Tubi da Irrigazione per Macchine Semoventi: Produzione Sostenibile ed Efficienza in CampoMaterie Prime Riciclate e Tecnologie Avanzate per un'Irrigazione Agricola Ottimizzatadi Marco ArezioL'irrigazione è una delle attività più importanti nell'agricoltura moderna. Senza un'adeguata fornitura d'acqua, le colture non possono crescere in modo sano e produttivo. Oggi, una delle soluzioni più efficienti per l'irrigazione di grandi superfici agricole sono i tubi da irrigazione per macchine semoventi. In questo articolo esploreremo come vengono prodotti questi tubi, quali materiali vengono utilizzati, come funzionano le macchine porta bobine e come avviene l'irrigazione sul campo.Come Vengono Prodotti i Tubi da Irrigazione La produzione dei tubi da irrigazione è un processo complesso che coinvolge diverse fasi, ciascuna essenziale per garantire la qualità del prodotto finale. Tutto inizia con la selezione delle materie prime. Per i tubi da irrigazione si utilizzano principalmente polietilene (PE) e polivinilcloruro (PVC). Questi materiali sono scelti per la loro flessibilità, resistenza e durabilità. Le materie prime vengono poi miscelate con additivi specifici che migliorano le proprietà del materiale, come stabilizzanti UV e antiossidanti. Questo composto viene fuso ed estruso attraverso una matrice per formare il tubo. L'estrusione è un processo continuo che assicura un diametro uniforme e una superficie liscia. Dopo l'estrusione, il tubo passa attraverso un bagno d'acqua per raffreddarsi e solidificarsi. Successivamente, viene tagliato nelle lunghezze desiderate. Prima di essere immessi sul mercato, i tubi vengono sottoposti a rigorosi test di qualità per verificare la resistenza alla pressione, all'abrasione e la conformità alle specifiche dimensionali.Materie Prime: Vergini e Riciclate Un aspetto interessante della produzione dei tubi da irrigazione è l'uso delle materie prime. Mentre tradizionalmente si usano polimeri vergini come l'HDPE (polietilene ad alta densità) e il PVC, sempre più spesso si ricorre a materiali riciclati. L'uso di polimeri riciclati sta aumentando grazie alle avanzate tecnologie di riciclaggio che permettono di ottenere materiali di alta qualità. Questo è un passo importante verso la sostenibilità ambientale.Funzionamento delle Macchine Porta Bobine Le macchine porta bobine sono fondamentali per l'irrigazione semovente. Queste macchine sono progettate per svolgere e riavvolgere i tubi da irrigazione in modo efficiente, riducendo il lavoro manuale e migliorando la precisione dell'irrigazione. Componenti Principali delle Macchine Porta Bobine Bobina: Dove è avvolto il tubo. È robusta e resistente per sostenere il peso del tubo. Sistema di Svolgimento: Permette di estendere il tubo sul campo. Può essere manuale o automatizzato. Motore Semovente: Consente alla macchina di muoversi autonomamente lungo il campo. Sistema di Riavvolgimento: Riavvolge il tubo sulla bobina dopo l'irrigazione, pronto per il prossimo utilizzo. Come Funzionano Il funzionamento di queste macchine è abbastanza semplice. L'operatore posiziona la macchina all'inizio del campo e collega il tubo alla fonte d'acqua. La macchina si muove lungo il campo, svolgendo il tubo mentre irriga. Una volta completata l'irrigazione, la macchina riavvolge il tubo sulla bobina, pronta per il prossimo ciclo. Irrigazione in Campo L'irrigazione con macchine semoventi offre numerosi vantaggi. Permette un'irrigazione mirata, riducendo gli sprechi d'acqua, e garantisce una distribuzione uniforme su tutta la superficie del campo. Questo sistema riduce anche il tempo e la manodopera necessari, permettendo agli agricoltori di concentrarsi su altre attività. Vantaggi dell'Irrigazione Semovente Efficienza Idrica: Consente di utilizzare l'acqua in modo più efficiente, riducendo gli sprechi. Uniformità di Distribuzione: Garantisce che l'acqua venga distribuita uniformemente su tutto il campo. Risparmio di Tempo e Manodopera: Riduce la necessità di intervento manuale, rendendo l'irrigazione più facile e veloce.Conclusioni I tubi da irrigazione per macchine semoventi sono una soluzione avanzata e sostenibile per l'irrigazione agricola. La loro produzione coinvolge processi complessi e l'uso di materie prime sia vergini che riciclate, evidenziando l'importanza della sostenibilità nel settore agricolo. Le macchine porta bobine, con i loro sistemi automatizzati, migliorano l'efficienza e la precisione dell'irrigazione, contribuendo a una gestione ottimale delle risorse idriche. Con una corretta manutenzione e formazione, queste tecnologie possono rivoluzionare l'irrigazione agricola, garantendo al contempo la sostenibilità ambientale e la produttività delle colture.
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L’Utilizzo dell’Acqua Supercritica per il Riciclo dei Rifiuti PlasticiQuali differenze esistono tra il processo di riciclo chimico e quello con l’acqua supercriticadi Marco ArezioL’affermazione ormai abbastanza consolidata che il solo riciclo meccanico sia diventato insufficiente e non completamente efficiente nella gestione dei rifiuti plastici, è una tesi sufficientemente realistica. Al netto di interventi a monte della filiera, che suggeriscono la riduzione dei consumi, il riuso, la riparazione e il miglioramento della vita utile degli oggetti, la questione della gestione dei rifiuti plastici che si producono ogni anno nel mondo, necessiterebbe di nuove tecnologie, nuove lungimiranze politiche ed imprenditorial, per sviluppare, combinate con il riciclo meccanico, altre forme di riciclo come quello chimico e quello con l’acqua supercritica. Cosa è l'acqua supercritica L'acqua supercritica è uno stato della materia in cui la pressione e la temperatura sono così elevate che le distinzioni tra liquido e gas diventano indistinte. In questo stato, l'acqua mostra proprietà uniche e viene utilizzata in vari settori, come l'estrazione di sostanze chimiche e la pulizia di materiali. Come si produce l'acqua supercritica Per produrre acqua supercritica, è necessario raggiungere una temperatura superiore a 374 gradi e una pressione di almeno 22,1 MPa, che corrisponde a circa 218 atmosfere. Queste condizioni estreme possono essere ottenute utilizzando apposite attrezzature chiamate reattori ad alta pressione. In genere, il processo coinvolge il riscaldamento dell'acqua a una temperatura superiore al suo punto critico e l'applicazione di una pressione sufficientemente elevata. Come si utilizza l'acqua supercritica nel riciclo dei rifiuti plastici L'acqua supercritica è utilizzata nel riciclo dei rifiuti plastici attraverso un processo noto come idrotrattamento supercritico. Con questo metodo, l'acqua supercritica viene impiegata per degradare e rimuovere contaminanti dai rifiuti plastici. Il processo coinvolge diverse fasi: Pre-trattamento I rifiuti plastici vengono preparati, rimuovendo eventuali contaminanti grossolani e separando i materiali plastici in base alla tipologia di appartenenza, ove possibile. Esposizione all'acqua supercritica Gli scarti preparati vengono quindi esposti all'acqua supercritica in condizioni di temperatura e pressione specifiche. In questo ambiente, l'acqua può penetrare nella struttura molecolare delle plastiche, facilitando la rimozione di contaminanti. Depolimerizzazione L'acqua supercritica può contribuire alla depolimerizzazione delle plastiche, rompendo le lunghe catene polimeriche in componenti più semplici o monomeri. Recupero dei prodotti I prodotti ottenuti dalla depolimerizzazione, come monomeri o oli, possono essere recuperati per essere riutilizzati nella produzione di nuovi materiali. Quali sono i prodotti finali realizzati dopo il processo di riciclo con l'acqua supercritica Il processo di riciclo dei rifiuti plastici con l'acqua supercritica può generare diversi prodotti finali, a seconda della composizione dei rifiuti trattati e delle condizioni specifiche del processo. Vediamo alcuni dei prodotti finali: Monomeri Le lunghe catene polimeriche delle plastiche possono essere frammentate durante il processo, producendo monomeri. Questi possono essere utilizzati per sintetizzare nuovi polimeri e materiali plastici. Oli La depolimerizzazione può anche generare oli o idrocarburi leggeri, che possono essere impiegati come materie prime in diversi settori industriali. Gas Il processo può liberare gas, come anidride carbonica, a seconda delle condizioni di trattamento. Il recupero e l'utilizzo di questi gas possono contribuire alla sostenibilità del processo. Materiali solidi riciclati Dopo il trattamento, è possibile ottenere materiali solidi riciclati che possono essere utilizzati in varie applicazioni. Questi materiali possono essere incorporati in processi di produzione per creare nuovi prodotti. L'obiettivo principale del riciclo con l'acqua supercritica è ridurre al minimo gli sprechi di plastica, recuperare risorse utili e diminuire l'impatto ambientale associato ai rifiuti plastici. La versatilità del processo consente di adattarsi a diverse tipologie di plastica, contribuendo così a una gestione più sostenibile dei rifiuti. Che differenza di processo esiste nel riciclo dei rifiuti plastici tra il riciclo chimico e quello con l'acqua supercritica Il riciclo chimico e quello con l'acqua supercritica sono due approcci distinti al trattamento dei rifiuti plastici, con differenze significative nei processi. Vediamone alcuni: Riciclo chimico Questo sistema di riciclo coinvolge processi chimici per rompere le catene polimeriche delle plastiche, trasformandole in monomeri o oli, spesso richiedendo l'uso di sostanze chimiche aggressive ed elevate temperature o pressioni. Riciclo con l'acqua supercritica Questo sistema utilizza l’acqua allo stato supercritico per trattare i rifiuti plastici, penetrando nella loro struttura e facilitando la depolimerizzazione. Per fare ciò è necessario raggiungere temperature e pressioni elevate, ma senza l'uso di sostanze chimiche aggressive come negli approcci tradizionali. Il processo può generare monomeri, oli e altri materiali utili, riducendo al minimo i residui tossici. Differenze chiave tra il processo chimico e quello con l’acqua supercritica Il riciclo chimico impiega reagenti chimici aggressivi, mentre l'acqua supercritica utilizza le proprietà uniche dell'acqua in uno stato supercritico per degradare le plastiche. Infatti, l'acqua supercritica può essere più ecocompatibile dal punto di vista chimico, poiché riduce la dipendenza da sostanze tossiche o pericolose. Entrambi i processi mirano a recuperare monomeri od oli per la produzione di nuovi materiali, ma i dettagli esatti del processo e i prodotti ottenuti possono variare. Entrambi gli approcci contribuiscono agli sforzi di gestione sostenibile dei rifiuti plastici, ma la scelta tra i due dipende dalle specifiche esigenze, tipologie di plastica e obiettivi ambientali di un dato processo di riciclo. Quali vantaggi economici esistono tra il riciclo chimico e quello con l'acqua supercritica I vantaggi economici tra il riciclo chimico e quello con l'acqua supercritica possono variare in base a diversi fattori, tra cui le condizioni di mercato, le materie prime coinvolte e la scala di produzione. Tuttavia, esistono alcune considerazioni generali: Costi di gestione delle sostanze chimiche Il riciclo chimico potrebbe richiedere l'uso di sostanze chimiche costose o particolarmente reattive, aumentando i costi di gestione e sicurezza. Consumo energetico Nel riciclo chimico i processi possono richiedere notevoli quantità di energia, influenzando i costi operativi complessivi. Mentre nel riciclo con l’acqua supercritica, anche se il processo richiede temperature e pressioni elevate, il riciclo può essere più efficiente dal punto di vista energetico in confronto a processi chimici tradizionali. Residui e gestione ambientale Nel riciclo chimico si possono utilizzare alcuni processi chimici che possono generare sottoprodotti indesiderati o residui tossici, aumentando i costi di gestione ambientale. Con l’utilizzo dell’acqua supercritica, il processo risulta più pulito e meno tossico, riducendo i costi associati alla gestione ambientale e alla conformità normativa. Adattabilità ai tipi di plastica Con il riciclo chimico si riscontra una maggiore adattabilità di processo ad una gamma più ampia di tipologie di plastica, mentre l’utilizzo dell’acqua supercritica potrebbe essere più selettivo o efficace per determinate tipologie di plastica.
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Storia delle Calze da Donna: dalla Seta al Nylon al PET RiciclatoStoria delle Calze (Collant) da Donna: dalla Seta al Nylon al PET Riciclatodi Marco ArezioIl 1935 fu una data importante per la moda femminile ma lo è anche stata per la ricerca fatta sui polimeri plastici e in particolar modo nell’ambito della poliammide.Vi chiederete cosa centra la moda con la plastica, in realtà centra molto, in quanto le calze (collant) per le donne, agiate, erano fatte di seta, capo molto costoso che era destinato ad un mercato ristretto. Wallace Hume Carothers scoprì nel 1935 il naylon e depositò nel 1937 il brevetto, senza forse immaginare quale successo questo tipo di materiale potesse avere negli anni successivi. Il nome nylon, che derivava dalla parola no-run (non si smaglia), fu ben pensato dalla ditta DuPount, che il 24 ottobre del 1939 iniziò la distribuzione sul mercato di un lotto di 4.000 calze (collant) con l’intenzione di fare un test per vedere se il prodotto fosse gradito alle donne. Le calze (collant) vennero vendute in tre ore quindi, forti di questo successo, il 15 Marzo del 1940, iniziò la distribuzione ufficiale in tutti gli Stati Uniti d’America, con un risultato di vendita di circa 4 milioni di paia nei primi quattro giorni di vendite. Dopo il 1942, ossia dopo l'ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, il nylon assunse un nuovo ruolo. Grazie alla sua resistenza, suscitò l'interesse delle forze armate Americane, tanto che per la produzione di calze venne utilizzato quasi esclusivamente il nylon, diventando così una merce rara, utilizzata sul mercato nero come moneta di scambio. In Europa, durante la seconda guerra mondiale, le calze venivano prodotte da una ditta Tedesca con il nome commerciale di Perlon, ma dopo la caduta del terzo Reich, gli Americani smantellarono le fabbriche della IG Farben che producevano il prezioso filato. Dalla fine della seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti, la moda delle calze di Nylon esplose, anche a seguito della riduzione progressiva dei prezzi che fece aumentare la platea femminile che poteva permettersi un capo così ricercato, ma anche per l’indubbio fascino che le gambe delle donne, attraverso le calze (collant) di nylon, davano alle stesse. Dal punto di vista tecnico lo spessore delle calze passò da 70 denari ai 40, per poi ridursi ulteriormente negli anni 50 fino a 10 denari. Intorno al 1960 ci fu una doppia rivoluzione, da una parte il settore industriale produsse macchine che permettevano la produzione dei collant tubolari, senza quindi la tanto inconfondibile cucitura e, dal punto di vista della ricerca chimica, la DuPont brevettò l’elastane con il nome di Lycra. La caratteristica principale di questo nuovo tessuto era la possibilità di allungare il capo fino a quattro volte la lunghezza dello stesso. Si può dire che, indirettamente, ci fu una terza rivoluzione nell’abbigliamento intimo delle donne a seguito della diffusione delle calze di lycra, che fu quello della scomparsa del reggicalze, fino a quel momento indispensabile. A partire dagli anni settanta l’importanza delle calze (collant) di nylon diminuì a causa del cambiamento dei costumi delle donne che si spostarono verso abiti più maschili, attraverso l’uso dei pantaloni con i quali non era più importante esibire le gambe fasciate dalle calze di nylon. Oggi si vive un ritorno della calza sottile e fasciante, come oggetto di seduzione e di eleganza, ma nello stesso tempo si ricercano capi che abbiano un impatto ambientale contenuto. Sono quindi nate le calze il cui filo è composto in PET riciclato, permettendo di realizzare un capo da 50 denari nero, del tutto compatibile con l’economia circolare. La produzione di questo filato riciclato riduce l’emissione di CO2 del 45% e il consumo di acqua del 90% rispetto alla produzione con materia prima vergine.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - calze - nylon - seta - collant Vedi maggiori informazioni sulla storia dei tessuti
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Simulazione delle Tensioni Termiche nei Componenti Plastici: Un Modello Avanzato per l’Industria della LavorazioneCome ottimizzare la progettazione e la produzione dei componenti plastici tramite la simulazione delle tensioni termichedi Marco ArezioL’industria dei polimeri rappresenta oggi una delle colonne portanti della manifattura globale, fornendo componenti essenziali per settori strategici come l’automotive, l’elettronica, il medicale e il packaging. Tuttavia, durante le fasi di lavorazione termica — come stampaggio a iniezione, estrusione o termoformatura — i materiali plastici sono sottoposti a significative variazioni di temperatura che generano inevitabili tensioni interne. Queste tensioni termiche, se non controllate, possono compromettere la qualità del prodotto, causare deformazioni permanenti, cricche o addirittura la rottura del componente finale. Negli ultimi anni, la simulazione numerica è diventata un alleato fondamentale per ingegneri e progettisti che intendono prevedere e gestire questi fenomeni complessi. L'articolo propone un modello avanzato per la simulazione delle tensioni termiche nei componenti plastici, offrendo uno strumento di grande valore pratico per migliorare la progettazione e il processo produttivo. Il Problema: Le Origini delle Tensioni Termiche nei Polimeri Per comprendere l’importanza di una corretta simulazione delle tensioni termiche, è necessario partire dal cuore del problema. I polimeri, per loro natura, sono materiali sensibili alle variazioni di temperatura. Durante la lavorazione, il materiale viene portato a temperature elevate per essere plasmato nello stampo; successivamente, il raffreddamento — spesso rapido e non omogeneo — porta a ritiri differenziali e variazioni di volume. Questi cambiamenti generano forze interne che, se non ben distribuite, possono accumularsi in punti critici del componente. Le tensioni residue che si sviluppano a seguito di questi processi sono tra le principali cause di problemi in esercizio: deformazioni fuori tolleranza, incrudimento superficiale, perdita delle proprietà meccaniche e fragilità localizzata. Per questo motivo, la capacità di simulare e prevedere questi fenomeni assume un ruolo centrale nella progettazione moderna. Simulazione Numerica: Un Nuovo Approccio Tradizionalmente, il controllo delle tensioni termiche avveniva tramite prove sperimentali, costose e spesso poco rappresentative delle condizioni reali. L’avvento della simulazione numerica ha rivoluzionato questo approccio, permettendo di analizzare il comportamento del materiale in ogni fase del processo, grazie a modelli matematici che descrivono il trasferimento di calore, la termodinamica del polimero e la risposta meccanica al gradiente termico. Il modello proposto nella tesi si basa sull’integrazione di equazioni di conduzione termica e leggi costitutive della meccanica dei solidi. Il polimero viene rappresentato come un solido continuo suddiviso in elementi finiti (FEM), ciascuno dei quali è caratterizzato dalle sue proprietà termiche (conducibilità, capacità termica, coefficiente di espansione) e meccaniche (modulo di elasticità, resistenza a trazione, viscosità). Il software di simulazione elabora i dati di input — come temperatura iniziale, velocità di raffreddamento, geometria del componente e vincoli di lavorazione — e restituisce una mappa dettagliata delle tensioni termiche attese. La Fase di Modellazione: Dati, Parametri e Sfide La creazione di un modello efficace richiede un’accurata caratterizzazione del materiale. Non tutti i polimeri, infatti, si comportano allo stesso modo al variare della temperatura: alcuni mostrano una marcata tendenza alla deformazione plastica, altri una maggiore resilienza. Il modello sviluppato al Politecnico di Torino utilizza dati sperimentali per calibrare i parametri chiave, quali il coefficiente di dilatazione termica, la viscosità in funzione della temperatura e la capacità termica specifica. Un elemento cruciale è la gestione del contatto tra componente e stampo, che influenza il trasferimento di calore e il raffreddamento superficiale. Anche la geometria del componente gioca un ruolo determinante: spessori variabili, nervature o inserti metallici possono creare zone di raffreddamento differenziale, con concentrazione di tensioni localizzate. Tutti questi fattori vengono integrati nel modello, permettendo simulazioni sempre più accurate. Validazione e Applicazioni Pratiche La validazione del modello avviene confrontando i risultati delle simulazioni con le misure sperimentali ottenute su campioni reali. Si utilizzano metodi di rilievo delle tensioni residue come la fotoelasticità, l’analisi delle cricche o la misurazione delle deformazioni post-raffreddamento. I risultati hanno evidenziato un’ottima correlazione tra i dati simulati e quelli osservati, confermando l’affidabilità del modello nel prevedere i punti critici di accumulo delle tensioni termiche. Le applicazioni industriali di questo modello sono molteplici. Ad esempio, nella produzione di componenti automobilistici, è possibile ottimizzare la progettazione dello stampo e i cicli di raffreddamento per minimizzare le tensioni e ridurre i difetti di produzione. Nell’elettronica, la simulazione consente di individuare i rischi di deformazione in schede e involucri soggetti a rapidi cicli termici. Anche nella produzione di packaging alimentare, la riduzione delle tensioni permette di garantire una migliore tenuta e integrità dei contenitori. Benefici per l’Industria e il Prodotto Finale L’adozione di modelli numerici avanzati per la simulazione delle tensioni termiche porta vantaggi significativi in termini di qualità, efficienza e sostenibilità. In primo luogo, permette di ridurre drasticamente il numero di prototipi fisici necessari per la messa a punto del processo, abbattendo tempi e costi di sviluppo. In secondo luogo, consente di prevedere e correggere in anticipo i difetti di produzione, migliorando la qualità del prodotto finale e riducendo lo scarto. Infine, contribuisce alla sostenibilità ambientale, grazie a una gestione più efficiente delle risorse e a una riduzione degli sprechi. La possibilità di simulare scenari diversi — variando ad esempio la velocità di raffreddamento, la geometria del componente o il tipo di polimero — offre ai progettisti una maggiore libertà creativa e una capacità di risposta rapida alle richieste del mercato. Prospettive Future: Verso la Simulazione Integrata e l’Intelligenza Artificiale La simulazione delle tensioni termiche nei materiali polimerici è un campo in rapida evoluzione. Il modello proposto nella tesi rappresenta un passo importante verso l’integrazione dei dati di processo e delle informazioni sul materiale in un’unica piattaforma predittiva. Le prospettive future includono l’utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale e machine learning per ottimizzare ulteriormente i parametri di processo in tempo reale, adattando il ciclo produttivo alle condizioni specifiche di ogni lotto o componente. Si sta anche lavorando sull’integrazione dei modelli termici con simulazioni meccaniche e fluidodinamiche, per offrire una visione completa delle prestazioni del componente, dal momento della lavorazione fino alla vita utile in esercizio. Conclusioni: La Simulazione come Nuovo Standard di Progettazione Simulare le tensioni termiche nei componenti plastici non è più una semplice opzione, ma una necessità per chi vuole restare competitivo sul mercato globale. I modelli avanzati sviluppati nei centri di ricerca e nelle università, come quello presentato nella tesi del Politecnico di Torino, dimostrano che l’ingegneria numerica può diventare uno strumento di innovazione e crescita per tutta la filiera della plastica. Investire in queste competenze significa costruire un futuro in cui qualità, efficienza e sostenibilità procedono di pari passo.© Riproduzione Vietata
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Polimero con Talina: La Rivoluzione nella Resistenza agli UrtiL'integrazione della talina nei polimeri offre una nuova frontiera nei materiali ad alte prestazioni, migliorando la resistenza agli urtidi Marco ArezioNegli ultimi anni, la ricerca sui materiali ha fatto passi da gigante, portando alla scoperta di nuove tecnologie in grado di migliorare significativamente le proprietà dei polimeri. Una di queste innovazioni è rappresentata dall'integrazione della talina nei polimeri, che ha dimostrato di aumentare notevolmente la resistenza agli urti. Questo articolo esplora in profondità questa tecnologia emergente, analizzando le sue caratteristiche, le applicazioni e gli studi scientifici che ne supportano l'efficacia.La Magia della Talina La talina è un minerale naturale che appartiene al gruppo dei silicati. È noto per la sua struttura lamellare e per le sue proprietà uniche, come la resistenza al calore, la capacità lubrificante e la non reattività chimica. Queste caratteristiche hanno reso la talina un materiale di interesse in vari settori, ma è solo di recente che i ricercatori hanno iniziato a esplorare il suo potenziale nei polimeri. Proprietà della Talina La talina è principalmente composta da silicato di magnesio idrato. La sua struttura stratificata permette una facile scorrevolezza tra gli strati, conferendo al materiale un effetto lubrificante naturale. Inoltre, può resistere a temperature elevate senza degradarsi, il che la rende ideale per applicazioni che richiedono stabilità termica. La sua inerzia chimica garantisce che non reagisca con la maggior parte dei composti chimici, mantenendo intatte le proprietà del materiale composito. L'Integrazione nei Polimeri La combinazione di talina e polimeri ha dato vita a materiali con proprietà meccaniche superiori. Questo processo prevede la dispersione di particelle di talina all'interno della matrice polimerica, creando un materiale composito con caratteristiche migliorate. Tecniche di Integrazione Esistono diverse tecniche per integrare la talina nei polimeri. La miscelazione a fusione è una delle più comuni, in cui la talina viene miscelata con il polimero fuso per garantire una distribuzione uniforme delle particelle. La polimerizzazione in situ è un'altra tecnica, dove la talina viene aggiunta durante il processo di polimerizzazione, permettendo una migliore interazione tra la matrice polimerica e le particelle di talina. Infine, il compounding utilizza estrusori per combinare la talina con polimeri in forma granulare, migliorando la dispersione e l'adesione tra le componenti.Effetti sulla Resistenza agli Urti L'inclusione della talina nei polimeri ha dimostrato di aumentare significativamente la resistenza agli urti del materiale composito. Questo miglioramento è dovuto a diversi fattori, tra cui l'aumento della durezza, l'assorbimento dell'energia d'urto e il rafforzamento della matrice polimerica. Le particelle di talina aumentano la durezza complessiva del materiale, rendendolo più resistente agli impatti. La struttura lamellare della talina consente un migliore assorbimento e distribuzione dell'energia d'urto, riducendo il rischio di fratture. Inoltre, agiscono come rinforzo all'interno del polimero, migliorandone la robustezza e la durata.Applicazioni dei Polimeri con Talina Grazie alle loro migliorate proprietà meccaniche, i polimeri con talina trovano applicazione in diversi settori industriali. Industria Automobilistica Nell'industria automobilistica, la resistenza agli urti è una caratteristica cruciale per la sicurezza e la durabilità dei veicoli. I polimeri con talina sono utilizzati per la produzione di paraurti, cruscotti e altri componenti interni che devono resistere a impatti elevati senza deformarsi o rompersi. Studi recenti hanno dimostrato che l'uso di polimeri rinforzati con talina può aumentare la resistenza agli urti dei componenti automobilistici del 30% rispetto ai materiali convenzionali.Settore Aerospaziale L'industria aerospaziale richiede materiali leggeri ma resistenti, capaci di sopportare le estreme condizioni di volo. I polimeri con talina offrono una combinazione ideale di leggerezza e resistenza, risultando in componenti più sicuri e affidabili. La NASA e altre agenzie spaziali stanno attualmente conducendo ricerche sull'uso di questi materiali nei satelliti e nelle strutture dei razzi, con risultati preliminari molto promettenti. Elettronica e Dispositivi di Consumo Nel settore dell'elettronica, la resistenza agli urti è essenziale per proteggere i dispositivi durante l'uso quotidiano. I polimeri con talina vengono utilizzati in custodie per smartphone, laptop e altri dispositivi portatili, garantendo una maggiore protezione contro cadute e urti accidentali. Un recente studio pubblicato su "Journal of Applied Polymer Science" ha evidenziato che l'aggiunta di talina ai polimeri utilizzati nelle custodie per smartphone può ridurre i danni da caduta del 40%.Impatti sul Mercato e Sostenibilità L'adozione di polimeri con talina ha anche implicazioni significative per il mercato e la sostenibilità ambientale. Competitività di Mercato L'introduzione di polimeri ad alta resistenza agli urti ha aumentato la competitività delle aziende che adottano questa tecnologia. La capacità di offrire prodotti più duraturi e sicuri rappresenta un vantaggio competitivo significativo, specialmente in settori dove la resistenza agli urti è un fattore determinante per la scelta del consumatore. Aziende leader come BASF e Dow Chemical stanno investendo massicciamente in questa tecnologia, prevedendo una crescita significativa del mercato nei prossimi anni.Sostenibilità Ambientale L'integrazione della talina nei polimeri può contribuire a migliorare la sostenibilità dei prodotti. La talina è un minerale abbondante e a basso costo, e l'uso di materiali compositi più resistenti può ridurre la necessità di sostituzioni frequenti, diminuendo così l'impatto ambientale complessivo. Inoltre, i processi di produzione dei polimeri con talina possono essere ottimizzati per minimizzare gli sprechi e l'uso di energia. Uno studio del 2023 condotto dall'Università di Cambridge ha dimostrato che l'uso di talina nei polimeri può ridurre le emissioni di CO2 del 20% rispetto ai polimeri tradizionali.Problemi e Prospettive Future Nonostante i numerosi vantaggi, l'integrazione della talina nei polimeri presenta alcune problematiche tecniche e di mercato. Problemi Tecnici La dispersione uniforme della talina all'interno della matrice polimerica è cruciale per ottenere le proprietà desiderate. Questo richiede tecniche di produzione avanzate e un controllo preciso dei parametri di processo. Inoltre, l'adesione tra le particelle di talina e la matrice polimerica deve essere ottimizzata per massimizzare i benefici meccanici. La ricerca in corso presso il MIT sta esplorando nuovi metodi di dispersione della talina per migliorare ulteriormente queste proprietà. Adozione di Mercato L'adozione su larga scala dei polimeri con talina dipende dalla disponibilità di infrastrutture produttive adeguate e dalla sensibilizzazione del mercato sui benefici di questi materiali. Le aziende devono investire in ricerca e sviluppo per migliorare ulteriormente le proprietà dei polimeri con talina e ridurre i costi di produzione. Tuttavia, con il crescente interesse per materiali sostenibili e ad alte prestazioni, le prospettive per l'adozione di questi polimeri sono molto positive.Prospettive Future Il futuro dei polimeri con talina appare promettente, con potenziali applicazioni in nuovi settori e miglioramenti continui nelle tecnologie di produzione. La ricerca continua può portare a scoperte ancora più innovative, come la combinazione della talina con altri nanomateriali per creare compositi con proprietà meccaniche e funzionali senza precedenti. Gli studi in corso presso l'Università di Tokyo stanno investigando l'uso di talina in combinazione con grafene per creare materiali super resistenti e leggeri. Conclusioni Il polimero con talina rappresenta una delle innovazioni più significative nel campo dei materiali ad alta resistenza agli urti. Grazie alle sue eccezionali proprietà meccaniche e alla sua versatilità applicativa, questo materiale ha il potenziale per rivoluzionare numerosi settori industriali, dalla produzione automobilistica all'elettronica di consumo. Nonostante le sfide tecniche e di mercato, le prospettive future sono estremamente positive, con continue ricerche che promettono di svelare ulteriori miglioramenti e nuove applicazioni per i polimeri con talina.© Riproduzione Vietata
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Cosa è il Cartone OCC e come Viene RiciclatoCosa è il Cartone OCC e come Viene Riciclatodi Marco ArezioSembra una strana sigla, OCC, ma gli addetti ai lavori classificano come OCC un cartone ondulato adatto alla formazione di scatole e imballi, in cui le pareti hanno il compito di proteggere la merce all’interno e assumere un comportamento resistente durante la movimentazione e il trasporto.Di solito è costituito da due fogli di carta piana che racchiude uno strato ondulato leggero che, in virtù della forma a volta, conferisce al sandwich una buona resistenza. Il cartone ondulato, o OCC, è un elemento molto diffuso nel settore del packaging ed è anche un prodotto che ha un alto grado di riciclo, infatti, secondo i dati della Corrugated Packaging Alliance, una scatola fatta da cartone ondulato, è costituita da circa il 50% ci materiale riciclato. Con l’incremento delle micro spedizioni ad opera del commercio online, la quantità di cartone ondulato nella nei rifiuti solidi domestici sta assumendo una posizione rilevante, senza dimenticarci del tradizionale mercato della distribuzione e dell’industria. I cartoni OCC possono essere riutilizzati o riciclati creando una filiera di circolarità che migliora l’ambiente e la nostra vita. Tra i vantaggi del riutilizzo del prodotto, possiamo annoverare il risparmio di acqua che usa la cartiera per creare la nuova pasta di carta, quindi dell’energia per il processo che crea CO2 e altri inquinanti come lo zolfo o le sostanze chimiche organiche volatili. Nell’ambito del riciclo del cartone OCC possiamo ricordare la riduzione dell’uso del legname vergine che serve per produrre le fibre naturali per la carta. Per fare una tonnellata di cartone vergine occorrono tre tonnellate di alberi, il che fa pensare all’importanza del riuso e del riciclo del cartone. Per quanto riguarda l’OCC che viene avviato al riciclo presso le cartiere, attraverso i centri di raccolta, è importante che chi conferisce il cartone da riciclare abbia l’accortezza asportare materiali differenti presenti sulle scatole o nelle scatole, che ne comprometterebbero il riciclo o ne inquinerebbero il processo. Il cartone ondulato dovrà essere appiattito ed imballato per costituire balle uniformi in modo da ridurne il volume per minimizzare il costo e l’impatto ambientale della movimentazione verso i centri di riciclo. Dopo la trasformazione dell’OCC all’interno delle cartiere, le fibre riciclate verranno riutilizzate, nelle percentuali più idonee, miscelate con le fibre vergini in base alla tipologie di imballo da realizzare, per creare nuovi imballi in carta e cartone.Categoria: notizie - tecnica - carta - riciclo - cartone OCC Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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Cosa è il Grado di Cristallinità del PET e Come Questo Influenza il Prodotto FinitoTrasparenza, resistenza meccanica, effetto barriera possono variare, modificando il grado di cristallinitàdi Marco ArezioAbbiamo affrontato, in articoli precedenti, alcuni aspetti importanti nell’utilizzo del PET per la produzione di manufatti, come la viscosità e il peso molecolare o i principali fenomeni di degradazione del PET. In questo articolo vediamo un altro aspetto centrale, che riguarda la gestione del grado di cristallinità del PET e come, il suo variare, può influenzare molti fattori strutturali, come la trasparenza dei manufatti, gli aspetti strutturali e meccanici e l’effetto barriera verso i componenti che il prodotto conterrà. Per entrare subito in argomentazioni tecniche, possiamo dire che il PET è un polimero semicristallino, questo vuol dire che la sua struttura solida è costituita da una fase amorfa, in cui le macromolecole che lo costituiscono sono disposte in gomitoli statici, e da una fase cristallina, in cui le catene si dispongono in una forma geometrica precisa. Detto questo, possiamo notare come il PET sia un polimero che possa essere sottoposto alla cristallizzazione, ma, come tutti i polimeri, non la raggiungerà mai completamente a causa della natura stessa delle macromolecole che lo compongono ed alla loro irregolarità. Le catene, infatti, tendono a disporsi verso minime distanze intermolecolari, in quanto il principio generale che regola l'aggregazione delle macromolecole per la formazione di una struttura cristallina è la creazione di interazioni inter e intra-catena, attraverso regolarità degli angoli torsionali della macromolecola. Il rapporto tra le due fasi dipende da molti fattori, come le caratteristiche intrinseche del materiale e i processi termici che ha subito. Durante la fase di cristallizzazione del PET le macromolecole formano una struttura lamellare, in cui le catene si ripiegano su sé stesse in modo ordinato, ma, nello stesso tempo si verifica la creazione di zone esterne disordinate. Il PET, essendo formato da queste due fasi, si dispone e si organizza in domini, in cui le due fasi coesistono, creando un limite massimo di cristallizzazione termica del 50-60% e, in certi casi, occorre utilizzare degli agenti nucleanti per raggiungere il valore limite.Ricordando che la cristallizzazione non ottimale dei polimeri può portare ad una certa opacità dei manufatti, possiamo dire che il PET ha una bassa velocità di cristallizzazione e, per questo, unite ad altre proprietà, ha avuto una rapida diffusione del mondo del packaging. Durante la lavorazione del PET, il picco di cristallizzazione si può raggiungere ad una temperatura di circa 160 - 170 °C, ma esiste anche una altro sistema per raggiungere questa fase, che è quella meccanica. Infatti, con le operazioni di stiro meccaniche ad una certa temperatura, si crea una cristallizzazione indotta, che consiste in una orientazione forzata delle macromolecole nella direzione dello stiro. Nell’orientazione uniassiale, in cui lo sforzo è applicato in un’unica direzione, si formano strutture dette fibrille, in quella biassiale, in cui lo sforzo ha due componenti perpendicolari tra loro, si formano cristalli larghi e piatti (plates).Questo fenomeno è influenzato da quattro fattori principali: - L’entità dello stiro - La velocità dello stiro - La temperatura - Il peso molecolare La combinazione di queste quattro entità determinano le caratteristiche del PET e, di conseguenza la qualità dello stesso, così, per definire un parametro che possa caratterizzare il prodotto in seguito a queste combinazioni, viene utilizzato un indicatore definito in ”grado di cristallinità”, con cui si vuole indicare la percentuale di materiale che si trova in fase cristallina rispetto alla quantità totale presa in considerazione. In particolare, un aumento del grado di cristallinità comporta un maggiore impaccamento e, grazie alla presenza dei domini cristallini che fungono da nodi fisici del reticolo, vi è un miglioramento delle proprietà meccaniche.Nello stesso tempo, come abbiamo già avuto modo di dire, un aumento della cristallinità del prodotto, può portare ad una certa opacità dello stesso, a causa dei diversi indici di rifrazione, infatti, questo deve essere preso in seria considerazione se si vogliono produrre delle bottiglie trasparenti. Ma dobbiamo anche prestare attenzione alla dimensione dei cristalli, infatti, due contenitori con lo stesso grado di cristallizzazione possono avere trasparenze od opacità differenti, così, più grandi saranno i cristalli, maggiori possibilità si avranno di produrre flaconi opachi. Alla cristallizzazione per stiro è legato il fenomeno di strain hardening, che comporta un aumento delle proprietà meccaniche, termiche e della resistenza a barriera del polietilentereftalato, determinando il successo nella produzione di contenitori.Il punto che individua l’inizio di tale fenomeno è definito Natural Stretch Ratio (NSR). Di conseguenza, quando si soffia una preforma, si deve raggiungere un grado di deformazione (rapporto di stiro) uguale o di poco superiore al NSR, per poter avere l’aumento delle proprietà necessarie per ottenere un prodotto leggero e conformante.Un altro fattore importante da tenere in considerazione durante il soffiaggio delle preforme, che incide sulla cristallizzazione del materiale, è la presenza di acqua. Infatti, se il contenuto di acqua nel PET può teoricamente arrivare all’1% del suo peso, bisogna considerare che la sua presenza può variare le proprietà fisiche, meccaniche e di barriera. Questo si verifica perché l’acqua è un plasticizzante che ha effetto sull’orientamento del materiale, sulla stabilità termica e, quindi, anche sulla cristallizzazione indotta per stiro, creando una situazione di scorrimento tra le macromolecole, riproducendo una similitudine con un polimero di viscosità inferiore. La percentuale di acqua influisce anche sul natural stretch ratio e, quindi, sulle proprietà del manufatto finito, a parità di stiro assiale e radiale, una preforma contenente acqua avrà proprietà inferiori, come se fosse soffiata a una temperatura più alta. Traduzione automatica. Ci scusiamo per eventuali inesattezze. Articolo originale in Italiano.
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Aggregati artificiali siderurgici nei polimeri: quando possono sostituire carbonato di calcio e talco nei compound plasticiScorie nere ferro-calciche e filler calcio-alluminati grigio chiaro: analisi tecnica, limiti di processo e applicazioni realistiche delle cariche artificiali industriali nelle miscele polimericheAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 15 aprile 2026 Tempo di lettura: 19 minuti Perché le cariche artificiali siderurgiche meritano attenzione nel compounding Nel compounding plastico, chi continua a guardare le cariche come semplici strumenti per abbassare il costo formula sta leggendo il mercato con categorie ormai superate. Oggi una carica deve essere giudicata su quattro piani insieme: disponibilità industriale, costanza qualitativa, effetto sulle prestazioni e contributo alla sostenibilità della filiera. Le scorie siderurgiche fini o micronizzate entrano in questo spazio perché mettono a disposizione una famiglia di filler a base ossidica che non deriva da escavazione primaria, ma da un processo industriale già esistente, e che può modificare in modo sensibile rigidità, durezza, comportamento reologico, massa del compound e, in alcuni casi, perfino la risposta termica del manufatto. La letteratura di revisione sugli industrial-waste-filled polymer composites conferma che questi materiali non vanno più considerati soltanto come riempitivi di ripiego, ma come possibili filler funzionali, a patto che siano stabilizzati, ben caratterizzati e progettati per la matrice in cui entrano. I vantaggi circolari e ambientali delle cariche artificiali rispetto a quelle naturali Quando confronto una carica artificiale di origine siderurgica con una carica naturale come carbonato di calcio, talco o altre farine minerali da cava, non mi fermo mai al solo tema del prezzo o della prestazione meccanica. Il punto decisivo è un altro: la carica artificiale nasce da una materia che esiste già perché è stata generata da un altro processo industriale, mentre la carica naturale richiede quasi sempre una nuova estrazione, una nuova movimentazione, una nuova macinazione e una nuova logistica dedicate. È qui che si apre il vero vantaggio circolare. Nel caso degli aggregati artificiali qui considerati, il produttore dichiara con chiarezza una logica di economia circolare basata sul recupero di materiali derivati dai processi siderurgici, trasformati in by-product concentrati e stabili, con l’obiettivo di riportare gli scarti nel ciclo economico con caratteristiche ambientali e geotecniche migliorative rispetto al prodotto naturale. Il primo vantaggio ambientale, quindi, è la riduzione del prelievo di risorse vergini. Ogni tonnellata di carica artificiale che sostituisce una quota equivalente di filler naturale riduce, almeno in linea di principio, la pressione su cave di calcare, marna, dolomia o talco. Questo aspetto non va banalizzato. L’estrazione mineraria per la produzione di filler comporta consumo di suolo, trasformazione del paesaggio, movimentazione di grandi volumi, uso di mezzi pesanti, polveri, energia per frantumazione e macinazione e, in molti casi, gestione di sterili o materiali di scarto. Quando invece si valorizza una scoria già prodotta dalla filiera metallurgica, la materia prima non viene cercata nel sottosuolo: viene recuperata, selezionata, stabilizzata e reindirizzata verso un uso ad alto valore. È esattamente questo il passaggio che rende la carica artificiale più coerente con una logica di simbiosi industriale. Lo stesso produttore afferma che questi filler, in quanto derivati da lavorazioni precedenti, non consumano risorse naturali ma valorizzano scarti di produzione. Il secondo vantaggio è la trasformazione di un residuo industriale in materia tecnica. Questo aspetto è centrale perché distingue il semplice smaltimento dalla valorizzazione vera. Una carica artificiale non è ambientalmente interessante solo perché “riciclata”, ma perché viene portata a uno stato di qualità tale da poter sostituire, in specifiche applicazioni, una materia prima primaria. Nel caso dei materiali qui analizzati, la filiera dichiarata non si limita a raccogliere una scoria: la raffredda, la seleziona, la deferrizza quando necessario, la classifica per granulometria e la propone in forme grossolane o micronizzate. Questo significa che il vantaggio ambientale non è solo nel fatto che il materiale non va in discarica, ma nel fatto che viene reinserito nel mercato come prodotto funzionale, con specifiche, impieghi e in alcuni casi certificazioni di prodotto. Dal punto di vista della circolarità industriale, questa è la differenza che conta davvero. Il terzo vantaggio è la riduzione del carico ambientale associato alla filiera dei leganti e dei filler tradizionali, soprattutto quando la carica artificiale entra in sistemi dove può ridurre il consumo di cemento, calce o altre materie ottenute con processi ad alta intensità energetica. Qui il quadro è particolarmente interessante. Il catalogo tecnico dichiara che il costo del filler è inferiore a quello di produzione del cemento, perché evita parte degli oneri connessi all’estrazione di argilla e calcare e alla loro cottura, e aggiunge che il filler può ridurre la quantità di cemento presente nel calcestruzzo o nella malta. La scheda della carica calcio-alluminata grigio chiaro afferma inoltre in modo esplicito che il materiale è impiegabile in clinkerizzazione con abbattimento delle emissioni di CO2 e che altri impieghi sono alternativi alla calce vergine quando il valore aggiunto ricercato è il ridotto impatto ambientale. Queste indicazioni riguardano in primo luogo i sistemi cementizi, ma il principio industriale è lo stesso che interessa anche il mondo dei polimeri: sostituire una quota di materia primaria con una materia seconda funzionale significa spostare il bilancio ambientale della formulazione in una direzione più favorevole. Il quarto vantaggio è la maggiore coerenza con la gerarchia europea della gestione delle risorse. Una carica naturale vergine ha una filiera lineare: si estrae, si lavora, si consuma. Una carica artificiale ottenuta da residui siderurgici ha invece una filiera che, almeno potenzialmente, prolunga il valore di una materia già entrata nel sistema economico. Questo non significa che ogni scoria sia automaticamente “verde”. Significa però che, quando il materiale è tecnicamente stabile, normativamente gestibile e industrialmente utilizzabile, il suo impiego è molto più vicino a una logica di upgrading di materia che non a una logica estrattiva lineare. Nel catalogo tecnico questo concetto è espresso senza ambiguità: i by-product vengono presentati come risorse, inserite in un circolo virtuoso che favorisce la sostenibilità in un mondo di risorse finite. È un’affermazione di taglio industriale, non retorico, e coglie il punto reale del tema. C’è poi un quinto vantaggio, spesso trascurato, che riguarda la territorialità delle filiere. Le cariche naturali non sono tutte locali. Molte formulazioni dipendono da filler che viaggiano per centinaia di chilometri, talvolta da altri Paesi, prima di arrivare all’impianto di compounding o al sito di produzione. Una carica artificiale generata e trattata in prossimità di un polo siderurgico può invece contribuire a creare filiere più corte, più integrate e più leggibili dal punto di vista ambientale. Questo aspetto non si vede in una singola scheda tecnica, ma nella logica complessiva del sistema: la materia nasce come residuo in un impianto industriale, viene qualificata nello stesso ecosistema produttivo e può essere ridestinata a mercati vicini, riducendo il peso della componente estrattiva e, in molti casi, anche quello della logistica lunga. Esiste poi un sesto vantaggio che considero molto importante: la carica artificiale spinge il mercato a valutare la materia per funzione e non per origine. Questo cambio culturale ha una ricaduta ambientale profonda. Finché il mercato ragiona solo in termini di “materiale naturale uguale qualità, materiale secondario uguale compromesso”, la circolarità resta marginale. Quando invece una scoria trattata entra in una formula perché offre rigidità, massa, durezza, colore tecnico o risposta reologica utili, il residuo smette di essere percepito come un problema e diventa una risorsa progettuale. In quel momento l’economia circolare smette di essere solo un argomento etico e diventa una pratica industriale misurabile. Nel caso specifico delle cariche qui analizzate, gli elementi per sostenere questo giudizio ci sono. La filiera è basata su rottami selezionati e riciclati, una trasformazione dei residui in by-product stabili, una prospettiva esplicita di economia circolare, la disponibilità di marcature CE, EPD e certificazioni di sistema come EMAS, ISO 14001 e ISO 9001, oltre alla possibilità di impieghi in settori che vanno dal calcestruzzo ai geopolimeri, fino alle versioni fini per applicazioni più specialistiche. Questi elementi non bastano, da soli, a concludere che ogni applicazione nei polimeri sia automaticamente sostenibile; bastano però a sostenere una tesi forte e corretta: rispetto alle cariche naturali, le cariche artificiali siderurgiche offrono un vantaggio circolare strutturale perché valorizzano una materia già esistente, riducono il ricorso all’estrazione primaria e aprono la strada a formulazioni più coerenti con una manifattura a minore consumo di risorse vergini. Per questo, nel mio giudizio tecnico, il vero vantaggio ambientale di queste cariche non è solo nel fatto che siano “riciclate”. Il vero vantaggio è che trasformano la scoria da costo ambientale potenziale a risorsa industriale utile, spostando il baricentro della formulazione dalla logica estrattiva alla logica del riuso qualificato. Ed è esattamente questo il punto in cui la circolarità smette di essere uno slogan e diventa industria. Le due famiglie che contano davvero: ferro-calciche scure e calcio-alluminate chiare Quando si parla di scorie nei polimeri, la prima cosa da fare è separare materiali che industrialmente non si comportano allo stesso modo. La variante ferro-calcica grigio scuro presenta una composizione tipica con SiO2 12-15%, CaO 30-35%, MgO 6-10%, Al2O3 7-9% e ossidi di ferro 31-36%, è dichiarata non solubile in acqua distillata a 20 °C e ha una gravità specifica nell’ordine di 3,6-3,7 t/m³. Questo profilo la colloca con chiarezza tra le cariche ossidiche pesanti, dure, adatte a compound tecnici dove contano rigidità, massa e resistenza meccanica più della resa cromatica. La variante grigio chiaro, invece, ha un profilo nettamente diverso: CaO 45-60%, Al2O3 20-25%, MgO 5-9%, SiO2 2-5%, FeO 1-2% e somma dei metalli pesanti inferiore all’1%. Questa chimica la avvicina alla famiglia dei calcio-alluminati di recupero e la rende, sul piano cromatico, molto più gestibile rispetto a una scoria nera ferrifera. Ma proprio qui sta il punto tecnico: il vantaggio di colore non la trasforma in una carica inerte equivalente a un carbonato di calcio standard. Resta un sistema più reattivo, più alcalino e più delicato sotto il profilo dell’interazione superficiale con additivi, umidità e matrice. Perché non ha senso parlare di sostituzione automatica di CaCO3 e talco Carbonato di calcio e talco sono filler con una storia industriale lunga, codificata e ripetibile. Il loro successo non dipende solo dal prezzo, ma dalla prevedibilità: granulometrie stabili, superfici trattabili, risposta nota nelle poliolefine, nel PVC, negli elastomeri e nelle formulazioni caricate. Le cariche siderurgiche artificiali appartengono a un’altra categoria. Hanno densità generalmente più elevate, cromia meno neutra, durezza spesso maggiore e una superficie chimicamente più complessa. Per questo non ha alcun senso tecnico descriverle come sostituti “diretti” del CaCO3 o del talco in modo generalizzato. Ha invece senso valutarle come filler tecnici che, in certe formule, possono prendere il posto di una quota di carica tradizionale cambiando però il profilo del compound. In pratica, quando una carica artificiale siderurgica entra in una matrice polimerica, cambiano almeno cinque cose insieme: il peso specifico del compound, la sua tonalità, l’usura potenziale dell’impianto, la reologia della massa fusa o della mescola e la qualità dell’interfaccia filler-polimero. Questo significa che la domanda corretta non è “può sostituire il carbonato di calcio?”, ma “in quale sistema formula-processo-applicazione questa carica costruisce un vantaggio tecnico o ambientale credibile rispetto al filler convenzionale?”. È una differenza di impostazione fondamentale, perché separa il linguaggio commerciale dalla formulazione seria. Cosa insegna il polipropilene sulle scorie come filler funzionali Il polipropilene è oggi la matrice che permette di leggere meglio il potenziale reale delle scorie come filler funzionali. Il lavoro di Gobetti e coautori sull’impiego di scoria EAF in diverse matrici polimeriche mostra che, nel PP, l’introduzione del filler porta a un aumento del modulo a trazione e della tensione di snervamento, mentre l’allungamento a rottura si riduce, come accade nei sistemi irrigiditi da carica minerale. Il punto più interessante non è solo l’aumento di rigidità, ma il fatto che gli autori giudicano il comportamento del filler comparabile a quello di cariche tradizionali come talco e carbonato di calcio, pur dentro una diversa identità formulativa. Inoltre, lo stesso studio richiama con forza il tema della lisciviazione e del controllo degli elementi potenzialmente indesiderati, chiarendo che il riuso serio della scoria richiede verifica ambientale oltre che meccanica. La tesi di Mostafa sulla loppa d’altoforno come filler funzionale nel PP va ancora più a fondo e, a mio avviso, coglie il punto strategico della questione. La BFS non viene presentata come una carica economica che imita il carbonato di calcio, ma come un filler che, se correttamente calibrato, può modificare in modo utile il profilo struttura-proprietà del PP. La ricerca mostra che, quando la loppa è opportunamente tailored, può influenzare reologia, proprietà termiche e prestazioni meccaniche del polipropilene ben oltre il semplice effetto riempitivo. Ancora più significativo è il dato riportato sulla BFS modificata e compoundata con bivite: la deformazione a rottura del PP supera il 350%, mentre rispetto a un compound commerciale mineral-filled per finiture interne si raggiungono livelli di duttilità molto più elevati con rigidezza e tenacità comparabili. Questo è esattamente il punto che nel dibattito industriale spesso sfugge: una scoria non è interessante solo se copia un filler tradizionale; è interessante se permette di progettare un compound diverso e utile. Gli elastomeri sono oggi il terreno più convincente Se nei termoplastici la prudenza resta necessaria, negli elastomeri il quadro è molto più concreto. L’articolo pubblicato su JOM sull’impiego della scoria EAF in NBR mostra che il filler accelera la cinetica di reticolazione, riduce il tempo ciclo, aumenta durezza e modulo a compressione e mantiene il compression set entro valori considerati accettabili per impieghi reali, pur con la normale riduzione della capacità di recupero elastico al crescere del contenuto di scoria. Un altro elemento di grande importanza è che la matrice polimerica riduce in modo significativo la lisciviazione della scoria incorporata, aspetto cruciale quando si ragiona in termini di riuso industriale sicuro. Ancora più rilevante, rispetto al confronto con il carbonato di calcio, è il lavoro del 2023 sulla white steel slag da ladle furnace in mescole NBR. Qui il confronto non è teorico ma diretto: una formulazione NBR standard caricata con CaCO3 viene messa a confronto con una formulazione contenente il 10% in volume di LF slag. La pubblicazione dichiara che il comportamento meccanico del sistema caricato con scoria è equivalente a quello del sistema con carbonato di calcio e inquadra il risultato come esempio concreto di simbiosi industriale. Questo è uno dei pochi casi in cui, senza forzature, si può parlare di vera sostituzione di una carica convenzionale da parte di una carica artificiale siderurgica in una formula definita. Il vantaggio del grigio chiaro e i suoi limiti chimici La disponibilità di una versione grigio chiaro cambia molto il discorso applicativo. Una scoria ferrifera scura, per quanto valida sul piano meccanico, resta quasi sempre confinata a compound neri, grigi, marroni scuri o pigmentati in modo coprente. Un filler calcio-alluminato chiaro apre invece la porta a formulazioni più gestibili nei toni pietra, cemento, grigio chiaro e tortora, e in generale a tutti quei compound tecnici in cui il nero non sarebbe accettabile. Questo non è un dettaglio secondario: nel compounding il colore è spesso il primo ostacolo che ferma l’adozione di un filler alternativo, prima ancora della meccanica. Detto questo, non commetterei mai l’errore di presentare una carica calcio-alluminata chiara come un equivalente del carbonato bianco. La sua composizione ricca di CaO e Al2O3 la rende molto più interessante, ma anche più delicata. La letteratura sulle ladle furnace slag e sui sistemi derivati richiama infatti la necessità di controllare reattività residua, stabilità volumetrica, umidità e maturazione delle fasi più sensibili. Per questo, se l’obiettivo è l’impiego in PP, PE, PVC o TPE, la validazione deve essere molto rigorosa: essiccazione, pH superficiale, eventuale trattamento, compatibilità con gli additivi e stabilità nel tempo non sono dettagli, ma precondizioni. Il nodo decisivo: interfaccia, granulometria e trattamento superficiale Nessuna carica industriale nuova entra davvero nel mercato dei polimeri se non supera la prova dell’interfaccia. La chimica generale conta, ma conta ancora di più il modo in cui la particella si disperde, aderisce, scorre e interagisce con la matrice. Per questo considero indispensabili almeno sette verifiche prima di prendere sul serio una carica artificiale siderurgica in un compound plastico: curva granulometrica completa con d10, d50 e d90; umidità residua e protocollo di essiccazione; analisi chimica completa con metalli in tracce; pH e alcalinità superficiale; contenuto di magnetici residui; superficie specifica e assorbimento olio; prove pilota di compounding con eventuali compatibilizzanti come PP-g-MA, silani, titanati o rivestimenti superficiali. La letteratura sul PP con BFS e quella sugli elastomeri caricati con scorie converge su un punto: quando l’interfaccia è ben progettata, la scoria smette di essere un sottoprodotto disperso male e diventa un filler funzionale. Il profilo del fornitore e la maturità industriale dell’offerta Il profilo pubblicato su rMIX aiuta a leggere il passaggio dalla teoria alla pratica industriale. L’offerta riguarda aggregati sintetici riciclati ottenuti dalla frantumazione e vagliatura della scoria da arco elettrico, destinati a sottofondi, massicciate, calcestruzzi e asfalti. La descrizione insiste su alcuni punti che considero molto rilevanti anche per chi guarda al futuro impiego nei polimeri: granulometrie differenziate, forma controllata del granulo, assenza di silice libera, certificazioni CE, schede tecniche chiare e disponibilità di consulenza tecnica per applicazioni su misura. In altre parole, il materiale non viene proposto come semplice recupero di un residuo, ma come prodotto industriale già organizzato secondo logiche di prestazione, documentazione e supporto applicativo..Dove queste cariche hanno più senso e dove invece no Le cariche artificiali siderurgiche hanno oggi il loro spazio più credibile nei compound tecnici, non in quelli generalisti o estetici. Le vedo con senso industriale in PP e PE per manufatti rigidi, pannelli, supporti, articoli da edilizia plastica, componenti per infrastrutture, basi, distanziatori, sistemi zavorrati, articoli stampati scuri o grigi, resine tecniche e, soprattutto, elastomeri dove durezza, modulo e resistenza compressiva contano più della brillantezza cromatica. In queste applicazioni la maggiore densità, il colore meno neutro e la natura ossidica della carica possono essere accettati o addirittura diventare parte del valore tecnico del prodotto finale. Le vedo invece molto meno credibili in packaging chiaro, articoli alleggeriti, manufatti ad alta estetica superficiale, compound masterbatch-friendly con forte esigenza di bianco o brillantezza e in tutte quelle formule in cui la costanza ottica e la leggerezza sono più importanti della rigidità o del messaggio circolare. In questi casi il vantaggio ambientale non basta a compensare i limiti di densità, colore e variabilità potenziale. La selezione dell’applicazione, quindi, non è un dettaglio finale: è la prima vera decisione tecnica. Conclusioni La conclusione, se si vuole scrivere con competenza e non per suggestione, è chiara. Le cariche artificiali siderurgiche non sono un rimpiazzo indistinto delle cariche minerali tradizionali. Sono una nuova famiglia di filler tecnici a base ossidica, con almeno due grandi profili industriali: quello ferro-calcico scuro, più pesante e più adatto a compound strutturali e tecnici; e quello calcio-alluminato chiaro, più favorevole sul piano cromatico ma più delicato sul piano chimico. La letteratura sostiene in modo convincente l’impiego della scoria EAF in PP, NBR ed epossidiche e sostiene in modo particolarmente forte la sostituzione del carbonato di calcio in NBR con white slag da ladle furnace. Allo stesso tempo, impone prudenza rigorosa quando si tenta di estendere questi risultati a tutti i termoplastici e a tutte le formule. Per questo, il modo corretto di presentare il tema non è dire che le scorie “possono sostituire il CaCO3”. Il modo corretto è dire che, quando sono selezionate, micronizzate, controllate e compatibilizzate con metodo, alcune cariche artificiali siderurgiche possono diventare filler funzionali credibili e industrialmente utili in specifiche matrici polimeriche. È una tesi più prudente, ma anche molto più forte, perché regge sia davanti a un tecnico di laboratorio sia davanti a un responsabile industriale. FAQ Le scorie siderurgiche possono sostituire completamente il carbonato di calcio nei polimeri? In alcune formulazioni specifiche, soprattutto elastomeriche, possono sostituirlo in parte o raggiungere prestazioni comparabili. Ma parlare di sostituzione completa e generalizzata sarebbe tecnicamente scorretto. Il filler grigio chiaro risolve il problema estetico? Lo riduce, non lo elimina. È più gestibile della scoria scura, ma non equivale a una carica bianca tradizionale e richiede comunque una strategia colore dedicata. Qual è oggi la matrice più promettente? Tra i termoplastici, il PP è la matrice più documentata. Tra gli elastomeri, l’NBR è quella con le evidenze più convincenti sia per scorie EAF sia per white slag. Qual è l’errore più grave in industrializzazione? Trattare la carica artificiale siderurgica come se fosse un carbonato standard. In realtà cambiano densità, interfaccia, colore, usura macchina, risposta reologica e verifiche ambientali. FontiGobetti, Cornacchia, Ramorino, Innovative Reuse of Electric Arc Furnace Slag as Filler for Different Polymer Matrixes, 2021. Gobetti, Cornacchia, Ramorino, White steel slag from ladle furnace as calcium carbonate replacement for nitrile butadiene rubber, 2023. Gobetti, Cornacchia, Ramorino, Reuse of Electric Arc Furnace Slag as Filler for Nitrile Butadiene Rubber, 2022. Mostafa, The Influence of Blast Furnace Slag as a Functional Filler on Polypropylene Compounds, 2017.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Come le resine furaniche stanno rivoluzionando il calcestruzzo: resistenza chimica e durabilità nell’edilizia del futuroDalla chimica agricola all’innovazione dei cantieri: le resine furaniche si integrano nei calcestruzzi e nelle malte per creare strutture più resistentidi Marco ArezioIn un panorama edilizio sempre più esigente, dove le costruzioni devono affrontare condizioni ambientali estreme, contaminazioni chimiche e sfide di sostenibilità, l’adozione di materiali innovativi è diventata una necessità. Tra le soluzioni emergenti, le resine furaniche si stanno facendo strada nel mondo del calcestruzzo e delle malte speciali, offrendo proprietà che vanno ben oltre le performance dei tradizionali leganti cementizi. Queste resine, che affondano le loro radici nella chimica organica di derivazione agricola, non sono una novità nel settore industriale, dove da tempo vengono impiegate per la loro resistenza chimica. Ma è nel campo dell’edilizia che stanno ora dimostrando tutto il loro potenziale, diventando protagoniste in quelle situazioni dove il calcestruzzo ordinario semplicemente non basta. Una panoramica chimica: cosa sono le resine furaniche? Per comprendere a fondo il valore tecnico delle resine furaniche, è necessario fare un passo indietro e guardare alla loro struttura molecolare. Le resine furaniche derivano principalmente da un composto chiamato furfurale, ottenuto tramite idrolisi e successiva distillazione di biomasse lignocellulosiche (come tutoli di mais, crusca o gusci di avena), ovvero da scarti vegetali contenenti pentosani. A livello chimico, le molecole che formano queste resine sono strutture aromatiche a cinque atomi contenenti un atomo di ossigeno: si tratta del cosiddetto anello furano. Questo anello è stabile, rigido e fortemente resistente agli attacchi chimici. Quando il furfurale viene polimerizzato – ad esempio tramite acidi forti o calore – si ottiene una catena tridimensionale di furaniche reticolate, ovvero un reticolo di molecole che crea una rete resistente, termostabile e chimicamente inerte. La polimerizzazione può essere autoindotta (tramite calore) oppure catalizzata da acidi o sali metallici, a seconda delle applicazioni. Le caratteristiche principali che ne derivano sono: - Alta resistenza a solventi, acidi e basi- Stabilità termica fino a 150-180 °C in modo continuo (anche oltre in brevi periodi)- Bassa permeabilità a liquidi e gas- Comportamento termoplastico durante la lavorazione iniziale e termoindurente dopo la reticolazioneQuesta particolare configurazione rende le resine furaniche tra i materiali termoindurenti più stabili disponibili sul mercato, e le colloca tra i candidati ideali per applicazioni in ambienti chimicamente ostili o sottoposti a forti sollecitazioni meccaniche. Un legame chimico che cambia le regole del gioco L’integrazione delle resine furaniche nel calcestruzzo trasforma la struttura del materiale a livello microscopico. Non si tratta di un semplice additivo, ma di un legante secondario che si distribuisce nella matrice cementizia e ne modifica profondamente le caratteristiche. Il risultato? Un calcestruzzo che resiste molto meglio agli attacchi chimici, alla penetrazione dell’umidità e ai cicli di degrado fisico. In particolare, la loro struttura molecolare impedisce la diffusione di agenti aggressivi come acidi, basi, sali e solventi organici all’interno del materiale. Ciò si traduce in una drastica riduzione della porosità e quindi della permeabilità, con effetti molto positivi anche sulla protezione delle armature in acciaio, spesso vittime di corrosione nei contesti industriali o marini. Più durevole, più stabile, meno fragile A differenza del calcestruzzo tradizionale, che può essere soggetto a fenomeni di fessurazione precoce, carbonatazione o degrado da gelo-disgelo, quello additivato con resine furaniche offre una durabilità superiore. Le sue proprietà meccaniche risultano potenziate: resiste meglio alla compressione, alla flessione e ai carichi dinamici. Anche in presenza di ambienti umidi o aggressivi, come nelle stazioni di trattamento delle acque reflue o nelle industrie chimiche, questo tipo di materiale mantiene la sua integrità per molti decenni. La stabilità termica è un ulteriore vantaggio: le resine furaniche non degradano facilmente alle alte temperature, permettendo l’utilizzo del calcestruzzo anche in ambienti dove il calore è un fattore strutturale critico, come centrali elettriche o impianti industriali a ciclo continuo. L’impasto: un equilibrio tra chimica e tecnica Realizzare un calcestruzzo con resine furaniche richiede competenze specifiche. Le ricette di impasto devono essere calibrate con precisione: il dosaggio della resina, il rapporto acqua/cemento, la scelta degli aggregati e l’eventuale utilizzo di additivi plastificanti o acceleranti sono tutti fattori che influenzano le prestazioni finali del materiale. Le resine vengono generalmente miscelate nella fase liquida, in impianti dotati di adeguati sistemi di omogeneizzazione. La lavorabilità dell’impasto può risultare più densa e viscosa rispetto ai calcestruzzi convenzionali, ma può essere ottimizzata con plastificanti selezionati. Il tempo di presa è relativamente rapido, un vantaggio nei cantieri dove la velocità di messa in opera è fondamentale, ma impone anche un’organizzazione precisa nella posa. La posa e le buone pratiche in cantiere La fase di posa del calcestruzzo furanico richiede attenzione, soprattutto per garantire la corretta distribuzione del materiale e la compattezza finale. È fondamentale lavorare in condizioni ambientali controllate, evitando temperature troppo basse (che rallentano la polimerizzazione) o troppo alte (che la accelerano troppo rapidamente). Anche la stagionatura deve essere gestita con cura: spesso si utilizzano sistemi di copertura o nebulizzazione per impedire l’evaporazione dell’acqua e garantire un indurimento uniforme. Il vantaggio più tangibile si vede nel tempo: la superficie trattata non presenta fessurazioni, resiste all’aggressione degli agenti esterni e mantiene inalterate le sue caratteristiche anche dopo anni di esercizio. Applicazioni reali e scenari futuri Le applicazioni del calcestruzzo con resine furaniche sono molteplici. Viene impiegato in: - Impianti chimici e petrolchimici, dove le superfici sono a contatto continuo con sostanze corrosive- Gallerie e opere sotterranee, che necessitano di una protezione efficace contro umidità e gas aggressivi- Strutture portuali, come moli e banchine, esposte all’azione del sale e alla costante umidità marina- Centrali di trattamento acque e fognature, dove i materiali sono sottoposti a cicli continui di aggressione biologica e chimicaMa il futuro delle resine furaniche non si ferma qui. Con l’avvento di una nuova edilizia circolare e sostenibile, queste resine – essendo di origine bio-based – si prestano a entrare a pieno titolo nei materiali costruttivi di nuova generazione, affiancando le esigenze tecniche a quelle ambientali. Una tecnologia silenziosa ma potente In conclusione, le resine furaniche rappresentano una soluzione silenziosa ma estremamente efficace per migliorare il comportamento del calcestruzzo nei contesti più difficili. Offrono una protezione invisibile ma potente, aumentano la durata e la sicurezza delle strutture, e aprono nuove prospettive per l’edilizia tecnica e industriale. Investire nella conoscenza e nell’utilizzo di questi materiali significa costruire non solo con più intelligenza, ma anche con uno sguardo rivolto al futuro. © Riproduzione Vietata
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Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?Da molti anni gli alimenti possono essere porzionati attraverso un imballo costituito da una pellicola in PVCdi Marco ArezioE’ ormai nostra abitudine acquistare porzioni di cibo che il negoziante o la grande distribuzione confeziona attraverso una pellicola in PVC. Anche nelle nostre case, lotti parziali di cibo, vengono comunemente avvolti in queste pellicole per aumentare la durata della conservazione e salvaguardarne la qualità.Sebbene oggi esistano anche diverse pellicole per alimenti in PE, il mercato del PVC è ancora quello più importante per via di numerosi fattori tecno-economici. L’uso del polimero di PVC permette di realizzare una pellicola molto resistente, con una bassa permeabilità all’acqua e all’ossigeno, con una buona resistenza agli acidi e agli alcali diluiti. Inoltre, per un fatto del tutto pratico, le pellicole alimentari in PVC hanno una ottima capacità di confezionamento, saldandosi facilmente ad un piatto o ad una ciotola o su se stesso. Dal punto di vista economico, la presenza del cloro nel composto in PVC, fondamentale per la sua struttura chimica, riduce in modo sensibile il costo del prodotto finito, questo perché si configura un risparmio di etilene pari a circa il 50% rispetto all’uso del PE a parità di prodotto. Utilizzando il PVC è possibile inserire una serie di additivi che ne possono modificare le caratteristiche prestazionali, avendo la possibilità di creare, con un unico polimero, prodotti differenti. Vediamo gli additivi principali che vengono usati nell’industria del packaging: • Agenti anti blocking: riducono la tendenza all’adesività • Agenti anti appannamento: promuovono la formazione di un velo di liquido omogeneo e continuo • Antimicrobici: prevengono la crescita di microrganismi • Antiossidanti: Prevengono la degradazione del film dovuta all’atmosfera • Antistatici: Riducono l’accumulo di cariche elettriche che attraggono la polvere • Agenti rigonfianti: vengono impiegati per produrre schiume da materie plastiche • Catalizzatori: fanno iniziare la polimerizzazione nella produzione di resine plastiche • Coloranti: permettono la colorazione delle pellicole • Agenti accoppianti: favoriscono l’accoppiamento tra i pigmenti e i polimeri • Ritardanti di fiamma: riducono l’infiammabilità dei materiali che sono combustibili • Stabilizzatori di calore: riducono la degradazione del PVC in acido cloridrico • Lubrificanti: Riducono adesività tra il PVC e le parti metalliche • Plastificanti: migliorano la flessibilità, la lavorabilità e la dilatabilità Tutti questi additivi, ma specialmente i plastificanti, sono soggetti ad una strettissima normativa per permetterne l’uso in ambito alimentare. C’è da considerare che in commercio esistono circa 300 tipologie di plastificanti e quelli approvati per l’uso alimentare, sono soggetti alla normativa di disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d’uso personale. Le sostanze che potrebbero trasferirsi dall’imballo all’alimento possiamo dividerle in tre categorie: • Sostanze aggiunte: sono principalmente rappresentate dagli additivi del PVC sopra elencati • Residui: rappresentano parti di materiale polimerico con incomplete reazioni (monomeri, catalizzatori, solventi, adesivi ecc.) • Prodotti di neo formazione: sono sostanze che si originano dalla decomposizione spontanea dei materiali o durante le operazioni di trasformazione in manufatto Queste sostanze definite di neoformazione, sono molto variabili tra loro, in funzione di molti fattori chimico-fisici che si possono presentare e che possono influire sull’eventuale trasferimento di sostanze all’alimento di difficile gestione e risoluzione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole alimenti - PVC - packaging
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Composti Termoplastici per WPC con Fibre o Riempimenti VegetaliQuali differenze e caratteristiche hanno le cariche vegetali nei prodotti legno-plastica di Marco ArezioI polimeri termoplastici riciclati hanno una lunga storia di combinazioni con cariche e fibre, che permettono di migliorare le prestazioni fisico-meccaniche dei manufatti che sono realizzati attraverso questi compound. Le modificazioni che maggiormente possiamo notare dall’unione di un polimero termoplastico riciclato con le cariche, possono riguardare la resistenza alla flessione, alla compressione, all’urto, al taglio, all’abrasione, alla temperatura, all’invecchiamento, all’azione dei raggi U.V. e, certamente, alla riciclabilità dell’elemento. Cosa è un polimero termoplastico? Per polimero termoplastico riciclato, molto brevemente, si intende un elemento, di derivazione petrolifera, che rammollisce in presenza di una fonte di calore (estrusione, stampaggio, soffiaggio o altri metodi di lavorazione) e si solidifica raffreddandosi, avente una disposizione delle catene polimeriche lineari o ramificate. Il comportamento delle molecole e la loro forza ne determinano le caratteristiche che, a loro volta, sono influenzate dalle temperature di lavorazione od ambientali a cui il polimero viene sottoposto. Cosa è una fibra o un riempimento vegetale? Le fibre sono dei filamenti dotati di un rapporto preciso tra lunghezza e diametro, che permettono il miglioramento delle caratteristiche di un composto in cui sono inglobate, sostituendo il volume del materiale primario, così da aumentarne la tenacità e la flessibilità. Le fibre, in generale, possono essere di tre categorie: inorganiche, organiche o naturali. Le prime, tra le più comuni utilizzate nei composti polimerici, sono a base di vetro, carbonio, grafite, alluminio. Tra le fibre organiche possiamo citare le poliammidi e le poliolefiniche. Per quanto riguarda le fibre naturali possiamo dividerle in tre categorie: vegetali, animali e minerali. Lo scopo dell’utilizzo delle fibre è quello di migliorare le seguenti caratteristiche: - la resistenza meccanica - il modulo elastico - il comportamento elastico a rottura - la riduzione del peso specifico Le fibre sono poi classificate in base ad elementi fisici, come la lunghezza, lo spessore, la forma, la finitura e la distribuzione volumetrica. Per raggiungere un miglioramento delle prestazioni tecniche del composto, le superfici delle fibre dovranno aderire in modo completo con la matrice polimerica, così da creare una continuità di materiale. Tale è l’importanza di questa unione fibro-polimerica, che si sono studiati degli additivi che possano aumentare e facilitare il contatto superficiale di ogni singola fibra con la matrice polimerica. Anche la disposizione delle fibre risulta critica per le caratteristiche del composito. Le proprietà meccaniche di un composito con fibre continue ed allineate sono fortemente anisotrope. Il rinforzo e la conseguente resistenza, raggiungono il massimo valore nella direzione di allineamento ed il minimo nella direzione trasversale. Infatti, lungo questa direzione l'effetto di rinforzo delle fibre è praticamente nullo e, normalmente, si presentano delle fratture per valori di carichi di trazione relativamente bassi. Per altre orientazioni del carico, la resistenza globale del composito assume valori intermedi. Nella produzione del WPC (wood plastic composit), quindi, si utilizzano due elementi che sono rappresentati da un polimero plastico riciclato, come l’HDPE o l’LDPE o il PVC e la fibra vegetale composta dagli scarti delle lavorazioni del legno o fa fibre vegetali naturali. In base alla qualità, resistenza, colorazione e dimensioni dei manufatti da realizzare, è possibile utilizzare un semplice riempimento composto da segatura, piuttosto che farina di legno, fibra di legno o cellulosa. La scelta del polimero riciclato, invece, è influenzata anche dalle temperature di esercizio degli estrusori, che non dovranno rovinare termicamente le cariche vegetali e, nello stesso tempo, degradare il polimero che resterà il collante e la struttura portante del manufatto. La produzione del WPC avviene per estrusione o stampaggio, attraverso l’uso di un granulo plastico, che contiene la carica stabilita per la realizzazione di un determinato prodotto e nelle quantità programmate. Oltre alla fibra di legno costituita da segatura o farina di legno, è possibile realizzare compound più performanti utilizzando la fibra vegetale di canapa, normalmente disposta lungo la linea di direzione degli sforzi maggiori.Foto Gla pavimenti
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Poche Regole per Migliorare la Produzione di Flaconi in HDPE da Post-ConsumoLa collaborazione tra produttori di polimeri riciclati e soffiatori di flaconi per una migliore qualità del prodottodi Marco ArezioOggi la produzione di flaconi di HDPE, impiegando totalmente o solo in parte granuli da post consumo, è un'attività ampiamente utilizzata dai produttori, a causa dei prezzi delle materie prime, per una questione ambientale e di marketing. Ma l'utilizzo di granuli in HDPE da post consumo potrebbe causare alcuni inconvenienti produttivi, se non si rispettassero determinate regole durante la produzione e il soffiaggio dei granuli. I problemi più comuni sono: - fori sulla superficie dei flaconi - Irregolarità superficiali - Basso valore di compressione - Bassa resistenza alla saldatura - Odore di detergente del prodotto finale - Bassa resistenza alla compressione verticale - Elevato scarto durante la produzione, il soffiaggio e il test visivo Per evitare questi inconvenienti dobbiamo intervenire nella produzione dei granuli attraverso alcune fasi: - scelta del materiale in ingresso - selezione - lavaggio - selezione ottica dei granuli - corretta analisi degli odori attraverso il test della gascromatografia a mobilità ionica - corretta filtrazione in fase di estrusione - gestione termica del processo - creazioni di ricette in base alla resistenza meccanica richiesta - controllo dell’umidità durante le fasi di imballo - corretto stoccaggio del prodotto Inoltre vi sono alcune accortezze da seguire durante le fasi di soffiaggio e confezionamento: - verifica miscele polimeriche in base alla forma e alla dimensione del flacone - controllo della fase di estrusione del polimero in macchina - controllo delle temperature - tempi Parison - verifica dei punti di incollaggio ed eventualmente modifica della miscela riciclata - test sulla qualità delle superfici e identificazione dei problemi e delle cause - controllo della corrispondenza dei colori richiesti e modifica delle ricette - test sulla resistenza del flacone pieno e sotto carico ed eventuale soluzione dei problemi - controllo della trasparenza o semitrasparenza dei flaconi, se richiesto, con eventuale modifica delle ricette Come abbiamo detto, la produzione di flaconi in HDPE (polietilene ad alta densità) riciclato, derivante da materiale post-consumo, è diventata una prassi sempre più diffusa tra i produttori. Le motivazioni dietro questa scelta sono molteplici: dal risparmio economico derivante dall'uso di materie prime meno costose, agli innegabili vantaggi ambientali, fino all'impatto positivo in termini di immagine aziendale. Nonostante questi benefici, la trasformazione di HDPE riciclato in flaconi di qualità non è priva di sfide tecniche. Uno dei problemi principali riscontrati nella produzione di questi contenitori include la presenza di fori e irregolarità sulla superficie, che possono compromettere l'integrità del flacone. Questi difetti sono spesso causati da impurità non adeguatamente separate nel processo di riciclo o da una miscelazione non ottimale del materiale. Altri problemi comuni includono una bassa resistenza alla compressione e alla saldatura, problematiche che possono essere direttamente correlate alla degradazione del materiale durante le fasi di lavorazione e riciclo. Un'altra problematica importante è la gestione degli odori: i flaconi possono acquisire un odore di detergente, residuo delle sostanze chimiche utilizzate in precedenza nei contenitori, se il processo di lavaggio non è eseguito con la dovuta attenzione. Inoltre, la resistenza alla compressione verticale può risultare insufficiente, e lo scarto di produzione durante il soffiaggio e i test visivi può aumentare notevolmente se il processo non è attentamente monitorato e ottimizzato. Per affrontare questi problemi, è fondamentale un controllo rigoroso e metodico del processo di produzione. Inizia dalla selezione accurata del materiale di scarto, che deve essere il meno degradato e il più pulito possibile. Il lavaggio deve essere eseguito meticolosamente per eliminare tutte le impurità e i residui chimici, mentre la selezione ottica dei granuli consente di scartare quelli di qualità inferiore. È altrettanto importante l'analisi degli odori, per la quale si utilizza la gascromatografia a mobilità ionica, una tecnica che permette di identificare e quantificare le molecole responsabili degli odori indesiderati. Durante l'estrusione, una filtrazione efficace può rimuovere le ultime impurità, e una gestione attenta della temperatura impedisce ulteriori degradazioni del polimero. La creazione di ricette personalizzate in base alle resistenze meccaniche richieste dai diversi tipi di flaconi è un altro passo critico. La corretta gestione dell'umidità durante le fasi di imballaggio e un adeguato stoccaggio sono essenziali per mantenere la qualità del materiale fino alla sua trasformazione. Il soffiaggio e il confezionamento richiedono ulteriori accortezze: la verifica delle miscele polimeriche in base alla forma e alla dimensione del flacone è cruciale, come lo è il controllo delle temperature e dei tempi di estrusione. I test sulla qualità delle superfici e sulla resistenza del flacone pieno e sotto carico aiutano a identificare problemi e cause, permettendo interventi tempestivi. Infine, una stretta collaborazione tra i fornitori di granuli di HDPE riciclato e i produttori di flaconi è vitale. Questo rapporto consente di affinare continuamente la qualità del materiale riciclato e di anticipare problemi che potrebbero compromettere il prodotto finale. In conclusione, sebbene l'utilizzo di HDPE riciclato presenti sfide notevoli, con un attento monitoraggio e ottimizzazione dei processi, è possibile produrre flaconi non solo economicamente vantaggiosi ma anche di alta qualità, che rispondono alle esigenze del mercato e contribuiscono significativamente alla sostenibilità ambientale.
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L’Uso delle Cariche Minerali nella Produzione di Flaconi in HDPE RiciclatoVantaggi e svantaggi nel soffiaggio dei flaconi con il granulo riciclato in HDPE caricato Talco o Carbonato di Calcio di Marco ArezioLa produzione di flaconi, monostrato in HDPE, è sempre stata di competenza del polimero vergine fino a qualche anno fa, con il quale si realizzavano colori, spessori, finiture, profumazioni e forme senza preoccuparsi troppo del rapporto polimero-soffiatrice. L’avvento dell’HDPE riciclato nel mondo del soffiaggio è stato graduale e abbastanza complicato, in quanto vigeva una certa diffidenza sull’impiego dell’rHDPE, motivata da ipotetici dubbi sulle resistenze meccaniche, sulla qualità delle superfici, sulla tenuta del manico, sull’odore dell’imballo soffiato, sulla realizzazione dei colori e della trasparenza per vedere i liquidi all’interno, sulla tenuta delle saldature, sulle micro forature delle superfici, sulla reperibilità del materiale e sulla differenza esigua del prezzo rispetto alla materia prima vergine. Tutte obbiezioni lecite per chi era abituato ad usare il polimero vergine, ma molte di esse erano preconcetti generali sul materiale riciclato, che era ancora visto come sinonimo di minor qualità generale. Non c’è dubbio che i primi anni in cui è arrivato sul mercato l’HDPE riciclato in granuli per soffiaggio, la qualità degli impianti di riciclo e selezione attribuivano alla materia prima alcuni limiti oggettivi. Le maggiori criticità erano legate ad alcuni fattori tecnici: • Impurità contenute nel granulo • Presenza eccessiva di PP • Presenza di umidità residua • Odore persistente • Colore difficilmente gestibile Non ci addentriamo su come il settore del riciclo ha tecnicamente, negli anni, risolto le problematiche esposte, riuscendo a creare un granulo in HDPE riciclato che è paragonabile, dal punto delle prestazioni generali, molte volte a quello vergine. Forse, in alcuni casi e con alcune macchine, la questione dello spessore del flacone, è ancora un argomento aperto, in quanto, a volte, può essere necessario un incremento dello spessore utilizzando l’rHDPE rispetto a quello di prima scelta. Il motivo per cui a volte può essere necessario, dipende da molti fattori, come la conformazione e la dimensione del flacone, la macchina per il soffiaggio che si usa, la qualità del granulo riciclato, elementi tutti necessari per raggiungere un corretto rapporto, tra la resistenza a compressione del flacone e il peso che grava su di esso una volta inserito in un bancale verticale. E’ possibile ovviare a questo inconveniente, dopo aver verificato e risolto le problematiche precedenti, attraverso l’uso di cariche minerali come il talco o il carbonato di calcio. La funzione delle cariche minerali è quella di aumentare la resistenza a compressione verticale del flacone, senza dover aumentare il suo spessore, attraverso l’uso di percentuali che non superano solitamente il 10-15%, in funzione della dimensione del prodotto da realizzare. Si noti, impegnando granuli caricati, che il flacone gode di vantaggi relativi alla resistenza al carico e alla torsione, migliorando quindi la trasportabilità e l’economicità in fase produttiva. Esistono però, a dire il vero, alcune informazioni da tenere ben presente quando si decide di operare attraverso il soffiaggio con un granulo in rHDPE caricato con talco o caco3: • Le viti della soffiatrice devono essere pulite spesso, in quanto le prime fasi dell’utilizzo di una miscela abrasiva, come l’HDPE caricato, facilita il trasporto di contaminazioni presenti nella macchina di soffiaggio con la possibilità di creare buchi nel flacone. • La presenza di cariche minerali può influire sulla trasparenza, o semi trasparenza, del prodotto. • La creazione di colori deve tenere conto di un possibile risultato cromatico differente rispetto ad un rHDPE senza cariche. • La presenza di PP, anche in percentuale basse, in un granulo caricato, riduce ulteriormente la capacità di saldatura e di tenuta del flacone, specialmente nei manici o in punti con angoli particolari. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - cariche minerali - flaconi - soffiaggio - HDPE
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Cemento Armato: Quali i Vantaggi delle Armature Polimeriche anziché in AcciaioCemento Armato: Quali i Vantaggi delle Armature Polimeriche anziché in Acciaiodi Marco ArezioDa che conosciamo la storia del cemento armato, le cui origini, verso la fine del XIX° secolo, non sono facilmente attribuibili, possiamo dire che il matrimonio tra calcestruzzo e acciaio sia stato inossidabile.La nascita di questa unione si può far risalire ad una serie di personaggi che sperimentarono la combinazione tra la malta cementizia e il ferro in diverse occasioni. Possiamo citare William Wilkinson, Inglese, che nel 1854 depositò un brevetto per la costruzione di tetti e pareti antifuoco realizzate in cemento armato, mentre nel 1855, durante l’esposizione universale di Parigi l’avvocato Francese J.L. Lambot presentò un modello di imbarcazione in metallo ricoperta da uno strato di cemento. Per citare poi l’Italiano C. Gabellini che nel 1890 iniziò la costruzione di scafi navali in cemento armato ma, se guardiamo al mondo delle costruzioni al quale si associa normalmente il cemento armato, risulta che la prima soletta per un edificio sia stata progettata e costruita nel 1879 ad opera dell’Ingegnere Francese Francois Hennebique. Molti altri ne sono seguiti, portando al centro dei lavori e delle applicazioni il connubio tra cemento (calcestruzzo) e armature in acciaio, fino ad una larghissima diffusione in tutte le opere strutturali dei giorni nostri. Con l’avanzare della ricerca e delle conoscenze su materiali strutturali alternativi, si è scoperto che l’utilizzo di alcuni polimeri compositi potessero migliorare le prestazioni e la durabilità delle strutture portanti in cemento armato, proprio alla luce dei fatti recenti in cui si sono viste strutture collassare per l’usura dei materiali che le compongono. In questa esplorazione ci accompagna l’Ing. Casadei Paolo, che ci illustra le recenti scoperte circa l’impiego di armature in materiali compositi rinforzati (GFRP) in sostituzione delle comuni barre d’armatura in acciaio.Sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti i problemi delle infrastrutture Italiane, figlie di una progettazione e realizzazione che risale al primo dopoguerra e di una scarsa conoscenza circa i fenomeni di degrado e di durabilità. Oggi, grazie all’innovazione tecnologica e alla ricerca, possono finalmente aprirsi scenari alternativi. Sireg Geotech sta lavorando da tempo e con lungimiranza, a un’importante novità che avrà impatto strategico sul settore dell’edilizia e delle infrastrutture garantendo la durabilità necessaria alle infrastrutture italiane e permettendo finalmente al calcestruzzo di essere applicato con successo anche in ambienti particolarmente aggressivi e soggetti a costante degrado. Lo stato dell’arte delle infrastrutture italiane Il crollo di diverse infrastrutture, fra cui quello del ponte in Lunigiana fino all’eclatante e catastrofico collasso del ponte Morandi a Genova, hanno dimostrato come non si possa più trascurare un’analisi attenta delle nostre infrastrutture datate sia dal punto di vista del degrado dei materiali con i quali sono state realizzate, sia anche dal semplice punto di vista dei carichi iniziali per i quali erano state progettate, per finire con il tema delle pessime condizioni di manutenzione. Il piano di ispezioni massiccio attualmente in corso è sicuramente un primo passo che ci permetterà di valutare attentamente la sicurezza del nostro patrimonio infrastrutturale, intervenendo poi sulle strutture esistenti in modo preciso e mirato, ma lascia ancora aperto un punto di domanda circa il nostro futuro: Continueremo a costruire come abbiamo sempre fatto oppure, nell’ottica della sostenibilità, durabilità e riduzione dei costi associati alla manutenzione, valuteremo nuovi materiali più durevoli e con minore impatto ambientale? Rispondere a questa domanda diventa oggi cruciale per un investimento efficace nelle nostre infrastrutture, siano esse grandi opere o opere di minore entità, ma comunque strategiche per lo sviluppo economico del nostro Paese. Scenari futuri di rinnovamento infrastrutturale sostenibile con barre in GFRP In questa direzione si colloca l’impiego di barre in materiale composito fibrorinforzato FRP (Fiber Reinforced Polymer) in sostituzione del tondino in acciaio per la realizzazione di elementi strutturali in calcestruzzo armato. Questa tipologia di barre è realizzata con fibre di varia natura, fra le quali il vetro e il carbonio sono sicuramente i materiali più impiegati, con il vetro che svolge senza ombra di dubbio il ruolo dominante grazie a una serie di caratteristiche chimico-meccaniche che, in relazione ai costi, lo rendono ad oggi la soluzione più adottata per questo tipo di applicazioni. La diffusione delle barre in GFRP è favorita in primis dalla proprietà fondamentale di questi materiali, ovvero la loro indiscussa maggiore durabilità dovuta al fatto di non essere in alcun modo suscettibili ai fenomeni di corrosione. Questo fa sì che risultino particolarmente indicati in tutte le applicazioni dove l’opera o l’elemento strutturale risulta particolarmente soggetto a fenomeni di corrosione. Basti pensare ad esempio agli impalcati da ponte che durante il periodo invernale sono particolarmente esposti ai cloruri adottati per prevenire il formarsi di gelo sul manto stradale, ai canali per lo scolo delle acque oppure alle banchine e ai pontili in riva al mare o, ancora, a qualsiasi manufatto in cemento armato in ambito industriale esposto ad ambienti particolarmente aggressivi. Recenti studi hanno evidenziato che la vita utile di una struttura armata con questa nuova tecnologia può arrivare fino a 100 anni senza alcun accorgimento particolare rispetto alla natura del calcestruzzo o di altri particolari costruttivi, necessari invece nel caso delle strutture in cemento armato tradizionalmente rinforzate con tondini in acciaio. Esistono però diverse altre proprietà di questi materiali che vanno certamente menzionate nel raffronto con l’acciaio per poter realizzare opportune scelte progettuali. I tondini in GFRP sono amagnetici e non sono conduttori di calore, pertanto trovano una congeniale applicazione in tutti i manufatti esposti a correnti vaganti, risolvendo il problema della corrosione tipica delle armature in acciaio di fatto incompatibili con questo tipo di applicazioni. Basti pensare, ad esempio, a tutte le infrastrutture legate al settore ferroviario o dei varchi autostradali con sistemi di riconoscimento elettronico. Un altro non trascurabile vantaggio nell’impiego di armature in GFRP è la facilità e rapidità nella posa in opera grazie al loro peso ridotto, circa un quarto rispetto a quello dell’acciaio. Tale indiscussa leggerezza rende il prodotto particolarmente agevole nella sua movimentazione a terra, tanto che diversi studi hanno dimostrato risparmi di tempo fino al 40-50% rispetto alla posa di un’equivalente armatura in acciaio. Quali parametri da tenere sott’occhio nella progettazione e cantierizzazione di questi materiali A fianco di tutti questi aspetti che hanno reso la tecnologia particolarmente attraente a seconda dei diversi impieghi, vanno sicuramente messi in evidenza una serie di altri aspetti che richiedono attenzione per coloro che si vogliono affacciare alla progettazione. Innanzitutto è bene sottolineare che le barre in GFRP per impieghi strutturali sono prodotte secondo la tecnica della pultrusione impiegando fibra di vetro E-CR - nota per le sue caratteristiche meccaniche e di durabilità migliorate rispetto al tradizionale E-glass - e una matrice resinosa di natura vinilestere ovvero termoindurente. Questo significa che una volta indurita non può più essere modellata ossia che il processo con il quale le barre vengono lavorate per realizzare staffe e/o parti piegate deve essere eseguito in fase di produzione della barra stessa e non in tempi successivi, come invece accade abitualmente con l’acciaio da costruzione. Ancora, i raggi di curvatura delle barre non sono gli stessi comunemente noti per i tondini in acciaio, ma hanno dimensioni leggermente più grandi per cercare di ridurre al massimo l’impatto negativo della piegatura sulle caratteristiche meccaniche della parte piegata rispetto alla parte rettilinea della barra stessa, nonché per motivi produttivi industriali che vedono in tale processo uno dei principali ostacoli. Nella tabella sotto sono indicate le caratteristiche meccaniche delle barre Glasspree® di Sireg Geotech in fibra di vetro e resina vinilestere. Osservando la tabella si può notare come le caratteristiche meccaniche delle barre varino al variare del diametro, con i diametri più piccoli aventi caratteristiche meccaniche superiori rispetto ai diametri più grandi e, in generale, con prestazioni meccaniche a trazione decisamente superiori a quelle di un tradizionale tondino ad aderenza migliorata in acciaio. Se da un lato la resistenza a trazione può indurre in prestazioni meccaniche superiori, dall’altro il modulo elastico risulta circa un quarto rispetto a quello dell’acciaio, pari a 46Gpa in questo specifico caso. Questo significa quindi che se, da un lato, in una verifica allo stato limite ultimo ci si potrebbe aspettare di poter realizzare una sezione equivalente con diametri inferiori o minor quantità di materiale, dall’altro nelle verifiche agli stati limite di esercizio ci si ritroverà spesso a dover adottare più materiale a seguito del minore modulo elastico. Nel merito poi delle verifiche a taglio, per le ragioni sopra esposte, la parte piegata di una barra non resiste come la parte rettilinea, al punto che in tabella si evince come una barra piegata di 90° perda circa il 60% della resistenza dichiarata della parte rettilinea. Quest’ultimo aspetto è assolutamente fondamentale e da tenere presente quando si affronta la progettazione di armature a taglio o che richiedono la presenza di ferri piegati. Risulta quindi fondamentale, nel momento in cui si approccia una progettazione con questi materiali, fare riferimento a schede tecniche nelle quali tali parametri siano messi chiaramente in evidenza, insieme allo standard rispetto al quale tali valori sono stati ottenuti. In ambito europeo, lo standard di riferimento è la norma ISO 10406-1 e altri standard internazionali comunemente riconosciuti. In USA e Canada impiego e normative un passo avanti Negli Stati Uniti e in Canada l’impiego di questi materiali vede oggi un incremento sempre crescente sicuramente grazie al grande impulso favorito da uno sviluppo del quadro normativo e degli standard di qualifica che ne ha permesso una rapida implementazione. Fino a vent’anni fa, nei laboratori universitari si studiava l’impiego di questi materiali solo per applicazioni pilota, mentre oggi siamo spettatori di un graduale, ma sempre più diffuso impiego, prevalentemente in ambito infrastrutturale con opere permanenti come ponti, canali e altre in diversi settori. Il successo di questa tecnologia sui mercati americano e canadese è sicuramente stato favorito dal rapido ma pur sempre attento e graduale sviluppo dei documenti quali l’ACI 440.1R-15 “Guide for the Design and Construction of Structural Concrete Reinforced with Fiber-Reinforced Polymer (FRP) Bars” dell’American Concrete Institute e l’”AASHTO LRFD Bridge Design Guide Specifications for GFRP-Reinforced Concrete” dell’American Association of State Highway and Transportation Officials che rappresentano oggi gli standard più aggiornati per la progettazione di elementi in cemento armato rinforzati con barre in fibra di vetro. Situazione normativa in Italia e in Europa Nel vecchio continente e in particolar modo in Italia il quadro normativo presenta una situazione che richiede un rapido ammodernamento e allineamento agli standard progettuali vigenti ovvero le Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC) 2018. Il documento di riferimento è il CNR-DT 203-2006 pubblicato oramai più di 15 anni fa e quindi figlio del Decreto Ministeriale 9 gennaio 1996 e di studi oramai estremamente conservativi e datati. Tuttavia uno degli aspetti che ha maggiormente frenato e tutt’ora frena lo sviluppo di questa tecnologia tanto promettente è certamente l’assenza di un quadro normativo per rispondere ai requisiti del capitolo 11 delle NTC 2018, per il quale tutti i materiali da costruzione per uso strutturale devono essere marcati CE o dotati di certificazione nazionale che ne permetta di definirne le caratteristiche essenziali e possa garantirne nel tempo la costanza delle prestazioni.Categoria: notizie - tecnica - plastica - armature polimeriche - calcestruzzo - edilizia
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Difetti di iniezione con materiali riciclati: striature superficialiDa cosa sono causati i difetti di iniezione e come è possibile risolverli quando si utilizzano dei polimeri riciclati? di Marco ArezioCi sono dei difetti estetici che potrebbero formarsi durante il lavoro di iniezione utilizzando dei granuli rigenerati, che siano da provenienza post consumo o post industriali. Il granulo post consumo si presta maggiormente, in ogni caso, alla possibile creazione di difetti estetici in quanto la composizione polimerica del granulo stesso può comprendere frazioni di materiali non del tutto omogenei (PP/PE per esempio). Le carenze estetiche espresse in striature superficiali, dette anche marmoree, normalmente non causano un difetto tecnico del prodotto stampato, ma solitamente un difetto estetico che, in ogni caso, può comportare il rifiuto del prodotto da parte del cliente finale. Abbiamo già affrontato l’argomento che riguarda la riconsiderazione degli aspetti estetici dei manufatti realizzati con un granulo riciclato, in presenza di piccoli difetti, in un’ottica di incremento della circolarità dei rifiuti plastici, proprio per avere un giudizio corretto sulle aspettative estetiche di prodotti che impiegano la plastica riciclata. Nella fase di stampaggio, la plastica utilizzata come materia prima, raggiunge temperature tra i 175° e i 400°, in base al materiale utilizzato, creando vari processi di trasformazione all’interno della massa fusa. L’acqua viene vaporizzata, e alcuni additivi e polimeri a basso peso molecolare si potrebbero degradare producendo sostanze volatili che accompagneranno la massa fusa all’interno dello stampo. Inoltre la velocità di stampaggio potrebbe agire sulle molecole polimeriche creando una certa percentuale di degradazione plastica. A causa della differenza di densità tra la massa fusa, le sostanze volatili e quelle degradate, ci sarà all’interno dello stampo una separazione tra le parti più pesanti e quelle più leggere, dove queste ultime arriveranno per prime verso le pareti dello stampo stesso, seguite poi dalla massa fusa, di cui si sporcheranno. Quindi, qualsiasi parte volatile e/o degradata che verrà spinta verso la parete dello stampo dal polimero riciclato fuso, creerà sulle pareti del prodotto finito, striature o parti marmorizzate che possono essere antiestetiche. Le cause di questi difetti si possono riassumere in: • Umidità del materiale • Degrado delle parti in plastica a causa dell’alta temperatura • Tempi di stampaggio eccessivi con degradazione dei polimeri • Contropressione troppo bassa • Punti di iniezione troppo piccoli che potrebbero degradare la materia prima • Eccessiva usura del mandrino • Sporco vicino ai punti di espulsione del gas nello stampo o numero insufficiente di punti In considerazione di quanto sopra esposto, per evitare o ridurre questi fenomeni antiestetici, bisognerebbe prendere tutti gli accorgimenti necessari per la regolazione dei parametri macchina e stampo, oltre a verificare, attraverso lo studio del DSC del polimero riciclato da usare, il peso delle componenti che potrebbero degradare.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - iniezione - stampi - produzione
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Le Conferenze Solvay: Quando le Menti più Brillanti si Incontrano per Svelare i Misteri dell'UniversoDal 1911, un viaggio attraverso i fondamenti della fisica e della chimica: la storia, i protagonisti e le rivoluzionarie discussioni che hanno plasmato la scienza modernadi Marco ArezioLe conferenze Solvay, note ufficialmente come le Conferenze Internazionali Solvay sulla Fisica e la Chimica, rappresentano un momento storico unico nella scienza moderna. Fondato nel 1911 dal chimico e industriale belga Ernest Solvay, questo evento ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo della fisica quantistica e della chimica teorica, influenzando il corso della ricerca scientifica per oltre un secolo. Le Conferenze Solvay sono state un’occasione di confronto e collaborazione tra alcuni dei migliori scienziati al mondo, che si riunirono periodicamente per discutere le frontiere della fisica e della chimica. Origini e Motivazioni della Prima Conferenza Solvay Ernest Solvay, pioniere industriale e innovatore scientifico, era noto soprattutto per aver sviluppato il processo Solvay per la produzione industriale di carbonato di sodio. Solvay aveva anche una forte inclinazione filantropica e una grande passione per la scienza pura; si rese conto che molte delle questioni scientifiche dell'epoca richiedevano collaborazione e dibattito tra menti brillanti per poter essere risolte. Decise quindi di finanziare una serie di conferenze per riunire i fisici più illustri e affrontare le sfide scientifiche più complesse. La prima conferenza, organizzata a Bruxelles nel 1911, si concentrò sul tema della teoria della radiazione e dei quanti, un argomento che stava iniziando a rivoluzionare la fisica teorica. Contenuti e Contributi delle Prime Conferenze Le conferenze Solvay non erano semplicemente incontri per presentare ricerche, ma veri e propri dibattiti intensi e collaborativi, progettati per esplorare i fondamenti delle teorie emergenti. I partecipanti discutevano questioni fondamentali della fisica e della chimica, spesso attraverso approfondimenti dettagliati e scambi vivaci. La prima conferenza del 1911 ebbe come tema “La Teoria della Radiazione e dei Quanti” e rappresentò una delle prime occasioni in cui si tenne una discussione collettiva sui problemi della fisica quantistica, un campo in rapida evoluzione. Questo evento contribuì a chiarire il significato e le implicazioni del lavoro pionieristico di Max Planck, Albert Einstein e altri nel campo della teoria quantistica. Partecipanti e Protagonisti delle Conferenze Solvay Uno degli aspetti più straordinari delle conferenze Solvay è la qualità dei partecipanti, che comprendeva alcuni dei più grandi scienziati della storia. Alla prima conferenza parteciparono personalità come Max Planck, Marie Curie, Henri Poincaré, Albert Einstein e altri giganti della fisica. Durante la quinta conferenza, nel 1927, che rimane una delle più celebri, parteciparono 29 scienziati, di cui 17 erano o sarebbero stati premiati con il Premio Nobel. La famosa foto di gruppo della conferenza del 1927 mostra personaggi come Niels Bohr, Werner Heisenberg, Paul Dirac, e Wolfgang Pauli, oltre ai già menzionati Planck, Curie e Einstein. Quella conferenza è famosa anche per la discussione tra Einstein e Bohr riguardo l'interpretazione della meccanica quantistica, che segnò una delle più importanti dispute intellettuali nella storia della scienza. Le Tematiche Affrontate nelle Conferenze I temi delle conferenze Solvay si sono evoluti nel tempo, riflettendo i progressi e le sfide della fisica e della chimica. Se le prime conferenze erano dominate dai dibattiti sulla teoria dei quanti e sulla natura della radiazione, nel corso degli anni i temi sono cambiati per adattarsi ai progressi scientifici. Gli argomenti successivi includono il problema dei neutroni, la struttura atomica e nucleare, la fisica delle particelle, la chimica dei composti complessi e le questioni fondamentali della chimica organica e inorganica. Un aspetto distintivo delle conferenze Solvay è stato quello di riunire scienziati con opinioni spesso contrastanti, favorendo dibattiti intensi e discussioni stimolanti. Ad esempio, la disputa tra Einstein e Bohr sull’indeterminismo quantistico ha segnato profondamente il dibattito scientifico e ha portato a una maggiore comprensione della natura delle particelle subatomiche. La meccanica quantistica rimaneva un mistero e, attraverso le conferenze, Bohr riuscì a consolidare la teoria quantistica contro il realismo classico di Einstein. I Risultati e l’Impatto delle Conferenze Solvay Le conferenze Solvay hanno avuto un impatto profondo e duraturo sulla scienza. Esse hanno stimolato e accelerato il progresso della fisica e della chimica teorica, promuovendo collaborazioni e ispirando nuove ricerche. Molte delle questioni dibattute hanno portato a scoperte che hanno trasformato la nostra comprensione del mondo naturale. Ad esempio, i concetti sviluppati nelle prime conferenze sulla teoria quantistica hanno contribuito alla nascita della meccanica quantistica moderna, una delle basi della fisica contemporanea. La struttura di dibattito delle conferenze è stata in grado di creare un ambiente unico, dove il rigore scientifico si combinava con la creatività e il pensiero innovativo. Inoltre, il modello delle conferenze Solvay ha ispirato altre iniziative simili in tutto il mondo, promuovendo lo scambio di idee scientifiche tra i migliori studiosi di diverse discipline. Oggi, le conferenze Solvay continuano a svolgersi, mantenendo la loro tradizione di rigore intellettuale e impegno verso il progresso scientifico. Sebbene i partecipanti cambino e i temi si evolvano, le conferenze Solvay rimangono un simbolo della collaborazione internazionale nella scienza. L'Eredità delle Conferenze Solvay L’eredità delle conferenze Solvay va oltre i singoli risultati scientifici: rappresenta il valore della cooperazione internazionale e dell'importanza del dialogo scientifico. Esse sono un esempio di come l’incontro tra le menti più brillanti possa portare a nuove intuizioni e innovazioni, stimolando lo sviluppo scientifico su scala globale. Le conferenze Solvay, con la loro attenzione alle domande fondamentali della scienza, continuano a rappresentare un faro per i ricercatori di tutto il mondo, dimostrando come il dialogo e la discussione possano essere strumenti potenti per il progresso umano.© Riproduzione Vietata
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HDPE da Post Consumo Neutro: Provenienza e UtilizzoHDPE da Post Consumo Neutro: Provenienza e Utilizzo. Odore, brillantezza e semitrasparenza in un HDPE da post consumodi Marco ArezioI materiali che provengono dal post consumo, che siano in HDPE o LDPE o PP o PET, per citarne solo in più comuni, sono prodotti, espressi sotto forma di imballi, che vengono raccolti dalle nostre case come rifiuti, nei quali si realizza una grossolana separazione tra altri imballi come carta, vetro e metallo.La frazione dei rifiuti plastici viene messa nei sacchi creando un mix tra plastiche di varie tipologie, dalle bottiglie in PET, agli involucri di PP, alle vaschette alimentari in poliaccoppiati, ai flaconi dei detersivi in HDPE, ai tappi, agli imballi in Polistirolo. Con essi, possiamo trovare al loro interno anche dei residui dei prodotti che hanno contenuto, da quelli alimentari a quelli chimici come i detersivi. Questo complesso di prodotti plastici viene avviato al riciclo meccanico, attraverso il quale si separano le tipologie di plastica per famiglie di prodotti chimici, che verranno successivamente macinate, lavate per poter poi essere estruse e creare nuova materia prima. Il riciclo meccanico ha tuttavia dei limiti nella separazione degli elementi in entrata in quanto usa delle macchine a lettura ottica, ad altissima velocità, che leggono la densità dei materiali, ma che poco possono fare per esempio nei prodotti composti da plastiche accoppiate, conservando comunque una certa percentuale di errore, che si potrebbe ridurre se il rifiuto immesso fosse maggiormente selezionato alla fonte. Inoltre il lavaggio delle plastiche selezionate e macinate, non sempre è gestito in modo efficacie per separare ulteriormente frazioni di plastica con densità diversa e per pulirla dai residui di prodotti che gli imballi contenevano. I limiti, quindi, possono essere organizzativi, tecnici o gestionali, generando delle deficienze qualitative sul granulo finale che viene dedicato al soffiaggio o all’estrusione dei prodotti. Le maggiori problematiche per un HDPE riciclato per soffiaggio ed estrusione sono: • Presenza di una frazione di PP normalmente determinata dalla presenza di tappi sugli imballi • Impurità di piccolo diametro che potrebbero creare buchi nel soffiaggio di flaconi o irregolarità delle superfici nei prodotti estrusi • Difficoltà di creare colori brillanti in quanto la provenienza da imballi colorati crea una certa opacità nelle colorazioni successive • Odori persistenti nella materia prima finale specialmente per la degradazione di elementi organici o per la presenza di tensioattivi in un materiale poroso come l’HDPE. • Degradazione della miscela plastica in fase di estrusione per la presenza di plastiche diverse dall’HDPE. Per alcune applicazioni non estetiche i problemi sopra esposti si possono ridurre attraverso l’ottimizzazione delle fasi di controllo della produzione del rifiuto e del granulo finale. Ma nelle produzioni in cui è richiesto una colorazione brillante, l’assenza di odore e una qualità estetica del manufatto elevata, come per esempio i flaconi di alcune tipologie di settori del packaging, è importante scegliere un prodotto da post consumo che provenga da una filiera separata all’origine, in cui i flaconi devono essere in HDPE neutri, quindi senza colori e che non contengano residui di tensioattivi o rifiuti organici. Il riciclo del mono prodotto crea una filiera in grado di generare un granulo neutro, senza odori, adatto agli impieghi più alti in termini di struttura, colorazione, assenza di odori, permettendo la semitrasparenza dei flaconi. Questa tipologia di granulo si può facilmente impiegare, per le sue doti di brillantezza e di fedeltà dei colori anche nell’estrusione di profili, lastre e tubi di colorazioni a RAL.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - post consumo - neutro
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