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https://www.rmix.it/ - Le Pavimentazioni da Esterno Carrabili in Materiali Totalmente Riciclati
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le Pavimentazioni da Esterno Carrabili in Materiali Totalmente Riciclati
Economia circolare

Gli scarti da post consumo costituiscono la base di tre tipologie differenti di pavimentazioni modulari carrabili da esternodi Marco ArezioIl settore dell’edilizia è nel pieno della rivoluzione green, che non riguarda solo il recupero degli scarti durante le demolizioni di tutti quei materiali riciclabili, ma anche dei nuovi prodotti che possono essere fatti, in parte o al 100% con materiali riciclati da post consumo. I produttori di articoli edili hanno trovato alcune brillanti soluzioni che possono raggiungere un doppio obbiettivo: creare dei prodotti circolari e ridurre, attraverso il riutilizzo, i rifiuti sul mercato. Nell’ambito delle pavimentazioni modulari per esterni prendiamo in esame tre tipologie differenti di prodotti, che hanno un approccio all’utilizzo dei rifiuti molto diversi tra loro, ma il cui risultato tecnico e architettonico soddisfa pienamente la clientela. I prodotti presi in esame sono: • Masselli autobloccanti in PVC da scarti di cavi esausti • Piastrelle modulari composte da scarti di vetro, bottiglie, sacchetti in PE e scarti di ceramica • Piastrelle modulari composte da scarti misti in plastica non riciclabili, ceneri degli altiforni e scarti di piastrelle. Gli approcci sono differenti, ma la qualità dei prodotti e la funzione di riciclo dei rifiuti ne fa una proposta interessante, da inserire nei cantieri in cui la voce sostenibilità è tenuta in considerazione. Il massello in PVC riciclato e riciclabile è un prodotto in diretta concorrenza con i masselli in cemento, da cui eredita la carrabilità e l’alta resistenza a compressione, ma aggiunge molte altre caratteristiche migliorative, in quanto è completamente isolante, non assorbe liquidi, non viene macchiato da olio o benzina, si taglia facilmente a mano, è verniciabile e non è soggetto all’azione aggressiva dei sali stradali. Inoltre non attinge a risorse naturali, acqua, sabbia, ghiaia e ha un impatto ambientale in fase di produzione molto più limitato rispetto alla produzione del cemento. Le piastrelle modulari formate dagli scarti di vetro provenienti dalla raccolta differenziata, mischiati con i rifiuti in PE e gli scarti di ceramica, sono una buona soluzione non solo per il riciclo composto da materiali diversi, ma anche per la durabilità dell’elemento che vede nella ceramica e soprattutto nel vetro una robustezza nel tempo importante. Anche queste piastrelle sono carrabili, resistono ai sali stradali e all’abrasione della circolazione veicolare, in virtù del macinato di vetro contenuto. Infine, le piastrelle modulari costituite dai rifiuti non riciclabili della raccolta differenziata, mischiati con le ceneri degli altiforni e con gli scarti delle piastrelle esauste macinate, danno un gradevole aspetto estetico al pavimento e un ottimo passaporto green sul riciclo in quanto, utilizzano due componenti classificati come rifiuti non riciclabili e quindi da smaltire in discarica, quindi ben oltre i materiali riciclati tradizionali. Sono piastrelle modulari che vengono impiegate normalmente i passaggi pedonali, piazze e marciapiedi rendendo sostenibile l’intervento di ripristino edile dell’area.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pavimentazioni - edilizia

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https://www.rmix.it/ - Notizie sulla Plastica Riciclata nel Mondo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Notizie sulla Plastica Riciclata nel Mondo
Economia circolare

Notizie sui polimeri riciclati, sulle macchine e gli stampi per le materie plastiche, sui prodotti fatti in plastica riciclata, sulle tecniche di produzione e sulle novità di mercatodi Marco ArezioNel portale del riciclo rMIX è possibile trovare sezioni dedicate alle informazioni e alle notizie sulla plastica riciclata e sul mondo che le ruota intorno. Ci sono molti aspetti tecnici, commerciali e di informazione generale che aiutano gli operatori del settore della plastica riciclata a rimanere aggiornati e a cogliere occasioni commerciali interessanti. Le sezioni si dividono in: • Polimeri riciclati: nella sezione è possibile trovare informazioni sulle offerte e richieste di polimeri riciclati, sia da post consumo che post industriali, in varie forme come i granuli, i macinati, i densificati, le polveri e le balle. La plastica riciclata offerta o richiesta la potete selezionare per tipologia, forma e paese di provenienza. • Macchine e stampi: nella sezione troverete informazioni su offerte e richieste di macchine ed attrezzature per la lavorazione della plastica riciclata e dei rifiuti, nonché degli stampi per produrre i prodotti finiti. • Prodotti fatti in plastica riciclata: nella sezione troverete offerte e richieste di prodotti realizzati con i polimeri riciclati, attraverso i sistemi di stampaggio, soffiaggio, termoformatura, film ed estrusione. • Lavori conto terzi: nella sezione troverete le aziende che offrono servizi conto terzi come lo stampaggio, l’estrusione, la filmatura, il lavaggio, la macinazione, la micronizzazione, il confezionamento, il soffiaggio delle bottiglie e delle taniche e molti altri servizi. • Consulenza e distribuzione: nella sezione troverete le aziende che sono specializzate nella distribuzione e nell’import-export dei polimeri riciclati, inoltre le aziende di consulenza che operano come agenti, rappresentanti e tecnici delle materie plastiche riciclate. • Informazioni tecniche: nella sezione potete trovare gli approfondimenti tecnici su vari aspetti che riguardano la plastica riciclata ed il suo impiego. Nello specifico si parla della gestione dei rifiuti, del lavaggio, della macinazione della densificazione, della granulazione, del comportamento fisico, chimico e meccanico della materia prima e delle macchine. Molti articoli riguardano come migliorare i vari aspetti produttivi e come evitare i problemi di qualità sui prodotti finiti e sui semilavorati. • Informazioni generali: nella sezione vengono riportate informazioni sul mercato che riguardano il mondo della plastica riciclata, le iniziative aziendali, le novità commerciali, finanziarie e gli aggiornamenti che possono interessare gli operatori del settore. • Economia circolare: nella sezione troverete numerosi articoli che affrontano come si può ottenere un giusto rapporto tra l’ambiente e i rifiuti attraverso l’economia circolare. Vengono trattati aspetti tecnici produttivi, sociali in riferimento alla raccolta differenziata e i rifiuti, politici che riguardano il cammino per incrementare la circolarità delle produzioni e dei beni sul mercato. Categoria: Notizie - plastica riciclata - rifiuti - macchine - stampi - polimeri

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https://www.rmix.it/ - Ricambi per le auto prodotti con un compound contenente scarti di caffè
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ricambi per le auto prodotti con un compound contenente scarti di caffè
Economia circolare

Ford e McDonald’s hanno creato una collaborazione ispirata all’economia circolaredi Marco ArezioLe due società attive nel settore della mobilità e della ristorazione hanno coinvolto la ditta Competitive Green Technology per realizzare un compound che potesse utilizzare alcuni scarti del del caffè, uniti al polipropilene, per produrre ricambi per auto. Lo scopo era studiare una ricetta che rendesse alcune parti delle auto più leggere e più robuste rispetto alle ricette tradizionali. Lo scarto, per evitare che si bruci, viene trattato in un ambiente a basso contenuto di ossigeno e poi mischiato con il polipropilene per la formazione dei granuli, che risulteranno più leggeri del polipropilene tradizionale e avranno bisogno di minor energia per lo stampaggio. Secondo il leader tecnico del team di ricerca dei nuovi materiali Ford, il Sig. Mielewski, lo scarto proveniente dalla torrefazione del caffè viene usato in sostituzione del talco che normalmente compone i compounds di polipropilene, apportando una riduzione di peso intorno al 20% e una buona resistenza alle alte temperature. Le prime applicazioni sono state fatte nella produzione di alloggiamenti per i fari, a seguito di prove nelle quali si è notata una maggiore resistenza alle temperature rispetto al pezzo fatto con il nuovo compound al tradizionale. Infatti, l’alloggiamento dei fari è una zona dove si crea molto calore e le proprietà tecnica del nuovo materiale è sembrata subito azzeccata a questo lavoro. Questi nuovi ambiti per i fari saranno costruiti dal fornitore Varroc Lighting Systems e saranno posizionati sulla berlina Lincon Continental a seguito delle nuove modifiche previste nel 2020. Secondo il team Ford, l’alloggiamento per i fari è solo l’inizio della produzione di articoli per la componentistica delle auto fatte con questa ricetta Green e con altre allo studio, come è successo per la schiuma di soia usata nei sedili della Mustang e che oggi si trovano in molte altre macchine dell’azienda. La ricerca e lo sviluppo di ricette che siano compatibili con la circolarità dei componenti impiegati, hanno lo scopo di utilizzare i pezzi prodotti in alcune vetture della gamma Ford e Lincon, con particolare attenzione a quegli elementi dove, all’interno dell’auto, vengono sviluppate alte temperature. Parliamo di involucri per batterie, sotto cofani e coperture per il motore. Ovviamente la fragranza del caffè, sui componenti da installare, viene tolta nella fase di produzione del compound per evitare che la vostra macchina abbia il profumo di una tazza di caffè appena versato.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - demolizioni - ricambi autoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Petcoke: cos’è, come si forma, impatti ambientali e come si ricicla in modo sicuro
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Petcoke: cos’è, come si forma, impatti ambientali e come si ricicla in modo sicuro
Economia circolare

Proprietà, processi di produzione, emissioni e rischi da dispersione con soluzioni operative per una valorizzazione sostenibile del coke di petrolio di Marco ArezioIl petcoke, o coke di petrolio, è la traccia solida che il greggio lascia quando viene spinto oltre la frontiera delle distillazioni convenzionali. Quando le frazioni leggere e medie sono già state estratte e valorizzate, ciò che resta è un residuo pesante, ricco di molecole complesse e refrattarie alla vaporizzazione. Questo residuo, sottoposto a trattamenti termici severi, si ricompone in una struttura carboniosa compatta, quasi interamente costituita da carbonio con piccole percentuali di idrogeno, zolfo e ceneri. È un materiale che porta con sé la memoria geologica del petrolio da cui proviene: se il greggio è ricco di zolfo o di metalli come vanadio e nichel, il petcoke lo rifletterà; se invece la materia prima è più “pulita” e il processo accuratamente governato, il prodotto finale sarà più adatto a impieghi nobili. Per questa ragione il petcoke è insieme risorsa e responsabilità: nasce per massimizzare l’efficienza delle raffinerie, ma chiede in cambio una gestione attenta, capace di limitarne l’impronta ambientale. Come si forma: dentro il cuore del “coker” Il viaggio del residuo verso il petcoke avviene dentro il coker, un’unità di processo dove il materiale pesante è portato a temperature nell’ordine di 480–520 °C e lasciato reagire per ore. Il meccanismo è quello del cracking termico: catene idrocarburiche lunghe si spezzano, liberando vapori che verranno successivamente frazionati in nafte e gasoli; ciò che non può più restare in forma molecolare stabile tende a condensare in una matrice policristallina di carbonio. All’uscita dai drums di coking, il cosiddetto green coke ha un aspetto che racconta molto della sua storia: può presentarsi spugnoso e granulare, quasi una pietra pomice scura, oppure a piccoli granuli sferici e compatti, o ancora come un tessuto fibroso allungato, anticamera del futuro needle coke. Spesso questo materiale subisce un’ulteriore tappa, la calcinazione in forni rotativi a 1.200–1.400 °C, che ne elimina i volatili residui, ne addensa la microstruttura e lo rende più stabile e omogeneo. È qui che si decide in gran parte il destino merceologico del petcoke, separando ciò che potrà diventare parte integrante degli anodi per l’alluminio o degli elettrodi grafitici da ciò che verrà impiegato come combustibile solido in processi energivori. Proprietà rilevanti e classi merceologiche Le proprietà del petcoke non sono un dettaglio da laboratorio, ma la bussola che orienta gli usi industriali. Il tenore di zolfo incide direttamente sulle emissioni di SO₂ in combustione e, di riflesso, sulla necessità di sistemi di abbattimento; le ceneri e il profilo di metalli in traccia dicono se quel materiale potrà essere ammesso nelle filiere elettrochimiche o si fermerà a un impiego energetico; la struttura microcristallina e la densità apparente parlano di reattività e di resistenza meccanica, parametri cruciali quando il coke è destinato a diventare parte di un elettrodo o di un anodo che dovrà funzionare in modo affidabile per mesi. Di qui la distinzione pratica fra un fuel-grade, spesso più ricco di zolfo, adatto ai forni da cemento o ad altre applicazioni termiche, e un anode/needle-grade, più “pulito” e calcinato, vocato a ruoli di alto valore dove il carbonio non è soltanto energia ma funzione materiale. In mezzo, un paesaggio di sfumature che dipende dal greggio, dall’assetto impiantistico e dalla cura nel controllo di processo. Quale grado di inquinamento: dal fumo alla polvere Parlare di inquinamento, nel caso del petcoke, significa distinguere con precisione come e dove il materiale entra in contatto con l’ambiente. In combustione, grazie al suo altissimo contenuto di carbonio e al basso contenuto di volatili, il petcoke esprime un potere calorifico elevato ma anche un fattore emissivo di CO₂ che tende ad allinearsi o superare quello del carbone fossile. Se il tenore di zolfo è consistente, senza desolforazione adeguata le emissioni di SOx diventano il principale nodo ambientale, mentre le NOx dipendono soprattutto dall’assetto del bruciatore e dalle condizioni di fiamma. Le polveri catturate dai filtri e le ceneri possono contenere vanadio e nichel: è una criticità che può essere mitigata con sistemi di filtrazione efficienti, ma che non va mai sottovalutata nell’analisi del ciclo di vita. Fuori dalla combustione, l’attenzione si sposta sulla polverosità. Cumuli esposti, movimentazioni su nastri scoperti, carico e scarico senza confinamento sono attività che trasformano il petcoke in una sorgente puntiforme e, con il vento, diffusa di PM₁₀ e PM₂.₅. Le particelle fini, per loro natura respirabili, veicolano frazioni di IPA e tracce metalliche, contribuendo all’irritazione delle vie aeree e all’aumento del carico infiammatorio nelle popolazioni esposte. In acqua, il petcoke non si scioglie, ma il particolato idrofobico può galleggiare e poi sedimentare, mentre i dilavamenti convogliano solidi sospesi e composti organici verso fossi e canali. In condizioni favorevoli di pH e potenziale redox, il vanadio può risultare più mobile e raggiungere concentrazioni ecotossicologicamente rilevanti. Non siamo di fronte a un veleno acuto, bensì a un complesso di pressioni ambientali che, se non governate, producono un impatto cumulativo significativo. “Riciclo” del petcoke: cosa si fa davvero Il termine “riciclo”, applicato al petcoke, va maneggiato con cura. Non parliamo di un rifiuto urbano da rimettere in circolo, ma di un sottoprodotto industriale il cui primo riciclo è, in realtà, la valorizzazione. La via più nobile è quella non energetica: il petcoke calcinato e a basso zolfo diventa anodo nella produzione di alluminio o elettrodo per acciaierie elettriche quando è di qualità needle. In questo caso, il carbonio non è soltanto combustibile; diventa elemento strutturale di un processo elettrochimico, pur sapendo che, durante l’elettrolisi, l’anodo si consumerà in CO₂. Per il materiale che non raggiunge questi standard, il settore cementiero offre uno sbocco importante: la presenza di calce e l’ambiente alcalino del clinker favoriscono l’intrappolamento di parte dello zolfo, rendendo le emissioni più gestibili rispetto a caldaie prive di abbattimento. Un’altra forma di “riciclo interno” molto concreta riguarda le frazioni fini: polveri e scarti di vagliatura possono essere agglomerati in bricchette o pellet, riducendo sia le dispersioni che la quota di materiale da smaltire. Infine, laddove l’infrastruttura è disponibile, la gassificazione del petcoke apre un capitolo diverso: trasformare il solido in syngas e idrogeno, abbinando cattura e stoccaggio della CO₂, significa riscrivere il bilancio ambientale e far scivolare il petcoke dalla categoria dei combustibili a quella dei feedstock chimici. Sono percorsi ancora selettivi e guidati dall’economia di impianto, ma delineano una traiettoria possibile. Danni ambientali in caso di dispersione: cosa succede davvero Quando il petcoke sfugge al controllo, l’ambiente se ne accorge in fretta. La qualità dell’aria è il primo segnale: una giornata ventosa in un terminal scoperto può portare polvere nera sui davanzali a chilometri di distanza. A livello sanitario, non è tanto l’effetto acuto a preoccupare, quanto l’esposizione ripetuta a polveri fini con IPA e metalli in adsorbimento, soprattutto per gli abitanti prossimi a stoccaggi e banchine. La pioggia compie il resto, trasformando cumuli non protetti in sorgenti di dilavamento: l’acqua scura, caricata di solidi, entra nelle reti di raccolta e nelle acque superficiali, aumentando torbidità e trasportando una frazione di carbonio particolato e contaminanti organici. Nei corpi idrici, il petcoke galleggia, si frammenta e lentamente sedimenta, creando potenziali hotspot di PAH nei sedimenti; il vanadio, a seconda della speciazione, può contribuire allo stress tossicologico di macroinvertebrati e pesci. A tutto questo si somma un aspetto spesso sottovalutato: il danno sociale. Cumuli scuri all’orizzonte, polveri sui balconi, acque di scolo imbrunite alimentano conflitti, esposti, richieste risarcitorie e, talvolta, fermi produttivi. È un costo pienamente ambientale, perché erode il capitale di fiducia con cui i siti industriali convivono col territorio. Prevenzione e buone pratiche (il vero discrimine ambientale) La buona notizia è che la gran parte di questi impatti non è inevitabile. La prevenzione si gioca su un insieme di scelte progettuali e discipline operative. Lo stoccaggio è decisivo: cumuli coperti, capannoni chiusi o sistemi di incapsulamento abbattono alla radice la dispersione; dove l’aperto è inevitabile, barriere frangivento calibrate sui regimi locali riducono l’erosione eolica. Le aree di movimentazione vanno pavimentate e impermeabilizzate, con canalizzazioni e vasche di prima pioggia in grado di trattenere i solidi; i reflui, prima dello scarico, devono attraversare trattamenti fisico-chimici che separino il particolato e adsorbano la frazione organica. Nastri, tramogge e punti di trasferimento dovrebbero essere confinati e dotati di aspirazioni con filtri a cartuccia o a maniche; la bagnatura è utile ma va gestita con parsimonia per non trasformarsi in ulteriore fonte di percolati. Sul fronte emissivo, chi usa il petcoke come combustibile deve poter contare su FGD per lo zolfo, filtri ad alte prestazioni per le polveri e DeNOx quando necessario; nei cementifici, un’accurata gestione del processo favorisce l’intrappolamento dello zolfo nel clinker. Infine, serve monitoraggio: misure in continuo o in rete diffusa di PM₁₀/PM₂.₅, deposimetria, piani meteo-operativi che impongano lo stop alle movimentazioni durante episodi di vento forte. Sono pratiche note e disponibili, che trasformano un materiale potenzialmente problematico in un flusso gestibile in sicurezza. Uno sguardo prospettico: dalla combustione alla materia Il destino del petcoke, nei prossimi anni, dipenderà da quanto rapidamente sapremo spostarne gli usi verso applicazioni a maggiore valore e minore impatto. Ridurre la dipendenza da impieghi puramente energetici, preferire i percorsi in cui il carbonio svolge una funzione materiale o chimica, potenziare la gassificazione con cattura della CO₂ dove esistono le condizioni, investire in upgrading per aumentare la quota di anode e needle grade: sono tutti tasselli della stessa strategia. È un approccio coerente con gli obiettivi climatico-ambientali e con la necessità di dare al sottoprodotto una gerarchia d’uso più responsabile. In parallelo, la disciplina gestionale resta il discrimine tra una convivenza sostenibile e un conflitto permanente con l’ambiente: là dove gli impianti chiudono i circuiti, confinano, abbattono e monitorano, gli impatti si riducono al minimo tecnico ed economico; dove queste misure mancano, il petcoke diventa un amplificatore di criticità. Non c’è fatalismo in questa valutazione, ma un invito pragmatico: trattare il petcoke come materia prima che come combustibile e, soprattutto, come responsabilità prima ancora che come opportunità.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Riuso senza tabù: il ruolo delle piattaforme digitali nella trasformazione culturale e commerciale del mercato second hand
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riuso senza tabù: il ruolo delle piattaforme digitali nella trasformazione culturale e commerciale del mercato second hand
Economia circolare

Dall’emarginazione sociale all’orgoglio sostenibile: come i marketplace digitali stanno ridefinendo il valore del riutilizzo, abbattendo pregiudizi e generando nuove opportunità per persone, aziende e comunitàdi Orizio LucaFino a pochi anni fa, parlare di riuso evocava immagini di mercatini improvvisati, oggetti scartati e una sottile percezione di disagio sociale. Acquistare o vendere usato era spesso una scelta forzata, segnata da retaggi culturali che associavano il riutilizzo a mancanza di risorse, trascuratezza o addirittura vergogna. Eppure, qualcosa di profondo è cambiato. Oggi il riuso non solo ha perso la sua connotazione negativa, ma si è trasformato in un vero e proprio fenomeno culturale, simbolo di responsabilità ambientale e di uno stile di vita consapevole. In questo cambiamento epocale, il ruolo delle piattaforme digitali è stato centrale: i marketplace online hanno rivoluzionato la percezione del riutilizzo, rendendolo accessibile, trendy e fonte di orgoglio. Ma perché il riuso non è più un tabù? Quali dinamiche sociali, economiche e tecnologiche hanno determinato questa inversione di tendenza? Analizziamo il fenomeno nei suoi aspetti più profondi. Dalla vergogna al valore: la rivoluzione culturale del riuso Per decenni, la società ha visto il nuovo come sinonimo di progresso, successo e benessere. Comprare oggetti di seconda mano era una scelta spesso nascosta, motivata da necessità più che da convinzione. Il riuso era percepito come una rinuncia, un ripiego obbligato in mancanza di alternative. Questo tabù era alimentato da pregiudizi sociali radicati e da una narrazione che collegava l’usato a una perdita di valore economico e simbolico. Il primo passo per scardinare questa mentalità è venuto dalla crescente consapevolezza ambientale. L’impatto della produzione e dello smaltimento dei beni, i cambiamenti climatici e la crisi delle risorse hanno costretto molti a riconsiderare le proprie abitudini di consumo. Il riuso ha cominciato a essere visto come una pratica intelligente e responsabile, capace di coniugare etica e risparmio. Tuttavia, la svolta vera si è avuta con la diffusione delle piattaforme digitali: questi spazi virtuali hanno saputo costruire una nuova narrazione, positiva e inclusiva, che valorizza il riutilizzo come scelta moderna, socialmente accettata e persino desiderabile. Il ruolo delle piattaforme digitali: dalla marginalità alla centralità sociale I marketplace online hanno agito come veri e propri acceleratori di cambiamento. Attraverso la tecnologia, il riuso è diventato una pratica semplice, immediata e trasparente. Pubblicare un annuncio, dialogare con potenziali acquirenti, ricevere pagamenti sicuri e persino organizzare spedizioni: tutto è a portata di click. Questa accessibilità ha permesso a milioni di persone di avvicinarsi senza timori al mondo dell’usato, sperimentando i vantaggi economici, ambientali e sociali di un modello di consumo alternativo. Ma la vera rivoluzione è culturale. Le piattaforme digitali hanno creato comunità di utenti che condividono valori, storie ed esperienze. Il riuso è diventato tema di discussione, motivo di aggregazione e punto di orgoglio personale. Le campagne di comunicazione dei marketplace non parlano solo di convenienza, ma celebrano la sostenibilità, l’originalità degli oggetti, la creatività nel dare nuova vita a beni dimenticati. Testimonianze, rating, recensioni e la presenza di influencer e personaggi pubblici hanno normalizzato la pratica, trasformando il “comprare usato” in una scelta di valore, spesso preferita al nuovo. Nuove identità: chi sono i protagonisti del riuso oggi? Un tempo il mercato dell’usato era popolato da categorie sociali ben definite: studenti, famiglie a basso reddito, amanti del vintage. Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. La platea degli utenti dei marketplace digitali è trasversale: giovani, professionisti, famiglie, imprenditori, collezionisti e persino aziende. Il riuso non è più una scelta di serie B, ma una decisione consapevole, motivata da molteplici ragioni: risparmio economico, rispetto per l’ambiente, ricerca di prodotti unici o fuori produzione, desiderio di ridurre gli sprechi. Anche le aziende hanno scoperto le opportunità del second hand: molti brand inseriscono piattaforme di riuso all’interno delle proprie strategie di responsabilità sociale, proponendo programmi di “buy back”, noleggio, riparazione o upcycling dei propri prodotti. In questo modo il riuso si integra nella filiera industriale, alimentando un ciclo virtuoso che coinvolge produttori, venditori e acquirenti. Dal pregiudizio alla normalizzazione: strategie dei marketplace per abbattere i tabù Le piattaforme digitali hanno puntato molto sulla trasparenza, la sicurezza e l’affidabilità delle transazioni, elementi chiave per superare diffidenze e resistenze culturali. Sistemi di recensioni, policy chiare, assistenza clienti e tutela dei pagamenti garantiscono che l’esperienza di acquisto e vendita sia positiva e senza rischi. Inoltre, la cura nella presentazione dei prodotti – foto di qualità, descrizioni dettagliate, filtri per condizione e prezzo – eleva la percezione dell’usato, allontanandolo dall’immagine di “merce di scarto” e avvicinandolo a quella di alternativa di valore. Un altro aspetto fondamentale è la comunicazione. I marketplace più avanzati investono in campagne che raccontano il riuso attraverso storie di successo, iniziative sociali, collaborazioni con designer e artisti, e promozione di eventi dedicati. La narrazione positiva, associata a valori di autenticità, unicità e responsabilità, rende il riuso una pratica attraente, moderna e inclusiva. Il riuso come atto identitario e scelta di stile Oggi il riuso è diventato un vero e proprio atto identitario. Acquistare, vendere, scambiare o donare oggetti nei marketplace online non è solo un modo per risparmiare o guadagnare, ma è una dichiarazione di principi. Chi sceglie il second hand si posiziona come consumatore consapevole, attento alle conseguenze delle proprie azioni e disposto a mettere in discussione i modelli tradizionali di consumo. Le nuove generazioni, in particolare, vedono nel riuso una risposta concreta alle emergenze ambientali e sociali, un modo per distinguersi e partecipare attivamente a un cambiamento collettivo. Il linguaggio stesso del riuso è cambiato: “vintage”, “pre-loved”, “re-commerce”, “upcycling” sono termini che trasmettono valore aggiunto, creatività e senso di appartenenza a una comunità globale. Anche il concetto di “nuovo” si trasforma: l’oggetto riutilizzato è nuovo per chi lo riceve, e la sua storia diventa parte integrante del suo valore. Nuove frontiere: tecnologia, innovazione e futuro del riuso L’evoluzione non si ferma. L’intelligenza artificiale aiuta a personalizzare l’esperienza d’acquisto, suggerendo oggetti sulla base delle preferenze degli utenti. La blockchain introduce nuove garanzie di autenticità, fondamentale nel mondo del lusso e dell’elettronica. La realtà aumentata permette di “provare” i prodotti prima di acquistarli. Tutte queste innovazioni contribuiscono a rafforzare la fiducia nei marketplace e a rendere il riuso sempre più facile, sicuro e accessibile. In parallelo, si moltiplicano le iniziative che uniscono il digitale al sociale: raccolte fondi, donazioni a organizzazioni benefiche, progetti di inclusione e supporto alle fasce deboli della popolazione. Così il riuso si afferma come strumento di cambiamento reale, in grado di generare valore non solo economico, ma anche ambientale e sociale. Conclusione Il riuso non è più un tabù. Grazie alle piattaforme digitali, la pratica del riutilizzo ha superato barriere culturali, pregiudizi e diffidenze, conquistando uno spazio centrale nel mercato e nella società. Oggi rappresenta un’alternativa concreta e attrattiva al consumo tradizionale, sostenuta da una narrazione positiva, dalla tecnologia e dal desiderio diffuso di contribuire a un futuro più sostenibile. Nei marketplace online, ogni oggetto che cambia mano racconta una storia di innovazione, rispetto e consapevolezza, confermando che il riuso è, a tutti gli effetti, il nuovo “must” del consumo contemporaneo. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Cina verso la leadership globale nel riciclo: un mercato da 14 miliardi di dollari in espansione
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Cina verso la leadership globale nel riciclo: un mercato da 14 miliardi di dollari in espansione
Economia circolare

Il paese asiatico accelera nella transizione verso l’economia circolare, investendo in tecnologie innovative e infrastrutture per ridurre l’impatto ambientale e promuovere la sostenibilitàdi Marco ArezioNegli ultimi anni, la Cina è emersa come un attore di spicco nel settore del riciclo dei materiali, confermando il suo impegno nel ridurre l’impatto ambientale e nel favorire lo sviluppo di un’economia circolare. Secondo recenti rapporti, il mercato cinese del riciclo dei materiali ha raggiunto un valore di circa 14 miliardi di dollari, rappresentando un passo significativo verso la sostenibilità globale. Questo articolo analizza i fattori principali che stanno alla base di questa crescita, i benefici per l’economia e l’ambiente, e le sfide che il paese affronta nel migliorare ulteriormente le sue pratiche di riciclo. Un impegno strutturale verso l’economia circolare La Cina ha intrapreso una serie di politiche per incentivare il riciclo e la gestione sostenibile dei rifiuti, specialmente a seguito della crisi dei rifiuti solidi scoppiata negli anni 2000. Nel 2018, il paese ha adottato misure drastiche vietando l’importazione di rifiuti plastici e altri materiali di scarto dall’estero. Questo provvedimento ha spinto le imprese locali a concentrarsi sul riciclo dei rifiuti domestici, stimolando investimenti in nuove tecnologie e infrastrutture. Uno dei principali driver di questo cambiamento è stata la crescente pressione internazionale e interna per ridurre l’impatto ambientale dell'industria cinese, notoriamente responsabile di una parte significativa delle emissioni globali. L'iniziativa nazionale “Made in China 2025” ha promosso l’adozione di tecnologie avanzate per migliorare l’efficienza dei processi di produzione, inclusi quelli legati alla gestione e riciclo dei rifiuti. La crescita del mercato del riciclo dei materiali L’industria del riciclo in Cina ha visto un’impennata senza precedenti, con un mercato che nel 2024 ha raggiunto il valore di 14 miliardi di dollari. Tale crescita è stata favorita da diversi fattori. Prima di tutto, la forte urbanizzazione ha creato un incremento nella produzione di rifiuti domestici, industriali e commerciali, accelerando la domanda di soluzioni per la gestione e il recupero dei materiali. In secondo luogo, lo sviluppo di tecnologie per il riciclo è diventato un pilastro dell’innovazione industriale cinese. Le aziende stanno adottando nuovi sistemi per il trattamento e il riciclo di materiali difficili, come i rifiuti elettronici e i polimeri plastici avanzati, garantendo una maggiore efficienza nel recupero di risorse preziose come metalli rari e materiali compositi. Benefici economici e ambientali L'espansione del settore del riciclo in Cina non solo ha creato opportunità economiche significative, ma ha anche comportato notevoli benefici ambientali. L’economia circolare permette di ridurre la dipendenza dalle risorse naturali, limitando così lo sfruttamento di materie prime vergini e contribuendo a ridurre le emissioni di carbonio. Inoltre, il riciclo dei materiali contribuisce alla riduzione del volume di rifiuti che finiscono in discarica, alleviando il problema della gestione dei rifiuti nelle grandi metropoli cinesi. Dal punto di vista economico, l’espansione dell’industria del riciclo ha creato nuovi posti di lavoro e ha stimolato la crescita di settori ad alto valore aggiunto, come la produzione di tecnologie per il trattamento dei rifiuti. Le aziende che operano nel settore beneficiano di incentivi fiscali e di politiche governative che incoraggiano la transizione verso un’economia più sostenibile. Questo ha portato anche ad un aumento degli investimenti stranieri in tecnologie green, attratti dal potenziale di un mercato così vasto e in rapida espansione. Le sfide da affrontare Nonostante i significativi progressi, il settore del riciclo in Cina deve ancora superare diverse sfide per realizzare il suo pieno potenziale. Una delle principali difficoltà riguarda la mancanza di standard uniformi per la qualità dei materiali riciclati. Ciò rende complicato per le aziende garantire la purezza e la qualità dei prodotti finali, limitando l’adozione diffusa dei materiali riciclati da parte delle industrie tradizionali. Un’altra questione rilevante è rappresentata dal gap tecnologico che esiste tra le diverse regioni del paese. Mentre le grandi città come Shanghai e Pechino dispongono di infrastrutture all’avanguardia per il riciclo, le aree rurali e le città di seconda fascia faticano a sviluppare un sistema di gestione dei rifiuti efficiente. Questa disparità crea uno squilibrio tra le diverse regioni nel contribuire alla riduzione complessiva dell’impronta ecologica del paese. Infine, la consapevolezza ambientale tra la popolazione rimane ancora relativamente bassa rispetto agli standard internazionali. Le campagne di sensibilizzazione e educazione sono fondamentali per garantire un coinvolgimento attivo dei cittadini nella raccolta differenziata e nel riciclo dei rifiuti domestici. Prospettive future Il futuro del riciclo dei materiali in Cina sembra promettente. Le politiche governative continuano a spingere verso una maggiore sostenibilità, e l’industria del riciclo rimane al centro dell’agenda per la lotta ai cambiamenti climatici. La Cina sta progressivamente abbracciando l’economia circolare come un’opportunità per ridurre la sua dipendenza dalle risorse estere e per migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini. Con l’espansione delle tecnologie di intelligenza artificiale e robotica, ci si aspetta che le operazioni di riciclo diventino sempre più efficienti e automatizzate, aumentando i tassi di recupero e riducendo i costi operativi. In particolare, l’uso di intelligenza artificiale per la classificazione dei rifiuti e la separazione dei materiali potrebbe rivoluzionare il settore, aprendo nuove possibilità per l’economia circolare cinese. Inoltre, l’adozione di normative più severe e lo sviluppo di standard internazionali per i materiali riciclati potrebbero favorire una maggiore cooperazione globale nel settore. L’industria cinese potrebbe diventare un leader nella produzione di materiali riciclati di alta qualità, esportando non solo prodotti ma anche know-how tecnologico in altre nazioni. Conclusione Il settore del riciclo dei materiali in Cina sta attraversando una fase di crescita straordinaria, con il potenziale di trasformare profondamente l’economia del paese. Tuttavia, per realizzare appieno questa trasformazione, sarà fondamentale affrontare le sfide attuali, migliorando l’uniformità degli standard, investendo nelle infrastrutture rurali e promuovendo una maggiore consapevolezza ambientale tra la popolazione. Il successo della Cina nel campo del riciclo potrebbe servire da modello per altre nazioni, mostrando come lo sviluppo economico e la sostenibilità possano andare di pari passo in un mondo che deve affrontare l'emergenza climatica.

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Anime di Cartone Riciclato per Cartiere: Come Sceglierle
Economia circolare

Criteri tecnici e pratiche sostenibili per ottimizzare la produzione e ridurre l'impatto ambientaledi Marco ArezioLe anime di cartone riciclato per le cartiere rappresentano un componente cruciale nel processo produttivo di queste aziende, offrendo il supporto necessario per l'avvolgimento di vari tipi di carta. La scelta del fornitore giusto e delle specifiche tecniche delle anime di cartone riciclato può influire significativamente sull'efficienza operativa, la qualità del prodotto finale e l'impatto ambientale dell'azienda. Pertanto, è essenziale considerare attentamente le caratteristiche tecniche, le opzioni di personalizzazione e i criteri di sostenibilità quando si sceglie un fornitore di anime di cartone. Criteri Tecnici per Scegliere le Anime di Cartone Riciclato per le Cartiere Nella selezione delle anime di cartone riciclate per le cartiere, è essenziale considerare una serie di criteri tecnici che determinano l'idoneità e l'efficienza del prodotto all'interno del processo produttivo. Questi criteri devono essere valutati attentamente per garantire che le anime soddisfino le esigenze operative e contribuiscano alla qualità del prodotto finale. Resistenza alla Compressione La resistenza alla compressione è un parametro fondamentale per le anime di cartone riciclato, che devono sostenere il peso della carta avvolta senza deformarsi. Questo parametro può essere misurato tramite test di compressione assiale che valutano la capacità dell'anima di mantenere la propria forma sotto carico. Le anime con elevata resistenza alla compressione evitano deformazioni che possono compromettere l'integrità del rotolo di carta. Rettilineità La rettilineità delle anime di cartone riciclato influisce direttamente sull'uniformità dell'avvolgimento della carta. Le anime devono mantenere una forma diritta per prevenire irregolarità nel rotolo di carta. La rettilineità può essere valutata mediante strumenti di misurazione ottici o meccanici che rilevano deviazioni lungo l'asse longitudinale dell'anima. Uniformità dei Diametri La costanza del diametro lungo tutta la lunghezza dell'anima è cruciale per l'interazione con le attrezzature di avvolgimento e trasformazione della carta. Le variazioni di diametro possono causare problemi di allineamento e tensionamento della carta. La precisione dimensionale delle anime viene garantita attraverso rigorosi controlli di processo e misurazioni con strumenti di alta precisione, come calibri laser. Robustezza Dinamica La robustezza dinamica è la capacità delle anime di cartone riciclato di resistere agli stress meccanici durante il trasporto e l'uso. Questa caratteristica è valutata mediante prove di resistenza agli impatti e flessioni, simulando le condizioni di trasporto e manipolazione che le anime dovranno affrontare. Anime con elevata robustezza dinamica prevengono danni e deformazioni durante queste fasi. Qualità delle Materie Prime La scelta delle materie prime è un aspetto fondamentale per la qualità complessiva delle anime di cartone riciclato. Queste devono essere realizzate con cartone riciclato di alta qualità, che garantisca resistenza e durabilità. Le proprietà delle materie prime, come la densità, la composizione delle fibre e l'adesivo utilizzato, sono importanti per ottenere le prestazioni desiderate. Resistenza alla Torsione La resistenza alla torsione è importante per prevenire deformazioni durante l'uso, specialmente quando le anime sono soggette a forze di torsione durante l'avvolgimento e lo svolgimento della carta. Questo parametro può essere testato tramite prove di torsione controllate, che misurano la capacità dell'anima di mantenere la propria integrità strutturale sotto stress torsionale. Resistenza all'Umidità La resistenza all'umidità è essenziale per le anime utilizzate in ambienti con variazioni di umidità. Le anime devono mantenere la loro rigidità e forma anche in condizioni umide, evitandone l'assorbimento che potrebbe comprometterne le prestazioni. Trattamenti specifici del cartone, come rivestimenti impermeabilizzanti, possono migliorare questa caratteristica. Sostenibilità delle Anime di Cartone per Cartiere La sostenibilità è diventata una componente essenziale nella produzione e nell'utilizzo delle anime di cartone per cartiere. Questo capitolo esplora in dettaglio le pratiche e i criteri che le aziende devono considerare per garantire che le anime di cartone contribuiscano a una produzione più sostenibile, riducendo l'impatto ambientale e rispettando le normative ambientali vigenti. Normative Ambientali e Direttive Europee Una delle principali normative che influenzano la produzione di anime di cartone è la direttiva UE 2018/852, che promuove la riduzione dei rifiuti e l'incremento delle pratiche di riciclo. Questa direttiva fa parte di un quadro legislativo più ampio volto a incentivare l'uso efficiente delle risorse e la riduzione dell'impatto ambientale dei prodotti industriali. Le aziende produttrici di anime di cartone devono conformarsi a queste normative per assicurare che i loro processi siano ecologicamente responsabili. Utilizzo di Materiali Riciclati L'uso di cartone riciclato per la produzione delle anime è una pratica chiave per la sostenibilità. Il cartone riciclato è ottenuto da carta e cartone già utilizzati, riducendo la necessità di nuove materie prime e l'impatto ambientale legato alla produzione di carta vergine. L'utilizzo di materiali riciclati non solo riduce i rifiuti, ma anche il consumo di energia e acqua, abbattendo le emissioni di CO₂ associate alla produzione. Benefici dell'Utilizzo di Cartone Riciclato Riduzione dei Rifiuti: Riutilizzare carta e cartone già utilizzati riduce la quantità di rifiuti che finiscono in discarica. Risparmio Energetico: La produzione di cartone riciclato richiede meno energia rispetto alla produzione di cartone vergine. Conservazione delle Risorse Naturali: Riduce la domanda di legno, preservando le foreste e gli ecosistemi naturali. Minore Inquinamento: La produzione di cartone riciclato genera meno emissioni di CO₂ e altri inquinanti. Processi di Produzione Eco-Friendly I processi di produzione delle anime di cartone devono essere ottimizzati per ridurre al minimo l'impatto ambientale. Questo può includere l'adozione di tecnologie a basso consumo energetico, l'utilizzo di energie rinnovabili, e l'implementazione di sistemi di gestione dei rifiuti efficienti. Le aziende possono ottenere certificazioni ambientali, come ISO 14001, per dimostrare il loro impegno verso pratiche sostenibili. Tecnologie e Pratiche Sostenibili Energie Rinnovabili: Utilizzo di fonti di energia rinnovabile, come solare o eolico, per alimentare i processi produttivi. Efficienza Energetica: Implementazione di tecnologie e processi che riducono il consumo energetico, come l'uso di motori ad alta efficienza e sistemi di recupero del calore. Riduzione delle Emissioni: Utilizzo di filtri e altre tecnologie per ridurre le emissioni di CO₂ e altri inquinanti. Gestione dei Rifiuti: Programmi di riciclo e riutilizzo degli scarti di produzione per minimizzare i rifiuti inviati in discarica. Trattamenti Eco-Compatibili I trattamenti utilizzati per migliorare le caratteristiche delle anime di cartone, come la resistenza all'umidità e alla torsione, devono anch'essi essere ecocompatibili. L'uso di adesivi e rivestimenti a base d'acqua, privi di solventi nocivi, contribuisce a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, tali trattamenti devono essere facilmente riciclabili, garantendo che le anime di cartone possano essere riciclate al termine del loro ciclo di vita. Economia Circolare per la Sostenibilità delle Anime di CartoneL'approccio dell'economia circolare è fondamentale per la sostenibilità delle anime di cartone. Questo modello economico mira a mantenere i materiali e i prodotti in uso il più a lungo possibile, riducendo i rifiuti e ottimizzando l'uso delle risorse. Per le anime di cartone, l'economia circolare implica: Progettazione per la Riciclabilità: Le anime devono essere progettate in modo da poter essere facilmente riciclate al termine del loro ciclo di vita. Ciclo di Vita Esteso: Migliorare la durabilità delle anime per prolungare il loro utilizzo e ridurre la frequenza di sostituzione. Recupero e Riciclo: Implementazione di sistemi per il recupero delle anime usate e il loro riciclo in nuovi prodotti. Conclusioni La scelta delle anime di cartone riciclate per cartiere richiede una valutazione approfondita delle caratteristiche tecniche per garantire efficienza e qualità nel processo produttivo. Resistenza alla compressione, rettilineità, uniformità dei diametri, robustezza dinamica, qualità delle materie prime, resistenza alla torsione e all'umidità, e conformità agli standard di sostenibilità sono criteri essenziali per selezionare anime che rispondano adeguatamente alle esigenze operative delle cartiere. La sostenibilità delle anime di cartone per cartiere richiede un approccio integrato che consideri l'intero ciclo di vita del prodotto, dalle materie prime alla produzione, dall'uso allo smaltimento. L'adozione di materiali riciclati, processi di produzione eco-friendly, trattamenti ecocompatibili e principi di economia circolare sono tutti elementi chiave per minimizzare l'impatto ambientale e promuovere una produzione più sostenibile. Inoltre, l'impegno verso la responsabilità sociale e il rispetto delle normative ambientali contribuiscono a creare un'industria più responsabile e attenta all'ambiente.

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https://www.rmix.it/ - I Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e Speculazioni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e Speculazioni
Economia circolare

I Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e Speculazionidi Marco ArezioI rifiuti elettronici sono quella massa di prodotti di uso comune come elettrodomestici, telefonini, televisori, computers e molti altri oggetti che raggiungono, più o meno velocemente, una condizione di obsolescenza, voluta dai produttori o dalla moda o per rotture tecniche, in un tempo sempre più rapido.A differenza dei rifiuti plastici, di vetro, di metallo, di carta o di tessuti, il rifiuto elettronico è un complesso articolato di componenti di varia natura e provenienza che ne fa, di per sé, un oggetto complicato per il riciclo. Inoltre un oggetto elettronico contiene molte sostanze chimiche pericolose che se non trattate in modo corretto comportano seri danni all’ecosistema e all’uomo. Ci sono molti motivi per spingere sull’industria del riciclo legale delle apparecchiature elettroniche, tra le quali possiamo annoverare il rispetto dell’ambiente, la tossicità di alcuni componenti che sono presenti all’interno delle apparecchiature, che devono essere gestiti in maniera corretta e responsabile, ma anche la crescente domanda dei materiali nobili, da parte dei produttori, per la costruzione di nuovi dispositivi. Infatti, molti minerali rari che sono necessari per le moderne tecnologie provengono da paesi che non rispettano i diritti umani. Per evitare di sostenere inconsapevolmente conflitti armati e violazioni dei diritti umani, i deputati del Parlamento europeo hanno adottato norme che impongono agli importatori europei di materiali preziosi di effettuare dei controlli sul ciclo di lavoro per garantire che non si verifichino fenomeni di sfruttamento dei lavoratori, di inquinamento delle terre e di reputazione dei fornitori. Anche per questo motivo la crescita del mercato legale del riciclo di questo settore risulta di particolare importanza. Se volessimo fare una classifica di quale siano i rifiuti elettronici più comuni possiamo dire che i grandi elettrodomestici, come le lavatrici e le stufe elettriche, sono tra i quelli più raccolti e rappresentano oltre la metà di tutti i rifiuti elettrici ed elettronici. Seguono le apparecchiature informatiche e di telecomunicazione (computer portatili, stampanti), le apparecchiature di consumo (videocamere, lampade fluorescenti) e i pannelli fotovoltaici nonché i piccoli elettrodomestici (aspirapolvere, tostapane). Tutte le altre categorie, come gli attrezzi elettrici e i dispositivi medici, rappresentano in totale il 7,2% dei rifiuti elettronici ed elettrici raccolti. Il riciclo dei rifiuti elettronici, nonostante vi siano sostanze preziose al loro interno come il rame, lo stagno, l’oro, il titanio, l’argento, l’alluminio, rimane del tutto insufficiente, in termini di volumi riciclati, rispetto alla produzione annua di apparecchiature nuove. L’ONU nel solo 2017 ha stimato in 50 milioni di tonnellate in tutto il mondo la massa di rifiuti elettronici di cui l’80% è finito nelle discariche. Quali sono i motivi per cui si ricicla così poco?Innanzitutto la complessità degli apparecchi, formati da molti elementi diversi tra loro e l’alto standard qualitativo, che impone l’uso di materie prime chimicamente complesse, che richiederebbe lo smontaggio degli apparecchi per una separazione corretta in elementi costitutivi. In realtà gli molti apparecchi non vengono smontati, specialmente quelli più piccoli, ma macinati e divisi successivamente con la perdita di molti materiali e il parziale inquinamento degli elementi riciclabili. Possiamo dire che solo alcuni produttori hanno avviato il ritiro dei propri prodotti usati a fine vita, come Apple per esempio, creando un flusso di rifiuti del tutto pulito dai quali estrae i materiali più preziosi tra cui l’oro. Inoltre il ritmo di produzione e di vendita degli apparecchi, come i telefonini, vede ogni anno un ciclo di cambio pari a circa il 25% della popolazione, inoltre nelle case sarebbero accumulati 500 milioni di apparecchi inutilizzabili che incombono sulla quota dei rifiuti elettronici globali. I sistemi di riciclo dei rifiuti elettronici - RAEE Il recupero dei componenti degli apparecchi elettronici avviene principalmente attraverso i processi di triturazione e separazione del macinato risultante, secondo la sua natura. Il vetro, la plastica i metalli e altri prodotti minori vengono separati con sistemi meccanici e per densità, creando famiglie omogenee di scarti che potranno diventare nuova materia prima. Purtroppo, all’interno di un apparecchio elettronico, una quota considerevole di materiali non può essere separato e riciclato per la complessità delle ricette chimiche richieste durante la loro produzione. Per queste difficoltà e per gli alti costi di riciclo, attualmente una quota tra il 60 e 80% dei rifiuti elettronici a fine vita vengono inviati in paesi in via di sviluppo, a volte in maniera poco trasparente, dove gli apparecchi vengono separati manualmente, con sistemi che comportano enormi problemi sanitari e ambientali in cui avviene il lavoro. Molti degli prodotti che sono avviati al riciclo o alla discarica sono strumenti ancora validi e recenti, ma attualmente la loro costituzione, strutturale e di processo per il loro funzionamento, ne rende difficile o antieconomica la riparazione, a volte volutamente impossibile dai produttori, così da creare un volano di nuovi acquisti e di conseguenza un aumento esponenziale dei rifiuti. In un’ottica generale questo consumismo sfrenato in cui la vita del prodotto viene programmata per durare il meno possibile, creando un nuovo bisogno di acquisto, va contro ogni logica di sostenibilità a cui gli organi competenti devono dare un freno.Categoria: notizie - RAEE - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Urban Mining e RAEE: il Giappone scommette sul recupero di oro, rame e metalli critici dai rifiuti elettronici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Urban Mining e RAEE: il Giappone scommette sul recupero di oro, rame e metalli critici dai rifiuti elettronici
Economia circolare

Dalla sicurezza delle forniture industriali alla nuova politica circolare del 2025-2026, ecco perché il Giappone accelera sull’urban mining dei RAEE  Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura stimato: 10 minutiUrban mining dei RAEE in Giappone: una strategia industriale, non solo ambientale Quando si parla di urban mining si pensa spesso a una formula suggestiva, quasi giornalistica: scavare nelle città invece che nelle miniere. Nel caso del Giappone, però, questa espressione ha ormai perso il carattere metaforico e descrive una scelta industriale precisa. Il Paese è oggi uno dei maggiori generatori mondiali di rifiuti elettronici: secondo il Global E-waste Monitor 2024, nel 2022 il Giappone ha prodotto circa 2,6 milioni di tonnellate di e-waste, pari a circa 21 kg pro capite, collocandosi tra i primi Paesi al mondo per intensità di produzione di RAEE. Nello stesso anno il pianeta ha generato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, ma solo il 22,3% è stato documentato come raccolto e riciclato correttamente; ancora più significativo è il fatto che appena l’1% della domanda di terre rare sia oggi soddisfatta dal riciclo dei RAEE. Questi numeri spiegano perché il Giappone abbia smesso di trattare i RAEE come un semplice problema di smaltimento. Per Tokyo, l’urban mining è diventato una componente della sicurezza economica nazionale. I documenti energetici e industriali più recenti del governo lo dicono in modo molto chiaro: il Paese dipende quasi totalmente dalle importazioni per le risorse minerarie, e nel caso di litio, cobalto e nichel la dipendenza è indicata come del 100%. Allo stesso tempo, il Strategic Energy Plan del 2025 sottolinea che rame, metalli minori e minerali critici sono essenziali per batterie, motori, semiconduttori e in generale per la transizione digitale ed energetica. Il punto, quindi, non è soltanto recuperare qualche grammo d’oro dagli smartphone dismessi. Il punto è ridurre la vulnerabilità di un’economia avanzata che vive di manifattura, elettronica, auto, batterie, componentistica e materiali funzionali. Il governo giapponese riconosce apertamente che l’incertezza sulle catene di approvvigionamento è cresciuta anche a causa dei controlli all’export introdotti nel 2023 su prodotti legati a gallio, germanio e grafite e nel 2024 su prodotti legati all’antimonio. In altre parole, il recupero dei metalli contenuti nei RAEE non è più una politica ancillare della gestione dei rifiuti, ma un pezzo della strategia di resilienza industriale. Dal simbolo delle Olimpiadi alla realtà dei flussi industriali Il Giappone aveva già mostrato al mondo il potenziale narrativo dell’urban mining con il progetto delle medaglie di Tokyo 2020. Le circa 5.000 medaglie dei Giochi furono prodotte con metalli estratti da telefoni cellulari, piccoli elettrodomestici e altri dispositivi raccolti in tutto il Paese, con un recupero complessivo di 32 kg d’oro, 3.500 kg d’argento e 2.200 kg di rame. Fu un’operazione altamente simbolica, ma non solo simbolica: rese visibile all’opinione pubblica che i rifiuti elettronici sono una riserva materiale già presente sul territorio nazionale. Da allora, però, il discorso giapponese si è spostato dal piano educativo a quello strutturale. Nel rapporto ambientale del 2025, il governo collega la circular economy non soltanto alla riduzione dei rifiuti, ma alla necessità di costruire sistemi che garantiscano materiali riciclati con qualità e quantità compatibili con i fabbisogni dell’industria. Lo stesso documento ricorda che alla fine del 2024 il Consiglio interministeriale sull’economia circolare ha elaborato un “Package for Accelerating the Transition to a Circular Economy”, mentre il Quinto Piano Fondamentale per una Sound Material-Cycle Society, formulato nell’agosto 2024, è stato assunto come strategia nazionale di coordinamento dell’azione pubblica. Non è un dettaglio. Finché il riciclo resta separato dalla manifattura, l’urban mining produce materiali ma non sempre genera filiere stabili. Quando invece il governo spinge sull’integrazione tra chi produce beni e chi tratta rifiuti, il RAEE cambia natura economica: smette di essere un costo da gestire e diventa feedstock industriale. È questo il salto che il Giappone sta cercando di compiere. I dati ufficiali più recenti: raccolta ancora insufficiente, valore dei metalli molto alto Qui emerge il paradosso più interessante. I dati ufficiali più aggiornati disponibili al 26 marzo 2026 per il flusso della piccola elettronica giapponese sono quelli dell’anno fiscale 2023, pubblicati e discussi nei tavoli ministeriali del 2025. Secondo il Ministero dell’Ambiente, nel FY2023 la quantità di piccoli elettrodomestici e dispositivi raccolti e conferiti ai riciclatori è stata di 86.410 tonnellate, in calo di circa il 3% rispetto all’anno precedente e ben lontana dall’obiettivo storico di 140.000 tonnellate annue. Il massimo recente era stato superato nel FY2020 con oltre 102.000 tonnellate; da allora la curva si è indebolita. Le cause individuate dallo stesso governo sono istruttive: stagnazione della raccolta comunale, proliferazione di canali alternativi fuori dal perimetro della legge sulla piccola elettronica, insufficiente consapevolezza dei consumatori e progressiva miniaturizzazione dei dispositivi, che riduce il peso dei flussi raccolti anche quando il numero di pezzi non crolla. È una diagnosi molto concreta: il limite dell’urban mining giapponese oggi non è solo metallurgico, ma logistico, organizzativo e comportamentale. Eppure, dentro queste 86.410 tonnellate c’è una densità di valore che spiega perfettamente perché Tokyo non abbia intenzione di rallentare. Sempre per il FY2023, i riciclatori accreditati hanno ottenuto, dopo selezione e raffinazione, 36.119 tonnellate di ferro, 3.827 tonnellate di alluminio, 2.211 tonnellate di rame, 322 kg d’oro, 3.088 kg d’argento e 38 kg di palladio. Valutando questi metalli ai prezzi di riferimento usati dal ministero al 1° giugno 2024, il solo oro valeva circa 3,76 miliardi di yen, pari a quasi il 40% del valore totale dei metalli considerati; il rame valeva circa 2,43 miliardi di yen, cioè oltre un quarto del totale. Complessivamente, i sette gruppi metallici riportati in tabella arrivavano a circa 9,49 miliardi di yen. Questo è il cuore del tema. L’oro cattura l’attenzione mediatica, ma il vero significato economico dell’urban mining giapponese sta nella combinazione tra metalli preziosi ad alta densità di valore e metalli di base o critici indispensabili alla manifattura avanzata. Se si guarda solo all’oro, si vede una storia brillante; se si guarda al rame, al palladio, al nichel, al cobalto e ai metalli minori, si vede la struttura profonda della politica industriale giapponese. Perché il rame conta quasi quanto l’oro In un Paese manifatturiero come il Giappone, il rame non è un metallo “povero” rispetto all’oro: è un metallo strategico. Il Strategic Energy Plan del 2025 colloca esplicitamente il rame tra i materiali essenziali per batterie di accumulo, motori, semiconduttori e altri prodotti chiave della transizione energetica e digitale. Un altro documento METI del 2025 ribadisce che, con l’avanzata di GX e DX, il governo sta valutando misure per assicurare in modo strategico basi metalliche e minerali critici, “such as copper resources”, necessari all’elettrificazione e agli investimenti industriali interni. Questo spiega perché l’urban mining giapponese non punti solo sui metalli nobili recuperabili dalle schede ad alto contenuto tecnologico. La logica è più ampia: costruire una base domestica di approvvigionamento secondario, capace di integrare miniere estere, stock strategici, raffinazione nazionale e riciclo interno. In questa architettura il rame è il ponte tra il mondo dei RAEE e il mondo della grande industria elettrica ed elettronica. L’oro porta marginalità; il rame porta massa, continuità e compatibilità con le grandi filiere. Come funziona l’urban mining giapponese sul piano industriale Dal punto di vista tecnico-industriale, il Giappone sta cercando di rafforzare quello che nei documenti ambientali viene definito coordinamento tra industrie “arteriali” e “venose”: da un lato manifattura e distribuzione, dall’altro gestione del rifiuto, selezione, smontaggio, trattamento e raffinazione. L’obiettivo è creare un sistema che fornisca materiali riciclati nella qualità e nella quantità richieste dai produttori. È una formulazione importante, perché supera la vecchia idea del riciclo come attività residuale e lo riconosce come infrastruttura industriale. Anche sul territorio questo approccio prende forma concreta. Nel rapporto ambientale 2025 il governo cita il caso di Kitakyushu come il più grande Eco-Town giapponese, con 25 imprese del riciclo attive a marzo 2025 e circa 1.000 posti di lavoro creati. Lo stesso distretto viene presentato come un luogo in cui si stanno sviluppando sistemi di riciclo per pannelli fotovoltaici, batterie ricaricabili per auto, risorse alimentari e altri flussi complessi. In altre parole, l’urban mining non viene concepito come un settore isolato, ma come parte di una geografia industriale della circular economy. Su questa base territoriale si appoggia una metallurgia avanzata già molto sviluppata. DOWA dichiara di poter riciclare fino a 22 elementi metallici differenti e, nel sito di Kosaka, produce quasi 20 diversi metalli di valore, tra cui oro, argento, rame, indio, gallio, antimonio, platino, rodio e palladio. JX Advanced Metals afferma di utilizzare materie prime minerarie e flussi riciclati provenienti da elettrodomestici e apparecchiature elettroniche a fine vita per produrre rame raffinato con purezza superiore al 99,99%, oltre a metalli preziosi e minori come sottoprodotti del processo fusorio. Mitsubishi Materials, infine, definisce “world-class” la propria capacità di trattamento dell’e-scrap e indica un target di 240.000 tonnellate annue di capacità entro il 2030. La vera accelerazione del 2025-2026 La novità più rilevante, oggi, è che il Giappone non si limita a valorizzare impianti e competenze esistenti, ma sta cercando di scalarli con nuovi strumenti legislativi e nuovi investimenti. L’Act Concerning Sophistication of Recycling Business, etc. to Promote Resource Circulation mira esplicitamente a promuovere decarbonizzazione, sicurezza dell’approvvigionamento e disponibilità di risorse riciclate in qualità e quantità adeguate, istituendo un sistema di autorizzazione e certificazione nazionale per l’innalzamento qualitativo del riciclo. Nel grande piano d’azione economico del 2024, il governo scrive inoltre che, sulla base di questo nuovo atto, intende certificare più di 100 progetti avanzati di resource circulation in tre anni. Ancora più indicativo è l’obiettivo quantitativo fissato per l’e-scrap: portare il volume di trattamento del riciclo di rottami elettronici a circa 500.000 tonnellate entro il 2030, cioè un aumento del 50% rispetto al 2020, sostenendo investimenti in impianti e hub. Questo passaggio è forse il segnale più netto del fatto che l’urban mining dei RAEE sia ormai considerato una leva industriale nazionale. Anche il 2026 mostra segnali di accelerazione internazionale. Nel Joint Fact Sheet Giappone-USA del 20 marzo 2026, METI segnala l’interesse di Mitsubishi Materials a sviluppare una futura attività di riciclo delle terre rare in Giappone con ReElement Technologies e ricorda il progetto Exurban negli Stati Uniti, incentrato su una fonderia secondaria che usa solo rottami, come schede elettroniche esauste, per produrre rame, nichel, stagno, oro, argento e metalli del gruppo del platino. Pochi giorni dopo, il 24 marzo 2026, ITOCHU ha annunciato con la controllata Belong la nascita di ERI Japan, joint venture con il grande operatore statunitense ERI per sviluppare il riciclo di apparecchiature IT in Giappone; la stessa nota collega l’operazione al nuovo quadro legislativo del novembre 2025 e alla crescita prevista del mercato IT asset disposition. I limiti reali dell’urban mining dei RAEE Sarebbe però un errore presentare l’urban mining come la soluzione totale alla questione dei minerali critici. Gli stessi dati globali dicono che, nonostante l’enorme valore potenziale dei RAEE, oggi solo l’1% della domanda di terre rare è soddisfatta dal riciclo dell’e-waste. Ciò significa che l’urban mining può diventare un pilastro importante delle filiere, ma non sostituisce integralmente l’estrazione primaria. La sua forza sta soprattutto nel ridurre dipendenze, recuperare valore già disperso nei consumi, abbattere parte degli impatti ambientali dell’estrazione e offrire una fonte domestica complementare di metalli. Il governo giapponese mostra di essere consapevole anche di un altro limite: non basta raccogliere rifiuti elettronici, bisogna farlo in modo selettivo, tracciabile e compatibile con le esigenze industriali. Per questo insiste su raccolta differenziata più ampia, tecnologie di smontaggio, frantumazione e selezione, sistemi digitali, AI e cooperazione tra produttori e operatori del riciclo. La sfida non è soltanto “riciclare di più”, ma “riciclare meglio”, in modo che il materiale secondario possa davvero sostituire una quota crescente di materia prima vergine nelle catene del valore giapponesi. Perché il Giappone può fare scuola Il caso giapponese è particolarmente interessante perché unisce tre dimensioni che altrove sono spesso separate. La prima è la cultura del recupero, resa visibile anche in chiave pubblica con il progetto olimpico. La seconda è la presenza di un’industria metallurgica sofisticata, capace di recuperare molti elementi con processi integrati di selezione, fusione e raffinazione. La terza è la scelta politica di trattare la circular economy come una questione di competitività, non solo di sostenibilità. Non a caso, METI stima per la “resource autonomous circular economy” un mercato da 80 trilioni di yen nel 2030 e da 120 trilioni di yen nel 2050. Per chi osserva l’evoluzione del riciclo in Europa o in Italia, il Giappone offre dunque una lezione importante. L’urban mining funziona davvero quando esistono insieme normativa, raccolta, impianti, tecnologia metallurgica, domanda industriale e una regia pubblica che considera il metallo riciclato come materia strategica. Se manca uno di questi anelli, il sistema rallenta. Se invece questi anelli vengono coordinati, il RAEE smette di essere un rifiuto per diventare un deposito urbano di risorse ad alto valore. Conclusioni Il Giappone accelera sull’urban mining dei RAEE perché ha capito prima di altri che la battaglia per i metalli del XXI secolo non si giocherà solo nelle miniere tradizionali, ma anche dentro le città, gli impianti di selezione, le fonderie secondarie e le catene di ritiro dell’elettronica a fine vita. Oro, rame, palladio e metalli critici contenuti nei rifiuti elettronici non rappresentano solo un’opportunità ambientale: rappresentano un’assicurazione industriale contro la volatilità geopolitica, un fattore di decarbonizzazione e una base concreta per la competitività manifatturiera. Per questo, più che un capitolo della gestione rifiuti, l’urban mining giapponese va letto come una politica di sovranità materiale. E i dati più recenti mostrano che, pur con limiti ancora evidenti nella raccolta, il Paese sta già costruendo le condizioni per trasformare i RAEE da problema urbano a riserva strategica nazionale. FAQ Che cosa significa urban mining dei RAEE? Significa recuperare metalli e altre materie prime da rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, trattando smartphone, computer, piccoli elettrodomestici e schede elettroniche come una fonte secondaria di risorse. Nel caso giapponese questa attività è ormai inserita in una strategia nazionale di economia circolare e sicurezza delle forniture. Perché il Giappone punta soprattutto sui RAEE? Perché il Giappone genera grandi quantità di rifiuti elettronici, dipende quasi totalmente dalle importazioni minerarie e considera rame, metalli minori e minerali critici essenziali per batterie, motori e semiconduttori. L’urban mining riduce quindi sia la pressione ambientale sia la vulnerabilità strategica delle filiere industriali. Quali sono i dati ufficiali più recenti sulla piccola elettronica in Giappone? Gli ultimi dati ufficiali consolidati disponibili al 26 marzo 2026 sono quelli del FY2023: 86.410 tonnellate raccolte, con recuperi di 2.211 tonnellate di rame, 322 kg d’oro, 3.088 kg d’argento e 38 kg di palladio, oltre a grandi quantità di ferro e alluminio. L’urban mining può sostituire del tutto le miniere tradizionali? No. Può integrare in modo rilevante le forniture e aumentare la sicurezza materiale, ma non sostituisce completamente l’estrazione primaria. A livello globale, il Global E-waste Monitor 2024 ricorda che solo l’1% della domanda di terre rare è oggi coperta dal riciclo dei RAEE. Quali aziende giapponesi sono protagoniste dell’urban mining? Tra gli attori più importanti ci sono DOWA, che dichiara il recupero di 22 elementi metallici, JX Advanced Metals, che produce rame raffinato oltre il 99,99% anche da flussi riciclati, e Mitsubishi Materials, che punta a 240.000 tonnellate annue di capacità di trattamento e-scrap entro il 2030. Qual è l’obiettivo del Giappone per l’e-scrap al 2030? Il piano d’azione economico del governo indica l’obiettivo di portare il volume di trattamento dell’e-scrap a circa 500.000 tonnellate entro il 2030, pari a un aumento del 50% rispetto al 2020, sostenendo investimenti in impianti e hub di riciclo avanzato. Fonti Ministero dell’Ambiente del Giappone, Annual Report on the Environment in Japan 2025 e capitolo su economia circolare. Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria del Giappone, Strategic Energy Plan 2025. METI, documenti su politica industriale 2024-2025 e mercato della circular economy. Ministero dell’Ambiente del Giappone, documenti 2025 sulla piccola elettronica e sul recupero di metalli da RAEE. METI e Ministero dell’Ambiente del Giappone, risultati FY2023 della legge sul riciclo dei grandi elettrodomestici. E-Waste Monitor / UNITAR / ITU, Global E-waste Monitor 2024. Governo del Giappone, progetto medaglie Tokyo 2020 da “urban mine”. Testi ufficiali e outline della legge giapponese sulla sofisticazione del riciclo e della resource circulation. Fonti aziendali ufficiali: DOWA, JX Advanced Metals, Mitsubishi Materials, ITOCHUImmagine su licenza © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Recupero dell'Apatite dai Fanghi di Miniera: Tecniche Avanzate di Separazione con Mezzi Pesanti Centrifughi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Recupero dell'Apatite dai Fanghi di Miniera: Tecniche Avanzate di Separazione con Mezzi Pesanti Centrifughi
Economia circolare

Scopri come il recupero dell'apatite dai fanghi di miniera, trasforma i materiali di scarto in preziose risorse per l'industria agricola e chimicadi Marco ArezioIl recupero dell'apatite dai fanghi di miniera rappresenta una sfida importante per l'industria mineraria, che deve affrontare il problema di ridurre gli sprechi e incrementare l'efficienza delle operazioni estrattive. L'apatite, un minerale fosfatico, è una preziosa fonte di fosforo, elemento cruciale per l'industria dei fertilizzanti e per altri settori industriali. Questo articolo esamina le tecniche avanzate utilizzate per il recupero dell'apatite, con un focus particolare sulla separazione con mezzi pesanti centrifughi, una tecnologia emergente che offre nuove possibilità per massimizzare l'efficienza e minimizzare gli scarti.I Fanghi di Miniera e la Composizione dell'Apatite I fanghi di miniera sono un sottoprodotto inevitabile delle operazioni di estrazione. Si tratta di una miscela di acqua, argilla, sabbia e particelle minerali, che spesso contiene materiali di valore come l'apatite. L'apatite è un fosfato di calcio contenente fluoro, cloro o idrossido, ed è il principale minerale da cui si ottiene il fosforo. La difficoltà di recuperare questo minerale dai fanghi risiede nella sua dimensione granulometrica fine e nella complessità della matrice di fanghi, che richiedono tecniche sofisticate per la separazione efficace.Importanza dell'Apatite nell'Industria e nell'Agricoltura L'apatite è di fondamentale importanza per la produzione di fertilizzanti fosfatici, indispensabili per sostenere la produttività agricola globale. Il fosforo è uno dei tre macronutrienti essenziali per le piante, insieme all'azoto e al potassio. Inoltre, l'apatite trova impiego anche nell'industria chimica, nella produzione di acido fosforico e in alcuni materiali destinati alla salute dentale, come i materiali per trattamenti di remineralizzazione. Recuperare l'apatite dai fanghi di miniera può contribuire significativamente alla riduzione della dipendenza dalle risorse vergini e al miglioramento della sostenibilità ambientale.Tecnologie Avanzate di Separazione con Mezzi PesantiLa separazione con mezzi pesanti è una tecnica utilizzata per la separazione dei minerali basata sulla differenza di densità. La variante centrifuga di questa tecnica utilizza la forza centrifuga per migliorare l'efficienza della separazione, specialmente per particelle fini come quelle presenti nei fanghi di miniera. Il processo prevede l'utilizzo di un mezzo pesante liquido, come una soluzione ad alta densità, in cui i fanghi vengono introdotti e poi sottoposti a centrifugazione. La forza centrifuga consente di separare le particelle di apatite da quelle di scarto, ottenendo una concentrazione elevata del minerale desiderato.Vantaggi Economici e Ambientali del Recupero Il recupero dell'apatite dai fanghi di miniera offre molteplici benefici. Dal punto di vista economico, permette di ridurre i costi legati allo smaltimento dei fanghi e di generare un valore aggiunto recuperando un materiale prezioso. Dal punto di vista ambientale, il recupero dell'apatite riduce la necessità di estrarre nuove risorse, contribuendo alla conservazione delle risorse naturali e alla riduzione dell'impatto ambientale legato all'estrazione mineraria. Inoltre, il processo di separazione con mezzi pesanti centrifughi richiede meno energia rispetto ad altre tecniche, migliorando l'efficienza complessiva.Sfide Tecniche nel Recupero dell'Apatite Nonostante i vantaggi, il recupero dell'apatite presenta diverse problematiche tecniche. La variabilità nella composizione dei fanghi è una delle principali difficoltà, poiché richiede un adattamento continuo dei parametri di processo. Inoltre, la presenza di impurità e la necessità di ottenere una purezza sufficiente per l'applicazione industriale rappresentano ulteriori difficoltà. L'efficienza del processo dipende dalla corretta impostazione della densità del mezzo pesante e dalla velocità di centrifugazione, che devono essere ottimizzati per ogni specifica composizione dei fanghi.Ottimizzazione dei Parametri di Recupero L'ottimizzazione dei parametri operativi è cruciale per migliorare l'efficienza del recupero dell'apatite. Tra i parametri principali ci sono la densità del mezzo pesante, la velocità di centrifugazione e il tempo di residenza nel sistema centrifugo. La ricerca attuale si concentra sull'individuazione delle condizioni ottimali che permettano di massimizzare la separazione dell'apatite mantenendo bassi i costi operativi. L'utilizzo di modelli matematici e simulazioni computazionali sta fornendo nuove prospettive per la progettazione e il miglioramento dei processi di recupero.Prospettive Future e Innovazioni nel Recupero Minerario Il recupero dell'apatite dai fanghi di miniera è un campo in continua evoluzione. Le innovazioni tecnologiche, come l'integrazione di sistemi di monitoraggio in tempo reale e l'automazione dei processi, potrebbero migliorare ulteriormente l'efficienza e la sostenibilità del recupero. Inoltre, l'adozione di pratiche di economia circolare all'interno dell'industria mineraria potrebbe favorire la valorizzazione di altri minerali presenti nei fanghi di miniera, contribuendo a una gestione più sostenibile delle risorse. La collaborazione tra industria, istituti di ricerca e governi sarà fondamentale per promuovere lo sviluppo e l'adozione di queste tecnologie.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
Economia circolare

Togliamo dal vocabolario dell’economia circolare la parola rifiutodi Marco ArezioNon è un esercizio di lessico accademico, quello che vorrebbe che la parola Rifiuto scomparisse dal vocabolario per essere sostituita da –Risorsa– ma una provocazione che serve a farci capire come, in un periodo in cui le parole – Economia Circolare e Rifiuti – assumono un’importanza nella comunicazione generale, facciamo un pò di confusione e difficoltà a capirne i veri termini e le vere implicazioni. Il modello circolare di cui tanto si parla, non è solo quello di cercare di fare del nostro meglio, come cittadini, per avere una vita che sia più rispettosa dell’ambiente, quindi ridurre gli imballi, ridurre l’uso della plastica, razionalizzare gli spostamenti con i mezzi a con motori termici, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata per evitare gli sprechi, razionalizzare l’uso dell’acqua, favorire negli acquisti le aziende che producono rispettando l’ambiente e sfavorire chi non lo fà. Potremmo citare molti altri comportamenti virtuosi da tenere, ma non dobbiamo dimenticarci che l’economia circolare si raggiunge attraverso una crescita culturale continua che può aiutare il nostro pianeta. Non ci dobbiamo accontentare dei piccoli gesti quotidiani, peraltro importantissimi, ma dobbiamo guardare, con la mente aperta, a come migliorare la nostra vita da cittadini “circolari“, perchè le idee di molti possono aiutare il sistema produttivo e distributivo. Nella filiera dell’economia circolare ci sono aree ancora trascurate e inespresse, a causa di deficit comunicativi, di una struttura manageriale e di una parte di consumatori che non hanno realmente compreso l’importanza degli argomenti trattati, di una errata scala dei valori in cui il denaro gioca un ruolo importante nelle scelte di tutti. Queste aree le troviamo in molti settori produttivi e distributivi su cui dovremmo lavorare meglio per dare un risultato più concreto al progetto comune di un’economia e di una vita meno impattante sull’ambiente. La prima cosa da fare è declassificare la parola rifiuto e riclassificarla come risorsa. La bottiglia dell’acqua che buttiamo non è un rifiuto, per fare un esempio banale, è la risorsa che permetterà alle aziende di produrre, nuovamente, altre bottiglie, indumenti, imbottiture per divani, articoli per il packaging senza intaccare le risorse naturali. La seconda cosa è la produzione di articoli con materiali che possano essere riciclati al 100%, non può più succedere che l’immissione sul mercato di un prodotto, un imballo per esempio, non tenga conto dei parametri di riciclabilità e possa costituire, per la collettività, un rifiuto che non sia una risorsa. La terza cosa, nell’era di internet super veloce, è la comunicazione circolare trasversale, che significa che lo scarto di produzione di un settore che non può essere riutilizzato nuovamente all’interno di esso, possa diventare una risorsa per atri settori. Le piattaforme web servono per comunicare anche, appunto, trasversalmente, informazioni in tempo reale che possano risolvere problematiche immediate e concrete. Ogni settore industriale è gravato da una parte di rifiuti di lavorazione che, nonostante accurate analisi, non può essere riutilizzato all’interno di esso, ma deve essere messo a disposizione di altri settori, in modo da poter scoprire le potenzialità del prodotto-rifiuto che può essere impiegato in campi differenti, così da creare una economia circolare trasversale. Per fare alcuni esempi, certamente non esaustivi, possiamo citare: Gli scarti del settore della carta potrebbero essere valorizzati nel settore della plastica Gli scarti della combustione del carbone potrebbero essere impiegati nel campo delle ceramiche Gli scarti della lavorazione delle pietre e delle demolizioni nel settore edile Gli scarti del vetro nell’arredamento e nel calcestruzzo I fanghi di alcune lavorazioni industriali possono essere impiegati in vari settori. Gli scarti di plastiche composite possono diventare polvere per compounds Gli scarti di alcuni rifiuti plastici non riciclabili da impiegare nel settore dei bitumi Ci sono molti altri esempi di settori che già si scambiano i rifiuti-risorse, ma il problema che i numeri sono decisamente bassi e molti dei prodotti descritti ed altri non citati, oggi, finiscono ancora in discarica e, a volte, anche per mancanza di comunicazione, che crea nuove opportunità e un nuovo modello circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiutoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Spunbond Sostenibile: Polipropilene Riciclato ed Energia Rinnovabile 100%
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Spunbond Sostenibile: Polipropilene Riciclato ed Energia Rinnovabile 100%
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Qualità tecnica dei tessuti non tessuti, campi di applicazione, circolarità delle materie prime ed impronta carbonica ridottadi Marco ArezioLo spunbond dell’azienda di cui parliamo oggi, è un tessuto non tessuto in polipropilene riciclato che viene realizzato utilizzando, in produzione, solo energia rinnovabile. Lo Spunbond in PP è un materiale leggero ma incredibilmente resistente, appartenente al gruppo dei tessuti sintetici, oggi anche riciclati, omogeneo e sulla superficie è visibile un debole effetto geometrico. Questo tipo di tessuto non tessuto in polipropilene è impiegato in moltissimi campi applicativi, come quello dell’edilizia, dell’automotive, dei tessuti commerciali, dei mobili, dei materassi, nell’agricoltura, nell’industria, nel settore sanitario e in molti altri casi. Ma come si produce un tessuto non tessuto in polipropilene riciclato attraverso la tecnica dello spunbond? Rispetto alla filiera di produzione di un tessuto non tessuto in PP vergine attraverso la tecnica dello spunbond, volendo produrre un prodotto riciclato, si dovrà partire dalla raccolta degli scarti di produzione o di altri canali che forniscono il tessuto non tessuto in PP a fibre. Gli scarti dei tessuti non tessuti verranno macinati, in dimensioni sufficientemente piccole da permettere un lavaggio del materiale, se questo fosse necessario, e successivamente densificati per aumentare il peso del materiale riciclato che dovrà essere lavorato nell’estrusore. Se utilizzeremo esclusivamente scarti da lavorazioni industriali, sarà possibile evitare il lavaggio del materiale in quanto il suo ciclo di vita non ha avuto contaminazioni esterne. Utilizzando la tecnologia termica di estrusione, lo scarto dei tessuti non tessuti in PP viene fuso e, attraverso un processo di filatura, si realizzano le fibre di PP che daranno vita al nuovo materiale. Successivamente le fibre, disposte in maniera casuale su un trasportatore, verranno riscaldate per calandratura realizzando un unico velo continuo. Il tessuto non tessuto prodotto con la tecnica dello spunbond ha notevoli vantaggi tecnici, in quanto ha una grande resistenza a trazione longitudinale e trasversale, è permeabile all’acqua, al vapore e all’aria, resiste agli acidi, è anallergico, non irritante e adattabile ai diversi settori di applicazione. La novità che la Radici Group, produttore dello spunbond con materiali riciclati, vuole sottolineare non è solo quella di aver studiato e industrializzato un tessuto non tessuto con in polipropilene di recupero, in percentuali differenti in base alla tipologia di prodotto da realizzare, ma che questa produzione venga fatta utilizzando al 100% energia proveniente da fonti rinnovabili. L’azienda ha dimostrato che una percentuale variabile di materiale riciclato dal 50 al 70%, porta una riduzione delle emissioni di CO2 dal 30 al 40% circa, rispetto a un tessuto realizzato a partire completamente da materiali vergini, senza compromessi sulle performance tecniche che restano elevate. Inoltre Radici Group, avendo aderito allo schema ISCC PLUS (International Sustainability and Carbon Certification), può proporre non tessuti spunbond e meltbown realizzati in polipropilene bio, bio-circolare o circolare, dove il materiale sostenibile è allocato tramite bilancio di massa. Si tratta di una certificazione che fornisce tracciabilità lungo la filiera, verificando che le aziende certificate soddisfino elevati standard ambientali e sociali. Il fatto che il tessuto non tessuto venga realizzato con scarti di PP riciclato non impatta negativamente nemmeno nel segmento del colore, anzi, Radici Group può offrire un’ampia cartella colori per il cliente, inoltre è possibile realizzare colori "tailor made", per soddisfare le necessità produttive.

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https://www.rmix.it/ - Riciclo della Plastica negli USA: Stati Virtuosi, Numeri Reali, Food-Grade, Criticità Tecniche e Confronto con l’Europa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo della Plastica negli USA: Stati Virtuosi, Numeri Reali, Food-Grade, Criticità Tecniche e Confronto con l’Europa
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Un’analisi tecnica e aggiornata del riciclo della plastica negli Stati Uniti: raccolta differenziata, capacità impiantistica, qualità del riciclato, bottiglie food-contact, politiche statali, mercati del PCR e differenze strutturali rispetto all’EuropaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 1 aprile 2026 Tempo di lettura: 16 minuti Parlare di riciclo della plastica negli Stati Uniti significa entrare nel cuore di una contraddizione industriale e culturale. Da una parte c’è il più grande mercato occidentale dei consumi confezionati, una base produttiva enorme, una forte spinta delle grandi marche verso il contenuto riciclato e un ecosistema tecnologico avanzato. Dall’altra c’è un sistema frammentato, con regole diverse da stato a stato, livelli molto variabili di accesso alla raccolta, rendimenti di selezione imperfetti e una distanza ancora troppo grande tra ciò che i cittadini conferiscono e ciò che ritorna davvero sul mercato sotto forma di nuova resina. Il punto più delicato, e anche più umano, è proprio questo: molti cittadini americani separano i rifiuti convinti di partecipare a un ciclo chiuso, ma il sistema reale disperde ancora enormi quantità di materiale per mancanza di accesso, errori di conferimento, limiti di selezione, scarsa riciclabilità degli imballaggi e insufficiente convenienza economica. La fiducia nel riciclo, negli USA, non dipende più solo dal gesto domestico: dipende dalla capacità della filiera di trasformare quel gesto in polimero secondario pulito, certificabile e vendibile. La storia del riciclo americano: dall’Oregon Bottle Bill al PCR La storia moderna del riciclo statunitense non nasce da un grande piano federale, ma da una legge statale diventata simbolica. Nel 1971 l’Oregon approvò il primo sistema cauzionale-deposito del Paese per contrastare l’abbandono dei contenitori monouso, e da lì prese forma il modello dei bottle bill, poi adottato da altri nove stati. Quella stagione è importante perché mostra una caratteristica che ancora oggi definisce gli USA: l’innovazione nelle politiche del riciclo parte spesso dai territori, non dal centro. Negli anni successivi il sistema americano si è strutturato soprattutto attorno al riciclo meccanico, mentre il lavoro di standardizzazione tecnica sull’imballaggio è stato rafforzato anche dal ruolo dell’Association of Plastic Recyclers, attiva dal 1992 come riferimento per la progettazione di packaging compatibile con il riciclo. Questo aspetto è cruciale, perché negli USA il problema non è solo raccogliere di più, ma progettare meglio ciò che si immette sul mercato. I numeri reali del riciclo della plastica negli Stati Uniti Il dato ufficiale nazionale più solido disponibile dall’EPA per l’intero flusso delle plastiche municipali resta quello del 2018: 35,7 milioni di tonnellate generate, circa 3 milioni di tonnellate riciclate e un tasso di riciclo dell’8,7%. Nello stesso anno, 27 milioni di tonnellate di plastica sono finite in discarica. Già questi numeri spiegano tutto: negli Stati Uniti il problema non è marginale, è strutturale. All’interno di questo quadro generale, alcune filiere performano meglio. Sempre secondo EPA, nel 2018 le bottiglie e i vasetti in PET hanno raggiunto un tasso di riciclo del 29,1%, mentre le bottiglie in HDPE naturale il 29,3%. Si tratta di percentuali molto superiori alla media complessiva della plastica, segno che il riciclo statunitense funziona soprattutto quando il flusso è relativamente omogeneo, riconoscibile e sostenuto da un mercato finale robusto. I dati più recenti, però, sono frammentati per filiera. Nel PET, NAPCOR segnala che nel 2023 il tasso di raccolta delle bottiglie PET negli USA ha raggiunto il 33%, il livello più alto dal 1996, mentre il contenuto medio di rPET in bottiglie e vasetti statunitensi è salito al 16,2%, con 966 milioni di libbre di rPET impiegate in tali applicazioni. È un segnale importante: dove c’è domanda industriale chiara, il sistema accelera. Anche dal lato della capacità emerge una verità spesso trascurata. Secondo APR, nel 2025 i riciclatori meccanici di USA e Canada dispongono di una capacità inutilizzata significativa e potrebbero trattare quasi 2 miliardi di libbre di plastica in più ogni anno se raccogliessero più materiale e trovassero una domanda manifatturiera più stabile. In altre parole, il collo di bottiglia non è solo impiantistico: è soprattutto a monte, nella raccolta, e a valle, nella continuità del mercato. Gli Stati più virtuosi e il peso dei bottle bill Se si guarda ai singoli stati, la geografia del riciclo statunitense cambia radicalmente. Il rapporto “50 States of Recycling”, richiamato da Resource Recycling, mostra che nel 2021 i migliori risultati nel riciclo degli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, sono stati ottenuti da Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut. Nove di questi dieci stati hanno un sistema cauzionale-deposito attivo. Questo non è un dettaglio statistico, ma una lezione di politica industriale. Gli stati con DRS riciclano in media il 34% degli imballaggi attraverso mercati closed-loop, contro appena il 7% degli stati senza DRS; per le bottiglie PET, gli stati con bottle bill riciclano oltre 3,5 volte di più pro capite rispetto agli stati senza deposito. Significa che la qualità della raccolta migliora quando il cittadino riceve un incentivo economico diretto e quando il sistema di ritorno è chiaro, comodo e capillare. I tassi di redemption del 2023 confermano il quadro. L’Oregon ha raggiunto l’87%, il Michigan il 73%, il Vermont il 72%, New York il 68%, la California il 59%, il Connecticut il 43% e il Massachusetts il 36%; il dato del Maine è indicato al 77% ma con segnalazione di parzialità del reporting. Non tutti i bottle bill americani sono quindi uguali, ma nel loro insieme dimostrano che la raccolta di qualità non è un’utopia: è il risultato di regole ben progettate. Capacità industriale e qualità del riciclato: il vero collo di bottiglia NIST ricorda che la plastica negli USA viene riciclata soprattutto con processi meccanici e che il packaging rappresenta la principale destinazione d’uso della plastica, con il 44,8% dell’impiego totale e il 46,7% della generazione di rifiuto. Questo spiega perché il destino del riciclo americano si giochi soprattutto sugli imballaggi: se non si chiude bene la filiera del packaging, non si chiude quasi nulla. La qualità del riciclato, però, viene erosa lungo tutta la catena. NIST evidenzia che per le bottiglie PET circa il 27% del materiale raccolto si perde prima di trasformarsi in nuova materia: 13% in selezione e 14% in lavorazione presso il processore. Per l’HDPE le perdite arrivano al 28%, per il PP al 41%, per le plastiche rigide #3-#7 al 44% e per altri manufatti rigidi in PET al 68%. Le cause sono note: materiale intercettato male, contaminazione, sporco, umidità, etichette, coating, tappi e colle. Qui emerge una verità scomoda ma fondamentale: la raccolta differenziata non coincide con il riciclo effettivo. Molto materiale viene “raccolto per il riciclo”, ma non riesce ad arrivare alla pelletizzazione finale con le caratteristiche richieste dal mercato. Per questo negli USA la discussione seria si sta spostando dal semplice volume raccolto alla resa reale in polimero secondario commerciabile. Le criticità tecniche del riciclo meccanico Le criticità tecniche sono almeno quattro. La prima è la contaminazione tra polimeri diversi, aggravata da imballaggi multistrato, sleeve difficili da separare, additivi non trasparenti, pigmenti e componenti incompatibili. La seconda è la contaminazione organica, che peggiora qualità e resa. La terza è la degradazione del materiale durante i cicli di riciclo meccanico. La quarta è la difficoltà di valorizzare film e flessibili, ancora molto indietro rispetto ai flussi rigidi. NIST è molto chiaro anche sul lato economico. I costi di raccolta nei programmi generici superano spesso i 300 dollari per tonnellata, a cui si aggiungono circa 100 dollari per tonnellata di processing; il prezzo di vendita dei materiali plastici riciclati è spesso inferiore a questo costo totale, e in molti casi persino inferiore al solo costo di lavorazione. È qui che il riciclo smette di essere una parola morale e torna a essere ciò che è davvero: una filiera industriale che vive o muore sulla qualità del feedstock e sulla tenuta del mercato. Per questo le innovazioni richieste al sistema non sono decorative, ma necessarie: selezione ottica e robotica, secondary MRF, watermark digitali, traccianti chimici, semplificazione del design e riduzione della complessità del packaging. Senza queste correzioni, la raccolta aumenta ma la qualità del polimero riciclato non regge le specifiche tecniche delle applicazioni più esigenti. I problemi politici e sociali del sistema americano Sul piano politico, gli Stati Uniti non hanno ancora una regia unitaria paragonabile a quella europea. Il risultato è una mappa di regole, definizioni, programmi locali e requisiti industriali fortemente disomogenea. Negli ultimi anni l’Extended Producer Responsibility per il packaging ha iniziato a consolidarsi con le leggi approvate in Maine e Oregon nel 2021, e poi in Colorado e California nel 2022. È un passaggio importante, perché l’EPR non serve solo a finanziare il sistema: serve anche a spingere il redesign degli imballaggi e a dare più continuità ai mercati del riciclato. Il problema sociale è altrettanto serio. Secondo The Recycling Partnership, oggi il 73% delle famiglie statunitensi ha accesso al riciclo, ma nelle abitazioni multifamiliari l’accesso scende al 37%. Solo il 43% delle famiglie partecipa davvero; tra quelle con accesso, il 59% utilizza il servizio, e tra quelle che lo usano solo il 57% del materiale riciclabile finisce effettivamente nel contenitore corretto. Il risultato finale è duro da leggere: il 76% dei riciclabili residenziali si perde a livello domestico e solo il 21% viene effettivamente riciclato. Questi numeri mostrano che il riciclo americano non è solo un tema di tecnologia o di mercato, ma anche di disuguaglianza infrastrutturale, di comunicazione pubblica e di fiducia. Dove il servizio è discontinuo, poco leggibile o scomodo, il cittadino si allontana. E quando il cittadino si allontana, la qualità del materiale peggiora ancora. I mercati principali dei polimeri riciclati negli USA I mercati più solidi dei polimeri riciclati negli USA restano quelli collegati agli imballaggi, perché proprio il packaging è il principale sbocco storico delle resine PET, HDPE e PP. Le applicazioni tipiche descritte da NIST comprendono per il PET bottiglie per bevande, bottiglie acqua e vaschette food; per l’HDPE contenitori per bevande, sacchetti e flaconi per detergenti; per il PP coppette, tappi, flaconi, contenitori per yogurt e altri imballaggi rigidi. Nel caso del PET il mercato è particolarmente chiaro: nel 2023 il 59% di tutto l’rPET impiegato negli end market di USA e Canada è andato ad applicazioni bottle-to-bottle. È il segnale più netto di una filiera dove la domanda finale, spinta da brand commitment e obblighi di contenuto riciclato, sta cercando di ricostruire un circuito chiuso relativamente stabile. Per HDPE e PP il mercato del PCR è più articolato. Il riutilizzo cresce in contenitori per la detergenza, personal care, household packaging, componenti rigidi stampati e applicazioni meno sensibili sotto il profilo regolatorio. Il principio industriale è semplice: più il flusso è monomateriale, tracciabile e poco contaminato, più il riciclato può risalire verso usi ad alto valore; più è misto e sporco, più scivola verso impieghi tecnicamente tolleranti e meno remunerativi. Plastica riciclata per il food: cosa si può fare davvero La produzione di polimeri riciclati idonei al contatto alimentare è il banco di prova più severo del sistema americano. FDA chiarisce che l’uso di plastica post-consumo nel food packaging viene valutato caso per caso, perché i rischi principali riguardano la presenza di contaminanti nel prodotto finale, l’ingresso di materiali non conformi alla filiera food-contact e l’eventuale non conformità degli additivi. Per questo la valutazione richiede descrizione completa del processo, controllo delle fonti, prove di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e modelli di migrazione. Il livello guida richiamato da FDA è una concentrazione dietetica non superiore a 0,5 ppb. FDA precisa inoltre che per il PET e il PEN ottenuti con riciclo terziario non ritiene più necessario il surrogate contaminant testing, perché ha già concluso che questi processi possono produrre materiale di purezza idonea al food contact. Questo aiuta a capire perché, nel panorama americano, il baricentro del food-grade riciclato sia ragionevolmente concentrato soprattutto sul PET bottle-to-bottle, con filiere fortemente controllate e decontaminate; l’HDPE ha spazi reali, ma più selettivi e meno lineari. A sostenere questa domanda non ci sono più solo impegni volontari. In California, AB 793 impone ai produttori di contenitori per bevande almeno il 15% di plastica riciclata dal 2022, il 25% dal 2025 e il 50% dal 2030. Nello Stato di Washington, i contenitori per bevande devono raggiungere il 15% nel 2023, il 25% nel 2026 e il 50% nel 2031; per household cleaning e personal care le soglie sono 15% nel 2025, 25% nel 2028 e 50% nel 2031. Washington specifica anche che, ai fini di questi obblighi, sono ammissibili sia il riciclo meccanico sia quello chimico, mentre la bio-resina non conta come contenuto riciclato. Il confronto con l’Europa: dove gli USA sono indietro e dove possono recuperare Il confronto con l’Europa va fatto con onestà metodologica. Il dato EPA dell’8,7% riguarda tutta la plastica nei rifiuti municipali USA nel 2018, mentre il 42,1% europeo diffuso da Eurostat riguarda il riciclo dei rifiuti di imballaggi plastici nel 2023. Non sono quindi indicatori perfettamente sovrapponibili. Ma proprio questa cautela rende il confronto più serio: anche tenendo conto della non piena omogeneità, il divario resta ampio e racconta una maggiore maturità europea nelle filiere degli imballaggi. Nel 2023 l’UE ha generato 35,3 kg pro capite di rifiuti di imballaggi plastici e ne ha riciclati 14,8 kg pro capite; i Paesi migliori sono stati Belgio, Lettonia e Slovacchia. Plastics Europe aggiunge che nel 2022 il contenuto circolare di plastica nei nuovi prodotti europei era pari al 13,5%, di cui 12,6% da riciclato post-consumo, e che i tassi di riciclo dei flussi raccolti separatamente sono circa 13 volte superiori a quelli dei flussi misti. È forse questo il punto chiave: l’Europa non è più avanzata perché “crede” di più nel riciclo, ma perché misura meglio, separa meglio e armonizza di più. Anche sul fronte dei deposit systems il confronto è istruttivo. Una sintesi riportata da Resource Recycling indica che nel 2023 i sistemi cauzionali statunitensi avevano una media di ritorno del 62%, contro una media europea dell’87%. Non è solo una differenza di efficienza; è una differenza di progetto istituzionale: in Europa i sistemi sono spesso più moderni, più capillari e con depositi economicamente più incisivi. Cosa insegna davvero il caso americano Gli Stati Uniti non sono un fallimento assoluto del riciclo della plastica, ma sono un sistema che mostra in modo quasi didattico dove una filiera si rompe. Si rompe quando la raccolta non è universale. Si rompe quando gli imballaggi non sono progettati per essere selezionati bene. Si rompe quando la qualità del materiale scende sotto la soglia tecnica richiesta dal mercato. Si rompe quando il costo di raccolta e lavorazione supera il valore del polimero rigenerato. E si rompe quando la politica non costruisce regole abbastanza stabili da sostenere investimenti di lungo periodo. Ma gli USA mostrano anche la direzione di recupero. Dove esistono bottle bill efficienti, il materiale migliora. Dove arrivano obblighi di contenuto riciclato, il mercato si irrobustisce. Dove il PET viene raccolto bene e decontaminato correttamente, il bottle-to-bottle torna a essere credibile. Dove si estende l’EPR, si inizia finalmente a saldare il rapporto tra design, raccolta, selezione e domanda finale. Il futuro del riciclo plastico americano non dipenderà da una singola tecnologia miracolosa, ma dalla capacità di far lavorare insieme politica industriale, progettazione degli imballaggi, infrastruttura di raccolta e mercati del PCR. FAQ Qual è il tasso ufficiale di riciclo della plastica negli USA? Il dato nazionale ufficiale EPA più citato per l’intero flusso delle plastiche municipali è l’8,7% nel 2018, pari a circa 3 milioni di tonnellate riciclate su 35,7 milioni di tonnellate generate. Quali sono gli stati più virtuosi nel riciclo della plastica? Nel ranking 2021 sugli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, figurano ai primi posti Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut; nove su dieci hanno un bottle bill. Negli USA si produce plastica riciclata idonea al food contact? Sì, ma solo in filiere molto controllate. FDA valuta i processi caso per caso e richiede controllo della sorgente, prova di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e valutazioni di migrazione; per il PET riciclato con processi terziari la posizione FDA è più consolidata. Perché l’Europa appare più avanti degli USA? Perché dispone di metriche più armonizzate sugli imballaggi, raccolta separata più strutturata, maggiore spinta normativa e mercati del riciclato più integrati. Eurostat indica per il 2023 un riciclo del 42,1% degli imballaggi plastici UE, mentre Plastics Europe segnala che la raccolta separata moltiplica di circa 13 volte la probabilità di riciclo rispetto ai flussi misti. Fonti principali EPA, FDA, NIST, The Recycling Partnership, Association of Plastic Recyclers, NAPCOR, CalRecycle, Washington State Department of Ecology, Product Stewardship Institute, Container Recycling Institute, Eurostat, Plastics Europe.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Situazione degli Scarti Metallici sul Mercato Cinese nel 2021
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La Situazione degli Scarti Metallici sul Mercato Cinese nel 2021di Marco ArezioIl trend rialzista dei prezzi delle materie prime da riciclare trova anche nel campo degli scarti ferrosi e non ferrosi piena rispondenza. La Cina aveva previsto rigide restrizioni delle importazioni inerenti alle materie prime da riciclare nel 2018-2020, per poi diventare più elastica in virtù della crescente domanda di scarti da lavorare da parte del mercato interno come ci racconta Brayan Tailor.La Repubblica Popolare Cinese produce più acciaio, alluminio e rame di qualsiasi altra nazione sulla Terra, quindi se la percentuale di consumo dei rottami dovesse aumentare nel 2021, è probabile che si realizzino degli effetti a catena. Una presentazione online di fine febbraio di Ian Roper e Joyce Li di Shanghai Metals Market (SMM) ha affrontato l'evoluzione del mercato dei rottami metallici di base in Cina, insieme ad altre tendenze che influenzano la produzione e l'uso di acciaio, acciaio inossidabile, alluminio e rame nel paese. Negli ultimi due anni, il governo Cinese aveva imposto barriere sulle importazioni, anche sui rottami ferrosi e non ferrosi, oltre che su altri materiali da riciclo,  con l'ipotesi di un divieto assoluto di importazione per tutti i tipi di rottami il 1 ° gennaio di quest'anno. Li ha osservato che la Cina è lungi dall'essere autosufficiente per quanto riguarda il rame, con il suo "tasso di autosufficienza" che è sceso dal 40% nel 2010 al 22% nel 2019. Le restrizioni sui rottami importati nel 2019 e nel 2020 hanno portato quindi a un aumento del catodo di rame e le importazioni di lingotti di alluminio nel 2020. Sebbene i volumi delle importazioni di rottami siano rimbalzati a Novembre e Dicembre a livello generale, Roper ha notato che le importazioni in Cina sono diminuite di circa 300.000 tonnellate nel 2020. Inoltre ha dichiarato che SMM prevede un incremento delle importazioni generali di rottami nel 2021 nonostante potrebbero crescere globalmente in modo notevole i prezzi. Nel mercato dei metalli ferrosi, i produttori di acciaio Cinesi sembrano spingersi verso i forni elettrici ad arco (EAF) e altre tecnologie progettate per ridurre le emissioni e consumare più rottame. Anche se i produttori Cinesi importeranno nel 2021 circa 1 milione di tonnellate di rottame, Roper ha affermato che si tratta di una quantità che avrà un impatto sui livelli di prezzo della materia prima, in una regione in cui gli stabilimenti di nazioni vicine, come il Vietnam, stanno facendo offerte per lo stesso prodotto.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - rottame Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Innovazioni nella gestione dei rifiuti automobilistici: Verso un futuro sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Innovazioni nella gestione dei rifiuti automobilistici: Verso un futuro sostenibile
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Come l’industria automobilistica sta affrontando la sfida dello smaltimento dei veicoli a fine vita e dei componenti non riciclabili attraverso nuove tecnologie e strategie di progettazionedi Marco ArezioL'industria automobilistica è uno dei settori più influenti e pervasivi nell'economia globale, ma anche uno dei più critici dal punto di vista ambientale. Con milioni di veicoli prodotti ogni anno, la questione dello smaltimento dei veicoli a fine vita (End-of-Life Vehicles, ELV) rappresenta una problematica significativa. Questo articolo illustra le innovazioni e le strategie adottate dall'industria per affrontare il problema dello smaltimento dei veicoli a fine vita e dei componenti non riciclabili.Contesto e Problematiche Ogni anno, milioni di veicoli raggiungono la fine del loro ciclo di vita. Secondo l'Agenzia Europea dell'Ambiente, circa 6-7 milioni di tonnellate di veicoli a fine vita vengono generati ogni anno in Europa. La gestione di questi rifiuti è complessa, poiché un'auto è composta da una vasta gamma di materiali, tra cui metalli, plastiche, vetro, fluidi e componenti elettronici. Componenti non riciclabili Un veicolo medio è riciclabile fino all'80-85%, ma il restante 15-20% rappresenta una problematica significativa. I materiali non riciclabili includono vari tipi di plastiche miste, schiume poliuretaniche, componenti elettronici complessi e rivestimenti in tessuto. Questi materiali spesso finiscono in discarica, contribuendo all'inquinamento e alla perdita di risorse.Innovazioni nella progettazione dei veicoli Una delle strategie più promettenti per affrontare il problema dello smaltimento dei veicoli a fine vita è l'adozione di principi di progettazione sostenibile. Le case automobilistiche stanno investendo in ricerca e sviluppo per creare veicoli più facilmente riciclabili e con una maggiore percentuale di materiali riutilizzabili. L'uso di materiali leggeri e riciclabili è in crescita. Ad esempio, la fibra di carbonio e l'alluminio, che sono più facili da riciclare rispetto all'acciaio tradizionale, stanno diventando sempre più comuni. Inoltre, sono in corso ricerche su materiali biodegradabili per componenti interni e su plastiche facilmente separabili e riciclabili. Inoltre il design modulare permette di smontare facilmente i veicoli, rendendo più semplice il recupero e il riciclo dei componenti. Questa tecnica non solo facilita il riciclo, ma consente anche la sostituzione e l'aggiornamento di parti specifiche senza dover sostituire l'intero veicolo. Tecnologie di riciclo avanzate Oltre alle innovazioni nella progettazione, le tecnologie di riciclo stanno evolvendo rapidamente per gestire in modo più efficace i rifiuti automobilistici. Pirolisi e gassificazione La pirolisi e la gassificazione sono tecniche avanzate che permettono di convertire materiali non riciclabili in prodotti utili. La pirolisi, ad esempio, può trasformare le plastiche miste in oli e gas utilizzabili come combustibili o materie prime per la produzione di nuovi materiali. La gassificazione, invece, converte i rifiuti in gas di sintesi, che può essere utilizzato per generare energia. Riciclo chimico Il riciclo chimico è un altro approccio promettente. Questo metodo scompone i polimeri complessi nei loro monomeri originali, che possono essere riutilizzati per produrre nuove plastiche. Questo processo è particolarmente utile per le plastiche miste e i materiali compositi, che sono difficili da riciclare meccanicamente. Iniziative normative e di responsabilità estesa del produttore (EPR) Le iniziative normative svolgono un ruolo cruciale nella gestione dei veicoli a fine vita. L'Unione Europea, ad esempio, ha introdotto la direttiva ELV (2000/53/EC), che stabilisce obiettivi chiari per il recupero e il riciclo dei veicoli. Responsabilità estesa del produttore La responsabilità estesa del produttore (EPR) è un principio secondo il quale i produttori sono responsabili dell'intero ciclo di vita dei loro prodotti, inclusa la fase di smaltimento. Questo approccio incentiva le case automobilistiche a progettare veicoli più facilmente riciclabili e a sviluppare infrastrutture per il recupero dei veicoli a fine vita. Sistemi di raccolta e trattamentoLa creazione di sistemi efficienti di raccolta e trattamento è essenziale per la gestione dei veicoli a fine vita. In molti paesi, sono stati istituiti punti di raccolta dove i proprietari possono consegnare i loro veicoli a fine vita gratuitamente o a costi ridotti. Questi veicoli vengono poi trasportati a centri di trattamento autorizzati, dove vengono smontati e i materiali recuperati. Case studies e best practices BMW e il programma di riciclo BMW è un esempio di come un'azienda possa implementare con successo strategie di riciclo avanzate. Il programma di riciclo di BMW prevede la progettazione di veicoli con un alto grado di riciclabilità e l'uso di materiali sostenibili. BMW ha sviluppato un sistema di riciclo chiuso per l'alluminio, che permette di ridurre significativamente le emissioni di CO2 associate alla produzione di nuovi veicoli. Toyota e l'economia circolare Toyota è un altro leader nel campo della sostenibilità. L'azienda ha implementato il concetto di economia circolare, cercando di chiudere il ciclo di vita dei materiali. Toyota utilizza materiali riciclati per la produzione di nuovi veicoli e ha sviluppato tecnologie avanzate per il riciclo delle batterie dei veicoli ibridi. Sfide future e prospettive Nonostante i progressi significativi, rimangono diverse problematiche nella gestione dei rifiuti automobilistici. La complessità crescente dei veicoli moderni, con un uso maggiore di elettronica e materiali compositi, rende il riciclo sempre più difficile. Inoltre, l'adozione su larga scala di veicoli elettrici pone nuove sfide per il riciclo delle batterie. Educazione e sensibilizzazione L'educazione e la sensibilizzazione dei consumatori giocano un ruolo importante. Informare i consumatori sull'importanza del riciclo e su come gestire correttamente i veicoli a fine vita può contribuire a migliorare i tassi di recupero e riciclo. Conclusioni La gestione dei rifiuti automobilistici è una sfida complessa che richiede un approccio olistico e innovativo. L'industria automobilistica sta facendo progressi significativi nella progettazione sostenibile, nelle tecnologie di riciclo avanzate e nelle iniziative normative. Tuttavia, per affrontare pienamente il problema dei veicoli a fine vita e dei componenti non riciclabili, è necessaria una collaborazione continua e un impegno a lungo termine da parte di tutti gli attori coinvolti. Solo così sarà possibile creare un futuro più sostenibile per l'industria automobilistica e per il nostro pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Gli Extra Costi degli Impianti di Termovalorizzazione per la Cattura del Carbonio
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Come risolvere l’abbassamento delle emissioni CO2 nei termovalorizzatori migliorando il processo dei rifiuti di Marco ArezioGli impianti di termovalorizzazione hanno raggiunto standard di efficienza ambientali molto alti rispetto a quelli costruiti negli anni ’90 del secolo scorso, ma, nello stesso tempo, le stringenti normative europee sulla riduzione dell’emissione di CO2 impongono continui efficientamenti degli impianti.Da più parti si sono studiati interventi tecnici per istallare dei sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 che verrebbe dispersa in ambiente, modifiche efficaci e del tutto positive da un punto di vista ambientale. Il problema che però si presenta è quello di apparire, come sembrerebbe, una frettolosa soluzione che avrebbe ricadute economiche importanti sul costo della produzione di energia. Secondo gli studi condotti dalla UE sulla finanza sostenibile, il flusso dei rifiuti che entrano nei termovalorizzatori, definiti, non riciclabili o residuo, sembrerebbe composto da un’eccessiva quantità di materiali riciclabili, come plastica ed organico, sottraendo materie prime preziose che dovrebbero rientrare nella catena di produzione. Inoltre la presenza di materiali nobili, che non dovrebbero essere bruciati, aumenta l’emissione di CO2 senza motivo, dovendo poi spendere soldi per la sua cattura. Come risolvere il problema? I flussi di rifiuti definiti "residui", dovrebbero effettivamente essere composti da materiali ormai non più riciclabili e, per fare questo, è necessario che il conferimento degli scarti avvenga attraverso il miglioramento della raccolta differenziata e attraverso un efficiente e diffuso sistema di riciclo meccanico. Questo binomio aiuta alla captazione di tutti quei materiali che hanno un valore industriale e che, quindi, si possano avviare al riciclo, diminuendo il conferimento ai termovalorizzatori di materiali non corretti. A dimostrazione di ciò si possono citare gli esempi di alcuni paesi nei quali è stata applicata una tassa sui termovalorizzatori, calcolata sulla quantità di CO2 emessa. L’abbassamento delle emissioni è transitato dall’istallazione di linee di selezione dei rifiuti in entrata al fine di intercettare tutto quello che, pur presente nel flusso destinato all’incenerimento, poteva essere riciclato. Ad esempio, l'impianto di smistamento di Stoccolma Exergi in Svezia consente di risparmiare 33.000 tonnellate di CO2 all'anno, selezionando l'equivalente di circa il 75% della plastica contenuta nei rifiuti in entrata. Cosa frena questa soluzione? Innanzitutto, spesso, il conferimento dei rifiuti urbani ai termovalorizzatori è da vedersi come una scorciatoia politica alla costruzione di nuovi impianti di riciclo meccanici e di termovalorizzazione, che sono spesso invisi alla popolazione. Laddove la politica non è missione sociale, cerca di assecondare il fenomeno NIMVY (non nel mio territorio), che preferisce spedire i rifiuti lontano dalla propria area piuttosto che renderla autonoma ed efficiente. Questo però, molte volte, comporta contratti rischiosi riguardo i flussi in ingresso ai termovalorizzatori, come le "garanzie di tonnellaggio minimo", le clausole "put or pay" o i "meccanismi di banding", che possono generare penali verso i clienti che conferiscono i rifiuti se il flusso dovesse diminuire. Queste penali, di solito corpose, impediscono la creazione di un concetto di circolarità dei rifiuti locali impedendo qualsiasi operazione di gestione e trattamento degli stessi, con perdite di competitività economica e ambientale rispetto ad altri comuni. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - termovalorizzatori

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https://www.rmix.it/ - Diserbanti sostenibili: come funzionano e quanto sono efficaci contro le infestanti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Diserbanti sostenibili: come funzionano e quanto sono efficaci contro le infestanti
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Un approfondimento su tecnologie e soluzioni naturali per il controllo delle malerbe in agricoltura: efficacia, limiti e futuro dei diserbanti ecocompatibilidi Marco ArezioIn un’epoca in cui anche l’agricoltura è chiamata a ripensarsi in chiave ecologica, i diserbanti sostenibili si stanno guadagnando un ruolo sempre più rilevante nel panorama delle soluzioni per il controllo delle infestanti. Fino a pochi anni fa, la lotta alle malerbe era dominata quasi esclusivamente da prodotti chimici di sintesi: efficaci, rapidi, spesso economici, ma con un prezzo altissimo da pagare in termini di inquinamento, perdita di biodiversità e rischi per la salute umana. Oggi, grazie alla spinta normativa dell’Unione Europea e alla crescente sensibilità ambientale di produttori e consumatori, si sta aprendo la strada a un diverso modo di affrontare il problema: meno aggressivo, più selettivo, decisamente più sostenibile. Ma cosa intendiamo realmente quando parliamo di diserbanti sostenibili? E, soprattutto, possiamo davvero considerarli efficaci come le soluzioni tradizionali? La definizione di "sostenibilità" nel diserbo Per diserbante sostenibile non si intende semplicemente un prodotto “naturale” o “biologico”. La sostenibilità, in questo ambito, si costruisce su un equilibrio tra efficacia agronomica, compatibilità ecologica e sicurezza per l’uomo e gli ecosistemi. Si tratta di soluzioni che puntano a ridurre – o in alcuni casi ad annullare – l’impatto ambientale dell’azione diserbante, sia in termini di residui sia di tossicità, ma che devono comunque garantire una gestione efficace delle infestanti per non compromettere la produttività delle colture. Le strade percorse finora sono molteplici. Alcune guardano alla natura come fonte di principi attivi erbicidi: oli essenziali, acidi organici, microrganismi e loro metaboliti. Altre si affidano alla tecnologia, sviluppando tecniche fisiche e meccaniche sempre più precise, come il diserbo a vapore, le lame robotizzate o i raggi infrarossi. In tutti i casi, si tratta di un cambio di paradigma che richiede conoscenze agronomiche più approfondite e un approccio integrato alla gestione del campo. Oltre il glifosato: le alternative possibili Fino a oggi, l’arma principale nel diserbo è stata il glifosato, una molecola tanto diffusa quanto controversa. Il suo utilizzo, tuttora consentito in diversi paesi, è però oggetto di restrizioni crescenti, a partire dalla volontà europea di dimezzare l’impiego dei pesticidi chimici entro il 2030. In questa prospettiva, la ricerca si sta muovendo per individuare alternative reali e praticabili. Gli acidi organici come il pelargonico, l’acido acetico e l’acido citrico sono tra i sostituti più immediati. Agiscono distruggendo i tessuti fogliari per contatto, provocando una rapida disidratazione della pianta. La loro efficacia è generalmente buona su infestanti annuali a foglia larga, ma risulta limitata sulle specie perenni o a foglia stretta, e soprattutto non elimina la radice, rendendo necessarie più applicazioni. Un’altra strada promettente è quella degli oli essenziali – da chiodi di garofano, menta, timo, eucalipto – che possiedono proprietà erbicide, antimicotiche e repellenti grazie alla ricchezza di terpeni. Anche in questo caso, si tratta di soluzioni più delicate, meno persistenti, ma completamente biodegradabili. Più innovativi, ma ancora in fase di perfezionamento, sono i cosiddetti bioerbicidi, ovvero preparati a base di microrganismi come funghi (Phoma macrostoma) o batteri (Streptomyces) che rilasciano sostanze in grado di compromettere lo sviluppo delle infestanti. Si tratta di prodotti altamente selettivi, con un impatto minimo sulla flora utile e sugli insetti impollinatori, ma la loro applicazione richiede condizioni ambientali favorevoli e una certa esperienza tecnica. Infine, non bisogna dimenticare il contributo delle tecnologie meccaniche e digitali: lame intelligenti, trattori a guida autonoma, robot da campo in grado di distinguere la pianta coltivata da quella infestante e intervenire solo dove serve. Non si tratta, in questo caso, di diserbanti in senso stretto, ma di sistemi sostenibili di controllo delle malerbe che rispondono allo stesso obiettivo: ridurre l’uso della chimica. Ma funzionano davvero? La domanda è inevitabile. In un sistema agricolo che si basa ancora largamente su grandi estensioni monocolturali, con rese elevate e margini stretti, l’efficacia di un prodotto diserbante è cruciale. I diserbanti sostenibili, nella maggior parte dei casi, non raggiungono la stessa efficacia immediata dei prodotti chimici di sintesi, almeno se utilizzati singolarmente. Tuttavia, quando entrano a far parte di una strategia agronomica integrata, possono offrire risultati molto soddisfacenti. Diversi studi recenti hanno mostrato che l’impiego combinato di bioerbicidi, pacciamatura vegetale e lavorazioni meccaniche riduce le infestazioni fino al 90–95%, con impatti minimi sulla salute del suolo e sulla produttività. In particolare, in orticoltura, viticoltura e agricoltura biologica, l’adozione di tecniche sostenibili è già realtà e dimostra che il diserbo può essere gestito anche senza molecole persistenti. Sfide, limiti e scenari futuri Nonostante i progressi, le barriere all’adozione su larga scala dei diserbanti sostenibili sono ancora concrete. In primo luogo, c’è un problema di costo: le soluzioni naturali o le tecnologie di precisione richiedono investimenti maggiori, sia per l’acquisto che per la gestione. Inoltre, si tratta spesso di prodotti meno duraturi, che richiedono applicazioni più frequenti e un monitoraggio costante del campo. C’è poi il nodo normativo: molti bioerbicidi non sono ancora autorizzati nei registri europei dei fitosanitari, o sono disponibili solo per specifiche colture. Serve quindi uno sforzo coordinato tra ricerca scientifica, imprese agrochimiche e istituzioni per accelerare i tempi di approvazione e promuovere l’adozione di queste soluzioni. Le prospettive, però, sono molto positive. Con il supporto delle biotecnologie verdi, dei nanomateriali intelligenti e dell’intelligenza artificiale applicata all’agricoltura, si stanno già progettando diserbanti mirati, ad azione selettiva, biodegradabili e persistenti il giusto. La vera sfida sarà trasferire queste innovazioni nei campi, renderle accessibili anche alle piccole aziende e integrarle in un sistema agricolo rigenerativo, che metta al centro non solo la produttività, ma anche la salute del suolo, dell’acqua e delle persone. Una nuova visione del diserbo Abbandonare la logica dell’intervento chimico massivo non significa rinunciare all’efficacia, ma ripensare il concetto stesso di controllo delle infestanti. I diserbanti sostenibili non sono una soluzione magica, ma uno degli strumenti con cui costruire un’agricoltura più attenta, capace di valorizzare le diversità agronomiche e gli equilibri ecologici. In questo senso, non si tratta solo di sostituire un prodotto con un altro, ma di cambiare mentalità, accettando che la presenza di alcune malerbe non è sempre un nemico, e che la gestione intelligente del suolo può ridurre la pressione delle infestazioni in modo naturale. Il futuro del diserbo passa quindi dalla sostenibilità, ma anche dalla conoscenza, dalla ricerca e dalla volontà collettiva di coltivare in modo diverso. Perché un’agricoltura sana è, prima di tutto, un’agricoltura che non avvelena la terra che la nutre. Alcuni diserbanti sostenibili suggeriti Solabiol Herbiclean PFnPODiserbante Totale Biologico Pronto all'Uso Solabiol Herbiclean PFnPO è un diserbante biologico pronto all'uso, formulato con acidi grassi di origine naturale. Agisce rapidamente sulle parti verdi delle piante, causando l'ingiallimento e la morte delle foglie entro poche ore dall'applicazione. È ideale per il diserbo sottochioma di alberi e arbusti, nonché per la pulizia di vialetti, bordure e superfici in pietra o cemento. Il prodotto è confezionato in un pratico flacone spray realizzato con plastica riciclata al 97%, sottolineando l'impegno verso la sostenibilità ambientale. Turfmaster Urban WeedDisseccante Spray Eco-Sostenibile Urban Weed di Turfmaster è un diserbante spray eco-sostenibile, privo di glifosato, progettato per ridurre e regolarizzare la crescita delle erbacce. La sua formulazione naturale crea una pellicola semimpermeabile sulla vegetazione indesiderata, limitando la traspirazione e rallentando la crescita. È adatto per l'uso in contesti agricoli e urbani, come giardini, cortili e strade. Prodotto in Italia, Urban Weed rappresenta una scelta responsabile per chi cerca soluzioni efficaci e rispettose dell'ambiente. Naturìì WeedX-80Erbicida Totale Concentrato ad Elevato Contenuto di Acido Acetico Naturìì WeedX-80 è un erbicida totale concentrato a base di acido acetico, ideale per il controllo rapido ed efficace delle infestanti. La sua azione caustica penetra rapidamente nei tessuti vegetali, rendendolo particolarmente adatto per l'eliminazione di erbe indesiderate su marciapiedi, vialetti di ghiaia e altre aree incolte. Per l'applicazione, si consiglia di diluire 1 litro di prodotto in 2 litri d'acqua e spruzzare direttamente sulle infestanti, preferibilmente con una pompa a pressione. È importante utilizzare il prodotto con cautela vicino a piante ornamentali, per evitare danni indesiderati.© Riproduzione Vietata

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