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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Filtrazione Avanzata del Fuso per Polimeri Riciclati Altamente Contaminati: Strategie e Tecnologie per l'Efficienza Produttiva
Informazioni Tecniche

Scopri le soluzioni nella filtrazione del fuso per riciclati complessi: sistemi a retrolavaggio continuo, a raschiamento e laserdi Marco ArezioIl settore del riciclo dei polimeri è in costante crescita, spinto dalla crescente domanda di sostenibilità e dalla necessità di ridurre l'impatto ambientale. Tuttavia, la gestione di flussi di rifiuti plastici altamente contaminati rappresenta una delle sfide più significative. Impurità come metalli, carta, legno, fibre tessili e, in particolare, i gel (polimeri degradati o reticolati) possono compromettere seriamente la qualità del prodotto finale e l'efficienza del processo di estrusione. La filtrazione del fuso è un'operazione critica che mira a rimuovere queste impurità, garantendo un polimero riciclato di alta qualità e minimizzando le interruzioni della produzione. I sistemi di filtrazione tradizionali spesso non sono all'altezza delle esigenze dei materiali altamente contaminati, portando a frequenti fermi macchina per la pulizia o la sostituzione degli elementi filtranti. Questo articolo tecnico esplora le innovazioni più recenti nella progettazione e ottimizzazione dei sistemi di filtrazione del fuso, capaci di gestire carichi elevati di impurità e gel, migliorando significativamente l'efficienza produttiva e la sostenibilità del processo di riciclo. L'Evoluzione dei Sistemi di Filtrazione del Fuso: Oltre il Filtro a Candela I filtri a candela, sebbene efficaci per materiali con basse percentuali di contaminanti, mostrano i loro limiti con i riciclati post-consumo. La loro superficie filtrante limitata e la necessità di interruzioni frequenti per la pulizia o la sostituzione li rendono poco idonei per applicazioni ad alta contaminazione. La ricerca e lo sviluppo hanno portato all'introduzione di tecnologie più sofisticate, progettate per operare in continuo o con minimi fermi macchina, garantendo una maggiore produttività e una migliore qualità del prodotto. Filtri a Retrolavaggio Continuo: La Soluzione per l'Operatività Ininterrotta I filtri a retrolavaggio continuo rappresentano una pietra miliare nell'evoluzione della filtrazione del fuso. Il loro principio di funzionamento si basa sulla presenza di due o più elementi filtranti (schermi o cartucce) che operano in parallelo. Quando un elemento filtrante si intasa, una parte del fuso pulito viene deviata e fatta fluire in senso inverso attraverso l'elemento intasato, espellendo le impurità accumulate. Questo processo avviene automaticamente e senza interruzioni del flusso principale, permettendo una produzione continua. I sistemi più avanzati utilizzano sensori di pressione differenziale per monitorare il grado di intasamento e avviare il retrolavaggio solo quando necessario, ottimizzando l'efficienza e riducendo lo spreco di materiale. L'efficacia di questi sistemi dipende dalla corretta progettazione della geometria degli schermi e dalla gestione della pressione e della temperatura durante il retrolavaggio. Filtri a Raschiamento: Robustezza e Autopulizia per Contaminanti Abrasivi I filtri a raschiamento, noti anche come filtri a superficie raschiante, sono particolarmente adatti per la gestione di materiali con elevate quantità di impurità fibrose, abrasive o di grandi dimensioni. Questi sistemi sono dotati di un elemento filtrante cilindrico o conico, sulla cui superficie interna o esterna ruota una lama o un sistema di raschiamento. Le impurità vengono rimosse meccanicamente dalla superficie filtrante e convogliate in una camera di raccolta, da cui possono essere scaricate periodicamente senza interrompere il processo. La robustezza di questi filtri li rende ideali per applicazioni gravose, dove altri sistemi potrebbero subire danni o intasamenti rapidi. L'ottimizzazione del design delle lame e della velocità di rotazione è cruciale per massimizzare l'efficienza di pulizia e minimizzare l'usura. Tecnologie Laser per la Filtrazione: Precisione e Durata Senza Precedenti Una delle innovazioni più promettenti nel campo della filtrazione del fuso è l'applicazione della tecnologia laser. I filtri laser utilizzano una matrice di fori microscopici creati con precisione laser su un tamburo rotante o una piastra. Il fuso passa attraverso questi fori, mentre le impurità più grandi vengono trattenute sulla superficie. Un sistema di raschiamento o un getto d'aria/gas rimuove continuamente le impurità dalla superficie del tamburo. La dimensione e la forma dei fori possono essere controllate con estrema precisione, consentendo una filtrazione molto fine e una maggiore efficienza nella rimozione dei gel. La durabilità degli elementi filtranti laser è superiore rispetto agli schermi tradizionali, riducendo i costi di manutenzione e i tempi di fermo. Questa tecnologia è particolarmente vantaggiosa per la produzione di film sottili o fibre, dove la presenza di anche minime impurità può compromettere gravemente la qualità del prodotto. Gestione dei Gel e delle Micro-Impurità: Sfide e Soluzioni Integrate I gel rappresentano una sfida unica nella filtrazione del fuso. Essendo di natura polimerica, spesso hanno una densità simile al polimero fuso e possono deformarsi sotto pressione, rendendo difficile la loro rimozione meccanica. Le innovazioni nella progettazione degli elementi filtranti, come l'uso di geometrie a spirale o a "labirinto", e l'ottimizzazione delle condizioni operative (temperatura e pressione) possono migliorare l'efficienza nella cattura dei gel. Inoltre, l'integrazione di più stadi di filtrazione con diverse finezze e tipologie di filtri (ad esempio, un filtro a raschiamento per le impurità più grandi seguito da un filtro a retrolavaggio o laser per le micro-impurità e i gel) è una strategia efficace per affrontare la complessità dei riciclati altamente contaminati. Ottimizzazione del Processo: Monitoraggio, Automazione e Manutenzione Predittiva L'efficienza di un sistema di filtrazione non dipende solo dalla tecnologia del filtro, ma anche dalla sua integrazione nel processo di estrusione. Sistemi di monitoraggio avanzati, che misurano continuamente la pressione differenziale, la temperatura e la portata, consentono di rilevare in tempo reale l'intasamento degli elementi filtranti e di attivare automaticamente le procedure di pulizia o retrolavaggio. L'automazione dei sistemi di scarico delle impurità e la gestione intelligente dei cicli di pulizia riducono al minimo l'intervento umano e massimizzano l'uptime. L'implementazione di strategie di manutenzione predittiva, basate sull'analisi dei dati operativi, permette di anticipare l'usura degli elementi filtranti e di pianificare gli interventi di manutenzione, evitando fermi macchina non programmati. Impatto sulla Qualità del Prodotto Finale e Sostenibilità Economica L'adozione di sistemi di filtrazione avanzati ha un impatto diretto sulla qualità del polimero riciclato. La rimozione efficiente di impurità e gel si traduce in un prodotto con migliori proprietà meccaniche, ottiche ed estetiche, rendendolo competitivo con i polimeri vergini per un'ampia gamma di applicazioni. Questo non solo aumenta il valore del materiale riciclato, ma apre anche nuove opportunità di mercato. Dal punto di vista economico, la riduzione dei tempi di fermo macchina, l'ottimizzazione del consumo energetico (grazie a una minore pressione di filtrazione) e la diminuzione degli scarti contribuiscono a una significativa riduzione dei costi operativi e a un aumento della redditività complessiva del processo di riciclo. Prospettive Future: Intelligenza Artificiale e Materiali Autopulenti Il futuro della filtrazione del fuso per riciclati altamente contaminati si orienta verso soluzioni ancora più intelligenti e autonome. L'integrazione dell'intelligenza artificiale (AI) e del machine learning (ML) permetterà ai sistemi di filtrazione di "apprendere" dal comportamento del fuso e delle impurità, ottimizzando dinamicamente i parametri operativi per massimizzare l'efficienza e la durata degli elementi filtranti. La ricerca sui materiali autopulenti e sulle superfici con proprietà anti-adesive potrebbe rivoluzionare ulteriormente il design dei filtri, riducendo la frequenza delle operazioni di pulizia e prolungando la vita utile dei componenti. Queste innovazioni apriranno nuove frontiere per il riciclo dei polimeri, rendendolo ancora più efficiente, sostenibile ed economicamente vantaggioso.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cosa sono i Polimeri Autoestinguenti (Flame Retard): Applicazioni e Differenze
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa sono i Polimeri Autoestinguenti (Flame Retard): Applicazioni e Differenze
Informazioni Tecniche

Additivi, prove di laboratorio, differenze ed impieghi commerciali ed industriali dei polimeri flame retard (autoestinguenti) di Marco ArezioLe plastiche flame retardant (resistenti al fuoco o autoestinguenti) sono materiali polimerici modificati per resistere all'ignizione e rallentare la propagazione delle fiamme. Questa proprietà è particolarmente importante in numerosi ambiti applicativi, come l'elettronica, l'edilizia e i trasporti, dove la resistenza al fuoco è cruciale per la sicurezza. L'aggiunta di additivi flame retardant è il metodo più comune per conferire alle plastiche proprietà resistenti al fuoco. Tipi di Additivi Flame Retardant Gli additivi flame retardant si classificano in diverse categorie, a seconda della loro composizione chimica e del meccanismo d'azione: Additivi Alogeni: Comprendono composti a base di bromo e cloro. Funzionano rilasciando alogeni che interferiscono con la reazione di combustione nella fase gassosa. Additivi Fosforati: Operano principalmente nella fase solida, promuovendo la carbonizzazione e riducendo la quantità di materiale infiammabile vaporizzato. Idrossidi di Metallo: Come l'idrossido di alluminio e di magnesio, questi additivi rilasciano acqua quando si scaldano, che aiuta a raffreddare il materiale e a diluire i gas combustibili. Additivi Intumescenti: Formano una schiuma carboniosa protettiva sulla superficie del materiale quando esposti al calore, isolando il materiale sottostante dalla fonte di calore. Funzionamento dell'Inibizione della Fiamma L'inibizione della fiamma nelle plastiche funziona attraverso vari meccanismi, a seconda del tipo di additivo utilizzato: Diluizione dei Gas Combustibili: Alcuni additivi rilasciano gas inerti che diluiscono i gas combustibili nell'area della fiamma, riducendo la combustione. Barriera Fisica: Gli additivi intumescenti formano una barriera carboniosa che isola termicamente il materiale e impedisce l'accesso dell'ossigeno. Raffreddamento: L'acqua rilasciata dagli idrossidi di metallo assorbe calore, abbassando la temperatura della combustione. Interferenza Chimica: Alogeni e altri composti possono interferire con le reazioni radicaliche nella zona di combustione, rallentando la reazione. Prove di Laboratorio per Catalogare le Plastiche Non Infiammabili Vediamo quali sono le prove principali per catalogare il grado di infiammabilità e come si eseguono:Test UL 94 Il test UL 94, gestito da Underwriters Laboratories (UL), è uno dei metodi più riconosciuti e ampiamente utilizzati per valutare le proprietà di infiammabilità dei materiali polimerici utilizzati in dispositivi elettrici ed elettronici. Questo test classifica i materiali in base alla loro capacità di estinguere le fiamme dopo essere stati accesi in condizioni controllate. Il test viene eseguito applicando una fiamma a un campione del materiale per un periodo specificato e osservando il comportamento del materiale in termini di tempo di combustione dopo la rimozione della fiamma, il gocciolamento di materiale infiammabile e la lunghezza della combustione.In base ai risultati, i materiali sono classificati in diverse categorie, come V-0, V-1, V-2, HB, 5VB, e 5VA:V-0, V-1, V-2: Indicano che il materiale si autoestingue entro un certo tempo dopo l'accensione. La distinzione tra le classi dipende dal tempo di autoestinguenza e dalla presenza di gocciolamento di particelle infiammate. HB: La classificazione più bassa, indica una velocità di combustione orizzontale in un certo intervallo. 5VB e 5VA: Sono test più severi che valutano la resistenza all'accensione quando il campione è sottoposto a un carico termico elevato. 5VA rappresenta la massima resistenza alla fiamma senza gocciolamento di materiale, mentre 5VB: permette un certo gocciolamento. Test di Ossigeno Limitante (LOI) Il test di Ossigeno Limitante (LOI) misura la percentuale minima di ossigeno nell'atmosfera necessaria per sostenere la combustione di un materiale polimerico. Viene eseguito in un'apposita apparecchiatura dove il campione viene posto in una colonna di vetro e esposto a una miscela controllata di azoto e ossigeno, aumentando gradualmente la concentrazione di ossigeno fino a quando il materiale non continua a bruciare per un tempo prestabilito dopo l'accensione. Il valore di LOI è una misura diretta dell'infiammabilità del materiale: maggiore è il valore di LOI, minore è l'infiammabilità del materiale. Materiali con valori di LOI superiori al 21% (la percentuale di ossigeno nell'aria) sono considerati più resistenti al fuoco. Questo test è particolarmente utile per confrontare la resistenza al fuoco di diversi materiali sotto un'unica metrica standardizzata. Test di Infiammabilità a Cono Calorimetrico Il test di infiammabilità a cono calorimetrico è un metodo avanzato che fornisce dati dettagliati sulla risposta di un materiale all'esposizione al calore. Durante il test, un campione del materiale viene esposto a un flusso radiante crescente in presenza di una sorgente di accensione, simulando gli effetti di un incendio in fase iniziale. Il cono calorimetrico misura la velocità di rilascio di calore, la produzione di fumo e la perdita di massa del campione nel tempo, fornendo un profilo completo della sua reattività al fuoco. Questi dati aiutano a comprendere come il materiale contribuirà alla crescita e alla propagazione dell'incendio, consentendo agli ingegneri di progettare materiali e prodotti con prestazioni migliorate di sicurezza antincendio. Questo test è particolarmente utile nella valutazione di materiali per l'edilizia e l'ingegneria dei trasporti Rendere Flame Retardant un Polimero Riciclato Il processo di rendere flame retardant un polimero riciclato, sia da post-consumo che da post-industriale, richiede attenzione nella selezione degli additivi compatibili con il tipo di polimero e nel mantenimento delle proprietà meccaniche del materiale riciclato. Il processo include: Analisi del Materiale: Identificazione della composizione del polimero riciclato per scegliere gli additivi più adatti. Incorporazione degli Additivi: Gli additivi possono essere miscelati meccanicamente con il polimero durante il processo di estrusione o possono essere applicati come rivestimenti superficiali. Mantenimento delle Caratteristiche dopo il Riciclo Meccanico Il riciclo meccanico può influenzare le proprietà flame retardant dei polimeri a causa della degradazione termica o meccanica del polimero e degli additivi durante il processo di riciclo. La stabilità delle proprietà flame retardant in un polimero riciclato dipende da: - La stabilità termica degli additivi flame retardant. - La compatibilità degli additivi con il processo di riciclo. - La capacità di ridistribuire uniformemente gli additivi nel polimero durante il riciclo. Per mantenere le caratteristiche flame retardant, può essere necessario aggiungere ulteriori additivi o stabilizzatori durante il processo di riciclo. La valutazione delle proprietà del materiale riciclato attraverso test di laboratorio è cruciale per garantire che il materiale riciclato soddisfi i requisiti di sicurezza e di prestazione. Impiego dei Polimeri Autoestinguenti per la Produzione di Articoli ad uso Industriale e Civile I polimeri flame retardant sono utilizzati in una vasta gamma di applicazioni, specialmente in edilizia, dove la resistenza al fuoco è cruciale per la sicurezza degli edifici. Questi materiali sono progettati per ridurre la velocità di combustione, limitare la diffusione delle fiamme e contribuire a prevenire incendi. Nell'edilizia, i polimeri flame retardant trovano applicazione in numerosi prodotti, tra cui isolanti termici, rivestimenti, cavi elettrici, e componenti strutturali. Polimeri Flame Retardant Utilizzati in Edilizia Polistirene Espanso (EPS) e Polistirene Estruso (XPS): Sono ampiamente utilizzati come isolanti termici per cappotti esterni e per l'isolamento di pavimenti, tetti e muri. Possono essere trattati con additivi flame retardant per ridurre l'infiammabilità. Polietilene Espanso (EPE): Utilizzato per l'isolamento termico e l'ammortizzazione degli impatti, l'EPE può essere modificato per migliorare la resistenza al fuoco, rendendolo adatto per applicazioni in edilizia. Polimeri Intumescenti: Questi materiali si espandono quando esposti al calore, formando una barriera carboniosa che protegge il materiale sottostante dalle fiamme. Sono utilizzati in vernici, mastici, e rivestimenti per cavi elettrici. Polivinilcloruro (PVC) Flame Retardant: Il PVC è utilizzato in una varietà di applicazioni in edilizia, inclusi i rivestimenti per cavi e i tubi. Il PVC può essere reso flame retardant attraverso l'aggiunta di additivi specifici. Polimeri Fenolici: Questi materiali sono noti per le loro eccellenti proprietà di resistenza al fuoco e sono utilizzati in schiume isolanti e compositi. Applicazioni di Articoli Autoestinguenti in Edilizia Isolamento Termico: I materiali isolanti flame retardant sono essenziali per prevenire la diffusione del fuoco attraverso le cavità dei muri e altri spazi isolati negli edifici. Rivestimenti e Vernici: Forniscono una protezione passiva contro il fuoco a strutture, travi e colonne, contribuendo a mantenere l'integrità strutturale in caso di incendio. Cavi elettrici e Tubi: L'utilizzo di materiali flame retardant in questi componenti riduce il rischio di incendi elettrici e limita la diffusione del fuoco. Differenze nelle Resistenze al Fuoco degli Isolanti per Cappotti Termici Gli isolanti termici possono variare significativamente nella loro resistenza al fuoco a seconda del materiale, della densità, e della presenza di additivi flame retardant. Ecco alcune differenze chiave: Resistenza Termica: Alcuni isolanti, come quelli a base di fibra minerale (lana di roccia, lana di vetro), offrono migliori prestazioni di resistenza al fuoco rispetto a quelli organici (EPS, XPS) a causa della loro natura incombustibile. Emissione di Fumi e Gas Tossici: I materiali organici tendono a produrre fumi densi e gas tossici quando bruciano, mentre i materiali inorganici hanno prestazioni migliori in questo aspetto. Classificazione di Reazione al Fuoco: I materiali isolanti sono classificati secondo norme europee (ad esempio, Euroclassi A1, A2, B, C, ecc.) che indicano la loro reattività al fuoco. Materiali classificati come A1 sono non combustibili, mentre quelli in classe B, C, ecc., hanno crescenti livelli di infiammabilità. Applicazione e Spessore: La resistenza al fuoco di un isolante può anche dipendere dall'applicazione specifica e dallo spessore del materiale. Maggiore è lo spessore, migliore può essere la resistenza al fuoco, ma questo dipende anche dalla composizione del materiale e dalla presenza di additivi flame retardant. Per esempio, un isolante più spesso può offrire un tempo di resistenza al fuoco maggiore perché richiede più tempo per essere completamente compromesso dalle fiamme. Tuttavia, non è solo lo spessore a determinare l'efficacia, la qualità del materiale e la sua capacità di resistere alla propagazione del fuoco sono altrettanto cruciali. Nei materiali isolanti, gli additivi flame retardant possono agire in sinergia con lo spessore per migliorare la resistenza al fuoco. Materiali con densità maggiore o trattati con specifici additivi chimici possono esibire prestazioni superiori anche con spessori minori. Pertanto, la scelta del materiale isolante adeguato per un'applicazione specifica richiede un'attenta considerazione non solo delle proprietà fisiche come lo spessore ma anche della composizione chimica e della capacità di resistere al fuoco. Nell'ambito dell'edilizia, la normativa vigente spesso specifica requisiti minimi per la resistenza al fuoco degli isolanti, tenendo conto sia dello spessore che della composizione del materiale. Questi standard garantiscono che i materiali utilizzati negli edifici offrano un livello adeguato di protezione in caso di incendio, contribuendo così alla sicurezza degli occupanti e alla preservazione della struttura stessa.

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https://www.rmix.it/ - Ottimizzazione della Qualità Superficiale nella Lavorazione ad Alta Velocità delle Plastiche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ottimizzazione della Qualità Superficiale nella Lavorazione ad Alta Velocità delle Plastiche
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Strategie Avanzate per Migliorare Precisione, Stabilità e Finitura nella Lavorazione HSMdi Marco ArezioLa lavorazione ad alta velocità (High-Speed Machining, HSM) rappresenta una tecnologia all’avanguardia per il trattamento dei materiali plastici. Ampiamente utilizzata nei settori automobilistico, aerospaziale e medicale, questa tecnica consente di raggiungere un’elevata precisione ed efficienza. Tuttavia, il successo del processo dipende dalla capacità di ottimizzare la qualità della superficie, un aspetto fondamentale sia per l’estetica che per le prestazioni funzionali del prodotto finale. Analizziamo in dettaglio i fattori principali che influenzano questo parametro critico. Le Caratteristiche dei Materiali Plastici Le plastiche offrono una straordinaria versatilità, ma la loro lavorazione presenta problematiche specifiche legate alle proprietà chimiche e fisiche. Ad esempio, i polimeri termoplastici come il polietilene (PE) e il policarbonato (PC) tendono a fondere sotto l’effetto del calore, facilitando alcune operazioni ma richiedendo un controllo rigoroso delle temperature. Al contrario, i termoindurenti, come le resine epossidiche, resistono meglio alle alte temperature ma sono meno malleabili durante il taglio. La durezza e la fragilità del materiale influiscono direttamente sul comportamento durante la lavorazione. Un materiale troppo fragile potrebbe rompersi, mentre uno troppo duro può generare un'elevata resistenza al taglio. Inoltre, la bassa conduttività termica tipica delle plastiche aumenta il rischio di deformazioni e bruciature superficiali, sottolineando l’importanza di un controllo termico avanzato. Parametri di Lavorazione Per ottenere una finitura superficiale di alta qualità, è cruciale regolare con precisione i parametri di lavorazione. La velocità di taglio, ad esempio, deve essere sufficientemente elevata da ridurre le bave, ma non così alta da provocare surriscaldamenti. Allo stesso modo, l’avanzamento e la profondità di taglio devono essere bilanciati per evitare vibrazioni e garantire uniformità. Una velocità troppo bassa compromette la produttività, mentre una profondità di taglio eccessiva può generare instabilità. La scelta di valori ottimali per ciascun parametro dipende dal tipo di plastica e dalle specifiche applicazioni richieste. L’Importanza dell’Utensile Gli utensili rivestono un ruolo centrale nella lavorazione ad alta velocità delle plastiche. La geometria e il materiale dell’utensile devono essere accuratamente progettati per ridurre l’accumulo di materiale e prevenire il surriscaldamento. Utensili in diamante policristallino (PCD) o rivestiti in nitruro di titanio (TiN) offrono prestazioni eccellenti grazie alla loro resistenza all’usura e alla durata superiore. La manutenzione regolare degli utensili è altrettanto importante: utensili affilati minimizzano i difetti superficiali come bave o striature, garantendo una finitura uniforme. Inoltre, l’uso di sistemi di monitoraggio automatico per rilevare segni di usura può migliorare significativamente l’efficienza e la qualità complessiva del processo. Fenomeni Termici Il calore generato durante la lavorazione ad alta velocità rappresenta una delle principali sfide per la qualità della superficie. Temperature elevate nella zona di taglio possono causare fusione, deformazioni o alterazioni delle proprietà meccaniche del materiale. Per gestire questi fenomeni, si utilizzano sistemi di raffreddamento avanzati, come flussi d’aria compressa o refrigeranti liquidi, che dissipano il calore in eccesso. Parallelamente, lubrificanti ad alte prestazioni riducono l’attrito e contribuiscono a mantenere stabili le condizioni operative. La scelta della tecnologia più adatta dipende dalle caratteristiche specifiche del materiale e dal tipo di lavorazione. Vibrazioni e Stabilità Le vibrazioni sono una delle principali cause di difetti superficiali nella lavorazione ad alta velocità. Possono derivare da una rigidità insufficiente della macchina, da utensili usurati o da parametri di taglio non ottimizzati. Una struttura macchina rigida e stabile è essenziale per minimizzare le oscillazioni indesiderate. Il controllo delle frequenze naturali del sistema aiuta a prevenire fenomeni di risonanza, che amplificano le vibrazioni e compromettono la finitura. Sensori avanzati e sistemi di monitoraggio in tempo reale sono strumenti utili per identificare e risolvere tempestivamente eventuali problemi. L’Ambiente di Lavoro Un ambiente di lavoro controllato contribuisce in modo significativo alla qualità della lavorazione. La pulizia riduce il rischio di contaminazioni che possono alterare l’interazione tra utensile e materiale, mentre il mantenimento di temperature e umidità stabili evita variazioni indesiderate nelle proprietà del pezzo lavorato. Esempi di Applicazione nella Lavorazione delle Plastiche Fresatura ad Alta Velocità del Policarbonato (PC) Settore di utilizzo: Componenti trasparenti per l'illuminazione e lenti ottiche. Approccio: L'uso di frese rivestite in nitruro di titanio (TiN) consente di ottenere superfici lisce e prive di striature, migliorando l’efficienza ottica. Stampaggio a Compressione con Rifinitura HSM Settore di utilizzo: Pannelli di rivestimento interni per automobili. Approccio: Rifinitura ad alta velocità con utensili diamantati per ridurre i difetti estetici e garantire una finitura uniforme. Microlavorazione di Polimeri Termoplastici per Dispositivi Medicali Settore di utilizzo: Produzione di componenti in PEEK per impianti medici. Approccio: Sistemi di raffreddamento con flussi d'aria compressa e utensili in carburo per minimizzare le deformazioni termiche. Taglio Laser di Materiali Plastici con Successiva Lavorazione HSM Settore di utilizzo: Componenti acrilici per dispositivi elettronici. Approccio: Rifinitura delle irregolarità residue del taglio laser mediante frese a bassa profondità. Lavorazione di Schiume Polimeriche (EPS o PU) Settore di utilizzo: Prototipi o modelli. Approccio: Utensili con geometrie specifiche per evitare residui e ottenere una lavorazione precisa. Rifinitura di Componenti Stampati in 3D Settore di utilizzo: Componenti in PLA o ABS per prototipi. Approccio: Fresatura HSM con lubrificazione per migliorare la finitura superficiale. Lucidatura ad Alta Velocità di Materie Plastiche Trasparenti Settore di utilizzo: Schermi in acrilico per display. Approccio: Utilizzo di frese diamantate per garantire superfici perfettamente lisce. Conclusioni La qualità della superficie nella lavorazione ad alta velocità delle plastiche dipende da un equilibrio tra molteplici fattori: le proprietà del materiale, i parametri di lavorazione, la scelta e la manutenzione degli utensili, la gestione termica e il controllo delle vibrazioni. Approfondire la conoscenza di questi aspetti consente alle aziende di migliorare la qualità dei prodotti, ridurre gli sprechi e aumentare la competitività. Investire in tecnologie avanzate e formazione è essenziale per affrontare le sfide di un mercato in continua evoluzione.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
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Lo Pseudomonas è un batterio, che potrebbe decomporre i legami della resina termoindurente come il poliuretanodi Marco ArezioTra le varie attività di studio, sulle strade alternative nella gestione dei rifiuti, la microbiologia si sta sforzando di trovare e testare batteri per scomporre quei legami chimici definiti irreversibili, come quelli del poliuretano. Le resine termoindurenti, di cui fa parte il poliuretano, è un materiale molto rigido costituito da polimeri reticolati nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente limitato dall’elevato numero di reticolazioni esistenti. Durante il riscaldamento subiscono una modificazione chimica irreversibile. Le resine di questo tipo, sotto l’azione del calore nella fase iniziale, rammolliscono (diventano plastiche) e, successivamente, solidificano. Contrariamente alle resine termoplastiche, non presentano la possibilità di subire numerosi processi di formatura durante il loro utilizzo. Le resine termoindurenti, sono materiali nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente vincolato da un numero elevato di reticolazioni esistenti. Infatti, durante il processo di produzione, subiscono modifiche chimiche irreversibili associate alla creazione di legami covalenti trasversali tra le catene dei pre-polimeri di partenza. La densità delle interconnessioni e la natura dipendono dalle condizioni di polimerizzazione e dalla natura dei precursori: generalmente essi sono sistemi liquidi, o facilmente liquefacibili a caldo, costituiti da composti organici a basso peso molecolare, spesso multifunzionali, chimicamente reattivi, a volte in presenza di iniziatori o catalizzatori. Il poliuretano è un composto largamente usato come isolante termico, nel settore dell’edilizia, dell’industria dell’auto, negli elettrodomestici, nelle celle frigorifere, nel settore navale e ferroviario, nei mobili, nel settore calzaturiero e in molti altri settori industriali. Ogni anno, nella sola Europa, si producono circa 3,5 milioni di tonnellate di poliuretano che, alla fine del ciclo di vita, non trova una corretta destinazione nel settore del riciclo e vanno a finire normalmente in discarica. La difficoltà che oggi incontra questa tipologia di rifiuto plastico nel processo di riconversione, finchè il riciclo chimico non avrà preso piede, hanno spinto le ricerche biologiche a tracciare nuove strade. Un gruppo di ricerca Europeo chiamato P4SB sta studiando materiali provenienti dalla biologia sintetica che siano in grado, tramite dei catalizzatori batterici, di creare bio enzimi che possano depolimerizzare il poliuretano, ma anche il PET. Lo studio ha identificato un batterio, chiamato Psneudomonas, che opportunamente ingegnerizzato, sia in grado di metabolizzare i componenti del poliuretano, che verranno poi resi, all’interno della massa batterica, sotto forma di bio plastica. Questo batterio ha la capacità di sopravvivere in condizioni estreme ed è molto resistente alle sostanze tossiche, infatti è un nemico per eccellenza nel campo medico in quanto resiste facilmente agli antibiotici. Fa parte della famiglia dei batteri gram-negativi che colpisce normalmente le persone con barriere immunitarie basse o con problemi alla pelle e alle mucose. Il batterio nell’uomo scatena malattie associate alle infezioni, come i problemi respiratori, la polmonite, l’endocardite, meningiti, problemi agli occhi, alle articolazioni, gastrointestinali, dermatologici e altre forme di reazione del corpo. Questo dimostra che è un batterio da prendere sul serio e il suo utilizzo nel campo microbiologico, applicato al riciclo delle plastiche come il poliuretano, fa capire il grado di colonizzazione e decomposizione che potrebbe mettere in campo se trattato con le dovute attenzioni.Categoria: notizie - plastica - batteri - riciclo - rifiuti - poliuretano

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https://www.rmix.it/ - Assemblaggio dei Componenti Plastici dopo la Produzione
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Assemblaggio dei Componenti Plastici dopo la Produzione
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Quali sistemi utilizzare per l’assemblaggio dei componenti plastici prodottidi Marco ArezioEsistono prodotti plastici che vengono stampati od estrusi singolarmente ed assemblati tra loro in fasi successive, con lo scopo di creare un prodotto finito composto da più parti. L’attività di assemblaggio dei vari pezzi, e il loro serraggio, comporta un’analisi approfondita di quali strumenti di chiusura utilizzare, per essere compatibili con le materie plastiche usate e anche funzionale con l’utilizzo del prodotto finito. I sistemi di fissaggio principali dei componenti plastici li possiamo raggruppare in:• Fissaggio attraverso viti in plastica • Fissaggio attraverso viti in metallo • Fissaggio attraverso chiodatura • Fissaggio attraverso saldatura • Fissaggio attraverso compressione Viti in Plastica Il fissaggio degli elementi da assemblare attraverso l’utilizzo di viti in plastica ha un limitato utilizzo, in quanto esprimono una bassa resistenza meccanica e una bassa rigidità. A dispetto delle basse performance strutturali, le viti in plastica trovano grande utilizzo in quei prodotti ove sia richiesto un isolamento elettrico continuo, una resistenza molto elevata alla corrosione e una continuità delle tonalità di colore scelto, per rendere il manufatto cromaticamente più continuo. Viti in Metallo Il fissaggio con viti in metallo è di gran lunga il metodo più usato per assemblare gli elementi plastici, per via dell’ottima resistenza meccanica e della buona presa tra plastica e elemento metallico. Le viti possono essere metriche o autofilettanti. Quelle metriche, in alcune situazioni meccaniche, possono presentare dei cedimenti dei fianchi che si sono filettati nel materiale plastico, questo può essere causato in presenza di un basso modulo elastico del polimero che compone l’elemento in plastica. Infatti, la resistenza meccanica di un filetto metrico nel materiale plastico è generalmente limitata, quindi è consigliabile usare viti metriche con degli inserti in ottone a filettatura interna. Questi inserti vengono inseriti, prima dello stampaggio nello stampo stesso o successivamente attraverso l’uso degli ultrasuoni. Dal punto di vista economico non è quasi mai conveniente utilizzare questo tipo di inserti, a causa della perdita di tempo nel loro posizionamento, tuttavia l’utilizzo di una vite metrica rende più veloce l’assemblaggio successivo del prodotto. Quelle autofilettanti sono costituite da forme e filetti differenti in base al lavoro meccanico che devono compiere e al tipo di plastica in cui andranno inserite. I filetti possono essere più o meno ravvicinati, quindi con un numero di spirali differenti, avere angoli di inclinazione delle spirali da 30 a 60° e un diametro dell’anima della vite e della sua spirale variabile. Nel caso, per esempio, dei manufatti realizzati con resine termoindurenti, è assolutamente necessario utilizzare viti autofilettanti, infatti questo tipo di polimero non si conforma, come altre materie plastiche, alla vite, ma viene forato con l’asportazione del truciolo risultante. In questo caso si consiglia un profilo di vite asimmetrico con un’angolazione della spirale a 30°. Chiodatura Un’altra tipologia di assemblaggio dei componenti plastici può avvenire con il metodo della chiodatura degli elementi. I chiodi plasmabili utilizzati sono generalmente composti da ottone, rame, alluminio o con chiodi cavi da rivoltare. Se utilizziamo i chiodi da rivoltare, l’impulso della battitura deve sempre tenere in considerazione la resistenza alla rottura e alla fessurazione del polimero plastico su cui stiamo lavorando, avendo l’accortezza di calcolare bene il rapporto tra massa e velocità di battitura. Nel caso gli elementi da assemblare siano in materiale termoplastico, l’estremità del nocciolo del manufatto può essere finito a caldo o a freddo sulla testa del chiodo. Saldatura I materiali termoplastici posso essere assemblati anche attraverso il processo di saldatura con i metodi per attrito, con gli ultrasuoni o con strumenti a caldo. E’ sempre da tenere in considerazione che il punto di saldatura o le estremità saldate, se in continuo, non avranno mai una resistenza meccanica paragonabile all’elemento base. Inoltre le fasi di saldatura possono creare delle tensioni interne rispetto alle molecole di cui il polimero è costituito e, quando presenti, interagire negativamente sulle fibre di rinforzo. In linea generale, in base alle materie plastiche e al tipo di saldatura, l’esperienza sul campo ci dice che la resistenza meccanica di una saldatura può essere inferiore tra il 40 all’80% rispetto al materiale plastico originario. Questo indebolimento viene inoltre accentuato se il manufatto deve sopportare carichi elevati nel tempo o sopportare particolari sollecitazioni dinamiche o attacchi chimici al materiale plastico. Assemblaggio per compressione Il sistema dell’assemblaggio per compressione degli elementi risulta il più economico e il più veloce, tuttavia bisogna fare alcune considerazioni importanti. Se si verificassero situazioni di assemblaggio ad incastro tra elementi plastici e metallici, è buona regola progettare il calcolo degli sforzi a compressione tarati sui materiali plastici e non su quelli metallici. Inoltre quando gli elementi saranno in funzione, per esempio le parti di un ventilatore, è da tenere presente la maggiore dilatazione termica della plastica rispetto agli elementi metallici e, nel caso di polimeri igroscopici, anche i possibili rigonfiamenti. Categoria: notizie - tecnica - plastica - assemblaggio - prodotti plastici

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https://www.rmix.it/ - Eteri di cellulosa: produzione, applicazioni industriali e prospettive nel riciclo dei polimeri naturali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Eteri di cellulosa: produzione, applicazioni industriali e prospettive nel riciclo dei polimeri naturali
Informazioni Tecniche

Dalla sintesi alla sostenibilità: il ruolo degli eteri di cellulosa nell’edilizia, nelle vernici e nei materiali polimerici avanzatidi Marco ArezioLa ricerca di materiali polimerici ad alte prestazioni ma dal ridotto impatto ambientale ha condotto, negli ultimi decenni, a un crescente interesse verso i derivati della cellulosa. La cellulosa è il polimero naturale più abbondante sulla Terra, una risorsa rinnovabile estratta da legno, cotone e altre piante fibrose. Attraverso processi chimici mirati, la cellulosa viene trasformata in una vasta gamma di eteri di cellulosa, tra cui spiccano la metilcellulosa (MC), l’idrossietilcellulosa (HEC), l’idrossietilmetilcellulosa (HEMC) e l’idrossipropilmetilcellulosa (HPMC). Questi materiali, grazie alle loro proprietà uniche, hanno rivoluzionato l’industria delle costruzioni, delle vernici e persino il mondo dei polimeri avanzati. Che cosa sono gli eteri di cellulosa Gli eteri di cellulosa sono derivati ottenuti mediante una reazione di eterificazione della cellulosa grezza. In pratica, alcuni gruppi ossidrilici (-OH) delle unità glucosidiche della cellulosa vengono sostituiti da gruppi alchilici o idrossialchilici, che modificano la solubilità e le proprietà reologiche del polimero di partenza. Questo processo consente di ottenere materiali che, pur conservando la struttura di base della cellulosa, acquisiscono nuove funzionalità: diventano più facilmente solubili in acqua, più stabili e più versatili nei processi industriali. Gli eteri di cellulosa non sono solo materiali tecnicamente avanzati, ma rappresentano anche una soluzione ecologica. La loro produzione, infatti, parte da risorse rinnovabili e, rispetto a molti polimeri sintetici di origine fossile, presenta un impatto ambientale potenzialmente inferiore. Come si producono gli eteri di cellulosa La produzione degli eteri di cellulosa prevede diversi passaggi, tutti realizzati in condizioni industriali controllate: - Preparazione della cellulosa: la cellulosa viene dapprima purificata, eliminando lignina ed emicellulose tramite processi di sbianca e idrolisi. Il materiale di partenza può essere pasta di legno, cotone o residui vegetali di varia origine. - Attivazione: la cellulosa viene trattata con una soluzione alcalina (di solito idrossido di sodio), che rende più reattivi i gruppi ossidrilici. - Eterificazione: in questa fase si introduce il reagente eterificante (ad esempio cloruro di metile per la metilcellulosa, ossido di etilene per l’idrossietilcellulosa, ossido di propilene per l’idrossipropilmetilcellulosa). Il grado di sostituzione, ovvero la quantità di gruppi eterei introdotti, viene controllato con precisione, poiché influenza direttamente le proprietà del prodotto finale. - Neutralizzazione e purificazione: la miscela di reazione viene neutralizzata, lavata per eliminare i sottoprodotti e infine essiccata. Il prodotto risultante è una polvere bianca, inodore, dalla granulometria fine e dalla grande purezza. - Controllo qualità: le caratteristiche del prodotto – umidità, contenuto di ceneri, densità apparente, viscosità e pH – vengono rigorosamente monitorate, poiché influenzano le prestazioni nelle diverse applicazioni. Impieghi degli eteri di cellulosa nell’industria Gli eteri di cellulosa sono ormai un pilastro in molteplici settori industriali, soprattutto grazie alla loro capacità di modificare la reologia e la lavorabilità di numerosi materiali. Edilizia Negli adesivi, nelle malte cementizie, negli stucchi e nei prodotti a base di cemento, l’aggiunta di eteri di cellulosa (in particolare l’idrossietilmetilcellulosa, HEMC) migliora la lavorabilità, incrementa la ritenzione idrica e la forza adesiva, e riduce lo scivolamento. Questo si traduce in applicazioni più facili e performanti, oltre che in una maggiore durabilità del prodotto finito. La capacità di “tenere” l’acqua in sistemi cementizi consente una migliore idratazione e una reazione più completa del legante, fattore chiave per la qualità finale delle costruzioni. Industria delle vernici Nelle vernici a base acquosa e nei rivestimenti decorativi, gli eteri di cellulosa sono usati come addensanti, stabilizzanti e agenti di sospensione. Oltre a garantire una stesura uniforme, impediscono la sedimentazione dei pigmenti e migliorano l’aspetto della superficie verniciata. Polimeri e materiali compositi Negli ultimi anni, la ricerca si è concentrata sull’uso degli eteri di cellulosa come modificanti reologici e agenti compatibilizzanti nei polimeri biodegradabili. Alcuni studi hanno dimostrato che, inseriti in matrici come l’acido polilattico (PLA) o altri biopolimeri, gli eteri di cellulosa migliorano la dispersione dei filler, la stabilità meccanica e la processabilità dei materiali, aprendo la strada a nuove applicazioni nei materiali compositi e nei packaging sostenibili. Altri settori Gli eteri di cellulosa sono impiegati anche in farmaceutica (come eccipienti e agenti di rilascio controllato), nell’industria alimentare (come addensanti e stabilizzanti) e nella produzione di detergenti, cosmetici e prodotti per la cura personale. Vantaggi tecnici e prestazionali degli eteri di cellulosa L’adozione su larga scala degli eteri di cellulosa è motivata da una serie di vantaggi chiave, comprovati da una vasta letteratura scientifica: - Eccellente legame: migliorano l’adesione di malte e stucchi alle superfici di applicazione. - Aumento della ritenzione idrica: ritardano l’evaporazione, garantendo tempi di lavorazione più lunghi e una migliore reazione chimica nelle malte. - Resistenza allo scivolamento: rendono più semplice l’applicazione di materiali su superfici verticali senza colature. - Flessibilità e facilità d’uso: polveri facilmente disperdibili in acqua, compatibili con molti sistemi chimici. - Compatibilità ambientale: partendo da una base naturale rinnovabile, si inseriscono perfettamente nei modelli di economia circolare e nei progetti di bioedilizia. Gli eteri di cellulosa e il riciclo: tra biodegradabilità e circolarità Uno dei temi centrali nella ricerca attuale riguarda la fine vita degli eteri di cellulosa e la loro compatibilità con i processi di riciclo. Sebbene siano derivati naturali, la presenza di gruppi eterei ne modifica la biodegradabilità rispetto alla cellulosa pura. Tuttavia, numerosi studi hanno confermato che molti eteri di cellulosa, in particolare quelli con basso grado di sostituzione, sono comunque biodegradabili in condizioni ambientali o industriali controllate (es. compostaggio). In ambito industriale, la possibilità di reimpiegare gli scarti di produzione o i residui di eteri di cellulosa in nuovi cicli produttivi sta diventando realtà, grazie anche all’adozione di processi di depolimerizzazione o riutilizzo in miscele a basso impatto ambientale. In particolare, l’uso di questi materiali nei compositi polimerici biodegradabili rappresenta un’interessante opportunità per un riciclo “upcycling”, cioè la valorizzazione di un residuo in un prodotto di qualità superiore. Conclusioni: verso una filiera sostenibile dei polimeri naturali Gli eteri di cellulosa incarnano un perfetto equilibrio tra tecnologia, sostenibilità e performance industriale. La loro versatilità, l’origine rinnovabile e le prospettive di riciclo ne fanno una delle soluzioni più promettenti per l’edilizia verde, le vernici sostenibili e l’innovazione nei materiali polimerici avanzati. In un’epoca in cui la domanda di materiali performanti e al tempo stesso ecologici è sempre più pressante, gli eteri di cellulosa rappresentano una risposta concreta, sostenuta da una robusta base scientifica e da applicazioni ormai consolidate nel mondo produttivo.© Riproduzione Vietata Fonti principali R.M. Rowell, "Handbook of Wood Chemistry and Wood Composites" (CRC Press, 2022). G. Heinze, "Cellulose Derivatives: Synthesis, Structure, and Properties," in Polysaccharides, 2021. Y. Habibi et al., "Cellulose-Based Hydrogels: Synthesis, Properties and Applications," Carbohydrate Polymers, vol. 261, 2021. M. Vehviläinen et al., "Biodegradation of Cellulose Ethers in Industrial Composting," Waste Management, 2023. S. Gurgel et al., "Recent Advances on the Use of Cellulose Derivatives in the Building Industry," Construction and Building Materials, vol. 315, 2022. European Polysaccharide Network of Excellence (EPNOE), "Cellulose Ethers: Environmental Impact and Industrial Use," Technical Report, 2023.

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https://www.rmix.it/ - Emergenza Pfas nelle Materie Plastiche e negli Imballaggi: C'è una soluzione?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Emergenza Pfas nelle Materie Plastiche e negli Imballaggi: C'è una soluzione?
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Pfas nelle materie plastiche e negli imballaggi: sono composti chimici non presenti in natura, non biodegradabili e nocivi alla salute di Marco ArezioCome tutte le medaglie che si rispettano, anche i Pfas, acronimo delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, hanno il loro lato luccicante e il loro lato oscuro. I composti chimici di queste famiglie, che se ne contano circa 4700, sono stati creati in laboratorio e largamente utilizzati dagli anni 50 nell'industria del packaging alimentare, nei pesticidi, nelle padelle antiaderenti, nei contenitori di cartone, nelle schiume antincendio, negli shampoo, nelle vernici, nei prodotti antimacchia e in molte altre applicazioni. Nelle materie plastiche li troviamo sotto forma di elastomeri (Fluoruro di vinilidene, Fluorurati in generale, Tetrafluoroetilene) o nei materiali polimerici (Sale di magnesio-sodio-fluoruro dell'acido silicico). I vantaggi di queste sostanze, applicate ai prodotti finiti, sta nella loro idrorepellenza, oleo-repellenza e termo-resistenza, che ci permettono di rendere, per esempio, una giacca impermeabile, di non far attaccare un uovo alla padella, di non sporcarci si maionese o sostanze oleose quando mangiamo un panino imbottito contenuto in un involucro di carta e di non farci sporcare le mani al cinema quando mangiamo i popcorn. Il loro legame chimico composto dal fluoro e dal carbonio rende, la molecola risultante, un elemento oggi insostituibile nelle applicazioni industriali, ma lo rende anche non biodegradabile ed estremamente pericoloso, in quanto è inodore, insapore e incolore. Queste caratteristiche gli permettono di disperdersi facilmente nelle acque, nel suolo e nell'aria, rimanendo a danneggiare l'ambiente e la salute dell'uomo per molto tempo. Le piante assorbono i Pfas attraverso l'acqua di irrigazione, li cedono ai frutti e agli animali, di cui si cibano e così, magicamente finiscono sulle nostre tavole e nel nostro corpo. Dal punto di vista della salute molti studi hanno dimostrato che l'accumulo di queste sostanze nel corpo umano possono favorire aborti spontanei, alterare la fertilità, provocare cancro al testicolo, alla tiroide e ai reni. Quali sono i mezzi oggi a disposizione per difenderci dall'inquinamento subdolo degli Pfas? Allo stato attuale non sono molti: possiamo contare sui filtri a carboni attivi in cui la porosità del carbone filtrante ha dimostrato una certa efficacia nell'intercettare i Pfas, ma non è un sistema efficace su tutte le molecole. Ma ancora una volta, la biochimica, ci potrebbe dare una risposta al problema in quanto un team di ricercatori Americani ha scoperto un batterio, chiamato Acidimicrobium A6, che avrebbe la caratteristica di spezzare il legame tra il fluoro e il carbonio nei Pfas. Il batterio è stato scoperto in una palude Americana e studiato a lungo a seguito della sua capacità di scindere l'ammonio, sfruttando il ferro presente nel terreno, senza l'impiego di ossigeno. Questa reazione denominata, Feammox, è stata riprodotta in laboratorio, dopo aver coltivato nuovi ceppi di batteri e sottoponendo le nuove famiglie ad altri tests relativi alle sostanze presenti nelle acque reflue. Dopo 100 giorni di coltura in acque contenenti, tra gli altri, anche i Pfas, si è notato che il batterio aveva la capacità di scomporre i due leganti principali, il fluoro e il carbonio, riducendoli per il 60%. La scoperta potrebbe essere interessante, non solo nei liquidi reflui contaminati da Pfas, ma anche nei terreni in quanto il batterio agisce in condizioni ipossiche, cioè di scarso ossigeno. Categoria: notizie - tecnica - pfas - packaging - imballaggi

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https://www.rmix.it/ - Sintesi e Caratterizzazione dei Poliesteri Biodegradabili: Soluzioni Innovative per il Futuro della Medicina
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Sintesi e Caratterizzazione dei Poliesteri Biodegradabili: Soluzioni Innovative per il Futuro della Medicina
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Materiali Rivoluzionari per Applicazioni Biomedicali: Un'Analisi Approfondita sui Poliesteri Biodegradabilidi Marco ArezioNegli ultimi anni, i poliesteri biodegradabili si sono affermati come una delle soluzioni più promettenti nel campo della medicina. Grazie alla loro capacità di degradarsi in maniera controllata e sicura all’interno dell’organismo, questi materiali stanno rivoluzionando settori come l’ingegneria tissutale, i sistemi di rilascio di farmaci e gli impianti chirurgici. Questo articolo si propone di approfondire i processi di sintesi, le tecniche di caratterizzazione e le principali applicazioni di questi polimeri, mettendo in luce anche le sfide e le opportunità future nel settore. Un’Introduzione ai Poliesteri Biodegradabili I poliesteri biodegradabili rappresentano una classe di polimeri sintetici e semi-sintetici capaci di degradarsi in prodotti innocui grazie a processi biologici. Queste caratteristiche li rendono particolarmente adatti per utilizzi in campo biomedicale, dove è fondamentale garantire un’eliminazione sicura dei materiali impiegati. Tra i poliesteri più studiati si annoverano l’acido polilattico (PLA), il poliglicolico (PGA), il policaprolattone (PCL) e i copolimeri derivati da queste molecole. L’interesse verso questi materiali è cresciuto notevolmente con l’evolversi della scienza dei materiali e della chimica dei polimeri. I poliesteri biodegradabili non sono solo biocompatibili, ma possono anche essere progettati per adattarsi a specifiche esigenze mediche, rendendoli una scelta versatile e innovativa. Come Nascono i Poliesteri Biodegradabili: Metodi di Sintesi La sintesi dei poliesteri biodegradabili può avvenire attraverso diverse tecniche, ciascuna con caratteristiche peculiari che le rendono adatte a specifici contesti applicativi. Tra i metodi più diffusi troviamo: - Polimerizzazione a condensazione, un processo in cui dioli e diacidi organici reagiscono per formare catene polimeriche, con la necessità di rimuovere sottoprodotti come acqua o alcoli per ottenere materiali ad alto peso molecolare. - Polimerizzazione a apertura d’anello (ROP), una tecnica largamente impiegata per poliesteri come il PLA e il PCL. Questa metodologia utilizza monomeri ciclici che, grazie all’azione di catalizzatori, si aprono e si uniscono per formare lunghe catene polimeriche. - Sintesi enzimatica, un approccio innovativo e sostenibile che utilizza enzimi, come le lipasi, per facilitare la polimerizzazione in condizioni più delicate, riducendo l’uso di catalizzatori chimici potenzialmente dannosi. Caratterizzare i Poliesteri per Comprenderne il Comportamento Per garantire l’efficacia dei poliesteri biodegradabili in campo medico, è essenziale analizzarne a fondo le proprietà. Diverse tecniche vengono impiegate per caratterizzare questi materiali: - Analisi termiche come la calorimetria a scansione differenziale (DSC) e l’analisi termogravimetrica (TGA) permettono di studiare le transizioni termiche e la stabilità dei polimeri. - Tecniche spettroscopiche, tra cui l’FTIR e l’NMR, sono fondamentali per identificare i gruppi funzionali e analizzare la struttura chimica. - Microscopia elettronica (SEM) consente di osservare la morfologia superficiale e i cambiamenti indotti dalla degradazione. - Test meccanici, infine, valutano le prestazioni del materiale in termini di resistenza e flessibilità, fattori critici per applicazioni come suture e scaffold. Applicazioni dei Poliesteri in Medicina La versatilità e la biocompatibilità dei poliesteri biodegradabili ne fanno dei candidati ideali per molteplici applicazioni biomedicali. Alcuni esempi includono: - Sistemi di rilascio di farmaci, dove poliesteri come il PLA e il PLGA vengono utilizzati per creare microsfere o matrici in grado di rilasciare farmaci in modo controllato, migliorandone l’efficacia terapeutica. - Ingegneria tissutale, con scaffold tridimensionali che favoriscono la rigenerazione di tessuti grazie a una struttura porosa e personalizzabile. - Suture e impianti biodegradabili, ampiamente impiegati in chirurgia per la loro capacità di dissolversi gradualmente senza necessità di rimozione. Le Sfide e le Opportunità Future Nonostante i progressi compiuti, il settore dei poliesteri biodegradabili deve affrontare diverse sfide. La principale riguarda il controllo preciso del tasso di degradazione, che deve essere adattato alle specifiche esigenze applicative. Inoltre, è cruciale garantire la compatibilità immunologica e sviluppare metodi di produzione sostenibili e scalabili. Le prospettive future sono comunque promettenti. Tecnologie avanzate come la stampa 3D e l’integrazione di polimeri “intelligenti”, capaci di rispondere a stimoli esterni, stanno già aprendo nuove possibilità nel campo biomedicale. Conclusioni I poliesteri biodegradabili rappresentano un pilastro per lo sviluppo di soluzioni innovative in campo medico. Grazie alle loro caratteristiche uniche e alla possibilità di personalizzazione, questi materiali offrono un vasto potenziale per migliorare la qualità delle cure e ridurre l’impatto ambientale dei dispositivi medici. Ulteriori ricerche e innovazioni saranno fondamentali per superare le sfide attuali e massimizzare i benefici di questi straordinari polimeri. Parole chiave: poliesteri biodegradabili, materiali biomedicali, PLA, ingegneria tissutale, rilascio controllato di farmaci, innovazione medica.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cartone Ondulato da Imballo: Dimensioni e Direzione delle Fibre
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cartone Ondulato da Imballo: Dimensioni e Direzione delle Fibre
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La qualità e la resistenza di un cartone ondulato da imballo passa dalla corretta disposizione delle fibre e dalla loro dimensionedi Marco ArezioQuante volte ci sono arrivati, recapitati a casa, i prodotti che abbiamo comprato su internet racchiusi in una scatola di cartone, quante volte nella nostra azienda utilizziamo le scatole, più o meno grandi, per imballare i nostri prodotti da vendere, quante volte facciamo ordine mettendo nelle scatole di cartone le nostre cose. Un tipo di imballo comodo, semplice da usare, duraturo nel tempo ed anche circolare, in quanto facilmente maneggiamo scatole in cartone ondulato fatte con carta prevalentemente riciclate e riciclabili. In un ambito più professionale, quindi in azienda, la qualità degli imballi, qualsiasi essi siano, ricopre un’importanza sostanziale, non solo per presentare i nostri prodotti ai clienti, ma per proteggerli durante il trasporto e lo stoccaggio in magazzino. Come viene prodotto il cartone ondulato riciclato? Per realizzare il prodotto finito partiamo dalla sua origine, quindi vediamo come di realizzano i fogli che costituiranno il cartone ondulato riciclato, facendo un passo indietro fino in cartiera. Infatti è li dove viene la storia ha inizio, utilizzando, come materia prima, il cartone che deriva dalla raccolta differenziata, che compone la parte preminente della ricetta, aggiungendo poi di una piccola parte di fibre di carta vergine, per aumentare la qualità del prodotto finito. La tipologia di ricetta descritta non esaurisce le possibilità di trovare altre miscele, in quanto un cartone ondulato può essere anche prodotto al 100% con il materiale da riciclo o con percentuali di esso più basse. Una volta inserita la materia prima nell’impianto di lavorazione, viene aggiunta acqua e altre sostanze adatte al trattamento, iniziando così un mescolamento della materia prima che porta alla creazione di una pasta fluida, in cui troviamo un elemento di cruciale importanza per la qualità del futuro prodotto finito che sono le fibre. Infatti, sia il cartone da riciclo che la materia prima naturale, che viene dagli alberi, ne contengono di diverse tipologie e costituiscono l’asse portante delle future scatole in cartone ondulato. Una volta realizzata la pasta di carta la si stende, in strati sottili, variabili in base alle richieste commerciali, su piani di lavoro per poi essere inviati all’essicazione dei fogli. Raggiunta l’essicazione corretta i fogli piani vengono interposti ad uno ondulato, realizzato appositamente attraverso l’utilizzo di un’azione meccanica di piegatura coadiuvata dal vapore. I vari strati verranno poi incollati tra loro utilizzando delle colle vegetali derivate dalla fecola di patate o dall’amido di mais. Come si forma la direzione delle fibre e perché è così importante Durante la creazione della pasta, attraverso il movimento della macchina e la presenza dell’acqua, si gioca la partita più importante in merito alla qualità futura del cartone, infatti, con questa operazione si viene a formare la direzione delle fibre che, insieme alla loro lunghezza, determineranno il risultato qualitativo del prodotto. Le fibre sono, come detto, un’armatura per il foglio di carta o di cartone, lo strumento portante del prodotto e, la loro disposizione ne determina la resistenza meccanica monodirezionale o bidirezionale. Infatti se le fibre sono orientare in modo parallele è possibile lacerare il foglio nel senso della direzione delle stesse, ma risulta difficoltoso ed irregolare nel senso opposto. Inoltre, se le fibre non hanno un andamento parallelo ma difformemente distribuito, la resistenza meccanica si ottiene nei due sensi di strappo. Questo non vale solo per la divisione dei due lembi del cartone o della carta, ma anche sulla sua facoltà nell’essere piegato, infatti se non consideriamo la disposizione delle fibre, durante la piegatura di un’ala della scatola, ad esempio, questa risulterà imperfetta e difficoltosa, sia manualmente che attraverso le imballatrici. Quale sono le differenze tra l’uso di fibre lunghe e fibre corte Non tutte le fibre sono uguali: ci sono quelle più sottili, più lunghe più irregolari, molto porose, per nulla porose, con nodi, di forma appuntita o cilindrica e molte altre. Per semplificare, in merito a quale fibra sarebbe meglio utilizzare per produrre una scatola in cartone ondulato, possiamo dire che le fibre lunghe sono quelle più adatte allo scopo, in quanto possiedono una maggiore resistenza e durezza, dovendo realizzare un piano il più possibile rigido. Per completezza possiamo indicare le fibre corte sono un’ottima soluzione per creare carte morbide e cedevoli, che vengono usate per molteplici usi. Utilizzo della carta riciclata per produrre il cartone riciclato Come abbiamo visto, una buona qualità di carta per la realizzazione delle scatole per il packaging, deve impiegare una pasta che contenga una sufficiente quantità di fibre lunghe per armare la struttura. Per poter arrivare alla corretta ricetta, per contenere i costi e per contribuire all’impiego dei rifiuti di carta e cartone che quotidianamente produciamo, la produzione utilizza una buona parte di cartone riciclato. Le operazioni di riciclo comportano, nel tempo, un certo dilavamento delle fibre, con la conseguenza che il loro apporto nella ricetta per la produzione del cartone da imballo, con i vari cicli di trattamento, potrebbe diminuire. In questo caso diventa necessario ricorrere all’aggiunta di fibre vergini per poter bilanciare la diminuzione causata dal riciclo. Categoria: Informazioni tecniche - packaging- cartone - carta - riciclo

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https://www.rmix.it/ - Regolamento (UE) 2023/2055: Nuove Regole per chi Produce, Distribuisce o Utilizza Pellet, Flakes e Polveri di Plastica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Regolamento (UE) 2023/2055: Nuove Regole per chi Produce, Distribuisce o Utilizza Pellet, Flakes e Polveri di Plastica
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Il nuovo regolamento europeo sulle microplastiche cambia il modo in cui le imprese della plastica devono gestire produzione, uso e trasporto di pellet, fiocchi e polveridi Marco ArezioCon l’approvazione del Regolamento (UE) 2023/2055, l’Unione Europea ha introdotto una delle misure più significative degli ultimi anni nella lotta contro la dispersione delle microplastiche. La norma modifica l’Allegato XVII del Regolamento REACH, aggiungendo una restrizione che riguarda direttamente tutti gli operatori che producono, distribuiscono o utilizzano pellet, flakes e polveri di plastica. Il suo obiettivo è prevenire le perdite accidentali di microparticelle nell’ambiente e migliorare la tracciabilità lungo la catena di approvvigionamento industriale. Si tratta di un passaggio cruciale per la sostenibilità del comparto plastico, poiché per la prima volta viene riconosciuta la responsabilità diretta di chi maneggia o trasforma polimeri in forma granulare o pulverulenta. Dal 2025 la normativa diventerà pienamente operativa, introducendo obblighi concreti di informazione, prevenzione, controllo e comunicazione dei dati alle autorità europee. Cosa prevede la restrizione sulle microplastiche Il regolamento stabilisce che le microparticelle di polimeri sintetici rientrano nel campo di applicazione quando hanno dimensioni inferiori a 5 millimetri e contengono almeno l’1% di polimero solido. Sono comprese le particelle sferiche, i fiocchi e le polveri derivanti da processi di produzione, taglio o triturazione dei materiali plastici. L’obiettivo è ridurre le emissioni di microplastiche, sia quelle intenzionali (aggiunte a prodotti come cosmetici o abrasivi), sia quelle involontarie, generate durante la manipolazione industriale di pellet o scarti di produzione. Le imprese dovranno quindi adottare misure tecniche e organizzative per limitare al minimo la dispersione dei materiali, e documentare ogni fase del processo per garantire la trasparenza delle informazioni trasmesse ai clienti e alle autorità competenti. Chi è coinvolto nella filiera della plastica Il Regolamento (UE) 2023/2055 riguarda tutti gli operatori della catena del valore della plastica, indipendentemente dalle dimensioni aziendali o dal ruolo specifico nel processo produttivo. - Produttori di pellet, flakes o polveri di plastica: devono fornire ai clienti istruzioni chiare sull’uso e lo smaltimento dei materiali, segnalando eventuali rischi di dispersione - Utilizzatori industriali (trasformatori, compounders, stampatori, riciclatori): devono raccogliere dati sulle quantità utilizzate, stimare le perdite ambientali e comunicare annualmente i risultati all’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) - Distributori e importatori: devono assicurarsi che le forniture siano accompagnate dalla corretta documentazione e che i prodotti rispettino i requisiti del regolamento - Trasportatori e operatori logistici: dovranno adottare pratiche di movimentazione sicura per prevenire perdite durante il trasporto o lo stoccaggio L’intera filiera sarà dunque soggetta a nuove forme di responsabilità condivisa, con particolare attenzione alla tracciabilità dei materiali plastici in ogni fase del ciclo operativo. Obblighi, scadenze e nuove procedure operative La normativa prevede una serie di scadenze progressive. Dal 17 ottobre 2025, i fornitori di microparticelle dovranno fornire informazioni specifiche ai clienti su quantità, composizione e modalità di gestione delle plastiche in forma granulare o pulverulenta. Dovranno inoltre indicare una dichiarazione standard che richiami la conformità al Regolamento (UE) 2023/2055. A partire dal 2026 scatterà l’obbligo di reporting annuale all’ECHA, con la raccolta e trasmissione di dati su: - quantità di microplastiche prodotte o utilizzate - tipologia di polimeri impiegati - stima delle perdite ambientali - misure di mitigazione adottate L’obiettivo è creare un sistema di monitoraggio europeo sulla gestione delle microparticelle plastiche, in grado di individuare le criticità operative e ridurre progressivamente le emissioni non intenzionali. Come prevenire le perdite di pellet e polveri Per adeguarsi al regolamento, le imprese dovranno adottare un approccio sistematico alla prevenzione delle perdite. Le aree più critiche sono le fasi di carico e scarico dei materiali, lo stoccaggio, la pulizia dei silos e la movimentazione interna. Tra le misure più efficaci: - installazione di sistemi di contenimento e raccolta durante la movimentazione - formazione del personale per la corretta manipolazione dei materiali - uso di impianti chiusi per il trasporto pneumatico dei pellet - predisposizione di procedure di emergenza in caso di dispersioni accidentali - introduzione di filtri e barriere nei punti di scarico per impedire la fuoriuscita verso le reti fognarie L’adozione di tali pratiche diventerà presto un requisito indispensabile anche nel quadro del futuro Regolamento europeo sulla perdita di pellet, attualmente in discussione. Impatti economici e gestionali per le imprese L’adeguamento al Regolamento 2023/2055 comporta un cambiamento rilevante nella gestione delle attività industriali. Le aziende dovranno investire in sistemi di controllo, raccolta dati e monitoraggio, con costi iniziali che potranno essere compensati nel tempo da una maggiore efficienza operativa e da una riduzione dei rischi ambientali. Le principali ricadute riguardano: - incremento della documentazione tecnica da fornire ai clienti e alle autorità - necessità di audit periodici interni e, in futuro, di certificazioni da parte di enti terzi - maggiore responsabilità contrattuale nei confronti dei fornitori e dei trasportatori - opportunità competitive per chi dimostra conformità anticipata e capacità di gestione sostenibile dei materiali In prospettiva, le imprese più virtuose potranno valorizzare la conformità come elemento di reputazione ambientale e vantaggio commerciale, soprattutto nei settori che privilegiano la trasparenza e la sostenibilità ESG. Roadmap per l’adeguamento alla normativa Per affrontare la transizione normativa in modo efficace, le aziende possono seguire una roadmap in cinque fasi operative: - Analisi iniziale (gap analysis) – Mappare i punti di utilizzo e movimentazione dei pellet, valutando le aree di rischio e i dati disponibili - Raccolta dei dati e stima delle perdite – Identificare fonti di emissione, installare sistemi di misura e predisporre registri di controllo - Documentazione tecnica – Redigere le dichiarazioni, le etichette, le schede di sicurezza e le istruzioni operative richieste - Adeguamento impiantistico e formativo – Migliorare gli impianti di contenimento e formare il personale sulle nuove procedure - Audit e monitoraggio continuo – Verificare periodicamente la conformità, aggiornare i report e migliorare le prestazioni ambientali Questa pianificazione progressiva consente di gestire la complessità normativa senza interrompere le attività produttive e di prevenire eventuali non conformità future. Verso una plastica responsabile e tracciabile Il Regolamento (UE) 2023/2055 rappresenta un cambio di paradigma per il settore plastico: da un approccio basato sulla produzione alla logica della responsabilità ambientale integrata. L’attenzione non è più solo sulla fase di trasformazione o riciclo, ma sull’intero ciclo di vita dei materiali, compresi gli scarti di processo e le polveri di lavorazione. Per le imprese, questo significa sviluppare un modello industriale fondato su prevenzione, tracciabilità e trasparenza, valori che si allineano ai principi dell’economia circolare. Chi saprà anticipare i cambiamenti potrà trasformare un obbligo normativo in un’opportunità strategica: ridurre le perdite, migliorare l’efficienza e rafforzare la fiducia del mercato verso un comparto plastico più pulito, controllato e sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Come Scegliere un HDPE Riciclato da Soffiaggio senza Odori per l’Automotive
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Scegliere un HDPE Riciclato da Soffiaggio senza Odori per l’Automotive
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Come Scegliere un HDPE Riciclato da Soffiaggio senza Odori per l’Automotivedi Marco ArezioL’uso dell’HDPE riciclato per il soffiaggio si sta moltiplicando nelle aziende che fino a pochi anni fa rinnegavano il materiale riciclato, bollandolo come uno scarto, un rifiuto, dalle scarse qualità tecniche, estetiche e d’immagine.Per fortuna molte cose sono cambiate dentro e fuori le aziende, così che l’HDPE riciclato da soffiaggio è passato nel giro di qualche anno da reietto a prodotto di grande interesse, pratico e mediatico. Senza dubbio ci sono stati anche notevoli miglioramenti tecnici sugli impianti che caratterizzano la filiera produttiva del riciclo, tanto che molte delle problematiche classiche che si riscontravano nell’uso dell’HDPE riciclato durante la produzione di articoli soffiati, in parte sono state risolte. Molto ha fatto anche un diverso approccio sia dell’acquirente della materia prima che del consumatore finale, che hanno perso quella criticità relativa ad un articolo fatto con materiale riciclato. Ma nel campo del riciclo ci sono ancora flussi di HDPE che possono presentare problemi qualitativi, estetici e di odore. In relazione all’odore contenuto nei flaconi da riciclare, materia prima da post consumo utilizzata per la realizzazione del granulo da soffiaggio, sicuramente il più persistente è quello che deriva dai detersivi, infatti nonostante il lavaggio, anche accurato dei flaconi da riciclare, l’odore di tensioattivo rimane in modo quasi indelebile. Se nel settore del packaging la rimanenza di odore di detersivo è sempre più tollerato, ma in altri settori, come quello dell’automotive, è una forte discriminante. Nell’ottica dell’economia circolare, l’impiego di granuli in HDPE riciclato che provengano dal post consumo è diventato una vera necessità per l’ambiente, in quanto è indispensabile riutilizzare il più possibile la plastica a fine vita, per evitare che finisca in rifiuto. Sul mercato esistono dei granuli in HDPE neutri od opacizzati, che non hanno al loro interno odori di detersivo, alimentari o di altre fragranze (o puzze), rendendoli così adatti ad un uso più professionale. Per esempio i condotti dell’aria nel settore automotive, possono essere realizzati con granuli in HDPE riciclati, ma non devono attribuire all’aria che ci passa all’interno, odori sgradevoli o persistenti. L’input di questi granuli è costituito da una mono plastica (solo HDPE) che non viene a contatto con altri rifiuti e quindi non ne assorbe, durante il ciclo di immagazzinamento, trasporto nei sacchi e riciclo finale, le contaminazioni classiche che danno origine agli odori pungenti e persistenti della raccolta differenziata. Con questi materiali, neutri od opacizzati, si possono soffiare bocchettoni di aerazione, o altri parti nel settore dell’automotive, che non presentano odori sul prodotto finito, riuscendo a coniugare qualità, circolarità ed esigenze tecniche. In ogni caso, i granuli in ingresso, si possono testare attraverso una semplice analisi sull’impronta degli odori contenuti, attraverso un test di gas cromatografia a mobilità ionica, che in soli 20 minuti ci può dare una fotografia sui componenti chimici dei granuli, in relazione a possibili odori durante le fasi di soffiaggio dell’articolo o una volta posizionato nel veicolo. Questi dati rilasciati dalla prova non sono empirici, come il test fatto con il naso da un gruppo di persone, ma sono del tutto analitici, precisi ed inconfutabili.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - soffiaggio - post consumo - automotive - odori Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Come Migliorare lo Stampaggio di Articoli Plastici Non Estetici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Migliorare lo Stampaggio di Articoli Plastici Non Estetici
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Considerazioni sulla produzione e l’utilizzo del granulo in PO (PP/PE)di Marco ArezioI prodotti finiti non estetici, destinati prevalentemente al mercato dell'usa e getta, erano normalmente realizzati con compound di polipropilene, formati da una miscela di PP e PE (polipropilene + polietilene) provenienti dalla granulazione dei rifiuti della raccolta differenziata. Se consideriamo i bancali in plastica o i distanziatori per i ferri di armatura o le casse per ortofrutta, per fare solo alcuni esempi, il mix tra le due famiglie di polimeri ha permesso di produrre compound la cui percentuale di PP nella miscela poteva variare dal 30-40% al 60 -70%, a seconda della ricetta prevista. L'indice di fusione a 230°/2,16 kg. variava da 3 a 6 se il prodotto non aveva cariche minerali aggiunte. Le caratteristiche del granulo prodotto e, conseguentemente del manufatto finale, esprimono una buona prestazione per quanto riguarda la resistenza alla compressione ed una meno eccellente per quanto riguarda la resistenza alla flessione. Per quanto riguarda la capacità di ricevere i colori nella fase di estrusione del granulo o durante le fasi di stampaggio del prodotto finale, si può notare che la gamma dei colori medio-scuri sia quella più appropriata, anche in virtù del fatto che la base del semilavorato da post consumo da trasformare in granulo è solitamente grigio scura. Oggi il PO, che identifica la miscela poliolefinica proveniente dalla raccolta differenziata, ha assunto una composizione diversa rispetto al passato a causa delle maggiori performance degli impianti di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che tendono a massimizzare il prelievo, dal mix PP/PE, della frazione di polipropilene. Questo succede perché la richiesta di polimeri sul mercato tende a privilegiare i composti singoli che siano essi di PP o di HDPE o di LDPE. La tendenza produttiva sopra descritta, comporta di dover lavorare su un mix PP/PE qualitativamente meno performante rispetto al passato, perché sono stati alterati gli equilibri tra le tre famiglie, PP, HD, e LD che costituivano il PO in passato. Inoltre, l'aumento della produzione sia del rifiuto da lavorare che della richiesta di un granulo da compound PP/PE, ha spinto alcuni impianti di trattamento rifiuti plastici ad accelerare la fase di lavaggio per recuperare produttività, diminuendo la qualità del densificato e del macinato necessari per produrre il granulo. Possiamo elencare alcune criticità della produzione dei compound PO: • aumento di LD% a scapito di HD nel mix poliolefinico • peggioramento della qualità del lavaggio in ingresso dovuto all'aumento dei volumi da trattare e alla diversa % di polimeri in ricetta • aumento della presenza di bioplastiche all'interno della frazione selezionata che dà problemi nella qualità del granulo • aumento dell'utilizzo sul mercato di imballaggi realizzati con plastiche miste che coinvolgono una percentuale maggiore di materiali multistrato, come alcune etichette, che difficilmente convivono con il PO tradizionale. Rispetto a questi cambiamenti nella composizione base del PO e della sua lavorazione, dovremo affrontare problematiche da gestire nella fase di produzione del granulo e nella fase di stampaggio, al fine di minimizzare gli impatti negativi della qualità di cui il granulo è composto. Per quanto riguarda la produzione, si dovrebbe intervenire: • sui tempi di lavaggio e di asciugatura del semilavorato • sulla dimensione delle vasche di lavaggio • sulla gestione dell'acqua (pulizia e ricambio) • sulla ricetta del composto PO per granulazione • sulla filtrazione Per quanto riguarda la fase di stampaggio, si dovrebbe intervenire: • sulle temperature della macchina • sulla fase di essiccazione del granulo • sulla verifica del raffreddamento dello stampo L'intervento tecnico su queste criticità porta ai seguenti miglioramenti: • maggiore resistenza alla flessione del prodotto finale • miglioramento delle superfici estetiche con riduzione o scomparsa delle sfiammature sul prodotto finito • miglioramento dell'omogeneità del colore • riduzione del cattivo odore del granulo e del prodotto finito • aumento della durata delle viti e dei cilindri in fase di granulazione e negli stampi ad iniezione • luoghi di lavoro più salubri durante le fasi di fusione della plastica

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https://www.rmix.it/ - Bisfenolo A negli Imballi Alimentari: il Parere dell'EFSA
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Bisfenolo A negli Imballi Alimentari: il Parere dell'EFSA
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Bisfenolo A negli Imballi Alimentari: il Parere dell'EFSAdi Marco ArezioCome abbiamo già avuto modo di trattare nell'articolo "Rivestimenti polimerici per imballi alimentari in metallo" il massiccio ricorso ai prodotti alimentari preconfezionati, siano essi con imballi di metallo, di plastica o di altri materiali, pone l'interrogativo delle possibili sostanze chimiche, potenzialmente pericolose per la salute umana, che si potrebbero generare all'interno della confezione.Alcune di queste sostanze possono essere generate dall'effetto cedente dei materiali da imballo verso il cibo, altre riguardano la cessione di sostanze chimiche che si generano dagli alimenti stessi a causa dell'imballo.Infatti, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha riesaminato i rischi da Bisfenolo A (BPA) negli alimenti proponendo di abbassare considerevolmente la dose giornaliera tollerabile (DGT) rispetto a quella della sua precedente valutazione del 2015. Le nuove conclusioni dell'EFSA sul BPA vengono esposte in una bozza di parere scientifico disponibile a pubblica consultazione fino al 22 febbraio 2022. Tutte le parti interessate sono invitate a parteciparvi. La DGT è la stima della quantità di una sostanza (espressa in rapporto al peso corporeo in kg) che può essere ingerita quotidianamente nel corso dell’esistenza senza rischi degni di nota. Nella sua valutazione del rischio da BPA del 2015, l'EFSA aveva stabilito una DGT temporanea di 4 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Nella sua bozza di valutazione ex novo del BPA, pubblicata oggi, il gruppo di esperti dell'EFSA sui materiali a contatto con gli alimenti, gli enzimi e i coadiuvanti tecnologici (gruppo CEP) ha stabilito una DGT di 0,04 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. L'abbassamento della DGT è il risultato della valutazione di studi apparsi nella letteratura dal 2013 al 2018, in particolare quelli che evidenziano effetti avversi del BPA sul sistema immunitario: in studi su animali si è osservato un aumento del numero di cellule "T-helper", un tipo di globuli bianchi che svolge un ruolo fondamentale nei meccanismi immunitari cellulari e che, se aumenta, può portare allo sviluppo di infiammazioni polmonari allergiche. Confrontando la nuova DGT con le stime dell'esposizione dei consumatori al BPA tramite l'alimentazione, l'EFSA conclude che sia l'esposizione media che quella elevata al BPA superano la nuova DGT in tutte le fasce di età, dando così adito a preoccupazioni di termini di salute. Un approccio sistematico Il dr. Claude Lambré, presidente del gruppo CEP, ha dichiarato: "Questa bozza aggiornata è il risultato di un’accurata valutazione durata diversi anni. Abbiamo applicato un approccio sistematico per selezionare e valutare le evidenze disponibili. I nuovi studi scientifici apparsi nella letteratura ci hanno aiutato ad affrontare importanti elementi di incertezze circa la tossicità del BPA". L'EFSA ha già valutato la sicurezza del BPA destinato a materiali a contatto con gli alimenti nel 2006 e nel 2015. Allora i suoi esperti riuscirono a stabilire solo una DGT temporanea in ragione di alcuni elementi di incertezza , sottolineando la necessità di colmare le lacune riscontrate nei dati.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - bisfenoloFonte: EFSA

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https://www.rmix.it/ - Il Packaging Attivo Moderno con Radici Millenarie
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Packaging Attivo Moderno con Radici Millenarie
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Studiare come l’imballo interagisce con il prodotto contenuto, di come il tempo, la struttura, la chimica fa evolvere questa relazionedi Marco ArezioIl packaging attivo attuale è ben definito dal regolamento CE 450/2009 che recita: “… per materiali e oggetti attivi destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari s’intendono materiali e oggetti destinati a prolungare la conservabilità o mantenere o migliorare le condizioni dei prodotti alimentari imballati. Essi sono concepiti in modo da incorporare deliberatamente componenti che rilasciano sostanze nel prodotto alimentare imballato o nel suo ambiente, o le assorbano dagli stessi”.Sembra essere una conquista dei nostri tempi quella di conservare meglio i prodotti all’interno degli imballi, che siano alimentari o di altri prodotti, facendoli, a volte interagire con l’imballo che li contengono. Questo significa preoccuparsi e studiare come l’imballo interagisce con il prodotto contenuto, di come il tempo, la struttura, la chimica fa evolvere questa relazione, verificandone alla fine i pro e i contro, sul prodotto che verrà utilizzato. In realtà il problema è già stato in qualche modo affrontato nel corso dei millenni passati, anche senza avere a disposizione i molteplici imballi di cui disponiamo oggi. Non c’era la plastica, l’alluminio, il Tetra Pack, ma il legno, il vetro e la ceramica si, e soprattutto attraverso le botti di legno, i nostri predecessori intuirono che la botte aveva una relazione stretta con la qualità finale del vino. Infatti intuirono che le botti di legno pregiato cedevano ai vini e ai distillati sostanze polifenoliche che miglioravano il colore, il sapore e l’aroma del prodotto. Oggi, con l’aumento delle tipologie di imballo a nostra disposizione, si sono moltiplicati anche i problemi che dobbiamo considerare e risolvere al fine di controllare le reazioni avverse tra imballo e prodotto e favorire quelle positive. Tra quelle indesiderate o dannose possiamo elencare: L’Umidita. Questa favorisce la proliferazione delle muffe e dei batteri in alcuni casi, mentre in altri è necessario controllare la respirazione aerobica dei vegetali e dei microrganismi. Per questi motivi è necessario agire in modo da poter controllare lo sviluppo dell’umidità nelle confezioni in base al tipo di prodotto contenuto. Per fare questo è possibile utilizzare sacchetti contenenti gel di silice, cloruro di calcio e ossido di calcio, oppure materiali multistrato contenenti composti igroscopici, come il Pitchit film. L’Ossigeno. E’ noto a tutti che la presenza di ossigeno faciliti la riduzione della durata dei prodotti alimentari conservati a seguito delle reazioni (ossidazioni chimiche ed enzimatiche, degradazione dei pigmenti e degli aromi) e dei metabolismi (respirazione aerobica, proliferazione di batteri aerobi, muffe e lieviti). Un sistema ampiamente usato è la conservazione dei cibi attraverso il sottovuoto, ma esistono altri metodi, come le bustine che assorbono l’ossigeno, costituiti da piccoli elementi che, attraverso una reazione chimica tra Fe metallico e O2, ne riducono la presenza all’interno dell’imballo. Questa metodologia non è applicabile a tutti gli imballi in quanto la reazione chimica è innescata in presenza di un certo grado di umidità e la presenza di ferro può interferire con i sistemi logistici automatizzati in presenza di metal detector. L’Etilene. L’etilene è un ormone vegetale che influenza il processo aerobico e la maturazione di molti frutti, pertanto la sua riduzione produce un rallentamento della maturazione del prodotto. Si possono inserire negli imballi delle sostanze capaci di adsorbire l’etilene, quali carbone attivo, gel di silice e zeoliti. Composti volatili derivanti dalla degradazione degli alimenti. Specialmente la degradazione lipidica e proteica degli alimenti produce delle sostanze volatili di odore sgradevole. Le aldeidi volatili (esanale, nonanale, ecc.) prodotte durante l’ossidazione dei lipidi insaturi, possono essere intercettate da composti chimici inseriti nei copolimeri poliolefinici (PE/PP). Esistono altre sostanze chimiche, come il solfuro di idrogeno (H2S) e i mercaptani (R-SH) volatili, che vengono generati dalla degradazione proteica, possono essere sequestrati con adsorbenti specifici. Ci sono poi delle sostanze protettive e migliorative che interagiscono con i prodotti contenuti negli imballi. Facendo una rapida carrellata possiamo citare: Gli Antiossidanti. Contenuti nei materiali plastici destinati alle produzioni per il packaging favoriscono un’azione protettiva nel tempo. Esistono anche antiossidanti naturali, come l’α-tocoferolo, che viene aggiunto nella produzione di film specifico per l’imballo. Gli Antimicrobici naturali. Sono sostanze deputate al controllo della proliferazione microbica negli alimenti che interagiscono con l’umidità e la temperatura all’interno dell’imballo a contatto con il prodotto fresco. Categoria: notizie - tecnica - plastica - packaging - imballo

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https://www.rmix.it/ - PMMA o Polimetilmetacrilato Riciclato: da Dove Viene e Cosa è?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare PMMA o Polimetilmetacrilato Riciclato: da Dove Viene e Cosa è?
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Caratteristiche, lavorazioni, applicazioni e sistemi di riciclo del PMMAdi Marco ArezioIl PMMA, o Polimetilmetacrilato, è una resina termoplastica che appartiene al gruppo dei tecnopolimeri, ottenuta dalla polimerizzazione del metacrilato (MMA). E’ comunemente considerato un vetro acrilico, in quanto vanta una migliore trasparenza rispetto al vetro tradizionale, tanto che in molte applicazioni è stato sostituito dal PMMA. La storia del PMMA nasce nel 1938 quando in Germania, a cura di Otto Rohm, viene immesso sul mercato il primo prodotto chiamato plexiglass. Come abbiamo detto, ha la caratteristica evidente della trasparenza, ma può mantenere, a differenza del vetro, anche un’ottima resistenza meccanica, che si realizza grazie a differenti mescole polimeriche, tanto che viene usato anche per la realizzazione di vetri di sicurezza. Quali sono le caratteristiche del PMMA • densità: 1,18 – 1,19 gr/cm3 • temperatura di fusione Tm: 105-160 °C • temperatura di transizione vetrosa Tg: 80-105 °C • buona rigidità • resistenza meccanica • resistenza all'impatto e durezza elevate. • buona resistenza a trazione • buoni valori di compressione e flessione • elevata stabilità ai raggi UV • ottima resistenza all’invecchiamento • sensibilità ai graffi e alle abrasioni • buona resistenza alle intemperie • ottime proprietà ottiche, di chiarezza e trasparenza • ottime proprietà elettriche • buona resistenza termica • resistenza chimica ai sali • resistenza agli idrocarburi alifatici • non resiste agli idrocarburi clorurati, acidi concentrati, nitro e vernici Come si lavora il PMMA Il Polimetilmetacrilato può essere lavorato attraverso l’estrusione e la termoformatura, che rappresentano due sistemi di lavorazione delle materie plastiche tradizionali. Ne esiste un terzo, chiamato per colatura, che viene impiegato normalmente per la produzione delle lastre in PMMA, utilizzando una pasta acrilica, definita “sciroppo”, ottenuta pre-polimerizzando il monomero di MMA in un reattore mediante agitazione. Applicazioni del PMMA Il Polimetilmetacrilato ha una vastissima area di applicazioni, in settori diversi e con innumerevoli prodotti che potremmo riassumere di seguito:  Edilizia  lastre per serramenti  vetrate infrangibili  lucernari  vasche da bagno  piatti per doccia  cabine per doccia  cabine per impieghi sanitari in genere  elementi di piscine  lavandini  lastre alveolari per serre  Illuminazione  insegne luminose per esterni  insegne per il traffico  targhe pubblicitarie  lettere luminose  targhe luminose per istruzioni  Settore trasporti  fanali per automobili  catarifrangenti  dischi per tachimetri  triangoli di segnalazione  fanali di lampeggiamento  parabrezza per aerei e impieghi spaziali  Settore medicale  filtri  parti di apparecchi per dialisi  contenitori per il sangue  impieghi ortopedici  protesi dentarie  imballaggio di cosmetici  lenti  Industria elettrica ed elettronica  interruttori  pulsanti di comando  memorizzatori ottici  CD e DVD  displays per cellulari  elementi in fibra ottica Come riciclare il PMMA Il riciclo del Polimetilmetacrilato inizia con la raccolta e la selezione dei prodotti a fine vita o degli sfridi di lavorazioni industriali, differenziandoli in base al colore così da creare fonti omogenee tra loro. A questo punto esistono due sistemi di riciclo: quello meccanico, come una normale poliolefina, e quello chimico, che punta alla depolimerizzazione del PMMA. Utilizzando il riciclo meccanico il materiale da riciclare viene macinato in dimensioni idonee per il successivo utilizzo e reimmesso nella produzione, per esempio delle lastre, attraverso il processo termico indotto da un estrusore. Utilizzando il riciclo chimico, gli scarti di PMMA subiranno un processo di depolimerizzazione, che consiste nella dissociazione delle molecole del materiale da riciclare. Dopo l’opportuna purificazione, si genera l’MMA, il quale, tramite reazione di polimerizzazione, dà vita al nuovo polimero rPMMA puro al 99%. Il ciclo è completamente ad impatto zero, in quanto il processo viene realizzato a circuito chiuso e tutti i sottoprodotti di questo processo chimico vengo riutilizzati all’interno del ciclo produttivo. Lo svantaggio del riciclo chimico è che alla fine del processo si avrà un rPMMA meno traslucido, avendo un costo di riciclo alto e un consumo energetico importante. Nomi commerciali comuni del PMMA Acridite ACRYLITE Acryvill Altuglas Amanite Cyrolite Green Cast LuciteOptix Oroglas Perspex Plexiglas R-Cast Setacryl Crylux TrespexZylar Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PMMA

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https://www.rmix.it/ - Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?
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Da molti anni gli alimenti possono essere porzionati attraverso un imballo costituito da una pellicola in PVCdi Marco ArezioE’ ormai nostra abitudine acquistare porzioni di cibo che il negoziante o la grande distribuzione confeziona attraverso una pellicola in PVC. Anche nelle nostre case, lotti parziali di cibo, vengono comunemente avvolti in queste pellicole per aumentare la durata della conservazione e salvaguardarne la qualità.Sebbene oggi esistano anche diverse pellicole per alimenti in PE, il mercato del PVC è ancora quello più importante per via di numerosi fattori tecno-economici. L’uso del polimero di PVC permette di realizzare una pellicola molto resistente, con una bassa permeabilità all’acqua e all’ossigeno, con una buona resistenza agli acidi e agli alcali diluiti. Inoltre, per un fatto del tutto pratico, le pellicole alimentari in PVC hanno una ottima capacità di confezionamento, saldandosi facilmente ad un piatto o ad una ciotola o su se stesso. Dal punto di vista economico, la presenza del cloro nel composto in PVC, fondamentale per la sua struttura chimica, riduce in modo sensibile il costo del prodotto finito, questo perché si configura un risparmio di etilene pari a circa il 50% rispetto all’uso del PE a parità di prodotto. Utilizzando il PVC è possibile inserire una serie di additivi che ne possono modificare le caratteristiche prestazionali, avendo la possibilità di creare, con un unico polimero, prodotti differenti. Vediamo gli additivi principali che vengono usati nell’industria del packaging: Agenti anti blocking: riducono la tendenza all’adesività • Agenti anti appannamento: promuovono la formazione di un velo di liquido omogeneo e continuo • Antimicrobici: prevengono la crescita di microrganismi • Antiossidanti: Prevengono la degradazione del film dovuta all’atmosfera • Antistatici: Riducono l’accumulo di cariche elettriche che attraggono la polvere • Agenti rigonfianti: vengono impiegati per produrre schiume da materie plastiche • Catalizzatori: fanno iniziare la polimerizzazione nella produzione di resine plastiche • Coloranti: permettono la colorazione delle pellicole • Agenti accoppianti: favoriscono l’accoppiamento tra i pigmenti e i polimeri • Ritardanti di fiamma: riducono l’infiammabilità dei materiali che sono combustibili • Stabilizzatori di calore: riducono la degradazione del PVC in acido cloridrico • Lubrificanti: Riducono adesività tra il PVC e le parti metalliche • Plastificanti: migliorano la flessibilità, la lavorabilità e la dilatabilità Tutti questi additivi, ma specialmente i plastificanti, sono soggetti ad una strettissima normativa per permetterne l’uso in ambito alimentare. C’è da considerare che in commercio esistono circa 300 tipologie di plastificanti e quelli approvati per l’uso alimentare, sono soggetti alla normativa di disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d’uso personale. Le sostanze che potrebbero trasferirsi dall’imballo all’alimento possiamo dividerle in tre categorie: Sostanze aggiunte: sono principalmente rappresentate dagli additivi del PVC sopra elencati • Residui: rappresentano parti di materiale polimerico con incomplete reazioni (monomeri, catalizzatori, solventi, adesivi ecc.) • Prodotti di neo formazione: sono sostanze che si originano dalla decomposizione spontanea dei materiali o durante le operazioni di trasformazione in manufatto Queste sostanze definite di neoformazione, sono molto variabili tra loro, in funzione di molti fattori chimico-fisici che si possono presentare e che possono influire sull’eventuale trasferimento di sostanze all’alimento di difficile gestione e risoluzione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole alimenti - PVC - packaging

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https://www.rmix.it/ - Come Verificare il Contenuto Riciclato nella Plastica: la Nuova Tecnologia che Può Cambiare il Packaging Europeo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Verificare il Contenuto Riciclato nella Plastica: la Nuova Tecnologia che Può Cambiare il Packaging Europeo
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Come si misura davvero la percentuale di plastica riciclata nei prodotti: norme ISO, standard europei, audit di filiera, mass balance e digital watermarks nel nuovo scenario UE del packagingAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura: 16 minutiIntroduzione Dire che un imballaggio “contiene plastica riciclata” è facile. Dimostrarlo in modo serio, ripetibile e difendibile davanti a clienti, autorità, auditor e mercato è molto più difficile. E oggi questa differenza conta più di ieri, perché la plastica è al centro delle nuove politiche europee sulla circolarità: il packaging rappresenta circa il 40% della plastica utilizzata nell’Unione e, nel 2022, ogni cittadino europeo ha generato 186,5 kg di rifiuti di imballaggio. Il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio, il PPWR, è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e la sua data generale di applicazione è fissata al 12 agosto 2026; tra i suoi obiettivi ci sono l’aumento dell’uso sicuro di plastica riciclata e la riciclabilità di tutti gli imballaggi entro il 2030. La vera domanda, quindi, non è soltanto quanta plastica riciclata c’è in un prodotto, ma come lo si dimostra davvero. La risposta corretta è meno intuitiva di quanto sembri: nella maggior parte dei casi la percentuale di riciclato non si legge “a occhio” né si certifica con un singolo test di laboratorio sul manufatto finito. Si costruisce invece attraverso una combinazione di definizioni normative, bilanci di massa, tracciabilità di filiera, riconciliazione dei volumi, audit di terza parte e, sempre più spesso, strumenti digitali che migliorano la separazione e la qualificazione del rifiuto in ingresso. Cosa significa davvero “contenuto riciclato” La base tecnica parte dalla definizione. In area ISO, il contenuto riciclato è definito come la proporzione, in massa, di materiale riciclato presente in un prodotto. ISO 14021 resta oggi uno dei riferimenti chiave per le autodichiarazioni ambientali e include anche i termini collegati a “pre-consumer material” e “post-consumer material”, cioè la distinzione tra materiale recuperato prima dell’uso da parte del consumatore finale e materiale proveniente dal post-consumo. Questo punto è decisivo, perché molte ambiguità di mercato nascono qui. Un produttore può dichiarare un 30% di contenuto riciclato, ma bisogna capire se quel 30% deriva da scarti industriali interni o esterni, da post-consumo urbano, da rifiuti commerciali selezionati, oppure da una combinazione dei due. Dal punto di vista della comunicazione ambientale, la differenza non è secondaria: la qualità tecnica del materiale, il valore circolare del claim e la sua percezione sul mercato cambiano sensibilmente a seconda dell’origine del riciclato. ISO 14021 fornisce proprio questo quadro terminologico e metodologico per evitare dichiarazioni vaghe o fuorvianti. Come si calcola la percentuale di plastica riciclata Il principio di base è semplice: si tratta di un rapporto di massa. Nel caso più lineare, la percentuale di contenuto riciclato corrisponde alla massa di plastica riciclata incorporata nel prodotto divisa per la massa totale di plastica considerata nel perimetro del claim, moltiplicata per 100. Per le bottiglie in plastica monouso, la Commissione europea ha già fissato regole specifiche: l’Implementing Decision 2023/2683 stabilisce che la proporzione di plastica riciclata si calcola dividendo il peso della plastica riciclata nelle bottiglie immesse sul mercato per il peso totale delle bottiglie immesse sul mercato. Ma la formula, da sola, non basta. Occorre definire con precisione il perimetro di calcolo: lotto, linea, stabilimento, periodo annuale, categoria di prodotto, specifica famiglia di packaging. Inoltre bisogna sapere quali perdite di processo sono state considerate, quali additivi o masterbatch entrano nella formulazione e come vengono riconciliate le quantità in ingresso e in uscita. Gli schemi di audit basati su EN 15343 e le certificazioni di tracciabilità più diffuse chiedono proprio questo: evidenza documentale, identificazione dei flussi e plausibility check tra input, rese, perdite e output dichiarato. Perché il laboratorio non basta quasi mai Qui si entra nel cuore del problema. In teoria il laboratorio è fondamentale per identificare il polimero, misurare impurità, valutare contaminanti, verificare MFI, ceneri, densità, migrazione, odori o stabilità. In pratica, però, il laboratorio non è quasi mai sufficiente, da solo, a certificare la percentuale esatta di plastica riciclata contenuta in un manufatto finito. La stessa Commissione europea, nella sezione dedicata al riciclo delle plastiche destinate al contatto alimentare, spiega che la composizione della plastica riciclata non può essere facilmente sottoposta a controlli ufficiali come avviene per la plastica vergine e che, proprio per questo, i controlli si concentrano sulla produzione del materiale riciclato e sugli audit delle installazioni. Lo stesso orientamento emerge anche dalla letteratura tecnica del JRC europeo su altri settori ad alta regolazione: la verifica del contenuto di materiali riciclati viene descritta come basata esclusivamente sulla documentazione, con regole di calcolo, blending e punti di misura definiti a monte. In altre parole, il laboratorio serve a qualificare il materiale; la percentuale dichiarata, invece, si dimostra soprattutto con la catena di custodia. È una distinzione essenziale per capire perché tante dichiarazioni commerciali risultano fragili quando manca una struttura di tracciabilità robusta. La tracciabilità europea: EN 15343 come architrave Nel contesto europeo, la norma EN 15343 è la pietra angolare per la plastica riciclata. Lo standard specifica le procedure necessarie per la tracciabilità delle plastiche riciclate e fornisce la base per il calcolo del contenuto riciclato di un prodotto. Questo significa che la percentuale dichiarata non nasce da una percezione qualitativa del materiale, ma da una filiera documentata: origine del rifiuto, trasformazione, identificazione dei lotti, controlli interni, riconciliazione dei volumi e coerenza tra input e output. Gli schemi di certificazione applicati dal mercato si muovono esattamente su questa impostazione. RecyClass, per esempio, dichiara esplicitamente che la sua certificazione di tracciabilità verifica la percentuale esatta di contenuto riciclato attraverso un approccio di controlled blending, allineato a EN 15343 e ISO 22095; inoltre prevede audit di terza parte in sito e rinnovo annuale del certificato. Questo è importante perché distingue una semplice autodichiarazione commerciale da una dichiarazione auditata e difendibile. Riciclo meccanico: il caso più chiaro, ma non banale Nel riciclo meccanico la misurazione del contenuto riciclato è, in genere, più lineare rispetto ad altri scenari. Il materiale riciclato entra come macinato, flakes o granulo; viene miscelato con eventuale vergine, additivi o coloranti; poi si trasforma nel prodotto finale. In questo caso la percentuale può essere dimostrata con una combinazione di documenti d’acquisto, certificati del fornitore, schede di produzione, ricette di compound, bilanci di massa e verifiche sui quantitativi effettivamente trasformati, tenendo conto delle perdite. Gli audit di processo richiedono proprio una riconciliazione dei volumi per verificare che l’output corrisponda all’input riciclato impiegato, considerate rese, perdite e additivazioni. Tuttavia anche qui esistono rischi. Se il riciclato in ingresso non è a sua volta tracciato o se deriva da flussi eterogenei mal qualificati, la percentuale numerica può risultare corretta sulla carta ma debole sul piano sostanziale. In altri termini, un “50% recycled content” non vale sempre allo stesso modo: conta se si tratta di PCR post-consumo realmente tracciato, di scarto industriale pre-consumer, di materiale food-grade, oppure di un flusso misto con elevata incertezza qualitativa. Per questo le aziende più solide non si limitano a pesare il materiale, ma documentano l’origine e la qualità del riciclato utilizzato. Food contact: quando la prova si sposta ancora di più sul processo Nel packaging alimentare il tema si fa più rigoroso. La Commissione europea ricorda che, quando la plastica è riciclata per uso a contatto con gli alimenti, il problema non è solo quantificare il riciclato ma garantire che eventuali contaminanti chimici siano stati rimossi a livelli sicuri. Proprio perché tali contaminanti possono essere sconosciuti o variabili, il controllo ufficiale non si concentra tanto sull’analisi del prodotto finito quanto sul processo di decontaminazione, sulle buone pratiche di fabbricazione e sull’audit degli impianti. Questo è un passaggio cruciale anche per la comunicazione di marketing. Se un contenitore alimentare dichiara un certo contenuto riciclato, la credibilità della dichiarazione non dipende solo dalla percentuale numerica, ma dalla capacità di dimostrare che quel riciclato è stato ottenuto entro un processo autorizzato, monitorato e idoneo all’uso previsto. Nel food packaging, quindi, il “quanto” e il “come” non possono essere separati. Riciclo chimico e mass balance: la partita più delicata Quando si entra nel riciclo chimico, la questione diventa più complessa perché il rifiuto plastico viene trasformato in feedstock che si mescola con materie prime convenzionali in sistemi industriali complessi. In questi casi la segregazione fisica dell’atomo “riciclato” non è realisticamente praticabile lungo tutta la catena. Per questo si utilizzano modelli di mass balance, cioè modelli di catena di custodia che attribuiscono una quota di contenuto riciclato agli output sulla base di regole contabili, temporali e di allocazione, senza superare la quantità di input riciclato effettivamente entrata nel sistema. ISCC PLUS descrive questo approccio come una delle opzioni di chain of custody, accanto alla segregazione fisica e al controlled blending. Il tema è talmente centrale che ISO ha pubblicato anche ISO 22095-2:2026, dedicata proprio ai requisiti e alle linee guida per l’applicazione del modello mass balance nei sistemi di catena di custodia. È un segnale importante: il mass balance sta diventando sempre meno una prassi “di mercato” e sempre più un terreno di normalizzazione tecnica. Sul piano regolatorio europeo, il cantiere è apertissimo. Nel luglio 2025 la Commissione ha lanciato una consultazione sulle nuove regole per calcolare, verificare e rendicontare il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie in plastica monouso per bevande. La metodologia proposta si basa sulla regola di allocazione fuel-use excluded, cioè esclude dal contenuto riciclato ogni quota di rifiuto destinata a combustibili o recupero energetico; inoltre prevede verifica annuale di terza parte per le fasi più complesse della filiera chimica e requisiti alleggeriti per le PMI. A febbraio 2026 la Commissione indicava ancora di essere nella fase finale di definizione di queste regole, non ancora consolidate come quadro definitivo già pienamente operativo. La nuova tecnologia che può cambiare davvero il packaging europeo Quando si parla di plastica riciclata, molti immaginano che esista una macchina capace di prendere una confezione finita, analizzarla e dire con precisione: “qui dentro c’è il 37% di plastica riciclata”. Nella realtà industriale, oggi non funziona così. La tecnologia che può davvero cambiare il packaging europeo non è un test di laboratorio capace di leggere magicamente il contenuto riciclato di ogni confezione, ma un sistema che aiuta a separare meglio i rifiuti di imballaggio prima che vengano riciclati. Questo sistema si basa sui digital watermarks, cioè piccoli codici invisibili o quasi invisibili stampati sulla confezione. Per capire bene di cosa si tratta, immaginiamo una vaschetta in plastica per alimenti, una bottiglia di detergente e un contenitore cosmetico. Oggi, quando questi imballaggi arrivano in un impianto di selezione, i sistemi automatici riescono a riconoscere abbastanza bene il tipo di plastica, per esempio PET, HDPE o PP, ma spesso fanno più fatica a distinguere l’uso originario dell’imballaggio, cioè se quella plastica proveniva da un’applicazione alimentare, cosmetica o domestica. E questa differenza è molto importante, perché plastiche apparentemente simili possono richiedere percorsi di riciclo diversi. Qui entrano in gioco i digital watermarks. In pratica, ogni confezione può portare con sé una sorta di “carta d’identità digitale” leggibile dai sistemi di selezione. Questa identità può dire all’impianto: “sono una vaschetta alimentare”, “sono una bottiglia per detersivi”, “sono un imballaggio in PP”, “appartengo a una certa categoria”. Grazie a queste informazioni, i rifiuti possono essere smistati in modo molto più preciso rispetto ai sistemi tradizionali. Questo è il vero cambiamento: non si migliora il riciclo alla fine del processo, ma all’inizio, quando il rifiuto viene separato. Se infatti si parte da un flusso più pulito, più omogeneo e meglio classificato, anche il materiale riciclato ottenuto alla fine sarà migliore. Per renderlo ancora più concreto, si può pensare alla differenza tra raccogliere tutta la frutta insieme in un grande cassone oppure dividerla subito per tipo e qualità. Se si mescola tutto, alla fine si ottiene un prodotto meno controllabile. Se invece si separa bene all’origine, il risultato finale è più pulito, più costante e più adatto a usi di qualità. Nella plastica succede la stessa cosa. Ecco perché questa tecnologia interessa così tanto il packaging europeo. Il problema principale dell’Europa, infatti, non è soltanto riciclare di più, ma riciclare meglio. Molta plastica riciclata oggi ha qualità variabile perché nasce da rifiuti troppo misti, difficili da distinguere con precisione. Se invece si riesce a migliorare la selezione, si ottiene un PCR, cioè plastica riciclata post-consumo, più puro, più stabile e più affidabile. Questo ha una conseguenza molto importante anche sul piano normativo e commerciale. Quando un’azienda dichiara che un imballaggio contiene una certa quota di plastica riciclata, deve poterlo dimostrare in modo credibile. Se il materiale riciclato proviene da una filiera più pulita, tracciata e ben separata, quella dichiarazione diventa più solida. In altre parole, i digital watermarks non servono a “misurare” direttamente il contenuto riciclato della confezione finita, ma servono a costruire una filiera del riciclo più affidabile, e quindi a rendere più credibili anche le percentuali dichiarate. Dal punto di vista pratico, il loro vantaggio è triplo. Primo: aiutano gli impianti a distinguere meglio gli imballaggi. Secondo: permettono di produrre materiale riciclato di qualità superiore. Terzo: rendono più facile collegare quel materiale riciclato a una documentazione di filiera seria, utile per audit, certificazioni e conformità alle nuove regole europee. Quindi il punto centrale è questo: la tecnologia non cambia il packaging europeo perché legge il riciclato già presente nel prodotto, ma perché rende possibile un riciclo più intelligente, più pulito e più dimostrabile. Ed è proprio questo che oggi serve all’Europa: non solo più riciclo, ma un riciclo che regga alle verifiche tecniche, alle richieste dei clienti e alle future norme del PPWR. Cosa chiede oggi davvero l’Europa Sul fronte normativo, l’Europa si sta muovendo su due livelli. Il primo è quello già attivo per le bottiglie in plastica monouso: la direttiva SUP richiede il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 e il 30% in tutte le bottiglie per bevande in plastica dal 2030. La Commissione europea ricorda inoltre che nel 2023 ha adottato l’Implementing Decision 2023/2683 sulle regole di calcolo, verifica e reporting del contenuto riciclato nelle bottiglie monouso. Il secondo livello è il quadro più ampio del PPWR. Le pagine ufficiali della Commissione chiariscono che il regolamento è entrato in vigore l’11 febbraio 2025, si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026, punta a rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030 e richiede che gli imballaggi in plastica incorporino quote crescenti di contenuto riciclato con obiettivi per il 2030 e il 2040. In altre parole, il tema della verifica del contenuto riciclato non è più una nicchia per brand sensibili alla sostenibilità: sta diventando infrastruttura di conformità per il mercato europeo. Come un’azienda dovrebbe verificare davvero il contenuto riciclato Se un produttore vuole evitare greenwashing e prepararsi al nuovo contesto europeo, non deve chiedersi soltanto “quanta plastica riciclata sto usando?”, ma “come potrò dimostrarlo davanti a un audit?”. La risposta corretta, oggi, è costruire un sistema composto da quattro elementi: definizione chiara del claim secondo standard riconosciuti; tracciabilità del materiale in ingresso; bilancio di massa con riconciliazione dei volumi; verifica indipendente di terza parte quando il mercato o il cliente lo richiedono. Questa impostazione è coerente con ISO 14021, con EN 15343, con gli schemi RecyClass e con la logica delle verifiche europee sulle bottiglie e sul food contact. In termini pratici, un claim robusto dovrebbe specificare almeno tre cose: se il riciclato è pre-consumer o post-consumer; quale modello di chain of custody è stato applicato, cioè segregazione, controlled blending o mass balance; quale soggetto indipendente ha verificato il sistema, se presente. Quando queste informazioni mancano, la percentuale dichiarata può anche essere numericamente corretta, ma resta debole sul piano probatorio. Conclusione La percentuale di plastica riciclata nei prodotti non si misura davvero con una sola macchina e non si dimostra con una formula isolata. Si verifica attraverso una architettura di prova: definizioni ISO, standard europei di tracciabilità, bilanci di massa, audit degli impianti, documenti di filiera e, nei casi più evoluti, sistemi digitali che migliorano la separazione e la qualità del riciclato già a monte. È questo il punto che molte comunicazioni commerciali tendono a semplificare troppo. La nuova tecnologia che può cambiare il packaging europeo, oggi, non è quindi un “test magico” per leggere il riciclato nel manufatto finito, ma un ecosistema tecnologico capace di rendere la filiera più intelligente. I digital watermarks sono probabilmente la frontiera più concreta in questa direzione, perché possono aumentare la qualità della selezione, creare flussi PCR più puri e rendere molto più credibili le dichiarazioni future sul contenuto riciclato. In un mercato europeo che si sta spostando dalla sostenibilità raccontata alla sostenibilità verificata, questa distinzione farà la differenza tra chi comunica e chi dimostra. FAQ Come si misura il contenuto riciclato nella plastica? Di norma si misura come proporzione in massa di materiale riciclato nel prodotto, ma la dimostrazione concreta avviene soprattutto tramite tracciabilità, bilanci di massa e audit di filiera, non con un solo test sul prodotto finito. Esiste un test di laboratorio che dice con certezza quanta plastica riciclata c’è in un imballaggio? In termini generali, no: le fonti europee mostrano che la verifica del contenuto riciclato si basa soprattutto su documentazione e controllo del processo, mentre l’analisi finale da sola non è sufficiente a stabilire sempre la quota esatta dichiarata. Qual è la differenza tra pre-consumer e post-consumer? Il pre-consumer deriva da scarti recuperati prima dell’uso da parte del consumatore finale; il post-consumer deriva invece da rifiuti generati dopo l’uso da parte di famiglie o attività commerciali. ISO 14021 distingue esplicitamente queste categorie. Cos’è il mass balance nella plastica riciclata? È un modello di chain of custody usato soprattutto quando i feedstock riciclati e convenzionali vengono miscelati in sistemi complessi, come nel riciclo chimico. In quel caso la quota riciclata viene attribuita agli output con regole contabili e verificabili. I digital watermarks misurano il contenuto riciclato? Non direttamente. Migliorano però la separazione dei rifiuti di imballaggio e la creazione di flussi più puri e meglio tracciati, condizione essenziale per produrre riciclato di qualità e rendere più solida la verifica del contenuto riciclato nei prodotti futuri. Fonti reali e verificate Commissione europea, Packaging waste e Packaging & Packaging Waste Regulation (PPWR), con dati su entrata in vigore, data di applicazione e obiettivi del regolamento. Commissione europea, Single-use plastics, con target su contenuto riciclato nelle bottiglie e cronologia degli atti attuativi. Commissione europea, Plastic Recycling / Food Safety, con chiarimenti su controlli, contaminanti e centralità degli audit di processo nel food contact. ISO, ISO 14021 e riferimenti ISO sulla chain of custody e sul mass balance. Standard europeo EN 15343, sulla tracciabilità delle plastiche riciclate e il calcolo del contenuto riciclato. Commissione europea, consultazione 2025 sulle regole per il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie, con metodo fuel-use excluded e verifiche di terza parte. AIM / HolyGrail 2.0 e HolyGrail 2030, sulla tecnologia dei digital watermarks e i risultati di sorting intelligente. ISCC PLUS e RecyClass, per i modelli di chain of custody, controlled blending, mass balance e audit di tracciabilità.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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