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https://www.rmix.it/ - Nell'Abisso di Noi Stessi: Il Coraggio di Guardare Oltre le Ombre
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nell'Abisso di Noi Stessi: Il Coraggio di Guardare Oltre le Ombre
Slow Life

Affrontare le profondità interiori ci costringe a confrontarci con le nostre paure, ma è solo accettando le nostre ombre che possiamo riscoprire la luce dentro di noidi Marco ArezioGuardare a lungo nell’abisso significa affrontare quei momenti della vita in cui ci si immerge nei recessi più oscuri di sé stessi, nelle profondità che spesso preferiamo evitare. È un atto di esplorazione interiore che ci pone di fronte a verità scomode, lati di noi stessi che forse non vorremmo conoscere. Ma è anche un atto inevitabile, perché, come spesso accade, il dolore, la sofferenza o le crisi ci costringono a rivolgere lo sguardo verso l'interno, lì dove dimora ciò che è più profondo e autentico. In quei momenti, l’abisso non è più una metafora, ma una realtà concreta. Può essere il vuoto che sentiamo dopo una perdita, la disillusione che ci assale quando i sogni non si realizzano, o la solitudine che ci circonda quando ci sentiamo incompresi. Guardare in quell’abisso significa confrontarsi con l’ignoto, con il non detto, con ciò che la nostra mente e il nostro cuore hanno tenuto nascosto, sepolto sotto strati di convenzioni, abitudini e difese. L’abisso, però, non è solo qualcosa di esterno a noi, una forza misteriosa che si contrappone alla nostra volontà di esistere. È anche uno specchio. E quando ci si avvicina troppo a uno specchio, inevitabilmente si è costretti a guardare dentro. Lì, in quel riflesso, non ci sono filtri o bugie, non ci sono maschere che possano coprire le nostre vulnerabilità. C’è solo la nostra immagine nuda, vulnerabile, e a volte persino spaventata. Cosa succede quando l’abisso guarda dentro di noi? È come se quel silenzio interiore che ci accompagna nelle ore più buie diventasse improvvisamente assordante. Ci accorgiamo che, per quanto possiamo cercare di fuggire da certe verità, esse ci inseguono e ci osservano. Spesso, ci rendiamo conto che quello che vediamo riflesso non è altro che una parte di noi, che abbiamo ignorato o rifiutato. Guardare dentro l’abisso può essere una presa di coscienza. Ci ricorda che non possiamo separarci dalle nostre ombre, ma dobbiamo integrarle. Quello che vediamo nell’oscurità potrebbe essere paura, rabbia o insicurezza, ma può anche essere saggezza, forza e resilienza. L’abisso non è solo una minaccia, è anche un invito a crescere, a trasformarci. Nel corso della vita, tutti ci troviamo di fronte a momenti in cui siamo chiamati a questo confronto. La sofferenza non è mai voluta, ma è spesso un catalizzatore. Non possiamo scegliere di non soffrire, ma possiamo scegliere cosa fare di quella sofferenza. Possiamo lasciarci travolgere dall’abisso, permettere che ci consumi, o possiamo utilizzarlo come uno strumento di comprensione profonda. Questa scelta non è facile. Molti preferiscono distogliere lo sguardo, evitare quel riflesso scomodo e rimanere nella superficialità del quotidiano.ACQUISTA IL LIBRO Ma chi ha il coraggio di affrontare l’abisso, di guardarlo negli occhi, scopre che in quella profondità non c’è solo oscurità. Ci sono risposte, ci sono nuovi inizi, c’è la possibilità di rivedere il proprio cammino. In un certo senso, l’abisso rappresenta anche la nostra umanità. È il luogo dove le certezze crollano, dove le maschere cadono e dove ci ritroviamo per ciò che siamo realmente: fragili, imperfetti, ma anche capaci di grande bellezza e trasformazione. Se ci pensiamo, molte delle più grandi opere d’arte, delle scoperte scientifiche e delle creazioni culturali nascono proprio da quel contatto con l’abisso, da quella capacità di confrontarsi con l’ignoto, con la sofferenza, con le parti più oscure di noi stessi. L’abisso, dunque, non è solo un nemico da temere. È un compagno di viaggio che ci guida verso la conoscenza di noi stessi. Certo, può far paura, e spesso ci mette di fronte a sfide che sembrano insormontabili. Ma è anche vero che senza quel confronto, senza quel guardare in profondità, non saremmo mai in grado di scoprire chi siamo davvero. Forse la lezione più importante che l’abisso ci insegna è che non siamo definiti solo dalle nostre paure o dai nostri fallimenti. Siamo anche il risultato di come scegliamo di affrontarli. E in questo, c’è una grande forza. Quella di guardare l’oscurità negli occhi e, nonostante tutto, continuare a camminare verso la luce. In fin dei conti, l’abisso non è altro che una parte del nostro viaggio. Un viaggio che ci porta a scoprire non solo le ombre, ma anche la luce che esse proiettano.

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https://www.rmix.it/ - Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
Informazioni Tecniche

Lo Pseudomonas è un batterio, che potrebbe decomporre i legami della resina termoindurente come il poliuretanodi Marco ArezioTra le varie attività di studio, sulle strade alternative nella gestione dei rifiuti, la microbiologia si sta sforzando di trovare e testare batteri per scomporre quei legami chimici definiti irreversibili, come quelli del poliuretano. Le resine termoindurenti, di cui fa parte il poliuretano, è un materiale molto rigido costituito da polimeri reticolati nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente limitato dall’elevato numero di reticolazioni esistenti. Durante il riscaldamento subiscono una modificazione chimica irreversibile. Le resine di questo tipo, sotto l’azione del calore nella fase iniziale, rammolliscono (diventano plastiche) e, successivamente, solidificano. Contrariamente alle resine termoplastiche, non presentano la possibilità di subire numerosi processi di formatura durante il loro utilizzo. Le resine termoindurenti, sono materiali nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente vincolato da un numero elevato di reticolazioni esistenti. Infatti, durante il processo di produzione, subiscono modifiche chimiche irreversibili associate alla creazione di legami covalenti trasversali tra le catene dei pre-polimeri di partenza. La densità delle interconnessioni e la natura dipendono dalle condizioni di polimerizzazione e dalla natura dei precursori: generalmente essi sono sistemi liquidi, o facilmente liquefacibili a caldo, costituiti da composti organici a basso peso molecolare, spesso multifunzionali, chimicamente reattivi, a volte in presenza di iniziatori o catalizzatori. Il poliuretano è un composto largamente usato come isolante termico, nel settore dell’edilizia, dell’industria dell’auto, negli elettrodomestici, nelle celle frigorifere, nel settore navale e ferroviario, nei mobili, nel settore calzaturiero e in molti altri settori industriali. Ogni anno, nella sola Europa, si producono circa 3,5 milioni di tonnellate di poliuretano che, alla fine del ciclo di vita, non trova una corretta destinazione nel settore del riciclo e vanno a finire normalmente in discarica. La difficoltà che oggi incontra questa tipologia di rifiuto plastico nel processo di riconversione, finchè il riciclo chimico non avrà preso piede, hanno spinto le ricerche biologiche a tracciare nuove strade. Un gruppo di ricerca Europeo chiamato P4SB sta studiando materiali provenienti dalla biologia sintetica che siano in grado, tramite dei catalizzatori batterici, di creare bio enzimi che possano depolimerizzare il poliuretano, ma anche il PET. Lo studio ha identificato un batterio, chiamato Psneudomonas, che opportunamente ingegnerizzato, sia in grado di metabolizzare i componenti del poliuretano, che verranno poi resi, all’interno della massa batterica, sotto forma di bio plastica. Questo batterio ha la capacità di sopravvivere in condizioni estreme ed è molto resistente alle sostanze tossiche, infatti è un nemico per eccellenza nel campo medico in quanto resiste facilmente agli antibiotici. Fa parte della famiglia dei batteri gram-negativi che colpisce normalmente le persone con barriere immunitarie basse o con problemi alla pelle e alle mucose. Il batterio nell’uomo scatena malattie associate alle infezioni, come i problemi respiratori, la polmonite, l’endocardite, meningiti, problemi agli occhi, alle articolazioni, gastrointestinali, dermatologici e altre forme di reazione del corpo. Questo dimostra che è un batterio da prendere sul serio e il suo utilizzo nel campo microbiologico, applicato al riciclo delle plastiche come il poliuretano, fa capire il grado di colonizzazione e decomposizione che potrebbe mettere in campo se trattato con le dovute attenzioni.Categoria: notizie - plastica - batteri - riciclo - rifiuti - poliuretano

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https://www.rmix.it/ - Montagne di rifiuti lasciati sull’Himalaya da sedicenti alpinisti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Montagne di rifiuti lasciati sull’Himalaya da sedicenti alpinisti
Ambiente

L’alpinista è prima di tutto un fautore della conservazione integrale dell’ambiente. Chi sono questi “signori”? di Marco ArezioI Cinesi sono stati impegnati in una campagna di pulitura dei campi base dell’Everest dove una discarica faceva compagnia alle maestose pareti. Hanno raccolto 8,5 tonnellate di rifiuti lasciati sul posto dalle spedizioni commerciali, turisti alpini improvvisati, che si arrogano il diritto di violentare la natura per il solo fatto che hanno pagato per poter dire: c’ero anch’io. Si è molto parlato dei mari invasi dai rifiuti che vengono abbandonati dall’uomo sulle spiagge, dalle navi, nei fiumi e che arrivano tutti nei mari e negli oceani. Ci siamo molte volte indignati nel vedere le tartarughe impigliate nelle reti abbandonate, nelle plastiche trovate negli stomaci dei pesci, nel tappeto di microplastiche che galleggiano, formando isole infernali.  Ma poco si è parlato di un altro ecosistema sottoposto alla violenza e all’inquinamento: le montagne e in particolare le catena Himalayana, che viene percorsa ogni anno da un’orda di spedizioni commerciali che vengono organizzate per portare aspiranti alpinisti in vetta agli 8000. Queste spedizioni reclutano un numero sempre più consistente di partecipanti assicurando loro vitto e alloggio, trasporto dei pesi, il tracciamento della via verso la vetta, attrezzando tutta la salita e assistendoli con un “rinforzo” di ossigeno quando cominciano ad ansimare. La velocità delle spedizioni, data anche dalle finestre di tempo stabile, dai permessi concessi per salire le montagne, dalla convivenza degli spazi con altre spedizioni e dal reclutamento di nuovi partecipanti per nuove salite, ha comportato, negli anni, l’abbandono continuo di rifiuti di tutte le tipologie, da quelli umani a quelli tecnici a quelli di supporto logistico. I cinesi, che sono coinvolti per le salite dal loro versante, si sono posti il problema ambientale dei campi base ai piedi delle montagne. Hanno organizzato un gruppo di raccolta della spazzatura abbandonata che ha portato a valle 8,5 tonnellate di rifiuti. Di questa quantità 5,2 tonnellate erano rifiuti domestici, mentre 2,3 erano rappresentate da feci umane. Anche il Nepal e l’India si stanno ponendo il problema dell’inquinamento crescente nelle zone di alta quota, ma fanno fatica a rinunciare ai fiorenti compensi che derivano dai permessi delle scalate. Il Nepal ha imposto una cauzione di 4000 dollari, per spedizione, se i partecipanti non riportano a valle almeno 8 Kg. di rifiuti a testa, ma sinceramente, sono solo palliativi, in quanto il costo globale di una spedizione commerciale può assorbire senza il minimo trauma questa multa. Forse, a questo punto ci dobbiamo chiedere se la montagna deve essere per forza accessibile a tutti, con tutti i mezzi e, inoltre, chi è un alpinista? Le aree di alta quota sono state tra l’inizio degli anni 70 e la fine degli anni 80 del secolo scorso, il campo d’azione delle aspirazioni dei giovani alpinisti di allora, che sperimentavano, dopo l’epoca degli anni 50 e 60 fatto di un alpinismo “militare” e massicciamente organizzato, un confronto leale con la montagna e le sue estreme difficoltà, senza l’uso di centinaia di portatori, senza l’uso dell’ossigeno e senza l’uso di alpinisti che attrezzavano la salita a chi sarebbe andato in vetta. Si era sviluppato un alpinismo che rispettava le montagne, dove la misurazione dei propri limiti era leale e l’ambiente solitario e intonso, creava un nuovo mondo, fatto di riscatto personale e venerazione per le ultime aree sfuggite alla manipolazione umana. L’8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler hanno incarnato le speranze del nuovo alpinismo ecologista, raggiungendo la vetta dell’Everest senza ossigeno e con una spedizione leggera. “Ci dicevano che eravamo matti con tendenze suicide – ha ricordato in un’intervista all’Ansa Messner – con la nostra impresa abbiamo smentito la scienza, che sosteneva che oltre gli 8.500 metri fosse impossibile resistere, che saremmo di certo morti. Noi, invece, siamo saliti a quasi 8.900 metri, per poi scendere al campo base sani e salvi“ Messner continuò il suo alpinismo alla ricerca dei suoi limiti fisici e psicologici riuscendo, per primo, a salire tutte le vette oltre gli 8 mila, portando nel mondo un messaggio chiaro: con la montagna non si deve barare, la sfida è tra te e l’ambiente naturale, senza aiuti esterni. Le montagne in quota dovrebbero essere come le riserve naturali marine, chiuse al pubblico pagante, e accessibili solo ad esperti che ne ripettino la storia, l’ambiente e si preoccupino del loro futuro. Approfondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Come si Stanno Muovendo le Importazioni di PE in Cina?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come si Stanno Muovendo le Importazioni di PE in Cina?
Notizie Generali

Come si Stanno Muovendo le Importazioni di PE in Cina?Nonostante una situazione internazionale molto critica in termini di approvvigionamento di polimeri a causa della scarsità dell’offerta, della difficoltà a reperire i containers e a causa dei prezzi ormai asfissianti, il colosso cinese, la cui economia nel 2020 è cresciuta nonostante la pandemia, continua a macinare record anche nel campo delle importazioni dei polimeri plastici.Nell’analisi fatta da Pinar Polat il mercato cinese del PE ha avuto ottime performance in termini di quantità soprattutto per quanto riguarda l’LDPE. Infatti le importazioni cinesi di PE hanno raggiunto un nuovo record a Gennaio e Febbraio, secondo i dati dell'Amministrazione generale delle dogane. L'ufficio doganale ha elaborato questi dati per i primi due mesi dell'anno (2021) tenendo conto delle distorsioni causate dalla festività del capodanno lunare di una settimana, che quest'anno era a metà Febbraio. La Cina è stata l'unica grande economia che ha registrato una crescita per il 2020, riuscendo ad espandersi del 2,3%. Il successo del paese nel controllo del COVID-19, le misure di stimolo e i bassi tassi del denaro, dopo la revoca del blocco ad Aprile, hanno aumentato la sua quota di scambi e di investimenti globali. Di conseguenza, le importazioni cumulative di PE del paese hanno raggiunto un nuovo record nei primi due mesi del 2021, superando i volumi del 2019. Le importazioni totali di PE nel periodo Gennaio-Febbraio hanno registrato un aumento annuo dell'8,3%, superando i 2,5 milioni di tonnellate, il dato più alto nelle statistiche di importazione ChemOrbis risalente al 2001. Nonostante i volumi di PE di Febbraio sono diminuiti durante le festività natalizie, i valori totali di Gennaio-Febbraio rimangono elevati. Infatti il rallentamento di Febbraio, era ampiamento atteso poiché le attività commerciali sono normalmente ridotte durante le celebrazioni del capodanno cinese. Milioni di lavoratori tornano nella loro città natale per trascorrere le vacanze in modo tradizionale, tuttavia, a causa della pandemia da COVID-19, i viaggi per le vacanze di quest'anno sono stati meno frenetici. D'altra parte, le importazioni cumulative di PE nei primi due mesi del 2021 erano ancora in positivo in un confronto annuale. Tra tutti i prodotti in PE, le importazioni cinesi di HDPE hanno registrato un leggero calo annuale in questo periodo, mentre le importazioni di LDPE e LLDPE hanno registrato incrementi. HDPE I volumi totali di HDPE nel periodo Gennaio-Febbraio hanno registrato una leggera diminuzione del 3,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, attestandosi a 1.097.065 tonnellate. In questo periodo, l'Arabia Saudita è stata il principale fornitore di HDPE in Cina con oltre 230.000 tonnellate. L'Iran ha seguito l'Arabia Saudita con 202,838 tonnellate. LDPE Le importazioni totali di LDPE nel periodo Gennaio-Febbraio, invece, sono aumentate di circa il 24% su base annua, raggiungendo le 544.676 tonnellate. L'Iran è rimasto il principale fornitore di LDPE in Cina con quasi 125.000 tonnellate. LLDPE Pe quanto riguarda l’ LLDPE nei primi due mesi del 2021, i volumi sono aumentati del 17% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, attestandosi a 920.985 tonnellate. In questo periodo, l'Arabia Saudita è stata il primo fornitore della Cina con oltre 200.000 tonnellate, mentre Singapore è stato il secondo fornitore principale con 174.046 tonnellate. Vedi maggiori informazioni sull'economia Cinese e sui riflessi nella nostra vita

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il PLA Riciclato (Acido Polilattico) e da Dove Viene
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il PLA Riciclato (Acido Polilattico) e da Dove Viene
Informazioni Tecniche

Biodegradabile, stampabile, adatto per la realizzazione di film plastici, il PLA è un polimero sorprendente di Marco ArezioIl polimero PLA, o più tecnicamente chiamato acido polilattico, è un poliestere biodegradabile che non troviamo in natura, ma che viene realizzato sinterizzando lo zucchero attraverso procedure industriali. Infatti, facendo fermentare lo zucchero, avviene una fase di trasformazione della materia prima in acido lattico e, nella fase intermedia del processo, si esegue la polimerizzato in PLA. Il polimero così ottenuto è trasparente, cristallino, rigido e presenta un’ottima resistenza meccanica, rendendolo adatto alla produzione di molti oggetti. Inoltre, il PLA è uno dei polimeri più utilizzati per la realizzazione di prodotti attraverso l’uso di stampanti 3D, utili non solo alla produzione in serie di oggetti identici, ma anche per i processi di prototipazione rapida in molti campi ingegneristici. Come avvengono le fasi produttive del PLA Per realizzare il polimero biodegradabile PLA sono necessarie le seguenti fasi di lavoro della materia prima, composta principalmente da zucchero, melasse e siero di latte e, in alternativa, utilizzando Bacillus Coagulans: - Lavorazione dell’amido attraverso la separazione delle fibre e del glutine - Saccarificazione e liquefazione dell’amido - Fermentazione della parte proteica dell’amido - Trattamento delle soluzioni di sale dell’acido lattico - Polimerizzazione Il polimero così ottenuto ha una densità di 1,25 g./c3, con una resistenza a trazione pari a 70 Mpa e un modulo elastico pari a 3600 Mpa. Quali sono le caratteristiche principali del polimero in PLA Le caratteristiche principali del polimero si possono riassumere in reologiche, meccaniche e di biodegradabilità. Le caratteristiche reologiche si esprimono in una elasticità del fuso inferiore a quella delle olefine. Le caratteristiche meccaniche sono comprese tra quelle di un polimero amorfo e uno semicristallino e, in particolare, si avvicinano a quelle comprese tra un PET e un Polistirene. Se parliamo di temperatura di transizione vetrose del PLA possiamo dire che è maggiore della temperatura ambiente. Permettendo di ottenere composti trasparenti. Per quanto riguarda la biodegradabilità è necessario fare attenzione al significato della parola “biodegradabile”, in quanto è importante sapere che, nonostante il PLA sia definito un polimero biodegradabile, esso non lo è se non si verificano alcune fondamentali condizioni. La biodegradabilità si innesca se il PLA è sottoposto a idrolisi, in presenza di temperature superiori a 60 °C e con un tasso di umidità maggiore del 20%. I tempi di biodegradazione sono molto variabili a seconda delle condizioni ambientali in cui l’oggetto prodotto con PLA si trova, in ogni caso possiamo indicarle in un tempo tra 1 e 4 anni, che, confrontato con la plastica tradizionale che impiega, in base alle condizioni in cui si trova, da 100 anni in su, è ritenuto breve. Quali sono i vantaggi del polimero in PLA? - Se venisse bruciato non rilascia fumi dannosi come gas tossici o metalli pesanti - Se disperso in mare in modo accidentale, la combinazione del sole, dell’acqua e del vento lo riducono in microplastiche. Queste non risulteranno tossiche né per i pesci né per l’uomo attraverso la catena alimentare - Riduce la dipendenza dal petrolio Quali sono gli svantaggi del polimero in PLA? - Contrariamente a quanto esprime la parola “biodegradabile” non può essere usato per fare il compost domestico, in quanto come citato in precedenza, ha bisogno di subire un processo industriale di biodegradazione. - Se buttato in una discarica miscelato ad altri rifiuti, non accelera i processi di decomposizione rispetto alla plastica tradizionale, in quanto non è supportato dalla luce solare, impiegando nella decomposizione gli stessi tempi delle altre tipologie di plastiche. - Non può essere mischiata con altre plastiche nelle fasi di riciclo, cosa molto importante durante la separazione dei rifiuti nella raccolta differenziata. Una piccola quantità di PLA può contaminare un flusso di rifiuti composte da plastiche tradizionali, compromettendo il loro riciclo. - Dal punto di vista ambientale, per produrre la materia prima del PLA, è necessario impiegare terreni che potrebbero essere sottratti alle coltivazioni per la catena alimentare o, peggio, si potrebbe incrementare la deforestazione per carcare di avere maggiori disponibilità di terre da coltivare. Come si ricicla il PLA Come abbiamo visto, il PLA è un polimero riciclabile, ma deve essere separato alla fonte dagli altri rifiuti plastici per questioni di incompatibilità dei materiali. Una volta creato il corretto flusso di scarti in PLA, il materiale segue le stesse attività operative di un rifiuto plastico che proviene dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata. Infatti, dopo un’attenta selezione, in cui siamo certi di trattare solo PLA, viene macinato, lavato in vasche di decantazione a lento flusso, asciugato e successivamente insaccato, se venduto come macinato, oppure passerà alla fase di estrusione se si volesse realizzare un PLA in granuli.

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Calcestruzzi Cellulari con Aggregati Riciclati dai Rifiuti: C’è un Futuro?
Informazioni Tecniche

Calcestruzzi Cellulari con Aggregati Riciclati dai Rifiuti: C’è un Futuro?di Marco ArezioAnche il mondo dell’edilizia deve affrontare un percorso di sostenibilità che è sempre più importante per l’ambiente e per l’uomo.I calcestruzzi sono elementi costruttivi che comportano un consumo importante di risorse naturali, in particolare gli aggregati che li compongono, essendo estratti e messi a disposizione del settore delle costruzioni. Come succede sempre più spesso nell’ambito stradale e dell’isolamento acustico, dove si impiegano, per esempio, polverini di guaine bituminose riciclate e macinati degli pneumatici riciclati, anche nell’ambito del calcestruzzo la domanda del mercato per un prodotto più sostenibile è ormai crescente. Le ricette che compongono un calcestruzzo tradizionale vedono l’impiego di aggregati naturali, con granulomentrie differenti, una quota di cemento, acqua e additivi quando necessario. Nell’ambito di un approccio ecosostenibile al prodotto, si sono eseguite diverse sperimentazioni e tests di laboratorio che hanno puntato alla sostituzione integrale dell’aggregato naturale con aggregati costituiti da rifiuti selezionati, industriali e da post consumo. Nella famiglia dei rifiuti presi in considerazione in questi tests possiamo annoverare le ceneri volanti, che sono dei rifiuti prodotti durante l’incenerimento dei rifiuti solidi urbani, la loppa d’altoforno macinata, che è anche lei un sottoprodotto delle operazioni di incenerimento e un prodotto plastico da post consumo, la polvere di PET, proveniente dal riciclo delle bottiglie dell’acqua e delle bibite. Metodologie di prova Con questi tre elementi, si sono costituiti differenti impasti cementizi volti ad ottenere calcestruzzi alleggeriti, creando una serie di campionature da laboratorio con lo scopo di testare la resistenza a compressione e la conducibilità termica di elementi composti, sia con aggregati naturali alleggeriti sia con varie tipologie di aggregati provenienti dai rifiuti. Lo studio è stato promosso con l’intenzione di dare una storia analitica ai calcestruzzi riciclati alleggeriti che possano essere impiegati, per esempio, nella costruzione di blocchi di cemento alleggerito per la realizzazione di pareti non strutturali. Si sono quindi create una serie di miscele differenti con la corrispondente quantità di campioni, che sono stati testati a compressione ed è stata calcolata la conducibilità termica degli stessi. Lo scopo era quello di mettere a confronto, una tradizionale miscela di calcestruzzo con aggregati naturali leggeri, con le miscele di calcestruzzo fatte con gli inerti riciclati dai rifiuti. Risultati delle prove I risultati hanno evidenziato una riduzione media della resistenza a compressione dei campioni composti con gli aggregati da rifiuto, senza il PET, del 13,7 %, rispetto ai campioni realizzati con gli inerti naturali, mentre le miscele che contenevano la polvere di PET hanno avuto performances di resistenza ulteriormente più basse del 10%. Si è però notato che l’aggiunta di polvere di PET ha influito positivamente sulla conducibilità termica, rispetto ai campioni composti al 100% con aggregati dai rifiuti, ma inferiore di circa il 22% rispetto ad un calcestruzzo realizzato con inerti naturali alleggeriti. Conclusioni Per quanto il calcestruzzo alleggerito riciclato abbia inferiori prestazioni meccaniche e termiche rispetto a quello prodotto con elementi naturali, la necessità di limitare l’uso delle risorse naturali e quella di ridurre i rifiuti non riciclabili che vanno in discarica, potrebbe portare ad una nuova consapevolezza nell’ambito della progettazione edilizia e della produzione. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - calcestruzzi cellulari - edilizia

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si Riutilizza
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si Riutilizza
Economia circolare

I rottami metallici sono una parte fondamentale delle materie prime delle acciaieriedi Marco ArezioProbabilmente abbiamo capito che l’importanza del riciclo non si debba sentire solo nelle parole e nei proclami politici o commerciali, ma nei fatti di tutti i giorni, cercando di scegliere i prodotti che perseguono, veramente, la filosofia dell’economia circolare, intercettando il greenwashing, quell’ingannevole forma si informazione che ti fa credere che un prodotto sia circolare ma che in realtà non lo è, o lo è solo parzialmente. Non parliamo solo della plastica, che oggi è sulla bocca di tutti, ma anche dei metalli che, insieme al vetro e alla carta, formano la famiglia dei rifiuti di maggiore quantità, di cui ci dobbiamo occuparci ogni giorno.Come avviene la separazione dei metalli? I vari metalli ferrosi e non ferrosi che vengono raccolti sono inviati ai centri di selezione e riciclo, che provvedono, come prima operazione, a separarli per tipologie e dimensioni. La prima macro separazione avviene, infatti, eseguita dividendo quelli appartenenti alla famiglia dei metalli ferrosi e quella dei non ferrosi.Per capire meglio queste due famiglie possiamo dire che: I metalli ferrosi sono metalli e leghe metalliche che contengono il ferro, tra cui, le più conosciute sono l’acciaio e la ghisa. La ghisa si ottiene dall’altoforno e può essere successivamente affinata per ottenere acciaio oppure utilizzata in fonderia. La ghisa è molto dura e fragile, ha una resilienza molto bassa, un allungamento % a rottura praticamente nullo, quindi non può essere lavorata plasticamente, né a caldo né a freddo, ma può essere lavorata solo per fusione. L’acciaio viene ricavato dall’affinazione della ghisa, un’operazione che consiste nel diminuire il tenore di carbonio per ridurre gli elementi dannosi, come zolfo, fosforo, ossigeno, ecc., che possono derivare dai materiali di carica del forno o dai prodotti delle fasi precedenti di lavorazione.Infatti all’aumentare della quantità di carbonio aumentano: - resistenza meccanica, - durezza, - temprabilità, - colabilità/fusibilità, - resistenza all’usura Diminuisce invece: - allungamento A% - resistenza meccanica - lavorabilità e plasticità a freddo - saldabilitàInoltre gli acciai si dividono in duri, semiduri e dolci, infatti, gli acciai dolci presentano una resistenza a trazione molto più bassa di quella degli acciai duri, però sono più malleabili, più duttili e più resistenti agli urti. Sono facilmente saldabili e lavorabili dalle macchine utensili, ma sono meno resistenti all’usura e alla corrosione rispetto agli acciai duri. Durante la preparazione, in fase di fusione, è possibile aggiungere dei leganti ferrosi o non ferrosi per aumentarne le prestazioni, chiamando quindi questi acciai legati o non legati. Vediamo quale influenza hanno i leganti nella preparazione dell'acciaio: Cromo (Cr) Si trova spesso negli acciai, migliorando la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza all’usura. In quantità maggiori del 12% rende l’acciaio inossidabile.Nichel (Ni) Si trova spesso insieme al cromo, migliorando tutte le proprietà meccaniche dell’acciaio, come la resistenza alla corrosione, mentre diminuisce la dilatazione termica e la saldabilità. Il nichel si trova anche negli acciai inox in quantità che dipende dal tenore di cromo. Molibdeno (Mo) Migliora la temprabilità e attenua il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Insieme al cromo e al nichel realizza gli acciai con le migliori proprietà meccaniche (Rm fino a 1200 N/mm2).Silicio (Si) È contenuto naturalmente nell’acciaio in piccole quantità (circa 0,3%), se invece è aggiunto intenzionalmente fino al 2% circa, aumenta la resistenza meccanica, all’ossidazione e soprattutto aumenta notevolmente l’elasticità. Infatti gli acciai al silicio vengono usati per realizzare molle. Manganese (Mn) Aumenta la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza a usura, Inoltre migliora notevolmente la temprabilità ma causa il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Tungsteno (W) – Cobalto (Co) – Vanadio (V) – Titanio (Ti) Sono tutti elementi molto duri che, aggiunti nell’acciaio, gli conferiscono elevatissima durezza che si mantiene anche alle alte temperature. Queste caratteristiche meccaniche si trovano negli acciai per utensili. Piombo (Pb) – Zolfo (S) Sono elementi nocivi per l’acciaio perché gli conferiscono elevata fragilità. Si possono, però, trovare in piccole quantità perché la fragilità indotta dalla loro presenza facilita il distacco del truciolo e favorisce la lavorabilità alle macchine utensili. Tali acciai sono detti automatici. Zolfo (S) – Fosforo (P) – Idrogeno (H) – Azoto (N) – Ossigeno (O) Sono tutti elementi nocivi perché si legano chimicamente con il ferro o con il carbonio formando composti che rendono molto fragile l’acciaio. La loro presenza, quindi, deve essere ridotta al minimo.Per quanto riguarda i materiali non ferrosi si possono definire tali tutte quelle leghe che al loro interno non contengano ferro, o ne contengono una frazione trascurabile. Possiamo elencare tra i metalli non ferrosi il magnesio, il rame, lo zinco, il bronzo, piombo, il nichel, l’ottone e l’alluminio. I metalli non ferrosi uniti ad altri metalli possono generare una grande quantità di leghe, con lo scopo di apportare migliorie alle prestazioni meccaniche, alla lavorabilità, alla resistenza alla corrosione e alle alte temperature del metallo di base.Inoltre, vengono divisi anche in categorie di densità: Pesanti con un peso superiore a 5000 Kg. per Mc Leggeri con un peso tra i 2000 e i 5000 Kg. per McL'impiego dei metalli non ferrosi può essere fatto allo stato puro, o in leghe con altri elementi. Le loro maggiori peculiarità sono caratterizzate dalla leggerezza, dall’inossidabilità, dall’alta conduzione elettrica e termica, dalla durezza, da un alto punto di fusione e dalla malleabilità.Come vengono riciclati i metalli? Abbiamo visto che la prima operazione è quella di individuare le famiglie di appartenenza e di separarle tra loro per avviare i metalli al riciclo. Questo comincia con la riduzione volumetrica dei rottami, attraverso impianti meccanici che hanno lo scopo, non solo di ridurne la dimensione, ma anche di separare eventuali elementi inquinanti presenti nel rottame stesso. Questi impianti di primo trattamento hanno incorporati nella linea sistemi gravitazionali, a corrente parassita, vagli e separatori magnetici, che hanno lo scopo di nobilitare il rottame metallico trattato. Questo, una volta selezionato, viene inviato alle acciaierie per il loro utilizzo insieme ad altri materiali, che permette la creazione di nuovi elementi costituiti da rottame di riciclo. Il riciclo delle scorie delle acciaierie Nell’ambito dell’economia circolare il riutilizzo delle scorie degli altoforni è diventato un tema molto sensibile, non solo dal punto di vista economico, a causa dei costi sempre più alti dello smaltimento in discarica, ma anche per una questione di carattere ambientale. Infatti, lo smaltimento in discarica di queste scorie che contengono metalli pesanti, è un fattore di forte preoccupazione ambientale, per cui, attraverso il loro riciclo, è possibile estrarre i metalli preziosi dalle ceneri di scarto. Una volta riciclate, risultano un materiale inerte che viene utilizzato nei forni delle cementerie, oppure per la realizzazione di materiali ceramici, fibre vetrose, inerte di riempimento o nelle pavimentazioni stradali.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottamerNEWS

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https://www.rmix.it/ - L’Italia e il Caro Energia: Sfide e Opportunità per un Settore Manifatturiero in Difficoltà
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’Italia e il Caro Energia: Sfide e Opportunità per un Settore Manifatturiero in Difficoltà
Management

Il costo dell'energia in Italia, il più alto d'Europa, mette in crisi la competitività dell'industria manifatturieradi Marco ArezioLa recente analisi dei prezzi medi mensili delle borse elettriche in Europa, dal gennaio all'ottobre 2024, mostra una chiara disparità tra l'Italia e gli altri paesi europei. Secondo i dati, l'Italia guida la classifica con un prezzo medio di 103,7 euro/MWh, seguita a distanza da Germania (71,4 euro/MWh), e dall'area media dei paesi UE (61,4 euro/MWh). Altre nazioni, come il Portogallo, la Spagna e la Francia, registrano prezzi inferiori, mentre l'area scandinava si distingue per il costo particolarmente basso di 36,5 euro/MWh. Questa significativa differenza di costo energetico pone l'industria italiana in una posizione di svantaggio rispetto ai concorrenti europei, un problema particolarmente grave per un paese a forte vocazione manifatturiera come l'Italia. Le Cause delle Disparità nei Costi Energetici a) Dipendenza Energetica e Infrastrutture L'Italia è storicamente un paese con una bassa produzione di energia da fonti domestiche, costretta a importare una grande quantità di risorse energetiche, specialmente gas naturale. Questo rende l'Italia vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali e ai problemi di approvvigionamento, soprattutto in un contesto di crescente domanda globale e di turbolenze geopolitiche. Inoltre, le infrastrutture energetiche italiane, pur migliorate negli ultimi anni, scontano ancora una mancanza di investimenti adeguati rispetto a quelle di paesi come la Germania e la Francia, rendendo l'energia più costosa da distribuire e meno efficiente. b) Lentezza nella Transizione Energetica Sebbene l'Italia abbia avviato un'importante transizione verso le energie rinnovabili, come il fotovoltaico e l'eolico, il ritmo di sviluppo è ancora inferiore rispetto ad altri paesi europei. Questa lentezza è dovuta a vari fattori, tra cui una burocrazia complessa e frammentata, che rende difficile e dispendioso ottenere permessi per nuovi impianti, e a una rete elettrica non sempre adeguata a sostenere l'incremento delle fonti rinnovabili. In confronto, l'area scandinava ha investito massicciamente nelle rinnovabili, riuscendo così a mantenere i costi energetici bassi. c) Regolamentazioni e Tasse Un altro elemento di costo per l'energia in Italia è rappresentato dal peso delle imposte e delle accise, che sono tra le più elevate in Europa. Questi oneri fiscali incidono direttamente sul prezzo finale dell'energia, aggravando ulteriormente il costo per le imprese e i consumatori. La Germania, pur avendo un carico fiscale significativo, è riuscita a compensare grazie a un sistema più efficiente di incentivi e sovvenzioni, che in Italia ancora fatica a prendere piede in modo efficace e diffuso. Impatti sul Settore Manifatturiero Italiano L'elevato costo dell'energia ha un impatto devastante sulla competitività del settore manifatturiero italiano, che rappresenta una parte cruciale dell'economia nazionale. Le imprese italiane, soprattutto le piccole e medie, sono costrette a fare i conti con costi di produzione superiori rispetto ai concorrenti europei, limitando la capacità di competere sui prezzi e, in alcuni casi, minacciando la loro stessa sopravvivenza. Per settori energivori come quello siderurgico, chimico, plastico e della carta, l'incidenza del costo energetico sul totale dei costi di produzione è particolarmente elevata, con ripercussioni significative sull'intera catena di valore. Inoltre, le aziende italiane sono costrette a ridurre i margini di profitto o a trasferire parte dei costi sui consumatori finali, con il rischio di perdere quote di mercato, sia a livello domestico che internazionale. Questo svantaggio competitivo si ripercuote negativamente sull'occupazione e sull'indotto, minando la stabilità di un comparto che è stato tradizionalmente il cuore pulsante dell'economia italiana. Possibili Soluzioni e Strategie per un’Industria Competitiva a) Aumentare gli Investimenti nelle Energie Rinnovabili Per ridurre il gap con gli altri paesi europei, è essenziale che l'Italia acceleri la sua transizione energetica verso le fonti rinnovabili. Questo richiede non solo incentivi e finanziamenti per nuovi impianti, ma anche una semplificazione burocratica che renda più rapido e meno costoso l’iter di approvazione per le nuove installazioni. L’aumento della capacità di produzione da rinnovabili, in particolare in regioni con alto potenziale solare ed eolico, potrebbe ridurre sensibilmente la dipendenza energetica dall'estero e, conseguentemente, i costi di approvvigionamento. b) Efficientamento Energetico e Innovazione Tecnologica Un’altra strategia chiave per ridurre i costi energetici è investire nell’efficienza energetica delle industrie. Adottare tecnologie avanzate per la gestione e il monitoraggio dei consumi, come l'Internet of Things (IoT) e l’intelligenza artificiale, permette di ottimizzare l'uso dell'energia, riducendo gli sprechi e migliorando la sostenibilità dei processi produttivi. Alcune aziende italiane stanno già sperimentando questi approcci, ma è necessario un impegno più ampio e coordinato per ottenere risultati significativi. c) Politiche di Sostegno e Riforma delle Tasse È urgente che il governo italiano metta in atto politiche di sostegno concrete per le imprese energivore, riducendo il carico fiscale sull'energia e introducendo meccanismi di compensazione per i settori più colpiti. In questo senso, potrebbe essere utile ispirarsi a modelli di successo adottati da altri paesi europei, come la Germania, dove le industrie ad alta intensità energetica godono di agevolazioni fiscali e di sussidi mirati. Allo stesso tempo, una riforma delle tasse sull'energia potrebbe ridurre il peso sui consumatori e migliorare la competitività delle imprese. d) Promuovere la Collaborazione Europea L’Italia potrebbe beneficiare di una maggiore integrazione con il mercato energetico europeo, sfruttando accordi bilaterali e programmi di cooperazione per l’acquisto e la condivisione di energia a costi inferiori. Collaborare con altri paesi dell'Unione Europea, in particolare con quelli che hanno un surplus di energia rinnovabile, potrebbe rappresentare una soluzione temporanea per mitigare i costi e garantire una maggiore stabilità nell'approvvigionamento. Conclusione L'Italia si trova di fronte a una sfida importante: garantire un futuro sostenibile e competitivo per il proprio settore manifatturiero nonostante le attuali difficoltà legate al costo dell'energia. Le disparità nei prezzi energetici rispetto al resto d'Europa rappresentano un ostacolo significativo, ma non insormontabile. Con una strategia coordinata che coinvolga sia il settore pubblico che quello privato, investendo in rinnovabili, efficienza energetica e politiche di supporto mirate, l'Italia può superare questa crisi energetica e consolidare la propria posizione di leadership nel manifatturiero europeo. Il percorso non sarà facile, ma è una strada obbligata per garantire la competitività del paese e la sostenibilità del suo sviluppo industriale.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Musica come Impegno Ambientale e Testimonianza Sociale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Musica come Impegno Ambientale e Testimonianza Sociale
Ambiente

I musicisti, la musica e la filantropia musicale nella storia recentedi Marco ArezioPossiamo essere giovani o vecchi, di destra o di sinistra, filo musicali o anarchici dei suoni, classici o rock, freddi o partecipativi, ottimisti o pessimisti ma, se sentiamo la parola Woodstock credo che ci siano poche persone che chiedano: cos’è? Perché l’impegno dei musicisti verso le cause sociali iniziò proprio da quel concerto, nell’Agosto del 1969, nella cittadina Americana di Bethel dove si riunirono per tre giorni circa 400.00 giovani, c’è chi dice fino a 1 milione, richiamati da 32 musicisti che si sarebbero esibiti a rotazione. Erano gli idoli delle nuove generazioni: Joan Beaz, Santana, The Who, Neil Young, Grateful Dead, Jimi Hendrix solo per citarne alcuni che, attraverso un concerto oceanico, volevano protestare contro la segregazione razziale, la guerra in Vietnam e contro il sistema capitalista Americano. Woodstock fu certamente uno spartiacque storico, ma anche sociale dove nulla, dal punto di vista della comunicazione musicale, fu come prima e dove la gente si divise tra chi era pro o contro il sistema Woodstock. Chi vedeva in questa mobilitazione il mezzo per rompere i rigidi schemi morali dell’epoca, utilizzando un nuovo mezzo di comunicazione musicale, facendo trionfare apertamente la cultura Hippy, nonostante qualche eccesso, e dall’altra parte chi vedeva in questi rumorosi assembramenti di giovani un decadimento morale della società. Ma ormai il seme era stato gettato in un terreno fertile, così il 13 Luglio del 1985 venne organizzato un altro evento mondiale, il Live Aid, con la creazione di due palchi, uno a Philadelphia e l’altro a Londra, collegati in diretta mondiale attraverso la televisione. Era l’occasione per raccogliere fondi a favore dell’Etiopia che fù colpita da una tremenda carestia. La qualità degli artisti che si esibirono fu di grandissimo livello: i Queen, con Freddy Mercury che ipnotizò la platea, gli U2, David Bowie, i Led Zeppelin, Tina Turner, Madonna, Bob Dylan, i Rolling Stones e tanti altri. Il concerto fu visto in televisione da oltre un miliardo e mezzo di persone, raccogliendo 70 milioni di dollari, dimostrando che la musica era diventata a tutti gli effetti un fenomeno mediatico che poteva muovere le coscienze e avere un peso sociale da tenere in considerazione. Anche in questo caso ci furono polemiche, tra chi ne apprezzava la nuova forza dirompente di una espressione che veniva dalla gente, e chi vedeva in queste manifestazioni una vetrina narcisista degli artisti. Polemiche rinfocolate dopo che una parte dei fondi destinati all’Etiopia furono rubati da Mengistu Haile Mariam. Il modello Live Aid si ripropose in altri concerti tra il 1996 e il 2001 per la causa dell’indipendenza del Tibet. Le problematiche sociali nel corso degli anni e i concerti benefici si moltiplicarono, ricordiamo il concerto nel 2001 “a Tribute to Heros” che voleva ricordare i caduti delle Torri Gemelle a New York, dove i cantanti si esibirono su un palco spoglio, adornato solo di candele in ricordo delle vittime. Possiamo ricordare anche il concerto organizzato da George Clooney “Hope for Haiti” a seguito del devastante terremoto che colpì l’isola e trasmesso da Mtv. Non solo il Rock scorreva nelle vene dei cantanti che negli anni si sono trasformati in filantropi musicali, ma si cimentarono anche personaggi di primissimo livello come Pavarotti, che organizzò vari “Pavarotti and Friends”. Pavarotti, nel corso degli anni riunì molti personaggi famosi per diverse iniziative: il sostegno ai bambini bosniaci, la lotta alla talassemia, alle popolazioni Afghane e molte altre. Oggi, dove il problema dei cambiamenti climatici è di grande attualità, i musicisti vogliono testimoniare la loro preoccupazione e il loro sostegno alla causa ambientalista. Per esempio i Coldplay hanno deciso di interrompere tutti i concerti dal vivo finchè non si potesse trovare una soluzione per suonare ad impatto 0. Altri cantanti come Michael Stipe, ex R.E.M, ha diffuso in rete una nuova canzone “Drive To The Ocean” i cui proventi andranno all’associazione “Pathway To Paris”, associazione che riunisce diversi artisti che si battono per diffondere l’accordo sulla riduzione delle emissioni di CO2 deciso a Parigi. Non è possibile citare tutte le iniziative per l’ambiente che i musicisti stanno sostenendo oggi, ed è per questa impossibilità data dai numeri che fa capire il movimento musicale è sempre in prima linea a fianco delle cause che stanno a cuore alla gente.Vedi maggiori informazioni

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https://www.rmix.it/ - Shinrin-yoku Giapponese,  森林浴, o Forest Terapy
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Shinrin-yoku Giapponese, 森林浴, o Forest Terapy
Slow Life

Un’esperienza di immersione nella naturadi Marco ArezioNata negli anni 80 in Giappone, lo Shinrin-yoku è la pratica del “bagno nella foresta” una forma di terapia che prevede l’immersione nei boschi per coinvolgere i 5 sensi di cui disponiamo. Non c’è bisogno di andare in Giappone per sentirsi coinvolti nella sensazione di benessere che i boschi danno, infatti è sufficiente passeggiare per un paio d’ore, a ritmo lento, sui sentieri tracciati per poter trarne beneficio. E’ stato scientificamente provato che l’immersione nella natura migliora il sistema immunitario ed influisce positivamente sugli stati di stress, abbassando i livelli di cortisolo, e ansia leggera. Il positivo effetto sembra venga dalle sostanze che rilasciano gli alberi, i monoterpeni, che sono idrocarburi alifatici e i fitoncidi, oli essenziali rilasciati dalle cortecce degli alberi, tanto che in Giappone hanno istituito un settore di medicina forestale.

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https://www.rmix.it/ - Protezione degli impianti critici: come difendere le infrastrutture aziendali da sabotaggio e terrorismo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Protezione degli impianti critici: come difendere le infrastrutture aziendali da sabotaggio e terrorismo
Management

Valutazione delle minacce, strategie di risposta integrata e best practice per la sicurezza degli impianti industriali e delle infrastrutture critichedi Marco ArezioLa sicurezza degli impianti critici – siano essi centrali energetiche, impianti chimici, infrastrutture idriche, sistemi di telecomunicazione, o nodi logistici – rappresenta una delle sfide più delicate e complesse del panorama industriale moderno. Negli ultimi anni, il rischio di sabotaggio e di attacchi terroristici contro questi asset strategici ha assunto una dimensione prioritaria per imprenditori, dirigenti e responsabili della sicurezza aziendale, spinti dall’aumento delle tensioni geopolitiche, dalla diffusione di ideologie estremiste e dalla crescita esponenziale delle minacce ibride, che fondono azioni fisiche, informatiche e psicologiche. In questo contesto, garantire la protezione degli impianti critici non significa solo installare barriere fisiche, sistemi di videosorveglianza o rafforzare i controlli di accesso, ma implica un approccio integrato, basato su un’attenta valutazione delle minacce, la pianificazione preventiva delle risposte, la formazione del personale e la collaborazione attiva con le autorità e la comunità locale. Il valore degli impianti critici e le nuove frontiere delle minacce Gli impianti critici sono il cuore pulsante della produzione industriale e della tenuta di un intero territorio: la loro interruzione o compromissione può avere effetti devastanti su scala locale, nazionale e internazionale, generando blackout, contaminazioni, blocchi della mobilità e danni economici incalcolabili. Le minacce che gravano su queste strutture hanno cambiato pelle negli ultimi vent’anni: ai classici atti di vandalismo o furto si sono aggiunti il terrorismo, l’eco-sabotaggio, gli attacchi cyber-fisici, le azioni di gruppi antagonisti, nonché la possibile infiltrazione di personale ostile. L’attualità ci mostra come la vulnerabilità di questi siti venga costantemente testata, sia da organizzazioni terroristiche tradizionali sia da attori statuali e non statuali che operano in modo sofisticato, sfruttando le falle di sistema, le debolezze delle catene di fornitura, o le disattenzioni del personale interno. Valutazione delle minacce: un processo dinamico e multidimensionale Il primo passo per la costruzione di un sistema difensivo efficace è la valutazione sistematica delle minacce (Threat Assessment). Questo processo non può essere statico, ma deve evolvere costantemente, integrando fonti di intelligence, report delle forze dell’ordine, analisi dei rischi specifici del settore e feedback raccolti a livello interno. Ecco alcuni principi chiave di questa valutazione: - Identificazione delle criticità: mappare i punti più sensibili dell’impianto (centrali di controllo, depositi di materiali pericolosi, accessi secondari, reti informatiche, nodi logistici) e classificarli in base al danno potenziale in caso di attacco. - Analisi delle minacce note ed emergenti: monitorare costantemente le evoluzioni del panorama criminale e terroristico, sia a livello locale che globale, considerando anche le nuove tecniche di attacco (droni, attacchi ransomware a sistemi SCADA, manipolazione della supply chain). - Vulnerabilità interna: valutare la possibilità che l’attacco venga facilitato da soggetti interni (insider threat), attraverso accessi non autorizzati, social engineering o semplici negligenze. - Scenari di rischio: sviluppare scenari realistici (best case, worst case e plausibili) che mettano in evidenza le conseguenze dirette e indirette di un attacco riuscito. Questa analisi deve essere documentata, aggiornata e condivisa, almeno nei suoi aspetti essenziali, con il management e i responsabili delle diverse funzioni aziendali. Piani di risposta integrata: dalla prevenzione alla gestione della crisi Un piano di risposta integrata (Integrated Response Plan) deve prevedere misure preventive, azioni di deterrenza e procedure di gestione dell’emergenza, coordinando risorse umane, tecnologie e rapporti istituzionali. Alcuni pilastri fondamentali: 1. Sicurezza fisica e controllo degli accessi Barriere perimetrali, sistemi di allarme, videosorveglianza intelligente, badge biometrici e controllo costante dei punti di ingresso e uscita sono solo la base: occorre integrare queste soluzioni con il monitoraggio in tempo reale e la segmentazione degli accessi per livelli di autorizzazione. 2. Cybersecurity industriale La digitalizzazione degli impianti rende imprescindibile la difesa dei sistemi di automazione e controllo (ICS/SCADA), spesso oggetto di attacchi mirati. Vanno adottate politiche di patch management, segmentazione delle reti, monitoraggio degli accessi remoti e simulazioni di incident response specifiche per i sistemi OT (Operational Technology). 3. Formazione e cultura della sicurezza Il personale deve essere costantemente formato e aggiornato su procedure di sicurezza, protocolli di allerta e comportamenti da adottare in caso di situazioni sospette. Simulazioni periodiche di attacco e gestione dell’emergenza (security drills) sono strumenti insostituibili per allenare la reattività e individuare falle nei processi. 4. Collaborazione con le autorità È essenziale instaurare un canale continuo con forze dell’ordine, prefetture, servizi di intelligence, protezione civile e, laddove presenti, organismi di settore (es. CERT per il cyber, comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica). La condivisione tempestiva di informazioni è spesso decisiva per prevenire o limitare i danni di un attacco. 5. Piano di gestione della crisi Ogni impianto deve disporre di un Crisis Management Plan chiaro, che includa: la mappa delle responsabilità, i numeri di emergenza, le procedure di evacuazione e isolamento, la comunicazione interna ed esterna (inclusa la gestione dei media), il ripristino delle attività e il supporto psicologico al personale. L’importanza della resilienza e dell’aggiornamento continuo La sicurezza degli impianti critici non è mai definitiva: ogni nuova tecnologia, ogni cambiamento nella struttura aziendale o nel contesto geopolitico può generare nuove vulnerabilità. Ecco perché è indispensabile adottare un approccio proattivo, che punti sulla resilienza organizzativa e sulla capacità di apprendere dagli eventi, anche minori. Audit periodici, stress test, analisi forense post-evento e il confronto con best practice internazionali sono elementi irrinunciabili per mantenere il sistema di protezione sempre allineato con i rischi reali. Conclusioni: investire in sicurezza è investire nel futuro Per imprenditori e responsabili della sicurezza, la sfida è integrare la protezione degli impianti critici nella strategia aziendale, considerandola non come un costo ma come un investimento fondamentale per la sostenibilità, la continuità operativa e la reputazione stessa dell’azienda. In un mondo interconnesso e imprevedibile, solo chi sarà capace di anticipare le minacce e di rispondere in modo coordinato potrà garantire la solidità della propria impresa e del tessuto produttivo di cui fa parte. © Riproduzione VietataFonti ENISA (European Union Agency for Cybersecurity) – “Good Practices for Security of Critical Information Infrastructures” CISA (Cybersecurity & Infrastructure Security Agency, USA) – “Securing Industrial Control Systems” ANSSI (Agence nationale de la sécurité des systèmes d'information, Francia) – “Recommandations de sécurité pour les systèmes industriels” NIST (National Institute of Standards and Technology, USA) – “Guide to Industrial Control Systems (ICS) Security” Europol – “Terrorist Threat Assessment Reports” Ministero dell’Interno, Italia – “Linee guida per la protezione delle infrastrutture critiche” OSCE – “Good Practices Guide on Non-Nuclear Critical Infrastructure Security” Resilient Organisations – “Building Organisational Resilience to Critical Infrastructure Disruptions”

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https://www.rmix.it/ - La Casa che Cammina: Visione, Riciclo e Rinascita della Materia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Casa che Cammina: Visione, Riciclo e Rinascita della Materia
Slow Life

Colori recuperati, carta rigenerata e immaginazione sostenibile in questa opera d'arteQuest’opera nasce come una piccola architettura visionaria, un ibrido tra creatura e macchina, sospesa in un universo nero che la fa vibrare come un organismo luminoso in viaggio nel proprio mondo interiore. Le sue forme geometriche, volutamente instabili e gioiose, evocano un edificio che cammina, una casa nomade dotata di carattere, mentre i dettagli circolari e le figure laterali suggeriscono presenze che osservano, dialogano, si muovono. Tutto appare vivo, in evoluzione, come se la scena appartenesse a un sogno in cui la materia decide di reinventarsi. Il messaggio che arriva allo spettatore è immediato: niente è statico, niente è definitivo. L’opera trasmette un senso di libertà creativa, di gioco, di immaginazione non filtrata. E lo fa con un linguaggio che unisce ironia e profondità, mostrando che anche ciò che nasce da materiali umili—colori riciclati, carta recuperata, pigmenti ridati a nuova vita—può diventare racconto, simbolo, poesia visiva. La superficie è vibrante, imperfetta, volutamente materica: ogni pennellata è memoria di ciò che esisteva prima, trasformato senza cancellarne l’origine. È un’opera che parla di rinascita, di speranza e di possibilità, ma anche di sguardo critico verso ciò che scartiamo. Quel “mondo che cammina”, costruito di geometrie fantastiche e colori riciclati, mostra come la creatività possa superare il concetto stesso di rifiuto, trasformandolo in visione. Guardandola attentamente, si percepisce un equilibrio tra caos e armonia, tra stratificazione e leggerezza: una sorta di macchina emotiva che invita a immaginare mondi in cui tutto può essere ricostruito, reinventato, rimesso in circolo.ACQUISTA IL LIBRO Questa opera non chiede soltanto di essere guardata: chiede di essere ascoltata. Nella sua stravaganza, nella sua architettura quasi infantile e al tempo stesso sofisticata, ci ricorda che la sostenibilità non è solo un gesto tecnico, ma un atto poetico. Un modo per restituire vita alla materia e, forse, anche a noi stessi.L'opera è in vendita in formato 24x36 cm. scrivendo a info@arezio.it © Riproduzione Vietata #marcoarezio #artedelriciclo

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https://www.rmix.it/ - Quale futuro per il mercato dei polimeri da post consumo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quale futuro per il mercato dei polimeri da post consumo?
Economia circolare

L’economia circolare che cresce in molti paesi nel mondo, i prezzi del petrolio, la concorrenza dei polimeri verginidi Marco ArezioLa raccolta differenziata ci restituiva, dopo la trasformazione, una materia prima per la produzione di granuli, macinati e densificati  (polimeri post consumo) adatti alla produzione di prodotti plastici, consentendoci di chiudere il cerchio dell’economia circolare. Ora il mondo sta cambiando e dobbiamo ripensare ad un modello produttivo e distributivo che non consideri più la Cina come mercato prevalente e che possa trovare una soluzione verso la competizione con i prezzi delle materie prime vergini. Un tempo c’era la Cina, che fagocitava tutto lo scarto di basso valore delle materie prime in balle provenienti dalla raccolta differenziata mondiale, lasciando, a noi occidentali, l’illusione che avessimo fatto tutto il dovuto per creare un circolo virtuoso sui rifiuti. Raccolta, selezione, impiego dei materiali da post consumo più nobili attraverso la produzione di polimeri, vendita in Cina dello scarto non utilizzato e distribuzione dei polimeri “vendibili” nei mercati remunerativi: questo era il lavoro delle economie del riciclo occidentali. Fino al 2017 la nostra economia circolare ruotava intorno a questo paradigma e ci siamo illusi di poter creare un business verde e remunerativo con questo sistema. Ma quando la Cina ha deciso di non acquistare più le balle di rifiuti plastici, i riciclatori si sono divisi in due categorie: Chi raccoglieva dal mercato il rifiuto post consumo e post industriale, vendendolo come materia prima non lavorata, ha subito compreso la pericolosità commerciale e le conseguenze che questo stop poteva creare nel futuro. Infatti in pochi mesi i mercati occidentali si sono riempiti di rifiuti plastici di scarsa qualità che non avevano più una immediata collocazione.Chi si occupava della lavorazione dei rifiuti da post consumo, acquistando prevalentemente alle aste nazionali il rifiuto sotto forma di plastica mista che proveniva dalle nostre città. Approfittando del blocco delle importazioni Cinesi dei rifiuti plastici hanno iniziato a vendere lo stesso prodotto sotto forma di granulo. Tutti, chi più chi meno, hanno approfittato delle opportunità che questo mercato offriva, sotto forma di importanti contratti in termini di tonnellate vendute mensilmente e pagamenti in anticipo, facendo la felicità degli imprenditori. Pochi hanno pensato che la festa potesse finire e, quindi, non si sono posti il problema di investire per qualificare il prodotto, in quanto oggettivamente, sia l’LDPE, che il PP o PP/PE, miscele composte dagli scarti del post consumo, sono molto sensibili e instabili nella qualità. Inoltre, in alcuni casi, il mercato cinese ricercava granuli di valore molto basso, con l’obbiettivo di comprimere il più possibile il prezzo, in modo da poter dare spazio a tutti gli intermediari commerciali. Una parte dello scarto delle lavorazioni del post consumo veniva “aggiunta” nel granulo per ridurre gli scarti da portare in discarica e abbassare il costo del granulo. Un prodotto così squalificato che prospettive può avere oggi? Forse abbiamo perso tempo prezioso perché oggi si intravedono alcuni problemi non facili da risolvere: Il mercato cinese probabilmente non tornerà indietro, accettando di diventare ancora la pattumiera del mondo, né sotto forma di balle di materie plastiche né di polimeri riciclati da post consumo di bassa qualità. Con il passare degli anni, Pechino aumenterà la quota di raccolta differenziata e avrà a disposizione sempre più materia prima per produrre i polimeri da post consumo che ha sempre comprato in Occidente sotto forma di rifiuto, macinato o granulo. Il governo sta andando verso una politica di economia circolare in tutti i settori sociali, che sia nell’ambito dei rifiuti, delle energie rinnovabili e del controllo dell’inquinamento.I produttori occidentali non hanno investito abbastanza e in tempo per aumentare la qualità dei polimeri da post consumo, attraverso ricette, metodi selettivi, accordi tecnici con i produttori di prodotti del packaging, che riducessero i problemi prestazionali che l’input da genera, puntando solo a minimizzare i costi di produzione, per avere un prezzo sempre più competitivo che svuotasse ogni mese il loro magazzino delle materie prime. Si è considerata quasi esclusivamente l’importanza della quantità e ben poco alla qualità del prodotto. L’economia circolare funziona se le materie plastiche riciclate potranno competere sempre più con quelle vergini nell’uso su larga scala, ma se la qualità rimane molto distante, non c’è prezzo o obbligo nell’uso che ne permetta una grande diffusione. Finché il rating, che il mercato dà ai polimeri realizzati con il materiale da post consumo, rimane a livello “spazzatura”, sarà difficile ipotizzare un vero incremento dei consumi.La variabile del prezzo del greggio, con i ribassi mai visti fino ad oggi che sembrerebbe possano mantenersi nel breve periodo, spinge la competizione economica tra le materie prime vergini e le materie riciclate, portando ad una forte discriminante all’uso di quest’ultima. Nemmeno i polimeri da post consumo di più alta qualità, come per esempio l’HDPE da soffiaggio o estrusione, riuscirebbero a reggere un confronto commerciale con i polimeri vergini, se non ci fosse, in alcuni casi per questioni di marketing, l’obbligo all’uso delle materie prime riciclate.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - polimeri post consumoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
Economia circolare

Nell’ottica dell’economia circolare sono state identificate alcune tipologie di fanghi di depurazione utilizzabili, ma lo smaltimento rimane complesso di Marco ArezioSembra una lotta già vista in altri settori tra i prodotti eco compatibili e quelli di derivazione industriale che tanto ha interessato la popolazione e un po’ meno la politica. Come per la plastica, il vetro, il legno, la carta e metalli, esiste una competizione sotto traccia tra prodotto “vergine” e prodotto da riuso. Il fango di depurazione è un altro esempio della complicata normativa che regge il mercato dei rifiuti rispetto alle esigenze sul territorio degli operatori del settore. Esistono, in alcune aree, divieti assoluti nell’utilizzo di questi fanghi trattati e libertà di utilizzo in altre, complice anche una normativa che in alcuni paesi è ancora del secolo scorso. Ma cosa è il fango da depurazione? Le cosiddette acque nere delle reti fognarie che confluiscono nei depuratori cittadini, vengono trattate meccanicamente, biologicamente e chimicamente in modo da rendere il fluido di risulta adatto alla reimmissione in natura senza creare alterazioni nell’ecosistema. Queste operazioni creano uno scarto di lavorazione che è composto da un fango contenente parti organiche e inorganiche in gran parte biodegradabili. I fanghi si dividono in fanghi primari e secondari. I primari sono costituiti prevalentemente in: Organici, quali la cellulosa gli zuccheri i lipidi e le proteine, che sono facilmente biodegradabili Inorganici, quali la sabbia gli ossidi metallici e i carbonati Organici non facilmente biodegradabili, come le fibre le gomme e semi I fanghi secondari sono costituiti prevalentemente da: Solidi sospesi che non sono stati trattenuti dalla sedimentazione primaria Solidi prodotti direttamente dall’impianto, quali sostanze che non vengono attaccate dai batteri e solidi disciolti biodegradabili che vengono attaccate dai batteri. Senza entrare nello specifico delle differenze chimiche dei fanghi primari e secondari e sul loro diverso trattamento in un impianto di depurazione possiamo dire che i fanghi secondari sono i più ricchi di nutrienti, come l’azoto e il fosforo rispetto ai primari, quindi più adatti ad un uso in agricoltura. Quelli primari, invece, hanno un potere calorifico maggiore dei secondari biologici e quindi più indicati allo smaltimento per incenerimento. In realtà, per le difficoltà che le normative ambientali stanno ponendo, una consistente frazione di fanghi, che potrebbero essere utilizzati in agricoltura, si sta accumulando nei depositi in quanto non trovano uno sbocco commerciale. Se consideriamo che la produzione dei fanghi da depurazione non si ferma mai, in quanto le acque nere confluiscono ogni giorno nei depuratori, l’enigma di dove collocarli aumenta sempre più ogni giorno. Il problema non è solo per gli impianti di depurazione, ma coinvolge anche gli agricoltori che sono costretti ad usare concimi chimici quando la natura ci dà le stesse sostanze che necessita la terra sotto forma di liquami trattati. I metodi per affrontare questa emergenza vede la reazione degli operatori divisi tra passivi e attivi. Per passivi intendiamo le soluzioni tecniche che mirano, attraverso metodi di gestione del ciclo di depurazione, alla riduzione della quantità di fango di risulta. Tra quelli attivi troviamo proposte per trasformare il fango in “gesso di defecazione” ottenendo un prodotto che non è più da considerare rifiuto, ma come un additivo che può essere utilizzato in agricoltura come correttivo delle ricette di concimazione. Un altro progetto è la “carbonizzazione accelerata del fango” attraverso la permanenza dei fanghi in un’autoclave ad alta pressione (18 bar) e ad alta temperatura (190°). Così facendo si genera una trasformazione dei fanghi in un prodotto definito “biocarbone”. Una ulteriore linea di smaltimento è quella di mischiare i fanghi di depurazione, attraverso un impianto di iniezione dei fanghi disidratati, ai processi di combustione dei rifiuti, creando una co-combustione che utilizzerebbe una percentuale di fanghi tra il 7 e 8% rispetto ai rifiuti immessi.Categoria: notizie - fanghi - economia circolare - riciclo - rifiuti - fanghi di depurazione

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https://www.rmix.it/ - Risotto alla Zucca Sostenibile: Tradizione Italiana e Gusto Etico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Risotto alla Zucca Sostenibile: Tradizione Italiana e Gusto Etico
Slow Life

Una ricetta semplice e genuina per quattro persone, con ingredienti di stagione e a basso impatto ambientale, da accompagnare con un buon bicchiere di vino bianco biologicoCi sono piatti che raccontano una stagione meglio di qualsiasi parola, e il risotto alla zucca è uno di questi. Lo proponiamo perché rappresenta un gesto di attenzione verso la natura e verso chi siede alla nostra tavola: la zucca è un ortaggio di stagione, ricco di colore e di dolcezza naturale, che non ha bisogno di trattamenti intensivi né di lunghi trasporti per arrivare nelle nostre cucine. È un ingrediente povero e al tempo stesso generoso, che porta calore e leggerezza nei mesi freddi. Prepararlo diventa un atto di consapevolezza: scegliere prodotti locali e di stagione riduce l’impatto ambientale e ci regala un sapore autentico, senza mediazioni.Questa ricetta è pensata per quattro persone e segue il ritmo lento di una cucina che si prende cura del tempo e dei dettagli.Ingredienti per 4 persone- 320 g di riso Carnaroli (possibilmente da coltivazioni sostenibili)- 400 g di zucca mantovana o delica, pulita e tagliata a cubetti- 1 cipolla dorata piccola- 1 rametto di rosmarino fresco- 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva biologico- 1 litro di brodo vegetale (ottenuto con scarti di verdure di stagione)- Sale e pepe q.b.- 2 cucchiai di lievito alimentare in scaglie (alternativa vegetale al formaggio, opzionale)PreparazioneSi comincia con calma, preparando un brodo vegetale con bucce e scarti di sedano, carota e cipolla: nulla va sprecato, e ciò che solitamente finirebbe nei rifiuti diventa base profumata per il nostro piatto. In una casseruola capiente si scalda l’olio, si aggiunge la cipolla tritata finemente e la si lascia appassire dolcemente, fino a renderla trasparente. È il momento di unire la zucca, che in pochi minuti rilascia il suo colore vivo e una dolcezza delicata.Si versa il riso e lo si lascia tostare, mescolando, così da catturare i profumi e prepararsi ad assorbire lentamente il brodo caldo, che verrà aggiunto un mestolo alla volta. Il segreto del risotto è proprio qui: la pazienza. Mentre il riso cuoce, il rosmarino sprigiona il suo profumo resinoso che bilancia la dolcezza della zucca. In circa 18 minuti il piatto è pronto: cremoso, avvolgente, senza bisogno di burro o parmigiano, perché la zucca regala naturalmente quella consistenza vellutata che fa di questo risotto un comfort food sostenibile.Se si desidera un tocco in più, il lievito alimentare donerà note leggermente sapide e aromatiche.ImpiattamentoPer esaltare la bellezza del piatto, si consiglia di servirlo in piatti fondi bianchi o color crema, in modo che l’arancione intenso della zucca risalti. Un rametto di rosmarino fresco appoggiato delicatamente al centro o un filo d’olio extravergine a crudo completeranno la presentazione, dando eleganza e semplicità al tempo stesso.Il vino da abbinareUn bicchiere di Soave Classico o un Vermentino ligure accompagna questo risotto in modo armonico: freschezza e note floreali che alleggeriscono la dolcezza della zucca e ne esaltano i profumi. La scelta del vino non è casuale: puntare su etichette bio o a filiera corta significa proseguire nel segno della sostenibilità anche a tavola.

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https://www.rmix.it/ - Scarponi da Sci: Le Nuove Frontiere dei Polimeri Plastici e la Sfida della Sostenibilità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Scarponi da Sci: Le Nuove Frontiere dei Polimeri Plastici e la Sfida della Sostenibilità
Notizie Generali

Dai materiali high-tech alle iniziative di riciclo, ecco come l’industria degli scarponi da sci sta cambiandodi Marco Arezio La tecnologia degli scarponi da sci ha compiuto un balzo evolutivo negli ultimi anni. Un tempo dominati da polimeri plastici “tradizionali” come il poliuretano e il polipropilene, oggi i materiali utilizzati per produrre gli scarponi si stanno trasformando, spinti dalla doppia esigenza di aumentare le prestazioni e ridurre l’impatto ambientale. Una delle innovazioni più interessanti è rappresentata dall’uso di Grilamid, un tipo di poliammide che si è imposto soprattutto nel mondo dello scialpinismo per via della sua incredibile leggerezza unita a una sorprendente resistenza meccanica. È un materiale che regge bene alle basse temperature e che consente ai produttori di scarponi di creare prodotti performanti ma meno pesanti, riducendo la fatica dello sciatore. Accanto al Grilamid troviamo anche il Pebax, un elastomero termoplastico usato nei modelli più tecnici, apprezzato per la sua capacità di mantenere flessibilità anche in condizioni di freddo estremo. Queste nuove plastiche high-tech rappresentano un passo in avanti per chi cerca precisione, comfort e controllo, soprattutto in ambito agonistico o freeride. Ma la vera novità, quella che segna un cambio di paradigma, è che questi materiali non vengono più scelti solo per le loro caratteristiche tecniche: oggi la sostenibilità ambientale è entrata ufficialmente nella lista delle priorità. Riciclare gli scarponi: da sogno a realtà concreta Fino a pochi anni fa, pensare al riciclo degli scarponi da sci sembrava un’utopia. Troppi materiali diversi, incollati e fusi tra loro, e poca attenzione alla loro dismissione. Ma qualcosa è cambiato. Alcuni produttori si stanno muovendo in modo concreto per offrire soluzioni più responsabili. Uno degli esempi più emblematici è quello del gruppo Tecnica con il progetto “Recycle Your Boots”, che punta al recupero degli scarponi dismessi attraverso un sistema di raccolta, smontaggio e riutilizzo delle componenti. L’obiettivo non è solo recuperare plastica e metallo, ma anche creare una filiera circolare, in cui ciò che viene dismesso possa rientrare nella produzione di nuovi scarponi o altri articoli sportivi. Un'altra realtà che ha fatto parlare di sé è Phaenom, un brand emergente che ha presentato scarponi realizzati con una significativa percentuale di materiali riciclati. La loro filosofia si basa sulla modularità: ogni parte dello scarpone può essere smontata, riparata, sostituita o riciclata. Non si tratta solo di un esercizio di stile, ma di una vera e propria visione del prodotto come oggetto durevole e rigenerabile. Anche altri grandi nomi del settore stanno esplorando l’uso di plastiche riciclate post-industriali e materiali bio-based, come plastiche derivate da oli vegetali o da amido di mais. Queste alternative sono ancora in fase sperimentale, ma il loro potenziale è notevole. Le sfide della sostenibilità Certo, la strada verso una produzione completamente sostenibile è ancora lunga e disseminata di ostacoli. La complessità costruttiva degli scarponi – composti da scafo esterno, scarpetta interna, ganci metallici, suole e parti in gomma – rende difficile separarli a fine vita per un riciclo efficiente. Inoltre, le bio-plastiche, pur essendo una promettente alternativa ai polimeri fossili, non sono ancora in grado di offrire le stesse prestazioni meccaniche richieste da chi scia in condizioni estreme. La durabilità resta quindi un fattore chiave, anche dal punto di vista ambientale: uno scarpone che dura più a lungo, magari con componenti sostituibili, è anche più sostenibile. Infine, manca ancora una rete diffusa di raccolta e riciclo a livello europeo. Senza un’infrastruttura logistica che accompagni il prodotto dalla vita all’obsolescenza, anche i progetti più virtuosi rischiano di rimanere confinati a esperienze pilota. Un nuovo modo di pensare l’attrezzatura da sci Nonostante le difficoltà, il settore degli scarponi da sci sembra aver imboccato una nuova direzione. Sempre più brand propongono modelli che coniugano alta tecnologia e responsabilità ambientale, mettendo sul mercato scarponi che non solo performano meglio, ma sono anche pensati per essere rigenerati, riciclati o prodotti con meno risorse. Il futuro è nelle mani di una nuova generazione di sciatori e di aziende che credono che l’innovazione non sia solo velocità e controllo, ma anche rispetto per le montagne su cui si scia. E, a ben vedere, è proprio questa la vera sfida: costruire attrezzature che ci portino lontano, senza lasciare impronte pesanti dietro di noi.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 7.1: Il Geologo e la Casa dei Ravelli
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 7.1: Il Geologo e la Casa dei Ravelli
Slow Life

L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 7.1: Il Geologo e la Casa dei RavelliNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 7.1: Il Geologo e la Casa dei RavelliL’appuntamento era fissato per le dieci e trenta all’Albergo Monte Toro, il rifugio che Marina Ravelli aveva scelto come base dei suoi ritorni a Foppolo. Fuori, la neve cadeva lenta e fitta, in silenzio, coprendo ogni cosa con un candore ingannevole. Il paese sembrava sospeso tra due mondi: quello reale e quello dei ricordi. Marco Anselmi, nella piccola hall, fissava l’orologio del bancone con l’impazienza di chi sa che ogni minuto d’attesa pesa come un presagio. Giorgio avrebbe impiegato più di due ore per salire da Bellano, ma Marina non dubitava della sua puntualità. Conosceva quel tipo di uomini: metodici, testardi, incapaci di prendere la vita con leggerezza. Geologo di professione, amante delle montagne per vocazione, Giorgio aveva una reputazione solida nel mondo delle analisi ambientali e dei terreni. Alle dieci e ventotto, il ronzio di un motore in salita annunciò il suo arrivo. La Fiat Panda 4x4 verde scuro, impolverata, fischiava nelle curve come un vecchio aereo che si ostina a volare. Giorgio la trattava come un compagno di spedizioni: la carrozzeria segnava i ricordi di viaggi e campioni geologici, il sedile posteriore era pieno di mappe, martelli, corde e strumenti. Sopra i cento all’ora, la macchina tremava come un animale stanco, ma lui non se ne curava. “Quando un mezzo ti porta dove devi arrivare,” ripeteva, “non chiedergli di essere comodo.”...ACQUISTA IL LIBRO

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