è pesante, può rompersi, ecc. E il problema con le alternative a base biologica è che non sono abbastanza forti. Ma ci sono alcune alternative. Stiamo facendo una campagna con ristoranti e bar per incoraggiarli a utilizzare alternative alle tazze di plastica monouso per caffè e tè, ad esempio il bambù. Quando metti qualcosa di caldo nella plastica, c’è più migrazione di sostanze chimiche, quindi la campagna aumenta la consapevolezza sulle alternative. È inoltre possibile utilizzare contenitori riutilizzabili in acciaio o provare a vendere il maggior numero possibile di prodotti plastic free o sfusi. Sempre più negozi vendono prodotti come pasta, noci, dolci o riso in pezzi che i clienti mettono in sacchetti di cotone che portano a fare la spesa.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - certificazione food Articoli CorrelatiOsservatorio Veganoc

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https://www.rmix.it/ - L’impiego dei polimeri nel campo dell’ecologia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’impiego dei polimeri nel campo dell’ecologia
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Polimeri nel campo dell’ecologiadi Marco ArezioCi sono i campi di applicazione tradizionali dei polimeri plastici che tutti conosciamo, permettendoci di usare i prodotti plastici quotidiani, poi ci sono campi di utilizzo davvero impensabili. Secondo le informazioni dell’Universitàdi Iztapalapa in Messico, un team di ricercatori universitari, capeggiato dalla Dott.ssa Judith Cardoso, sta studiando gli impieghi di vari polimeri e biopolimeri, per migliorare le performance di alcune operazioni di carattere ecologico. Due di questi progetti riguardano la pulizia dei pozzi profondi e il trattamento dell’acqua di scarto proveniente dai lavaggi delle auto che sono notoriamente contaminate. Nel caso dell’autolavaggio si trattava di poter gestire i materiali di scarto, di origine biologica e trasportati dall’acqua, attraverso il legame con un polimero, creando dall’unione, un elemento pesante che scendesse sul fondo delle vasche di raccolta, consentendo così di pulire l’acqua. Questo nuovo composto può essere definito un fango che ha caratteristiche tali da poter essere utilizzato per il compostaggio. Nel caso della purificazione dei pozzi di acqua dai metalli pesanti, quali il Cromo 6 e l’arsenico, il gruppo di ricerca, in collaborazione con il National Polytechnic Istitute (IPN), sta sperimentando l’impiego di resine a base di polimeri. Questo studio vuole trovare una soluzione per l’estrazione dell’acqua in assenza dei due inquinanti, che sono facilmente presenti nei pozzi in aree semi-aride. Il processo prevede inoltre l’impiego della tecnologia di elettrodeionizzazione in una cella elettrochimica. Un altro studio su cui si stanno concentrando i ricercatori è quello di riuscire ad immagazzinare, nelle resine riciclate, una certa quantità di CO2 con lo scopo di produrre un abbattimento di quella circolante e, inoltre, creare resine con un maggior valore aggiunto. Infatti, se si riuscisse a trovare un metodo industriale di immagazzinamento della CO2 nelle resine riciclate, si creerebbero delle basi polimeriche che si potrebbero trasformare, secondo i ricercatori, in etanolo metanolo e biocarburanti od altri composti da utilizzare come materie prime.Categoria: notizie - polimeri - economia circolare - riciclo - rifiuti - ecologia

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https://www.rmix.it/ - Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Svezia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Svezia
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Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Sveziadi Marco ArezioIl TPO è una Poliolefine composta che si adatta ad innumerevoli applicazioni in settori tecnici di produzione. Il materiale impiegato in modo importante nel settore dell’automotive, viene recuperato, prevalentemente, come scarto industriale.Il mercato dei compounds tecnici richiedono uno scarto di TPO che abbia un bassissimo contenuto di polietilene reticolato, o addirittura nullo, il quale molte volte viene impiegato a corredo dei fogli di copertura delle parti interne delle auto. Rimane comunque un mercato di nicchia, in quanto il riutilizzo dello scarto post industriale può essere impiegato in settori che non siano il food o il medicale e, la ridotta disponibilità sul mercato, hanno spesso privilegiato la produzione di compounds con le materie prime vergini. La società di consulenza sulle materie prime riciclate, Arezio Marco, è stata incaricata di valutare dei canali di vendita per le balle di TPO in Europa, per permettere al cliente di poter seguire l’ingresso dello scarto di produzione con maggiore costanza, avendo, a valle, un mercato regolare a cui vendere il prodotto selezionato. Il compito della società Arezio Marco è stato quello di ottimizzare i flussi in ingresso, derivanti dai produttori degli scarti, con i flussi di vendita verso i trasformatori della materia prima, creando nuovi rapporti con clienti che potessero acquistare in modo continuativo il TPO in balle. La Svezia si è dimostrato un paese in cui l’interesse per il prodotto è stato importante, potendo costruire una buona partnership tra fornitore e cliente.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - TPO

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https://www.rmix.it/ - Come riciclare gli scarti bituminosi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come riciclare gli scarti bituminosi
Economia circolare

Incrementare il recupero dell’asfalto e delle guaine bituminose in un’ottica di economia circolare di Marco ArezioNonostante si parli ogni giorno di economia circolare esistono ancora settori, in alcuni paesi, in cui si potrebbe fare molto di più nell’ambito della sostenibilità ambientale. Il campo dei composti bituminosi destinati al riciclo vede luci ed ombre. Il bitume, con cui si realizzano i composti bituminosi come le guaine impermeabilizzanti o l’asfalto, proviene dalla distillazione del petrolio e si presenta sotto forma di liquido di colore nero, viscoso, la cui classificazione è espressa rispetto al grado di penetrazione. Nella moderna produzione troviamo tre tipi di bitume: Distillato Ossidato Soffiato I settori in cui si usano maggiormente i prodotti bituminosi sono l’edilizia, i cui vengono impiegate le guaine bituminose per l’impermeabilizzazione delle strutture e il settore stradale in cui vengono impiegati composti aggreganti per la produzione di asfalto. Come tutti i prodotti, anche i composti bituminosi hanno un ciclo di vita prestabilita, finita la quale vanno rimossi e sostituiti. L’operazione di sostituzione rientra nelle buone procedure dell’economia circolare, attraverso le quali i rifiuti devono essere recuperati per il loro riutilizzo. Per quanto riguarda le guaine bituminose lo scarto deve essere avviato agli impianti di triturazione e selezione e può essere riutilizzato nella formazione di manti stradali, in quanto gli elementi sono compatibili con le miscele d’asfalto. Per quanto riguarda il prodotto risultante dalla fresatura delle pavimentazioni stradali, questo rappresenta per eccellenza l’elemento costitutivo delle miscele per le nuove asfaltature. In realtà, il riciclo degli scarti bituminosi, specialmente quello stradale, gode in Europa di luci ed ombre, con numeri molto differenti tra le nazioni. La Germania, per esempio, riutilizza circa l’84% dello scarto delle pavimentazioni stradali, il Belgio addirittura il 95%, la Francia il 70%, il Regno Unito il 90%, mentre l’Italia solo il 25%, secondo i dati dell’associazione strade e bitume Siteb, portando la media Europea al 60%. I numeri del fresato d’asfalto nel mondo sono davvero importanti, se consideriamo che solo in Germania se ne generano circa 13 milioni di tonnellate all’anno e, la considerazione della qualità di un prodotto per asfaltatura, in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Inghilterra, si misura sul numero di volte in cui si può riutilizzare. Il riciclo e riutilizzo dei composti bituminosi in modo corretto porterebbe a minori importazioni di petrolio, riduzione della circolazione dei mezzi pesanti e riduzioni delle emissioni in atmosfera.Categoria: notizie - bitume - economia circolare - riciclo - rifiuti

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https://www.rmix.it/ - Anime interne per bobine: guida alla scelta tra cartone e plastica riciclata
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Anime interne per bobine: guida alla scelta tra cartone e plastica riciclata
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Sostenibilità e prestazioni a confronto: quale anima interna scegliere per la nostra produzione?di Marco ArezioLe anime interne delle bobine industriali possono sembrare un dettaglio marginale, ma in realtà sono un elemento cruciale per garantire efficienza, qualità e sostenibilità nei processi produttivi. Tra le alternative più diffuse, il cartone stratificato riciclato e la plastica riciclata rappresentano due opzioni con caratteristiche molto diverse. La scelta non dipende solo dal costo, ma anche dall'applicazione specifica e dai valori aziendali. Esploriamo insieme le peculiarità di entrambi i materiali e scopriamo come fare la scelta giusta. Il cartone stratificato: leggerezza e sostenibilità Il cartone stratificato riciclato, derivato dalla carta di scarto, rappresenta una soluzione pratica ed ecologica. Attraverso un processo di compressione a strati, si ottengono tubi leggeri e resistenti, spesso migliorati da rivestimenti impermeabilizzanti per aumentarne la durata. Questo materiale è ideale per applicazioni meno impegnative, come bobine di carta o pellicole sottili, dove la leggerezza e la facilità di manipolazione sono un vantaggio. Tuttavia, il cartone può risultare vulnerabile in ambienti umidi o sotto carichi pesanti, rischiando deformazioni che potrebbero compromettere il prodotto avvolto. Dal punto di vista ambientale, il cartone è imbattibile: biodegradabile, riciclabile e pienamente in linea con i principi dell'economia circolare. Una volta esaurito il suo ciclo di vita, può essere facilmente riutilizzato o compostato, contribuendo a ridurre i rifiuti. La plastica riciclata: resistenza e affidabilità La plastica riciclata, prodotta da polimeri come il polipropilene (PP) o il cloruro di polivinile (PVC), è progettata per le applicazioni più impegnative. Attraverso processi di triturazione, fusione ed estrusione, si ottengono tubi robusti e duraturi, capaci di resistere a carichi elevati e condizioni ambientali difficili. Questa opzione è perfetta per bobine che avvolgono tessuti pesanti o materiali tecnici, dove la durabilità e la stabilità sono indispensabili. Sebbene la plastica non sia biodegradabile, il suo ciclo di vita prolungato e la possibilità di riciclo riducono l'impatto ambientale complessivo. Tuttavia, i costi energetici del processo produttivo sono più elevati rispetto a quelli del cartone. Quale anima interna scegliere per le tue esigenze produttive? La decisione tra cartone e plastica dipende principalmente dal contesto applicativo. Ecco alcune indicazioni per orientarti: Se lavori con materiali leggeri: Il cartone è la scelta ideale per bobine di carta, pellicole leggere o lavorazioni con carichi moderati. È perfetto per chi punta a ridurre i costi e massimizzare la sostenibilità. Se hai bisogno di robustezza e durata: Per cicli intensivi o materiali pesanti, come tessuti tecnici, la plastica è indispensabile. La sua resistenza compensa il maggiore investimento iniziale. Se operi in ambienti umidi o difficili: La plastica garantisce stabilità anche in condizioni impegnative, mentre il cartone potrebbe degradarsi. Se hai obiettivi ambientali ambiziosi: Il cartone è la scelta più ecologica, ma anche la plastica può essere una soluzione sostenibile se riciclata correttamente. Un equilibrio tra efficienza e valori aziendali Non esiste una soluzione unica: ogni materiale ha i suoi punti di forza e le sue limitazioni. Il cartone eccelle in termini di sostenibilità e costi contenuti, mentre la plastica offre prestazioni superiori per le applicazioni più impegnative. Adottare un approccio consapevole significa valutare le tue priorità: è più importante ottimizzare i costi, garantire la massima durata o ridurre l'impatto ambientale? La risposta guiderà la tua scelta, assicurando non solo un risultato ottimale, ma anche un contributo significativo verso un futuro più sostenibile e responsabile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Progettazione urbana sostenibile: strutture e infrastrutture circolari per la città del futuro
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Progettazione urbana sostenibile: strutture e infrastrutture circolari per la città del futuro
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Ponti, edifici e pavimentazioni realizzati con materiali rigenerati e strategie di riuso strutturale sistematico rappresentano il cuore della nuova ingegneria urbana circolaredi Marco ArezioNegli ultimi due decenni, la progettazione urbana ha subito una profonda trasformazione concettuale. L’idea tradizionale di città come somma di edifici e infrastrutture in crescita lineare è stata progressivamente sostituita da un paradigma basato sulla circular economy applicata all’ingegneria e all’architettura urbana. Oggi la città sostenibile non è più solo quella che riduce le emissioni o che utilizza energie rinnovabili, ma quella che chiude i cicli materiali, rigenera il costruito e limita il consumo di risorse vergini. Al centro di questa visione si colloca la progettazione di strutture e infrastrutture circolari, in cui ponti, edifici e pavimentazioni vengono ripensati come sistemi dinamici, capaci di nascere, trasformarsi e rigenerarsi in continuità. L’evoluzione della progettazione urbana verso modelli circolari Il concetto di progettazione urbana sostenibile si è evoluto dalla semplice efficienza energetica verso la gestione integrata dei flussi materiali e delle risorse. L’obiettivo non è più soltanto costruire in modo “green”, ma garantire che ogni elemento urbano — dalle fondamenta ai rivestimenti, dai ponti alle strade — sia parte di un ecosistema circolare. L’approccio sistemico implica una progettazione multidisciplinare in cui urbanisti, ingegneri civili, architetti e ricercatori dei materiali collaborano per definire strategie di riuso, smontaggio e riciclo strutturale programmato, fin dalla fase di concept. La sostenibilità, in questa prospettiva, non è un attributo posticcio, ma una caratteristica intrinseca del progetto. Materiali rigenerati e riuso strutturale: principi dell’ingegneria sostenibile La base tecnica della progettazione circolare si fonda sull’impiego di materiali rigenerati, recuperati o riutilizzabili con prestazioni meccaniche certificate. Tra i principali si annoverano: ⦁ Calcestruzzi riciclati con aggregati da demolizione controllata ⦁ Acciai rigenerati da filiere industriali di scarto o demolizione navale ⦁ Compositi polimerici rinforzati con fibre naturali o riciclate ⦁ Legno lamellare rigenerato e trattato per ponti e solai leggeri Il riuso strutturale, inteso come recupero e riprogettazione di elementi portanti esistenti, rappresenta una delle frontiere più avanzate: travi, pilastri, archi o conci di ponti vengono analizzati mediante modelli FEM e controlli non distruttivi, per poi essere reimpiegati in nuove opere. Ciò consente un risparmio medio del 30-50% di materia prima e una significativa riduzione delle emissioni di CO₂ associate alla produzione di materiali da costruzione. Ponti e infrastrutture viarie in economia circolare I ponti, simbolo di connessione e progresso, sono anche laboratori di innovazione circolare. Le nuove generazioni di ponti modulari, ad esempio, vengono concepite per essere smontabili, trasportabili e riutilizzabili in altri contesti territoriali. Alcune sperimentazioni europee (come i progetti ReCreate e CinderCE) applicano il principio di “design for disassembly” anche alle grandi infrastrutture, permettendo il riuso di conci prefabbricati e la sostituzione selettiva di componenti danneggiati. Inoltre, l’impiego di calcestruzzi geopolimerici e acciai riciclati consente di ridurre drasticamente l’impatto ambientale del ciclo di vita dell’opera, aumentando al contempo la durabilità in condizioni estreme. Queste pratiche non solo estendono la vita utile delle strutture, ma introducono un nuovo concetto di infrastruttura flessibile, adattabile al cambiamento climatico e alle esigenze urbane in evoluzione. Architettura e costruzione di edifici a ciclo chiuso Nel settore edilizio urbano, la circolarità si traduce nella costruzione di edifici a ciclo chiuso, in cui ogni componente è pensato per essere separato, aggiornato e riutilizzato. Le facciate modulari, i pannelli strutturali prefabbricati e i sistemi di giunzione reversibili permettono la demolizione selettiva e la reintegrazione dei materiali nel ciclo produttivo. In questo contesto, la digitalizzazione — tramite Building Information Modeling (BIM) e Digital Twin urbani — riveste un ruolo strategico: consente di tracciare i materiali e di prevederne il comportamento meccanico nel tempo, aprendo la strada alla gestione predittiva del costruito. L’obiettivo finale è un’architettura rigenerativa, capace di restituire più risorse di quante ne consuma. Pavimentazioni urbane con aggregati riciclati e sistemi drenanti Le pavimentazioni rappresentano una parte significativa del suolo urbano e sono oggi oggetto di innovazioni circolari orientate a: ⦁ utilizzo di asfalti rigenerati (RAP) ⦁ aggregati riciclati da demolizioni controllate ⦁ leganti a base di geopolimeri e ceneri volanti ⦁ pavimentazioni permeabili che favoriscono il drenaggio urbano e mitigano l’effetto isola di calore In alcuni progetti sperimentali, la combinazione di materiali termoriflettenti e rigenerati ha mostrato riduzioni fino a 6-8°C nelle temperature superficiali estive, migliorando il comfort urbano e riducendo i consumi energetici degli edifici adiacenti. Le pavimentazioni, quindi, diventano non solo un elemento funzionale, ma una tecnologia ambientale attiva. Analisi del ciclo di vita e indicatori di sostenibilità strutturale Un approccio realmente circolare richiede una valutazione quantitativa dei benefici ambientali, economici e sociali delle soluzioni adottate. L’LCA (Life Cycle Assessment) e il LCC (Life Cycle Cost) sono strumenti fondamentali per misurare l’impatto di materiali e tecniche di costruzione. Indicatori come il Global Warming Potential (GWP) o l’Energy Payback Time consentono di confrontare le prestazioni ambientali tra diverse alternative strutturali. Inoltre, l’integrazione tra analisi LCA e modelli digitali BIM permette la creazione di database dinamici per il monitoraggio continuo della sostenibilità del costruito, estendendo il concetto di efficienza a tutto l’arco di vita dell’opera. Normative europee e linee guida tecniche per il riuso dei materiali L’Unione Europea, attraverso direttive come la Waste Framework Directive (2008/98/EC) e il Green Deal, ha stabilito obiettivi precisi di recupero e riuso dei materiali da costruzione. Le più recenti norme EN 15804 e EN 15978 definiscono i criteri per la dichiarazione ambientale di prodotto (EPD) e per la valutazione delle prestazioni edilizie in ottica di ciclo di vita. Molti Paesi europei stanno inoltre introducendo regolamenti nazionali sul riuso strutturale, che consentono l’impiego di componenti recuperati in nuovi progetti previa certificazione meccanica e tracciabilità. Questo quadro normativo favorisce la transizione verso un mercato dei materiali secondari ad alto valore ingegneristico, ponendo l’Europa come leader mondiale nella progettazione urbana sostenibile. Verso la città resiliente: sinergie tra ingegneria, urbanistica e ambiente La città circolare non è soltanto una somma di tecniche costruttive ecocompatibili, ma un ecosistema complesso, in cui infrastrutture, spazi verdi, sistemi energetici e mobilità interagiscono in un equilibrio dinamico. La resilienza urbana — capacità di adattarsi e rigenerarsi dopo eventi estremi o crisi ambientali — dipende dalla qualità strutturale e circolare dei suoi elementi costitutivi. Ponti modulari, edifici smontabili, pavimentazioni drenanti e materiali riciclati sono tasselli di una visione sistemica, in cui la tecnica diventa alleata della vita urbana, della sicurezza e della sostenibilità ambientale. Solo un approccio interdisciplinare, fondato su conoscenza scientifica, innovazione tecnologica e responsabilità ambientale, può garantire la nascita di una nuova generazione di città resilienti e circolari, capaci di coniugare progresso e rispetto per le risorse. © Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Gestione dei Rifiuti nel Medioevo
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A partire dal 1200 d.C. nacque l’esigenza di regolare nelle città il problema degli rifiuti domestici e produttividi Marco ArezioA partire dal Medioevo gli agglomerati urbani che crescevano sulla spinta di interessi commerciali, religiosi, produttivi o politici, iniziavano ad affrontare il problema della gestione dei rifiuti, in città di piccole dimensioni ma molto popolose. In “fai da te” non era più una soluzione accettabile. Quando parliamo di rifiuti ci vengono in mente subito immagini come la plastica, la carta, il vetro, il metallo delle lattine e gli scarti alimentari, che costituiscono il mix dei consumi degli imballi moderni. Niente di tutto questo nel medioevo, in quanto, per le tipologie di materie prime a disposizione e per l’abitudine ad usare un modello di economia circolare, che noi stiamo riscoprendo solo ora, che puntava al riutilizzo di tutto quello che si poteva riutilizzare, i rifiuti erano differenti. In cucina si buttava veramente poco, sia come materie prime fresche che come cibi avanzati, i quali, erano ricomposti abilmente in altre forme di alimentazione. Da qui nasce la caratterizzazione della “cucina povera” fatti di elementi freschi che venivano dalla campagna, che seguivano le stagioni, con cui si realizzano piatti non raffinati ma essenziali. Le materie prime di cui disponevano le persone erano fatte principalmente di legno, ceramica, stoffe, coccio, rame per le pentole e ferro per altre attrezzature. Tutte queste tipologie di materiali, a fine vita andavamo eliminate. Inoltre, in quel periodo, esisteva anche il problema dello smaltimento delle deiezioni, che costituivano un pericolo principalmente di tipo sanitario oltre che di decoro. Nelle città, per un certo periodo, si producevano anche prodotti come il pellame e il cuoio che creavano scarti solidi e liquidi altamente inquinanti e maleodoranti i quali creavano grandi problemi igienico-sanitari, tanto che poi, come vedremo più avanti, si decise di delocalizzare queste attività fuori dai centri urbani. Tutti questi rifiuti solidi venivano abbandonati lungo le strade, giorno dopo giorno, creando problemi per la salute della popolazione residente e di decoro per le città che incominciavano ad attrarre viandanti per affari o pellegrini per attività religiose. I rifiuti liquidi delle attività artigianali venivano smaltiti nei fossi, nei fiumi o nei campi direttamente senza troppi riguardi. A partire dal XII secolo d.C. la crescita demografica e artigianale delle città faceva nascere la voglia di primeggiare dal punto di vista dell’importanza sociale e della bellezza architettonica, mettendo in competizione una città con l’altra. Il miglioramento dell’aspetto estetico dei centri abitati doveva passare anche sulla riqualificazione delle strade cittadine che non potevano più ospitare ogni sorta di liquame, rifiuto e scarto di cui la cittadinanza si voleva disfare. Nasce così a Siena, per esempio, l’ufficio della “Nettezza Pubblica”, situato in piazza del Campo che, a partire dal 9 Ottobre 1296, iniziò ad appaltare la pulizia delle aree cittadine per la durata di un anno. L’appalto consisteva, non solo della pulizia delle strade con il diritto di trattenere tutti i rifiuti considerati in qualche modo riutilizzabili, ma anche la pulizia delle aree dei mercati con l’acquisizione della proprietà delle granaglie di scarto. Inoltre il comune affidava all’appaltatore una scrofa con i suoi piccoli, che lo aiutassero nella pulizia di ciò che era commestibile per i maiali. Per quanto riguarda le attività artigianali, la prima forma di regolamentazione della gestione dei rifiuti produttivi la troviamo nelle Costituzioni di Melfi, emanate nel 1231 da Federico II, che costituivano la prima raccolta di leggi in materia sanitaria. In particolare imponeva lo spostamento di produzioni nocive per la popolazione, come la concia delle pelli o la produzione di cuoio, all’esterno delle aree abitate. In altre zone geografiche, come a Friburgo, città medioevale fondata nel 1120, importante centro dell’area Germanica, vennero realizzati numerosi canali in cui era severamente vietato riversare immondizie da parte dei cittadini. Gli scarti solidi, prodotti dalle case e dalle attività artigianali, dovevano essere conferiti ai centri di raccolta stabiliti dalle autorità che, poi, provvedevano allo smaltimento gettandoli nel fiume Dreisam. Il sistema però, non sembrava realmente funzionare, in quanto i cittadini, il più delle volte gettavano i rifiuti nei vari canali evitandosi la strada verso i centri di raccolta.Categoria: notizie - storia - economia circolare - riciclo - rifiuti

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https://www.rmix.it/ - Il Riciclo del Sughero: Come Utilizzare 30 milioni di Tappi Usati Ogni Anno
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Riciclo del Sughero: Come Utilizzare 30 milioni di Tappi Usati Ogni Anno
Economia circolare

Del legno non si butta niente, nemmeno un piccolo tappo, vediamo perchédi Marco ArezioNel mondo dell’economia circolare il legno riciclato ha un suo onorevole posto, contribuendo alla salvaguardia delle nostre foreste, alla riduzione della CO2 e ad operazioni sociali di grande respiro. Se fino a poco tempo fa un tappo, che sia stato in sughero, in plastica o in metallo, era un oggetto considerato trascurabile per il suo peso e per la sua dimensione, tanto che veniva generalmente buttato, oggi, ha ottenuto il rispetto dovuto in quanto i numeri che rappresenta sono del tutto ragguardevoli. Il riciclo dei tappi di sughero è un’attività di primaria importanza, in quanto completa la filiera della bottiglia in vetro, permettendo il riciclo completo dell’imballo del vino, avviando i due prodotti alla creazione di nuove materie prime.Ma come avviene in Italia il riciclo dei tappi di sughero? Le strade per realizzare il recupero dei tappi di sughero possono essere tante, ma ci piacerebbe raccontare quella intrapresa da Carlos Veloso del gruppo Amorin, che ha deciso di creare, non solo un circuito virtuoso del riciclo del sughero, ma un’operazione di carattere eco-sociale, coinvolgendo molte onlus che si adoperano nella raccolta dei tappi in sughero. Questo progetto, denominato Etico, ha come obbiettivo non solo la raccolta del prodotto finalizzato al suo riciclo, ma anche la remunerazione delle onlus per ogni tonnellata di tappi di sughero consegnata. L’obbiettivo è la ramificazione territoriale della raccolta attraverso le onlus, che ad oggi sono già 45, permettendo di raccogliere ogni anno circa 30 milioni di tappi, che costituiranno il comburente ad un altro progetto denominato Suber. Suber utilizza la “granina” (macinato) di sughero per realizzare oggetti di design che, combinati con legno, acciaio e vetro, portano nelle nostre case oggetti d’arredo di spiccata qualità e bellezza. Il progetto Suber, riesce, come dice Carlos Veloso, ad unire la sostenibilità ambientale, la raccolta di un rifiuto, la giustizia social, la donazione in beneficienza, la prosperità economica, creando un progetto di ispirazione che genera anche cultura. Gli oggetti vengono realizzati mischiando la granina dei tappi di sughero con delle resine naturali, realizzando sedili, tavolini, lampade e molti altri prodotti. Quali altre applicazioni ha il sughero riciclato? Possiamo annoverare molti e variegati utilizzi del sughero riciclato, in quanto è un prodotto che ha ottime qualità, tra le altre, di isolamento termico e acustico. I principali utilizzo sono: • fabbricazione di granuli in sughero destinati all’isolamento di edifici per riempimento • fabbricazione di lastre rigide per l’isolamento termo-acustico di pareti e sottotetti • fabbricazione di lastre in sughero per pavimentazioni • creazione di pannelli estetici in sughero • produzione di suole per calzature • realizzazione di isolanti termici per l’industria aeronautica e aerospaziale • creazione di decorazioni • realizzazione di oggetti per il design interno Categoria: notizie - sughero - economia circolare - riciclo - rifiutirNEWS

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https://www.rmix.it/ - Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
Economia circolare

Nell’ottica dell’economia circolare sono state identificate alcune tipologie di fanghi di depurazione utilizzabili, ma lo smaltimento rimane complesso di Marco ArezioSembra una lotta già vista in altri settori tra i prodotti eco compatibili e quelli di derivazione industriale che tanto ha interessato la popolazione e un po’ meno la politica. Come per la plastica, il vetro, il legno, la carta e metalli, esiste una competizione sotto traccia tra prodotto “vergine” e prodotto da riuso. Il fango di depurazione è un altro esempio della complicata normativa che regge il mercato dei rifiuti rispetto alle esigenze sul territorio degli operatori del settore. Esistono, in alcune aree, divieti assoluti nell’utilizzo di questi fanghi trattati e libertà di utilizzo in altre, complice anche una normativa che in alcuni paesi è ancora del secolo scorso. Ma cosa è il fango da depurazione? Le cosiddette acque nere delle reti fognarie che confluiscono nei depuratori cittadini, vengono trattate meccanicamente, biologicamente e chimicamente in modo da rendere il fluido di risulta adatto alla reimmissione in natura senza creare alterazioni nell’ecosistema. Queste operazioni creano uno scarto di lavorazione che è composto da un fango contenente parti organiche e inorganiche in gran parte biodegradabili. I fanghi si dividono in fanghi primari e secondari. I primari sono costituiti prevalentemente in: Organici, quali la cellulosa gli zuccheri i lipidi e le proteine, che sono facilmente biodegradabili Inorganici, quali la sabbia gli ossidi metallici e i carbonati Organici non facilmente biodegradabili, come le fibre le gomme e semi I fanghi secondari sono costituiti prevalentemente da: Solidi sospesi che non sono stati trattenuti dalla sedimentazione primaria Solidi prodotti direttamente dall’impianto, quali sostanze che non vengono attaccate dai batteri e solidi disciolti biodegradabili che vengono attaccate dai batteri. Senza entrare nello specifico delle differenze chimiche dei fanghi primari e secondari e sul loro diverso trattamento in un impianto di depurazione possiamo dire che i fanghi secondari sono i più ricchi di nutrienti, come l’azoto e il fosforo rispetto ai primari, quindi più adatti ad un uso in agricoltura. Quelli primari, invece, hanno un potere calorifico maggiore dei secondari biologici e quindi più indicati allo smaltimento per incenerimento. In realtà, per le difficoltà che le normative ambientali stanno ponendo, una consistente frazione di fanghi, che potrebbero essere utilizzati in agricoltura, si sta accumulando nei depositi in quanto non trovano uno sbocco commerciale. Se consideriamo che la produzione dei fanghi da depurazione non si ferma mai, in quanto le acque nere confluiscono ogni giorno nei depuratori, l’enigma di dove collocarli aumenta sempre più ogni giorno. Il problema non è solo per gli impianti di depurazione, ma coinvolge anche gli agricoltori che sono costretti ad usare concimi chimici quando la natura ci dà le stesse sostanze che necessita la terra sotto forma di liquami trattati. I metodi per affrontare questa emergenza vede la reazione degli operatori divisi tra passivi e attivi. Per passivi intendiamo le soluzioni tecniche che mirano, attraverso metodi di gestione del ciclo di depurazione, alla riduzione della quantità di fango di risulta. Tra quelli attivi troviamo proposte per trasformare il fango in “gesso di defecazione” ottenendo un prodotto che non è più da considerare rifiuto, ma come un additivo che può essere utilizzato in agricoltura come correttivo delle ricette di concimazione. Un altro progetto è la “carbonizzazione accelerata del fango” attraverso la permanenza dei fanghi in un’autoclave ad alta pressione (18 bar) e ad alta temperatura (190°). Così facendo si genera una trasformazione dei fanghi in un prodotto definito “biocarbone”. Una ulteriore linea di smaltimento è quella di mischiare i fanghi di depurazione, attraverso un impianto di iniezione dei fanghi disidratati, ai processi di combustione dei rifiuti, creando una co-combustione che utilizzerebbe una percentuale di fanghi tra il 7 e 8% rispetto ai rifiuti immessi.Categoria: notizie - fanghi - economia circolare - riciclo - rifiuti - fanghi di depurazione

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https://www.rmix.it/ - La Turchia, discarica d’Europa: l'allarme rifiuti di plastica esportati dall'UE
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Turchia, discarica d’Europa: l'allarme rifiuti di plastica esportati dall'UE
Economia circolare

Le quantità dei rifiuti plastici sono quadruplicate negli ultimi anni, con l’Italia tra i maggiori esportatoridi Marco ArezioNegli ultimi anni, la Turchia è diventata la principale destinazione dei rifiuti di plastica provenienti dall'Europa, con un aumento significativo delle quantità esportate. Questo fenomeno solleva preoccupazioni ambientali e sanitarie, evidenziando la necessità di una gestione più responsabile dei rifiuti a livello globale. L'aumento delle esportazioni di rifiuti plastici verso la Turchia Dopo che la Cina ha vietato l'importazione di rifiuti plastici nel 2018, molti Paesi europei hanno cercato nuove destinazioni per i loro scarti. La Turchia è emersa come una delle principali mete, con un incremento esponenziale delle importazioni di rifiuti plastici. Secondo i dati di Eurostat, nel 2023 la Turchia ha importato 457.000 tonnellate di rifiuti plastici dall'Europa, quadruplicando le quantità rispetto al 2018. Il ruolo dell'Italia L'Italia si colloca al quarto posto tra i Paesi europei esportatori di rifiuti plastici verso la Turchia. Nel 2023, l'Italia ha inviato 41.580 tonnellate di rifiuti plastici in Turchia, equivalenti a circa 347 camion al mese. Questo rappresenta un aumento significativo rispetto agli anni precedenti, evidenziando una crescente dipendenza dall'export per la gestione dei rifiuti plastici. Implicazioni ambientali e sanitarie L'aumento delle importazioni di rifiuti plastici ha portato a gravi conseguenze ambientali in Turchia. Indagini condotte da Greenpeace hanno rivelato che molti di questi rifiuti non vengono riciclati correttamente, finendo in discariche illegali o venendo bruciati all'aperto, causando inquinamento del suolo, dell'aria e delle acque. Queste pratiche mettono a rischio la salute delle comunità locali, esponendole a sostanze tossiche e cancerogene. La risposta della Turchia Di fronte a questa situazione, nel maggio 2021 il governo turco ha annunciato un divieto sull'importazione di rifiuti in polietilene, una delle plastiche più comuni. Tuttavia, a seguito delle pressioni dell'industria locale, il divieto è stato revocato dopo pochi giorni, permettendo la continuazione delle importazioni. Questa decisione ha sollevato critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste, che sottolineano la necessità di politiche più rigorose per proteggere l'ambiente e la salute pubblica. La necessità di una gestione responsabile dei rifiuti La situazione attuale evidenzia l'urgenza di una gestione più sostenibile dei rifiuti plastici in Europa. Affidarsi all'export verso Paesi come la Turchia non risolve il problema, ma lo sposta altrove, con gravi conseguenze ambientali e sociali. È fondamentale ridurre la produzione di plastica, migliorare le infrastrutture di riciclo e promuovere l'economia circolare per affrontare efficacemente la crisi dei rifiuti plastici. Conclusione La Turchia è diventata la discarica d'Europa per i rifiuti di plastica, con quantità quadruplicate negli ultimi anni, anche a causa delle esportazioni italiane. Questo fenomeno comporta seri rischi ambientali e sanitari, evidenziando la necessità di una gestione più responsabile e sostenibile dei rifiuti plastici a livello globale.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: L'importanza della Plastica nella lotta al Coronavirus
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: L'importanza della Plastica nella lotta al Coronavirus
Economia circolare

La pandemia da Coronavirus ha visto aumentare in modo importante l'uso della plastica nei presidi di protezione individuale e nelle attività mediche di assistenzadi Marco ArezioMai come in questo periodo si è visto l'importanza di non demonizzare la plastica ma di ridarle il corretto posto che merita nella nostra vita, pur sapendo che un prodotto così versatile e utile deve essere smaltito e riciclato in modo corretto per creare nuova materia prima. L'articolo di Anna Munzio ci parla proprio di questo.La Reuters ha parlato di «pandemia della plastica». Perché il virus che ha sconvolto il mondo ha avuto l'effetto non del tutto secondario di farci capire come sia indispensabile questo materiale per una delle sue qualità forse più nascoste, la protezione. Dei cibi e delle bevande, ma soprattutto dal virus: così è partita la «corsa alla plastica», il nuovo oro utilizzato in mascherine, visiere, guanti, contenitori di plastica per alimenti e plastica a bolle da imballaggio per milioni di consegne a domicilio. Una corsa che ha fatto dimenticare, dopo anni di campagne, il problema principale di questo materiale magico, leggero, all'occorrenza trasparente e che quando nacque sembrò ecologico perché sostituiva risorse naturali come avorio o legno: i tempi di decomposizione, che si misurano in secoli, e l'inquinamento che ne consegue. La soluzione da tempo è indicata nel riciclo. Un sistema gestito in Italia da Corepla che nel 2019 ha raccolto 1.370.000 tonnellate di plastica in modo differenziato, il 13 per cento in più rispetto al 2018, e che oggi copre 7.345 comuni coinvolgendo 58.377.389 cittadini. Anch'esso però è stato messo sotto stress dal Covid-19. Tra marzo e aprile, in pieno lockdown, è aumentata la quantità di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla ma anche la quota destinata alla termovalorizzazione e quella conferita in discarica. Il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo, ci anticipa qualche dato su questo anno complicato anche sul fronte della gestione rifiuti: «Il 2020 vedrà una crescita a cifra singola dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla, con picchi proprio in corrispondenza dei periodi di lockdown di marzo/aprile che hanno evidenziato un aumento dell'8 per cento, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4 per cento) e alla produzione dei rifiuti urbani (-10/14 per cento) del medesimo periodo». A cosa sono state dovute le maggiori criticità? «Alla chiusura delle attività commerciali e produttive e al brusco arresto dell'export: in sette settimane di lockdown è stata bloccata l'esportazione di oltre 16mila tonnellate di rifiuti urbani. In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l'utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici. Cause che si sono unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali. Va detto che il sistema ha comunque tenuto, grazie a interventi straordinari che hanno evidenziato però le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde». Se è vero che siamo quel che mangiamo è anche vero che siamo ciò che buttiamo nella spazzatura: e l'uso della plastica in fondo è una cartina al tornasole che rivela lo stato della nostra società, la sua economia ma anche gli stili di vita e la sensibilità ecologica dei consumatori. Dunque, la corsa alla plastica continuerà? Secondo il presidente questo dipende da diversi fattori: andamento della produzione industriale, propensione all'acquisto da parte dei consumatori, incognita della Plastic Tax, impatti della direttiva europea SUP - Single Use Plastics che intende limitare la plastica monouso, «tutti fattori resi più incerti dalla pandemia. Analoghe incertezze riguardano i numeri della raccolta, per la quale ci aspettiamo che si confermi il trend di crescita ma con rallentamenti fisiologici e legati alla situazione contingente». E le bioplastiche, di cui si fa sempre un gran parlare? «Nel 2019 hanno rappresentato circa il 3 per cento degli imballaggi in plastica immessi sul mercato; allo stato attuale della tecnologia è più complicato che possano sostituire le plastiche fossili in alcuni settori, quello medicale è possibile che sia uno di questi».Categoria: notizie - plastica - economia circolare

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https://www.rmix.it/ - Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria: tecnologie, processi e sostenibilità industriale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria: tecnologie, processi e sostenibilità industriale
Economia circolare

Come funziona il recupero dello zinco dai fumi delle acciaierie: analisi dei processi pirometallurgici e idrometallurgici, impatti ambientali e vantaggi per l’economia circolare dei metallidi Marco ArezioNell’industria siderurgica moderna, la valorizzazione dei residui è divenuta un pilastro della sostenibilità. Tra questi, i fumi di acciaieria — sottoprodotti inevitabili dei processi di fusione e affinazione — rappresentano una fonte significativa di metalli secondari, in particolare di zinco. L’estrazione di questo metallo dai fumi non è solo una questione di recupero economico, ma anche di gestione ambientale responsabile, poiché tali polveri contengono sostanze potenzialmente tossiche e devono essere trattate con sistemi sofisticati. Origine dei fumi di acciaieria e contenuto in zinco Durante la fusione dei rottami ferrosi in forni elettrici ad arco (EAF), si sviluppano temperature che superano i 1600°C. In queste condizioni, i metalli leggeri e volatili come lo zinco, il piombo e il cadmio si vaporizzano, ossidandosi poi a contatto con l’ossigeno e condensando sotto forma di ossidi metallici nei sistemi di aspirazione dei fumi. Queste polveri, raccolte nei filtri a maniche o negli elettrofiltri, vengono definite EAF Dust o “polveri di acciaieria” e contengono normalmente dal 10 al 35% di zinco, oltre a ossidi di ferro, manganese e altre impurità. La composizione chimica delle polveri di acciaieria Le polveri di acciaieria sono una miscela complessa di ZnO, Fe₂O₃, PbO, CdO e altre fasi metalliche. La forma chimica dello zinco (ossido, ferrite di zinco, solfuro) condiziona fortemente la tecnologia di recupero adottata. In particolare, lo zinco legato come ferrite di zinco (ZnFe₂O₄) risulta molto più difficile da ridurre rispetto allo zinco ossido, richiedendo processi termici o chimici più spinti. La caratterizzazione chimica e mineralogica è quindi il primo passo indispensabile per impostare un corretto schema di trattamento. Tecniche di separazione e concentrazione dello zinco Prima di entrare nei reattori di recupero, le polveri subiscono operazioni di pretrattamento: essiccazione, classificazione granulometrica, eventuale agglomerazione (pelletizzazione) e miscelazione con agenti riducenti come carbone o coke. Questi passaggi consentono di migliorare la stabilità del materiale e di regolarne la composizione, facilitando la separazione dello zinco dagli altri ossidi metallici nel processo successivo. Il processo Waelz: il metodo più diffuso nel mondo Il processo Waelz è la tecnologia più utilizzata per il recupero dello zinco dalle polveri di acciaieria. Si tratta di un processo pirometallurgico continuo condotto in un forno rotativo inclinato rivestito di refrattario. Il materiale viene riscaldato tra 1000 e 1200°C insieme a un riducente (generalmente carbone). In queste condizioni, lo zinco si riduce a vapore metallico, separandosi dagli ossidi di ferro e volatilizzando. Il vapore di zinco si combina con l’ossigeno formando ossido di zinco (ZnO), che viene successivamente catturato dai filtri e trasformato in un concentrato commercializzabile, denominato Waelz oxide, con un contenuto di zinco superiore al 55%. Il residuo solido del forno, chiamato Waelz slag, contiene principalmente ferro e silice e può essere parzialmente riutilizzato in processi metallurgici o edilizi. Alternative idrometallurgiche per il recupero dello zinco Negli ultimi anni, l’interesse verso processi idrometallurgici è aumentato, poiché offrono minori emissioni e una gestione più controllata delle scorie. Tali processi prevedono la lisciviazione selettiva degli ossidi di zinco in acidi o soluzioni ammoniacali, seguita da precipitazione o elettrolisi per ottenere zinco metallico o sali puri (come ZnSO₄). Un vantaggio di queste tecniche è la possibilità di trattare polveri con basso tenore di zinco o con alta presenza di ferriti, ma i costi di reagenti e la complessità impiantistica ne limitano la diffusione su larga scala. Impatti ambientali e vantaggi economici del riciclo Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria riduce drasticamente la quantità di rifiuti pericolosi da smaltire e consente di recuperare metalli di valore riducendo l’estrazione mineraria primaria. Ogni tonnellata di zinco secondario prodotto permette un risparmio energetico del 60-70% rispetto al metallo ottenuto da minerale, e un taglio delle emissioni di CO₂ superiore al 50%. Inoltre, il Waelz oxide può essere reimmesso nelle raffinerie di zinco, creando un ciclo chiuso virtuoso tra acciaierie e impianti di raffinazione. Normative europee e strategie di economia circolare La direttiva europea 2008/98/CE sulla gestione dei rifiuti e la successiva tassonomia verde dell’UE promuovono il recupero dei metalli da scarti industriali come pratica prioritaria. Il riconoscimento del Waelz oxide come “prodotto” e non “rifiuto”, in determinate condizioni, rappresenta un passaggio strategico per la creazione di mercati secondari stabili del metallo. Le acciaierie europee stanno progressivamente internalizzando gli impianti di trattamento, trasformando i propri residui in risorse economicamente redditizie. Prospettive future e innovazioni tecnologiche Il futuro del recupero dello zinco dai fumi di acciaieria sarà caratterizzato da tecnologie ibride, combinando pirometallurgia e idrometallurgia, nonché da un maggiore impiego di intelligenza artificiale per il controllo dei processi. Si stanno sperimentando sistemi di plasma termico e reattori a letto fluido che promettono rese più elevate e minori emissioni. Parallelamente, la digitalizzazione dei flussi materiali permetterà una tracciabilità completa del metallo recuperato, a garanzia della sua origine sostenibile. Conclusione Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria rappresenta oggi uno degli esempi più efficaci di economia circolare applicata alla metallurgia pesante. Un processo che trasforma un rifiuto complesso in una risorsa strategica, riducendo impatti ambientali e dipendenza da miniere primarie. L’innovazione tecnologica e le politiche europee di sostenibilità spingono sempre più verso una filiera chiusa dei metalli, dove nulla si perde e tutto si rigenera.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Come Scegliere la Stampante 3D Perfetta per le Tue Esigenze
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Scegliere la Stampante 3D Perfetta per le Tue Esigenze
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Guida completa per orientarsi tra le diverse tipologie di stampanti 3D, comprendere le differenze fondamentali, la produzione oraria, i materiali sostenibili, la riciclabilitàdi Marco ArezioLa stampa 3D è diventata una tecnologia sempre più diffusa e accessibile, adatta sia agli appassionati domestici sia ai professionisti di vari settori. Tuttavia, scegliere la stampante 3D giusta non è semplice: ci sono molti modelli e caratteristiche da prendere in considerazione, ciascuno con i propri pregi e difetti. In questa guida esploreremo tutte le variabili più importanti da conoscere per scegliere una stampante 3D, dalle differenze tecnologiche alla sostenibilità, così da trovare la soluzione più adatta alle tue esigenze. Tipologie di Stampanti 3D: Quale Scegliere? Il mercato delle stampanti 3D offre diverse tecnologie, ognuna pensata per esigenze di produzione e materiali differenti. Vediamo insieme le principali categorie. Stampanti FDM (Fused Deposition Modeling) Le stampanti FDM sono tra le più popolari per uso domestico e per la prototipazione rapida. Utilizzano filamenti di materiali plastici (come PLA, ABS o PETG) che vengono riscaldati e depositati strato dopo strato fino a formare l'oggetto finale. Questa tecnologia è ideale per chi desidera un'opzione conveniente e versatile. I materiali più comuni per FDM includono il PLA, che è biodegradabile e quindi una scelta ecologica, e l'ABS, che offre maggiore resistenza ma ha un impatto ambientale più significativo. Stampanti SLA (Stereolitografia) Le stampanti SLA funzionano utilizzando una resina liquida che viene indurita da un raggio laser, offrendo dettagli incredibilmente precisi e superfici lisce. Questa tecnologia è perfetta per oggetti complessi o di piccole dimensioni, come nel campo della gioielleria o dell'odontoiatria. Tuttavia, le resine utilizzate nelle SLA sono generalmente più costose e possono essere meno sostenibili rispetto ai materiali FDM. Stampanti SLS (Selective Laser Sintering) Le stampanti SLS utilizzano polveri plastiche che vengono fuse tramite un laser per creare oggetti ad alta resistenza. Questa tecnologia è particolarmente apprezzata in ambito industriale per la capacità di stampare parti robuste e di utilizzare materiali tecnici come il nylon. Sebbene le SLS siano più costose e complesse da utilizzare, la qualità del prodotto finito le rende un'opzione attraente per applicazioni professionali. Produzione Oraria ed Efficienza della Stampa 3D Quando si parla di produzione oraria di una stampante 3D, è importante considerare diversi fattori che influenzano il tempo necessario per completare un progetto. Volume di Stampa: Maggiore è il volume di stampa, più grande può essere l'oggetto che si intende realizzare. Stampanti con grandi volumi possono produrre più pezzi contemporaneamente, riducendo così il tempo di produzione, ma potrebbero richiedere più tempo per singoli oggetti molto grandi. Velocità di Stampa: Questa variabile è misurata in millimetri per secondo (mm/s) e indica la velocità con cui la stampante deposita il materiale. Modelli più avanzati possono offrire velocità di stampa più alte, ma in alcuni casi ciò può compromettere la qualità del prodotto finito. Precisione e Risoluzione: Un altro aspetto cruciale è la risoluzione, ovvero lo spessore del layer. Più il layer è sottile, più l'oggetto sarà dettagliato, ma maggiore sarà il tempo necessario per completare la stampa. Materiali Utilizzabili e Sostenibilità delle Stampanti 3D Uno degli aspetti più importanti da considerare nell'acquisto di una stampante 3D è la gamma di materiali che può utilizzare e il loro impatto ambientale. Negli ultimi anni, si è posta molta enfasi sulla sostenibilità, cercando di sviluppare materiali riciclabili e biodegradabili. PLA (Acido Polilattico): Il PLA è una delle scelte più sostenibili disponibili. Derivato da risorse rinnovabili come l'amido di mais, è biodegradabile e viene spesso utilizzato per progetti non strutturali o per prototipi. È anche uno dei materiali più facili da stampare, rendendolo ideale per principianti. PETG: Una variante del PET, molto utilizzato per bottiglie di plastica, è riciclabile e ha una buona resistenza meccanica. È un'ottima scelta per chi cerca un compromesso tra sostenibilità e robustezza. Nylon e Altri Polimeri Tecnici: Utilizzati soprattutto nelle stampe industriali, offrono resistenza e durabilità, ma sono più difficili da riciclare e richiedono temperature più elevate per essere stampati. Resine Fotopolimeriche: Le resine utilizzate nelle stampanti SLA hanno spesso un impatto ambientale maggiore rispetto ai materiali FDM, ma molte aziende stanno cercando soluzioni più ecologiche per ridurre questo impatto.Aspetti che Influenzano il Prezzo di una Stampante 3DIl costo di una stampante 3D può variare notevolmente, da poche centinaia a migliaia di euro, in base a diversi fattori. Capire cosa influisce sul prezzo può aiutarti a fare una scelta più informata. Tecnologia di Stampa: Come abbiamo visto, le stampanti FDM sono generalmente le più economiche. Al contrario, le SLA e le SLS sono più costose a causa della maggiore precisione e della tecnologia utilizzata. Materiali Supportati: Stampanti in grado di utilizzare materiali più avanzati o materiali riciclabili spesso hanno un costo maggiore, ma offrono una maggiore versatilità nelle applicazioni possibili. Funzionalità Aggiuntive: Caratteristiche come la connettività Wi-Fi, gli schermi touch, le piastre di stampa riscaldate e i sistemi di calibrazione automatica influenzano significativamente il costo. Sebbene queste funzionalità possano non essere strettamente necessarie, migliorano notevolmente l'esperienza utente. Le Migliori Stampanti 3D Sostenibili sul Mercato Vediamo ora alcuni modelli di stampanti 3D che si distinguono per sostenibilità, qualità e prestazioni. Prusa i3 MK3S+: Questo modello è uno dei più apprezzati dagli utenti domestici e professionisti grazie alla sua affidabilità. Prusa offre materiali sostenibili come il PLA e promuove attivamente il riciclo dei componenti e la sostenibilità. Creality Ender 3 V2: È una delle opzioni più convenienti per chi si approccia al mondo della stampa 3D. Supporta materiali riciclabili come il PLA e offre una buona qualità di stampa a un prezzo accessibile. Ultimaker S5: Un modello pensato per un uso professionale, particolarmente apprezzato per la precisione e la robustezza. Ultimaker è molto attenta alla sostenibilità, utilizzando materiali a basso impatto ambientale e promuovendo la riciclabilità dei componenti. Anycubic Photon Mono X: Una stampante SLA che sta cercando di ridurre l'impatto ambientale utilizzando resine più ecologiche. È ideale per stampe di alta precisione, ma il processo è più complesso rispetto alle FDM.Qual è la Stampante 3D Più Adatta a Te?Scegliere la stampante 3D perfetta dipende dalle tue necessità specifiche. Se sei un principiante, una stampante FDM come la Creality Ender 3 V2 o la Prusa i3 MK3S+ rappresenta un ottimo punto di partenza, grazie alla facilità d'uso e ai materiali sostenibili. Se invece hai bisogno di una macchina più avanzata per un utilizzo professionale, la Ultimaker S5 è una scelta eccellente per la sua versatilità e il basso impatto ambientale. Infine, se cerchi massima precisione per piccoli dettagli, una stampante SLA come la Anycubic Photon Mono X potrebbe essere la soluzione ideale. Ricorda sempre di considerare non solo il costo iniziale della stampante, ma anche i costi di gestione, la compatibilità dei materiali e il loro impatto ambientale. La stampa 3D è un settore in evoluzione costante, e optare per modelli sostenibili è un passo fondamentale verso un futuro più rispettoso del pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Il boom dei prodotti rigenerati: come il riuso sta rivoluzionando i mercati globali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il boom dei prodotti rigenerati: come il riuso sta rivoluzionando i mercati globali
Economia circolare

Il mercato in crescita dei prodotti rigenerati, dai dispositivi elettronici ai mobili, con focus su dati, tendenze e vantaggi economici e ambientalidi Marco ArezioNegli ultimi anni, il mercato globale dei prodotti rigenerati ha registrato una crescita esponenziale, riflettendo un cambiamento culturale profondo verso il riuso e la sostenibilità. Dai dispositivi elettronici ai mobili, sempre più consumatori scelgono prodotti rigenerati, attratti da vantaggi economici, ambientali e dalla crescente qualità offerta. Questo fenomeno non rappresenta solo una moda passeggera, ma una trasformazione strutturale che coinvolge aziende, governi e cittadini in tutto il mondo. Un mercato in espansione: numeri e dati Secondo un rapporto di Allied Market Research, il mercato globale dei prodotti rigenerati valeva circa 50 miliardi di dollari nel 2020 e si prevede che raggiunga i 150 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) superiore al 10%. Questo trend è particolarmente evidente nei settori dell’elettronica, come smartphone e laptop rigenerati, che rappresentano oltre il 60% del mercato globale. L’Europa guida la classifica mondiale grazie a normative stringenti sull’economia circolare, mentre gli Stati Uniti e i mercati emergenti, come India e Brasile, stanno rapidamente guadagnando terreno. Ad esempio, nel 2023 Apple ha annunciato che le vendite dei suoi dispositivi rigenerati hanno superato per la prima volta il 10% delle vendite globali, un segnale forte della crescente accettazione di questi prodotti da parte dei consumatori. Tendenze che stanno cambiando il mercato Crescita delle piattaforme di e-commerce Siti come Back Market, Swappie e Amazon Renewed stanno rendendo l’acquisto di prodotti rigenerati più semplice e accessibile. Queste piattaforme garantiscono qualità e trasparenza, offrendo certificazioni sui processi di rigenerazione e garanzie estese per rassicurare i consumatori. Collaborazioni aziendali e programmi interni Grandi marchi come IKEA e Patagonia stanno investendo nel riuso attraverso iniziative che incentivano il riciclo dei prodotti. IKEA, ad esempio, ha introdotto un servizio di ritiro e rigenerazione dei mobili usati, reinserendoli nel mercato a prezzi competitivi. Tecnologie di rigenerazione avanzate Innovazioni tecnologiche stanno migliorando l’efficienza e la qualità dei processi di rigenerazione. Ad esempio, nel settore dell’elettronica, le tecnologie di diagnostica avanzata permettono di individuare e risolvere problemi con precisione, aumentando la vita utile dei dispositivi. Cambiamenti nelle abitudini dei consumatori Le nuove generazioni, in particolare i Millennial e la Gen Z, stanno abbracciando il consumo responsabile. Secondo una ricerca di Deloitte, il 60% dei giovani consumatori è disposto a pagare di più per prodotti rigenerati di alta qualità, in linea con i propri valori di sostenibilità. Benefici economici L’acquisto di prodotti rigenerati consente ai consumatori di risparmiare tra il 30% e il 50% rispetto ai prodotti nuovi, senza rinunciare alla qualità. Questo rende il riuso una scelta economicamente vantaggiosa, soprattutto in un periodo di instabilità economica globale. Per le aziende, il mercato dei prodotti rigenerati rappresenta un’opportunità per ridurre i costi di produzione e diversificare le fonti di reddito. Inoltre, il riuso sta generando nuovi posti di lavoro nei settori della rigenerazione, del controllo qualità e della logistica, contribuendo a rilanciare l’economia locale. Secondo il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti, il settore del riuso e della riparazione ha creato oltre 100.000 nuovi posti di lavoro negli ultimi cinque anni. Benefici ambientali Il riuso è un pilastro fondamentale dell’economia circolare, contribuendo a ridurre i rifiuti e l’impronta ecologica. Ad esempio, la rigenerazione di un laptop evita l’emissione di circa 150 kg di CO₂ rispetto alla produzione di un dispositivo nuovo. Su scala globale, il riuso potrebbe ridurre i rifiuti elettronici del 30% entro il 2030. Anche il consumo di risorse naturali subisce un impatto positivo. I mobili rigenerati, ad esempio, riducono la domanda di legno vergine, preservando le foreste e contribuendo alla lotta contro la deforestazione. Sfide e opportunità Nonostante i numerosi benefici, il mercato dei prodotti rigenerati deve affrontare alcune sfide. La percezione negativa associata ai prodotti di seconda mano e la mancanza di standard uniformi a livello globale sono ostacoli significativi. Tuttavia, queste difficoltà offrono anche opportunità di innovazione e collaborazione tra governi, aziende e organizzazioni non governative. Un esempio virtuoso è rappresentato dall’Unione Europea, che sta lavorando su un sistema di etichettatura unificato per i prodotti rigenerati, garantendo trasparenza e qualità per i consumatori. Conclusioni Il boom dei prodotti rigenerati è molto più di una tendenza: rappresenta una rivoluzione socio-economica che sta ridefinendo il modo in cui consumiamo e produciamo. Investire nel riuso non solo promuove un modello di sviluppo sostenibile, ma crea anche opportunità economiche e ambientali senza precedenti. Il futuro appartiene a un’economia circolare in cui ogni prodotto ha una seconda vita. In questo scenario, il riuso non è più un’opzione, ma una necessità per il nostro pianeta e per la prosperità delle generazioni future.© Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Dalla Dipendenza delle Materie Prime Fossili a quella Dei Metalli Rari
Economia circolare

Dalla Dipendenza delle Materie Prime Fossili a quella Dei Metalli Raridi Marco ArezioLe crisi energetiche che si stanno susseguendo dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia hanno messo in evidenza, per gli Europei. quanto siamo fragili ed esposti a ricatti su materiali come il carbone, il petrolio e il gas. Se l'Unione Europea sta lavorando per risolvere la dipendenza energetica dalla Russia, non dobbiamo dimenticarci che si stanno profilando altre crisi sulle materie prime che riguardano i metalli rari.Questi vengono usati nelle produzione di energie rinnovabili, nella produzione digitale, nell'elettrificazione della mobilità sostenibile, nello sviluppo dell'energia nucleare, quindi in ogni settore del nostro futuro. Come per l'energia, la posta in gioco è ambientale, economica e geopolitica, data la nostra dipendenza da un numero limitato di paesi produttori, come la Cina, con cui fatichiamo ad avere rapporti politici distesi, con il rischio di non poter contare sulle forniture di questi prodotti. Da molti anni si sta evidenziando che lo sfruttamento delle risorse naturali avrebbe creato problemi di approvvigionamento, ma è dall'esplosione dell'economia basata sulla digitalizzazione, nella quale i metalli rari sono assolutamente necessari, che ci siamo accorti di come sia difficile procurarseli e di come siano in mano a pochi paesi produttori. Nel 2011 la Commissione Europea ha pubblicato per la prima volta un elenco di quattordici materie prime critiche per l'economia europea. Da allora questa lista ha continuato a crescere, tanto che nel 2020 i materiali erano una trentina. In una situazione così difficile e pericolosa, un efficientamento dei sistemi basati sull'economia circolare per il recupero e il riutilizzo dei componenti elettronici dei prodotti diventati rifiuti, ricoprirà una fase imprescindibile dell'indipendenza Europea ai metalli rari. Troppo poco si sta facendo in termini di riciclo del RAEE e molti metalli preziosi finiscono in discarica o bruciati, cosa che l'Europa non può più permetterselo se non vuole finire, come per i combustibili fossili, in uno stato di ricatto economico-politico. Sarà anche importante puntare sul valore dei prodotti, dei suoi componenti e dei materiali che li costituiscono, per dare la massima durabilità nel tempo agli oggetti, attraverso una progettazione intelligente, il riutilizzo e/o l'uso condiviso dei prodotti, la riparazione, il ricondizionamento, il recupero dei pezzi di ricambio. È diventato urgente investire massicciamente nella ricerca e sviluppo di materiali alternativi, ma anche ridurre la domanda di materie prime. Abbiamo bisogno di un piano di investimenti per sviluppare l'economia circolare a livello europeo che sia all'altezza di questa sfida essenziale per il futuro di tutti noi. Governare è prevedere.Categoria: notizie - metalli rari - economia circolare - riciclo 

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https://www.rmix.it/ - Aspirapolveri e Aspiraliquidi Industriali: La Guida per Scegliere con Consapevolezza e Sostenibilità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Aspirapolveri e Aspiraliquidi Industriali: La Guida per Scegliere con Consapevolezza e Sostenibilità
Economia circolare

Se lavori in ambienti come cantieri, officine o laboratori o nel fai da te, sai quanto sia fondamentale avere uno aspirapolveri e aspiraliquidi efficiente e sostenibiledi Marco ArezioGli aspirapolvere e gli aspiraliquidi industriali sono indispensabili per mantenere pulizia e sicurezza, ma con tanti modelli sul mercato, scegliere quello giusto può sembrare un'impresa. In questa guida scoprirai cosa rende davvero efficiente un aspirapolvere industriale, quali sono i modelli più adatti alle tue esigenze e come fare una scelta sostenibile senza compromessi sulla qualità. Prenditi qualche minuto per leggere: fare la scelta giusta significa non solo risparmiare tempo e fatica, ma anche garantire un ambiente di lavoro più salubre e sicuro. Prima dell'Acquisto: Cosa Devi Sapere su un Aspirapolvere Industriale 1. Potenza e Capacità di Aspirazione: Perché Contano La potenza del motore e la capacità di aspirazione sono ciò che differenzia un buon aspirapolvere da uno mediocre. I motori più potenti, di solito tra i 1000 e i 1500 watt, sono in grado di affrontare detriti e liquidi con maggiore efficienza. Ma attenzione: più potenza non significa sempre migliore, soprattutto se il tuo obiettivo è ottimizzare il consumo energetico e l'impatto ambientale. Valuta bene le tue esigenze reali. 2. Capacità del Serbatoio: Non Sottovalutare Questo Aspetto La capacità del serbatoio determina quanto a lungo puoi lavorare senza dover svuotare l'aspiratore. Se lavori in ambienti con grandi accumuli di sporco, un serbatoio da almeno 30 litri sarà essenziale per evitare continue interruzioni. I serbatoi più grandi ti permettono di essere più efficiente e riducono i tempi morti. 3. Classi di Polvere: La Sicurezza Prima di Tutto Gli aspiratori industriali vengono classificati in base alla tipologia di polveri che possono trattare (Classi L, M, H). Per polveri comuni e poco pericolose va bene un aspiratore di Classe L, mentre per polveri più dannose come quelle di quarzo o amianto, serve un modello di Classe M o H. Non scendere mai a compromessi sulla sicurezza: conoscere la classe di polvere adatta al tuo lavoro può fare una grande differenza per la tua salute. 4. Filtraggio: Non Tutti i Filtri Sono Uguali Un buon sistema di filtraggio protegge sia te che l'ambiente. I filtri HEPA, ad esempio, sono essenziali per trattenere polveri sottili e allergeni. Scegliere un modello con un sistema di pulizia automatica del filtro non solo ti risparmierà manutenzione, ma aumenterà anche l'efficienza dell'aspirapolvere, mantenendo le sue prestazioni costanti. 5. Accessori: La Versatilità che Fa la Differenza Pensa agli accessori come alle braccia estese dell'aspirapolvere. Tubi, bocchette e spazzole specifiche possono trasformare il tuo aspiratore in uno strumento versatile capace di affrontare ogni tipo di superficie e angolo difficile da raggiungere. Verifica che il modello scelto abbia gli accessori necessari per il tuo lavoro: dalle superfici lisce ai tappeti, fino agli angoli più nascosti. 6. Mobilità e Robustezza: Perché il Lavoro sia anche Confortevole Nessuno vuole trascinare un aspirapolvere scomodo e pesante in un ambiente di lavoro caotico. Scegliere modelli con ruote robuste e maniglie ergonomiche ti aiuterà a risparmiare fatica e a muoverti agilmente. Inoltre, assicurati che il modello sia costruito per durare: materiali resistenti a urti e corrosione sono fondamentali in contesti difficili come i cantieri. Differenze Chiave tra i Modelli sul Mercato Gli aspirapolvere industriali si distinguono per: Potenza del Motore: Maggiore potenza per aspirare detriti più difficili. Capacità del Serbatoio: Capacità più elevata significa meno interruzioni. Classe di Polvere: Modelli di classe superiore proteggono da polveri più pericolose. Filtri Avanzati: I filtri HEPA o altri sistemi di filtraggio avanzati sono fondamentali per trattenere le particelle fini e ridurre l’esposizione agli allergeni. Come Scegliere il Modello Adatto alle Tue Esigenze Tipo di Lavoro e Ambiente: Considera la tipologia di polveri e liquidi che dovrai gestire. Un’officina, ad esempio, avrà bisogno di un modello resistente a olio e liquidi specifici. Durata e Affidabilità: Se usi l’aspirapolvere intensamente, investire in un modello robusto con una buona garanzia è una scelta strategica. Alcuni produttori offrono anche assistenza tecnica e ricambi facilmente reperibili, un valore aggiunto da non sottovalutare. Efficienza Energetica: Scegliere un modello a basso consumo riduce la bolletta energetica e aiuta l’ambiente. Marchi che puntano su materiali riciclati e tecnologie green offrono una doppia vittoria: prestazioni elevate e un’impronta ecologica ridotta. Sostenibilità e Valore Aggiunto Alcune aziende stanno adottando politiche concrete per migliorare la sostenibilità dei loro prodotti. Bosch, ad esempio, sta aumentando l’uso di materiali riciclati e migliorando l'efficienza energetica delle proprie macchine. Scegliere un marchio attento alla sostenibilità significa contribuire a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, optare per aspirapolvere con parti sostituibili e materiali durevoli permette di allungarne la vita utile e ridurre i rifiuti elettronici. Confronto tra i Migliori Modelli del Mercato Per aiutarti a fare una scelta informata, ecco un confronto tra tre modelli di aspirapolvere industriali: MENZER Aspiratore Industriale VCL 530 PRO Potenza: 1200 W Capacità serbatoio: 30 L Classe di polvere: L Filtraggio: Sistema di filtraggio avanzato per polveri generiche.Pro: Capacità elevata e grande robustezza, perfetto per ambienti intensi. Contro: Limitato a polveri a bassa pericolosità. Bosch Professional Aspiratore Industriale GAS 35 M AFC Potenza: 1200 W Capacità serbatoio: 35 L Classe di polvere: M Filtraggio: Dotato di filtro HEPA e sistema di pulizia automatica. Pro: Adatto a polveri medio-pericolose, filtraggio HEPA di alta qualità. Contro: Prezzo superiore rispetto ad altri modelli. Einhell Aspirapolvere e Aspiraliquidi TE-VC 2340 SACL Potenza: 1500 W Capacità serbatoio: 40 L Classe di polvere: L Filtraggio: Filtraggio standard con pulizia manuale. Pro: Ottimo rapporto qualità-prezzo, serbatoio capiente. Contro: Filtraggio meno avanzato e classe di polvere limitata. Conclusioni: Quale Aspirapolvere è Perfetto per Te? Scegliere l’aspirapolvere giusto dipende dalle tue specifiche esigenze. Se hai bisogno di un modello versatile per gestire polveri medio-pericolose in un ambiente misto, il Bosch Professional GAS 35 M AFC è una scelta eccellente grazie alla sua potenza e al filtraggio avanzato. Se invece il tuo obiettivo è un modello ad alta capacità a un prezzo contenuto, l’Einhell TE-VC 2340 SACL offre un ottimo equilibrio, pur avendo qualche limitazione sul filtraggio. Qualunque sia la tua scelta, investire in un aspirapolvere industriale di qualità significa migliorare l’efficienza del lavoro, garantire la sicurezza dell’ambiente e, perché no, contribuire a un futuro più sostenibile. Buon acquisto! © Riproduzione Vietata

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