Corenno Plinio: Il Borgo Medievale sul Lago di Como tra Storia, Natura e LetteraturaScopri Corenno Plinio, il gioiello medievale senza strade, perfetto per il turismo lentodi Marco ArezioSe esiste un luogo capace di trasportarti in un’altra epoca, quel luogo è Corenno Plinio. Adagiato sulle sponde orientali del Lago di Como, questo piccolo borgo medievale sembra sospeso nel tempo, custodendo un fascino che conquista il cuore di chi lo visita. Qui non ci sono strade asfaltate né traffico, ma solo silenziose scale in pietra che si intrecciano come vene di storia, portandoti a scoprire angoli nascosti, panorami mozzafiato e un’atmosfera unica. Corenno Plinio è il luogo perfetto per chi cerca una fuga dalla frenesia moderna, per chi desidera camminare lentamente, sentire il rumore dei propri passi sulle pietre antiche e lasciarsi abbracciare dal silenzio. Ma non è solo un’esperienza visiva: questo borgo è anche un viaggio nella cultura e nella letteratura. Le sue viuzze e il suo castello sembrano fatti apposta per raccontare storie, e non a caso hanno ispirato romanzi che mescolano il fascino della storia con i drammi dell’animo umano. Visitare Corenno Plinio non significa semplicemente scattare una foto o trascorrere qualche ora in un borgo pittoresco. Significa immergersi in un mondo diverso, dove ogni dettaglio parla di un passato vivo e pulsante, e dove il lago e le montagne raccontano di leggende, di viandanti e di scrittori che hanno trovato in questo luogo una fonte inesauribile di ispirazione. Che tu sia un appassionato di trekking, un lettore curioso, o semplicemente un viaggiatore in cerca di autenticità, Corenno Plinio saprà conquistarti con la sua bellezza discreta e la sua anima senza tempo. Preparati a partire per un viaggio che non si limita allo spazio, ma ti porterà anche dentro di te. Un Borgo di Scale e Silenzi Corenno Plinio non è un paese come gli altri. Qui non troverai strade rumorose o traffico, ma una trama di scale in pietra che si arrampicano come un’antica poesia scolpita nel paesaggio. Ogni gradino ti avvicina all’essenza del borgo: un piccolo porto lambito dal Lago di Como, il Castello medievale che domina dall’alto, e la Chiesa di San Martino, custode di silenzi e misteri. Passeggiando per i suoi vicoli, sembra di ascoltare le storie di chi vi ha vissuto secoli fa. Ogni pietra racconta di un tempo lontano, quando i pescatori tornavano con le reti piene e il castello vegliava sulla vita del borgo. L’aria profuma di antico, e i panorami mozzafiato sul lago sembrano dipinti su una tela vivente.La Storia di Corenno Plinio: Un Viaggio attraverso i Secoli Corenno Plinio è un borgo medievale le cui origini risalgono all’alto medioevo, un’epoca in cui il Lago di Como rappresentava una via di comunicazione strategica e un luogo di insediamento sicuro. Situato sulla sponda orientale del lago, il paese deve il suo nome alla famiglia Curinno, che qui ebbe grande influenza nel Medioevo. Il secondo appellativo, "Plinio", fu aggiunto in omaggio al celebre Plinio il Giovane, scrittore e filosofo romano, anche se non vi sono prove dirette di un suo legame con il borgo.Grazie alla sua posizione strategica, Corenno Plinio divenne un importante punto di controllo e difesa, nonché un luogo di passaggio per mercanti e pellegrini. Il borgo conserva ancora oggi il suo assetto originario, dominato dal Castello di Corenno Plinio e dalla Chiesa di San Martino, che testimoniano il passato glorioso e le tradizioni di questa piccola comunità lacustre.Il Castello di Corenno Plinio: Sentinella sul Lago Il Castello di Corenno Plinio, costruito nel XIV secolo dai conti Andreani, è il simbolo del borgo e della sua storia. Situato sulla sommità del paese, il castello domina il lago e offre una vista spettacolare sul paesaggio circostante. Originariamente costruito per scopi difensivi, il castello aveva mura spesse e torri di avvistamento che proteggevano gli abitanti dagli attacchi provenienti sia dalla terraferma che dal lago.Oggi, il castello conserva parte delle sue mura e torri, ma ciò che lo rende unico è la sua posizione panoramica. Dalla sommità, si può ammirare il Lago di Como in tutta la sua bellezza, mentre le scale che lo collegano al borgo sembrano un prolungamento naturale del paesaggio. Questo luogo, ricco di suggestioni, non è solo una testimonianza storica, ma anche una meta che invita alla riflessione e alla contemplazione.La Chiesa di San Martino: Fede e Storia Accanto al castello si trova la Chiesa di San Martino, costruita nel XIII secolo. Questo edificio sacro, dedicato al santo patrono dei soldati e dei viandanti, è un esempio di architettura romanica che riflette la semplicità e la spiritualità del borgo. La chiesa, con la sua facciata in pietra e il campanile che si staglia verso il cielo, è un luogo di pace e meditazione.All’interno, si possono ammirare affreschi antichi e un’atmosfera che sembra racchiudere i secoli di devozione dei suoi abitanti. La chiesa custodisce anche lapidi e monumenti funebri delle famiglie nobili locali, tra cui quella dei conti Andreani, che furono i signori del castello e del borgo.Le Scale della Morte e il Cimitero Monumentale Un altro elemento distintivo di Corenno Plinio è il suo cimitero monumentale, situato accanto alla chiesa. Per accedervi, bisogna percorrere le cosiddette Scale della Morte, un insieme di gradini in pietra che conducono a un’area sacra ricca di fascino e mistero. Il cimitero, con le sue tombe antiche e le sculture in pietra, è una testimonianza dell’intenso legame del borgo con la spiritualità e la tradizione.Le lapidi intagliate e le croci in ferro battuto raccontano le storie delle famiglie che hanno vissuto e prosperato in questo luogo. La posizione del cimitero, affacciato sul lago, aggiunge un tocco poetico al luogo, rendendolo non solo un sito di memoria, ma anche un angolo di bellezza unica.Il Porto e la Vita sul Lago Nonostante le sue dimensioni ridotte, Corenno Plinio vanta anche un piccolo porto che un tempo rappresentava un punto nevralgico per il commercio e la pesca. Il porto, oggi utilizzato principalmente per piccole imbarcazioni private, è un luogo che conserva l’atmosfera del passato. Qui, i pescatori del borgo tornavano con il loro bottino, e i mercanti caricavano e scaricavano le merci che viaggiavano lungo il lago.Passeggiare lungo il porto significa immergersi in un tempo in cui il lago non era solo una bellezza da contemplare, ma una risorsa fondamentale per la vita quotidiana. Le acque calme e i panorami circostanti rendono questo luogo ideale per rilassarsi e ammirare la natura. Corenno Plinio nei Romanzi – Le Ombre della Letteratura Non è un caso che Corenno Plinio sia diventato un luogo prediletto per la narrativa. La sua atmosfera unica, quasi irreale, ha ispirato scrittori come Marco Arezio, autore di “Ombre di Ambizione”, un romanzo che puoi leggere sul blog rMIX. La storia intreccia la bellezza del borgo con le vite di personaggi tormentati da ambizioni e conflitti, mentre il lago diventa una metafora delle loro profondità interiori. Leggere “Ombre di Ambizione” e poi passeggiare per le stesse scale e piazze è un’esperienza indimenticabile. Ti sembrerà di vedere i personaggi prendere vita davanti a te, le loro voci mescolarsi con il vento e i loro passi echeggiare sulle pietre antiche. Ma non è tutto. Il borgo ha influenzato anche altre penne illustri. Alessandro Manzoni, nei suoi “Promessi Sposi”, racconta un paesaggio che richiama queste rive del lago, o come I promessi sposi di Corenno di Roberto Pozzi. Corenno Plinio è, per molti versi, un libro aperto che attende solo di essere letto.Il Sentiero del Viandante – Dove la Natura Sposa la Storia Se Corenno Plinio è un gioiello di pietra, il Sentiero del Viandante è la cornice di smeraldo che lo abbraccia. Questo antico percorso, che corre lungo la costa orientale del Lago di Como, è un invito a camminare lentamente, assaporando ogni passo e ogni vista mozzafiato. Partendo da Corenno, il sentiero si snoda tra boschi profumati, antichi ponti in pietra e borghi incantati come Dervio e Varenna. Ogni curva del percorso offre nuovi panorami sul lago, che sembra scintillare sotto il sole come un diamante liquido. È un cammino che ti connette non solo alla natura, ma anche alla storia di questi luoghi, percorsi per secoli da viandanti, mercanti e pellegrini. Come Raggiungere Corenno Plinio, Dove Dormire e Cosa Assaggiare Raggiungere il borgoCorenno Plinio è facilmente accessibile, ma solo fino a un certo punto: qui l’avventura inizia con i tuoi passi. Da Lecco, sul lago di Como, prendi l’autobus o il treno fino a Dervio, poi prosegui a piedi seguendo le indicazioni per il borgo. Se arrivi in auto, puoi parcheggiare a Dervio e salire lungo un breve sentiero panoramico. Ogni passo ti avvicina alla magia. Se non desideri camminare puoi raggiungere comunque il paese in auto. Dove dormirePer vivere appieno l’atmosfera del lago, scegli i numerosi B&B nella zona di Dervio con accoglienti strutture a pochi passi da Corenno. Oppure ti consigliamo la "Casa del Poeta" a Dervio, che si trova nel centro storico, a 300 metri dalla stazione ferroviaria e sul famoso Sentiero del Viandante, a pochi minuti da Varenna e Bellano, sul lago di Como.Cosa assaggiareDopo una giornata di slow trekking, lasciati conquistare dai sapori locali della Taverna al Castello di Corenno Plinio (tel. +39 341 804249), dove potrai gustare le specialità del pesce di lago, accompagnate da un bicchiere di vino valtellinese. Corenno Plinio – Un Viaggio che Non Finisce Mai Ci sono luoghi che visiti una volta e rimangono un semplice ricordo. E poi ci sono luoghi che entrano nel cuore, come Corenno Plinio. Questo borgo medievale, incastonato tra le acque scintillanti del Lago di Como e i pendii verdi delle montagne, non è solo una destinazione turistica: è un’esperienza, una sensazione, una memoria che si rinnova ogni volta che ci pensi. L’atmosfera che ti avvolge A Corenno Plinio, tutto parla di lentezza e contemplazione. Il fruscio del vento tra le scale in pietra, che salgono e scendono come fili che tessono il borgo; il suono delle onde che lambiscono il piccolo porto, un tempo punto di arrivo per mercanti e viandanti; il profumo della pietra bagnata e della natura circostante. Ogni passo qui è un invito a rallentare, a lasciarti trasportare da un ritmo diverso, più vicino a quello della natura e del passato. Quando il sole si abbassa all’orizzonte, il lago si trasforma in uno specchio dorato che riflette il cielo e le sagome delle montagne. È un momento magico, che sembra dipinto per essere ricordato, e che ti fa sentire parte di qualcosa di più grande, di una storia che si snoda attraverso i secoli. Un luogo che si vive, non solo si visita Corenno Plinio è un’esperienza immersiva. Camminare lungo le sue strette scale è come leggere le pagine di un libro che racconta di un mondo antico, fatto di fatica e bellezza, di vita semplice ma intensa. Non ci sono distrazioni moderne qui, solo l’essenziale: il legame tra uomo e natura, tra passato e presente. E questo legame diventa ancora più forte se scegli di vivere il borgo attraverso i suoi racconti. Leggere un romanzo come “Ombre di Ambizione” di Marco Arezio, che trasporta tra le sue atmosfere e ne narra le storie, è come aggiungere una nuova dimensione alla tua visita. Ti ritrovi a vedere il borgo con occhi nuovi, cercando i dettagli che riconosci dalle pagine, immaginando i personaggi che vivono tra quelle scale e quelle pietre. Un viaggio che continua oltre il ritorno Il fascino di Corenno Plinio non finisce quando lasci il borgo. È un luogo che si radica dentro di te, che torna nei tuoi pensieri quando meno te lo aspetti. È il ricordo di un panorama che ti toglie il fiato, di un silenzio che parla più di mille parole, di una sensazione di pace che sembra introvabile altrove. Ogni volta che chiudi gli occhi, puoi risentire il suono dei tuoi passi sulle scale in pietra, rivivere la brezza del lago sul viso, rivedere quel tramonto che tingeva tutto di oro. E quando pensi a Corenno, ti rendi conto che non hai solo visitato un luogo: hai vissuto un momento unico, che rimane con te e che ti chiama a tornare, un giorno, per scoprire ancora di più.© Riproduzione Vietatafoto wikimedia
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Slow Life: l'Eccessivo Controllo di Sé e di ciò che ti è IntornoUna spesa di energie mentali e fisiche continue che ti prostra senza portarti significativi benefici Lascia che le cose si rompano, smetti di sforzarti di tenerle incollate. Lascia che le persone si arrabbino. Lascia che ti critichino, la loro reazione non è un problema tuo. Lascia che tutto crolli, e non ti preoccupare del dopo. Dove andrò? Che farò? Nessuno si è mai perso per la via, nessuno è mai rimasto senza riparo. Ciò che è destinato ad andarsene se ne andrà comunque. Ciò che dovrà rimanere, rimarrà comunque. Troppo sforzo, non è mai buon segno, troppo sforzo è segno di conflitto con l’Universo. Relazioni Lavori Case Amici e grandi amori.ACQUISTA IL LIBRO Consegna tutto alla Terra e al Cielo, annaffia quando puoi, prega e danza ma poi lascia che sbocci ciò che deve e che le foglie secche si stacchino da sole. Quel che se ne va, lascia sempre spazio a qualcosa di nuovo: sono le leggi universali. E non pensare mai che non ci sia più nulla di bello per te, solo che devi smettere di trattenere quel che va lasciato andare. Solo quando il tuo viaggio sarà terminato, allora finiranno le possibilità, ma fino a quel momento, lascia che tutto crolli, lascia andare. [Claudia Crispolti] Categoria: Slow life - vita lenta - felicità
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Cosa penserebbe Margaret Thatcher dell'immigrazione oggi?Un'analisi delle possibili politiche della "Dama di Ferro" per affrontare l'immigrazione contemporaneadi Marco ArezioCosa penserebbe Margaret Thatcher del problema dell'immigrazione oggi, con i flussi dall'Africa, dal sud America e dal Sud Est Asiatico? Quali politiche metterebbe in campo per contrastare l'immigrazione clandestina e regolarizzare i flussi? Margaret Thatcher, nota come "la Dama di Ferro", è stata una figura politica iconica del XX secolo, lasciando un'impronta indelebile sulla politica britannica e mondiale. Nata il 13 ottobre 1925 a Grantham, Inghilterra, da una famiglia di negozianti e politici locali, ha ricevuto una formazione rigorosa che le ha instillato i valori del duro lavoro, della determinazione e dell'auto-sufficienza. Formazione e inizio della carriera Thatcher studiò chimica al Somerville College di Oxford, dove si distinse non solo per i suoi risultati accademici ma anche per il suo attivo coinvolgimento in politica, diventando presidente dell'Associazione Conservatrice dell'Università di Oxford. Dopo la laurea, lavorò come chimica per alcuni anni prima di decidere di passare alla legge, qualificandosi come avvocato nel 1953.Ascesa politica La sua carriera politica iniziò nel 1959 quando fu eletta deputata per Finchley, un ruolo che mantenne per più di tre decenni. Durante gli anni '60 e '70, Thatcher ricoprì vari ruoli nel governo ombra conservatore e nel governo, incluso quello di Segretario di Stato per l'Educazione e la Scienza, dove la sua decisione di abolire il latte gratuito nelle scuole le guadagnò l'infelice soprannome di "Margaret Thatcher, la ladra del latte".Primo Ministro La sua vera ascesa al potere avvenne nel 1979, quando i conservatori vinsero le elezioni generali e Thatcher divenne la prima donna Primo Ministro nel Regno Unito. Durante i suoi undici anni di mandato, fino al 1990, ha implementato una serie di riforme radicali che hanno trasformato l'economia britannica e la società.Politiche principali Thatcher è meglio conosciuta per le sue politiche di deregolamentazione finanziaria, privatizzazione delle industrie statali e riduzione del potere dei sindacati. La sua stretta politica monetaria aveva lo scopo di combattere l'inflazione, ma portò anche a tassi di disoccupazione significativamente alti e a periodi di recessione. Queste misure, sebbene controverse, sono state criticate da molti per aver rivitalizzato l'economia britannica.Sul palcoscenico mondiale A livello internazionale, Thatcher era nota per la sua relazione stretta con il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, con cui condivideva visioni anticomuniste e un forte sostegno al libero mercato. Fu una critica feroce dell'Unione Sovietica, ma anche una delle prime leader occidentali a cogliere i segnali di cambiamento, stabilendo un rapporto con Michail Gorbačëv.Il suo governo giocò un ruolo cruciale nella Guerra delle Falkland del 1982, un conflitto tra il Regno Unito e l'Argentina per il controllo delle isole Falkland. La vittoria britannica nel conflitto rafforzò la sua posizione politica in patria.Fine del mandato Il suo approccio inflessibile a questioni come la tassa di poll tax e la crescente resistenza all'interno del suo partito portarono alla sua dimissione nel 1990. Dopo aver lasciato l'ufficio, Thatcher rimase un personaggio influente nella politica britannica e internazionale, sebbene divisivo.Eredità Margaret Thatcher è deceduta il 8 aprile 2013. La sua eredità è complessa; è stata una figura di rottura che ha trasformato l'economia britannica, ma le sue politiche hanno anche accentuato le divisioni sociali. Resta una delle figure più influenti e controverse della politica moderna, la cui vita e carriera continuano a ispirare ammirazione e dibattito. Intervista Immaginaria a Margaret ThatcherIntervistatore: Signora Thatcher, come valuta l'impatto dell'immigrazione africana sull'economia europea?Margaret Thatcher: L'immigrazione, quando gestita correttamente, può avere un impatto positivo sull'economia, portando nuova forza lavoro e stimolando la crescita. Tuttavia, è essenziale che l'integrazione nel mercato del lavoro sia efficace per evitare tensioni sociali e sfruttamento.Intervistatore: E sul sistema di welfare europeo?Margaret Thatcher: Il welfare deve essere sostenibile. Un'immigrazione non controllata può mettere sotto pressione i sistemi di welfare nazionali. È vitale equilibrare la generosità del welfare con la necessità di mantenere l'equilibrio fiscale e incentivare l'integrazione lavorativa degli immigrati.Intervistatore: Qual è il suo punto di vista sul ruolo delle ONG nel Mediterraneo?Margaret Thatcher: Le ONG svolgono un ruolo cruciale nel salvataggio di vite umane. Tuttavia, la loro azione deve essere coordinata con le politiche degli stati sovrani per garantire che non incoraggino involontariamente ulteriori pericolosi viaggi attraverso il Mediterraneo.Intervistatore: C'è chi sostiene che l'immigrazione africana sia una risorsa sottovalutata per l'Europa. Concorda?Margaret Thatcher: Assolutamente. Molti immigrati africani portano competenze, dinamismo e una volontà di contribuire alle nostre società che, se canalizzate correttamente, rappresentano una risorsa inestimabile. Dobbiamo essere aperti a riconoscere e valorizzare questi contributi.Intervistatore: Qual è la sua opinione riguardo alla politica dei "paesi sicuri" da cui limitare il diritto d'asilo?Margaret Thatcher: È importante distinguere tra chi fugge da persecuzioni e chi cerca migliori opportunità economiche. Tuttavia, questa distinzione non deve diventare un pretesto per negare protezione a chi ha realmente bisogno di asilo.Intervistatore: Crede che l'Unione Europea debba rinegoziare gli accordi di Dublino?Margaret Thatcher: Gli accordi di Dublino hanno mostrato notevoli limiti, soprattutto durante le crisi. Una rinegoziazione che conduca a una maggiore solidarietà tra gli stati membri e a una distribuzione più equa delle responsabilità è essenziale.Intervistatore: Come affronterebbe il problema del traffico di esseri umani?Margaret Thatcher: Il traffico di esseri umani è un crimine abominevole. Dovrebbe essere contrastato con pene severe per i trafficanti e cooperazione internazionale intensificata, inclusa la collaborazione con i paesi di origine e transito.Intervistatore: Qual è il ruolo dell'educazione nell'integrazione degli immigrati?Margaret Thatcher: L'educazione è fondamentale. Non solo favorisce l'integrazione lavorativa degli immigrati ma promuove anche la comprensione reciproca e il rispetto tra diverse culture, che sono la base per costruire società coese.Intervistatore: Infine, in che modo l'Europa può collaborare meglio con i paesi africani per gestire l'immigrazione?Margaret Thatcher: La collaborazione deve essere basata sul rispetto reciproco e sullo sviluppo congiunto. Incentivando investimenti in Africa che creino opportunità lavorative e migliorino le condizioni di vita, si può ridurre la necessità di emigrare. © Vietata la Riproduzione
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rNEWS: Bloomberg Valuta i Risultati Aziendale e gli Obbiettivi Dichiarati: chi Vince e chi PerdeBloomberg Valuta i Risultati Aziendale e gli Obbiettivi Dichiarati: chi Vince e chi PerdeLa società di consulenza Bloomberg ha redatto uno studio che ha analizzato alcune grandi società in settori differenti come quello del petrolio, delle forniture energetiche, delle miniere e del settore dei prodotti di consumo.Il lavoro si basava sugli obbiettivi societari dichiarati in termini di impatti produttivi e sui risultati circa il loro rispetto. Total, come si legge nel comunicato, è risultata tra quelle società che hanno conseguito il punteggio più alto. Nello specifico, il 13 aprile, BloombergNEF ha pubblicato il suo primo studio sull'allineamento delle strategie aziendali con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite. Con un punteggio di 97/100, Total si è classificata al terzo posto a livello mondiale nel sondaggio, tra i quattro settori di attività studiati (Oil and Gas, Utilities, Metals & Mining, Consumer Goods) e primo nel suo settore. Lo studio, intitolato “UN Sustainable Development Goals for Companies: Primer” valuta le aziende sulla base di un'analisi di 10 categorie di criteri, in termini di integrazione degli SDGs nella loro strategia, identificazione dei loro impatti prioritari e obiettivi di miglioramento. La valutazione tiene anche conto della trasparenza della rendicontazione associata. Dal 2016, Total si è impegnata a contribuire al raggiungimento degli SDG e li utilizza come punto di riferimento per misurare e definire le priorità dei suoi impatti. Il Gruppo ha anche svolto un ruolo pionieristico nella rendicontazione relativa agli SDG contribuendo al lavoro della piattaforma creata nel 2017 da UN Global Compact e Global Reporting Initiative (GRI). “Total è risolutamente impegnata in una trasformazione che affronti le sfide dell'agenda di sviluppo sostenibile: combattere il riscaldamento globale, fornire soluzioni tangibili e promuovere attivamente una transizione giusta. Total vuole essere un punto di riferimento per l'impegno aziendale verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile e sono lieto che l'impegno dei nostri team sia stato riconosciuto con questa prima classifica ", ha affermato Patrick Pouyanné, Presidente e Amministratore delegato di Total . Lo studio Bloomberg riconosce l'allineamento della strategia aziendale di Total con obiettivi climatici chiaramente dichiarati (SDG 13), la sua trasformazione in un'ampia azienda energetica con progetti tangibili di energia a basse emissioni di carbonio (SDG 7) e l'uso del suo peso economico e sociale, in particolare all'interno della propria catena di fornitura (SDG 8). Lo studio evidenzia anche il lavoro di Total sull'informativa trasparente, con la pubblicazione di report dettagliati sugli SDG. Total ritiene che la trasparenza sia essenziale per costruire rapporti di fiducia con i propri stakeholder e per porre il Gruppo in un percorso di miglioramento continuo.
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Perché le Cementerie Chiedono più Rifiuti non Riciclabili?L'Utilizzo di CSS nelle Cementerie: Una Soluzione Economica e Sostenibile per la Crisi Energetica e la Gestione dei Rifiutidi Marco ArezioIl settore della produzione del cemento è uno tra quelli energivori e, oggi, con l’aumento del prezzo del gas, il costo di produzione è esploso.Nei forni per la produzione di cemento è possibile utilizzare, come combustibile, quella parte dei rifiuti proveniente dalla raccolta differenziata che, attraverso il riciclo meccanico, vengono scartati perché non più riciclabili. Questo rifiuto del rifiuto, inutilizzabile in ottica di un reintegro nella circolarità dei prodotti può avere tre strade: • Il riciclo chimico (poco)• La discarica • L’utilizzo come combustibile Secondo i dati elaborati dalla Federbeton Confindustria i costi per produrre il cemento sono aumentati del 50% a causa del costo dell’energia, infatti il gas è aumentato di otto volte e il petcoke, combustibile utilizzato negli impianti, è aumentato di tre volte rispetto al gennaio 2020.Come mitigare il problema? Qui entra in gioco il CSS, sigla che indica appunto quella massa di rifiuti non più riciclabile, che da una buona resa termica negli impianti per la produzione di cemento in sostituzione dei combustibili fossili. Il CSS è considerato un combustibile a kilometro 0 in quanto prodotto abbondantemente in ogni paese, non soggetto a ricatti internazionali ed è economico. Nonostante questa massa di rifiuti combustibili vada ancora a finire nelle discariche o trasportato all’estero per il suo utilizzo, con costi in termini economici per il loro smaltimento e di produzione di inquinamento nelle fasi di trasporto, il loro impiego in modo strutturale è ancora abbastanza relativo in Italia. Se consideriamo che l’utilizzo del CSS in Europa varia tra il 60 e l’80%, in base ai paesi, in Italia ci fermiamo intorno al 20% o poco più. L’incremento dell’utilizzo del CSS nelle cementerie aiuterebbe sicuramente a ridurre l’impatto ambientale che i rifiuti non riciclabili hanno, riducendo lo scarico degli stessi nelle discariche, in attesa che si sviluppi, in modo consistente, il riciclo chimico dei rifiuti non riciclabili. Secondo il laboratorio REF, che ha elaborato una stima sul possibile utilizzo del CSS in Italia, la percentuale di sostituzione delle fonti fossili come combustibile attraverso i rifiuti potrebbe essere del 66%, il che comporterebbe una mancata emissione di CO2 di circa 6,8 milioni di tonnellate. Perché non decolla questo carburante?In Italia, nonostante la tecnologia degli impianti permetta un uso ampio del CSS, e nonostante gli standard emissivi possano essere controllati attraverso impianti di filtrazione comuni con quelli di altri impianti Europei, permane una diffidenza di base, sia a livello politico che sociale all’utilizzo dei rifiuti come combustibile. In alcuni paesi del nord Europa, notoriamente green, sugli impianti di incenerimento rifiuti che producono energia elettrica, si può sciare, inserendo così nel contesto urbano queste attività industriali. In Italia questi impianti sono ancora oggi, nonostante la diversificazione energetica attuale molto carente, oggetto di discriminazione da parte di alcune forze politiche. Il CSS può essere considerato una fonte rinnovabile come il vento, il sole o l’acqua, che producono energia elettrica e che dovranno sostituire le fonti fossili nel modo più rapido possibile, se vogliamo che le fabbriche continuino a funzionare, le nostre case possano ricevere la corrente per i nostri consumi e le nostre macchine elettriche possano circolare.
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Interzum: la fiera mondiale che anticipa le tendenze dell’industria del mobile, dei materiali e del designScopri cosa rende unica Interzum rispetto alle altre grandi fiere del settore, perché è fondamentale per chi produce, progetta o innova nell’arredamento e nell’interior designdi Marco ArezioNel mondo del mobile, delle superfici e dei componenti per l’arredamento, poche manifestazioni riescono a racchiudere la complessità, la visione internazionale e la spinta innovativa di Interzum. Entrare nei suoi padiglioni è come percorrere un laboratorio a cielo aperto: qui convergono materiali, soluzioni, tecnologie e idee che determinano la direzione dell’intero settore, anticipando i trend che vedremo nelle case, negli uffici e negli spazi pubblici di domani. Interzum, che si svolge a cadenza biennale nel centro espositivo Koelnmesse di Colonia, in Germania, si rivolge a una platea che spazia dai produttori di materie prime alle grandi aziende del mobile, dai designer agli architetti, passando per i buyer e le startup più dinamiche. La fiera abbraccia tre grandi mondi che spesso si intrecciano: la ricerca sui materiali e sulle superfici, l’evoluzione dei componenti funzionali, le nuove frontiere del tessile e dell’imbottito. Ogni edizione si trasforma così in una mappa delle possibilità: superfici antibatteriche, laminati eco-compatibili, sistemi intelligenti di illuminazione, cerniere invisibili, tessuti tecnici ricavati da riciclo, schiume performanti, finiture bio-based. Non si tratta solo di vedere nuovi prodotti, ma di cogliere il senso di una filiera che cambia pelle, spinta dall’esigenza di coniugare sostenibilità, estetica e performance. Perché esporre: visibilità, business e contaminazione internazionale Esporre a Interzum significa entrare in un contesto dove innovazione e creatività sono le vere monete di scambio. Qui si incontrano i grandi player globali, ma anche le piccole aziende di nicchia che spesso lanciano le idee più sorprendenti. Chi sceglie di partecipare come espositore sa che ogni contatto può tradursi in collaborazioni internazionali, accesso a nuovi mercati e possibilità di confrontarsi con le esigenze reali di una platea trasversale, che va dal mondo contract al residenziale, fino alle soluzioni per la mobilità e l’ospitalità. Interzum è una piattaforma che valorizza l’identità di ogni brand: la possibilità di mostrare nuovi materiali, brevetti, tecnologie e collezioni trova qui un palcoscenico globale, dove l’attenzione di visitatori e media si concentra sulle idee più fresche e disruptive. La contaminazione tra aziende di settori diversi – dal tessile tecnico al legno, dai polimeri ai sistemi elettronici – permette di superare i confini tradizionali e favorisce lo sviluppo di partnership trasversali e innovazioni di prodotto. Perché visitare: formazione, ispirazione e visione sul futuro Per chi visita Interzum, l’esperienza è un’immersione totale nelle tendenze che ridisegnano l’abitare. Non è raro vedere designer che tracciano schizzi davanti a un nuovo materiale, responsabili acquisti che programmano partnership strategiche, architetti che cercano ispirazione tra tecnologie smart e finiture sensoriali. La fiera, più che una semplice esposizione, diventa un luogo di formazione continua: workshop, aree tematiche e installazioni sperimentali stimolano la riflessione e il confronto. Partecipare come visitatori significa poter toccare con mano materiali, soluzioni, prototipi e tecnologie che spesso saranno disponibili sul mercato solo dopo mesi. Interzum è un acceleratore di conoscenza e di tendenze: chi vuole essere aggiornato e mantenere un vantaggio competitivo non può ignorare l’appuntamento. Interzum e le altre grandi fiere del settore: analogie, differenze e unicità Ma cosa rende Interzum davvero diversa rispetto ad altre fiere di riferimento a livello globale, come il Salone del Mobile di Milano, SICAM a Pordenone, Ligna ad Hannover o la spagnola FIMMA-Maderalia a Valencia? La forza di Interzum sta nell’essere il cuore della subfornitura e dell’innovazione di processo. Se il Salone di Milano è la vetrina mondiale del prodotto finito e del design, Interzum ne rappresenta la fucina nascosta: qui nascono le soluzioni che designer e brand mostreranno un anno dopo al grande pubblico. SICAM, molto apprezzata per l’accessibilità e il focus sul business immediato, resta più raccolta e specializzata, mentre Interzum ha un respiro globale e una vocazione alla ricerca trasversale. Ligna invece punta principalmente sulle tecnologie per la lavorazione del legno e le macchine industriali, e FIMMA-Maderalia si concentra soprattutto sul mercato iberico e sulle lavorazioni dei materiali lignei, pur avendo una presenza internazionale. Interzum si distingue per l’ampiezza della visione, la presenza di tendenze trasversali (dal green building ai materiali smart), l’internazionalità degli espositori e dei visitatori, la capacità di fare scouting di novità che spesso anticipano le scelte di mercato. In poche altre fiere si percepisce così chiaramente l’accelerazione verso la sostenibilità e la circolarità, temi che emergono ovunque: dai biopolimeri ai rivestimenti eco-compatibili, dai sistemi per il risparmio energetico ai processi di riciclo avanzato. Conclusione: Interzum come esperienza e laboratorio del futuro In conclusione, Interzum non è solo una fiera, ma un’esperienza che ridisegna i confini di ciò che sarà possibile realizzare nel mondo del mobile, delle superfici, del tessile e dei componenti. È il luogo dove la filiera si confronta, innova, si reinventa e costruisce le basi del futuro abitare, tra design, funzione e responsabilità ambientale. Parteciparvi, da visitatore o da espositore, significa decidere di non essere spettatori, ma protagonisti dell’evoluzione di un settore che oggi più che mai deve saper rispondere alle sfide del mondo reale. © Riproduzione Vietata
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Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’ che spegne odio e violenza. Capitolo 3 – Un’onda mediatica planetariaUn team di scienziati giapponesi annuncia la molecola LYL 8, capace di inibire gli impulsi negativi dell’amigdala; mercati finanziari, governi e bioeticisti si interrogano sull’impatto di una società senza colleraRacconti. Osaka svela LYL 8: la prima ‘pillola anti rabbia’. Capitolo 3 – Un’onda mediatica planetaria La pioggia di marzo graffiava i vetri della redazione come dita impazienti, portando con sé il sapore umido di un mondo in attesa. Dentro, la luce dei neon disegnava isole pallide su pile di giornali e tazze di caffè dimenticate. Non c’era più notte, solo l’ansia di un’alba che sembrava non voler arrivare. Alle 05:11, nella città ancora addormentata, l’aria fu squarciata all’unisono da tre titoli identici sulle principali reti televisive: «La pillola che spegne l’odio divide il pianeta.» Bastarono cinque parole, il tempo di un respiro trattenuto, e il pianeta cambiò colore. Ogni volta che “serenity pill” balenava online, un bip isterico correva tra le scrivanie come un insetto impazzito: era il suono metallico del cambiamento che si faceva largo nel brusio del mondo. Ottomila volte in un’ora; nessuno riuscì a stare al passo, nessuno aveva il coraggio di contare ancora. Anche l’algoritmo, progettato per dominare i numeri, finì schiacciato dalla massa di click e commenti, meme e battute, paure che si infilavano nelle fibre digitali della società. Sul portale più visitato del paese, un grafico pulsava in tempo reale, rosso vivo come un cuore sotto sforzo. I picchi portavano etichette semplici, disperate, digitate con dita che tremavano: - pillola anti-rabbia - serenity pill - come smettere di odiare - effetti collaterali Non era più solo informazione, era febbre. Ogni salto verso l’alto del grafico era un nuovo video che scoppiava sui social. Il più potente durava poco meno di un minuto: un giovane pugile, tuta celeste, siede calmo mentre viene insultato in faccia. Non si muove, non replica, lo sguardo fermo come ghiaccio sulle montagne. Niente musica, nessun effetto, solo silenzio alla fine. In ventiquattr’ore il video travolse tutto: gattini, coreografie virali, popstar ai vertici delle classifiche. Trecento milioni di visualizzazioni. Nessuno era più al sicuro dalla marea...Acquista il libro© Riproduzione Vietata
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Come riciclare i serramenti in PVC ed alluminio: guida al recupero sostenibile di infissi ed accessoriScopri come avviene il riciclo tecnico dei serramenti in PVC dismessi, le caratteristiche del polimero, cosa si produce nuovamente con il materiale riciclatodi Marco ArezioNegli ultimi anni, il tema del riciclo sostenibile dei serramenti in PVC e alluminio ha assunto un'importanza crescente nella gestione edilizia, soprattutto in relazione alle strategie di riqualificazione energetica e di ristrutturazione sostenibile degli edifici esistenti. Con l'aumento degli interventi di recupero edilizio, diventa fondamentale gestire in maniera responsabile i materiali di scarto, considerando attentamente le implicazioni ambientali, economiche e normative che ne derivano. Le caratteristiche uniche del PVC-U Il PVC utilizzato per la produzione di serramenti, noto tecnicamente come PVC-U (PVC unplasticizzato), si distingue per la sua capacità di offrire elevata rigidità e robustezza senza la necessità di aggiungere plastificanti. Questo particolare materiale polimerico ha proprietà intrinseche come la resistenza alla deformazione in presenza di variazioni termiche estreme, una durabilità significativa contro gli agenti atmosferici e una capacità isolante notevole sia dal punto di vista termico che acustico. Inoltre, la sua bassa manutenzione contribuisce ulteriormente ad aumentarne la durata utile, rendendolo particolarmente indicato per applicazioni in edilizia sostenibile e per processi di riciclo efficaci e durevoli. Innovazione nella produzione: la coestrusione Una delle innovazioni tecnologiche più significative nella produzione di serramenti in PVC è rappresentata dalla tecnica di coestrusione, un processo avanzato che consiste nell'unire simultaneamente strati distinti di PVC vergine e PVC riciclato all'interno di un unico profilo estruso. Durante la coestrusione, i due materiali vengono lavorati tramite un apposito estrusore dotato di canali separati che convergono in una testa comune, consentendo così la formazione di un prodotto finito composto da uno strato esterno di PVC vergine, che garantisce eccellenti prestazioni estetiche e una superficie uniforme resistente all'invecchiamento, e uno strato interno costituito da PVC riciclato, che contribuisce alla sostenibilità ambientale e all'economia circolare del settore. Questa tecnologia non solo mantiene le prestazioni strutturali del prodotto, assicurando rigidità e durata nel tempo, ma valorizza anche il materiale riciclato riducendo sensibilmente l'impiego di risorse vergini, minimizzando così l'impatto ambientale e sostenendo pratiche di gestione responsabile delle risorse disponibili. Come avviene il riciclo del PVC Il riciclo del PVC è un processo complesso che richiede un'organizzazione precisa e tecniche specifiche per garantire la qualità della materia prima-seconda risultante. Inizialmente, i serramenti in PVC dismessi vengono raccolti nei cantieri edili o presso centri autorizzati di raccolta e sottoposti a una prima fase di smontaggio, durante la quale vengono rimossi accuratamente vetri, guarnizioni, ferramenta e altri componenti non plastici. La fase successiva prevede la triturazione meccanica, eseguita con mulini specializzati in grado di ridurre il materiale plastico in frammenti di dimensioni uniformi e gestibili. Questo passaggio agevola notevolmente il trattamento successivo, che consiste in un processo di lavaggio approfondito al fine di eliminare il più possibile vernici, adesivi, polveri, contaminanti organici e ogni altro tipo di impurità potenzialmente dannosa. Al termine di questa pulizia, il materiale ottenuto viene sottoposto a una fase di asciugatura controllata, generalmente utilizzando sistemi ad aria calda o tecnologie di deumidificazione specifiche. Infine, il PVC pulito e asciutto viene trasformato tramite estrusione o granulazione in granuli uniformi, pronti per essere reintegrati nei cicli produttivi industriali, mantenendo elevati standard qualitativi e contribuendo alla sostenibilità complessiva del settore. Riciclare l’alluminio: efficienza energetica e benefici ambientali L’alluminio è un altro materiale ampiamente utilizzato nella bioedilizia, caratterizzato da eccellenti proprietà meccaniche e una grande capacità di essere riciclato. Dopo una fase di separazione dai materiali estranei come vetro e guarnizioni, l’alluminio viene fuso ad alte temperature e trasformato in lingotti puri. Questo metodo è estremamente vantaggioso in termini di risparmio energetico, garantendo un abbattimento fino al 95% del consumo di energia rispetto alla produzione primaria. Tale pratica comporta notevoli benefici ambientali, riducendo sensibilmente l'emissione di gas serra e preservando le risorse naturali. L’importanza degli accessori nel processo di recupero Anche gli elementi apparentemente secondari, come le guarnizioni in gomma e la ferramenta metallica, rivestono una rilevanza fondamentale nel processo di riciclo e meritano una gestione attenta e tecnicamente evoluta. Le guarnizioni, composte prevalentemente da elastomeri vulcanizzati, possono subire trattamenti avanzati come la devulcanizzazione chimica o termochimica. Questi procedimenti consentono di rompere i legami reticolari presenti nel materiale, restituendo una gomma processabile che può essere reimpiegata in prodotti di alta qualità quali pavimenti tecnici per ambienti industriali, rivestimenti antiurto, materiali isolanti acustici e termici, e componenti specifici nel settore automotive. La ferramenta metallica, costituita generalmente da acciaio, alluminio o leghe di ottone, viene trattata attraverso un processo iniziale di triturazione meccanica che frammenta il materiale in piccole parti, facilitandone così la successiva selezione. Questa selezione avviene mediante tecnologie di separazione magnetica, che consentono di isolare efficacemente i metalli ferrosi dai non ferrosi, o tecniche densimetriche basate sulla diversa densità dei materiali, come tavole vibranti o sistemi di flottazione in mezzi fluidi. Tale rigore tecnico nel trattamento assicura un elevato recupero dei metalli, permettendone una reintegrazione efficiente nelle filiere produttive metallurgiche, contribuendo così alla sostenibilità economica e ambientale dell’intera catena di riciclo. Applicazioni industriali del PVC riciclato Il PVC riciclato rappresenta una risorsa estremamente versatile, con molteplici applicazioni industriali, grazie alle sue proprietà meccaniche e termiche quasi equivalenti al materiale vergine. Nel settore edile, oltre all'impiego tradizionale nella produzione di canaline elettriche, tapparelle, battiscopa, recinzioni e profili finestra in modalità coestrusa, viene utilizzato anche nella fabbricazione di pannelli isolanti, lastre per rivestimenti e componenti prefabbricati per costruzioni modulari. In agricoltura e nelle infrastrutture urbane, il PVC riciclato trova spazio nella realizzazione di sistemi avanzati di irrigazione a goccia, tubazioni per il drenaggio delle acque meteoriche e strutture modulari per serre e capannoni agricoli. Inoltre, nel settore dell'arredo urbano, è impiegato nella produzione di panchine, fioriere, barriere antirumore e strutture per aree giochi. L'industria elettrica sfrutta le sue proprietà isolanti e la resistenza chimica per la produzione di canalette portacavi, scatole di derivazione, supporti e involucri per dispositivi elettronici e sistemi di cablaggio industriale. La versatilità del PVC riciclato permette così non solo di ridurre significativamente il consumo di risorse vergini, ma anche di supportare strategie industriali orientate alla sostenibilità e alla riduzione dell'impatto ambientale. I benefici del riciclo: economici e ambientali La diffusione di sistemi di riciclo efficaci offre numerosi vantaggi economici e ambientali. Innanzitutto, consente di ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica e altri gas inquinanti, contribuendo in modo tangibile agli obiettivi internazionali di mitigazione del cambiamento climatico. Inoltre, riduce il volume di rifiuti destinati alla discarica, alleggerendo così l'impatto ambientale complessivo. Questo approccio sostiene lo sviluppo di filiere produttive circolari, incentivando innovazione tecnologica e crescita economica locale. Negli ultimi cinque anni, il riciclo del PVC in Europa ha visto una notevole evoluzione grazie ad iniziative come il programma VinylPlus, lanciato nel 2000 e rinnovato con obiettivi ambiziosi per il 2030. Secondo il report annuale VinylPlus, negli ultimi anni il volume di PVC riciclato ha superato costantemente i 700.000 tonnellate annue, con una crescente integrazione del materiale riciclato in nuovi prodotti, inclusi serramenti, pavimentazioni e componenti edili. Questa evoluzione è stata accompagnata da investimenti tecnologici mirati a migliorare i processi di riciclo, aumentando così la qualità del materiale recuperato e favorendo l'impiego del PVC riciclato anche in applicazioni più tecniche e strutturali. Questo andamento ha contribuito non solo al raggiungimento degli obiettivi europei sulla sostenibilità, ma ha anche creato nuove opportunità occupazionali specializzate e favorito lo sviluppo economico di distretti industriali orientati all'economia circolare, rafforzando il posizionamento competitivo dell'Europa nel settore del riciclo dei polimeri plastici. © Riproduzione Vietata
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Alpinismo solitario 1970-2000: le imprese, le tecniche e la visione interiore dei grandi alpinistiDa Reinhold Messner a Renato Casarotto, passando per Kukuczka e Česen: un viaggio storico tra le più grandi ascensioni alpinistiche solitariedi Marco ArezioTra gli anni Settanta e la fine del Novecento, l’alpinismo solitario visse un’epoca d’oro, popolata da figure carismatiche che rivoluzionarono il modo di intendere la montagna. Non solo atleti straordinari, ma filosofi in parete, pionieri di uno stile in cui la solitudine diventava atto di libertà, rigore, introspezione. In questo arco di trent’anni, alcuni nomi si stagliano con forza nel panorama internazionale: Reinhold Messner, Jerzy Kukuczka, Renato Casarotto e Tomo Česen. Le loro imprese, spesso al limite del possibile, ridefinirono i confini della tecnica e della visione alpinistica. Ma soprattutto, offrirono una nuova lettura del rapporto tra uomo e montagna. Reinhold Messner: il solitario visionario Reinhold Messner è probabilmente la figura più influente dell’alpinismo moderno. Nato nel 1944 in Alto Adige, è stato il primo uomo a scalare tutti i quattordici ottomila senza l’ausilio di ossigeno supplementare. Ma tra le sue imprese più radicali, quella che più ne incarna la filosofia solitaria è la salita dell’Everest in solitaria e senza ossigeno nel 1980. Messner si avventurò da solo sul versante tibetano, lungo una nuova via che attraversava il North Col e proseguiva per la cresta nord-est. Nessun compagno, nessun supporto, nessuna corda fissa. Solo lui, la sua volontà, e l’immensità di una montagna che fino ad allora si credeva non scalabile in solitaria. Quella salita divenne l’emblema della sua visione: “Alpinismo significa affrontare l’ignoto con mezzi leali e misurati. L’uomo deve essere solo di fronte alla montagna, senza intermediari”. Messner fu anche un teorico del “by fair means”, ovvero della salita pulita, senza assistenza esterna, nel rispetto massimo dell’ambiente e dei limiti umani. La montagna, per lui, era un essere vivente, da rispettare e ascoltare, mai da dominare. Jerzy Kukuczka: il mistico della verticalità Se Messner fu il filosofo dell’alpinismo solitario occidentale, Jerzy Kukuczka (Polonia, 1948-1989) rappresentò la risposta orientale, con un approccio diverso, più duro, più silenzioso. Kukuczka fu il secondo uomo a scalare tutti i quattordici ottomila, ma il suo stile fu spesso ancora più audace di quello del collega altoatesino: nuove vie, invernali, salite in solitaria su pareti inesplorate. Nel 1984 Kukuczka salì in solitaria il Broad Peak (8047 m) senza ossigeno e senza supporto. Fu una scalata rapida, determinata, essenziale. Non cercava la notorietà, non inseguiva la performance: era guidato da una pulsione interiore, quasi mistica. Scrisse: “La montagna è per me un campo spirituale, uno spazio dove l’anima può finalmente respirare. Lì, solo, scopro chi sono veramente”. Kukuczka si costruiva spesso da solo l’equipaggiamento, provenendo da un contesto economico difficile. La sua tecnica era frutto di necessità quanto di genialità. Fu un innovatore del “fast and light”, con uno stile quasi ascetico, in cui la solitudine diventava parte integrante della sfida, uno stato mentale oltre che fisico. Renato Casarotto: la purezza dell’estremo Renato Casarotto è uno dei nomi più rispettati e meno celebrati del grande alpinismo solitario. Nato a Vicenza nel 1948, Casarotto fu un alpinista totale, capace di coniugare tecnica, visione e rigore etico. La sua carriera si sviluppò tra le Alpi, le Ande e l’Himalaya, con imprese che spiccano per solitudine, difficoltà e coerenza. Ma più ancora delle sue salite, fu la sua visione a renderlo unico: per lui, l’alpinismo era un dialogo intimo con la montagna, una forma di meditazione in movimento. Tra le sue imprese più note si ricorda la salita in solitaria del Pilastro Sud-Ovest del Fitz Roy nel 1979, in Patagonia, in una delle zone più inospitali del mondo. Ancora più significativa fu la sua spedizione al K2 nel 1986, quando tentò in solitaria e in stile alpino la Magic Line, una delle vie più difficili e pericolose della montagna. Casarotto raggiunse quasi la vetta del K2, ma fu costretto a ritirarsi per il peggiorare delle condizioni. Durante la discesa, cadde in un crepaccio vicino al campo base. Riuscì a uscire da solo, ma morì poco dopo per le ferite. Il suo diario, ritrovato nello zaino, riportava riflessioni profonde sulla solitudine, sul senso del rischio e sul mistero della montagna. “Io non salgo per arrivare. Salgo per capire. Per spogliarmi di tutto, anche della paura”. Tomo Česen: tra mito e controversia Sloveno, nato nel 1959, Tomo Česen divenne famoso negli anni Ottanta e Novanta per alcune salite solitarie che suscitarono al tempo stesso ammirazione e dubbi. La più celebre – e discussa – fu la presunta salita solitaria della parete sud del Lhotse nel 1990. Česen affermò di aver raggiunto la vetta senza testimoni, con una rapidità che fece subito scalpore. Al di là delle polemiche sulla veridicità di quella scalata, Česen fu un talento incredibile in parete, capace di movimenti fulminei e di grande intuizione. Preferiva le salite veloci, leggere, minimaliste, e contribuì alla nascita dell’alpinismo “estremo” contemporaneo. Il suo approccio era fortemente personale: “Non salgo per conquistare, ma per sentire. La montagna è una forza che mi attrae. In solitaria, ogni gesto diventa assoluto”. Per lui, la solitudine non era un fine, ma un mezzo per entrare in contatto puro con la montagna. Dentro la solitudine: la dimensione interiore dell’alpinismo solitario Se la vetta rappresentava per il mondo esterno il fine, per questi alpinisti era solo una tappa simbolica. Le loro salite erano processi trasformativi in cui la montagna agiva come specchio, come rito, come maestra. Messner trovava nella solitudine la condizione per raggiungere l’essenza. Parlava del “vuoto” come esperienza necessaria: “In solitudine, ogni pensiero si fa essenziale. Non puoi mentire a te stesso”. Kukuczka, più silenzioso, viveva ogni parete come spazio sacro. Scriveva che nelle tempeste e nel gelo ritrovava la fede, non religiosa, ma interiore, quella che tiene l’uomo in piedi. Casarotto meditava in parete. Ogni passo, ogni bivacco solitario, era carico di senso morale. Nei suoi scritti, il concetto di “spogliarsi” ricorre spesso: della paura, del desiderio di successo, dell’ego. Česen, infine, cercava l’attimo assoluto. In quel momento perfetto tra il vuoto e la vetta, viveva la massima espressione di libertà. Il presente era tutto: “Quando sono solo, non ho più passato, né futuro. Solo il presente. E in quel presente, mi sento più vivo che mai”. Pur diversi nello stile e nella visione, questi uomini condividevano un’identica meta invisibile: conoscersi a fondo, e attraverso la montagna, toccare il mistero stesso dell’esistenza. Solitudine come forma di rispetto Dal punto di vista tecnico, le differenze tra loro erano marcate: Messner puntava su una forza fisica straordinaria e su un’acuta sensibilità ambientale, Kukuczka su una resistenza mentale e fisica fuori dal comune, Casarotto su una preparazione meticolosa e una purezza spirituale, Česen su una rapidità e leggerezza fulminanti. Ma tutti rifiutavano l’alpinismo commerciale, il supporto eccessivo, la spettacolarizzazione dell’impresa. Al di là delle differenze tecniche, tutti condividevano una visione comune: la montagna non è un oggetto da scalare, ma un’entità da comprendere. L’alpinismo solitario, in questo senso, era un modo per azzerare le mediazioni, per lasciarsi attraversare dalla montagna piuttosto che dominarla. Conclusione: la montagna come specchio dell’anima Tra il 1970 e il 2000, l’alpinismo solitario fu più che una disciplina sportiva: fu una forma di ricerca esistenziale. I protagonisti di quest’epoca d’oro, con le loro visioni divergenti ma autentiche, ci hanno insegnato che scalare in solitaria significa accettare il silenzio, il pericolo, l’incertezza. E soprattutto, accettare la montagna non come nemico da vincere, ma come maestra da ascoltare. In un mondo che corre verso la velocità e la semplificazione, l’alpinista solitario resta figura archetipica: colui che sale in alto non per conquistare, ma per ritrovare sé stesso.© Riproduzione VietataFoto: Wikimedia Markrosenrosen
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I Nuovi Investimenti per l’Ambiente: Green BondCome fare degli investimenti etici che fanno bene all’ambientedi Marco ArezioForse la scossa al mercato la data uno dei più grandi fondi di investimento internazionale, il BlackRock, che aveva fornito indicazioni precise ai suoi operatori di virare verso investimenti in aziende che fossero focalizzate all’attenzione dell’ambiente nei propri business. Il concetto di Green Bond parte da questa attenzione al rapporto tra impresa e sostenibilità. Cosa sono i Green Bond? Sono strumenti finanziari, nello specifico obbligazioni societarie, le cui emissioni sono legate a progetti nel campo dell’economia circolare, delle energie rinnovabili, del corretto uso delle risorse ambientali, della prevenzione dell’inquinamento, dei trasporti, delle infrastrutture, che hanno come finalità il miglioramento di uno o più parametri legati alla sostenibilità ambientale. Chi emette le obbligazioni Verdi? Fino a pochi anni fa erano obbligazioni emesse prevalentemente da strutture finanziarie sovranazionali, come la Banca Europea per gli Investimenti o la Banca Mondiale, che curavano progetti di ampio respiro internazionale. Nel corso degli ultimi anni, con la crescita dell’attenzione all’ambiente da parte dei cittadini, questi titoli sono stati emessi anche da singole aziende che potessero dimostrare di avere un progetto che rientrasse nei parametri citati. Il primo Green Bond è stato emesso nel lontano 2007 da parte della BEI che ad oggi ha raccolto investimenti per finanziare 256 progetti in 52 paesi nel mondo. L’interesse da parte degli investitori è stato così importante che, dal 2016 all’inizio del 2020, le emissioni sul mercato sono cresciute, a livello mondiale da 750 milioni di euro a più di 50 miliardi. Nel solo 2019 la crescita dei green bond è stata del 50% sul 2018, che espresso in valore, corrispondono a + 170 miliardi di euro. Quali sono i paesi che emettono più obbligazioni verdi? Paesi appartenenti all’Unione Europea 226 miliardi Cina 98 miliardi Stati Uniti 43 miliardi Canada 14 miliardi India 14 miliardi Giappone 13 miliardi Corea 12 miliardi Gran Bretagna 8 miliardi Altri 154 miliardi Anche gli stati hanno emesso, nel corso degli anni, dei Titoli di Stato che avessero come obbiettivo, per esempio, l’efficientamento energetico di edifici pubblici o scuole, la ristrutturazione idrogeologica di aree a rischio e altre iniziative. Possiamo annoverare tra i paesi emittenti, l’Italia, l’Olanda, la Spagna, l’Irlanda, la Francia e la Germania. Chi garantisce gli standard “Green”? Fino a poco tempo fa ogni emittente, grande o piccolo, faceva da solo, quindi il rapporto con l’investitore era esclusivamente fiduciario. Oggi esiste l’ICMA che è l’International Capital Market Association, la più grande associazione internazionale di capitali, che ha fissato alcuni punti inderogabili per fregiarsi del marchio green. Vediamo quali sono: Chi emette l’obbligazione è soggetto alla massima trasparenza verso il mercato, quindi deve indicare con chiarezza la destinazione di quanto raccolto. Deve seguire una “road map” per la scelta, la valutazione e la selezione dei progetti da finanziare che devono rientrare in un elenco di categorie. Deve comunicare al mercato e agli organi di controllo circa la puntuale gestione del denaro raccolto Devono essere prepararti e diffusi dei reports inerenti all’andamento dei progetti in modo che gli investitori possano seguire il loro investimento. Per fare un esempio, possiamo citare il caso del colosso petrolifero Repsol che aveva acquisito nel 2017 il certificato green da Vigeo Eiris, sulla base di un progetto aziendale che mirava ad una riduzione di 1,2 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, modificando quindi il proprio modello di business, cosa che poi non ha fatto, venendo citato dall’Ong CBI come non degna di quell’attestato. Un nuovo regolamento per il mercato Il fenomeno dei Green Bond sta assumendo contorni così vasti che è diventata necessaria una regolamentazione internazionale anche a protezione degli investitori. Nel Febbraio 2019 la Commissione Europea e il Parlamento EU, hanno emanato un regolamento che definisce per quali famiglie di progetti le aziende possono chiedere al mercato soldi sotto la bandiera dei bond verdi. Le famiglie individuate sono: Mitigazione del cambiamento climatico Protezione e uso sostenibile delle risorse marine e idrogeologiche Transizione all’economia circolare Controllo e prevenzione dell’inquinamento Protezione e ripristino delle biodiversità Nel corso del 2021 verranno emanate le norme che dettaglieranno le singole famiglie di attività che risulteranno indispensabili per allontanare le ombre del greenwashing.Approfondisci l'argomento
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Quando e Come Usare la Cera di Polietilene nei Polimeri RiciclatiUn additivo di grande efficacia per migliorare alcune prestazioni dei prodotti plasticidi Marco ArezioNella realizzazione di ricette polimeriche con alte prestazioni fisico-meccaniche ed estetiche, la cera di polietilene si è ricavata uno spazio di tutto rispetto. Se diventa più istintivo e facile da abbinare ad un polimero vergine, l’impiego della cera di polietilene nei polimeri riciclati ha bisogno di alcune nozioni suppletive.Cosa è la cera di polietilene La cera di polietilene è un tipo di elemento prodotto dalla polimerizzazione dell'etilene, un idrocarburo, infatti essa è spesso utilizzata in una serie di applicazioni industriali in virtù della sua resistenza, flessibilità e impermeabilità all'acqua. E’ comunemente usata in prodotti come vernici, rivestimenti, cosmetici, polimeri e prodotti per la cura dell'auto. Nei cosmetici, per esempio, può essere utilizzata come agente condizionante della pelle o per dare struttura e consistenza al prodotto. Va ricordato che, essendo un prodotto sintetico, non è biodegradabile e può avere un impatto ambientale se non gestita in maniera responsabile. Come viene usata la cera di polietilene nei polimeri riciclati La cera di polietilene viene utilizzata nei polimeri riciclati principalmente come agente di processo. Questo significa che viene aggiunta durante la fase di produzione per migliorare le proprietà del materiale finale. Uno dei principali problemi con il riciclo dei polimeri è che il processo può degradare le proprietà del materiale, rendendolo meno utile per le applicazioni future. Tuttavia, l'aggiunta di cera di polietilene può aiutare a contrastare questo problema. La cera di polietilene può migliorare quindi la lavorabilità dei polimeri riciclati, rendendoli più facili da modellare. Può anche migliorare le proprietà superficiali del prodotto in plastica riciclato, come la lucentezza e la resistenza all'abrasione. Inoltre, può agire come un lubrificante, riducendo l'attrito tra le particelle del polimero durante la lavorazione. Questo può aiutare a prevenire problemi come l'adesione eccessiva o l'agglomerazione delle masse polimeriche. In definitiva, l'uso della cera di polietilene nei polimeri riciclati può contribuire a produrre un materiale di migliore qualità che può essere utilizzato in una gamma più ampia di applicazioni. Con quali polimeri si può usare la cera di polietilene e quali vantaggi si ricavano La cera di polietilene è versatile e può essere utilizzata con una varietà di polimeri, sia sintetici che naturali. Polietilene (PE) La cera di polietilene può essere utilizzata con il polietilene stesso per migliorare la lavorabilità, la lucentezza e la resistenza all'abrasione dei prodotti. Polipropilene (PP) Quando utilizzata con il polipropilene, la cera può migliorare le proprietà di flusso del materiale, facilitandone la lavorazione. Policloruro di vinile (PVC) E’ spesso utilizzata come lubrificante interno ed esterno nella lavorazione del PVC. Come lubrificante interno, migliora il processo di fusione e miscelazione del PVC, mentre come lubrificante esterno, aiuta a prevenire l'adesione del PVC caldo agli attrezzi e alle apparecchiature di lavorazione. Polistirene (PS) e altri polimeri stirenici In questi materiali, la cera di polietilene può aiutare a migliorare le proprietà di flusso e la resistenza al calore. Poliacrilonitrile butadiene stirene (ABS) Può migliorare le proprietà di flusso del ABS durante la lavorazione, rendendo il materiale più facile da modellare e lavorare. Nell'industria dei colori e delle vernici, la cera di polietilene viene spesso utilizzata per migliorare la resistenza all'abrasione, la resistenza all'acqua, la durezza e la brillantezza dei rivestimenti. Inoltre, può essere utilizzata per modulare la viscosità di vernici e inchiostri. Come la cera di polietilene può migliorare la lucentezza della plastica Quando la plastica si raffredda e si solidifica, la cera di polietilene aiuta a produrre una superficie più liscia e lucida. Questo accade perché riempie le microscopiche irregolarità della superficie del polimero, creando una superficie più riflettente e quindi più lucente. Inoltre, la cera di polietilene può anche agire come un agente rilasciante durante l'estrusione, prevenendo l'adesione del polimero fuso all'attrezzatura di lavorazione. Questo può aiutare a produrre prodotti finiti con una superficie più liscia e uniforme, che contribuisce ad aumentare la lucentezza. Come la cera di polietilene può migliorare la resistenza all'abrasione? La resistenza all'abrasione di un materiale si riferisce alla sua capacità di resistere all'usura quando viene sfregato o graffiato. Nei polimeri, l'aggiunta di cera di polietilene può migliorare la resistenza all'abrasione in vari modi: Riduzione del coefficiente di attrito La cera di polietilene agisce come un lubrificante, riduce il coefficiente di attrito sulla superficie del polimero. Questo significa che quando un oggetto viene sfregato contro la superficie, scivola più facilmente e causa meno danni. Riempimento delle microcavità In questo caso può riempire le microscopiche irregolarità sulla superficie del polimero, creando una superficie più liscia e uniforme che è meno suscettibile all'abrasione. Aumento della durezza della superficie Quando la cera si solidifica nella matrice del polimero contribuisce ad aumentare la durezza della superficie, rendendola più resistente all'usura. Miglioramento della compatibilità dei materiali di riempimento In alcuni polimeri, il prodotto può migliorare la compatibilità tra il polimero e i materiali di riempimento utilizzati, che possono favorire la resistenza all'abrasione. Tuttavia, è importante notare che l'effetto della cera di polietilene sulla resistenza all'abrasione può variare a seconda del tipo di polimero e delle specifiche del processo di produzione. Inoltre, l'aggiunta di troppa cera di polietilene può avere l'effetto opposto e ridurre la resistenza all'abrasione, quindi è importante trovare il giusto equilibrio. Perchè unendo la cera di polietilene ai polimeri ne aumentiamo la lavorabilità? L'aggiunta di cera di polietilene ai polimeri può migliorare la loro lavorabilità attraverso vari meccanismi: La cera di polietilene funge da lubrificante durante il processo di lavorazione dei polimeri, riducendo l'attrito tra le particelle stesse. Questo può facilitare la lavorazione, riducendo l'energia necessaria per modellare o deformare il materiale. La cera di polietilene può anche migliorare le proprietà di flusso del polimero durante la fusione. Questo significa che il materiale fuso fluisce più facilmente, il che può favorire la lavorazione e ridurre il rischio di difetti nel prodotto finale. Può inoltre aiutare a ridurre l'adesione del polimero fuso all'attrezzatura di lavorazione. Questo aiuta a prevenire problemi come l'agglomerazione e facilitare la rimozione del prodotto finale dall'attrezzatura. In alcuni polimeri, la cera di polietilene può migliorare anche la compatibilità tra il polimero e i materiali di riempimento utilizzati. Questo può facilitare la lavorazione e aiutare a ottenere un prodotto finale di migliore qualità. Come dosare la cera di polietilene con i polimeri durante l'estrusione? Il dosaggio della cera di polietilene in un polimero durante il processo di estrusione può variare a seconda di vari fattori, tra cui il tipo di polimero, le specifiche del processo di estrusione, e le proprietà desiderate del prodotto finale. Tuttavia, ci sono alcuni principi generali che possono essere utilizzati come punto di partenza. In generale, la cera di polietilene è solitamente utilizzata in concentrazioni che variano dall'1% al 5% in peso rispetto al polimero. Questo significa che per ogni 100 grammi di polimero, si potrebbe utilizzare da 1 a 5 grammi di cera di polietilene. Durante il processo di estrusione, la cera di polietilene viene generalmente aggiunta al polimero mentre è in fase di fusione. Dopo l'aggiunta di questo additivo, il mix di polimero e cera viene raffreddato e solidificato per formare il prodotto finale. Durante questo processo, la cera di polietilene può aiutare a migliorare, come abbiamo detto, le proprietà del prodotto, come la lucentezza, la resistenza all'abrasione, e la lavorabilità. Come si presenta la cera di polietilene per essere additivata ai polimeri? La cera di polietilene, quando pronta per essere additivata ai polimeri, di solito si presenta in forma solida a temperatura ambiente. Può essere disponibile in diverse forme fisiche, tra cui granuli, fiocchi, polvere, o perle. La forma esatta può variare a seconda delle esigenze di produzione e delle preferenze del produttore. Le cere in forma di granuli o perle sono spesso preferite per la loro facilità di manipolazione e dosaggio. Possono essere facilmente misurate e aggiunte al polimero durante il processo di produzione.
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Tofu alla mediterranea con olive e pomodorini secchiRicetta sostenibile con tofu italiano bio, verdure di stagione e olio EVOCi sono piatti che raccontano una storia non solo di sapori, ma anche di scelte consapevoli. Il tofu alla mediterranea con olive e pomodorini secchi nasce proprio da questa idea: cucinare bene significa anche rispettare la terra e chi la lavora. In questa ricetta il tofu non arriva dall’altra parte del mondo, ma è prodotto in Italia da soia biologica, coltivata senza pesticidi e con attenzione al territorio. Le verdure, raccolte nel pieno della loro stagione, garantiscono gusto autentico e freschezza, oltre a ridurre la necessità di coltivazioni forzate. Infine, l’olio extravergine d’oliva sostenibile rappresenta un simbolo della nostra tradizione mediterranea: ogni goccia è frutto di filiere che proteggono gli ulivi secolari e la biodiversità agricola. Dove trovare gli ingredienti migliori Preparare questo piatto significa anche scegliere con cura i suoi protagonisti. Il tofu italiano biologico si trova facilmente nei negozi specializzati o nei supermercati che valorizzano il biologico locale. Le verdure di stagione sono quelle che ci offre il mercato agricolo sotto casa: zucchine croccanti, peperoni dolci e cipolle profumate. I pomodorini secchi e le olive nere, così intensi e saporiti, provengono spesso da piccoli produttori del sud Italia, che ancora oggi mantengono vive tecniche di conservazione tradizionali. Scegliere questi ingredienti significa dare un volto umano al piatto: non è solo cibo, è un racconto di mani, campi e sole mediterraneo. Ingredienti per 4 persone Per portare a tavola questo piatto conviviale, servono pochi ingredienti scelti con cura. Alla base c’è il tofu italiano biologico, circa 400 grammi, che assorbirà i profumi mediterranei della preparazione. Lo accompagneranno due cucchiai di olio extravergine d’oliva sostenibile, vero filo conduttore della nostra cucina, e una manciata generosa di pomodorini secchi sott’olio, ben scolati, che porteranno con sé la dolcezza intensa del sole estivo. Non mancheranno cento grammi di olive nere denocciolate, capaci di aggiungere sapidità e carattere, insieme a una cipolla rossa che darà dolcezza e armonia. Per il tocco fresco delle verdure di stagione, basteranno una zucchina croccante e un peperone giallo dal gusto pieno e leggermente dolce. A profumare il tutto, un rametto di rosmarino fresco, da lasciare sprigionare lentamente in padella. A completare la ricetta, il sale marino integrale e una generosa macinata di pepe nero fresco, che renderanno il piatto bilanciato e pronto da condividere. Preparazione del tofu alla mediterranea La cucina, in questo caso, si trasforma in un piccolo rituale. Si parte con il tofu, che va tagliato a cubetti regolari e asciugato con cura per eliminare l’acqua in eccesso: così diventerà più croccante in padella. In un tegame ampio, l’olio extravergine d’oliva si scalda piano, insieme a un rametto di rosmarino che rilascia il suo profumo resinoso e avvolgente. La cipolla rossa, tagliata sottile, scivola nell’olio e si lascia andare lentamente, fino a diventare trasparente e dolce. Arriva poi il momento delle verdure: la zucchina e il peperone, tagliati a listarelle, che si ammorbidiscono mantenendo una punta di croccantezza, perché ogni morso resti vivo e colorato. Quando la base è pronta, si unisce il tofu e lo si lascia dorare da ogni lato: è il momento in cui prende sapore e si trasforma. Infine, le olive e i pomodorini secchi entrano in scena con il loro carattere deciso, portando con sé la vera anima mediterranea. Qualche minuto ancora di cottura, un pizzico di sale e pepe, ed ecco che il piatto è pronto, profumato e vibrante di colori. Idee per l’impiattamento L’impiattamento è l’ultimo gesto, quello che trasforma la ricetta in un’esperienza. Si possono disporre le verdure al centro del piatto, lasciando che il tofu dorato si adagi sopra di esse, come protagonista elegante ma discreto. Un filo di olio EVO a crudo regalerà brillantezza e freschezza, mentre un rametto di rosmarino fresco aggiungerà una nota di profumo che arriva subito al naso. Per chi ama i dettagli, qualche fettina sottile di limone biologico, disposto con cura, darà un tocco visivo e aromatico ancora più raffinato. Il vino perfetto per l’abbinamento Il tofu alla mediterranea, con il suo equilibrio tra leggerezza e intensità, trova un compagno ideale in un vino bianco fresco e minerale. Un Vermentino di Sardegna, con le sue note salmastre, accompagna alla perfezione la sapidità delle olive e dei pomodorini secchi. In alternativa, un Fiano di Avellino, elegante e aromatico, regala una profondità che si sposa con la delicatezza del tofu e la vivacità delle verdure. È un abbinamento che completa l’esperienza, trasformando un piatto semplice in una cena che racconta il Mediterraneo a ogni sorso.
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rNEWS: Total e ArcelorMittal Siglano un Accordo per il Gas (LNG)Total e ArcelorMittal Siglano un Accordo per il Gas (LNG)Total comunica al mercato di aver siglato un accordo per la fornitura di 500.000 tonnellate annue di gas naturale liquefatto (LNG) fino al 2026 con l'azienda ArcelorMittal Nippon Steel (AMNS) per le attività industriali in india. I'LNG verrà scaricato al terminal LNG di Dahej o Hazira, sulla costa occidentale dell'India.“Siamo lieti di collaborare con AMNS e di soddisfare la crescente domanda industriale di GNL in India, un Paese che mira a più che raddoppiare la quota di gas naturale nel suo mix energetico entro il 2030 rispetto ad oggi”, ha affermato Thomas Maurisse, Senior Vice President GNL al totale. "La fornitura di GNL contribuirà alla riduzione delle emissioni di carbonio di AMNS, in linea con l'ambizione di Total di offrire ai propri clienti prodotti energetici che emettono meno CO2 e di supportarli nelle proprie strategie a basse emissioni di carbonio".Vedi maggiori informazioni sull'operazione Total Accessori per il gas liquefatto LNG
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Quando la Terra Presenta il Conto. Capitolo 7: Il disastro di Times BeachDalla polvere delle strade sterrate alla scoperta della diossina, dall’evacuazione forzata alla bonifica impossibile: il caso Times Beach in Missouri Saggio Ambientale. Quando la Terra Presenta il Conto. Capitolo 7: Il disastro di Times BeachAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, gestione dei materiali, impatti ambientali delle filiere industriali e processi di responsabilità estesa lungo il ciclo di vita dei prodotti.Data: Marzo 2026 Times Beach: quando una città povera diventa il terminale invisibile dei rifiuti tossici Il disastro di Times Beach occupa un posto centrale nella storia dell’inquinamento industriale contemporaneo perché mostra con una chiarezza brutale un fatto spesso rimosso dal dibattito pubblico: i grandi eventi di contaminazione non nascono soltanto dentro i recinti delle fabbriche, ma si compiono soprattutto nei luoghi periferici, vulnerabili, poco ascoltati. Times Beach, in Missouri, non era una metropoli industriale né un distretto produttivo strategico. Era una piccola comunità sorta come località di villeggiatura sul Meramec River e divenuta, con il tempo, una cittadina povera, con strade sterrate, case leggere, bilanci comunali fragili e scarsa capacità di controllo tecnico. Proprio questa fragilità ne fece il luogo ideale in cui spostare un rischio che altrove sarebbe stato più visibile e più contestato. La località, nata nel 1926 come insediamento collegato a una promozione del St. Louis Times, si trasformò progressivamente in un centro residenziale modesto, lontano dai circuiti del potere economico e politico. Negli anni Sessanta e Settanta il problema più concreto, quotidiano, quasi banale, era la polvere. Le strade non asfaltate, percorse da auto e camion, sollevavano nubi persistenti durante la stagione secca. Per gli abitanti significava finestre chiuse, panni da rilavare, aria pesante, disagio continuo. Per l’amministrazione locale significava una questione economica: asfaltare costava troppo, mentre esistevano soluzioni apparentemente più economiche e immediate. In quel contesto venne utilizzato un olio spruzzato sulle strade per fissare la polvere al suolo. La pratica, presa isolatamente, poteva sembrare ordinaria in molte aree rurali statunitensi dell’epoca. Ciò che non era ordinario, e che nessuno nella popolazione poteva realisticamente verificare, era la natura di quel materiale: rifiuti contaminati da diossina, una famiglia di composti altamente tossici, persistenti e bioaccumulabili. Le diossine sono infatti riconosciute come persistent organic pollutants, capaci di degradarsi molto lentamente nell’ambiente, di accumularsi lungo la catena alimentare e di concentrarsi nei tessuti grassi animali e umani. La forza devastante di questo caso non sta soltanto nella tossicità della sostanza, ma nel modo in cui essa entrò nella vita quotidiana. A Times Beach l’olio non venne percepito come minaccia: venne percepito come soluzione. Fu spruzzato sulle strade, in aree frequentate, in luoghi di transito e vita comunitaria. Bambini, animali domestici, automobili, biciclette, scarpe, vento e pioggia divennero vettori inconsapevoli di dispersione. La contaminazione non arrivò con l’immagine classica della catastrofe industriale fatta di fumo, sirene o esplosioni. Arrivò sotto forma di normalità amministrativa, di routine tecnica, di piccola economia locale. Ed è proprio qui che Times Beach si rivela come caso paradigmatico di ingiustizia ambientale: il rischio non venne scelto dalla popolazione, ma trasferito su di essa approfittando della sua debolezza sociale e istituzionale. La diossina invisibile: perché il pericolo fu sottovalutato per anni La diossina, dal punto di vista chimico e tossicologico, rappresenta il contaminante perfetto per passare inosservato nelle prime fasi dell’esposizione. Non ha l’immediatezza sensoriale di altri inquinanti; non offre alla popolazione segnali evidenti di pericolo; non produce necessariamente effetti acuti uniformi e riconoscibili nel breve periodo. La sua pericolosità sta nella persistenza, nella capacità di legarsi alle particelle del suolo, di entrare nei sistemi biologici e di accumularsi nel tempo. L’EPA e l’ATSDR sottolineano proprio questi aspetti: lunga permanenza nell’ambiente, tendenza alla bioaccumulazione e possibilità di effetti gravi su salute, sviluppo, sistema immunitario, assetto endocrino e rischio oncologico. In una comunità povera e marginale come Times Beach, priva di accesso a strumenti di analisi indipendente e abituata a fidarsi delle decisioni locali, i primi segnali non poterono essere letti come tasselli di un quadro tossicologico coerente. Malesseri, morti di animali, anomalie diffuse vennero interpretati come coincidenze. Anche quando emersero episodi inquietanti in altri luoghi del Missouri, in particolare in aree equestri dove terreni trattati con lo stesso materiale furono associati alla morte di cavalli, ci volle tempo prima che il nesso fra smaltimento illecito e contaminazione diffusa fosse ricostruito. È un passaggio cruciale, perché mostra che la conoscenza del danno non manca solo quando non ci sono dati: manca anche quando i dati esistono ma sono frammentati, dispersi tra territori diversi, enti diversi, competenze diverse....ACQUISTA IL LIBRO FontiU.S. Environmental Protection Agency (EPA), A Town, a Flood, and Superfund: Looking Back at the Times Beach Disaster Nearly 40 Years Later. È la fonte principale per la ricostruzione storica del caso, inclusi contaminazione, alluvione del 1982, evacuazione, buyout federale e significato del caso Times Beach nella storia ambientale statunitense. U.S. Environmental Protection Agency (EPA), Times Beach | Superfund Site Profile. Utile per i dati tecnici e amministrativi: inserimento nel National Priorities List nel 1983, ricollocazione completa dei residenti entro il 1986, bonifica completata nel 1997, apertura del Route 66 State Park nel 1999 e cancellazione dal NPL nel 2001. U.S. Environmental Protection Agency (EPA), Learn about Dioxin. Fonte di riferimento per spiegare cos’è la diossina, come si presenta nell’ambiente, perché è invisibile a occhio nudo e perché rappresenta un contaminante persistente e pericoloso. Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR), Chlorinated Dibenzo-p-Dioxins (CDDs) – ToxFAQs™. Molto utile per la parte tossicologica sintetica: famiglia dei composti, formazione come sottoprodotti industriali, effetti sanitari e classificazione del rischio. Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR), Public Health Statement for Chlorinated Dibenzo-p-Dioxins (CDDs). Fonte più estesa per approfondire esposizione, effetti sulla salute, vie di contatto e quadro generale di rischio associato alle diossine. Missouri State Parks, General Information – Route 66 State Park. Utile per il contesto storico locale: nascita di Times Beach nel 1926, evoluzione dell’area e trasformazione finale del sito bonificato in parco pubblico.
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Il Grande Nonno Albero: la storia magica del baobab millenario custode della savanaScopri la fiaba educativa del baobab dello Zimbabwe, un albero secolare che racconta leggende africane, parla ai bambini e insegna l’amore per la natura e la protezione dell’ambienteTanto tempo fa, in un posto lontano chiamato Zimbabwe, vicino a delle cascate giganti che sembrano arcobaleni d’acqua (le Cascate Vittoria!), viveva un albero molto speciale. Era così vecchio e saggio che tutti lo chiamavano “Il Grande Nonno Albero”. Ma il suo vero nome era Baobab, e questo baobab aveva più di 1.150 anni! Immagina: era già lì quando non esistevano le automobili, i computer o le città! Cresceva alto e forte nella savana africana, con un tronco grosso come una casa e rami che sembravano braccia giganti pronte ad abbracciare il cielo. Il Grande Nonno Albero non era un albero qualunque. Dentro al suo tronco spugnoso poteva conservare l’acqua per affrontare i lunghi periodi senza pioggia. Gli animali venivano a trovarlo per bere, e le persone delle tribù vicine lo consideravano un amico prezioso. Le sue foglie curavano i malanni, la sua corteccia diventava corde e stoffe, e i suoi frutti erano dolci e pieni di vitamina C. Era davvero l’albero della vita! C’era anche una leggenda che raccontava di come il Grande Nonno Albero fosse stato piantato al contrario! Gli dèi, un po’ infastiditi perché si vantava troppo, lo misero con le radici verso il cielo e i rami nel terreno. Da allora, i suoi rami sembrano proprio delle radici giganti che vogliono toccare le nuvole! “Non importa come sono fatto – diceva l’albero con la voce del vento – l’importante è ciò che dono al mondo.” Un giorno un uomo con un cappello strano e una mappa in mano si fermò all’ombra del Grande Nonno Albero. Si chiamava David Livingstone, un esploratore venuto dall’Inghilterra. Si dice che si sia riposato sotto i suoi rami dopo un lungo viaggio tra leoni, ippopotami e deserti. Il baobab era felice. Ogni persona che si fermava a osservarlo portava con sé una storia, e lui le conservava tutte nelle sue cicatrici di corteccia. Ma anche i grandi alberi possono avere paura. Negli ultimi anni, il clima era cambiato. Faceva più caldo, pioveva meno, e alcuni baobab suoi amici erano caduti all’improvviso. Le persone tagliavano gli alberi, costruivano case, e si dimenticavano di ascoltare la voce del vento.....ACQUISTA IL LIBRO ILLUSTRATOSCHEDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI 📖 Titolo della Fiaba: Il Grande Nonno Albero✍️ Autore: Marco Arezio – Fiabe per bambini e cittadinanza ecologica🎯 Obiettivi Didattici- Comprendere l’importanza degli alberi antichi e delle specie simbolo nella conservazione dell’ambiente.- Introdurre i bambini a storie, miti e tradizioni africane legate alla natura.- Educare al rispetto della biodiversità, al cambiamento climatico e alla necessità di essere “custodi del pianeta”.- Promuovere l’ascolto attivo, l’empatia ecologica e la riflessione sulle responsabilità individuali.- Sviluppare la creatività narrativa e grafica a partire da simboli naturali.🌍 Temi Educativi Principali- La biodiversità e i grandi alberi del mondo- Gli effetti del cambiamento climatico- Le culture africane e la trasmissione orale delle leggende- Il concetto di "albero come essere vivente e maestro"- Cittadinanza attiva e protezione del patrimonio naturale🕒 Durata delle attività- 45-60 minuti: lettura + dialogo- 90 minuti: con attività artistiche, teatrali o scrittura creativaPercorso ampliabile in 2-3 incontri interdisciplinari (geografia, arte, educazione civica, scienze)👧👦 Età consigliata8 – 12 anni (ultimo biennio della scuola primaria e prima media)🧠 Attività Didattiche Proposte🌿 1. Conversazione con l’albero- Simulare un dialogo in cerchio con “Il Grande Nonno Albero”:- Cosa ci direbbe oggi un baobab se potesse parlare?- Cosa possiamo fare noi per lui?- Se fossi una pianta, cosa vorresti dire agli umani?- Attività utile per sviluppare empatia ecologica.📜 2. Laboratorio artistico: la leggenda disegnataOgni bambino illustra la leggenda del baobab “piantato al contrario” oppure disegna una nuova leggenda del proprio “albero magico”:- Che poteri ha?- Dove cresce?- Cosa insegna agli umani?- Può essere raccolto in una piccola mostra o libro di classe.🌱 3. Crea il tuo “Giuramento del Custode della Natura”Come i bambini della fiaba, ogni alunno può creare il proprio giuramento personale (o di gruppo), da leggere ad alta voce:- “Io prometto di ascoltare il vento, proteggere gli alberi, e ricordare che ogni foglia è un respiro della Terra…”- Stampare, firmare e appendere in aula.📚 4. Il Baobab nel mondo: geografia e realtà- Attività interdisciplinare per:- Localizzare lo Zimbabwe sulla mappa- Cercare immagini di baobab reali (es. Baobab di Matobo, Sagole, Tsitakakoike)- Riconoscere specie simbolo in altri continenti (Sequoie, Cedri, Faggi secolari…)- Paragoni tra alberi africani e italiani (valore ecologico e culturale)✍️ 5. Scrittura Creativa: Diario dell’AlberoI bambini scrivono una pagina del diario del Grande Nonno Albero:- “Oggi ho visto un uomo con una mappa… si è seduto e ha ascoltato il mio racconto sul cielo di ieri notte…”- Oppure scrivono come se fossero custodi del baobab che lo salvano dai pericoli.🧰 Materiali Necessari- Testo della fiaba- Cartelloni e materiali artistici (matite, pennarelli, fogli colorati)- Mappamondo o cartina dell’Africa- Materiali di riciclo per costruire piccoli “alberi portastorie” o “alberi delle promesse”🧭 Competenze Educate- Educazione ambientale e civica- Geografia e conoscenza del mondo- Lettura, comprensione del testo e narrazione- Empatia e rispetto per gli esseri viventi- Creatività espressiva e responsabilità💬 Frasi da ricordare e discutere“Non importa come sono fatto. L’importante è ciò che dono al mondo.”“Gli alberi parlano a chi sa ascoltare.”“Anche un bambino può essere il custode della natura.”“Il futuro cresce come un albero: giorno dopo giorno.”✅ Valutazione suggerita- Partecipazione attiva alla lettura e alle discussioni- Originalità nei disegni o nei racconti- Capacità di interiorizzare i valori espressi- Impegno nelle attività collettive (giuramento, diario, cartelloni)📚 Possibilità di estensione- Progetto “Alberi parlanti”: ogni classe adotta un albero vicino alla scuola, lo studia, lo disegna e ne raccoglie “le storie”- Collaborazione con associazioni ecologiche locali- Attività per la Giornata Mondiale della Terra (22 aprile) o della Foresta (21 marzo)🌈 Messaggio finale per i bambiniIl Grande Nonno Albero ci insegna che la saggezza non ha fretta, ma lascia radici profonde. Gli alberi non parlano con la voce, ma ci parlano con il tempo, con l’ombra che offrono e con la vita che custodiscono.Ascoltali, proteggili, e racconta le loro storie.Perché essere piccoli Custodi della Natura oggi significa garantire un domani più verde, giusto e felice.
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Racconti e romanzi a puntate: storie da leggere online su rMIXScopri la sezione del Blog dedicata ai racconti e ai romanzi a puntate: letture emozionanti, originali e sempre nuove che ti accompagneranno nel tempoCi sono storie che si leggono in un respiro e altre che chiedono tempo, capitolo dopo capitolo, per svelarsi fino in fondo. La sezione “Racconti” del blog rMIX è pensata per chi ama immergersi nelle parole e lasciarsi trasportare: qui troverai tanto racconti brevi quanto romanzi a puntate, scritti per accompagnarti in un viaggio di emozioni e scoperte.Ogni racconto nasce come un invito a rallentare, a concedersi uno spazio intimo di lettura, lontano dalla frenesia quotidiana. Le storie brevi regalano attimi di intensità, piccole finestre da cui guardare il mondo con occhi nuovi. I romanzi a puntate, invece, ti porteranno pagina dopo pagina dentro trame fitte di mistero, passione o riflessione, con il piacere di attendere il seguito come in una serie letteraria.Inoltre c'è una sezione dedicata alle fiabe per i bambini, con inserita una scheda didattica per gli insegnanti, con la quale si potrà interpretare con i bambini il senso di ogni storia. Che tu voglia una lettura veloce o preferisca seguire un intreccio che cresce di capitolo in capitolo, la sezione “Racconti” è il luogo dove la scrittura diventa esperienza, dove ogni testo è pensato per sorprendere, emozionare e restare. Lasciati guidare dalle parole: scopri i racconti e i romanzi a puntate, vivi la magia della narrazione che sa ancora far battere il cuore e stimolare l’immaginazione.
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Quando il polline racconta la città: metalli pesanti e fitofarmaci svelati dalle api nei nostri spazi urbaniLe api come sentinelle ambientali nelle città . 13 aree monitorate rivelano 32 fitofarmaci e 4 metalli pesanti. Conoscere gli impollinatori per costruire una biodiversità urbana più sanadi Marco ArezioIl cuore della ricerca condotta nelle 13 aree urbane parte da un presupposto semplice ma potente: le api non raccolgono soltanto polline, raccolgono informazioni. In ogni granello che trasportano fino all’alveare si nasconde una traccia della città, dei suoi fiori, delle sue superfici, persino dell’aria che respirano. Per questo, il disegno sperimentale è stato pensato come una finestra aperta sulla complessità urbana: due arnie per ciascuna area, monitorate in momenti diversi della stagione, hanno permesso di intercettare variazioni legate sia alla fioritura sia alle attività umane.Una volta raccolto, il polline è stato trattato con la stessa cura che si riserva a un reperto prezioso. Ogni fase, dalla conservazione ai processi di estrazione, è stata calibrata per non alterare la delicatezza della matrice. Le analisi hanno permesso di distinguere con precisione i residui chimici presenti, grazie a tecniche capaci di rilevare tracce minime di molecole e metalli. In parallelo, lo studio della composizione botanica ha reso possibile associare i dati chimici al paesaggio reale, restituendo un quadro integrato che tiene insieme contaminanti e biodiversità floreale.Cosa significa trovare 32 fitofarmaci nel pollineIl numero di sostanze rinvenute potrebbe sembrare allarmante a un primo sguardo, ma più che una condanna è una fotografia delle pratiche che avvengono intorno a noi. Trentadue fitofarmaci, in gran parte fungicidi, raccontano di un verde urbano spesso gestito con trattamenti preventivi e ripetuti; tre erbicidi indicano invece un uso di prodotti per mantenere puliti margini stradali o aree incolte; cinque insetticidi, infine, sollevano interrogativi più diretti sul possibile impatto sugli impollinatori stessi.Il polline, rispetto al miele, ha un vantaggio evidente: registra l’immediato. Non è un archivio diluito, ma un diario giornaliero, che conserva le impronte chimiche delle fioriture visitate nel giro di pochi giorni. È per questo che si rivela un indicatore così efficace, e anche così spietato nel mettere in luce la presenza di residui invisibili a occhio nudo.Metalli pesanti: firme multiple in un’unica matriceAccanto ai fitofarmaci, nel polline sono comparsi anche quattro metalli pesanti: rame, piombo, cadmio e alluminio. Ognuno porta con sé una storia diversa. Il rame è legato sia all’uso agricolo che a fenomeni di usura urbana; il piombo, seppure ridotto rispetto al passato, resta intrappolato nei suoli o nei vecchi strati delle infrastrutture; il cadmio arriva talvolta dai fertilizzanti o dal traffico; l’alluminio, invece, può essere il riflesso di componenti naturali del terreno o del particolato atmosferico.Il fatto che questi elementi emergano dal polline non deve stupire: i granuli sono esposti all’aria, si posano su superfici vegetali e inglobano inevitabilmente ciò che trovano. Non sono un indizio isolato, ma una voce dentro un coro complesso di pressioni ambientali che si intrecciano nello spazio urbano.Dalla misura all’interpretazione ecologicaRilevare la presenza di queste sostanze è solo il primo passo. Il punto centrale è capire che cosa significhino per la salute delle api e, più in generale, per la biodiversità urbana. Non si tratta soltanto di concentrazioni e dosi, ma di effetti combinati. Sostanze che da sole potrebbero sembrare innocue possono diventare pericolose in sinergia con altre, specie se l’esposizione è ripetuta nel tempo. Le api, come altri impollinatori, subiscono spesso conseguenze non immediate ma subdole: perdita di orientamento, riduzione della capacità di apprendere, maggiore vulnerabilità alle malattie.La dimensione spaziale è altrettanto importante. Le tredici aree indagate non restituiscono un quadro uniforme: a seconda del contesto, i profili di residui cambiano, segnalando come il paesaggio urbano sia un mosaico disomogeneo fatto di parchi, orti, viali trafficati e zone agricole di margine. Leggere queste differenze aiuta a capire dove concentrare gli sforzi per ridurre i rischi.Implicazioni per la gestione del verde urbanoIl messaggio che arriva da questo lavoro è chiaro: la gestione del verde urbano può e deve evolvere verso pratiche più rispettose degli impollinatori. Significa scegliere piante meno bisognose di trattamenti, ridurre le rasature troppo frequenti che impoveriscono le fioriture spontanee, limitare l’uso di erbicidi e insetticidi a situazioni davvero necessarie. Vuol dire anche pensare alla città come a un insieme di corridoi ecologici, in cui i parchi, i giardini scolastici, le aiuole stradali e persino i balconi possano dialogare tra loro offrendo continuità di nutrimento e rifugi.Non si tratta di rinunciare alla cura estetica degli spazi urbani, ma di bilanciarla con la funzionalità ecologica. Inserire criteri di sostenibilità nei bandi pubblici, prevedere controlli sulla tracciabilità dei prodotti usati, premiare le pratiche che favoriscono fioriture e riducono la chimica: sono passi concreti che trasformano i dati scientifici in azioni tangibili.Un monitoraggio utile se è continuo, integrato, leggibileIl valore di un monitoraggio come questo si amplifica se viene ripetuto nel tempo. Solo così si può distinguere un episodio passeggero da un trend strutturale. Estendere le osservazioni a più anni, confrontare le stagioni e includere non solo le api da miele ma anche gli impollinatori selvatici, permette di avere una visione più ampia e realistica. È altrettanto importante rendere questi dati accessibili: mappe intuitive, report chiari, strumenti di comunicazione che parlino sia ai tecnici che ai cittadini.Il polline, insomma, non è solo un campione da laboratorio: è un linguaggio che la città può imparare a decifrare, trasformando ogni alveare in un punto di ascolto.Conclusione: ascoltare il segnale debole per agire forteLe api, attraverso il polline che raccolgono, ci restituiscono una radiografia dell’ambiente urbano. Ci dicono dove i trattamenti sono eccessivi, dove i suoli rilasciano ancora memorie del passato, dove mancano spazi fioriti. Non ci chiedono di fermare il progresso, ma di armonizzarlo con la vita che ci circonda. Accogliere questo messaggio significa progettare città più resilienti, dove la bellezza delle aiuole non si misura solo nel colore dei fiori, ma nella vitalità degli insetti che le frequentano.In fondo, proteggere gli impollinatori non è altro che proteggere noi stessi, perché dalla loro salute dipende la qualità del cibo che mangiamo, dell’aria che respiriamo e della natura che continua a sorprenderci anche dentro i confini urbani.© Riproduzione Vietata
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