Composti Termoplastici per WPC con Fibre o Riempimenti VegetaliQuali differenze e caratteristiche hanno le cariche vegetali nei prodotti legno-plastica di Marco ArezioI polimeri termoplastici riciclati hanno una lunga storia di combinazioni con cariche e fibre, che permettono di migliorare le prestazioni fisico-meccaniche dei manufatti che sono realizzati attraverso questi compound. Le modificazioni che maggiormente possiamo notare dall’unione di un polimero termoplastico riciclato con le cariche, possono riguardare la resistenza alla flessione, alla compressione, all’urto, al taglio, all’abrasione, alla temperatura, all’invecchiamento, all’azione dei raggi U.V. e, certamente, alla riciclabilità dell’elemento. Cosa è un polimero termoplastico? Per polimero termoplastico riciclato, molto brevemente, si intende un elemento, di derivazione petrolifera, che rammollisce in presenza di una fonte di calore (estrusione, stampaggio, soffiaggio o altri metodi di lavorazione) e si solidifica raffreddandosi, avente una disposizione delle catene polimeriche lineari o ramificate. Il comportamento delle molecole e la loro forza ne determinano le caratteristiche che, a loro volta, sono influenzate dalle temperature di lavorazione od ambientali a cui il polimero viene sottoposto. Cosa è una fibra o un riempimento vegetale? Le fibre sono dei filamenti dotati di un rapporto preciso tra lunghezza e diametro, che permettono il miglioramento delle caratteristiche di un composto in cui sono inglobate, sostituendo il volume del materiale primario, così da aumentarne la tenacità e la flessibilità. Le fibre, in generale, possono essere di tre categorie: inorganiche, organiche o naturali. Le prime, tra le più comuni utilizzate nei composti polimerici, sono a base di vetro, carbonio, grafite, alluminio. Tra le fibre organiche possiamo citare le poliammidi e le poliolefiniche. Per quanto riguarda le fibre naturali possiamo dividerle in tre categorie: vegetali, animali e minerali. Lo scopo dell’utilizzo delle fibre è quello di migliorare le seguenti caratteristiche: - la resistenza meccanica - il modulo elastico - il comportamento elastico a rottura - la riduzione del peso specifico Le fibre sono poi classificate in base ad elementi fisici, come la lunghezza, lo spessore, la forma, la finitura e la distribuzione volumetrica. Per raggiungere un miglioramento delle prestazioni tecniche del composto, le superfici delle fibre dovranno aderire in modo completo con la matrice polimerica, così da creare una continuità di materiale. Tale è l’importanza di questa unione fibro-polimerica, che si sono studiati degli additivi che possano aumentare e facilitare il contatto superficiale di ogni singola fibra con la matrice polimerica. Anche la disposizione delle fibre risulta critica per le caratteristiche del composito. Le proprietà meccaniche di un composito con fibre continue ed allineate sono fortemente anisotrope. Il rinforzo e la conseguente resistenza, raggiungono il massimo valore nella direzione di allineamento ed il minimo nella direzione trasversale. Infatti, lungo questa direzione l'effetto di rinforzo delle fibre è praticamente nullo e, normalmente, si presentano delle fratture per valori di carichi di trazione relativamente bassi. Per altre orientazioni del carico, la resistenza globale del composito assume valori intermedi. Nella produzione del WPC (wood plastic composit), quindi, si utilizzano due elementi che sono rappresentati da un polimero plastico riciclato, come l’HDPE o l’LDPE o il PVC e la fibra vegetale composta dagli scarti delle lavorazioni del legno o fa fibre vegetali naturali. In base alla qualità, resistenza, colorazione e dimensioni dei manufatti da realizzare, è possibile utilizzare un semplice riempimento composto da segatura, piuttosto che farina di legno, fibra di legno o cellulosa. La scelta del polimero riciclato, invece, è influenzata anche dalle temperature di esercizio degli estrusori, che non dovranno rovinare termicamente le cariche vegetali e, nello stesso tempo, degradare il polimero che resterà il collante e la struttura portante del manufatto. La produzione del WPC avviene per estrusione o stampaggio, attraverso l’uso di un granulo plastico, che contiene la carica stabilita per la realizzazione di un determinato prodotto e nelle quantità programmate. Oltre alla fibra di legno costituita da segatura o farina di legno, è possibile realizzare compound più performanti utilizzando la fibra vegetale di canapa, normalmente disposta lungo la linea di direzione degli sforzi maggiori.Foto Gla pavimenti
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Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?Da molti anni gli alimenti possono essere porzionati attraverso un imballo costituito da una pellicola in PVCdi Marco ArezioE’ ormai nostra abitudine acquistare porzioni di cibo che il negoziante o la grande distribuzione confeziona attraverso una pellicola in PVC. Anche nelle nostre case, lotti parziali di cibo, vengono comunemente avvolti in queste pellicole per aumentare la durata della conservazione e salvaguardarne la qualità.Sebbene oggi esistano anche diverse pellicole per alimenti in PE, il mercato del PVC è ancora quello più importante per via di numerosi fattori tecno-economici. L’uso del polimero di PVC permette di realizzare una pellicola molto resistente, con una bassa permeabilità all’acqua e all’ossigeno, con una buona resistenza agli acidi e agli alcali diluiti. Inoltre, per un fatto del tutto pratico, le pellicole alimentari in PVC hanno una ottima capacità di confezionamento, saldandosi facilmente ad un piatto o ad una ciotola o su se stesso. Dal punto di vista economico, la presenza del cloro nel composto in PVC, fondamentale per la sua struttura chimica, riduce in modo sensibile il costo del prodotto finito, questo perché si configura un risparmio di etilene pari a circa il 50% rispetto all’uso del PE a parità di prodotto. Utilizzando il PVC è possibile inserire una serie di additivi che ne possono modificare le caratteristiche prestazionali, avendo la possibilità di creare, con un unico polimero, prodotti differenti. Vediamo gli additivi principali che vengono usati nell’industria del packaging: • Agenti anti blocking: riducono la tendenza all’adesività • Agenti anti appannamento: promuovono la formazione di un velo di liquido omogeneo e continuo • Antimicrobici: prevengono la crescita di microrganismi • Antiossidanti: Prevengono la degradazione del film dovuta all’atmosfera • Antistatici: Riducono l’accumulo di cariche elettriche che attraggono la polvere • Agenti rigonfianti: vengono impiegati per produrre schiume da materie plastiche • Catalizzatori: fanno iniziare la polimerizzazione nella produzione di resine plastiche • Coloranti: permettono la colorazione delle pellicole • Agenti accoppianti: favoriscono l’accoppiamento tra i pigmenti e i polimeri • Ritardanti di fiamma: riducono l’infiammabilità dei materiali che sono combustibili • Stabilizzatori di calore: riducono la degradazione del PVC in acido cloridrico • Lubrificanti: Riducono adesività tra il PVC e le parti metalliche • Plastificanti: migliorano la flessibilità, la lavorabilità e la dilatabilità Tutti questi additivi, ma specialmente i plastificanti, sono soggetti ad una strettissima normativa per permetterne l’uso in ambito alimentare. C’è da considerare che in commercio esistono circa 300 tipologie di plastificanti e quelli approvati per l’uso alimentare, sono soggetti alla normativa di disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d’uso personale. Le sostanze che potrebbero trasferirsi dall’imballo all’alimento possiamo dividerle in tre categorie: • Sostanze aggiunte: sono principalmente rappresentate dagli additivi del PVC sopra elencati • Residui: rappresentano parti di materiale polimerico con incomplete reazioni (monomeri, catalizzatori, solventi, adesivi ecc.) • Prodotti di neo formazione: sono sostanze che si originano dalla decomposizione spontanea dei materiali o durante le operazioni di trasformazione in manufatto Queste sostanze definite di neoformazione, sono molto variabili tra loro, in funzione di molti fattori chimico-fisici che si possono presentare e che possono influire sull’eventuale trasferimento di sostanze all’alimento di difficile gestione e risoluzione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole alimenti - PVC - packaging
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Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?di Marco ArezioTutte le materie plastiche, vergini o riciclate, sotto forma di granulo o di macinato o di densificato, hanno la tendenza a trattenere l’umidità, fino a raggiungere un equilibrio con l’ambiente esterno. Questa capacità di assorbimento dipende, come precedentemente accennato in un altro articolo, dalla tipologia di polimero, dalla temperatura dell’aria e dalla sua umidità.In base alle considerazioni sopra esposte i polimeri li possiamo dividere in igroscopici e in non igroscopici. Infatti, nei materiali igroscopici, l’acqua è assorbita all’interno della struttura legandosi chimicamente con la stessa, mentre nei polimeri non igroscopici l’umidità rimane all’esterno della massa interferendo successivamente nel processo di lavorazione. I polimeri plastici, espressi nelle forme di granulo, macinato, densificato o polveri vengono avviati alla loro trasformazione in base al prodotto da realizzare e al tipo di processo stabilito. Che i materiali siano igroscopici o non igroscopici, la presenza dell’umidità durante la fase di fusione della massa polimerica crea notevoli problemi in quanto l’acqua può diventare vapore, creando striature, bolle superficiali, ritiri termici irregolari, tensioni strutturali, deformazioni o rotture. L’umidità è una delle principali cause di imperfezioni o difetti sui prodotti plastici realizzati ma, nello stesso tempo, è un problema largamente trascurato o sottovalutato dagli operatori che utilizzano soprattutto le materie plastiche riciclate. Se vogliamo elencare alcuni difetti evidenti causati dalla presenza dell’umidità nei polimeri possiamo citare: • Aspetto opaco del prodotto • Striature brune • Striature argentate • Linee di saldatura deboli • Pezzi incompleti • Sbavature • Bolle • Soffiature • Diminuzione delle proprietà meccaniche • Deformazioni dell’elemento • Degradazione del polimero • Invecchiamento irregolare • Ritiri irregolari Per ovviare a questi inconvenienti è buona regola asciugare il materiale prima del suo utilizzo attraverso getti di aria. In questo caso possiamo elencare due sistemi di intervento, simili tra loro, ma con risultati differenti, che sono rappresentati dall’essicazione e dalla deumidificazione. Per essicazione possiamo considerare un processo di insufflazione di aria aspirata in ambiente e immessa in una tramoggia in cui si trova la materia plastica da trattare, per un determinato tempo ad una temperatura stabilita. Questo sistema dipende molto dalle condizioni metereologiche in essere e dal grado di umidità dell’aria ed è consigliato solo per i materiali non igroscopici. Per i materiali igroscopici, come per esempio le poliolefine, (PP, HDPE, LDPE, PP/PE solo per citarne alcune), il sistema di essicazione ad aria forzata visto precedentemente non è sufficiente, in quanto il contenuto di umidità intrinseco nel polimero, ne rende il processo di scarsa efficacia. In questo caso è consigliabile l’essicazione dei polimeri attraverso la deumidificazione, che comporta l’insufflazione all’interno della tramoggia, non più di aria a condizioni ambientali variabili, ma di un’aria deumidificata attraverso un dryer ad una temperatura stabilita. La tramoggia dovrà essere coibentata per ridurre la dispersione di calore di processo e il materiale sarà in movimento, in modo che durante la fase di transito all’interno della tramoggia sia possibile investirlo con getti di aria calda e deumidificata. Il dryer produrrà un flusso costante di aria calda e secca che avrà la capacità di ridurre notevolmente l’umidità interna dei polimeri igroscopici.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - essicazione - deumidificazione
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Casse agricole: la scelta del polipropilene o dell’hdpe riciclatoRobustezza, visibilità, durabilità, sicurezza, resistenza alle temperature e riciclate, questo si chiede a una cassa agricoladi Marco ArezioIn campagna quando c’è il periodo della raccolta della frutta e della verdura, che si svolge ancora prevalentemente a mano, i contenitori dei prodotti agricoli raccolti, per essere trasportati ai reparti di lavorazione e confezionamento, devono presentare caratteristiche particolari. Le casse agricole, dette da trasporto in quanto hanno la funzione di ricevere il frutto o la verdura tolta dalla pianta o dal campo, sono elementi generalmente in plastica adatti a contenere il prodotto per essere poi trasportato nei centri di lavorazione e confezionamento. In passato tutte le casse agricole da trasporto erano prodotte utilizzando polimeri vergini, ed realizzate utilizzando colorazioni sgargianti come il giallo, il rosso, il bianco per essere facilmente notabili nel campo. Questo tipo di imballo viene anche impiegato per il contenimento e la spedizione della frutta lavorata di elevato peso, che deve anche ricevere una conservazione alle basse temperature. Oggi la cassa agricola viene generalmente prodotta in materiale riciclato, che sia in PP o in HDPE, utilizzando materiali provenienti dalla raccolta differenziata. Si è cercato di dare una normativa alla filiera del prodotto che imponesse l’uso di materiali riciclati provenienti dalle sole casse agricole, ma in effetti la tracciabilità, nelle fasi di lavorazione della plastica attraverso la raccolta, macinatura, lavaggio ed eventuale granulazione, non permette che venga escluso un possibile contatto con altre tipologie di plastiche o contaminazioni. Questo perché, pur potendo disporre di imballi provenienti dalla sola agricoltura, i processi di trasformazione e riciclo in una nuova materia prima, sottopongono l’input al passaggio in macchine di triturazione e a impianti di lavaggio ed estrusione, nel caso dei granuli, che hanno lavorato anche altre materie prime. Sulla base di queste informazioni bisogna però dire che il prodotto raccolto nel campo ha già di per sé un grado di protezione che può essere la buccia, anch’essa tra l’altro, sottoposta all’irrorazione di insetticidi ed antifungini durante la fase di crescita del prodotto, i quali hanno un impatto decisamente più importante rispetto ad un contatto tra la frutta e con un prodotto inerte come la plastica riciclata. La scelta della plastica da utilizzare dipende dal ciclo di lavoro delle derrate alimentari che verranno contenute e dal tipo di logistica che si deve impiegare. Se la cassa ha una mera funzione di mobilità del raccolto dal campo fino allo stabilimento di lavorazione, non è di grande importanza la scelta se usare una cassa in polipropilene o in polietilene ad alta densità, ma se la frutta o la verdura devono essere conservate nelle celle frigorifere, la scelta cade sull’HDPE che ha un grado di resistenza alle basse temperature più importante rispetto al polipropilene. La produzione della materia prima, di entrambe le categorie plastiche, avviene attraverso l’uso dello scarto degli imballi che il sistema della raccolta differenziata può mettere a disposizione e tramite la riconversione a nuovo di magazzini di aziende delle bibite o della logistica, che periodicamente sostituiscono il loro parco contenitori. Vediamo le differenze di produzione della materia prima: Il Polipropilene viene generalmente prodotto dai rifiuti di imballi del settore alimentare, cassette agricole e industriali che vengono selezionati per provenienza, macinati in dimensioni di circa 10-12 mm., deferrizzati, lavati in impianti a rotazione e a decantazione in vasca, densificati per lacune tipologie di imballi e, se richiesto, avviati agli estrusori per la granulazione. La fluidità del prodotto realizzato, normalmente, si aggira intorno ad un range compreso tra 6 e 12 a 230°-2,16 kg. e può essere generalmente colorato con colori scuri. La materia prima gode di una certa abbondanza nei mercati della plastica e ha generalmente un prezzo contenuto sia per quanto riguarda il macinato che il granulo. Le casse risultano robuste, in quanto normalmente la percentuale di PP all’interno della ricetta è solitamente intorno al 90%, ma sono sconsigliate per un uso nelle celle frigorifere.Il Polietilene ad alta densità non gode della stessa facilità di reperimento sul mercato in quanto l’industria del packaging, soprattutto quella delle acque minerali e delle bibite, ha da tempo puntato su imballi in film plastici, lasciando il mercato del riciclo senza prodotto. Ci sono ancora aree di produzione nel mondo in cui si preferisce la realizzazione delle casse con materiali vergini, specialmente in alcuni settori alimentari in cui esiste un contatto diretto con il cibo non protetto, e questo genera un piccolo mercato del riciclo. Altre produzioni di casse con materia prima vergine vengono eseguite in paesi in cui i sistemi di separazione dei materiali e il successivo riciclo non sono così sviluppati da creare un ciclo di approvvigionamento sufficiente per chi costruisce questi imballi. In ogni caso, la produzione di un HDPE riciclato per la produzione di casse agricole passa dalla separazione per colore delle casse disponibili, così da poter impiegare la materia prima senza aggiungere coloranti in fase di stampaggio, la macinazione e la deferrizzazione del macinato in HDPE e il successivo lavaggio con il doppio passaggio come per il polipropilene. La fluidità varia da 6 a 8 a 190°/2,16 Kg. e il macinato può essere impiegato direttamente in macchina per produrre la cassa oppure passare alla fase di granulazione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PP - HDPE - casse agricole
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Riduzione del Peso (Lightweighting) nel Packaging Plastico: Strategie di Design e Materiali Innovativi per Performance OttimaliEsplora le tecniche avanzate di lightweighting per il packaging in plastica, bilanciando riduzione di materiale, resistenza strutturale e sostenibilità ambientaledi Marco ArezioIl settore del packaging in plastica si trova di fronte a una duplice sfida: rispondere alla crescente domanda di sostenibilità ambientale e, al contempo, mantenere o migliorare le performance funzionali dei prodotti. In questo contesto, il "lightweighting", ovvero la riduzione del peso e del materiale impiegato nel packaging, emerge come una strategia chiave. Non si tratta semplicemente di utilizzare meno plastica, ma di un approccio ingegneristico complesso che mira a ottimizzare il design e la selezione dei materiali per garantire che il packaging rimanga robusto, sicuro ed efficiente lungo l'intera catena di valore, dalla produzione al consumo finale. Questo articolo tecnico esplora le metodologie di design e le innovazioni nei materiali che consentono di raggiungere un equilibrio critico tra la riduzione del peso e il mantenimento delle performance. Principi Fondamentali del Lightweighting Il lightweighting non è un processo lineare, ma un'ottimizzazione multifattoriale che richiede una profonda comprensione delle proprietà dei materiali e delle sollecitazioni meccaniche a cui il packaging sarà sottoposto. I principi cardine includono: Analisi del Ciclo di Vita (LCA): Valutare l'impatto ambientale complessivo della riduzione del peso, considerando non solo il minor consumo di materiale, ma anche le implicazioni sulla logistica (minor peso = minor consumo di carburante nel trasporto) e sulla riciclabilità. Ottimizzazione Strutturale: Riprogettare la geometria del packaging per massimizzare la resistenza con il minimo materiale. Questo include l'introduzione di nervature, curvature, rinforzi e l'ottimizzazione dello spessore delle pareti solo dove strettamente necessario. Selezione di Materiali Avanzati: Identificare polimeri con proprietà meccaniche superiori (es. maggiore rigidità, resistenza all'impatto) che consentano di ridurre lo spessore senza compromettere l'integrità. Processi di Produzione Innovativi: Adottare tecnologie di stampaggio e formatura che permettano una distribuzione più uniforme del materiale e la creazione di geometrie complesse con precisione. Tecniche di Design per la Riduzione del Peso Il design gioca un ruolo preponderante nel lightweighting. Le tecniche più efficaci includono: Ottimizzazione Topologica: Utilizzo di software avanzati per identificare la distribuzione ottimale del materiale all'interno di una data geometria, eliminando le aree non essenziali per la resistenza strutturale. Questo porta a forme organiche e spesso controintuitive, ma estremamente efficienti. Design a Parete Sottile (Thin-Walling): Riduzione sistematica dello spessore delle pareti del contenitore. Questa tecnica richiede materiali con elevata rigidità e resistenza alla flessione, e processi di stampaggio a iniezione o soffiaggio ad alta precisione per evitare difetti come il "warping" o la fragilità. Strutture a Sandwich e Multistrato: Creazione di pareti composte da strati diversi, dove uno strato centrale leggero (es. schiuma polimerica o materiale riciclato) è racchiuso tra due strati esterni più densi e resistenti. Questa configurazione offre un'eccellente rigidità con un peso ridotto. Geometrie Rinforzate: Incorporazione di nervature, scanalature, cupole o altre caratteristiche strutturali che aumentano la resistenza alla compressione e alla flessione senza aggiungere massa significativa. Ad esempio, il design delle bottiglie in PET per bevande carbonatate sfrutta la pressione interna per contribuire alla rigidità strutturale. Integrazione di Funzionalità: Riprogettazione del packaging per ridurre il numero di componenti. Ad esempio, un tappo integrato o un sistema di chiusura che fa parte della struttura principale del contenitore può eliminare la necessità di parti aggiuntive e il loro peso. Materiali Innovativi per il Lightweighting L'innovazione nei materiali polimerici è fondamentale per il successo del lightweighting: Polimeri ad Alte Prestazioni (High-Performance Polymers): Materiali come il PET (Polietilene Tereftalato) con maggiore viscosità intrinseca o polipropilene (PP) e polietilene (PE) con distribuzione del peso molecolare ottimizzata, offrono proprietà meccaniche superiori che consentono spessori ridotti. Polimeri Rinforzati con Fibre: L'aggiunta di fibre di vetro, carbonio o naturali (es. cellulosa) ai polimeri può aumentare significativamente la rigidità, la resistenza alla trazione e all'impatto, permettendo un ulteriore lightweighting. Nanocompositi Polimerici: L'incorporazione di nanoparticelle (es. argille, grafene, nanotubi di carbonio) nel polimero base può migliorare drasticamente le proprietà barriera (contro gas e umidità) e meccaniche, rendendo possibile la produzione di film e contenitori ultra-sottili. Polimeri a Base Biologica e Riciclati: L'uso di bioplastiche (es. PLA, PHA) o di polimeri riciclati (rPET, rHDPE) è cruciale per la sostenibilità. La sfida è mantenere le proprietà meccaniche desiderabili, spesso compromesse dai cicli di riciclo o dalle intrinseche proprietà dei materiali bio-based, richiedendo additivi o blend specifici. Materiali Schiumati: L'introduzione di gas durante il processo di stampaggio crea una struttura cellulare all'interno del polimero, riducendo significativamente la densità e il peso, pur mantenendo una buona rigidità. Le schiume strutturali sono particolarmente promettenti per applicazioni dove la resistenza alla compressione è critica. Bilanciare Riduzione di Materiale e Resistenza: Le Sfide Il trade-off tra riduzione del materiale e mantenimento delle performance è la sfida centrale del lightweighting. Una riduzione eccessiva può portare a: - Compromissione della Funzionalità: Il packaging potrebbe non proteggere adeguatamente il prodotto da urti, vibrazioni o pressioni esterne. - Problemi di Linea: Contenitori troppo leggeri o flessibili possono causare problemi nelle linee di riempimento e confezionamento ad alta velocità. - Perdita di Percezione del Valore: Un packaging eccessivamente leggero può essere percepito dal consumatore come meno robusto o di qualità inferiore. - Riduzione della Durata di Conservazione (Shelf-Life): Per i prodotti alimentari, un packaging più sottile potrebbe compromettere le proprietà barriera, riducendo la shelf-life. Per mitigare queste sfide, è essenziale un approccio olistico che integri simulazioni FEM (Finite Element Method) per prevedere il comportamento strutturale, test di laboratorio rigorosi sulle proprietà meccaniche e barriera, e prove sul campo per valutare la performance del packaging nelle condizioni reali di trasporto e stoccaggio. Conclusioni Il lightweighting del packaging in plastica non è solo una tendenza, ma una necessità strategica per l'industria moderna. Attraverso l'applicazione di tecniche di design avanzate come l'ottimizzazione topologica e il design a parete sottile, unitamente all'impiego di materiali innovativi come polimeri ad alte prestazioni, nanocompositi e materiali schiumati, è possibile raggiungere significative riduzioni di peso senza compromettere la funzionalità. La chiave del successo risiede in un approccio ingegneristico integrato che bilanci attentamente le esigenze di riduzione del materiale con quelle di resistenza, durabilità e sostenibilità, guidando il settore verso un futuro più efficiente e responsabile.© Riproduzione Vietata
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Le Bottiglie in Plastica Possono Cedere Sostanze all’Acqua Contenuta?Scopriamolo verificando l’acqua contenuta in una bottiglia di PET utilizzando il naso elettronicodi Marco Arezio Il packaging delle bibite e dell’acqua minerale è passata, nel giro di pochi anni, dalle bottiglie di vetro a quelle di plastica per una serie di importanti di fattori che hanno fatto di questo sistema di imbottigliamento il più usato in assoluto al mondo. Intorno alle bottiglie di plastica, in particolar modo al suo materiale primario, il PET, si sono sviluppate campagne di sostegno e campagne di denigrazione tra le più aspre, giocate tra i produttori di bibite, i produttori di materie prime, la distribuzione e il cittadino. I temi fortemente discussi sono ambientali, da una parte, rivendicando una sorta di patente di inquinatori da parte dell’opinione pubblica verso i produttori di bottiglie in PET, a causa della massiccia presenza nei mari dei prodotti usa e getta. E’ ovvio a tutti che i produttori di bottiglie in plastica non hanno nessuna parte a questo disastro ambientale che è da attribuire al consumatore finale, che non si preoccupa di conferire la bottiglia vuota a centri di riciclo o a provvedere al suo riutilizzo. Dall’altra parte i produttori di bibite hanno identificato nella bottiglia in plastica, tra l’altro, oggi, costituita da una parte di materiale riciclato, un grande vantaggio in termini di costi di produzione, di risparmio sulla logistica e di un impatto ambientale, in fase di produzione, minore rispetto ad altri materiali per il packaging. Ma c’è un’altra questione da considerare, e cioè il rapporto tra la bottiglia in plastica e il suo contenuto, l’acqua per esempio, rapporto che è un matrimonio solidale finché l’acqua non viene utilizzata dal consumatore. Durante la permanenza dell’acqua nelle bottiglie di plastica, tra il momento dell’imbottigliamento e il momento del suo consumo, la bottiglia può ricevere gli effetti della luce, dell’irraggiamento solare e dell’aumento delle temperature della plastica sotto l’effetto del sole. Ogni modifica delle condizioni standard della plastica, caldo, freddo, luce, tempo di vita della bottiglia, che possono modificare la struttura della plastica, potrebbero essere condivisibile con l’acqua contenuta che il consumatore di beve. Come facciamo a sapere se elementi volatili che nascono a seguito delle possibili mutazioni della plastica si trasmettano o meno nell’acqua? Non assaggiandola, in quanto alcune sostanze che potrebbero essere cedute possono essere insapori, non guardandola controluce, perché alcune sostanze potrebbero essere non visibili ad occhio nudo. Oggi abbiamo a disposizione uno strumento di laboratorio di piccole dimensioni ma efficacissimo, chiamato naso elettronico, che analizza in modo scientifico gli elementi volatili dei materiali. Attraverso la campionatura di porzioni di acqua contenute in varie bottiglie in plastica si inseriscono le provette nel naso elettronico e, in modo automatico, si riscaldano i campioni creando delle parti volatili che vengono intercettate da un gascromatografo (GC), che dialoga con uno spettrometro a mobilità ionica (IMS), i quali ci restituiscono un esame tridimensionale delle parti volatili contenute nell’acqua andando ad indentificare esattamente la quantità e la tipologia chimica dei composti contenuti. Cosa beviamo dunque? Acqua o altro? Ce lo dirà il naso elettronico.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PET - packaging - bottiglie
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Polimeri Plastici nel Settore Calzaturiero: Materiali e ImpieghiPolimeri Plastici nel settore Calzaturiero: Materiali e Impieghidi Marco ArezioL’Industria della plastica si è creata uno spazio importante nel campo delle suole e delle calzature che erano fino a qualche decennio fa di esclusiva del cuoio e ad altri materiali minori.La creazione di nuove ricette, il progresso chimico e tecnologico sugli impianti, ha permesso ai polimeri plastici di creare una valida alternativa alle suole tradizionali da impiegare in calzature sottoposte a forte usura, con una valenza protettiva per il piede, di isolamento termico, di flessibilità ed impermeabilità. Inoltre di pari passo alla crescita delle nuove formulazioni fatte con i polimeri vergini, il mercato dei polimeri riciclati sta offrendo diverse alternative attraverso prodotti sostenibili specialmente nel campo del PVC e dell’ABS. I materiali plastici che si usano maggiormente nel settore calzaturiero sono:Termoplastici: ABS, PVC, TR e TPU Poliuretanici bi-componenti: PUR a base polietere, PUR a base poliestere Copolimeri quali gomma ed EVA Vediamo nel dettaglio le caratteristiche e le applicazioni: ABS Anche se l’ABS non è un polimero di uso comune nelle calzature, trova impiego spesso nelle calzature antiinfortunistiche, come elemento di protezione della punta della scarpa. Il puntale, infatti, viene spesso fatto in ABS riciclato, da scarti post industriali, la cui ricetta viene adattata per conferire al puntale robustezza agli urti e flessibilità. TR o Gomma Termoplastica Con questo materiale si possono fabbricare suole da applicare o da inserite nella scarpa per iniezione diretta. Le gomme termoplastiche sono compounds il cui componente fondamentale è lo stirolo-butadiene-stirolo (SBS) addizionato con oli, polistiroli, cariche minerali, pigmenti, antiossidanti, ecc. Attraverso una corretta formulazione della ricetta del materiale le suole non presentano problemi di resistenza al freddo e possono mantenere un’ottima flessibilità a temperature molto inferiori allo 0° C. PVC, Cloruro di Polivinile Plastificato Il PVC è una delle materie plastiche più diffuse al mondo, non solo nel settore calzaturiero, ma viene usato anche per la creazione di zerbini, tappeti, fili, tubi, canne dell’acqua e molti altri prodotti. Nel settore delle calzature impermeabili, come gli stivali, le suole, i sandali, le ciabatte e gli accessori, il PVC ha trovato un vasto impiego essendo un materiale in continuo sviluppo tecnologico, avendo raggiunto oggi un buon livello di efficienza ambientale e garantendo una buona sicurezza in tutte le fasi del suo ciclo di vita. Infatti, nel mercato delle calzature, sono presenti volumi importanti di manufatti realizzati in PVC riciclato che permettono la costruzione di suole e calzature sostenibili, quindi riciclate e riciclabili. TPU, Poliuretano TermoplasticoIl TPU è un composto chimico formato da elastomeri poliuretanici trattati con le tecniche dei materiali termoplastici. La sua realizzazione passa attraverso il processo di addizione dell’isocianato, in un determinato intervallo di temperature, ricreando le caratteristiche elastiche della gomma. I Poliuretani termoplastici sono impiegati per diverse tipologie di suole destinate ad alcuni segmenti di calzature come lo sport, il lavoro e tempo libero. Le formule che caratterizzano i materiali per le suole in TPU cambiano a seconda delle tipologie di impiego della stessa e di conseguenza della calzatura. PUR, Poliuretano Bi-ComponenteIl Poliolo e l’Isocianato, in forma liquida, che fanno parte delle famiglie dei Polieteri e dei Poliesteri, sono due elementi chimici che caratterizzano la formazione del Poliuretano Bicomponente. La differenza tra queste due classi di appartenenza è basata sulla struttura della schiuma che si andrà a realizzare, infatti, utilizzando il polietere si crea una pelle superficiale compatta e, all’interno, la suola si presenterà con le cellule aperte, mentre utilizzando il poliestere si creerà una struttura con cellule chiuse. Eva, Etilvinil AcetatoEtilene e Acetato di Vinile sono i due principali componenti del polimero chiamato EVA, un polimero utilizzato per la costruzione di suole morbide e resistenti. La suola però non è costituita solo dai due componenti che formano il polimero principale ma, attraverso la giusta calibrazione di questi elementi e di reticolanti, cariche, espandenti, ed altro, si determinano le caratteristiche prestazionali del prodotto finale. Le caratteristiche principali sono la leggerezza, flessibilità, elasticità e una buona propensione a mantenere la forma originaria. Materiali Compositi L’evoluzione della moda, delle esigenze tecniche e dei costi generali del prodotto finito, hanno permesso la creazione di materiali composti da polimeri differenti ma affini tra di loro. I materiali Poliuretanici, la gomma e l’Eva sono i principali polimeri che vengono impiegati con lo scopo di creare combinazioni differenti in termini di aspetto estetico, di costi e di tecnica di impiego, allargando in modo sorprendente l’offerta sul mercato. Caratteristiche dei prodotti finitiLo studio e la realizzazione di nuove ricette polimeriche, per la creazione di nuove opportunità commerciali, non deve far dimenticare che le calzature e le suole stesse, devono rispondere a caratteristiche ben definite per il cliente finale. Esistono delle normative precise che devono essere rispettate nella costruzione di un prodotto per il settore calzaturiero, nelle quali si chiede che vengano sottoposti gli articoli a tests di comportamento. Vediamo i principali: Resistenza alle flessioni Resistenza all’ abrasione Resistenza alla delaminazione Resistenza allo scivolamento Stabilità dimensionale Resistenza all’invecchiamento Resistenza alla compressione Capacità di incollaggio Resistenza alla trazione Resistenza alla penetrazione dell’acqua Capacità di tenuta del punto di cucituraCategoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - calzature Vedi maggiori informazioni sui polimeri plastici
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HDPE: Produzione di Flaconi con Plastica Riciclata | Alcuni ConsigliCome risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclatodi Marco Arezio La richiesta di HDPE rigenerato (riciclato) per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi anni, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - post consumo - flaconi
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Le cariche nel polipropilene rigeneratoCariche per il Polipropilene Rigenerato: Vantaggi, Svantaggi e Aggiornamenti 2026 di Marco Arezio | Pubblicato: 2020 | Aggiornato: Marzo 2026 Categorie: Tecnica | Plastica | Riciclo | Polipropilene | Economia Circolare Introduzione: perché le cariche sono fondamentali nel PP rigenerato Il polipropilene rigenerato da post-consumo (rPP) è uno dei materiali al centro della transizione verso l'economia circolare nel settore plastico. In Europa, il Piano d'Azione per l'Economia Circolare e il Regolamento UE sui Contenuti Riciclati (2024) hanno aumentato significativamente la domanda di granuli rPP di qualità, spingendo i compounder a ottimizzarne le prestazioni mediante l'uso di cariche e rinforzi minerali. Il rPP proveniente da scarti rigidi e semirigidi post-consumo porta con sé inevitabili impurità: tracce di polietilene (PE) non separate completamente nella fase di sorting, cariche minerali già presenti nell'imballaggio originale (talco, carbonato di calcio, fibre di vetro), e contaminanti organici responsabili dell'odore tipico di questi materiali. La formulazione della ricetta di compounding — ovvero la scelta e la percentuale delle cariche da aggiungere al granulo rPP — è quindi una leva tecnico-economica decisiva per ampliare le applicazioni del materiale riciclato, avvicinando le sue performance al polipropilene vergine. In questo articolo esaminiamo sistematicamente vantaggi, svantaggi e aggiornamenti al 2026 per ciascuna tipologia di carica. 📊 Dato 2026 Secondo PlasticsEurope (Plastics — the Facts 2025), il rPP rappresenta ormai circa il 12% del mercato europeo delle poliolefine riciclate, con una crescita del 18% rispetto al 2022, trainata dal packaging rigido e dall'automotive. Cos'è il polipropilene rigenerato e perché necessita di cariche Il granulo di PP da post-consumo viene prodotto a partire da scarti eterogenei selezionati (imballaggi rigidi, contenitori, parti automotive a fine vita) attraverso le fasi di selezione, lavaggio, macinazione, estrusione e granulazione. Il materiale che ne risulta presenta, rispetto al PP vergine, alcune criticità strutturali: • Riduzione del peso molecolare medio per effetto della degradazione termica e foto-ossidativa durante la vita del prodotto • Presenza di PE e altre poliolefine non completamente separate, che abbassano la rigidità e il modulo elastico • Presenza di cariche preesistenti in quantità variabile e non controllata • Odore residuo da contaminanti organici • Variabilità del colore e della stabilità UV L'additivazione con cariche minerali e fibre durante la fase di estrusione compounding consente di compensare queste debolezze, adattando il profilo prestazionale del rPP alle specifiche richieste dell'applicazione finale. Tabella comparativa delle cariche per rPP (aggiornata 2026)Talco nel polipropilene rigenerato: vantaggi e svantaggiIl talco (Mg₃Si₄O₁₀(OH)₂) è la carica minerale più diffusa nel compounding del rPP. La sua struttura lamellare lo rende particolarmente efficace nell'orientare le catene polimeriche durante il raffreddamento, migliorando la struttura cristallina del materiale. Vantaggi del talco • Incremento del modulo elastico a flessione (fino al +40% con il 20% di talco) • Migliore stabilità dimensionale del manufatto • Aumento della temperatura di deflessione sotto carico (HDT) • Miglioramento dello scorrimento della massa fusa (MFI più elevato) • Agisce come agente nucleante, accelerando la cristallizzazione e riducendo il ciclo di stampaggio Svantaggi del talco • Riduzione della resistenza agli urti, in particolare alle basse temperature (fragility shift) • Diminuzione della saldabilità (riduzione dell'energy weld line) • Superfici opache: problema rilevante per applicazioni visive/estetiche • Aumento della densità del composto • Rischio di rilascio di polveri durante il processo (questioni di sicurezza sul lavoro) 🔬 Aggiornamento 2026 Le nuove tipologie di talco lamellare ultrafine (d50 < 1 µm) sono sempre più accessibili grazie a miglioramenti nei processi di macinazione a umido, permettono di ridurre la percentuale di utilizzo del 15–20% a parità di rigidità, limitando l'opacità superficiale. Fonte: settore compounding europeo, dati di mercato 2025. Carbonato di calcio (CaCO₃): alternativa competitiva al talco Il carbonato di calcio (CaCO₃) nella forma di calcite macinata o precipitata (PCC) è la carica minerale che ha registrato la crescita più significativa nel rPP negli ultimi 5 anni, grazie alla combinazione di prestazioni e convenienza economica. Vantaggi del carbonato di calcio • Migliore capacità di dispersione nella matrice polipropilenica rispetto al talco • Scorrimento della massa fusa superiore: favorisce processi di stampaggio più veloci • Maggiore stabilità ai raggi UV rispetto al talco non trattato • Minore usura del manufatto nel tempo • Riduzione del ciclo di stampaggio a parità di percentuale di carica rispetto al talco • Costo inferiore rispetto al talco di pari granulometria • Impatto ambientale ridotto: provenienza da rocce calcaree largamente disponibili Svantaggi del carbonato di calcio • Rinforzo meccanico meno elevato rispetto al talco per applicazioni strutturali • Sensibilità all'umidità (idrolisi superficiale in ambienti molto umidi) • Necessità di trattamento superficiale (es. acidi stearici) per buona compatibilità con il PP 🔬 Aggiornamento 2026 Il CaCO₃ trattato con agenti di accoppiamento silanoici rappresenta oggi una frontiera attiva di R&D per il rPP: permette di raggiungere livelli di compatibilità matrice/carica simili a quelli del PP vergine caricato, con percentuali del 20–30%. Diversi studi europei (2023–2025) confermano una riduzione dell'odore del 10–15% rispetto a compound rPP senza carica. Fibre di vetro nel rPP: corte, lunghe e sfere Le fibre di vetro (FdV) rappresentano il rinforzo più performante per il polipropilene rigenerato quando si richiedono elevate prestazioni meccaniche strutturali. Possono essere aggiunte come macinato o fibre tagliate, e si distinguono in base alla lunghezza. Fibre di vetro corte (short glass fibers, SGF) Le fibre corte (lunghezza media 0,2–0,5 mm dopo processing) sono le più comuni. I loro effetti principali: • Aumento significativo di rigidità e modulo elastico (fino a +80–100% con il 30% di FdV) • Miglioramento della tenacità a rottura • Contributo alla riduzione dell'odore residuo del rPP (effetto "diluizione" della matrice odorosa) • Buona lavorabilità in estrusori standard Fibre di vetro lunghe (long glass fibers, LGF) Le fibre lunghe (lunghezza > 1 mm, tipicamente 3–12 mm come granulo finale pultrudato) amplificano ulteriormente le prestazioni: • Resistenza meccanica molto elevata: tensile strength fino a +120–150% vs rPP non caricato • Eccellente resistenza di scorrimento sotto carico (creep resistance) • Applicazioni premium in automotive e industria Svantaggi delle fibre di vetro lunghe • Aumento del comportamento anisotropo per orientamento delle fibre nel flusso: rischio distorsione del manufatto • Superfici opache e con affioramento delle fibre (fiber blooming) • Usura accelerata delle viti di estrusione e degli stampi • Maggiore costo rispetto a SGF e cariche minerali Sfere di vetro (glass beads) L'aggiunta di sfere di vetro cave o piene in miscela con fibre lunghe è la soluzione tecnica raccomandata per contrastare il fenomeno della distorsione. La distribuzione isotropa delle sfere bilancia l'orientamento preferenziale delle fibre, con i seguenti benefici: • Maggiore resistenza a compressione • Incremento della rigidità senza aumento dell'anisotropia • Superficie del manufatto più regolare 🔬 Aggiornamento 2026. Il rPP con fibre di vetro lunghe è entrato nei capitolati di diversi OEM automotive europei (2024–2025) come alternativa certificata al PP vergine LGF per componentistica non strutturale (pannelli, rivestimenti interni). Il delta di prezzo rispetto al vergine si è ridotto a circa il 15–20%, rendendo il compound rPP/LGF competitivo. Fonte: dati di settore automotive plastics Europe, 2025. Altre cariche meno diffuse: mica, farina di legno, silicati e ossido di zinco Mica La mica è una carica lamellare che offre un vantaggio economico rilevante: permette di raggiungere la stessa rigidità di un rPP al 30% di fibre di vetro utilizzando il 40% di mica a un costo inferiore. La struttura in lamine contribuisce inoltre a migliorare la barriera ai gas, una proprietà interessante per packaging multistrato. Lo svantaggio principale è la tendenza alla fragilità e la limitata compatibilità superficiale senza trattamenti specifici. Farina di legno e fibre naturali La farina di legno e le fibre naturali (canapa, lino, kenaf) nel rPP sono al centro di un'attenzione crescente in ottica bio-based e sostenibilità. Oltre al miglioramento dell'isolamento acustico già noto nel 2020, i compound rPP/fibra naturale sono oggi oggetto di specifiche normative di Product Environmental Footprint (PEF) in ambito UE, che valorizzano il contenuto rinnovabile. Il limite principale resta la sensibilità all'umidità e alla temperatura di processo. Silicati di calcio I silicati di calcio (wollastonite) migliorano le proprietà elettriche e termiche del rPP, con utilizzo di nicchia nell'elettrotecnica e nei componenti per elettronica. Hanno il vantaggio di una distribuzione aciculare (aghiforme) che incrementa la rigidità con minor perdita di duttilità rispetto al talco. Ossido di zinco (ZnO) L'ossido di zinco è impiegato sia come agente antimicrobico (utile nel packaging alimentare rigenerato) sia come assorbitore UV. In formulazioni per applicazioni outdoor, ZnO nanostrutturato (ZnO-NP) ha mostrato efficacia anche a concentrazioni del 1–3%, riducendo la fotodegradazione del rPP in maniera significativa. Nota 2026: l'uso di ZnO nanometrico è soggetto a regolamentazione REACH specifica (ECHA, 2023) e deve essere valutato con attenzione nel contesto dell'economia circolare per evitare la presenza di nanomateriali nella catena del riciclo. Criteri di selezione delle cariche per il rPPLa scelta ottimale della carica dipende da più fattori che devono essere ponderati insieme: • Applicazione finale: packaging, automotive, costruzioni, elettrotecnica • Requisiti meccanici e termici del prodotto (es. HDT, modulo, impatto) • Costo target del compound finito • Impatto sulla lavorabilità (MFI, shrinkage, ciclo) • Requisiti normativi: REACH, Food Contact, ELV Directive, regolamenti contenuto riciclato • Impatto sull'odore: rilevante per packaging e automotive • Impatto ambientale/LCA: carbon footprint della carica aggiunta Tendenza 2026: il mercato si orienta verso soluzioni ibride carica minerale + compatibilizzante (es. PP-g-MA) per massimizzare l'interfaccia matrice/carica nei rPP, compensando la degradazione della matrice polimerica tipica dei materiali post-consumo. Domande frequenti (FAQ) Quale carica è più adatta per ridurre l'odore del polipropilene rigenerato? Le fibre di vetro, sia corte che lunghe, contribuiscono alla riduzione dell'odore per effetto di diluizione della matrice odorosa. Anche il carbonato di calcio trattato mostra effetti positivi. In ogni caso, l'uso di cariche va combinato con un sistema di additivazione specifico (odor scavengers, zeoliti) per ottenere risultati certificabili. È possibile usare cariche per avvicinare il rPP alle prestazioni del PP vergine? Sì, con formulazioni ottimizzate (es. rPP + 20% CaCO₃ + compatibilizzante PP-g-MA) è possibile raggiungere valori di modulo, resistenza all'impatto e stabilità termica molto prossimi al PP vergine non caricato, con un significativo vantaggio economico e ambientale. Come influisce la carica sul contenuto di riciclato dichiarabile? Le cariche minerali non sono materiale riciclato da post-consumo: la loro aggiunta riduce proporzionalmente la percentuale di contenuto riciclato dichiarabile nel prodotto finale. Questo è un punto critico nel contesto del Regolamento UE sui contenuti riciclati (2024), che richiede una documentazione precisa della composizione del compound. Quali sono i trend più rilevanti nelle cariche per rPP al 2026? I principali trend sono: (1) cariche ultrafini e nano-strutturate per minor impatto su opacità e proprietà ottiche; (2) fibre naturali in chiave bio-based e sostenibilità; (3) cariche funzionalizzate con agenti di accoppiamento silanoici per massimizzare la compatibilità con matrici rPP degradate; (4) integrazione LCA nella scelta della carica ottimale. Conclusioni L'uso di cariche minerali e fibre nel polipropilene rigenerato è oggi una pratica consolidata e in rapida evoluzione. Se nel 2020 la scelta si concentrava principalmente su talco e fibre di vetro, nel 2026 il panorama si è arricchito di nuove opzioni (nano-CaCO₃, fibre naturali funzionalizzate, ZnO-NP) e di un contesto normativo europeo che impone una valutazione più ampia, considerando non solo le prestazioni meccaniche ma anche l'impatto ambientale, il contenuto riciclato dichiarabile e la sicurezza chimica. La figura del compounder di rPP esperto diventa sempre più strategica nella catena del valore dell'economia circolare delle plastiche: la capacità di formulare ricette ottimizzate, documentate e conformi ai requisiti normativi è un vantaggio competitivo decisivo per rispondere alla crescente domanda di materiali riciclati di qualità certificata. Note sull'autore Marco Arezio Consulente internazionale in economia circolare e riciclo delle materie plastiche. Ha maturato oltre 20 anni di esperienza nel settore del riciclo di poliolefine, collaborando con aziende di selezione, riciclo meccanico, compounding e trasformazione in Europa, Asia e America Latina. Autore di numerosi articoli tecnici e manuali su polipropilene rigenerato, polietilene da post-consumo e tecnologie di compounding.Fonti e riferimenti • PlasticsEurope — Plastics, the Facts 2025 • European Chemicals Agency (ECHA) — REACH Restriction on ZnO nanomaterials, 2023 • Regolamento UE 2024 sui contenuti riciclati negli imballaggi plastici • Direttiva ELV (End-of-Life Vehicles) — revisione 2024 • Brydson, J.A. — Plastics Materials, 8th Ed. • Tadmor, Z. & Gogos, C.G. — Principles of Polymer Processing • Dati di mercato automotive plastics: associazioni di settore europee, 2024–2025
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Applicazione di Agenti Espandenti e Schiumogeni nel Settore dei Polimeri RiciclatiAnalisi dei Processi di Produzione, Controllo delle Proprietà del Materiale e Implicazioni per la Riciclabilità e la Sostenibilità Ambientale di Marco ArezioNel campo della plastica, gli agenti schiumogeni e gli espandenti sono additivi utilizzati per modificare le proprietà dei materiali plastici, rendendoli più leggeri, isolanti o riducendo l'uso della materia prima. Questi additivi sono fondamentali in molte applicazioni, inclusi i processi di economia circolare, consentendo l'uso efficiente delle risorse e la riduzione degli impatti ambientali. Di seguito, analizzeremo in dettaglio le differenze tra agenti schiumogeni ed espandenti, esplorando le loro caratteristiche, applicazioni e impatti nell'economia circolare. Gli Agenti Schiumogeni per i Polimeri Gli agenti schiumogeni giocano un ruolo cruciale nel settore delle materie plastiche, non solo per le loro applicazioni dirette ma anche per il loro impatto sulle pratiche di economia circolare. Essi consentono la produzione di materiali più leggeri, con miglior isolamento e minor uso di risorse. Esplorando in modo più approfondito il funzionamento, i tipi e le applicazioni degli agenti schiumogeni, possiamo comprendere meglio il loro contributo all'industria delle materie plastiche e all'ambiente. Tipi di Agenti SchiumogeniAgenti Schiumogeni Chimici: Sono composti che si decompongono sotto l'effetto del calore rilasciando gas. Sono ampiamente usati per la loro capacità di produrre celle uniformi e per la loro relativa facilità di controllo nel processo di schiumatura. Esempi includono:- Azodicarbonamide (ADA)- Bicarbonato di sodio- Acido citrico in combinazione con bicarbonati- Benzenesulfonidrazide (OBSH)Agenti Schiumogeni Fisici: Sono meno impattanti sull'ambiente rispetto a quelli chimici e includono CO2, azoto, acqua o idrocarburi. Sono preferiti in applicazioni dove la tossicità e l'impatto ambientale sono di primaria importanza. Meccanismo di Azione degli Agenti Schiumogeni Il processo di schiumatura inizia quando l'agente schiumogeno viene miscelato con il polimero e successivamente riscaldato durante il processo di trasformazione. Gli agenti schiumogeni chimici si decompongono termicamente, rilasciando gas come azoto, anidride carbonica, o ammoniaca, che si diffondono nella matrice polimerica creando una struttura cellulare. Gli agenti schiumogeni fisici, invece, subiscono un cambio di stato (da liquido a gas, ad esempio) sotto l'effetto del calore, espandendo il materiale. ApplicazioniGli agenti schiumogeni trovano applicazione in una vasta gamma di prodotti e settori, tra cui: Imballaggi: La produzione di imballaggi protettivi, leggeri e con buone proprietà di assorbimento degli urti. Componenti Automobilistici: Parti interne e esterne di veicoli dove il peso ridotto contribuisce alla riduzione del consumo di carburante. Edilizia: Materiali isolanti per l'edilizia, inclusi pannelli e lastre schiumate, dove l'isolamento termico e acustico è essenziale. Articoli Sportivi: Attrezzature leggere e resistenti, come i materassini da yoga o i giubbotti di salvataggio. Vantaggi nell'Economia Circolare Riduzione delle Risorse: La produzione di materiali schiumati riduce il consumo di materie prime polimeriche e, di conseguenza, l'impatto ambientale associato all'estrazione e alla lavorazione di queste risorse. Efficienza Energetica: I materiali con buone proprietà isolanti contribuiscono significativamente alla riduzione del consumo energetico negli edifici, allineandosi ai principi dell'efficienza energetica e della sostenibilità. Riciclabilità e Riutilizzo: Anche se la presenza di agenti schiumogeni può presentare dei problemi nel riciclo dei materiali plastici, lo sviluppo di nuove tecnologie e processi sta migliorando la riciclabilità di tali materiali, favorendo l'integrazione nel ciclo di vita dei prodotti secondo i principi dell'economia circolare. In conclusione, gli agenti schiumogeni offrono numerosi vantaggi per l'industria delle materie plastiche, migliorando le proprietà dei materiali e contribuendo agli obiettivi di sostenibilità e economia circolare. La ricerca e lo sviluppo continui in questo campo sono fondamentali per superare le sfide associate alla loro applicazione, come la riciclabilità. Gli Agenti Espandenti per i Polimeri Gli agenti espandenti nelle materie plastiche svolgono un ruolo fondamentale nel modificare le proprietà fisiche dei materiali, migliorandone l'applicabilità in diversi settori industriali. A differenza degli agenti schiumogeni, che sono progettati principalmente per creare una struttura cellulare all'interno di una matrice polimerica, gli agenti espandenti mirano a incrementare il volume dei materiali attraverso l'espansione. Questo processo può o non può generare una schiuma, a seconda della natura dell'agente utilizzato e del metodo di applicazione. Esaminiamo più da vicino il ruolo, i tipi e le applicazioni degli agenti espandenti, oltre al loro impatto sull'economia circolare. Ruolo degli Agenti Espandenti Il ruolo primario degli agenti espandenti è di aumentare il volume di un polimero durante il processo di lavorazione. Questo viene realizzato attraverso la generazione di gas o attraverso l'espansione fisica di un additivo preesistente, risultando in un materiale con densità ridotta e, in alcuni casi, proprietà isolate migliorate. Questi agenti possono essere utilizzati per ottenere una distribuzione uniforme del gas all'interno del materiale, senza necessariamente cercare di formare una struttura cellulare chiusa o aperta come nel caso degli agenti schiumogeni. Tipologia di Espandenti Chimici Gli espandenti chimici producono gas attraverso reazioni chimiche quando riscaldati, espandendo il materiale plastico. Questo processo di decomposizione termica genera una pressione interna che forma celle gassose all'interno della matrice polimerica, risultando in un materiale espanso. Azodicarbonamide (ADA): È uno degli espandenti chimici più comunemente utilizzati nelle materie plastiche, specialmente in PVC, poliolefine e schiume. Si decompone termicamente, rilasciando azoto, anidride carbonica e ammoniaca, che fungono da agenti espandenti. Acido Citrico e Bicarbonato di Sodio: Questa combinazione è un esempio di sistema espandente che rilascia anidride carbonica quando riscaldato. È considerato un sistema espandente ecocompatibile, spesso utilizzato in applicazioni dove la sostenibilità è una preoccupazione. Idrazidi: Composti come l'acido benzenesulfonico idrazide (OBSH) e l'acido toluenesulfonico idrazide (TSH) sono agenti espandenti chimici che si decompongono termicamente rilasciando azoto e vapore acqueo. Sono utilizzati per ottenere schiume con celle fini e uniformi. Tipologia degli Espandenti Fisici Gli espandenti fisici sono sostanze che, sottoposte a riscaldamento, cambiano stato da liquido a gas, espandendo il materiale senza reazioni chimiche. La scelta dell'espandente fisico dipende dalla sua compatibilità con il polimero e dal processo di produzione. Idrocarburi: Composti come il butano, l'etano, il pentano o l'isobutano sono utilizzati come espandenti fisici, specialmente nelle schiume poliolefiniche. Sono scelti per la loro capacità di produrre schiume con buone proprietà meccaniche e termiche. Gas Inerti: Anidride carbonica e azoto sono gas inerti comunemente usati come agenti espandenti fisici. Sono considerati opzioni più sicure e ambientalmente sostenibili rispetto ad altri agenti espandenti, ma possono richiedere attrezzature specifiche per l'iniezione e il mantenimento delle pressioni desiderate durante il processo di schiumatura. Acqua: L'acqua è un agente espandente fisico utilizzato in alcuni processi di schiumatura per polimeri termoplastici. Quando riscaldata, si vaporizza, espandendo il materiale. Questo metodo è considerato ecologico, ma la quantità di espansione ottenibile è relativamente limitata rispetto ad altri agenti espandenti. Applicazioni Gli agenti espandenti trovano applicazione in numerosi settori, tra cui: Componenti per l'Automotive: Riduzione del peso dei componenti interni e esterni dei veicoli per migliorare l'efficienza del carburante e ridurre le emissioni. Imballaggi: Sviluppo di imballaggi protettivi leggeri che richiedono meno materiale e offrono una migliore protezione. Prodotti per la Costruzione: Materiali da costruzione leggeri e isolanti, come blocchi di cemento espanso, che contribuiscono all'isolamento termico degli edifici. Impatto sull'Economia Circolare Gli agenti espandenti contribuiscono significativamente ai principi dell'economia circolare: Efficienza delle Risorse: Riducendo la densità dei materiali, si riduce l'utilizzo delle materie prime e si aumenta l'efficienza del trasporto, riducendo così le emissioni associate. Isolamento ed Efficienza Energetica: I materiali espansi possono offrire miglioramenti nelle proprietà di isolamento, contribuendo all'efficienza energetica degli edifici e alla riduzione del consumo di energia. Riciclabilità: Sebbene la presenza di agenti espandenti possa presentare dei problemi nel processo di riciclo, la ricerca e lo sviluppo di nuovi materiali e processi stanno migliorando la riciclabilità di questi materiali. In sintesi, gli agenti espandenti svolgono un ruolo importante nell'industria delle materie plastiche, non solo per le loro applicazioni dirette ma anche per il loro contributo all'efficienza delle risorse e alla sostenibilità. L'innovazione continua in questo campo è essenziale per sviluppare materiali che siano sia funzionali sia compatibili con i principi dell'economia circolare. Come scegliere un agente espandente o uno schiumogeno per la produzione con polimeri plastici La comprensione delle caratteristiche specifiche e delle applicazioni di ciascun tipo di agente espandente è fondamentale per ottimizzare le proprietà del materiale finito e soddisfare le esigenze del progetto, mantenendo al contempo un occhio di riguardo.Obiettivi del Progetto e Proprietà del Materiale Densità del Materiale: Se l'obiettivo è ridurre significativamente la densità del prodotto finale, gli agenti schiumogeni sono generalmente preferiti perché creano una struttura cellulare all'interno del materiale, riducendone il peso. Proprietà Meccaniche: È importante considerare come l'aggiunta dell'agente influenzerà le proprietà meccaniche del materiale, come la resistenza alla trazione, l'elasticità e la resilienza. Gli agenti schiumogeni possono ridurre alcune di queste proprietà a causa della formazione di celle. Proprietà Termiche e Acustiche: Per applicazioni che richiedono miglioramenti nell'isolamento termico o acustico, gli agenti schiumogeni sono spesso preferibili poiché la struttura cellulare intrappola l'aria, migliorando l'isolamento. Compatibilità del Processo di Produzione Metodo di Lavorazione: La scelta tra agenti schiumogeni ed espandenti può dipendere dal processo di produzione utilizzato (ad esempio, estrusione, stampaggio a iniezione). Alcuni agenti possono essere più adatti a specifici processi di lavorazione. Temperatura di Decomposizione: È fondamentale che la temperatura di decomposizione dell'agente sia compatibile con le temperature del processo di produzione. Gli agenti schiumogeni chimici e gli espandenti hanno diverse temperature di attivazione che devono essere considerate. Impatto Ambientale Sostenibilità: La scelta tra agenti fisici e chimici può essere influenzata dalla loro impronta ecologica. Gli agenti fisici, come l'anidride carbonica o l'azoto, possono avere un impatto ambientale minore rispetto ad alcuni agenti chimici. Riciclabilità: La presenza di alcuni agenti schiumogeni o espandenti può influenzare la riciclabilità del prodotto finale. È importante considerare come l'agente selezionato influenzerà il ciclo di vita del materiale e la sua compatibilità con le pratiche di economia circolare. Costi Oltre all'efficacia, il costo degli agenti schiumogeni o espandenti e il loro impatto sui costi di produzione complessivi sono fattori critici. Alcuni agenti possono richiedere attrezzature speciali o modifiche al processo produttivo, influenzando il costo finale. Normative e Compliance Infine, è essenziale considerare eventuali restrizioni normative relative all'uso di determinati agenti schiumogeni o espandenti, soprattutto in settori regolamentati come l'alimentare, il medicale o l'edilizia. Conclusione La scelta tra un agente schiumogeno e uno espandente richiede un'analisi attenta degli obiettivi del progetto, delle proprietà desiderate del materiale, della compatibilità con il processo di produzione e dell'impatto ambientale. Collaborare con fornitori di materie prime e sfruttare le conoscenze tecniche disponibili può aiutare a identificare la soluzione ottimale per le specifiche esigenze di produzione. Con quali polimeri riciclati si legano gli agenti espandenti e gli schiumogeni Gli agenti espandenti e gli schiumogeni possono essere utilizzati con una varietà di polimeri riciclati, con l'obiettivo di migliorarne le proprietà, ridurne il peso, e aumentarne l'efficienza di produzione. La compatibilità di questi agenti con specifici tipi di polimeri riciclati dipende da vari fattori, tra cui la struttura chimica del polimero, il processo di trasformazione utilizzato, e le proprietà desiderate nel prodotto finito. Di seguito, vengono esaminati alcuni dei polimeri riciclati comunemente associati con l'uso di agenti espandenti e schiumogeni. Polietilene (PE) Il PE riciclato è ampiamente utilizzato in applicazioni di packaging, contenitori, e prodotti per l'edilizia. Gli agenti schiumogeni possono essere utilizzati per produrre schiume di PE riciclato che offrono un miglior isolamento termico o riducono il peso del materiale per applicazioni come i pannelli isolanti o i prodotti di imballaggio protettivo. Polipropilene (PP) Il PP riciclato beneficia dell'uso di agenti schiumogeni o espandenti per migliorare la lavorabilità e le proprietà meccaniche dei prodotti finiti. Questi possono includere componenti automobilistici, contenitori per alimenti, e materiali da costruzione, dove la riduzione del peso e il miglioramento dell'isolamento sono vantaggi chiave. Polistirene (PS) Il PS riciclato, sia nella forma espansa (EPS) che solida, è un candidato ideale per l'applicazione di agenti schiumogeni, specialmente per produrre materiale di imballaggio o isolamento termico. Gli agenti espandenti possono essere utilizzati per aumentare ulteriormente il volume del materiale, riducendo così il consumo di risorse. Polietilentereftalato (PET) Il PET riciclato viene spesso utilizzato in fibre per tessuti, contenitori per alimenti e bevande, e in alcune applicazioni di ingegneria. L'aggiunta di agenti schiumogeni può essere sfruttata per ridurre il peso e migliorare le proprietà termiche dei prodotti in PET riciclato, come nel caso di pannelli isolanti o componenti automobilistici. PVC (Policloruro di Vinile) Il PVC riciclato può essere schiumato per produrre una varietà di prodotti con miglior isolamento, riduzione del peso e proprietà acustiche. Gli agenti espandenti e schiumogeni possono essere utilizzati per produrre profili per finestre, tubi, e pannelli per l'edilizia con PVC riciclato. Considerazioni sull'Uso di Agenti Espandenti e Schiumogeni con Polimeri Riciclati Pulizia del Materiale: La presenza di contaminanti nei polimeri riciclati può influenzare l'efficacia degli agenti schiumogeni o espandenti e le proprietà del prodotto finito. Processo di Riciclo: Il processo di riciclo può alterare le proprietà chimiche e fisiche del polimero, influenzando la sua compatibilità con specifici agenti schiumogeni o espandenti. Obiettivi di Sostenibilità: L'uso di agenti espandenti o schiumogeni con polimeri riciclati dovrebbe essere valutato anche in termini di impatto ambientale, assicurandosi che l'approccio adottato sia in linea con gli obiettivi di sostenibilità e economia circolare. In conclusione, l'integrazione di agenti espandenti e schiumogeni con polimeri riciclati offre notevoli opportunità per migliorare le prestazioni e ridurre l'impatto ambientale dei prodotti plastici. Tuttavia, è fondamentale considerare attentamente la selezione degli agenti e le condizioni di lavorazione per ottimizzare le proprietà dei materiali riciclati e realizzare prodotti di alta qualità ed ecocompatibili. Quali attenzioni bisogna considerare in produzione utilizzando gli agenti espandenti o schiumogeni L'integrazione di agenti espandenti e schiumogeni nella produzione con polimeri plastici richiede una serie di considerazioni tecniche e ambientali per garantire la qualità del prodotto, l'efficienza del processo e la sostenibilità ambientale. Qui di seguito sono riportate alcune delle principali attenzioni da tenere in considerazione: Selezione degli Agenti Compatibilità: Scegliere un agente (espandente o schiumogeno) compatibile con il tipo di polimero utilizzato, considerando la reattività chimica e le condizioni di lavorazione. Obiettivi del Prodotto: Definire gli obiettivi specifici del prodotto (ad esempio, riduzione del peso, isolamento termico, assorbimento degli urti) per selezionare l'agente più adatto che possa soddisfare tali esigenze. Processo di Produzione Controllo della Temperatura: Ottimizzare le condizioni di temperatura per garantire che l'agente si attivi al momento giusto, evitando decomposizione precoce o incompleta che può influire sulla qualità del prodotto. Distribuzione dell'Agente: Assicurarsi che l'agente sia distribuito uniformemente nel polimero per ottenere una struttura cellulare o un'espansione omogenea. Pressione e Velocità di Espansione: Monitorare la pressione e la velocità di espansione per controllare la dimensione e la densità delle celle, influenzando direttamente le proprietà fisiche del materiale finale. Salute e Sicurezza Tossicità: Verificare la tossicità degli agenti utilizzati e adottare misure di protezione adeguate per i lavoratori, inclusi dispositivi di protezione individuale e sistemi di ventilazione. Rischi di Processo: Gestire i rischi associati alla manipolazione e al riscaldamento degli agenti espandenti e schiumogeni, compresi i rischi di esplosione o incendio. Riciclabilità e Economia Circolare Riciclabilità del Prodotto Finale: Considerare come la presenza di agenti espandenti o schiumogeni influenzerà la riciclabilità del prodotto finale e esplorare opzioni per il riciclo o il riutilizzo. Economia Circolare: Integrare principi di economia circolare nella progettazione del prodotto, valutando la possibilità di utilizzare polimeri riciclati e sviluppando prodotti che possono essere facilmente riciclati o smaltiti in modo sostenibile. Prendere in considerazione queste attenzioni può aiutare a massimizzare l'efficacia dell'uso di agenti espandenti e schiumogeni nei polimeri plastici, migliorando la qualità del prodotto, ottimizzando il processo di produzione e riducendo l'impatto ambientale.
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Come combinare la polvere del vetro e la polvere del pet in una materia primaRiutilizzo della polvere di vetro di scarto in un’ottica di economia circolare di Marco ArezioLa polvere di vetro è uno scarto che si genera nella filiera produttiva del riciclo del vetro che, per le sue quantità e per lo scarso campo applicativo in ricette che possono generare prodotti finiti, crea un problema di smaltimento e riuso. Tra le varie sperimentazioni che si sono fatte negli anni, forse quella dell’impiego come materiale inerte nelle miscele di malte e calcestruzzi ha trovato uno sbocco che permette la realizzazione di cordoli stradali, paratie di contenimento anche in virtù di una buona inerzia chimica e della bassa porosità del composto. Un altro campo di utilizzo da citare sono le miscele cementizie adatte alla creazione di pietre artificiali d’arredo. Si sono inoltre effettuati test, presso il dipartimento di Ingegneria dell’Università di Bologna, su malte polimeriche con frazioni di polvere di vetro e rottami di vetro, con granulometrie differenti, utilizzando come legante una resina di poliestere. Le prove sono state eseguite campionando ricette composte da sabbia e resina in poliestere e da ricette composte da poveri o rottami di vetro e resina di poliestere. La comparazione dei risultati delle prove a flessione e compressione dei provini ha sottolineato che le malte polimeriche composte scarti vetrosi hanno una resistenza a compressione superiore al 10% e a flessione del 22% rispetto ai campioni composti da malte polimeriche e sabbia. La polvere di vetro viene usata anche nel campo della ceramica, nei mattoni in laterizio e nelle vetro-schiume come elemento inerte dell’impasto in sostituzione degli inerti naturali con un risparmio in termini di consumo delle risorse naturali. Le caratteristiche del rottame di vetro, dal punto di vista della stabilità chimica, delle qualità ignifughe e della resistenza meccanica, permette l’uso come stabilizzante nelle ricette di tutela di elementi pericolosi come l’eternit, le ceneri volanti degli inceneritori, nelle polveri di abbattimento fumi, nelle scorie delle acciaierie, nei fanghi di levigatura, ecc.. al fine di creare un materiale vetroso inerte. Ma in un’ottica di economia circolare il passo più importante è stato compiuto attraverso la creazione di una miscela di elementi di scarto nelle lavorazioni industriali, di cui uno di questi si può proprio definire lo scarto dello scarto. Mi riferisco alla polvere del PET che si accumula nella fase di riciclo delle bottiglie per le bevande o altri involucri. L’idea vincente di miscelare polvere di vetro e polvere di PET permettendo di creare una nuova materia prima che, per caratteristiche fisico-chimiche, è adatta a replicare, sia per forma che per caratteristiche, le pietre naturali. Inoltre la termoplasticità del PET, che permette la creazione di disegni, rilievi e si adatta facilmente ai colori, rende idoneo questo composto alla creazione di top per le cucine e per i rivestimenti interni ed esterni. L’ingegno e la genialità delle persone ci danno una fotografia di come cammina la nostra società di fronte alle sfide che l’economia circolare ci pone: troviamo persone che non conoscono ancora come si deve effettuare la separazione dei rifiuti in casa, persone che continuano a gettare rifiuti nell’ambiente, persone che spingono la classe politica a investire maggiormente nel riciclo di plastica, vetro, metalli, carta, legno e scarti elettronici e altri materiali, e infine ci sono persone che sono un passo avanti e si occupano di trovare soluzioni per l’utilizzo dei rifiuti dei rifiuti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polvere di vetro - PET
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Caratterizzazione dei Materiali Plastici: Come Temperatura e Velocità di Deformazione Influenzano le Proprietà MeccanicheScopri i parametri chiave per comprendere il comportamento dei polimeri in condizioni variabili di sollecitazione, migliorando processi produttivi e prestazioni in eserciziodi Marco ArezioLa caratterizzazione dei materiali polimerici, comunemente definiti materiali plastici, rappresenta uno degli aspetti fondamentali nell’ambito dell’ingegneria dei materiali e della ricerca industriale. Questo tipo di analisi, specie per quanto riguarda l’influenza di temperatura e velocità di deformazione, consente di comprendere come questi parametri influiscano sul comportamento meccanico del polimero, fornendo indicazioni preziose per ottimizzare processi produttivi e garantire prestazioni affidabili in esercizio. Nella progettazione di componenti plastici, infatti, diventa essenziale conoscere e prevedere il comportamento del materiale quando sottoposto a diverse condizioni di sollecitazione. La temperatura e la velocità di deformazione sono due grandezze che, in maniera sinergica, modificano parametri chiave come resistenza, duttilità, modulo elastico, capacità di dissipazione dell’energia e modalità di rottura. La necessità di capire a fondo questi effetti è cruciale soprattutto nei settori automotive, elettronico ed elettrotecnico, nonché in svariati contesti industriali dove i materiali polimerici sono esposti a range termici e tassi di sollecitazione significativamente diversi. Proprietà dei polimeri e loro natura viscoelastica Per comprendere l’influenza di temperatura e velocità di deformazione, è utile ricordare che la maggior parte dei materiali plastici possiede una natura viscoelastica. A differenza dei metalli, i polimeri mostrano proprietà intermedie tra un solido elastico e un fluido viscoso. Questo implica che la deformazione non avviene solo per contributo elastico (che segue la legge di Hooke), ma anche per contributo viscoso, caratterizzato da scorrimento permanente o ritardato (creep, rilassamento di tensione, ecc.). Al di sopra di una certa temperatura di transizione vetrosa (T_g), il comportamento del polimero tende a essere più viscoelastico, quindi più duttile e sensibile alla temperatura. Al di sotto della T_g, invece, il materiale si comporta come un solido di natura rigida e fragile, con minore deformabilità plastica. Lo scorrimento e la deformazione dipendono anche dalla disposizione molecolare della catena polimerica e dalla presenza di eventuali cristallinità (nei polimeri semicristallini). In un materiale amorfo (ad esempio il PMMA o il PC), la transizione vetrosa rappresenta il punto critico che definisce una sostanziale variazione di proprietà. Nei polimeri semicristallini (come il PP e il PE), oltre alla T_g, esiste anche una temperatura di fusione (T_m) che ne condiziona il comportamento in esercizio. Influenza della temperatura sulle proprietà meccaniche La temperatura è uno dei parametri di maggiore impatto sulla risposta meccanica dei materiali plastici. In generale, al crescere della temperatura, un materiale plastico tende a diminuire la sua rigidezza (modulo elastico) e la sua resistenza a trazione, diventando più duttile. Al contrario, a basse temperature, il comportamento meccanico diventa più fragile, con un modulo elastico più elevato. Effetti a basse temperature Al di sotto della transizione vetrosa (o comunque in un range termico inferiore a quello di normale servizio), il polimero risulta più rigido e fragile. In tale condizione, l’assorbimento di energia prima del cedimento è ridotto, il comportamento a frattura è tipicamente di tipo fragile e la velocità di propagazione della cricca può essere molto alta. Effetti a temperature intermedie Quando la temperatura si avvicina all’area della transizione vetrosa, il polimero inizia a presentare una riduzione evidente del modulo elastico e un incremento notevole della deformazione prima della rottura. È in quest’area che la viscosità interna della matrice polimerica cala in modo significativo, permettendo un maggiore scorrimento delle catene e una deformazione macroscopica più accentuata. Effetti ad alte temperature Al di sopra della T_g (o, per i semicristallini, in prossimità del punto di fusione delle zone cristalline), il materiale diventa progressivamente più malleabile, con un significativo calo delle proprietà meccaniche “a breve termine” quali resistenza a trazione e modulo elastico. Nel caso dei polimeri semicristallini, se la temperatura supera la T_m, il polimero inizia a fondere, perdendo quasi totalmente la sua forma solida; per i polimeri amorfi, ben al di sopra di T_g la viscosità diventa talmente bassa da rendere il pezzo incapace di reggere sollecitazioni anche modeste. La definizione dei valori meccanici in funzione della temperatura passa quindi attraverso prove standard come prove di trazione a caldo, prove di creep a diverse temperature, o test dinamico-meccanici (DMA), nei quali si ricava come il modulo di conservazione (E’) e il modulo di perdita (E’’) cambino al variare della temperatura. Influenza della velocità di deformazione La velocità di deformazione rappresenta l’altro parametro fondamentale nella caratterizzazione meccanica dei materiali plastici. Le catene molecolari dei polimeri, essendo in parte mobili, hanno un certo tempo di rilassamento: se la deformazione avviene molto lentamente, il materiale ha maggior tempo per riorganizzare la sua struttura molecolare, manifestando un comportamento più viscoso e meno rigido. Al contrario, se il tasso di deformazione è elevato, la deformazione si manifesta più rapidamente di quanto le catene possano riorganizzarsi, e il materiale risponde in modo più “elastico” (o comunque meno scorrevole). Bassa velocità di deformazione Si riscontra una deformazione più ampia prima del cedimento, con un carico di rottura inferiore. Molti polimeri mostrano fenomeni di fluage (creep) già in questa fase, se la sollecitazione perdura nel tempo. Alta velocità di deformazione Il materiale subisce un aumento di rigidezza apparente e un innalzamento del carico di rottura. Tuttavia, le deformazioni plastiche e il tempo per dissipare l’energia vengono ridotti, portando in alcuni casi a una rottura più fragile. È particolarmente rilevante negli impatti (prove di Charpy o Izod) e in ambienti applicativi come l’industria automobilistica, dove un componente plastico può essere soggetto a carichi dinamici elevati in tempi brevissimi. Le leggi costitutive che descrivono il comportamento dei polimeri in funzione della velocità di deformazione derivano spesso da modelli viscoelastici e plasticità dipendente dal tasso di sforzo (strain-rate dependent models). Uno dei parametri più utilizzati è il modulo di rilassamento che varia con la frequenza di caricamento (o il tasso di deformazione). Caratterizzazione sperimentale: test e metodologie La caratterizzazione sperimentale per valutare l’influenza di temperatura e velocità di deformazione nei materiali plastici si basa su diversi metodi di prova, ognuno in grado di cogliere aspetti distinti del comportamento meccanico. Prove di trazione statiche a varie temperature Si preparano provini standard (solitamente dog-bone, secondo normative come ISO 527 o ASTM D638) e si eseguono test di trazione a diverse temperature. Questi test consentono di valutare come il modulo elastico, il carico di rottura e l’allungamento a rottura varino in funzione della temperatura. Prove di trazione a diverse velocità Seguendo procedure simili, si varia la velocità di applicazione del carico (ad esempio 1 mm/min, 10 mm/min, 100 mm/min e così via). Queste prove permettono di evidenziare l’effetto del tasso di deformazione sulle proprietà meccaniche, ricavando curve sforzo-deformazione differenziate per ogni condizione. Prove dinamico-meccaniche (DMA) Il Dynamic Mechanical Analysis misura il comportamento viscoelastico del materiale sottoposto a un carico dinamico sinusoidale, generalmente in funzione della temperatura. Il DMA consente di ottenere informazioni su modulo di conservazione (E’) e di perdita (E’’), aiutando a localizzare la temperatura di transizione vetrosa e a capire come il materiale dissipa energia interna alle diverse frequenze di carico. È particolarmente utile per comprendere la dipendenza dal tasso di deformazione, in quanto la frequenza di oscillazione del DMA è assimilabile a velocità di deformazione diverse. Prove di impatto Le prove Charpy o Izod valutano la resistenza a impatto del polimero. Sono utili per determinare la duttilità e la capacità di assorbire energia a velocità di deformazione molto elevate, evidenziando i fenomeni di fragile-ductile transition che si possono manifestare a determinate temperature. Test di creep e rilassamento di tensione Per analizzare come il polimero si deforma nel tempo sotto carichi costanti o come si riduce la tensione a deformazione imposta, questi test sono eseguiti in condizioni termiche controllate (ad esempio a 23 °C, 50 °C, 80 °C). Nel creep test, si applica un carico costante e si monitora la deformazione che evolve nel tempo; nel rilassamento di tensione, si applica una deformazione costante e si osserva il calo di sforzo nel tempo. Entrambe le prove mostrano in modo evidente la natura viscoelastica del polimero e la sua variazione con la temperatura. Analisi e implicazioni progettuali Dalla combinazione dei risultati sperimentali è possibile costruire modelli predittivi del comportamento del materiale plastico in diverse condizioni di esercizio. I dati ottenuti vengono solitamente riassunti in diagrammi e curve che mettono in relazione lo sforzo massimo con la velocità di deformazione e la temperatura. Questi diagrammi trovano applicazione pratica nella progettazione di componenti plastici soggetti a carichi statici, dinamici o d’impatto. Aspetti rilevanti ai fini progettuali Coefficiente di sicurezza Sia in ambiente industriale che nel settore automobilistico, occorre tenere conto che le resistenze calcolate a temperatura ambiente e a bassa velocità di deformazione potrebbero non essere conservative, qualora il materiale debba lavorare a alte temperature o subire urti ad alte velocità. Di conseguenza, i criteri di progetto devono prevedere fattori di sicurezza che tengano conto di queste variazioni. Selezione del polimero In fase di selezione, si deve valutare attentamente la T_g e/o la T_m del materiale, la sua stabilità termica e la sua risposta meccanica a diversi tassi di carico. Esistono poi formulazioni speciali (blend o compositi con rinforzi) per estendere l’intervallo di utilizzo del materiale a temperature più alte o per migliorarne la resistenza all’urto. Processabilità e ottimizzazione del ciclo produttivo Durante lo stampaggio a iniezione o l’estrusione, la temperatura svolge un ruolo centrale: il polimero deve essere sufficientemente fluido affinché il processo avvenga correttamente, ma non tanto da inficiare l’integrità del manufatto. Inoltre, l’adeguata comprensione della risposta meccanica a varie velocità di deformazione risulta cruciale per determinare i parametri di stampaggio (velocità d’iniezione, pressioni, tempi di raffreddamento). Comportamento in esercizio Molte applicazioni prevedono carichi d’urto (ad esempio, paraurti automobilistici) o cicli di deformazioni ripetute (componenti meccanici sottoposti a vibrazioni). In tali circostanze, la dipendenza dal tasso di deformazione richiede analisi dettagliate di fatica e resistenza a impatto, anche tenendo conto dell’effetto di variazioni di temperatura ambientale. Conclusioni L’analisi della temperatura e della velocità di deformazione rappresenta un capitolo essenziale nello studio delle proprietà meccaniche dei materiali plastici. Essendo materiali intrinsecamente viscoelastici, i polimeri subiscono profonde modifiche delle loro caratteristiche in base a come e quanto rapidamente sono sottoposti a sollecitazione, nonché a quale range termico si trovano. Da un punto di vista pratico, la corretta caratterizzazione di questi effetti permette di progettare pezzi più sicuri e di evitare fenomeni di cedimento imprevisti. Essa costituisce, allo stesso tempo, la base per lo sviluppo di nuove leghe polimeriche e compositi in grado di offrire migliori prestazioni. Inoltre, la conoscenza di tali fenomeni risulta rilevante negli ambiti produttivi dove la rapida deformazione del manufatto e la variazione di temperatura sono frequenti, come nello stampaggio a iniezione o nello stampaggio a caldo di semilavorati. Infine, l’adozione di metodologie di prova adeguate (prove di trazione, impatto, DMA, creep) riveste un ruolo cruciale per definire i dati di progetto e prevedere la risposta in esercizio del componente finito. Solo un’approfondita comprensione delle interazioni tra temperatura e velocità di deformazione fornisce al progettista la visione completa di cui ha bisogno per garantire che il polimero scelto risponda in maniera ottimale alle esigenze dell’applicazione finale. L’importanza di tali valutazioni emerge con forza anche nell’ottica dell’economia circolare e del riciclaggio dei polimeri: conoscendo a fondo la loro reologia e il loro comportamento reologico-meccanico in un’ampia gamma di condizioni, è possibile estendere la vita utile di questi materiali attraverso processi di recupero e riuso, mantenendo prestazioni adeguate e riducendo l’impatto ambientale complessivo. © Riproduzione Vietata
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Produzione di fumi Durante la Fusione delle Plastiche Riciclate da Post ConsumoQuali possibili danni per la salute dei lavoratori e quali comportamenti da adottaredi Marco ArezioI fumi, generati durante l'estrusione o l’iniezione delle materie plastiche da post consumo, possono contenere una varietà di sostanze chimiche e particelle solide, alcune delle quali possono essere tossiche o potenzialmente dannose per la salute umana.Tipologia di inquinanti nella fusione delle materie plasticheLa tossicità dei fumi dipende dalla composizione specifica delle materie plastiche da post consumo e dalle condizioni operative del processo di estrusione. Alcuni dei potenziali rischi per la salute associati ai fumi di estrusione includono: Particelle solide: durante l'estrusione, possono essere generati fumi che contengono particelle solide sospese nell'aria. Queste particelle possono includere residui di plastica non completamente fusi o frammenti di plastica, che possono essere inalati e causare irritazione delle vie respiratorie o problemi respiratori. Emissioni gassose: i fumi possono contenere emissioni gassose derivanti dalla decomposizione o combustione incompleta dei materiali plastici. Queste emissioni possono includere sostanze chimiche tossiche o irritanti come monomeri, polimeri degradati, agenti di stabilizzazione termica o additivi chimici presenti nelle materie plastiche da post consumo. Composti organici volatili (COV): alcuni fumi possono contenere composti organici volatili, come solventi o altre sostanze organiche che si vaporizzano a temperature elevate. L'esposizione a COV può causare irritazione delle vie respiratorie, mal di testa, nausea, vertigini o effetti a lungo termine sulla salute. Additivi chimici: le materie plastiche da post consumo possono contenere additivi chimici, come plastificanti, ritardanti di fiamma o additivi antistatici. Durante l'estrusione, questi additivi possono degradarsi o essere rilasciati nei fumi, potenzialmente causando rischi per la salute umana a seconda delle sostanze chimiche coinvolte. Polveri e particelle ultrafini: l'estrusione può generare polveri e particelle ultrafini che possono essere inalate e penetrare profondamente nei polmoni. Queste particelle possono causare irritazione polmonare, infiammazione o effetti a lungo termine sulla salute respiratoria. La valutazione specifica dei rischi per la salute dei fumi di estrusione delle materie plastiche da post consumo richiede una conoscenza dettagliata della composizione chimica dei materiali utilizzati e delle condizioni operative specifiche. Fattori di insorgenza degli inquinanti I principali fattori che influenzano la pericolosità dei fumi durante la fusione delle plastiche riciclate si raggruppano in questi fattori: Composizione dei materiali riciclatiLa composizione delle plastiche riciclate può variare notevolmente a seconda delle fonti di riciclo e dei processi di riciclaggio utilizzati. Alcuni materiali riciclati possono contenere sostanze chimiche nocive o additivi che possono essere rilasciati durante l'estrusione. Temperatura di estrusioneLa fusione delle plastiche richiede temperature elevate, e il riscaldamento dei materiali riciclati può causare la generazione di fumi e vapori. Alcune sostanze chimiche presenti nelle plastiche riciclate possono decomporsi a temperature elevate, producendo composti potenzialmente pericolosi. Durata dell'esposizioneLa durata dell'esposizione ai fumi durante la fusione delle plastiche riciclate può influenzare il potenziale impatto sulla salute dei lavoratori. Effetti sulla salute dei lavoratori Gli effetti sulla salute dei lavoratori possono dipendere dalla concentrazione e dalla durata dell'esposizione ai fumi nocivi.I fumi che scaturiscono dalla fusione delle materie plastiche possono rappresentare diversi rischi per la salute dei lavoratori, tra cui: Irritazione delle vie respiratorie I fumi possono irritare le vie respiratorie, causando tosse, difficoltà respiratorie, congestione e infiammazione delle mucose. Effetti sul sistema nervoso Alcune sostanze chimiche presenti nei fumi possono avere effetti sul sistema nervoso, come mal di testa, vertigini, affaticamento o disturbi neurologici. Effetti sul sistema cardiovascolare L'esposizione a fumi nocivi può influenzare il sistema cardiovascolare, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari. Effetti sul fegato e sui reni Alcune sostanze chimiche presenti nei fumi possono essere tossiche per il fegato e i reni, se assorbite nel corpo. Effetti cancerogeni Alcuni composti chimici presenti nei fumi possono essere cancerogeni o aumentare il rischio di sviluppare malattie tumorali. Mitigazione dei rischi sanitari nelle produzioni di materie plastiche per fusione Per mitigare i rischi per la salute dei lavoratori durante l'estrusione delle plastiche riciclate, sono necessarie misure di prevenzione e sicurezza appropriate, tra cui: Ventilazione adeguata: è importante garantire una buona ventilazione nell'area di lavoro per diluire e rimuovere i fumi generati durante l'estrusione. Uso di dispositivi di protezione individuale (DPI): i lavoratori devono utilizzare DPI appropriati, come maschere respiratorie, occhiali di protezione e guanti, per ridurre le possibili esposizioni ai fumi nocivi. Monitoraggio dell'ambiente di lavoro: è consigliabile effettuare il monitoraggio regolare dell'ambiente di lavoro per valutare la presenza di sostanze nocive nei fumi e per garantire che i livelli di esposizione siano al di sotto dei limiti di sicurezza. Formazione e sensibilizzazione dei lavoratori: è importante fornire una formazione adeguata ai lavoratori riguardo ai rischi associati all'estrusione delle plastiche riciclate, inclusi i fumi generati, e alle misure di sicurezza da adottare per proteggere la propria salute. Buone pratiche di gestione e manipolazione: adottare buone pratiche di gestione e manipolazione dei materiali riciclati, tra cui l'uso di sistemi chiusi, la riduzione dell'esposizione alla polvere e l'adozione di procedure di pulizia adeguate. Monitoraggio medico: è consigliabile effettuare un monitoraggio medico regolare dei lavoratori esposti ai fumi per identificare eventuali effetti sulla salute e intervenire tempestivamente. Tecnologie per la riduzione degli inquinanti nei reparti di fusione delle plastiche Per la filtrazione dei fumi provenienti dall'estrusione delle materie plastiche da post consumo, vengono utilizzati sistemi di filtrazione industriale, appositamente progettati per catturare e rimuovere le particelle solide e le sostanze inquinanti presenti nei fumi. Alcune delle tipologie di filtrazione industriali comunemente impiegate includono: Filtrazione a cartucce Questo tipo di filtrazione prevede l'utilizzo di cartucce filtranti che catturano le particelle solide e altre sostanze inquinanti presenti nei fumi. Le cartucce filtranti possono essere realizzate con materiali diversi, come polipropilene, poliestere o fibra di vetro, a seconda delle esigenze specifiche dell'applicazione. Filtrazione a sacchi I sistemi di filtrazione a sacchi utilizzano sacchi filtranti per trattenere le particelle solide presenti nei fumi. I sacchi filtranti sono realizzati in materiali porosi che consentono il passaggio dell'aria mentre intrappolano le particelle. Filtrazione elettrostatica La filtrazione elettrostatica sfrutta la carica elettrostatica per attirare e trattenere le particelle presenti nei fumi. I sistemi di filtrazione elettrostatica utilizzano elettrodi carichi e filtri carichi elettrostaticamente per catturare le particelle. Filtrazione a secco La filtrazione a secco prevede l'utilizzo di dispositivi, come precipitatori elettrostatici a secco o filtri a gravità, per separare e trattenere le particelle solide presenti nei fumi. Questi dispositivi possono essere efficaci nella rimozione di particelle di grandi dimensioni. Filtrazione a umido La filtrazione a umido coinvolge l'utilizzo di sistemi di scrubbing o lavaggio che rimuovono le particelle solide e i gas inquinanti dai fumi attraverso l'utilizzo di acqua o altri liquidi. È importante valutare attentamente le esigenze specifiche del processo di estrusione delle materie plastiche da post consumo per determinare la tipologia di filtrazione industriale più adatta. Le scelte dipenderanno dalle caratteristiche dei fumi generati, dalla dimensione delle particelle da rimuovere e dagli obiettivi di purificazione dell'aria.
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Cosa è il PLA Riciclato (Acido Polilattico) e da Dove VieneBiodegradabile, stampabile, adatto per la realizzazione di film plastici, il PLA è un polimero sorprendente di Marco ArezioIl polimero PLA, o più tecnicamente chiamato acido polilattico, è un poliestere biodegradabile che non troviamo in natura, ma che viene realizzato sinterizzando lo zucchero attraverso procedure industriali. Infatti, facendo fermentare lo zucchero, avviene una fase di trasformazione della materia prima in acido lattico e, nella fase intermedia del processo, si esegue la polimerizzato in PLA. Il polimero così ottenuto è trasparente, cristallino, rigido e presenta un’ottima resistenza meccanica, rendendolo adatto alla produzione di molti oggetti. Inoltre, il PLA è uno dei polimeri più utilizzati per la realizzazione di prodotti attraverso l’uso di stampanti 3D, utili non solo alla produzione in serie di oggetti identici, ma anche per i processi di prototipazione rapida in molti campi ingegneristici. Come avvengono le fasi produttive del PLA Per realizzare il polimero biodegradabile PLA sono necessarie le seguenti fasi di lavoro della materia prima, composta principalmente da zucchero, melasse e siero di latte e, in alternativa, utilizzando Bacillus Coagulans: - Lavorazione dell’amido attraverso la separazione delle fibre e del glutine - Saccarificazione e liquefazione dell’amido - Fermentazione della parte proteica dell’amido - Trattamento delle soluzioni di sale dell’acido lattico - Polimerizzazione Il polimero così ottenuto ha una densità di 1,25 g./c3, con una resistenza a trazione pari a 70 Mpa e un modulo elastico pari a 3600 Mpa. Quali sono le caratteristiche principali del polimero in PLA Le caratteristiche principali del polimero si possono riassumere in reologiche, meccaniche e di biodegradabilità. Le caratteristiche reologiche si esprimono in una elasticità del fuso inferiore a quella delle olefine. Le caratteristiche meccaniche sono comprese tra quelle di un polimero amorfo e uno semicristallino e, in particolare, si avvicinano a quelle comprese tra un PET e un Polistirene. Se parliamo di temperatura di transizione vetrose del PLA possiamo dire che è maggiore della temperatura ambiente. Permettendo di ottenere composti trasparenti. Per quanto riguarda la biodegradabilità è necessario fare attenzione al significato della parola “biodegradabile”, in quanto è importante sapere che, nonostante il PLA sia definito un polimero biodegradabile, esso non lo è se non si verificano alcune fondamentali condizioni. La biodegradabilità si innesca se il PLA è sottoposto a idrolisi, in presenza di temperature superiori a 60 °C e con un tasso di umidità maggiore del 20%. I tempi di biodegradazione sono molto variabili a seconda delle condizioni ambientali in cui l’oggetto prodotto con PLA si trova, in ogni caso possiamo indicarle in un tempo tra 1 e 4 anni, che, confrontato con la plastica tradizionale che impiega, in base alle condizioni in cui si trova, da 100 anni in su, è ritenuto breve. Quali sono i vantaggi del polimero in PLA? - Se venisse bruciato non rilascia fumi dannosi come gas tossici o metalli pesanti - Se disperso in mare in modo accidentale, la combinazione del sole, dell’acqua e del vento lo riducono in microplastiche. Queste non risulteranno tossiche né per i pesci né per l’uomo attraverso la catena alimentare - Riduce la dipendenza dal petrolio Quali sono gli svantaggi del polimero in PLA? - Contrariamente a quanto esprime la parola “biodegradabile” non può essere usato per fare il compost domestico, in quanto come citato in precedenza, ha bisogno di subire un processo industriale di biodegradazione. - Se buttato in una discarica miscelato ad altri rifiuti, non accelera i processi di decomposizione rispetto alla plastica tradizionale, in quanto non è supportato dalla luce solare, impiegando nella decomposizione gli stessi tempi delle altre tipologie di plastiche. - Non può essere mischiata con altre plastiche nelle fasi di riciclo, cosa molto importante durante la separazione dei rifiuti nella raccolta differenziata. Una piccola quantità di PLA può contaminare un flusso di rifiuti composte da plastiche tradizionali, compromettendo il loro riciclo. - Dal punto di vista ambientale, per produrre la materia prima del PLA, è necessario impiegare terreni che potrebbero essere sottratti alle coltivazioni per la catena alimentare o, peggio, si potrebbe incrementare la deforestazione per carcare di avere maggiori disponibilità di terre da coltivare. Come si ricicla il PLA Come abbiamo visto, il PLA è un polimero riciclabile, ma deve essere separato alla fonte dagli altri rifiuti plastici per questioni di incompatibilità dei materiali. Una volta creato il corretto flusso di scarti in PLA, il materiale segue le stesse attività operative di un rifiuto plastico che proviene dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata. Infatti, dopo un’attenta selezione, in cui siamo certi di trattare solo PLA, viene macinato, lavato in vasche di decantazione a lento flusso, asciugato e successivamente insaccato, se venduto come macinato, oppure passerà alla fase di estrusione se si volesse realizzare un PLA in granuli.
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Il Polimero POM nell’Automotive: La Sostituzione dei Metalli tra Innovazione, Sostenibilità e PrestazioniQuando e come il poliossimetilene (POM), sia vergine che riciclato, può davvero prendere il posto dei metalli nelle auto di ultima generazionedi Marco ArezioNegli ultimi decenni, l’industria automobilistica ha vissuto una trasformazione radicale nel modo di concepire materiali, design e processi produttivi. Al centro di questa rivoluzione silenziosa c’è una sfida che va ben oltre la semplice innovazione tecnica: costruire auto più leggere, efficienti e sostenibili, senza compromettere sicurezza e affidabilità. In questo scenario, il poliossimetilene (POM), nelle sue versioni vergine che riciclata, si è ritagliato un ruolo sempre più centrale come valida alternativa ai metalli tradizionalmente impiegati nella produzione automobilistica. Scegliere di sostituire acciaio e alluminio con polimeri ad alte prestazioni come il POM non è solo una scelta di leggerezza o di riduzione dei costi, ma un passo strategico che coinvolge sostenibilità, libertà progettuale e nuove modalità di pensare il ciclo di vita dei prodotti. Comprendere quando e come questo polimero possa effettivamente svolgere il compito dei metalli significa addentrarsi in un’analisi che tiene conto di proprietà chimiche e fisiche, esigenze industriali, normative e, oggi più che mai, principi di economia circolare. Perché il POM? Origine di una scelta tecnica Introdotto sul mercato negli anni Sessanta, il poliossimetilene – noto anche come acetalica o poliformaldeide – fu subito riconosciuto come una delle prime materie plastiche capaci di avvicinarsi alle prestazioni dei metalli. La sua struttura chimica, regolare e altamente cristallina, gli conferisce un insieme di qualità difficilmente riscontrabili in altri polimeri: una notevole resistenza meccanica, rigidità, stabilità dimensionale anche in ambienti umidi o a temperature variabili, oltre a un coefficiente d’attrito estremamente basso. Il risultato è un materiale che, pur mantenendo una densità decisamente inferiore rispetto a metalli come l’acciaio o l’alluminio, si presta ad applicazioni di precisione dove tradizionalmente si sarebbe optato per componenti metallici. Ma la vera rivoluzione del POM non si esaurisce nelle sue caratteristiche intrinseche. La facilità di lavorazione tramite stampaggio a iniezione consente infatti di ottenere componenti dalla geometria complessa con una sola fase produttiva, riducendo drasticamente i costi e i tempi tipici delle lavorazioni meccaniche dei metalli. Questa libertà progettuale, insieme alla possibilità di integrare più funzioni in un unico pezzo, spiega perché il POM sia diventato così interessante per l’industria automobilistica. Dalla riduzione del peso alla libertà progettuale: i vantaggi nel mondo automotive Sostituire i metalli con il POM vergine nelle auto moderne significa innanzitutto alleggerire il veicolo: ogni chilo in meno si traduce in consumi più bassi e minori emissioni, un aspetto ormai fondamentale anche per rispettare le normative ambientali sempre più stringenti. Ma l’alleggerimento è solo la punta dell’iceberg. Il POM, grazie alla sua intrinseca auto-lubrificazione e alla capacità di resistere a usura e scorrimento, viene spesso impiegato per la realizzazione di ingranaggi, ruote dentate, boccole e tutti quei componenti che nei veicoli sono soggetti a movimenti ripetitivi, attriti e piccole sollecitazioni. In questi contesti, la plastica tecnica offre un comportamento spesso superiore rispetto ai metalli, in quanto elimina il rischio di corrosione, riduce la necessità di lubrificazione esterna e contribuisce a un funzionamento più silenzioso. Un altro aspetto strategico del POM nell’automotive è legato alle sue proprietà isolanti: al contrario dei metalli, il poliossimetilene non conduce elettricità, caratteristica preziosa per la sicurezza e l’affidabilità di molti sistemi elettronici e di cablaggio di bordo. Inoltre, la resistenza chimica del POM nei confronti di molti carburanti, oli e fluidi industriali lo rende ideale per applicazioni in ambienti critici, laddove la corrosione rappresenta una minaccia costante per le leghe metalliche. Dal punto di vista produttivo, la possibilità di realizzare componenti di forma complessa senza assemblaggi successivi permette di ridurre sia il numero di pezzi necessari che i rischi di difettosità dovuti a tolleranze e giochi meccanici. Ecco perché, in molti casi, le case automobilistiche scelgono il POM per tutte quelle parti in cui la precisione geometrica, l’inerzia chimica e la stabilità dimensionale sono priorità assolute. Dove il metallo resta insostituibile Nonostante i numerosi vantaggi, ci sono contesti in cui il POM, anche nelle sue versioni più avanzate, deve cedere il passo ai metalli. Questo accade, ad esempio, in presenza di temperature molto elevate: acciaio e alluminio resistono a sollecitazioni termiche che porterebbero rapidamente il POM fuori dal suo range operativo ideale (tipicamente compreso tra -40°C e +120°C). Similmente, nei casi in cui sono richiesti elevati carichi statici, una rigidezza superiore e una risposta affidabile a cicli di fatica molto intensi, il metallo garantisce livelli di sicurezza e durata che ancora non possono essere replicati dai polimeri tecnici. Senza dimenticare che trattamenti superficiali come la saldatura, la verniciatura o la zincatura restano un punto di forza delle leghe metalliche per molte applicazioni di carrozzeria o struttura. Eppure, sebbene ci siano aree dove il metallo è imprescindibile, la gamma di componenti automotive nei quali il POM può essere impiegato si sta allargando rapidamente, spinta anche dall’evoluzione delle tecniche di rinforzo (ad esempio con fibre di vetro) e dalla costante innovazione nei processi produttivi. La frontiera del POM riciclato: tra economia circolare e affidabilità tecnica Negli ultimi anni, la sensibilità ambientale e la crescente pressione per ridurre l’impatto ecologico dell’industria automobilistica hanno portato a un incremento nell’uso di POM riciclato. Questo materiale, ottenuto principalmente dagli scarti di lavorazione e, in misura crescente, anche dal recupero post-consumo, rappresenta un tassello fondamentale nel percorso verso l’economia circolare. Utilizzare POM riciclato significa ridurre l’estrazione di materie prime fossili e abbattere la quantità di rifiuti da smaltire, senza necessariamente rinunciare alle performance. Se il processo di riciclo è ben gestito e la purezza del materiale è garantita, molte delle proprietà meccaniche e fisiche restano comparabili a quelle del POM vergine. Non a caso, nelle applicazioni meno critiche – come supporti, guide, clip, coperture, piccole leve e componenti interni – il POM riciclato viene sempre più adottato. Dal punto di vista economico, il riciclo del poliossimetilene consente alle case automobilistiche di abbattere i costi, ottimizzare le risorse e rispondere alle richieste dei mercati e delle normative, che impongono quote crescenti di materiali riciclati nei veicoli di nuova generazione. Tuttavia, è essenziale prestare attenzione alla destinazione finale del pezzo: se le sollecitazioni sono elevate o sono richieste tolleranze particolarmente strette, il materiale vergine rimane spesso la scelta obbligata. Applicazioni concrete: il POM in azione dentro l’auto Nella pratica, sono numerosi gli esempi in cui il POM, sia vergine che riciclato, ha già sostituito il metallo con successo. Tra i più noti ci sono gli ingranaggi dei motorini dei tergicristalli, le ruote dentate nei sistemi di regolazione dei sedili, le boccole dei cambi automatici, i supporti dei cavi e le staffe di fissaggio dei cruscotti. Anche nelle pompe di carburante, nei corpi dei carburatori e in molte valvole il POM rappresenta ormai lo standard, grazie alla sua resistenza agli idrocarburi e alla stabilità dimensionale anche in presenza di umidità e variazioni di temperatura. Molte leve di comando interne, manopole, pulsanti e dettagli estetici vengono oggi realizzati in poliossimetilene, non solo per la sua lavorabilità e la possibilità di ottenere superfici lisce e colori personalizzati, ma anche per la sua capacità di resistere all’usura e all’invecchiamento senza ossidarsi o scolorire. In questi casi, l’introduzione di POM riciclato consente di mantenere prestazioni elevate, riducendo al contempo l’impatto ambientale dell’intero ciclo produttivo. Quando scegliere il POM vergine e quando puntare sul riciclato La decisione tra POM vergine e riciclato è spesso guidata da un’attenta valutazione delle condizioni di impiego. Laddove le specifiche di resistenza meccanica, stabilità dimensionale e sicurezza siano particolarmente stringenti – ad esempio in ingranaggi di trasmissione, componenti strutturali o parti soggette a carichi elevati e cicli ripetuti – la versione vergine offre le migliori garanzie. Al contrario, per tutti quei componenti a basso rischio e minori sollecitazioni, il POM riciclato risulta più che adeguato, soprattutto se certificato e tracciabile lungo tutta la filiera. Sempre più spesso, le aziende automobilistiche scelgono una combinazione delle due soluzioni: utilizzano il materiale riciclato dove possibile, riservando il vergine alle applicazioni più critiche, così da massimizzare sia l’efficienza produttiva che la sostenibilità complessiva del veicolo. Prospettive future: il POM tra sostenibilità, innovazione e design for recycling Guardando al futuro, la sostituzione dei metalli con il POM rappresenta un esempio di come la transizione verso la mobilità sostenibile passi anche attraverso le scelte dei materiali. L’integrazione di quote crescenti di poliossimetilene riciclato nei veicoli di prossima generazione non è più una semplice opzione, ma una necessità dettata dal mercato, dalle normative e, soprattutto, dall’urgenza ambientale. Le prospettive più interessanti arrivano proprio dall’innovazione continua: le nuove tecniche di purificazione, i processi di separazione avanzati e la possibilità di rafforzare il POM con fibre o additivi stanno ampliando il ventaglio di applicazioni potenziali, avvicinando sempre più il polimero a prestazioni prima appannaggio esclusivo dei metalli. La sfida, oggi, è riuscire a chiudere davvero il cerchio dell’economia circolare: progettare componenti facili da riciclare, promuovere la raccolta e il recupero a fine vita, e garantire che la qualità del POM riciclato sia tale da permettere il suo riutilizzo anche in applicazioni di alto valore aggiunto. In questo modo, la sostituzione dei metalli non sarà solo un tema di leggerezza o prestazione, ma il simbolo concreto di una nuova era della progettazione industriale, in cui innovazione e sostenibilità procedono davvero di pari passo.© Riproduzione Vietata Fonti Celanese, Polyplastics, BASF – Datasheet tecnici POM “Lightweight Solutions for Automotive Industry: Metal Replacement with POM” – Automotive Plastics (2023) Plastic Europe – Polioximetilene: Technical Guide Society of Plastics Engineers (SPE) – Papers su riciclo del POM “Metal Replacement in Automotive Components Using Engineering Plastics”, Journal of Polymer Engineering (2022) Circular Economy in the Automotive Sector: State of the Art – European Commission (2021) OEM Applications for Recycled Engineering Plastics – Automotive World (2023)
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L’evoluzione delle Fibre di Rinforzo PolimericheA partire dal 1937 con l’invenzione della fibra di vetro, si sono sviluppate nuove ed ardite soluzioni polimeriche di notevole interesse tecnico-commercialidi Marco ArezioL’evoluzione delle materie plastiche nel periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, ha portato il settore ad una continua innovazione scientifica in competizione con sé stessa. La scoperta di nuovi legami polimerici e di nuove applicazioni commerciali, ha rivoluzionato il campo industriale facendo nascere nuovi prodotti, sostituendone altri fatti in materiali tradizionali e migliorando il rapporto qualità prezzo dei manufatti. Oltre a scoprire nuovi polimeri, si sono scoperte soluzioni tecniche che hanno portato ad un’esaltazione delle performances del polimero base, riuscendo a creare nuovi campi applicativi fino ad allora sconosciuti. Infatti, la capacità di resistenza che si è raggiunta, attraverso i polimeri e i compositi a matrice polimerica, è risultata, fino a pochi anni fa, impensabile. In particolare, il settore delle Fibre HP, progettate per fornire prestazioni che le fibre tessili tradizionali non erano in grado di raggiungere, soprattutto per quel che riguarda le capacità meccaniche, termiche e chimiche, hanno creato una vera rivoluzione tecnologica. Materiali che, oltre ad essere in grado di soddisfare requisiti particolari, devono mostrare una buona attitudine ad essere inseriti nei cicli tessili, anche se modificati. Nate circa 30 anni fa sulla spinta di alcuni settori strategici – soprattutto militare e aeronautico - sono oggi sfruttati nei campi più diversi, da quello ambientale al comparto dell’abbigliamento protettivo: • geotessili per il contenimento dei terreni in grado di contrastare fortissime pressioni • tessuti per la protezione balistica capaci di ammortizzare l’energia dei proiettili • filati per indumenti protettivi resistenti all’energia generata da un fulmine • rinforzi tessili da usare nei materiali compositi per impieghi strutturali nel campo dell’edilizia. La prima fibra ad elevate prestazioni sia tensili che termiche è stata la fibra di vetro (1937) prodotta da Owens e Corning Glass, costituita prevalentemente di silice, ossido di calcio, ossido di alluminio, ossido di boro. Appartenente alla famiglia delle fibre inorganiche, ha avuto una crescita annua del 15-25% fino agli anni ’60 - ‘70, quando sono comparse sul mercato le fibre di carbonio e le fibre aramidiche, anche se a tutt’oggi la fibra di vetro detiene, come fibra di rinforzo, il primo posto in termini di volumi impiegati. Le fibre di carbonio, scoperte nel 1879 da Edison, sono state commercializzate solo dal 1960, secondo un procedimento messo a punto da William Watt per la Royal Aircraft in UK. Ma la vera rivoluzione nel mondo delle fibre ad alte prestazioni è cominciata con la comparsa sul mercato (1965) delle fibre aramidiche sviluppate dalla DuPont, inizialmente come meta-aramidiche (Nomex), fibre con un'elevatissima temperatura di fusione e di decomposizione (600°- 800°C) e ottime caratteristiche di isolamento elettrico. Queste proprietà le rendono particolarmente adatte alla produzione di tessuti o feltri con i quali realizzare indumenti protettivi (la maggior parte delle tute dei piloti di Formula 1 sono realizzate in Nomex, proprio per le sue proprietà ignifughe, così come quelle degli operatori delle piattaforme petrolifere) e per la filtrazione di gas caldi. Sotto forma di carta o cartone, sono utilizzate per isolamento elettrico e, conformate a nido d'ape, per la realizzazione di materiali compositi. Pochi anni più tardi (1972) sempre la DuPont introdusse sul mercato le fibre pararamidiche (Kevlar) aprendo così la nuova era dei filati ad elevate prestazioni tensionali e termiche: • ottima resistenza meccanica • rigidità • elevato assorbimento delle radiazioni • resistenza all’urto • al calore • alla fiamma. Con i compositi rinforzati con fibra di Kevlar, cinque volte più resistenti dell’acciaio a parità di peso, sono stati realizzati gli airbag che hanno consentito l’atterraggio delle sonde su Marte e il paracadute della sonda Galileo, spedita su Giove. Una copertura realizzata con compositi rinforzati con Kevlar riveste le pareti della Stazione Spaziale Internazionale, in orbita intorno alla terra, per proteggerle dai danni provocati dalle micro meteoriti. La fibra di Kevlar – commercializzata in forma di filamento, fiocco e polpa, sostituisce l’amianto nel rivestimento delle frizioni e dei freni in tutte le automobili provenienti dalle linee di produzione europee. Accanto alle fibre aramidiche sono comparse sul mercato le fibre di poliestere aromatiche, quelle prodotte con polimeri eterociclici aromatici, o realizzate con l’impiego di molecole flessibili (come il polietilene ad alto peso molecolare), per la produzione di fibre con elevato orientamento molecolare lungo il loro asse, usando un processo di filatura nuovo, denominato gel spinning. Nella realizzazione di prodotti industriali dove la resistenza deve abbinarsi alla leggerezza e alla flessibilità, le fibre tessili HP sono una valida soluzione, quello che a tutt’oggi frena un loro impiego più estensivo è l’alto costo, conseguenza soprattutto di alcuni problemi tecnici legati alla loro lavorabilità. Generalmente maggiori sono le prestazioni del materiale, tanto più elevate sono le difficoltà legate alla sua trasformazione. Ciò risulta più evidente per le fibre ad altissima resistenza meccanica, infatti per conferire loro questa prestazione la metodologia di produzione normalmente seguita è quella di sottoporre il materiale, dopo la filiera, a stiri assai elevati. Con questa tecnica si ottiene l’alta tenacità desiderata ma a spese degli allungamenti, di conseguenza le fibre hanno una scarsa deformabilità e risultano rigide, ciò comporta difficoltà di filatura. Viceversa un eccezionale aumento dell’allungamento, dunque dell’elasticità, si ottiene a scapito della tenacità e della capacità di assorbimento dell’umidità, così come un’elevata resistenza agli agenti chimici rende l’assorbimento dell’umidità quasi nullo e crea difficoltà alla tingibilità delle fibre.Categoria: notizie - tecnica - plastica - fibre di rinforzo polimeriche Fonti Cecilia Cecchini
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Rivestimenti Polimerici per Imballi Alimentari in MetalloRivestimenti Polimerici per Imballi Alimentari in Metallodi Marco ArezioLe scatole in metallo per la conservazione degli alimenti hanno una lunga storia ma se nel passato, presentavano delle carenze dal punto igienico e tossicologico, specialmente a causa delle saldature che venivano fatte in lega Sn-Pb, attualmente la qualità dei prodotti costruiti sono decisamente elevate. Oggi la protezione degli alimenti è principalmente affidata allo strato polimerico di rivestimento interno, detto coating, che si frappone tra la parete di metallo e il cibo contenuto. La funzione primaria di questa barriera è quello di proteggere i prodotti alimentari dalla luce, l’ossigeno, gli enzimi, l’umidità, gli inquinanti e i microorganismi che ne comporterebbero la modificazione della struttura dell’alimento e la sua qualità. Lo scopo è anche quello di aumentare la vita utile dell’alimento o della bevanda che in condizioni normali, cioè non inscatolato, si deteriorerebbe con più velocità, in quanto le reazioni biochimiche, enzimatiche e l’attività dei microorganismi farebbero normalmente il loro corso. Quindi, per aumentare la vita degli alimenti, le confezioni in metallo vengono normalmente rivestite con film di resine sintetiche applicate sul foglio metallico ancora piano, film che assume spessori di pochi micron. La scelta del tipo di resina dipende dalle sue caratteristiche meccaniche, chimiche o termiche in base al contenuto che devono ospitare. Qui di seguito possiamo elencare le principali: • Colofonia è costituita principalmente da acido abietico, che viene normalmente additivata con ZnO per controllare le reazioni chimiche che si formano attraverso gli aminoacidi solforati delle proteine. • Resine Viniliche sono della famiglia delle resine termoplastiche, normalmente PVC, che hanno un’ottima resistenza agli acidi, ma hanno il difetto di assorbire i pigmenti degli alimenti. • Resine Fenoliche vengono composte attraverso la polimerizzazione della formaldeide e del fenolo che hanno un’ottima resistenza ai trattamenti termici, al PH e ai grassi. Attraverso il contenuto di formaldeide possiamo identificare due famiglie di resine fenoliche: Novolacche (termoplastiche) e Resoli (termoindurenti). • Resine Epossidiche sono resine termoindurenti costituite dal Bisfenolo A e dall’Epicloridrina che costituiscono il rivestimento più comune negli alimenti in scatola soprattutto nei cibi sott’olio a base di pesce. • Resine Poliestere sono resine termoindurenti ottenute da diversi monomeri come l’Anidride Ftalica, l’Anidride Maleica o l’Acido Fumarico, integrati con oli vegetali e pigmenti. Hanno la caratteristica della flessibilità dando allo strato della parete metallica questa caratteristica. • Resine Epossi-Fenoliche sono il risultato della polimerizzazione delle resine epossidiche con quelle fenoliche attraverso dei catalizzatori. Sono utilizzate come rivestimento trasparente di molte scatole metalliche in cui sono contenute conserve in olio, vegetali o cibi per animali. Per quanto riguarda le caratteristiche tossicologiche esistono norme di legge specifiche che pongono limiti sulla possibile migrazione delle sostanze del packaging negli alimenti, in cui si prendono in considerazione sia la migrazione specifica che la migrazione globale. Tuttavia la comunità scientifica ha dato nuovo impulso agli studi e alle ricerche sugli aspetti tossicologici relativi alle materie plastiche impiegate nell’industria alimentare, con particolare attenzione non più al singolo elemento che costituisce l’imballo, ma tiene in considerazione l’effetto cocktail che è dato da tutti gli elementi che vengono a contatto con il cibo, traslati nel tempo e con caratteristiche termiche differenti. Indubbiamente il cibo o la bevanda contenuti nel packaging al momento dell’imballo hanno determinate caratteristiche, ma a distanza di tempo e in condizioni climatiche differenti, la qualità del cibo che arriva sulla tavola potrebbe essere differente. Quindi sarebbe consigliabile una verificata attraverso un’analisi chimica, a campione, con uno strumento composto da un gascromatografo e uno spettrometro a mobilità ionica che, in modo semplice e rapido, daranno la fotografia, analitica, della qualità del cibo o delle bevande.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - metallo - imballi - packaging Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche
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