Come Rendere più Brillante ed Uniforme il Colore di un Polimero RiciclatoLa colorazione di un polimero plastico riciclato, specialmente se il suo input è lo scarto post consumo, è soggetta a molti fattori che ne influenzano il risultato finale di Marco ArezioNon basta scegliere un masterbach del colore desiderato e seguire le schede tecniche, in cui può essere indicata la percentuale da aggiungere al fuso polimerico, per aspettarsi il colore desiderato. Specialmente se il polimero che stiamo per far nascere proviene dagli scarti plastici da post consumo, il colore desiderato ha bisogno di varie considerazioni a monte, ben prima di accendere l’estrusore, addirittura dal rifiuto plastico che dobbiamo ancora selezionare. Azzardato? Esagerato? No, in quanto ogni elemento plastico che verrà selezionato, porterà con sé la sua storia, in termini di qualità, di performances, di odore e anche di influenza sul colore finale. Rendere più brillante e più uniforme il colore di un polimero riciclato può essere una vera sfida, a causa delle impurità e delle degradazioni che possono verificarsi durante il ciclo di vita del polimero. Tuttavia, ci sono diverse strategie che possono essere utilizzate per migliorare la brillantezza del colore: Pulizia approfondita Una pulizia accurata del polimero riciclato, intesa come una buona selezione, un buon lavaggio e una buona filtrazione, può rimuovere una buona parte di impurità o residui che influenzano negativamente l'aspetto del polimero. Compatibilizzanti Utilizzare dei compatibilizzanti può migliorare la miscelazione di polimeri diversi o di additivi, conducendo a una migliore uniformità e brillantezza. Additivi ottici Gli brighteners ottici (OBAs) possono essere utilizzati per rendere i polimeri riciclati più bianchi o brillanti. Funzionano assorbendo la luce ultravioletta e rilasciandola come luce visibile blu, compensando così le tonalità giallastre indesiderate. Agenti nucleanti Sono additivi che possono influenzare il processo di cristallizzazione dei polimeri semicristallini, come il polipropilene. Una cristallizzazione controllata può portare a migliori proprietà ottiche e a una migliore brillantezza del colore. Additivi di miglioramento della dispersione Questi additivi aiutano nella dispersione uniforme di pigmenti e altri additivi nel polimero, garantendo un colore uniforme. Coloranti di alta qualità Utilizzare pigmenti e coloranti di alta qualità, specifici per i polimeri riciclati, può produrre colori più vividi e brillanti nel polimero riciclato. Processo di estrusione Ottimizzare le condizioni di estrusione, come temperatura e velocità, può migliorare la brillantezza del polimero finito, evitando di stressare termicamente il materiale con ricadute negative sulla qualità delle superfici. Tecniche di finitura Dopo la lavorazione, tecniche di finitura come lucidatura o rivestimento possono essere utilizzate per migliorare la brillantezza del prodotto finale. Stabilizzatori UV L'esposizione ai raggi UV può causare la degradazione del colore nel tempo. L'uso di stabilizzatori UV può aiutare a proteggere il colore dallo sbiadimento e mantenerlo brillante. Riduzione dell'ossidazione L'ossidazione può influire sulla brillantezza del colore. Utilizzare antiossidanti può aiutare a proteggere il polimero dall'ossidazione durante la lavorazione. Blending Miscelare il polimero riciclato con una piccola quantità di polimero vergine può, in certe condizioni, migliorare la brillantezza del colore. È importante sottolineare che la strategia o la combinazione di più strategie da adottare, dipendernno dalle specifiche esigenze e dalle condizioni del polimero riciclato in questione. Potrebbe essere necessario sperimentare diverse opzioni per ottenere i risultati desiderati. Come il caco3 (carbonato di calcio) influenza i colori nei polimeri riciclati Il carbonato di calcio (CaCO₃) ha un effetto significativo sui colori dei polimeri riciclati quando viene utilizzato come filler. Vediamo come può influenzare l'aspetto estetico dei polimeri: Opacità Il CaCO₃ ha una natura biancastra e può aumentare l'opacità del polimero. Ciò significa che, quando viene aggiunto a un polimero trasparente o semitrasparente, può ridurre la sua trasparenza. Inoltre ad un aumento delle quantità percentuali utilizzate possono verificarsi cambi di colore di base verso sfumature irregolari ed opache. Luminosità L'aggiunta di CaCO₃, può aumentare la luminosità di un polimero, da non confondere con la brillantezza, a causa della sua natura bianca. Se il polimero riciclato ha un colore scuro o grigio a causa di impurità o additivi precedenti, l'aggiunta di CaCO₃ può renderlo leggermente più chiaro. Interazioni con altri additivi Se nel polimero riciclato sono presenti altri additivi o coloranti, il carbonato di calcio può interagire con questi. Il che potrebbe influenzare l'aspetto finale del polimero in termini di colore e opacità. Diffusione della luce Il CaCO₃ ha la capacità di diffondere la luce, quindi questo comportamento può influenzare l'aspetto visivo del polimero, rendendolo meno brillante o meno trasparente. È importante sottolineare che l'effetto del CaCO₃ sul colore e sull'aspetto di un polimero riciclato può variare in base alla dimensione e alla distribuzione delle particelle di questa carica minerale, così come alla quantità di filler aggiunta e alle proprietà del polimero di base. Come il talco influisce sulla qualità dei colori nei polimeri riciclati Il talco, un minerale a base di silicato di magnesio, è comunemente utilizzato come filler nei composti di plastica. Nel contesto dei polimeri riciclati, il talco può influenzare la qualità dei colori in vari modi: Opacità Come il CaCO₃, anche il talco può aumentare l'opacità del polimero. Ciò significa che l'aggiunta di talco a un polimero trasparente o semitrasparente può ridurne la trasparenza. Tonalità di colore A causa della sua natura bianco-grigia, l'aggiunta di talco può influenzare la tonalità del colore del polimero riciclato, rendendolo potenzialmente più pallido o attenuando colori brillanti. Uniformità del colore Il talco può contribuire a fornire un aspetto più uniforme al polimero, specialmente se il materiale riciclato ha inizialmente un colore non uniforme a causa di impurità o di precedenti additivi. Diffusione della luce Le particelle di talco disperse nella matrice polimerica possono diffondere la luce, influenzando l'aspetto visivo del polimero e potenzialmente rendendolo meno brillante, come succede con il carbonato di calcio. Interazioni con altri additivi Se il polimero riciclato contiene altri additivi, coloranti o stabilizzatori, il talco può interagire con questi componenti, influenzando l'aspetto finale del materiale. Effetto sulla lavorabilità Anche se non si tratta direttamente di un effetto sul colore, la presenza di talco può alterare le proprietà di flusso del polimero durante la lavorazione. Questo può avere un impatto sulle finiture superficiali dei prodotti e, di conseguenza, sulla percezione del colore e sulla brillantezza. Per massimizzare la qualità del colore in un polimero riciclato con talco, è importante controllare la quantità e la dimensione delle particelle di talco, talvolta potrebbe essere necessario bilanciare l'utilizzo del talco con altri additivi o stabilizzatori. Come sempre, la formulazione ottimale dipenderà dalle esigenze specifiche dell'applicazione e dai risultati desiderati. Come intervenire sulle fasi di riciclo dei polimeri per aumentare la qualità del granulo colorato prodottoLa qualità del granulo colorato prodotto dai polimeri riciclati può essere influenzata da vari fattori durante le fasi di riciclo. Ecco alcune strategie e interventi che possono essere implementati per migliorare la qualità: Selezione e Separazione Questa è una delle fasi più critiche e più importanti è la selezione dei rifiuti plastici. Una separazione accurata dei diversi tipi di plastica può ridurre le contaminazioni e garantire che il materiale riciclato sia il più puro possibile. Lavaggio Approfondito Dopo la separazione, la plastica dovrebbe essere lavata accuratamente per rimuovere residui, sporco, etichette adesive e altri contaminanti. Degassaggio Durante l'estrusione, è essenziale avere un efficace impianto di degassaggio per rimuovere l'umidità, gli odori e le sostanze volatili che possono compromettere la qualità del granulo e la colorazione. Ottimizzazione del Processo di Estrusione La temperatura, la velocità e le condizioni di estrusione dovrebbero essere ottimizzate per evitare la degradazione del polimero e garantire una buona miscelazione del colore. Controllo della Dimensione delle Particelle La dimensione e la forma delle particelle di pigmento o colorante possono influenzare l'aspetto del granulo. Una buona dispersione è fondamentale per ottenere una colorazione uniforme. Test e Controllo Qualità Dopo la produzione, è essenziale testare i granuli per assicurarsi che rispettino le specifiche desiderate. Questo può includere test sulla colorazione, sulla resistenza e su altre proprietà rilevanti. Stoccaggio Corretto Conservare i granuli in condizioni ottimali (al riparo dalla luce, in un ambiente asciutto) per prevenire la degradazione o variazioni di colore prima dell'utilizzo. Con quali strumenti possiamo valutare la qualità e la corrispondenza RAL di un polimero riciclato Per valutare la qualità e la corrispondenza del colore (ad esempio con la scala RAL) di un polimero riciclato, si possono utilizzare vari strumenti e tecniche: Spettrofotometri Questi strumenti misurano la riflettanza o la trasmissione di un materiale a diverse lunghezze d'onda, permettendo una precisa quantificazione del colore. Possono essere utilizzati per confrontare il colore di un campione con una norma di riferimento, come una tinta RAL. Colorimetri Simili agli spettrofotometri, i colorimetri sono meno complessi e quantificano il colore in termini di coordinate di colore come Lab*, che possono essere confrontate con un valore di riferimento. Microscopia Sotto un microscopio, si può esaminare la dispersione del pigmento o del colorante nel polimero, garantendo che non ci siano aggregati o separazioni che potrebbero influire sulla qualità del colore. Tavole di confronto RAL Queste sono carte fisiche o set di campioni che mostrano le tonalità standardizzate RAL. Anche se non sono precisi come gli strumenti elettronici, possono offrire un rapido riferimento visivo per la corrispondenza dei colori. Test di invecchiamento acceleratoQuesti test espongono il polimero a condizioni estreme (come luce UV intensa o calore) per valutare quanto velocemente il colore cambierà nel tempo. Software di gestione del colore Questi programmi possono aiutare a tradurre e confrontare le misure del colore tra diverse scale, come RAL, Pantone, e altre. Possono anche aiutare a prevedere come i cambiamenti nella formulazione influenzeranno la corrispondenza del colore. Quando si utilizzano strumenti come spettrofotometri o colorimetri, è essenziale standardizzare le condizioni di misura (ad esempio, l'angolo di misura, il tipo di illuminante, ecc.) e calibrare regolarmente lo strumento per garantire misurazioni accurate e ripetibili. Infine, mentre questi strumenti possono fornire dati quantitativi sulla corrispondenza del colore, è sempre utile avere anche una valutazione visiva da parte di esperti, poiché la percezione umana del colore può variare in base a diversi fattori. Che differenza ci sono tra un colorante per i polimeri vergini e uno per quelli riciclati La colorazione di polimeri, sia vergini che riciclati, può essere influenzata da vari fattori. Mentre molti coloranti possono essere utilizzati per i polimeri vergini, ci sono alcune differenze e considerazioni specifiche quando si tratta di colorare i polimeri riciclati: I polimeri riciclati possono contenere impurità o residui da precedenti cicli di utilizzo. Questo può influenzare la capacità del colorante di disperdersi uniformemente e può alterare l'aspetto finale del colore. A causa delle impurità o dei cambiamenti nella struttura molecolare dei polimeri riciclati, alcuni coloranti, che funzionano bene con i polimeri vergini, potrebbero non essere altrettanto efficaci con i polimeri riciclati. Poiché i polimeri riciclati possono avere colori residui o indesiderati, potrebbe essere necessario utilizzare coloranti più forti o in quantità maggiori per ottenere la tonalità desiderata. Inoltre, i polimeri riciclati potrebbero aver subito una degradazione termica in precedenti cicli di lavorazione. Questo significa che potrebbero essere più sensibili al calore durante la successiva lavorazione. I coloranti scelti per questi materiali dovrebbero avere una buona stabilità termica.
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Disuguaglianze etniche e socioeconomiche legate all'inquinamento atmosferico negli Stati Uniti: Un'analisi delle disparità ambientaliCome le comunità di minoranze etniche e a basso reddito subiscono l'impatto sproporzionato dell'inquinamento atmosferico e cosa può fare la giustizia ambientale per affrontare questa ingiustiziadi Marco ArezioL'inquinamento atmosferico rappresenta una delle principali sfide ambientali a livello globale, poiché minaccia sia gli ecosistemi sia la salute di milioni di persone. Negli Stati Uniti, le disuguaglianze etniche e socioeconomiche determinano in modo significativo chi è più esposto ai rischi derivanti dall'inquinamento atmosferico. Diversi studi mostrano che le comunità emarginate, spesso costituite da minoranze etniche e persone a basso reddito, affrontano un'esposizione sproporzionata a livelli più elevati di inquinamento. Questo fenomeno solleva una questione cruciale di giustizia ambientale, poiché evidenzia come la disuguaglianza sistemica influisca negativamente sulla salute e sulla qualità della vita delle popolazioni più vulnerabili. Disuguaglianze etniche e socioeconomiche: Il contesto storico Le disparità nell'esposizione all'inquinamento atmosferico negli Stati Uniti affondano le loro radici in una lunga storia di segregazione razziale e disuguaglianza economica. Politiche abitative del passato, come il "redlining", hanno relegato le comunità nere e latine in aree urbane con accesso limitato ai servizi di base e una qualità dell'aria decisamente peggiore rispetto a quella delle comunità bianche più benestanti. Il redlining, una pratica discriminatoria che ha negato prestiti o imposto condizioni svantaggiose in determinate aree, ha portato alla creazione di quartieri segregati, spesso situati vicino a fonti di inquinamento industriale. Queste politiche hanno privato molte famiglie delle opportunità di migliorare le proprie condizioni di vita e di trasferirsi in zone più salubri. Le disuguaglianze economiche, inoltre, costringono molte persone con redditi bassi a vivere in aree più esposte a rischi ambientali. Queste comunità hanno meno possibilità di influenzare le decisioni politiche locali e spesso non dispongono dei mezzi necessari per opporsi allo sviluppo industriale dannoso nei propri quartieri. Il risultato è un ciclo di vulnerabilità che si perpetua nel tempo, dove chi vive già in condizioni difficili viene ulteriormente penalizzato dalla bassa qualità dell'aria. Impatti dell'inquinamento atmosferico sulla salute L'inquinamento atmosferico è composto da una miscela di sostanze nocive, tra cui particolato fine (PM2.5), ossidi di azoto (NOx) e ozono a livello del suolo. L'esposizione cronica a questi inquinanti è stata associata a numerosi problemi di salute, tra cui malattie respiratorie, cardiovascolari e un rischio aumentato di mortalità precoce. Tuttavia, l'esposizione a questi rischi non è distribuita equamente tra la popolazione. Studi epidemiologici dimostrano che le comunità nere, latine e indigene sono maggiormente vulnerabili agli effetti nocivi dell'inquinamento atmosferico rispetto alle comunità bianche. Uno studio del 2019 pubblicato su PNAS ha rilevato che, mentre le persone nere negli Stati Uniti contribuiscono meno all'inquinamento, subiscono esposizioni a particolato fine significativamente più alte rispetto alla popolazione bianca. Questo evidenzia una profonda ingiustizia ambientale, poiché coloro che meno contribuiscono all'inquinamento sono quelli che ne subiscono maggiormente le conseguenze. Inoltre, le comunità a basso reddito sono particolarmente vulnerabili agli effetti dell'inquinamento a causa della mancanza di accesso a cure mediche di qualità e della maggiore prevalenza di condizioni preesistenti, come l'asma, che possono essere esacerbate dall'inquinamento. Immaginare la vita di un bambino che cresce respirando aria inquinata e lottando con problemi respiratori cronici, senza accesso alle cure di cui avrebbe bisogno, aiuta a comprendere la dura realtà che molte famiglie emarginate devono affrontare quotidianamente. Giustizia ambientale e inquinamento atmosferico Il concetto di giustizia ambientale si è sviluppato per affrontare le disuguaglianze legate all'impatto ambientale sulle comunità più vulnerabili. Ogni individuo, indipendentemente dalla razza, dal reddito o dal luogo in cui vive, ha il diritto a un ambiente sano e a un'aria pulita. Tuttavia, la realtà negli Stati Uniti è che molte comunità emarginate continuano a vivere in prossimità di industrie pesanti, autostrade e discariche, con conseguente esposizione quotidiana a livelli elevati di inquinanti atmosferici. Un esempio emblematico di questa disparità è rappresentato dalla "cintura del cancro" della Louisiana, una regione lungo il fiume Mississippi con un'alta concentrazione di industrie chimiche e petrolchimiche. Le comunità nere che vivono in quest'area sono esposte a livelli preoccupanti di sostanze cancerogene e i tassi di cancro sono significativamente più alti rispetto alla media nazionale. Queste comunità non solo subiscono gli effetti dell'inquinamento, ma spesso dipendono economicamente dalle stesse industrie che compromettono la loro salute, intrappolandole in un ciclo di dipendenza e malattia. Il ruolo delle politiche pubbliche Le politiche pubbliche svolgono un ruolo cruciale nel contrastare le disuguaglianze legate all'inquinamento atmosferico. Tuttavia, le normative ambientali non sempre riescono a proteggere efficacemente le comunità più vulnerabili. Sebbene l'Environmental Protection Agency (EPA) abbia stabilito standard per la qualità dell'aria attraverso il Clean Air Act, l'applicazione di tali standard varia da regione a regione e molte comunità colpite dall'inquinamento non vedono miglioramenti tangibili. Negli ultimi anni, sono emerse nuove iniziative volte a ridurre queste disuguaglianze. L'Environmental Justice for All Act, presentato al Congresso nel 2020, mira a rafforzare la protezione delle comunità emarginate migliorando la partecipazione pubblica nei processi decisionali e aumentando le sanzioni per le violazioni ambientali nelle aree più vulnerabili. Anche il piano Justice40 dell'amministrazione Biden, che prevede di destinare il 40% dei benefici degli investimenti federali in energie pulite e infrastrutture sostenibili alle comunità svantaggiate, rappresenta un passo significativo verso una maggiore equità ambientale. Conclusioni L'inquinamento atmosferico e le disuguaglianze socioeconomiche e razziali sono strettamente intrecciati negli Stati Uniti, con le comunità di minoranze etniche e a basso reddito che subiscono gli impatti più gravi. Questo mette in evidenza la necessità di un impegno costante per promuovere la giustizia ambientale, non solo per migliorare la qualità dell'aria, ma anche per sanare le ferite storiche causate dalle disuguaglianze che hanno lasciato molte comunità vulnerabili. Affrontare queste sfide richiede politiche pubbliche che promuovano uno sviluppo equo e sostenibile, garantendo che nessuna comunità sia lasciata indietro. Solo attraverso un approccio inclusivo e giusto potremo costruire un futuro in cui ogni persona, indipendentemente dalla sua razza o dal suo reddito, possa vivere in un ambiente sano e sicuro. La giustizia ambientale non è solo una questione di salute, ma anche di dignità umana e un passo fondamentale verso una società più equa e sostenibile per tutti.© Riproduzione Vietata
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Luigi V. Brugnatelli: Il Pioniere dell'Elettrochimica e della GalvanotecnicaDalle Scoperte Accademiche alle Applicazioni Industriali: Come Brugnatelli e la Sua Collaborazione con la Famiglia Galbani Hanno Trasformato la Produzione Metallurgicadi Marco ArezioNel vasto panorama dei precursori dell’elettrochimica e dell’innovazione industriale, Luigi Valentino Brugnatelli emerge come una figura di spicco. Nato a Pavia nel 1761, Brugnatelli dedicò la sua vita allo studio e all’applicazione della chimica, diventando uno dei principali protagonisti della rivoluzione industriale italiana nel campo della galvanotecnica. Questo articolo esplorerà i suoi primi anni, le sue scoperte fondamentali, le applicazioni pratiche delle sue ricerche, e la sua collaborazione con la famiglia Galbani. I Primi Anni e gli Studi Brugnatelli si distinse fin da giovane per la sua passione per la chimica e la scienza. Dopo aver completato gli studi presso l’Università di Pavia, dove ebbe come maestro il celebre chimico Lazzaro Spallanzani, Brugnatelli iniziò a concentrarsi sulla ricerca nell’ambito della galvanotecnica, una disciplina all’epoca ancora inesplorata. La formazione ricevuta sotto la guida di Spallanzani, famoso per i suoi esperimenti sulla generazione spontanea, fu cruciale per il giovane scienziato, fornendogli una solida base teorica e pratica. La Scoperta dei Processi Galvanici Il contributo più significativo di Brugnatelli alla scienza fu la scoperta dei processi galvanici nel 1800. In questo periodo, Brugnatelli eseguì una serie di esperimenti che rivoluzionarono la comprensione dell’elettrochimica. Utilizzando una batteria voltaica, Brugnatelli dimostrò che era possibile depositare metalli su materiali conduttori attraverso l’elettrolisi. Questo processo, chiamato galvanostegia, consisteva nell’immersione di un oggetto in una soluzione contenente sali metallici e nel passaggio di una corrente elettrica attraverso la soluzione, provocando il deposito del metallo sull’oggetto. Esperimenti Innovativi Brugnatelli fu il primo a utilizzare l’elettrodeposizione per placcare un oggetto con oro. Questo esperimento fu condotto utilizzando una soluzione di cloruro d’oro e una batteria voltaica per fornire la corrente necessaria. Il successo di questo esperimento dimostrò non solo la fattibilità del processo, ma anche le sue potenziali applicazioni industriali. Brugnatelli pubblicò i suoi risultati nel "Journal de Physique" nel 1805, gettando le basi per lo sviluppo futuro dell’industria galvanica. Applicazioni Pratiche Le scoperte di Brugnatelli non rimasero confinate nel mondo accademico, ma trovarono presto applicazioni pratiche nell’industria. La possibilità di placcare metalli con uno strato protettivo di un altro metallo aprì nuove prospettive in vari settori. Uno dei primi settori a beneficiare della placcatura elettrochimica fu quello degli utensili da cucina. Pentole, posate e altri utensili potevano essere rivestiti con metalli preziosi come argento e oro, migliorandone la resistenza alla corrosione e l’aspetto estetico. Collaborazione con la Famiglia Galbani La genialità di Brugnatelli non passò inosservata, e presto attirò l’attenzione di importanti imprenditori dell’epoca, tra cui la famiglia Galbani, già attiva nel settore lattiero-caseario. La collaborazione con la famiglia Galbani permise a Brugnatelli di sperimentare su larga scala i suoi processi galvanici. Questa partnership si rivelò fruttuosa non solo per la famiglia Galbani, che diversificò le proprie attività, ma anche per Brugnatelli, che poté applicare e migliorare le sue tecniche in un contesto industriale. Il Contributo alla Galbani Tecnica L’ingresso di Brugnatelli nell’azienda Galbani segnò l’inizio di una nuova era per l’azienda, che si diversificò con successo nel settore della galvanotecnica. Sotto la guida di Brugnatelli, la Galbani Tecnica divenne un punto di riferimento nell’industria metallurgica. Brugnatelli sviluppò processi innovativi e brevettò nuove tecniche di placcatura elettrochimica, rendendo l’azienda leader nel settore. Un esempio significativo dell’impatto di Brugnatelli fu l’adozione della galvanostegia per la produzione di oggetti di uso comune, come monete e medaglie. Questo non solo migliorò la durabilità di questi oggetti, ma ridusse anche i costi di produzione, rendendo i prodotti più accessibili al grande pubblico. L'Eredità di Brugnatelli L'opera di Brugnatelli lasciò un'impronta duratura nel campo dell'elettrochimica e dell'industria metallurgica. Le sue scoperte aprirono la strada a ulteriori ricerche e sviluppi tecnologici, portando all'industrializzazione di processi elettrochimici che sono ancora in uso oggi. La sua capacità di vedere le applicazioni pratiche delle sue scoperte scientifiche e di collaborare con il settore industriale lo rese un vero pioniere. Conclusione Luigi Valentino Brugnatelli è una figura fondamentale nella storia dell'elettrochimica. Le sue scoperte nel campo dei processi galvanici e la loro applicazione pratica hanno avuto un impatto significativo sull'industria e sulla scienza. La sua collaborazione con la famiglia Galbani ha dimostrato come le innovazioni scientifiche possano essere integrate con successo nell'industria, portando benefici economici e tecnologici duraturi. L'eredità di Brugnatelli continua a vivere, influenzando ancora oggi il campo della galvanotecnica e dell'elettrochimica.
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La Seconda Vita del Pastazzo degli Agrumi nell'IndustriaCome il Pastazzo degli Agrumi Trasforma l'Economia Circolare: Dalle Bioplastiche ai Tessuti Eco-compatibili ai Concimidi Marco ArezioIl pastazzo degli agrumi è un sottoprodotto derivante dalla lavorazione industriale degli agrumi, come arance, limoni, pompelmi e mandarini. Questo materiale residuo si forma principalmente durante la produzione di succhi di frutta, quando la polpa, la buccia, i semi e altre parti non utilizzate della frutta vengono separati dal succo.Il processo inizia con la raccolta e la selezione degli agrumi, seguita dalla loro pulizia e dal taglio. Durante l'estrazione del succo, le componenti solide vengono meccanicamente separate dal liquido. Il risultato di questa separazione è il pastazzo, che comprende una miscela di buccia (flavedo e albedo), polpa, semi e, a volte, piccole quantità di succo residuo. L'innovazione nel riutilizzo del pastazzo degli agrumi come materia prima in diversi settori industriali, è un esempio emblematico di come l'economia circolare possa trasformare i rifiuti in risorse preziose, contribuendo significativamente alla sostenibilità ambientale. Questa trasformazione coinvolge processi tecnici complessi e approcci innovativi che meritano un'analisi dettagliata.Trasformazione del Pastazzo in Fibra TessileLa trasformazione del pastazzo degli agrumi in fibra tessile è un processo che richiede precisione e innovazione tecnologica. La prima fase inizia con la raccolta e l'essiccazione del pastazzo, che deve essere liberato dall'umidità in eccesso per facilitare l'estrazione della cellulosa. Successivamente, attraverso un processo chimico, la cellulosa viene isolata dal pastazzo utilizzando solventi non tossici. Questo passaggio è cruciale per garantire che la fibra risultante sia ecocompatibile e sicura per l'uso in tessuti destinati al contatto con la pelle.Processo di Separazione della Cellulosa Pretrattamento: Il pastazzo degli agrumi viene inizialmente sottoposto a un pretrattamento per rimuovere impurità e sostanze non cellulosiche. Questo può includere lavaggi con acqua per eliminare zuccheri e acidi organici residui, nonché un trattamento termico o chimico per facilitare la rottura delle pareti cellulari. Delignificazione: La delignificazione è il passaggio successivo, necessario per rimuovere la lignina, un polimero complesso che conferisce rigidità e impermeabilità alle pareti cellulari delle piante. Questo processo si può realizzare attraverso trattamenti chimici, come l'uso di soluzioni alcaline (per esempio, idrossido di sodio) che solubilizzano la lignina senza degradare significativamente la cellulosa. Bleaching (Sbiancamento): Dopo la rimozione della lignina, il materiale residuo può essere ulteriormente trattato con agenti sbiancanti per rimuovere le ultime tracce di colorazione e impurità, migliorando la purezza della cellulosa. Questo passaggio è particolarmente importante quando la cellulosa è destinata all'uso nell'industria tessile o in altre applicazioni dove la bianchezza e la purezza sono essenziali. Estrazione della Cellulosa: A questo punto, la cellulosa purificata è pronta per essere estratta dal miscuglio. Questo può essere fatto attraverso processi di filtrazione e centrifugazione, seguiti dall'essiccazione del materiale per ottenere cellulosa in forma solida o in fiocchi.Tipo di Cellulosa Ricavata La cellulosa estratta dal pastazzo degli agrumi è una cellulosa di tipo rigenerato, simile per alcune caratteristiche alla cellulosa utilizzata per produrre la viscosa o il rayon. Tuttavia, a causa delle specifiche fonti e dei metodi di trattamento, questa cellulosa può presentare proprietà uniche. In particolare: Alta Purezza: La cellulosa ottenuta dal pastazzo degli agrumi, dopo il processo di sbiancamento, tende ad avere un'elevata purezza, che la rende adatta per applicazioni in cui sono richieste caratteristiche di resistenza e lucentezza, come nei tessuti di alta qualità. Sostenibilità: A differenza della cellulosa estratta da legno o cotone, quella derivata dal pastazzo degli agrumi è considerata più sostenibile, poiché proviene da un sottoprodotto dell'industria alimentare, riducendo il bisogno di risorse agricole dedicate e minimizzando i rifiuti. La cellulosa ricavata può essere trasformata in filamenti continui o in fibra tagliata, che poi può essere trasformata in filo e tessuto. Questi materiali trovano impiego non solo nell'industria tessile ma anche nella produzione di materiali compostabili e biodegradabili, come imballaggi eco-compatibili e non tessuti per applicazioni mediche o sanitarie, dimostrando la versatilità e il valore aggiunto che il recupero del pastazzo degli agrumi può portare all'economia circolare. Una volta estratta, la cellulosa subisce un trattamento per essere trasformata in una soluzione viscosa, che poi viene forzata attraverso delle filiere per formare le fibre. Queste fibre sono successivamente trattate attraverso processi di lavaggio, stiratura e asciugatura per stabilizzarle e renderle pronte per la filatura. Il filo risultante può essere utilizzato per tessere o magliare tessuti con caratteristiche simili alla seta, noti per la loro leggerezza, resistenza e comfort.Potenziale di Produzione del Pastazzo e Impatto Ambientale La quantità di pastazzo prodotto annualmente a livello globale è significativa, con l'industria degli agrumi che genera milioni di tonnellate di questo sottoprodotto. Ad esempio, solo in Italia, uno dei principali produttori di agrumi in Europa, si stima che la produzione di pastazzo possa superare le 700.000 tonnellate all'anno. La conversione di una frazione di questo pastazzo in fibra tessile può potenzialmente produrre migliaia di tonnellate di tessuto, riducendo la dipendenza da fibre sintetiche derivate dal petrolio e da colture intensive come il cotone, che hanno un impatto ambientale significativamente maggiore in termini di uso dell'acqua e pesticidi.Utilizzo del Pastazzo come Concime L'impiego del pastazzo degli agrumi come concime organico richiede una gestione attenta per garantire che il materiale sia adeguatamente compostato prima dell'uso. Il compostaggio è un processo biologico che trasforma i rifiuti organici in un prodotto stabilizzato, ricco di humus e nutrienti, ideale per migliorare la fertilità del suolo. Il processo di trasformazione del pastazzo in concime coinvolge tecniche specifiche volte a garantire che il prodotto finale sia sicuro, efficace e di alta qualità per l'uso agricolo. Queste tecniche si basano su principi di compostaggio, fermentazione e trattamento termico.Compostaggio Il compostaggio è una delle tecniche più diffuse per trasformare il pastazzo degli agrumi in concime. Questo processo biologico aerobico decompone la materia organica attraverso l'azione di microrganismi, quali batteri, funghi e protozoi, trasformandola in humus, un ammendante ricco di sostanze nutritive. Preparazione del Materiale: Il pastazzo viene miscelato con altri materiali organici, come letame e residui vegetali, per equilibrare il rapporto carbonio/azoto (C/N), fondamentale per un efficace processo di compostaggio. Controllo delle Condizioni: Durante il compostaggio, è cruciale mantenere adeguati livelli di umidità e arieggiamento per supportare l'attività dei microrganismi. Il materiale può essere periodicamente rivoltato per garantire una distribuzione uniforme dell'ossigeno e della temperatura. Maturazione: Dopo diverse settimane o mesi, a seconda delle condizioni ambientali e della composizione del materiale, il compost raggiunge una fase di maturazione, in cui l'attività microbica diminuisce e il prodotto stabilizzato diventa pronto per l'uso.Fermentazione Anaerobica La fermentazione anaerobica, o digestione anaerobica, è un altro metodo per trasformare il pastazzo in un concime ricco di nutrienti. Questo processo avviene in assenza di ossigeno e produce, oltre al digestato (utilizzabile come fertilizzante), anche biogas, una miscela di metano e CO2 che può essere utilizzata per la produzione di energia. Vediamo i passaggi principali:Digestori Anaerobici: Il pastazzo viene inserito in digestori anaerobici, dove microorganismi specifici degradano la materia organica. Controllo delle Condizioni: La temperatura, il pH e l'umidità all'interno del digestore sono attentamente controllati per ottimizzare il processo e massimizzare la produzione di biogas. Raccolta del Digestato: Al termine del processo, il digestato viene raccolto. Può richiedere ulteriori trattamenti, come la separazione dei solidi dai liquidi, prima di essere utilizzato come concime.Trattamento Termico Il trattamento termico, come la pirolisi o la gasificazione, è un metodo meno comune ma efficace per trasformare il pastazzo in un ammendante del suolo e in energia. Questi processi implicano l'esposizione del materiale a temperature elevate in assenza di ossigeno (pirolisi) o in presenza di una quantità limitata di ossigeno (gasificazione). Produzione di Biochar: La pirolisi produce biochar, un tipo di carbone ricco di carbonio che può migliorare la struttura del suolo, la capacità di ritenzione dell'acqua e la disponibilità di nutrienti. Energia da Gasificazione: La gasificazione trasforma il pastazzo in un gas sintetico che può essere utilizzato per generare energia, mentre il residuo solido può essere impiegato come concime.Trasformazione del Pastazzo in BioplasticaLa trasformazione del pastazzo degli agrumi in bioplastica rappresenta un esempio eccellente di economia circolare, dove un sottoprodotto industriale viene valorizzato come risorsa per la produzione di materiali innovativi e sostenibili. Il processo di conversione del pastazzo in bioplastica segue vari passaggi chiave che implicano l'estrazione di componenti utili, la polimerizzazione di questi componenti in una matrice plastica, e infine la formazione del prodotto finale. Di seguito, viene descritto un processo generale che può essere adattato a seconda delle specifiche tecniche e dei requisiti del prodotto finito:1. Raccolta e Preparazione del PastazzoIl processo inizia con la raccolta del pastazzo degli agrumi, che viene poi essiccato e macinato per ottenere una polvere fine. Questa polvere contiene cellulosa, pectina e limonene, componenti che possono essere trasformati in bioplastiche.2. Estrazione dei Componenti Estrazione della Cellulosa e della Pectina: La cellulosa e la pectina, polimeri naturali presenti nel pastazzo, possono essere estratti tramite processi che includono trattamenti con soluzioni alcaline o acide. Queste sostanze servono come materiale di base per la produzione di bioplastiche grazie alla loro capacità di formare film e strutture plastiche. Estrazione di Limonene: Il limonene, un terpene presente nella buccia degli agrumi, può essere estratto e utilizzato come plastificante naturale per migliorare la flessibilità e le proprietà meccaniche delle bioplastiche.3. Polimerizzazione Le bioplastiche possono essere prodotte attraverso vari metodi di polimerizzazione, tra cui: Polimerizzazione diretta: Sfruttando le proprietà naturali della cellulosa e della pectina, che possono formare reti polimeriche attraverso trattamenti termici o chimici. Sintesi di Poliesteri: Convertendo i monomeri derivati dal pastazzo, come l'acido ferulico, in poliesteri attraverso processi di policondensazione. Questi polimeri possono offrire proprietà biodegradabili e sono adatti per applicazioni specifiche.4. Aggiunta di Additivi Per migliorare le proprietà delle bioplastiche, possono essere aggiunti vari additivi al composto polimerico, tra cui plastificanti naturali come il limonene, stabilizzanti UV, coloranti naturali, e altri additivi per ottimizzare la lavorabilità, la resistenza e la durabilità del materiale.5. Formazione del Prodotto Finale Il materiale polimerico viene poi trasformato nel prodotto finale desiderato attraverso tecniche standard di lavorazione delle plastiche, come l'estrusione, lo stampaggio ad iniezione, o il soffiaggio. Questo passaggio determina la forma, la dimensione e l'uso specifico della bioplastica prodotta.Conclusione La valorizzazione del pastazzo degli agrumi attraverso la sua trasformazione in materie prime per l'industria tessile, l'agricoltura e la produzione di bioplastiche rappresenta un esempio concreto di come l'innovazione e la tecnologia possano contribuire a un'economia più sostenibile e circolare. Questi approcci non solo riducono l'impatto ambientale associato alla gestione dei rifiuti e alla produzione di nuovi materiali ma offrono anche opportunità economiche per le industrie coinvolte, promuovendo lo sviluppo di nuovi mercati e la creazione di posti di lavoro verdi. La sfida per il futuro sarà quella di migliorare queste tecnologie per massimizzare il loro impatto positivo sull'ambiente e sulla società.
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Il Bosco che Parlava Sottovoce. La Fiaba di Nico e AnimaIl Bosco che Parlava Sottovoce - La storia di Nico, del fontanile nascosto e della radura dei racconti Nel paese di Roccachiara le giornate avevano un suono preciso: il rintocco delle biciclette sul selciato, le serrande che si alzavano a scatti, le voci che correvano da un balcone all’altro come palline rimbalzate. Persino il vento, lì, sembrava più frettoloso: si infilava tra le case, faceva sbattere una persiana e poi scappava via, come se avesse un appuntamento. Nico, che aveva dieci anni e un ciuffo ribelle sempre pronto a cadere sugli occhi, viveva bene in quel rumore. Anzi: lo preferiva. Il silenzio gli sembrava una cosa strana, quasi una stanza vuota dove non sai bene dove mettere le mani. Quando usciva da scuola, Nico parlava. Parlava tanto. Raccontava a sua madre la partita in cortile, i soprannomi dei compagni, l’ultima battuta inventata con gli amici. Se un pensiero gli passava per la testa, lui lo prendeva al volo e lo buttava fuori, come un aquilone che non vuole restare nella scatola. Ma c’era un posto, a Roccachiara, dove il rumore cambiava qualità e diventava diverso. Era il Bosco del Fontanile, appena oltre l’ultima fila di case, dove l’asfalto finiva e iniziava un sentiero di terra chiara. Lì, le voci del paese si spegnevano come lampadine quando chiudi l’interruttore. Restavano i passi, le foglie, i fruscii. E qualcos’altro. Nico non andava spesso al bosco. Non perché ne avesse paura: semplicemente, non ci trovava niente di “utile”. Un bosco non segna gol, non fa video divertenti, non ti dice chi ha ragione in una discussione. Poi, un sabato di fine primavera, sua madre gli disse: «Vado al mercato con zia Laura. Tu vieni?» Nico sbuffò. «No, mi annoio.» «Allora vai con il nonno. Deve controllare il fontanile e vedere se le piogge hanno rovinato il sentiero.» Nico sgranò gli occhi. «Il fontanile? Nel bosco?» «Sì. E magari fai qualcosa che non sia stare sul divano. Ti farà bene.» Il nonno Tito era un uomo dal passo lento e dallo sguardo che pareva sempre ascoltare anche quando non parlava. Portava un cappello di paglia un po’ storto e una borraccia vecchia che tintinnava. Quando Nico uscì, il nonno era già pronto, con una piccola cassetta di attrezzi e una corda arrotolata. «Andiamo?» chiese il nonno. Nico lo seguì, trascinando le scarpe sul selciato. Si aspettò un discorso lungo, una lezione. Invece il nonno disse solo: «Oggi il bosco è in buona giornata.» «Che significa?» «Che se sai ascoltare, ti restituisce qualcosa.» Nico quasi rise. “Il bosco che restituisce”, pensò. Sembrava una storia da bambini più piccoli. Ma non disse nulla: al nonno non piacevano le prese in giro. Quando arrivarono al limitare del Bosco del Fontanile, Nico notò una cosa: il nonno abbassò istintivamente la voce. Non lo fece con paura, ma come si fa entrando in una biblioteca o in una chiesa, dove perfino i pensieri camminano piano. Il sentiero era morbido, punteggiato da pietre e radici. I raggi del sole filtravano tra i rami come strisce dorate. E nell’aria c’era quell’odore di terra umida e resina che sembra un ricordo antico, anche se lo senti per la prima volta. Dopo qualche minuto, Nico avvertì una sensazione strana: aveva voglia di parlare, ma le parole gli uscivano più piccole, come se anche lui, senza volerlo, stesse imparando a stare nel posto giusto. Passarono accanto a un grosso faggio con la corteccia segnata da nodi e piccole cicatrici. Il nonno lo sfiorò con la mano come si sfiora la spalla di un amico. «Nonno… ma perché fai così?» «Perché questo albero era qui quando io ero un bambino» «E allora?» «Allora è come una pagina di un libro. Non la strappi, se vuoi che la storia continui.» Nico stava per rispondere, ma qualcosa lo fece voltare. Dal sottobosco, vicino a un cespuglio di noccioli, comparve una ragazzina con una giacca leggera verde e uno zaino. Aveva capelli scuri raccolti in una treccia e occhi attenti, come se stesse cercando un dettaglio nascosto. «Ciao!» disse lei, con un sorriso rapido..... ACQUISTA IL LIBRO
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Gestione dei Rifiuti Ospedalieri: Separazione, Stoccaggio e SmaltimentoPratiche di Eccellenza e Innovazioni nella Gestione dei Rifiuti Ospedalieri di Marco ArezioLa gestione dei rifiuti ospedalieri rappresenta una delle problematiche più complesse e critiche per il settore sanitario a livello globale. Ogni giorno, le strutture sanitarie producono una vasta gamma di rifiuti, che vanno dai materiali generali non pericolosi a quelli altamente infettivi e pericolosi. Questi rifiuti, se non gestiti correttamente, possono rappresentare gravi rischi per la salute pubblica, l'ambiente e la sicurezza degli operatori sanitari. La corretta separazione, stoccaggio, trasporto e smaltimento dei rifiuti ospedalieri non è solo una questione di conformità normativa, ma un imperativo etico e professionale. La mancata adozione di pratiche adeguate può portare a infezioni nosocomiali, inquinamento ambientale e potenziali danni legali per le strutture sanitarie. Pertanto, è essenziale che gli ospedali e le cliniche implementino strategie di gestione dei rifiuti che siano sia efficaci che sostenibili. Negli ultimi anni, l'evoluzione delle tecnologie e delle pratiche di gestione dei rifiuti ospedalieri ha aperto nuove opportunità per migliorare l'efficienza, ridurre l'impatto ambientale e garantire la sicurezza. Le innovazioni tecnologiche, come l'autoclavaggio con vapore per la sterilizzazione dei rifiuti infettivi e la pirolisi per la trasformazione dei rifiuti in energia, stanno rivoluzionando il settore. Allo stesso tempo, l'adozione di sistemi di tracciabilità basati su blockchain sta migliorando la trasparenza e la responsabilità nel ciclo di vita dei rifiuti. Questo articolo esplora le pratiche e i protocolli attuali nella gestione dei rifiuti ospedalieri, mettendo in luce l'importanza di strategie efficaci e sostenibili. Analizzeremo le procedure di separazione, le tecniche di stoccaggio, la logistica del trasporto e le modalità di smaltimento, evidenziando le migliori pratiche a livello globale. Inoltre, discuteremo delle innovazioni tecnologiche e delle tendenze emergenti che stanno ridefinendo il panorama della gestione dei rifiuti nel settore sanitario. Separazione dei Rifiuti Ospedalieri Classificazione dei Rifiuti I rifiuti ospedalieri sono classificati in categorie specifiche in base al loro potenziale rischio: Rifiuti Generali Non Pericolosi: Simili ai rifiuti domestici, non rappresentano un rischio biologico. Rifiuti Infettivi: Materiali che possono contenere patogeni in quantità sufficienti a causare malattie. Rifiuti Pericolosi: Comprendono rifiuti chimici, radioattivi e farmaceutici. Rifiuti Taglienti: Oggetti che possono tagliare o perforare la pelle, come aghi e lame. Procedure di Separazione La separazione inizia alla fonte con l'utilizzo di contenitori codificati per colore e simbologia per differenziare i tipi di rifiuti. Questo sistema minimizza il rischio di contaminazione e facilita le fasi successive di gestione.Stoccaggio dei Rifiuti Ospedalieri Strutture di Stoccaggio Dopo la separazione, i rifiuti vengono temporaneamente stoccati in aree designate all'interno dell'ospedale, attrezzate per prevenire la diffusione di agenti infettivi. Queste aree sono generalmente ventilate, facilmente sanificabili e sicure. Protocolli di Sicurezza I protocolli di sicurezza per lo stoccaggio includono la limitazione dell'accesso al solo al personale autorizzato, la regolare disinfezione delle aree di stoccaggio, e la gestione attenta dei contenitori per evitare sovraccarichi e rotture.Quantità, Logistica e Trasporto dei Rifiuti OspedalieriQuantificazione dei Rifiuti La quantità di rifiuti prodotta dipende dalle dimensioni dell'istituto sanitario e dalla tipologia di servizi offerti. È cruciale monitorare regolarmente questi volumi per ottimizzare la logistica e i costi di gestione. Logistica La logistica interna comprende la raccolta regolare dei rifiuti dalle diverse aree dell'ospedale e il loro trasporto verso le aree di stoccaggio. La pianificazione effettiva riduce il rischio di esposizione e contaminazione. Trasporto Esterno Il trasporto esterno verso gli impianti di trattamento o smaltimento è sottoposto a regolamentazioni rigorose. I veicoli utilizzati devono garantire la sicurezza del carico, prevenire perdite e limitare l'esposizione al pubblico e all'ambiente. Innovazioni Tecnologiche nella Gestione dei Rifiuti Ospedalieri Le innovazioni tecnologiche stanno rivoluzionando la gestione dei rifiuti ospedalieri, mirando a ridurre l'impatto ambientale e a migliorare l'efficienza e la sicurezza dei processi di trattamento e smaltimento. Alcuni esempi notevoli includono: Autoclavaggio con Vapore: Tecnologia avanzata per sterilizzare i rifiuti infettivi, riducendone il volume e neutralizzando i patogeni prima dello smaltimento finale. Pirolisi e Gassificazione: Questi processi termici trasformano i rifiuti in gas combustibili, riducendo la necessità di discariche e producendo energia rinnovabile. Tracciabilità dei Rifiuti Mediante Blockchain: L'implementazione della tecnologia blockchain per la gestione dei rifiuti ospedalieri migliora la tracciabilità, garantendo una documentazione immutabile del ciclo di vita dei rifiuti, dalla generazione allo smaltimento. Materiali di Scarto Ospedaliero che Possono Essere Riciclati La gestione dei rifiuti ospedalieri prevede non solo il corretto smaltimento di quelli pericolosi, ma anche la valorizzazione dei materiali che possono essere riciclati. Il riciclo dei rifiuti ospedalieri non solo riduce l'impatto ambientale ma contribuisce anche alla sostenibilità economica delle strutture sanitarie. Di seguito, una panoramica sui materiali di scarto ospedaliero che possono essere riciclati: Carta e Cartone: Cartelle cliniche e documenti amministrativi (dopo la distruzione o la deidentificazione), Imballaggi di forniture mediche e farmaceutichePlastica: Bottiglie e contenitori di plastica (es. soluzioni saline, farmaci), dispositivi medici monouso (se non contaminati da materiali biologici pericolosi), imballaggi di prodotti sanitariVetro: Flaconi e fiale di farmaci, contenitori di soluzioni medicheMetalli: Strumenti chirurgici in acciaio inossidabile (se non più utilizzabili e non contaminati), contenitori in alluminio e acciaioTessuti: Biancheria e indumenti sanitari, coperture per letti e materiali di stoffaElettronica: Apparecchiature mediche obsolete o danneggiate (monitor, dispositivi diagnostici), computer e dispositivi elettroniciPile e Batterie: Batterie di dispositivi medici portatili, batterie utilizzate in apparecchiature elettronicheLa continua ricerca e implementazione di tecnologie innovative, l'apprendimento da pratiche di successo in contesti diversi e l'impegno verso la sostenibilità sono fondamentali per affrontare le problematiche future nella gestione dei rifiuti ospedalieri. La collaborazione a tutti i livelli, dalla comunità scientifica ai decisori politici, è essenziale per promuovere un approccio sostenibile ed efficace alla gestione dei rifiuti nel settore sanitario.
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Notizie sulla Plastica Riciclata nel MondoNotizie sui polimeri riciclati, sulle macchine e gli stampi per le materie plastiche, sui prodotti fatti in plastica riciclata, sulle tecniche di produzione e sulle novità di mercatodi Marco ArezioNel portale del riciclo rMIX è possibile trovare sezioni dedicate alle informazioni e alle notizie sulla plastica riciclata e sul mondo che le ruota intorno. Ci sono molti aspetti tecnici, commerciali e di informazione generale che aiutano gli operatori del settore della plastica riciclata a rimanere aggiornati e a cogliere occasioni commerciali interessanti. Le sezioni si dividono in: • Polimeri riciclati: nella sezione è possibile trovare informazioni sulle offerte e richieste di polimeri riciclati, sia da post consumo che post industriali, in varie forme come i granuli, i macinati, i densificati, le polveri e le balle. La plastica riciclata offerta o richiesta la potete selezionare per tipologia, forma e paese di provenienza. • Macchine e stampi: nella sezione troverete informazioni su offerte e richieste di macchine ed attrezzature per la lavorazione della plastica riciclata e dei rifiuti, nonché degli stampi per produrre i prodotti finiti. • Prodotti fatti in plastica riciclata: nella sezione troverete offerte e richieste di prodotti realizzati con i polimeri riciclati, attraverso i sistemi di stampaggio, soffiaggio, termoformatura, film ed estrusione. • Lavori conto terzi: nella sezione troverete le aziende che offrono servizi conto terzi come lo stampaggio, l’estrusione, la filmatura, il lavaggio, la macinazione, la micronizzazione, il confezionamento, il soffiaggio delle bottiglie e delle taniche e molti altri servizi. • Consulenza e distribuzione: nella sezione troverete le aziende che sono specializzate nella distribuzione e nell’import-export dei polimeri riciclati, inoltre le aziende di consulenza che operano come agenti, rappresentanti e tecnici delle materie plastiche riciclate. • Informazioni tecniche: nella sezione potete trovare gli approfondimenti tecnici su vari aspetti che riguardano la plastica riciclata ed il suo impiego. Nello specifico si parla della gestione dei rifiuti, del lavaggio, della macinazione della densificazione, della granulazione, del comportamento fisico, chimico e meccanico della materia prima e delle macchine. Molti articoli riguardano come migliorare i vari aspetti produttivi e come evitare i problemi di qualità sui prodotti finiti e sui semilavorati. • Informazioni generali: nella sezione vengono riportate informazioni sul mercato che riguardano il mondo della plastica riciclata, le iniziative aziendali, le novità commerciali, finanziarie e gli aggiornamenti che possono interessare gli operatori del settore. • Economia circolare: nella sezione troverete numerosi articoli che affrontano come si può ottenere un giusto rapporto tra l’ambiente e i rifiuti attraverso l’economia circolare. Vengono trattati aspetti tecnici produttivi, sociali in riferimento alla raccolta differenziata e i rifiuti, politici che riguardano il cammino per incrementare la circolarità delle produzioni e dei beni sul mercato. Categoria: Notizie - plastica riciclata - rifiuti - macchine - stampi - polimeri
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La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta PerfettaLa Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfettadi Marco ArezioUn periodo così se lo ricorderanno a lungo, non solo il sistema industriale Turco che utilizza il polipropilene ma, a cascata, anche gli acquirenti dei prodotti finiti che le fabbriche Turche riforniscono e il sistema finanziario che è sotto pressione.Gli aumenti spropositati del polipropilene in Turchia è la conseguenza di una serie di situazioni eccezionali che si sono verificate sui mercati mondiali delle materie prime vergini, manifestandosi come una tempesta perfetta. E come tutte le tempeste improvvise, la situazione ha colto di sorpresa anche i buyers Turchi, creando una serie di difficoltà sull’approvvigionamento della materia prima, sui livelli di prezzi insostenibili e sui bilanci delle aziende. La concatenazione degli eventi si è abbattuta su analisi previsionali di disponibilità di PP regolare, pur con una previsione di un rialzo dei prezzi che sembrava sostenibile e ciclico. Le aspettative di un rialzo graduale ruotavano intorno alla considerazione di un periodo estremamente lungo di prezzi sotto la media, di una ipotesi di ripresa internazionale e dell’avvicinarsi del capodanno Cinese che avrebbe liberato maggiori disponibilità sul mercato. In realtà queste tesi si sono rilevate sbagliate in merito all’eccezionalità degli eventi che sono capitati: • I problemi metereologici negli USA con un crollo delle produzioni di PP • Lo spostamento di parti delle scorte mondiali dei produttori verso mercati più profittevoli come gli USA e l’Europa • La scarsità di circolazione dei containers che ha impennato le quotazioni • Il concatenamento di fermi produttivi agli impianti, in parte già programmati come Total, Ineos, LyondellBasell, ExxonMobil, Borealis e Unipetrol. Scorte ridotte anche nel Medio Oriente, area di normale approvvigionamento per la Turchia • La riduzione delle festività del capodanno cinese a causa del Covid con una ripresa dei consumi di di polimeri prima del previsto • Il rallentamento delle operazioni doganali causa Covid. Questi eventi concatenati hanno portato in Turchia un livello dei prezzi elevatissimi, con una scarsità di disponibilità che ha messo in crisi i produttori locali. Gli operatori dichiarano aumenti per il PPH di 350-500 $ a tonnellata, da una settimana all’altra e i buyers non sanno come trasmettere in modo costruttivo al settore commerciale gli aumenti dei costi dei prodotti. La crescita dei prezzi in percentuale ha raggiunto il 49% per il PP Raffia e il 32% il PPBC per iniezione, rispetto a Febbraio 2021, creando il caos soprattutto nelle aziende che lavorano con contratti di forniture per clienti che assemblano i semilavorati prodotti in Turchia. Non sono solo i margini di contribuzione sulle commesse a non quadrare più, ma anche l’impossibilità di produrre per la mancanza, anche a qualsiasi prezzo, della materia prima. Nemmeno l’aumento della lira turca rispetto al dollaro è stata di aiuto in questa situazione paradossale, che sta mettendo in ginocchio il comparto delle materie plastiche avendo un peso nel paese di cruciale importanza. Ci si interroga su quando questa situazione possa risolversi, ma gli analisti sono prudenti nello stabilire delle date, in quanto il fenomeno è complesso e la risoluzione delle problematiche passa dall’evolversi in modo positivo di tutti i fattori sopra descritti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PP - Turchia Maggiori informazioni sulle regole di navigazione internazionali
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Materia Nuova. Capitolo 11: Tecniche, Mani e Materia nel Riciclo ArtisticoTaglio, fusione, assemblaggio e costruzione: come la trasformazione della materia riciclata diventa linguaggio creativo e poetica dell’imperfezioneNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova. Capitolo 11: Tecniche, Mani e Materia nel Riciclo ArtisticoOgni materiale trova il suo senso nel momento in cui viene trasformato. Prima della trasformazione è potenzialità, promessa, intuizione: un frammento recuperato per strada, un oggetto dimenticato in casa, un pezzo di metallo ossidato trovato in un cantiere, un tessuto lacerato proveniente da una discarica. La materia, da sola, non basta: ha bisogno di un gesto che la renda significativa. Non un gesto qualsiasi, ma un gesto guidato da una manualità consapevole e da una conoscenza tecnica capace di ascoltare il materiale prima di intervenirvi. Le tecniche di trasformazione sono il luogo in cui l’arte del riciclo diventa reale. Sono il punto in cui il pensiero si fa mano, in cui le idee assumono peso, consistenza, temperatura. Il riciclo non è un processo astratto: è un lavoro fisico, fatto di polvere, di rumori, di odori. È un’attività che mette l’artista in contatto diretto con la resistenza e la docilità della materia, con i suoi limiti e con le sue risorse nascoste. Ogni materiale reagisce in modo diverso al taglio, alla pressione, al calore, alla torsione: conoscere queste reazioni significa conoscere il linguaggio segreto della materia. La manualità è il primo strumento. Non esiste trasformazione senza mani che toccano, che provano, che sbagliano, che tornano indietro. L’artista che lavora con materiali riciclati deve avere una manualità diversa rispetto a chi utilizza materiali nuovi e standardizzati: deve imparare a decifrare irregolarità, fragilità, parti compromesse....ACQUISTA IL LIBRO
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Moplen, Bramieri e il Carosello: Negli anni ’50 Nasce il Marketing IndustrialeDall'Italia del dopoguerra alla nascita del marketing industriale: come il Moplen, il Carosello e Gino Bramieri hanno trasformato il modo di promuovere e vendere i prodotti negli anni '50di Marco ArezioAlla fine della seconda guerra mondiale il tessuto industriale italiano era praticamente distrutto, a causa degli intensi bombardamenti e della guerra civile che si era combattuta fino alla liberazione. La necessità impellente, negli anni successivi per il governo Italiano, era far ripartire la ricostruzione delle città che avevano subito ingenti danni e rimettere in sesto l’industria, in modo da poter assolvere ai bisogni dei cittadini. Vi era una povertà diffusa, una forte disoccupazione e una grande dipendenza da parte degli alleati, con in testa gli Stati Uniti, i quali varando il piano Marshall, convogliarono in Italia un’ingente quantità di denaro e di beni di prima necessità. Gli anni ’50 del secolo scorso videro faticosamente l’impegno di tutti per alleviare le sofferenze della popolazione che usciva da una guerra tremenda, si ricostruirono scuole, strade, fabbriche, si cercò di migliorare la resa dell’agricoltura, finalizzata ad una maggiore autosufficienza alimentare. Con il passare degli anni si riuscì a mettere in moto il mondo del lavoro con la conseguenza che, verso la fine del decennio, il tenore di vita delle famiglie iniziò piano piano ad aumentare. Le fabbriche del nord attiravano molti lavoratori che emigravano dal sud e, questo, costituì un volano per l’edilizia che creò nuovi alloggi, ampliando le città ed imprimendo un beneficio a tutto l’indotto. I tempi erano maturi per dotare le case degli italiani di nuovi prodotti necessari per una vita più modera, infatti, da pochi anni era nata la televisione, erano disponibili i frigoriferi, le lavatrici e molti altri prodotti per la casa. Un mercato immenso, che aveva bisogno di tutto, dove le aziende avevano la preoccupazione di produrre, far conoscere i nuovi prodotti e vendere. Qui nasceva una grande opportunità da parte delle aziende, che era rappresentata dagli spots televisivi della nuova televisione di Stato, che pubblicizzavano i prodotti all’interno del programma Carosello, sempre più visto dalla popolazione, in virtù dell’aumento delle vendite dei televisori. Quale mezzo più idoneo per convincere la gente a comprare i prodotti innovativi recitati da personaggi famosi e apprezzati dal pubblico. Un connubio poderoso fu il lancio dei prodotti in plastica fatti con il polipropilene, chiamato Moplen, che attraverso gli sketch di Gino Bramieri, famosissimo attore e comico, convinse la gente ad adottare i prodotti per la casa realizzati con il Moplen. Scolapasta, secchi, barattoli, ciotole, mastelli, giocattoli, attrezzature per lavare e molti altri prodotti erano non più realizzati in metallo o legno, pesanti e poco piacevoli alla vista, ma attraverso una materia prima che aveva molti colori, era duratura ed indistruttibile. Il genio italiano, Giulio Natta, ricevette nel 1963, per la creazione del polipropilene, come tutti sanno, il premio Nobel per la chimica e, l’Italia, era il paese ideale per la conferma di questo sviluppo. Forse, per la prima volta, le attività di marketing che hanno permesso una così ampia diffusione dei prodotti fatti in plastica, sono state da volano per altre aziende produttrici che utilizzarono i nuovi strumenti divulgativi, in maniera sempre più studiati ed efficaci. I messaggi pubblicitari, all’inizio, erano una via di mezzo tra un’attività teatrale e una di promozione, in modo soft, che coinvolgevano la gente che li guardava in modo divertente e spensierato. Bramieri fu un colosso in questo senso, in quanto realizzava duetti spiritosi, a volte vestito da donna, come se fosse una commedia comica, per poi mostrare i vantaggi dei prodotti in plastica all’interno della casa. Categoria: notizie - tecnica - plastica - moplen - marketing industriale - PP
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Carboni attivi riciclati: depurazione, rigenerazione, sostenibilità e nuove applicazioni industrialiScopri cosa sono i carboni attivi riciclati, come vengono rigenerati dai processi industriali e quali ruoli svolgono oggi nella depurazione dell’acqua, dell’aria e nei cicli produttivi dell’economia circolaredi Marco ArezioI carboni attivi rappresentano uno dei materiali più versatili e preziosi nel campo della depurazione e della filtrazione industriale. Si tratta di sostanze carboniose, ottenute principalmente da materie prime naturali come gusci di noce di cocco, legno, torba o carbone fossile, sottoposte a un processo di attivazione termica o chimica che genera una struttura microporosa estremamente sviluppata. Questa configurazione interna, caratterizzata da un’enorme superficie specifica che può superare i 1000 m² per grammo, conferisce al materiale una capacità di adsorbimento eccezionale, rendendolo ideale per catturare composti organici, metalli pesanti, odori e sostanze tossiche da liquidi e gas. Nel tempo, tuttavia, la capacità adsorbente del carbone attivo tende a ridursi: i pori vengono saturati dalle sostanze trattenute e il materiale perde progressivamente efficacia. È qui che entra in gioco la rigenerazione e il riciclo, una pratica che permette di restituire al carbone le sue proprietà iniziali riducendo al contempo i costi e l’impatto ambientale associati alla produzione di nuovo materiale. Struttura porosa e meccanismo di adsorbimento Il principio di funzionamento del carbone attivo si basa sull’adsorbimento fisico, ovvero sulla capacità della sua superficie interna di attrarre e trattenere molecole attraverso forze di Van der Waals o legami chimici deboli. La sua efficacia dipende fortemente dalla distribuzione e dalla dimensione dei pori: - micropori (<2 nm) sono responsabili della cattura delle molecole più piccole - mesopori (2–50 nm) accolgono molecole organiche di dimensioni intermedie - macropori (>50 nm) facilitano l’accesso delle sostanze ai livelli più profondi Durante l’uso, queste cavità si riempiono progressivamente, riducendo la superficie attiva disponibile. Il riciclo consiste nel liberare questi pori attraverso processi termici o chimici, ristabilendo la struttura originale del materiale. Fonti di approvvigionamento dei carboni attivi esausti I carboni attivi esausti provengono da una vasta gamma di settori industriali e civili. Nelle industrie alimentari e farmaceutiche vengono utilizzati per la purificazione di soluzioni, oli, zuccheri e principi attivi; nel trattamento delle acque per rimuovere pesticidi, solventi e microinquinanti; nelle industrie chimiche e petrolifere per la depurazione di gas e vapori; infine, in ambito urbano e ambientale, per la filtrazione dell’aria e la gestione degli odori. Dopo un determinato ciclo di utilizzo, il materiale saturo viene recuperato e inviato a impianti specializzati nella rigenerazione. In molti Paesi europei, la normativa incoraggia questa pratica in quanto riduce significativamente il consumo di risorse primarie e le emissioni associate alla combustione o allo smaltimento del carbone esausto. Tecniche di rigenerazione e riciclo dei carboni attivi Il processo di rigenerazione dei carboni attivi può avvenire attraverso diverse metodologie, a seconda del tipo di contaminante e della destinazione d’uso del materiale rigenerato. 1. Rigenerazione termica: È la tecnica più diffusa e consiste nel riscaldare il carbone esausto in forni rotativi o a letto fluido a temperature comprese tra 800 e 1000 °C in atmosfera controllata. In queste condizioni, i composti organici adsorbiti vengono disgregati o volatilizzati, liberando i pori. Una parte del materiale può subire un consumo (di solito inferiore al 10-15%), ma la resa complessiva rimane elevata. 2. Rigenerazione a vapore: Utilizzata soprattutto nel settore idrico, impiega vapore ad alta temperatura per desorbire le sostanze trattenute. È un metodo più delicato, adatto per carboni con contaminanti termolabili, ma meno efficace su composti organici pesanti. 3. Rigenerazione chimica: Prevede l’uso di solventi o soluzioni acide e basiche per sciogliere i composti adsorbiti. Questo metodo è particolarmente utile per i carboni impiegati nella rimozione di metalli o composti inorganici. 4. Rigenerazione elettrochimica e microonde: Tecniche innovative in rapido sviluppo, che permettono di rigenerare il carbone con consumi energetici ridotti e maggiore controllo dei parametri di processo. Il prodotto rigenerato viene poi raffreddato, lavato e classificato granulometricamente, tornando disponibile per nuovi cicli di utilizzo con caratteristiche spesso equivalenti al materiale vergine. Applicazioni industriali dei carboni attivi riciclati I carboni attivi rigenerati trovano impiego in un ampio spettro di applicazioni industriali. Nel trattamento delle acque potabili e reflue sono utilizzati per la rimozione di sostanze organiche non biodegradabili, pesticidi e microplastiche. Nel settore alimentare e farmaceutico, vengono reimpiegati per la decolorazione e la purificazione di prodotti liquidi. In ambito ambientale, i carboni riciclati sono fondamentali nei sistemi di filtrazione dell’aria e nei depuratori dei gas di scarico, dove assorbono composti solforati e clorurati. In campo industriale, vengono utilizzati per la cattura di solventi e per il recupero di vapori organici volatili (VOC), contribuendo alla riduzione delle emissioni atmosferiche e al riutilizzo delle sostanze recuperate. Benefici ambientali ed economici della rigenerazione La rigenerazione dei carboni attivi comporta vantaggi significativi rispetto alla produzione ex novo. Da un punto di vista ambientale, il riciclo riduce fino al 90% le emissioni di CO₂ legate alla produzione e all’approvvigionamento delle materie prime, oltre a minimizzare il volume di rifiuti destinati alla discarica. Dal punto di vista economico, la rigenerazione consente un risparmio medio del 30–40% rispetto al costo del materiale nuovo, mantenendo prestazioni comparabili. Inoltre, l’approccio circolare nella gestione dei carboni attivi si integra perfettamente con le politiche europee di riduzione dei rifiuti industriali e promozione del riutilizzo, rendendo questo settore un esempio virtuoso di simbiosi industriale. Normative e standard di qualità per i carboni rigenerati La produzione e il riciclo dei carboni attivi sono regolati da norme tecniche che garantiscono la qualità e la sicurezza del materiale. A livello europeo, le norme EN 12915 e EN 12902 definiscono i requisiti per i carboni attivi utilizzati nel trattamento delle acque destinate al consumo umano, mentre altre direttive specificano i limiti di contaminanti e la purezza richiesta per usi alimentari o farmaceutici. Le aziende che effettuano la rigenerazione devono disporre di impianti certificati ISO 14001 e ISO 9001, assicurando la tracciabilità del materiale e il controllo analitico delle prestazioni. La conformità alle normative ambientali locali è altresì essenziale per garantire che le emissioni derivanti dai processi termici siano entro i limiti di legge. Prospettive future e innovazioni tecnologiche nel settore Il futuro dei carboni attivi riciclati si orienta verso tecnologie sempre più pulite ed efficienti. L’integrazione di processi pirolitici a bassa temperatura, la rigenerazione con plasma freddo, o l’utilizzo di fonti di biomassa secondaria come materia prima, stanno rivoluzionando il settore. Parallelamente, la ricerca si concentra sullo sviluppo di carboni attivi derivati da rifiuti organici – come gusci di semi, residui agricoli o fanghi depurativi – che, dopo attivazione e successiva rigenerazione, garantiscono prestazioni paragonabili ai carboni fossili ma con un impatto ambientale molto inferiore. In prospettiva, i carboni attivi rigenerati rappresentano un tassello fondamentale nella costruzione di un’economia industriale più sostenibile e circolare, in cui il valore delle risorse non si esaurisce dopo un singolo ciclo di vita ma viene costantemente recuperato e reimpiegato. Conclusione I carboni attivi riciclati incarnano perfettamente il principio dell’economia circolare applicato ai materiali tecnici: un equilibrio virtuoso tra efficienza industriale, risparmio economico e tutela ambientale. La loro capacità di rigenerarsi e tornare pienamente operativi in numerosi cicli di utilizzo rappresenta non solo una scelta ecologica, ma anche un modello produttivo strategico per un futuro industriale più pulito e resiliente.© Riproduzione Vietata
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Strutture temporanee per emergenze ambientali: progettazione rapida, moduli smontabili e materiali riciclabili per rifugi post-disastroCriteri tecnici, comfort ambientale, design for disassembly, logistica di dispiegamento e sostenibilità dei materiali nei disastri naturaliAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, materiali riciclati e filiere industriali sostenibili, con attività editoriale su processi produttivi, gestione ambientale e innovazione applicata ai materiali. Data: 21 marzo 2026 Le strutture temporanee per emergenze ambientali non possono più essere considerate un tema periferico dell’architettura o un capitolo minore della protezione civile. Nell’ultimo decennio, e con ancora maggiore evidenza negli anni più recenti, l’aumento della frequenza e della severità di eventi distruttivi ha imposto un cambio di paradigma: il rifugio d’emergenza non è soltanto una copertura provvisoria, ma una infrastruttura minima di continuità sociale, sanitaria e logistica. Il quadro globale descritto dall’UNDRR mostra che i costi dei disastri hanno raggiunto una scala tale da rendere economicamente e politicamente indispensabile investire nella preparedness e nella resilient recovery, non solo nella risposta immediata. Strutture temporanee per emergenze ambientali: perché sono diventate un’infrastruttura della resilienza Quando una comunità è colpita da un’alluvione, da un terremoto, da un incendio esteso o da un evento meteorologico estremo, il problema non è semplicemente “dare un tetto” ai sopravvissuti. Bisogna invece ripristinare in tempi brevissimi un sistema minimo di protezione, privacy, riposo, igiene, cura e orientamento spaziale. Non a caso, anche la risposta europea ha ormai istituzionalizzato riserve di shelter emergenziali che includono unità per dormire, docce, servizi igienici, kit essenziali e spazi collettivi, riconoscendo che l’accoglienza d’emergenza è un sistema e non un singolo prodotto edilizio. Da questo punto di vista, le strutture temporanee sono diventate una vera interfaccia tra ingegneria edilizia, logistica umanitaria, pianificazione del sito e gestione ambientale. La loro qualità si misura non solo nella capacità di essere montate rapidamente, ma nella possibilità di limitare vulnerabilità secondarie: sovraffollamento, stress termico, condensa, insicurezza, scarsa accessibilità, impossibilità di manutenzione, spreco di materiali e generazione di rifiuti a fine uso. La letteratura più aggiornata sulla recovery post-disastro insiste proprio su questo punto: la qualità dell’alloggio temporaneo influenza il recupero sociale della comunità e non può essere separata dal disegno complessivo della risposta. Emergency shelter e temporary housing: una distinzione tecnica fondamentale Una delle confusioni più frequenti riguarda l’uso indistinto di termini diversi. In realtà, emergency shelter, temporary shelter e temporary housing indicano livelli differenti di prestazione, durata e complessità. Le guide UNHCR aggiornate nel 2026 mantengono questa distinzione e ricordano che il fabbisogno iniziale va valutato con una rapid shelter and settlement assessment entro i primi tre giorni dell’emergenza, proprio perché la scelta del sistema dipende dal profilo reale del danno, dalle risorse locali, dal clima e dal probabile tempo di permanenza. Anche gli standard spaziali minimi confermano che non si tratta di una questione nominale. UNHCR indica per l’emergency shelter circa 3,5 m² coperti per persona nei climi caldi e 4,5–5,5 m² nei climi freddi, mentre sul piano dell’insediamento la settlement planning guidance richiama una dotazione più ampia, nell’ordine di 45 m² per persona includendo spazi di servizio, percorsi e infrastrutture. Questi numeri non esauriscono il progetto, ma dimostrano che il rifugio è parte di un ambiente costruito più ampio, che comprende sicurezza, ventilazione, drenaggio, distanze, accessi e servizi. La differenza tecnica è decisiva anche sul piano prestazionale. Un emergency shelter può tollerare soluzioni leggere e fortemente compresse sul piano logistico se la permanenza è di pochi giorni o settimane. Una temporary housing destinata a durare mesi, o addirittura anni, deve invece garantire un equilibrio molto più maturo tra comfort, manutenzione, adattabilità climatica e sostenibilità del ciclo di vita. È proprio qui che molti sistemi tradizionali mostrano il loro limite: nati per la rapidità, finiscono per restare in uso molto più a lungo del previsto. Progettazione rapida non significa progettazione semplificata Nel lessico tecnico, “progettazione rapida” non dovrebbe mai significare progetto povero o sommario. Al contrario, l’urgenza obbliga a concentrare a monte decisioni che nell’edilizia convenzionale possono essere diluite tra cantiere, variante e messa a punto successiva. In ambito emergenziale occorre definire subito il rapporto tra peso e volume trasportato, le modalità di imballaggio, il numero di operatori necessari al montaggio, la possibilità di installazione senza mezzi di sollevamento, la tolleranza all’errore di assemblaggio, la disponibilità di energia in sito e la reversibilità dell’intervento. Per questa ragione il buon progetto nasce sempre da una matrice di rischio e non da un semplice catalogo di moduli prefabbricati. Un rifugio adeguato in area sismica mediterranea può risultare inadeguato in un contesto alluvionale, mentre una soluzione corretta in clima temperato può fallire completamente in un sito con forte umidità, elevate escursioni termiche o irraggiamento intenso. Le nuove linee UNHCR sui flood-resilient humanitarian shelters ribadiscono che l’alluvione è uno dei rischi climatici più ricorrenti per campi e insediamenti di sfollati, e impone scelte specifiche di quota, drenaggio, protezione dei componenti sensibili all’acqua e configurazione del basamento. Modularità smontabile e prefabbricazione: il cuore della risposta post-disastro Se si osservano le esperienze più convincenti di temporary architecture post-disastro, emerge con chiarezza che il vero vantaggio della modularità non è solo la velocità di posa. La modularità consente di standardizzare i componenti, ridurre gli errori, facilitare la manutenzione, sostituire parti danneggiate e, soprattutto, pianificare il riuso. La review del 2025 pubblicata su Journal of Engineering and Applied Science sottolinea che l’architettura temporanea sostenibile dopo il disastro dovrebbe minimizzare l’uso di risorse e rifiuti, ridurre l’impatto ambientale e sostenere il recupero di lungo periodo proprio attraverso strategie di riuso e reimpiego. In questa chiave, prefabbricazione e smontabilità diventano due facce della stessa scelta progettuale. Il modulo non deve essere soltanto facile da trasportare e montare, ma anche semplice da ispezionare, aggiornare, riparare e rimuovere senza distruzione. Dove il sistema è concepito come somma di componenti identificabili e assemblati a secco, il rifugio può essere spostato, ampliato, riconfigurato o rimesso a stock con perdite contenute. Dove invece prevalgono accoppiamenti irreversibili, sigillature distruttive e pezzi non standardizzati, la temporaneità si trasforma rapidamente in spreco materiale. Materiali riciclabili e sistemi costruttivi reversibili nelle strutture d’emergenza Quando si parla di materiali per strutture temporanee destinate alle emergenze ambientali, è necessario evitare una semplificazione molto diffusa: considerare equivalenti i concetti di riciclabile, riciclato, riutilizzabile e circolare. In realtà, dal punto di vista tecnico, industriale e ambientale, si tratta di condizioni differenti, che producono effetti diversi sul ciclo di vita del prodotto e sulla qualità complessiva del sistema costruttivo. Un materiale può essere formalmente riciclabile ma non contenere alcuna quota di materia seconda; allo stesso modo, un prodotto può incorporare una percentuale significativa di materiale riciclato e risultare comunque difficile da recuperare a fine vita, perché concepito come un composito inseparabile o come un elemento assemblato con tecniche distruttive. È per questo che, nelle strutture d’emergenza, la qualità ambientale non può essere attribuita al singolo materiale in astratto, ma deve essere valutata nella relazione fra composizione, prestazioni, tecniche di unione, manutenzione, durata d’uso e possibilità di disassemblaggio. Il quadro normativo europeo più recente conferma chiaramente questa impostazione: il Regolamento UE 2024/3110 sui prodotti da costruzione lega la disciplina del settore anche alla prestazione ambientale lungo il ciclo di vita, mentre la direttiva quadro rifiuti rafforza la gerarchia fra prevenzione, riuso, preparazione per il riutilizzo e riciclo di qualità. La prima distinzione da chiarire riguarda dunque il rapporto tra materiale riciclabile e prodotto riciclabile. Un materiale può possedere, sul piano teorico, ottime caratteristiche di recuperabilità industriale, ma perdere quasi tutto il suo valore quando viene inglobato in un manufatto multistrato, co-laminato, schiumato o incollato con sistemi irreversibili. Questo è particolarmente evidente nei pannelli sandwich, nelle membrane tecniche, nei rivestimenti compositi, nei moduli leggeri di tamponamento e in molte soluzioni prefabbricate pensate per ridurre peso e tempi di montaggio. In tutti questi casi, la riciclabilità nominale della materia prima non coincide affatto con la riciclabilità effettiva del prodotto finito. Ciò che conta, dal punto di vista industriale, è la possibilità di separare le diverse componenti con costi, tempi e perdite qualitative compatibili con una filiera reale di recupero. Se un prodotto non può essere smontato senza distruggere i materiali che lo compongono, la sua riciclabilità resta prevalentemente teorica. Anche la disciplina europea sulla gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione insiste sulla demolizione selettiva e sulla separazione dei flussi, proprio perché il recupero di qualità dipende dalla possibilità di mantenere riconoscibili e separabili le singole frazioni. In questa prospettiva, per le strutture temporanee d’emergenza diventa più corretto parlare non soltanto di materiali, ma di sistemi costruttivi reversibili. La reversibilità non coincide con la sola prefabbricazione, né con la semplice smontabilità apparente. Un sistema è realmente reversibile quando i suoi elementi principali – telai, pannelli, membrane, accessori, sistemi di fissaggio, chiusure e componenti impiantistiche elementari – possono essere montati, ispezionati, riparati, sostituiti e infine smontati senza compromettere in modo irreversibile il valore tecnico e materiale delle singole parti. Questo approccio è molto più avanzato di una generica etichetta “green”, perché introduce una logica di manutenzione, riuso e rilocazione che si adatta perfettamente alla natura intermittente e mobile delle emergenze. Un rifugio post-disastro non è infatti un edificio statico nel senso tradizionale del termine: può essere trasportato, installato, utilizzato per mesi, smontato, stoccato, trasferito altrove e impiegato di nuovo. In un simile scenario, la vera prestazione ambientale non dipende solo dal materiale iniziale, ma dalla capacità del sistema di conservare valore materiale e funzionale attraverso più cicli d’uso. La letteratura scientifica recente sugli shelter d’emergenza, in particolare in ambito sanitario, mostra proprio che la circolarità deve essere analizzata lungo tutto il processo: design, approvvigionamento, trasporto, uso, manutenzione e fine vita. A questo punto è essenziale approfondire il significato di materiale riciclato. Un prodotto con contenuto riciclato rappresenta, in linea generale, una riduzione della dipendenza da materie prime vergini e può contribuire ad abbassare l’impronta ambientale della produzione, soprattutto nei casi in cui la materia seconda sostituisce processi estrattivi o trasformazioni primarie ad alta intensità energetica. Tuttavia, anche qui, la valutazione non può fermarsi all’enunciato quantitativo. Dire che un componente contiene materiale riciclato è insufficiente se non si precisa la natura del riciclato, la sua origine, il suo livello di selezione, la sua costanza qualitativa e il suo effetto sulle prestazioni finali del prodotto. In un rifugio d’emergenza, dove i componenti devono sopportare trasporto, montaggio rapido, possibile riutilizzo, sollecitazioni ambientali e manutenzione ridotta, l’uso della materia seconda richiede una qualificazione rigorosa. Nei componenti strutturali o semi-strutturali, ad esempio, l’introduzione di riciclato deve essere compatibile con tolleranze dimensionali, comportamento meccanico, resistenza all’umidità, durabilità, stabilità UV, reazione al fuoco e prevedibilità nel tempo. In altri termini, il contenuto riciclato è un elemento positivo solo quando si integra in modo coerente con il profilo prestazionale richiesto. Lo stesso Regolamento UE 2024/3110 apre a specifiche armonizzate che possono considerare anche aspetti come contenuto riciclato minimo, riusabilità ed efficienza delle risorse. È utile, inoltre, distinguere tra riciclato pre-consumo e riciclato post-consumo, perché i due casi non hanno lo stesso significato ambientale e industriale. Il pre-consumo deriva normalmente da sfridi, ritagli o scarti di lavorazione reintrodotti nel processo; il post-consumo proviene invece da prodotti che hanno già completato una fase d’uso e che devono essere raccolti, selezionati, puliti, rigenerati e riportati a una condizione compatibile con una nuova trasformazione. Dal punto di vista della circolarità, il post-consumo presenta in genere una maggiore complessità ma anche un maggiore interesse, perché consente di recuperare valore da materiali già immessi nel mercato e potenzialmente dispersi. Tuttavia, nelle strutture d’emergenza il valore del riciclato post-consumo dipende ancora una volta dal sistema: un pannello con anima in riciclato ma accoppiato in modo irreversibile a pelli o membrane eterogenee può risultare meno circolare, nel lungo periodo, di un componente più semplice ma facilmente sostituibile e reimpiegabile. Per questo motivo la valutazione corretta non riguarda mai una sola fotografia iniziale del prodotto, ma la sua traiettoria complessiva lungo il ciclo di vita. Nelle strutture temporanee, questa traiettoria assume un peso ancora maggiore che nell’edilizia convenzionale. Un modulo destinato all’emergenza non viene necessariamente utilizzato una sola volta. Può essere acquistato per una crisi specifica, poi restare in servizio più a lungo del previsto, essere dismesso solo parzialmente, essere rilocalizzato e successivamente reimpiegato in un altro contesto geografico o climatico. In questa logica, il riuso può avere un valore ambientale superiore al semplice riciclo. Un telaio metallico, un sistema di giunzioni standardizzate o un pannello sostituibile che consentono più cicli di utilizzo mantengono infatti una quota di valore molto più elevata rispetto a un prodotto monouso, anche quando quest’ultimo sia formalmente riciclabile. La gerarchia dei rifiuti europea privilegia chiaramente questa lettura, attribuendo priorità alla prevenzione e al riutilizzo prima del riciclo. Per i rifugi post-disastro, ciò significa che la scelta più sostenibile non coincide sempre con il materiale “più riciclabile”, ma con il componente o il sistema che può essere rimesso in uso più volte senza perdita sostanziale di prestazione. Questo ragionamento diventa particolarmente interessante quando si passa ai materiali naturali o bio-based. Il fatto che un prodotto sia realizzato in legno, in derivati cellulosici o in matrici di origine vegetale non implica automaticamente una superiorità ambientale in ogni scenario applicativo. Le ricerche più recenti sugli shelter post-emergenza in legno e materiali naturali mostrano che tali soluzioni possono offrire buoni risultati in termini di comfort indoor, soprattutto quando sono progettate con attenzione a ventilazione, involucro e risposta climatica. Tuttavia, questi risultati non autorizzano a concludere che il materiale naturale sia sempre la scelta migliore. In contesti con elevata umidità, necessità di rapida sanificazione, lunghi periodi di stoccaggio o forte usura da movimentazione, altre soluzioni possono garantire una maggiore continuità prestazionale. Il giudizio corretto, ancora una volta, si sposta dal prestigio ambientale del materiale alla qualità integrata del sistema: dettaglio costruttivo, durabilità, manutenibilità, disassemblabilità, compatibilità con il clima e fine vita. Per valutare seriamente il ruolo del riciclabile e del riciclato nei prodotti per l’emergenza, un capitolato tecnico dovrebbe allora interrogarsi su alcuni aspetti che troppo spesso restano fuori dalla comunicazione commerciale. Occorre conoscere la composizione reale del prodotto, distinguendo fra monomateriale, multimateriale, composito separabile e composito inseparabile. Bisogna sapere con quali tecniche sono realizzate le giunzioni: viti, bulloni, incastri, rivetti, saldature, colle strutturali o schiumature. È necessario disporre di un sistema di identificazione del materiale e dei componenti, perché senza tracciabilità non esiste né riuso efficiente né riciclo ordinato. Va inoltre considerata la durata d’uso probabile, non solo quella dichiarata, dato che molti rifugi nati come temporanei rimangono in opera per tempi molto più lunghi del previsto. Infine, è indispensabile domandarsi quale sia il fine vita credibile del prodotto: chi lo ritira, chi lo smonta, chi ne recupera i componenti e attraverso quale filiera. La ricerca sugli shelter ospedalieri ha evidenziato proprio la debolezza di questi passaggi, segnalando la scarsità di dati condivisi sul fine vita come uno dei principali limiti della circolarità attuale nel settore. Un elemento destinato ad assumere crescente importanza è, in questo senso, il digital product passport previsto dal nuovo quadro europeo. L’idea di associare ai prodotti da costruzione un insieme strutturato di dati tecnici, ambientali e identificativi può rivelarsi particolarmente utile nei sistemi modulari d’emergenza, dove la memoria tecnica del componente è essenziale per il riuso. Un pannello, un telaio, una chiusura o un elemento di servizio che mantengano nel tempo informazioni su composizione, istruzioni, prestazioni, manutenzione e provenienza risultano più facili da reimpiegare, controllare e valorizzare. In prospettiva, la gestione dei rifugi temporanei potrebbe evolvere da semplice logistica di stock a vera gestione di asset tecnici tracciabili, con vantaggi sia economici sia ambientali. In conclusione, nelle strutture temporanee per emergenze ambientali il materiale più sostenibile non è automaticamente quello riciclato, né quello dichiarato riciclabile, né quello bio-based per definizione. Il prodotto più coerente con un approccio circolare è quello che riesce a mantenere nel tempo prestazione, identità e recuperabilità. Questo implica usare contenuto riciclato dove sia tecnicamente sensato, evitare accoppiamenti irreversibili quando non strettamente necessari, privilegiare giunti meccanici e componenti sostituibili, documentare i materiali e pianificare fin dall’inizio lo scenario successivo alla missione. Solo così il lessico della sostenibilità smette di essere una formula promozionale e diventa un vero criterio di progetto applicato alle strutture d’emergenza. Design for disassembly e ciclo di vita dei componenti Il concetto di design for disassembly è oggi uno dei passaggi obbligati per chiunque voglia progettare strutture temporanee credibili sul piano ambientale. In termini semplici, significa pensare il manufatto fin dall’inizio per lo smontaggio ordinato, la separazione delle parti, la riparazione, il riuso e solo in ultima istanza il riciclo. Questo approccio non è più una semplice opzione culturale: il nuovo Regolamento UE 2024/3110 sui prodotti da costruzione collega espressamente la disciplina europea alla prestazione ambientale dei prodotti, anche in relazione al life cycle assessment, e include nel proprio campo di applicazione anche i prodotti usati. Parallelamente, la direttiva quadro rifiuti nella versione consolidata al 2025 rafforza la logica del riuso e del riciclo di qualità e, per il flusso delle costruzioni e demolizioni, richiede misure di selective demolition e sistemi di sorting almeno per legno, frazioni minerali, metalli, vetro, plastiche e gesso. Per le strutture temporanee questo si traduce in una conseguenza diretta: il rifugio non dovrebbe essere pensato come un bene a consumo rapido, ma come un asset tecnico reversibile, capace di attraversare più cicli di impiego con perdite di valore contenute. Prestazioni termo-igrometriche, comfort e adattamento climatico Uno degli errori più persistenti nell’architettura d’emergenza è credere che la temporaneità riduca l’importanza del comfort ambientale. In realtà la amplifica. Quando gli occupanti trascorrono settimane o mesi in spazi ridotti, con forte densità d’uso e pochi margini di adattamento, problemi come condensa, surriscaldamento, ventilazione insufficiente, illuminazione scarsa e cattiva qualità dell’aria incidono direttamente sulla salute fisica e psicologica. Lo studio del 2024 sulle strutture temporanee per healthcare in Italia osserva che molte tende e soluzioni provvisorie nascono privilegiando la rapidità, senza considerare come priorità l’impatto ambientale e sociale, ma finiscono poi per durare molto più a lungo del previsto. Per questo la fisica tecnica dell’involucro resta centrale. Un rifugio ben progettato non deve solo resistere alla pioggia o al vento, ma governare il bilancio termo-igrometrico, limitare i picchi interni di temperatura, garantire ricambio d’aria e ridurre i fenomeni di discomfort. Il lavoro pubblicato su Buildings mostra che configurazioni modulari adattive possono migliorare le prestazioni energetiche e ambientali rispetto ai sistemi più convenzionali, soprattutto quando la progettazione considera fin dall’inizio clima, orientamento, ventilazione e uso probabile prolungato. Resilienza multi-rischio: alluvioni, terremoti, vento estremo e permanenza prolungata La qualità di una struttura temporanea si misura sempre rispetto al rischio dominante del sito. In ambito alluvionale, la priorità riguarda sopraelevazione, drenaggio, protezione dei materiali igroscopici, accessibilità in condizioni di fango e continuità funzionale dei servizi. In area sismica, contano invece leggerezza, stabilità del basamento, rapidità di messa in sicurezza e facilità di installazione in contesti di infrastrutture danneggiate. In condizioni di vento estremo, il nodo si sposta sulla tenuta dei fissaggi, delle membrane, dei giunti e dei sistemi di ancoraggio. Le linee UNHCR del 2025 dedicate alla resilienza ai flood events confermano quanto sia pericoloso usare schemi standard senza adattamento al rischio prevalente. Ma esiste un rischio meno appariscente e spesso più insidioso: la permanenza prolungata di strutture nate come temporanee. Quando ciò accade, un modulo leggero e minimizzato dal punto di vista dell’uso iniziale si trasforma in uno spazio di vita che deve reggere stagioni diverse, carichi d’uso ripetuti, manutenzione ridotta e trasformazioni spontanee da parte degli utenti. Questo slittamento temporale è ormai ampiamente riconosciuto dalla ricerca e impone di progettare con una logica di transizione, non di mera emergenza. Qualità sociale del rifugio: sicurezza, accessibilità e dignità abitativa Un rifugio tecnicamente efficiente può fallire sul piano sociale. La review del 2025 sui fattori sociali dell’housing post-disastro individua cinque variabili decisive per gli esiti di recupero: tempo, luogo, risorse locali, sicurezza e qualità. Questa sintesi è preziosa perché mostra che il successo della temporary housing non dipende solo da resistenza meccanica o costo unitario, ma dalla sua capacità di sostenere relazioni sociali, privacy, routine quotidiane, protezione delle persone vulnerabili e adattamento culturale. Lo stesso ragionamento vale per l’accessibilità. ISO 22395 fornisce linee guida per identificare, coinvolgere, comunicare con e supportare le persone più vulnerabili durante le emergenze. Tradotto nel progetto, ciò implica spazi leggibili, percorsi chiari, soglie accessibili, adeguata illuminazione, sicurezza diurna e notturna, possibilità di differenziare l’uso degli ambienti e attenzione specifica a famiglie, anziani, bambini e persone con disabilità. Un modulo universale e rigido, uguale in ogni contesto, è spesso meno inclusivo di un sistema modulare semplice ma adattabile. Normativa, criteri ambientali e prospettive dell’economia circolare nelle strutture temporanee L’evoluzione normativa europea conferma che il futuro delle strutture temporanee sarà sempre meno lineare e sempre più circolare. Il Regolamento UE 2024/3110 lega espressamente il mercato dei prodotti da costruzione alla sicurezza, alla sostenibilità e alla dichiarazione della prestazione ambientale, includendo anche il riferimento alla life cycle assessment. In parallelo, la Commissione europea continua a rafforzare nelle politiche edilizie la rilevanza delle emissioni lungo l’intero ciclo di vita. Sul versante operativo, la guida DG ECHO sui minimum environmental requirements chiarisce che i progetti umanitari devono incorporare misure minime di riduzione dell’impatto ambientale e che tali requisiti sono destinati a entrare nella valutazione delle proposte e nel monitoraggio dei progetti. Questo sposta il baricentro del procurement: non basta più chiedere tempi di consegna e robustezza, ma occorre includere carbonio incorporato, origine dei materiali, possibilità di riuso, scenari di take-back, manutenzione e fine vita. In definitiva, una struttura temporanea post-disastro di nuova generazione non dovrebbe essere definita dalla sua provvisorietà, ma dalla sua capacità di transizione. Deve arrivare in fretta, proteggere subito, adattarsi al sito, durare quanto serve senza degenerare in precarietà e uscire dal contesto lasciando meno rifiuti, meno spreco e meno vulnerabilità. Il modulo migliore non è quello che si monta più rapidamente in astratto, ma quello che sa tenere insieme logistica, comfort, reversibilità, inclusione e ciclo di vita dei materiali. È su questa integrazione, molto più che sulla semplice prefabbricazione, che si giocherà il futuro delle strutture temporanee per emergenze ambientali. FAQ Qual è la differenza tra emergency shelter e temporary housing? L’emergency shelter risponde al bisogno immediato di protezione nelle prime fasi della crisi, mentre la temporary housing è pensata per permanenze più lunghe e richiede standard superiori di comfort, servizi e adattabilità climatica. Quanto spazio minimo serve per persona in un rifugio temporaneo? UNHCR indica in linea generale 3,5 m² coperti per persona nei climi caldi e 4,5–5,5 m² nei climi freddi, ma il valore deve essere integrato con ventilazione, composizione familiare, durata d’uso e qualità del sito. Perché i moduli smontabili sono preferibili nei contesti post-disastro? Perché facilitano trasporto, montaggio, manutenzione, sostituzione delle parti e riuso, riducendo errori di cantiere e spreco di materiali. I materiali riciclati sono sempre la scelta migliore? Non necessariamente. Conta soprattutto il sistema costruttivo nel suo insieme: separabilità, riparabilità, tracciabilità e possibilità di riutilizzo sono spesso più determinanti della sola origine riciclata del materiale. Perché il comfort indoor è così importante anche nei rifugi temporanei? Perché molte strutture temporanee restano in uso più a lungo del previsto e comfort termico, ventilazione e qualità dell’aria incidono direttamente su salute, stress e qualità della permanenza. Quali sono oggi i principali riferimenti normativi europei? Sul piano dei prodotti da costruzione il riferimento chiave è il Regolamento UE 2024/3110; sul versante della circolarità e della gestione del fine vita è centrale la direttiva quadro rifiuti 2008/98/CE nella versione consolidata al 2025. Fonti essenziali UNDRR, Global Assessment Report 2025 e documenti sulla resilient recovery. UNHCR, linee guida 2025-2026 su emergency shelter, rapid assessment, settlement planning e flood resilience. European Commission e EUR-Lex, Regolamento UE 2024/3110 e Waste Framework Directive consolidata al 2025. DG ECHO, guida sui minimum environmental requirements per gli interventi umanitari. Letteratura scientifica 2024-2025 su modularità, comfort, circolarità e fattori sociali negli shelter post-disastro.
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Cosa è il Cartone OCC e come Viene RiciclatoCosa è il Cartone OCC e come Viene Riciclatodi Marco ArezioSembra una strana sigla, OCC, ma gli addetti ai lavori classificano come OCC un cartone ondulato adatto alla formazione di scatole e imballi, in cui le pareti hanno il compito di proteggere la merce all’interno e assumere un comportamento resistente durante la movimentazione e il trasporto.Di solito è costituito da due fogli di carta piana che racchiude uno strato ondulato leggero che, in virtù della forma a volta, conferisce al sandwich una buona resistenza. Il cartone ondulato, o OCC, è un elemento molto diffuso nel settore del packaging ed è anche un prodotto che ha un alto grado di riciclo, infatti, secondo i dati della Corrugated Packaging Alliance, una scatola fatta da cartone ondulato, è costituita da circa il 50% ci materiale riciclato. Con l’incremento delle micro spedizioni ad opera del commercio online, la quantità di cartone ondulato nella nei rifiuti solidi domestici sta assumendo una posizione rilevante, senza dimenticarci del tradizionale mercato della distribuzione e dell’industria. I cartoni OCC possono essere riutilizzati o riciclati creando una filiera di circolarità che migliora l’ambiente e la nostra vita. Tra i vantaggi del riutilizzo del prodotto, possiamo annoverare il risparmio di acqua che usa la cartiera per creare la nuova pasta di carta, quindi dell’energia per il processo che crea CO2 e altri inquinanti come lo zolfo o le sostanze chimiche organiche volatili. Nell’ambito del riciclo del cartone OCC possiamo ricordare la riduzione dell’uso del legname vergine che serve per produrre le fibre naturali per la carta. Per fare una tonnellata di cartone vergine occorrono tre tonnellate di alberi, il che fa pensare all’importanza del riuso e del riciclo del cartone. Per quanto riguarda l’OCC che viene avviato al riciclo presso le cartiere, attraverso i centri di raccolta, è importante che chi conferisce il cartone da riciclare abbia l’accortezza asportare materiali differenti presenti sulle scatole o nelle scatole, che ne comprometterebbero il riciclo o ne inquinerebbero il processo. Il cartone ondulato dovrà essere appiattito ed imballato per costituire balle uniformi in modo da ridurne il volume per minimizzare il costo e l’impatto ambientale della movimentazione verso i centri di riciclo. Dopo la trasformazione dell’OCC all’interno delle cartiere, le fibre riciclate verranno riutilizzate, nelle percentuali più idonee, miscelate con le fibre vergini in base alla tipologie di imballo da realizzare, per creare nuovi imballi in carta e cartone.Categoria: notizie - tecnica - carta - riciclo - cartone OCC Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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Manuale dell'LDPE Post Consumo. Capitolo 5: Tecnologie, impianti e processi nella filiera di trattamento del film in LDPE post-consumoDalla pre-selezione alla pellettizzazione: come si costruisce davvero la qualità del PCR in polietilene a bassa densità Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 7 aprile 2026 Tempo di lettura: 18 minuti Manuale dell'LDPE Post Consumo. Capitolo 5: Tecnologie, impianti e processi nella filiera di trattamento del film in LDPE post-consumoNel riciclo del film in LDPE post-consumo non esiste una macchina miracolosa che, da sola, trasformi un flusso leggero, sporco, variabile e spesso instabile in un granulo PCR di qualità industriale. La qualità finale nasce invece dalla coerenza dell’intera linea: dalla pre-selezione fino al taglio del pellet, ogni fase prepara la successiva, ne condiziona l’efficienza e ne amplifica pregi o limiti. È questa visione sistemica che distingue un impianto semplicemente operativo da una filiera realmente competitiva. Le evidenze industriali e tecniche disponibili confermano che per i film flessibili contano in modo decisivo la qualità del sorting, la gestione del lavaggio, la stabilità dell’estrusione e la capacità di filtrare e pellettizzare senza trasferire a valle la variabilità del rifiuto in ingresso. Perché il capitolo impiantistico decide il valore del riciclato Quando si parla di film in LDPE si tende spesso a discutere soprattutto di raccolta, contaminazioni, compatibilità di imballaggi e mercato del granulo. Tutti temi centrali, ma la verità industriale è un’altra: il valore economico del PCR viene deciso nella zona grigia in cui il rifiuto smette di essere un flusso caotico e comincia a diventare materiale processabile. È qui che entrano in gioco impianti, regolazioni, tempi di permanenza, pressioni, umidità residua, taglio, filtrazione, stabilità reologica. Il film flessibile è più difficile da gestire delle plastiche rigide perché combina bassissima densità apparente, forte tendenza alla sovrapposizione, comportamento aerodinamico instabile e una contaminazione superficiale spesso elevata. Inoltre, una quota rilevante delle sue criticità non si vede a occhio nudo: si manifesta più avanti, sotto forma di instabilità del fuso, oscillazioni di pressione, cattiva pellettizzazione, odori, inclusioni e perdita di prestazioni meccaniche. Per questo il capitolo tecnologico della filiera non è una parte accessoria del riciclo del film in LDPE, ma il suo vero banco di prova industriale. Linee di pre-selezione: il punto in cui il caos viene reso trattabile La pre-selezione è il momento in cui il film post-consumo, ancora eterogeneo e disomogeneo, viene reso compatibile con un trattamento industriale continuo. Non serve a ottenere un materiale pulito in senso assoluto, ma a ridurre l’entropia del flusso. Nastri, vagli e frazionatori non sono semplici apparecchiature di contorno: sono i dispositivi che determinano se le tecnologie successive lavoreranno in condizioni controllabili oppure in perenne compensazione. Il nastro trasportatore, nel caso dei film flessibili, è molto più di un mezzo di trasferimento. Regola la distribuzione del materiale, ne condiziona l’orientamento sul piano di selezione e decide se la fase successiva avrà davanti un letto monostrato relativamente leggibile oppure una massa sovrapposta e instabile. Nelle frazioni flessibili leggere, velocità troppo spinte aumentano la sovrapposizione, peggiorano il riconoscimento ottico e favoriscono trascinamenti indesiderati; velocità troppo lente, al contrario, riducono produttività e aumentano costi fissi per tonnellata trattata. I vagli, poi, nel trattamento dei film non possono essere pensati con la stessa logica dei rifiuti rigidi. Il comportamento del film è deformabile, pieghevole, sensibile alla maglia e all’inclinazione. RecyClass ha mostrato chiaramente come, per gli imballaggi flessibili, dimensione e forma incidano soprattutto nella fase di vagliatura che precede la separazione per materiale e il sorting NIR; inoltre, i formati molto piccoli tendono a finire più facilmente nella frazione residua, con perdita di recuperabilità industriale. Questo è un punto cruciale perché dimostra che la selezione ottica non corregge un pretrattamento sbagliato: lo eredita. I frazionatori balistici e pneumatici completano il quadro, sfruttando differenze di peso apparente, forma e risposta aerodinamica. Nel film in LDPE servono soprattutto a togliere le frazioni pesanti o pericolose per i macchinari a valle: metalli, vetro, inerti, corpi duri. Tuttavia, il film leggero ha una risposta all’aria molto meno prevedibile di quella dei contenitori rigidi, per cui parametri come flusso d’aria, inclinazione e geometria del percorso devono essere impostati con grande cautela. Una pre-selezione ben progettata non fa “bella figura” in visita impianto: fa guadagnare qualità, resa e continuità operativa nelle fasi che contano davvero. Selezione ottica e sensori NIR: precisione elevata, ma solo su un flusso già razionalizzato La selezione ottica basata su tecnologia NIR è il primo vero salto qualitativo della filiera perché sposta il criterio di separazione dalla meccanica grossolana alla discriminazione spettrale dei materiali. Ma nel film flessibile, a differenza delle plastiche rigide, questa tecnologia non è mai plug-and-play. Ha bisogno di un materiale già disteso, leggibile, poco sovrapposto e con una variabilità superficiale sotto controllo. Le prove industriali e le linee guida di settore mostrano che, nei flussi flessibili, i problemi di sorting iniziano spesso prima del NIR, cioè nella vagliatura e nella presentazione del materiale al sensore. Se il film arriva sovrapposto, accartocciato o con superfici fortemente sporche, il riconoscimento spettrale perde affidabilità. A questo si aggiunge il fatto che le tecnologie NIR convenzionali hanno limiti noti con alcune tipologie di materiali, ad esempio i neri tecnici, che richiedono sistemi complementari. TOMRA, ad esempio, segnala esplicitamente che la rilevazione laser colma proprio i limiti del NIR nei confronti delle plastiche nere. Nel riciclo del film in LDPE, quindi, la selezione ottica funziona meglio come tecnologia di esclusione selettiva delle frazioni incompatibili che come strumento assoluto di purezza. Il suo compito più utile non è “certificare” l’LDPE perfetto, ma abbattere la probabilità che nel flusso restino componenti polimeriche o oggetti incompatibili con l’estrusione successiva. I multistrati sottili, i film accoppiati e i materiali con forte eterogeneità superficiale restano un punto delicato, perché il segnale può essere dominato dallo strato esterno e non rappresentare correttamente la compatibilità dell’intera struttura. Per questo il NIR va interpretato come moltiplicatore di qualità della filiera: se a monte c’è ordine, il sensore lo rafforza; se a monte c’è caos, la macchina lo trasforma in falsi scarti, falsi positivi e costi....ACQUISTA IL MANUALEImmagine su licenza© Riproduzione Vietata
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Additivi e Coloranti per Polimeri Riciclati. Capitolo 1: Ingegneria della Materia nella Transizione all’Economia CircolareRuolo strategico degli additivi nella plastica riciclata: differenze strutturali tra polimero vergine e riciclato, stabilizzazione, recupero prestazionale e opportunità industriali nella filiera del ricicloManuale tecnico. Additivi e Coloranti per Polimeri Riciclati. Capitolo 1: Ingegneria della Materia nella Transizione all’Economia Circolaredi Marco ArezioFunzione strategica degli additivi nella valorizzazione del riciclato Nel passaggio da un modello lineare di produzione delle materie plastiche a un sistema realmente circolare, il ruolo degli additivi assume una centralità che non può più essere interpretata come secondaria. Nella plastica riciclata, l’additivo non rappresenta un semplice correttivo di processo né un elemento accessorio finalizzato a migliorare l’aspetto del prodotto finito, ma diventa uno strumento strutturale di governo della materia. È attraverso l’additivazione che il materiale riciclato viene reso industrialmente prevedibile, tecnicamente lavorabile e commercialmente collocabile in mercati che richiedono continuità qualitativa e prestazioni affidabili. Il polimero riciclato, a differenza del polimero vergine, non nasce da una sintesi chimica controllata e ripetibile, ma da una sequenza di eventi materiali che ne hanno progressivamente modificato la struttura. Ogni lotto di riciclato è il risultato di utilizzi precedenti, esposizioni ambientali, stress termici e meccanici, contaminazioni e miscelazioni involontarie. Questa storia lascia tracce profonde nella morfologia e nella chimica del materiale, che si manifestano sotto forma di instabilità reologica, riduzione delle proprietà meccaniche, aumento della sensibilità alla temperatura e variabilità prestazionale. In questo contesto, l’additivo rappresenta il principale strumento industriale per ristabilire un equilibrio funzionale accettabile. La funzione strategica degli additivi si esprime innanzitutto sul piano della trasformabilità. Molti polimeri riciclati, se non opportunamente additivati, presentano finestre di lavorazione ristrette e comportamenti difficilmente prevedibili durante estrusione, stampaggio o soffiaggio. Variazioni improvvise di viscosità, degradazione accelerata, formazione di gel, instabilità del fuso o irregolarità dimensionali compromettono l’efficienza produttiva e aumentano la percentuale di scarto. L’additivazione consente di stabilizzare il comportamento del materiale lungo la filiera di trasformazione, rendendo il processo più robusto e meno dipendente dalle fluttuazioni qualitative del riciclato in ingresso. Accanto alla trasformabilità, l’additivo svolge una funzione strategica nel recupero funzionale delle prestazioni. Il riciclato, soprattutto quando deriva da flussi post-consumo, manifesta frequentemente una perdita parziale delle caratteristiche originarie dovuta a fenomeni di scissione delle catene polimeriche, ossidazione o degradazione cumulativa. L’additivo non ha il compito di riportare il materiale allo stato del polimero vergine, obiettivo tecnicamente irrealistico e industrialmente poco sensato, ma di ristabilire un livello prestazionale coerente con l’applicazione finale prevista. Attraverso una formulazione mirata, è possibile orientare il comportamento del materiale verso specifici requisiti meccanici, termici o superficiali, rendendo il riciclato idoneo a impieghi che richiedono standard più elevati. Dal punto di vista industriale, l’additivo assume quindi una funzione di mediazione tra la variabilità intrinseca del riciclato e la rigidità delle esigenze produttive. Le linee di trasformazione sono progettate per funzionare entro parametri definiti e ripetibili; l’additivo consente di adattare il materiale a tali parametri, evitando interventi strutturali sugli impianti. Questo aspetto è cruciale per l’integrazione del riciclato in contesti produttivi esistenti, dove la possibilità di modificare macchinari, viti o stampi è spesso limitata da vincoli economici o operativi. Esiste inoltre una dimensione economica che rende l’additivazione una leva strategica. Un materiale riciclato non additivato tende a collocarsi nella fascia bassa del mercato, con applicazioni limitate e margini ridotti. L’uso corretto degli additivi permette invece di incrementare il valore del materiale, ampliandone il campo di utilizzo e migliorando la percezione qualitativa del prodotto finito. In questa prospettiva, l’additivo non deve essere considerato un costo da comprimere, ma un investimento tecnico che incide direttamente sulla sostenibilità economica del processo di riciclo....ACQUISTA IL MANUUALEPUBBLICIZZA LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI
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Sistemi di Pagamento Garantito nelle Transazioni Commerciali: Tradizione e InnovazioneDai sistemi tradizionali come la Lettera di Credito ai moderni contratti smart su blockchaindi Marco ArezioNell’ambito delle transazioni commerciali, sia a livello nazionale che internazionale, la gestione dei pagamenti rappresenta uno dei punti più delicati. Il rischio che una delle parti non adempia ai propri obblighi, sia essa il compratore o il venditore, ha spinto allo sviluppo di sistemi di pagamento che garantiscono sicurezza e fiducia per entrambe le parti coinvolte. Oggi esistono diverse soluzioni che vanno dai sistemi tradizionali a quelli più moderni, utilizzati in contesti diversi in base alle necessità specifiche e alla natura della transazione. Sistemi di Pagamento Tradizionali I sistemi tradizionali di pagamento garantito hanno storicamente rappresentato uno strumento essenziale per mitigare i rischi associati alle transazioni commerciali. Tra questi, i più rilevanti sono: Lettera di Credito (L/C) La Lettera di Credito è uno dei sistemi di pagamento più conosciuti e utilizzati soprattutto nel commercio internazionale. Viene emessa da una banca su richiesta dell’acquirente e rappresenta una garanzia per il venditore, il quale riceverà il pagamento solo dopo aver fornito la documentazione che prova l’avvenuta spedizione della merce. Questo strumento è particolarmente efficace per ridurre i rischi di mancato pagamento, poiché coinvolge una terza parte, la banca, che agisce da intermediaria tra acquirente e venditore. Il processo tipico di una Lettera di Credito prevede che: - L'acquirente richieda l'emissione della L/C alla propria banca. - La banca emittente garantisca il pagamento al venditore una volta ricevuta la documentazione richiesta (spesso bolle di accompagnamento, certificati di qualità, etc.). - La banca del venditore, dopo aver verificato la documentazione, effettua il pagamento. Incasso Documentario (D/P o D/A) L'incasso documentario è un altro strumento tradizionale utilizzato nelle transazioni commerciali. Si divide in due tipologie principali: Documenti contro Pagamento (D/P) e Documenti contro Accettazione (D/A). In entrambi i casi, il venditore spedisce la merce e trasmette i documenti di spedizione alla banca del compratore, la quale, a sua volta, li consegna solo a fronte del pagamento o dell'accettazione di una cambiale. D/P (Documenti contro Pagamento): Il compratore riceve i documenti di spedizione solo dopo aver effettuato il pagamento. D/A (Documenti contro Accettazione): Il compratore riceve i documenti di spedizione previa accettazione di una cambiale, con cui si impegna a pagare il venditore a una data futura. Entrambi questi sistemi offrono garanzie minori rispetto alla Lettera di Credito, poiché il pagamento non è assicurato fino alla consegna dei documenti, e le banche non sono obbligate a pagare in caso di inadempimento da parte del compratore. Sistemi di Pagamento Moderni Negli ultimi anni, il progresso tecnologico e l’evoluzione del commercio elettronico hanno portato allo sviluppo di nuovi sistemi di pagamento che garantiscono sicurezza e velocità nelle transazioni. Tra questi, spiccano i seguenti: Escrow Account (Conto di Garanzia) Uno dei sistemi più utilizzati nel commercio digitale e nei mercati B2B online è il conto di garanzia, noto anche come Escrow Account. Questo sistema prevede l’intervento di una terza parte, spesso un’istituzione finanziaria o una piattaforma digitale, che trattiene il denaro del compratore fino a quando non vengono soddisfatte le condizioni della transazione, come la consegna e l’accettazione della merce. Il processo funziona così: - Il compratore deposita il denaro in un conto di garanzia gestito da un’entità terza (la parte garante). - Il venditore spedisce la merce al compratore. - Il compratore riceve e ispeziona la merce. Se risulta conforme all'ordine, dà l'approvazione alla parte garante per rilasciare il pagamento al venditore. - In caso di controversia, la parte garante interviene per risolvere la situazione e decidere come gestire i fondi. Questo sistema offre notevoli vantaggi per entrambe le parti: il compratore ha la sicurezza che il denaro non verrà trasferito fino a quando non riceverà la merce conforme, mentre il venditore sa che i fondi sono già stati bloccati e che verrà pagato una volta soddisfatti i requisiti. Smart Contract su Blockchain Con l'avvento della blockchain, è stato possibile sviluppare contratti intelligenti (smart contract) che automatizzano il processo di pagamento.Questi contratti sono programmati per eseguire automaticamente il trasferimento di fondi una volta che vengono soddisfatte determinate condizioni predefinite.Nel contesto di una transazione commerciale, uno smart contract potrebbe funzionare come segue: - Il compratore deposita i fondi in un wallet associato allo smart contract. - Il venditore spedisce la merce e una volta ricevuta dal compratore, quest'ultimo conferma l’avvenuta consegna. - Lo smart contract verifica l'avvenuta ricezione della merce e trasferisce automaticamente i fondi al venditore. Gli smart contract offrono un alto livello di trasparenza e sicurezza, poiché operano su un registro pubblico e decentralizzato, riducendo il rischio di frodi. Tuttavia, la loro implementazione richiede una conoscenza avanzata della tecnologia e, al momento, è limitata a specifici settori e transazioni. Sistemi di Pagamento con Triangolazioni Garantite Un altro sistema di pagamento moderno e innovativo è quello delle triangolazioni garantite, in cui una terza parte, spesso una piattaforma o un intermediario finanziario, funge da garante del pagamento. Questo sistema è particolarmente utile nelle transazioni internazionali o in quelle situazioni in cui una delle parti non ha piena fiducia nell’altra. Il meccanismo delle triangolazioni garantite funziona in questo modo: - Il compratore deposita il pagamento presso un terzo garante (come una banca o una piattaforma specializzata). Il venditore spedisce la merce al compratore, ma non riceve subito il pagamento. - Il compratore riceve la merce e, solo dopo aver verificato che questa sia conforme all’ordine, autorizza il terzo garante a rilasciare il pagamento al venditore. - Se la merce non è conforme, il compratore può sollevare una contestazione e il terzo garante avvierà una procedura di risoluzione della controversia. Questo tipo di sistema offre un duplice vantaggio: - Il compratore ha la certezza di non pagare per merce difettosa o non conforme. - Il venditore sa che i fondi sono già stati bloccati dal garante e che riceverà il pagamento una volta soddisfatte le condizioni della transazione. Le triangolazioni garantite sono spesso utilizzate nei settori in cui la qualità della merce deve essere verificata attentamente prima del pagamento, come nel commercio di materie prime, di beni industriali o nel settore dei servizi. Conclusione I sistemi di pagamento garantito sono fondamentali per ridurre i rischi nelle transazioni commerciali, soprattutto quando le parti coinvolte non si conoscono o operano in giurisdizioni diverse. Mentre i sistemi tradizionali come la Lettera di Credito e l’Incasso Documentario offrono soluzioni consolidate, i metodi moderni come l'Escrow Account e gli Smart Contract stanno rivoluzionando il settore grazie alla loro efficienza, velocità e trasparenza. Il sistema delle triangolazioni garantite, in particolare, rappresenta un interessante sviluppo nel panorama delle transazioni commerciali, fornendo una maggiore protezione sia per l'acquirente che per il venditore e consentendo un'esecuzione fluida della transazione, riducendo il rischio di frodi o inadempimenti. Con l’evoluzione continua della tecnologia, è probabile che questi sistemi si diffonderanno sempre di più, offrendo nuove soluzioni per le sfide del commercio globale.© Riproduzione Vietata
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L’evoluzione delle Fibre di Rinforzo PolimericheA partire dal 1937 con l’invenzione della fibra di vetro, si sono sviluppate nuove ed ardite soluzioni polimeriche di notevole interesse tecnico-commercialidi Marco ArezioL’evoluzione delle materie plastiche nel periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, ha portato il settore ad una continua innovazione scientifica in competizione con sé stessa. La scoperta di nuovi legami polimerici e di nuove applicazioni commerciali, ha rivoluzionato il campo industriale facendo nascere nuovi prodotti, sostituendone altri fatti in materiali tradizionali e migliorando il rapporto qualità prezzo dei manufatti. Oltre a scoprire nuovi polimeri, si sono scoperte soluzioni tecniche che hanno portato ad un’esaltazione delle performances del polimero base, riuscendo a creare nuovi campi applicativi fino ad allora sconosciuti. Infatti, la capacità di resistenza che si è raggiunta, attraverso i polimeri e i compositi a matrice polimerica, è risultata, fino a pochi anni fa, impensabile. In particolare, il settore delle Fibre HP, progettate per fornire prestazioni che le fibre tessili tradizionali non erano in grado di raggiungere, soprattutto per quel che riguarda le capacità meccaniche, termiche e chimiche, hanno creato una vera rivoluzione tecnologica. Materiali che, oltre ad essere in grado di soddisfare requisiti particolari, devono mostrare una buona attitudine ad essere inseriti nei cicli tessili, anche se modificati. Nate circa 30 anni fa sulla spinta di alcuni settori strategici – soprattutto militare e aeronautico - sono oggi sfruttati nei campi più diversi, da quello ambientale al comparto dell’abbigliamento protettivo: • geotessili per il contenimento dei terreni in grado di contrastare fortissime pressioni • tessuti per la protezione balistica capaci di ammortizzare l’energia dei proiettili • filati per indumenti protettivi resistenti all’energia generata da un fulmine • rinforzi tessili da usare nei materiali compositi per impieghi strutturali nel campo dell’edilizia. La prima fibra ad elevate prestazioni sia tensili che termiche è stata la fibra di vetro (1937) prodotta da Owens e Corning Glass, costituita prevalentemente di silice, ossido di calcio, ossido di alluminio, ossido di boro. Appartenente alla famiglia delle fibre inorganiche, ha avuto una crescita annua del 15-25% fino agli anni ’60 - ‘70, quando sono comparse sul mercato le fibre di carbonio e le fibre aramidiche, anche se a tutt’oggi la fibra di vetro detiene, come fibra di rinforzo, il primo posto in termini di volumi impiegati. Le fibre di carbonio, scoperte nel 1879 da Edison, sono state commercializzate solo dal 1960, secondo un procedimento messo a punto da William Watt per la Royal Aircraft in UK. Ma la vera rivoluzione nel mondo delle fibre ad alte prestazioni è cominciata con la comparsa sul mercato (1965) delle fibre aramidiche sviluppate dalla DuPont, inizialmente come meta-aramidiche (Nomex), fibre con un'elevatissima temperatura di fusione e di decomposizione (600°- 800°C) e ottime caratteristiche di isolamento elettrico. Queste proprietà le rendono particolarmente adatte alla produzione di tessuti o feltri con i quali realizzare indumenti protettivi (la maggior parte delle tute dei piloti di Formula 1 sono realizzate in Nomex, proprio per le sue proprietà ignifughe, così come quelle degli operatori delle piattaforme petrolifere) e per la filtrazione di gas caldi. Sotto forma di carta o cartone, sono utilizzate per isolamento elettrico e, conformate a nido d'ape, per la realizzazione di materiali compositi. Pochi anni più tardi (1972) sempre la DuPont introdusse sul mercato le fibre pararamidiche (Kevlar) aprendo così la nuova era dei filati ad elevate prestazioni tensionali e termiche: • ottima resistenza meccanica • rigidità • elevato assorbimento delle radiazioni • resistenza all’urto • al calore • alla fiamma. Con i compositi rinforzati con fibra di Kevlar, cinque volte più resistenti dell’acciaio a parità di peso, sono stati realizzati gli airbag che hanno consentito l’atterraggio delle sonde su Marte e il paracadute della sonda Galileo, spedita su Giove. Una copertura realizzata con compositi rinforzati con Kevlar riveste le pareti della Stazione Spaziale Internazionale, in orbita intorno alla terra, per proteggerle dai danni provocati dalle micro meteoriti. La fibra di Kevlar – commercializzata in forma di filamento, fiocco e polpa, sostituisce l’amianto nel rivestimento delle frizioni e dei freni in tutte le automobili provenienti dalle linee di produzione europee. Accanto alle fibre aramidiche sono comparse sul mercato le fibre di poliestere aromatiche, quelle prodotte con polimeri eterociclici aromatici, o realizzate con l’impiego di molecole flessibili (come il polietilene ad alto peso molecolare), per la produzione di fibre con elevato orientamento molecolare lungo il loro asse, usando un processo di filatura nuovo, denominato gel spinning. Nella realizzazione di prodotti industriali dove la resistenza deve abbinarsi alla leggerezza e alla flessibilità, le fibre tessili HP sono una valida soluzione, quello che a tutt’oggi frena un loro impiego più estensivo è l’alto costo, conseguenza soprattutto di alcuni problemi tecnici legati alla loro lavorabilità. Generalmente maggiori sono le prestazioni del materiale, tanto più elevate sono le difficoltà legate alla sua trasformazione. Ciò risulta più evidente per le fibre ad altissima resistenza meccanica, infatti per conferire loro questa prestazione la metodologia di produzione normalmente seguita è quella di sottoporre il materiale, dopo la filiera, a stiri assai elevati. Con questa tecnica si ottiene l’alta tenacità desiderata ma a spese degli allungamenti, di conseguenza le fibre hanno una scarsa deformabilità e risultano rigide, ciò comporta difficoltà di filatura. Viceversa un eccezionale aumento dell’allungamento, dunque dell’elasticità, si ottiene a scapito della tenacità e della capacità di assorbimento dell’umidità, così come un’elevata resistenza agli agenti chimici rende l’assorbimento dell’umidità quasi nullo e crea difficoltà alla tingibilità delle fibre.Categoria: notizie - tecnica - plastica - fibre di rinforzo polimeriche Fonti Cecilia Cecchini
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