Tossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei PlastificantiTossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei Plastificanti. Cosa dobbiamo sapere per una corretta gestionedi Marco ArezioCon l’avvento del polipropilene sul mercato, a seguito della scoperta fatta da Giulio Natta negli anni ’50 del secolo scorso, che gli valse il Nobel, i tradizionali prodotti da imballo in vetro e metallo, vennero rapidamente sostituiti dalle materie plastiche per maggiore leggerezza, sicurezza, gradevolezza ed economicità. L’industria del packaging alimentare sperimentò diversi polimeri, tra i quali anche il PVC, usato sia nelle strutture rigide che nei film di protezione per la realizzazione degli imballi. I polimeri, tra cui anche il PVC, hanno bisogno di additivi per poterli modellare nella produzione, per renderli flessibili e, alle alte temperature, per evitarne la degradazione. La scelta dell’additivo da impiegare dipende dal polimero a cui si deve legare e dall’applicazione finale del prodotto che si intende realizzare. Il plastificante è un additivo largamente usato per realizzare gli imballi alimentari e deve avere caratteristiche precise e normate:• Chimicamente inerte • Facilmente miscelabile con il polimero • Non deve creare l’effetto essudazione, cioè la migrazione verso la superficie • Deve essere termosaldabile • Deve essere foto saldabile • Non deve essere volatile Tra i più comuni plastificanti troviamo gli Ftalati, famiglia di prodotti che sposa in modo egregio le richieste della catena produttiva e distributiva richieste ad un imballo. Gli Ftalati non si legano chimicamente al PVC ma agiscono da additivi creando le migliori condizioni affinché il polimero assuma una maggiore flessibilità. Le maggiori famiglie di Ftalati utilizzati nel PVC per la realizzazione degli imballi rientrano nelle sigle DEHP, DIDP e DINP, racchiudendo in esse diverse proprietà fisico-chimiche a seconda delle lunghezze delle catene alchiliche del gruppo funzionale estere. Le caratteristiche principali degli Ftalati sono:• Liposolubili • Poco solubili all’acqua • Inodori • Incolori • Volatili Gli Ftalati non li troviamo solamente negli imballi alimentari ma in moltissimi prodotti di uso comune come i giocattoli, gli indumenti impermeabili, gli interni delle auto, nei rivestimenti delle case, nelle gomme, negli adesivi, nei sigillanti, nelle vernici, nelle tende esterne, nei cavi, nei cosmetici, nei profumi, nei dispositivi medici come cateteri, sacche per trasfusioni e in molti altri prodotti. Proprio per la loro larghissima diffusione è importante sapere quali effetti sull’uomo potrebbe avere la diffusione non regolamentata degli ftalati nell’ambiente, in quanto sono prodotti che persistono nell’acqua, nell’aria e nel suolo, introducendosi nella catena alimentare animale e, di conseguenza, dell’uomo. I danni che posso causare all’uomo riguardano l’azione che gli Ftalati hanno come interferenti endocrini, che sono stati studiati già nel 2009 dalla Endocrine Society, che ha confermato gli effetti nocivi di questi interferenti endocrini nei sistemi fisiologicamente sensibili agli ormoni, quali:• Cervello • Testicoli e prostata nei maschi • Ovaie e utero per le femmine • Ghiandola pituitaria • Tiroide • Sistema cardiovascolare • Pancreas • Tessuto adiposo • Ghiandole mammarie • Sistema neuroendocrino dell’ippotalamo L’EFSA (European Food Safety Authority) nel 2019 ha ridefinito i limiti massimi di utilizzo di quattro dei cinque Ftalati più usati nei polimeri (DBP, BBP, DEHP e DINP) indicando la dose giornaliera massima tollerabile dall’uomo che corrisponde a 0,05 mg./Kg. corporeo. Questi dati tengono in considerazione l’utilizzo di polimeri vergini ma, in considerazione del ciclo di vita delle plastiche a fine vita nell’ambiente, con la possibilità che gli Ftalati possano trasferirsi nelle catene alimentari, sarebbe doveroso creare una catena di controllo sulla filiera. Per quanto riguarda la plastica riciclata, vista la facile diffusione di questi agenti chimici nell’ambiente, una maggiore perfomance in termini quantitativi del riciclo rispetto alla plastica vergine prodotta sarebbe un doveroso obbiettivo anche ambientale. Inoltre la trasformazione dello scarto plastico in una nuova materia prima, imporrebbe un controllo analitico delle sostanze chimiche all’interno della stessa, attraverso uno strumento di analisi come un gascromatografo abbinato ad uno spettrometro a mobilità ionica, che ne caratterizzi i componenti chimici che andranno sul mercato. Cosa comunque raccomandata anche nell’utilizzo di materia prima vergine ad uso alimentare, anche non direttamente correlata al packaging, per esempio i tubi in materia plastica per il trasporto dell’acqua potabile, prodotti secondo la norma UNI 1622, che riguarda odori e sapori del liquido trasportato, che potrebbero nel tempo rilasciare sostanze incompatibili con la salute dell’uomo.Categoria: notizie - tecnica - plastica - tossicologia - ftalati - imballi - packaging Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche
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Lo Stereotipo che la Plastica sia un Materiale Artificiale. Vediamo perché No.Si discute su ciò che è naturale e su ciò che è artificiale, seguendo più le mode che i fattidi Marco ArezioSe guardiamo in po' indietro nella nostra storia l’uomo ha prevalentemente usato, per la fabbricazione degli oggetti, ciò che aveva pronto e disponibile, come la pietra, il legno, la pelle e le ossa. In una fase successiva, l’unione tra le materie prime disponibili, l’energia e la conoscenza, ha portato alla creazione di materiali naturali trasformati, facendo nascere il vetro, i metalli e la terracotta per citarne solo alcuni. Questi ultimi, che vengono largamente utilizzati anche al giorno d’oggi, sono comunemente ed erroneamente considerati materiali naturali, frutto di millenari utilizzi da parte dell’uomo, ma che in natura non esistono allo stato del nostro impiego, ma sono frutto della convergenza tra le materie prime naturali e l’ingegno dell’uomo. In epoca molto più recente, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, la proliferazione degli oggetti in plastica nel mercato mondiale, ha cambiato per sempre le abitudini di acquisto e utilizzo dei materiali, sia nell’ambito famigliare che industriale. La plastica, si sa, racchiudeva in sé una serie di vantaggi inarrivabili da parte di altri prodotti, in termini di leggerezza, resistenza, durabilità, colorabilità, economicità, isolamento elettrico, resistenza agli agenti chimici e molti altri vantaggi, che ne hanno fatto un elemento trainante dell’industria e onnipresente nella nostra vita. Durante gli ultimi 60 anni l’uso della plastica ha fatto nascere anche un risvolto di preoccupazione ambientale per la stupidità, l’ignoranza e l’inefficienza dell’uomo nel gestire, come per altri prodotti, il rifiuto che ne derivava dalla fine del suo uso. Non solo questo, ma dobbiamo anche considerare quanto sia stato sbagliato, a volte, l’approccio industriale e commerciale dell’uso della plastica, in cui si è privilegiato l’aspetto economico ad altri, creando quindi oggetti durevoli venduti come usa e getta. Il mondo del packaging, per esempio, ha incarnato perfettamente questa dicotomia, creando imballi con materiali quasi immortali, venduti per un uso di poche ore o pochi giorni. Ma la plastica è un materiale artificiale? L’opinione pubblica considera la plastica il prodotto artificiale per eccellenza, dove vede nella chimica la responsabilità della creazione di un mostro di cui non riusciamo a liberarci. In realtà, le materie prime che compongono la plastica sono naturali quanto il vetro o il metallo, infatti la sua origine è organica, composta da sale, carbone, gas e petrolio, anch’esso naturale, che proviene dalle sedimentazioni millenarie, frutto della decomposizione di animali e vegetali vissuti milioni di anni fa e possono condurre ad una lettura dei materiali plastici del tutto opposta a quella reale. L’aspetto artificiale della plastica è dato esclusivamente, come per molti altri materiali che vengono considerati “naturali”, dalla lavorazione delle materie prime naturali attraverso processi chimici e termici. Dal punto di vista comparativo, la rinnovabilità del vetro, del metallo, dei laterizi, dei legni composti, materiali consideranti antichi e naturali, è identica a quella della plastica, ma un aspetto emotivo e visibile del suo inquinamento ambientale, non causato dal prodotto ma dal suo distorto uso, ne fa un materiale avverso ai più. Quindi, molti materiali considerati naturali, hanno subito trasformazioni, artifizi, attraverso i quali non possono più tornare alla natura autonomamente e in tempi bervi, per cui è necessario che vengano riciclati per tornare in vita molte altre volte. Come abbiamo visto non stiamo solo parlando solo della plastica, ma di una gamma enorme di materiali, nati come naturali e diventati, quasi tutti, artificiali, adattati alle esigenze dell’uomo, con ingegno e sapienza. Quello che non va bene è creare discriminazioni tra elementi, frutto di lobbies, ignoranza e convenienza. Categoria: notizie - tecnica - plastica - materiale artificiale - naturale
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Deumidificazione dei Muri: Soluzione Efficace con la Membrana Bugnata in HDPEUn approccio innovativo ed ecocompatibile per proteggere le strutture murarie dall'umidità, sfruttando HDPE riciclato e un sistema di ventilazione naturaledi Marco ArezioL'umidità nei muri è un problema che affligge molte abitazioni, specialmente quelle più antiche. Le conseguenze possono essere gravi, compromettendo la struttura degli edifici e creando un ambiente poco salubre. Una delle soluzioni per affrontare questo problema è l'uso di una membrana bugnata in HDPE (polietilene ad alta densità), arricchita con una rete porta intonaco e profili di ventilazione. Questo sistema innovativo non solo elimina l'umidità superficiale del muro, ma previene anche il suo ritorno, offrendo al contempo opportunità di riciclo a fine vita del prodotto. Produzione della Membrana Bugnata in HDPE Materia Prima La membrana bugnata è realizzata in HDPE, una plastica che si distingue per la sua elevata resistenza e durabilità. L'HDPE è ottenuto tramite un processo di polimerizzazione dell'etilene. Per un approccio più sostenibile, è possibile utilizzare HDPE riciclato, riducendo così l'impatto ambientale e contribuendo all'economia circolare. L'uso di HDPE riciclato non compromette la qualità e l'efficacia della membrana, mantenendo intatte tutte le sue proprietà tecniche. Processo di Produzione Il processo di produzione della membrana bugnata in HDPE è un esempio di ingegneria avanzata.Il polietilene ad alta densità (HDPE) viene riscaldato fino a diventare fluido. Questo materiale fuso viene poi estruso attraverso una matrice che crea un foglio continuo. Successivamente il foglio di HDPE passa attraverso un rullo speciale che imprime una serie di rilievi (bugne) sulla sua superficie, utilizzando la formazione del vuoto per conformare le bugne. Questi rilievi creeranno uno spazio tra la membrana e il muro, essenziale per la ventilazione. Sulla superficie della membrana viene poi applicata una rete in fibra di vetro, che serve da supporto per l'intonaco. Questa rete è fissata saldamente alla membrana attraverso termosaldatura o colle. Infine, la membrana viene tagliata in rotoli di dimensioni standard, solitamente con larghezze di 2 metri e lunghezze fino a 20 metri, per facilitare il trasporto e l'installazione. Posa della Membrana Preparazione del Muro Prima dell'installazione, è cruciale preparare adeguatamente la superficie del muro. Questo include la rimozione di vecchi intonaci danneggiati, la pulizia dello stesso e la riparazione di eventuali crepe. Applicazione della Membrana La membrana bugnata viene srotolata e applicata alla superficie del muro con le bugne rivolte verso di esso. Viene fissata con tasselli specifici, posti a intervalli regolari per garantire una tenuta sicura. Nella parte inferiore e superiore del muro si installano i profili di ventilazione. Questi profili permettono all'aria di circolare liberamente dal basso verso l'alto, favorendo l'evaporazione dell'umidità. Posa dell’Intonaco Dopo aver installato la membrana e i profili di ventilazione, si procede con la posa dell'intonaco. La rete porta intonaco integrata nella membrana facilita l'adesione dell'intonaco, garantendo una finitura uniforme. Si applica quindi una prima mano di intonaco, che serve da base per i successivi strati. Questo strato deve essere uniforme e ben aderente alla rete. Dopo la prima mano, si procede alla rasatura per eliminare le irregolarità e si lascia asciugare completamente, infine, si applica una seconda mano di intonaco, completando il rivestimento del muro. Questo strato finale può essere levigato e rifinito secondo le esigenze estetiche. Sistema di Ventilazione Naturale Il sistema di ventilazione naturale dal basso verso l'alto è una componente chiave del processo di deumidificazione. Questo sistema sfrutta il principio della convezione naturale dell'aria: l'aria fredda entra dai profili di ventilazione inferiori, si riscalda a contatto con il muro umido e sale, uscendo dai profili di ventilazione superiori. Questo flusso continuo d'aria mantiene la muratura asciutta e previene la formazione di muffe e funghi. Vantaggi del Sistema di Ventilazione Efficienza Energetica: Non richiede energia elettrica, riducendo i costi operativi. Durabilità: La costante circolazione dell'aria aiuta a preservare l'integrità strutturale del muro. Salubrità: Riduce il rischio di muffe, migliorando la qualità dell'aria interna. Riciclo della Membrana a Fine Vita Una delle caratteristiche più importanti della membrana bugnata in HDPE è la possibilità di riciclarla a fine vita senza creare rifiuti. Quando la membrana raggiunge la fine del suo ciclo di utilizzo, può essere recuperata e reimmessa nel processo produttivo. Questo non solo contribuisce alla riduzione dei rifiuti plastici, ma permette anche di risparmiare risorse ed energia. Processo di Riciclo Il riciclo dell'HDPE è un processo relativamente semplice ma estremamente efficace: Raccolta e Pulizia: Le membrane usate vengono raccolte e pulite per rimuovere eventuali residui di intonaco o altri materiali. Triturazione: Le membrane pulite vengono triturate in piccoli pezzi, facilitando le fasi successive del riciclo. Rigranulazione: I pezzi triturati vengono fusi e trasformati in nuovi granuli di HDPE, pronti per essere riutilizzati nel processo di estrusione per produrre nuove membrane o altri prodotti in plastica. Vantaggi del Riciclo Riduzione dei Rifiuti: Riciclare le membrane bugnate in HDPE riduce significativamente la quantità di rifiuti plastici che finiscono nelle discariche. Risparmio di Risorse: Il riciclo consente di risparmiare le materie prime necessarie per la produzione di nuovi materiali. Sostenibilità: Contribuisce a un'economia più circolare e sostenibile, riducendo l'impatto ambientale complessivo della produzione e dell'uso delle membrane. Conclusione L'utilizzo di membrane bugnate in HDPE, soprattutto se riciclato, con rete porta intonaco e profili di ventilazione rappresenta una soluzione efficace e sostenibile per la deumidificazione dei muri. Questo sistema non solo risolve i problemi di umidità visibile nei muri ma previene anche futuri danni estetici, migliorando l'efficienza energetica e la qualità dell'aria interna. L'integrazione di materiali di alta qualità e un'installazione accurata garantisce risultati ottimali e duraturi, contribuendo al benessere abitativo e alla conservazione degli edifici. Inoltre, la possibilità di riciclare la membrana a fine vita rende questa soluzione particolarmente ecocompatibile, allineandosi con i principi dell'economia circolare e contribuendo a un futuro più sostenibile.
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POM o Poliossimetilene Riciclato: Da Dove Viene e Cosa E’La resina acetalica o paraformaldeide (POM) è un polimero riciclato con ottime caratteristiche tecnichedi Marco ArezioIl POM, chiamato comunemente resina alcetalica, è un polimero semicristallino che si forma durante la omo (POM – H) o copolimerizzazione (POM – R) della formaldeide. L’omopolimero POM, (CH2O)n, è tra le materie prime più rigide, anche in assenza di elementi di rinforzo, e ha un’ottima stabilità dimensionale. Il Poliossimetilene o POM, è costituito da un ponte di metilene e un atomo di ossigeno, che attribuiscono al polimero un’alta resistenza e un costo produttivo contenuto rispetto ad altri polimeri dalle simili caratteristiche meccaniche. Le caratteristiche principali del POM sono: • Buona resistenza all’abrasione • Buona resistenza alle alte temperature (fino a 150° e costanti fino a 110°) • Elevata durezza di superficie • Basso coefficiente di attrito • Buon isolamento elettrico e dielettrico • Bassa permeabilità alle sostanze organiche, ai gas e ai vapori • Bassa resistenti agli acidi forti (PH4) • Bassa resistenza agli agenti ossidanti • Bassa resistenza ai raggi UV se non additivato • Bassa igroscopicità • Non saldabile ad alta frequenza Lavorazione del POM (Poliossimetilene) Il polimero può essere normalmente trattato con i soliti sistemi di lavorazione degli altri materiali termoplastici, tuttavia lo stampaggio a iniezione è un sistema di trasformazione del POM molto usato. Le ricette polimeriche con alto peso molecolare portano, normalmente, ad una lavorazione con sistemi di estrusione, mentre quelle leggermente reticolate sono più adatte al soffiaggio. Un’accortezza durante le fasi di stampaggio è quella di preriscaldare gli stampi ad una temperatura tra i 60 e i 130 °C, in questo caso il ritiro di lavorazione si riduce da 3 all’1% con la diminuzione della temperatura dello stampo, e il post ritiro aumenta in proporzione. Campi di applicazione del POM (Poliossimetilene) In virtù delle sue caratteristiche prestazionali in merito alla tenacità e durezza, i prodotti realizzati con il polimero POM sono adatti alla sostituzione di parti metalliche di uso tecnico, come leve, cuscinetti, viti, rotismi, bobine, raccorderie di tubi, parti di macchine utensili e componenti per pompe. Compound e blend con il POM (Poliossimetilene) Il polimero si presta a miscele tecniche che possano aumentarne la resistenza e la durabilità, infatti è possibile additivarli con fibra di vetro, sferette di vetro o cariche minerali. Inoltre è possibile creare dei blend tra il POM e il gli elastomeri PUR, queste miscele permettono di aumentare la tenacità ma, nello stesso tempo, diminuire la rigidità e la resistenza, aggiungendo normalmente circa il 50% di elastomeri PUR. E’ possibile aumentare anche il comportamento all’attrito o allo scorrimento a secco aggiungendo cariche di MoS2, PFT, PE od oli di silicone. Invece, per aumentare la stabilità al calore e la conducibilità elettrica si può aggiungere al POM la polvere di alluminio o di bronzo. Come si ricicla il POM (Poliossimetilene) Gli scarti del POM possono essere di tipo industriale o da post consumo, sono comunque entrambi validi prodotti per poter essere riciclati ed impiegati in miscele tecniche. Gli scarti di tipo industriale, che godono di una pulizia maggiore in partenza, sono generalmente preselezionati e successivamente macinati, per poi essere utilizzati in miscela con il macinato da post consumo o con il POM vergine. Questo dipende sempre dal tipo di trasformazione del polimero che si deve fare e da tipo di prodotto finale, sia per quanto riguarda le caratteristiche fisico - meccaniche che per aspetto estetico. Gli scarti da post consumo, hanno bisogno di una maggiore attenzione in fase di riciclo, infatti potrebbe essere necessario, dopo la selezione, un’attenta valutazione sull’eventuale passaggio in un mulino magnetico, per togliere eventuali parti metalliche, ed un lavaggio per separare il POM da elementi non metallici. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - POM
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Lo strato Interno del Tubo CorrugatoCome ottenere una corretta parete interna di un tubo corrugato con un granulo rigenerato in LDPE di Marco ArezioProducendo tubi corrugati in HDPE rigenerato flessibili in rotoli o rigidi di piccolo diametro a doppia parete, la problematica di realizzare lo strato interno di buona qualità ha spinto i produttori ad utilizzare, frequentemente, polimeri vergini a causa della difficoltà di generare una parete corretta e duratura con il materiale rigenerato. In realtà lo strato interno del tubo, per le sue caratteristiche, ha bisogno di un’attenzione particolare a causa dell’esiguo spessore della parete, delle tensioni che si creano in fase di co-estrusione e dei movimenti termici differenti con la parete esterna. La scelta della materia prima normalmente ricade sull’LDPE la cui caratteristica principale richiesta è l’elasticità e la buona adesione allo strato esterno in HDPE. Se si vuole utilizzare un granulo LDPE rigenerato bisogna tenere presente e analizzare alcuni fattori produttivi importanti per poter scegliere un granulo di LDPE di qualità adatta allo scopo. Quando si parla di granulo rigenerato non è sufficiente verificare se il prodotto che ci viene proposto ha un grado “da tubo” come erroneamente a volte viene venduto in quanto la parete interna di un tubo corrugato necessità un granulo dalle caratteristiche ben definite. Come prima cosa dobbiamo accertarci della provenienza dell’input del materiale che costituisce il granulo, iniziando a capire se proviene da una filiera post industriale e dal post consumo. Queste due famiglie, vedremo più avanti, hanno caratteristiche molto diverse tra loro che andranno ad influenzare in modo differente la produzione del tubo. Come seconda cosa dobbiamo verificare da che prodotto è costituito l’input per capire la storia del materiale che viene riciclato e i possibili problemi che ha incontrato nella sua vita di riciclo. Come terza cosa è verificarne i valori tecnici, quindi il melt index, il DSC e la densità del materiale che ci farà capire esattamente come è fatto il granulo che useremo per la parete interna del tubo corrugato. Come quarta cosa è sapere il processo produttivo del granulo proposto in particolare come viene fatta la selezione del rifiuto, il lavaggio e l’estrusione per avere dati in più che ci aiutino a scegliere il prodotto più adatto. L’ultima cosa, molto importante per il granulo che proviene dal post consumo è capire il grado di umidità presente nel prodotto al momento dell’acquisto in quanto un valore alto andrà ad inficiare la qualità della parete se non si prendono opportuni provvedimenti. È ovvio che i punti sopra elencati non siano totalmente esaustivi in fase di analisi tecnica di un granulo, ma posso dire che per l’applicazione di cui parliamo oggi, sono una buona base di partenza considerando che sono dei dati di non difficile reperibilità. Se vogliamo approfondire i punti sopra esposti inizieremo a parlare delle famiglie di input che si possono usare per la produzione della parete interna del tubo corrugato. Abbiamo visto che si può produrre un granulo con materiale proveniente dalla raccolta differenziata o dagli scarti industriali. La filiera del post consumo permette di avere una fonte quantitativa di gran lunga maggiore rispetto a quella proveniente dagli scarti industriali e quindi sembrerebbe la via maestra per soddisfare le esigenze produttive, ma le caratteristiche tecniche che richiede la produzione della parete interna in LDPE di un tubo corrugato mette dei paletti al suo utilizzo. Per sua natura l’LDPE che proviene dalla raccolta differenziata, nonostante una buona selezione e lavaggio, presenta una percentuale di materiali estranei (pvc, poli-accoppiati, pp, ecc..) che hanno comportamenti in contrasto rispetto a quanto ci aspettiamo dal punto di vista qualitativo. Gli scarti che provengono invece dalla produzione di articoli in LDPE sono, normalmente, materiali vergini o Off grade, che per loro natura sono composti da mono-plastiche e quindi non contengono impurità. Di solito non c’è bisogno di lavarli e hanno caratteristiche tecniche ben precise. Esistono in commercio anche Compounds in LDPE realizzati utilizzando porzioni di post consumo e di post industriale, combinando tra loro una selezione di materiali adatti alla produzione della parete interna. Se la verifica della provenienza dell’input post industriale non comporta grande impegno, per le altre due categorie bisogna prestare più attenzione. Per il post consumo si consiglia di privilegiare materiale come il film ma che non sia venuto a contatto con la raccolta differenziata domestica, per esempio i sacchi della pattumiera o gli imballi alimentari, che si portano con se inquinanti difficili da eliminare completamente. Un’altra fonte consigliabile sono i tubi da irrigazione che però hanno bisogno di cicli di lavaggio molto accurati in quanto contengono una frazione di sabbia che ne pregiudica le qualità se non tolta integralmente. Per la realizzazione di compound misti post consumo/post industriali si utilizzano normalmente film provenienti da imballi industriali che hanno una filiera di raccolta separata dai rifiuti domestici, mantenendo caratteristiche qualitative più alte. Per quanto riguarda il controllo qualitativo del granulo prodotto ci sono alcuni tests direi irrinunciabili. Il calcolo dell’MFI ci dice se il materiale è adatto all’operazione di estrusione della nostra parete, questo valore dovrebbe stare tra lo 0,5 e l’1 a 190’/ 2,16 Kg. Il secondo test è il DSC che ci da’ la radiografia del nostro granulo, test indispensabile soprattutto se si vuole utilizzare una fonte da post consumo. Questa prova ci dice quanto LDPE in % è contenuto nella ricetta e quanti e quali altri componenti sono presenti. Il DSC, in particolar modo ci dice se un granulo può essere idoneo a creare pareti sottili, omogenee e lisce. Fatto il test del DSC è più facile intuire il risultato del valore della densità che è influenzata, rispetto al valore standard dell’LDPE, da materiali inclusi diversi da quello primario. Una buona regola per la valutazione della qualità del granulo da scegliere sarebbe conoscere la storia del riciclo che ha portato alla nascita dello stesso. Dopo avere parlato della scelta dell’input è buona regola conoscere il metodo di riciclo che il fornitore adotta. In particolare il tipo di lavaggio influenza in maniera importante la presenza di inquinanti con densità alta nello scarto, quindi, se l’operazione viene svolta in vasche corte o/e con una velocità di transito dello stesso alta, o con una concentrazione elevata di inquinanti nell’acqua di lavaggio a causa del suo basso ricambio, la probabilità di avere un elevato accumulo di gas o parti rigide all’interno del granulo è molto probabile. La seconda cosa da verificare è la qualità di filtrazione che è molto influenzata dalla qualità del lavaggio. Potremmo dire che ad un incremento dell’attenzione durante il lavaggio può corrispondere una minor esigenza di performance degli impianti di filtraggio. In realtà un corretto lavaggio in termini di dimensioni di vasche, velocità di transito dell’input e qualità dell’acqua non sono argomenti che destano una grande popolarità tra i riciclatori in quanto tutto si traduce in maggiori costi produttivi e a volte i prezzi dei granuli da post consumo sono decisamente compressi a causa anche della presenza sul mercato di un’offerta qualitativamente bassa a prezzi bassi. In ogni caso se si vuole realizzare un buon granulo per la parete interna del tubo corrugato flessibile queste attenzioni bisognerebbe rispettarle compresa l’operazione di filtraggio corretta che prevederebbe l’impiego di impianti in continuo o raschianti con filtri progressivi fino a 50 micron. Come ultima segnalazione in termini di materia prima suggerisco un’attenzione al grado di umidità presente nel big bag di LDPE che si acquista in quanto la presenza di questa comporta una micro deformazione della pellicola superficiale che compone la parete del nostro tubo e una difficoltà maggiore in termini di velocità dell’estrusore. L’umidità eccessiva crea quell’effetto buccia d’arancio sulle pareti che è una sorta di rugosità antiestetica e non funzionale. Tuttavia le conseguenze dell’umidità, per altro normalmente risolvibili durante l’estrusione del tubo, non è da confondere con il risultato negativo prodotto da un accumulo di gas all’interno del granulo, per il quale si hanno poche armi a disposizione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - tubi corrugati - LDPE - HDPE - strato internoVedi prodotto finito
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L’Importanza della Deumidificazione dei Polimeri Plastici RiciclatiCome e perché è necessario ridurre l’umidità nei polimeri riciclati prima del loro usodi Marco ArezioCome descritto nell’articolo “l’Assorbimento dell’umidità nei polimeri” la presenza dell’umidità sulla superficie esterna e all’interno delle masse polimeriche, crea diverse tipologie di problemi alle caratteristiche della materia prima da impiegare. Sia i polimeri plastici riciclati igroscopici sia quelli non igroscopici sono soggetti all’effetto dannoso dell’umidità, che può essere assorbita nelle fasi di lavorazione, di trasporto o di stoccaggio, attraverso la ricerca di un equilibrio con l’ambiente in cui si trovano. Come abbiamo visto, nei polimeri riciclati non igroscopici, l’umidità è trattenuta superficialmente, mentre in quelli igroscopici la si troverà anche all’interno del granulo plastico. L’umidità, che si trovi in superficie o all’interno del granulo, influisce negativamente sull’aspetto estetico e meccanico del manufatto finale e, quindi, per produrre una materia prima plastica che non incontri queste problematiche, è necessario che la si deumidifichi prima di utilizzarla. La percentuale di umidità residua tollerata dalla materia prima riciclata è solitamente indicata dai produttori attraverso il controllo di qualità delle merci in uscita e può variare a seconda della tipologia di polimero preso in considerazione e del tipo di manufatto che si intende realizzare. Bisogna tenere in considerazione che le materie plastiche riciclate, dopo la fase di confezionamento, passano tempi più o meno lunghi nelle operazioni di trasporto e di stoccaggio, tempi in cui è possibile che i polimeri assumano nuova umidità. Per questa ragione si consiglia sempre, prima di usare il granulo, di effettuare l’operazione di deumidificazione che, in base al polimero, può necessitare di tempi variabili, raggiungendo un’umidità residua finale così espressa per una campionatura di polimeri: • ABS Temperatura dell’aria: 80° Tempo di trattamento: 2-3 ore Umidità residua: 200 ppm • PE Temperatura dell’aria: 90° Tempo di trattamento: 1 ora Umidità residua: 100 ppm • PP Temperatura dell’aria: 90° Tempo di trattamento: 1 ora Umidità residua: 200 ppm • PVC Temperatura dell’aria: 70° Tempo di trattamento: 1 ora Umidità residua: 200 ppm Il sistema più comune per deumidificare i polimeri riciclati consiste nel fare incontrare la materia plastica con una corrente d’aria calda, in quanto questa ha la capacità di trattenere l’umidità e tanto maggiore sarà la temperatura, tanto maggiore sarà il volume di umidità asportato. L’aria ha la possibilità di trattenere l’acqua fino alla sua saturazione e, questa quantità, varia in funzione dell’aumento della temperatura. Ad esempio 1 Kg. di aria è resa satura a: • 20° - 14,7 grammi di acqua • 35° - 36,6 grammi di acqua • 50° - 82,6 grammi di acqua Nei cicli di deumidificazione dei polimeri è possibile impiegare l’aria proveniente dall’ambiente, definita semplice essicazione, solo in situazioni di temperatura e umidità favorevoli. Mentre si può impiegare un’aria preventivamente essiccata, detta deumidificata, per realizzare un’azione di asciugatura importante anche in condizioni non favorevoli. Teniamo in considerazione che un granulo secco, se messo a contatto con l’aria, inizia l’assorbimento dell’umidità, la cui percentuale varierà al variare delle condizioni climatiche in cui si trova, quindi la tipologia dell’intervento di deumidificazione varierà a seconda di questi parametri. In un processo di essicazione l’aria calda investirà il granulo, che sarà posto in una tramoggia, il quale rilascerà dalla sua superficie e dal suo interno l’umidità che migrerà verso il flusso d’aria creato. Le variabili principali, quindi, durante un processo di essicazione sono: • Tipologia di polimero • Umidità di partenza del granulo • Punto di rugiada dell’aria di processo • Umidità residua richiesta • Tempo di essicazione • Temperatura dell’aria di processo • Dimensioni del granulo Tutto il processo di essicazione ruota introno all’umidità residua accettata, in funzione della tipologia del manufatto da produrre e dalla tecnica di produzione e, tanto minore sarà il processo di essicazione, tanto maggiore sarà la temperatura impiegata, fermo restando i limiti tecnici di ogni polimero sul grado di rammollimento e di emanazione di sostanze nocive. Il fabbisogno di aria per i processi di deumidificazioni sarà espresso in mc di aria per ogni Kg. di polimero da essiccare, tenendo conto della quantità di granulo movimentato in tramoggia, della temperatura dell’aria e del consumo di corrente. Anche la dimensione e la forma del granulo hanno una loro influenza nel processo di deumidificazione, in quanto, al crescere della sua dimensione e della superficie per unità di misura (cubo, cilindro o sfera) aumenta il tempo di essicazione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - deumidificazione Vedi maggiori informazioni sulle materie plasticheVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Antiossidanti per i Polimeri Riciclati: Come Migliorare le PrestazioniLe azioni termo-ossidative a cui sono sottoposte le materie plastiche riciclate necessitano un miglioramento delle miscele degli antiossidantidi Marco ArezioI polimeri riciclati, specialmente se parliamo di plastiche da post consumo, sono materie prime che più di altre, per la loro storia di fusioni e raffreddamenti, cicli di vita soggetti alle condizioni ambientali e a causa delle condizioni di usura meccanica, vanno spesso incontro al degrado dei componenti. Infatti, sotto l’effetto del calore, dell’irradiazione solare, delle sollecitazioni meccaniche, come gli sforzi di taglio e molti altri fattori, si possono creare, nella materia plastica, dei radicali liberi che causano una degradazione ossidativa. Inoltre, in presenza di ossigeno, i radicali liberi generano radicali perossidici, che sottraggono atomi alla catena polimerica. I perossidi di idrogeno che si formano in questo modo, si scompongono formando altri radicali creando una reazione a catena che porta alla degradazione delle materie plastiche. Per questi motivi, l’utilizzo degli antiossidanti nelle miscele polimeriche durante le fasi di fusione, è ritenuto indispensabile per mantenere le proprietà meccaniche, reologiche, ottiche e di durabilità. Cosa sono gli antiossidanti per i polimeri riciclati Prima di tutto possiamo dire che gli antiossidanti sono degli additivi che vengono impiegati come masterbaches, al fine di migliorare le caratteristiche del prodotto plastico finale. Le famiglie possono essere classificate tra antiossidanti primari e secondari, in base alla loro funzione finale nell’impasto. Gli antiossidanti primari presentano atomi reattivi di H2 che reagiscono ai radicali liberi, come i fenoli inibiti stericamente, le ammine aromatiche e ammine inibite stericamente. Gli antiossidanti secondari hanno la funzione di scomporre i perossidi d’idrogeno, impedendo così la ramificazione della catena. A questo gruppo appartengono i fosfiti e i tioesteri. Sono in corso interessanti studi circa l’utilizzo combinato di due tipologie di antiossidanti, specialmente nel campo del PE, dove si è notato che l’azione sinergica di due elementi posa portare ad un risultato maggiore rispetto all’utilizzo dei singoli componenti impiegati separatamente. Infatti, come sappiamo, i materiali riciclati, rispetto a quelli vergini, provengono da cicli di usura e di sofferenza termica maggiori, quindi l’impiego di antiossidanti, non solo diventa consigliabile, ma lo studio delle loro miscele può portare a risultanti interessanti. Come abbiamo detto, il materiale riciclato può aver subito cicli ossidativi dati dalle condizioni meccaniche e termiche durante la sua vita, ma dobbiamo anche considerare quello che viene chiamato il processo termo-ossidativo iniziato con il contatto della plastica con l’ossigeno. La successiva fusione degli scarti plastici per creare il nuovo polimero riciclato può decisamente aggravare la qualità futura del manufatto, in quanto si riutilizzerà una materia prima già stressata. Per evitare quindi il degrado termo-ossidativo di un polimero è consigliabile utilizzare uno o più antiossidanti, miscelati tra loro, per prolungare la vita utile della materia plastica prevenendone il degrado. E’ raro notare come un solo antiossidante, che appartenga al tipo primario o secondario, possa coprire tutte le specificità, in termini di degrado ossidativo, che la plastica può presentare, quindi potrebbe essere necessario la combinazione di due tipologie di protettivi che possano migliorare il risultato, solo se combinati, ottenendo un effetto sinergico migliore dell’utilizzo dei due antiossidanti distinti. Una buona soluzione per la stabilizzazione, durante la lavorazione, è il cosiddetto fenolo-fosfito, che è la combinazione di un fenolo impedito con un fosfito organico, presentando quindi un eccellente effetto sinergico che migliora le proprietà rispetto all’effetto di ciascuno di essi impiegati separatamente. La stabilità fornita dalla miscela è in funzione della sua concentrazione. Nella la lavorazione della materia plastica riciclata, il fosfito reagisce disattivando gli idroperossidi che si formano durante l'auto-ossidazione delle poliolefine, mentre il fenolo agisce intrappolando i radicali liberi che si formano.
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Micro Laminazione delle Pellicole PlasticheSempre più sottili, robuste, elastiche e decorabili, le micro pellicole in plastica aprono nuovi orizzonti creatividi Marco ArezioLe micro pellicole polimeriche sono ormai diffusissime in molti ambiti, come quello dell’arredamento, dell’edilizia, dei prodotti protettivi, dell’automotive, dell’alimentare, del packaging e in molti altri campi. La tecnologia formulativa e produttiva raggiunta da questi laminati, sta permettendo un’esaltazione del design e del marketing attraverso la trasformazione di prodotti, non solo dal punto di vista estetico, ma anche delle prestazioni tecniche. In realtà nel nostro immaginario le collochiamo in un ambito temporale recente, ma questi sottili laminati plastici si possono datare al 1939, quando furono per la prima volta impiegati come elementi rifrangenti nella segnaletica stradale. Le applicazioni, come abbiamo visto, sono davvero numerose e in aggiornamento anno dopo anno, come per esempio le pellicole sulle lenti degli occhiali o sulle visiere dei caschi, a volte con scritte sulla parte esterna che non impediscono di vedere correttamente dall’interno. Possiamo citare anche le pellicole in PVB realizzate con stampa a getto di inchiostro da inserite a sandwich tra due vetri, in modo che le immagini diventino eterne in quanto protette dai vetri. Interessanti anche le pellicole per la conservazione dei cibi acquistabili al supermercato ci sono quelle detector, in grado di evidenziare deterioramenti o di rilevare la presenza di OGM. Nel settore dell’edilizia, già da molto tempo, si utilizzano pellicole polimeriche da applicare ai vetri per migliorare la sicurezza, ridurre l’irraggiamento solare che causa la trasmissione di calore all’interno dei locali con indubbi risparmi energetici, ridurre la rifrangenza della luce in modo da oscurare gli ambienti e pellicole schermati in grado di ridurre l’immissione di più del 90% delle onde elettromagnetiche all’interno dei locali. Nel campo della sicurezza, esistono pellicole composte da decine di strati di sottilissimo poliestere, che vengono impiegate per la riduzione delle conseguenze delle esplosioni. Infatti, l’elasticità che questi strati di poliestere conferisco al vetro, grazie al loro allungamento che può arrivare al 150%, aiutano il vetro a sopportare meglio l’onda d’urto di una esplosione. Nel settore dell’illuminotecnica e nell’elettronica, queste micro pellicole sono studiate per ottimizzare la luminosità di telefonini, schermi, computer, sia per il trasporto della luce stessa. Sono in commercio pellicole capaci di riflettere o trasmettere lunghezze d’onda luminosa diverse nello spettro del visibile e dell’infrarosso, costituite da centinaia di strati polimerici i cui spessori sono dell’ordine di una lunghezza d’onda luminosa. In questi campi la scienza della fisica delle superfici adiacenti ha reso possibile il progredire della tecnica della micro replicazione, la ripetizione continua milioni di volte di una microstruttura 3D costituita da minuscoli prismi o infinitesime sfere invisibili ad occhio nudo, che consente la realizzazione di superfici regolari con specifiche proprietà, come quella di catturare la luce del sole da angoli diversi e distribuirla verso l’interno, o di rifletterla totalmente verso l’esterno. Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole plastiche - packaging - laminazione
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Efficienza Energetica nelle Macchine per la Lavorazione della Plastica: Strategie e Vantaggi per un Futuro SostenibileCome ridurre i consumi ed ottimizzare i processi industriali della lavorazione della plastica attraverso tecnologie avanzate e pratiche d’innovazionedi Marco ArezioL’industria della lavorazione della plastica rappresenta una parte fondamentale della produzione manifatturiera mondiale, fornendo componenti essenziali per una vasta gamma di settori: dall’automotive all’elettronica di consumo, passando per il confezionamento alimentare. Tuttavia, negli ultimi anni, le crescenti preoccupazioni riguardo al cambiamento climatico e all’impatto ambientale hanno posto l’accento su un tema di estrema importanza: l’efficienza energetica lungo l’intero ciclo produttivo. Per le macchine che trattano e trasformano la plastica, la sfida principale consiste nel conciliare alte prestazioni, costi competitivi e riduzione delle emissioni nocive. Numerosi studi pubblicati sul “International Journal of Sustainable Engineering” mettono in luce come l’ottimizzazione energetica sia un fattore chiave, sia in termini di innovazione tecnologica sia come imperativo strategico per le aziende che mirano a un futuro sostenibile. Proprio per questo, sempre più imprese rivolgono l’attenzione a soluzioni che consentano di minimizzare i consumi durante la fase di fusione, trasformazione e gestione dei polimeri. L’articolo che segue intende offrire una panoramica sulle macchine per la lavorazione della plastica e sui principali fattori che ne condizionano l’efficienza energetica, per poi proporre strategie e soluzioni in grado di incidere positivamente non solo sulle performance aziendali, ma anche sull’ecosistema e sulla collettività. Verranno esaminate le dinamiche scientifiche e operative che guidano le scelte di progettazione e di gestione, con l’obiettivo di coniugare ricerca accademica e applicazione industriale. Panoramica sulle macchine per la lavorazione della plastica Le macchine impiegate per la trasformazione delle materie plastiche sono molto diverse tra loro, poiché progettate per soddisfare esigenze produttive e livelli di complessità differenti. Una prima distinzione può essere fatta tra: Macchine per stampaggio a iniezioneQueste apparecchiature funzionano spingendo il polimero fuso all’interno di uno stampo, dove il materiale si solidifica assumendo la forma desiderata. La fase di iniezione richiede precisione sia nella pressione sia nella gestione termica, per garantire uniformità e qualità del pezzo finale. EstrusoriUtili quando occorre produrre manufatti in modo continuo, come tubi, lastre o profili, gli estrusori si basano su una o più viti (monovite o bivite) che trasportano il materiale verso la testa d’estrusione. Qui il polimero, portato a una temperatura di fusione ottimale, viene sagomato e poi raffreddato. Macchine per soffiaggioSpecifiche per contenitori cavi, come bottiglie o flaconi, queste macchine combinano l’estrusione o l’iniezione con un sistema di soffiaggio che “gonfia” il materiale all’interno di uno stampo chiuso, creando la cavità necessaria. Macchine per termoformaturaIdeali per lavorare fogli di plastica, queste macchine scaldano il polimero fino al punto di rammollimento, per poi modellarlo tramite una combinazione di pressione, vuoto e stampo, ottenendo prodotti sagomati, come vaschette alimentari o imballaggi protettivi. Ciascuna tecnologia, pur condividendo l’obiettivo di dare forma al polimero, ha requisiti specifici di temperatura, pressione, velocità e tipologia di movimentazione. Questa varietà incide in maniera diretta sui consumi: una macchina mal configurata o con componenti obsoleti può disperdere grandi quantità di energia sotto forma di calore e forza motrice non sfruttata. È quindi essenziale comprendere come ogni tipologia di impianto possa essere ottimizzata sotto il profilo energetico, tenendo conto delle singole peculiarità. Fattori che influenzano l’efficienza energetica Per comprendere come intervenire sui consumi, è utile esaminare i principali fattori che determinano l’efficienza energetica di una macchina. Questi aspetti si dividono grosso modo in quattro categorie, spesso interconnesse: Aspetti meccanici La meccanica interna di una macchina riveste un ruolo cruciale nel computo dei consumi. Attriti eccessivi, ingranaggi usurati o cuscinetti poco lubrificati possono determinare un notevole spreco di energia. Inoltre, la corretta progettazione dei componenti in movimento – come viti e cilindri – incide sulla fluidità del processo e sull’entità della potenza richiesta. Aspetti termici Il riscaldamento è un processo primario nella fusione e nella trasformazione della plastica. Se le zone calde (cilindri, camere di plastificazione e resistenze di estrusione) non sono adeguatamente coibentate o regolate, si rischiano dispersioni considerevoli, con conseguente aumento delle ore di funzionamento e del relativo fabbisogno energetico. Controllo e automazione Disporre di sensori di ultima generazione, sistemi di regolazione avanzati e software di gestione intelligente permette di modulare con precisione i parametri di processo. Ciò include la temperatura, la velocità, la pressione e i tempi di riscaldamento/raffreddamento. Un sistema di controllo obsoleto o non calibrato produce sprechi, poiché l’energia viene erogata senza un adattamento costante alle reali esigenze produttive. Progettazione e materiali Infine, la scelta dei motori, degli azionamenti e degli stessi polimeri influisce sensibilmente sull’impronta energetica complessiva. Motori ad alta efficienza, azionamenti a velocità variabile e materiali con temperature di fusione più basse possono concorrere, sin dalla fase progettuale, a ridurre il dispendio di risorse. La combinazione di questi fattori rende evidente come l’efficienza non sia solamente una questione di “tagliare i consumi”, ma di operare una revisione sistemica dell’intero processo, dalle fasi di progettazione della macchina fino alle prassi operative di chi la utilizza. Strategie per la riduzione del consumo energetico Alla luce dei fattori esaminati, è possibile agire su più fronti per ottimizzare i consumi e contenere i costi. Tali strategie non si limitano a semplici modifiche tecniche, ma includono anche iniziative organizzative e formative. Efficientamento dei motori e dei sistemi di azionamento Uno dei principali interventi per ridurre gli sprechi riguarda i sistemi di azionamento della macchina. Migliorare l’efficienza dei motori, adottando classi di alto livello (IE3, IE4) o sfruttando soluzioni elettriche e ibride, consente di diminuire il fabbisogno energetico in modo tangibile. Le presse a iniezione full-electric, per esempio, operano con un dosaggio di potenza molto più preciso rispetto alle controparti puramente idrauliche, erogando energia solo quando necessario. Parimenti, l’impiego di inverter (azionamenti a velocità variabile) modula la velocità del motore in funzione del carico effettivo, evitando picchi di consumo nelle fasi di minore richiesta. Isolamento termico e recupero di calore Un altro ambito di grande rilievo riguarda la gestione termica. Le macchine per la plastificazione richiedono temperature di esercizio spesso elevate e sono soggette a dispersioni di calore lungo tutta la catena di lavorazione. L’applicazione di rivestimenti isolanti sulle fasce riscaldanti e sulle zone calde della vite permette di trattenere il calore, riducendo di conseguenza la potenza necessaria per il mantenimento della temperatura. Inoltre, il calore in eccesso può essere recuperato tramite scambiatori di calore e reimmesso nel processo, ad esempio per preriscaldare il materiale in ingresso. Questa soluzione, già impiegata con successo in vari stabilimenti, ha il vantaggio di ottimizzare le risorse energetiche ed evitare che l’energia termica venga dispersa inutilmente nell’ambiente. Automazione avanzata e controllo intelligente I sistemi di automazione di nuova generazione integrano sensori in grado di monitorare in tempo reale numerosi parametri: temperatura, pressione, portata di materiale, livelli di vibrazione e molto altro. Grazie all’intelligenza artificiale e ad algoritmi di machine learning, le macchine possono adattare automaticamente i parametri di funzionamento, riducendo il consumo di energia. Per esempio, se un estrusore rileva una diminuzione della domanda produttiva, può rallentare la vite e quindi limitare l’assorbimento di potenza, mantenendo al contempo la qualità del prodotto. Una gestione automatizzata contribuisce anche a ridurre l’errore umano e ad accelerare i tempi di settaggio, tradizionalmente causa di picchi di scarto e sprechi energetici nelle fasi di avvio. Riduzione degli sprechi di materiale e dei tempi di fermo La lotta agli sprechi non si esaurisce con l’efficienza elettrica o termica, ma comprende anche la minimizzazione degli scarti di produzione. Ogni pezzo difettoso rappresenta un dispendio di risorse: il polimero viene lavorato, riscaldato e poi smaltito o rilavorato, moltiplicando le ore macchina e i consumi ad esse associati. È dunque consigliabile operare settaggi iniziali accurati, mantenere gli impianti in buono stato con piani di manutenzione predittiva e reintrodurre, dove tecnicamente possibile, gli sfridi all’interno del ciclo produttivo. In questo modo, si riduce la quantità di materia vergine e si tagliano i costi connessi alla lavorazione di nuovi lotti di materiale. Formazione del personale e cultura aziendale Un aspetto spesso trascurato ma determinante è la formazione di chi opera sulle macchine. Anche la tecnologia più avanzata può essere utilizzata in modo inefficiente se il personale non è adeguatamente preparato. In quest’ottica, investire in corsi di formazione specifici sull’efficienza energetica, sulle tecniche di manutenzione e sugli aggiornamenti software può migliorare radicalmente la gestione dell’impianto. Inoltre, diffondere a tutti i livelli aziendali una cultura orientata alla sostenibilità – definendo obiettivi chiari, monitorando i progressi e premiando le buone pratiche – contribuisce a radicare comportamenti virtuosi nel quotidiano. Benefici e risvolti economici L’impegno profuso in queste strategie non è motivato soltanto da ragioni etiche o ambientali, ma ha ricadute concrete anche sul piano economico. Grazie a un uso più razionale dell’energia, diminuisce la bolletta energetica, liberando risorse che possono essere reinvestite in ricerca, innovazione o altre iniziative strategiche. Inoltre, un basso impatto ambientale migliora la reputazione aziendale, favorisce l’accesso a finanziamenti “verdi” e può fungere da elemento distintivo nella conquista di nuovi mercati. Le politiche europee e internazionali, sempre più orientate a incentivare la riduzione delle emissioni di CO₂, offrono inoltre sgravi fiscali e agevolazioni economiche a chi adotta soluzioni di efficienza energetica. Ciò si traduce in un vantaggio competitivo rispetto alle aziende che rimangono ancorate a sistemi tradizionali o non ottimizzati. Infine, la possibilità di monitorare e certificare i risparmi ottenuti consente di dare maggior trasparenza alla propria filiera, instaurando un rapporto di fiducia con clienti, partner e stakeholder istituzionali. Innovazione e prospettive future L’innovazione in questo campo corre veloce e coinvolge sia gli sviluppi tecnologici sia le modalità di gestione. Alcune tendenze emergenti: Digital twin La creazione di modelli virtuali della macchina e dei suoi processi produttivi permette di simulare vari scenari, ottimizzando i parametri energetici prima di implementare le modifiche nel sistema reale. Questo approccio riduce i tempi di test e i rischi di errori costosi. Materiali polimerici avanzati Ricercatori e aziende stanno sviluppando polimeri con temperature di fusione più basse, riducendo la quantità di energia necessaria per la lavorazione. Parallelamente, si studiano composti più facili da riciclare, favorendo l’economia circolare e limitando gli sprechi anche a fine vita. Integrazione con le energie rinnovabili L’installazione di pannelli fotovoltaici, impianti eolici o sistemi di accumulo all’interno del sito produttivo consente di alimentare una parte delle linee di lavorazione con energia pulita. Tale strategia diminuisce la dipendenza dalle fonti fossili e abbatte le emissioni, avvicinando l’azienda a modelli di sostenibilità già richiesti da clienti e normative. Manutenzione predittiva e intelligenza artificiale Software di machine learning e big data analytics possono analizzare in tempo reale le condizioni dell’impianto, identificando con largo anticipo guasti imminenti o anomalie di funzionamento. Intervenire tempestivamente evita fermi macchina imprevisti e sprechi di risorse che compromettono la stabilità produttiva. Il panorama futuro è destinato ad ampliarsi con l’avanzare della ricerca e con la condivisione delle migliori pratiche tra istituzioni, centri di ricerca e imprese. In questo senso, la sinergia tra competenze accademiche e know-how industriale riveste un’importanza cruciale, poiché permette di trasferire rapidamente i risultati di laboratorio all’interno dei processi produttivi. Conclusioni Migliorare l’efficienza energetica nelle macchine per la lavorazione della plastica non è soltanto un dovere morale nei confronti dell’ambiente, ma rappresenta una leva strategica per la competitività delle imprese. Dall’ottimizzazione dei motori e dei sistemi di azionamento all’isolamento termico, dalle tecniche avanzate di automazione alla manutenzione predittiva, ogni intervento consente di tagliare i costi operativi, ridurre gli sprechi e allinearsi alle nuove normative in materia di sostenibilità. La sfida si vince agendo su più fronti contemporaneamente: tecnologico, organizzativo e culturale. Il contributo della ricerca scientifica, documentato da riviste specializzate, testimonia che i risultati ottenuti in termini di riduzione dei consumi possono raggiungere percentuali significative, specialmente nelle realtà produttive disposte a investire in innovazione e formazione continua. In prospettiva, l’integrazione con fonti rinnovabili, l’uso di materiali sempre più performanti e l’automazione intelligente costituiscono la strada maestra verso un futuro in cui efficienza ed eco-sostenibilità diventino sinonimi di valore aggiunto, crescita economica e rispetto per l’ambiente.© Riproduzione Vietata
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Termoformatura delle Lastre di PET: Tecnologia e Sostenibilità nella Produzione di Vaschette AlimentariUn'analisi del processo di termoformatura, la struttura delle macchine e l'impiego del PET riciclato per un packaging alimentare sostenibile e di alta qualitàdi Marco ArezioLa termoformatura è una tecnica fondamentale per la produzione di vaschette alimentari, e l’uso del PET (polietilene tereftalato) rappresenta una scelta ecologica e versatile. Questo articolo esplora il funzionamento della termoformatura, descrivendo le varie fasi del processo, la struttura delle macchine coinvolte e l'importante ruolo del PET riciclato. La Struttura della Macchina di Termoformatura Le macchine per la termoformatura sono complesse e sofisticate, progettate per trasformare lastre di plastica in prodotti finiti attraverso il calore e la pressione. Una macchina di termoformatura tipica si compone di diversi componenti essenziali. Il cuore della macchina è il sistema di riscaldamento. Questo può includere riscaldatori a infrarossi, elettrici o a contatto, che portano le lastre di PET a temperature elevate, solitamente tra 140°C e 160°C, rendendole malleabili. È fondamentale che il riscaldamento sia uniforme per garantire una formatura omogenea e di alta qualità. Una volta riscaldate, le lastre passano alla stazione di formatura. Qui, il PET viene modellato utilizzando uno stampo. La formatura può avvenire tramite aspirazione, dove un vuoto tira la lastra sullo stampo, oppure attraverso la pressione, che spinge la lastra nella forma desiderata. In alcuni casi, si utilizza una combinazione di entrambi i metodi per ottenere risultati ottimali. Dopo la formatura, le vaschette devono essere separate dalla lastra residua. Questo avviene nella stazione di taglio, dove lame o sistemi laser eseguono tagli precisi per ottenere il prodotto finale. Il materiale in eccesso può essere riciclato e reintrodotto nel ciclo produttivo, riducendo al minimo gli sprechi. Infine, le vaschette formate passano attraverso un sistema di raffreddamento per solidificare la loro forma. Questo raffreddamento può avvenire ad aria o ad acqua, a seconda delle esigenze specifiche del materiale e del prodotto. Tutte queste operazioni sono gestite da un’unità di controllo centrale, che monitora e regola parametri come la temperatura, la pressione e la velocità del processo. Questo assicura che ogni vaschetta sia prodotta con precisione e consistenza, mantenendo alti standard di qualità. L'Impiego del PET Riciclato Un aspetto significativo dell'uso del PET nella termoformatura è la possibilità di impiegare materiale riciclato. Il PET è uno dei materiali plastici più riciclabili, il che lo rende ideale per un'economia circolare. Il PET riciclato proviene principalmente da bottiglie e altri contenitori usati, che vengono raccolti, puliti e macinati in piccoli frammenti. Questi frammenti vengono poi decontaminati e trasformati in granuli attraverso un processo di estrusione. I granuli ottenuti possono essere riformati in nuove lastre di PET, pronte per essere utilizzate nella termoformatura. L’uso di PET riciclato presenta numerosi vantaggi. Innanzitutto, riduce la dipendenza dalle risorse fossili e contribuisce alla riduzione delle emissioni di CO2. Inoltre, l'impiego di materiali riciclati contribuisce a ridurre i rifiuti plastici, promuovendo la sostenibilità ambientale. Grazie ai progressi tecnologici, è possibile produrre lastre di PET riciclato con caratteristiche molto simili a quelle del materiale vergine. Questo significa che le vaschette prodotte con PET riciclato possono offrire la stessa qualità e sicurezza di quelle realizzate con PET vergine, rendendole adatte per l'uso alimentare. Inoltre è possibile produrre vaschette in PET tristrato in cui utilizzare della scaglia di PET non food o non vergine nello strato centrale e i due strati esterni possono essere composti da PET food approved. Questo tipo di applicazione permette di abbattere i costi di produzione della vaschetta in PET. Conclusioni La termoformatura delle lastre di PET rappresenta una tecnica avanzata e versatile per la produzione di vaschette alimentari. La struttura sofisticata delle macchine di termoformatura e il processo ben definito permettono di ottenere prodotti di alta qualità, essenziali per l'imballaggio alimentare. L’impiego del PET riciclato, in particolare, offre significativi benefici ambientali, contribuendo alla sostenibilità e alla riduzione dell'impatto ecologico dell'industria plastica. Questo approccio non solo riduce i rifiuti ma anche promuove un'economia circolare, dove i materiali vengono continuamente riutilizzati. In un'epoca in cui la sostenibilità è diventata una priorità globale, l'adozione di tecniche come la termoformatura del PET e l'impiego di materiali riciclati rappresentano passi importanti verso un futuro più verde e responsabile.
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Ottimizzare i Consumi: Strategie Avanzate per l'Efficienza Energetica nell'Estrusione e nel Soffiaggio PlasticoTecniche e Tecnologie All'avanguardia per Ridurre i Costi Operativi e l'Impatto Ambientale negli Impianti di Lavorazione delle Materie Plastichedi Marco Arezio L'industria della trasformazione delle materie plastiche, pilastro fondamentale di numerosi settori manifatturieri, si affida in larga misura a processi ad alta intensità energetica come l'estrusione e il soffiaggio. In un contesto economico globale sempre più competitivo e caratterizzato da una crescente sensibilità verso le tematiche ambientali, l'ottimizzazione del consumo energetico non rappresenta più una mera opportunità di risparmio, ma diviene un imperativo strategico per garantire la sostenibilità economica e ambientale degli impianti produttivi. Analizzare e intervenire sui flussi energetici è essenziale per mitigare i costi operativi significativi e ridurre l'impronta ecologica associata a queste lavorazioni. Il Fabbisogno Energetico: Una Panoramica Critica Per comprendere appieno il potenziale di efficientamento, è fondamentale delineare il panorama del consumo energetico tipico di un impianto di estrusione o soffiaggio. Le principali aree in cui l'energia viene impiegata e, di conseguenza, potenzialmente dispersa, sono molteplici e interconnesse. Al centro vi sono gli azionamenti dei motori elettrici che alimentano le viti degli estrusori, le pompe idrauliche, i sistemi di trasporto e altre componenti meccaniche vitali per il processo. Questi motori rappresentano sovente la quota preponderante del consumo totale. Un altro ambito critico è il riscaldamento. L'energia termica è indispensabile per portare la materia prima polimerica alla temperatura di processo ottimale, mantenendo condizioni termiche precise lungo la canna dell'estrusore, nelle testate di estrusione, negli stampi e negli accumulatori. Questo apporto termico è tipicamente garantito da resistenze elettriche, la cui gestione incide notevolmente sull'efficienza complessiva. Parallelamente al riscaldamento, il raffreddamento gioca un ruolo energetico non trascurabile. È necessario dissipare il calore generato dal processo per solidificare il materiale estruso o soffiato, controllare la temperatura degli stampi, raffreddare l'olio dei sistemi idraulici e mantenere operative le apparecchiature elettroniche. Questi processi di raffreddamento, spesso basati su circolazione di acqua o aria, comportano un dispendio energetico per il funzionamento di pompe, ventilatori e chiller. Infine, non si possono trascurare i sistemi ausiliari che supportano l'operatività dell'impianto. I compressori d'aria, indispensabili nel processo di soffiaggio e per altre funzionalità pneumatiche, le pompe per vuoto, i sistemi di alimentazione e trasporto del materiale contribuiscono al carico energetico complessivo. Nelle macchine che impiegano sistemi idraulici, l'efficienza delle pompe e delle valvole ha un impatto diretto sui consumi, specialmente se non adeguatamente dimensionate e controllate. Identificare e quantificare precisamente l'energia assorbita da ciascuna di queste aree attraverso audit energetici mirati e l'implementazione di sistemi di monitoraggio dei consumi in tempo reale costituisce il punto di partenza essenziale per delineare una strategia di efficientamento efficace. Un Approccio Olistico all'Efficienza: Tecniche e Tecnologie Chiave L'ottimizzazione energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio richiede un approccio multiforme, che integri l'adozione di tecnologie avanzate con l'implementazione di migliori pratiche operative. Il cuore dell'efficienza spesso risiede nell'ottimizzazione degli azionamenti e dei motori. Sostituire i motori elettrici obsoleti o a bassa efficienza con unità conformi agli standard più elevati (classi IE3, IE4 e oltre) garantisce intrinsecamente un minor assorbimento di potenza grazie a perdite interne minimizzate. Tuttavia, l'impatto più significativo si ottiene con l'integrazione di Variatori di Velocità (VSD). Questi dispositivi permettono di modulare con precisione la velocità del motore in funzione del carico effettivo e del reale fabbisogno del processo. Questo è particolarmente vantaggioso per gli azionamenti principali come le viti estrusore o le pompe idrauliche, che spesso operano a carico parziale. Evitando il funzionamento a velocità fissa eccessiva, i VSD consentono risparmi energetici sostanziali, proporzionali alla riduzione di velocità richiesta dal processo. Per quanto concerne i sistemi di riscaldamento, l'evoluzione tecnologica offre soluzioni decisamente più efficienti rispetto al passato. L'impiego di riscaldatori a fascia in ceramica o, ancor meglio, a induzione, consente un trasferimento di calore più diretto ed efficiente alla canna dell'estrusore o agli stampi, riducendo drasticamente le dispersioni termiche. I riscaldatori a induzione, in particolare, scaldando la canna per effetto di correnti indotte, offrono un controllo termico molto più reattivo e preciso, minimizzando i tempi di riscaldamento e stabilizzazione e le dispersioni. A complemento, un isolamento termico adeguato di canne, testate e stampi è indispensabile. L'utilizzo di coperture isolanti progettate su misura, realizzate con materiali ad alte prestazioni, può ridurre significativamente le perdite di calore verso l'ambiente circostante, diminuendo l'energia necessaria per mantenere le temperature di processo. Anche i sistemi di raffreddamento presentano ampi margini di efficientamento. Un controllo più granulare e localizzato dei fluidi di raffreddamento, regolando flussi e temperature solo dove e quando strettamente necessario, evita sprechi energetici. Sistemi di controllo avanzati possono monitorare in tempo reale le temperature e adattare dinamicamente l'intensità del raffreddamento. L'adozione di sistemi di raffreddamento adiabatico o a ciclo chiuso può inoltre portare a risparmi idrici ed energetici. I sistemi a ciclo chiuso, in particolare, minimizzano la necessità di reintegro dell'acqua e i costi associati al suo trattamento, riducendo l'energia impiegata per la sua movimentazione e refrigerazione. Considerando i sistemi ausiliari, l'efficienza dei compressori d'aria nel soffiaggio è cruciale. Investire in compressori d'aria ad alta efficienza, ottimizzare la pressione di esercizio e implementare programmi di manutenzione rigorosi per individuare e riparare le perdite nella rete di distribuzione sono azioni a elevato ritorno. Inoltre, il calore generato dai compressori può essere recuperato e riutilizzato per altri scopi, come il riscaldamento di acqua o ambienti, trasformando una perdita energetica in una risorsa. Analogamente, le pompe per vuoto, se presenti, dovrebbero essere selezionate per la loro efficienza e gestite in modo da operare solo al bisogno. L'ottimizzazione di processo offre ulteriori opportunità di risparmio. Un design della vite estrusore ottimizzato per il polimero specifico e il prodotto finale massimizza il lavoro meccanico impartito al materiale, riducendo la dipendenza dall'apporto termico elettrico per la plastificazione. L'implementazione di sistemi di controllo avanzato basati su algoritmi predittivi o adattivi permette di gestire dinamicamente i parametri di processo (temperature, velocità della vite, pressioni) per raggiungere la qualità desiderata con il minimo dispendio energetico. Ridurre gli scarti di produzione e ottimizzare le procedure di avviamento e cambio formato minimizza i tempi di inattività e la quantità di materiale e energia sprecati. Infine, il recupero del calore di scarto rappresenta una strategia potente per valorizzare l'energia altrimenti dissipata. Il calore residuo proveniente dalla canna estrusore, dai sistemi idraulici o dai compressori d'aria può essere efficacemente catturato attraverso scambiatori di calore dedicati e riutilizzato per preriscaldare la materia prima in ingresso, per il riscaldamento di acqua di processo o addirittura per il riscaldamento degli edifici. Questo non solo riduce il fabbisogno di energia primaria, ma contribuisce anche a una maggiore integrazione e circolarità dei flussi energetici all'interno dell'impianto. Implementazione e i Molteplici Vantaggi Intraprendere un percorso verso una maggiore efficienza energetica richiede un'analisi approfondita e una pianificazione oculata. Un approccio basato sulla priorità degli interventi con il più rapido ritorno sull'investimento può facilitare l'avvio del processo, per poi estendersi progressivamente ad azioni più complesse. I benefici derivanti da un incremento dell'efficienza energetica sono molteplici e si estendono oltre la semplice riduzione dei costi: - Riduzione dei costi operativi: Il beneficio più immediato e tangibile è la significativa diminuzione delle spese energetiche, che impatta positivamente sui margini di profitto. - Incremento della competitività: Minori costi di produzione consentono alle aziende di posizionarsi in modo più aggressivo sul mercato. - Miglioramento della sostenibilità: La riduzione dei consumi energetici porta a una minore emissione di gas serra e a un'impronta ambientale più contenuta, rispondendo alle crescenti aspettative normative e sociali. - Aumento della produttività: Processi ottimizzati per l'efficienza tendono ad essere anche più stabili e performanti, riducendo i fermi macchina e migliorando la capacità produttiva complessiva. - Maggiore durata delle apparecchiature: Un funzionamento più controllato e temperature gestite in modo ottimale riducono lo stress termico e meccanico sui componenti, estendendone la vita utile e riducendo i costi di manutenzione. Considerazioni Conclusive In conclusione, l'efficienza energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio non è più un traguardo opzionale, ma una componente essenziale di una gestione industriale moderna e responsabile. Attraverso una comprensione approfondita dei modelli di consumo, l'adozione mirata di tecnologie all'avanguardia come VSD, motori ad alta efficienza, sistemi di riscaldamento avanzati, isolamento termico efficace e l'implementazione di strategie di ottimizzazione di processo e recupero di calore, le aziende possono realizzare risparmi significativi, migliorare la propria sostenibilità e rafforzare la propria posizione nel mercato globale. Investire nell'efficienza energetica significa non solo tagliare i costi, ma anche costruire un futuro più resiliente e sostenibile per l'industria della plastica. L'analisi continua, l'innovazione tecnologica e l'impegno verso il miglioramento continuo sono le leve fondamentali per sbloccare il pieno potenziale di efficienza in questo settore vitale.© Riproduzione Vietata
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Copolimero EVA: Caratteristiche, Proprietà Tecniche, Applicazioni e RicicloUn nome difficile, Etilene Vinil Acetato, per una materia prima plastica di grande diffusionedi Marco ArezioIl copolimero EVA è una materia prima in continua crescita nel mondo, infatti se ne è utilizzata nel 2020, nonostante gli stop produttivi dovuti alla pandemia, circa 640.000 tonnellate, con un incremento medio nell’ultimo decennio del 4,3% annuo. Il mercato asiatico è sicuramente l’area in cui si impiega maggiormente l’EVA, con in testa la Cina, che ha avuto una crescita nei consumi 2019-2020 del 2-3%, seguita dagli Stati Uniti che detengono circa il 17% dei consumi mondiali. Quali sono le caratteristiche dell’EVA? L’EVA, come abbiamo detto, è un copolimero ottenuto dalla polimerizzazione del Vinil Acetato, le differenti proporzioni di quest’ultimo nella ricetta, cambiano le caratteristiche finali del prodotto, creandogli un’affinità all’LDPE. I due valori determinanti nelle ricette dell’EVA sono la sua fluidità (MFI) e la percentuale di VA (vinil acetato), in particolare, all’aumentare del tenore del comonomero la cristallinità decresce, influenzando, di conseguenza numerose proprietà dell’EVA. Infatti, un incremento del contenuto di VA aumenta la densità, la trasparenza e la flessibilità del materiale, mentre ne riduce il punto di fusione e la durezza. Quali sono le proprietà Fisico-Meccaniche dell’EVA? L’EVA, composto dal comonomero di acetato di vinile, è un prodotto semicristalino e, rispetto alle caratteristiche dell’LDPE, diventa normalmente più trasparente e più flessibile con l’aumentare della percentuale di acetato di vinile contenuto nella ricetta. Al ridursi della resistenza del materiale si riduce anche il suo intervallo di fusione, quindi la temperatura di fusione dell’EVA è pertanto inferiore a quella dell’LDPE. Durante lo stampaggio ad iniezione, per esempio, la temperatura della massa fusa dovrebbe attestarsi tra i 175 e i 225 °C e la sua lavorazione è analoga a quella dell’LDPE. Il tenore di VAC (acetato di vinile) determina le seguenti modifiche nei prodotti finiti: • 1-10%: a confronto con un film in LDPE saranno più trasparenti, flessibili e plastici, più facili da sigillare, meno rotture, maggior ritiro a temperature basse. • 15-30%: molto flessibile e morbido, lavorabile termoplasticamente, simile alla gomma di caucciù, • 30-40%: elevato allungamento elastico, flessibilità con capacità di assorbimento della carica, buona resistenza ed alta adesività. • 40-50%: estrema elasticità, reticolabile con perossidi. • 70-95%: impiego sotto forma di lattici per coloranti in emulsione, rivestimento di carta ed adesivi. L’acetato di vinile nell’EVA è anche responsabile del caratteristico odore di aceto del materiale. L’EVA, rispetto al PVC, ha una migliore resistenza alle basse temperature, nessuna migrazione di plastificante caratterizzando una elasticità permanente, una maggior resistenza a flessione e miglior resistenza ai prodotti chimici. Inoltre ha migliori proprietà di isolamento elettrico, di contro le proprietà di barriera ai gas sono inferiori come la resistenza alla luce e all’abrasione. Possiamo raggruppare le caratteristiche fisico-chimiche dell’EVA in questo schema: Buona resistenza all’abrasione Ottima resistenza alla luce Espansa a cellule chiuse Ottima resistenza all’ozono e all’ossigeno Durezza 25/30 Shore A Buone caratteristiche antisdrucciolo Ottima memoria elastica Idrorepellente Piacevole al tatto Colorabile, con ottimi effetti estetici Buona capacità antivibrante Buona resistenza alla lacerazione Media resistenza agli oli minerali Ottima resistenza all’aria calda Quali sono le proprietà elettriche dell’EVA? Rispetto all’LDPE le proprietà isolanti, dal punto di vista elettrico, rimangono inferiori ma l’EVA è spesso richiesto, per esempio nell’industria dei cavi, per la sua facile reticolabilità e buona flessibilità. Grazie all’elevata capacità del copolimeri EVA di incorporare cariche, come il nerofumo, si utilizzano anche per la fabbricazione di mescole semiconduttrici. • Resistività di volume Ohm/cm 2,5×1016 • Costante dielettrica 2,6 – 3,2 • Fattore di dissipazione 0,03 – 0,05 Quali sono le proprietà Chimiche dell’EVA? In presenza delle radiazioni UV il copolimero EVA ha un decadimento delle proprietà fisiche, quali la tenacità, l’allungamento a rottura e il cambiamento di colore. Inoltre, alcuni agenti chimici (agenti bagnanti, sostanze polari e diversi liquidi organici), possono fessurare il prodotto internamente. Con l’aumentare del contenuto di acetato di vinile aumenta notevolmente la resistenza agli oli minerali, al contrario si vedono diminuire le caratteristiche dell’isolamento elettrico. Quali sono le proprietà termiche dell’EVA? • Temperatura di esercizio: 60 a + 80 °C • Punto di infragilimento: – 30 °C • Maxima temperatura in uso Statico: + 80 °C • Low Temperature Range: – 30 a – 50 °C Quali sono le applicazioni dell’EVA? Il copolimero EVA trova grande applicazione nel settore del packaging, come il film estensibile, in virtù degli alti coefficienti di frizione ed adesività che conferiscono al prodotto una buona caratteristica saldante. Inoltre viene impiegato nei processi di co-estrusione per la realizzazione di film multistrato, specialmente nel settore alimentare. Infine, trova larga applicazione nel settore delle calzature, come le suole o l’interno degli scarponi da sci e nel settore delle telecomunicazioni come elemento di rivestimento dei tubi e cavi. Come si ricicla l’EVA? Lo scarto dell’EVA può avere una provenienza post industriale, questo significa che durante la lavorazione per la produzione di oggetti si possono generare rifili o scarti. Se il rifiuto di lavorazione non è espanso, è possibile recuperarlo attraverso la macinazione dello stesso, avendo cura di tenere separarti gli scarti provenienti da ricette differenti. Una volta ridotto di volume è possibile impiegarlo come materia prima seconda nella produzione di nuovi prodotti. Se il materiale non espanso, invece, proviene dalla raccolta differenziata, è necessario prevedere passaggi di riciclo che possano separare eventuali materiali combinati nel prodotto da riciclare separando l’EVA. Per esempio, se abbiamo una scarpa con suola in EVA e struttura in tessuto o composta da altri materiali, si dovranno separate i vari materiali che la compongono prima delle operazioni finali di riciclo. Se, invece, i materiali di scarto sono composti da EVA espansa, questa può essere usata, dopo essere stata macinata o micronizzata, come inerte in miscele di leganti per svariati prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - EVA
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Poliuretano: Produzione, Impiego, Riciclo e StoriaUn materiale di grandissima diffusione in molti settori che ha una storia prestigiosa e un presente circolare complicatodi Marco ArezioIl poliuretano è un polimero conosciuto anche da chi non è addetto ai lavori, in quanto lo si identifica facilmente negli isolanti per le abitazioni, nei prodotti chimici di comune utilizzo del fai da te, negli oggetti che arredano le nostre case e in molte altre occasioni. La sua storia nasce agli albori della ricerca sulla chimica dei polimeri, con continui miglioramenti nel corso degli anni e creando nuove applicazioni facendo leva sulle molteplici qualità del composto.Cosa è il poliuretano Il poliuretano è un tipo di polimero che viene utilizzato in una vasta gamma di prodotti a causa della sua versatilità. Si tratta di un materiale che può essere flessibile o rigido e viene utilizzato in prodotti come schiume, elastomeri, adesivi, sigillanti, vernici e molti altri. Le schiume di poliuretano, ad esempio, sono spesso utilizzate in materassi, cuscini e mobili a causa della loro capacità di adattarsi e ritornare alla loro forma originale. I poliuretani possono essere formulati per avere una varietà di proprietà, rendendoli adatti a molte diverse. Come si produce il poliuretano Il poliuretano viene prodotto attraverso una reazione chimica tra due componenti principali: un isocianato e un poliolo. La natura esatta e la proporzione di questi composti determinano le proprietà finali del poliuretano prodotto. Ecco un processo base per produrre poliuretano: Preparazione dei componenti Gli isocianati ei polioli vengono prodotti separatamente attraverso vari processi chimici. Gli isocianati comuni utilizzati includono il diisocianato di toluene (TDI) e il diisocianato di metilene difenile (MDI). I polioli possono variare dalla glicerina ai polieteri. Mescolamento Una volta preparati, gli isocianati e i polioli vengono miscelati insieme in proporzioni controllate. Al mix possono essere aggiunti altri ingredienti come catalizzatori, stabilizzanti, coloranti o additivi per ottenere proprietà specifiche. Reazione Quando gli isocianati ei polioli reagiscono insieme, formano una catena di poliuretano. Questa reazione può essere esotermica (produrre calore). Formazione A seconda dell'applicazione desiderata, la miscela reagente può essere versata in stampi per produrre forme solide come blocchi o lastre, oppure può essere spruzzata o applicata su superfici. Ad esempio, la schiuma spray di poliuretano viene spruzzata sulle superfici per l'isolamento, mentre le schiume flessibili possono essere versate in stampi per produrre cuscini o materassi. Indurimento e Cura Dopo la formazione, il poliuretano richiede un periodo di "cura" durante il quale completa la sua reazione e raggiunge le proprietà desiderate. Taglio o lavorazione Una volta indurito, il poliuretano può essere tagliato, sagomato o lavorato secondo le specifiche dell'applicazione finale. A seconda del tipo e delle proprietà desiderate del poliuretano, i dettagli del processo possono variare. Ad esempio, la produzione di schiume rigide utilizzate per l'isolamento potrebbe differire da quella di elastomeri utilizzati nelle applicazioni industriali. Dove si utilizza il poliuretano Il poliuretano è un materiale estremamente versatile e si trova in una vasta gamma di prodotti grazie alle sue diverse proprietà. Ecco alcuni degli usi comuni del poliuretano: - Schiume flessibili: utilizzate in materassi, cuscini, imbottiture di mobili e sedili automobilistici. - Schiume rigide: utilizzate per l'isolamento termico di edifici, frigoriferi, congelatori e apparecchiature per il riscaldamento e il raffreddamento. - Elastomeri: trovano impiego in suole di scarpe, guarnizioni, cinghie di trasmissione, componenti automobilistici e alcuni adesivi. - Adesivi e sigillanti: utilizzati in edilizia, industria automobilistica e molte altre industriali. - Vernici e rivestimenti: offrono protezione contro l'abrasione, la corrosione ei raggi UV. Sono usati per verniciare automobili, pavimenti e altri oggetti. - Pellicole e fogli: per l'imballaggio, la laminazione e come componenti in prodotti tessili. - Spugne abrasive: usate per lavare e pulire. - Componenti automobilistici: come parafanghi, parti di interni, e componenti di sospensione. - Imballaggi: schiume protettive per l'imballaggio di elettronica e altri beni fragili. - Applicazioni mediche: come bendaggi, impianti e componenti di dispositivi medici. - Fibra di poliuretano: utilizzata in tessuti elastici e abbigliamento. Questi sono solo alcuni esempi. Grazie alla sua versatilità, il poliuretano ha trovato in quasi ogni settore industriale e continua ad essere un materiale chiave in molte innovazioni tecnologiche. Quali caratteristiche tecniche ha il poliuretano l poliuretano è un materiale estremamente versatile con una vasta gamma di proprietà che possono essere adattate in base ai requisiti specifici di un'applicazione. Le caratteristiche tecniche del poliuretano possono variare a seconda della formula specifica, dei componenti utilizzati e del processo di produzione. Tuttavia, alcune delle caratteristiche generali e dei vantaggi del poliuretano includono: - Il poliuretano è noto per la sua resistenza all'usura, al taglio e all'abrasione. - Può essere estremamente elastico e flessibile, il che lo rende ideale per suole di scarpe, guarnizioni e altri prodotti che richiedono elasticità. - Offre una buona resistenza a oli, grassi, solventi e molti altri prodotti chimici. - Il poliuretano ha eccellenti proprietà isolanti, sia termiche che acustiche, ed è spesso utilizzato come materiale isolante in edilizia e in apparecchiature refrigeranti. - Può essere prodotto in una vasta gamma di densità e rigidità, da schiume morbide e flessibili a materiali solidi e duri. - Ha una buona capacità adesiva su una vasta gamma di substrati, il che lo rende utile come adesivo e sigillante. - Il poliuretano ha una buona resistenza all'acqua e non si decompone facilmente quando esposto all'umidità. - Sebbene il poliuretano standard possa degradarsi sotto l'esposizione ai raggi UV, può essere formulato con additivi che migliorano la sua resistenza ai raggi UV. - Mentre il poliuretano non è inerentemente resistente al fuoco, può essere formulato con ritardanti di fiamma per soddisfare specifiche esigenze di resistenza al fuoco. - Ha la capacità del materiale di tornare alla sua forma originale dopo essere stato deformato. Come si ricicla il poliuretano Il riciclo del poliuretano può essere una sfida a causa della sua natura termoindurente e delle diverse forme in cui può presentarsi. Tuttavia, ci sono diverse metodologie adottate per il riciclaggio del poliuretano, a seconda del tipo e dell'applicazione. Ecco alcune delle tecniche comuni: Riutilizzo meccanico Questo metodo coinvolge la triturazione della schiuma di poliuretano in piccoli pezzi che possono essere utilizzati come riempitivi o combinati con altri materiali per produrre nuovi prodotti. Ad esempio, la schiuma triturata può essere utilizzata in cuscini, materassi o come isolamento. Riciclo chimico Glicolisi. Qui, il poliuretano viene scomposto in presenza di glicoli. Questo processo produce polioli che possono essere riutilizzati nella produzione di nuovo poliuretano. Idrogenazione. In questo metodo, il poliuretano viene esposto all'idrogeno ad alte temperature, producendo polioli che possono essere riutilizzati. Pirolisi. Il poliuretano viene scomposto termicamente in assenza di ossigeno, producendo oli che possono essere utilizzati come carburanti o materie prime per la produzione chimica. Riciclaggio energetico. Anziché cercare di recuperare il materiale, il poliuretano può essere incenerito in impianti di incenerimento di rifiuti per recuperare l'energia. Questo metodo trasforma il poliuretano in calore, che può essere utilizzato per produrre elettricità o riscaldare l'acqua. Riciclaggio mediante bonifica. Questo metodo è simile alla glicolisi, ma utilizza ammine alifatiche. Produce ammine e polioli che possono essere utilizzati nella produzione di nuovo poliuretano o altri polimeri. Mentre le tecniche di riciclaggio sono in continua evoluzione, uno dei principali ostacoli al riciclaggio su larga scala del poliuretano è la raccolta e la separazione dei rifiuti di poliuretano dalle altre correnti di rifiuti. Tuttavia, con la crescente enfasi sulla sostenibilità e la gestione dei rifiuti, sono in corso ricerche per sviluppare metodi più efficaci e sostenibili per il riciclaggio del poliuretano. Storia del poliuretano Il poliuretano è stato scoperto nel 1937 dal chimico tedesco Otto Bayer e dal suo team. La ricerca era parte degli sforzi per sviluppare nuovi materiali polimerici durante il periodo tra le due guerre mondiali, quando c'era una grande domanda di alternative ai materiali tradizionali. Otto Bayer è noto per aver sviluppato il processo di produzione di poliuretano utilizzando diisocianati e polioli, il che ha portato alla produzione commerciale di poliuretano nel 20° secolo. Il poliuretano ha una storia interessante e la sua evoluzione e diffusione in vari settori è un esempio di come i nuovi materiali possano rivoluzionare le industrie. Le tappe storiche importanti per il poliuretano sono le seguenti: - 1937. Otto Bayer e il suo team in Germania sviluppano il processo di polimerizzazione per produrre poliuretano usando diisocianati e polioli. - 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un grande bisogno di materiali alternativi a causa della scarsità di risorse come il caucciù. Questo ha portato a un interesse crescente per i poliuretani come potenziale sostituto. Alla fine degli anni '40, le schiume rigide di poliuretano iniziarono ad essere usate per isolamento. - anni '50. Le schiume flessibili di poliuretano diventano popolari come materiale per cuscini e materassi. Inizia la produzione su larga scala di elastomeri di poliuretano, che vengono utilizzati in vari settori, compresa l'industria calzaturiera. - anni '60 e '70. L'uso di schiume di poliuretano per l'isolamento termico degli edifici diventa sempre più comune. La tecnologia del poliuretano continua ad evolversi, portando allo sviluppo di adesivi, sigillanti, rivestimenti e vernici di poliuretano. - 1980. Gli elastomeri di poliuretano diventano comuni in molte industrie. La ricerca si concentra sull'ottimizzazione delle proprietà del poliuretano, come la resistenza alla fiamma e la resistenza all'abrasione. - anni '90 e 2000. Si assiste a una crescente preoccupazione per l'ambiente e la salute, il che porta a ricerche su poliuretani a base d'acqua ea basso contenuto di composti organici volatili (VOC). L'industria automobilistica adotta ampiamente il poliuretano per interni, sedili, e componenti esterni. - anni 2010. Con l'aumento dell'interesse per la sostenibilità, iniziano le ricerche per produrre poliuretani da fonti rinnovabili e biobased. L'innovazione continua con lo sviluppo dei poliuretani con proprietà migliorate, come maggiore resistenza ai raggi UV e migliore resistenza termica. Nel corso degli anni, il poliuretano ha dimostrato di essere un materiale estremamente versatile, adattandosi e rispondendo alle esigenze in continua evoluzione di molte industrie. La sua capacità di essere formulato per una vasta gamma di proprietà ha reso possibile il suo uso in una miriade di, dall'edilizia all'automobile, dai prodotti per la casa all'abbigliamento e molto altro.
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HDPE: Produzione di Flaconi con Plastica Riciclata | Alcuni ConsigliCome risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclatodi Marco Arezio La richiesta di HDPE rigenerato (riciclato) per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi anni, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - post consumo - flaconi
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PEEK riciclato: proprietà, processi di recupero e applicazioni nei compounds ad alte prestazioniAnalisi tecnica del polimero PEEK riciclato, dalle fonti di scarto alle miscele funzionali, fino alle metodologie di riciclo per applicazioni nei settori più avanzatidi Marco ArezioIl polyetheretherketone, conosciuto con l’acronimo PEEK, è uno dei polimeri termoplastici più performanti mai sviluppati dall’industria chimica. Appartenente alla famiglia dei poliarileterchetoni (PAEK), questo materiale deve le sue caratteristiche straordinarie a una struttura molecolare rigida e regolare, formata da anelli aromatici alternati a gruppi funzionali etere (–O–) e chetonici (–CO–). La sua sintesi avviene per reazione di policondensazione tra due monomeri aromatici: idrochinone (1,4-diidrossibenzene) e 4,4’-difluorobenzofenone. Il processo richiede condizioni severe: l’ambiente è anidro, il solvente deve resistere ad alte temperature (spesso si usa difenilsolfossido), e l’intervento di una base forte come il carbonato di sodio è indispensabile. Il risultato è una catena polimerica in cui ogni segmento conferisce resistenza chimica, stabilità termica e tenacità meccanica. Il PEEK vergine, prodotto su scala industriale a partire dalla fine degli anni ’70, è oggi considerato il materiale di riferimento nei settori ad alta tecnologia. Con un punto di fusione di circa 343 °C, un’eccellente stabilità dimensionale e una resistenza a carichi meccanici e termici prolungati, è utilizzato in componenti critici per l’industria aerospaziale, automotive, elettronica, oil & gas, biomedicale e perfino per la stampa 3D ad alte prestazioni. Tuttavia, la sua sintesi è costosa e ad alta intensità energetica. Il PEEK ha infatti un costo molto elevato (oltre i 400 €/kg) e richiede impianti specializzati per la sua produzione, che comporta anche un’impronta ambientale importante. Per questo, il riciclo del PEEK sta diventando un’opportunità sempre più interessante per coniugare sostenibilità ed efficienza industriale. Dove nascono gli scarti: origine e tipologie del PEEK da recuperare Non tutti i rifiuti plastici hanno lo stesso valore. Nel caso del PEEK, gli scarti sono spesso veri e propri residui pregiati, che derivano da tre canali principali. Il primo e più comune è rappresentato dalle lavorazioni industriali: sfridi, trucioli di tornitura, pezzi non conformi o residui di stampaggio. Si tratta di materiali tecnicamente puri, facili da identificare e da reinserire nel ciclo produttivo. Un secondo flusso proviene da componenti a fine vita, provenienti ad esempio da valvole, pompe, ingranaggi o supporti strutturali utilizzati in ambiti critici. In questo caso, la difficoltà non è solo nella raccolta, ma anche nella decontaminazione del materiale, che può aver subito stress chimici o meccanici significativi. Infine, con la crescente diffusione del PEEK nella stampa 3D, si generano scarti sotto forma di polveri esauste, supporti inutilizzati, filamenti mal formati o oggetti di test, che rappresentano una nuova frontiera del recupero in ambienti prototipali e manifattura additiva. Dallo scarto al compound: processi di lavorazione del PEEK riciclato Trasformare il PEEK da scarto a risorsa richiede un processo meticoloso. La prima fase consiste in una selezione e pulizia approfondita, volta a eliminare eventuali contaminazioni metalliche, organiche o polimeriche incompatibili. Segue poi una macinazione controllata, che riduce il materiale a una granulometria adatta all’estrusione. Prima di essere fuso, il PEEK riciclato viene sottoposto a una essiccazione profonda, solitamente sotto vuoto o in atmosfera inerte, per rimuovere ogni traccia d’umidità. Anche una minima presenza di acqua, infatti, potrebbe danneggiare la struttura del polimero durante la lavorazione ad alta temperatura. Il passaggio successivo è l’estrusione, eseguita a temperature superiori ai 340 °C. Qui il materiale viene trasformato in compound, ovvero miscele polimeriche arricchite con rinforzi o additivi funzionali. Spesso viene aggiunta una percentuale di PEEK vergine per compensare eventuali perdite di prestazione dovute al primo ciclo di utilizzo. Miscele tecniche e performance elevate I compounds di PEEK riciclato possono essere progettati per rispondere a esigenze molto diverse, a seconda delle applicazioni finali. Una delle formulazioni più diffuse è quella rinforzata con fibre di vetro, che offre rigidità e stabilità dimensionale superiori, rendendola adatta per componenti strutturali in ambienti termicamente critici. Per applicazioni che richiedono leggerezza, conduttività elettrica e resistenza alla fatica, si opta per miscele caricate con fibre di carbonio, che trasformano il PEEK riciclato in un materiale d’élite per elettronica e aerospazio. Al contrario, in presenza di esigenze tribologiche (basso attrito e usura), si impiegano additivi solidi lubrificanti come PTFE o grafite. Infine, alcuni sviluppatori stanno sperimentando blend tra PEEK riciclato e altri membri della famiglia PAEK, come PEKK e PEK, per calibrare al meglio le proprietà del materiale finale in funzione della lavorabilità e del profilo prestazionale richiesto. Tecnologie e prospettive del riciclo del PEEK A oggi, il riciclo meccanico del PEEK è il metodo più diffuso e accessibile: si basa su macinazione, essiccazione, rifusione ed estrusione. Ma richiede macchinari in grado di operare in modo preciso a temperature molto elevate, e spesso prevede il lavoro in atmosfera controllata. Il riciclo chimico, che mira a riportare il PEEK ai suoi precursori monomerici, è oggetto di studi ma ancora lontano da una vera industrializzazione, a causa dell’elevata stabilità molecolare del materiale. Più promettente è invece il riutilizzo diretto: componenti poco usurati vengono rilavorati o reintrodotti nel mercato in forma rigenerata, soprattutto nei settori industriali meno sensibili alle specifiche di purezza assoluta. Un’opportunità circolare nei materiali high-tech Il valore ambientale del PEEK riciclato è evidente. La sua produzione da monomero è energivora e ad alta intensità di carbonio; per contro, la rigenerazione consente un risparmio energetico notevole, una drastica riduzione dei rifiuti tecnici e un impatto positivo sul bilancio di sostenibilità aziendale. Inoltre, l’integrazione del PEEK rigenerato nelle filiere dei materiali avanzati rappresenta un cambio di paradigma importante: la possibilità di unire alte prestazioni e responsabilità ambientale non è più un’opzione futura, ma una realtà già attiva nei laboratori e negli impianti di produzione più evoluti. Conclusione Il riciclo del PEEK dimostra che anche i polimeri più sofisticati possono entrare a pieno titolo nel modello dell’economia circolare, se sostenuti da una filiera tecnologica all’altezza. Attraverso una conoscenza profonda della sua origine chimica, delle tecniche di recupero e delle potenzialità applicative, il PEEK riciclato si afferma come una risorsa strategica per il futuro della manifattura avanzata, dove sostenibilità e prestazione non sono più in conflitto, ma parte della stessa visione industriale.Immagine simbolica© Riproduzione Vietata
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Il Packaging Attivo Moderno con Radici MillenarieStudiare come l’imballo interagisce con il prodotto contenuto, di come il tempo, la struttura, la chimica fa evolvere questa relazionedi Marco ArezioIl packaging attivo attuale è ben definito dal regolamento CE 450/2009 che recita: “… per materiali e oggetti attivi destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari s’intendono materiali e oggetti destinati a prolungare la conservabilità o mantenere o migliorare le condizioni dei prodotti alimentari imballati. Essi sono concepiti in modo da incorporare deliberatamente componenti che rilasciano sostanze nel prodotto alimentare imballato o nel suo ambiente, o le assorbano dagli stessi”.Sembra essere una conquista dei nostri tempi quella di conservare meglio i prodotti all’interno degli imballi, che siano alimentari o di altri prodotti, facendoli, a volte interagire con l’imballo che li contengono. Questo significa preoccuparsi e studiare come l’imballo interagisce con il prodotto contenuto, di come il tempo, la struttura, la chimica fa evolvere questa relazione, verificandone alla fine i pro e i contro, sul prodotto che verrà utilizzato. In realtà il problema è già stato in qualche modo affrontato nel corso dei millenni passati, anche senza avere a disposizione i molteplici imballi di cui disponiamo oggi. Non c’era la plastica, l’alluminio, il Tetra Pack, ma il legno, il vetro e la ceramica si, e soprattutto attraverso le botti di legno, i nostri predecessori intuirono che la botte aveva una relazione stretta con la qualità finale del vino. Infatti intuirono che le botti di legno pregiato cedevano ai vini e ai distillati sostanze polifenoliche che miglioravano il colore, il sapore e l’aroma del prodotto. Oggi, con l’aumento delle tipologie di imballo a nostra disposizione, si sono moltiplicati anche i problemi che dobbiamo considerare e risolvere al fine di controllare le reazioni avverse tra imballo e prodotto e favorire quelle positive. Tra quelle indesiderate o dannose possiamo elencare: L’Umidita. Questa favorisce la proliferazione delle muffe e dei batteri in alcuni casi, mentre in altri è necessario controllare la respirazione aerobica dei vegetali e dei microrganismi. Per questi motivi è necessario agire in modo da poter controllare lo sviluppo dell’umidità nelle confezioni in base al tipo di prodotto contenuto. Per fare questo è possibile utilizzare sacchetti contenenti gel di silice, cloruro di calcio e ossido di calcio, oppure materiali multistrato contenenti composti igroscopici, come il Pitchit film. L’Ossigeno. E’ noto a tutti che la presenza di ossigeno faciliti la riduzione della durata dei prodotti alimentari conservati a seguito delle reazioni (ossidazioni chimiche ed enzimatiche, degradazione dei pigmenti e degli aromi) e dei metabolismi (respirazione aerobica, proliferazione di batteri aerobi, muffe e lieviti). Un sistema ampiamente usato è la conservazione dei cibi attraverso il sottovuoto, ma esistono altri metodi, come le bustine che assorbono l’ossigeno, costituiti da piccoli elementi che, attraverso una reazione chimica tra Fe metallico e O2, ne riducono la presenza all’interno dell’imballo. Questa metodologia non è applicabile a tutti gli imballi in quanto la reazione chimica è innescata in presenza di un certo grado di umidità e la presenza di ferro può interferire con i sistemi logistici automatizzati in presenza di metal detector. L’Etilene. L’etilene è un ormone vegetale che influenza il processo aerobico e la maturazione di molti frutti, pertanto la sua riduzione produce un rallentamento della maturazione del prodotto. Si possono inserire negli imballi delle sostanze capaci di adsorbire l’etilene, quali carbone attivo, gel di silice e zeoliti. Composti volatili derivanti dalla degradazione degli alimenti. Specialmente la degradazione lipidica e proteica degli alimenti produce delle sostanze volatili di odore sgradevole. Le aldeidi volatili (esanale, nonanale, ecc.) prodotte durante l’ossidazione dei lipidi insaturi, possono essere intercettate da composti chimici inseriti nei copolimeri poliolefinici (PE/PP). Esistono altre sostanze chimiche, come il solfuro di idrogeno (H2S) e i mercaptani (R-SH) volatili, che vengono generati dalla degradazione proteica, possono essere sequestrati con adsorbenti specifici. Ci sono poi delle sostanze protettive e migliorative che interagiscono con i prodotti contenuti negli imballi. Facendo una rapida carrellata possiamo citare: Gli Antiossidanti. Contenuti nei materiali plastici destinati alle produzioni per il packaging favoriscono un’azione protettiva nel tempo. Esistono anche antiossidanti naturali, come l’α-tocoferolo, che viene aggiunto nella produzione di film specifico per l’imballo. Gli Antimicrobici naturali. Sono sostanze deputate al controllo della proliferazione microbica negli alimenti che interagiscono con l’umidità e la temperatura all’interno dell’imballo a contatto con il prodotto fresco. Categoria: notizie - tecnica - plastica - packaging - imballo
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Assemblaggio dei Componenti Plastici dopo la ProduzioneQuali sistemi utilizzare per l’assemblaggio dei componenti plastici prodottidi Marco ArezioEsistono prodotti plastici che vengono stampati od estrusi singolarmente ed assemblati tra loro in fasi successive, con lo scopo di creare un prodotto finito composto da più parti. L’attività di assemblaggio dei vari pezzi, e il loro serraggio, comporta un’analisi approfondita di quali strumenti di chiusura utilizzare, per essere compatibili con le materie plastiche usate e anche funzionale con l’utilizzo del prodotto finito. I sistemi di fissaggio principali dei componenti plastici li possiamo raggruppare in:• Fissaggio attraverso viti in plastica • Fissaggio attraverso viti in metallo • Fissaggio attraverso chiodatura • Fissaggio attraverso saldatura • Fissaggio attraverso compressione Viti in Plastica Il fissaggio degli elementi da assemblare attraverso l’utilizzo di viti in plastica ha un limitato utilizzo, in quanto esprimono una bassa resistenza meccanica e una bassa rigidità. A dispetto delle basse performance strutturali, le viti in plastica trovano grande utilizzo in quei prodotti ove sia richiesto un isolamento elettrico continuo, una resistenza molto elevata alla corrosione e una continuità delle tonalità di colore scelto, per rendere il manufatto cromaticamente più continuo. Viti in Metallo Il fissaggio con viti in metallo è di gran lunga il metodo più usato per assemblare gli elementi plastici, per via dell’ottima resistenza meccanica e della buona presa tra plastica e elemento metallico. Le viti possono essere metriche o autofilettanti. Quelle metriche, in alcune situazioni meccaniche, possono presentare dei cedimenti dei fianchi che si sono filettati nel materiale plastico, questo può essere causato in presenza di un basso modulo elastico del polimero che compone l’elemento in plastica. Infatti, la resistenza meccanica di un filetto metrico nel materiale plastico è generalmente limitata, quindi è consigliabile usare viti metriche con degli inserti in ottone a filettatura interna. Questi inserti vengono inseriti, prima dello stampaggio nello stampo stesso o successivamente attraverso l’uso degli ultrasuoni. Dal punto di vista economico non è quasi mai conveniente utilizzare questo tipo di inserti, a causa della perdita di tempo nel loro posizionamento, tuttavia l’utilizzo di una vite metrica rende più veloce l’assemblaggio successivo del prodotto. Quelle autofilettanti sono costituite da forme e filetti differenti in base al lavoro meccanico che devono compiere e al tipo di plastica in cui andranno inserite. I filetti possono essere più o meno ravvicinati, quindi con un numero di spirali differenti, avere angoli di inclinazione delle spirali da 30 a 60° e un diametro dell’anima della vite e della sua spirale variabile. Nel caso, per esempio, dei manufatti realizzati con resine termoindurenti, è assolutamente necessario utilizzare viti autofilettanti, infatti questo tipo di polimero non si conforma, come altre materie plastiche, alla vite, ma viene forato con l’asportazione del truciolo risultante. In questo caso si consiglia un profilo di vite asimmetrico con un’angolazione della spirale a 30°. Chiodatura Un’altra tipologia di assemblaggio dei componenti plastici può avvenire con il metodo della chiodatura degli elementi. I chiodi plasmabili utilizzati sono generalmente composti da ottone, rame, alluminio o con chiodi cavi da rivoltare. Se utilizziamo i chiodi da rivoltare, l’impulso della battitura deve sempre tenere in considerazione la resistenza alla rottura e alla fessurazione del polimero plastico su cui stiamo lavorando, avendo l’accortezza di calcolare bene il rapporto tra massa e velocità di battitura. Nel caso gli elementi da assemblare siano in materiale termoplastico, l’estremità del nocciolo del manufatto può essere finito a caldo o a freddo sulla testa del chiodo. Saldatura I materiali termoplastici posso essere assemblati anche attraverso il processo di saldatura con i metodi per attrito, con gli ultrasuoni o con strumenti a caldo. E’ sempre da tenere in considerazione che il punto di saldatura o le estremità saldate, se in continuo, non avranno mai una resistenza meccanica paragonabile all’elemento base. Inoltre le fasi di saldatura possono creare delle tensioni interne rispetto alle molecole di cui il polimero è costituito e, quando presenti, interagire negativamente sulle fibre di rinforzo. In linea generale, in base alle materie plastiche e al tipo di saldatura, l’esperienza sul campo ci dice che la resistenza meccanica di una saldatura può essere inferiore tra il 40 all’80% rispetto al materiale plastico originario. Questo indebolimento viene inoltre accentuato se il manufatto deve sopportare carichi elevati nel tempo o sopportare particolari sollecitazioni dinamiche o attacchi chimici al materiale plastico. Assemblaggio per compressione Il sistema dell’assemblaggio per compressione degli elementi risulta il più economico e il più veloce, tuttavia bisogna fare alcune considerazioni importanti. Se si verificassero situazioni di assemblaggio ad incastro tra elementi plastici e metallici, è buona regola progettare il calcolo degli sforzi a compressione tarati sui materiali plastici e non su quelli metallici. Inoltre quando gli elementi saranno in funzione, per esempio le parti di un ventilatore, è da tenere presente la maggiore dilatazione termica della plastica rispetto agli elementi metallici e, nel caso di polimeri igroscopici, anche i possibili rigonfiamenti. Categoria: notizie - tecnica - plastica - assemblaggio - prodotti plastici
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