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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Rivestimenti Polimerici per Imballi Alimentari in Metallo
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Rivestimenti Polimerici per Imballi Alimentari in Metallodi Marco ArezioLe scatole in metallo per la conservazione degli alimenti hanno una lunga storia ma se nel passato, presentavano delle carenze dal punto igienico e tossicologico, specialmente a causa delle saldature che venivano fatte in lega Sn-Pb, attualmente la qualità dei prodotti costruiti sono decisamente elevate. Oggi la protezione degli alimenti è principalmente affidata allo strato polimerico di rivestimento interno, detto coating, che si frappone tra la parete di metallo e il cibo contenuto. La funzione primaria di questa barriera è quello di proteggere i prodotti alimentari dalla luce, l’ossigeno, gli enzimi, l’umidità, gli inquinanti e i microorganismi che ne comporterebbero la modificazione della struttura dell’alimento e la sua qualità. Lo scopo è anche quello di aumentare la vita utile dell’alimento o della bevanda che in condizioni normali, cioè non inscatolato, si deteriorerebbe con più velocità, in quanto le reazioni biochimiche, enzimatiche e l’attività dei microorganismi farebbero normalmente il loro corso. Quindi, per aumentare la vita degli alimenti, le confezioni in metallo vengono normalmente rivestite con film di resine sintetiche applicate sul foglio metallico ancora piano, film che assume spessori di pochi micron. La scelta del tipo di resina dipende dalle sue caratteristiche meccaniche, chimiche o termiche in base al contenuto che devono ospitare. Qui di seguito possiamo elencare le principali: • Colofonia è costituita principalmente da acido abietico, che viene normalmente additivata con ZnO per controllare le reazioni chimiche che si formano attraverso gli aminoacidi solforati delle proteine. • Resine Viniliche sono della famiglia delle resine termoplastiche, normalmente PVC, che hanno un’ottima resistenza agli acidi, ma hanno il difetto di assorbire i pigmenti degli alimenti. • Resine Fenoliche vengono composte attraverso la polimerizzazione della formaldeide e del fenolo che hanno un’ottima resistenza ai trattamenti termici, al PH e ai grassi. Attraverso il contenuto di formaldeide possiamo identificare due famiglie di resine fenoliche: Novolacche (termoplastiche) e Resoli (termoindurenti). • Resine Epossidiche sono resine termoindurenti costituite dal Bisfenolo A e dall’Epicloridrina che costituiscono il rivestimento più comune negli alimenti in scatola soprattutto nei cibi sott’olio a base di pesce. • Resine Poliestere sono resine termoindurenti ottenute da diversi monomeri come l’Anidride Ftalica, l’Anidride Maleica o l’Acido Fumarico, integrati con oli vegetali e pigmenti. Hanno la caratteristica della flessibilità dando allo strato della parete metallica questa caratteristica. • Resine Epossi-Fenoliche sono il risultato della polimerizzazione delle resine epossidiche con quelle fenoliche attraverso dei catalizzatori. Sono utilizzate come rivestimento trasparente di molte scatole metalliche in cui sono contenute conserve in olio, vegetali o cibi per animali. Per quanto riguarda le caratteristiche tossicologiche esistono norme di legge specifiche che pongono limiti sulla possibile migrazione delle sostanze del packaging negli alimenti, in cui si prendono in considerazione sia la migrazione specifica che la migrazione globale. Tuttavia la comunità scientifica ha dato nuovo impulso agli studi e alle ricerche sugli aspetti tossicologici relativi alle materie plastiche impiegate nell’industria alimentare, con particolare attenzione non più al singolo elemento che costituisce l’imballo, ma tiene in considerazione l’effetto cocktail che è dato da tutti gli elementi che vengono a contatto con il cibo, traslati nel tempo e con caratteristiche termiche differenti. Indubbiamente il cibo o la bevanda contenuti nel packaging al momento dell’imballo hanno determinate caratteristiche, ma a distanza di tempo e in condizioni climatiche differenti, la qualità del cibo che arriva sulla tavola potrebbe essere differente. Quindi sarebbe consigliabile una verificata attraverso un’analisi chimica, a campione, con uno strumento composto da un gascromatografo e uno spettrometro a mobilità ionica che, in modo semplice e rapido,  daranno la fotografia, analitica, della qualità del cibo o delle bevande.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - metallo - imballi - packaging Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche

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https://www.rmix.it/ -  La moquette si può riciclare grazie alla tecnologia molecolare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La moquette si può riciclare grazie alla tecnologia molecolare
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Dal 2024 il riciclo molecolare della moquette è realtà industriale: metanolisi, depolimerizzazione enzimatica e nuovi impianti globali aprono la strada all'economia circolare per i rifiuti tessili📅 Ultimo aggiornamento Articolo aggiornato: Marzo 2026 | Versione originale: Marzo 2020 | Autore: Marco Arezio La moquette e i tappeti rimangono tra i materiali più ostici nel panorama del riciclo globale. A sei anni dalla prima pubblicazione di questo articolo, il quadro tecnologico è cambiato radicalmente: quello che nel 2020 era ancora ricerca e sperimentazione è diventato, tra il 2024 e il 2026, produzione industriale su scala. Il riciclo molecolare — che sfrutta la chimica per spezzare e ricomporre i legami polimerici — è uscito dai laboratori ed è entrato negli impianti. Il problema strutturale non è cambiato — ma le soluzioni sì I tappeti e la moquette sono prodotti compositi per natura. La struttura tipica comprende fibre superficiali in nylon, polipropilene o PET, uno strato di supporto primario, un backing secondario in polipropilene o juta, e spesso uno strato in lattice o poliuretano espanso che funge da adesivo strutturale tra gli strati. Questi materiali, meccanicamente indissolubili, rendono il riciclo tradizionale quasi impossibile senza perdita di qualità o valore. Nel solo Regno Unito, si stima che solo il 2% delle 500.000 tonnellate di moquette a fine vita venga riciclato ogni anno, con la stragrande maggioranza dei materiali — circa il 75% — composta da nylon e polipropilene non biodegradabili che finiscono in discarica per decenni. World Economic Forum Negli Stati Uniti, l'industria dei tappeti produce quasi 12 miliardi di piedi quadrati di prodotto all'anno, con appena il 5% avviato al riciclo. World Economic Forum Il riciclo meccanico: limiti confermati Il riciclo meccanico — basato su separazione, triturazione, lavaggio ed estrusione — separa e lavora le plastiche senza intervenire sulle catene polimeriche. È un processo efficace per materiali omogenei e non contaminati, ma si scontra con limiti insormontabili nel caso di prodotti compositi come la moquette: gli additivi chimici, i leganti termici e i polimeri combinati rimangono uniti anche dopo il trattamento meccanico, abbassando drasticamente la qualità del materiale riciclato e rendendolo inadatto a sostituire la materia prima vergine nelle applicazioni più esigenti. Il riciclo molecolare: da speranza a realtà industriale (2024–2026) Il salto tecnologico cruciale è avvenuto tra il 2024 e il 2026. Il riciclo molecolare — noto anche come riciclo chimico avanzato o depolimerizzazione — utilizza processi chimici per spezzare i polimeri nelle loro unità monomeriche di base, rigenerandoli come materiale vergine, senza degrado delle prestazioni e senza "memoria" chimica dei cicli precedenti. Eastman Chemical: il più grande impianto al mondo operativo dal 2024 Il caso più significativo a livello globale è quello di Eastman Chemical Company. La tecnologia PRT (Polyester Renewal Technology) di Eastman utilizza la metanolisi per convertire i poliesteri nei loro monomeri di base e creare nuovi materiali indistinguibili da quelli prodotti con materie prime vergini. Questo processo, noto anche come depolimerizzazione, consente di riciclare i rifiuti di poliestere ripetutamente senza degrado nel tempo e riduce le emissioni di gas serra del 20–30% rispetto ai processi che utilizzano combustibili fossili. Eastman Nel marzo 2024, l'impianto di riciclo molecolare di Eastman a Kingsport, Tennessee, ha raggiunto la produzione iniziale conforme alle specifiche, avanzando verso la capacità di riciclare 110.000 tonnellate metriche di rifiuti plastici all'anno, inclusi imballaggi plastici, moquette e tessili in poliestere. Textiletechsource Nel corso del 2025, le operazioni di metanolisi di Eastman a Kingsport hanno registrato un volume di contenuto riciclato pari a 2,5 volte quello del 2024 Plastics News, confermando la fase di pieno scale-up industriale. Entro il 2030, Eastman punta a riciclare oltre 500 milioni di libbre (circa 225 milioni di kg) di rifiuti plastici all'anno attraverso le sue tecnologie di riciclo molecolare. Eastman Sono in fase di sviluppo due ulteriori impianti: uno a Longview, Texas, previsto per il 2027–2028, parzialmente finanziato dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, e uno in Normandia, Francia, con un investimento di 1 miliardo di dollari che utilizzerà energie rinnovabili. Textiletechsource Reju™ (Technip Energies): il VolCat process per i tessili Reju™, società di rigenerazione dei materiali di proprietà di Technip Energies, ha aperto il suo Regeneration Hub Zero a Francoforte, Germania, con l'obiettivo di iniziare le consegne di Reju Polyester — prodotto da rifiuti tessili — nel 2025. Reju utilizza VolCat, un processo di riciclo chimico organocatalitico per tessili in poliestere e imballaggi sviluppato in joint venture tra Technip, IBM e Under Armour, capace di estrarre monomeri puliti riducendo del 50% le emissioni di CO₂ rispetto al poliestere vergine. Textiletechsource PureCycle Technologies: il polipropilene circolare per la moquette Emerald Carpets, produttore di moquette per fiere, ha stretto una partnership con PureCycle Technologies per integrare la sua resina polipropilenica riciclata PureFive Choice nella produzione di fibra esistente, superare i requisiti californiani di contenuto riciclato e avviare un ciclo chiuso: PureCycle ricicla le moquette usate di Emerald in pellet di polipropilene, che Emerald utilizzerà per nuova moquette, consentendo di soddisfare i requisiti di contenuto riciclato in circuito chiuso della California entro il 2028. Samsara Eco: il riciclo enzimatico del nylon Dall'Australia arriva un'ulteriore frontiera tecnologica. Samsara Eco produce nylon 6,6 riciclato infinitamente da rifiuti tessili attraverso un processo brevettato che utilizza enzimi mangia-plastica chiamati EosEco™, capaci di riciclare poliestere, nylon 6 e tessuti misti. Specialty Fabrics Review Il quadro normativo: regolamentazione come acceleratore Il contesto normativo globale sta spingendo l'intero settore verso soluzioni circolari. In Europa, il Regolamento sull'Ecodesign for Sustainable Products (ESPR), entrato in vigore nel 2024, impone requisiti crescenti di contenuto riciclato e riciclabilità per i prodotti da costruzione, incluse le pavimentazioni. Il Green Deal europeo e la direttiva sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) stanno creando un quadro in cui i produttori devono farsi carico del fine vita della moquette. Negli Stati Uniti, la California rimane il laboratorio avanzato: le leggi statali che impongono quote di contenuto riciclato stanno guidando investimenti e partnership tra produttori e riciclatori, con scadenze operative al 2028 per i sistemi a circuito chiuso. Floor Daily I programmi industriali di ritiro e riciclo Parallelamente alle tecnologie di riciclo molecolare, si consolida l'infrastruttura logistica di raccolta. Tarkett, leader mondiale nella pavimentazione, ha raccolto oltre 124.000 tonnellate di pavimentazioni attraverso il programma ReStart® in 14 anni, con una crescita del 40% nelle raccolte nordamericane nel 2024, riciclando 2,1 milioni di libbre di pavimentazione usata. Il programma è attivo in 29 paesi in tutto il mondo. PR Newswire Sfide aperte: costi, infrastrutture e volumiNon mancano le criticità. Il mercato del riciclo della moquette sta affrontando una pressione crescente: le vendite di moquette sono in calo, riducendo i volumi totali di rifiuto disponibile. Il passaggio dalla moquette in nylon a quella in PET negli ultimi 15 anni ha complicato la catena del valore, poiché il nylon riciclato aveva un valore consolidato mentre i mercati per la fibra PET da moquette riciclata sono ancora in sviluppo. La sfida infrastrutturale principale, secondo Chris Killian, Senior VP e CTO di Eastman, non è tecnologica ma di scala: "Oggi, con un solo impianto, il livello di materia prima è gestibile. Ma la sfida infrastrutturale è crescere".Conclusione: un settore in trasformazione strutturale Tra il 2020 e il 2026, il riciclo molecolare della moquette è passato dal piano delle promesse a quello delle realizzazioni concrete. Gli impianti operativi, le partnership industriali e i quadri normativi convergenti stanno costruendo un'infrastruttura che — pur ancora incompleta — rappresenta la prima risposta sistemica a un problema che per decenni è rimasto senza soluzione. La depolimerizzazione non è più la speranza: è il presente che si sta industrializzando. ❓ FAQ D: Cos'è il riciclo molecolare della moquette? R: È un processo chimico che depolimerizza le fibre plastiche della moquette — come nylon, polipropilene e PET — riportandole ai monomeri originali, rigenerabili come materia prima vergine senza perdita di qualità. D: Perché la moquette non si può riciclare meccanicamente? R: La moquette è un prodotto composito con diversi polimeri, additivi e strati incollati termicamente. Il riciclo meccanico non rompe questi legami chimici, producendo un materiale degradato di scarso valore commerciale. D: Quali aziende sono leader nel riciclo molecolare della moquette nel 2026? R: Eastman Chemical (USA/Francia), Reju/Technip Energies (Germania), PureCycle Technologies (USA) e Samsara Eco (Australia) sono tra i principali attori con impianti operativi o in fase avanzata di sviluppo. D: Quanta moquette viene riciclata attualmente? R: I tassi restano bassi: circa il 2% nel Regno Unito e il 5% negli Stati Uniti. Il riciclo molecolare ha l'obiettivo di aumentare significativamente questi valori nei prossimi anni. D: La moquette riciclata molecolarmente è di qualità inferiore? R: No. La depolimerizzazione produce monomeri indistinguibili da quelli vergini, consentendo la produzione di materiali di qualità equivalente al prodotto di prima produzione. D: Cosa prevede la normativa europea sulla moquette a fine vita? R: Il Regolamento ESPR (Ecodesign for Sustainable Products), in vigore dal 2024, impone requisiti crescenti di riciclabilità e contenuto riciclato per i prodotti da costruzione, incluse le pavimentazioni tessili.Fonti principali citate: Eastman Chemical Company — eastman.com/en/sustainability Textile Technology Source — Advances in Textile Recycling, novembre 2024 World Economic Forum — Why carpet is so difficult to recycle, settembre 2023 Tarkett Press Release — Tarkett innovates circular recycling solution, giugno 2025 FloorFocus — Carpet Recycling Update 2025, agosto/settembre 2025 Plastics News — Eastman sees chemical recycling gains, gennaio 2026

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https://www.rmix.it/ - Ciclo di Vita e Applicazioni Sostenibili dell'EPDM Riciclato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ciclo di Vita e Applicazioni Sostenibili dell'EPDM Riciclato
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Analisi sulla Produzione, Utilizzo e Strategie di Riciclo nel Settore dei Teli e delle Barriere Impermeabili di Marco ArezioIl presente articolo esplora il ciclo di vita del telo in EPDM (Etilene Propilene Diene Monomero) riciclato, mettendo in evidenza i processi di produzione, le principali applicazioni e le strategie per il suo ulteriore riciclo. L'obiettivo è valutare l'impatto ambientale del materiale e le sue potenzialità nel contesto dell'economia circolare.Caratteristiche e Produzione dell'EPDM Riciclato L'Etilene Propilene Diene Monomero (EPDM) è un elastomero termoplastico ampiamente impiegato in vari settori industriali grazie alle sue notevoli proprietà di resistenza all'invecchiamento, agli agenti atmosferici, agli UV e a numerosi prodotti chimici. Questo polimero si distingue per la sua versatilità e durabilità, che lo rendono ideale per applicazioni esterne, in particolare in condizioni ambientali estreme.Composizione e Proprietà dell'EPDM Il polimero EPDM è un terpolimero di etilene, propilene e un diene che consente la vulcanizzazione con zolfo. La struttura molecolare unica dell'EPDM gli conferisce eccellenti proprietà fisiche, tra cui una notevole resistenza alle variazioni termiche, mantenendo la sua flessibilità a temperature molto basse e resistendo efficacemente al calore e al vapore acqueo. Tali proprietà rendono l'EPDM particolarmente efficace per applicazioni come guarnizioni, isolamenti, coperture per tetti e membrane impermeabilizzanti.Processi di Riciclo dell'EPDMNonostante l'EPDM abbia una lunga durata, alla fine del suo ciclo di vita può essere trasformato e riciclato attraverso vari processi che mirano a ridurre l'impatto ambientale e promuovere l'uso sostenibile delle risorse. Riciclo meccanico: Questo è il metodo più comune per il riciclo dell'EPDM. Il materiale viene raccolto, pulito e sminuzzato in granuli o polveri. Questi possono essere riutilizzati per produrre nuovi articoli di gomma, compresi altri teli in EPDM, mattonelle per pavimenti, o come aggregato in applicazioni di costruzione. Il processo meccanico è preferito per la sua semplicità e costo relativamente basso, ma può comportare una certa perdita di proprietà meccaniche nel materiale riciclato. Riciclo chimico: Anche se più costoso e tecnologicamente avanzato, il riciclo chimico offre il vantaggio di poter recuperare monomeri puri che possono essere reintegrati nella produzione di nuovi polimeri. Questo processo implica l'uso di solventi o catalizzatori chimici per spezzare i legami polimerici dell'EPDM, trasformandolo in materiali più semplici che possono essere facilmente rigenerati. Riciclo energetico: In alcune circostanze, quando il riciclo materiale non è praticabile, l'EPDM può essere utilizzato come combustibile per la produzione di energia. La combustione di EPDM produce una quantità significativa di energia, ma questa pratica è meno favorevole dal punto di vista ambientale e viene generalmente considerata come ultima opzione.Produzione di Teli in EPDM Riciclato Il processo di produzione di teli in EPDM riciclato inizia con la selezione e la preparazione del materiale riciclato, che viene pulito per rimuovere contaminanti e poi triturato. Il materiale viene quindi miscelato con un certo quantitativo di EPDM vergine e vari additivi, come antiossidanti e agenti vulcanizzanti, per garantire che il telo finale possieda le qualità richieste. Il composto ottenuto è successivamente processato attraverso calandre per formare teli. Questi vengono poi vulcanizzati, un processo in cui il materiale viene riscaldato in presenza di zolfo per formare legami incrociati che migliorano le proprietà elastiche e meccaniche del prodotto finale. La produzione di teli in EPDM riciclato non solo contribuisce a ridurre i rifiuti e l'uso di risorse vergini, ma rappresenta anche un'eccellente opportunità per promuovere pratiche industriali più sostenibili. Attraverso l'adozione di processi di riciclo e produzione responsabili, è possibile ottenere un significativo impatto ambientale positivo, riducendo l'impronta di carbonio e promuovendo l'economia circolare nel settore dei materiali sintetici.Applicazioni del Telo in EPDM Riciclato Il telo in EPDM riciclato, grazie alle sue proprietà di durabilità e resistenza agli agenti atmosferici, trova numerose applicazioni in vari settori industriali, contribuendo a promuovere una gestione più sostenibile delle risorse. Questo capitolo esplora le principali applicazioni industriali del telo in EPDM riciclato, evidenziando i vantaggi specifici e presentando alcuni studi di caso significativi.Applicazioni in Edilizia e nell'Ingegneria CivileEdilizia: Nel settore edilizio, il telo in EPDM riciclato è largamente utilizzato per le sue eccellenti proprietà di impermeabilizzazione. Viene impiegato come membrana per tetti piani o leggermente inclinati, offrendo una soluzione duratura e resistente agli UV e alle intemperie. Inoltre, è usato come barriera anti-radice in giardini pensili e come rivestimento per stagni artificiali e piscine, garantendo l'isolamento e la protezione contro le perdite.Ingegneria civile: L'EPDM riciclato trova impiego anche in progetti di ingegneria civile, come nella costruzione di barriere per il controllo dell'erosione e nel rivestimento di canali e bacini idrici. Le sue proprietà meccaniche garantiscono durabilità e resistenza, essenziali in applicazioni che richiedono una lunga durata e minimi interventi di manutenzione.Vantaggi Specifici L'impiego di EPDM riciclato porta con sé numerosi benefici, sia economici che ambientali: Sostenibilità: Utilizzare EPDM riciclato riduce la quantità di rifiuti destinati alle discariche e la dipendenza da risorse non rinnovabili. Questo non solo aiuta a conservare le risorse naturali ma anche a ridurre l'emissione di gas serra durante la produzione di nuovi materiali. Costo-Efficacia: Il riciclo dell'EPDM può ridurre significativamente i costi di produzione. I materiali riciclati sono generalmente meno costosi rispetto alle loro controparti vergini, rendendo il prodotto finale più accessibile e competitivo sul mercato. Performance: Nonostante sia riciclato, il telo in EPDM mantiene eccellenti proprietà fisiche e meccaniche, rendendolo adeguato per applicazioni che richiedono resistenza e durabilità. Questo assicura che l'uso di materiali riciclati non comprometta la qualità o l'efficacia del prodotto finale.Riciclo e Vita Futura dell'EPDM Riciclato Il ciclo di vita dell'EPDM riciclato non termina con la sua prima o seconda applicazione; le opportunità per ulteriori ricicli o altre forme di riutilizzo continuano a espandere il potenziale di questo materiale versatile. Questo capitolo esplora le opzioni di fine vita per l'EPDM riciclato, esamina le barriere al riciclo e discute le prospettive future che possono influenzare il suo uso sostenibile.Opzioni a Fine Vita del Telo in EPDMRi-riciclo: L'EPDM riciclato può essere sottoposto a processi di riciclo ripetuti, mantenendo una qualità accettabile per diverse applicazioni. Tuttavia, ogni ciclo di riciclo può potenzialmente degradare alcune delle proprietà fisiche del materiale, il che può limitare l'uso finale dei prodotti di riciclo. Innovazioni nel trattamento e nella preparazione del materiale possono estendere la vita utile dell'EPDM riciclato, consentendo una maggiore reintroduzione nel ciclo produttivo. Upcycling: Trasformare l'EPDM usato in prodotti di valore superiore è un'opzione intrigante. Ad esempio, l'EPDM riciclato può essere trasformato in compositi di alta qualità per applicazioni in settori tecnologicamente avanzati, come componenti per veicoli elettrici o infrastrutture intelligenti, dove le sue proprietà di isolamento e durabilità sono particolarmente preziose. Downcycling: In molti casi, l'EPDM riciclato viene utilizzato per produrre materiali che richiedono meno prestazioni rispetto all'applicazione originale, come sottofondi per pavimentazioni o materiali di riempimento per costruzioni. Questo permette di sfruttare materiali altrimenti destinati allo smaltimento, anche se non valorizza pienamente il potenziale del polimero.Barriere al Riciclo del Telo in EPDMIl riciclo dell'EPDM riciclato si scontra con diverse problematiche, che possono variare da aspetti tecnici a questioni economiche e regolamentari: Tecnologia: I processi di riciclo per l'EPDM possono essere complessi e costosi, specialmente il riciclo chimico, che richiede investimenti significativi in ricerca e sviluppo per migliorare l'efficienza e ridurre i costi. Economia: La raccolta e il trattamento dell'EPDM post-consumo possono essere economicamente svantaggiosi senza incentivi adeguati. La variabilità dei prezzi del petrolio può anche influenzare la competitività dell'EPDM riciclato rispetto a quello vergine. Normative: Le leggi e le politiche ambientali possono sia favorire sia ostacolare il riciclo dell'EPDM. Le normative che impongono standard rigorosi per i materiali riciclati possono limitare l'uso di EPDM riciclato in certe applicazioni, mentre incentivi per pratiche di produzione sostenibile possono promuovere il suo uso.Prospettive Future per il Riciclo del Telo in EPDMLe tendenze attuali e le innovazioni future giocano un ruolo cruciale nel determinare il ruolo dell'EPDM riciclato nell'economia circolare: Innovazione Tecnologica: Sviluppi nei metodi di riciclo chimico potrebbero migliorare l'efficienza del processo e la qualità del materiale riciclato, rendendo l'EPDM riciclato più competitivo. La ricerca in catalizzatori più efficaci e processi meno energivori è fondamentale. Tendenze di Mercato: Con una crescente consapevolezza ambientale e una spinta verso la sostenibilità, la domanda per materiali riciclati è destinata ad aumentare. Questo potrebbe incentivare ulteriori investimenti in tecnologie di riciclo e aumentare la scala di produzione per l'EPDM riciclato. Politiche Ambientali: Le politiche governative che impongono l'utilizzo di materiali riciclati e offrono incentivi finanziari per il riciclo possono spingere le industrie a adottare pratiche più sostenibili. Concludendo, l'EPDM riciclato possiede un potenziale significativo per contribuire a un'economia più circolare e sostenibile. Superare le sfide tecniche ed economiche e sfruttare le opportunità emergenti sarà fondamentale per il suo futuro impiego e per la sua accettazione su scala più ampia nel panorama industriale globale.

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https://www.rmix.it/ - Gli Elastomeri Termoplastici Riciclati - TPE: Quali sono e Come si Utilizzano
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Gli Elastomeri Termoplastici Riciclati - TPE: Quali sono e Come si Utilizzano
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Le giuste ricette portano alla creazione di miscele di TPE riciclabili dalle caratteristiche sorprendentidi Marco ArezioGli elastomeri termoplastici (TPE) sono degli elementi costituiti da famiglie differenti di materiali che si associano per creare un composto con caratteristiche migliorative. Chiamati anche gomme termoplastiche, sono, appunto, l’unione tra una plastica e una gomma, questo matrimonio permette di sfruttare le caratteristiche elastiche delle gomme, che si esprimono nella capacità di essere deformate in base ad una forza applicata, sia in lunghezze che in larghezza, per poi riprendere la forma originaria quando verrà meno la forza, e dall’altra la possibilità, come tutti i polimeri termoplastici, di essere lavorati e riciclati. Gli elastomeri termoplastici, quindi, possono essere facilmente impiegati nello stampaggio ad iniezione e nell’estrusione dei manufatti. I primi TPE furono messi sul mercato negli anni ’50 del secolo scorso, attraverso la produzione del polimero poliuretanico termoplastico, per poi allargare la gamma delle miscele, nei decenni successivi, ad altre tipologie di elastomeri termoplastici. I vantaggi dei TPE - Innanzitutto le miscele di TPE possono essere riciclate attraverso il sistema di riciclo meccanico e riutilizzati come nuova materia prima- Facilità di lavorazione rispetto alle gomme vulcanizzate, quindi con tempi di processo più veloci e costi minori dei prodotti finali - Ottima resistenza agli oli anche superiore alle gomme - Saldabilità e trasparenza in alcune formulazioni - Ottima resistenze sia alle basse temperature che a quelle alte - Possibilità di realizzare prodotti finiti più leggeri rispetto alle gomme vulcanizzate Quali sono i principali TPE - Compound poliolefinici come il TPO - Compound stirenici come l’SBS e SEBS - Compound poliuretanici - Compound a base Copoliestere - Compound vulcanizzati come il TPV Dove vengono impiegati gli Elastomeri Termoplastici - Settore medicale e farmaceutico per guarnizioni, valvole, tubi e oggetti che vanno in autoclave - Settore delle calzature per la produzione di suole, tacchi, sotto tacchi e scarpe antinfortunistiche - Settore alimentare ed agricolo come i supporti per i codici a barre, tubi da irrigazione, erba sintetica, cavi di blocco, separatori per frutta e verdura, supporti di marchiatura. - Edilizia come i rivestimenti tubi in acciaio, ingredienti per la modifica di bitumi stradali, elementi fonoassorbenti e antivibranti - Articoli sportivi come il rivestimento rigido per gli scarponi da sci, punte e code degli sci, tavole da snowboard, abbigliamento sportivo e per il nuoto - Automotive come i cruscotti, alcune parti della carrozzeria e del cambio, guarnizioni, coperture delle zone degli airbags, pannelli di portiere e rivestimenti vari. Come si riciclano i TPE La maggior parte dei prodotti fatti in TPE sono riciclabili attraverso gli impianti di riciclo meccanico, quindi, le operazioni che si effettueranno riguarderanno, la selezione del materiale, dividendo le varie tipologie di elastomeri termoplastici, la macinazione, il lavaggio se necessario, e la granulazione del materiale per riutilizzarlo in produzione. Una fase importante del processo riguarda sicuramente la selezione degli scarti in quanto, a volte, è possibile trovare rifiuti di TPE sui quali rimangono quantità anche apprezzabili di altri materiali di natura diversa, come per esempio le schiume poliuretaniche o i polietileni reticolati, che possono inquinare il prodotto finale.

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Invecchiamento e Degrado dei Polimeri Riciclatidi Marco ArezioSi parla spesso di degrado dei polimeri riciclati dovuti a fattori che riguardano le fasi di trasformazione e riciclo delle materie prime, con conseguenze negative sul prodotto finale.Meno si parla dei fenomeni di invecchiamento dei polimeri che riguardano quelli amorfi e la parte amorfa dei semicristallini, al di sotto della temperatura di transizione vetrosa. Mentre per l’invecchiamento le condizioni di temperatura possono incidere o recuperare uno stato ideale del polimero, il degrado è, di per sé, una questione più complessa perché riguarda, non solo i componenti della ricetta dei polimeri riciclati, ma anche i processi di impiego dei polimeri stessi. Non potendo analizzare i comportamenti di invecchiamento e degrado di tutte le composizioni delle plastiche riciclate, specialmente per quanto riguarda quelle che provengono dal post consumo, ci limitiamo a illustrare le cause principali che possono determinare i fattori sopra descritti. La Temperatura Se prendiamo la temperatura convenzionale a 20° possiamo dire che le variazioni, positive o negative della stessa, generano nel polimero modifiche significative sulle caratteristiche meccaniche e sui loro comportamenti, che da duttili possono trasformarsi in fragili. In particolare il degrado termico può essere chimico, con la determinazione delle rotture dei legami delle catene, o fisico, con variazioni comportamentali rispetto allo status in corrispondenza della temperatura di transizione vetrosa. Mentre il degrado fisico è sempre reversibile, per quello chimico si parla sempre di irreversibilità del fenomeno. Il degrado termico può essere espresso visivamente con l’ingiallimento del prodotto o nella perdita parziale del colore. Il Fuoco La maggior parte delle materie plastiche sono combustibili e quando vengono in contatto con alte temperature possono bruciare e sviluppare gas nocivi. Quando si realizzano i prodotti si deve tenere in considerazione il comportamento al fuoco che, oltre ad influire sulla stabilità del manufatto, può creare pericolosi fenomeni di tossicità. In alcuni materiali però la combustione è ritardata o addirittura inibita grazie alla presenza in essi di quantità significative di cloro (come nel PC) o di fluoro (come nel PTFE o ETFE). Rapido Raffreddamento Come abbiamo visto precedentemente un cambio repentino di temperatura può creare un invecchiamento nei polimeri. Per esempio, un raffreddamento troppo veloce in fase di produzione del manufatto, può creare nelle molecole una fase di disequilibrio rispetto allo stato neutro di partenza. Tuttavia, con il tempo, le macromolecole tendono a portarsi verso una condizione di equilibrio provocando però una leggera diminuzione di volume, l’aumento di rigidità e l’addensamento del materiale. I Solventi I polimeri come il PE, il PVC, il PTFE o l’ETFE, non si corrodono per via elettrochimica come i metalli, offrendo normalmente una buona resistenza agli acidi su base inorganica, ma possono reagire con solventi organici (ad esempio l’acetone) e talvolta con l’acqua (ad esempio il nylon). In questa situazione possiamo trovare come effetti negativi la rottura dei legami intermolecolari, la diminuzione del modulo elastico e il rigonfiamento dei materiali. Ossidazione La riduzione delle proprietà meccaniche può essere determinata anche dall’ossidazione: i radicali liberi provenienti dalla rottura di legami chimici delle catene fissano l’ossigeno. Particolarmente sensibile a questo tipo di degrado è il polipropilene. I raggi Ultravioletti L’azione dei raggi ultravioletti risulta dannosa nel lungo periodo, perché non solo deteriora l’aspetto del materiale decolorandolo o imbrunendolo, ma riduce anche le sue proprietà meccaniche. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - invecchiamento - degrado

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https://www.rmix.it/ - Pavimentazioni Stradali Sostenibili con Masselli in PVC Riciclato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pavimentazioni Stradali Sostenibili con Masselli in PVC Riciclato
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Pavimentazioni Stradali Sostenibili con Masselli in PVC Riciclatodi Marco ArezioLe pavimentazioni stradali sono un sistema costruttivo flessibile formato da diversi elementi, portanti, drenanti e di finitura, che costituiscono il sistema veicolare e di stazionamento dei mezzi circolanti.A seconda della posizione geografica delle strade, della meteorologia prevalente e dell’abitudine costruttiva, vengono utilizzati principalmente tre sistemi costruttivi che possono assolvere al compito di ospitare il traffico di mezzi pesanti e leggeri: • Pavimentazioni in asfalto • Pavimentazioni in cemento • Pavimentazioni in masselli Dei tre elementi costitutivi quello con l’asfalto, dal punto di vista dei chilometri di strade realizzate, è sicuramente quello più utilizzato a livello mondiale, probabilmente per la facilità di posa, anche se la manutenzione di un manto con il bitume presenta molte criticità a causa delle temperature, del sale per sciogliere il ghiaccio e dell’abrasione del tappetino finale. La pavimentazione in cemento, anch’essa semplice nella posa, comporta la creazione di giunti di dilatazione regolari, la manutenzione degli stessi, una maggiore rumorosità nel rotolamento della ruota rispetto all’asfalto, le problematiche di durabilità nei cicli di gelo e disgelo imposti dal clima e dalla posa del sale per evitare la formazione del ghiaccio. Inoltre la rigidità del manto di copertura stradale è in antitesi con l’elasticità della struttura portante sottostante. Il massello autobloccante in cemento è un sistema costruttivo che può avere numerosi vantaggi rispetto ai due precedenti, in particolare si può realizzare una pavimentazione elastica, durevole all’abrasione diretta del traffico veicolare, drenante in quanto tra le fughe è possibile la percolazione dell’acqua, di facile manutenzione. Nonostante abbia un certo numero di vantaggi, ci sono poi da considerare alcune caratteristiche negative, quali la maggior rumorosità rispetto alla copertura in asfalto, un costo di posa maggiore e una scarsa resistenza al sale nei periodi invernali. Dal punto di vista della sostenibilità, i due sistemi costruttivi in cui si usa il cemento sono sicuramente non tra le migliori soluzioni di pavimentazione, nell’ottica di un’economia circolare, mentre quella caratterizzata con l’asfalto potrebbe rientrare in quelle strutture sostenibili, se venissero utilizzati compound in cui includano lo scarto dei pneumatici riciclato e lo scarto di manti stradali precedentemente fresati. Esiste anche un’altra soluzione sostenibile di pavimentazione, composta da masselli autobloccanti in PVC riciclato, costituito dallo scarto delle guaine dei cavi elettrici, che permette di rispondere a molte problematiche espresse dalle tre pavimentazioni precedentemente citate. Vediamo i vantaggi: • Mantenimento di una sede stradale o di parcheggio elastico • Permette il drenaggio delle acque • Facile posa in quanto ha una forma ad incastro • Non presenta problemi di durabilità dell’elemento dati dal sale stradale • Durante la manutenzione si interviene solo sui singoli pezzi • Maggiore portata dinamica rispetto ad un autobloccante in cemento e maggiore durata • Ecologico in quanto è fatto al 100% con scarti proveniente dal riciclo dei cavi • Crea una superficie isolata elettricamente in quanto il PVC è un materiale isolante • Resistente a oli e acidi • Si lava e si sgrassa facilmente con getti di acqua e detersivo • Antiscivolo e colorabile con vernici acriliche per materie plastiche• Adatto al traffico pesanteCome abbiamo visto, il massello autobloccante in PVC riciclato è adatto sia ad aree di parcheggio, anche in presenza di mezzi pesanti, che sulle strade dove si può notare come l’elemento costituito in PVC risolve, specialmente in aree con climi freddi, l’annoso problema della durabilità dei manti stradali quanto si deve spargere il sale.Inoltre essendo fatto con materiale riciclato e, potendo essere riciclabile quando si dovesse decidere la sostituzione della struttura, si può considerare l’intervento di edilizia stradale come sostenibile nell’ambito dell’economia circolare. Il massello in PVC riciclato gode di una serie di certificazioni sul prodotto qui elencate:• Resistenza all'abrasione • Resistenza alla flessione • Resistenza alla compressione con riduzione degli spessori • Valore di penetrazione del manufatto in tempi differenti • Scivolosità con metodo BCRA • Stabilità dimensionale • Impronta residua • Conduttività termica apparente • Resistenza elettrica: isolamento superficiale • Resistenza elettrica: isolamento attraverso lo spessore del materiale • Resistenza alla bruciatura di sigaretta • Reazione al fuoco • Analisi eluato Posa dei masselli autobloccanti in PVC riciclatoIl funzionamento delle pavimentazioni ad elementi si basa sul concetto di “ingranamento” che possiamo definirlo come l' impossibilità di movimento di un elemento rispetto a quelli adiacenti, l'obbiettivo da raggiungere con la progettazione del blocco stesso e della posa in opera é quindi l'impedimento del massello posato di effettuare tre movimenti: verticale, orizzontale e rotazionale. L'ingranamento verticale viene raggiunto mediante il trasferimento del carico di taglio ai masselli circostanti attraverso la sabbia nei giunti di collegamento. Il bloccaggio rotazionale é demandato allo spessore mentre il bloccaggio rispetto le forze orizzontali avviene attraverso l'uso corretto dei schemi di montaggio, che disperdono le forze dovute alla frenatura e all’ accelerazione dei veicoli e dagli sforzi tangenziali degli pneumatici in curva. Pe quanto riguarda la posa si comincia con la compattazione del terreno di sottofondo attraverso mezzi adeguati, particolare attenzione dovrà essere posta nelle zone limitrofe ai bordi, pozzetti, caditoie nelle zone di riempimento degli scavi di tubature e impianti. Nel caso non si rispettino i minimi garantiti in fase progettuale si dovrà procedere alla sostituzione del terreno con materiali più idonei. La pendenza del piano di posa va verificata, poiché é da considerare che non é possibile ricavare le pendenze dagli strati di base o da quello di allettamento. Per favorire il deflusso delle acque ed evitare il precoce cedimento della pavimentazione non devono mai essere realizzate con pendenza minore dell' 1,5%. E' opportuno utilizzare opportuni geosintetici durante la posa della pavimentazione, questi svolgono la funzione di separazione fra gli strati e di distribuzione dei carichi. Lo strato di allettamento dovrà mantenere uno spessore costante considerando in fase di assestamento per effetto anche della compattazione una riduzione di spessore tra il 20% e il 30% in funzione della granulometria utilizzata. La staggiatura può essere realizzata in due modi: • Pre-compattazione • Metodo classico La prima si effettua in diversi passaggi: dopo aver steso la sabbia con un idoneo spessore si vibro-compatta con piastra vibrante, si sparge un nuovo spessore di circa 1,5cm e si staggia. Con questo metodo é possibile garantire minori cedimenti in pavimentazioni che devono sopportare carichi elevati, inoltre é possibile in questo modo controllare maggiormente il cedimento finale della pavimentazione. Nel metodo classico La sabbia viene stesa e staggiata, la compattazione avviene nella fase successiva dopo aver installato i massetti attraverso idonee attrezzature. E’ importante non disturbare il piano di posa dopo la staggiatura, nel caso questa venga rovinata anche in piccole porzioni é necessario provvedere alla sua sistemazione prima della finitura con i masselli, é inoltre importante non eseguire mai queste operazioni in caso di temperature minori di 1°C onde evitare la formazione di giaccio. A questo punto si possono posare i masselli in PVC riciclati, facendo collimare il bordo di un elemento con un altro, senza lasciare spazio per le fughe di sabbia. Al termine di questa operazione si effettuerà una rullatura vibrata di putto il pavimento posato e si può predisporre una verniciatura del colore preferito attraverso l'uso di vernici acriliche specifiche per la plastica.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PVC - edilizia - masselli autobloccanti

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Come la chimica sostenibile trasforma la produzione della cartadi Marco ArezioNel mondo industriale contemporaneo, l’attenzione verso la sostenibilità è divenuta una priorità imprescindibile. Questo vale in modo particolare per l’industria cartaria, che gioca un ruolo centrale nella transizione verso un modello produttivo più circolare. La chimica, in questo contesto, riveste un ruolo fondamentale nel migliorare l’efficienza dei processi e ridurre l’impatto ambientale complessivo. Il processo produttivo della carta, complesso e articolato, può essere suddiviso in quattro fasi principali, ciascuna delle quali beneficia significativamente dell’intervento chimico: produzione delle paste, formazione del nastro umido, finitura del foglio e riciclo dei materiali cartari. Produzione delle paste La prima fase del processo produttivo è la preparazione delle paste, che rappresenta il punto di partenza per ottenere un materiale fibroso adatto alla fabbricazione della carta. Le paste possono derivare sia da materie prime vergini, come il legno, sia da materiali riciclati. La chimica gioca qui un ruolo cruciale, intervenendo con processi di separazione delle fibre, sbiancamento e trattamento delle impurità. Nelle paste ottenute da legno, i processi chimici come la cottura kraft o il metodo solfito consentono di separare le fibre di cellulosa dalla lignina, una sostanza che conferisce rigidità al legno ma che deve essere rimossa per ottenere una carta di qualità. Nel caso del riciclo, i prodotti chimici vengono impiegati per eliminare inchiostri, adesivi e altre impurità, garantendo una materia prima pulita e riutilizzabile. In entrambi i casi, l’obiettivo è ottenere fibre con il minimo impatto ambientale, riducendo al contempo il consumo di energia e acqua. Formazione del nastro umido La seconda fase è quella in cui le fibre sospese in acqua vengono distribuite uniformemente su una rete per formare il cosiddetto nastro umido, una struttura ancora molto ricca di acqua e poco resistente. Qui entrano in gioco additivi chimici specifici, come i flocculanti e i reticolanti, che migliorano la distribuzione delle fibre e la loro coesione, determinando una migliore formazione del foglio di carta. Altri interventi chimici riguardano l’ottimizzazione delle caratteristiche del nastro, ad esempio la resistenza iniziale o la capacità di trattenere i pigmenti, che diventeranno cruciali nelle fasi successive. La ricerca si concentra su prodotti chimici sempre più biodegradabili e a basso impatto ambientale, riducendo la quantità di sostanze che potrebbero contaminare i reflui industriali. Finitura del foglio Dopo l’essiccazione e il consolidamento del nastro umido, il foglio di carta passa alla fase di finitura. Questo è il momento in cui vengono definiti i parametri finali del prodotto: liscezza, lucentezza, stampabilità e resistenza meccanica. Gli interventi chimici in questa fase sono essenziali per conferire al foglio le caratteristiche richieste dai diversi settori applicativi. Agenti di superficie, come appretti e rivestimenti, migliorano la qualità estetica e funzionale della carta. Ad esempio, il trattamento con resine sintetiche o naturali può incrementare la resistenza all’umidità, rendendo il prodotto adatto a usi specifici, come il confezionamento alimentare. Anche in questa fase, l’innovazione chimica punta a sviluppare formulazioni che utilizzino materie prime rinnovabili o che siano facilmente riciclabili, allineandosi agli obiettivi di economia circolare. Riciclo dei materiali cartacei Gli additivi sostenibili stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella produzione della carta, in particolare per il riciclo dei materiali cartacei. Questi additivi, progettati per ridurre l’impatto ambientale senza compromettere la qualità del prodotto, rappresentano una soluzione innovativa per un’industria che punta sempre più verso la circolarità e la sostenibilità. Tra gli additivi più utilizzati si trovano i coadiuvanti di processo biodegradabili, che migliorano l'efficienza delle operazioni di riciclo. Ad esempio, enzimi specifici vengono impiegati per la rimozione degli inchiostri dai fogli stampati, evitando l’uso di detergenti chimici aggressivi. Gli enzimi, essendo molecole naturali, riducono la formazione di sottoprodotti nocivi e sono completamente biodegradabili, minimizzando l’impatto sui sistemi di trattamento delle acque reflue. Enzimi come le lipasi, utilizzate per la degradazione degli oli presenti nei residui di stampa, le cellulasi, impiegate per separare le fibre nelle paste riciclate, e le amilasi, efficaci nella rimozione di amidi residui, rappresentano esempi concreti di come la biotecnologia possa contribuire a processi più sostenibili. Questi enzimi agiscono selettivamente sulle sostanze bersaglio, riducendo il consumo di energia e prodotti chimici tradizionali. Un altro gruppo di additivi sostenibili è costituito dai flocculanti a base naturale, derivati da polimeri vegetali come l’amido modificato o la cellulosa. Questi materiali aiutano a migliorare la ritenzione delle fibre e dei riempitivi durante il processo di riciclo, riducendo le perdite di materia prima. Inoltre, i flocculanti naturali tendono a essere meno persistenti nell'ambiente rispetto alle loro controparti sintetiche. Per migliorare le caratteristiche meccaniche e ottiche delle fibre riciclate, si utilizzano anche additivi rinforzanti a base di lignina rigenerata, una sostanza recuperata dai processi di produzione della pasta. La lignina può essere trattata chimicamente per fornire proprietà adesive e incrementare la resistenza delle fibre riciclate, garantendo al tempo stesso un minore utilizzo di materie prime vergini. Gli impatti ambientali di questi additivi sostenibili sono decisamente positivi rispetto alle alternative tradizionali. La loro composizione naturale o biodegradabile riduce la tossicità dei reflui industriali e facilita il loro trattamento. Inoltre, l’utilizzo di materiali di scarto rigenerati, come la lignina, rappresenta un esempio concreto di economia circolare, riducendo gli sprechi e chiudendo il ciclo dei materiali. Tuttavia, è fondamentale continuare a monitorare e ottimizzare questi additivi per bilanciare prestazioni e costi, garantendo la loro competitività rispetto ai prodotti chimici tradizionali. La ricerca in questo campo sta rapidamente avanzando, con l’obiettivo di sviluppare formulazioni ancora più efficienti e sostenibili, rendendo l’industria della carta un modello virtuoso di innovazione e responsabilità ambientale. Altri additivi chimici: sbiancanti, antischiuma e flocculanti Oltre agli additivi già discussi, nell’industria cartaria si utilizzano altri prodotti chimici essenziali come gli sbiancanti ottici, gli antischiuma e i flocculanti. Ciascuno di essi svolge un ruolo fondamentale nel miglioramento della qualità del prodotto e nell’efficienza del processo, ma comporta anche sfide ambientali che oggi vengono affrontate grazie all’introduzione di alternative ecologiche. Sbiancanti ottici Gli sbiancanti ottici, noti anche come agenti fluorescenti, vengono utilizzati per migliorare la luminosità e il bianco ottico della carta. Questi composti assorbono la luce ultravioletta e riemettono luce blu, compensando le tonalità giallastre delle fibre. Tradizionalmente, gli sbiancanti contengono sostanze sintetiche non biodegradabili, che possono accumularsi negli ecosistemi acquatici. Le alternative ecologiche includono sbiancanti a base naturale o processi di sbiancamento enzimatico. Gli enzimi come le laccasi e le perossidasi possono degradare selettivamente i cromofori presenti nelle fibre, migliorando il bianco senza l’uso di agenti chimici aggressivi. Questi metodi riducono l’uso di cloro e altre sostanze tossiche, diminuendo l’impatto ambientale del processo. Antischiuma Gli antischiuma vengono impiegati per controllare la formazione di schiuma nei sistemi acquosi durante il processo di produzione della carta. La schiuma può compromettere l’efficienza operativa e la qualità del prodotto finito. Gli antischiuma tradizionali spesso contengono oli minerali o siliconi, che possono essere difficili da smaltire o trattare nei reflui. Le soluzioni ecologiche includono antischiuma a base di oli vegetali o formulazioni biologicamente degradabili. Questi prodotti continuano a garantire un'efficace gestione della schiuma durante i processi produttivi senza impatti negativi sull'ambiente. Formulati con oli vegetali derivati da fonti rinnovabili, tali antischiuma riducono notevolmente la tossicità dei reflui industriali e migliorano il trattamento delle acque di scarico. Riempitivi e cariche I riempitivi, come il carbonato di calcio e il caolino, sono ampiamente utilizzati nell’industria della carta per migliorare le proprietà ottiche e la stampabilità, oltre a ridurre i costi di produzione. Tuttavia, il loro impatto ambientale non è trascurabile, poiché la loro estrazione e lavorazione richiedono elevate quantità di energia e risorse naturali. Le alternative sostenibili si concentrano su cariche naturali a base di fibre vegetali, come i microfibrillati di cellulosa o le nanocellulose. Questi materiali, ricavati da sottoprodotti agricoli o forestali, non solo migliorano le proprietà meccaniche della carta ma riducono anche la dipendenza da risorse minerali non rinnovabili. Conservanti e biocidi I conservanti e i biocidi vengono impiegati per prevenire la crescita microbica nei sistemi acquosi utilizzati nella produzione della carta. Tradizionalmente, questi composti contengono sostanze chimiche aggressive, come isotiazolinoni o cloro, che possono rappresentare rischi ambientali significativi. Le formulazioni ecologiche a base di estratti vegetali, come i terpeni o i tannini, stanno emergendo come soluzioni sostenibili. Questi composti naturali offrono proprietà antimicrobiche efficaci, riducendo la necessità di utilizzare biocidi sintetici persistenti e contribuendo a un ciclo produttivo più sicuro per l'ambiente. Conclusione La chimica sostenibile sta trasformando l’industria della carta, offrendo soluzioni innovative che migliorano l’efficienza dei processi e riducono l’impatto ambientale. Gli additivi ecologici, dagli enzimi biodegradabili agli antischiuma a base vegetale, stanno contribuendo a un modello di produzione più circolare e rispettoso dell’ambiente. Nonostante le sfide economiche e tecniche, i progressi nella ricerca e sviluppo consentono di intravedere un futuro in cui la produzione della carta sarà sempre più compatibile con gli obiettivi globali di sostenibilità. Attraverso l’adozione di tecnologie verdi e la continua ottimizzazione dei processi, l’industria cartaria può diventare un esempio virtuoso di innovazione sostenibile.© Riproduzione Vietata

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Come l’impatto delle temperature può influire sui valori prestazionali dei polimeri altamente reticolati di Marco ArezioNel campo dei polimeri plastici esistono quelli classificabili come reticolati e quelli definiti lineari o ramificati, i quali esprimono differenze sostanziali nella distribuzione e nel collegamento tra i punti delle molecole. Si può quindi definire un polimero “reticolato” se esistono due o più linee che collegano due punti qualsiasi della sua molecola, mentre si può definire un polimero “lineare” o “ramificato” se non esistono catene laterali intestate in due o più punti. La caratteristica delle catene reticolate è che sono unite tra loro da legami covalenti, aventi un'energia di legame pari a quella degli atomi sulle catene e non sono perciò indipendenti le une dalle altre. Per questo motivo un polimero reticolato è generalmente una plastica rigida, che a seguito di un’azione di riscaldamento, si decompone o brucia, anziché rammollirsi e fondere come un polimero lineare o ramificato. Infatti, mentre un elastomero, soggetto ad una normale temperatura ambiente esprime il punto di rammollimento, i polimeri reticolati rimangono rigidi in condizioni termiche ambientali, ma anche a temperature superiori, fino a giungere un livello termico che causa la sua degradazione. Di conseguenza, se si sottopone un polimero reticolato a temperature superiori ai 200 °C, è facile che si crei il fenomeno di degradazione che rende il polimero difficilmente utilizzabile, nello stesso tempo, si è notato che l’aggiunta di cariche migliora la resistenza termica del compound. L’influenza della temperatura agisce facilmente sui polimeri lineari, ma non trova grande riscontro su quelli reticolati, questo a causa della fitta reticolazione che caratterizza la struttura polimerica che impedisce qualunque movimento molecolare che possa coinvolgere grandi deformazioni. A temperatura elevata, i polimeri densamente reticolati possono accennare a mostrare fenomeni viscoelastici ma, allo stesso tempo si manifestano reazioni chimiche, che alterano la struttura del materiale. Il motivo per cui spesso si creano legami reticolati è che i polimeri lineari non sono abbastanza resistenti per alcune applicazioni che richiedono una speciale robustezza, o una grande elasticità. In questi casi vengono creati dei legami incrociati tra le catene per ottenere polimeri reticolati più forti, ma che non sono più rimodellabili per fusione. Per quanto riguarda i comportamenti meccanici di un polimero densamente reticolato, come può essere le resine fenoliche, questi avranno delle reazioni differenti ed opposte, per esempio, rispetto agli elastomeri. Il diagramma sforzo-deformazione a trazione dei polimeri densamente reticolati indica, quindi, sempre un comportamento fragile, con piccoli allungamenti a rottura e alti carichi a rottura. In realtà bisogna anche considerare che i polimeri densamente reticolati che sono in commercio, possono contenere anche quantità di cariche di varia tipologia, come la cellulosa, i cascami di cotone, la farina di legno, la fibra di vetro e molte altre, per cui lo studio del comportamento meccanico non è sempre di facile intuizione.

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Una buona selezione dello scarto di PVC determina una migliore qualità del granulo riciclato per produrre i raccordi stampati per i tubidi Marco ArezioCome accade per la produzione dei tubi lisci per il convogliamento dell’acqua fatti con granuli in PVC riciclato, anche la produzione dei raccordi dei tubi segue delle regole di produzione consigliabili. Tubi e raccordi in PVC, adatti per far defluire le acque dagli edifici, senza pressione, hanno un buon alleato che si sta rapidamente diffondendo nel mondo. Il materiale riciclato sta prendendo sempre più piede in questo campo dando una grande mano all’economia circolare e soprattutto all’ambiente. Il riutilizzare degli scarti in PVC per trasformarli in altri prodotti, non solo crea un’indipendenza dall’industria petrolifera che, per quanto utile, è la maggiore responsabile dell’effetto serra e del prosciugamento delle risorse naturali. Ove fosse possibile, l’evitare di sostenere ulteriormente l’industria dei polimeri vergini, di derivazione petrolifera, costituirebbe di certo un grande regalo all’ambiente e quindi a noi stessi. C’è poi da considerare l’aspetto dell’inquinamento creato dai rifiuti solidi, che la società produce ad un ritmo impressionante a causa di un consumismo senza freni. Questi rifiuti, attraverso i principi dell’economia circolare, sono da riutilizzare per ridurne il loro impatto sulla nostra vita. Nel mondo della produzione dei tubi e raccordi in PVC, gli scarti hanno assunto un ruolo importante in quanto, attraverso una corretta selezione di essi, si possono estrudere tubi ed iniettare raccordi senza utilizzare il materiale vergine. Per i raccordi, che vengono realizzati in forme e diametri differenti, gioca un ruolo molto importante l’origine del materiale che vogliamo riciclare e che destineremo alla produzione dei manufatti. Ci sono alcune tipologie di rifiuti che possono essere usati per questa tipologie di prodotto: I profili dei serramenti che devono essere completamente puliti da gomme, siliconi, guarnizioni e ogni parte metallica presente nelle finestre.Le tapparelle che devono presentare la completa asportazione dei meccanismi di movimento in metalloI tubi di scarico prodotti o raccolti, devono essere macinati senza essere mischiati con altri tubi (PP-LD o HD)Carte di credito come scarti di produzioneAnime per avvolgere prodotti in carta o film plasticiManufatti per la tornitura a forma cilindrica piena o con altre forme, risultanti dallo scarto di lavorazione da materiali vergini o riciclati La scelta di utilizzare sempre materiali altamente selezionati e provenienti da una filiera che non sia quella del post consumo, garantisce un vantaggio qualitativo alla fonte e, soprattutto, si evita il pericoloso problema dell’inquinamento dei macinati da estrusione o stampaggio con altre tipologie di plastiche che non sono distinguibili ad occhio nudo. Se non si dispone di un controllo diretto dell’input del PVC in entrata, ma si acquista il macinato o il granulo finito, prima di utilizzarlo è importante poter fare un’analisi di laboratorio per capire la composizione della materia prima in entrata. Sarebbe inoltre una buona regola disporre di un piccolo estrusore da laboratorio per simulare una produzione campione, verificando i comportamenti del materiale in fase di fusione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - pvc

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https://www.rmix.it/ - Recupero del Titanio dalle Scorie d’Altoforno: Soluzioni Innovative per l’Economia Circolare
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Analisi dei metodi per estrarre titanio dai residui industriali: tecnologie, sfide e prospettive economiche per una gestione sostenibile del metallodi Marco ArezioIl titanio è un metallo con proprietà eccezionali come elevata resistenza alla corrosione, leggerezza e robustezza meccanica, che lo rendono un materiale cruciale per settori come l'aerospaziale, il biomedico e l'industria chimica. Tuttavia è anche un materiale costoso, principalmente a causa della complessità del processo di estrazione e della limitata disponibilità di fonti di alta qualità. Con la crescente domanda di titanio e l'incertezza nella disponibilità di materie prime, il recupero del titanio dalle scorie industriali è una strategia fondamentale per ridurre i costi e mitigare l'impatto ambientale dell'estrazione mineraria. Le scorie d'altoforno contenenti titanio sono un sottoprodotto della produzione metallurgica, in particolare nella fabbricazione dell'acciaio. Sebbene tradizionalmente considerate rifiuti, queste scorie contengono spesso percentuali significative di titanio sotto forma di ossidi, rendendole una fonte potenziale per il recupero del metallo. Questo articolo esplora i metodi attualmente studiati per il recupero del titanio da questi sottoprodotti, analizzandone l'efficacia e la sostenibilità sia economica che ambientale. Caratteristiche delle Scorie d'Altoforno e Contenuto di Titanio Le scorie d'altoforno sono un residuo del processo di fusione del ferro e possono contenere titanio principalmente sotto forma di ossidi, come il biossido di titanio (TiO₂). Questo titanio rimane generalmente intrappolato nella matrice della scoria, rendendo difficile il suo recupero diretto. La concentrazione di titanio nelle scorie varia in funzione della composizione dei minerali di partenza e delle condizioni di processo. In molti casi, il biossido di titanio rappresenta una frazione significativa della massa delle scorie, rendendo il recupero un'opzione interessante. Tecniche per il Recupero del Titanio Esistono diverse tecniche per recuperare il titanio dalle scorie d'altoforno, suddivisibili in tre categorie principali: Lisciviazione Chimica: Questo metodo utilizza soluzioni chimiche per dissolvere gli ossidi di titanio, consentendo una separazione selettiva del metallo. Tra le tecniche più comuni vi è la lisciviazione acida, spesso realizzata con acido solforico o cloridrico. Sebbene sia una tecnica efficace, presenta problematiche ambientali significative a causa dell'uso di sostanze altamente corrosive e della gestione dei residui tossici che ne derivano. Riduzione Termica e Pirometallurgia: Questa tecnica implica la riduzione degli ossidi di titanio ad alta temperatura, utilizzando solitamente carbonio come agente riducente. La pirometallurgia richiede una grande quantità di energia, ed è quindi essenziale ottimizzare i parametri del processo per ridurre i costi energetici e massimizzare l'efficienza del recupero. Processi Elettrochimici: I processi elettrochimici sfruttano le differenze di reattività tra i componenti delle scorie per separare il titanio. Sebbene questi metodi siano promettenti, sono ancora in fase di sviluppo e richiedono ulteriori studi per diventare una soluzione economicamente praticabile su scala industriale. Casi Studio e Applicazioni Pratiche Alcuni studi recenti hanno dimostrato la fattibilità del recupero del titanio utilizzando una combinazione di lisciviazione chimica e riduzione termica. Queste ricerche hanno mostrato che, combinando tali tecniche, è possibile ottenere rese di titanio sufficientemente elevate da giustificare economicamente il processo. Nei principali paesi produttori di acciaio, le tecniche pirometallurgiche vengono spesso adottate per migliorare l'efficienza dei forni d'altoforno e massimizzare il recupero dei sottoprodotti metallici. Problematiche ed Opportunità di Sostenibilità Il recupero del titanio dalle scorie d'altoforno presenta vantaggi significativi, ma comporta anche alcune problematiche importanti da affrontare: Costi Operativi e di Attrezzature: Le tecniche di recupero richiedono spesso macchinari specializzati e infrastrutture con elevati costi di investimento e manutenzione. Inoltre, i consumi energetici, in particolare nei processi pirometallurgici, rappresentano una componente rilevante dei costi operativi. Impatto Ambientale: L'uso di sostanze chimiche e l'energia necessaria per le alte temperature comportano un impatto ambientale considerevole. Per questo motivo, è fondamentale sviluppare soluzioni per ridurre al minimo le emissioni e trattare adeguatamente i residui. Economia Circolare: Recuperare il titanio dalle scorie è un'alternativa sostenibile rispetto all'estrazione convenzionale, in quanto contribuisce a ridurre i rifiuti industriali e diminuisce la pressione sulle risorse naturali di titanio. Prospettive Future e Innovazioni Le innovazioni tecnologiche sono fondamentali per migliorare l'efficienza e la sostenibilità dei processi di recupero del titanio. Ad esempio, l'impiego di nanoparticelle per migliorare la selettività nei processi di lisciviazione o l'ottimizzazione dei parametri operativi nelle tecniche pirometallurgiche potrebbe incrementare la resa del titanio e ridurre i consumi energetici. Un'altra area di interesse è l'utilizzo di fonti di energia rinnovabile per alimentare i processi ad alta temperatura, riducendo così l'impronta di carbonio. Inoltre, la collaborazione tra industria e centri di ricerca è essenziale per accelerare l'adozione di nuove tecnologie e promuovere pratiche di economia circolare nel settore metallurgico. L'integrazione di diverse tecniche, come la combinazione di riduzione termica e separazione elettrochimica, potrebbe rappresentare un passo avanti significativo nella valorizzazione delle scorie come risorsa. Conclusioni Il recupero del titanio dalle scorie d'altoforno rappresenta una valida opportunità per rendere l'industria del titanio più sostenibile e allineata ai principi dell'economia circolare. Nonostante le problematiche tecniche ed economiche, i progressi nei campi della lisciviazione chimica, della riduzione termica e dei processi elettrochimici possono migliorare l'efficienza del recupero e ridurre la dipendenza dalle risorse naturali. Investimenti in ricerca e sviluppo, insieme a politiche incentivanti il recupero delle materie prime dai rifiuti industriali, saranno determinanti per rendere il recupero del titanio una pratica stabile e diffusa nell'economia circolare.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Lo scarto del pulper delle cartiere: un rifiuto o una risorsa?
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Scarto del Pulper: Come Trasformarlo in Polimeri per lo Stampaggio nel 2026 di Marco Arezio | Aggiornato: Marzo 2026 | Lettura: ~9 min Le cartiere europee si trovano ogni anno di fronte a una sfida produttiva e ambientale crescente: gestire lo scarto del pulper, il residuo solido generato durante il riciclo della carta da recupero. Nel 2026, grazie all'evoluzione tecnologica e a un quadro normativo sempre più orientato all'economia circolare — in particolare il nuovo Regolamento Europeo sugli Imballaggi (PPWR, entrato in vigore nel 2025) — questo scarto non viene più considerato un rifiuto oneroso, ma una risorsa da valorizzare sotto forma di granulo polimerico LDPE riciclato. In questa guida aggiornata analizziamo il processo industriale, le tecnologie disponibili nel 2026, le criticità tecniche e i principali sbocchi di mercato per il polimero derivante dallo scarto del pulper. Che Cos'è lo Scarto del Pulper Il pulper è il cuore del processo di riciclo nelle cartiere: una vasca cilindrica in cui la carta da recupero viene immersa in acqua e sottoposta a intensa agitazione meccanica per separare le fibre cellulosiche dai materiali estranei. Il residuo solido che non può essere reintrodotto nel ciclo produttivo prende il nome di scarto del pulper (in inglese pulper waste o pulper rejects). Questo scarto è composto prevalentemente da alluminio e polietilene (PE) provenienti dagli imballaggi alimentari multimateriale come il Tetra Pak, i cartoni per bevande e gli imballi flessibili. Secondo i dati di settore aggiornati al 2025, circa l'8-12% in peso della carta in ingresso si trasforma in scarto del pulper, con picchi superiori nelle cartiere che trattano frazioni miste provenienti dalla raccolta differenziata urbana. A livello europeo, si stima che il settore cartario generi ogni anno oltre 4 milioni di tonnellate di pulper waste, con costi di smaltimento in discarica o incenerimento ancora molto elevati e normatively sempre meno ammissibili. Il Processo di Riciclo nelle Cartiere Europee nel 2026 Il processo industriale che porta alla formazione dello scarto del pulper si articola in fasi ben definite: • Macerazione in vasca: la carta da recupero viene introdotta nel pulper con acqua calda (40-60°C) e sottoposta ad azione meccanica rotante fino alla disgregazione delle fibre. • Filtrazione grossolana: griglie e vagli rotanti trattengono i materiali di grandi dimensioni (plastica rigida, metalli, legno). • Filtrazione fine: la fibra cellulosica in sospensione viene separata dai materiali leggeri attraverso centrifughe e screen pressurizzati. • Raccolta e disidratazione: il residuo, ancora ad alto contenuto di umidità (60-75%), viene disidratato tramite presse a vite o filtropresse prima del conferimento o della valorizzazione. Nel 2026, molte cartiere hanno integrato sistemi di pre-separazione automatica con sensori ottici NIR (Near Infrared) che incrementano la purezza del flusso polimerico già a monte del pulper, riducendo la percentuale di carta residua e aumentando la resa del granulo finale. Composizione e Caratteristiche del Pulper Waste La composizione dello scarto del pulper varia in funzione della tipologia di carta in ingresso. Una composizione media tipica (su secco) è la seguente: - Componente Percentuale media (su secco) - Polietilene (LDPE/LLDPE) 55 – 70% - Alluminio (lamina flessibile) 15 – 25% - Cellulosa residua (carta) 5 – 15% - Altri polimeri (PP, PS, ecc.) 2 – 8% - Umidità (sulla massa umida) 60 – 75%ACQUISTA IL MANUALE Tecnologie di Valorizzazione Disponibili nel 2026 Il 2026 segna un punto di maturazione tecnologica per il riciclo del pulper waste. Le principali filiere disponibili sono: 1. Granulazione del polimero LDPE (filiera principale) È la tecnologia più diffusa e consolidata. Il processo prevede: separazione meccanica e densimetrica, triturazione, lavaggio intensivo con acqua calda, essiccazione (essenziale per portare l'umidità sotto il 2%), filtrazione del fuso su reti a maglia fine e granulazione tramite testa di taglio sottoacqua (underwater pelletizing). Il granulo prodotto è classificato come LDPE riciclato con MFI compreso tra 1 e 3 g/10 min a 190°C/2,16 kg. 2. Recupero dell'alluminio tramite pirolisi (co-prodotto) Impianti avanzati di tipo Alurec o Thermovac consentono di separare l'alluminio dal PE tramite pirolisi a bassa temperatura (circa 450-500°C) in atmosfera inerte. L'alluminio viene recuperato con purezza superiore al 97%; il gas di pirolisi viene utilizzato come combustibile interno. Questa tecnologia, già in uso in Spagna, Portogallo e Brasile, si sta diffondendo in Italia e in Germania. 3. Compound e materiali tecnici Nel 2026 è in crescita la produzione di compound tecnici a partire dal granulo LDPE da pulper, miscelato con PP, HDPE o cariche minerali (CaCO3, talco) per ottenere materiali con specifiche meccaniche personalizzate. Alcuni produttori utilizzano compatibilizzanti reattivi (es. anidride maleica) per migliorare la coesione tra il PE e i residui di alluminio, incrementando la resistenza agli urti del manufatto finale. Criticità Tecnico-Produttive e Come Risolverle nel 2026 Le criticità già identificate nel 2020 restano attuali, ma nel 2026 disponiamo di soluzioni tecniche più mature ed efficaci: Criticità 1 – Elevata umidità iniziale (>60%) Problema: L'umidità elevata riduce la resa produttiva e genera difetti nel granulo. Soluzione 2026: Presse a vite ad alta pressione di ultima generazione abbattono l'umidità fino al 30-35%; sistemi di essiccazione a letto fluido o con aria calda completano l'abbattimento fino all'1-2% prima della granulazione, eliminando i problemi di degassificazione. Criticità 2 – Gas in fase di stampaggio Problema: L'umidità residua nel granulo provoca formazione di bolle e micropori nei manufatti stampati. Soluzione 2026: Estrusori bivite degassificanti con zone di ventilazione multiple abbattono la volatilità residua direttamente durante la granulazione, eliminando la necessità di una pre-essiccazione separata. Criticità 3 – Presenza di carta residua Problema: Le microparticelle di cellulosa intasano i filtri e formano micropori nel granulo. Soluzione 2026: Sistemi di filtrazione del fuso continua con cambiafiltro automatico (screen changer) a candela o a disco rotante, con maglie fino a 80-100 micron, garantiscono una filtrazione efficace senza fermate produttive. Criticità 4 – Presenza di alluminio e aspetto estetico Problema: Le lamelle di alluminio creano superfici eterogenee nel manufatto finale. Soluzione 2026: L'utilizzo di pigmenti opacizzanti a base di nero carbone o di masterbatch specifici consente di standardizzare l'estetica del prodotto. Alcuni trasformatori valorizzano l'effetto metallizzato come caratteristica estetica distintiva (effetto 'marble look'). Caratteristiche del Granulo LDPE da Pulper nel 2026 Il granulo derivante dalla valorizzazione dello scarto del pulper presenta, nel 2026, le seguenti caratteristiche tecniche standard: • Polimero base: LDPE con contenuto superiore al 90% • MFI (Melt Flow Index): 1-3 g/10 min a 190°C / 2,16 kg (ASTM D1238) • DSC: profilo regolare, temperatura di fusione 108-115°C • Contenuto di alluminio residuo: 2-8% in peso (lamelle flessibili) • Contenuto di cellulosa residua: <1% dopo filtrazione fine • Umidità: <0,5% post-essiccazione • Colore: grigio scuro / nero (con aggiunta di masterbatch) • Classificazione EWC: 19 12 04 (plastica e gomma) o 15 01 02 a seconda del regime Il granulo è normalmente commercializzato con scheda tecnica e, in alcuni casi, con dichiarazione di conformità alle linee guida RecyClass o con EPD (Environmental Product Declaration), sempre più richieste dagli acquirenti industriali europei. Applicazioni e Mercato del Granulo da Pulper nel 2026 Il granulo LDPE da scarto del pulper è indicato per applicazioni in cui la prestazione funzionale prevalga sull'estetica. Nel 2026, i principali sbocchi di mercato sono: • Bancali industriali in plastica riciclata (pallet): mercato in forte crescita grazie al PPWR, che richiede contenuto minimo di riciclato negli imballaggi industriali • Vasi, mastelli e contenitori per uso industriale e agricolo • Accessori e componenti per l'edilizia (profili, distanziatori, supporti) • Grigliati drenanti non carrabili e pavimentazioni permeabili • Tubi corrugati per drenaggio e protezione cavi • Compound con PP, HDPE o poliolefine per applicazioni meccaniche specifiche • Pannelli fonoassorbenti e antivibranti (applicazione emergente 2024-2026) Il prezzo di mercato del granulo LDPE da pulper si colloca, nel 2026, tra 200 e 400 €/t in funzione della qualità (percentuale LDPE, umidità, carta residua), con punte superiori per materiale certificato con EPD o secondo le linee guida RecyClass. Normativa Europea e Incentivi 2025-2026 Il contesto normativo europeo ha subito una trasformazione profonda tra il 2020 e il 2026: • Regolamento (UE) 2025/40 – PPWR: stabilisce obiettivi minimi di contenuto riciclato negli imballaggi (es. 35% per imballaggi in plastica rigida entro il 2030), creando domanda diretta per il granulo riciclato da pulper. • Direttiva SUP e aggiornamenti 2024: le restrizioni sulle plastiche monouso favoriscono i materiali riciclati durevoli. • CEAP 2.0 della Commissione Europea: il settore cartario è tra i settori prioritari per la simbiosi industriale. • Plastic Tax nazionale (MACSI): rende più competitivo l'uso di granulo riciclato rispetto al vergine. • Bandi PNRR per impianti di riciclo avanzato: alcune regioni italiane co-finanziano linee di valorizzazione del pulper waste. Le cartiere che implementano impianti interni di recupero possono accedere alla qualifica di End of Waste (EoW) per il granulo prodotto — secondo il D.Lgs. 116/2020 e successive circolari MASE — trasformando il rifiuto in un prodotto commercializzabile a tutti gli effetti. FAQ – Domande Frequenti Quanto scarto del pulper produce una cartiera media? Una cartiera che lavora 100.000 t/anno di carta da riciclo genera mediamente tra 8.000 e 12.000 t/anno di scarto del pulper umido, equivalenti a circa 3.000-5.000 t/anno di secco valorizzabile. Il granulo da pulper è food-grade? No, nella quasi totalità dei casi. La presenza di alluminio, cellulosa e la variabilità della composizione rendono il granulo da pulper non idoneo al contatto diretto con alimenti. Le applicazioni rimangono prevalentemente nel settore industriale, agricolo ed edilizio. È possibile aggiungere cariche minerali al granulo da pulper? Sì. Il profilo DSC regolare lo rende compatibile con l'aggiunta di cariche minerali come il carbonato di calcio (CaCO3), che riduce la flessibilità intrinseca dell'LDPE e migliora la rigidità del manufatto finale. Sono comuni anche talco e silice per applicazioni specifiche. Qual è il payback di un impianto di recupero del pulper? In base alle analisi di settore disponibili nel 2026, un impianto di media dimensione (5.000-10.000 t/anno) ha un payback compreso tra 3 e 6 anni, in funzione del costo attuale di smaltimento, del prezzo di mercato del granulo e degli incentivi pubblici disponibili. Qual è la differenza tra LDPE vergine e LDPE da pulper? L'LDPE da pulper presenta un MFI simile al vergine ma con la presenza residuale di alluminio (2-8%) e un colore non standardizzabile senza additivazione. È adatto a tutte le applicazioni non estetiche in cui non sia richiesta la purezza del vergine né la compatibilità food-contact. Conclusioni Nel 2026, la valorizzazione dello scarto del pulper non è più una scommessa tecnologica ma una realtà industriale consolidata. Le cartiere che scelgono di investire in impianti di recupero — o di affidarsi a operatori specializzati — riducono i costi di smaltimento, generano un flusso di ricavo aggiuntivo e migliorano il profilo di sostenibilità in un contesto normativo sempre più esigente. Le sfide tecniche (umidità, alluminio, qualità estetica) esistono ancora, ma sono oggi ampiamente gestibili con le tecnologie disponibili. La chiave del successo risiede nella qualità del processo di essiccazione e filtraggio, nella corretta caratterizzazione del granulo e nell'identificazione di mercati di sbocco coerenti con le sue caratteristiche. Hai bisogno di una consulenza sul riciclo del pulper o sulla valorizzazione degli scarti di cartiera? Contatta il team di esperti in economia circolare e riciclo delle materie plastiche. Tag: scarto pulper, riciclo carta, LDPE riciclato, polimeri da cartiera, economia circolare, granulo polimerico, Tetra Pak riciclo, pulper waste, imballaggi multimateriale, normativa PPWR 2025, End of Waste cartiera Categoria: Tecnica | Carta | Riciclo | Economia Circolare | Normativa Europea

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https://www.rmix.it/ - Super Legno: il Materiale Naturale che Sfida l’Acciaio. Rivoluzione Tecnologica e Sostenibilità per il Futuro delle Costruzioni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Super Legno: il Materiale Naturale che Sfida l’Acciaio. Rivoluzione Tecnologica e Sostenibilità per il Futuro delle Costruzioni
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Come il nuovo legno ingegnerizzato, più resistente dell’acciaio, può trasformare edilizia, industria e ambiente grazie a processi innovativi e impatti greendi Marco ArezioNell’immaginario collettivo, l’acciaio è da sempre sinonimo di solidità, durezza e affidabilità: è il pilastro invisibile delle nostre città, dei ponti, delle torri che sfidano i secoli. Eppure, la ricerca scientifica ha recentemente prodotto un risultato che potrebbe ridisegnare la mappa dei materiali strutturali: il cosiddetto “super legno”, una materia prima naturale trasformata con tecniche avanzate, che non solo eguaglia ma in alcuni casi supera le prestazioni meccaniche dell’acciaio, aprendo scenari sorprendenti per l’industria e per la transizione ecologica. Il super legno nasce dall’incontro tra la chimica dei materiali, l’ingegneria molecolare e la crescente esigenza di sostenibilità ambientale. La ricerca, condotta negli Stati Uniti e oggi oggetto di grande attenzione mediatica, si fonda su un processo che rivoluziona la struttura del legno tradizionale, eliminando alcune sue debolezze intrinseche e potenziando le qualità migliori di uno dei materiali più antichi mai impiegati dall’uomo. Il processo scientifico dietro il “super legno” Alla base di questa rivoluzione vi è una tecnica di trattamento in due fasi: la delignificazione e la compressione densificante. Inizialmente, il legno grezzo viene immerso in una soluzione di idrossido di sodio e solfito di sodio, con l’obiettivo di rimuovere la lignina – ovvero il polimero naturale che, pur conferendo rigidità, limita l’elasticità e la compattezza del materiale. Questo passaggio rende le fibre di cellulosa più esposte e malleabili, permettendo successivamente una ricompattazione quasi totale. Segue quindi una fase di compressione controllata ad alte temperature, dove il legno, ormai privo della sua lignina, viene pressato in modo che le fibre di cellulosa si organizzino secondo una struttura ordinata e densissima. Il risultato? Una matrice compatta, uniforme, con una densità che può arrivare anche a 1,3 g/cm³, contro gli 0,4-0,7 g/cm³ dei legni naturali più comuni. Questo incremento di densità è responsabile di una resistenza meccanica fuori dal comune: il super legno risulta fino a 10 volte più resistente alla trazione rispetto al materiale di partenza e 50 volte più resistente alla compressione. In test comparativi, il nuovo materiale supera l’acciaio in alcuni parametri di resistenza specifica, pur pesando molto meno. Prestazioni e applicazioni: verso un futuro post-acciaio? Queste proprietà fanno del super legno un candidato ideale per sostituire l’acciaio in numerosi impieghi. Il rapporto resistenza/peso, da sempre una delle metriche più cruciali in ambito edilizio e industriale, vede il super legno primeggiare rispetto alle leghe metalliche tradizionali. A parità di peso, il nuovo materiale può sopportare carichi maggiori, assorbire urti e sollecitazioni senza deformarsi e mantenere intatte le proprie caratteristiche anche in condizioni estreme. Ma non è solo la prestazione meccanica a rendere questo materiale rivoluzionario. La sua stabilità dimensionale, la naturale resistenza agli agenti atmosferici (grazie a trattamenti superficiali dedicati), l’elevata lavorabilità e la possibilità di ottenere finiture estetiche di pregio (riprendendo l’aspetto dei legni tropicali più ricercati) ne fanno una soluzione versatile, adatta sia per elementi portanti che per pannelli di rivestimento e componenti d’arredo ad alta tecnologia. Vantaggi in termini di sostenibilità: dalla foresta alla città circolare Il vero salto di qualità del super legno, però, va letto in chiave ambientale. L’acciaio, pur essendo riciclabile, richiede processi produttivi estremamente energivori e dipendenti da fonti fossili. Ogni tonnellata di acciaio prodotta immette nell’atmosfera tra 1,8 e 2,5 tonnellate di CO₂, contribuendo in modo significativo alle emissioni globali di gas serra. Il cemento, altra colonna portante delle costruzioni moderne, non fa meglio: circa l’8% delle emissioni mondiali di CO₂ è attribuibile alla sua filiera produttiva. Il super legno, al contrario, parte da una risorsa rinnovabile e, se gestita in modo responsabile, può essere coltivata, raccolta e rigenerata secondo principi di economia circolare. Ogni metro cubo di legno è, inoltre, uno stoccaggio naturale di carbonio, sottratto dall’atmosfera durante la crescita della pianta. Il processo di trasformazione, benché richieda energia e sostanze chimiche, è meno impattante di quello dei materiali tradizionali: il bilancio complessivo delle emissioni è notevolmente inferiore e le potenzialità di riciclo e riutilizzo sono elevate. Inoltre, il super legno si integra perfettamente con le strategie di sostenibilità urbana, rispondendo agli obiettivi europei di riduzione delle emissioni e di bioedilizia. Le sue caratteristiche intrinseche, unite alle possibilità di trattamento ignifugo, ne fanno un candidato per sostituire non solo acciaio e cemento, ma anche materiali plastici in alcune applicazioni, aprendo la strada a filiere edilizie sempre più circolari e a basso impatto. Una rivoluzione appena iniziata L’industria si sta già muovendo: la startup InventWood, nata dal lavoro del team guidato dal professor Liangbing Hu, punta a lanciare i primi prodotti industriali a base di super legno entro la seconda metà del 2025. I pannelli esterni per edifici residenziali e commerciali rappresenteranno la prima applicazione commerciale, ma la versatilità del materiale lascia intravedere sviluppi nei settori più disparati, dall’automotive ai trasporti, dall’arredamento alle infrastrutture pubbliche. La vera sfida sarà ora quella della scalabilità industriale e della gestione responsabile delle foreste da cui proviene la materia prima, per evitare che l’enorme successo del super legno si traduca in nuove pressioni sulle risorse forestali mondiali. La ricerca, tuttavia, ha già tracciato una rotta: costruire il futuro non più solo con minerali e metalli, ma con materiali naturali ad alte prestazioni, in una sintesi perfetta tra innovazione, tecnologia e rispetto dell’ambiente.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Protocollo Tecnico per Valutare una Pressa per le Materie Plastiche Usata
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Molti fattori influenzano il valore reale e commerciale di una pressa che, se non considerati, potrebbero portare a numerose problematichedi Marco ArezioIl mercato delle presse usate è forse uno dei più floridi e attivi nel mondo tra i macchinari di produzione delle materie plastiche nel mondo. Anche nelle presse ad iniezione per le materie plastiche, l’evoluzione tecnologica ha assunto un ruolo fondamentale, non solo in termini di performance lavorative, quindi velocità, dimensioni dei pezzi stampabili, accessoristica e molte altre cose, ma anche nel campo del risparmio energetico e della riduzione dei costi di manutenzione. La vita delle presse ad iniezione è piuttosto lunga, ed è per questo che il mercato dell’usato ha assunto una dimensione importante nel settore delle materie plastiche. Per chi è intenzionato ad acquistare una pressa ad iniezione per le materie plastiche usata è importante capire lo stato qualitativo della macchina a cui è interessato, per non buttare via i soldi e, cosa non trascurabile, trovarsi con un impianto produttivo in azienda che non rispetta le aspettative richieste. Quindi, valutare la qualità e il valore di una pressa per le materie plastiche usata richiede una combinazione di controlli visivi, test meccanici e di documentazione.Come e cosa valutare in una pressa per materie plasticheCi sono alcuni passi importanti da compiere per poter valutare la qualità di una pressa che si desidera acquistare: Documentazione e Storia della Macchina - Verifica la presenza di manuali, registri di manutenzione e certificazioni - Controllare la data di costruzione e la vita operativa della macchina espresse in ore lavorate - Esaminare eventuali precedenti problemi o riparazioni Ispezione Visiva - Esaminare l'usura esterna, le crepe, la ruggine o altri segni di danno - Assicurarsi che tutti i pannelli, le coperture e le protezioni siano al loro posto e in buone condizioni - Verificare che non ci siano perdite di olio o altri fluidi. Test Funzionale - Accendere la macchina e far funzionare tutti i suoi componenti, controllando che funzioni senza intoppi o rumori strani. - Verificare la pressione, la temperatura e altre specifiche per assicurarti che siano all'interno delle gamme specificate Componenti e Accessori - Esaminare lo stato delle componenti chiave come cilindri, viti, motori e sistemi elettronici - Controllare la disponibilità e la condizione degli accessori inclusi, come i manipolatori o gli estrattori. Software e Controlli - Verificare che il software di controllo sia aggiornato e funzionante - Assicurarsi che tutti i controlli e i display funzionino correttamente. Valutazione Economica - Confrontare il prezzo richiesto con il valore di mercato attuale delle macchine simili - Considerare la domanda e l'offerta attuali nel tuo mercato locale. Verifica della Conformità - Assicurarsi che la macchina rispetti le normative e gli standard locali per la sicurezza e l'efficienza energetica. In generale, la condizione, l'età, la marca, le specifiche tecniche e la domanda nel mercato determinano il valore di una pressa per le materie plastiche usata.Quali sono le parti di una pressa ad iniezione usata di maggior costo se usurate?Le pressa ad iniezione per le materie plastiche sono macchine complesse, e alcune dei loro componenti sono particolarmente costosi da sostituire o riparare se usurati o danneggiati. Vediamo alcune delle parti di una pressa ad iniezione che, se usurate, possono comportare costi significativi: Unità di Plastificazione Vite di Iniezione. È responsabile dell'iniezione del materiale fuso nella cavità dello stampo. Una vite usata o danneggiata può influire sulla qualità del prodotto finito e sulla consistenza del processo. Cilindro (o canale) di Iniezione. Funziona in tandem con la vite. Se corroso o usato, può influire sulla qualità della plastificazione e, quindi, del prodotto. Unità di Chiusura. Se deformate o danneggiate, possono influire sulla corretta chiusura dello stampo, causando problemi come la fuoriuscita di materiale o la formazione di pezzi non conformi. Sistema Idraulico Pompe Idrauliche. Esse alimentano il movimento di molte parti della pressa ad iniezione. Se sono usate o danneggiate, possono compromettere l'intera operatività della macchina. Sistemi Elettrici Pannello di Controllo. È il cervello operativo della pressa. Se danneggiato o obsoleto, può essere costoso da sostituire, e senza di esso, la macchina potrebbe non funzionare correttamente. Assicurarsi, inoltre, che tutti gli schermi, pulsanti e leve funzionino correttamente e controlla eventuali segni di bruciature o danni.Servomotori e Azionamenti. Questi componenti sono essenziali per il movimento preciso e la funzionalità della macchina. Se si guastano, possono essere costosi da riparare o sostituire. Cavi e Connettori. Esaminare il cablaggio per eventuali segni di usura, danni o bruciature. Sensori e Trasduttori. Controllare che i sensori di temperatura, pressione e posizione funzionino correttamente e che siano calibrati.Sistemi di Raffreddamento Una unità di raffreddamento inefficiente può portare a surriscaldamenti e potenziali danni ad altre parti della macchina. La sostituzione o la riparazione del sistema di raffreddamento può essere costosa. Sistemi di Sicurezza Mentre essenziali per la sicurezza operativa, la sostituzione di sistemi di sicurezza avanzati può essere onerosa. È sempre importante tenere presente che la prevenzione attraverso una manutenzione regolare e adeguata può spesso evitare danni costosi e prolungare la durata della macchina. Se si sta considerando l'acquisto di una pressa ad iniezione usata, sarebbe saggio fare un'ispezione approfondita di queste parti critiche o avere un tecnico esperto che effettui la valutazione.

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https://www.rmix.it/ - Ottimizzare i Consumi: Strategie Avanzate per l'Efficienza Energetica nell'Estrusione e nel Soffiaggio Plastico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ottimizzare i Consumi: Strategie Avanzate per l'Efficienza Energetica nell'Estrusione e nel Soffiaggio Plastico
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Tecniche e Tecnologie All'avanguardia per Ridurre i Costi Operativi e l'Impatto Ambientale negli Impianti di Lavorazione delle Materie Plastichedi Marco Arezio L'industria della trasformazione delle materie plastiche, pilastro fondamentale di numerosi settori manifatturieri, si affida in larga misura a processi ad alta intensità energetica come l'estrusione e il soffiaggio. In un contesto economico globale sempre più competitivo e caratterizzato da una crescente sensibilità verso le tematiche ambientali, l'ottimizzazione del consumo energetico non rappresenta più una mera opportunità di risparmio, ma diviene un imperativo strategico per garantire la sostenibilità economica e ambientale degli impianti produttivi. Analizzare e intervenire sui flussi energetici è essenziale per mitigare i costi operativi significativi e ridurre l'impronta ecologica associata a queste lavorazioni. Il Fabbisogno Energetico: Una Panoramica Critica Per comprendere appieno il potenziale di efficientamento, è fondamentale delineare il panorama del consumo energetico tipico di un impianto di estrusione o soffiaggio. Le principali aree in cui l'energia viene impiegata e, di conseguenza, potenzialmente dispersa, sono molteplici e interconnesse. Al centro vi sono gli azionamenti dei motori elettrici che alimentano le viti degli estrusori, le pompe idrauliche, i sistemi di trasporto e altre componenti meccaniche vitali per il processo. Questi motori rappresentano sovente la quota preponderante del consumo totale. Un altro ambito critico è il riscaldamento. L'energia termica è indispensabile per portare la materia prima polimerica alla temperatura di processo ottimale, mantenendo condizioni termiche precise lungo la canna dell'estrusore, nelle testate di estrusione, negli stampi e negli accumulatori. Questo apporto termico è tipicamente garantito da resistenze elettriche, la cui gestione incide notevolmente sull'efficienza complessiva. Parallelamente al riscaldamento, il raffreddamento gioca un ruolo energetico non trascurabile. È necessario dissipare il calore generato dal processo per solidificare il materiale estruso o soffiato, controllare la temperatura degli stampi, raffreddare l'olio dei sistemi idraulici e mantenere operative le apparecchiature elettroniche. Questi processi di raffreddamento, spesso basati su circolazione di acqua o aria, comportano un dispendio energetico per il funzionamento di pompe, ventilatori e chiller. Infine, non si possono trascurare i sistemi ausiliari che supportano l'operatività dell'impianto. I compressori d'aria, indispensabili nel processo di soffiaggio e per altre funzionalità pneumatiche, le pompe per vuoto, i sistemi di alimentazione e trasporto del materiale contribuiscono al carico energetico complessivo. Nelle macchine che impiegano sistemi idraulici, l'efficienza delle pompe e delle valvole ha un impatto diretto sui consumi, specialmente se non adeguatamente dimensionate e controllate. Identificare e quantificare precisamente l'energia assorbita da ciascuna di queste aree attraverso audit energetici mirati e l'implementazione di sistemi di monitoraggio dei consumi in tempo reale costituisce il punto di partenza essenziale per delineare una strategia di efficientamento efficace. Un Approccio Olistico all'Efficienza: Tecniche e Tecnologie Chiave L'ottimizzazione energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio richiede un approccio multiforme, che integri l'adozione di tecnologie avanzate con l'implementazione di migliori pratiche operative. Il cuore dell'efficienza spesso risiede nell'ottimizzazione degli azionamenti e dei motori. Sostituire i motori elettrici obsoleti o a bassa efficienza con unità conformi agli standard più elevati (classi IE3, IE4 e oltre) garantisce intrinsecamente un minor assorbimento di potenza grazie a perdite interne minimizzate. Tuttavia, l'impatto più significativo si ottiene con l'integrazione di Variatori di Velocità (VSD). Questi dispositivi permettono di modulare con precisione la velocità del motore in funzione del carico effettivo e del reale fabbisogno del processo. Questo è particolarmente vantaggioso per gli azionamenti principali come le viti estrusore o le pompe idrauliche, che spesso operano a carico parziale. Evitando il funzionamento a velocità fissa eccessiva, i VSD consentono risparmi energetici sostanziali, proporzionali alla riduzione di velocità richiesta dal processo. Per quanto concerne i sistemi di riscaldamento, l'evoluzione tecnologica offre soluzioni decisamente più efficienti rispetto al passato. L'impiego di riscaldatori a fascia in ceramica o, ancor meglio, a induzione, consente un trasferimento di calore più diretto ed efficiente alla canna dell'estrusore o agli stampi, riducendo drasticamente le dispersioni termiche. I riscaldatori a induzione, in particolare, scaldando la canna per effetto di correnti indotte, offrono un controllo termico molto più reattivo e preciso, minimizzando i tempi di riscaldamento e stabilizzazione e le dispersioni. A complemento, un isolamento termico adeguato di canne, testate e stampi è indispensabile. L'utilizzo di coperture isolanti progettate su misura, realizzate con materiali ad alte prestazioni, può ridurre significativamente le perdite di calore verso l'ambiente circostante, diminuendo l'energia necessaria per mantenere le temperature di processo. Anche i sistemi di raffreddamento presentano ampi margini di efficientamento. Un controllo più granulare e localizzato dei fluidi di raffreddamento, regolando flussi e temperature solo dove e quando strettamente necessario, evita sprechi energetici. Sistemi di controllo avanzati possono monitorare in tempo reale le temperature e adattare dinamicamente l'intensità del raffreddamento. L'adozione di sistemi di raffreddamento adiabatico o a ciclo chiuso può inoltre portare a risparmi idrici ed energetici. I sistemi a ciclo chiuso, in particolare, minimizzano la necessità di reintegro dell'acqua e i costi associati al suo trattamento, riducendo l'energia impiegata per la sua movimentazione e refrigerazione. Considerando i sistemi ausiliari, l'efficienza dei compressori d'aria nel soffiaggio è cruciale. Investire in compressori d'aria ad alta efficienza, ottimizzare la pressione di esercizio e implementare programmi di manutenzione rigorosi per individuare e riparare le perdite nella rete di distribuzione sono azioni a elevato ritorno. Inoltre, il calore generato dai compressori può essere recuperato e riutilizzato per altri scopi, come il riscaldamento di acqua o ambienti, trasformando una perdita energetica in una risorsa. Analogamente, le pompe per vuoto, se presenti, dovrebbero essere selezionate per la loro efficienza e gestite in modo da operare solo al bisogno. L'ottimizzazione di processo offre ulteriori opportunità di risparmio. Un design della vite estrusore ottimizzato per il polimero specifico e il prodotto finale massimizza il lavoro meccanico impartito al materiale, riducendo la dipendenza dall'apporto termico elettrico per la plastificazione. L'implementazione di sistemi di controllo avanzato basati su algoritmi predittivi o adattivi permette di gestire dinamicamente i parametri di processo (temperature, velocità della vite, pressioni) per raggiungere la qualità desiderata con il minimo dispendio energetico. Ridurre gli scarti di produzione e ottimizzare le procedure di avviamento e cambio formato minimizza i tempi di inattività e la quantità di materiale e energia sprecati. Infine, il recupero del calore di scarto rappresenta una strategia potente per valorizzare l'energia altrimenti dissipata. Il calore residuo proveniente dalla canna estrusore, dai sistemi idraulici o dai compressori d'aria può essere efficacemente catturato attraverso scambiatori di calore dedicati e riutilizzato per preriscaldare la materia prima in ingresso, per il riscaldamento di acqua di processo o addirittura per il riscaldamento degli edifici. Questo non solo riduce il fabbisogno di energia primaria, ma contribuisce anche a una maggiore integrazione e circolarità dei flussi energetici all'interno dell'impianto. Implementazione e i Molteplici Vantaggi Intraprendere un percorso verso una maggiore efficienza energetica richiede un'analisi approfondita e una pianificazione oculata. Un approccio basato sulla priorità degli interventi con il più rapido ritorno sull'investimento può facilitare l'avvio del processo, per poi estendersi progressivamente ad azioni più complesse. I benefici derivanti da un incremento dell'efficienza energetica sono molteplici e si estendono oltre la semplice riduzione dei costi: - Riduzione dei costi operativi: Il beneficio più immediato e tangibile è la significativa diminuzione delle spese energetiche, che impatta positivamente sui margini di profitto. - Incremento della competitività: Minori costi di produzione consentono alle aziende di posizionarsi in modo più aggressivo sul mercato. - Miglioramento della sostenibilità: La riduzione dei consumi energetici porta a una minore emissione di gas serra e a un'impronta ambientale più contenuta, rispondendo alle crescenti aspettative normative e sociali. - Aumento della produttività: Processi ottimizzati per l'efficienza tendono ad essere anche più stabili e performanti, riducendo i fermi macchina e migliorando la capacità produttiva complessiva. - Maggiore durata delle apparecchiature: Un funzionamento più controllato e temperature gestite in modo ottimale riducono lo stress termico e meccanico sui componenti, estendendone la vita utile e riducendo i costi di manutenzione. Considerazioni Conclusive In conclusione, l'efficienza energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio non è più un traguardo opzionale, ma una componente essenziale di una gestione industriale moderna e responsabile. Attraverso una comprensione approfondita dei modelli di consumo, l'adozione mirata di tecnologie all'avanguardia come VSD, motori ad alta efficienza, sistemi di riscaldamento avanzati, isolamento termico efficace e l'implementazione di strategie di ottimizzazione di processo e recupero di calore, le aziende possono realizzare risparmi significativi, migliorare la propria sostenibilità e rafforzare la propria posizione nel mercato globale. Investire nell'efficienza energetica significa non solo tagliare i costi, ma anche costruire un futuro più resiliente e sostenibile per l'industria della plastica. L'analisi continua, l'innovazione tecnologica e l'impegno verso il miglioramento continuo sono le leve fondamentali per sbloccare il pieno potenziale di efficienza in questo settore vitale.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Antracite in Polvere e Prodotti Sostenibili: il Presente e il Futuro degli Altiforni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Antracite in Polvere e Prodotti Sostenibili: il Presente e il Futuro degli Altiforni
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Dall’efficienza del carbone fossile alle nuove soluzioni ecocompatibili per la siderurgia globaledi Marco ArezioLa siderurgia moderna si trova davanti a una sfida duplice: da un lato deve garantire continuità produttiva e competitività economica, dall’altro è chiamata a ridurre drasticamente le emissioni climalteranti. Nel cuore di questo processo c’è l’altoforno, il colosso industriale che trasforma minerali di ferro in ghisa liquida attraverso un equilibrio di reazioni chimiche, combustione e temperature estreme. Tra i combustibili storicamente più utilizzati troviamo l’antracite in polvere, materiale che ha garantito affidabilità e prestazioni per decenni. Tuttavia, le pressioni ambientali e le nuove tecnologie stanno aprendo la strada a possibili sostituti sostenibili, come biomasse carbonizzate, idrogeno verde e syngas. L’integrazione di questi materiali sta dando vita a un dibattito cruciale: come coniugare efficienza e sostenibilità in un settore così energivoro? Proprietà chimico-fisiche dell’antracite in polvere L’antracite è il carbone fossile più ricco di carbonio fisso (oltre il 90%), caratterizzato da un basso contenuto di materie volatili e impurità minerali. Queste caratteristiche ne fanno un combustibile molto concentrato, con un’elevata densità energetica e una combustione stabile e controllata. Ridotta in polvere fine (sotto i 200 micron), diventa adatta all’iniezione negli altiforni. La sua purezza chimica si traduce in minori quantità di zolfo e fosforo nella ghisa prodotta, garantendo un vantaggio anche in termini di qualità metallurgica. Perché viene usata negli altiforni L’impiego dell’antracite in polvere risponde a più esigenze operative: - Ridurre il consumo di coke metallurgico, più costoso e complesso da produrre. - Apportare carbonio reattivo per la riduzione degli ossidi di ferro. - Stabilizzare il fronte di combustione, evitando picchi termici pericolosi. - Contenere i costi energetici, grazie a un combustibile facilmente reperibile. La sua funzione non è quindi solo quella di bruciare e generare calore, ma anche di mantenere un equilibrio chimico e termico essenziale per il ciclo dell’altoforno. Il PCI: la tecnologia dell’iniezione di carbone polverizzato La tecnica del PCI (Pulverized Coal Injection) rappresenta oggi lo standard negli altiforni moderni. L’antracite polverizzata viene stoccata in silos, trasportata tramite sistemi pneumatici e iniettata nelle tuyères insieme all’aria preriscaldata a 1200 °C. La combustione è immediata e genera sia calore sia gas riducenti (soprattutto monossido di carbonio), indispensabili per il processo metallurgico. Il PCI consente inoltre un controllo preciso del dosaggio e della distribuzione dell’energia, adattandosi alle variazioni della carica minerale e della produzione richiesta. Effetti sul raffreddamento e sulla stabilità del forno Il termine “raffreddamento”, quando si parla di antracite in polvere negli altiforni, non va inteso in senso letterale: l’antracite non abbassa le temperature interne, anzi contribuisce a mantenerle elevate. Quello che realmente avviene è un controllo più equilibrato della distribuzione termica, che si traduce in un funzionamento più stabile e prevedibile del forno. La combustione dell’antracite, grazie al suo basso contenuto di materie volatili, è meno esplosiva e più progressiva rispetto a carboni meno maturi o ligniti. Questo significa che l’energia rilasciata non si concentra in un unico punto, ma si distribuisce in modo uniforme lungo il fronte di fiamma. Una combustione di questo tipo riduce le probabilità di creare zone “surriscaldate” che, se localizzate, possono compromettere la durata dei mattoni refrattari che rivestono l’interno dell’altoforno. Il rivestimento refrattario è uno degli elementi più delicati dell’impianto: esso rappresenta la barriera tra il metallo liquido incandescente e la struttura portante del forno. Un suo deterioramento precoce non solo aumenta i costi di manutenzione e sostituzione, ma soprattutto può causare fermate improvvise dell’impianto, con conseguenze economiche e logistiche enormi. In questo senso, l’uso dell’antracite contribuisce in maniera indiretta ma determinante alla longevità dell’altiforno, allungando i cicli di campagna (ovvero i periodi operativi tra una manutenzione straordinaria e l’altra) e migliorando l’affidabilità complessiva. Un altro effetto positivo della stabilità termica riguarda la regolarità del processo di riduzione del minerale di ferro. Se la temperatura è ben distribuita e non si creano aree di squilibrio, il monossido di carbonio prodotto dalla combustione può reagire in maniera più omogenea con gli ossidi di ferro, migliorando l’efficienza del processo chimico. Ciò si traduce in una maggiore prevedibilità della qualità della ghisa prodotta e in una riduzione delle variazioni impreviste nella composizione chimica del metallo. Infine, un controllo termico più stabile consente anche di ottimizzare l’impiego di altri materiali iniettati nel forno. Ad esempio, se si vogliono sperimentare parziali sostituzioni dell’antracite con biomasse carbonizzate o syngas, l’equilibrio garantito dall’antracite riduce il rischio che queste aggiunte generino instabilità. In altre parole, l’antracite funge da “ammortizzatore termico”, un combustibile che assicura continuità e regolarità anche quando il sistema introduce componenti più variabili. In sintesi, parlare di raffreddamento significa in realtà riferirsi a una forma di raffreddamento dei rischi: meno usura dei refrattari, meno fermate impreviste, meno variazioni qualitative. L’antracite polverizzata diventa così una garanzia di equilibrio operativo, senza la quale la gestione dell’altoforno risulterebbe molto più complessa e costosa. Benefici economici e ambientali Dal punto di vista economico, l’antracite consente un risparmio diretto grazie alla riduzione del consumo di coke. La disponibilità in più aree geografiche e il costo inferiore ne fanno una scelta vantaggiosa. Sul piano ambientale, pur trattandosi sempre di un combustibile fossile, l’antracite ha il pregio di contenere meno impurità e di produrre emissioni relativamente più pulite rispetto ad altri carboni. Tuttavia, resta un generatore significativo di CO₂, e questo ne limita il ruolo in un contesto di transizione ecologica. Prodotti sostenibili in sostituzione dell’antracite La ricerca sta orientando la siderurgia verso alternative più rispettose del clima: - Biomasse carbonizzate (biochar): ricavate da residui agricoli e forestali, offrono un bilancio di carbonio potenzialmente neutro. Tuttavia, hanno densità energetica inferiore e approvvigionamento meno stabile. - Idrogeno verde: il più promettente riducente, capace di liberare solo vapore acqueo invece che CO₂. Le sfide restano legate ai costi e alle infrastrutture. - Syngas da rifiuti: prodotto dalla gassificazione di plastiche miste o scarti industriali, permette di recuperare materiali non riciclabili e ridurre l’uso di carbone. La sua composizione variabile è però un limite tecnico. - Carboni verdi e lignite trattata: soluzioni intermedie che cercano di avvicinarsi alle prestazioni dell’antracite, pur con minore stabilità combustiva. Confronto diretto tra antracite e soluzioni sostenibili Energia e resa chimica: l’antracite primeggia ancora sulla densità energetica, ma l’idrogeno supera tutti per efficienza nella riduzione. Emissioni: l’antracite produce molta CO₂; biochar e syngas offrono riduzioni parziali; l’idrogeno elimina quasi del tutto le emissioni climalteranti. Fattibilità attuale: l’antracite resta la scelta più accessibile e gestibile; le alternative sono ancora in fase di sviluppo o limitate da infrastrutture insufficienti. Compatibilità impiantistica: il PCI è già calibrato per l’antracite; le biomasse richiedono adattamenti, mentre l’idrogeno imporrà un ripensamento radicale degli altiforni. Visione futura: dall’antracite all’idrogeno L’antracite in polvere continua a essere una risorsa preziosa per mantenere competitiva la siderurgia, ma il suo ruolo è sempre più quello di un ponte tecnologico. Nei prossimi anni, l’evoluzione del settore dipenderà dalla capacità di sostituire progressivamente i combustibili fossili con soluzioni a basso impatto climatico. L’idrogeno verde rappresenta la meta più ambiziosa, mentre le biomasse e i carboni alternativi possono costituire tappe intermedie in questa transizione. Conclusione La storia dell’antracite in polvere è quella di un combustibile che ha garantito stabilità, efficienza e affidabilità agli altiforni per decenni. Oggi, però, il suo futuro è legato alla possibilità di convivere con soluzioni più sostenibili. Biomasse, syngas e idrogeno non sono ancora pronti a sostituirla completamente, ma rappresentano già la traccia di un percorso irreversibile: una siderurgia che deve imparare a produrre ferro e acciaio riducendo al minimo la propria impronta di carbonio.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - L’Uso delle Cariche Minerali nella Produzione di Flaconi in HDPE Riciclato
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Vantaggi e svantaggi nel soffiaggio dei flaconi con il granulo riciclato in HDPE caricato Talco o Carbonato di Calcio di Marco ArezioLa produzione di flaconi, monostrato in HDPE, è sempre stata di competenza del polimero vergine fino a qualche anno fa, con il quale si realizzavano colori, spessori, finiture, profumazioni e forme senza preoccuparsi troppo del rapporto polimero-soffiatrice. L’avvento dell’HDPE riciclato nel mondo del soffiaggio è stato graduale e abbastanza complicato, in quanto vigeva una certa diffidenza sull’impiego dell’rHDPE, motivata da ipotetici dubbi sulle resistenze meccaniche, sulla qualità delle superfici, sulla tenuta del manico, sull’odore dell’imballo soffiato, sulla realizzazione dei colori e della trasparenza per vedere i liquidi all’interno, sulla tenuta delle saldature, sulle micro forature delle superfici, sulla reperibilità del materiale e sulla differenza esigua del prezzo rispetto alla materia prima vergine. Tutte obbiezioni lecite per chi era abituato ad usare il polimero vergine, ma molte di esse erano preconcetti generali sul materiale riciclato, che era ancora visto come sinonimo di minor qualità generale. Non c’è dubbio che i primi anni in cui è arrivato sul mercato l’HDPE riciclato in granuli per soffiaggio, la qualità degli impianti di riciclo e selezione attribuivano alla materia prima alcuni limiti oggettivi. Le maggiori criticità erano legate ad alcuni fattori tecnici: • Impurità contenute nel granulo • Presenza eccessiva di PP • Presenza di umidità residua • Odore persistente • Colore difficilmente gestibile Non ci addentriamo su come il settore del riciclo ha tecnicamente, negli anni, risolto le problematiche esposte, riuscendo a creare un granulo in HDPE riciclato che è paragonabile, dal punto delle prestazioni generali, molte volte a quello vergine. Forse, in alcuni casi e con alcune macchine, la questione dello spessore del flacone, è ancora un argomento aperto, in quanto, a volte, può essere necessario un incremento dello spessore utilizzando l’rHDPE rispetto a quello di prima scelta. Il motivo per cui a volte può essere necessario, dipende da molti fattori, come la conformazione e la dimensione del flacone, la macchina per il soffiaggio che si usa, la qualità del granulo riciclato, elementi tutti necessari per raggiungere un corretto rapporto, tra la resistenza a compressione del flacone e il peso che grava su di esso una volta inserito in un bancale verticale. E’ possibile ovviare a questo inconveniente, dopo aver verificato e risolto le problematiche precedenti, attraverso l’uso di cariche minerali come il talco o il carbonato di calcio. La funzione delle cariche minerali è quella di aumentare la resistenza a compressione verticale del flacone, senza dover aumentare il suo spessore, attraverso l’uso di percentuali che non superano solitamente il 10-15%, in funzione della dimensione del prodotto da realizzare. Si noti, impegnando granuli caricati, che il flacone gode di vantaggi relativi alla resistenza al carico e alla torsione, migliorando quindi la trasportabilità e l’economicità in fase produttiva. Esistono però, a dire il vero, alcune informazioni da tenere ben presente quando si decide di operare attraverso il soffiaggio con un granulo in rHDPE caricato con talco o caco3: • Le viti della soffiatrice devono essere pulite spesso, in quanto le prime fasi dell’utilizzo di una miscela abrasiva, come l’HDPE caricato, facilita il trasporto di contaminazioni presenti nella macchina di soffiaggio con la possibilità di creare buchi nel flacone. • La presenza di cariche minerali può influire sulla trasparenza, o semi trasparenza, del prodotto. • La creazione di colori deve tenere conto di un possibile risultato cromatico differente rispetto ad un rHDPE senza cariche. • La presenza di PP, anche in percentuale basse, in un granulo caricato, riduce ulteriormente la capacità di saldatura e di tenuta del flacone, specialmente nei manici o in punti con angoli particolari. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - cariche minerali - flaconi - soffiaggio - HDPE

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https://www.rmix.it/ - Poche Regole per Migliorare la Produzione di Flaconi in HDPE da Post-Consumo
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La collaborazione tra produttori di polimeri riciclati e soffiatori di flaconi per una migliore qualità del prodottodi Marco ArezioOggi la produzione di flaconi di HDPE, impiegando totalmente o solo in parte granuli da post consumo, è un'attività ampiamente utilizzata dai produttori, a causa dei prezzi delle materie prime, per una questione ambientale e di marketing. Ma l'utilizzo di granuli in HDPE da post consumo potrebbe causare alcuni inconvenienti produttivi, se non si rispettassero determinate regole durante la produzione e il soffiaggio dei granuli. I problemi più comuni sono: - fori sulla superficie dei flaconi - Irregolarità superficiali - Basso valore di compressione - Bassa resistenza alla saldatura - Odore di detergente del prodotto finale - Bassa resistenza alla compressione verticale - Elevato scarto durante la produzione, il soffiaggio e il test visivo Per evitare questi inconvenienti dobbiamo intervenire nella produzione dei granuli attraverso alcune fasi: - scelta del materiale in ingresso - selezione - lavaggio - selezione ottica dei granuli - corretta analisi degli odori attraverso il test della gascromatografia a mobilità ionica - corretta filtrazione in fase di estrusione - gestione termica del processo - creazioni di ricette in base alla resistenza meccanica richiesta - controllo dell’umidità durante le fasi di imballo - corretto stoccaggio del prodotto Inoltre vi sono alcune accortezze da seguire durante le fasi di soffiaggio e confezionamento: - verifica miscele polimeriche in base alla forma e alla dimensione del flacone - controllo della fase di estrusione del polimero in macchina - controllo delle temperature - tempi Parison - verifica dei punti di incollaggio ed eventualmente modifica della miscela riciclata - test sulla qualità delle superfici e identificazione dei problemi e delle cause - controllo della corrispondenza dei colori richiesti e modifica delle ricette - test sulla resistenza del flacone pieno e sotto carico ed eventuale soluzione dei problemi - controllo della trasparenza o semitrasparenza dei flaconi, se richiesto, con eventuale modifica delle ricette Come abbiamo detto, la produzione di flaconi in HDPE (polietilene ad alta densità) riciclato, derivante da materiale post-consumo, è diventata una prassi sempre più diffusa tra i produttori. Le motivazioni dietro questa scelta sono molteplici: dal risparmio economico derivante dall'uso di materie prime meno costose, agli innegabili vantaggi ambientali, fino all'impatto positivo in termini di immagine aziendale. Nonostante questi benefici, la trasformazione di HDPE riciclato in flaconi di qualità non è priva di sfide tecniche. Uno dei problemi principali riscontrati nella produzione di questi contenitori include la presenza di fori e irregolarità sulla superficie, che possono compromettere l'integrità del flacone. Questi difetti sono spesso causati da impurità non adeguatamente separate nel processo di riciclo o da una miscelazione non ottimale del materiale. Altri problemi comuni includono una bassa resistenza alla compressione e alla saldatura, problematiche che possono essere direttamente correlate alla degradazione del materiale durante le fasi di lavorazione e riciclo. Un'altra problematica importante è la gestione degli odori: i flaconi possono acquisire un odore di detergente, residuo delle sostanze chimiche utilizzate in precedenza nei contenitori, se il processo di lavaggio non è eseguito con la dovuta attenzione. Inoltre, la resistenza alla compressione verticale può risultare insufficiente, e lo scarto di produzione durante il soffiaggio e i test visivi può aumentare notevolmente se il processo non è attentamente monitorato e ottimizzato. Per affrontare questi problemi, è fondamentale un controllo rigoroso e metodico del processo di produzione. Inizia dalla selezione accurata del materiale di scarto, che deve essere il meno degradato e il più pulito possibile. Il lavaggio deve essere eseguito meticolosamente per eliminare tutte le impurità e i residui chimici, mentre la selezione ottica dei granuli consente di scartare quelli di qualità inferiore. È altrettanto importante l'analisi degli odori, per la quale si utilizza la gascromatografia a mobilità ionica, una tecnica che permette di identificare e quantificare le molecole responsabili degli odori indesiderati. Durante l'estrusione, una filtrazione efficace può rimuovere le ultime impurità, e una gestione attenta della temperatura impedisce ulteriori degradazioni del polimero. La creazione di ricette personalizzate in base alle resistenze meccaniche richieste dai diversi tipi di flaconi è un altro passo critico. La corretta gestione dell'umidità durante le fasi di imballaggio e un adeguato stoccaggio sono essenziali per mantenere la qualità del materiale fino alla sua trasformazione. Il soffiaggio e il confezionamento richiedono ulteriori accortezze: la verifica delle miscele polimeriche in base alla forma e alla dimensione del flacone è cruciale, come lo è il controllo delle temperature e dei tempi di estrusione. I test sulla qualità delle superfici e sulla resistenza del flacone pieno e sotto carico aiutano a identificare problemi e cause, permettendo interventi tempestivi. Infine, una stretta collaborazione tra i fornitori di granuli di HDPE riciclato e i produttori di flaconi è vitale. Questo rapporto consente di affinare continuamente la qualità del materiale riciclato e di anticipare problemi che potrebbero compromettere il prodotto finale. In conclusione, sebbene l'utilizzo di HDPE riciclato presenti sfide notevoli, con un attento monitoraggio e ottimizzazione dei processi, è possibile produrre flaconi non solo economicamente vantaggiosi ma anche di alta qualità, che rispondono alle esigenze del mercato e contribuiscono significativamente alla sostenibilità ambientale.

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